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DIRITTO DELL'UNIONE EUROPEA E SOGGETTI DEGLI ORDINAMENTI INTERNI La caratteristica propria dell'ordinamento comunitario, consiste nel fatto di riconoscere

come titolari di soggettivit giuridica non soltanto gli Stati membri, ma anche coloro ai quai tale soggettivit spetta negli ordinamenti interni degli Stati membri. Per questa capacit di rivolgersi direttamente ai cittadini, le norme comunitarie presentano due dimensioni: una internazionale e una interna. Di tipo internazionalistico sono i rapporti giuridici che il diritto comunitario fa sorgere in capo agli Stati membri e all'Unione. Il contenuto di tali rapporti, nell'ambito dei quali lo Stato membro interessato si presenta in maniera unitaria, costituito da una serie di diritti e obblighi che lo Stato membro o l'Unione, con le sue istituzioni, pu far valere nei confronti altri Stati membri o istituzioni. Appartengono, invece, alla dimensione interna all'ordinamento degli Stati membri, i rapporti giuridici interessati dal diritto comunitario che coinvolgono i soggetti di tali ordinamento, che talvolta vedono contrapposti un soggetto privato ad un altro (cd. rapporti orizzontali); ma pi spesso, sorgono tra un soggetto privato e uno riconducibile ad un'autorit pubblica (cd. rapporti verticali). Il diritto comunitario pu intervenire su tali rapporti con intensit variabile. Da un lato, esso pu fornire, in tutto in parte, la disciplina di tali rapporti, come avviene, in particolare, nel campo d'applicazione dei regolamenti, che assumono un valore normativo anche all'interno degli ordinamenti nazionali, sostituendosi alle eventuali norme interne preesistenti; mentre dall'altro pu limitarsi a dettare principi generali o anche regole che impediscono l'applicazione di norme interne ad esse contrarie (effetto di opposizione). Tanto nel caso di effetto di sostituzione, quanto nel caso di mero effetto di opposizione, si suole dire che la norma comunitaria produce effetti diretti ovvero gode di efficacia diretta negli ordinamenti interni. L'efficacia diretta di una norma comunitaria implica che il soggetto nei cui confronti la norma produce effetti favorevoli pu pretenderne il rispetto da parte dell'altro soggetto del rapporto (efficacia diretta in senso sostanziale). In caso di mancato rispetto, l'efficacia diretta comporta anche l'invocabilit in giudizio: i soggetti favoriti dalla norma comunitaria possono chiedere al giudice nazionale l'applicazione in giudizio della norma stessa. Occorre rilevare che, sopratutto in passato, la Corte usava indistintamente i termini efficacia diretta e applicabilit diretta. In realt, l'applicabilit diretta, riservata ai soli regolamenti, e l'efficacia diretta, che invece pu essere presente in altre fonti comunitarie, anche se non sempre le norme presentano le caratteristiche necessarie per produrre effetti diretti, sono concetti diversi. I presupposti dell'efficacia diretta L'efficacia diretta non una caratteristica propria di ogni norma comunitaria. Pertanto il giudice nazionale ha l'onere di verificare se la norma presenti le caratteristiche necessarie, avvalendosi, se del caso, del rinvio pregiudiziale, visto che la capacit della norma di produrre effetti diretti, riguardando, a ben vedere, la sua interpretazione, rientra nella competenza pregiudiziale della Corte di Giustizia. Nell'indagine volta a stabilire se una norma comunitaria abbia o meno efficacia diretta, la Corte mira ad individuare nella norma in questione alcune caratteristiche sostanziali che la rendano suscettibile di essere applicata dal giudice. Le caratteristiche richieste sono espresse con formule variabili ma ruotano sempre intorno al concetto di sufficiente precisione e incondizionatezza della norma. Il presupposto della sufficiente precisione si riferisce alla formulazione della norma: considerata alla luce del suo scopo e del contesto in cui si inserisce, la norma deve contenere un precetto sufficientemente definito perch i soggetti destinatari possano comprenderne la portata e il giudice possa applicarlo nei giudizi di propria competenza. Esso richiede che la norma comunitaria specifichi almeno i seguenti tre aspetti: a) il titolare dell'obbligo; b) il titolare del diritto ; c) il contenuto del diritto-obbligo creato dalla norma stessa. Pu tuttavia accadere che una stessa norma comunitaria sia considerata sufficientemente precisa per determinati fini e non per altri. Il presupposto della incondizionatezza, invece, attiene all'assenza di clausole che subordino l'applicazione della norma ad ulteriori interventi normativi da parte degli Stati membri o delle istituzioni comunitarie, ovvero consentano agli Stati membri un certo margine di discrezionalit nell'applicazione. L'esistenza di norme che consentono agli Stati membri di derogare all'applicazione di un'altra norma per determinati motivi non esclude peraltro, di per s, l'efficacia diretta di quest'ultima. In linea di massima, i presupposti dell'efficacia diretta sono gli stessi qualunque sia il tipo di norma rispetto al quale il problema si pone. Nondimeno, le caratteristiche proprie di ciascuna fonte portano ad alcune differenze di approccio e, talvolta, a soluzioni particolari. Per quanto riguarda le disposizioni del Trattato, va rilevato che alcune di esse si riferiscono espressamente ai singoli, come ad esempio le norme in materia di concorrenza, che sono senz'altro direttamente efficaci. Tuttavia, anche norme del Trattato formalmente rivolte a Stati membri possono produrre effetti diretti qualora dotate delle caratteristiche della sufficiente precisione e della incondizionatezza. Le norme del Trattato producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali, quanto in quelli orizzontali. dunque possibile invocarne il disposto non soltanto nei confronti di un'autorit pubblica, ma anche nei confronti di un privato (efficacia diretta verticale e orizzontale). Il problema dell'efficacia diretta si pone anche con riguardo agli accordi internazionali conclusi dalla Comunit con Stati terzi. infatti possibile che soggetti privati siano interessati a far valere la disciplina contenuta in tali accordi, per contestare la legittimit di comportamenti o provvedimenti degli Stati o delle istituzioni. La verifica svolta dalla Corte per decidere circa l'efficacia diretta delle disposizioni contenute in accordi internazionali si caratterizza per una particolare attenzione rivolta la contesto. L'analisi si svolge infatti in due tempi: prima occorre dimostrare che natura e struttura dell'accordo permettono di riconoscere effetti diretti alle sue disposizioni, poi necessario provare che la specifica disposizione invocata presenti i caratteri della sufficiente precisione e incondizionatezza. Riguardo ai regolamenti, il problema dell'efficacia diretta ha scarsa consistenza. Infatti la caratteristica della diretta applicabilit implica che, normalmente, le disposizioni dei regolamenti siano anche capaci di produrre effetti diretti. Anche i regolamenti producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali quanto in quelli orizzontali, con un efficacia diretta sia verticale che orizzontale. Il problema dell'efficacia diretta delle direttive si pone invece in termini parzialmente diversi da quelli sin qui esposti. Per quanto riguarda i presupposti sostanziali anche le direttive, come tutte le altre fonti, per essere direttamente efficaci, devono presentare le caratteristiche della sufficiente precisione e della incondizionatezza. Le differenze riguardano infatti il momento a partire dal quale l'efficacia diretta si produce e i soggetti nei cui confronti pu essere fatta valere. Per quanto riguarda la portata temporale, occorre tenere presente che, per sua natura, la direttiva non concepita come fonte di effetti diretti. La disciplina dei rapporti giuridici interni rientranti nel suo oggetto non viene posta dalla direttiva stessa, ma dalle norme di attuazione emanate da ciascuno Stato membro. Nondimeno, capita spesso che gli Stati membri attuino le direttive in ritardo oppure in forme non corrette o sufficienti, in modo da impedire il raggiungimento del risultato voluto. Solo in casi del genere, si pone il problema di stabilire se, nonostante la mancanza o l'insufficienza delle misure nazionali d'attuazione, la direttiva possa produrre effetti diretti. Pertanto di effetti diretti di una direttiva non pu parlarsi se non dopo la scadenza del termine per l'attuazione concesso agli Stati membri. L'unico caso di efficacia diretta anticipata potrebbe darsi nell'ipotesi di attuazione completa effettuata prima della scadenza del termine. In questo caso, lo Stato membro in questione rinuncia al termine concesso in suo favore e pertanto, qualora le misure d'attuazione si

rivelino inadeguate, potrebbe soggiacere anticipatamente agli eventuali effetti diretti della direttiva. La seconda differenza riguarda la portata soggettiva dell'efficacia diretta di una direttiva. A questo proposito occorre far riferimento al fatto che la giurisprudenza che ha riconosciuto anche alle direttive non attuate la possibilit di produrre effetti diretti. Essa ha seguito un percorso argomentativo alquanto vario, ma coerente nel sottolineare il nesso tra efficacia diretta e violazione dell'obbligo di attuazione che grava sugli Stati membri. Inizialmente, la Corte ha puntato sul carattere obbligatorio della direttiva, avvicinandola in tal modo al regolamento, ma anche sulla teoria dell'effetto utile, che porta ad interpretare le norme comunitarie in maniera da consentire che esse esplichino i loro effetti nella maggiore misura possibile. Successivamente, essa ha invece introdotto un nuovo argomento che sembra assimilare l'efficacia diretta ad una sorta di sanzione a carico dello Stato membro inadempiente. Dal momento che l'efficacia interna della direttiva inattuata conseguenza dell'obbligatoriet della stessa nei confronti degli Stati membri, si comprende perch la Corte abbia limitato tale efficacia ai soli rapporti verticali e, pi specificamente, ai rapporti in cui la direttiva invocata contro un'autorit pubblica. Viceversa, la direttiva inattuata, bench contenente disposizioni sufficientemente precise ed incondizionate, non pu produrre effetti diretti nei rapporti orizzontali o comunque in modo da addossare obblighi ai soggetti privati. La direttiva pertanto ha soltanto efficacia diretta verticale, mentre priva di efficacia diretta orizzontale. Va tuttavia ricordato che, in numerose sentenze riguardanti ipotesi di direttive inattuate, che venivano invocate nel contesto di cause relative a rapporti orizzontali, la Corte ha omesso di sollevare d'ufficio la questione della mancanza di effetti diretti orizzontali. In assenza di un apposita questione pregiudiziale sul punto da parte del giudice nazionale, la Corte ha ritenuto di doversi comunque pronunciare sull'interpretazione della direttiva e sulla idoneit in astratto a produrre effetti diretti. Di fronte ad una direttiva inattuata, risulta pertanto determinante stabilire se il soggetto nei cui confronti si intende invocare la direttiva un soggetto pubblico o un soggetto privato. Per rispondere a tale quesito la Corte applica, rovesciandola, quella visione unitaria dello Stato che caratteristica dei rapporti tra Stati membri e tra Stati membri e Unione. La Corte considera che l'obbligo di attuare la direttiva non incombe soltanto sugli organi dello Stato centrale, ma anche su qualsiasi articolazione della struttura pubblica, indipendentemente dal se si tratti di entit dotate di poteri autoritativi ovvero di entit che agiscano con gli strumenti dell'autonomia privata. In realt il mero fatto che l'applicazione di una direttiva inattuata comporti effetti sfavorevoli nei confronti dei singoli non sempre conduce a classificare le fattispecie come un ipotesi si efficacia diretta orizzontale. Una prima ipotesi del genere si verifica in presenza di cd. rapporti triangolari. Questi sono rapporti in cui un privato invoca l'applicazione di una direttiva inattuata nei confronti di un organo pubblico, a titolo principale, ma anche nei confronti di altri soggetti privati, la cui posizione verrebbe compromessa dall'applicazione della direttiva (controinteressati). Una seconda ipotesi si realizza in presenza di direttive che prevedono procedure comunitarie di controllo sulle normative degli Stati membri. In questi casi, la direttiva inattuata non influisce sulla disciplina di rapporti interprivati, se non indirettamente, nel senso di precludere l'applicazione di una normativa interna emanata in violazione delle procedure di controllo. Una terza ipotesi stata prospettata per i casi di successione di norme interne, di cui la pi recente, a differenza della pi antica, sia incompatibile con una direttiva. Si sostenuto che in casi del genere la direttiva non comporterebbe di per s effetti negativi a carico di privati, dal momento che essa si limiterebbe ad impedire l'applicazione della disposizione interna pi recente; sarebbe invece lo stesso ordinamento interno, attraverso la norma pi antica tornata in vigore, che produrrebbe effetti del genere. La scelta di negare alle direttive inattuate ogni efficacia diretta in senso orizzontale stata oggetto di molte critiche. Si in particolare evidenziato come una stessa direttiva potrebbe risultare direttamente efficace rispetto ad un determinato rapporto e priva di effetti diretti in relazione ad un altro rapporto del tutto analogo, a seconda che nel rapporto sia coinvolto anche un soggetto pubblico o si svolga soltanto tra soggetti privati. Ci darebbe vita ad una forma di discriminazione arbitraria. Raramente la Corte stata chiamata a pronunciarsi sull'efficacia diretta delle decisioni. Un esempio costituito dalla sentenza Grad del 1970, nella quale, occupandosi di una decisione del Consiglio rivolta agli Stati membri, la Corte ha riconosciuto la possibilit che tale essa potesse essere invocata non soltanto dalle istituzioni comunitarie, ma anche da qualsiasi soggetto interessato al suo adempimento. La Corte non ha per mai avuto occasione di precisare se le decisioni inadempiute possono avere efficacia diretta anche orizzontale ovvero se anche a questi atti si applicano le stesse limitazioni individuate a proposito delle direttive. Derivando l'efficacia diretta dal loro carattere obbligatorio nei confronti degli Stati membri dovrebbe arguirsi che anche le decisioni sono prive di efficacia orizzontale, anche se la giurisprudenza relativa alle decisioni in materia di aiuti statali alle imprese ha pu dar luogo a qualche incertezza. Molto spesso infatti tali decisioni prescrivono allo Stato membro destinatario l'obbligo di pretendere dalle imprese beneficiare la restituzione degli aiuti gi erogati e questo pu dar luogo ad una situazione di un effetto verticale cd. inverso, visto che le imprese ricavano uno svantaggio dalla decisione rivolta allo Stato. L'obbligo di interpretazione conforme Esistono numerosi motivi che possono escludere l'efficacia diretta di una norma comunitaria. In ipotesi del genere , occorre domandarsi se la norma comunitaria possa, nondimeno, assumere un valore normativo indiretto nell'ordinamento degli Stati membri. L'individuazione di forme di efficacia indiretta del diritto comunitario stata valorizzata in particolare rispetto alle direttive, considerati i limiti temporali e sopratutto soggettivi degli effetti diretti che tali atti possono conseguire. Si pu dire anzi che il ricorso alle forme di efficacia indiretta servito alla Corte per attenuare gli inconvenienti derivanti dalla mancanza di effetti diretti orizzontali. La prima forma di efficacia indiretta consiste nell'obbligo di interpretazione conforme: quando sono chiamati ad applicare norme interne, gli operatori giuridici e sopratutto i giudici sono tenuti ad interpretarle, ove possibile, in conformit con il diritto comunitario, anche se questo non direttamente efficace. Tale obbligo si ricollega a quell di leale collaborazione di cui costituisce un'applicazione specifica. La differenza tra efficacia diretta e interpretazione conforme risiede nel fatto che, mentre nel primo caso il giudice disapplica la norma interna confliggente con quella comunitaria, nel secondo egli applica pur sempre la norma intera ma interpretandola in modo conforme. L'obbligo di interpretazione conforme stato affermato anzitutto quando il giudice nazionale si trova a dover interpretare ed ad applicare le disposizioni che uno Stato membro ha specificamente adottati per attuare la direttiva. Successivamente, l'obbligo di interpretazione conforme stato esteso anche a disposizioni nazionali pi antiche rispetto alla direttiva e pertanto prive di qualunque legame funzionale. Come si ricava dalla giurisprudenza, l'obbligo di interpretazione conforme incontra alcuni limiti. In primo luogo, l'obbligo resta subordinato all'esistenza di un margine di discrezionalit, che consenta all'interprete di scegliere tra pi interpretazioni possibili della norma interna. Solo in questo caso, sorge l'obbligo di scegliere l'interpretazione maggiormente conforme. La Corte ha poi precisato con la sentenza Adelener del 2006 un secondo limite di carattere temporale all'obbligo di interpretazione conforme: l'obbligo non sorge prima della scadenza del termine di attuazione della direttiva in questione.

La giurisprudenza ha precisato, in terzo luogo, che nel riferirsi al contenuto delle direttive quando interpreta le norme di diritto interno, il giudice deve rispettare i principi generali che fanno parte del diritto comunitario e tenere conto del fatto che una direttiva non pu avere di per s l'effetto di determinare o aggravare le responsabilit penale di coloro che agiscano in violazione sue disposizioni. La Corte ha infine affermato con la sentenza Pupino del 2005 che l'obbligo in questione sussiste anche con riguardi alle decisioni quadro. Il risarcimento del danno Un'altra forma di efficacia indiretta consiste nel riconoscere che la norma comunitaria, anche se non direttamente efficace, pu essere fonte di un diritto al risarcimento del danno. Secondo la Corte infatti il principio della responsabilit dello Stato per danno causati ai singoli in violazione del diritto comunitario ad esso imputabili inerente al sistema del Trattato. Non c' dubbio che, qualora gli organi di uno Stato membro ledano il diritto attribuito ad un singolo da una norma comunitaria direttamente efficace, provocando un danno, tali organi siano tenuti al risarcimento. Pi problematica l'ipotesi di mancata attuazione di una direttiva priva di efficacia diretta. In questi casi, il comportamento omissivo degli organi statali impedisce il sorgere stesso del diritto che la direttiva intendeva garantire ai singoli, per cui il pregiudizio subito non si rapporta alla lesione di un diritto gi sorto, ma ne precede il sorgere. In questi casi si parla infatti di efficacia indiretta delle direttive. Le condizioni dettate dal diritto comunitario perch il diritto al risarcimento sono tre e richiedono, in particolare: 1) che la norma comunitaria violata deve essere diretta a conferire diritti ai singoli danneggiati; 2) che la violazione della norma deve essere sufficientemente grave e manifesta; 3) che tra la violazione e il danno deve esistere un nesso di casualit diretto. Quanto agli organi che, con il loro comportamento commissivo o omissivo, possono mettere in gioco la responsabilit per danni dello Stato, la Corte ha riconosciuto che pu trattarsi degli organi legislativi, di autorit fiscali, di un ente locale, ma anche giudiziario. Quanto alle condizioni formali e sostanziali per l'esercizio del diritto al risarcimento, compresa la definizione del giudice competente, queste dipendono invece dalle scelte compiute dalle varie legislazioni nazionali. La tutela processuale dei diritti di origine comunitaria Le norme comunitarie possono essere invocate, direttamente o meno, di fronte ai giudici degli Stati membri, per ottenere la tutela giurisdizionale delle posizioni da loro create. Occorre quindi stabilire quale fonte regoli gli aspetti attinenti all'esercizio in giudizio. In linea di massima si pu dire che, salvo eventuali interventi d'armonizzazione da parte delle istituzioni comunitarie, la definizione degli aspetti processuali spetta all'ordinamento nazionale. Tale principio, spesso detto dell'autonomia processuale, incontra tuttavia alcuni limiti: 1) le modalit definite dal diritto nazionale per l'esercizio di posizioni di derivazione comunitaria non possono essere meno favorevoli di quelle applicate per la protezione in via giudiziaria di posizioni analoghe di origine puramente interna (principio di equivalenza); 2) le modalit non possono essere tali da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l'esercizio dei diritti di derivazione comunitaria (principio di effettivit). Le due condizioni sono cumulative e non alternative. Il principio dell'autonomia processuale degli Stati membri e i limiti a tale principio si applicano anche nel caso di azioni per ottenere il risarcimento del danno imputabile agli organi statali per violazione del diritto comunitario. Il primato del diritto comunitario La capacit del diritto comunitario di produrre effetti diretti all'interno degli ordinamenti degli Stati membri pone il problema dei conflitti che possono sorgere tra norma comunitaria e norme interne incompatibili. Conflitti del genere sono risolti in base al principio del primato del diritto comunitario, secondo il quale le norme nazionali non possono in alcuna maniera ostacolare l'applicazione del diritto comunitario all'interno degli ordinamenti degli Stati membri. Quando la norma comunitaria direttamente efficace incontra una norma interna incompatibile, il principio del primato impone quindi che la norma comunitaria prevalga su quella interna. Da un punto di vista logico, il principio del primato si salda con quello dell'efficacia diretta: se l'efficacia diretta non si accompagnasse al primato, la norma comunitaria non potrebbe concretamente creare diritti in capo ai soggetti di quegli ordinamenti degli Stati in cui fossero presenti norme interne incompatibili. L'efficacia della norma comunitaria varierebbe cos da uno Stato membro all'altro e questo sarebbe inaccettabile per l'ordinamento comunitario che ha tra le proprie prerogative l'applicazione uniforme delle norme in tutti gli Stati. Di fronte al diritto comunitario devono cedere le norme interne di qualunque rango, siano esse di carattere amministrativo, legislativo o costituzionale, perch in caso contrario l'efficacia delle norme comunitarie varierebbe in ragione del diverso rango delle norme interne. Il principio del primato, che si affermato in via giurisprudenziale, stato esplicitato per la prima volta dalla Corte nella sentenza Costa c. Enel del 1964. La legge italiana di nazionalizzazione dell'energia elettrica di cui la sig. Costa contestava la compatibilit con alcuni articoli del Trattato era infatti successiva alla legge contenente l'ordine di esecuzione del Trattato stesso. Il Governo italiano sosteneva l'inammissibilit assoluta della questione pregiudiziale, affermando che il giudice nazionale comunque tenuto ad applicare la legge interna. Secondo la Corte, invece, l'integrazione del diritto comunitario ha per corollario l'impossibilit per gli Stati di far prevalere , contro un ordinamento giuridico da essi accettato in condizione di reciprocit, un provvedimento unilaterale anteriore (..). Di fronte alle incertezze manifestate dalla giurisprudenza di alcuni giudici nazionali, ed in particolare della Corte costituzionale italiana, la Corte di giustizia intervenuta per precisare meglio la portata dei principi affermati nella sentenza Costa c. Enel. Secondo la Corte, l'ordinamento comunitario non soltanto impone la prevalenza della norma comunitaria sulla norma interna incompatibile, ma determina altres le modalit attraverso cui tale prevalenza deve essere applicata e in particolare da quale organo. La Corte ha infatti chiarito, nella sentenza Simmenthal del 1978, che il giudice nazionale, incaricato di applicare nell'ambito della propria competenza, le disposizioni del diritto comunitario, ha l'obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all'occorrenza di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza dovere chiedere o attenere la previa rimozione in via legislativa da parte dello Stato n qualsiasi altro procedimento costituzionale previsto dallo Stato. Nella sentenza Simmenthal la Corte sembra in altre parole delineare l'esistenza di un rapporto gerarchico tra l'ordinamento comunitario e ordinamenti degli Stati membri, tale da provocare l'invalidit della norma interna incompatibile con quella comunitaria. L'esigenza di assicurare la tutela giudiziaria immediata delle norme comunitarie produttive di effetti diretti implica altres il potere per il giudice nazionale di emanare provvedimenti provvisori che comportino la sospensione dell'applicazione di una norma interna, in attesa che sia definitivamente accertata l'incompatibilit della norma interna con il diritto comunitario. La circostanza che una norma interna sia incompatibile con il diritto comunitario e vada pertanto disapplicata dal giudice nazionale in forza del primato del diritto comunitario, lo Stato membro interessato dal provvedere all'abrogazione della norma o alla sua modifica.

La giurisprudenza della Corte costituzionale italiana La piena accettazione del principio del primato da parte della Corte costituzionale italiana risultata particolarmente difficoltosa. Inizialmente, la Corte parte dall'assunto che, secondo l'ordinamento costituzionale italiano, l'unico procedimento attraverso cui una legge in vigore pu essere resa inapplicabile la dichiarazione di incostituzionalit ai sensi dell'art. 134 Cost. Essa si preoccupa quindi di individuare un aggancio che le consenta di riconoscere valenza costituzionale al diritto comunitario, ma che nella sentenza Costa c. Enel del 64, relativa ad una vicenda analoga a quella che diede vita alla omonima sentenza della Corte di giustizia, non viene rinvenuto. L'attenzione della Corte si focalizza, infatti, sulla legge di esecuzione del Trattato che una legge ordinaria e perci da questo deduce che le norme de Trattato hanno il rango di legge ordinaria e sono pertanto destinate a cedere di fonte ad una norma di legge successiva. Il contrasto tra questa posizione e quella assunta dalla Corte di giustizia netto: secondo la Corte di giustizia il giudice nazionale deve sempre applicare le norme del Trattato, mentre, secondo la Corte costituzionale, il giudice italiano pu applicare le norme del Trattato solamente qualora non sia intervenuta una successiva legge interna incompatibile con tali norme. Un primo avvicinamento della posizione della Corte costituzionale rispetto a quella della Corte comunitaria avviene con la sentenza I.C.I.C del '75, in cui la Corte costituzionale, valorizzando maggiormente l'art. 11 Cost, sancisce che tale norma non volta soltanto a consentire all'Italia di accettare limitazioni di sovranit con legge ordinaria, ma anche a stabilire che il legislatore rispetti le limitazioni di sovranit senza ostacolare, attraverso l'emanazione di leggi successive incompatibili, la diretta applicabilit dei regolamenti. In simili evenienze, la norma di legge successiva incompatibile incostituzionale per violazione dell'art. 11, ma tale vizio non pu portare alla sua disapplicazione, rendendosi infatti ancora necessario, l'intervento della Corte costituzionale ai sensi dell'art. 134 Cost. In tale contesto il giudice italiano aveva il potere di disapplicare una norma di legge contraria al diritto comunitario qualora la legge precedesse nel tempo la norma comunitaria, ma non qualora il rapporto temporale sia inverso: in questo caso il giudice non avrebbe potuto fare altro che sollevare la questione di legittimit costituzionale e attendere la decisione della Corte Costituzionale. Il sopravvenire, nel 1978, della sentenza Simmenthal, nella quale la Corte di giustizia, pur senza dirlo espressamente, aveva preso posizione contro la soluzione contenuto nella sentenza I.C.I.C. del '75, impone alla Corte costituzionale di modificare nuovamente il proprio orientamento. Dopo una lunga pausa di riflessione, l'occasione viene fornita dalla sentenza Granital del 1984. La sentenza originata da una controversia in materia di prelievi agricoli all'importazione. Alcuni regolamenti comunitari, cos come interpretati dalla Corte di giustizia, imponevano di calcolare il prelievo secondo il tasso in vigore alla data della accettazione della dichiarazione d'importazione. In applicazione di alcune norme italiane successive rispetto ai regolamenti, Granital aveva invece corrisposto prelievi calcolati secondo il tasso pi favorevole intervenuto successivamente. Di fronte alla opposizione di Granital contro il provvedimento che le ingiungeva di versare la differenza, il Tribunale di Genova ritenendo di essere in presenza di un'ipotesi di conflitto tra un regolamento e norme di legge successive, solleva la la questione di incostituzionalit delle norme in parola per violazione dell'art. 11 Cost. La Corte Cost., sorprendentemente, la dichiara inammissibile. L'aspetto di maggiore novit della sentenza consiste proprio nel rifiuto di assimilare le norme comunitarie a norme nazionali di legge. Da ci discende l'impossibilit di applicare ai conflitti tra norme comunitarie e norme di legge i metodi di risoluzione previsti per l'ipotesi di conflitto tra norme entrambe appartenenti all'ordinamento italiano, compresa la dichiarazione di incostituzionalit. Trattandosi di norme di ordinamenti diversi, gli eventuali conflitti vanno risolti in base ad un diverso criterio: quello della competenza. Occorrer pertanto stabilire se la materia disciplinata rientri tra quelle in relazione alle quali l'Italia ha accettato, in conformit con l'art. 11, di limitare la propria sovranit in favore della Comunit. Tale compito va svolto dal giudice ordinario e non richiede l'intervento della Corte costituzionale. Qualora risulti che la materia rientra effettivamente nella competenza del Trattato, il giudice italiano, senza dare importanza all'aspetto cronologico, accerta che la normativa scaturente da tale fonte regola il caso sottoposto al suo esame e ne applica di conseguenza il disposto, con esclusivo riferimento al sistema dell'ente sopranazionale, e cio al diritto comunitario . La soluzione prospettata tuttavia vale soltanto se e quando il potere trasferito alla Comunit si estrinseca in una normazione compiuta e immediatamente applicabile del giudice interno, come nel caso dei regolamenti. La giurisprudenza successiva ha riconosciuto che il potere del giudice di applicare direttamente le norme comunitarie, lasciando inapplicate le leggi interne incompatibili va esteso a tutte le fonti comunitarie capaci di produrre effetti diretti. L'impostazione elaborata dalla Corte costituzionale nella sentenza Granital, bench molto vicina, nel risultato pratico, a quanto richiesto dalla Corte di giustizia nella sentenza Simmenthal, lascia sopravvivere alcune differenze. Da un punto di vista teorico la separatezza dell'ordinamento statale rispetto a quello comunitario su cui insiste la Corte Costituzionale non corrisponde alla visione integrazionista della Corte di giustizia nella sentenza Simmenthal. Inoltre, secondo la Corte Costituzionale, la norma di legge configgente con la norma costituzionale, non invalida come sostiene la Corte di giustizia: essa resta in vigore, ma non interferisce nella sfera occupata dalle norme comunitarie. La Corte costituzionale esclude poi in due ipotesi il potere del giudice di applicare immediatamente la norma comunitaria e di disapplicare l'eventuale legge intera confliggente. Si tratta pertanto di casi ancora oggi riservati alla sua competenza residua. La prima ipotesi riguarda l'eventualit di una norma comunitaria contraria ai principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale e ai diritti dell'uomo; la seconda si ha in presenza di norme di legge dirette ad impedire il rispetto dei principi fondamentali del Trattato . Con la riforma del Titolo V della Costituzione il principio del primato del diritto comunitario ha trovato un'esplicita consacrazione nel nuovo testo dell'art. 117, c.. 1. La previsione di una norma costituzionale che espressamente impone al legislatore statale e regionale il rispetto del diritto comunitario non ha rimesso in discussione la soluzione data in precedenza dalla Corte Costituzionale. Resta salvo pertanto il potere-dovere del giudice ordinario di disapplicare la norma interna incompatibile secondo la soluzione Granital. IL SISTEMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE L'ordinamento comunitario comprende un sistema di tutela giurisdizionale che assicura la protezione delle posizioni giuridiche sorte per effetto del diritto comunitario. Tale sistema ripartito tra il giudice comunitario, da un lato, e i giudici degli Stati membri dall'altro. Alla competenza esclusiva del giudice comunitario spettano alcune azioni tassativamente enumerate dal TCE che i soggetti interessati possono proporre direttamente davanti allo stesso giudice comunitario (cd. competenze dirette), ossia : a) ricorsi per infrazione, che vengono proposti nei confronti di uno Stato membro accusato di aver violato gli obblighi derivanti dal Trattato; b) i ricorsi d'annullamento attraverso i quali viene contesta la legittimit di atti delle istituzioni; c) i ricorsi in carenza, attraverso i quali si vuole far constatare l'illegittimit delle omissioni addebitabili alle istituzioni; d) ricorsi per risarcimento che mettono in gioco la responsabilit extracontrattuale delle istituzioni. Il TCE attribuisce alla competenza diretta del giudice comunitario anche altre materie minoris generis.

Al di fuori di tali azioni, vige invece la competenza dei giudici nazionali. I soggetti interessati all'applicazione di una norma comunitaria possono infatti rivolgersi ai giudici nazionali e chiedere loro di assicurare la tutela giudiziaria delle posizioni giuridiche che spettano loro. I due livelli di tutela giurisdizionale non operano in maniera del tutto distinta. Per evitare che, nell'applicare il diritto comunitario, i giudici nazionali degli Stati membri possano pregiudicare l'uniformit delle disposizioni di tale diritto, interpretandole come si si trattasse di norme appartenenti al rispettivo ordinamento nazionale, il T.C.E. ha previsto uno strumento di raccordo con il giudice comunitario : si tratta della procedura del rinvio pregiudiziale, grazie alla quale il giudice nazionale ha la facolt, o in taluni casi, l'obbligo, di deferire alla Corte di giustizia le questioni riguardanti il dritto comunitario. In questo modo si instaura una collaborazione che consente di preservare il carattere uniforme delle norme comunitarie anche in nel momento applicativo. Secondo la Corte di giustizia, il sistema comunitario di tutela giurisdizionale deve essere completo. L'ordinamento comunitario, infatti, deve rispettare il principio generale del diritto ad una tutela giudiziaria effettiva, sancito dagli art. 6 e 13 della CEDU. Qualora dovessero darsi delle lacune, nel senso che manchi un rimedio giurisdizionale per ottenere la protezione di determinate posizioni soggettive, la lacuna dovrebbe essere colmata attraverso un'evoluzione evolutiva di norme applicabili, cosa che pu portare a interpretazioni particolarmente estensive tanto delle norme del Trattato, tanto di norme degli Stati membri. Perch si possa parlare di lacune tuttavia necessario prendere in considerazione i rimedi esistenti tanto a livello comunitario quanto a livello nazionale. Il sistema della tutela giurisdizionale va infatti esaminato nella sua unit e l'insufficienza dei rimedi esperibili a livello comunitario non comporta violazione del diritto ad un rimedio giurisdizionale effettivo, qualora esista un rimedio adeguato che possa essere azionato davanti ai giudici nazionali: solo nell'ipotesi che nessun rimedio giurisdizionale effettivo esista si configura una lacuna. Il secondo pilastro non dispone, evidentemente, di un sistema di tutela giurisdizionale analogo a quello previsto per il pilastro comunitario. La disciplina del titolo V TUE, relativo alla PESC, non predispone infatti alcun tipo di rimedio giurisdizionale. Il ricorso per infrazione Il ricorso per infrazione ha per oggetto la violazione da parte di uno Stato membro di uno degli obblighi che gli sono imposti dal Trattato. Per Stato membro va inteso lo Stato-organizzazione, comprensivo di tutte le articolazioni in cui organizzato il potere pubblico statale. La violazione degli obblighi comunitari presa in considerazione nel suo obiettivo manifestarsi e per questo motivo non necessario dimostrare la presenza di un elemento psicologico di colpa o di dolo da parte dello Stato o dei suoi organi. Lo Stato membro non pu neppure addurre giustificazioni tratte da eventi interni quali lo scioglimento anticipato del parlamento nazionale o una crisi di governo. Il procedimento relativo al ricorso per infrazione prevede due fasi: una precontenziosa preliminare e una contenziosa vera e propria. La fase precontenziosa ha due scopi: da un lato, favorisce la composizione amichevole della controversia riguardante il rispetto degli obblighi del Trattato, dato che impone alle parti di discutere tra loro e di confrontare le rispettive posizioni; dall'altro ha una precisa funzione processuale, visto che il suo svolgimento condizione necessaria di ricevibilit del ricorso alla Corte di giustizia. La fase contenziosa, invece, prevede il ricorso vero e proprio alla Corte di giustizia e l'emanazione di una decisione giudiziaria. Il procedimento varia a seconda del soggetto che ne assume l'iniziativa, che pu essere la Commissione, come avviene nell'ipotesi pi frequente, trattandosi dell'istituzione a cui stato affidato il compito dicustodire la legalit comunitaria, ovvero un altro Stato membro. Nella prima ipotesi, oltre alla scelta di dare avvio al procedimento, spettano alla Commissione, che gode in proposito di un ampio potere discrezionale, quella di portarlo avanti con maggiore o minore celerit e persino quella di porvi termine (ex art. 226 TCE). Nello specifico, la fase precontenziosa si articola in questo caso in tre distinti momenti: a) l'invio allo Stato membro di un atto non formale, noto come lettera di messa in mora, con cui la Commissione, dopo aver contestato allo Stato membro determinati comportamenti, gli assegna un termine entro il quale presentare le proprie osservazioni; b) l'eventuale presentazione delle osservazioni da parte dello Stato membro; c) l'emissione di un atto non obbligatorio come un parere motivato, mediante il quale la Commissione si limita ad esporre in via definitiva gli addebiti che muove allo Stato membro e lo invita a conformarsi entro il termine fissato. Il passaggio alla fase contenziosa possibile soltanto una volta che il termine fissato nel parere motivato sia decorso invano. Solo in questo caso, infatti, la Commissione pu decidere di adire alla Corte di giustizia. Non si tratta quindi di un obbligo, ma di una mera facolt, che la Commissione pu scegliere di esercitare o meno (come ad esempio nel caso in cui lo Stato, seppur con ritardo, si conformi al parere motivato), senza neanche dover rispettare alcun termine predeterminato, ma solo quando lo ritiene pi opportuno, (attendendo, ad esempio, la fine delle trattative che appaiono in grado di portare ad una soluzione rapida ed in via amichevole). Una volta presentato il ricorso alla Corte, invece, l'eventuale eliminazione da parte dello Stato membro della violazione contestata non comporta alcuna conseguenza sull'esito del giudizio: la situazione di infrazione si cristallizza al momento della presentazione del ricorso. La fase contenziosa termina con una sentenza della Corte. In caso di accoglimento del ricorso, la Corte si limita a riconoscere che lo Stato membro ha mancato ad un obbligo derivante dal Trattato. Si tratta pertanto di una sentenza di mero accertamento, e non di una sentenza con un quid pluris rispetto al semplice accertamento come quelle costitutive, n, tanto meno, di condanna. Lo Stato membro, tuttavia, tenuto a prendere i provvedimenti che l'esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia comporta. La sentenza, d'altronde, non indica a quali adempimenti lo Stato membro dovr dar corso e neppure il termine entro quale dovr farlo. La mancata, o ritardata, adozione dei provvedimenti necessari per conformarsi alla sentenza pu indurre la Commissione ad avviare nei confronti dello Stato membro un secondo procedimento di infrazione per violazione della norma relativa a tale obbligo ( ex art. 228). Per accrescere l'efficacia deterrente del secondo procedimento, il TUE ha previsto una specifica disciplina, nella quale la maggiore novit consiste sicuramente nella possibilit che il secondo procedimento possa condurre alla emanazione, a carico dello Stato membro inadempiente, di una vera e propria sentenza di condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria. Infatti, nel caso in cui lo Stato membro non abbia preso i provvedimenti impostagli da una precedente sentenza della Corte, la Commissione, esperita nuovamente la fase precontenziosa, presenta alla Corte un ricorso, nel quale pu essere indicato l'importo della somma forfettaria o della penalit da versare da parte dello Stato membro in questione, che consideri adeguato alle circostanze. La Corte, da parte sua, se riconosce che lo Stato non si conformato alla precedente sentenza, pu comminargli tale pagamento. Il trattato di Lisbona ha rafforzato ulteriormente il meccanismo del secondo procedimento di infrazione, rendendolo pi rapido, grazie alla possibilit per la Commissione di adire alla Corte semplicemente dopo aver posto lo Stato in condizione di presentare osservazioni. Per quanto riguarda invece il procedimento di infrazione su iniziativa di uno Stato membro (ex art. 227 TCE), anche in questo caso lo Stato deve rivolgersi alla Commissione, chiedendole di agire nei confronti dello Stato che si afferma aver violato un obbligo comunitario. Essa deve poi porre gli Stati in condizione di presentare in contraddittorio le loro osservazioni e successivamente emettere, come nel caso precedente, un parere motivato, in seguito al quale il procedimento proseguir nelle forme viste per il procedimento della Commissione. Se invece il parere non viene formulato entro tre mesi dalla presentazione della domanda, lo Stato pu adire direttamente alla Corte.

Il ricorso d'annullamento Il ricorso d'annullamento costituisce la forma principale di controllo giurisdizionale di legittimit prevista per gli atti delle istituzioni comunitarie. Esso mira infatti ad ottenere l'annullamento degli atti che risultino illegittimi (ex art. 230 e ss. TCE). Gli atti impugnabili possono essere individuati facendo riferimento a tre criteri, ossia ; l'autore, il tipo e gli effetti. Per quanto riguarda il primo criterio, possono essere impugnati: gli atti adottati congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio; nonch quelli emanati rispettivamente dal Consiglio, dalla Commissione, dalla BCE e dal Parlamento (che hanno quindi legittimazione passiva). Quanto al tipo, devono essere ritenuti impugnabili tutti gli atti tipici, ossia, in particolare, i regolamenti, le direttive e le decisioni, ma anche tutti quelli atipici purch provenienti delle istituzioni che, come visto, sono dotate di legittimazione passiva. Il terzo criterio (gli effetti) permette infine di limitare l'impugnazione ad atti suscettibili di creare effetti giuridici obbligatori. La necessit che l'atto, per poter essere oggetto di un ricorso d'annullamento, debba essere diretto a creare effetti giuridici di questo tipo si deduce, oltre che dalla logia da due elementi testuali: a) l'esclusione dell'impugnabilit delle raccomandazioni e dei pareri; b) l'espressa menzione, in relazione agli atti impugnabili del solo Parlamento, che deve trattarsi di atti destinati a produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi. I dubbi sul se l'atto sia destinato a produrre effetti giuridici obbligatori si pongono, in realt soltanto nei confronti degli atti atipici. Il Trattato di Lisbona, pur introducendo molte variazioni nel quadro istituzionale e nella tipologia degli atti giuridici, ha mantenuto il rispetto di questi criteri, visto che ora sono impugnabili (art. 263 TF): a) gli atti legislativi; b) gli atti del Consiglio, della Commissione e della BCE; c) gli del Parlamento, del Consiglio europeo e degli organi dell'U.E. destinati a produrre effetti giuridici. Per quanto riguarda i soggetti legittimati a proporre ricorso (cd. legittimazione attiva), si possono individuare tre categorie di ricorrenti. La prima categoria comprende gli Stati membri, il Parlamento, il Consiglio e la Commissione. Si tratta dei cd. ricorrenti privilegiati, dal momento che, non dovendo essi dimostrare alcun specifico interesse a ricorrere, il loro diritto di ricorso non soggetto ad alcun limite. Per Stati membri si intendono le sole autorit di Governo e quindi le regioni sono considerate come le persone fisiche o giuridiche. La seconda categoria costituita dalla Corte dei Conti e dalla BCE. La loro posizione pu essere definita di ricorrenti intermedi. La legittimazione a ricorrere di tali organi, infatti, non generale, ma specificamente finalizzata a salvaguardare le loro prerogative. La terza categoria costituita dalle persone fisiche e giuridiche, note anche come ricorrenti non privilegiati . Le condizioni alle quali sottoposto il diritto di ricorso spettante a tali soggetti sono definite in maniera particolarmente restrittiva. Una persona fisica o giuridica, infatti, pu proporre un ricorso solo contro le decisioni prese nei suoi confronti o al massimo contro quelle che, pur apparendo come un regolamento o una decisione presa nei confronti di altre persone, la riguardano direttamente e individualmente (ex art. 230 quarto c. ). Si configurano quindi due ipotesi distinte: la prima quella in cui una persona fisica o giuridica impugna una decisione presa nei suoi confronti, e in questo occorrer solo dimostrare che la posizione giuridica del ricorrente sia pregiudicata dalla permanenza dell'atto impugnato; mentre la seconda quella in cui una persona fisica o giuridica impugna un atto di cui formalmente non il destinatario, in quanto appare come un regolamento o una decisione rivolta ad altre persone, ma che in realt lo riguarda direttamente e individualmente e in questo caso la dimostrazione dell'interesse a ricorrere ovviamente pi complessa. L'identificazione dei casi in cui tale doppio requisito pu dirsi soddisfatto costituisce anzi un problema interpretativo tra i pi difficili e delicati dell'intero diritto comunitario. A causa della sua complessit, conviene affrontarne l'esame del problema distinguendo a seconda che l'atto impugnato sia: a) una decisione rivolta ad altre persone fisiche o giuridiche; b) un regolamento o una decisione rivolta da uno o pi Stati membri. Perch una persona fisica o giuridica possa impugnare una decisione rivolta ad un'altra persona fisica o giuridica, l'onere probatorio da superare non eccessivo. Basta dimostrare che il ricorrente portatore di un interesse qualificato all'annullamento dell'atto. Un siffatto interesse ritenuto implicito, ad esempio, nel fatto di aver provocato l'avvio del procedimento che ha portato all'adozione dell'atto impugnato o nell'avervi partecipato, presentando osservazioni che sono state prese in considerazione nell'atto impugnato. Qualora invece l'atto impugnato sia costituito da un regolamento o anche da una decisione rivolta ad uno o pi Stati membri, l'onere probatorio che grava sul ricorrente non privilegiato senz'altro maggiore, tanto da dar luogo a delle difficolt interpretative. Le difficolt non riguardano tanto l'interesse diretto, inteso come dimostrazione che il ricorrente pregiudicato direttamente dall'atto impugnato e non da successivi provvedimenti di esecuzione o di attuazione adottati dalle istituzioni o dagli Stati membri. Per i regolamenti, considerato che si tratta di atti direttamente applicabili negli Stati membri, l'interesse diretto in re ipsa. Quanto alle decisioni rivolte agli Stati, si tratta di provare che le autorit statali non dispongono di alcun potere discrezionale sull'applicazione della decisione o che, pur godendo della facolt di non applicarla, hanno gi manifestato la loro volont di dare all'atto piena applicazione. Il vero scoglio costituito infatti dall'interesse individuale. In proposito la giurisprudenza comunitaria applica una formula particolarmente rigorosa, risalente alla sentenza Plaumann del 1963, in cui la Corte afferma che chi non sia destinatario di una decisione pu sostenere che questa lo riguarda individualmente soltanto qualora il provvedimento lo tocchi a causa di determinate qualit personali, ovvero di particolari circostanze atte a distinguerlo dalla generalit, e quindi lo identifichi alla stessa stregua dei destinatari. Dalla formula Plaumann e dalla giurisprudenza ad essa ispirata si evince che ci che rileva non che l'atto impugnato colpisca il ricorrente, ma a quale titolo il ricorrente sia colpito. Non basta che ci avvenga in quanto il ricorrente appartiene ad una categoria di soggetti astrattamente individuata, per quanto ristretta essa sia. In casi del genere il ricorrente colpito alla stessa stregua di ogni altro appartenente alla medesima categoria e non alla stregua dei destinatari. Occorre invece dimostrare che l'atto ha preso in considerazione proprio la posizione individuale del ricorrente e pertanto: a) produce effetti giuridici soltanto sulla sua posizione individuale ovvero b) produce sul ricorrente effetti diversi rispetto a quelli che si producono a carico di tutti gli altri soggetti. Conviene soffermarsi sui casi in cui l'interesse individuale pu essere considerato sussistente. Talvolta necessario ricorrere allo smascheramento dell'atto: il ricorrente deve fornire la dimostrazione che l'atto non quel che appare, ma in sostanza, una decisione individuale nei suoi confronti. A tale risultato si pervenuti ad esempio in casi di impugnazione di regolamenti che sono stati giudicati non come disposizioni aventi carattere generale, ma come una pluralit di decisioni individuali. In altri casi, senza bisogno di contestarne la natura, basta dimostrare che l'atto riguarda individualmente determinati operatori economici. La presenza di un interesse individuale inoltre dimostrata dalla circostanza che l'atto impugnato contenga un espresso riferimento a determinati soggetti o che il loro comportamento sia stato preso in considerazione nel corso del procedimento per l'emanazione dell'atto. L'interesse individuale pu ancora derivare dalle caratteristiche del procedimento che conduce all'atto impugnato. Qualora, infatti, sia prescritto che il procedimento coinvolga obbligatoriamente determinati soggetti o sia garantita la partecipazione di altri soggetti interessati, si presume che tutti questi soggetti sano portatori di un interesse qualificato che consente loro l'impugnazione dell'atto finale. Un esempio molto rilevante di ci dato dalle decisioni in materia di aiuti alle imprese. La disciplina in materia prevede infatti che prima di rivolgere allo Stato membro una decisione in materia, la Commissione debba intimare agli interessati di presentare loro osservazioni. Le notevoli difficolt che le persone fisiche o giuridiche incontrano per dimostrare l'esistenza dell'interesse a ricorrere, ha spinto molti a

chiedere un'attenuazione del rigore mostrato finora dalla giurisprudenza. In particolare stato evidenziato il rischio che si producano lacune nel sistema di tutela giurisdizionale in situazioni i cui soggetti pregiudicati non dispongano di alcun rimedio effettivo. Facendosi carico di tali preoccupazioni, l'avv. gen. Jacobs, nelle conclusioni presentate il 21 marzo del 2002 nella causa Union de Pequenos agricultores, sostiene che, nel caso di regolamenti non richiedenti provvedimenti nazionali di esecuzione, si impone un'interpretazione meno restrittiva dei requisiti considerati e ripropone di considerare un soggetto individualmente riguardato da un atto comunitario nel caso in cui tale atto possa pregiudicare in modo sostanziale i suoi interessi. La Corte si fermamente opposta a tale proposta, ma il Trattato di Lisbona ha in seguito introdotto un regime meno severo per gli atti regolamentari che non richiedano alcuna misura di esecuzione, per i quali stato eliminato il requisito dell'interesse individuale, lasciando sopravvivere solo quello diretto. I vizi di legittimit che possono essere fatti valere nell'ambito di un ricorso d'annullamento sono: l'incompetenza; la violazione delle forme sostanziali; la violazione del Trattato o di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua applicazione; lo sviamento di potere. L'incompetenza pu essere interna o esterna. Si ha incompetenza interna nel caso in cui l'istituzione che emette l'atto, non ha il potere di farlo, perch tale potere spetta ad altra istituzione. Si ha incompetenza esterna quando nessuna istituzione ha il potere di emanare l'atto in questione, che non rientra affatto nella competenza comunitaria, ma semmai, in quella degli Stati membri. La violazione delle forme sostanziali sussiste quando non sono rispettati requisiti formali di tale importanza da influire sul contenuto. Pu trattarsi, anzitutto, di forme relative al procedimento da seguire per l'emanazione dell'atto. Altre ipotesi di forme sostanziali attengono all'atto in quanto tale, e tra queste pi importante costituita dalla violazione dell'obbligo di motivazione, la cui estensione varia in ragione della natura dell'atto in questione: se l'atto destinato ad avere effetti individuali, come accade per le decisioni, la motivazione dovr essere pi precisa e dettagliata che per una atto destinato ad operare con efficacia generale. Il vizio di violazione del Trattato e di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua applicazione il pi frequentemente invocato, dal momento che, da un punto di vista logico, esso ingloba anche l'incompetenza e la violazione di forme sostanziali. L'ultimo vizio di legittimit costituito dallo sviamento di potere, che si ha quando un'istituzione emana un atto che ha il potere di adottare, perseguendo per scopi diversi da quelli per i quali il potere le stato attribuito. Il termine di ricorso di due mesi e decorre : a) dalla pubblicazione sulla GU, se l'atto stato pubblicato; b) dalla notificazione se l'atto stato notificato ; c) in mancanza di pubblicazione o notifica, dal giorno in cui il ricorrente ha avuto conoscenza dell'atto. La regola generale circa l'efficacia delle sentenze di annullamento (ex art. 231) dispone che se il ricorso fondato, la Corte di Giustizia dichiara nullo e non avvenuto l'atto impugnato, sancendo quindi che la sentenza in questione ha di norma portata generale e retroattiva. Tuttavia, per quanto concerne i regolamenti , la Corte di Giustizia, ove lo reputi necessario, precisa gli effetti del regolamento annullato che devono essere considerati come definitivi. Tale possibilit stata estesa dalla giurisprudenza anche ad altri atti di portata generale. Le limitazioni stabilite dalla Corte possono avere ad oggetto la portata ratione personarum dell'annullamento: in questo caso l'atto annullato solo nei confronti del ricorrente. Pi spesso la limitazione ha ad oggetto la portata temporale dell'annullamento, stabilendosi che gli effetti vengono fatti decorrere non ex tunc, ma a partire da un momento successivo individuato dalla Corte. Il controllo sugli atti delle istituzioni esercitato dal giudice comunitario un controllo di mera legittimit, tuttavia i regolamenti del Parlamento e del Consiglio o del solo Consiglio possono attribuire al giudice comunitario anche una competenza di merito, anche se limitata al riesame delle sole sanzioni previste nel regolamento stesso. Il ricorso in carenza Il ricorso in carenza un ulteriore forma di controllo giurisdizionale della legittimit del comportamento delle istituzioni (ex art. 232). L'oggetto del controllo in particolare un comportamento omissivo che si assume illegittimo, perch tenuto in violazione di un obbligo di agire previsto del Trattato. I presupposti del ricorso sono perci: a) l'esistenza di un obbligo di agire a carico dell'istituzione in causa; per cui escluso che si possa ricorrere contro l'omissione di atti affidati alla discrezionalit; b) la violazione dell'obbligo stesso. La violazione di un obbligo di agire pu essere fatta valere tramite un ricorso a condizione che a) l'istituzione in causa sia stata previamente richiesta di agire e b) sia scaduto un termine di due mesi da tale richiesta senza che l'istituzione abbia preso posizione. Anche questo ricorso prevede, pertanto, una fase precontenziosa obbligatoria. La richiesta di agire, nota anche come messa in mora, deve essere formulata in maniera tale che l'istituzione comprenda che, in caso di inerzia, rischia di subire la presentazione di un ricorso. Per interrompere la mora , non necessario che l'istituzione adotti i provvedimenti richiesti, ma sufficiente che essa prenda posizione. Anche un atto di contenuto negativo, ovvero l'adozione di un atto di contenuto non coincidente con la richiesta costituiscono presa di posizione. Essa, tuttavia, deve essere definitiva: una comunicazione meramente interlocutoria lascerebbe sussistere la mora. Se l'istituzione non prende posizione nel termine, il soggetto richiedente pu presentare ricorso entro altri due mesi (fase contenziosa). I soggetti contro i quali pu essere proposto un ricorso in carenza (legittimazione passiva) sono: il Parlamento europeo, il Consiglio, la Commissione e la BCE. Il Trattato di Lisbona ha allargato il novero di questi soggetti, prevedendo in particolare che l'art. 265 TF si applichi, alle stesse condizioni, agli organi e organismi dell'Unione che si astengano dal pronunciarsi. I soggetti che possono adire il giudice comunitario (legittimazione attiva) sono invece distinti in tre categorie. Quelli appartenenti alla prima categoria possono essere definiti ricorrenti privilegiati, disponendo di un diritto di ricorso particolarmente ampio e non soggetto a limitazioni attinenti all'interesse a ricorrere o al tipo di carenza contestata. Essi sono gli Stati membri e le altre istituzioni, tra cui sono comprese non soltanto quelle politiche, ma anche quelle per cos dire tecniche come la Corte dei conti. La seconda categoria costituita dalla sola BCE, che pu ricorrere soltanto nei settori che rientrano nella sua competenza. La terza categoria include le persone fisiche e giuridiche, le quali dispongono di un diritto di ricorso limitato (ricorrenti non privilegiati). Ai sensi del c. 3 dell'art. 232 del previgente TCE, ogni persona fisica e giuridica pu infatti adire la Corte di giustizia per contestare ad una delle istituzioni della Comunit di avere omesso di emanare nei suoi confronti un atto che non sia una raccomandazione o un parere. Della disposizione sono state due interpretazioni: secondo la prima, la norma legittimerebbe le persone fisiche e giuridiche a ricorrere esclusivamente contro l'omissione di una decisione della quale sarebbero i destinatari formali; mentre la seconda, considerando la norma alla luce di quanto disposto per il ricorso d'annullamento, ha sostenuto che essa dovrebbe consentire l'omissione di un regolamento o di una decisione verso altri, a condizione che l'atto omesso, se emanato, riguarderebbe direttamente ed individualmente il ricorrente. Tale interpretazione ha finito col prevalere in giurisprudenza come emerso nel 1996 con la sentenza T.Port della Corte di giustizia. Se il ricorso viene accolto, il giudice comunitario emana una sentenza di accertamento sorgere solo un obbligo di agire. Non spetta infatti alla Corte colmare la carenza, adottando l'atto, e nemmeno condannare l'istituzione responsabile ad un obbligo di facere specifico.

Il ricorso per risarcimento di danni La Corte di giustizia competente a conoscere delle controversie relative al risarcimento dei danni (ex art. 235 TCE), che possono sorgere in relazione al fatto che la Comunit, in materia di responsabilit extracontrattuale, deve risarcire, conformemente ai principi generali comuni agli Stati membri, i danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell'esercizio delle loro funzioni. Nel contesto delle varie competenze della Corte, la definizione di controversie relative al risarcimento ha dato luogo a difficolt. Anzitutto, si tentato di assimilare il ricorso per risarcimento al ricorso d'annullamento e a quello di carenza, sostenendo che, in pratica esso, mira a conseguire risultati analoghi: l'eliminazione degli effetti giuridici di un atto o di un comportamento omissivo delle istituzioni. L'obiettivo era quello di estendere anche al ricorso per risarcimento le condizioni di ricevibilit molto restrittive descritte. La Corte non si prestata a tale manovra, insistendo sul fatto che il ricorso per risarcimento concepito dal Trattato come un rimedio autonomo, dotato di una propria funzione che lo distingue dalle altre azioni esperibili e sottoposto a condizioni di esercizio che tengono conto del suo oggetto specifico. Ne consegue che sarebbe in contrasto con tale autonomia, come pure con l'intero sistema dei rimedi giuridici istituiti dal Trattato, il considerare come causa di irricevibilit il fatto che, in determinate circostanze, l'esercizio dell'azione di danni pu avere conseguenze analoghe a quelle viste per il ricorso d'annullamento e quello di carenza. inoltre necessario distinguere il ricorso per risarcimento dalle azioni che i soggetti interessati possono esperire dinnanzi ai giudici degli Stati membri. Il criterio distintivo legato, oltre all'oggetto della pretesa del singolo, anche alla disponibilit di un'azione da proporre dinnanzi ai giudici nazionali, che sia in grado di soddisfare pienamente la pretesa stessa. Se un'azione del genere possibile, la competenza della Corte per il risarcimento esclusa. Il ricorso in esame si configura pertanto come rimedio residuale a quelli nazionali. I presupposti della responsabilit extracontrattuale della comunit non sono definiti dallo stesso Trattato, ma vanno tratti dai principi generali comuni ai diritti degli Stati membri. In particolare, secondo la Corte, presupposti della responsabilit della Comunit sono un danno effettivo, un nesso causale tra danno e comportamento delle istituzioni e l'illegittimit di questo comportamento. Ai tre presupposti indicati (danno, nesso di causalit e illegittimit del comportamento), se ne aggiungono altri qualora il comportamento delle istituzioni consista nell'esercizio di poteri caratterizzati da un ampio margine di discrezionalit. In questi casi non basta dimostrare la mera illegittimit del comportamento e, in particolare, dell'atto dal quale il danno derivato, ma occorre altres provare che. a) la norma violata dalle istituzioni sia preordinata a conferire diritti ai singoli e b) si tratti di una violazione grave e manifesta. COMPETENZA PREGIUDIZIALE La Corte di giustizia pu e talvolta deve essere chiamata a pronunciarsi in via pregiudiziale sulle questioni riguardanti il diritto comunitario che si pongono nell'ambito di un giudizio instaurato davanti ad una giurisdizione di uno degli Stati membri (ex art. 234). La competenza pregiudiziale si distingue pertanto nettamente dalle competenze fin qui esaminate: in base ad essa, la Corte conosce di determinate questioni di diritto comunitario solo in seguito al rinvio operato da un giudice nazionale, nell'ambito di un giudizio iniziato e destinato a concludersi dinnanzi al giudice nazionale, che richiede alla Corte di pronunciarsi su determinate questioni perch reputa una decisione su questo punto necessaria per l'emanazione della sua sentenza. La pronuncia della Corte ha quindi natura pregiudiziale sia in senso temporale, perch precede la sentenza, che funzionale, perch strumentale alla sua emanazione. La competenza pregiudiziale dunque una competenza da un lato indiretta, in quanto l'iniziativa di rivolgersi alla Corte non assunta direttamente dalle parti interessate, ma dal giudice nazionale, e dall'altro limitata, potendo la Corte esaminare soltanto le questioni di diritto comunitario sollevate dal giudice nazionale al quale rimane la competenza a pronunciarsi su tutti gli altri profili della controversia. Le ragioni che hanno condotto ad inserire tra le altre competenze della Corte di giustizia una competenza di tipo pregiudiziale sono legate ad due caratteristiche tipiche dell'ordinamento comunitario: da un lato, il sistema decentralizzato di applicazione del diritto comunitario, per cui il compito di applicare la normativa comunitaria ai soggetti interni , in genere, affidato alle autorit di ciascuno Stato membro dall'altro, la caratterizzazione particolare delle norme comunitarie come norme dotate di efficacia diretta verso i singoli. Lo scopo del meccanismo di giudizio pregiudiziale duplice. Da un lato, esso tende ad evitare che ciascun giudice nazionale interpreti e verifichi la validit delle norme comunitarie in maniera autonoma, come se si trattasse di norme appartenenti all'ordinamento del proprio Staro; dall'altro, esso mira ad offrire ai giudici nazionali uno strumento di collaborazione per superare le difficolt interpretative che il diritto comunitario pu sollevare, trattandosi di un ordinamento con caratteristiche e finalit proprie. In quanto garanzia della corretta applicazione e dell'uniforme interpretazione del diritto comunitario ha dato un contributo di inestimabile importanza allo sviluppo di tale diritto. Tale importanza ampiamente riconosciuta dalla dottrina e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Ne testimonianza la fermezza con cui la Corte stessa ha preso posizione contro ogni disposizione nazionale che ostacoli o limiti la facolt dei giudici di operare un rinvio (come ad esempio nella sentenza Simmenthal). La competenza pregiudiziale viene in rilievo anche sotto il profilo del diritto ad un rimedio effettivo. Se il giudice omette di sollevare una questione pregiudiziale, quando invece le circostanze lo richiederebbero, pregiudica infatti il diritto del soggetto ad una tutela effettiva. Ammissibilit e rilevanza della questione pregiudiziale Il meccanismo della competenza pregiudiziale costituisce uno strumento di cooperazione fra i giudici nazionali e la Corte di giustizia. Si pu dire che i primi e la seconda svolgano un ruolo complementare al fine di individuare una soluzione al caso concreto che sia conforme al diritto comunitario. Non pu invece dirsi che esista una gerarchia, che subordini i giudici nazionali alla Corte. L'assenza di un rapporto di tipo gerarchico spiega perch la Corte non eserciti alcun tipo di controllo sulla competenza del giudice nazionale a conoscere del giudizio nel cui ambito le questioni pregiudiziali siano state sollevate ovvero sulla regolarit del giudizio. La Corte ha invece posto dei requisiti riguardanti il contenuto del provvedimento di rinvio. Essa richiede che, il giudice nazionale definisca l'ambito di fatto e di diritto o le ipotesi di fatto su cui tali questioni sono state sollevate. In mancanza di sufficienti indicazioni al riguardo la Corte non potrebbe infatti giungere ad un'interpretazione utile e quindi si riserva la possibilit di non rispondere. In una prima fase, la Corte riteneva che spettasse al solo giudice nazionale valutare invece la necessit del rinvio. Successivamente un uso talvolta improprio e persino abusivo del rinvio pregiudiziale ad opera delle parti e degli stessi giudici nazionali ha indotto la Corte a mutare atteggiamento. Essa si cos riservata il potere di verificare la rilevanza delle questioni pregiudiziali al fine di controllare se essa sia competente a rispondere e se non sussista alcuna delle ipotesi patologiche individuate dalla giurisprudenza. Tali ipotesi sono: a) questioni poste nell'ambito di controversie fittizie, cos definite perch le parti sono d'accordo tra di loro sull'interpretazione e vogliono soltanto ottenere una pronuncia della Corte sul punto che abbia efficacia erga omnes; b) questioni manifestamente irrilevanti, in cui la norma comunitaria oggetto della questione pregiudiziale manifestamente inapplicabile; c) questioni

puramente ipotetiche, cos definite in ragione della loro genericit o del fatto che non rispondono ad un effettivo bisogno del giudice. Nella fase attuale, l'atteggiamento della Corte sembra nuovamente orientato verso maggiore prudenza. Valorizzando il principio secondo cui qualora le questioni sollevate dal giudice nazionale vertano sull'interpretazione di una norma comunitaria, la Corte tenuta a statuire, essa spesso si accontenta che il giudice nazionale abbia indicato i motivi che lo inducono a ritenere necessaria le risposta. La nozione di giurisdizione La competenza pregiudiziale pu essere attivata soltanto da un organo che possa essere definito come una giurisdizione di uno degli Stati membri. La Corte si riserva il potere di verificare che l'organo autore del rinvio pregiudiziale rientri in tale nozione, considerandola come una nozione comunitaria e perci non necessariamente con le definizioni ricavabili dagli ordinamenti degli Stati membri. Il primo requisito che un organo nazionale deve soddisfare che svolga una funzione giurisdizionale, e tale giudizio va effettuato con riferimento alle funzioni svolte dall'organo nello specifico caso che ha dato origine al rinvio pregiudiziale alla Corte. Nei casi dubbi, debbono inoltre essere verificati altri requisiti. Secondo una formula ripresa dalla Corte, la possibilit che un determinato organo effettui un rinvio pregiudiziale dipende in particolare da una serie di elementi quali l'origine legale dell'organo, il suo carattere permanente, l'obbligatoriet della sua giurisdizione, la natura contraddittoria del procedimento, il fatto che l'organo applichi norme giuridiche e che sia indipendente. Tuttavia, l'esame della giurisprudenza rivela come l'approccio della Corte sia caratterizzato da notevole elasticit e come la presenza degli elementi in questione non venga verificata in maniera sistematica. Pi rigoroso invece apparso l'atteggiamento della Corte con riferimento al solo requisito dell'origine legale dell'organo, con particolare riferimento al caso degli arbitri, ai quali ha costantemente negato il potere di sollevare questioni pregiudiziali. L'unica eccezione ammessa riguarda i casi di arbitrato obbligatorio, quando le parti sono tenute per legge a sottoporre ad arbitrato le proprie controversie. Facolt e obbligo di rinvio Rispetto al rinvio pregiudiziale, la posizione dei giudici nazionali varia a seconda che essi emettano decisioni contro le quali sia possibile proporre un ricorso giurisdizionale di diritto interno oppure no. Nel primo caso il rinvio oggetto di una semplice facolt, mentre nel secondo, il giudice sottoposto ad un obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia. La ratio della distinzione duplice. Da un lato nel caso di un giudizio di ultima istanza, un errore del giudice nel risolvere questioni di diritto comunitario resterebbe, per definizione, senza ulteriore rimedio. Dall'altro, l'erronea soluzione data dal giudice di ultima istanza a questioni di diritto comunitario rischia di essere accolta in numerose altre pronunce giudiziarie e dunque di consolidarsi. La facolt di rinvio che spetta ai giudici non di ultima istanza implica che questi sono liberi di scegliere se sollevare o meno le questioni di diritto comunitario davanti alla Corte di giustizia, indipendentemente dalla richiesta delle parti, e cio anche d'ufficio. Tale libert si estende inoltre alla scelta del momento in cui effettuare il rinvio, anche se, secondo la Corte, potrebbe essere opportuno che, prima di rinviare, siano gi stati accertati i fatti e siano gi state risolte le questioni di diritto interno. Nell'interpretare la portata dell'obbligo di rinvio a carico dei giudici di ultima istanza, la Corte ha introdotto alcuni elementi di flessibilit, tali da rendere meno netta la distinzione rispetto agli altri giudici. Anzitutto, la Corte ha affermato che anche i giudici di ultima istanza dispongono dello stesso potere di valutazione di tutti gli altri giudici nello stabilire se sia necessaria una pronuncia sul punto di diritto. La sola circostanza che le parti abbiano sollevato questioni di diritto comunitario non comporta perci obbligo di rinvio. Inoltre la Corte ha individuato alcune ipotesi in cui, pur in presenza di questioni rilevanti, il rinvio pu essere omesso. In casi del genere si pu parlare di facolt di rinvio anche per i giudici di ultima istanza, ossia: 1) quando la questione sia materialmente identica ad un altra, sollevata in una fattispecie analoga, gi decisa in via pregiudiziale; 2) quando la risposta da dare alle questioni risulti da una giurisprudenza costante della Corte che, indipendentemente dal procedimento in cui sia stata prodotta, risolva il punto di diritto litigioso; 3) quando la corretta applicazione del diritto comunitario si imponga con tale evidenza da non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio. Prima di arrivare alla conclusione di cui al punto 3) per fatto obbligo di procedere a delle ulteriori verifiche: a) convincersi che la stessa soluzione si imporrebbe anche ai giudici di altri stati membri e alla Corte di giustizia; b) raffrontare le diverse versioni linguistiche delle norme comunitarie; c) tenere conto della non necessaria coincidenza tra il significato di una medesima nozione giuridica in diritto comunitario e in diritto interno; d) ricollocare la norma comunitaria nel suo contesto alle luce delle sue finalit. La distinzione tra i giudici di ultima istanza e quelli delle istanze inferiori stata ulteriormente attenuata, introducendo un ipotesi di obbligo di rinvio anche per i giudici non di ultima istanza. Con riferimento alle questioni pregiudiziali di validit, la Corte ha infatti negato che un giudice, anche non di ultima istanza, possa autonomamente accertare l'invalidit di un atto delle istituzioni. Da ci si discende che, qualora ritenga fondati i motivi d'invalidit adottati dalle parti, il giudice tenuto a rinviare alla Corte la relativa questione. L'oggetto delle questioni pregiudiziali La competenza pregiudiziale della Corte pu riguardare questioni di interpretazione e questioni di validit. Le questioni pregiudiziali d'interpretazione possono avere ad oggetto: a) il Trattato e b) gli atti compiuti dalle istituzioni comunitarie e dalla BCE. Per Trattato si deve intendere il testo del TCE, ora TF, nella versione applicabile ratione temporis ai fatti della causa pendente. La nozione di atti compiuti dalle istituzioni molto ampia e comprende anzitutto gli atti tipici, ossia i regolamenti, le decisioni e le decisioni, incluse le raccomandazioni e i pareri, ma anche gli atti atipici, gli accordi internazionali e gli atti privi di efficacia diretta. La Corte non pu procedere direttamente all'applicazione delle norme comunitarie, ma deve limitarsi ad interpretarle. Nonostante ci, le risposte fornite dalla Corte vanno spesso aldil di una mera interpretazione della norma comunitaria. Parimenti non previsto che la Corte possa procedere all'interpretazione di norme degli Stati membri o pronunciarsi sulla loro incompatibilit con norme comunitarie. Entrambi questi compiti spettano infatti al giudice nazionale che operato il rinvio. La Corte, tuttavia, pur mantenendo fermo il principio della sua incompetenza, non dichiara senz'altro inammissibili le questioni in materia, ma le riformula, in modo da fornire al giudice nazionale tutti gli elementi di interpretazione utili a valutare tale compatibilit. In questo modo, si permette che il rinvio giudiziale venga utilizzato dai giudice nazionale, per ottenere un giudizio, sia pure indiretto sulla compatibilit della norma interna con il diritto comunitario, nel cd. uso alternativo del rinvio pregiudiziale. Le questioni pregiudiziali di validit, invece, possono avere ad oggetto soltanto gli atti compiuti dalle istituzioni o dalla BCE. Tali questioni consentono alla Corte di effettuare un controllo sulla validit di tali atti, ad integrazione del controllo che la Corte esercita attraverso il ricorso d'annullamento. Ne deriva che una questione pregiudiziale di validit pu avere ad oggetto gli stessi atti contro quali si pu proporre il ricorso d'annullamento e che anche i motivi di invalidit che possono essere fatti valere sono gli stessi. La questione di validit relativa ad un regolamento o una decisione verso terzi non per sottoposta alle condizioni restrittive del ricorso d'annullamento.

Parimenti non trova applicazione il termine di due mesi previsto per la proposizione del ricorso di annullamento. Tuttavia, qualora sia pacifico che il soggetto che si rivolge al giudice nazionale avrebbe potuto proporre ricorso d'annullamento ma ha lasciato decorre il termine previsto per la sua presentazione, il giudice nazionale non pu pi sollevare la questione pregiudiziale di validit. Il valore delle sentenze pregiudiziali Le sentenze rese dalla Corte in un procedimento di rinvio pregiudiziale vincolano anzitutto il giudice che aveva effettuato il rinvio. Questi infatti, non pu discostarsene, ma soltanto, qualora lo ritenga necessario, adire nuovamente alla Corte chiedendo chiarimenti. Tuttavia, tenuto conto del carattere obiettivo della competenza esercitata in questi casi, la sentenza della Corte assume valore generale, che travalica i confini del giudizio nel cui ambito le questioni pregiudiziali sono state sollevate. Il giudice nazionale, che si trovi a dover risolvere questioni in merito sulle quali la Corte si gi pronunciata, deve adeguarsi a tale sentenza, salvo nuovo ricorso alla Corte. Il valore generale delle sentenze pregiudiziali di interpretazione risulta da quanto detto a proposito dell'obbligo di rinvio: l'esistenza di una sentenza pregiudiziale emessa dalla Corte, rende superflua la proposizione di un nuovo rinvio sulle questioni identiche o simili. Il principio stato affermato con particolare chiarezza nel caso di sentenze pregiudiziali di validit che dichiarano l'invalidit di un atto delle istituzioni. Secondo la Corte infatti, l'invalidit di un atto di un'istituzione, in particolare di un regolamento, sebbene abbia come diretto destinatario solo il giudice che si rivolto alla Corte, costituisce per qualsiasi altro giudice un motivo sufficiente per considerare tale atto non valido ai fini di una decisione che anch'esso dovesse emettere in relazione ad esso. In linea di principio tutte le sentenze pregiudiziali hanno valore retroattivo. Questo, per, deve essere conciliato con il principio generale della certezza del diritto. Di conseguenza un soggetto che non abbia agito in giudizio entro il termine previsto dall'ordinamento a tale fine, non pu, scaduto tale termine, invocare una sentenza pregiudiziale emessa dalla Corte, sempre che il termine fosse ragionevole. Inoltre la Corte si riserva il potere di limitare nel tempo la portata delle sentenze pregiudiziali tanto interpretative, quanto di validit. L'esercizio di tale potere viene in genere motivato da esigenze di certezza del diritto e di tutela dell'affidamento. La Corte tuttavia, anche in seguito ad alcune decise prese di posizione da parte dei giudici nazionali, fa generalmente salva la possibilit si invocare la sentenza pregiudiziale da parte di coloro che abbiano proposto un'azione giudiziaria o un reclamo equivalente prima della sentenza. LE COMPETENZE DELL'UNIONE EUROPEA Il problema di come vanno delimitate e qualificate le competenze dell'Unione europea si poneva, fino al Trattato di Lisbona, sopratutto per quanto riguarda il pilastro comunitario. Fino alla sua entrata in vigore, infatti, solo il TCE, oggi denominato TF, conteneva una norma specificamente dedicate al problema (l'art.5), mentre il TUE, pur presentando alcuni richiami, non affrontava ex professo il problema. Questa distinzione venuta meno in quanto il Trattato di Lisbona ha unito il I e il III pilastro dell'U.E e ha inserito nel TUE le norme sulla competenza e i relativi principi generali, nonostante la loro giurisprudenza si sia formata in relazione al TCE e alla Comunit. Il principio di attribuzione In base al principio di attribuzione, l'Unione europea, che a differenza degli Stati non sono enti a finalit e competenza generali, pu intervenire soltanto nei settori in cui ci sia contemplato dal Trattato e soltanto per gli obiettivi che esso indica e ne consegue che, come sancito dal nuovo art. 5 del TUE, tutte le materie non espressamente attribuite all'Unione appartengono in via residuale agli Stati membri. La portata di questo principio risulta per, nella prassi, meno rigida di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Da un lato, la Corte di giustizia, gi in relazione al TCE, aveva ammesso che, pur in mancanza di un espressa attribuzione, la CE potesse essere considerata competente quando l'esercizio di un potere risultasse indispensabile per quello di un potere previsto dal trattato. Dall'altro, il TCE prima, con l'art. 308, e il TF, poi, con il nuovo art. 352, hanno dato forma a delle norme che si sostanziano in una deroga, sia pure parziale, al principio d'attribuzione. Ai sensi di tali disposizioni, infatti, quando un azione della Comunit e poi dell'U.E., risulti necessario per raggiungere, nel funzionamento del mercato comune prima, e, nel quadro delle politiche definite nei trattati, poi, uno degli scopi dell'ente, senza che il Trattato abbia previsto i poteri d'azione allo scopo richiesti, il Consiglio, deliberando all'unanimit su proposta della Commissione, dopo aver per consultato il Parlamento, adotta le disposizioni appropriate. Le condizioni poste dall'art. 308 prima e dall'art. 352 poi per l'esercizio del potere in esame sono quindi molto restrittive. Da un punto di vista procedurale, richiesta una delibera unanime del Consiglio, con il coinvolgimento sia della Commissione, che formula la proposta, sia del Parlamento, che deve essere consultato; mentre da uno sostanziale, occorrono la necessit della nuova azione in relazione ai fini della Comunit e la mancata previsione di poteri d'azione adeguati da parte del Trattato. La prima condizione, la necessit dell'azione, comporta un notevole margine di discrezionalit in favore delle istituzioni, data la vastit degli scopi perseguiti. D'altro canto, la prassi applicativa ha mostrato che, una volta raggiunto l'accordo unanime nel Consiglio, non ci si preoccupati eccessivamente di chiarire il nesso della nuova azione con gli scopo della Comunit o con il funzionamento del mercato. Quanto al requisito della mancata previsione di adeguati poteri, una prima sentenza della Corte, ossia la Fergusson del 1973, sembrava volerne sminuire l'importanza, poich era stato ritenuto sufficiente per il ricorso all'art. 308 l'assenza di una soluzione abbastanza efficace. Pi di recente, per, la Corte ha mostrato un atteggiamento pi restrittivo, sottolineando il carattere residuale della norma in esame ed escludendone l'utilizzabilit ogni volta che il Trattato prevede una base giuridica alternativa. I vari tipi di competenza comunitaria Le competenze attribuite dai Trattati prima alla Comunit e poi, con il Trattato di Lisbona, all'Unione sono di tre distinte tipologie. La prima costituita dalle competenze esclusive, che si caratterizzano per il fatto che nelle materie che le riguardano, la competenza degli Stati membri preclusa anche qualora la competenza comunitaria non sia stata ancora esercitata pienamente. In siffatta ipotesi, gli interventi degli Stati membri hanno quindi carattere transitorio e devono essere autorizzati dall'Unione. La seconda pu essere invece individuate nella cd. competenza concorrente, che si distingue, invece, per il fatto che, almeno inizialmente, nelle materie ad essa relative, Unione e Stati membri possono esercitare ciascuno i propri poteri. Si tratta, tuttavia, di una situazione che potrebbe modificarsi nel tempo a favore dell'Unione. Infatti, man mano che questa agisce, diminuisce corrispondente lo spazio d'azione degli Stati membri. In forza del principio di leale collaborazione, gli Stati membri sono infatti tenuti ad astenersi da qualsiasi misura che rischi di compromettere la realizzazione degli scopi dell'Unione. Nei settori di competenza concorrente, l'estensione e la stessa sopravvivenza della competenza degli Stati membri dipendono quindi dai tempi e dai modi con cui la competenza dell'Unione viene esercitata. Essa pu infatti scegliere di esercitare pienamente la propria

competenza, e, in casi del genere, una competenza concorrente finisce per assumere caratteristiche di esclusivit, oppure, pu decidere di lasciare a lungo inutilizzati i propri poteri o utilizzarli in misura ridotta, facendo cos sopravvivere la competenza degli Stati membri. Fino al Trattato di Lisbona, non era precisato espressamente dal legislatore comunitario, se una determinata competenza fosse esclusiva o concorrente e il problema di come classificare una determinata competenza veniva risolto in via interpretativa dando luogo a notevoli problemi. Il nuovo art. 3 del TF, ha invece precisato in maniera tassativa quali sono i settori di competenza esclusiva , individuandoli in particolare: nell'unione doganale, nella definizione delle regola di concorrenza, nella politica monetaria, nella conservazione delle risorse biologiche e nella politica commerciale comune, nonch per quanto riguarda a conclusione degli accordi internazionali. La terza tipologia consiste, infine, nella competenza a svolgere azioni di sostegno, coordinamento e completamento dell'azione degli Stati membri, senza che la competenza comunitaria possa, nemmeno in prospettiva, sostituirsi a quella degli Stati membri. Il principio di sussidiariet Lo stesso art. 5 del TUE che enuncia il principio di attribuzione, chiarendo che su di esso si fonda la delimitazione delle competenze dell'U.E., introduce anche quello di sussidiariet, sancendo che esso alla base del loro esercizio. In base a tale principio, infatti, nei settori di competenza non esclusiva, l'U.E. interviene solo se e nella misura in cui i suoi obiettivi non possano essere realizzati dagli Stati. Quindi, se si considera che, nei settori di competenza concorrente, la sopravvivenza della competenza statale dipende dalla maniera con cui quella comunitaria viene esercita, appare evidente che il principio di sussidiariet costituisce una garanzia per gli Stati membri che le loro competenze non vengano limiate o cancellate quando ci non si giustifichi in relazione alla maggiore efficienza dell'azione dell'U.E. In astratto, il principio in esame potrebbe essere considerato come neutrale, nel senso che consente di dare la preferenza all'azione statale ovvero a quella comunitaria sulla base di un giudizio obiettivo di efficienza relativa. Tuttavia, per come risulta formulato e per come viene inteso dagli Stati membri, esso sembra esprimere un favor nei confronti dell'azione statale rispetto a quella comunitaria. Queste ed altre difficolt concettuali, prima che testuali, spiegano perch il principio dia luogo a non pochi problemi applicativi. Le istituzioni sono pertanto preoccupate sopratutto di stabilire garanzie procedurali che favoriscano il rispetto di tale principio. Si a lungo discusso se il rispetto del principio di sussidiariet possa essere oggetto di controllo giurisdizionale o se si tratti di un'indicazione meramente politica rivolta alle istituzioni. Pur accettando di estendere il proprio sindacato al rispetto del principio in esame, la Corte ha operato con estrema prudenza, tenendo conto che la scelta di considerare un atto comunitario conforme al principio di sussidiariet appartiene alla sfera di discrezionalit politica che deve essere riservata alle istituzioni . In un primo tempo la violazione del principio di sussidiariet stato invocato dalle parti come vizio di motivazione. Successivamente, la Corte stata chiamata a verificare l'esistenza della violazione de principio in esame in quanto vizio autonomo. Ci ha dato modo di precisare che la verifica del rispetto del principio va effettuata sotto due profili distinti: a) se l'obiettivo dell'azione progettata possa essere meglio realizzata a livello comunitario e b) che l'azione comunitaria abbia oltrepassato la misura necessaria per realizzare l'obiettivo. Il principio di proporzionalit Sempre in base al nuovo art. 5 TUE, l'esercizio dell competenze dell'U.E. deve basarsi, oltre che sul principio di sussidiariet, anche su quello di proporzionalit, in virt del quale la sua azione si limita a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati. Il principio in esame, pertanto, ha anch'esso la funzione di tutelare gli Stati da interventi comunitari di portata ingiustificatamente ampia. Gli Stati membri, infatti, non hanno esitato a utilizzarlo per contestare la legittimit degli atti delle istituzioni giudicati eccessivamente invasivi delle loro competenze. La Corte, tuttavia, limita il proprio riesame alle ipotesi di errore manifesto o sviamento di potere. L'esigenza di rispettare la proporzionalit comporta restrizioni per quanto riguarda tanto la scelta del tipo di atto da adottare, quanto il contenuto di quest'ultimo. Circa il primo aspetto, a parit di altre condizioni, le direttive dovrebbero essere preferite ai regolamenti e le direttive quadro a misure dettagliate. Quanto al secondo, le misure comunitarie dovrebbero lasciare il maggior spazio possibile alle decisioni nazionali, purch sia garantito lo scopo della misura e siano soddisfate le prescrizioni del Trattato. La competenza a concludere accordi internazionali La Comunit, o per meglio dire, dopo il Trattato di Lisbona, l'Unione europea, in quanto soggetto autonomo di diritto internazionale, ha senza dubbio la capacit di concludere accordi con altri soggetti senza dover passare attraverso i propri Stati membri. Tuttavia, poich, oltre ad essere sottoposta al principio d'attribuzione, essa coesiste con quella degli Stati, non pu certo avere portata illimitata. In particolare, i casi in cui ammessa la competenza esterna appartengono a due categorie: a) competenza esterna normativamente prevista, relativa ai casi in cui il Trattato la dispone espressamente e b) la competenza esterna parallela, basata sul fatto che la Corte di giustizia abbia ammesso che la Comunit possa concludere accordi internazionali nelle materie rientranti nella sua competenza interna. La competenza parallela pu essere esercitata in particolare tanto dopo che l'Unione abbia gi provveduto all'adozione di atti sul piano interno (successiva) quanto nei casi in cui la competenza interna fosse attivata in occasione della conclusione dell'accordo (preventiva). Questione pi delicata stabilire se la competenza esterna avesse natura esclusiva o concorrente, ossia determinare se la possibilit che la CE prima, e ora l'UE concluda accordi in certo campo impedisca agli Stati membri di concluderli a loro volta nello stesso campo. Anche a questo proposito sono state operate delle distinzioni tra: a) la competenza esterna originariamente esclusiva, nelle materie in cui anche sul piano interno essa aveva competenza esclusiva e b) competenza esterna esclusiva derivata, in tutti gli altri casi, in cui la competenza, compresa quella esterna, , almeno inizialmente, concorrente e sopravvive a fianco di quella degli Stati membri. Un accordo internazionale che rientri in una materia di competenza interna concorrente potrebbe quindi essere concluso, in teoria, dalla sola Comunit, dalla Comunit e dagli Stati membri ovvero solo dagli Stati membri e la scelta tra queste formule poteva essere dettata pi che da argomenti giuridici da motivi di ordine politico. Tuttavia, anche la competenza esterna concorrente degli Stati membri, come quella interna, pu risultare limitata o addirittura preclusa dall'esercizio della competenza concorrente interna da parte della Comunit. I casi in cui l'esercizio della competenza interna comunitaria precludevano agli Stati membri l'esercizio della competenza esterna parallela si verificano quando: a) gli accordi coinvolti sono incompatibili con norme comunitarie; b) essi incidono sull'applicazione di norme comunitarie; c) la conclusione di accordi con Stati terzi da parte della comunit prevista da un atto delle istituzioni.

LA COMUNITARIZZAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO E PROCESSUALE Nell'ambito dello spazio giuridico comunitario, il diritto internazionale privato e processuale oggetto in questi ultimi anni di un rilevante processo di trasformazione. Mentre prima, infatti, la materia dei conflitti di leggi e di giurisdizioni era essenzialmente oggetto di norme nazionali e convenzioni internazionali, oggi viene attribuita alla CE un'ampia competenza in materia. A seguito dell'esercizio delle nuove competenze, in corso la costruzione di un nuovo sistema di diritto internazionale privato e processuale comunitario, nell'ambito del quale, posizione centrale riconosciuta al principio del reciproco riconoscimento delle decisioni e all'obiettivo di garantire l'uniformit delle regole di competenza giurisdizionale nelle controversie internazionali. Il Trattato di Amsterdam ha infatti portato la materia del diritto internazionale privato e processuale tra quelle in cui gli organi comunitari hanno competenza normativa diretta. Da questo momento alla Comunit pertanto attribuita competenza ad adottare atti comunitari, quali regolamenti e direttive, per l'uniformazione del settore nell'ambito dello spazio comunitario (IV titolo TCE). L'art. 65 opera in particolare un trasferimento di competenze molto ampio. Tuttavia vi sono questioni che hanno dato luogo a incertezze dottrinali, come la definizione della portata dell'art. 65 o il coordinamento sistematico delle nuove competenze. Gli atti adottati nel quadro del Titolo IV del Trattato non si applicano in linea di principio a Regno Unito, Irlanda e Danimarca, in virt del richiamo, effettuato dall'art. 69 del Trattato. consentito a Regno Unito e Irlanda di partecipare ai singoli atti adottati. Per la Danimarca previsto invece un opting out generale, senza che questo Stato possa partecipare a singoli atti. Il fatto che il diritto internazionale privato e processuale sia divenuto materia in cui la Comunit ha competenza legislativa diretta implica la possibilit che in relazione ad esso venga adottato qualunque strumento tipico dell'azione comunitaria (art. 249 TCE). La prassi, in seguito ad una prima manifestazione incerta, si orientata prevalentemente nel senso dell'adozione di regolamenti, come ad esempio in materia fallimentare, matrimoniale, civile commerciale e sul titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati. Per coordinare le attivit comunitarie stato adottato il regolamento n. 743/2002 che ha istituito un quadro globale dell'azione. L'unificazione sovranazionale del diritto pu quindi ricomprendere sia casi in cui il diritto uniforme acquista un'efficacia diretta all'interno degli ordinamenti nazionali, sia altri in cui ai singoli Stati concesso un grado di libert nel raggiungere, tramite l'emanazione di normative di recepimento interne, gli obiettivi predeterminati a livello sovranazionale. La prima ipotesi si verifica tramite l'adozione di regolamenti comunitari, la seconda invece ravvisabile nelle direttive. L'unificazione sovrastatuale perseguita attraverso le convenzioni presenta numerosi limiti rispetto al procedere con i regolamenti. Un primo limite costituito dalla lunghezza e dall'incertezza relativa ai tempi d'entrata in vigore. Inoltre relativamente al coordinamento col diritto interno, pu osservarsi che le convenzioni comportano maggiori incertezze. Gli atti in materia di diritto internazionale privato e processuale, e pi in generale tutti gli atti fondati sull'art. 65, devono essere adottati secondo la procedura di cui all'art. 67 TCE. Quest'ultima norma impone degli aggravi rispetto alla procedura legislativa ordinaria: essa prevede un periodo transitorio di cinque anni dall'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, durante il quale l'iniziativa legislativa conferita agli Stati membri e alla Commissione, e nel quale il Consiglio decide all'unanimit. Al termine del periodo transitorio si verificano i seguenti effetti: l'iniziativa legislativa risulta trasferita ex lege esclusivamente alla Commissione, e ad essa imposto il dovere di analizzare le proposte sottopostole dagli Stati. La circostanza che il diritto internazionale privato e processuale sia divenuto materia di competenza comunitaria pone la questione della definizione della competenza esterna della Comunit a concludere accordi con paesi terzi in tale materia. In base ai principi di diritto comunitario applicabili in via generale al riguardo, la competenza esterna della Comunit viene definita in rapporto a quella interna: la Comunit pu concludere accordi con paesi terzi in tutte le materie nelle quali le attribuita competenza interna. Fino al momento in cui la Comunit non abbia esercitatola propria competenza sul piano interno, quella esterna rimane invece concorrente. IL RUOLO DELLA CORTE NELL'INTERPRETAZIONE DELLE NORME ADOTTATE IN FORZA DEL TITOLO IV Alla Corte di giustizia stata affidata la funzione di interpretare il diritto comunitario attraverso il meccanismo del rinvio pregiudiziale in forza dell'art. 234 TCE. Attraverso le sue decisioni, la Corte ha elaborato, una serie di principi generali che non sono codificati nei Trattati, ma che hanno rappresentato la struttura portante del sistema. Fino a quando la Comunit non ha avuto competenza normativa nel settore del diritto internazionale privato e processuale, la materia a livello comunitario stata oggetto di convenzioni internazionali. La competenza ad interpretare le disposizioni contenute in tali trattati veniva attribuita alla Corte attraverso lo strumento dei protocolli allegati alle convenzioni. I regolamenti adottati nell'ambito della cooperazione giudiziaria in materia civile, in cui sono state trasfuse le convenzioni comunitarie, non presentano disposizioni dedicate alla loro interpretazione da parte della Corte di giustizia. Le norme in essi contenute andrebbero pertanto soggette alle norme ordinarie in materia di rinvio pregiudiziale. Il Trattato di Amsterdam tuttavia, all'art. 68, ha circoscritto la legittimazione ad investire la Corte di giustizia di questioni pregiudiziali relative all'interpretazione delle norme adottate in forza del titolo IV. Questa limitazione della competenza della Corte stata vista come un inopportuno ridimensionamento, un passo indietro rispetto al sistema della convenzione di Bruxelles del 1968. L'art. 68 prevede al par. 3 un ulteriore tipo di ricorso che pu essere promosso in via principale da uno Stato membro, dal Consiglio o dalla Commissione su questioni relative all'interpretazione delle disposizioni del titolo IV o degli atti adottati dalle istituzioni della Comunit in tale ambito. Viene ripresa in questo modo, una soluzione gi accolta dal protocollo di Lussemburgo del 1971. La Corte ha rivestito un ruolo uniformante e propulsore nel ramo del diritto internazionale privato e processuale ed ha influenzato anche la giurisprudenza e le codificazioni nazionali. Tale intendimento del proprio ruolo da parte della Corte di giustizia ha svolto una funzione essenziale nel garantire il corretto equilibrio istituzionale dell'ordinamento giuridico comunitario. Attraverso l'utilizzo di un criterio teleologico e sistematico, superando l'interpretazione letterale, stato possibile ottenere il miglior perseguimento degli obiettivi del sistema. L'impiego di tale criterio, fortemente innovativo, ha consentito l'integrazione della convenzione nel sistema giuridico comunitario. Importanza rivestono anche i criteri esegetici elaborati in relazione al pluringuismo. Criterio originale utilizzato dalla Corte quello della definizione delle nozioni autonome, ottenuto combinando il criterio sistematico con quello comparativo, che pu garantire la massima integrazione comunitaria, con la conseguenza che le disposizioni da applicare vengono ad avere gli stessi effetti nei vari ordinamenti nazionali. Quando vi erano troppe divergenze negli ordinamenti nazionali, la Corte si orientata invece verso altre soluzioni, quale il ricorso alle norme di conflitto statali.

LA GIURISDIZIONE, IL RICONOSCIMENTO E L'ESECUZIONE DELLE DECISIONI CIVILI E COMMERCIALI Dalla convenzione di Bruxelles al regolamento comunitario n. 44/2001 Il regolamento del Consiglio CE n. 44/2001 (c.d. Bruxelles I) concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni, si inserisce nel quadro dell'evoluzione normativa verso un sistema di diritto uniforme diretto a creare uno spazio giudiziario europeo unico nel quale valgano comuni regole di esercizio della giurisdizione. L'esigenza di integrazione dello spazio giudiziario europeo era stata perseguita per mezzo della convenzione di Bruxelles del 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. In applicazione delle nuove competenze conferite alla Comunit dal Trattato di Amsterdam, il testo della convenzione stato trasfuso nel regolamento CE n. 44/ 2001. La convenzione di Bruxelles conserva, tuttavia, un proprio ambito di applicazione, in quanto continua ad essere applicabile ai procedimenti iniziati prima del 1 marzo 2002 e i rapporti con la Danimarca. Anche se la struttura generale della convenzione non stata cambiata, il regolamento apporta alcune novit. I principi sui quali il regolamento fondato appaiono corrispondere con quelli che hanno caratterizzato la convenzione, ossia con principi propri di una giurisdizione unica. Risulta confermato anche il principio della tendenziale non pluralit dei fori adibili, come pure ribaditi risultano il principio della prossimit del giudice alla controversia, quello del rispetto delle regole dell'equo processo. Le modifiche pi rilevanti sono state senz'altro modellate sulla base della giurisprudenza della Corte di Giustizia. Alcune innovazioni sono state dettate dalla scelta di introdurre nozioni comunitarie o nozioni autonome di alcuni concetti, altre hanno trovato la loro ragione nella necessit di proteggere pi adeguatamente il consumatore di fronte allo sviluppo delle attivit commerciali tramite mezzi elettronici, altre ancora nell'esigenza di correggere errori che si erano evidenziati. I criteri di competenza giurisdizionale previsti dal regolamento Il regolamento contiene una serie di criteri di giurisdizione, diretti a ripartire efficacemente la competenza a decidere delle liti in materia civile e commerciale nell'ambito dello spazio giuridico comunitario. A tal fine, sono in particolare previste tre categorie di fori: foro generale (art. 2), che il domicilio del convenuto; fori speciali, che si possono adire dall'attore qualora la lite verta su determinate categorie di controversie, in alternativa al foro generale; fori esclusivi, che esprimono una connessione ancora pi significativa tra il giudice e la controversia, e, in relazione ad essi, all'attore non concessa alcuna scelta circa il giudice adibile. Tra i criteri di competenza speciale, le modifiche pi rilevanti sono state apportate alla competenza in materia contrattuale. Per tale disciplina, nell'ambito della convenzione di Bruxelles, ai sensi dell'art. 5, il contraente, domiciliato nel territorio di uno Stato parte, poteva essere convenuto davanti al giudice del luogo in cui l'obbligazione dedotta in giudizio stata o deve essere eseguita. La norma ha creato considerevoli problemi per le giurisdizioni degli Stati e per la dottrina. Due sono stati in particolare i dubbi che ha posto: 1) l'individuazione del luogo d'esecuzione e 2) la determinazione analitica dell'obbligo rilevante in giudizio. Le critiche formulate sono state in parte ascoltate dal regolamento, che all'art. 5 n. 1 adotta una soluzione di compromesso mantenendo il foro del luogo di esecuzione, ma definendolo con una nozione autonoma per due tipi di contratti che rappresentano quelli pi di frequente utilizzati nel commercio internazionale, ossia il contratto di vendita e i contratti di prestazione di servizi. L'art. 5 n. 2 del regolamento conferma il foro facoltativo speciale del domicilio del creditore e della sua residenza abituale. Si tratta di una disposizione che ha come fine quello di proteggere la parte pi debole nei rapporti da cui originano gli obblighi alimentari. Un ulteriore criterio speciale di giurisdizione di particolare rilievo quello relativo al settore degli illeciti civili. Nel regolamento viene mantenuta per la materia la competenza giurisdizionale del giudice del luogo in cui l'evento dannoso avvenuto, ma si aggiunge anche la locuzione "o pu avvenire". competente sia il giudice del luogo in cui avvenuto il fatto che ha dato origine al danno, sia quello del luogo in cui si sono verificate le conseguenze dannose. La scelta fra i due fori spetta all'attore. Un ulteriore criterio di collegamento speciale quello previsto dall'art. 5 n. 4 in materia di risarcimento del danno o di restituzione derivanti da comportamenti penalmente rilevanti. Per le azioni relative, pu essere adito il giudice presso il quale esercitata l'azione penale, sempre che la lex fori autorizzi tale giudice a conoscere dell'azione civile. La tutela delle parti che risultano in una posizione contrattuale sfavorevole una delle tendenze rintracciabili in maniera pi evidente nella codificazione del diritto internazionale privato e processuale in ambito comunitario. La necessit di accrescere la tutela del contraente ritenuto economicamente pi debole ha interessato i contratti di assicurazione, a proposito dei quali, il privilegio del foro, cio la legittimazione ad agire davanti al giudice del proprio domicilio, viene estesa, oltre che ai contraenti diretti, anche agli assicurati ed ai beneficiari del contratto di assicurazione. Il regolamento ha poi modificato la disciplina della convenzione in materia di contratti di consumo, rafforzando la tutela della parte debole in due direzioni: sull'ambito di applicazione materiale e sulle condizioni spaziali cui subordinata l'applicazione. L'estensione del campo di applicazione delle norme a finalit protettiva ha interessato anche il contratto individuale di lavoro, per il quale si rafforza la tutela del lavoratore, riducendo i fori davanti ai quali il lavoratore pu essere convenuto dal datore di lavoro. Le norme di competenza contenute nel regolamento sono suscettibili di deroga convenzionale. La volont delle parti di derogare ad esse pu essere espressa, con un patto di proroga, o tacita, ed essere desunta da un comportamento processuale del convenuto. 1) volont espressa : l'art. 23 detta una serie di criteri la cui soddisfazione consente all'autonomia delle parti di individuare convenzionalmente il giudice competente, salvi i contratti di assicurazione, a quelli conclusi dal consumatore e a quelli di lavoro. 2) accettazione tacita della giurisdizione: l'art. 24 del regolamento disciplina le modalit alla stregua delle quali dal comportamento processuale del convenuto si pu desumere l'adesione dello stesso alla scelta del foro espletata dall'attore. Ulteriore innovazione apportata dal regolamento n. 44 concerne la litispendenza. L'art. 6 n. 1 del regolamento prevede per il caso del litisconsorzio passivo, la competenza del giudice del luogo in cui un qualunque convenuto domiciliato a decidere di tutte le cause connesse. L'art. 27 del regolamento conferma il rilievo della previa instaurazione della controversia ai fini della soluzione di conflitti di giurisdizione. L'innovazione introdotta riguarda invece le modalit di determinazione del momento di instaurazione. L'art. 30 precisa secondo una nuova definizione autonoma, il momento in cui i giudici dello spazio comunitario devono considerarsi aditi, ai fini della litispendenza, considerando il procedimento instaurato I fori esclusivi concernono varie materie: diritti reali immobiliari, atti costitutivi di societ, iscrizioni nei pubblici registri, registrazione delle opere d'ingegno, l'esecuzione delle sentenze. I titoli di giurisdizione esclusiva previsti sono giustificati dall'esigenza di garantire che sia competente della decisione della lite solo il giudice collegato dal vincolo pi intenso.

La libera circolazione delle decisioni. Le novit di maggior rilievo apportate dal regolamento n. 44/2001 attengono in particolare alla disciplina della circolazione delle decisioni tra gli Stati membri. In materia esso introduce ulteriori precisazioni e novit alla Convenzione di Bruxelles, che costituiscono un importante passo verso la semplificazione della procedura per l'ottenimento dell'exequatur. La circolazione delle decisioni, infatti, viene snellita attraverso la previsione che la dichiarazione di esecutivit sia acquisita mediante il previo espletamento di una procedura maggiormente semplificata rispetto a quella prevista dalla convenzione di Bruxelles e che possa essere contestata dalla controparte solo mediante ricorso. La disciplina prevista dal regolamento ispirata alla netta distinzione tra l'aspetto del riconoscimento dell'efficacia del giudicato, che si prevede essere automatico, e quello dell'attribuzione di efficacia esecutiva delle sentenze straniere che richiede sempre la concessione dell'exequatur da parte dei giudici dello Stato in cui si vuole procedere all'esecuzione forzata. Viene quindi ribadito il principio del riconoscimento automatico, in base al quale la decisione nazionale provvista ipso iure di efficacia in ogni Stato membro senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento. Si deve trattare naturalmente di decisioni giudiziarie straniere che riguardino le materie comprese nel campo di applicazione del regolamento stesso. Nell'ambito della disciplina comunitaria, le verifiche di compatibilit con l'ordinamento di ricezione rivestono sempre meno importanza e sono eccezionali rispetto alla regola del riconoscimento automatico. Il regolamento riduce ancor di pi, rispetto alla convenzione di Bruxelles, la portata delle condizioni limitative della circolazione dei provvedimenti giurisdizionali. In primo luogo viene prevista la classica eccezione dell'ordine pubblico internazionale dello Stato membro richiesto: si deve trattare di una violazione di un principio fondamentale dello Stato richiesto, o di una violazione dei principi fondamentali di ordine economico comunitario. Seconda condizione ostativa il rispetto del principio del contraddittorio e la tutela del diritto alla difesa con riferimento all'obbligo di notificare l'atto in tempo utile. La procedura, in base alla quale la dichiarazione di esecutivit della decisione straniera viene rilasciata in modo automatico, su istanza della parte interessata, costituisce una delle maggiori novit introdotte dal regolamento. Essa si caratterizza per le modalit ed i contenuti pi semplificati rispetto a quanto previsto dal regime convenzionale. La parte interessata presenta una domanda al giudice o all'autorit competente per la dichiarazione di esecutivit (in Italia ricorso davanti alla Corte d'appello). La competenza territoriale determinata dal domicilio o dal luogo dell'esecuzione. Gli adempimenti formali posti a carico del richiedente sono semplificati rispetto a quanto previsto dalla convenzione. necessario produrre solo una copia autentica della decisione accompagnata da un attestato che deve essere compilato dal giudice. Da questo modulo devono risultare alcune indicazioni essenziali: Stato membro d'origine, l'organo giurisdizionale o autorit competente, dati della sentenza o della transazione, parti in causa. Questa certificazione arriva pertanto al giudice richiesto dell'esecuzione da parte del giudice dello Stato d'origine. La soluzione adottata pi snella rispetto a quella della Convenzione: il giudice deve solo attenersi ad un controllo formale, senza poter rilevare d'ufficio le condizioni impeditive del riconoscimento. Egli dovr quindi solo verificare: 1) che la decisione, la transazione o l'atto pubblico rientrino nel campo di applicazione del regolamento; 2) che siano esecutivi; 3) che l'istanza sia stata presentata dal giudice competente. A questo punto, ciascuna delle parti pu presentare ricorso (in Italia davanti alla Corte d'appello) contro la decisione assunta dal giudice nella prima fase. nel corso di questa seconda fase che il giudice dovr verificare la sussistenza o meno dei motivi ostativi al riconoscimento e di conseguenza all'esecuzione. L'art. 47 del regolamento prevede che in pendenza del termine per proporre il ricorso contro la dichiarazione di esecutivit e fino a quando non sia stata adottata alcuna decisione in materia non pu procedersi all'esecuzione. Il creditore, infatti, pu procedere solo a provvedimenti conservativi (sequestri) sui beni del debitore, senza che occorra ottenere alcuna autorizzazione giudiziale. La tutela del creditore durante il periodo precedente la definizione del giudizio, promosso con ricorso contro la decisione relativa l'istanza volta ad ottenere una dichiarazione di esecutivit , tuttavia, rinforzata dal regolamento. La dichiarazione di esecutivit implica l'autorizzazione a procedere a provvedimenti cautelari. Tale diritto permane, pertanto, anche se la dichiarazione di esecutivit viene opposta. Il creditore, dimostrando solo il pericolum in mora prima di aver ottenuto l'exequatur e prima ancora di aver notificato la decisione straniera, pu tenere provvedimenti provvisori e cautelari, giungendo in questo modo ad un'esecuzione immediata. I regolamento accomuna alle decisioni anche atti diversi. Prevede, all'art. 57, norme sul riconoscimento e l'esecuzione di atti pubblici autentici formati ed aventi efficace esecutiva e delle transazioni giudiziarie, concluse davanti al giudice nel corso di un processo ed aventi efficacia esecutiva nello Stato membro d'origine. Sia le transazioni che gli atti pubblici godono di un regime agevolato per la circolazione nello spazio giuridico europeo, analogo a quello relativo ai provvedimenti giurisdizionali. La Corte di giustizia ha avuto modo di chiarire quali requisiti debbano essere rispettati al fine di poter utilizzare il regime agevolato. Si deve in primo luogo trattare di atti pubblici e transazioni che rientrino nel campo di applicazione dello strumento, inoltre l'atto pubblico, esecutivo nello stato d'origine, deve essersi perfezionato con l'intervento di una pubblica autorit che ne attesti l'autenticit.