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ANTO NI O L U P O

Poesie d’amore

Elegie e canti onirici

Prefazione
1) Canto d’amore
2) Quadro d’autore
3) Oltre il presente
4) Rosa di maggio
5) Vespro
6) Sabbia di fiume
7) Cielo senza stelle
8) La foresta incantata
9) Se tu mi amassi
10) Fu solo amore
11)Le biblioteche
12)Atomi di memoria
13)Ebbrezze dei sensi
14) Le voci sensoriali
15)Essenze di dubbi
16)Contro l’immortalità
17)Echi d‘amore
18)Quel che resta di noi
19)Vanitas
20)Ecclesia
21)Creator mundi
22)Alma mater
23)Agnus Dei
24)Il serpente
25)Il risveglio di Eva
26)Il Diluvio
27)Gli Apostoli
28) La Resurrezione
29)Le colline della memoria
30)Il volo del macaleone
31)Tanto ci resta
32)Il dialogo con la colombaia
33)Nenie d’oltretomba
34)Iris di montagna
35)Profumi d’estasi
36)Un’alba di sogni
37)Ceneri d’imperi
38)Senza il canto di fringuelli
39)Il canto delle galassie
40)Et introibo ad altare Dei
41)Dies irae
42)Ex abundatia cordis
43)Le luci del ricordo
44)Il canto delle nuvole
45)Oltre le stelle
46)Il sonno del ciclamino
47)Il silenzio delle ombre
48)Un’ultima parola
49)Solitudine
50)Alma Venus
51)Sogni proibiti
52)Vetustas
53) Epistula

Prefazione

Pubblicare una raccolta di poesie è sempre una sfida che mette in gioco il proprio
essere, il proprio modo di esprimersi attraverso le innumerevoli contraddizioni del
quotidiano. Nel bene e nel male, si scrive, si produce, si cerca di mettere a confronto
la propria esperienza con quella degli altri.
Sperando in un riconoscimento fine a se stesso se non in una gratificazione
personale talvolta narcisistica, si va alla ricerca comunque di un minimo di consenso,
che molte volte rimane inappagato.
E’ il rischio che deve necessariamente correre chiunque si accinga a pensare di
rendere pubblici i propri pensieri. Fortunatamente, nella stragrande maggioranza dei
casi, le raccolte rimangono custodite gelosamente nei cassetti delle scrivanie in attesa
che il giorno fatidico della pubblicazione arrivi.
Nella migliore delle ipotesi si intende lasciare, in fotocopia, ai propri eredi il
ricordo di un papà poeta o presunto tale perché lo si renda più profondo. La
filosofia foscoliana è sempre valida. E non può essere diversamente.
Ma la pubblicazione è tutt’altra cosa. E’anche un esporsi - e perché no?- al
pubblico ludibrio, in cui talvolta critici avveduti scoraggiano anche chi timidamente
dovesse accingersi ad elaborare un minimo pensiero da mettere in forma poetica.
Tanto perchè ci si renda conto che l’autocritica - quando c’è - non è sufficiente per
un minimo di revisione appunto critica. !
La raccolta “Poesie d’amore, elegie e canti onirici” nasce dopo la prima silloge
“Canti onirici” pubblicata con le Euro Edizioni Aversa, Oria(TA), 2001. A sette anni
di distanza l’autore sentiva il bisogno di riprendere, approfondendole alcune
tematiche della prima raccolta.
Di qua la necessità di dare ad alcuni suoi componimenti il titolo di canti. Canti nel
sogno, appunto.
Se la struttura metrica rimane essenzialmente invariata: allitterazioni,
enjambement, rime interne, cadenza ritmica, versi liberi, le tematiche scelte sono
incentrate, per lo più, su una analisi del sentimento universale per antonomasia, sia
che venga visto nel dialogo amoroso degli innamorati, con il raggiungimento della
felicità, sia che venga interpretato come abbandono, dolore, rimorso, disperazione,
rimpianto, espiazione.
Nella prefazione ai Canti onirici, edizione 2001, l’autore così si esprime: “E’
notorio che canto vuol dire lamento, bisogno assoluto di esternare sentimenti che
possono essere di odio, amore, rimpianto, desiderio, dubbi, estasi, attesa
contemplazione, rasserenamento, quiete, ricerca di un mondo sognato, di una realtà
sovrannaturale che riscatti l’uomo dalle quotidiane miserie, in cui, abitualmente, è
costretto a vivere…..” (ibidem, pag. 4)..
Si tratta, in definitiva, delle tematiche classiche, da Saffo a Catullo, da Petrarca a
Beaudelaire. Cambia, in definitiva, la modalità di espressione, con le dovute distanze,
ben inteso, rimane il riferimento all’esperienza personale, talvolta dolorosa, talvolta
gioiosa, anche se prevale la prima.
In verità, nella prima silloge, non manca “un’immagine estremamente variegata
delle riflessioni sull’interpretazione dei dati della realtà ora in chiave ironica, ora in
chiave simbolica o metaforica, ora in chiave più chiaramente ed esclusivamente
lirica” (Canti Onirici, pag. 3).
Si è voluto rifuggire, in questa seconda raccolta, dall’indulgere eccessivamente
alla composizione sui temi in cui l’esistenza è vista solo come rabbia di vivere,
analisi delle esperienze più frustranti, sottolineatura spropositata degli aspetti
devastanti del mondo contemporaneo, come se la poesia fosse soltanto un muro del
pianto metaforico.
Si è voluto cercare, attraverso parametri più esaustivi, di cogliere, là dove è stato
possibile, la grandiosità dei sentimenti, la gioia che può derivarne, la ricaduta positiva
dell’esperienza vissuta, così in “Canto d’amore”, in cui si chiede all’amata, attraverso
un imperativo categorico, di non vegliarsi senza un bacio, di sorridere all’amante, di
piangere solo per amore, di non andar via da sola, di non restare con le proprie
lacrime, di non chiedere che il proprio uomo l’abbandoni: “Non svegliarti senza un
mio bacio/ Ancora/ Non sorridermi senza che m’ami/ Per nulla / Non piangere
d’amore/ Per sempre/ Non andar via/ Da sola/ Non restare coi tuoi pianti/ Mai più/
Non chiedere ch’io parta/ Da ora.”
L’ amore viene giurato per l’eternità: “Mille volte amore/ E poi ancora mille/ Per
l’eternità” . Il debito verso Dino Campana resta insoluto, nella ricerca della propria
identità, come esaurimento delle scorte che i sentimenti possono offrire.
Fortunatamente, sono inesauribili, eterni, imprevisti, sempre freschi nella loro
immortale genuinità, inattesi, affannosamente cercati.
Il tema dell’al di là è visitato in varie occasioni. Già nella prima raccolta nella
lirica “Dopo il ponte” la riflessione veniva affrontata in termini di serenità, di
coinvolgimento della madre natura esternatrice di colori e profumi: “Dopo il ponte/
Non saremo più soli/ Ci credi?/ E il vento sentirai soffiare/ Impetuoso/ Come un
uragano/ Arrabbiato/ …………………….Dopo il ponte/ Non più piangerai/ I segreti
sapranno/ Gli amanti / Che liberi cantano/ Insieme/ Le nenie d’amore/ Nei sogni
perduti………..” (pag. 8,9, ibidem).
La ricerca della parola è stata ridotta all’essenziale. Appare di tanto in tanto
qualche arcaismo o un ricordo degli studi ginnasiali. Per il resto, il costrutto è
relativamente e volutamente semplice perché si entri subito in contatto col pensiero
dell’autore senza affannose ricerche ipotetiche del significato del verso.
Il termine elegia è stato accuratamente scelto come componimento a matrice
melanconica, in cui il dolore non è più amoroso , ma si estende ad altre esperienze,
per lo più di stampo pascoliano.
Per il resto, è legittima la pretesa di natura estetica, senza ambizione a diventare il
vate di turno, se mai, vi è il desiderio di condividere passioni e riflessioni, canto
corale in sintonia con quello che l’universo ci ha regalato di meglio.

Canto d’amore

Non svegliarti senza un mio bacio


Ancora
Non sorridermi senza che m’ami
Per nulla
Non piangere che d’amore
Per sempre
Non andare via
Da sola
Non restare coi tuoi pianti
Mai più
Non chiedere ch’io parta
Da ora

I tuoi baci sono fragole di fresco


Nel tuo giardino colte
Di notte
I tuoi sorrisi, perle d’oriente
Dei miei desideri
Il tuo pianto è quello dell’universo
Ormai
La tua partenza senza fine
Addio
Il tuo amore finito per sempre
Speranza senza ritorno
Amore, amore, amore, amore, amore
Mille volte amore
E poi ancora mille
Per l’eternità
Quadro d‘autore

Ho dipinto un quadro d’autore per te

Senza cornice
Non ho messo i fiori di aprile
Per te
La luna era nascosta
Non c’eri
Ho solo ritratto il tuo volto
Fanciulla
E i tuoi sorrisi erano smeraldi smarriti
Da tempo
I tuoi capelli ho dipinto
Ebano raro e prezioso
I tuoi occhi ho ritratto
Col verde del salice
La tua bocca di miele
Col rosso di sera

L’ho firmato col sangue


Dell’anima mia

Oltre il presente

Non correre. Fermati un istante


Un momento soltanto
Ti prego
Una parola ho da dirti
Attendi
E poi vai via
Se credi
Vi sono raggi di sole inattesi
Vi sono profumi d’estate nascosti
E more di bosco mature
Mirtilli di ambra dipinti
I Fringuelli con ali di giada
E gocce di zaffiro
Aspettano.
Non correre sempre. Attendi
Un’ora di adesso
E’ nulla se vuoi che sbocci
La rosa che ami

Rosa di maggio

L’ho colta stanotte


Per te
L’ho messa sul tuo davanzale
Per te
Le ho tolto le spine
Per te
Te l’ho regalata
Perché
Al risveglio ti ricordi
Di me
Non ho più parole
Per dirti
Ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo
Quando non mi sorridi
Mi vedi
Mi aspetti
Mi odi
Mi tocchi
Mi baci
E piangi ancora di felicità

Vespro

Ti ho atteso.
Invano.
Ho chiesto a Ivana dov’eri.
Mi ha detto che sei partita.
Ieri.
Alfonso mi disse ch’eri triste
Da tempo
Da quando ci siamo lasciati
Oramai.
Un vespro di un aprile lontano
Addio dicesti
Giovanni ricorda così
Ma è vero che più non ci sei?
Non l’hai mai detto
Lo sai
Che dirti adesso non so
Attendo che torni
Per dirti di nuovo
Sei mia, sei mia

Sabbia di fiume

Mi attendevi pensosa sul greto


Nel giorno più triste per me
Guardavi lontano tra faggi dorati
Tra canti e lamenti di merli
Sapevi che ero partito
Lontano, lontano
Per mai più ritornare?
Ti ho tradito
Lo so
Un amaro rimorso
La mente mi turba
Che dirti ancora
Mia amata
Lasciata
Sulla sabbia di un fiume
Che solo fu nostro
L’ho vista di nuovo
La sabbia
Non è per niente la stessa
Ohimé
Mi manca il tuo viso
Il tuo gaio sorriso
Di quando t’amavo
Adesso lo so
Ma è tardi, lo sai
Ti ho perso per sempre, per sempre
Né mai più ti ritroverò
Cielo senza stelle

L’ho guardato di notte


Il tuo firmamento
Cercavo un astro lontano
La stella che tu m’indicavi
Per dirmi che nostra
Ormai da tempo non era
Invano
Lontano scorgevo una nube
Era l’alba di un giorno un po’ strano
Vedevo il tuo volto
Pensavo
Ma vero non era
Un’amara illusione
Si rilevò
La nube scomparve
In timida pioggia
Versò
Il tuo viso
Poi, andò via
Portata dal vento
Con te
Dal vento, dal vento.

La foresta incantata

Sono andato con Sasof


nella pineta maremmana
per fargli vedere il luogo
del tuo amore perduto.
C’era anche Irina Boenko
che ironica mi sorrideva .
Te la ricordi Irina la moscovita,
bionda e occhi cerulei?.
Anche lei, lo sai, è molto attraente.
Me n’ ero innamorato,
all’ombra d’un pino gigante .
Mai nulla ne volle sapere.
E’ stato meglio così, amore mio.
Se m’ avesse amato,
mai più da te sarei venuto.
Mai più avrei rivisto i capelli
corvini più neri dell’ebano,
i tuoi occhi di smeraldo mai visto. Il rubino,
Il rubino delle tue labbra
l’ho cercato da allora. Inutilmente.
Portavi un vestito d’ametista
su scarpe topazio o acquamarina?
Non ricordo, ohimé, sciagurato.
Vedemmo un ruscello d’onice
tra salici piangenti e sagome di merli granati.
Il becco era zaffiro,
le zampe berillo violetto.
Tutte le pietre preziose del mondo
erano là per te.
Ma non c‘eri, non c’eri.
L’avevo inventata per te
la foresta incantata.
Mi aveva tradito un sogno premonitore.
Saresti partita per sempre
per non rivederti mai più!

Se tu mi amassi

Ho incontrato Robert
ieri sera. Veniva d’Antibes.
Portava Fragonard
da te preferiti.
E’ cambiato di molto.
Portava con sé Madeleine,
la bruna di Nizza.
Picasso fu il pittore
di cui parlammo
la notte d’agosto.
Le ultime zagare incensavano
un’aria di fuoco,
tra gli ulivi dormienti del sud.
Ho parlato di te
e poi ancora di te.
Gli dissi che forse
saresti tornata.
Da me.
Ancora da me,
che non meritavo.
Mi chiese perché
mi avevi lasciato.
Gli dissi che
fu un capriccio inatteso.
Ancora non so,
mi chiedo che male ti ho fatto.
O meglio, lo so.
Ma se ancora m’amassi
ti direi che sei una farfalla
con ali d‘opale
e occhi ametista
e dita di porfido.
Farei un dipinto
su un arancio dell’orto
in cui sei stata,
sussurrando canzoni di miele
con Venere che ancora mi parla di te.

Fu solo amore

Ho aspettato invano. Un’eternità, se credi. Mi guardavi dal balcone dei gerani. Mi


guardavi perplessa.
Non era sicura di me. La tua veste d’ambra, la ricordi?
Ne ho ancora un brandello.
Ricordo d’un solo momento. Abramo lo dice sovente. Anch’io t’amavo. Allora. Poi ci
fu quel destino crudele.
Chi mai l’avrebbe pensato?Non ti ho più rivista. Gli iris di Van Gog si misero d’un
tratto a fiorire. Ma tu non tornavi.
Si erano appassiti i gerani. Gli iris olandesi tornarono sfioriti nei quadri.
I secoli m’ hanno visto aspettarti. Inutilmente.
Quei papaveri non li ho visti mai più. E’ rimasto il rosso delle tue labbra. Dei tuoi
ciclamini non ho che i tuoi occhi.
Dei pompelmi dell’orto, i tuoi minuscoli seni.
Dei tuoi amplessi una stretta nel cuore.
Oramai.
Un’ultima parola

Un’ultima parola voglio dirti stamattina. Quando il vento soffierà senza di noi
La rosa sboccerà nel tuo giardino
La pioggia canterà la sua canzone
Il tuono romperà il suo silenzio
Un lampo l’azzurro si vedrà
Un’arida alba nascerà
Ti cercherò nell’alone della luna
Nei petali delle begonie
Nel soffio della tramontana
Nell’ombra dei miei sogni
Omai svaniti

Solitudine

Ha cercato conforto in Mozart, poi con Matisse. Modigliani l’ invitava coi suoi nudi.
Divini. L’attrasse per un momento un Van Gog sconosciuto. Lesse infine le Sacre
Scritture.
Abramo gli consigliò di soprassedere. Era lei che lo cercava. Ostinatamente. Isaia
gli disse di tacere. Fu solo Giovanni che disse: “Datti pace, non cercare altrove. E’
qui davanti a te ad aspettarti”.
O mia solitudine. Dea incontaminata. Luce dei suoi desideri, credeva in te.

Alma Venus

Alle quattro del mattino del quindici maggio ha guardato un cielo d’opale.
Venere lo spiava pensosa. Che cosa sarebbe stato di lui senza di lei?
Gli chiese silenziosa in un notturno di Chopin.
Non ebbe risposta. Almeno così pensava. Passò ad un requiem di Amedeo, ma solo
un rondò l’ avvinse allora.
Un minuetto maestoso lo conquistò. Fuggì insoddisfatto nel dolore. Solo le tue
braccia consolarono il suo sonno inquieto.
Sogni proibiti

Contava le ore notturne inutilmente. L’avrebbe svegliato inorridito


il canto d’un gallo mattutino?
Nell’orto si festeggiava la primavera il tredici di aprile. Un po’ in ritardo, in verità.
Solo i colombi stavano appollaiati in una gabbia stretta.
Un astro stentava a far capolino. Un iris impigrito si svegliava chiedendo aiuto ad
un narciso nano.
La fresia sonnecchiava nella sua veste bianca. Matteo giaceva nel caldo del suo
letto sperando nei suoi sogni proibiti.
Era un dolore atroce che lo costernava. Non se l’era mai sognata la sua felicità.

Vetustas

Sarebbe venuta all’improvviso, senza dir niente?


Non lo sperava. L’immaginò indolente, claudicante o cieca nel suo cappotto nero.
Uno scialle di dolore l’avvolgeva.
Un fiore sbiadito nelle mani.
Un collana di latta al collo austero. Aveva gli occhi grigi di un gattino, un basco di
lana sulla testa calva.
Ma sorrideva. “Non temere” gli disse di mattina.
“Andremo insieme verso l’al di là dove il tuo corpo alloggio più non ha. Solo il tuo
ricordo la nebbia schiarirà”.

Epistula

L’ ho scritta per te questa mattina


Mentre dormivi ancora
Non so cosa sognavi
Forse un abbraccio
O una carezza sola
Lo sguardo d’un attimo
O nulla più
Ho riflettuto un momento solo
Complice un fuoco lento
D’un camino antico
Volevo dirti
Quando ti svegli cosa farai?
Sarai come un raggio di luna sbiadita
Oppure una gazza innamorata?
O forse una tortora spaventata?
Un agnello tremante
O tigre di sangue assetata?
Una coniglia incinta
Nella conigliera ?
Nulla di tutto questo.
Sarai un petalo di fiordaliso
All’alba di un nuovo giorno
Che verrà.

Il canto delle nuvole

Nell’enciclopedia di Diderot
Non vi è descrizione alcuna
Del canto delle nuvole
E nemmeno in quella di Larousse
E neanche nella Britannica
Persino ad Alessandria
Se ne dimenticarono
Harvard non ne ha mai palato
Vi è solo un progetto
Alla Sorbona in corso di registrazione
Ma dicono che il docente è folle
Ché le voci delle nubi
Le sentirono soltanto
I profanatori delle piramidi
Di Cheope e Miicerino
Temendone gli effetti
E Didone abbandonata
Ma il canto delle nuvole
Anch’io l’ascoltai
Dimentico ‘Eratostene
Immerso nell’ambra
Delle sirenette

Oltre le stelle

Oltre i buchi neri


Oltre le supernove
Oltre il Monte Bianco
Oltre l’Himalaia
Oltre tutti gli oceani
Oltre i tifoni e gli uragani
Oltre il volo dei gabbiani
Delle aquile
Oltre i petali dei fiori d‘amarena
Oltre i geni e gli alberi genealogici
Oltre i profumi delle petunie
Dei garofani e delle viole e delle rose

Del tuo giardino


Oltre il respiro affannoso
Oltre le memorie
Oltre le catacombe ed i martiri di Otranto
Oltre le preghiere di Santa Chiara
Oltre le estasi di San Bernardo
Oltre i minareti di Damasco
Oltre il muro del pianto di Gerusalmme
Oltre Atlantide
Vi è solo il magico attimo
Che li rende oltremodo
Universali ed eterni
E tu Donna lo sai.

Giovane flautista

Giovane volesti
Al nobile suono darti
Arte sublime
Di tempi senza fine
Anche l’amore
Dimenticar volesti
E gli amici
E gli altri studi
Le promesse, le speranze
I sogni, persino, abbandonasti
Nuova vestale
Della eterna religione
Il tuo canto
Nell’universo va
Oltre le lingue
E limiti
Della storia
O di immensi continenti
Gloria te dolce fanciulla
Nell’alto dell’etere supremo.