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STORIA DI MONTONA con appendice e documenti. Il benemerito Kandler aveva raccolto gis nel 1864 le sme Notizie storiche su Montona, le quali furono pubblicate nel 1875 per cura del Municipio, che le dedicava con gentile pensiero ai soci’ della Societé Agraria Istriana radunati a Mon- tona al settimo congresso generale. L’ opera del Kandler con- tiene delle pregievolissime notizie che riguardano Montona ed il resto della provincia; ma per I’ appunto questa vastita di notizie genera confusione frequente © fa dimenticare 1s storis speciale di Montona e la sua importanza fra le altre citta del- VIotria. Egli stesso confessa di lasciare incompinto il lavoro, ohe si cercd di completarlo coll’ aggiunta di documenti e di altre monografie senza un’ esposizione ordinata e continua. Jo non pretendo certo di dare una monografia completa, perché molte saranno ancora le lacune ed erronea potré essere la mis interpretazione di alcuni documenti; dichiaro tuttavia di aver fatto il mio meglio col cercare un po’ d’ ordine nello sviluppo, collo studiare i documenti numerosi pubblicati dopo il 1875, col rovistare negli archivi municipale e parrocchiale e co) ser- virmi specialmente delle determinazioni del Consiglio e degli Statuti che sono ancora inediti. L’ amore che porto alla mia terra natia valse ad incorag- giarmi di stampare il presente studio per dimostrare che la civilt’ nostra fu sempre italiana e che non sar& mai distrutta finché entro le mura della nostra rocca abiteranno figli non degeneri dai loro avi, che seppero in ogni tempo tener alto Y onore della loro patria. Trieste, nel gennaio 1892. Prof. Luigi Morteani. | CAPITOLO I. INTRODUZIONE. La valle del Quieto. “Quid vallem umbrosam, et salientes fontibus undes, Quid referam colsi turrite cacumina montis? Quod si non rampant querela nemore alta Cicsdae, Vix oquidem aestatem norim, tam lenior sure Bpirat in his, orepitatque locls, dum serus opsais Axboribus gandet Cuculus produoere carmen. ‘Hine mare navigeram, ot osleri frets naute carina, Toniumque socans pelagus stridentibus Euris Cornitur, affectans expansis litore velis. Cactera quid memoram reliquis incognita terris? Non lepus hirsutus non valpes callida deat, Non etiam suoupii quodvis genus, omnia dives Pracstat ager, onltos et amoena virete per hortos. Bx Istria, Andras Baplcii La valle del Quieto 8 certo la pih importante di tutta V Istria per estensione, per bellezze naturali e per ricordi storici. A piedi de’ Vena ha le sue sorgenti 1’ alto Quieto ool nome Fiumera che, raccolte le acque dai monti di Colmo, va parallelo al ciglione dell’altopiano, percorrendo una valle stretta fino al punto in cui s’incontra col torrente Drags, chiamato nel sno corso superiore Baredine, il quale raccoglie in gran parte i torrentelli che discendono dal castello di Rozzo. I due torrenti uniti alle acque di 8. Giovanni, poste mezzo chilo- metro a sud-est di Pinguente, entrano nella vasta conca a piedi di questo castello. Qui ha veramente principio il fiume, il quale, dopo avere ricevuto sulla riva destra il Recica, va lam- bendo la parte meridionale del colle « cui sta Pinguente e si 470 dirige verso occidente fino ai monti che si estendono da Sterpet a Mlum. Questi restringono la valle alla rive destra, mentre alla sinistra 6 ristretta da una serie di monti che diconsi di Sovi- gnaco dal luogo pit importante. In questo tratto la valle in- comincia alle “Porte di ferro,, chinsa fortissima formate da due macigni che a guisa di mura sbarrarono un tempo il passo al Quieto, che incise la roccia per continnare il suo corso; @ con- tinua con due curve verso sud-ovest e sud in forma d’ un’esse rovesciata. Lungo questo tratto alti monti la ristringono, for- mando una gola con caratteri alpestri in alcuni punti tanto stretta da lasciare appena uno spazio sufficiente pel passaggio del flume. Agli ultimi speroni di Sovignaco, quasi dirimpetto alla, grotta di 8. Stefano, la dove il Quieto accoglie sulla riva si- nistra il torrente Sirotich, devesi considerare finito il corso superiore del fiume, il quale nella sua ultima curva riceve V affluente Brazzana. Questo discende dai monti di Socerga, corre parallelo all’ altopiano e poi gira attorno i monti di Mlum, circondati percid dal Quieto e dal Brazzana da tre parti. La dove ha principio la foresta, incomincia la valle media del Quieto, detta propriamente Val di Montona, che s’ estende fino al ponte Porton, con una media larghezza di oltre un chilometro. Nel suo corso, ch’ dapprima verso sud-ovest, ri- ceve a destra il torrente Gradigne ed a sinistra il Senizza; e ‘va poi verso occidente serpeggiando in mezzo alla foresta con continue vedute di bosco e di praterie. Ed & questa la parte pit bella della valle, fiancheggiata da colli ricchi di frutteti, di viti e d’ olivi, i quali si avvici- nano o si allontanano determinandone |’ ampiezza e |’ angusta sua estensione. ‘Al punto dove stava I’ antico ponte di 8. Polo, il Quieto riceve il Bottonegla, o fiume Piccolo, il quale si forma coi tor- renti che discendono da’ monti di Racizze, Draguch, Grimalda e Chersicla; e percorre nel corso superiore una valle detta Val di Zumesco, che va a finire quasi perpendicolare » quella del fiume principale. Il Bottonegla quindi si curva e corre in di- rezione parallela al Quieto, ingrossandosi coi torrenti dei monti di Zumesco e Caldier, rivolti verso Montona, fra i quali il pit importante & il Monfrini. Da questa parte la valle si 471 addentra in direzione verticale del Quieto fra i monti de’ Be- letici © Zumesco ad oriente e quelli di Montona e Caldier ad occidente. A destra ed a sinistra del Quieto discendono ancora altri numerosi torrenti dai monti di Portole, Piemonte e Ca- stagna; da quelli di Montona e Visinada. Fra quest’ ultimi va nominato il Chervaro, il quale, dopo un corso di sette chi- lometri, si piega percorrendo una valle secondaria perpendi- colare alla principale, chiusa e destra dalle elevazioni di Bercaz ed a sinistra da quelle di Visinada. Nel suo corso inferiore il Quieto discende lentamente al mare, percorrendo una vaste pianura che va restringendosi ed allargandosi frammezzo agli speroni calcarei che |’ accompa- gnano ai due lati. Ha una figure allungata nella direzione da levante a ponente. E questa di formazione pit recente, dove il frame @ stato ristretto verso il mare in un canale, rimpetto alla cni foce trovasi una lunga diga costruita per salvare il porto ‘Val di Torre dall’interramento, mentre conservansi ancora Je traccie del canale vecchio che segnava |’ antico corso del fiume e lambiva lo sperone del castello di S. Giorgio. Il corso del Quieto & lungo 50 chilometri con un ampio bacino di 450 chilometri quadrati, l'un per cento de’ quali ap- partiene al piano, che occupa il fondo della valle con una su- perficie di circa 4300 ettari. Confina nella parte superiore ad ostro col bacino dell’ Arsa e con quello della foiba di Pisino; @ greco coll’altipiano del Carso; a tramontana col bacino del Dragogna; a libeccio @ chiuso dai monti di Pregara e Sdregna. I bacino medio 4 chiuso ad ostro dai monti di S. Lorenzo, Piloslak e Caschierga e da quelli di Caroiba e Visinads; « tra- montana dai monti di Sdregna, Portole e Ianchiz. L’ inferiore in fine é chiuso ad ostro dai monti di Visinada, Casteldier e Torre, e a tramontana da quelli di Grisignana, Verteneglio, Villanova e Cittanova. I monti che chiudono le valle e che vi sovrastano s’ele- vano alla media altezza di 800-400 metri, dalle cui cime si gode un ampio orizzonte che giunge nell’ Istria infericre fino alle campagne di Rovigno. Si scorgono i monti Sissol ed il Mag- giore, ’ ampio baluardo de’ Vena colla vetta actminata del ‘Taiano, dopo la quale Ja catens s’ abbassa verso Trieste. Allo 472 estremo orizzonte si presentano il monte Re collo sperone che discende al passo di Prevald e colla continuazione delle Giulie fino al Tricorno, le basse del Frinli e le lagune di Grado; ed in qualche giorno con luce favorevole i colli Berici ed Eu- ganei. Sulla riva destra le altezze pit importanti e che vanno rinomate pel panorama che vi si gode sono le seguenti: Monte Cavruie alto metri 806, monte Calcini m. 884, monte 9. Giorgio m, 886, monte di Portole m. 880, monte 8, Girolamo m. 476; alla riva sinistra i monti 8. Lorenzo di Visinada m. 841, monte Subiente di Montona m. 852, a sud-ovest di questo il monte TTizzano m. 337, Novaco m. 430, monte Zumesco m. 411, monte Drobesia m. 346 © monte Donato m. 358, frammezzo ai quali sta Sovignaco, monte Cobiliak m. 848, al sud. del quale si trovano i monti di Draguch m. 604 e di Grimalda m. 447. I declivio dells valle é molto lento se consideriamo che sotto Pinguente s’eleva a m. 41, alle porte di Ferro a m. 35, alla grotta di S. Stefano dove comincia Ia valle media a m. 20, a’ pie’ di Montona a m. 13, alla Madonna della Bastia a m. 8, dal quale punto discende sempre fino al livello del mare. Questo declivio ci permette di calcolare approssimativamente 1’ inter- ramento della valle, per ben comprendere il quale, riassumerd i risultati degli studi fatti ed in particolar modo quelli dell’ in- gegnere Fannio.*) : E certo che la valle media ed inferiore del Quieto for- mavano in epoca molto lontana un canale marino, il quale aveva de’ rami secondari che s’ addentravano fra gli squar- ciamenti minori, quali sono quelli di Chervaro, 8. Bortolo o Zuamesco i pit importanti. Il corso superiore era chiuso dalle Porte di Ferro, per cui le acque si raccoglievano in laghi, che per soverchia abbondanza d’acqua e per forza d’erosione rup- pero le dighe naturali aprendosi una via di scarico. Che il medio ed il basso Quieto siano una comba dilatata in modo irregolare dalla erosione, lo provrebbe il fatto che i monti che chiudono la valle da ambo i lati presentano delle sporgenze da +) Fannio, Progetto di bonificamento della valle infieriore del Quieto, Parenzo, 1876. 473 un lato, alle quali corrispondono delle rientrange dall’altro, di modo che al di sotto del piano della valle non sarebbe diffi- cile l’incontro delle medesime, il quale costituirebbe I’ origi- nario fondo della valle.’) certo che le alluvioni mutarono col decorrere dei secoli 1’ aspetto fisico del canale, e tendono sempre a rialzare il fondo della valle; e secondo il calcolo del Fannio il successivo interramento sarebbe di metri uno ad uno @ mezzo per secolo.*) Essendo adunque Ja valle media presso S. Stefano elevate venti metri sul livello del mare, ne seguiterebbe per naturale conseguenza che il mare 2000 anni or sono giungesse fino ai piedi della suddetta grotta: il che sarebbe presso a poco al tempo della conquista dell’ Istriada parte de’ Romani (178 av. C.). . Devesi ritenere perd questo calcolo molto incerto perché le alluvioni, come lo dimostra il Fannio, non avvennero nella stessa quantita, ma sembra pid probabile che dalla loro origine impoi siano venute crescendo in spessore eon sempre maggior lentezza, e che colla stessa legge debbano anche per |’ avve- nire continuare a svilupparsi.*) Ad ogni modo i bagni termali di S. Stefano, segnati nella tavola Peutingeriana sulla prominenza occidentale dell’ Istria, ed un’ inscrizione, trovata presso S. Giorgio che ne -accenna Y esistenza, farebbero credere che il canale fosse esteso molto nell’ interno in modo da avvicinare i bagni alla costa. Cause i continui interramenti il canale andd sempre pit ritirandosi, e la maggior parte della valle fu convertita in pa- ludi, mentre sul terreno aluvionale pit elevato incomincid a svilupparsi il bosco. In molte di queste paludi, miste d’ acqua dolce e salsa, i vescovi di Parenzo possedevano gid dal secolo decimo delle peschiere. Il fiume stesso ricevette il nome di Laime per tutto il tratto dal colle di Pinguente fino alle foci marine, cosioché il castello di §. Giorgio che faceva porto fu detto in Laymis, al pari dei molini sotto Pinguente.) E questo 1) Fannio, op. cit. pag. 14. +) Idem, pag. 19. +) Idem, pag. 16. *) Kandler, Notizie storiche di Montona, pag. 22, 474 nome, conservato per tutto il medio evo, serviva ad indicare Vodierno Quieto; ed ancora ai giorni nostri conosciamo il ponte delle Laime sotto Grisignana, ed una parte del bosco sotto Montona detta Lumé, che dovrebbe derivare da Laime. Oggidi Je paludi sono quasi tutte sparite nella valle media, ma nu- merossime sono nella valle inferiore di recente formazione, dove duecento anni or sono approdavano le barche sotto il castello di 8. Giorgio, nel quale ai tempi di Roma v’ era lan- terna ed il seno faceva porto. 1) Se alle forti alluvioni che produssero gl’ interramenti ag- giungiamo le incursioni dei popoli, le comparsa di genti stra- niere, |’ introduzione del sistema baronale, le sanguinose lotte fra patriarchi © veneti, fra questi e quelli della contea, vedremo che non si poté mai pensare a migliorare coll’ arte le condi- zioni economiche della valle; e la stessa repubblica di Venezia si curava piuttosto del bosco che del deperimento del terreno, @ cui rivolse le sus cure soltanto molto tardi, come avremo occasione di osservare. Anche oggi i numerosi torrenti, i ruscelli e le fonti, che precipitando dai pendii dei monti confluiscono nella valle prin- cipale, abbondanti d’ acque nella stagione piovosa e scarsi nei mesi d’ estate, producono facilmente i continui allagamenti, che riducono la valle tutta in un lago, recando non poco danno alla coltura causa il suo poco declivio. 4) Kandler, op. cit, pag. 10 © pag. 22. Leime usasi in pit parti dell’ Istria, e 1a troviamo # Buie, Rovigno, presso Medolino ecc. nel senso di fossato, palnde @ stagno. A Montona, nelle commission! date dal Se- nato veneto ai podesta, il Quieto 4 chiamato col nome di Leme; nelle commissioni al conte di Pola ed in quelle al podesta di 9. Lorenzo & espressamente detto Leme “ad flumen Leminis pro traiectandis equis,. ‘Nei documenti di Montona 6 fatta distinzione fra Leme o palude: “mo- lendinum de Curte in palude Montons, molendinum de Valle Todena in dicts palude Moritone, et XII Nasas in piscariis de Lemo,, Vedi doc. 1200 per Ia divisione del fendo di Riccards. In documenti posteriori (1904, 1881 ed altri) § fata menzione del flume, del bosco ¢ della palude — per flumina dicti nemoris et paludis. — Una parte del bosco sotto Montona viene detta Termar, che deriva certo da terre-mare. 405 “Tl geologo, dice il Taramelli, rileva nella parte superiore le differenti formazioni calcari, che cominciano a tramontana della vasta ‘conca di Pinguente, con una fuga di colli molle- mente arrotondati ed il ciglio calcare ondulato ma continuo, che corona una scarpa arenaceo-marnosa incisa da mille tor- rentelli, imboscata e coltivata lungo i dossi, ma franosa ed in- colta presso i corsi d’ acqua ingombri di giallognolo detrito. Nella stessa direzione e quasi ai piedi dell’ osservatore spicca il dosso di S. Domenica, nudo e biancheggiante in mezzo a terreni coltivati. A mattina continua torreggiante il ciglio cal- care, colla sua scarpa arenaceo-marnosa, che si appoggia sopra un altro dosso calcare, diretto verso Rozzo. A mezzogiorno un terzo afficramento calcare, attraversato dalla Finmera, 8 sepa- rato da quello di Rozzo per il leombo marno-arenaceo di monte Croce e di Pzugn, nel quale si continuano le condizioni strati- grafiche dei colli di Podreca, di Sterpet e di Pinguente. In lontananza si scorgono le cerulee vette del Planik e del monte Maggiore. Verso sud-ovest ricompare la formazione pit erodi- bile, la quale quasi soffice paludamento, riposa i morbidi suoi festoni snl dosso calcare attraversato dalla Fiumera, oppure nelle alluvioni di questa corrente immerge le dilacerate sue falde. A ponente infine, sotto le marne e le arenarie, sporge 6 si innalza il caleare, colla sua massa informemente arrotondata, col suo dorso nudo di vegetazione ed inciso dalle due accen- nate chiuse del Quieto e della Brazzana., *) Ed 8 in quest’ ultima parte che s’ergono le formazioni caleari quali massi bianchi, nudi, tagliati a picco ed allineati in modo che il viandante resta incerto se abbia dinanzi a sé vere rocce o colossali muraglie. Qui un masso solitario rap- presenta un sacerdote colla mitra, un guerriero armato; 1A tutta una montagna prende la terribile sembianza d’un immenso leone, che con fremente cipiglio ci guati. E noné a dubitarsi, come dice il prof. Benussi, che la presenza di questi massi, che a guisa di giganteschi castelli coronano le cime dei monti, 1) Paramelli, Descrizione geognostica del Margraviato a’ Istria, pa gina bl © 62. — Dr. Stache, Die Eocenengebicte tn Innerkrain und Istrien, Vienne 1868. 476 abbia fatto nascere nel volgo la tradizione d'un popolo di giganti che avesse abitato questa valle, © lanciasse i pesanti martelli dall’ una all’ altra vetta.*) Qui abbiamo la “grotta del Frate, e quella ben pit importante di 8. Stefano, il pid imponente masso che giganteggia sulle valle a spaventosa altezza. Colla grotta di 8. Stefano e coi monti di Gradigna fini- scono le formazioni calcari eoceniche della regione superiore: ad alveolina le pia profonde, a nummuliti ed operculine le pit vicine alle marne; ed il Quieto & fiancheggiato ai due lati da colline di marne ed arenarie, interrotte dalla valle del Botto- negla, valle d’ erosione nel corso superiore che incide un dosso caloare con abbondanti pietrifatti: e dai torrenti di Monfrini © di Chervaro, che comprendono fra loro il dosso marno-are- nario, basamento calcare ed a capitello di conglomerato fos- silifero, su cui posa in amenissima posizione la cittadella di Montona.) In questa parte della valle abbiamo le deliziose colline di marne e di arenarie dalle cime arrotondate che vanno degradando in amene ondalazioni, dove all’occhio si presentano svariate vedute di bosco, di praterie, di fiumi e di colli ricchi di boschetti, di fratteti, di olivi e di floridissimi vigneti. torrente Chervaro segna il confine occidentale di questo terreno marno-arenaceo, al quale seguita un’ altra formazione calcare con carattere poco dissimile da quello dell’ altopiano calcareo- ocraceo, la quale coi suoi dossi e coi suoi speroni fiancheggia ai due lati la valle inferiore, abbassandosi verso la costa, ove ampio bacino accoglie le acque del fume. Da quanto abbiamo detto risulta chiaro che il bacino fluviale del Quieto si pud dividere geologicamente in tre parti : Ja inferiore, predominantemente calcare, le cui formazione si estende fino al Chervaro nella media; la media, in cni predo- minano le marne e le arenarie con affioramenti e basamenti calcari; la superiore, in cui il calcare ritorna a predominare misto alle marne. A questa divisione 4 legata la coltivazione del suolo, 1a quale varia a seconda delle formazioni geologiche. 1) Benussi, & Stefano al Quieto, pag. 5. +) Teramelli, op. cit, pag. 55. 4 Risalendo il finme dalla foce fino alle sorgenti potremo con maggiore facilité dare uno sguardo alla produttivits del terreno alluvionale ed alle varie colture adoperate sui monti, che sovrastano la valle, senza entrare in rilievi dettagliati. L’ area totale della pianura nella valle inferiore dal ponte Por- ton fino al mare ascende ad ettari 1450, dove, eccettuato il tratto dal ponte Porton alla Madonna della Bastia, 8 predo- minante la palude, ricoperta verso le foci di varie specie di Tuncus, Scirpus e Carex, in cui cresce la canna palustre, che nella stagione della siccith viene tagliata dai contadini e por- tata a casa come eccellente strame per comodo degli animali; soltanto le paglie pik grosse danno luogo ad una piccola in- dustria locale dell’ impagliamento delle sedie; e cogli ontani che crescono lungo le sponde del fiume si confezionano i cesti. Questa regione di vasti canneti e profondi pantani con pochi prati, quali sono quelli di Villanova e di Vallaron, aspetta ancora V’opera di bonificamento ed ammorba |’aria de’ dintorni, mentre i castellieri di Vallaron, Dionigio, quello delle saline e quello di S. Giorgio ricordano un’ epoca di vita convalidata anche dalla tradizione popolare degli abitanti di Villanova che ripetono essere state le sudette posizioni abitate da tre regine: @ precisamente la regina del sale, la regina dell’olio e la re- gina del vino, la quale leggenda rispecchierebbe le tre svariate ocolture esistenti. Ancora oggidi I’ olivo cresce in. arbusto sel- vaggio sul castelliere di S. Giorgio.) Sui dossi rocciosi abbiamo la coltura boschiva di arbusti, di carpini © di quercioli, assai fitta e meglio sviluppata nella parte di tramontana, scarsa e trascurata nella parte di mezzogiorno, ove de’ pascoli eccel- lenti sorgono d’ estate per gli animali bovini e d’inverno per Je pecore. Questa coltura continua per tutto il tratto calcare fino a Castagna e Chervaro; mentre nelle parti interne, e spe- cialmente in quelle arenose © marnose di Crassizza, Grisignana e Castagna a destra, Visinada © Bercaz a sinistra, troviamo boschi, viti, frutteti ed olivi, quest’ ultimi specialmente nelle 4) Atti ¢ memorie della Societh istriana di archeologia @ storia patria, vol. 4, pag. 508. : 478 regioni rivolte verso mezzogiorno. Dalla Bastia in sn co- mincia nelle valle la regione dei prati, che dividonsi in quelli in cui vegeta preponderantemente la coda di cavallo (rochella), eccellente pastura pei cavalli, ma inferiori a quelli, ricchi di graminacee, di composite © di papiglionace, © che servono di pastura ai buoi. La valle media é coperta in gran parte dalla foresta di Montona, in cui le quercie, gli olmi ed i frassini preponderano e sviluppano rigogliosi per servire da legname di costruzione per la marina di guerre. Ai lati della forests, ossia ai piedi dei monti, sonvi estesissime praterie con qualche piccolo tratto pa- Indoso, le quali continuano anche nelle valli secondarie del Chervaro, del Monfrini (valli di S. Bortolomeo) e del Brazzana (val di Zumesco) e contribuiscono non poco all’ allevamento del bestiame. Le colline ed i monti che fiancheggiano questa parte della valle sono d’ una produttivité straordinaria, derivate da un clima mite che permette la pid svariata coltura di biade, viti, olivi, castagni, peschi, mandorli, fichi, prugni, meli, peri e d’altri ancora, che aspettano una coltivazione pit razionale @ delle vie di comunicazione pit facili per essere portati sulle mense dei ricchi delle citt& Chi ebbe la fortuna di avere vi- sitato la Toscana mi sssicurava che questa parte dell’ Istria, per la furmazione dei colli e dei monti e per la varia produ- zione, trova riscontro con alcune regioni del bacino dell’Arno. All'insi di S. Stefano ritorna il calcare e con questo gli ar- busti di quereioli e di carpini, sempre pit fitti verso tramon- tana che verso mezzogiorno, i quali vanno discendendo lungo i pendi rocciosi fino al fondo della valle coperta di prati. Ri- torns bella la campagna nel territorio di Pinguente, dove vi sono dei fertili campi di viti, biade e frutta, con un alternarsi di bosco lungo i fianchi de’ monti e di prati. Il clima mite e la qualité del terreno permettono in alcune parti, rivolte verso mezzogiorno e riparate dai venti boreali, la coltura di alcune fratta meridionali e dell’olivo, quest’ ultimo perd in quantita tanto esigua da non considerarsi come prodotto del paese. Ad ogni modo questa regione produceva sempre in abbondanza pane, vino, olio, carne e latte, non solo per sé, ma anco per gli altri, e percié si credeva fosse chiamata Pinguente a at pinguedine terrae.) Nelle parti pit elevate © specialmente nel Carso ritorna la roccia calcare nuda © deserta, coperta qua e la di boschi ¢ di prati alpini, eccellenti pascoli, oon clima freddo, per cui non allignano le viti, gli olivi ed i fichi; ma i cardi, i cappucci e le rape sono la vendemmia degli abitanti. La variet& de’ prodotti richiede una vigilante attenzione degli abitanti per rimuovere molte cause che danneggiano la col- tivazione. Continua dev’ essere la cura nelle valli per lo sterro de’ fossati, che servono di scolo alle aoque, © pel rialzamento de’ prati onde salvarli dagli allagamenti e dalle formazioni paludose. Anche le viti, le biade ed i frutteti, coltivati nelle valli e nelle parti inferiori de’ monti, vengono pii volte dan- neggiati dall’ umidita e dalle nebbie che dall’ autunno alla primavera coprono spesso tutte Je valle, che in tale stato vista dall’alto sembra un ampio mare. Il contadino deve regolare anche il corso dei torrenti, che per le pioggie di frequente troppo violenti precipitano dei monti trascinando a valle la terra e denudando i campi; questi vengono percié in pitt luoghi protetti colle costruzioni di alti muri, che trasformano i fianchi de’ monti in tanti terrazzi. Non in tutti iterreni pud condursi V’ aratro, ed & percid che il contadino & costretto ad adoperare la zappa e lavorare con molta fatica e diligenza; ma pid volte il raccolto viene rovinato dalla siccité e dalla gragnuola che in alcune gole, specialmente in quelle di Zumesco e di Pinguente, mon manca di portare ogni anno Je desolazione in qualche localita. La valle di Montona era per il passato assai pid ricca di ani- mali selvatici. E nello statuto della cittd troviamo cenni delle caccie dei caprioli e de’ cinghiali che oggi sono spariti, ecce- zione fatta di qualche capriolo che discende dalla montagna e ‘vaga disperato sapendo di non trovarsi a casa sua. -Lepri, volpi, tassi, ghiri, ricci, faine e qualche gatto selvatico visi- tano il bosco, ma non in molta quantité. Pii numeroso 4 il lepre nei boschi Iungo le pendici de’ monti. Non vi mancano i colombi selvatici che vivono nelle grote o nelle foibe; pernici, 4) Tommasini, Commentari oto. Arch. V. 8, vol. 4, pag. 612. 480 gallinacci © quaglie a seconda degli anni; rari i cotorni, i galli di montagna, © gli uccelli ecquatici, come anitre sel- vatiche, oche, smerghi. Questi si trovavano per lo passato in gran quantita nel corso inferiore del Quieto, dove a Piscina venivano molti cacciatori da Venezia e ripartivano con barche cariche di questa selvaggine. ') Rari-gli uccelli di rapina, quali astori e sparvieri, che un tempo erano numerosi nella villa di Zamesco e di qualité singolari, per cui i duchi di Mantova, di Modena ed altri principi mandavano della gente a posta a prenderne con licenza dei padroni della villa.) Non parlo degli uccelli minori comuni al reato dell’Istria e compresi nella fauna generale della provincia; mi fermerd solo sugli animali che servono ai bisogni dell’ uomo. Oltre i pollami comuni che circolamo numerosi intorno agli abituri, si allevano anche i tacchini che si conducono al pascolo per i prati e per i boschi. Come animale da soma 6 pit comune |’asino, raro il mulo. Numerosi sono i buoi e Je vacche che si adoperano per 1’ aratro e per tirare i carri che servono al trasporto del fieno e delle legna, ma non per cavarne il burro ed il formaggio, che si fabbrica piuttosto col latte delle pecore, la cui lana serve per fare il panno di griso che si confeziona specialmente nei dintorni di Pinguente. Il cavallo si trova dappertutto, special- mente nelle famiglie pid agiate, ma non costituisce una rezza speciale, né l’allevamento é di qualche importanza. Anche i maiali ‘servono per i bisogni delle famiglie e vengono impor- tati dal di fuori, mentre un tempo ai allevavano in gran copia, quando gli abitanti potevano liberamente raccogliere le ghiande nella foresta, Vige ancora in alcuni luoghi di tenere i buoi e Je pecore in soccita, che si rinnova in un dato periodo di tempo che varia da cinque a sette anni. Fra gli animali velenosi abbiamo il madrasso ela vipera, che vivono nelle costiere deserte, ed il contadino ne cura la morsicatura recitando certe preghiere misteriose ed applicandovi 1) Tommasini, idem, pag. 91. 4) Tommasini, op. cit, pag. 91. 481 uila ferite dell’ erba serpentine pestata, chiamata coronopo sel- vatico, 0 bevendone mista col vino.) Non devonsi in fine dimenticare i pesci che vivono nelle acque del Quieto, fra i quali i pi comuni sono le an- guille, le marene, rossiccie come i barboni, e lo squaglio, pesce bianco come il branzino. Tra i crostacei 4vvi nel flume una specie di tartaruga piccola, detta gaiandra. Negli stagni © nei fossati numerosi sono i gamberi e le ranne. Qua e la s’incontra 1a lontra (ledrig) che da le caccia al pesce saltando nel fiume. Le anguille di mare, i cevoli ed i branzini, se impsuriti o sbattuti dal mare, si spingono su pel flume e ginngono fin sotto Montona. Un tempo erano numerose le peschiere nella valle inferiore del Quieto; di queste rinomata era la Piscina, (di cui si conserva il nome), nella quale eravi una quantita di anguille di mare. Oggidi le peschiere sono tutte nel porto Quieto, mentre lungo i] fiume si fa ancora la pesca colla volega, colle rete a sacco, oppure si chiude il finme colla rete; ma tatto 8 di poca importanza. Dopo questo breve cenno sulla flora e sulla fauna note- remo ancora i numerosi indizi di carbon fossile, di pirite, di sostanze ferruginose, di bitume, fra cui le gagate del Carso di Pinguente, una specie di lignite, donde gli abitanti estraevano un olio medicinale usato per molte infermiti; e le numerose cave di marmi da fabbrica, fra le quali accenniamo quelle di Porto Quieto ai lati dell’ampio bacino e quelle migliori di 8. Stefano, mentre le pitt ricche sono quelle del Carso di Gri- signans. Maggiore importanza ebbe le miniera di allume o di vitriolo a 8. Pietro di Sovignaco, in cui erano impiegati gid dal principio dell’ evo moderno minatori tedeschi, che improv- visamente |’ abbandonarono nel 1683. Nel principio del secolo KVII n’era investito il vene- ziano Giovanni B.* Cavanio, dopo la morte del quale rimase di nuovo abbandonata fino al 1786, in cui fu data I’ investitura al tenente del genio militare veneto Pietro Turrini, il quale 4) Secondo il Tommasini, pag. 628, nel suo tempo le vipere do- veano essere pith numerose, 483 fa sesistito nei suoi esperimenti dal padre Deodato Gallici delle Scuole pie, protessore di fisica nel colegio di Capodistria. Paasd alla ditta Escher di Trieste per esser poi di nuovo ab- bandonata.%) Oggidi della passata attivita rumorosa dell’industria non rimane che la memoria ed il nome “Miniera,. Ben pih importante 8 lo stabilimento balneare, che va sempre pit prosperando per cura del suo proprietario, e che fa sempre rinomato per V’efficacia delle sue scque termali- sulfuree, che scaturiscono a piedi della grotta di S. Stefano. Nella valle si trovano pochi rami d’ industria di qualche vilievo. Fra i mulini meritano cenno quelli dei Grimani, detto mulino di Gradole, sulla roggia omonima nella parte infe- riore; quelli di Stopignek, di Comargnak e della Grotta nella parte media, ed altri numerosi sotto Pinguente, presso 8. Gio- vanni, nella parte superiore. La fabbrica di mattoni all’Antenal presso la foce, quella di S. Stefano e la fabbrica di potassa alle Levade sono le industrie pit notevoli. : Tl taglio de’ legnami, la loro quadratura e le costruzione de’ bottami sono sorgenti di guadagno nella valle di Montona, ove alle Levade ed al ponte Porton trovansi gli scali special- mente per le legna da fuoco. Queste si traggono non solo dal bosco della valle, ma anche dagli altri boschi delle costiere, che sono tenuti generalmente bassi. In questi le legna nere di quercia si tagliano ogni sette anni, e le legna bianche, d’ altra specie di piante, ogni quattordici anni. Sono corte, si misurano @ paso, © si vendono per lo pit a Venezia. Tutte l'industrie del resto 4 di pochissima entitA, sia per Ja quantita che per la qualité de’ prodotti. Tanto il legname da costruzione, che le legna da fuoco si esportano per le vis naturale del fiume ool mezzo di battelli, la cui piccola ciurma 8 formata da uomini di Castagna e di Bollara, sotto il Co- mune di Grisignana, detti battellanti. I battelli pid grandi sono lunghi 11 m. circa e portano un carico di 6000 fasci, o 16 passi di legna. I remi hanno una lunghezza da 6-6 m. Le 4) Kandler, op. c, pag. 15. 483 forcade, che servono per largare la barca dalle rive; 1’ alzana, corda per tirare si il battello contro corrente, e la vela che adoperasi con vento favorevole, sono le cose pit notevoli di questa navigazione. Il tempo che s’impiega a percorrere la parte navigabile del fiume é di circa 7 ore: dalle Levade fino al ponte Porton da 2-8 ore; da ponte Porton fino allo sbocco da 8-4 ore. Dalle Levade fino al roggia di Gradole non si naviga che a seconda dell’ acqua. Se-il geologo ed il naturalista trovano in questa valle un largo campo allo studio delle varie formazioni telluriche ed a quello della flora e della fauna, non meno importanti sono le investigazioni dello storico, il quale ci spiega V’origine del nome del fiume, rileva le traccie degli antichi castellieri e studia limportanza dei singoli luoghi nei vari periodi della storia. Nell’Itinerario antoniniano e nell’Anonimo ravennate, il fiume viene indicato col nome di Ningum o Nengon, la cui re- dice & forse ricordata anche oggidi nella seconda parte della Bottonegla, quasi Bod-nengon (ossia alto Nengon, o Nengon superiore), il che vuol dire che questo era il nome popolare, indigeno, antico, mentre il secondo nome d’Istro fu dato pro- babilmente dai Greci, i quali verso il 900-700 a. C. approda- rono alle nostre coste. Questi, persuasi che un ramo dell’ Istro mettesse foce nell’Adriatico attraversando la nostra provincia, Ja chiamarono Istria, come avevano chiamato Istria quelle regione posta alla foce dell’Istro, ora Danubio, sul Ponto Ensino. Ed 6 percid spiegata la ragione per la quale fecero discendere gli Argonauti lungo il Quieto nell’Adriatico, ma non riuscirono perd a far dimenticare ]’antico nome, che 4 il solo conoscinto nell’epoca romana.’) Nel medio evo, come abbiamo veduto, portava il nome di Laime, e pit tardi i Veneziani diedero il nome di Porto Quieto al bacino di Val di Torre, ove si raccoglievano le ga- lere della republica per essere armate. 1) Benussi, L’Istria sino ad Augusto; Kandler, Notisie dé Mon- tena; Tommasini, op. c. 484 E certo che il Porto Quieto aveva grande importanza all’epoca veneta, se i Veneziani. tenevano un arsenale per Varmamento e pel disarmo delle navi, se Cittanova era il punto di riunione delle navi che doveano viaggiare di con- serva alla volta della Dominante. Difatti nel 1620 furono ve- duti quaranta e pid vascelli grossi, fra i quali alcuni della regina d’Inghilterra. Tl nome adunque che serviva a designare un porto tanto importante passd a tutto il fiume che Quieto pud appellarsi anche per il lento suo corso. Non solo nel nome troviamo l’impronta de’ vari periodi storici, ma numerose sono le traccie che ricordano |’ impor- tanza di questa via naturale, che va dal mare fino ai piedi de’ Vena, ove parecchi varchi mettevano in ogni tempo in comunicazione |’ Istria col versante della Vena verso le Alpi Ginlie: quello di Raspo, castello alpino, chiamato la chiave dell’Istria, che conduce » Rozzo ed a Pinguente; il varco di Gollaz o Monte Calvo, e quello di Cosina nella parte superiore sono i pit importanti. Ed & per questi varchi che penetrarono le legioni romane per impadronirsi dei numerosi castellieri, che dalle sorgenti fino alla foce resistettero loro validamente. Frammenti di fittili, scheggie d’osso lavorato ed orna- menti di bronzo hanno gid constatato l’esistenza de’ castel- lieri di Pinguente, Pietrapelosa (Opatia), del duplice castelliere di S. Stefano, di $, Croce (Bercenigla), di S. Giorgio tra Pie- monte e Grisignana, dei castellieri di Villanova e di 8. Giorgio non Iungi dalla foce del Quieto sulla riva destra, di Nigri- gnano, di Subiente e di Sovignaco sulla sinistra; mentre altri ancora, sia per la loro posizione, che per la loro importanza posteriore devono essere stati potenti, quali Grisignana, Por- tole a destra, Torre, Montona, Novaco, Zumesco, Caschierga, Draguch o sinistra, quantunque in questi, ch’io mi sappia, non siansi ancora trovate che poche traccie per difetto di indagini.) +) In questi giorni nelle vicinanze di Montons turono trovati un simpulo di bronzo presso l’antica chiess di §.ta Elisabotta ed un’ ascia ad alette pure di bronzo presso 8. Salvador. Si conservano nel civico Museo d’ antichité in Trieste. 485 In questi castelli abitava la popolazione pit antica de’ veneto-traci che fu ridotta in gran parte alla costa quando V Istria venne occupata, verso il secolo quinto, dai Celti. Li antico nome Nengo del Quieto, il Bottonegla, il nome Vena, conservato ancora nel medio evo per una grotta presso Sovignaco e per quella di S. Stefano, i nomi dei Inoghi, ed i cognomi colle desinenze in icus ed ocus proverebbero l'origine celtica delle popolazioni che abitarono intorno alle valle prima della conquista romana. E precisamente appartennero alle stirpi dei Subocrini e dei Secussi, detti quest’ ultimi anche Fecnsses, il quale nome corrisponde a quello di Futki, che vien dato ancora agli abitanti sottomontani del distretto di Pingnente. Questi parlano un dialetto slavo sgrammaticato coll’ uso dell’u francese, dimostrando cosi ’ origine celtica, malgrado la sovrapposizione di genti slave, delle quali adotta- rono la lingna.*) Queste stirpi celtiche, miste agli antichi abitanti, abitarono disperse, mentre i castellieri formavano i loro centri pit im- portanti, dove si rifaggiavano se assaliti da altri popoli. Colla conquista dei Romeni (178 a. C.) i pit importanti castellieri furono ridotti a fortilizi o castelli romani, e tali furono certo S. Giorgio alla foce del Quieto, Grisignana, Piemonte, Portole, 8. Stefano, Opatia, Pinguente, Torre, Nigrignano, Subiente, Montona, Novacco, Zumesco e Rozzo: i pii importanti punti intorno al bacino tralasciando di enumerare altri moghi che al- T’ epoca romana ebbero grandissima importanza quali Nengon e Novezio. Oltre i castelli numerosissimi erano i caseggiati o le ville lungo i pendii dei monti. Se percorriamo la valle dalla foce fino alle sorgenti tro- viamo ancora oggidi le rovine e le traccie della romanits del nostro bacino, quali iscrizioni, lapidi, monumenti, mosaici, mo- nete, stoviglie, embrici e tombe. Servendomi in gran parte delle parole del Kandler, dird che a guardia del canale sugli estremi promontori a sinistra presentavasi Aemonia colle mura, colle torri, cogli edifici e coll’ampio porto; a dritta dirimpetto, 4) Benussi, op. cit, p. 161. 486 intorno all’ ampio seno che forma il porto, erano disposti ampli © magnifici caseggiati di borgata, che or si dice S. Marina, e nel 1200 si chiamava Muriglione; dalla stessa parte in declivio del colle 1a fitta borgata che conserva tuttora il nome di Torre. Percorso un paio di miglia di retto canale presentavasi sul declivio del colle e scendente al mare quel castello che poi ebbe il nome di 8. Giorgio, murato, ripartito a tre ripiani, con torre che per lume acceso mostrava ai naviganti il porto e Papprodo; castello, durato Imgemente nel medio evo, nel quale furono veduti mosaici, raccolte monete — alloggiamento di soldati, sulla sommita quasi rocca che presidiasse quel castello che dicono avesse nome di Novezio. Ancora nel medio evo si conservava questo castello, se il patriarca Gregorio di Montelongo |’ aveva abbellito di costruzioni, e se il Nicoletti, nelle vite dei patriarchi, nota le superbe © sontuose stanze nelle tre parti del castello. Dallo stesso patriarca fu dato in pegno ad Almerico Bratti, © dopo il 1420 divenne pro- prieta di Venezia che lo aliend a privati, ma era gid in pessimo stato; fa probabilmente diroceato dai Genovesi nel 1864.1) Dopo altre due miglia a mano destra il castello di Ni- grignano, murato, fitto di case, dal quale si trassero iscrizioni romane, monete, stoviglie, luogo noto © visitato dai cerca- teeori. Ancor due miglia e giungevasi a Ningo o Nengone a sinistra, or Loseri, abbondante d’ antichita, dal quale si trassero inscrizioni, marmi lavorati, medaglie e monete; poco stante il traghetto della strada militare, indi a sinistra sul colle Castagna da un lato, e dall’ altro a destra, sparse sulle colline di Visi- nada le tombe dei romani.... A breve distanza I’ altro castello di Rosario or desolato affatto, poi il colle di S. Pan- crazio (Bercaz) sul pendio del quale numerose tombe di nomi illustri. Dirimpetto a questo Piemonte, ove furono rinvenuti, @ piedi del castello, oggetti dell’ epoca preromana, tombe ed iscrizioni romane e traccie d’una strada che doveva discendere dal Carso nella valle e ch’io ritengo continuasse tra Bercaz e 1) Vedi 1’ Ietria, vol. IIT, pag. 290. 487 Visinada passando il Quieto all’odierno Battizan, luogo di passaggio molto antico. E questa probabilmente la prima strada consolare che da ‘Trieste a Pola passava per |’ interno dell’ Istria, il che sarebbe provato ancora da una lapide, trovata nel 1886, che presenta i caratteri degli ultimi tempi della repubblica.1) Poi sull’ alto del colle la turrita Montona da un lato e dirimpetto il castello di Portole, che chiudevano la serie de’ duplici castelli. Ed altri romani stavano sul corso medio e superiore del fiume, quali S. Stefano, Pietra Pelosa e Gherdo- sella, ma il pit importante di tutti era quello di Pinguente, nominato mmolevtov da Tolomeo ed in una lepide trovate e dedicata alla “Saluti Augustae pro incolumitate Pinguenti- norum,. Molto pii abbondanti sono i ruderi romani verso Rozzo, nel villaggio detto Roma, ove dev’essere stato altro castello romano al quale seguivano quelli di Racizze, Draguch, Verch, Selza, Mlum e Grimalda. Ed é appunto nel Pinguentino che troviamo numerosi nomi colle desinenze in icus ed in ocus propri dei celti.t) * Fra le numerose inscrizioni riportate dal Mommsen e da altri archeologhi, accenno « quella rinvenuta nel territorio di Visinada presso il castello di Nigrignano alla riva sinistra del Quieto, quando costruivasi la strada da S. Lorenzo a Buie ne] 1822. Questa si trova nel seminario di salute a Ve- nezia, sppartiene al primo secolo e fa cenno della legione 4) Vedi Atti e Memorie, vol. II, pag. 202. — Saecia. Publi filia Mazuma. *) Vedi Mommsen C. I. L., pag. 45, in ious: Abalicus (481), Agor- nicus (482), Balbicns (456), Boicus (488), Ditions (461), Laevicus (449), Mo- colicus (460), Nevicus (458), Patalicus (452), Sexticus (456), Veronicus (461), Voraniccus (466); in ocus : Clangocus (496), Fervalocus (487), Laepoous (444); in inus: Lotticinus (489), Megaplinus (447); altre forme sarebbero: Bo- viadus (434), Ventinaris (428), Extionus (456), Marxius (449). Di forma pit antica: Domotor (449), Dommus (448), Hospolis (449), Hostus (481), Lam- ‘berns (449), Lomoliavus (450), Lucumo (428), Lupo (455) Mercius (449), Vol- timesis (485). Di donne: Tubina (492), Hospita (454), Marcella (449), Ovia (449), Pepa (450), Regilia (449), Ternila (449) eco, I numeri fra parentesi si rifescono alle iscrizioni. 488 nona che fu detta poi ispanica, la quale & chiamata col titolo di Triumphalis dalla memoria recente della vittoria e del trionfo d’ Azio (81 a. C.). Nel territorio di Visinada ne furono rinvenute aloune nella localits Zudetich ed una o Visinada le quali sono inserite vicino alla chiesa parrocchiale, una nella parete della Ma- donna de’ Campi, due a S. Domenica ed una a Golaz di Castellier. Nel territorio di Montona ne furono trovate molte, e fra queste importante & quella di Bercaz (in Brenerio) con lettere rozze, la quale copriva un vaso di cotto con ceneri ed osss. Tralascio per brevit di nominare quelle di Villa- nova, Verteneglio, Buie (Crassizze), Castagna, Piemonte, Por- tole, Pinguente, Rozzo ecc., le quali tutte sono prove irrefra- gabili della civiltd romana estesa lungo tutta la valle, perchd contengono non solo nomi d’illustri famiglie che aveano qua e 1 i loro predi, ma ci fanno menzione di divinité, di edili, di militi legionari, di coloni militari, di nuovi abitanti (incolae) e di peregrini. E pit di tutto devesi ricordare che alle foci del Quieto stava la colonia di Emonia oggi Cittanova, nomi- nata dal geografo di Ravenna, il quale usd la tavola Peutin- geriana e la chiama Neapolis. Venne distrutta verosimilmente in oceasione dell’ ultima guerra dei Goti contro Narsete 6 costruito in sua vece dai Bizantini nel 600 circa il castello di Novate, che l’anonimo di Ravenna chiama Neapolis. In questa ed in un’iscrizione trovata a Villanova del Quieto abbiamo cenno della trib Pupinia cui appartenevano i Triestini.1) Come sappiamo le colonie in origine erano formate di cittadini che godevano il ius coloniae e degli antichi abitanti, i quali pid tardi, aggregata I’Istria all’Italia (27 a. C.), si fusero © costitairono i comizf cittadini; e Cittanova ebbe quindi forma municipale coi decurioni che costituivano quello che si direbbe oggi il consiglio municipale, coi duumviri, cogli edili e cogli sugustali. Questo periodo di splendore dell’ epoca romana fu distratto dagli interrimenti della valle, dalla formazione di paludi e pid +) Mommeen, n. 18. 489 di tutto dalle scorrerie di popolazioni barbare che cominciarono gid nel secolo VII in questa parte della penisola. Intendo parlare delle scorrerie dei Longobardi, degli Avari e degli Slavi; © specialmente di quest’ ultimi che, soggetti agli Avari della Pannonia, ebbero pi volte I’ ardire di varcare i monti di confine per depredare le parti superiori del Quieto, ritirandosi col bottino nei loro paesi. Quegli slavi di cui fa menzione il pontefice S. Gregorio nella sua lettera indirizzata a Massimo vescovo di Trieste “et quidem de Slavorum gente, quae vobis valde imminet, et affigor vehementer et conturbor. Affligor in his quae jam in vobis pateor, conturbor, quia per Istriae aditum jam ad Ite- liam intrare coeperunt,). Una delle pit terribili incursioni fu quella del 611 al tempo dell’ imperatore Eraclio in cui gli sloveni commisero le pit atroci crudelté contro gli abitanti della campagna, i quali forono costretti a rifugiarsi per la maggior parte entro le mura delle citth alla costa, donde ritornarono, dopo cessato Turagano, nelle loro antiche dimore orribilmente devastate. Fa questa una devastazione simile a quella degli antichi Celti che costrinsero i veneto-traci ad abbandonare I’ interno, colla differenza che gli slavi non ebbero ancora il coraggio di pren- dere stabile dimora. Pinguente e Montona validamente fortificate resistettero ed accolsero i fuggiaschi della campagna. Ben presto ne mutarono le condizioni coll’ epoca feudale, coll’ imposizione dei baroni e coll’introduzione d’ un sistema di governo che mal s’ adattava alle libere istituzioni romane godute dai nostri abitanti anche sotto il breve governo bizan- tino, il quale lascid traccie nelle monete di questo tempo raccolte in varie parti della valle e nella memoria di quelle popolazioni. Contemporaneo al sistema feudale, consolidato dai Franchi, 8 lo stanziamento degli slavi nelle parti superiori del bacino ai quali furono distribuiti dei terreni tolti alle cits. Riserbando mi di parlare nella storia di Montona dei castellani della valle 0 delle varie lotte degli abitanti contro il nuovo regime, mi fermerd solo ad accennare brevemente alle condizioni etniche presenti come conseguenza storica delle passate evoluzioni. 490 certo che gli slavi pid antichi della valle sono da con- siderarsi quelli del distretto di Pinguente, dove 1’ elemento celto-romano fu soprafatto dalla venuta dei nuovi abitanti. Questi appartenevano alla stirpe slovena, e sebbene mante- nessero sempre il loro dialetto, non conservarono la loro im- pronta nazionale, ma si fusero in gran parte cogli antichi abitanti, accettando da questi molti vocaboli nelle loro parlate e subendo quelle stesse modificazioni negli usi, nei costumi e nella lingua cui andarono incontro le pit antiche popolazioni della valle. Impararono un po’ alla volta il dialetto ladino e successivamente il veneto, senza dimenticare il proprio che conservarono molto corrotto. La prova dell’ origine slovena sarebbe nell’ uso del cai (che cosa?) a differenza dei croati che adoperano il Zas, la prova poi della loro antica dimora sarebbe la conoscenza perfetta del dialetto veneto pronunciato bene come lo pronunciano gl’italiani del distretto. Quest’ elemento sloveno @ esteso sui monti e sui pendii prospettanti la valle superiore ; nella media s’estende sulla riva destra lungo i pendii di Portole, Piemonte e Castagna. I Brazzana segnerebbe il confine alla riva sinistra fino al punto in cui piega quasi con direzione parallela a quella del Quieto. In molti punti, come nel territorio di Rozzo, Colmo, Draguch, Grimalda, Chersicla 6 misto all’elemento croato che, venuto pit tardi, si rivers} a varie riprese dalla contea di Pisino, laonde 6 oggidi impossibile segnare la divisione fra Yun e |’altra stirpe per la fusione avvenuta. Anche nel terri- torio di Montona gli sloveni si stabilirono sui pendii pid bassi ri- volti verso la valle (Monte de’ Belettici, Fineda, Caldier e Bercaz), mentre le parti pit elevate di Zumesco, Caschierga « Novaco yennero occupate dai croati che vessati dai baroni della contea, trovarono ospitalit nel territorio montonese e s‘inoltrarono lungo il torrente Chervaro da Novaco e Caroiba fino a Raccotole. Gli italiani abitano nelle citth © nelle borgate maggiori: Bozzo, Pinguente, Portole, Piemonte, Castagna, Grisignana conservansi pure; mista é la popolazione di Sdregna, Sovi- gnaco e Draguch. Nelle campagne notiamo ancora che vi sono molti nomi di origine italiana. Puramente italiana 6 la cittadella di Montona, mentre slava 6 la maggior parte della 491 campagna, eccetto alcuni casolari; ma anche jni molti sono i cognomi d’ origine italiana. E certo che i nomi italisai sparsi nel territorio, se anche slavizzati, ricordano il periodo in cui P elemento italiano era il solo nella campagna, dove per vicende storiche, fa soprafatto dallo slavo. Chi visita questi pendii resta meravigliato di sentire parlare un bellissimo dialetto ve- neto da contadini slavi che certo conoscono meno quella che dicono la loro lingua, specialmente sui fianchi dei monti di Portole, Piemonte, Castagna, Grisignana, Fineda e Bercaz; ma non meno meravigliato dev’ essere chi vede molti degli stessi contadini per eccitamento di sobillatori stranieri far causa comune coi croati, mentre essi stessi, lo ripetiamo, sono per la meggior parte per tipo e per lingua d'origine slovena, misti agli antichi abitanti ed agli italiani che lungo questi pendii viveano quali pacifici agricoltori. I nomi Castellani, Rumini, Fleghi, Sauletti, Visentini, Benini, Cassini, Zubini, Freschi, Bassaneso, Casetti, Clarici, Reganzini, Calcini, Pisoni, Germeni, Zigante, Fiorini, Ferri, Mantovani ecc. sono troppo italiani per contestarne I’ origine. Oltre questi nomi ne abbiamo alcuni colla terminazione slava, ma che certo tradiscono sempre la radice italiana, quali Bartoli(ch), Toncini(ch), Beletti(ch), Steffani(ch) ecc. — Causa le guerre tra citt& e citta, tra signori feudali e cittd, tra i patriarchi e Venezia, tra questa e Genova; causa le numerose pestilenze che desolarono la provincia ed annientarono quasi la popolazione della campagna, si senti il bisogno di acco- gliere l’elemento croato, che venne dapprima dalla contea e pit tardi, nei secoli XVI e XVI, in gran parte dalla Dal- mazia, Bosnia ed Erzegovina per importazione della repubblica veneta. Si popolarono di Croati, oltre le campagne di Co- schierga, Zumesco, Novaco, Caroiba e Raccotole, cui ho ac- cennato, anche quelle di Visinada, Castellier, Torre, Villanova e qualche parte di Crassizza, mentre la colonizzazione fu pit feconda nei Carsi di Grisignana, Piemonte, Portole fino alla regione di Topolovaz, i quali perd non appartengono al ba- cino fluviale del Quieto; ed altrettanto dicasi della campagna di Montona rivolta verso la contea e verso il distretto di Pa- renzo, di cui avré altrove occasione di parlare. 498 I croati adunque s’ estesero assai pi tardi nelle campagne rivolte verso la valle, © per la maggior parte incomincia questa loro immigrazione appena nel secolo XVI; mentre nella prima met& dello stesso secolo si stabilirono sull’altipiano del Carso i Cici, popolazione rumena, la quale, abbandonata la Mace- donia, vagd per l’Erzegovina e fuggi da qui mista all’ ele- mento croato, all’avanzarsi de’ Turchi, spingendosi nell’ Istria fino al Carso di Trieste. Importantissima riesce adunque la valle del Quieto dal lato etnografico, perché ricorda in ordine di tempo i differenti popoli della provincia, ciod i veneto-traci, i celti, i celto- romani, gli italiani e gli slavi divisi nella stirpe slovena e croata; ricorda V’epoca feudale dei baroni tedeschi, che po- tenti e minacciosi dominavano la valle dai loro castelli, che dovettero cedere all’autonomia municipale, sostenuta dalla repubblica di Venezia, la quale diede il crollo alle istituzioni straniere. Ricorda ancora gli antichi confini ecclesiastici fra i vescovati di Cittanova e di Parenzo, divisi dal tratto di fiume che va dalla foce fino al mulino di Comargnak sotto Gradine. Tn questo punto le due diocesi suddette confinavano con quella di Trieste, che si estendeva anche verso la vallata del Bottonegla, il quale formava confine tra la diocesi pa- rentina e tergestina fino al canale Ucoti, ove era trifinio colla diocesi petenate.') 1) Kandler, op. c, pag. 2% CAPITOLO I. Montona. La dove la valle maggiormente s’allarga su colle alto 277 metri torreggia il castello di Montona, collocato quasi nel mezzo ed unito con piccola insellatura ai monti circostanti disposti a guisa d’anfiteatro. Montona si presenta maestosa, vigile scolta della valle con a tergo i campi continuati che a larghi ondeggia- menti vanno estendendosi fino alle spiaggie parentine. I pano- rama che vi si gode, se non molto esteso, & vario e delizioso. Dalle mura del castello si dominano le due arterie principali della citté. I monti Vena ed il Maggiore da un lato dell’ orizzonte, il mare aperto dall’ altro, la prospettiva dei colli colorantisi in varie tinte, il verde delle valli, il placido © lucicante corso del fume, che serpeggia fra gli arbori della foresta, dinno impressioni che si sentono, ma non si possono descrivere. Si manifesta quale luogo propizio, estremo convegno dei mon- tanari © degl’ Istrioti provenienti dal mare e dalle spiaggie; si presenta porto e mercato dell’ interno della penisola, si pro- piziamente collocato che niun altro dell’ Istria mediterranea pud paragonarsi. In queste parole del Kandler troviamo la spiega- zione della sua importanza come castello preromano, romano © medioevale. Montona prende la radice dal monte che si ripete in altre localita del distretto e delle vicinanze, come Montelino, Mon- cits, Monte Ritossa, Montizzan, Mondellebotte, Montreo, Monte Grande, Monte Messio, Monticelli, Montebello, Monte Subiente, Montizzar, Montariol e Momparezzi. A questa voce di monte i Romani aggiunsero 1a desinenza in ona, che accenna ad antica 494 citté, come Albona, Flanona ece.') Prima di diventare romana Montona ed il suo distretto furono certamente abitati da Celti. Oltre il Nengon (fume grande) ed il Bottonegla (fume piccolo) abbiamo Mondellebotte, in latino Mons Buttarum, che deriva da Butte applicato a torrenti in tutta la regione delle Alpi venete.*) Non solo s’era conservato fino dal medio evo la voce vena per rupe, come abbiamo veduto, ma nel villaggio di Caldier, poco discosto da Montona, conservasi lo stesso nome de’ Caldiera, detti anche catena del Monte Maggiore; e nella parola Cal al confine di Zumesco verso la contea abbiamo la pretta radice cail, che in celtico vuol significare “selva,. Fra i nomi di persona abbiamo dalle iscrizioni romane: St. Sis- seno (Montona), L. Blaesio Rustico (Valle del Quieto), Blaesia, Flaemica Paulina (Castagna), Metra Leuca (al Quieto), Vol- ginia (Montona), Voltio... Cipariae (pr. Montona), Voltilia (nella Val Quieto), Lasaca (Montona), Mato (Caroiba), i quali sono celtici e trovano riscontro nelle provincie abitate da Celti. Fra i nomi dei Inoghi nominiamo Monte Messio che troverebbe la radice nel celtico maisse “bello, gentile,, e So- vischine, chiamato cosi da Sidovischina, Iuogo abitato dai Siddvi, popolo di statura molto alta che secondo la tradizione degli slavi abitava queste regioni e quella di Sovignaco prima della loro venuta.*) Incerta 6 la derivazione di Novaco e Raccotole. Bercaz, che si dovrebbe chiamare Brancacio, deriva da Pancrazio, santo protettore del luogo la cui festa era di precetto a Montona. Dirimpetto a Montona sta il monte Subiente o della Ma- donna di Subiente in cui trovaronsi antichita preistoriche e romane, laonde é da ritenere che vi esistesse antico castelliere convertito pit tardi in fortilizio romano. Incerta & I’ origine del suo nome, a meno che non si volesse derivarlo dalla voce 1) Kandler, Notizie storiche di Montona, pag. 38. *) Bonuasi, L’ letria fino ad Augusto, pag. 145. Kandlor, op. cit, pag. 87. Nella vallata del Quieto troviamo questa voce Butte in tatte le forme: Buttorai, Bottizzan, Bottarico. *) Vedi Benussi, Ann. S. Stefano al Quicto, pag. 5. 496 volgare subiar (zufolare, soffiare), per il vento che scuote for- temente gli alberi che si trovano sulla cima, Era importante specula o vedetta, centro di ampie comunicazioni all’ ingiro, che avvisava i Montonesi dell’avanzarsi del nemico dalla contea. I castellieri esistenti in tutte le parti del distretto, i nomi dei luoghi e quelli di persona tramandatici dalle iscrizioni sono prove ad ogni modo sufficienti per ritenere che anche Montona, come gli altri luoghi dell’ Istria interna, sia stata abitata da veneto-traci e da celti che si fusero coll’ elemento latino portato colla conquista romana. Oltre i nomi prettamente romani dei Valert, Statilf, Cor- neli, Cominf, Aufidi, Papili, Flavi, Postumt e Giunf, abbiamo memoria di un brandello d’ iacrizione, veduta dal vescovo Tommasini nel cimitero di Cittanova, che accenna a Montona Rustica (MONTONA RUS). Fra i luoghi vicini merita speciale menzione Caroiba, corruzione di Quadravium, nome dato dai Romani all’ incro- ciatura di vie e comune ad altri Iuoghi dell’ Istria,") nelle cui vicinanze trovaronsi traccie di un accampamento, Badausum (Badés), Columbaria che si trovava fra Visinada e S. Maria, di Campo, Montreo da Monte Arecio (nel 1680 dalla Chiesa detto Montrevins), Montizzan dalla gente Titia, le numerose iscrizioni ed altre antichitd trovate a Montona ed in tutto il distretto sono prove evidenti dell’ antica romanita e dell’antico splendore.*) Il territorio del presente Comune locale comprende Mon- tona, colle localité vicine Laco, Murari, Resari, Diviachi e Pizzilongo che formano il suburbio della cittd, e s’ estende sulle ville di Bercaz (meglio Brancacio), Fineda-Zumesco, So- vischine, Caldier, Novaco, Caroiba, Raccotole e Montreo. Vi appartenevano un tempo Visignano, Mondellebotte, S. Gio- vanni di Sterna, 8. Vitale e Sta. Domenica, Confina a levante 1) Kandler, op. cit, pag. 88. A Milano Carobio, nel Friuli Co- droipo, nella Polesana Caroiba. +) Vedi Kandler, Notisie di Montona, pag. 98 © seg. 496 col distretto di Pisino © con quello di Pinguente; a mezzo- giorno con Parenzo; a ponente con Visinada e Grisignana ed @ tramontana con Piemonte e Portole. Montona 4 centro del distretto giudiziario che comprende i Comuni locali di Mon- tona, Portole, Visignano e Visinada, i quali fanno parte del distretto politico di Parenzo. Secondo ]’utima anagrafe il comune locale di Montona conta una popolazione di 5567 abitanti, divisi in 1962 italiani, 3596 croati, 6 sloveni e 3 tedeschi: il che sarebbe un consi- derevole aumento dopo l’anno 1816, in cui si contavano 3476 abitanti, eccettnate le ville di Visignano, 8. Giovanni di Sterna © 8. Vitale, le quali formano oggidi il comune locale di Visi- gnano con una popolazione di 3760 abitanti, mentre nel 1800 ne contavano appens 1800. Nel 1806 la popolazione di Mon- tona, comune centrale, ascendeva a 1463 abitanti, nel 1813 a 1028, nel 1815 a 1004, nel 1869 a 1267 e nel 1890 a 1400, per cui osservasi un aumento dal 1813, perd non tanto rile- vante in confronto d’ altre citt& dell’ Istria. Delle 5557 persone che formano la popolazione, 2867 sono maschi © 2690 fommine. Nei singoli luoghi la popolazione & acompartita nella seguente maniera: Montona con 271 case abitate da 1400 persone Beroaz eC Zumesco , 99 , 4 4 OF y Soveching = 67 = = Caldier [oe ce Novaco 21 2 ie Caribe gf 70 Gia Haccotle 5 68 5 5 = Big 2 Moses 2 Somme 883 case abitate da 5557 persone Dal suesposto prospetto risulta evidente che la citts di Montona 4 il centro in cui rimasero uniti gli antichi abitanti italiani, che conservarono sempre inalterate la lingua e oivilta latina, mentre nella campagna se ne trovano solo 562, che sono i superstiti dell’ antica popolazione soprafatta dagli slavi. 497 Questi andarono lentamente aumentando, causa le traversie comuni al resto della provincia, per la successiva immigrazione dalla parte della contea di Pisino, donde venivano accolti nel territorio veneto come ticini, concedendo loro terreni verso pagamento della decima. Coll’ importazione de’ Morlacchi, co- minciando dal secolo XVI, si popold quella parte della campagna che va lentamente abbassandosi al mare. Gli slavi vivono in singole famiglie sparse in villette e casali per la campagne, i quali prendono il loro nome dalle famiglie che vi abitano ; e po- trebbero servire di base per riconoscere il tempo della loro ve- nuta colla scorta dei documenti d’ investitura fatta dal Comune. Per avere un’ idea della distribuzione isolata dei casali nelle campagne, basti sapere che a Bercaz il maggior numero di case unite 8 di 7, a Zumesco di 16, 8 Sovischine di 13, a Caldier di 20, a Novaco di 26, a Caroiba di 80, a Raccotole di 9, a Montreo di 16. Gli slavi diedero nuovi nomi alle singole localité o stor- piarono gli antichi in modo che riesce ormai molto difficile rilevarne le antiche denominazioni. Ad ogni modo la maggior parte di queste conservarono fino ai di nostri I’ impronta italiane che sara perenne testimonianza della quasi estinta popolazione che abitava la campagna. In riguardo all’ istruzione degli abitanti, osserveremo che pur troppo vi sono soli 602 che sanno leggere e scrivere, e 4965 analfabeti. Gli analfabeti sono gli Slavi della cam- pagna, mentre nella citts le scuole elementari ben ordinate ed il gruppo della Lega nazionale provvedono all’ istruzione ita- Tiana del popolo, che ha coscienza d’appartenere ad una na- zione civile. Tl territorio 8 posto per la maggior parte nella zona arenaceo-marnosa con numerosi affioramenti calcari, la quale verso sud-ovest é limitata da una sottile falda di calcare num- molitico che comincia sotto il colle di Vermo e va estendendosi fino alla valle del Quieto. E preponderantemente ad alveoline con affioramenti negli strati inferiori di calcare liburnico che prende maggiore sviluppo nei dintorni di Caroiba e Visinada. Nella stessa direzione continua il suclo calcare, ricoperto da 496 uno strato pi o meno continuo di terra rossa, dove spesseg- giano le depressioni crateriformi e le caverne, dette foibe, che nel distretto sono circa 60, alcune delle quali ampie @ pro- fonde. Fra le cavité imbutiforme merita speciale menzione il vasto avvallamento prativo di Montreo, detto la valle di Badés (Bedausio), il quale ha una circonferenza di quasi due chilo- metri con una profondith centrale di cirea cinquanta metri, rinomato nella storia per i combattimenti contro gli Uscocchi. Dalla conformazione geologica del suolo dipendono i vari prodotti che sono vino, olio, biade e frutta in quantits, spe- cialmente il pero ed il melo. Nel passato andavano rinomate per tutta I’ Italia le noc- ciuole o avellane, la cui rendita era di grandissima considera- zione; al presente né @ trascurata Ja coltura e non crescono che nello stato selvatico.") Prosperano inoltre il fico, il man- dorlo, il pesco ed il ciliegio, prospererebbero altre frutta squisite, precipuamente nei terreni marno-arenacei rivolti verso mezzo- giorno, se vi si ponesse maggior cura o se vi fossero vie di comunicazione pit facili per favorime 1’ esportazione. Anche i boschi hanno una considerevole estensione e vi predominano quercie, carpini, ostrie e frassini. Sono tenuti generalmente bassi, e servono per trarne legna da fuoco, eccetto, a’ intende, quello erariale nella valle di Montona, il quale ha una su- perficie di 1847 ettari e da una rendita scarsa, laddove sarebbe per Montona e per i luoghi circostanti una vera risorsa eco- nomica se venisse tramutato in coltura. I prati si dividono in quelli che servono per falciare Yerba ed in quelli che sono abbandonati al pascolo: i primi occupano i terreni pit fertili; gli altri s’ estendono Iungo i dorsi sterili e rupestri dei monti. Il territorio tutto si divide: arativo iugeri 1846 e kif, 575 prato n 169 , 642 orto . 498 , 1087 vigne » 316 , 840 pascolo , 8603 , 1235 beso 3 0 i119) palude 1, 14 4) Vedi Tommasini, op. cit,, pag. 416. | 499 La superficie complessiva del Comune locale 8 di 16370 ingeri e 869 kIf, divisa in 14847 ingeri © 886 If. di terreno produttivo, in 47 iugeri e 1898 kIf, appartenente agli edifizi 0 cortili ed in 474 iugeri e 1330 EIf. di terreno improduttivo con una rendita netta di f. 30,942 e soldi 80, cio f. 2.08 in media per iugero. E precisamente: per Varativo f. 2.80 per ingero il prato , 3.76 , Y orto 6.24 Is Vigna, 3.22 il pascolo ,, 0.60 i bosco 1.04 la palude , 0.62 deus ae aay sara sess LL possesso & frazionato; vi sono perd delle vaste tenute nelle mani di pochi possidenti, i quali s’ sdoperano al miglio- ramento dell’ agricoltura. I numero dei fogli di possesso rilasciati ai contribuenti 8 di 3166, ed il numero delle particelle catastali 4 di 28616, di modo che ad ogni particella spetta in media una super- ficie di 859 kif. di terreno coltivabile.*) La fauna é in complesso comune al resto dell’ Istria pe- demontana, eccetto alcune specie proprie della valle del Quieto. Considerevole & lo sviluppo dell’ animalia favorita dai numerosi pascoli. Il territorio di Montona conta: 842 buoi, 51 cavalli, 10 mul, 656 asini, 22 capre, 3171 pecore, 630 maiali 6 10 alveari. Ristretta al sommo del colle Montona ha I’ aspetto pitt di castello che di citta, © per casirum fu tenuta da antichissimo tempo. I Romani trasformarono il castelliere celtico che do- minava la valle con un circuito di muraglia che seguiva I’ orlo 1) Francesco dott. Vidulioh, Materiali per la statistica del- P Istria, Parenzo, 1886. 600 della sommité del colle; e nell’interno, secondo lo spazio, ele- varono delle torri, che servivano per ultimo ricovero della guarnigione e per salvare le provvigioni dell’ accampamento militare che stava di solito nelle vicinanze di tali castelli.t) Nel territorio di Montona, un’ ora distante, abbismo traccie del campo romano presso Quadruvium (Caroiba) per il quale passava la strada militare. La stessa parola burg 6 di origine indogermanica, e da quosta espressione deriva V'italiano borgo, cha da idea di Iuogo fortificato. A Montona troviamo gid nel 1884 Je parole in burgo od in burgis che si conservano ancora. L’ uno lungo la china di mezzogiorno, detto il Borgo, il quale si suddivideva sempre nelle contrade Beccherie, 9. Ci- priano e Fontanelle, in continuazione delle quali vengono quelle eatra muros di Bialto con Piziol, Favorita e Vignacorte; |’ altro & detto oggi Gradiziol e va declinando verso Oriente. Molte antichité romane, che andarono dissipate e poste negli edifici, furono trovate in vari tempi nell’ interno del castello, fra cui ai giorni nostri fu scoperto un pozzo. Con- serva intatte le mura interne, che sono da considerarsi per le pid antiche, ricostruite ed adattate secondo le circostanze ed i bisogni dei tempi. Queste misurano 426 metri di lunghezza e circondano il castello propriamento detto. Elevate in media da 9-15 metri dalla parte esterna, s’appoggiano verso I’ interno su archi, detti fornici, sotto i quali si aprono nella muraglia le antiche ferritoie e le archibusiere, sopra le quali sta uno spaldo, oggi passeggio, che gira tutto all’intorno, presentan- doci il vario panorama. In questa cinta trovansi ancora le sporgenze dei quattro torrioni antichi, i quali s’elevavano aperti nell’interno, ed assieme alla torre centrale, oggi torre campanaria, detta anticamente furris magna, servivano a me- glio difendere il castello e ad osservare i movimenti del ne- mico da lontano. La sola torre centrale conserva i merli ca- ratteristici delle fortificazioni medioevali, i quali si trovavano sulle mura tanto della prima cinta che delle altre, come lo prova un’indicazione anteriore al 1300 colle parole: super 1) Juhns, Geschichte des Kriegewesens, vol. I, pag. 290. 601 merlis castri et barbacani. I merli riparavano tutto il corpo del- VY’ uomo, mentre lo spazio frammezzo lo copriva fino alla cin- tura, Ai merli dei castelli si radunavano le dame per assistere ai tornei, che si davano nel cingolo, od ai giuochi nei quali i cavalieri, i nobili e pit tardi anche gli altri cittadini si dilet- tavano nel getto delle lancie e delle pietre, rallegrandosi della prodezza dei loro mariti, dei loro figli © de’ loro sposi; © sui merli delle torri s’alzavano le bandiere e pit volte, come trofei, le teste dei nemici e le armi dei caduti cavalieri.') Col medio evo questi castelli ricevettero un’altra im- pronta; e ‘gid prima delle crociate comprendevano, oltre la cinta, il palazzo coll’ atrio pel signore del castello, derivato dal- Vantico pretorio, la caminata, fabbricato che serviva per la famiglia del signore, il battifredo ed il pozzo, sopra il quale di solito stava la torre, oppure se era fuori del castello une via sotterranea vi conduceva, o nell’interno eranvi delle ci- sterne.*) E chi non riconosce a Montona le traccie delle su- dette parti? Tl comandante chiamavasi castellano, burgravio, dominus castri, © da questo dipendevano la guarnigione ed i castellani. La sua carica era impiego o feudo. Nel 1170 troviamo una Ricearda, signora di Montons, che la tredizione popolare chiama regina ed attribuisce a lei la fondazione del castello. Quests non & che la discendente di nobile lignaggio tedesco congiunta in parentela ai conti d’Istria; ed 6 probabilmente Vultima di quegli antichi baroni che avevano giurisdizione in Montona e tenevano in feudo le decime dei vescovi di Parenzo. Il vescovo Tommasini racconta, che un calice ed una patena d’oro del peso d’oncie venticinque siano stati fatti da una coppa d’oro, che serviva ad un re d’ Istria, do- nate alla chiesa dalla regina sua moglie, sopravissute al ma- Tito, il corpo della quale si diceva fosse stato trovato con una corona in testa, a piedi della porta della chiesa maggiore vecchia, corona che poi andé smarrita. In un sotterraneo 4) Juhng, op. c, v. V, pag. 668. 4) J&hns, op. c v. Il, pag. 615. 502 della detta chiesa si trovd il corpo del re, e percid il capitolo usava nelle quattro tempora dell’anno incensare la tomba della regina.t) E certo che non si tratta d’un re e d’una regina, ma dei signori baronali che aveano luogo riservato di sepoltura nella chiesa, la quale era pii ampia della presente; ed anche ai giorni nostri, sull’angolo fra la chiesa e la casa Polesini, furono rinvenute delle tombe che comprovano |’ esi- stenza dell’ antica. Prima delle crociate adunque esisteva il palazzo appog- giato alle mura, il quale si allargava verso la piazza interna del castello di forma quadrilatera, ove si trovano ancora due cisterne, l’una delle quali, quella presso il caff’, sembra essere la pit antica, se consideriamo 1a forma della vera sulla quale 8 scolpita una croce di rozza fattura, gigliata, di tipo vec- chio, ed un maschio di fortezza merlato e finestrato con torre finestrata di tre pezzi, pure di tipo vecchio, che avrebbe vo- luto rappresentare il castello (fig. 1). Anche il battifredo si potrebbe forse rilevare dall’espressione di porta Gualfredi, di che trovai cenno nel 1378 “Super curitorium castri et usque ad portam Gualfredi,, a meno che non si voglia considerare questo il nome di qualche castellano, che fece costruire una porta che metteva probabilmente al borgo principale. Ed il corridoio del castello sarebbe stato il giro interno attorno i fornici, percorso dal lenone, che si frustava prima d’impri- mergli il marchio (cum bulla 8. Marci) e di venire in perpetuo bandito da Montona.) Non rilevansi traccie d’una via sotterranea, tanto im- portante nei castelli per le comunicazioni esterne, ma Avvi tradizione fra il popolo che servirebbe a provarne |’ esi- stenza. Al tempo delle crociate s'apprese I’uso del barbacane, del bastione esterno o propugnaculum, del cingolo e dei baloni aperti con ribalte, L’esistenza di tutte queste parti, che mo- dificarono il nostro castello, se la pud facilmente provare. 0 4) Tommasini, op. c, pag. 414. ) Statuto di Montona, C. 147. 508 Di Cange o I'Adelung spiegano il barbacane come un propu- gnacolo esterno, che serviva di baluardo specialmente alla porta del castello od alle mura, per oui si chiamava antemu- rale o promurale, e sembra che la parola sia d’ origine araba.") Altri ne danno un diverso significato, fra cui quello derivato dal suono di barba, corrispondente ad opera esterna aggiunta ; e tali sono chiamati in Montona i sostegni delle mura. I barba- cane era ad ogni modo un baluardo esterno, che copriva o difen- deva un’entrata, una porte o la cinta del castello propriamente detto e permetteva alla guarnigione della fortezza di raccogliersi innanzi al muro di cinta del castello per tentare una sortita © per coprire una ritirata o per farvi entrar trappe ausiliari. Un castello ben fortificato era sempre provvisto del suo barba- cane. Il cingolo era lo spazio posto fra le mura principeli ed un’ altra cinta pit bassa. A Montona questa seconds cinta, mi- surata fra i punti d’intersecazione del torrione del Barbacane e la Portizza, ha una lunghezza di 166 metri. Essa si conservava merlata ancora prima del 1300, dista dalla prima da 17-28 metri circa, e di questa non restano che poche traccie. Lo spazio tra luna e |’altra chiamasi oggidi tutto barbacane e corri- sponde al cingolo: serviva, oltre che per i giuochi, anche come campo agrario ¢ giardino. In caso di bisogno era luogo di rifugio degli abitanti della campagna, che vi si ricovera- vano coi loro animali in tempo di guerra, oppure spazio ove si raccoglievano i soldati per fare i loro esercizi. Al tempo della guerra di Gradisca troviamo un esatto accenno dell’ uso che se ne facevs. Difatti, gis nel 1608, la Comunits compera tutti gli orti, che si estendevano dalle Porte Nove fino a quella di S. Cipriano (vedi il disegno) compresi fra la mura- glia di sotto e quella del castello, per alloggiare i soldati e gli abitanti del territorio colle loro robe e cogli animali in tempo di guerra; e domanda al Senato d’esserne assicurata, 4) “propugnacolum exterius, quo oppidum aut castrum proesertim vero eoram porta aut muri muniuntur: unde antemurale promurale appellatur, cuius vocis originem plerique ab Arabibus accersendam ease putant,, — J&hns, op. c, v. IL, pag. 658 504 della proprieta. I1 che le fu accordato soltanto pit tardi, nel 1617, quando, finita la guerra, gli orti non servivano pia a quel fine oui erano stati destinati, a condizione perd che la Comunita li potesse coltivare senza impiantarne alberi e serragli, affinchd in caso di guerra lo Stato se ne potesse sempre servire per ricoverare la gente del territorio 6 gli enimali.') Congiunto col barbacane da una parte e col castello dall’altra stava il bastione o propugnacolo delle Porte Nove. Questo si conserva intatto, non pii certamente nella sua forma merlata, ma tale da poterne rilevare la sus importanza. Si eleva al di sopra delle sudette Porte, l’una delle quali ser- viva d’uscita esterna e l’altra dava accesso alla platea aralis © piazza esterna del castello. In continuazione di questa tro- vasi ancor oggi la loggis, che col nome di Lobia maior osi- steva gid nel 1881, ove si raccoglieva spesso il Consiglio cit- tadino; ed il podest& coi gindici amministrava giustizia seduto al banchum juris; e nella colonna di mezzo si affiggevano i bandi e le nuove disposizioni publiche. Alle Porte Nove ed a quella che d& accesso al castello si conoscono ancora le sca- nellature delle saracinesche, di quei tavolati, che nelle for- tezze si tenevano legati con catene sopra le porte per chiu- derle alla sera. Sul bastione suddetto si vedono anche le ribalte colle relative aperture, dalle quali si versava il liquido bol- lente sui nemici che vi si avvicinavano; ed al loro lato sono stati pratioati pii tardi due fori rotondi per i cannoni. Su questo bastione i contestabili doveano tenervi di e notte una guardia, che con una campanella dava al bisogno avviso alle guardie del castello, con cui il bestione era congiunto me- diante un ponte. La seconda cinta adunque, il cingolo, il barbacane ed il ba- stione farono opere fortificatorie costruite o rifatte, a mio avviso, al tempo delle crociate, in aggiunta all’ antico castello: osiste- vano percid molto tempo prima della dominazione veneta, la quale da principio ne conservd il carattere primitive, ma *) Carte 108 © 111 del libro II degli Statuti. 506 introdusse pit tardi quelle modificazioni richieste dai bisogni del tempo, e ne diede cosi una nuova impronta, che si con- serva tattora. Sparirono i merli delle mura del castello e del barbacane, i quali furono coperti con lastre. Quando cid av- venne, non mi fu possibile di rilevare; tuttavia ritengo gid © verso la fine del medioevo, forse perché i merli saranno stati cadenti. Non esistevano di certo nel 1608, in cui fu presa misura rigorosa contro quelli che ardivano levare le lastre tanto dalle mura del castello che da quelle di sotto, condan- nandoli a tre mesi di carcere e, nel caso di recidiva, a diciotto mesi di galera coi ferri ai piedi.’) Anche i torrioni furono abbassati, eccetto la torre centrale, che si mantenne come centro delle fortificazioni del castello; ma la sua importanza fu piuttosto tradizionale che pratica. Si clevava dalla sua isolata posizione, © su questa collocaronsi le campane, che servivano collo sviluppo dell’ antonomia a chiamare il popolo @ raccolta nell’arengo, il Consiglio alle sedute ed il po- polo tutto alle armi. Le campane erano per i cittadini cid che erano le trombe per i soldati; ed 8 per questo che i municipi conservarono sempre una giurisdizione sul loro uso. La torre, che oggi serve da campsnile, conserva I’im- pronta militare nei suoi merli ghibellini, nella sua piat- taforma superiore pit large del corpo colle sue ampie fi- nestre ad arco. Essa prospettava col castello di Monte Salice nella valle del Brazzana, con Rozzo © con Raspo; verso Vena, © con tutti i castelli del Quieto fino a Cittanova, mentre dal castello di Subiente per interposti castellari giangevano le comunicazioni fino a Parenzo, alla torre di Rovigno ed a Pola.*) Le Porte Nove e quella di 8. Cipriano, quest’ ultima oggidi del tutto sparita, mettevano ai borghi; le prime a quello di Gradiziol verso tramontana, l’altra al borgo propriamente detto verso mezzogiorno. 4) Carta 108, libro II degli Statuti. +) Kandler, op. c, pag. 90. 506 Le mura che chindevano i borghi suppongo siano di costruzione pii recente di quelle del castello e del barba- cane; sono ad ogni modo molto antiche, se consideriamo che esistevano gi& nel 1376, come rilevasi da alcune espressioni dello statuto (in fossatis qui sunt prope murum castri vel bur- gorum). Queste mura si dividevano in quelle della Portizza (Pusterla), piccola porta che si conserva ancora e mette in comunicazione il Fossal col Gradiziol. Si univano a quelle del barbacane e continuavano fino all’ odierna casa Tomasi, dove su altra casa vicina Avvi un leone, che ricorda la posi- sizione dell’antico baluardo con porta, la quale chindeva dalla parte di levante il Gradiziol, aperto dall’altra, dove era difeso naturalmente dalla ripidité del monte. Il baluardo esisteva ancora nel 1722, in cui il priore dei Servi domandava alla Comunita V’investitura per i bisogni del convento e prometteva di pagare venti soldi d’affitto all’anno, coll’obbligo della ma- nutenzione e della restituzione in caso di guerra.') Le altre mura erano quelle chiamate sollo-muri, che si univano alla seconda cinta, che dal torrione di S. Cipriano girava sotto la loggia fino a quello delle Porte Nove. Il punto d’ intersecazione era il torrione sotto l’orto della casa Vesnaver e da qui continuavano dapprima col nome accennato di Sotto- muri, alle quali seguivano quelle di Rialto e quelle della Ma- donna. Di queste conservasi ancora la porta ad arco colle scanel- lature della saracinesca, che chiudeva il borgo propriamente detto, il quale era oosi diviso in due parti murate dal tor- rione di S. Cipriano colla porta relative. Le mura della Ma- donna giravano quindi verso nord e si congiungevano ad un torrione con quelle del barbacane. Queste mura dei borghi erano cadenti gia nel 1768 per l’impotenza della Comunits ad eseguire il loro ristauro e per I’ incuria degli abitanti, che arbitravano ad esportare le pietre, convertendole in proprio 1) Fondamenti det convento de’ Seroi. A questa domanda il magi- strato delle Rason vecchie in Venezia chiedeva informazioni al Comune ee la sudetta investitura potesse recare qualche progindizio. (Archivio parrocchiale,) 607 uso. Oggi non esistono che poche rovine, le quali sono suffi- cienti a rilevarne il circuito antico. A completamento di queste notizie diremo qualche cosa intorno al palazzo pubblico, che formava certo parte impor- tante del castello. Esso deriva dall’ antico pretorio di cui era munito il castello romano, il quale, dopo essere stato nel primo tempo del medio evo dimora del comandante o signore del eastello, diventd in parte palazzo del Comune ed in parte si mantenne coll’ antica denominazione romana di pretorio, come residenza del podestd, detto anche pretore. Questa divisione rilevasi da un documento dello statuto dell’ anno 1448, dal quale vedesi che il pretorio, (detto preforium novum, forse perchd ricostruito) serviva pei rettori; mentre il palazzo dovea restare libero pel Comune, che aveva in questo le stanze destinate per accogliere degnamente i capitani di Raspo, quelli di Ca- podistria od i sindici o procuratori generali della Repubblica. 1 quasi impossibile di farne oggidi una ricostruzione storica ; diremo ad ogni modo che il pretorio, il palazzo comunale ed il fontico coi relativi uffict comprendevano quel vasto edifizio che s’innalza sopra ed ai lati della doppia porta ad arco acuto: Ja sola che dava in ogni tempo accesso all’ interno del castello. In questo fabbricato trovansi oggidi le scuole, gli uffict comu- nali, quelli del gindizio distrettuale © quelli della cassa, i quali, secondo me, corrisponderebbero nell’ ordine cui ho accennato al palazzo comunale, al pretorio ed al fontico. Dagli antichi statuti troviamo accenno alle sue singoli parti: di una sala nuova gid nel 1333; d’ una sala grande del palazzo nuovo nel 1334; delle scale del palazzo esterne verso la piazza del castello nel 1374; e d’un portico esistente ancora nel 1660 il quale conduceva nella cancelleria del Comune, come vedesi da iscrizione posta su d’una porta murata nell’ odierno atrio del palazzo. *) Dalle iscrizioni collocate nei vari punti e da altre indi- cazioni rileviamo’ i ristauri fatti nei diversi tempi coll’ opera a CANCELLARIA COMUNIS MDLXXXMI. Nell’ atrio del palazzo presso Ia scala della presente legnaia, 608 della Comunité e dei podestd veneti. Gid nel 1884 il senato faceva una provvisione pel castello di Montona, ordinando che si dovesse continuare la costruzione incominciata d’una mu- raglia intorno al castello, e dava l’incarico a tutti i podesta di finirla per maggiore sicurezza del castello e per comodité degli abitanti.*) Nel 1426 si fecero parecchi lavori di riparazione nella torre centrale; e nel 1607-1608 furono meglio fortificate le mura col riparare le ferritoie, col mettervi le lastre sulle mura del castello e sa quelle del barbacane, e fu rinnovato ancora il bastione delle Porte Nove: tutto al tempo del po- dest& Marco Pasqualigo, la cui opera é ricordata da una lapide posta sullo stesso bastione verso la piazza vecchia.t) Nel 1658 il podestd Marino Cappello restaurd le mura del castello, il palazzo e la torre; nel 1708 fu restaurata la torre grande colpita dal fulmine, mentre ’orologio era stato riparato gid nel 1628; nel 1764 in fine fu di nuovo ristaurata una parte delle 4) Cum pro securitate Castri Monthone inceptus ruerit quidam murus per quem itar circa castrum, et non sit continuus, ymo sequitur unus ballador totus diruptus, et marcidus per quem graditur circum circa castrum prefactum et ibidem in Monthona super hoc habita sit collatio per dominos provisores cum potestate presenti de continuando murum antedictam, 60 modo, quo est inceptus. Consulant, quod iniungantar in commissionibus Potestatum, qui per tempora erunt, quod quilibet ipso- rum, tempore suorum Regiminum teneatur et debeat facere de predicto- muro, eo modo, quo ipsis melius videbitur, pro securitate castri et ha- bitantium comodo passus x de denarijs Monthone, donec prefactus murus fuit completus... o LEONARDO DONATO PRINC. SER* SAPIENTISSIMO AC. REIP. PATRE MERITISSIMO MAROUS PASQUALICUS MONTONAE PRAETOR ARCEN HAC TEMPORUM INIURIA LABENTEM HILARI ANIMO PRUDENTISSIMA DEXTERITATE TUM UT SENATUS CONSULTUM ABSOLVERIT TU UT AMOREM ERGA HANC NOBILISSIMAM PATRIAM OSTRDERRT ET FILIOS AMATISSIMOS MUNITIORES EEDERET SUMMA ETUS LAUDE UT RELIQA OMNIA FECIT ET CIVIUM DRCORE FORMAM RESTITUIT upevir Bal torrione verso la piazza vecchia. 609 mura per opera del podestd Luca Minio.!) Altri ristauri furono eseguiti nel 1764 e nel 1768. Cessate perd le guerre 4 F.D.0.M. A. ANTONIO MARINO CAPPELLO MONTONAE REOTORI ET PATRI OMNI VIRTUTE PRAEDICTO DE SE MERITO MAIORUM SUORUM PATRIS BT AVUM GLORIA LAUDE HONORE CLARITATR NON DEGENERI DIGNISSIMO ADMIRABILI PRAECLARO TOSTICIA PIETATE PRUDENTIA LIBEBALITATE VIGILANTISSIMO CLEMENTI:SIMO NULLI SECUNDO INCOMPARABILI PACIS RELIGIONIS ET RERUM SECUNDABUM ‘MAXIME APPETENTI MOENIUM ARCIs PALATI DIVQ TUBRIS COLLAPSAE OPTIMO RESTAURATORI ARCHIVI FERE OBLITERATI RENOVATORI PRAE CAETERIS PIO BENEFICO TUTELARI AMATORI PATRLE CONSEBVATORI BENEVOLO UDIOES ET AGEN. TANTO NUMINI AETERNUM HOC POSUEBUNT MONUMENTUM ANNO D. MDCLYIX Sul palazzo del Comune verso la piazza del Duomo. HAEC TURRIS FULMINE PENE OPRESSA MAGNA DIU IMIN. RUINA ILL.M AC EXC.mI D. D. ANTONII QUERINI PRAETORIS SAPIENT.€t TUSSU CARITATE SEDULIT.7 RESURGIT ANVENTIBUS SP. D. D. HUIUS SP. COM.TS IUD. D. SERENO POLESINI D. MARCO BENLEVA D. SEBASTIANO BONETINI Mpecnx Sulla torre campanaria verso la piazza sotto uno stemma. MDXXVOI HOROLOGIUM FERE VETU8 ‘TOTE COLLAPSUM IACOBO ‘ZENO PRAETORE INSTAURATUM Sulla stesea torre sotto l'orologio sopra lo stemma. LUCAE - MINIO - PRAET, QUOD : MUROS - REFICI SUMA - ANIMI - CONTENTIONE CURAVIT IF: opripant OP: M-L-L- PP AN + CIODCOLXIV Sul parapetto delle mura del castello, poco distante dal leone di 8. Marco acolpito in pietra. 610 cogli Absburgo, le fortificazioni del castello si trascurarénd completamente. L’ armeggio di Montona porta ancora l'immagine della citta-castello, e fu usato da antichissimo tempo. Fra i nume- rosi stemmi che troviamo qua e la scolpiti, dobbiamo ripe- tere che uno dei pit vetusti ci sembra quel maschio di fortezza merlato con torre finestrata di tre pezzi che scorgesi scolpito sulla cisterna comunale presso il caff’. Fra gli altri notiamo quello posto sulla facciata a tramontana del torrione consi- stente in una piccola lapide con castello su altura a cinque torri, finestrato di quattro e con vessillo spiegato sulla torre di mezzo (fig. 2). Un altro posto sopra il portone d’ ingresso al castello, che all’ opposto degli altri mostra V’intero recinto di forma triangolare (fig. 3). Un terzo sul palazzo del Comune verso la piazza del castello, consistente in uno scudo antico avente un castello merlato con cinque torri pure merlate: quella di mezzo pit elevata, l’estreme pit basse ed al di sotto una rosa. sormontato dal leone con ali spiegate; agli angoli in- foriori delle foglie di acanto (fg. 4). Lo stemma che scorgesi sull’ architrave dell’ ingresso alla sala comunale ha il castello che si erge su d’un monte ed & aperto, addossata alla porte 8 Je rosa (fig. 5). Sulla cisterna comunale da ultimo presso la casa Basilisco scorgesi scolpita una fortezza a doppio muro merlato, ciascuno con porta aperta a oinque torri merlate e finestrate d’uno: il tutto su monte (fig. 6). Da quanto ho detto risulta evidente che questi stemmi ritraggono la forma del castello colle sue cinque torri e colle due cinte principali merlate, mentre di minorefimportanze do- veano essere le mura che chiudevano i borghi, le quali non compariscono nella presentazione dello stemma. Riassumendo quanto abbiamo esposto sullo sviluppo delle fortificazioni, vedesi chiaro che I’ antico castelliere fu conso- lidato e ricostruito come castrum Montonae dai Romani, i quali lo tennero in conto di stazione importante nell’ interno del- V’Istria, con torre per le comunicazioni e segnali cogli altri castellari del bacino fluviale del Quieto. Nel medio evo e nel- P epoca veneta conservé la sua importanza, trasformandosi nelle opere fortificatorie a richiesta delle condizioni de’ vari tempi. 611 Era sempre considerato inespugnabile. “E per judicio di tutti per natural sito e di loci finitimi questo Castel batte tutta V Istria, © chi de questo he Signor, volendo, (ha), per forza tutta 1’ Istria...) Il piano che presento in chiusa rileva solo il circuito delle mura, su una parte delle quali sono state costruite delle case, specialmente nei borghi, mentre le mure del castello sono quasi del tutto libere, eccetto alcune parti, a cui furono addos- sate delle case che stanno percid sotto le mura. I caratteri feudali sono spariti, eccetto forse la torre coi suoi merli, ma restano ancora le iscrizioni, gli stemmi ed i leoni che ricor- dano ’ epoca gloriosa della Repubblica veneta. Sulla cisterna comunale presso la casa Basilisco abbiamo un leone posto in maesta, visibile la parte anteriore del corpo, tenente negli artigli il libro chiuso, sotto uno scudo bandierale inolinato avente sei bisonti (rose?), tre in fascia di sopra, tre, due ed uno di sotto.%) Oltre la fortezza descritta trovansi due rose in rilievo ed una piccola lapide su cui uno scudo antico della famiglia Loredan, che portava reciso d’oro e d’azzurro con sei rose di cinque foglie forate in mezzo: tre azzurre poste in fascia sull’ oro, e tre d’oro poste due e una sull’ azzurro. Una simile lapide trovasi sul secondo portone d’ingresso al castello. Sul- V’altra cisterna presso il caffS trovansi: un leone di tipo vec- chio, posto in maest&; una ruota della famiglia Molino (o Carrara), una croce di rozza fattura, gigliata tipo vecchio; ed il maschio di fortezza descritto. Sull’ architrave della porta della sala comunale abbiamo una lapide rettangolare col leone veneto nel mezzo; a destra lo stemma di Montona, a sinistra quello della famiglia Zorzi, la cui arme era @’argento con una fascia rossa.*) Sulla facciata 3) Relazione degli oratori, Antonio Venier e Francesco Carodelista dell’ anno 1457. Kandler, Notisie di Montona, pag. 197. 4) I leoni sono tutti col libro chiuso, eccetto uno, © ricordano forse con cid che Montons non ebbe quasi mai pace, perchd di continuo minacciata dalla contes. *) Frammezzo avvi la seguente iscrizione: IACOB - GRORG: PRAT: INTEG MDL... see xxx. bid fa ponente della torre campanaria trovasi una lapide con cor- nice, al lato superiore avente uno scudo inclinato ed accartoc- ciato con arma bandata di sei pezzi, sormontato da morrione col cimiero di un leone rampante tenente al collo una rosa (stella o girasole). Lo scudo ed il morione sono accompagnati da lembrequini. In alto leggesi M-D — XXVIII. I Pasqualigo portavano |’ azzurro con tre bande d’oro, i Zen bandato di az- zurro ed argento di sei pezzi, i Contarini d’ oro con tre bande azzurre. Viene quindi altra lepide rettangolare con cornice sal- tellata (ecaccata), nel cui campo vedesi lo scudo della fa- miglia Quirini, che era diviso di azzurro e di rosso con tre stelle d’argento sull’azzurro e una lettera dello stesso metallo sul rosso; sormontato dal berretto di generale e fiancheggiato nella parte inferiore daile lettere A — Q. Sulla facciata d’ostro della stessa torre Avvi uno scudo ritondato con arma della famiglia Moro, che portava bandato d’ azzurro e d’argento con un capo dello stesso metallo carico di tre more negre. Sulla facciata del palazzo comunale: una lapide rettango- lare su cui, attorniata da corona d’alloro unita con rose, scorgesi I’ aquila col capo partito, spiegata, membrata, im- beccata e sormontata da tre corone. Nel cuore dell’ aquila uno seudo, detto per la sua forma testa di cavalo, con l’ arma della famiglia Cappello, che era spaccata d’ argento e d’ azzurro avente un cappello all’ antica, ossia pileo, senza falde; dall’uno all’ altro degli angoli della lapide quattro fiori aperti. A questa segue uno scudo spaccato con tre gigli in fascia nella parte superiore e tre posti, due e uno nell’ inferiore, sormontato dal leone con ali spiegate e volto in facia. Negli angoli inferior della lapide dei rami con foglie e grappoli: arma della fa- miglia veneziana Zusti. Segue una rotella o parma che era Varma della famiglia Soranzo, trinciata d’oro e d’ azzurro. Entro il castello sul torrione Carrara trovasi una lapide con scudo bipartito avente nel mezzo una stella grande ad otto raggi, sormontato dal corno ducale in mezzo a foglie di acant negli angoli inferiori delle foglie d’ acanto spiegate. La fe miglia Nadal portava d’ azaurro con una gran stella d’oro ad 613 otto raggi.t) E podest& di Montona furono Zuanne Nadal nel 1871 © Nadal Nadal dal 1465-1467. Sopra il portone d’in- gresso al castello sbbiamo una lapide su cui, cinto da corona d’ alloro, scorgesi lo scudo della famiglia Memo, che aveva di- viso d’ oro e d’ azzurro con sei pomi di cedro dai colori opposti. Lo seudo & fiancheggiato dalle lettere F.— M. A questo segue una lapide rettangolare col leone veneto posto in maesta, te- nente negli artigli il libro degli Evangeli chiuso. Quindi segue TY arma del Comune descritta a pag. 510. Sul torrione o bastione delle Porte Nove trovasi sulla facciata d’ ostro uno scudo antico accartocciato con tre bande, fiancheggiato in alto da due rose ed alle base dalle lettere M.-P. Appartiene alla famiglia Pasqualigo che aveva d’azzurro con tre bande d’oro. Viene poi un altro scudo simile al primo con due bande sopra le quali stanno tre rose, ed in alto é fian- cheggiato da altre due colle lettere L. — D alla base. E arma della famiglia Donato. Sulla facciata di tramontana abbiamo una lapide rettangolare con arma della famiglia Pasqualigo o della famiglia Contarini, la quale aveva un campo d’oro con tre bande azzurre. Una seconda lapide rettangolare divisa in cinque campi: nei due estremi e nel medio uno scudo accar- tocciato di forma diversa con ’arme della famiglia Molini; ai lati del primo e dell’ ultimo leggesi: M. D. — XLVI e N. — M. del mediano: M.D. — XXXIX N.— M. L’arma dei Molini porta una ructa di molini d’oro in campo azzurro: sulla nostra lapide lo stemma a sinistra 6 bi- santato di sei pezzi, gli altri d’ otto. Nella parte superiore +) Come rileviamo dal Freschot, Pregi della nobiltd veneta. T disegni degli stemmi od il piano del castello furono eseguit! dal mio concittadino Benedetto Mattiassich, cancellista alli. r. gindizio di Montons, al quale porgo i miei ringraziamenti. Per la spiegazione degli stemmi ringrazio poi il mio amico, il prof. Alberto Puachi, direttore del ‘Museo d’antichita. 614 trovasi da ultimo una terza piccola lapide quadrilatera con cornice saltellata, in cui vedesi l’arma dei Calergi — che era Dandata di argento e d’azzurro di quattro pezzi — sormontatea dal leone vensto con le ali spiegate © volto di faccia; agli angoli inferiori della lapide delle foglie. Sulla stessa facciata abbiamo un’ inscrizione dedicata al podesta Zeno e due fra gli stemmi Molino.) Ricordo ancora due altre importanti. L’nna si trova sulla facciata della nuova casa Flego nel Gradiziol © ricorda Vantico Zenodocchio, o casa ospitale pei pellegrini, che coll’ andare dei tempi mutossi in casa di ricovero per donne cadenti e inferme. Sotto il governo veneto era sovvenuta dalla scuola di §. Marco; e durd fino al tempo del governo italo- franco. L’ altra & posta sopra ls porta dell’ ospitale e ricorda il ristauro di questa fondazione molto antica, fatto per cura del podesté Girolamo Zorzi nel 1622.1) Tl castello era sempre munito d’armi e d’ armate. Gia nel 1831 abbiamo notizia delle armi trovato dal podesté Simo- neto Dandolo nel palazzo del Comune: 30 scudi, 40 balliste, 10 corazze, 10 cullaria de lama, 88 lancie ed une scure (secu- ram unam cum statera). In caso di guerra la Signoria vi 1) PRARTORE MELCHIORE GENO AEQVI.. SERVATISSIMO MDXXXIX. CLs NICOLAO MOLINO PATRI SIGISMUNDO AC- 10 - BAPTISTE FILIS-BENEFICIOR. IN HANC PATRI- ‘AM TRIBVS DIVINO NVIV MA- GISTRATIB VS VICISSIM- GES- TIS PRIMATES MONTONENSES ‘MEMORES DICABVNT. Alls parte sinistra trovasi altra lapide poco decifrabile per un pezzo mancante che vedesi sostituito con altra pietra corrosa dal tempo. » ‘XENODOCHTUM MULIERV PAUPERV COMODITATEM RESTAURATVM ANNO MDCLI HOSPITIVM PAUPERVM ILL.MO D.X0 HIERONIMO GEORGIO RECTORE INTRGERRIMO MONTONAR COM.S INSTA*. ATQVE PERF.T. ANNO D¥i MDCXXIL 616 mandava armi e soldati secondo il bisogno. Un apposito muni- zionario teneva in custodia le armi, le quali erano molte e d’ogni specie, come vedesi de una nota del 1647.1) In tempo di pace bastavano due cittadini, i quali col titolo di conestabili o con- testabili, avevano 1’incarico di chiudere ed aprire le porte del castello e dei borghi e stavano a capo delle guardie, al cui servizio erano obbligati tutti gli abitanti secondo un dato turno. Coll’ introduzione delle cernide Montona ebbe il capi- tano ed il sergente delle ordinanze. I capitani dovevano fare nei debiti tempi gli esercizi militari, il che si diceva esercizi delle mostre, e distribuire le munizioni e le armi, prendendo 4) Robe inutili: Robe di qualche valore: Arcobusi senza quardamano antichi Spadoni.......... N. a2 inutli.. 2... N. 145 Pertisani con asta... 66 Mondretti senza cavalletto. , 14 Pertisani moderni . . . . 2 Coracine antiche . . . . . . » 209 Spontoni con asta... .. » 7% Nose da balestra . - +» % Ronconi.......... » @ Falconi dasio senza letti. .,, 4 Spedi astati . . og » 9 Te ny 1 4 Alabarde astate usade +, 11 Legni sforniti da balestre. ., 9 Role da 6 diferro.. .., 484 Spadoni, cicd lameinutili.., 9 » n Bn ni verre n AB Partisani antichi senza asta, 16 4 » Oy 9 --+-s ot Pieri di passive vecchie..., 100 , , 8, y «+--+ ot Bonconi vecchi.......» 45 » Sacchetto ..... , 184 Spedi in pezzi... .-.-y B ny » 6 di pictra » 8L Torme di balle inutili.. .., 5B» »%y » » B Arredi inatili. 22... . a. oO, | » 6 Collille con frezze inutili.., 8 » » Mparo....... » @ Contorne di legno inutili. .,, 2 Luminiere......... ag) Forme di sotto rotte...., 6 Cazze daGdiferro ...., 8 Serpe diverse inutii...., 98 Novoli........... a Fiasche e fissconi inutili . . , 841 Aste da cazze...... 6 Falcon da 6 crepado ...., 1 Un cavognol daltiglioria. 1 Pezzi di luminiera morti. .,, 6 Due bastoni da dar fuogo ., 2 Manere di ferro inutili. ..,, 15 Una verigola........ a Segonl inutili . -» 2 Codeli grandi da riposo . 4, 6 Mortalli di ferro inutili..., 8 Mortal... se... ee 4 Archibusi brettonni inutili . ,, 88 Mascoli da festa...... » 138 Spengerde inutili. .... . n 18 Polvere barilli 8%, ..... L. 500 Cre » 70 616 nota dei soldati non comparsi dai capi di cento e dai caporali delle compagnie verso giuramento in mano del vice-collaterale per mandare ad esecuzione le pene conferite ai trasgressori.*) Gli ufficiali delle cernide dovevano prestarsi sempre coi loro soldati a servizio del Comune, mantenendo I ordine nel terri- torio, dove suecedevano spesso rubamenti e scorrerie ai confini imperiali*) e nell’ interno s’adoperavano ancora all’ esecuzione degli affari civili e criminali.*) Benedetto Lugeo (1579), Pietro Gravisi (1582), Annibale Solze (1592), Rinaldo Verzi (1596), Marco Verzi (1608), Baldassare Tronco ed il sergente Gia- como Trentino bolognese (1606), Francesco Verzi (1647) sono i capitani di cni abbiamo trovato cenno nei documenti. Tl ca- pitano di Ospodistria Francesco Boldi oi dé relazione sulle cernide del territorio montonese ch’egli descrive: “formate per lo pia di genti rozze che vivono alle terre, ma cosi tolleranti delle fatiche © dei disagi che non curano punto il patir in campagna nella quale sono allevati dalla cuna, per la diligenza del sergente che s’affatica per 86 © per il vecchio suo capi- tano nell’esercitarli, si vede il buon acquisto nella disciplina intendendo bene il tamburo né riuscendo male all’ armi,.*) Continua.) 4) Arch. com, Libro del 1661. 4) Arch. com., Libro del 1646-47-48, pag. 86. %) Arch. com, Libro del 1762. *) Arch. prov., Relasioni dei capitani. STORIA DI MONTONA con appendice 6 documenti. (Continuasione s. col, XVII fase. sscondo.) CAPITOLO II. Dall’epoea bizantina fino alla dedizione a Venezia. (686- 1278.) Finite le guerre cogli Avari (791-796), Carlo Megno fondd a levante del suo impero la marca orientale e quella del Friuli (Anstria-Italie), le quali, differenza delle altre, farono divise in contee. Circa l’anno 808 i rapporti fra le due marche furono ordinati in modo, che quella del Friuli comprendeva i territori al sud della Drava, il Friuli, 1’ Istria, la Carniola, la Liburnia, parte della Croazia e della Dalmazia. Con quest’ istituzione comincid lentamente |’ immigrazione di vassalli tedeschi nei luoghi interni dell’ Istria, i quali si servi- rono degli Slavi per Ja coltivazione di vari distretti inabitati, minacciando in tal guisa |’ antica costituzione romano-bizan- tina. GI’Istriani, che avevano accolto con entusiasmo il governo bizantino gid nel 539, chiamato la “Santa Repubblica, perché per essi era il ricordo di Roma che ritornava a governarli dopo il dominio passeggero di Odoacre e degli Ostrogoti; gli Istriani, dico, che avevano resistito alle incursioni dei Lon- gobardi, degli Avari © degli Sloveni, conservando sotto i Greci |’ antica costituzione romana del comune autonomo colla 178 curia municipale e colle cariche occupate da cittadini, si la- mentarono fortemente nel placito di Risano (804) contro ]’at- tivata amministrazione feudale e contro |’importazione degli Slavi. E questa non solo una protesta solenne d’un popolo offeso; ma una manifestazione chiara degli antichi ordinamenti politici dell’epoca romano-bivantina; 8, come dice P. Te- deschi, un insigne documento di romanita e di vita municipale istriana nel secolo nono: forse una delle pii compiute ed ita- liche proteste del jus romano contro il feudalismo in Italia. *) GY Istriani aveano avuto adunque i tribuni ed i vicari per ogni citt& © castella, ed i locopositi per i luoghi minori, i quali provvedevano alla difesa della cittd, mentre il Consiglio o la Curia municipale attendeva all’ amministrazione del Comune. *) Gli Istriani narrarono nel placito che in virti delle sud- dette cariche ognuno faceva parte del Consiglio secondo il proprio rango, ed i tribuni, qualora desiderassero maggior onore, recavansi a Costantinopoli ed ottenevano facilmente il titolo di consolari o d’ ipati. A capo poi dell’amministrazione civile e militare dell’ in- tera provincia stava il maestro dei militi residente in Pola e subordinato all’ esarca di Ravenna. La presentazione di questi antichi ordinamenti in confronto dei nuovi, che sottoponevano Je citta alla giurisdizione dei centarchi ed i luoghi minori a quella dei decans, officiali stranieri alla provincia e dipendenti dai comitati in cui fu divisa la popolazione, 8 prova non dubbia che il reggimento municipale durasse lungo tutto il periodo bizantino e che le citt&é fino a Carlo Magno conservassero la giurisdizione sul contado. Siccome Montona era rappresentata al placito dai suoi decurioni, cioé da’ membri del Consiglio municipale, al pari delle altre citta, devesi ammettere che avesse avuto una costitu- zione bizantina e nazionalité prettamente romana, se protestava assieme colle altre citté contro i nuovi ordinamenti politici e contro gli slavi introdotti nella campagna. E se I’ imposta di 1) Tedeschi P., Z sentimento nasionale degli Istriani, pag. 2. %) Benussi, L’letria nal’ epoca bizantina, pag. & 179 30 aurei o solidi mancosi che Montona pagava negli ultimi tempi al governo bizantino era il doppio del numero dei de- putati mandati al placito, Montona nelle sei categorie prendeva, il quarto rango con 16 rappresentanti; laonde il nostro Comune era di rango eguale a quello di Albona e superiore a Pin- guente, Pedena e Cittanova; ed aveva secondo il calcolo del Kandler un’ estensione di 40,000 iugeri romani. *) Le rimostranze degl’Istriani, benché il governo rinun- ciasse ad alcune angarie, restituisse ai comuni i liberti e la giurisdizione sui liberi © forestieri ¢ mettesse gli Slavi in luoghi dove non fossero di danno ai comuni, non fecero mu- tare i nuovi ordinamenti e la campagna restd in governo diretto del principe a sistema feudale. Deposto il marchese Balderico , per non avere saputo difendere le frontiere orientali dagli Slevi, ls marca del Friuli fu divisa por modo che il Friuli e I’ Istria furono incorporati ali’ Italia, i cui sero degli affari della provincia fino a: ¥ V imperatore Ottone I conferi le marche di Aquiic:a, Verona, Istria © Trento in amministrazione a suo fratello Enrico duca di Baviera, colla quale disposizione si assicurava il passaggio delle Alpi © faceva cessare le incursioni degli Ungheresi a nord-est della penisola, specialmente dopo la vittoria sulla pianura del Lech. E certo che fino al 985 qua e la nei ter- ritori delle marche vi erano dei conti, i quali amministravano aleuni comitati, non come vassalli dell’ impero, ma dipendenti direttamente dal duca di Baviera.*) Colla separazione della Carinzia dalla Baviera, gl’imperatori pensarono d’ indebolire il potere ducale, sottomettendo i conti all’ autorité imperiale, ed uno di questi conti provinciali fu probabilmente Variento © Vecelino, il quale possedeva beni nella Carniola, nel Friuli e nell’ Istria, dove portava il titolo di comes Istriensum © comes comitatus Forojulii.*) Gli Ottoni limitarono 1a potenza dei duchi con altro mezzo potente, ciod con donazioni e con privilegi 1) Kandler, Cod. dipl. istr., A. 804. 1) Mell, Dis Historische und territoriale Entwicklung Krains, vor X-XII Jahrh., Graz, 1888, pag. 8 4) Mell, op. cit, pag. 1%, 180 alle chiese; ed 6 appunto in questo spazio di tempo che il vescovo di Parenzo, temendo che il patriarca di Grado volease revocare a 88 i diritti acquistati dai vescovi, si rivolse all’imperatore Ot- tone II, ed ottenne da Ini nel 983 la conferma desiderata di quei territori che gli antecessori di Ottone II avevano conferito alla chiesa parentina gid dal tempo d’Ugo, re d'Italia nel 929. Nell’ atto di conferma @ espressamente detto: “Eoclesiae Parentinae praedia nominatim Montonam, Rosarium, Nigri- gnanum, Turrim, quae est super piscatione Nonee, et illam de Cervaria, et Castrum Pisinum, Medelanum, quod a regibus, seu ab Ugone largitum est, et Rubinum quantum ad Episco- patum sive Parentinae Ecclesiae donatam est a nostris anteces- soribus videlicet in loco qui dicitur duo Castella et Valles ece. confirmamus.*) La parola predia ci prova che molte delle donazioni suddette consistevano in semplici possessioni, le quali passarono in dominio dei vescovi, che alla loro volta le davano in feudo a privati, a conti e ad altri nobili, e questi le sub- infeudavano a vassalli minori. Noi crediamo adunque che quanto si riferisce a Montona non voglia dire ancora giurisdizione tem- porale sul castello, tanto pii che nemmeno 6 accennato nella donazione al Castrum Montonae, ossia al castello come trovasi no- minato Pisino. Laonde ammettiamo non si tratti di giurisdizione baronale, né che i vescovi possedessero la signoria di tatti questi castelli lungo la costiera sinistra del Quieto, ripartita in distretti ineguali fra loro per estensione e per importanza; ma crediamo che i vescovi, forti per le loro vaste possessioni in questi distretti e per la giurisdizione ecclesiastica con diritto di percepire le de- cime relative, tentassero di fondare un esteso dominio. E certo perd che ottennero il diritto di giudicatura sugh affari de’ sudditi che si trovavano nelle loro possessioni vescovili ed il diritto d’invitarli a gindizio mediante il loro avvocato. ?) 4) Kandler, Cod, dipl. istr., A. 988, 2 Giugno. +) “Inbemus ut nullus molestare temptet neque ad ula placita ho- minibus supra terram eiusdem Parentinse ecclosiae residentibus, qui ab episcopo reclamationen habent, sine advocato lepiscopi contrarietatem fa- ciant nec invite ducantur, nisi ante praesentiam praesulis sine legali iudicio, sed liceat eidem praesuli suisque successoribus quite, —Mor- teani, vedi note 2, L’lstria, ¢ sue relazioni colla Germania negli anni 952 1209, pag. 16, Programma della scuola reale di Pirano nel 1882. 181 Quando il patriarca di Aquileia invase i beni della chiesa parentina, il vescovo Andrea si rivolse al pontefice Silvestro, il quale confermd al vescovo di Parenzo il possesso contesta- togli, © si rivolse ancora ad Enrico, duca di Baviera, perché volesse indurre il patriarca a desistere dall’ infestare i posse- dimenti della chiesa parentina. Che il papa Silvestro (999-1003) siasi sppellato al duca di Baviera, dimostra che questi consi- deravasi signore dell’ Istria, che avea appartenuto al vasto ducato, mentre in quest’epoca era dipendente dal duca di Carinzie, il quale percid intitolevasi marchese @’ Istria e faceva amministrare la provincia da un conte. I vescovi di Parenzo perd non si sentivano mai tranquilli nei loro possessi e ripe- tevano la domanda di conferma a pontefici ed imperatori; cosi ad Enrico IV (1060), ad Alessandro IIT (1170) e persino @ Rodolfo d’ Absburgo. Che il diritto di decima su Montona e su altri luoghi non significasse signoria temporale, ma solo giurisdizione eccle- siastica risulterebbe chiaro auche dall’atto di conferma del papa Alessandro III nell’anno 1178, dove fra una serie di monasteri e di chiese si conferma al vescovo di Parenzo ed ai suoi successori la Ecclesiam de Montona cum capellis suis, mentre parlando d’Orsera & espressa la giurisdizione ecclesiastica e temporale dei vescovi colle parole Ecclesiam de Ursaria cum capellis suis et Castrum Ursariae cum omnibus appendentiis suis. Da documento posteriore dell’anno 1318, in cui fu tenuto um sinodo dal vescovo Graziadio per decidere i diritti di de- cima dell’ episcopato, rileviamo espressamente quali fossero questi diritti e vediamo non significassero altro che giurisdi- zione ecclesiastica. Il sinodo era stato formato di tutti i sa- cerdoti della diocesi parentina, compresi il presbitero Andrea pievano della chiesa di Montona ed il presbitero D.° de Domenico canonico della stessa, i quali rappresentavano il capitolo. Citati ad esporre in presenza degli altri prelati i diritti della chiesa patronale di S. Stefano, dichiararono che tutte le decime del castello di Montona infeudate o no ap- partennero sempre alla chiesa di Parenzo; laonde spettavano propriamente all’episcopato ed al vescovo, al quale ritorna- vano dopo la morte degl’ infeudati senza eredi. Il vescovo e 182 V'episcopato possedevano, oltre le decime, anche le novalia del castello, mentre la chiesa di 8. Stefano non aveva per diritto che Ja quarta parte delle sudette decime, ossia il quartese, che spet- tava da remotissimo tempo al capitolo di Montona. *) Per comprendere bene la posizione dei vescovi di Parenzo e le loro aspirazioni di fondare un dominio con giurisdizione baronale o di conte, devesi considerare che i patriarchi di Aquileia tendevano 4 riunire sotto il loro dominio tutti i ve- scovati dell’ Istria e disporre anche della signoria temporsle dei vescovi; e la prova pi evidente di questa loro intenzione @ la donazione fatta da Enrico IV al patriarca d’ Aquileis nel 1081 dei vescovati di Parenzo e di Trieste con diritto @’ investire i vescovi, di guidarli e difenderli in nome dell’ im- peratore.*) E naturale che i vescovi tentassero d’ impedire I’ ef- fettuazione del piano dei patriarchi, domandando poi egli imperatori ed ai pontefici la conferma dei loro privilegi « delle loro donazioni antiche per divenire veramente conti della loro citté @ della diocesi, interpretando gli antichi pri- vilegi secondo i loro intereasi. Non vi riuscirono perd che in parte, eccetto il vescovo di Trieste, il quale si fondava sull’ an- tico privilegio del re Lotario (948), che gli accordava il pieno possesso della citta e del territorio con tutti i diritti regi. I patriarchi ad ogni modo si prepararono I’ acquisto dell’ Istria (1209); ma minacciati dallo spirito d’ indipendenzs delle citté, dai conti e dai Veneziani, discapitarono sempre pid nell’ autorité marchionale, ed altrettanto succedeva dei conti vescovi nelle varie parti dell’Istria e specialmente » 4) Doc. 1818, 17 Marzo, nelle Notizie storiche di Montona, pag. 149. Novalia, agri a novando per singulos annos dicti — Novalis ager est primum prosciseus, vel qui alternis annie vacat, causa novandarum vi- rium, Dt Cange, pag. 643. +) Dedimus Henrico patriarche cunctisque suis successoribus, ut episcopum in prefata ecclesia sicut consecrant officio patriarcarum ite etiam investiant, regant atque defendant more regum vel imperatorum dominuntes eidem ecclesia non ut ancille sed sicut filie nostro videlicet more cuius est pro libertate ecclesiarum certarum. F. Mayer, Dit Sstlichen Alpenlinder im Investituretreite, pag. 102. “Das heisst die freie YVerfugung uber die Temporalien dieser Bisthtmer., isd Parenzo. t/ultimo tentativo per fondare un vasto dominio ebbe luogo nel 1282 da parte del vescovo Bonifacio, battagliero ed intransigente. Questi tentd di riacquistare alla mensa ve- scovile la proprieté diretta su tutti quei territori ch’ egli pre- tendeva pertinenti al vescovato in base ai privilegi concessi dai re © dagli imperatori di Germania. Per far valere queste sue pretensioni era ormai troppo tardi, perchd i suoi diritti da secoli non erano stati rispettati, e le cittA e le castella erano passate in mano altrui. Aggiungasi ancora |’ autonomia acquistata da Parenzo, che s’era data alla Repubblica e non voleva saperne del vescovo, che fu assalito nel suo palazzo e costretto a faggire (1291). Tl vescovo Bonifacio si rivolse al pontefice (1801), lamen- tandosi delle tribolazioni sofferte, sostenendo sempre che alla sua chiesa spettava la giurisdizione, fra gli altri luoghi, anche sul castello di Montona, mentre nei documenti anteriori nomi- nansi solo i predi (predia) come proprieti vescovile. Strana e baldanzosa era poi questa pretesa in un tempo in cui Montona, stanca del governo patriarchino, s’era data a Venezia (1278). Tl fiero vescovo ad ogni modo per avvalorare maggiormente Vantico privilegio d’ Ottone avea ottenuto con grandi sacrifizi dall’imperatore Rodolfo d’Absburgo la rinnovazione di tale privilegio e Pinvestizione di tutti i diritti contenuti nel sud- detto diploma, Ma né i Veneti, nd i patriarchi d’ Aquileia, che si consideravano legittimi signori dei noghi sopranominati e speravano di riaverli dalla Repubblica, potevano tollerare i tentativi di rivendicazione del vescovo di Parenzo, tanto pil che trovava valido appoggio nel pontefice. Il patriarca percid, offeso dal comportamento di Bonifacio, manda contro il vescovo suo nipote Nicold, che prese ed arse nel 1300 il castello d’Orsera.*) Di altre terre del distretto di Montona disponevano i ve- scovi come supremi feudatari con piena signoria temporale; 4) Benussi, Storia di Rovigno, pag. 49. Kandlor, Cod. dipl. iatr, @, 1801, De Franceschi, L'lstria, note etoriche, pag, 142, — In un ma- noscritto d’ignoto antore stampato nelle Notizie storiche, malgrado gli errori di cronologia, troviamo dichiarati apocrifi i documenti principali su cui i vescovi volevano fondare il loro dominio. 184 e fra queste era il vico di S. Salvatore presso Novaco, nel quale era stata istituita persino la milizia feudale degli Arimanni (Heer-miinner) a cavalo per guardia difesa del vascovo gia nell’anno 1017. Nel relativo documento sono indicati esatta- mente i censi che doveano pagare quegli abitanti, i quali erano compresi entro un comitato.!) Questo monte, di cui oggi non resta che il nome, figura in carta posteriore del 1293 come usurpato ai vescovi di Pa- renzo dagli abbati di S, Pietro in Selve, i quali poi si lagna- rono che quei terreni ed il territorio all’intorno erano stati usurpati dal comune di Montona. I vescovi possedevano I’ ab- bazia di 8. Michele Sottoterra, che era una villa nel territorio di Visignano. L’entrate di questa erano le decime di quanto nasceva nel territorio, la quarta parte delle quali si dava al prete d’ uffiziatura; e tutti i villani erano obbligati di portare Je biade al granaio dell’ episcopato di Parenzo, ove il vescovo era tenuto di dar loro a desinare, Riscuoteva adunque la de- cima ecclesiastica degli agnelli, le primizie del formaggio, delle biade, del vino e delle olive; possedeva 40 piedi d’ olivi ed un prato innanzi la villa; aveva il dezio di 4 soldi per quarta del vino che si vendeva e quello delle legna che si tagliavano nel territorio; i possessori di vigne gli doveano 4) “Et quia nos qui habitavimus, et qui habitantium erunt in vico S. Salvatoria fecimus vobis securitatem Domino et Santissimo Siginbuldo de Parentina Civitate Episcopo, et vestris successoribus, et Ecclesiae B. Mauri de Civitate Parentina de Censo per unumquenque annum, seilicet per mansiones, et per curtes et per ortos insimul continentes per quam- libet Casam. In festo Sancti Petri binos Pullos; et de Bonibus, qui habet binos det unum modium Frumenti, et unum de Ordeo per annum, et fasium de faeno unum et Congium de Vino unum. Qui habet medium, det medium... Et qui habet unum Quarnarium de Pecoribus, det unum Agnellum etc. Et Arimanos omnes dent panes X, Conginm de Vino unum, et Agnellum unum in festo S, Mauri per omnes annos, Et habeant cavallam suum, qui debeat ambulare cum seniore nostro Episcopo Pastore Eccle- siae 8. Mauri infra comitatum, Et nos alii, qui habitantes sumus in Vico S. Salvatoris placuit dare terratica D. nostro Siginbuldo Episcopo et ad suos Successores unumquemque annum panes XL, et quatuor congios de Vino, et carnales tres et modios de Ordeo VE — Cod. dipl. iat, 8, 1017. 8 Agosto, 185 ogni anno 2 soldi per opera di livello; ed in fine possedeva la regalia delle galline e quella delle lonze di porco dal collo fino alla coda.) Sotto ls loro giurisdizione stava la chiesa di S. Dionisio fra Novaco e Caroiba, dove possedevano alcuni pezzi di ter- reno, di cui venivano spesso investiti gli abbati di 8. Michele Sotterra, come nel 1202, verso pagamento delle primizie del formaggio, di due agnelli nella festa della Risurrezione e d’un castrato in quella di S. Maria Maddalena.*) Abbiamo memoria di alcune altre possessioni donate alla chiesa di Parenzo dalla contessa Azzica, figlia del sunnomi- nato conte Variento e madre del marchese Ulrico della casa ‘Weimar-Orlamiinde (1058-1070), il quale fu V’erede dei beni che il conte Variento o Vecelino possedeva nell’ Istria; e de- vesi considerare come il primo giurisdicente ed il vero mar- chese d’Istria con a lato un conte Enghelberto.*) Questi beni erano sparsi nel territorio, incominciando dalla villa di Mondellebotte fino al porto Val di Torre; ed abbiamo documento d’investitura fatta nel 1311 dal vescovo Graziadio a Marco Bolani, possessore di Mondellebotte, dal quale vediamo che Adigliano era luogo di confine verso il territorio di S, Maria di Campo, nome derivato secondo il Kandler da Fundus Atilianus. Un altro luogo comparisce in un diploma del 1203, ciod Muglione, compendio di Muriglione, alla punta del Dente, ove vedonsi delle rovine a S. Marina, della quale contrada fa parte il sito Lorone,‘) 1) Atti ¢ Memorie di Storia patria, V. 7, pag. 216. 4) Cod. dip, 1202, ‘) Un’altra prova dei tentativi dei vescovi d’usurpare diritti altrul Pabbiamo nel 1040, in, cui I’ abate di 8. Michele di Leme ricorre ad Azsica per protestare contro il fyescovo che voleva impadronirsi delle decime del territorio donato da Azrica al monastero. La questione yenne decisa dall’imperatore in favore del monastero. Azzica si pacificd col vescovo e gli dond un territorio al monte dei Sabbioni, nome che si con- serva in una parte del monte di Montona. Schumi, Urk- und Reg. des H. Krain, pag. 44. 4) Cod. dipt. istr., 8, 1811, 18 nov. 186 In un ruolo delle possessioni della chiesa parentina con- cedute @ privati gia nel 1258 abbiamo, oltre che uns prova di molte possessioni sparse, anche di nomi che coll’ importa- zione di nuovi abitanti furono in parte mutati, ciod nelle contrade di §. Quirino, di S. Lorenzo, di Rampaiago (forse Rappavel) e di Zonturola.') A Montona, oltre le decime del castello, aveano il molino di Corte, quello del Pali e nella valle inferiore una parte del molino di Gradole ed alcune peschiere; possedevano alcuni diritti feudali sui castelli di Nigrignano, Rosario e Medolino nel territorio di Visinada e su altri territori fino a Torre; ma di tutti questi territori © d’altri ancora non é possibile cono- scere né Vestensione né la qualith di dominio per la grande confasione delle infeudazioni e sub-infeudazioni, poiché pid volte chi n’era infeudato li dava in feudo ad altri o tentava d’impadronirsene. E valga ad esempio V'infeudazione fatta nel 1277 dal vescovo Ottone di Parenzo e dal conte Alberto d'Istria ad Ottone di Sovignaco del castello di Nigrignano (oggi Monte Formento) di cui si dichiaravano condomini; mentre tre anni pit tardi il vescovo da solo ne rinnova I’ in- vestitura, delineando i confini del suddetto castello.*) 4) Anno 1258; 8. Quirino et viam de Montona ad 8, Laurentium et ad spectantem Callem quae vadit ad Rus Pisinum, et dicitur Callis sla- vonica.... in Rompaiago inter callem de Monte Botis et collem de Pi- sino... Petrogns filius Vitorii de Montona habet unam Finitam in Stricoria. “Stricca, voce latina, 4 propria di ripartizione in Centurie,) Angelus de Montona habet unam Finitam in Rompaiago, et iacet ad Laman de Car sino apud Callem de Pisino et callem de Monte botis ultra Finitam In contrata Zonturola, eundo, per viam de Montona ad manum sinistram et ostendit ultra semitam (via piccols) quee vadit Visignanum et apud terminum Libertatis (voce di confinazione romana). Sanctum Qui- rinum apad lacum Parusum In Rompaiago ad Lacum Glaridum apud Semitam quae vadit ad montem de le Bote. 4) “Incipiendo a Loco qui dicitur Maunachera eundo per callem qui vadit « villa de Turre ad Sanctam Mariam de Campo et coheret cum terria Sanctae Marinae de Campo, et totam illud Territorium quod est intra dictam viam sive callem versus septentrionem, eat de pertinentis dicti Castri., 187 I vescovi davano in feudo le decime ecclesiastiche ed i beni a nobili potenti di Montona e del territorio, ai conti di Pisino © ad altri ancora. Per comprendere quale posizione avessero questi nobili in Montona, i quali col ricevere in feudo Je decime ed i beni della mensa vescovile, diventavano vassalli della chiesa parentina, 8 d’uopo premettere che appartenevano @ quella classe di signori feudali, che aveva ottenuto in parte od in tutto la giurisdizione su Montona, quando questa col- VY introduzione del feudalismo perdette, come gli altri luoghi dell’Istria, ’antica forma municipale. certo difficile, dird anzi impossibile, determinare con sicurezza il governo di Mon- tona fino al principio del sec. XIII coi documenti che abbiamo, tattavia da quei pochi che ci restano potremo dedurre qualche cosa, Ammettendo adunque che i vescovi avessero decime ecclesiastiche e terre in proprieté della mensa vescovile, di- sponevano delle prime e delle seconde a modo feudale, confe- rendole a laici i quali avevano il governo di singoli distretti loro affidati dai marchesi. Quale posizione avesse il Comune rispetto questi giurisdicenti feudali non é chiaro; é certo solo che si trovava a mal partito ed odiava il governo che aveva conculcato |’ antica liberté latina. I primo documento che ci da notizia degli antichi signori baronali del territorio e forse del castello e contemporanea- mente vassalli dei vescovi di Parenzo, il placito che tenne nel 991 il conte Variento, come supremo magistrato provin- ciale, al traghetto di S. Andrea, vicino alle foci del Quieto, per decidere una lite sorta fra il vescovo Andrea di Parenzo e Berta da Montelino, denominata cosi per la proprieta che essa teneva in quel castello, posto su monticello ad oriente di Visinada.t) Questo giudizio ha importanza per la qualité di persone che presero parte al consesso: I vescovi Andrea di Parenzo, Pietro di Trieste e Giovanni di Cittanova; gli sca- bini di Parenzo, Giustinopoli, Trieste, Cittanova e Pirano, e 4) 1 Tommasini, op. c., pag. 410, dice: “che sovra Visinads giuste in linea orientale, vi 8 un monticello ove I’ autore del disegno Nicold Curtivo gid cont’ anni avvertisce, che quei di Visinads dicevano easer luogo di Medelin con li suoi orti; ivi intorno erano alcuni luoghi notabili,,. 188 gli avvocati delle due parti. Il conte Variento, preside del placito, decise che Berta e suo figlio giurassero di avere go- duto per lo meno per trent’ anni la propriets del monte in questione. Essi giurarono, nominando i loro antenati investiti delle decime dai vescovi; ¢ precisamente Olmanno verso il 961, @ cui successe suo figlio Cadolo ed a questo Berta col figlio Almerico.!) Questo documento adunque ci prove |’ esistenza d’una potente casa baronale, che se non era di Montona, ap- parteneva di certo al distretto montonese e di questo casato pud essere stata Riccarda, colla quale termina ls linea baro- nale giurisdicente a Montona e vassalla dei vescovi di Ps- renzo; tanto pit che questa stessa Riccarda possedeva vasti territori anche fra Visinada e Montona. Prima di parlare sull’ origine della famiglia di Riccarda, signora di Montona, vediamo di studiare i pochi documenti che ne fanno cenno. Il primo é un atto del 1191, con eni Ric- carda ripete per consiglio anche dei suoi vassalli una dona- zione fatta dal suo prozio al monastero di S, Barbara nel territorio di Visinada, obbligando i possessori di campi entro il territorio donato a pagare le decime al monastero, il quale era tenuto a conservarlo, né poteva venderlo né donarlo. Il secondo é del 1194 in cui il conte Mainardo di Pisino ingiunge ai suoi vassalli di difendere il vescovo di Parenzo, suo domino, e comanda di far cid specialmente agli abitanti del castello di Pisino. Fra i vassalli e testimoni al giuro di fedelt& prestato dal conte al vescovo eranvi Riccarda, Guidone di Muggia ed Albino de Balbo, gastaldo di Montona. Da documento del 1200 rileviamo quali fossero i beni ed i fendi, che Riccarda, morta poco tempo prima, teneva dalla chiess episcopale di Parenzo. Difatti nel 1200 il patriarca Pellegrino di Aquileia, chiamato a decidere una controversia insorta fra gli eredi di Riccarda, prese la seguente decisione alla presenza del vescovo Fulcerio che ne acconsentiva l’investizione. Il primo ed il vero erede fu il conte Alberto di Viselberg, il quale ricevette in fendo la 1) Il nome di Cadulus trovasi pitt tardi in atto di donazione d’Odal- rico If nel 1102 alla chiesa d’ Aquileia fra i testimoni istriani. 189 villa Rosario (Visinada) col monte e con Lama de Lino, in- sieme alle decime, ai boschi ed ai pascoli, la decima entro il castello di Montona e tutti i molini nelle paludi di Montona, eccetto quello di valle Todenara e quello di Mezzo (molino di Corte), la decima della villa di Valta (tra Caschierga 0 Zu- mesco); e di pit ottenne le proprieta sulle terre che la sudetta Riccarda aveva posseduto entro il comune proprio del castello di Montona. Il secondo, Guidone di Muggia, ebbe in feudo il castello di Nigrignano (monte Formento), il molino di Batiz- zano, la decima di Ratigogo (credo borgo Gradiziol), il molino di Corte e dodici nasse nelle peschiere de Lemo (Quieto in- feriore). Il terzo, Leonardo di Valle, ebbe in feudo la decima del resto di Montona Iungo le parte inferiore del monte fino alla chiesa di S. Vito, il molino di valle Todenara nella pa- Tude di Montona e ventitre nasse nelle peschiere di Lemo e quattordici distretti di decima in due castelli, che il Kandler ritiene fossero i due Medolini nel territorio di Visinada.') Dalls suddetta divisione scorgesi che I’ erede naturale dei beni allodiali della famiglia di Riccarda fu il conte di Visel- berg, il quale diventd il vero barone feudale del castello, cioé della parte nobile del comune, ove entro le mura riscuo- teva le decime ecclesiastiche di cui era investito dal vescovo di Parenzo; mentre gli altri due avevano l’investitura delle decime delle altre parti del monte. Riccarda, oltre i beni cui sbbiamo accennato, ne doveva tenere in feudo degli altri nel distretto, come lo prova un documento del 1222, da cui rile- viamo che i conti di Pisino-Gorizia ereditarono da lei alcune possessioni in un luogo, detto Rovarolo, che confinava colla villa di Valta e che potrebbe essere tra Novaco e Caldier, di cui la contessa Matilde di Pisino e suo nipote Mainardo IIIT fecero donazione al monastero di S. Pietro in Selve.*) Vediamo ora chi fosse l’erede di Riccarda. Il conte Alberto di Viselberg, detto meglio Alberto de Wischselberg, apparteneva alla famiglia salisburghese dei conti di Plain, ed +) Vedi i doc. relativi nel Cod. dipl. istr., a. 1191, 1194 © 1200. ») Cod. dipl. istr., a, 1229. 190 era figlio di Meinhalmo de Creina, i] quale d’accordo coi suoi fratelli Enrico e Dietrico donarono al patriarca d’Aquileia al- cuni beni intorno a Sitich nella Carniola perché vi erigesse un monastero, del quale Alberto fa avvocato gia nel 1177. Egli prese parte alla terza orociata nel 1189 © mori verso il 1220. Sua figlia Sofia, maritata con Enrico IV d’Andechs, ultimo marchese Iaico d’Istria, ereditd le vaste possessioni di suo padre; e dopo 1a morte di suo marito, sepolto a Sitich nel 1228, fece molte donazioni alla chiesa d’Aquileia, fra le quali anche il castello di Weichselburg, situato a nord-ovest di Neustadtl, “Castrum Wihselberch, nel 1260, © sei anni pia tardi mori monaca nel monastero di Admont. Essendo adunque il conte Alberto l'’erede de’ beni allo- diali di Ricoarda, suppongo che questa sia stata I’ ultima di- scendente di un ramo della famiglia dei conti di Plain-Visel- berg, la quale aveva, oltre i propri territori, il feudo vescovile, la meta del quale toccd ad Adalberto, e J’altra meta fu divisa tra Guidone di Muggia e Leonardo di Valle, i quali peré nulla ottennero dei beni allodiali di Riccarda, perché le parole “Dictua Dominus Comes recepit .... et totam proprietatem terrarum dicte D. Ricarde que abuerat in Confinio Castri Montone,, ci fanno comprendere che il solo Alberto era l’erede naturale di Riccarda, mentre gli altri due non ebbero che una parte del feudo vescovile. Se Riccarda appartiene alla famiglia’ dei conti di Plain o di Pux, anche la tradizione che Montona sia stata fondata ed abitata da un re e da una regina sepolti in quella chiesa ha un certo valore e serve a provare |’importanza di questo casato tedesco, che aveva il dominio sulla citta, ed era stretto da vincoli di parentela colle potenti © nobili famiglie della Germania. Difatti il padre del conte Alberto chiamavasi Meinhalmo di Pux, che secondo l’opinione dello Schumi era marito di Sofia, figlia del conte Popone de Creine, ultimo di- scendente maschile della casa di Weimar-Orlamiinde, la quale ebbe il marchesato d’Istria.) Ed 6 percid che Meinhalmo 4) Schumi, Archio far Heimatkunde, pag. 284, od Urkunden und Regestenbuch des Here. Krain, 191 prese il titolo “de Creine, ed ottenne la signoria di Weich- selburg. Il nome poi di Riccarda ricorda un’altra Riccarda di Sponheim Lavanthal, la quale fa moglie del marchese Popone d’ Istria (1102-1120), padre del sunnominato Popone de Creina. La potente famiglia della casa Weimar-Orlamiinde fu non solo erede del conte Vecelino d' Istria, e dei conti Ebersberg che ebbero il marchesato della Carniola; ma possedeva ancora vasti territori nella Turingia « nella Baviera donde traeva Y origine; e da Riccarda di Sponheim ebbe in dote altri ter- ritori nella Carinzia e nella Stiria. Estintasi la famiglia degli Orlamiinde i territori tutti andarono divisi fra i parenti, ciod fra i conti di Bogen, gli Andechs e gli Sponheim ed in pic- cola parte i conti di Plain-Viselberg. Ed 6 percié che si spiega la ragione per cui gli Andechs ed i Plain chiamavensi con- sanguinei. Aggiungerd ancora che il nome Riccarda era d’uso nella famiglia degli Eppenstein, degli Sponheim e degli Orlamiinde, Iaonde anche questo fatto proverebbe una relazione di paren- tela fra Riccarda di Montona e le sunnominate famiglie. Per comprendere poi meglio come tutte queste famiglie si fossero imparentate cogli Hohenstaufen, coi Guelfi e coi Wittelsbach bisogna ritornare al marchese Ulrico I d’Istria. Questi si sposd con Sofia, figlia del re Bela I d’ Ungheria, verso la fine del 1063, Da quest’ unione nacquero i figli Ulrico II, Popone e Burcardo e le figlie Wilburga e Riccarda. Ulrico mori nel 6 Marzo 1070 e la vedove Sofia si maritd per la seconda volta nel 1078 col duca Magno di Sassonia dal quale ebbe due figlie, Wulfhilde ed Elica. La prima di queste si maritd con Enrico il Nero di Baviera e fu percid ava di Enrico il Leone. Una delle sue figlie, Giuditta, si maritd col duca Fe- derico di Svevia, e fu madre di Federico I. Elica, seconde figlia di Magno e di Sofia, si marité con Ottone di Ballenstedt e fu madre di Alberto I’Orso. Le figlie poi di Ulrico I, Wilpurga e Riccarda, si maritarono, I’una con Corrado di Scheiern-Dachau e |’altra con Eccardo di Scheiern-Wittels- bach. 1) 4) Vedi prospetto genealogico a pagina seguente. PROSPEDTTO GHENDALOGICO Vaca, cto a'Totria, mar. di Vilpurga, sor. di Eberardo di Ebensborg — fgli di Ulrico di Ebonsberg e di Riccarda di Eppenstein i i Astica (Hademut), moglie ai Popone I di Welmar-Orlamtinde (+ a. 1040) "Gumtoo 1, marchese d’ Istria (1086-1070), marito di. Sofia d’ Ungheria, ch’ebbe a secondo marito il on Magno di Sangonia! i i 7 " Uumtoo 1 Porows II Borcaxpo Wirrvsea Riccama Wouranos Enica march, d'Istria march. d'Istria march. d’ Istria m. di Corrado m, d’ Eccardo m. d'Enrico il m.d’Ottone di (1098-1102) (1101-1102) di Scheiern- di Scheiern- Nero di Baviera Ballenstedt Dachau Wittelsbach 4 t I Sora Lorraanpa Povo IIT Steanso Ormco | Enaico il Su-) ‘Auzanzo Orso m. di Bertoldo m. di Alberto conte di Creina (ecclesiastico) perbo (+ 1189) ¢f 1170) @Andechs conte di Bogen + 1144? e Groprera (Questi due ereditarono 1 terri- m. di Federico tort della loro madre nella di Svevia Stiria inferiore.) I Sora : m, di Meinhalmo di Pux Hi i i ‘Axauazo di Plain (Pux) Wiselberg (+ 12007), erede di Riccarda, signora di Montona t 12007) " soma, m. d’ Enrico IV @’Andechs, march. a'Istria’ +1256 +1228 193 E questo il risultato degli studi pit recenti intorno alle famiglic tedesche che tennero il marchesato d’ Istria, per cui ho creduto bene d’estendermi nell’interesse della storia gen: rale della provincia e per dimostrare che anche le tradizioni non devono essere dimenticate.’) Dird in fine che della fa- miglia di Riccarda conosciamo uno zio Artuico e la madre, di nome Palma; © quantunque nella genealogia della casa di Plain-Viselberg non mi sia stato possibile di trovare i sud- detti nomi, credo probabile un errore di copiatura o qualche omissione. ‘Ad ogni modo ritengo per fermo che un fratello del conte Alberto di Viselberg fosse il marito di Palma, madre della nostra Riccarda, ed erede d’una famiglia che avea la giurisdizione baronale di Montona. Quantunque Riccarda abbia lasciato buona memor'a + 88 nella tradizione popolare, non devesi credave gerd cle vi a tona sia stata contenta del governo feudalo, che esrcaeva a cittadini da ogni partecipazione alla vita pubblica. Ed @ ap- punto che sotto il suo dominio e poco dopo osserviamo che anche Montona imita l’esempio delle altre cittd istriane e tenta di ripristinare le antiche forme municipali. Per formarsi un’ idea di quale natura fosse il governo baronale di Montona, devesi ricordare un’altra volta che nel- PIstria si trovavano pit contee, i cui confini non. si possono determinare perché i territori dell’una s’intrecciavano con quelli dell’ altra, il che si spiega facilmente pensando all’ ori- gine della contea, la quale comprendeva dapprima un distretto determinato, e pii tardi per le donazioni imperiali © per i tentativi continui del marchese di appropriarsi le contes, queste andarono sciogliendosi, ma rimasero perd i conti, i quali si nomavano cosi per i diritti che aveano su un com- plesso di beni maggiore o minore; © percid I’ espressione contes 1) Dr. Mell, Die Historische und territoriale Entwicklung Kraine vom X-XIl Jahrh. Graz, 1888. — F. Dr. Mayer, Dis Belichen Alpenlinder im Investiturstreite. Wahnschaffe, das Herzogthum Karnten und seine Marken. — Schumi, op. cit. — Oofelo, Geschichte der Grafen von Andechs. Inn- sbruk, 1877, 194 si riferiva anche a piccoli luoghi.') E per me ritengo chiara- ramente dimostrato il suddetto sviluppo da un documento ri- guardante la storia di Pirano, dal quale veniamo » conoscere che un conte Bertoldo avea giurisdizione sul castello di Pi- rano, del quale potere assieme al comitato relative fa investito dal conte Mainardo verso la met& del secolo XII © questi lo ebbe dal vescovo di Frisinga, cui fu dato dal’ imperatore.%) Pirano adunque si trovava in un comitato o contea, come si trovavano in altre contee Montona, Cittanova, Parenzo, Pola, Capodistria ecc., e le solite parole dei documenti “in Marcha Histria in comitatu marchionis, vogliono esprimere |’ autorité provinciale del marchese cui erano subordinati i vari comitati, contee o distretti amministrativi.§) Gli sforzi continui dei ve- scovi di estendere la loro giurisdizione su territori di un co- mitato erano in parte conformi a quelli di alouni conti che volevano sottrarsi alla giurisdizione del marchese, il quale fu impedito a riunire le contee nelle sue mani specialmente per lV opposizione delle citté che aspiravano a vita pit libera, ap- poggiate in cid dalla repubblica di Venezia, alla quale le citta marittime pagavano tributi gia dal secolo decimo perché la consideravano protettrice del commercio e della navigazione dell’Adriatico. Le citté poi seppero liberarsi dalla giurisdizione dei conti, fra i quali non rimase che uno in quella parte del- l’Istria dove maggiormente s’erano radicate le istituzioni feu- dali, cioé nell’interno, nel cui centro si formé la contea di Pisino con territori male delineati che furono poi causa di lunghe discordie. Che anche questa contea non fosse sorta nel 1112, come si crede comunemente, ma avesse un’ origine ben pit antica, lo vediamo da un documento del 1012, in cui si parla delle citta di Pisino, Pedena © Fisnona donate al patriarca d’ Aquileia 1) Waits, Verfassunge-Geachichte, pag. 14. 4) Morteani, Notisie storiche di Pirano, pag. 11. ... et ipse (Ber- toldo) habuit hanc potestatem et comitatum istum a comite Mainhardo et iste Mainhardns habnit comitatum istum ab episcopo de Frisengo, eto. +) Doc, del 1017. Parlando degli arimanni del vico di 8. Salvador & nominato il comitato, 195 dall’imperatore Enrico II e situate “in comitatu Hystriensi, tenuto anteriormente dai due conti Popone e Ezone. Nel 1077 poi il comitato tutto viene donato al patriarca Sigeardo — “comitatum Istrie, —; © chi pnd negare non sia lo stesso te- nuto pit tardi dal conte Enghelberto che trovasi, come se- conda autorita della provincia, dopo il marchese, nell’anno 1093? Ed 6 questa le contea per eccellenza diventata eredi- taria nei conti di Gorizia-Pisino, con cui Montona ebbe lInnghe lotte.1) I giurisdicenti di Montona, se anche non portavano il titolo di burgravi, ne esercitavano il potere militare © giuridico, ed al loro lato stava un gastaldo, incaricato di riscuotere le gabelle e le rendite tutte del dominio e di amministrare in nome del signore del castello la giustizia coll’ assistenza nel primo tempo degli scabini a cui seguirono pit tardi i giudici richiesti dal Comune. Difatti al tempo di Biccarda troviamo i gastaldi Destano nel 1191 e Albino de Balbo nol 1194, 0 poco tempo pia tardi il giudice Vitello de Grimaido nel 1208. Non vi mancava certo il notario del castello chiamato a ro- gare gli atti pubblici.%) Che Montone aspirasse liberarsi dal governo feudale ed a fondare un’ autonomia a somiglianza dell’ altra citta del- P'fstrie, non avvi nessun dubbio, se consideriamo che I esi- stenza di un giudice & il primo tentativo di ripristinare una magistratura col nome antico romano. Montone perd, quasi nel mezzo dell’ Istria, castello inespugnabile in mano di baroni, contornata da altri molti castelli, quali Pietrapelosa, Portole, Grisignana, Nigrignano, Piemonte, Pisino ecc. — dovette molto lottare per rivendicare ]’autonomia perduta, mentre i luoghi alla costa respiravano gié le prime aure di libertéa. E se non fosse altro basterebbe nominare la vicinanza della contea di Pisino, che s’ era meglio sviluppata sotto la potente 4) Doc. rel. nel Cod. dipl. istr. © nell’opera citata dello Schumi. ‘Nel 1191 avvi Martino Notario. %) Doc, Rel. Cod. diph. iatr. 196 famiglia dei conti di Gorizia, con confini molto incerti verso il distretto di Montona, per le possessioni di nobili montonesi ereditate dai conti di Pisino © per i numerosi feudi ch’ essi aveano entro il comune di Montona, per la qual cosa con- tinui erano i tentativi d’ usurpo. Fra questi fendi uno dei pia importanti era quello di Valta, Caschierga e Padova, la cui investitura fu conferita ancora verso la mets del secolo XIII dal conte di Pisino Alberto II (1250-1804) a Giacomo Heb- schozzer ed a sua moglie Mangula; © pit tardi dal conte Giovanni Enrico (1323-1328) alla loro figlia Mattea. Lo stesso feudo passd poi diviso fra i figli di Mattea, Stefano Vidali e Domenica, moglie di Colando Barbo.") Aggiungiamo ancora che i conti di Pisino diventarono vassalli de’ vescovi di Parenzo, ot- tenendo da questi i territori vescovili di Mondellebotte, Visi- gnano, Rosario, Visinada colla villa di S. Maria, il molino di Corte il molino delle Paludi e le decime del castello di Montona. I conti di Pisino-Gorizia, gli Hebschosser, i Viselberg, Artuico, Riccarda di Montona, Reginardo, Ermanno (detto Conte?) © risalendo fino a Berta da Montelino, Cadolo ed Olmanno — sono tutti nobili germani rappresentanti del si- stema baronale introdotto nell’ Istria ancora dai Franchi e consolidato dagli imperatori e re di Germania, i quali, spe- cialmente gli Ottoni, favorirono in aggiunta anche i vescovi *) Doc. 365 nel Cod. dipl. istr. +) E strano il fatto che nel 1169 il patriarcs Volrico d’Aquileia ed il conte Enghelberto di Gorizia conferiscono al monastero di S. Maria di Aquileia alouni diritti (quidquid iuris) nella Curia del qm. Reginhardo di Montona, cui l'abbadessa Ermelinda concede nel 1174 ad Ermanno detto Conte, perd solo vita sua durante. “Curiam de Montona que ad Monasterium suum proprietario iure dignoscitur, Hermanno dicto Comiti... concessit, tali videlicet tenore ut eidem Hermanno predictam Curiam nec inbeneficiare, nec signori obli- gare, nec aliquo titulo a prefato Monasterio alienare liceat; sed eam tan- tum in vita sua habeat et possideat; ita tamen ut decem libros frisa- censis Monete ianc dicto Monasterio et Abbadisse in festo Sanctorum Hellari et Faciani annuatim exinde persolvat., — Questa Curia dovrebbe avere un significato pid nobile di quello di semplice corte, se conside- riamo che il nome conservasi ancora nel cessato mulino di corte e nella contrada Vignacorte. 197 di Parenzo con una serie di donazioni di decime e di territori contestati qua e 14 dagli stessi baroni che ne riceveano )’in- vestitura e volevano impadronirsene. I vescovi all’ incontro erearono privilegi, falsificarono documenti ed interpretarono conforme a’ loro interessi gli antichi per crearsi col complesso de’ territori un vasto dominio con giurisdizione comitale. For- tuna volle che i marchesi dell’ Istria fossero lontani dalla pro- vincia © per giunta stranieri privi d’ogni appoggio morale nella popolazione, la quale in mezzo a questi baroni laici ed ecclesiastici discordi fra loro e diretti pi volte da opposti interessi, seppe fare suo pro per erigere sulle rovine del go- verno feudale la propria autonomia. L’ultimo marchese laico fu Enrico IV d’Andechs, genero del conte Alberto di Viselberg, il quale perdette I’ Istria perché accusato di complicita nella congiura di Ottone di Wittelsbach contro il re Filippo di Svevia. La dignita marchionale passd quindi al patriarca Volchero di Aquileia (1209); © rimase da qui innanzi ai patriarchi. Contro questi le citté continuarono Ja lotta, essendo considerati i patriarchi quali continuatori del governo feudale, e nemici percid d’ ogni autonomia. Tl rappresentante del governo patriarchino era a Mon- tona il gastaldo, al quale spettava ogni giurisdizione e perce- piva tutte le regalie e le multe delle condanne.*) Ma subito nel primo anno del governo di Volchero troviamo provata P esistenza del Comune; prova questa che Montona si muove un po’ pit liberamente, si rinfranca, prende coraggio e lotta contro il nemico comune, non volendo per nulla affatto essere inferiore alle altre citt&é istriane. Noi riteniamo che gid al tempo dell’istituzione dei giudici cominciassero i primi ordi- namenti municipali. I patriarchi tentarono di reprimere questo spirito di libert&, facendo dapprima proibizione di scegliere i podest& © tentando pit tardi di assicurarsi almeno il diritto di nomina. Quando poi i comuni si ribellarono, il patriarca 1) In Montona ponit gastaldionem suum, qui exercet omnem juris- dictionem et habet omnes regalias ibidem et recipit expenses cum tota comitiva sua @ comuni cum vadit illus et habet omnes condemnationes de omnibus maleficiis. Carta del 1208. 198 cedette, lasciando libera la nomina del podesta, purché fosse istriano o friulano; clausola questa diretta contro I’ influenza veneta. E che poteva fare Montona circondata dai conti di Pi- sino, dai castellani di Pietrapelosa e di Grisignana? Si adattd con saggia politica a servirsi di questi baroni, vassalli del pa- triarca ed attaccati alle istituzioni fendali, ma nello stesso tempo desiderosi di ampliare i loro territori e la loro giuris- dizione a danno dei patriarchi. Ed il primo podesté nominato dal nostro Comune fa il conte Mainardo di Gorizia (1248), vas- sallo della chiesa parentina, dopo il quale furono nominati successivamente Carstemano di Pietrapelosa (1256), Genisio dei Bernardi da Padova (1257), Varnerio de Gillaco (1258), Biachino di Momiano (1263) e Tomaso Michiel veneziano (1271). Che il Comune fosse tenuto s domandare di volta in volta il permesso di eleggere il podesta, e che l’eletto dovesse poi essere confermato dal patriarca, risulta chiaro dai docu- menti pubblicati dal Bianchi e dal Minotto; perd il Comune va sempre pid accentuando i suoi diritti e li vuole rispettati anche dallo stesso patriarca, dal quale chiedeva espressa- mente che ogni sua decisione non dovesse portare pregiudizio ai diritti del Comune.) E primo diritto era quello di avere un podesta, che durava in curica un anno © doveva corrispon- dere al volere del Comune, i cui interessi erano tutelati dal Consiglio maggiore e minore e dalla volonté e consenso di tutto il popolo (1256).*) Questa concione, arengo o parlamento 4) .... domine venimus ed pedes dominationis vestre pro Com. terre de Montona, supplicamus voluntate ipsius Com. ut detis nobis ver bum et licentiam eligendi aliquem probum virum in potestatem illias terre in anno uno, ita tamen quod peticio verbs ef licentis petite o cobis nullum preiudicium generare possit iuribua et rationibua dicti Comunis... Anno 1257. 4) Doc. 1256. Cod. dipl. istr. In un atto di vendita fatto dal co- mune troviamo: Actum Montonae in Palatio Comunis, presentibus Mar. quardo Bitino, Monte, ser Matteo, qm. Disconi Andrae. Domini Vernecius et Pilatus Vicarii Domini Carstemani Potestatis Montonae cum consilio minoris et majoris Consilii et etiam voluntate et Consenmu plene concionis. i99 8 il primo segno caratteristico del Comune, e ci prova che il sommo potere risiedeva nel popolo, il quale si radunava in apposita concione per trattare gli affari pi importanti. I fatto poi che i podest& di Montona venivano eletti a tale ca- rica anche in altri luoghi maggiori, come a Pirano, 6 segno palese della nobile condizione in cui era salito il nostro castello. E certo che la lotta tra il Comune ed il patriarca era conforme a quella delle altre citts istriane, per limitare ciod i diritti del patriarca col volere dapprima il gastaldo eletto fra i cittadini di Montona e col nominare poscia un podesté adatto ai bisogni del Comune, traendo profitto da tutto cid che ser- visse ad abbattere le aborrite istituzioni feudali. Era adunque lo spirito di libertad, che aveva trionfato a Legnano, il quale animava il popolo delle citta istriane. Aggiungasi ancora che VYautorita era nulla e Venezia s’era dichiarata sostenitrice delle liberté municipali. I patriarchi poi non potevano sperare appoggio dall’imperatore né dai loro vassalli, che tendevano a derubarli de’ loro territori. I patriarchi balestrati da tutte Je parti dovettero cedere, accordando la nomina dei podesta con alcune restrizioni, delle quali i comuni non si curarono minimamente, quando si sentirono forti a sufficienza da no- minare a tale carica non pik baroni e conti, castellani vicini, ma veneti od altri cittadini rappresentanti i nuovi principt di libert& municipale. Montona nomina nel 1271 a primo podesté veneto To- maso Michieli e cinque anni pit tardi si da alla potente Re- pubblica, imitando l’esempio di Parenzo (1267), di Umago (1269), Cittanova (1270) e S. Lorenzo (1271), che I’ aveano preceduta. La nomina d’ un podest& veneto fu il primo atto di ribellione perché contraria all’ intimazione fatta dal marchese. Montona perd non si piega alle minaccie del patriarca Gregorio di Montelongo e continua impavida la lotta siutata da masnade guidate da Monfiorito di Castropola, gastaldione di Pola, il quale era stato pochi anni prima investito dal patriarca del feudo di Novaco (1258). Alla discesa del patriarca nell’Istria il ribelle Monfiorito promise fedelta, obbligandosi con garanzia di risarcire i danni fatti al patriarca e di ritirarsi colla sua gente dalla nostra cit, alla quale non avrebbe dato né aiuto, 200 né favore, nd consiglio.t) IE certo che anche a Montona i cittadini si dividevano nel partito patriarchino e nel veneto, il quale ebbe la peggio dopo I’ assoggettamento di Monfiorito al patriarca. La lotta fra i due partiti continud fino al 1276, in cui prevalse il veneto, che offri il castello di Montona alla Repubblica; *) ma i cittadini dovettero nello stesso anno sotto- mettersi all’ autorité del patriarca,*) e queste condizioni per- durarono fino al 1278, in cui Venezia accettd la dedizione e mandé a podest&é Andrea Dandolo. Ma nel castello i partitanti del patriarca non erano ancora tutti estinti, se riuscirono in un ammutinamento a cacciare il Dandolo, del qual fatto ot- tennero dopo pochi mesi il perdono della Repubblica, che vi mandé a reggere il comune il podesth Marco Michiel, che fu accolto son grandi feste. I’ amnistia da lui portata per i patriar- chini uni tutti i cittadini, che sotto la direzione del loro podesté resistettero validamente agli assalti del conte Alberto II di Pisino. L’anno 1278, in cui avvenne la definitiva dedizione alla Repubblica, segna la fine d’una lunga lotta combattuta dal Comune contro il patriarca, durante la quale Montona si diede propri statuti © propri magistrati con palazzo e torre campa- naria, su cui sventolava il vessillo della liberté municipale. certo che Montona, al pari d’altre citté istriane, avrebbe pre- ferito di continuare in questa, se le minaccie del conte Alberto non V’avessero indotta a darsi alla Repubblica, la quale ne ac- cettd la dedizione colla solita olausola “salvis iuribus et ratio- nibus Patriarche Aquilegie,. Ma il patriarca, il conte d’ Istria ed i Veneziani continuarono la lotta, durante la quale anche il vescovo di Parenzo, Bonifacio, protestd pretendendo su Montona diritti che non gli spettavano; e questa lotta con- tinud con varie interruzioni fino al 1310, in cui il patriarca rinunciava ai suoi diritti verso un annuo compenso di 600 marche d’ argento. +) De Franceschi, L'Istria, note storiche, pag. 129. 1) Marzo 1276. Castram et terra Montone recipiatur in protectione 4, ducis et Com. Ven. 4) ..,.homines de Montona posuerunt se totsliter, et submiserunt voluntati et dominio D. Raymundi Patriarche. CAPITOLO Iv. Magistrature nell’ epoca veneta. Colla dedizione a Venezia principia una nuova éra di civilté © progresso. La Repubblica, saggia imitatrice dell’ an- tica Roma, rispettd gli statuti, conservé le antiche consuetudini, accontentandosi di mandare a podesti un suo gentiluomo che durava in carica dapprima due anni e pit tardi trentadue mesi; @ differenza degli altri luoghi in cui la durata dell’nfficio fa estesa da un anno a sedici mesi. Dalle commissioni che il doge dava ai podesth di Mon- tona e dagli statuti possiamo rilevare tutte le loro attribuzioni @ Ie loro relazioni col Consiglio © coi cittadini, le quali var- ranno a dimostrare ch’ essi erano i rappresentanti plenipoten- ziari del governo centrale, nelle cui mani stava in complesso tutta la direzione dell’ azienda comunale. Il podesté era il preside del Consiglio e presentava a questo le proposte d’accordo, nella maggior parte dei casi, coi suoi giudici, restando obbli- gato alle decisioni del Consiglio, le cui attribuzioni vennero ristrette nel 1889 colla determinazione presa che il podesta, i giudici ed il Consiglio minore potessero prendere qualsiasi deliberato. Egli sssieme coi gindici amministrava la giustizia sulla base degli statuti; ma siccome questi erano molto rigidi e severi pei casi criminali, il Consiglio acconsenti nel 1482 che il podesté ed i giudici potessero condannare i rei ad una pena minore di quella prevista dallo statuto, considerata la qualita del fatto e della persona. Il podestd era tenuto di mandare ad esecuzione tutte le sentenze civili e criminali, comprese quelle dei suoi antecessori; gli era proibito di dare ricetto a ban- diti dagli altri Inoghi dipendenti da Venezia. Ciascun cittadino dalle sentenze del podesta poteva ricorrere in appello, dapprima agli auditori di Venezia e pit tardi ai capitani di Raspo (1507) ed a quelli di Capodistria fino a lire cento, contro le quali 902 decisioni era proibito alle parti contendenti di avanzare ricorso. E de osservarsi che gli avvocati ed i nobili non volevano adattarsi a riconoscere il capitano di Raspo quale Corte di appello; i primi per guadagnare denaro; i secondi per tenere oppresso il popolo, cui faceva impressione ricorrere in appello a Venezia, mentre |’ appellazione a Pinguente costava poco ed i poveri potevano in persona difendere i loro interessi.t) Ll podesté partecipava a tutta l’ amministrazione coll’ opera dei magistrati cittadini, ed era nel suo pieno diritto di dar ordini in proposito anche senza convocare il Consiglio © di farli leggere pubblicamente dal suo cancelliere e stridarli dal precone. Era tenuto di notificare al governo il giorno in cui entrava in carica, di render conto, appena ritornato a Venezia, entro 15 giorni del denaro dello stato, e prima della sua par- tenza da Montona dovea leggere pubblicamente il resoconto della sua gestione sotto la loggia del Comune innanzi ai gindici, ai cataveri ed al popolo tatto. Uno dei suoi doveri principali era di tenere nota delle munizioni in biade e delle armi; di farne ogni tre mesi ispezione, provvedendo alle riparasioni necessarie; di ricostruire qualsiasi muro cadente del castello e del barbacane; di proibire che si gettassero immondizie fra le mura, si stendesse il bucato sui merli (corniclos) o se chiudessero. In base a prerogative accordate al podestd di Montons, specialmente ad una del 28 Novembre 1665, spettava a Ini Y autorité di giudicare i danni inferti nel bosco e nella valle sopra denuncia dei saltari, riservata perd la giudicatura in appellazione al Reggimento dell’arsenale in Venezia. Questo diritto ebbe pit volte bisogno d’ essere confermato ai podests per togliere le collisioni coi capitani di Raspo, cui spettava Ja suprema direzione della valle. I podesté di Montona furono 2) “che li avocati et grandi (?) dicono ali povereti te menerd a Venetia et te fard spender et moterd li homeni in paura et dicono anche per tenir la lite et far se face lite lasa che mi menero ls parte adverse 8 Venetia, et lo fard spender et consumar et ¢ ciano li povereti che se venisse l’sppellation qui dali Clarissimi capitanei li poveri ve- neriano a Pinguente che. 8 poco lontano,, Anno 1682. Carte di Raspo. Regesto che devo alla gentilezza del mio amico Giov. Vesnaver. 203 custodi gelosi di questa giurisdizione che difesero in ogni tempo validamente contro qualsiasi. E valga a provar cid un atto del 1750 del podesté Zuane Venier, il quale presentd energiche rimostranze contro il capitano della valle, che di- pendeva direttamente dal Magistrato dei deputati a Venezia; voleva arrogarsi il diritto di restituire gli animali e gl istru- menti sequestrati o disporne a suo arbitrio; mentre egli ed i saoi saltari erano obbligati di portare le denuncie al podesta, al quale solo spettava la giurisdizione boschiva con diritto di disporre sul fermo e sulla divisione degli animali trovati in danno, istrnire il processo ed infliggere multe, che andavano divise tra il denunziante ed il podesta.1) Nell’ atto di dedizione troviamo che Montona si pose sotto il dominio di Venezia, colle stesse condizioni con cui s’era data Parenzo, e |’onorario del podesti doveva essere ordi- nato secondo il parere del Senato. Ne abbiamo una esatta indicazione in una modificazione fatta nel 1340 per la quale cessavano le regalie, in sostituzione delle quali i podestd per- cepivano 400 lire piccole: 250 dal Comune di Montona e 160 da Venezia, oltre il solito salario di lire 600 pagate da Mon- tona e 200 da Venezia; laonde avevano in tutto 1,100 lire. Il podest& riceveva ancora dal Comune il fieno pei suoi tre cavalli, ch’ era obligato di tenere, © 2 marche pel viaggio colle barche da Venezia a Montona. Era obligato con questa rendita di mantenere di vitto e vestito un cavaliere (socio- milite) dato dal governo con 100 lire di salario, un notario o cancelliere forestiero al luogo con tre lire al mese pagate dal Comune di Montona, cinque servitori armati dell’ eta dai 20-50 anni e cinque soldati coll’ assenso di quelli dell’ armamento.*) Non devesi credere che i podesta si contenessero sempre nel giusto e nell’ onesto né che ubbidissero alle istruzioni del Senato ed alle disposizioni statutarie, le quali vietavano che ricevessero doni, commettessero frodi, accettassero banchetti, impedissero le esportazioni di biade, vino e legna a Venezia, 1) Del bosco tratterd in un capitolo » parte. 4) Vedi lo Statuto, a. 1840, i doc. 1278, a. 1281 nelle Notioie storiche dé Montona 9 pag. 116 e la Commissione @ pag. 178. $04 verso esibizione delle contrallettere d’ arrivo, permettessero al capo dei soldati di aprire taverne, ed ai cittadini di servirsi di legna da fuoco oltre il bisogno. I podesté non potevano né vendere nd donare I’ erbatico del Comune; vigilavano che i forestieri, sieno veneti o no, aventi possessioni in Montons o nel territorio, facessero le funzioni e le guardie come gli altri cittadini; dovevano impedire I’ esportazione del ferro e del griso; accogliere e trattare bene i cittadini di Venezia che dimorassero 0 che si recassero a Montona; non dare ricetto ai corsari ladri e permettere sempre che in caso di ruberie i cittadini scegliessero alcani con un capo per girare di Inogo in Inogo ad investigare © ricuperare le cose rubate; erano tenuti infine a sorvegliare i confini territoriali ed a permettere che tutte le questioni fra Inogo e Inogo venissero definite dal capitano del paisanatico, a richiesta del quale ogni rettore dava il contingente militare anche per sicurezza d’altra terra e 60 grossi per ogni cavallo tenuto dal capitano per adempiere il suo servizio. Ai rettori era proibito d’ assentarsi da Montona, recarsi a Venezia senza permesso del Senato e dormire fuori del castello. Malgrado tutte le suddette ingiunzioni, i podesté com- mettevano spesso arbitri a danno dell’ amministrazione pub- blica, dei cittadini e dei villani, di modo che il Consiglio mandava pit volte i suoi ambasciatori a Venezia a presentare le proprie rimostranze al Senato, ai sindici della Repubblica ed al capitano di Capodistria, i quali tutti rispondevano con provvedimenti che si registravano negli statuti perch servis- sero di norma ai podesté; ma la successiva ripetizione di tali provvedimenti dimostra che il male non cessava e che i rettori, specialmente negli ultimi tempi della Repubblica, non davano ascolto ai decreti del Senato. L’esame di alcune arbitrarieta ci da un’ idea dell’ autocrazia e dell’ aviditk di questi veneti patrizt che sfrattavano il posto da loro occupato a danno del Comune. Per disposizione dello statuto ai podesté era riservata le caccia per tre volte all’anno; ma lo facevano da 20 a 30, e proibivano in aggiunta ai cittadini ed a quelli del terri- torio di cacciare lepri, caprioli, cinghiali od altra selvaggina; 205 mentre per diritto potevano solo proibire con apposito pro- clama le caccie quindici giorni prima che cominciassero le loro. Si servivano dei cavalli e del fieno del Comune per proprio uso; impedivano abusivamente |’ estradazione del vino; riscuo- tevano una tassa pel viglietto da chi volesse avere dal fontico il frumento; si appropriavano i bandi che spettavano al Co- mune; costringevano gli abitanti a prestare i carriaggi; nelle beccherie volevano avere per 88 esclusivamente gli omboli e le lingue; coltivavano ad arbitrio tutti gli orti del Comune, mentre non potevano averne che uno a scelta; si facevano in fine pagare per la vendita del sale che era una rendita spettante del Comune,’) Le regalie di galline e di vino, che per antica consue- tudine dovevano andare a conto di salario, se le tenevano spesso i podest& con grave danno di 200 lire per la comunita. A questo proposito devesi osservare che ciascun villico di Mondellebotte e di Visignano era tenuto dare al podesta ogni anno nove staroli di framento od in Inogo di questo soldi 18 per un moggio di frumento e 6 per uno d’avena. I rettori obbligavano ancora i suddetti villici di portar loro le galline, oppure pagare 12 soldi per ciascheduna; e li costringevano a pagamenti arbitrari © ad altri servigi coi carri, mentre questi doveano essere prestati dagli abitanti di Montona.*) Avevano I’ ardire d’ impiegare i contestabili o custodi delle porte, oppure altre persone di Montona per raccogliere i fieni dei prati assegnati loro dal Comune pel mantenimento dei eavalli; e volevano che i popolani del luogo conducessero loro il fieno anche da altri luoghi, mentre per antica consuetudine erano obbligati di condur loro in castello solo quello dei prati del Comune verso retribuzione d’ un soldo la soma.*) 9 arrogavano persino il diritto di riscuotere i denari dai debitori del Comune e distribuirli a modo loro con grave danno dei pubblici interessi; mentre per disposizione dello statuto 4) Btatuto, a, 1868, cap. 240. Arch. com. 4) Statuto, cap. 249, a, 1467-68. Arch. com. 4) Statnto, cap. 256, a, 1479-1488. Arch. com. 206 era dovere del cameraro del Comune di riscuotere il denaro e di pagare con questo dapprima il podesté di quattro in quattro mesi, poi il capitano di Raspo e da ultimo gli altri fanzionari.') Anche i diritti del Consiglio venivano manomeasi, perché i podestd tenevano pit volte presso il proprio cancelliere i libri dello statuto, dei conti e del fontico, ponendo ostacoli alla consultazione dei medesimi. Facevano un disonesto mercato col frumento, spedito da Venezia per essere dato » mutuo ai fedeli montonesi, riscuotendolo con misure colme oppure ven- dendolo e comperandone d’ altro scarto, che costava loro sol- tanto 40 soldi per staio,-mentre dal primo traevano un ducato per mezzens.) Non s’accontentavano perd di questo abuso, ma pit volte si facevano prestare denari dal fonticaro per mutuarli, di modo che spesso mancavano i mezzi per com- perare il frumento del fontico, al quale imponevano persino di comperare le bisde che traevano dalle loro podestarie ad un prezzo eccessivo e disonesto, malgrado le ripetute proibizioni del Senato degli anni 1470 e 1645; per rendere inefficaci le quali, i podestA seppero procurarsi nel 1744 e nel 1761 un ordine con oui il fontico era costretto a comperare i suddetti fromenti a condizione solo che i podests non potessero esigere di pit del prezzo corrente.’) Per quanto gravi fossero gli abusi dei podesta, i Monto- nesi rimasero sempre fedeli alla Repubblica, il cui governo rispettava quell’ autonomia che aveva costato tante fatiche e tante lotte ai nostri abitanti, i cui sentimenti di devozione erano certo maggiori di quelli degli altri luoghi dell’ Istria, perohé solo dalla vigilanza del governo veneto potevano spe- rare d’ essere salvi dalle continue minaccie della vicina contes. E difatti i lagni non erano diretti contro il governo ma contro i podesta, i quali nei primi secoli erano tenuti a dovere e venivano severamente puniti, ove commettessero degli arbitri; 4) Statuto, cap. 257, a. 1488. Arch, com. 4) Statnto, cap. 267, », 1488. Arch. com. 4) Statato, cap. 261, a. 1494 Id. Libro II, Carte 19 6 58, a 17dd © 1761, Arch. com. 207 soltanto pid tardi, quando nelle autorita della capitale co- mincié a mancare I’ energia, reggevano il lnogo da veri si- gnorotti. Vi erano delle eccezioni, ed i podesté buoni erano ricordati con riconoscenza dal Consiglio, come ad esempio il podestd Giovanni Bon, nel 1690, il quale fu nominato a pro- tettore della citts, ed il suo ritratto collo stemma di famiglia © con quello della citta fu messo nella sala del Consiglio in Inogo decoroso. Quasi tutti perd se ne andavano, lasciando poco buon nome, ed il loro governo veniva stigmatizzato acerbamente al giungere del nuovo rettore. Evviva el podest novo perché el vecio gers un lovo, Crepa ti cho resto mi. Era questo il grido di rimprovero fatto dagli abitanti e che passd in uso in modo da conservarsi fino ai di nostri, in cui il giomo di 8. Biagio i ragazzi lo vanno cantando per le strade, e dalle finestre vengono loro gettate mandorle; consue- tudine questa che ricorda forse l’antica, quando i cittadini avranno incoraggiato i ragazzi a disprezzare fortemente il governo del podesté cessato.') E certo che il Consiglio dei Cittadini di Montona ebbe origine nel tempo in cui il popolo volle liberarsi dalla giu- risdizione feudale coll’ istituzione dell’arengo, assemblea del popolo tutto, che nomind dapprima i consoli ed i giudici 0 pit tardi il Consiglio, quale rappresentanza della comunita. Ad esempio di Venezia il Consiglio fu ristretto a 60 membri appartenenti alle famiglie patrizie, i cui nomi stavano scritti in apposito registro del Comune. Chi non compariva al Con- siglio e non giustificava la sua assenza, pagava un grosso di mults, che doveva esigersi ipso facto da quelli che abitavano 4) Anche » Rovigno trovavasi un simile grido, Dott. Benussi, Storia di Rovigno, pag. 82 208 al disopra del Leco.') Un’ apposite legge dello statato escla- deva dal Consiglio quelli che non possedevano beni e non abitavano in Montona, ove doveano prestare le prescritte fa- zioni;?) © con oid si riformava una consuetndine anteriore che doves permettere il contrario, e se lo faceva per aumentare il numero degli abitanti del luogo; ma si dovette derogare anche da questa disposizione, se consideriamo che nel 1743 prendevano parte al Consiglio 31 cittadini villici, ossia abitanti nel territorio. Per impedire ad ogni modo che forestieri ve- nissero accolti nel Consiglio si procedette nel 1371 ad uns specie di serratura colla decisione che nessuno potesse essere del Consiglio della terra di Montona, se l’avo ed il padre non vi fossero stati iscritti; e che nessuno estraneo al Consiglio potesse essere nominato gindice, cancelliere, camerario, giusti- ziario ed estimatore del Comune.*) Il governo di Montona 1 incamminava in questo modo ad una oligarchia che si costitui definitivamente nel 1389, quando si decise che il podesta as- sieme con 12 membri del Consiglio maggiore, eletti dal podests e dai suoi consoli (giudici) coll’ acconsentimento di tutto il Consiglio, avessero d’ accordo coi gindici e col podesta il diritto di provvedere al bene ed al decoro del Comune e che le loro decisioni si dovessero inviolabilmente osservare. Si costitui adunque meglio il Consiglio minore esistente gid dal 1838, i cui primi membri furono: Stefano Vitali, Pietro Barbo, Collando Barbo, Andrea de Beno, Tomaso suo fratello, Marco Mauroceno (Morosino), Giorgio Puliceno (Polesini), Cristoforo Puliceno, Matteo Puliceno, Giovanni Marizolo, Marco de Amico, Bertucio Bicini. I quali nomi sono troppo evidenti per testificare la perfetta italianité del nostro luogo. Non devesi perd credere che cessasse in seguito I attivité del Consiglio maggiore: questo continud, come il solito, nella sua operosita, radunandosi ogni qualvolta il bisogno Jo richiedesse; e solo di quando in quando convocavasi il Consiglio minore, come ebbe Inogo 4) Statuto, cap. 104, a, 1981. I, I. Arch. com. 4) Statuto, 1. cap. 84, 8, 1817. *) Statuti, 1 I, cap. 144, a 1871. Arch. com. 209 pubblicamente nel 1898 nella gran Loggia inferiore (in lobia magna inferiori) ed altre volte nella cancelleria del podesta. Sebbene i cittadini fossero gelosi delle loro prerogative, non si mancd di derogare dalle antiche consuetudini e di tacilitarne I’ accesso ad altri per completarne il numero. Cid accadde nel 1433, in cui, causa le molte guerre ed altri danni sopportati dal Comune, le famiglie ascritte al Consiglio erano diminuite in tal modo che non vi si trovava quasi nessuna persona sufficientemente idonea e degna d’ estimazione a co- prire il posto di consigliere ; laonde, dietro proposta del podesta, il Consiglio annulld la parte presa nel 1371, decidendo che ciascuno abitante in Montona, che prestava le fazioni e le angarie e sembrava utile ed idoneo, potesse venire eletto a membro del suddetto Consiglio.") In base a questa decisione iel 1442 furono eletti 10 nuovi membri.*) Ma pid tardi si restrinse questa facilitA d’ertrare in Consiglio in modo che nessuna persona poteva essere ammessa, se non otteneva tre quarti di~voti favorevoli © per un illegittimo si chiedeva Vunanimit&é della votazione.*) Nel 1570 in fine fu ristretta, maggiormente I’ ammissione, decretando che colui che la do- mandava dovesse depositare 200 ducati nelle mani dei giudici, i quali, so ammesso, passavano a beneficio del Comune; in caso contrario 100 restavano sempre a vantaggio della comu- nit&: per cui si comprende che il supplicante dovea essere ben sicuro dell’ ammissione prima di rischiare una somma non indifferente. Le attribuzioni del Consiglio si estendevano sulla am- ministrazione, sulla legislazione, e sulla clezione dei magi- strati: — Il preside naturale era il podesta, dal quale nella maggior parte dei casi partivano le proposte, perd anche i giudici ed i cataveri aveano diritto di presentarne pel bene ed utile del Comune. I cittadini consiglieri che volessero farne, dovevano presentare la loro proposta alla Banca quattro giorni 4) Statati, LI, cap. 197, « 1488. Arch. com. 4) Btatuti, 1. cap. 220, a, 1449. 4) Btatuti, 1. II, carta 79. Arch. com. 210 prima della seduta, ed il podestd, sentito il parere del con- servatore alle leggi, la presentava al Consiglio, ove ognuno aveva il diritto di parlare pro o contro.') Tl Consiglio non poteva radunarsi né prendere alcuna deliberazione se non vi fossero presenti almeno 20 membri.?) Si provvide al mantenimento dell’ ordine interno col proibire severamente ogni segno od atto colla mano, colla bocca o col capo per dirigere la votazione secondo il proprio volere; ed anche alla dignita coll’ espulsione di quelli che si comportassero indegnamente privando d’ ogni diritto di partecipazione loro e gli eredi, e multando quelli che disprezzassero il Consiglio rinunciando alla carica cui erano stati eletti.’) Una norma per |’ elezione dei magistrati la troviamo gia nel 1827 risguardante i giudici. Dal seno del Consiglio eleggevansi 10 elettori, i quali si dividevano in due parti, 6 per parte, © ciascuna eleggeva due: da questi quattro il Consiglio ne sceglieva due a mag- gioranza di voti, e questi erano nominati giudici per quattro mesi. Questo sistema d’elezione andé successivamente modifi- candosi in modo che il podest& ed i giudici s’arrogarono il diritto d’ eleggere i nuovi giudici e gli altri magistrati senza darne nemmeno notizia al Consiglio. Questo arbitrio fu tolto nel 1386, in cui si decise che da qui innanzi il podesta dovesse scegliee due © ciascuno dei due giudici uno: i quattro eletti doveano essere balottati a maggioranza nel Consiglio e quei due che ottenevano il maggior numero di voti entravano in carica. Per altre magistrature semplici, cio’ pel cancelliere, camerario e fonticaro, fa determinato che il podesté ne pro- ponesse uno, e ciascuno dei gindici uno; ed il Consiglio sui tre proposti decidesse a maggioranza di voti. Nel Municipio conservasi ancora |’ astuccio delle palle che servivano alla votazione. 4) Btatuti, LJ, cap. 251, a 1469. Arch. com. ) Statati, 1. I, cap. 270, a. 1608, *) Statuti, L I, cap. 248, a. 1471, Statuti, 1 I, cap. 197-98, a, 1433- 1434, Arch. com, 211 Il Consiglio dividevasi in cinque sezioni: la prima si componeva della Banca, ossia della rappresentanza comunale, formata dal podestd, dai due gindici e dai due vice giudici, i quali sedevano ad una banca separata; © nelle altre quattro sezioni si dividevano i cittadini, i quali, durante la seduta, non potevano mutare la sezione da loro scelta. Sopra ognuna delle cingue palle d’avorio eravi scritta una sezione: venivano messe in un’ urna: il podest& ne levava una, ed i giudicie gli agenti le altre quattro. L’ ordine col quale queste palle sorti- vano dava la preferenza per regolare le proposte da presentarsi. In un’altra urna, che veniva posta su d’un piedestallo in mezzo alla sala, eranvi tante palle di metallo, quanti erano i consiglieri della sezione prima designata, meno due o quattro, alle quali si suppliva con altrettante palle dorate, che si dice- vano palle d’ oro. I consiglieri della sezione designata si por- tavano dalla parte che guardava la Banca, e ciascuno levava una palla; quegli che levava la palla d’ oro, aveva diritto alla nomina di quel dato impiego ch’ era stato gid prima annunziato; e poteva anche nominare sé stesso. Estratte le due palle d’oro, se si trattava d’ una sola carica, © tutte quattro per le cariche doppie, quali erano quelle dei giudici e degli agenti, si passava alla votazione, raccogliendo i voti di tutti i consiglieri in una altra urna gemina con una sola imboccatura, controsegnate a due colori, bianco e verde: il primo pel si, il secondo pel no. Da questa pratica trassero origine le due frasi: levar palla d’ oro, per annunziare ad un caso favorevole; e darla nel verde, per dimostrarsi contrario. La maggioranza decideva.’) Gli ascritti nel libro’ del Consiglio formarono il corpo dei cittadini delle famiglie patrizie, le quali si chiamarono nobili a differenza del corpo dei popolani che furono privati d’ ogni partecipazione. I cittadini patrizi, valendosi del loro diritto ereditario, costituirono un’ oligarchia che si permetteva degli arbitri a danno dei popolani, i quali cominciarono a lamentarsi seriamente col provveditore Marco Loredano verso la fine del ») L'lstria, vol. 1, pag. 242, Andrea Paulini, Del Municipio di Montona. 212 secolo XV (1488). Al principio del secolo XVI (1636) I’ oppo- sizione dei popolani si fece pit viva; e domandarono di prender parte al Consiglio © di venire cletti alle altre magistrature. Ottennero perd di nominare solo di quando in quando il fonti- caro e due provvisori del fontico, mentre tutto il resto dovea restare attribuzione del Consiglio dei veri cittadini secondo le antiche consuetudini. — HE curioso notare questo risveglio appunto nel tempo della riforma, le cui idee ebbero non poca influenza sulle aspirazioni di un partito che era stato escluso dalla vite politica ed amministrativa della citta; tanto pii che troviamo un movimento simile in altre citté del- T'Istria, e specialmente a Pirano, dove la lotta tra cittadini e popolani fu lunga e pertinace durante tutto il secolo XVI e fa una conseguenza di quelle idee che si propagarono estesamente e trovarono nel Goineo uno dei pit illustri rap- presentanti. I due processi contro Ruffalo Sante nel 1692 per bestemmie ereticali e contro Arcangelo de Zucconi nel 1568 per luteranismo sono prove sufficienti che le dottrine di Lutero avevano trovato anche a Montona dei proseliti.*) Anche in un processo del 1562 circa le appellazioni al capitano di Raspo trovasi cenno di questa lotta fra nobili e popolani, la quale termind nel 1599 con un accordo fra le due parti, i cui punti principali sono i seguenti: 1) che i cittadini ed i popolani sieno tenuti a far le guardie nel castello, eccettuati quelli dell’una e doll’ altra parte che occupano qualche carica; 2) che il Consiglio dei cittadini scelga due del popolo ad aggiunti nel collegio delle biade, i quali ‘\dovevano restare in carica lo stesso tempo dei due provveditori; 8) che il Consiglio non possa prendere nessuna delibe- razione dannosa ai popolani; 4) che i due governatori della scuola del Sacramento, scelti dal Consiglio, siano l’ uno cittadino e I altro del popolo; 5) che i cittadini non possano servirsi dei cavalli dei po- polani se non pagando il nolo; 1) Atti e memorie di archeologia ¢ storia patria, vol. 2, pag. 179. Pa- renzo, 1886. 213 6) che nel dare i galeotti per la Repubblica sia fatta una eguale ripartizione delle tasse, giusta la facoltd di ciascuno, rilevata da apposita Commissione composta di tre nobili e di tre popolani.1) Malgrado queste concessioni, il Consiglio conservd sempre le sue prerogative, soltanto verso la meta del secolo XVIIL (1743) dev’ essersi derogato dalla decisione presa nel 1817 cho i membri del Consiglio dovessero abitare nel luogo, perchd troviamo che il Consiglio in quest’ anno si componeva di 17 cittadini colti e 31 cittadini villici, i quali non sapevano né leggere né scrivere. Per ovviare a questo male e per impedire gli abusi di chi aspirava specialmente alle cariche di deputati ai conti delle confraternite, di fonticari, d’ esattori della pub- blica carratada e di governatori del SS. Sacramento e del- P ospitale, il capitano di Capodistria Gabriele Badoer, giudice delegato, decise che nessuno potesse venire eletto ad una delle suddette cariche se non con due terzi di voti del Consiglio convocato in numero legale, alla quale norma dovevano restare soggetti tutti gli altri salariati, eccetto il medico che si con- siderava cletto a maggioranza di voti. L’eletto ad una carica amministrativa dovea prestare pieggiaria e mantenersi in quella pel solo tempo prescritto dalle leggi, trascorso il quale e seguita VY’ elezione del suo successore, rendeya conto entro un mese della sua gestione e soggiaceva alla contumacia per altro tanto tempo quanto era durato in funzione. I] Consiglio non poteva decidere su nessuna spesa straordinaria, se non con due terzi di voti, salva sempre !’ approvazione del capitano di Capodistria. In mancanza di persone atte alle cariche amministrative © dell’ et& voluta d’ anni 24, si poteva pro interim nominare chi n’ avesse 22 sino a tanto che si aumentasse il numero, escluso perd sempre ogni analfabeta.*) 4) Questioni tra populani e cittadini, Capitoli di pacificaziong con- fermati dal senato sotto il doge Marino Grimani ed il podesté di Mon- tons Galcazzo Delfin nel 1599, Archivio comunale, quaderno fregiato con ornamenti in oro, collo stemma del podesté © con quello della citta, Finito il lavoro riporterd i documenti. 4) Statuti, 1. I, carte 25, a. 1748, Arch. com,