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Logos

UOMO

Tecnica

Le domande fondamentali che ogni essere umano si pone al centro della sua esistenza, seppure non espresse esplicitamente, sono sempre le stesse: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? La risposta a queste domande che si ripropongono sempre nei vecchi termini non mai la stessa ma cambia con il variare delle nostre conoscenze sulla natura umana e sul mondo che ci circonda, per cui dobbiamo abbandonare l'idea cara a molti filosofi ed a molti teologi di cercare una risposta esauriente e definitiva valida per tutti e per l'eternit e prendere coscienza, come ci indicano alcuni nostri rituali, che le nostre risposte, anche se generalmente esaurienti, sono e saranno sempre perfettibili. La soluzione del problema esistenziale di tipo individuale poich ogni individuo chiamato a dare personalmente la sua risposta ma nello stesso tempo di tipo collettivo poich le caratteristiche che accomunano il genere umano sono enormemente maggiori di quelle che contraddistinguono i vari popoli ed i singoli individui. Da dove veniamo e chi siamo possiamo anche pensare di saperlo a sufficienza ma dove andiamo? La questione che mi tormenta questa e soprattutto, riformulando la domanda con altri termini, mi chiedo: ancora possibile, in mezzo a tutto ci che accade, un tipo di vita che sia completamente imperniato sulla natura dell'uomo e sull'opera dell'uomo? Secondo il filosofo Gunther Anders oggi viviamo in un mondo in cui la macchina e gli oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della storia, il mondo il luogo in cui ogni essere umano gettato e costretto a vivere in qualit di essere totalmente inadeguato ai nuovi tempi. Anders individua nella seconda guerra mondiale una linea di divisione tra la prima e la seconda met del secolo scorso importante nella storia dell'umanit ,(sebbene, naturalmente, le radici degli avvenimenti di allora siano da ricercarsi molto pi addietro nel tempo) in quanto la tecnica acquista un ruolo preminente rispetto alla natura diventando fine, non pi mezzo nelle mani dell'uomo . Prima di quel momento il mondo apparteneva ad una figura umana ben definita, universale, nonostante le molte e notevoli differenze. In seguito si manifestano fatti nuovi: le cose tendono a non aver pi lo stesso carattere, la stessa misura, a mutare il loro punto di partenza e i loro fini; altre sono le forze che le muovono, le loro relazioni con la natura non sono pi quelle di prima. Al contatto con il fatto nuovo che si introduce nella storia, tutto l'antico ordine di cose si sgretola. L'uomo che gli apparteneva e del quale noi tutti portiamo, pi o meno, qualcosa nel sangue, diventa un senza patria. La comparsa della tecnica come fine prima di tutto un fenomeno che ha intaccato l'intimo dell'uomo. Luomo della civilt tecnologica subalterno alle macchine da lui stesso create, e per queste prova soggezione e vergogna. Questa vergogna ( che Anders chiama vergogna prometeica ) legata a una sorta di dislivello tra luomo e i prodotti meccanici, che essendo sempre pi efficienti e funzionali lo oltrepassano facendolo diventare antiquato. Le macchine sono perfette, funzionano e sono ripetibili in serie: questo concede loro una sorta di eternit che alluomo negata. Di fronte alle macchine luomo perde la sua importanza allinterno del sistema sociale, egli diventa antiquato perch, appunto, ha bisogno di riposarsi, di mangiare, di divertirsi mentre le macchine funzionano sempre senza intervalli e distrazioni.

Se la prima rivoluzione industriale consistita nell'introduzione delle macchine, se la seconda si riferisce alla produzione dei bisogni, la terza rivoluzione industriale (quella che attualmente stiamo vivendo e che nata nello scorso secolo) per Anders quella che produce l'alterazione irreversibile dell'ambiente e compromette la sopravvivenza stessa dell'umanit. Simbolo incontrastato e paradigma della nuova era (e della sua pseudo-cultura) indiscutibilmente la televisione. Per il filosofo tedesco lo sviluppo della radiotelevisione la piena espressione della societ tecnologica, dove i diversi mezzi acquistano in effetti la sovranit sulla vita, non solo lavorativa. Questo il segnale di una nuova fase, pi perfezionata, della cultura di massa. Prima, sostiene Anders, il pubblico di massa si trovava almeno unito dal fatto di assistere insieme a uno spettacolo (pensiamo al teatro o al cinema), di condividere le emozioni. Con la televisione questo non avviene pi, in quanto si impone una forma di atomizzazione. Il carattere domestico del mezzo per il filosofo il maggior responsabile dellappiattimento emozionale che caratterizza il nostro essere. Guardiamo tutti le stesse cose, compriamo tutti le stesse cose e di conseguenza parliamo delle stesse cose e pensiamo in blocco le stesse cose: non c pi spazio per loriginalit, ma solamente per lomologazione intellettuale. "Ogni consumatore un lavoratore a domicilio non stipendiato che coopera alla produzione dell'uomo di massa", e aggiunge. "Dato che il mondo ci fornito in casa, non ne andiamo alla ricerca; rimaniamo privi di esperienza". Lesperienza muta: ora la televisione occupa la maggior parte del nostro tempo libero e fare esperienza (interagire con gli altri, leggere, etc.) non sembra essere pi necessario. Con la televisione cade, inoltre, ogni barriera tra realt e fantasia, infatti la televisione sembra sostituire anche i nostri sogni. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire come siamo giunti a questo punto e se al contrario di quanto sostiene Anders , cio che, non pi lecito nemmeno sperare in quanto la condizione a cui luomo oggi arrivato sostanzialmente irrecuperabile, abbiamo ancora una via d'uscita. Dobbiamo per prima cosa iniziare a smontare quella definizione, di origine greca Zon logistikn, nobile per la sua tradizione, secondo cui l'uomo un animale ragionevole o razionale perch all'uomo manca il carattere tipico dell'animale, l'istinto. L'istinto,infatti, una risposta rigida ad uno stimolo. La parola importante rigida. Sono comportamenti automatici, non sono frutto di apprendimento n di scelta. Gli istinti si distinguono dalla pulsione in quanto questa mira alla soddisfazione dei propri bisogni (fame, sonno, sesso) basandosi su schemi appresi tramite interazione continua tra individuo ed ambiente e senza obiettivi particolari. L'uomo non dotato di quelle risposte rigide agli stimoli che chiamiamo istinti. L'animale appena nasce sa quello che deve fare invece gli uomini non sanno cosa fare e necessitano di molte cure per cui la nascita non solamente nell'atto del parto ma tutto un percorso che necessita di cure senza cui il bambino non sopravviverebbe proprio per mancanza di codici istintuali. Ragion per cui assumiamo come definizione iniziale l'altra espressione con cui i greci definivano l'uomo: Zon lgon kon. L'animale che ha il linguaggio. Con la parola linguaggio gi entriamo in una dimensione tecnica perch il linguaggio non un'immediatezza, immediato sar il gesto,immediata l'espressione del viso..il linguaggio una mediazione tecnica tant' che noi la lingua la dobbiamo imparare secondo una tecnica che si chiama grammatica sintassi ortografia, quindi l'uomo che nella definizione gi rivela una componente tecnica. La teoria per cui gli uomini non hanno istinti enunciata per la prima volta da Platone nel Protagora, dove racconta che Zeus incaric Epimeteo (epi-metis, colui che pensa dopo; quindi

l'improvvido, lo sprovveduto) di fornire a tutti i viventi delle qualit, che erano poi le qualit istintuali, la loro virt..Virt per i greci forza, capacit. Giunto all'uomo, Epimeteo pi non ne disponeva da distribuire, perch era stato troppo prodigo nelle assegnazioni precedenti. Allora Zeus, impietositosi della sorte umana, incaric il fratello di Epimeteo, Prometeo (prometis, colui che pensa in anticipo), affinch desse agli uomini la sua virt: l'antiveggenza, il pre-vedere., il pro-gettare, gettare avanti lo sguardo. Anche Hobbes , molti secoli dopo,sosterr che, mentre gli animali mangiano quando hanno fame, l'uomo "etiam fame future, famelicus" ,ovvero affamato anche dalla fame futura. In altri termini, l'uomo non ha bisogno dello stimolo della fame per procurarsi il cibo, perch prevede che, anche quando sar sazio, arriver il tempo in cui necessiter di cibo. Questa la virt dell'uomo: la capacit di previsione. Ci gli consente una certa organizzazione del mondo. Platone fornisce anche delle spiegazioni anatomiche del motivo per cui gli animali non possono progettare data la forma del loro corpo. Il loro corpo guarda lo spazio circoscritto della terra mentre l'uomo grazie alla sua posizione eretta distende uno sguardo fino all'orizzonte, ha di fronte a se un panorama. Orao in greco vuol dire vedere, pan tutto; ha uno sguardo totalizzante all'interno del quale in grado di assistere ad un mondo e di organizzarsi all'interno di questa visione totale. Ecco allora che l'uomo non va pensato come un animale fornito di istinti ma come quel vivente che pu sopravvivere solo se diventa immediatamente tecnico. La tecnica dunque la dimensione con la quale l'uomo supplisce alla sua carenza istintuale e come tale essa rappresenta anche il luogo della sua libert. Anassagora affermava che l'uomo intelligente perch ha le mani. La natura,per i greci, ci che permane nel mutamento: il Theion, il divino, perch essa il principio che si prende buona cura degli enti in cui e attraverso cui si manifesta. Poich il divino essa anche il sacro e, come ha dimostrato Rudolf Otto, incute nelluomo timore, venerazione e rispetto e, nella sua sacralit, intangibile. Il mito greco delinea il quadro entro cui il rapporto tensivo tra uomo e natura si risolve nel racconto prometeico, nel quale il titano ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Tale racconto che vede come attori, uomini dei e come trait dunion il titano, dimostra che per gli antichi e non solo per i greci, la pulsione di adattamento allo spazio circostante sempre sentita come conflittuale. Ci che il mito rivela, in maniera molto moderna se vogliamo, e la condizione non solo di esistenza ma di ek-sistenza del singolo: il racconto indica infatti il passaggio da una sfera amniotica, incosciente, nella quale versava luomo prima del dono del fuoco da parte del titano, allautocoscienza, alla comprensione del s altrimenti impossibile;laccesso ad un sapere differenziante che segna il definitivo distacco dalla maternit uroborica e il raggiungimento di una diversa condizione: luomo gettato al di fuori della partecipazione con la natura ed incontra anche la sua finitezza temporale, la mortalit. Prima del dono di Prometeo luomo aveva bisogno dellaiuto della divinit per soddisfare le proprie esigenze di vita; egli era totalmente dipendente e tale rapporto non era niente di pi di quello che intercorre tra una madre ed un figlio piccolo, ancora ben lontano dallautosufficienza. Il fuoco che Prometeo dona alluomo rappresenta quindi il veicolo simbolico della sua emancipazione e del raggiungimento di una nuova e superiore condizione, o meglio, dellapprodo alla dimensione umana, attraverso il distacco da quella animale. La natura diviene ostile e matrigna luomo pu, rispetto al dio, vedere le cose nella loro duplicit innanzitutto, e ,quindi, nella loro differenza relativa. Ci apre la possibilit di dominare la realt una volta differenziata nelle sue parti, di rendere operativa la tecnica, in

primis, come processo di selezione oggettuale. Alluomo, inoltre dato non solo di esistere, come accennavamo prima, ma di ek-sistere: tutti gli enti esistono, le cose gli animali e noi medesimi; luomo, in pi da sempre aperto originariamente alla comprensione del mondo e alla manifestazione dellessere. La ragione che si instaura sulla base della comprensione delle differenze porta alluomo la facolt di poter scegliere e quindi di agire: questo ci racconta il mito, questo simbolizza Prometeo. Ci non deve per indurci a considerare il rapporto tra uomo e natura, cio tra tecnica e natura come sottoposto al volere della pura libert umana: la natura ci che si ricompone al di l del nostro agire. Per il mito essa sottoposta non tanto al volere di Zeus, quanto a quello della Necessit (Ananke) e della Giustizia (Dike): a queste due entit tutti sono sottoposti, persino gli dei ,soprattutto nelle successive rappresentazioni della tragedia greca. Tali forze tracciano il limite, il perimetro entro il quale sia le azioni umane che quelle divine sono contenute e fanno s che qualsiasi tentativo di sopraffazione sia destinato a naufragare contro le leggi inviolabili del cosmo. La tecnica umana ha, quindi, una propria misura e la vicenda del titano, attraverso anche e soprattutto il supplizio che patisce, insegna che la volont di dominare la natura si ricompone, in ogni caso, allinterno di questultima. La volont di potenza che si esprime in Prometeo viene punita sulla montagna sacra. Ci che ci preme sottolineare che la sua figura risulta ad uno sguardo pi attento, ambigua; egli, pur appartenendo alla stirpe dei Titani non esita a mettersi dalla parte di Zeus, determinandone la vittoria; daltra parte non esita a tradirlo per donare il fuoco ed emancipare luomo. La duplicit prometeica riflette anche la duplicit della tecnica stessa: essa strumento di emancipazione ma uninsidia allo stesso tempo, sia per luomo che per gli dei. Nella tragedia greca, sviluppo del racconto mitico, luomo non un essere tra gli altri: la sua natura viene percepita come la pi inquietante (to deinotaton), perch essa si rivela come lindole della creatura che esercita la violenza in seno alla natura. Una volta gettato nel mondo egli deve ritagliarsi il proprio spazio in un mondo differenziato in cui e costretto ad aggirarsi. Egli supplisce alla carenza istintuale che ha, rispetto alla perfezione e alla compiutezza dellanimale, col trovare da s la sua strada. In questa sua solitudine risiede anche la sua tragica grandezza, cio lessere aperto alla progettualit come apertura al mondo e alla temporalit, alla libert ed alla morte. Sempre per la tragedia egli pantoporos aporos, cio capace di percorrere tutte le vie ma senza averne una precisa: luomo quindi de-viato dal corso della natura. Nell'epica Ulisse leroe umano pi dotato di metis l'intelligenza attiva (nous contemplativa), detto, infatti, polumetis (dalle molte astuzie),polutropos (dalle molte vie, soluzioni), e polumechanos (che non manca mai di espedienti tecnici) nel senso che non manca mai di espedienti, di poroi, per trarsi dimpaccio da ogni genere di difficolt, (aporia). Pantoporos aporos: in questo ossimoro Sofocle racchiude la tremenda condizione dellunica creatura che ek-siste al di fuori della compiutezza della natura. Lillusione che Prometeo consegna alla modernit quella di sciogliere lazione umana dai vincoli posti dalla Necessit, che regge lordine cosmico. Gli strumenti risultano incapaci di eleggere valori ultimi, perci la tecnica deve essere governata , se si vuole, da qualcosa di ancora pi tecnico, per evitare che ci che libera divenga a sua volta ci che imprigiona, ed ecco la necessit del rito. Per luomo arcaico esistono due temporalit: il tempo profano, quello quotidiano che non ha nessun valore dal punto di vista religioso e quello sacro che ha una valenza ontologicamente piena. Il rito, nella costante ripetizione dellillud tempus, opera la

riattuazione del tempo sacro, riproposizione ontologicamente identica di un evento accaduto allorigine del mondo. Il rito permette alluomo unapertura permanente sul tempo religioso, grazie al quale non solo levento originario e di nuovo vivificato, ma anche rende possibile annullare il tempo profano, storico: tutto questo distingue in maniera assoluta luomo arcaico da quello moderno. Per il primo il tempo profano rappresenta, nel suo scandirsi un allontanamento dalla purezza dellorigine: il tempo ha una struttura circolare che rende possibile recuperare e ripetere i gesti fondanti e cosmologici degli dei. La natura, attraverso i suoi ritmi, garantisce la ciclicit del tempo, laddove ogni primavera importante non tanto perch con essa, la rigenerazione manifesti questa o quella forza, ma per il fatto che con essa venga replicato latto primo della cosmogonia. Il tempo arcaico quindi temporalit eterogenea, profana e sacra: la prima appare come attraversata da incisioni nelle quali la seconda pu irrompere e vivificare. Nellimpostazione aristotelica e in quella stoica, che ne per molti aspetti lerede, il cosmo sede di una legge immanente, sacro perch sede di un logos eterno. Nellimpostazione cristiana il logos logos divino che quindi si partecipa solo al mondo. Mentre il cosmo aristotelicotolemaico un cosmo in cui vige una legge eterna e immanente, il cosmo cristiano cos come definito nella Somma teologica di Tommaso dAquino un cosmo in cui in quanto cosmo creato, vige una legge imposta. Anche se imposta, questa legge ha per lo stesso valore della legge eterna, in quanto essa il riflesso di quella legge eterna. Luniverso edificato: si parte dal vertice, Dio, cui spettano congiuntamente essere ed esistenza per poi passare al mondo cui spetta lesistenza e solo una partecipazione allessere. Luniverso descritto nei termini della grande scala degli esseri: alla sommit di esso, trascendente a esso, Dio, nel quale, essere ed esistenza coincidono e nel quale proprio nel punto in cui quella coincidenza si realizza riposta la legge eterna. Facciamo un salto di duemila anni e dal punto di vista tecnico non cambiato un gran che, anche se nella storia entrato prepotentemente il pensiero giudaico-cristiano che cambia totalmente l'orizzonte di senso, la natura creata da Dio, leffetto di una volont e viene consegnata alluomo allinsegna del dominio (siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente sulla terra). La categoria del dominio viene iscritta come prerogativa della subordinazione della natura alluomo.. Eccoci nel 1600 quando nasce la cosiddetta scienza moderna o scienza basata sulla matematica: gli autori di riferimento sono Galileo, Cartesio, Bacone. Secondo questi pensatori dobbiamo abbandonare lesempio dei greci, che contemplavano la natura nel tentativo di catturare quelle costanti utilizzando le quali si potevano costruire le leggi del governo della citt e quelle del governo dellanima. Nellet moderna gli uomini, intesi come comunit scientifica, devono procedere in unaltra direzione. Formulano delle ipotesi, sottopongono la natura a esperimento e se lesperimento conferma lipotesi, assumono le ipotesi formulate come leggi di natura. Queste leggi cos ottenute non sono eterne, ma provvisorie, da sostituire non appena saranno trovate altre ipotesi, che opportunamente verificate, consentiranno di spiegare pi fenomeni rispetto alle ipotesi precedenti. La scienza moderna nasce nella forma della dissociazione dalla verit assoluta. La scienza non dice verit, ma solo cose esatte, ottenute da determinate premesse. Queste premesse possono essere cambiate se se ne trovano altre pi esplicative. A questo punto bisogna smontare, dopo la definizione di animale razionale, un secondo pregiudizio, quello che la scienza sia pura e la tecnica buona o cattiva a secondo dell'uso che se fa. Non vero, perch l'essenza della scienza la tecnica, non nel senso che la scienza per poter produrre le sue scoperte abbia bisogno di dispositivi tecnici, ma perch lo sguardo scientifico non puro; la scienza non studia per contemplare il mondo, la scienza studia per

manipolare il mondo. Per cui la intenzione tecnica gi inscritta nella mentalit scientifica. Sarebbe come se in un bosco andassero un poeta e un falegname, non vedrebbero la stessa cosa i due, uno vedrebbe l'espressione della natura gli alberi mentre l'altro vedrebbe i mobili. L'intenzione scientifica gi tecnica gi manipolativa, per cui ribaltiamo il rapporto: la tecnica l'essenza della scienza, non la conseguenza della scienza. Non c' stata mai una scienza che non sia stata tecnica, non c' stata mai una rivoluzione scientifica che non sia stata tecnologica e nessuna rivoluzione tecnologica che non sia stata scientifica che non abbia cambiato i modelli di cognizione. Kant illustra bene il nuovo metodo scientifico nell'introduzione alla Critica della ragion pura e ne parla come di una rivoluzione copernicana, cio come per Copernico non pi la terra al centro del cosmo ma il sole cos cambia il rapporto dell'uomo con la natura . Questo capovolgimento ci che accade, dice Kant, perch il rapporto rovesciato, l'uomo non si comporta pi in confronto della natura come uno scolaretto che beve tutto quello che dice il maestro, ma come un giudice che obbliga l'imputato a rispondere alle sue domande. La comunit scientifica fa delle ipotesi, sottopone la natura a esperimento, la natura risponde all'esperimento, se l'esperimento conferma le ipotesi si assumono le ipotesi fatte dagli uomini come diritti di natura, non come leggi eterne, ma come leggi provvisorie di natura fin che non se ne trovano di pi esplicative. La scienza non teme di smentire se stessa a differenza di altre espressioni umane, a differenza della religione, se domani il Papa ci venisse a dire che Dio non esiste provocherebbe un collasso alla religione, anche l'ideologia se nega se stessa collassa, lo abbiamo visto in questi anni; la scienza no, perch non assume le sue ipotesi come leggi eterne. Questo comporta anche un diverso rapporto con la storia, nel senso che la tecnica non ha nella storia nessun momento di negazione di se stessa. Se, ad esempio, succede un disastro a Cernobil , nessuno dice che la tecnica e la scienza sono da bandire, ma invochiamo la scienza e la tecnica affinch pongano riparo al disastro. Per cui la negazione al disastro tecnico viene risalvato dalla tecnica; mentre il disastro ideologico non viene pi salvato dall'ideologia, come il disastro religioso non viene pi salvato dalla religione. La tecnica non prevede la sua negazione, la sua negazione condizione di incremento di se stessa, per cui diventa autoreferenziale.. E qui attenzione, ancora una volta non pensiamo che la scienza sia antitetica alla religione, non facciamoci ingannare dalla storia enfatizzata della guerra tra il Papa e Galileo, non cos, perch la scienza gronda di metafore religiose, una conseguenza dell'apparato teologico medioevale la scienza. . La scienza e la tecnica - dice Bacone - ci restituiranno le virt preternaturali, quelle che Adamo aveva prima del peccato originale, ma soprattutto consentir agli uomini di redimersi dal peccato originale. Il peccato originale aveva determinato nell'uomo due condizioni penose che sono: il sudore della fronte e il dolore a cominciare dal dolore del parto. La scienza e la tecnica riducendo le pene del peccato originale, cio le fatiche del lavoro e riducendo il dolore, che un'altra conseguenza, l'altra pena del peccato originale, concorrono alla redenzione. Per cui la scienza vive la stessa mentalit religiosa che consiste nel dire che il passato male, il presente riscatto e il futuro salvezza; questa la triade religiosa che si trova pari pari nella triade scientifica: il passato ignoranza (male), il presente riscatto e il futuro progresso. La differenza sar nei contenuti, ma la prospettiva, la prospettiva religiosa, la scienza vive una prospettiva religiosa. Del resto questo lo verifichiamo psicologicamente tutti quanti noi che ci rivolgiamo alla scienza con la stessa attesa psicologica con cui una volta ci si rivolgeva a Dio, potremmo dire che la verit scientifica il nostro Graal. Facciamo un salto di altri due secoli e andiamo ad aprire un libro di Hegel sulla logica che a

un certo punto dice due cose: la prima che la potenza della nazioni non dipende dai beni di cui le nazioni sono proprietarie o i singoli individui sono proprietari in quanto la ricchezza d'ora innanzi si fonder non sul possesso dei beni, ma sul possesso degli strumenti, perch i beni si consumano, mentre gli strumenti producono i beni. La cosa interessante che Hegel dice queste cose nel 1816 quaranta anni dopo che era nata l'economia politica con quel libro di Adam Smith sull'origine della natura e della ricchezza delle nazioni (1776). Rispetto all'economia la tecnica una razionalit ancora pi perfetta, perch l'economia soffre ancora di una passione umana che la passione per il denaro di cui la tecnica non soffre minimamente. La seconda proposizione di Hegel forse ancora pi importante della prima, nella prima anticipatore del futuro mentre la seconda strutturale. Dice Hegel: Attenzione che quando si ha un aumento quantitativo di un fenomeno, si ha la variazione qualitativa del paesaggio. L'esempio di Hegel elementare ma illuminante: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se ne tolgo due sono uno con i capelli, se ne tolgo tre sono uno con i capelli, se li tolgo tutti sono calvo. Quindi l'aumento della quantit una variazione della qualit. Queste affermazioni hanno delle rilevanze notevoli in tutti gli scenari, il primo scenario la politica. Noi gi oggi osserviamo che la politica non pi il luogo della decisione, aldil delle messe in scena ,la politica per decidere deve guardare un altro scenario che si chiama economia. A sua volta l'economia deve guardare a un'altro scenario che il dispositivo tecnico, quanta tecnologia abbiamo, di quante capacit tecnologiche disponiamo, dove conviene investire in innovazione tecnologiche? La politica decade come luogo della decisione, perch diventa pi decisiva l'economia, l'economia a sua volta sceglie a partire dalla disponibilit tecnologica, per cui gi la tecnica tiene sotto scacco l'apparato decisionale. Questo pu far pensare a una fine della politica, d'altronde non bisogna immaginare che ci siano delle categorie eterne, la politica nasce nel 400 a. C. ad Atene. Nata e cresciuta faticosamente forse sta finendo. Non solo perch cambiata la struttura del potere, finora abbiamo rappresentato la politica come un triangolo dove al vertice c' il potere, alla base c' l'osservanza o la non osservanza dei dispositivi del potere. Da una parte si comanda e dall'altra si ubbidisce o disubbidisce, quello un po' il modello arcaico che funzionava fino all'et pretecnologica, oggi non funziona pi oltre che per ci che stato detto, anche perch la tecnica distribuisce il potere a tutti gli operatori, tutti coloro che operano nel triangolo hanno la possibilit di godere di un piccolo potere sufficiente a far saltare tutto l'apparato. sufficiente che dieci controllori di volo interrompano la loro attivit e tutta la navigazione aerea si blocca. Il fatto che la tecnica ci pone dei problemi rispetto ai quali noi siamo del tutto incompetenti; se mi dovessero far votare circa l'apertura o chiusura degli impianti nucleari, per votare con competenza dovrei essere un fisico nucleare e non lo sono, allora voto sulla base di suggestioni psicologiche: paura del nucleare, appartenenze politiche, effetti retorici, dimensioni fideistiche, me lo dice il Papa. Per cui se ci si chiede: bisogna fare o non gli organismi geneticamente modificati non facile decidere, bisogna essere un biologo molecolare. Fecondazione tecnicamente assistita? Uso degli embrioni per ricerca? Come faccio a decidere?Certo, criteri di libert, non si vuole vietare agli altri....Il problema che la tecnoscienza ci pone dei problemi rispetto a cui non possiamo essere democratici perch non capiamo la questione,dato che non abbiamo competenza sufficiente di quel problema e quindi diventiamo vittime della retorica, della persuasione. E questo pericoloso, se pensate che Platone dedica ben 12 su 34 dialoghi ai sofisti . Platone se la prende appunto con i retori e i sofisti perch corrompono gli animi, li seducono e quindi gli impediscono l'uso della ragione. Operazione possibile all'epoca di

Platone, educare gli uomini a ragionare, invece che commuoverli o affascinarli. Oggi questo non pi possibile, perch il livello di competenza richiesta dai prodotti tecnico-scientifici tale per cui io che non sono competente mi lascer inevitabilmente sedurre per prendere posizione. La democrazia cos collassa e viene sostituita dalla retorica che non la competenza. Paradossalmente , proprio lo smisurato sviluppo del sapere e della conoscenza rischia di diventare un ostacolo alla nostra comprensione del mondo. La conoscenza acquisita rappresenta s un patrimonio per lUmanit, ma la sua vastit allontana questo patrimonio dal singolo Uomo rendendolo di fatto a lui inaccessibile. Questo un p lo scenario di sfondo della politica, le stesse cose si possono dire a proposito della morale, la scienza ci pone dei problemi rispetto cui la morale annaspa. La morale che cosa ci pu fare? . Il problema non ci che la tecnica in grado di fare, ma che ci sia un'etica all'altezza delle vette da essa raggiunte. La scienza si trova nella difficolt di calcolare gli effetti indesiderati di cui causa, per cui la societ che un tempo aveva un'aspettativa positiva nei confronti della scienza ora ha dubbi e timori. La scienza non pu dare risposte alle nostre richieste di senso, come non pu fondare la logica dellagire etico. A meno che non si trasformi in metafisica. Tentazione che sempre sospesa e incombente sullattivit effettiva degli operatori della scienza. A questo punto se la tecnica, prima di essere strumento nelle mani dell'uomo, visione del mondo che decide la natura delle cose e la qualit dello sguardo, la visione di Anders da cui siamo partiti sembra dimostrata. Il processo evolutivo dal quale proviene l'uomo, ha prodotto, per quanto paradossale ci possa sembrare, la sua libert, la sua capacit di scegliere e quando sceglie, se lo fa perch guidato dalla sua volont identificata totalmente come ragion pratica e cio come prerogativa sottomessa alla legge e non come volont arbitraria, istituisce valori. Ma egli n pu scegliere, n pu istituire valori se non li fonda su un logos che sia specifico a essi. Come ha insegnato Kant, luomo conosce e conoscendo applica la ragione allesperienza. Ma luomo immagina anche e immaginando adopera la ragione in un altro modo, che non meno rigoroso di quello praticato nella conoscenza. Il mondo umano il mondo delle azioni agite e da agire che in quanto tale differente dal mondo dellessere: esso si configura come un cosmo autonomo al quale si applicano regole specifiche diverse da quelle che si applicano alla natura. Per questo penso che possa rispondere alle sfide che provengono dalle biotecnologie solo luomo della responsabilit, tale e quale il massone. Luomo della responsabilit, in definitiva, luomo che pu anche farsi carico del processo evolutivo, atteso che, ovviamente, non lo orienterebbe se non verso esiti di vita, avendo egli fondato la sua identit di essere responsabile su una scelta originaria che la scelta delluomo che ha accettato la vita con tutti suoi carichi e tutte le sue sofferenze. Questuomo pu continuare nel suo cammino, senza temere, anche quando si trovasse a camminare nella valle dellombra della morte, perch anche allora egli porterebbe con s la sua responsabilit, che , come, dice sempre Lvinas, apertura di sguardo su un modo dessere del divino che nessun processo evolutivo potrebbe dissolvere. Luigi Fantappi noto scienziato matematico autore della teoria della sintropia, nei suoi Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico scrive: la legge della vita non dunque la legge dell'odio, la legge della forza, cio delle cause meccaniche, questa la legge della non vita, la legge della morte;la vera legge che domina la vita la legge dei fini, e cio la legge della collaborazione per fini sempre pi elevati, e questo anche per gli esseri inferiori. Per l'uomo poi la legge dell'amore, per l'uomo vivere , in sostanza, amare, ed da osservare che questi nuovi risultati scientifici possono avere grandi conseguenze su tutti i

piani, in particolare anche sul piano sociale, oggi tanto travagliato e confuso. [] La legge della vita dunque legge d'amore e di differenziazione, non va verso il livellamento, ma verso una diversificazione sempre pi spinta. Ogni essere vivente, modesto o illustre, ha i suoi compiti e i suoi fini che, nell'economia generale dell'universo, sono sempre pregevoli, importanti, grandi; secondo Hume la ragione da sola non pu mai essere motivo di una qualsiasi azione della volont [] e la ragione non pu mai contrapporsi alla passione nella guida della volont. La via giusta da percorrere scritta dalla Natura con un linguaggio che solo il cuore in grado di decifrare. Cos come dolore e piacere sono dei rivelatori che il disegno biologico ci mette a disposizione al fine di indirizzare correttamente le nostre azioni di adattamento, la Natura ci offre un altro indicatore per permetterci di percepire quanto abbiamo capito del disegno che la stessa ha previsto per noi e quanto bene siamo riusciti ad interpretarlo. Questo indicatore infine proprio la felicit. Possiamo dedicare tutta la vita al soddisfacimento di un desiderio, allinseguimento di un sogno, ma alla fine con il nostro grado di felicit che dobbiamo confrontarci quando ci interroghiamo sulla correttezza dellimpostazione che abbiamo dato alle nostre scelte. Come propone il filosofo Umberto Galimberti, e se il rimedio fosse altrove? Non nella ricerca esasperata di senso come vuole la tradizione giudaico-cristiana, ma nel riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente , quindi della propria virt, della propria capacit, o, per dirla in greco, del proprio damon che, quando trova la sua realizzazione, approda alla felicit, in greco eudaimona Ogni essere vivente ha il suo posto e la sua ragione dessere allinterno di un disegno dove tutto necessario e perfettamente inserito con il resto dellUniverso. E la presa di coscienza di questo ruolo, fragile ma allo stesso tempo grande ed indispensabile, lo scopo della nostra esistenza. La felicit ne poi la conseguenza, o se vogliamo, lindicatore, il faro che ci consente di ritrovare la via quando rischiamo di smarrirla. In questa avventura luomo ha quindi bisogno delle emozioni tanto quanto della ragione: ha bisogno della mente per lomeostasi, senza la quale non sarebbe possibile la sopravvivenza, ma ha anche bisogno del cuore, dellistinto, della fantasia, delle emozioni. E in questo che luomo si distingue dagli altri animali, come essere dotato di coscienza non pu accontentarsi semplicemente di sopravvivere. Quando rinuncia alla pretesa antropocentrica, quando rinuncia al suo profitto luomo sperimenta la potenza della Natura, comprende che le emozioni che proviamo attraverso la passione, la creativit, la musica, rappresentano lopportunit che ci concessa per passare attraverso la porta che conduce ad altre dimensioni altrimenti non accessibili con il solo ausilio della ragione. Come scrisse Blaise Pascal (1623-1662) in una delle sue pagine pi belle: lultimo passo della ragione sta nel riconoscere che vi uninfinit di cose che la sorpassano: essa non che debole cosa se non arriva a riconoscere questo