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Ivo Lizzola

UN SENSO A QUESTI GIORNI

Conversazione con Pierluigi Mele


Il testo che pubblichiamo riprende, ampliandola, l’intervista al professor Ivo Lizzola
apparsa, il 20 Marzo 2020, sul blog di Rainews24 “Confini”
(http://confini.blog.rainews.it/2020/03/20/alla-ricerca-di-un-senso-a-questi-giorni-
intervista-a-ivo-lizzola/). Gli autori e l’editore ringraziano il Direttore di Rainews24,
Antonio Di Bella, per averne consentito l’utilizzo.

Prima edizione digitale 2020


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Professor Lizzola, lei è ordinario di Pedagogia sociale all’Università


di Bergamo. Ha riflettuto molto sui percorsi dedicati alla “cura” delle
persone. Ha elaborato un’etica della cura che tocca molteplici aspetti
della persona (dai giovani drop out ai carcerati). Le chiediamo una
riflessione sul “senso” di questi giorni tragici. A partire dalla sua
esperienza in una zona tremendamente colpita come il
bergamasco1.

Oggi, 19 marzo, ancora pagine intere di necrologi sull’«Eco di


Bergamo». Dodici, come da due settimane. Sono numeri di certo più
alti di quelli ufficiali. Un rosario di volti, di sguardi, di sorrisi; e
costellazioni di famiglie, di prossimità. Storie, relazioni, progetti di
vita, memorie, speranze, promesse, unicità… che quasi scivolano
via in uno sciame. Come inghiottiti in un cielo che si è fatto stretto.
In una rapidità del finire che quasi nessuno spazio e possibilità lascia
a racconti, consegne, lasciti, gesti, congedi. Bruciati. E ognuno spera
siano almeno un poco serbati nella carezza sconosciuta di un
infermiere, di un medico, sfinito, sfinita. Pure lei, o lui, lontana e
separata dai suoi cari, a loro protezione.
Cosa resta alfine, cosa regge di queste morti “affollate”, affidate,
disperse? Altri popoli e luoghi del mondo hanno continuato a
conoscere fino a oggi guerre e carestie. Siamo noi che le
rincontriamo dopo generazioni, attoniti. Restano forse il segno, la
traccia d’amore, le dedizioni e le promesse: poco più d’un seme.

Professore, in questi giorni la pandemia che ha colpito l’Italia, in


modo particolare la sua Bergamo, sta facendo interrogare in
profondità l’intera opinione pubblica. Tra questi anche teologi e
filosofi: siamo alla ricerca di un senso a questi giorni. Nel giro di
pochissime settimane il nostro vivere è cambiato. Viviamo sospesi in
momenti in cui fa da padrona l’incertezza sul futuro.
L’incertezza ci è entrata dentro. Prima ci preoccupavamo del
progetto e della previsione sul futuro, del possibile e del controllo.
Affaccendati per assicurarlo, svilupparlo, sperimentare innovazioni,
nuovi incontri. C’era scontatezza, diritto, merito, per alcuni anche
successo… Vita dalle emozioni e dalle novità… scontate. Era il mio
tempo, il mio futuro, frutto delle mie avventure e delle mie
intenzionalità.
Bastava non stare troppo vicini alle realtà umane e sociali dove non
si può che provare a vivere, nei margini e nei vuoti dei paesaggi
interiori, nelle fratture esistenziali: l’illusione per molti era servita.
Ma la vita è precaria, flottant scriveva Paul Ricoeur, incerta e
titubante. Ci si trova in vita prima d’ogni esercizio di volontà. E in una
«certa necessità di esistere», aggiungeva il filosofo. Ma la vita «poi
sfugge, si sottrae al controllo: non si regna su di essa». Sì, occorre
continuare a volerla, sceglierla, la si deve curare, coltivare, anche se
poi, in qualche modo, ti lascia.
Stanno morendo tanti anziani e tanti grandi anziani; le memorie, le
continuità di tante storie locali, a volte la tenuta delle relazioni.
Muoiono tante donne e tanti uomini comunitari, volontari, persone
cariche di saperi e racconti. Testimoni. Tanti, tutti insieme. Senza
avere tempo di celebrarli, di narrarli, di tenerli un po’ nei rosari dei
ricordi, dei debiti, delle Ave Maria tra persone raccolte attorno a loro.
Come se una generazione venisse decimata; di una comunità si
strappassero le radici. In che modo seminare di nuovo
riprendendone le consegne?

Sono anche i giorni in cui si fa esperienza della “distanza”: la


distanza di due metri, il divieto di toccare, di baciare, di abbracciare.
Paradossalmente, per mostrare attenzione all’altro devi stare ben
lontano. Gabriel Marcel diceva che il «corpo ricorda». Stiamo
sperimentando un’altra “corporeità”?

C’è una distanza che è nei corpi e che è dei corpi che noi siamo. La
sentiamo mordere, radicale: ci sono corpi sommersi e corpi salvati;
corpi esposti, tremanti; corpi in mani d’altri. Corpi rinchiusi e che si
sentono vite senza riparo.
In questi giorni molti si sentono sommersi, presi dalla malattia non
conosciuta e dagli apparati sanitari. Sentono di non appartenersi più.
Gli altri, per ora salvati, da un lato temono di scivolare nel gorgo,
dall’altro sentono il peso di un’ingiustizia e di una colpa non
imputabile.
Con studentesse e studenti, fascia d’età oggi un po’ più protetta,
abbiamo riletto dai Sommersi e i salvati (1986), ultimo libro di Primo
Levi, le pagine sulla zona grigia, utili a leggerci dentro. Anche a
trovare forme di disposizione e dedizione, semplici gesti buoni e
giusti. Come quelli di Silvia che mi scrive: «Grazie per la lezione a
distanza di ieri. Non ho preso parola perché ero un po’ in lotta con
me stessa. Mi capita in questi giorni di sentire il peso della mia
sensibilità e un po’ di colpa. Come se fossi arrivata al limite, come se
non potessi più sopportare di “sentire” o di “compatire”. Per uscirne,
mi sono dovuta inventare un modo per essere presente. Così mi
sono svegliata presto, ho impastato le sfoglie e il pane, e ho portato
pane fresco ai miei anziani vicini e i croissant a una mia amica che
lavora al Pronto soccorso, nel reparto Covid. Mi sono sentita viva,
bene. Credo lo farò anche domani».
Il gesto “inutile” di Silvia, che prova a stare presso l’angoscia dei
vicini e l’esposizione rischiosa dell’amica, mi hanno ricordato la
figura di Lorenzo, l’operaio italiano che Primo Levi ricorda in Se
questo è un uomo. Gli aveva portato un pezzo di pane e avanzi di
rancio per alcuni mesi, a lui, intoccabile. «Con il suo modo così
piano e facile di essere buono» scrive Levi, Lorenzo raccontava che
esiste un mondo altro, una possibilità di bene, di speranza, «per cui
metteva conto di conservarsi».
Distanza, profondo legame. Sì, il corpo ricorda!

Ma c’è un altro elemento di cui facciamo esperienza: quello della


prossimità e della cura. Vengono in mente le parole di Albert Camus
scritte in quel romanzo-capolavoro che è La peste (1947): «Ma lei
sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho
inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo,
questo m’interessa». Oltre a medici e infermieri, anche i giovani si
offrono di portare la spesa agli anziani del proprio condominio o del
È
proprio quartiere, persino in zone altamente rischiose… È una bella
picconata alla cultura dei muri e dell’indifferenza. È così?

In questi giorni nei quali la vulnerabilità e la fatica della speranza


paiono lasciarci sospesi tra caso e necessità, in cui le domande sul
vivere e sul morire restano aperte, pare restino solo degli esili fili
della tessitura del “mistero dell’incontro”. Di un operoso, solidale e
sollecito incontro tra le donne e gli uomini.
Dentro le “zone del rispetto” di questa inedita distanza-vicinanza, la
cura di sé è cura dell’altro: qui resistono fili di senso, di sogni buoni,
di dignità, di giustizia, di gratuità fraterna. Certo, nulla ci garantisce
che domani sperdimento, rescissione delle radici, cattive nostalgie,
ricerca di nuovi idoli legittimino di nuovo l’esercizio della forza tra le
donne e gli uomini. Ma ricordiamo le parole di Simone Weil (cito a
memoria): «Sembra di trovarsi in un’impasse da cui l’umanità possa
uscire solo con un miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli».
Per far fronte al sottile e intimorito insinuarsi della distanza, serve
lucidità, cura del sentire l’altro, attenzione a chi stiamo diventando.
Se è così, allora non possiamo che accettare di chinarci di nuovo,
con intelligenza vigile, sulla vita, sui legami, sul lavoro, e sulle forme
della vita comune che resiste e nasce. Sulla vita che a volte muore.
Tante e tanti si chinano, a volte intervenendo e più spesso impotenti,
per tener viva una danza di sguardi più che di tocchi e carezze.
«Eppure, ho già visto tanta sofferenza in passato» mi dice Beppe, un
amico medico, «ma è come non avessi mai vissuto… Qui c’è
silenzio, ci si guarda». Tenerci negli occhi: uno a uno, una a una.
Come salvare il nome proprio di ognuno.
Il dono, la gratuità sono dimensioni proprie d’ogni nostro gesto, nella
professione, sul lavoro, a casa, negli incontri, nel gioco… Lì o ci
offriamo o ci serbiamo solo per noi stessi, per la nostra recita. La
prossimità e la cura appartengono agli umili, ai debitori, ai provati;
sono dimensioni di donne e uomini non innocenti, non perfetti, solo
riconoscenti.

C’è anche, tragicamente, l’esperienza del dolore assoluto: la morte.


Purtroppo tocca chi è già fragile. Il portare il proprio caro sulla soglia
della terapia intensiva e non vederlo più… Uno strazio assoluto, un
senso di abbandono; non oso immaginare cosa passa nella mente di
quelle persone…

All’inizio del corso di laurea magistrale, normalmente faccio due


dediche. Quest’anno, all’inizio del secondo semestre (a inizio
febbraio), neppure si parlava del coronavirus in Europa, eppure una
dedica l’ho fatta raccontando agli studenti del barbiere di Wuhan.
Avevo letto di quest’uomo che alla fine del suo turno di lavoro
andava in quell’ospedale che hanno costruito in dieci giorni a fare un
gesto semplicissimo: tagliare i capelli. Dicevo che dovevamo essere
come il barbiere di Wuhan, senza sapere il destino in cui saremmo
piombati pochissime settimane dopo. Quel gesto che gli permetteva
di vivere era, prima di tutto, il suo mestiere, e improvvisamente
significava di più, ritrovava il suo senso e la sua origine. I gesti della
nostra quotidianità, che spesso “distruggiamo” nelle logiche dello
scambio e del mercato, hanno dentro comunque il segreto di una
cura che questa crisi sta portando in evidenza. Forse potremo
riscoprire la profondità dell’affidamento e dell’offerta reciproci.
Certo, si muore sempre soli. Ci si lascia, ma ci si può lasciare
accanto, in mani care, sentendosi di qualcuno. In questi giorni madri
e padri sono morti senza aver più visto figli e figlie, da loro separati.
Quanto è vero quel desiderio di ognuno di sentire ancora, alla fine, il
tocco di quando siamo nati, accolti dal palmo di una mano, che ci ha
sorretti, puliti, dondolati! Così siamo stati “messi al mondo”;
speriamo di sentire quel palmo sul volto morendo. Oggi per molti,
per troppi, non si dà.
Non ci resta che sperare, ed è struggente pensare che qualcuno là,
in una stanza di una terapia intensiva, si ricordi di quella cura e che
porti il suo palmo sul nostro, pure se è sconosciuto. Che lo faccia in
nome di quella concreta umanità che si è manifestata proprio in
quella persona, nella sua vita che adesso finisce. Non possono
esserci i parenti? Però ci sei tu, e allora accarezzalo, tienigli la
mano. Solo questo può lenire la fatica, per chi lo ha amato, della
grande distanza. Quando noi fossimo sicuri di questo, potremmo
ringraziare comunque la vita, il fatto che siamo gli uni dagli altri.

È
È possibile che la solitudine inevitabile non sia un abbandono
straziante ma un affidamento; non sia la solitudine dell’abbandono
ma un incontro tra poveri.

Professore, il dolore e l’esperienza della morte di questi giorni sono


tremendi. Le immagini notturne della lunga fila di camion militari che
a Bergamo trasportavano le bare resteranno indelebili nella nostra
mente. Poi la morte di medici, infermieri e delle cassiere dei
supermercati. Insomma degli eroi del quotidiano. Allora,
inevitabilmente, alla coscienza di un credente torna la domanda
antica di fronte al male estremo: si Deus est, cur malum?

“Dov’è Dio?” è la domanda disperata davanti al ragazzino soffocato


con lentezza tragica dal cappio difettoso e terribile nel campo.
Domanda raccolta nella Notte di Elie Wiesel. Morte pubblica e
segregata insieme. Quante volte la domanda-urlo è raccoglibile nel
cuore di tanti operatori e pazienti nelle nostre strutture sanitarie
irriconoscibili ora per affollamento, per segregazione, per riduzione
di legami e rapporti, per esposizione del morire e al morire? O in
case immerse in nuove solitudini. Qui e là pare proprio «venuta la
sera» (Mc, 4, 35).
Ingiusta la morte. Ogni morte cruda, lacerante, in solitudine, è
amarissima in particolare. Niente riti, pochissimo riserbo del senso,
della consegna, di una comunione fraterna.
La morte è sfida dura, il dolore si fa dilagante, si fa carne e prende
corpi e gesti, impregna le cose e soffoca le parole. È paralisi della
vita.
Ricordo quando il male prese ancora Vincenzo2, persona
comunitaria attenta ai fragili, ai bambini disabili gravi, alle vite ai
margini. Già due volte aveva visto segnata la vita e i progetti dalle
operazioni, dalla sofferenza, dagli invalidamenti. Stavolta “non ci
sarebbe stato nulla da fare”. Tutto il ritmo delle vite e delle scelte
delle tante persone che lui riuniva e inviava nei progetti cambiò. Ogni
sguardo, parola e incontro (che pur provavano ancora a coltivare la
vita e i progetti) erano segnati dal dolore che avanzava, che lui
voleva palliato il minimo per stare tra noi. Nei giorni, il dolore mortale
assunse una tonalità diversa. Gli diede lui parole: «Le altre volte è
stata una lotta contro il male e il dolore» disse segnato e stanco,
«questa volta è stata una comunione amorosa». In quel dolore
mortale aveva vinto la tessitura della vita, l’offerta. Il pianto infine si
era mescolato alla benedizione. La morte non aveva vinto, proprio
come promette il Cantico.
Certamente si muore sempre soli, eppure è possibile che questa
solitudine inevitabile non sia un abbandono straziante ma, un poco,
un affidamento. Non è allora, il morire, la solitudine dell’abbandono:
è povertà. Si potrebbe forse dire: si muore sempre poveri.
È una lezione grande: come approssimarci? E anche: come non
temere di farci vicini al contagio… della morte dell’altro? Chiuderci o
aprirci? Sospettare, allontanarci, o farci vicini e guardarci tra fragili e
vulnerabili? Per ritessere vite e storie e, da lì, comunità.
Anche da lì dovremo attingere.
Si può vivere insieme, si può cercare la felicità, si può ancora
generare, fare cose, scrivere, lavorare, confrontarci…? Sì, si può
osare, si può offrire tutto questo… e lo si può ricevere. Si può
ospitare la morte nella vita, come osa indicarci Kristeva.
È una sfida anche per la fede.
Si è ridotta la fede a cultura, ad appartenenza, a difesa identitaria, a
morale. Questo tempo di durezza e morte in un esodo che era già
avviato, ci riporta alla nuda fede, alla sua dimensione anche
drammatica, e di affidamento gratuito, da poveri. Quello cui ci
richiama spesso questo anziano Papa «preso quasi alla fine del
mondo». Preso e donato sulla fine di un mondo, sul limitare tra un
tempo e un mondo e un altro.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc, 4, 40).
Quando si smaschera la nostra vulnerabilità e si scoprono le false e
superflue sicurezze nella tempesta, allora emerge l’appello alla fede,
alla fede nuda in «un tempo di scelta». Francesco ci esorta, mentre
invoca Dio, a essere «tutti una cosa sola» (Gv, 17, 21).
La «debolezza del credere», come direbbe il gesuita e sociologo
francese Michel de Certeau, può incontrare la forza e la tormenta
dell’oggi. Può portare a quelle «pratiche dell’invocazione» che a
volte sono ciò che resta, e ciò che vale. Invocazione di un senso di
cui non siamo l’origine, e di cui non possiamo produrre un
compimento. Attesa, affidamento, solo gesto offerto, solo
invocazione: «La fede nuda», direbbe Romano Guardini.

Anche la Chiesa è colpita dalla pandemia. Da credente che effetto le


fa la domenica senza Messa?

«Viene il tempo, ed è questo, in cui si adorerà il Padre in spirito e


verità» (Gv 4,24) dice Gesù alla Samaritana vicino al pozzo di
Giacobbe. È il Vangelo di tre giorni fa, terza domenica di Quaresima.
Al di là delle contese su quale tempio, quale monte… Vivere una
sorta di pulizia dello spirito, di ritorno alla Parola, di ritrovamento
dell’interiorità, è questo il tempo che ci è dato. Che è sempre tempo
opportuno (kairòs di san Paolo).
Quando torneranno i riti, i luoghi comunitari, i gesti e le parole
scambiate, cantate e “danzate” insieme, saranno forse più capaci
(capax: accoglienti, recettive, piene) di serbare e risuonare del
dolore e della gioia, dell’ombra e della tenerezza, della fatica e della
speranza, della morte e della vita, nelle quali la Promessa del Padre
si è mantenuta, ha resistito.
La pandemia, che entra e scuote coscienze e scelte, pensieri e
relazioni, i modi del vivere insieme e del vivere soli con se stessi,
forse chiederà alla Chiesa di aprire al suo interno e sui suoi confini –
quelli dove incontra e dialoga con attese, speranze e disorientamenti
di tante persone – una stagione di riflessione, ascolto, scelta. Un
Sinodo? Come una preghiera corale e aperta.

Per l’Occidente questa pandemia mette in crisi i suoi miti basati


sull’individualismo invincibile. È così?

Chissà se toccare l’inutile, l’incerto, l’inefficace ci preparerà a tornare


a sentire più in profondità il gratuito. La sua energia delicata e
decisiva. Nel 2018, l’editore Castelvecchi ha pubblicato un breve
saggio di Walter Benjamin, Esperienza e povertà (il saggio dell’ebreo
tedesco, che non a caso dà il titolo all’intera piccola raccolta, è
dell’estate 1933, pochi mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler). Sono
pagine utili per riuscire davvero a cominciare da capo, cominciare
dal nuovo, a cavarsela con poco, a costruire dal poco, mentre i
saperi di prima o toccano il limite o si rivelano futili, se non
ingannevoli o, addirittura, menzogneri.
Occorrerà, in qualche modo, forse “liberarsi dalle esperienze”, quelle
ricche, che parevano solidi edifici che tutto spiegavano e garantivano
– anche le ingiustizie, i cinismi e le disponibilità – per provare a
creare una vita comune in cui risalti una certa povertà, «quella
esteriore e alla fine anche interiore, con tanta purezza e nitore che
ne esca fuori qualcosa di decente».
Donne e uomini che sentono «un’esistenza che in ogni piega basta a
se stessa, nella maniera più semplice». Dall’indigenza – toccata
nella soffocante ricchezza di cose e opportunità e disponibilità per
alcuni, nell’esclusione di molti – alla “povertà” di nuove narrazioni, di
inizialità essenziali perché capaci di serbare il cuore di consegne
antiche e la cura per il futuro di altri. In un esodo esigente, dai
cammini non scontati.
Lì potremo seminare di nuovo il bisogno di credere, che in questo
tempo è così provato, viene così sfibrato e si tende come la corda di
un arco sul punto di rottura. E legare il bisogno di credere al
desiderio e al compito di sapere, di conoscere, di essere
responsabili.

La politica cerca di rispondere con i suoi mezzi a questa crisi. Le


risposte in Europa sono state di due tipi: quella italiana, seguita poi
da altri paesi, e quella cinica e sostanzialmente menefreghista di
Boris Johnson (che successivamente ha cambiato idea), il Premier
inglese. Quale lezione sta dando questa pandemia alla politica?

Parto da lontano. In questi giorni, in cui il futuro pare entrato in


dissolvenza, riflettevo sul fatto che il sentimento del futuro (e del
tempo) ce lo eravamo già giocati. Nella festa del “consumatore
globale” si sono sciolti futuro, sogno, mito e rito: lo dice bene
Bauman nel Teatro dell’immortalità (1992). Nulla nasce, non si cerca
inizio, non si sperano cieli nuovi e terre nuove. Al più, si “innova”.
La politica ora si trova di fronte alla questione del futuro, non a
riparare il presente, ma alla necessità di un ripensamento profondo,
di un riorientamento radicale. Deve pensare alla vita a partire dalla
salute, e a una convivenza che la curi, la coltivi, la faccia fiorire.
Accorgendosi che ogni vita è vita comune, è vita gli uni degli altri, di
uni dagli altri. Ed è chiaro che le politiche sono efficaci quando
orientano scelte, interpretano e appoggiano pratiche di vita attente e
responsabili, capaci di dedizione e di offerta. E se oggi si dice
“sacrificio”, non lo si intende bene: qui aveva ragione l’economista
Luigino Bruni in Ambiguo è il sacrificio, articolo scritto per
l’«Avvenire» il 14 marzo 2020.
La politica, oltre al linguaggio, dovrà cambiare sguardo: non si
tratterà di chiudere una parentesi, ma di sapere ridisegnare insieme
una convivenza nuova, nella quale sobrietà, veglia reciproca,
coltivazione di ciò che vale, attenzione alle fragilità, uso dei saperi e
dei poteri siano ritessuti tra le generazioni, tra le culture. Cura della
vita comune, della vita nuova. Progettare e costruire come
coltivazione della promessa di dignità, di riconoscimento, nessuno
escluso.
Iniziare è sempre gesto generoso, è offerta, è incontro. Sull’a venire.
Serviranno politici capaci di essere umili, con il senso della realtà,
capaci di visione e di ascolto, capaci di richiamo e orientamento.
Testimoni e con cura genitoriale.

In questi giorni, poi, è riapparsa la paura. Una paura che rischia di


scatenare conflitti devastanti…

La paura che si fa rabbia e risentimento può diventare velenosa,


cercare colpevoli contro cui scagliarsi. I social ne ospitano molta, e
continuano ad alimentare “confronti” vittimistici e rabbiosi, e
“chiedere giustizia” sommaria, ad affermare il “per sé”, “per i
nostri”… È un brutto conflitto distruttivo.
Come pensare a una paura di segno diverso? Come orientarla ad
aiutarci a umanizzarla? Hans Jonas parlava tanti anni fa di «euristica
della paura», della sua capacità di avvicinarci al vero e al giusto. La
paura ci fa sentire esposti, e quindi garantiti dal legame tra noi; la
paura che l’equilibrio della vita si rompa e pregiudichi il futuro ci
porta alla sobrietà, alla cura, a una danza delle responsabilità in
un’economia nuova e civile.
La paura può coltivare il bisogno di vita, e insieme la sua bellezza.
Dobbiamo decidere quali “coaguli” della vita sociale e politica
coltivare nell’attraversamento verso il domani. Coaguli verso la
rabbia reattiva, la difesa di sé (a volte di privilegi e del proprio
“merito”), coaguli attorno al senso di minaccia, al rancore sordo? No,
piuttosto coaguli attorno a un’amicalità non di illusi ma di
responsabili, di lucidi orientati al futuro, di disincantati ma fiduciosi:
quelli che han visto le fraternità tra sconosciuti in queste settimane,
che sanno del valore della gratuità dei saperi e lavori fatti bene.
Confidiamo in questi e costruiamo “coaguli” concreti di speranza
vera, non inacidita. Sì, ci sono anche le speranze “inacidite”: sono
quelle di chi spera di tornare a un prima e ai suoi vantaggi, alle sue
sicurezze (dimenticando le tante vite senza riparo), speranze di
alcuni senza spazio per altri. Speranze di distanze, di ritorni a
freddezze e separazioni. Speranze inacidite, speranze dell’indietro.
False.
La paura fa sentire in modo distorto lo spirito nel tempo, fa sentire in
questi giorni alito cattivo, affanno, soffocamento di mondi e del
mondo. Mescola anelito d’aperto e angoscia di vuoto.
Quali declinazioni potrà prendere un incontro in un mondo che si
presenta ricco di paure e conflitti, di lacerazioni, con prospettive e
disegni incerti e frantumati. In un mondo da ritrovare e coltivare, da
riconoscere e salvare nella sua possibilità e integrità; in un mondo
da desiderare, per consegnarlo agli appena nati. Riusciremo ad
assumere paure e conflitti salvando il desiderio e l’attenzione sull’a
venire.
In questo tempo si è riaperta la questione dell’uomo, e lo si vede
nella forza che manifestano le forme in cui si esprime l’attrazione del
nulla: il dissolvimento e la dispersione di tante vite dalle relazioni
estenuate; la disposizione alla guerra e alla violenza; il cinismo
indifferente di tanta spesa di intelligenza.
Nel nuovo tempo di cammino da aprire occorre assumere la
questione della ricomposizione dei tempi delle generazioni, della
ripresa di memorie e lasciti, della coltivazione di una capacità di
dedizione e di veglia sul nascente. In questo “niente è profano”, ma
tutto è attesa: anche la vita sociale e politica sono dimensioni non
estranee al respiro spirituale.

Proviamo a immaginare il dopo, sappiamo che la ripresa sarà


difficilissima e terribile. La nostra Europa dovrà cambiare registro. È
l’auspicio di Mattarella e di Draghi. Professore, dopo questa prova,
saremo più europei oppure ognuno si chiuderà nella sua piccola
“fortezza”?

«Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati


di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il
grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo
proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un
mondo malato. Nessuno si salva da solo!». Sono ancora le parole di
Papa Francesco, che sta solo con il Dio crocifisso in una piazza San
Pietro vuota e con l’umanità sulle spalle: sembra Giacobbe dopo la
lotta con l’Angelo, sciancato dalla ferita al fianco, all’uscita dalla
notte. Ma sentendo ancora benedizione su di sé e sull’umanità.
Dopo la notte, in esodo, non “torna” il giorno, si apre un’alba nuova,
un giorno nuovo. Ma a condizione che la notte sia stata di lotta, di
sperdimento anche, e insieme un tempo di verità, di conoscenza dei
propri moventi profondi (distruttivi e generativi), e quindi di “respiro”
nuovo della coscienza.
Cosa serbare come semente per continuare il cammino? quali aratri
serviranno? dove sarà l’acqua? Ci saranno luce e calore a chiamar
fuori germogli? Domande nell’esodo, per il cammino oltre. Per
alimentare la promessa. La categoria del “dopo” chissà se è
adeguata, se aiuta?
Sarà piuttosto un riprendere un cammino ora così segnato da
impoverimenti e da più acute diseguaglianze, da un più diffuso
morso dell’incertezza… Peserà anche il ricordo della paura provata.
Ci saranno tante assenze: di tantissimi fragili e vecchi, di tante
memorie, e storie e comunità.
Stefano, giovane scienziato che cura dialoghi e sostegni tra medici e
infermieri delle intensive, nell’esplosione della pandemia dice: «È
uno sconvolgimento così profondo quello che viviamo che il futuro
non potrà che essere una ricostruzione». E ha ragione. Molti cui
quegli operatori sanitari chiudono gli occhi, molti di quelli che li
chiudono nelle case isolate la ricostruzione l’hanno davvero fatta:
ricostruendo la comunità nazionale e le nostre comunità, riavviando
storie familiari e legami tra generazioni. Uomini e donne semplici,
normali e forti e generosi. Con senso di responsabilità, iniziando
lavori, indebitandosi ma cercando di aprire e tener pulito il futuro dei
figli e delle figlie.
«Non so se siamo pronti» dice Stefano, «non abbiamo avuto molti
cantieri nei quali provarci». Neanche loro erano pronti, si sono messi
alla prova e ritrovati a dover essere capaci di inizio, di scelte, di
parole e di confronti anche duri ma non distruttivi. Si ricostruisce
insieme: da soli nessuno regge e si salva.
Ci vorranno adulti e giovani adulti capaci di aver cura del futuro di
altri, capaci di tenute intergenerazionali, di promesse e fedeltà, di
custodia e coltivazione. Capaci di un forte senso di fraternità e
sororità, oltre che di senso dell’equità e della libertà responsabile.
Capaci di paternità e maternità, di genitorialità. Con grande senso
dell’obbligazione. Esigenti con se stessi, poi gli uni con gli altri. Da
“ricostruire”, rigenerare e immaginare di nuovo, riprendendo il
cammino, sono diritti e legami, partecipazione alle vite gli uni degli
altri, produzione di beni e promozione e distribuzione del bene
lavoro. E poi prossimità e servizi alle persone e alle famiglie, forme e
luoghi dell’educazione del fare cultura e del comunicare,
orientamenti della ricerca e della sperimentazione scientifica e
tecnologica.
L’Europa è una comunità e una storia di apertura, legami, profonde
contaminazioni, terra di grandi conflitti e grandi riconciliazioni e
promesse, di guerre e genocidi, e poi di pacificazione e pace: può
ospitare, promuovere, sostenere, indicare questo. Mattarella lo
indica bene. Io ci credo.
La nostra convivenza, la tenuta e la coesione della nostra comunità
nazionale ed europea, lo sfibramento dei legami, lo mostrava già
evidente prima dell’epidemia e della pandemia. Ora lo mostra ancor
di più, con l’entrata in dissolvenza dei profili di futuro, sul piano
economico e occupazionale, su quello delle relazioni tra gruppi e
soggetti sociali, su quello di un ethos civile e di una cultura dei diritti
e delle responsabilità che fronteggia risentimenti, rancori, spinte
all’autoassicurazione, alla separazione e all’esclusione. Ma l’Europa
nei corpi, nelle storie, nelle pratiche e nelle attese delle sue donne e
dei suoi uomini vive e sente che bellezza e bontà del vivere, giustizia
e generosità, fiducia, speranza e fraternità sono dimensioni,
esperienze dell’umano che chiedono riseminazioni quotidiane,
ritrovamento di senso e di sorgenti, fraternità di figli.
Inizia a sentire il tempo duro d’attraversamento, come tempo
d’attesa e di nuova prova. Tempo opportuno, tempo d’esodo e
d’inizio.
Pensiamo a come si svela in questo attraversamento un bisogno di
senso e di buona spesa dei poteri, dei saperi, delle risorse, e un
bisogno di confidare, un bisogno di credere in tanti uomini e donne
d’Europa, provati e un po’ storditi.

Ultima domanda, professore. Torniamo al punto di partenza: siamo


alla ricerca di un senso a questi giorni… Esiste?

C’è chi ha evocato l’inevitabilità di una certa “selezione naturale” dei


fragili, dei vecchi, dei disabili, che spesso sono anche poveri e
marginali. E usando toni che la linguista e psicanalista Julia Kristeva
(2011) definirebbe da «derattizzatori del terzo millennio»: nuovi
promotori del merito, dell’eccellenza, del vitalismo, della purezza.
C’è anche chi ha ripreso le immagini del “flagello di Dio”, della
punizione e del castigo, della purificazione: il resto dei perfetti
resterà intoccato. I messianismi capovolti, che tante vittime hanno
già fatto, si appropriano del virus. Ma l’umanità ha già mostrato,
anche attraversando catastrofi, di saper reagire alla logica della
selezione naturale con la fraternità e la pietà, quella feriale e
semplice dei tanti operatori sanitari e della cura. Oggi, un’umanità
che, alla sofferenza dura e “ingiusta”, accosta l’attenzione alle
vittime, anche degli altri, da lontano.
Nel tempo della paura e dell’angoscia non emergono solo le tensioni
fraterne e solidali. Nell’emergenza sembrano cavarsela meglio gli
indifferenti, ci dicono gli antropologi e gli psicologi delle crisi. La
filosofa María Zambrano nell’Agonia dell’Europa (1945: testo scritto
prima della fine della Guerra) annota che «ogni disastro consente
alla gente di manifestarsi nella sua cruda realtà: è strumento di
rivelazione». Rivela tuttavia la forza del risentimento, della
separazione dall’altro. Eppure, da lì si svela anche come l’uomo – e
lei parla proprio dell’uomo europeo – sia una creatura a cui non
basta nascere una sola volta; può, anzi, «ha bisogno di essere ri-
concepito». La speranza è «il suo fondo ultimo», la nuova nascita.
Dobbiamo ancora pensare, meglio, sentire l’esperienza che la vita
sta disegnando dentro di noi, tra noi del nostro tempo. Fare
attenzione: lo dobbiamo esigere. «L’educazione all’attenzione è la
cosa più importante» scriveva Simone Weil. E ancora: «Che cos’è la
cultura? Educazione all’attenzione. Anzitutto attenzione allo
sventurato».
Ci sono esperienze che possono essere risvegli. Esperienze limite,
immaginali e di scelta, di intuizione conoscitiva e di conversione, e
durano un passaggio. Per aprire un nuovo inizio, quel passaggio
deve diventare una soglia che introduce a un nuovo viaggio, sorretti
dalla speranza in un’“ulteriorità”. Allora riprenderà il cammino.

 
1. Pierluigi Mele ha studiato Scienze politiche all’Università di Pisa e Filosofia
all’Università Gregoriana di Roma. È giornalista professionista a Rainews24 (dove
cura il blog di approfondimento “Confini”). Si occupa di politica italiana e di
Vaticano.
2. Vincenzo Bonandrini, sociologo e formatore, dirigente delle Acli e dell’Enaip,
promotore di servizi e di progettualità sociali rivolte ad aree marginali, a famiglie, a
lavoratori. Muore nel 1994 a Casnigo (Bergamo).