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Di questa tivù non se ne può più

SILENZIO! Qui ci sono io. Vero, unico maestro, insostituibile, detentore di tutti i saperi: io dico…
io decido... io educo.

Quanto ha spaventato in quest’ultimo periodo l’annuncio del ritorno del maestro unico nelle nostre
scuole?
Se ne sono dette tante!
Ci si è preoccupato per la qualità dell’insegnamento e per l’ovvia restrizione dell’offerta formativa.
Ma nulla è stato detto e nulla si dice sul predominio incontrastato della vera, unica fonte di cultura e
di educazione nel nostro paese, della creatrice dei modelli standard di comportamento e dei costumi
nostrani, dell’ unico vero insegnante, detentore del sapere diffuso, vigente in Italia ovvero la
televisione che con i suoi insulsi programmi sta condizionando inevitabilmente intere generazioni.
A poco serve elencare i pochi format significativi e istruttivi come i documentari che oramai non
servono più a bilanciare il degradante e mortificante palinsesto televisivo.

Al grido “Della televisione non se ne può più” gli alunni del nostro Circolo Didattico ( I IC di Vico
Equense) del Corso teatrale, extracurriculare, hanno dato vita ad uno spettacolo di tutto rispetto.

Il motivo dominante del racconto inscenato dai ragazzi è stato l’influenza negativa dei programmi
televisivi sull’educazione dei ragazzi e la loro ingerenza nelle dinamiche socio-affettive della
famiglia.
L’attacco dunque è stato rivolto al televisore, al mezzo mediatico più pervasivo nella vita degli
utenti, troppo spesso incauti e sprovveduti, allo strumento più pericoloso perché capace di
condizionare con i suoi dementi programmi la loro vita abituandoli ad una fruizione passiva e
acritica del messaggio audio-visivo. Tutto questo si traduce poi in teledipendenza, in assuefazione e
omologazione di comportamenti cioè del modo di vestire, di agire e di pensare che vanno a tutto
danno della crescita del pensiero logico, critico e riflessivo.

Difatti, la televisione sta formando la generazione dei “telebamboccioni”, spersonalizzati e asociali,


disposti a tutto pur di apparire per pochi minuti in video, a dimostrare per lo più quello che non si sa
fare. E tutto questo sotto gli occhi impassibili di chi dovrebbe vigilare e non lo fa; di chi dovrebbe
denunciare e non lo fa; di chi dovrebbe allarmarsi e non lo fa; di chi…

Peccato che il grido di allarme lanciato dagli alunni non sia arrivato a tutti. Queste esperienze, per
quanto formative e significative, vengono vissute solo dai protagonisti e dai limitati, ma fortunati,
spettatori che, generalmente, sono parenti e amici degli stessi attori. Dovrebbero invece essere
rivolte all’intera collettività, favorite non solo dalla Scuola, ma anche dagli altri Enti territoriali, per
permetterne una maggiore diffusione.

Così tutti avrebbero ascoltato e capito il messaggio sotteso all’opera che è l’urlo di dolore di una
generazione, demotivata, delusa e illusa, che va a tentoni, senza punti saldi di riferimento, immersa
nell’inutile gossip, a contatto con il vuoto esistenziale, priva di un orizzonte di senso.

A chi fa comodo tutto questo? Non vorremmo condividere l’idea di un perverso e occulto disegno
socio-politico, teso a trasformare menti e persone in “generatori di insulsaggini”.

Avete ragione ragazzi! È tempo questo di riprendersi dal torpore nel quale stiamo vivendo e di
gridare a voce stesa il nostro dissenso per riconquistare le nostre libertà, per riprenderci la nostra
unicità e riappropriarci dei nostri pensieri.

A voi il compito di annunciare, tra serio e faceto, il nuovo cammino. A noi, semplici spettatori, ma
ferventi educatori, il compito di scuoterci, di capire e di diffondere il vostro messaggio, per
affiancarvi sulla strada del riscatto.

A conclusione di questa riflessioni, è doveroso un breve commento alla scena più esaltante della
rappresentazione cioè quella degli indigeni, cosiddetti “buzzurri”, che trovano “ridicolo e incolto”
l’uomo civile, che non li capisce: il Bettarini della situazione.
Paradossalmente qui la scala valoriale della civiltà si inverte e coloro che dovrebbero capire di
meno, dimostrano di sapere di più: hanno dalla loro parte non la scuola, non la televisione, né altre
invenzioni moderne, ma solo la saggezza, la virtù dei pensatori, la forza di chi, a contatto diretto
con la natura, attraverso l’esperienza vera e vissuta, scopre e impara i segreti del vero vivere.

Altro momento significativo è stato il discorso della Dirigente, Debora Adrianopoli, che, ancora una
volta, nel ringraziare gli alunni, la docente Patrizia Staiano, e l’artista Gilda Arpino e nel fare loro i
meritati complimenti e auguri, ha dimostrato quanto a cuore ha l’educazione dei nostri ragazzi. Si è
posta alla platea non con l’autorità o la formalità del ruolo, ma con l’umiltà della persona che,
sebbene nuova all’ambiente vicano, si sta prodigando in mille modi per migliorarne l’offerta
formativa.
(La docente Anna Guarracino)