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J. W. R.

DEDEKIND

SCRITTI SUI FONDAMENTI


DELLA MATEMATICA

a cura di Francesco Gana

BIBLIOPOLIS
Titoli originali: Stetigkeit und irrationale Zah/en.
Was sind und was sol/en die Zahlen.

Traduzione di Francesco Gana

Proprietà letteraria riservata

ISBN 88-7088-068-<l

Copyright © 1982
by "Bibliopolis, edizioni di filosofia e scienze spa"
Napoli, via Arangio Ruiz 83
INDICE

INTRODUZIONE 9
1 . Idee sulla natura dei numeri 14
2. L'analisi delle nozioni numeriche 36
Riferimenti bibliografici 55
Cronologia della vita di Julius Wilhelm Richard Dedekind 57
Nota alla presente edizione 59

SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA 61


Continuità e numeri irrazionali 63
1. Proprietà dei numeri razionali 65
2. Comparazione dei numeri razionali con i punti di
una retta 66
3. La continuità della retta 67
4. La creazione dei numeri irrazionali 70
5. La continuità del dominio dei numeri reali 73
6. Il calcolo con i numeri reali 75
7. Analisi infinitesimale 76

Che cosa sono e a che cosa servono i numeri? 79


Prefazione alla prima edizione 79
Prefazione alla seconda edizione 85
Prefazione alla terza edizione 87
1. Sistemi di elementi 87
2. Rappresentazione di un sistema 90
3. Similitudine di una rappresentazione. Sistemi simili 92
4. Rappresentazione di un sistema in se stesso 94
5. Il finito e l'infinito 98
6. Sistemi semplicemente infiniti. Serie dei numeri
naturali 100
7. Numeri maggiori e minori 102
8 INDICE

8. Parti finite e infinite della serie numerica 108


9. Definizione per induzione di una rappresentazione
della serie numerica 1 10
10. La classe dei sistemi semplicemente infiniti 115
1 1 . Addizione dei numeri 1 17
12. Moltiplicazione dei numeri 120
13. Elevamento dei numeri a potenza 122
14. Il numero di elementi di un sistema finito 123

Dalla corrispondenza tra Dedekind e Lipschitz 129


Dalla corrispondenza tra Dedekind e Weber 141
Dalla corrispondenza tra Dedek ind e Keferstein 147
INTRODUZIONE
Nei due lavori La continuità e i numeri irrazionali e Che cosa sono
e a che serr;ono i numeri? (che d'ora in avanti saranno indicati,
brevemente, come Continuità e Numen) D espone, come è noto, la
sua teoria dei numeri reali e la sua teoria dei numeri naturali. Essi
sono stati pubblicati rispettivamente nel 1 872 e nel 1888, ma la loro
origine è molto precedente. D stesso ci informa � p. 63 D * che la
teoria da lui esposta compiutamente in Continuità risale al primo
anno del suo insegnamento al Politecnico di Zurigo, all'ottobre del
1 858, e la prima stesura di Numeri risale agli anni 1 872-1878 (cfr.
Dugac, 1976, p. 293). Un tale scarto tra il momento del concepi­
mento e quello della pubblicazione si spiega solo tenendo presente la
novità della problematica di D e conseguentemente la sua convin­
zione che tali ricerche non potessero interessare realmente i matema­
tici dato che, per la ricerca matematica vera e propria, egli le
considerava del tutto sterili � v. pp. 64 e 136-37 D .
Se si tiene presente che la prima grande realizzazione matema�ica
di D, la sua teoria degli ideali, è stata terminata tra il 1869 e il 1 870 (e
prontamente pubblicata in Dirichlet 1 871) si vede che questi due
capitali contributi allo studio dei fondamenti della matematica
sono frutto di una riflessione molto precoce nella storia della
produzione intellettuale di D, una riflessione che ha le sue radici
prime nel profondo interesse per le ragioni soggiacenti alla nascita
delle varie nozioni numeriche manifestato da D già nella sua tesi di
laurea del 1852 (relatore Gauss) (v. Dedekind 1930, pp. 1-26).
Numeri e Continuità si possono collocare secondo diverse pro­
spettive storiche: come una tappa iniziale della nascita della conce­
zione fondazionale chiamata poi 'logicismo', cioè nella storia del
programma di fondare la matematica su basi puramente logiche; qui
D occuperebbe un posto importante, ma non primario (e del resto
anche un po' peculiare, come si vedrà), quanto meno per la presenza
accanto a lui di Frege, che è il vero padre fondatore del logicismo.

* l rimandi racchiusi tra parentesi quadre doppie sono sempre rimandi interni al pre­
sente volume.
12 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Oppure come un momento cruciale di quella tendenza verso


l'assiomatizzazione che si è sviluppata pienamente dalla metà
dell'SOO in poi e che è rappresentata, ad esempio, dalle ricerche di
Grassmann, e in seguito di Frege, di Peirce, di Schroder, ecc.,
sull'assiomatizzazione dell'aritmetica, per culminare nell'assioma­
tizzazione hilbertiana della geometria; qui D occuperebbe un posto
di primissimo piano per la profondità e la novita delle sue analisi. E
ancora, Continuità andrebbe, per lo meno, situato nell'ampia cor­
rente detta dell"aritmetizzazione dell'analisi' che attraversa la mate­
matica tedesca dell'SOO, arrivando alla sistemazione di Weierstrass e
alle definizioni puramente aritmetiche dei numeri reali ad opera di
Heine, Cantor, Meray e appunto D. E inoltre, Numeri andrebbe, per
lo meno, situato al posto che gli compete nella storia della nascita
della teoria degli insiemi, della quale costituisce un capitolo impor­
tante e ricco di conseguenze. E un posto molto rilevante questi due
saggi occuperebbero in una storia delle idee che analizzasse come, nel
corso del secolo passato, si sia trasformata la coscienza di che cosa in
matematica richieda una dimostrazione e cosa no, cioè la storia
dell'idea di 'rigore matematico' nell'SOO. Infine, come per tutte le
opere veramente creative dell'uomo, anche per Continuità e Numeri
le prospettive storiche in cui potrebbero essere proficuamente
collocati e compresi non sono circoscrivibili in alcun modo.
Questo lavoro di prospettazione storica è stato già fatto in alcuni
testi fondamentali per lo studio di D (ad esempio, Cavaillès 1962, e
Dugac 1976) e in numerosi articoli (una bibliografia ampia ed
aggiornata è reperibile in Dugac 1976). La sua esposizione e, dove
necessario, il suo sviluppo, se non vogliono essere eccessivamente
generici, richiedono uno spazio e un'elaborazione che un'introdu­
zione, giustamente, non consente. È sembrato, perciò, più utile, oltre
che più fattibile, limitarsi a mettere in rilievo come D vede e
concepisce in generale la natura e la funzione della matematica, il suo
significato e il suo ruolo rispetto all'insieme delle conoscenze e delle
attività umane, e come questa concezione prenda forma in tanti
aspetti specifici del suo pensiero, ad esempio il suo tipo di logicismo,
il problema dell'esistenza degli enti matematici, le sue idee sull'inse­
gnamento della matematica, il suo anti-intuizionismo, l'ideale dell'a­
ritmetizzazione, la sua concezione della rigorosità in matematica, e
così via; e inoltre di fare emergere come lo specifico modo di D di
impostare il suo programma di ricerca sui fondamenti della matema­
tica si articoli con questo sistema di idee di carattere più generale,
che, facendo violenza alla natura estremamente autocritica, schiva
INTRODUZIONE 13

e consapevole di D, si potrebbe chiamare, volendo, 'la sua filosofia'.


Ciò non esclude, naturalmente, la prospettiva storica, che è
l'unica qui possibile, ma semplicemente consente di concentrare
l'attenzione sulla sola figura di D, mentra la storia più ampia in cui la
sua opera si colloca viene evocata, con opportuni rimandi, quando e
dove serve.
Naturalmente, nella 'filosofia' di D non c'è niente di sistematico,
nel senso che D non si pone mai di fronte a uno specifico problema
filosofico per affrontarlo in modo esplicito e approfondito: D non è
un filosofo; ma non c'è neanche nulla di rapsodico o di improvvisa­
to, anzi, si ha sempre l'impressione che D si muovesse in un mondo
di idee molto semplice, ma anche molto compatto e connesso.

Nel § 1 si è cercato di illustrare appunto come a una semplice


idea sulla natura dei numeri si articolino i vari aspetti della 'filosofia'
di D, e come da ciò derivino molto direttamente il programma e la
metodologia dell'analisi dedekindiana delle nozioni numeriche.
Come si è già ricordato, l'interesse per le ragioni intrinseche che
hanno condotto l'uomo a introdurre via via le varie nozioni numeri­
che è un aspetto di D già documentato nella sua tesi di laurea, e anche
nella sua dissertazione per la libera docenza (185 4) (ricordata, non
per caso, da D stesso nella Prefazione alla prima edizione di Numeri
[ p. 82 D ) in cui D, nelle prime pagine, analizza le ragioni che hanno
condotto l'uomo all'introduzione di nozioni numeriche più ampie
(Dedekind 1932, pp. 428-38). Secondo il punto di vista della pre­
sente introduzione, è da questa prospettiva antropologistica che si
sviluppa l'itinerario che porterà D alla produzione di Continuità e
Numeri, e questo si è cercato di mostrare descrivendo appunto come
D concepisce le nozioni numeriche in rapporto alla natura umana
(§ 1.1), collegando poi a questa semplice concezione nucleare un po'
tutte le convinzioni che caratterizzano la posizione di D nel campo
dell'analisi dei fondamenti della matematica: la sua avversione per
l'empirismo e per ogni forma di intuizionismo, sia 'kantiano' (e
quindi l'esigenza di eliminare le nozioni 'spaziali' dai fondamenti
delle nozioni numeriche) (§ 1 .2) sia non-kantiano (Gauss, Kronec­
ker) (§ 1.3); la sua idea che le nozioni numeriche vadano analizzate
interamente nei termini delle facoltà mentali che l'uomo impiega per
crearle (§ 1.4), e cioè a) la facoltà di operare inferenze elementari, e b)
le due 'facoltà creative' (§ 1.5, § 1.6); e come da tutto ciò discendano
sia u na fondamentale ambiguità nel modo in cui D concepisce
l''csistcnza' degli enti creati mediante le due 'facoltà creative' (§ 1 .7),
14 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sia il suo particolare tipo di 'logicismo', che si è chiamato 'psicologi­


stico' (§ 1.8); infine (§§ 1 .9-1 . 1 1), come dalla sua concezione così
ricostruita dipendano certi aspetti molto peculiari del suo pro­
gramma: la questione didattica, l'idea della ricostruzione sistematica
della creazione umana delle nozioni numeriche (il programma di
Dedekind) e le ragioni per cui tale ricostruzione risulta necessaria
(cioè il bisogno di un nuovo 'rigore dimostrativo' in matematica).
Il § 2 è tutto dedicato a un commento che segue più da vicino il
testo di Continuità e quello di Numeri, in cui si illustrano il
programma e la metodologia dell'analisi dedekindiana delle nozioni
numeriche, così come essi discendono, molto direttamente, dalle
concezioni sviluppate nel § 1 .

§ 1 . Idee sulla natura dei numen


C'è in D. una concezione della natura dei numeri che non si
lascia semplicemente descrivere dalle etichette di 'logicismo' e
'platonismo', anche se certamente essa presenta molti punti di
contatto, in certi casi anticipazioni, sia con le concezioni logiciste di
Frege e Russell, sia con il punto di vista 'realista' a cui sono legati la
nascita e il primo sviluppo della teoria degli insiemi. Le sue idee sulla
matematica contengono anche prospettive e suggestioni particolari
che val la pena di mettere in rilievo per capire quale fosse precisa­
mente il significato che avevano per il loro autore le ricerche di cui i
lavori tradotti appresso sono testimonianza.

1 . 1 La libertà
In più luoghi D asserisce che i numeri sono « una libera creazione
dello spirito umano ». Ora, se c'è qualcosa di veramente caratteristico
dello stile di D, sia nel campo della matematica che nello studio dei
fondamenti (ma è da presumere, sin nella vita quotidiana), è che i
giudizi che egli esprime sono sempre frutto di una meditazione, di
una elaborazione assai più ampie di quel che non appaia dalla
semplice formulazione del giudizio. In una lettera a Lipschitz (del 6
giugno, 1876; v. Dedekind 1932, p. 468), il quale gli proponeva delle
modifiche a un testo che D gli aveva mandato per la pubblicazione,
D, motivando il suo rifiuto ad accogliere anche una sola di quelle
proposte, afferma orgogliosamente che « ogni parola che vi compare
è stata ponderata col massimo scrupolo ». Questo tratto del suo stile è
probabilmente una necessaria conseguenza, da un lato della sua
INTRODUZIONE 15

suprema capacità di limpidezza, e dall'altro della sua, direi quasi,


coazione all' eliminazione del superfluo. La perentorietà, quindi, e
soprattutto il carattere di formula di quel giudizio, che troviamo
ripetutamente in vari contesti, assicurano che in ogni sua parte è
cristallizzata una riflessione precisa e consapevole.
Che l'aggettivo 'libera' (freie) di 'creazione' non sia detto a caso,
ma anzi comunichi un aspetto molto significativo, lo rivelano già le
oscillazioni di D stesso nell'utilizzarlo. Nell'abbozzo manoscritto di
Continuità (pubblicato in Dugac 1976, pp. 203-209) compare per la
prima volta, a proposito dei numeri razionali, la formula riportata
sopra, ma con un punto interrogativo di D accanto all'aggettivo
'libera': « ... die rationale Zahlen eine freie (?) Schopfung des Men­
schen [sind] » (p. 204). Nella versione definitiva il punto interroga­
tivo è scomparso [ p. 68 D .Nella prima redazione manoscritta di
Numeri (pubblicata in Dugac 1976, pp. 293-309) che è composta tra il
1872 e il 1878, l'aggettivo manca: « Die Zahlen sind Schopfungen des
menschlischen Geistes » (p. 293); ma nella redazione definitiva esso è
restaurato [ p. 80 D . Sembra che intorno ai primi anni del decennio
70-80, un periodo che segna in generale una profonda maturazione
delle sue idee sui fondamenti, D si sia convinto della necessità di
qualificare come 'libera' la 'creazione' umana dei numeri.
Come vada inteso questo aggettivo lo suggerisce un passo di una
lettera a Weber datata 24 gennaio 1888 in cui D, commentando le sue
idee sulla creazione dei numeri, dice tra l'altro: « Noi ... certamente
abbiamo facoltà di creare non soltanto cose materiali (ferrovie,
telegrafi), ma, tipicamente, anche cose mentali [geistigen] » [ p. 145 D .
La creazione dei numeri, dunque, è libera, cioè non necessaria, nel
senso che D concepisce benissimo un'umanità che non abbia creato i
numeri, così come si può concepire un'umanità che non abbia creato
ferrovie o telegrafi. È evidente che i numeri (per lo meno, gli interi
positivi) sono creazioni molto più primitive del telegrafo e della
ferrovia (paragonabili piuttosto alla scrittura), che quasi coincidono
con il periodo storico dell'umanità; ma ciò che D vuole sottolineare è
che essi vanno visti come dei costrutti culturali dell'uomo, e non
come un dato a priori che caratterizza l'essere dell'uomo in quanto
tale.
In questa luce diviene comprensibile perché le domande che D
ritiene essenziale porsi sopra ai numeri siano: prima, che cosa sono, e
subito dopo, a che servono. Se il numero è un costrutto culturale
paragonabile alla scrittura, o al telegrafo, la sua creazione deve esser
collegata a dei bisogni umani che il numero è inteso a soddisfare; se è
16 SCRITII SUI FONDAMENTI DEllA MATEMATICA

uno strumento, per intenderne la natura è indispensabile conside­


rarne la funzione. Che queste fossero le convinzioni di D lo
testimoniano molti altri indizi, ma a volte ciò· viene espresso
esplicitamente, come in un brano del Nachlass intitolato Zum
Zahlbegriff (pubblicato in Dugac 1976, p. 3 1 5) in cui tra l'altro si
legge: « Tra tutti gli strumenti che lo spirito umano [ha ideato] per
facilitarsi la vita, e in particolare per facilitarsi il lavoro del pensiero,
nessuno è tanto fecondo e tanto aderente alla più intima natura dello
spirito umano quanto il concetto di numero ».
A ben guardare, tutte le convinzioni filosofico-fondazionali di D
si ricollegano immediatamente con questa idea di fondo sulla natura
dei numeri; essa appare come una semplice concezione nucleare da
cui si sviluppano con coerenza le problematiche su cui l'opera di D è
focalizzata; la presenza di una soggiacente realtà unitaria di questo
genere è, direi, molto tipica del modo di funzionare di D, e Dugac ne
ha illustrato un esempio di altro genere, individuando una profonda
e semplice idea guida in tutti i contributi matematici di D (v. Dugac
1976, pp. 141-142). Vediamo dunque cosa discenda da queste idee
sulla natura dei numeri.

1 .2 Funzione del numero


È chiaro che non è possibile, e neppure ha senso, tentare di fare
un elenco esaustivo delle funzioni del numero. D però accenna ad
alcune funzioni che per lui evidentemente sono più fondamentali,
sebbene non certo le uniche. Nel brano citato precedentemente il
concetto di numero è indicato genericamente come un 'progresso
tecnico' che consente di agevolare il lavoro mentale. In Numeri, alla
seconda domanda contenuta nel titolo D risponde senz'altro che i
numeri « servono per cogliere più facilmente e più direttamente la
diversità delle cose » [ p. 80 D . L'invenzione dei numeri, cioè, mette
l'uomo in condizione di individuare nuove qualità specifiche delle
cose, e quindi di differenziarle meglio. Una delle motivazioni
primordiali per l'invenzione dei numeri naturali dunque sarebbe'
stata la ricerca di uno strumento atto a facilitare le operazioni
mentali che consentono di distinguere le cose, cioè di percepirle
come determinate, specifiche.
Un'altra funzione fondamentale del numero che D ricorda nella
prefazione alla 1 a edizione di Numeri è quella di « studiare le nostre
rappresentazioni dello spazio e del tempo » [ p. 80 D . Questa seconda
funzione potrà essere commentata meglio in seguito, ma ciò che è
INTRODUZIONE 17

interessante rilevare qui è che queste due funzioni non appaiono


scelte a caso tra le varie e importanti funzioni che i numeri possono
aver avuto nella storia della cultura umana. Infatti, sembra evidente
che, mettendo in rilievo proprio questi usi delle nozioni numeriche,
D prende nettamente le distanze, sia pure, secondo il suo stile, senza
clamori, da due linee di pensiero che alla metà dell'ottocento
esercitavano una forte influenza: l'empirismo e l'intuizionismo di
origine kantiana.
D capovolge la concezione empirista del numero secondo cui un
numero è una nozione ottenuta astraendo da certe configurazioni di
oggetti date empiricamente: ad esempio, il numero 3 come nozione
ottenuta astraendo dalle qualità particolari di una o più teme di
oggetti. Secondo D, se noi possiamo concepire degli oggetti come
una tema è solo perché abbiamo creato il numero 3, e non viceversa.
D pensa che solo l'invenzione del numero abbia consentito di
assegnare, poniamo, a due bastoncini identici in tutto, salvo che uno
reca 12 piccole tacche e l'altro 13, due diverse qualità numeriche che
li caratterizzano e li differenziano, dunque non è pensabile che da
esperienze di questo genere si crei, per 'astrazione', la nozione
numerica (di 12 o di 13).
La seconda funzione sottolineata da D è immediatamente ricono­
scibile come un capovolgimento, se non proprio delle idee di Kant,
con le quali D non si è mai confrontato direttamente, certamente di
una specie di concezione proto-intuizionista ispirata alle idee di Kant
che con ogni probabilità era un luogo comune largamente diffuso
nella cultura tedesca della metà dell'800. D vuoI affermare che la
nozione di spazio e quella di tempo non hanno alcun collegamento
necessario con la nozione di numero. Nondimeno, come per tanti
altri concetti, si può utilizzare i numeri per studiare anche i concetti
di spazio e di tempo. Gli esiti di questi studi dipendono essenzial­
mente da quali numeri sono stati inventati, e non viceversa. Infatti,
come si vedrà meglio più avanti, quando parleremo delle sue idee
esposte in Continuità, la critica di D a un concetto intuitivo dello
spazio come fondamento dell'analisi culmina nella scoperta che la
nostra concezione intuitiva della spazialità non implica necessaria­
mente la continuità [ v. pp. 69-70, 83, 139-40 D . Pertanto, se possia­
mo concepire lo spazio come continuo è solo perché e dal momento
in cui si è data una definizione conveniente della continuità, cioè si
sono costruiti i numeri reali. È esattamente in questo punto del
pensiero che si articola, per D, l'esigenza di eliminare l'intuizione
spaziaIe dalle basi dell'analisi, anche se ancora non è chiaro come ciò
18 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

debba avvenire: il concetto di spazio è per D una nozione altamente


indeterminata e tutto sommato grezza, che può essere precisata e
differenziata studiandola con i numeri, cioè applicando nel suo
studio le nozioni numeriche che l'uomo già possiede. Eliminare tale
concetto dai fondamenti dell'aritmetica è quindi anzitutto una
questione di igiene logica, di 'rigore dimostrativo'.

1.3 I numeri come entità complesse


È evidente poi che l'idea dei numeri come costrutti complessi
della cultura umana ha innanzitutto il significato di escludere
comunque che la nozione di numero sia primaria, semplice, e quindi
data in un'intuizione, a questo punto non importa se spaziale,
temporale, o di altro genere qualsivoglia. Questo tipo di intuizioni­
smo generico corrispondeva a una mentalità molto diffusa tra i
matematici puri, in parte perché dava forma a un'intima convin­
zione filosofica, in parte perché, in qualche modo, dava conto
dell'apparente semplicità 'e immediatezza con cui al matematico si
presenta la nozione di numero, e in parte forse perché consentiva
una liquidazione rapida e indolore di ogni curiosità per speculazioni
di carattere filosofico. In ogni caso, è importante sottolineare che la
concezione del numero come dato intuitivamente a priori non era
necessariamente legata a una visuale kantiana. Ad esempio, già
Gauss, nel 1830, certamente in base alle sue ricerche sull'assioma
delle parallele, distingueva nettamente la 'dottrina dello spazio' dalla
teoria delle grandezze, vale a dire, l'analisi come era allora fondata
sulla teoria delle grandezze euclidea (cioè su base geometrica), la
quale sola è fonte di conoscenza pura a priori: « Il mio convinci­
mento più intimo è che la dottrina dello spazio occupa nella nostra
conoscenza a priori un posto molto diverso da quello della teoria
delle grandezze pura [ . . ]; noi dobbiamo umilmente ammettere che,
.

se il numero è puramente un prodotto del nostro spirito, lo spazio ha


anche una realtà esterna, alla quale noi non possiamo prescrivere
completamente a priori le leggi che la governano » (Lettera a Bessel, 9
aprile 1830, in Gauss 1 880, p. 497).
Più di 50 anni dopo, K.ronecker (1886) riprende questo passo di
Gauss per autorizzarsi a riconoscere la nozione pura di numero
come fonte di una conoscenza a priori che è invece negata alle
nozioni di spazio e di tempo. Questa concezione si accorda completa­
mente con le idee di D su spazio e tempo, solo che K.ronecker, nel
seguito dell'articolo in questione, non pensa neppure lontanamente
INTRODUZIONE 19

ad analizzare la nozione di numero, ma assume senz'altro come « il


punto di partenza conforme alla natura » (p. 253) la nozione di
numero ordinale finito.
L'importante differenza tra D e questa tradizione di intuizioni­
smo che passa attraverso Gauss e Kronecker emerge chiaramente
nella Prefazione alla prima edizione di Numeri, dove, evitando ogni
polemica diretta, pure D fa scivolare almeno due formulazioni che
appaiono come una risposta alle formulazioni che Kronecker aveva
proposto nel summenzionato « Uber den Zahlbegriff» (Kronecker
1 886); lì Kronecker cita il passo della lettera di Gauss a Bessel
riportato sopra, per cui considera il numero come «puramente [cioè a
priori] un prodotto del nostro spirito », mentre D, come si è visto,
afferma che il numero è una « libera creazione dello spirito umano »,
nel senso che si è chiarito sopra. In secondo luogo, è proprio in
« Uber den Zahlbegriff» che Kronecker riferisce come un motto di
Gauss o 9tòç &:pL91LT)'t(�tL (p. 253), inteso, evidentemente, come: « Dio
ci dà i numeri », mentre D appone come motto a Numeri, con una
parafrasi più aderente al motto plutarcheo [ v. p. 8 1 , n. 9 D , 'AtL o
&v9pw7toç &:pL91LT)'t(�tL, dove l'accento cade sull'&v9pw7toç. Che poi
questa doppia contrapposizione di formule fosse, da parte di D, per­
fettamente intenzionale lo suggerisce con evidenza il fatto che, nella
sua prima Prefazione a Numeri, D menzioni appunto la pubblica­
zione di Kronecker 1886 tra i motivi che lo hanno indotto a vincere
le sue resistenze a pubblicare le sue idee sui numeri.

1 .4 La logica
La semplice prospettiva che potremmo chiamare 'culturalista' di
D sui numeri lo porta naturalmente a interessarsi di come sono creati
i numeri: se sono costrutti complessi, come tali possono e debbono
essere analizzati. Ma riflettendo proprio sull'epigrafe apposta a Nu­
meri, citata or ora, si può avere una sensazione di incongruenza, di
un contrasto con la prospettiva anzidetta. Difatti, è vero che
l'epigrafe asserisce che, non o 9tòc;;, ma o &v9pw7toç &:pL91LT)'t(�tL, ma D ci
dice anche che l'uomo 'aritmetizza' sempre ('Ad), che svolge sempre
una 'attività aritmetica'. Come vada inteso questo 'sempre' risulta
chiaro in un passo analogo dell'inedito Zum Zahlbegrif! già menzio­
nato: « Ogni uomo pensante è un uomo numerico, un aritmetico [ein
lahlen-Mensch, ein Aritmetiker], anche se non traspare manifesta­
mente ». Qui bisogna sottolineare l'aggettivo 'pensante'; D sostiene
che l'uomo 'artimetizza' sempre perché l'uomo 'aritmetizza' ogni
20 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

volta che esercita il pensiero. Evidentemente con i termini &pt9fLT)'tL'


�EW, Zahlen-Mensch, e simili, D non intende una vera e propria
attività aritmetica di computo, di manipolazione dei numeri, o
tanto meno una riflessione teorica sul sistema numerico, bensì vuole
indicare l'uso di una facoltà che egli chiama anche 'la logica', 'il
pensiero', che (questa sì) è essenzialmente inerente alla natura umana.
La ragione di questo uso peculiare dei termini è che, secondo D, la
'creazione' dei numeri da parte dell'uomo avviene appunto mediante
il libero (culturalmente determinato) esercizio di quella facoltà a
priori (logica, pensiero). Così, nella misura in cui la facoltà di pensare
è un attribuito essenziale dell'uomo, si può dire che l'uomo 'artime­
tizza (usa la logica, pensa) sempre', anche quando non sa di farlo.
Ecco dunque che si delinea in termini di che cosa quelle nozioni
complesse, quegli artefatti umani che sono i numeri sono costituiti e
vanno pertanto analizzati. Si tratta, come dice D stesso n p. 154 D , di
« spogliarle [le proprietà numeriche] del loro carattere specificamente
aritmetico e di subordinarle così ai concetti generali e alle attività
dell'intelletto senza le quali nulla è pensato ».
È importante rendersi conto della assoluta novità di un simile
approccio, e della sua natura prettamente filosofica: si può dire,
infatti, che D vede i problemi là dove prima nessuno li vedeva. È
vero che, negli stessi anni, Frege si muoveva in una problematica
analoga, ma è anche vero che i matematici della generazione di D,
anche quelli interessati a problemi fondazionali, potevano tranquil­
lamente ignorare Frege, che non era un matematico, (e così infatti
facevano) ma non D, il quale era a tutti gli effetti un matematico
come loro, che come loro si poneva interrogativi sulle questioni
fondamentali della sua scienza. Ora, l'apertura di un fronte proble­
matico sulla nozione di numero era qualcosa di veramente inedito
per la matematica dell'epoca. Certo, nella storia della matematica
molto si era discusso se certe nozioni numeriche (per esempio, i
numeri irrazionali, o i numeri complessi) potevano legittimamente
essere ritenute tali, ma queste discussioni erano possibili proprio
perché la semplicità e la primarietà del concetto stesso di numero
non erano in questione. E ancora, certo la domanda: « che cosa sono i
numeri? » cominciava a esser posta da molti matematici sensibili al
fondamento rigoroso della matematica (Heine, Grassmann, Helm­
holtz, ecc.), ma nessuno pensava a « spogliare » i numeri « del loro
carattere specificamente aritmetico ». Infatti nessuno andava al di là
di un tentativo di ridurre la successione dei numeri naturali a una
successione elementare di segni ottenuta con l'operazione 'succes-
INTRODUZIONE· 21

sore'. Non stupisce quindi che tanti matematici a lui contemporanei


semplicemente non capissero perché D si occupasse di certe que­
stioni; esempi tipici sono il caso di Kronecker, o quello di Lipschitz,
come dimostrano le sue lettere tradotte in appendice � pp. 129-140 D ,
ma non mancano altre conferme � v. p. 44, dove si rinvia alla
testimonianza di Hilbert D : un esempio per tutti è l'inizio di una
noterella pubblicata da Thomae (1906), la quale ha dato origine a un
violento scambio polemico con Frege, e in cui l'autore caldeggia una
fondazione formalista dell'aritmetica che non stia a chiedersi « che
cosa sono e a che servono i numeri » (p. 434), con una pesante
allusione allo scritto di D.
A questo punto diventa chiaro quanto diverse fossero, per D e
per Kronecker, le motivazioni a fondare l'analisi su basi puramente
aritmetiche. Per la concezione apriorista di Gauss-Kronecker, la
riduzione significava ricondurre concretamente tutta la matematica
all' a-priori originario, il numero naturale; voleva dire, cioè, dare un
solido fondamento a una concezione di tutta la matematica che era
stata immaginosamente espressa da Gauss con le parole (citate
anch'esse da Kronecker 1 886, p. 252): « La matematica è la regina
delle scienze, e l'aritmetica è la regina della matematica ». D invece
riteneva necessario eliminare la nozione di 'grandezza' dai fonda­
menti della matematica perché essa è essenzialmente confusa. Ma
perché la nozione di numero reale come egli la definirà dovrebbe
essere più chiara? Perché è creata dall'uomo esercitando le pure leggi
del pensiero, perché deriva dalla logica. Il concetto di 'grandezza' va
espunto, secondo D, in quanto non appartiene alla logica, mentre al
contrario, « tutta quanta l'analisi è una conseguenza necessaria del
pensiero in generale» (da un commento manoscritto di D alla
Allgemeine Funktionentheone di Paul Du Bois-Reymond, . pubblicato
in Dugac 1976, p. 199).

1 .5 Il pensiero
Le affermazioni ripetute di D che la matematica è un aspetto (una
figlia) della logica vanno intese in base a quanto si è detto sopra, ma
bisogna osservare che la generalizzazione implicita nella categoria
'Iogicismo' come etichetta che pone D assieme a Frege, a Russell, ai
polacchi, ecc., per molti aspetti è veramente fuorviante. Basta un
breve raffronto con Frege per rendersene conto. Per Frege la logica è
la scienza delle leggi del pensiero, e su questo D era d'accordo, ma ciò
che è peculiare in Frege è che per lui il pensiero non ha quasi nulla a
22 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

che fare con la facoltà umana di pensare; il mondo del pensiero è


oggettivo, a se stante, e l'uomo, pensando, cioè esercitando la sua
facoltà mentale, semplicemente si pone in contatto con esso. La
logica, quindi, non deve, non può occuparsi della facoltà di pensare,
né studiare le leggi che governano tale facoltà; deve studiare solo le
leggi del pensiero. Il suo compito è quello di scrivere in dettaglio, con
precisione, tali leggi, in modo da esplicitare e rendere disponibili
all'uomo le 'tavole della legge', la norma assoluta (oggettiva) a cui
ogni processo di ragionamento umano deve adeguarsi se non vuole
essere pazzia. Per ragionare correttamente non ci si può affidare
soltanto al fatto che l'uomo dispone di una facoltà di pensiero
(mentale), perché l'uomo può sbagliare, o appunto essere folle (Frege
1 893, p. XVI). Per questo la ricostruzione totale e puramente logica
dell'aritmetica è un pezzo irrinunciabile, sostanziale del programma
di Frege.
D vede il pensiero in modo completamente opposto, solo come
una facoltà umana. La sua finezza filosofica non è tale da fargli
apprezzare il problema dell'oggettività del significato, che è il nucleo
da cui si dipana il rovello di Frege per l'oggettività del pensiero,
sicché D non ritiene che sia indispensabile scoprire tutte e sole le
leggi della logica per mostrare che da tali leggi e solo da quelle la
matematica è fatta; dando per scontato che la logica è una facoltà
inerente alla mente umana, gli basta far vedere che per costruire la
matematica vera e propria (i numeri) si fa uso di alcune facoltà
mentali che sono, esse sì, a priori, parte integrante, condizione
necessaria del pensiero. Queste facoltà mentali, per D, non hanno
alcun bisogno di essere meglio esplicitate e studiate per gli scopi che
egli si prefigge, tuttavia egli distingue, nella facoltà generale del
pensiero, un aspetto che è la facoltà di operare inferenze elementari
[ p. 8 1 D , che ha un ruolo nella costruzione della nozione di numero
ma non è veramente caratteristica della matematica, e altre due facol­
tà che invece sono al tempo stesso, condizioni necessarie del pensiero
e facoltà veramente specifiche della creazione del numero: 1) la facol­
tà di « mettere in relazione cose con cose », e 2) la facoltà di creare in­
SI em I .

1.6 Le due 'facoltà creative' logiche


Quando D parla della logica allude quasi sempre a una di queste
due facoltà umane, anche se non le considera mai sullo stesso piano,
una accanto all'altra, come elementi fondamentali, ma dichiari ora
INTRODUZIONE 23

l'una ora l'altra l'elemento, la 'facoltà logica', che sta alla base della
. .

creazI one numenca.


Cronologicamente, si assiste a un netto spostamento di accentua­
zione dalla prima facoltà alla seconda. Nella 3a edizione (1879)· delle
Vorlesungen di Dirichlet, D preannuncia Numeri come un saggio in
cui dimostrerà che « l'intera scienza dei numeri si fonda su questa
facoltà dello spirito di confrontare una cosa w con una cosa w I , o di
mettere in relazione w con w I , o di far corrispondere a w un w I ,
facoltà senza la quale non è possibile alcun pensiero » (Dirichlet 1 879,
p. 470). Nove anni dopo, nella Prefazione alla prima edizione di
Numeri, ripeterà quasi identiche quelle parole [ v. p. 80 D , e solo
nella proposizione nO 2 introdurrà nel testo la costruzione di insiemi
come il prodotto di un' attività che ha luogo « nello spirito »
[ pp. 87-8 D . Ma in un commento inedito a Numeri da collocarsi
dopo il 1899 (pubblicato per la prima volta in Sinaceur 1971, p. 252),
D riassume il suo lavoro dicendo che in Numeri egli si limita ad
assumere « lo spirito capace di creare, a partire da determinate cose a,
b, c, .... una cosa S completamente determinata da quelle, che sarà
chiamata il sistema delle cose a, b, c, ... », e nella Prefazione alla terza
edizione di Numeri D, riconoscendo che i fondamenti del suo lavoro
sono scossi dalla antinomie [ v. p. 48 D , si dichiara fiducioso che
tutto sarà superato con un'analisi più precisa della facoltà mentale di
creare insiemi, senza più menzionare la facoltà di creare applicazioni
[ p. 87D.
Bisogna osservare che, a questo proposito, la concezione fregeana
della logica era singolarmente in anticipo sui tempi. Nella sua analisi,
insiemi e applicazioni non erano essenzialmente differenti: entrambi
si ottenevano, per comprensione, dalla definizione di opportuni
predicati. D non ritenne mai di dover ritrattare esplicitamente le
categoriche opinioni espresse nelle Vorlesungen e nella Prefazione
alla prima edizione di Numeri, tuttavia lo spostamento di accentua­
zione sopra rilevato testimonia di un'influenza su di lui degli sviluppi
della teoria degli insiemi, o anche di una nuova comprensione dei
contributi logici di Frege.
Nella sua descrizione della facoltà di creare insiemi D non
specifica come siano date le cose a, b, c, ecc., cosa che probabilmente a
lui sembrava superflua (e che Frege non manca di rimproverargli;
Frege 1893, p. 2); questa, circostanza lascia la nozione di insieme
piuttosto nel vago, ma bisogna ricordare che a quell' epoca nessun
matematico possedeva un'idea migliore di questa della nozione di
insieme, e soltanto un logico, Frege, poteva vantare un'analisi
24 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

decisamente più profonda del modo in cui gli insiemi sono 'creati';
infatti, interpretando gli insiemi esclusivamente come 'estensioni di
concetti', egli disponeva di una nozione chiara e univoca del modo
crearli (attraverso il Principio di comprensione, o Assioma V dei
Grundgesetze) e delle difficoltà che ciò poteva comportare, ed era così
in condizione di mettere in luce con grande perspicuità le insuffi­
cienze delle altre concezioni (Frege 1893, Prefazione, e 1903,
§§ 139-140). Va osservato, però, che, se la concezione di 'insieme', o
di come un insieme sia dato, è rimasta così vaga, e quindi aperta, nelle
opere dei creatori della teoria degli insiemi (Cantor e Dedekind), for­
se proprio per questo la teoria degli insiemi stessa si è mostrata
incomparabilmente più vitale che non la teoria di Frege. La prima ha
conosciuto un ampio sviluppo proprio grazie alle nuove analisi della
nozione di insieme rese necessarie dalle note difficoltà, mentre la
seconda non lasciava abbastanza spazio a ulteriori analisi della
nozione di 'estensione di concetto', dato che modificare sostanzial·
mente tale nozione voleva dire semplicemente distruggere tutta la
teoria di Frege.
Tuttavia, anche se nella definizione D è vago, nella pratica si può
vedere che egli, per 'creare' insiemi, applica tutti i principi poi
esplicitati da Zermelo, compreso quello della scelta K v. p. 44 D ;
utilizza anche, ovviamente, u n principio di comprensione non
ristretto, ad esempio, nella celebre dimostrazione che esiste un
insieme infinito K v. i §§ 1.7 e 2.5 seguenti, e pp. 98-9 D •

1 .7 Il Platonismo
L'uso che D fa della teoria degli insiemi porta nel cuore del
problema 'filosofico' che è rimasto più oscuro (anche perché D non
lo ha mai affrontato direttamente), e cioè la questione dell'esistenza
degli enti matematici.
Gli insiemi sono creazioni dello spirito umano: questo D lo
ripete e lo asserisce talmente spesso che non si può immaginare che
avesse qualche dubbio in proposito. Ma se sono creazioni umane,
cioè se gli insiemi esistono in quanto sono creati dall'uomo, che
senso può avere considerare delle totalità infinite come attualmente
esistenti? Qui torna alla mente un passo in cui D riconosce un
aspetto 'divino' a questa facoltà creativa dell'uomo K v. p. 145 D , ed è
bizzarro notare come la nascita della teoria degli insiemi si mescoli
sempre con un fondo di natura religiosa, dal più discreto (Dedekind)
al più marcato (Cantor; si veda Dauben 1979, cap. 6). Tuttavia, dire
INTRODUZIONE 25

che la facoltà umana di creare insiemi è qualcosa di divino tende più a


coprire le difficoltà che a risolverle.
Come è noto, difatti, D in Numeri 'dimosta' l'esistenza di un
insieme infinito, e cioè l'insieme di tutte le cose che possono essere
oggetto del suo pensiero. Ora, è compatibile l'esistenza di tale
insieme con l'idea che esso sia creato dalla mente umana (per divina
che sia)? Ancora una volta troviamo che Frege non ha lasciato la
questione a mezzo, ma ha approfondito anche ciò che D non curava
di considerare. In un testo del Nachlass datato dagli editori 1 897
(pubblicato in Frege 1969, pp. 137-163) Frege, in una lunga nota
(pp. 147-8), esamina appunto la suddetta questione, e argomenta che,
se l'insieme delle cose che possono essere oggetto del nostro pensiero
è infinito, allora certamente il pensiero deve avere una sorta di realtà
del tutto indipendente dalla mente umana che pensa. Frege, in questo
passo, lavora un po' pro domo sua, volendo dimostrare che il suo
modo di usare la parola 'pensiero', sebbene molto peculiare e
lontano dal modo abituale, è condiviso da D; infatti D, nella sua
dimostrazione che esiste un sistema (insieme) infinito, costruisce
(crea) mediante la comprensione l'insieme S di tutte le cose che
possono essere oggetto del suo pensiero, e quindi dimostra che S è
infinito, cioè che soddisfa la sua definizione di inieme infinito n v.
il § 2.4 seguente e pp. 98-9 D . Ora, per questa dimostrazione D defi­
nisce una rappresentazione !p che a ogni elemento s di S associa il pen­
siero « s può essere oggetto del mio pensiero » P(s). Essendo P(s) un
=

pensiero, esso può a sua volta essere oggetto del pensiero, quindi
P(s)ES. Ma D è autorizzato a parlare del pensiero P(s) solo appunto se
P(s) è un pensiero. Se «s può essere oggetto del mio pensiero », per s
qualsiasi appartenente a S, non fosse sempre un pensiero, !p non
sarebbe ben definita; pertanto, tutta l'argomentazione di D per
dimostrare che S è infinito riposa sull'assunzione seguente: per ogni
sES, P(s) è un pensiero. Ma, dice Frege, se un pensiero è tale solo
quando è pensato da una mente (l'aborrita concezione 'psicologi­
stica') allora certamente quell'assunzione non può essere vera, visto
che i pensieri pensati da una mente sono certamente in numero finito
(chi di noi, sia pure convinto di essere « di stirpe divina », può
affermare di albergare nella sua mente un numero infinito di
pensieri?). La conclusione può essere solo che, se l'argomentazione di
D deve avere un senso, bisogna assumere che in generale i pensieri
esistono indipendentemente dal pensiero umano. Ciò implica, es­
sendo ogni pensiero un elemento di S, che gli elementi dell'insieme S
esistono indipendentemente dal pensiero umano. Ma allora, che il
26 SCIlITII S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

pensiero umano crea gli insiemi può significare solo che l'uomo
definisce, delimita, individua col suo processo di pensiero insiemi
preesistenti, o, con le celebri parole di Frege, che « il matematico non
può creare qualcosa ad arbitrio, proprio come non lo può il geografo.
Sia l'uno che l'altro possono solo scoprire quel che già esiste, e dargli
un nome » (Frege 1884, p. 336-337), una conclusione che caratterizza
appunto quell'aspetto del pensiero di Frege che è stato chiamato (ci
torto o a ragione) 'platonismo', ma che stride orribilmente con tutta
la Weltanschauung matematica di D.
È importante, però, rendersi conto che non si tratta di uno
'scherzo' di Frege; la dimostrazione dell'esistenza dell'insieme in­
finto S è un tassello vitale per l'edificio costruito da D, e Frege, senza
volerIo, ha solo messo a nudo una difficoltà reale nel pensiero di D,
ha portato a galla delle assunzioni esistenziali che non solo D non ha
mai dichiarato, ma non ha mai neppure tematizzato esplicitamente
come un problema attinente al suo modo di concepire gli enti
matematici.

1. 8 Il logicismo
Torniamo ora a quella parte della logica che consiste nella facoltà
di operare inferenze elementari. Come si è detto, essa non viene
indagata specificamente da D; ma viene comunque da lui usata per
ricostruire la creazione delle nozioni numeriche e in modo non
meno essenziale di quello in cui egli adopera come fondamento le
due 'facoltà logiche' di cui si è parlato due paragrafi fa. Qui, per
chiarire il ruolo della logica come scienza del ragionamento, bisogna
anticipare un poco di quanto verrà illustrato meglio più avanti. D,
per mostrare come la nozione, ad esempio, di numero naturale si
fondi sulle nozioni logiche, costruisce un insieme che soddisfa certe
proprietà (definite in termini della nozione di insieme e di applica­
zione) e mostra come da quelle proprietà, in base alle definizioni
introdotte e alle proprietà fondamentali delle nozioni di insieme e
applicazione, si possono dedurre per gli elementi di quell'insieme
tutti i teoremi fondamentali che valgono per i numeri naturali. In
questa analisi, l'uso delle inferenze logiche ha un ruolo nuovo.
Infatti, evidentemente che la matematica fosse strettamente intrec­
ciata alla logica è sempre stato per i matematici, per lo meno, dai
greci in poi, un semplice fatto di esperienza, e per i filosofi un tema di
riflessione: il puro ragionamento su nozioni matematiche può
condurre a nuove conoscenze matematiche. La meditazione su
INTRODUZIONE 27

questo fatto è il punto di partenza di quasi tutti i filosofi che hanno


tentato di indagare i fondamenti di questa scienza, ma per diverse che
siano state le teorie che su di esso sono state elaborate, esisteva un
presupposto che era sempre dato per scontato: che nella matematica
si possa ragionare mediante inferenze per produrre nuove cono­
scenze, che insomma si proceda dimostrando teoremi, era sempre
considerato una pura conseguenza dell'essenza stessa di quelle
peculiari nozioni astratte che sono le nozioni aritmetiche e geome­
triche; date queste nozioni, la loro natura altamente atratta rendeva
possibile ragionare su di esse in modo esatto.
Ora, l'idea logicista di D semplicemente capovolge questo as­
sioma: è il ragionamento esatto (la logica) che rende possibili le
nozioni aritmetiche. La matematica non è una scienza privilegiata
( ( la regina delle scienze ») che grazie alla particolare natura dei suoi
oggetti (i numeri) può procedere deduttivamente; il processo di
operare inferenze, caratteristico del ragionamento umano, è, non
uno strumento della matematica, ma un elemento costitutivo dei suoi
oggetti. In Numeri D pensa di aver appunto mostrato questa verità
riguardo alla genesi dei numeri naturali; egli pensa di aver analizzato
la sequenza dei ragionamenti (cioè degli atti di operare inferenze) che
(assieme alla due 'facoltà creative') conduce alla costruzione dell'in­
sieme dei numeri naturali, e pensa di averla analizzata fino ai suoi
elementi più fini, fino a esplicitare tutte le inferenze elementari che la
mente umana opera per ottenere le proprietà elementari ('naturali')
di quegli enti chiamati numeri interi.
Qui, assumendo per un momento il punto di vista dei matematici
contemporanei a D che rifiutavano le teorie 'logiciste', si dovrebbe
chiedere: ma che bisogno c'è di produrre una raffinata e complessa
rete di inferenze logiche per dedurre nozioni così elementari come
quelle numeriche, così immediate che a chiunque paiono ovvie, o per
lo meno, finora sono parse tali? Certo, può essere interessante (a chi
interessa) una simile derivazione, ma perché dovrebbe essere necessa·
ria, cioè fondante, cioè disvelatrice di un'essenza (l'essenza logica
della matematica)? E se questo processo di dimostrazione fosse
davvero essenziale, necessario per creare la nozione, ad esempio, di
numero ordinale finitQ, come si spiega che quando si insegna
l'aritmetica ai bambini non c'è nessun bisogno di parlare di logica, o
di presupporla, anzi spesso sia necessario non presupporla? Come si
può concepire in un bambino un uso del ragionamento così raffinato
come quello necessario per dedurre le proprietà numeriche dagli
assiomi e dalle definizioni di D?
28 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Per quanto riguarda il primo interrogativo, quello relativo alla


necessità della derivazione, vedremo meglio più sotto che essa è, se­
condo D, conseguenza diretta della necessità di rigore totale che egli
vede come un imprescindibile principio della matematica. Per quan­
to riguarda le altre due domande è inutile ricordare che per gli altri
esponenti del cosiddetto logicismo tali questioni non hanno, per una
ragione o per l'altra, alcun peso e quindi non meritano particolare
considerazione. Anzi, sarebbe interessante indagare come, a partire
da Frege, le questioni pedagogiche ed euristiche per decenni abbiano·
perso cittadinanza nella filosofia della matematica (salvo rare e
isolate eccezioni). Ma per D, il quale, sia per formazione che per
ambiente culturale, era molto più vicino alla mentalità e alla
psicologica di quei matematici che non a quella di Frege, tali
obiezioni sono molto significative e non possono essere trascurate o
liquidate come non pertinenti. Il suo modo di affrontarle e risolverle
è veramente tipico della concezione che abbiamo descritto come
'culturalista', o, potremmo dire, 'psicologistica', e caratterizza la sua
visione della logica e del suo ruolo nella matematica in modo
davvero singolare. Infatti, per D la logica è fondante proprio
perché realmente, concretamente, creando entità 'logiche' (insiemi,
applicazioni) e attuando certe determinate inferenze logiche (catene
di inferenze elementari) la mente dell'uomo è pervenuta, e quella dei
bambini perviene, a creare (acquisire) le nozioni e proprietà numeri­
che, anche le più semplici, anzi, la stessa nozione di numero naturale.
Se delle lunghe e complesse catene di inferenze elementari richieste
per derivare, nel sistema di D, le nozioni numeriche comunemente
accettate non si trova traccia alcuna nel funzionamento psicologico
dell'uomo (o del bambino che apprende) non vuoI dire che non
esistano, ma dipende solo dal fatto che quelle catene di inferenze
elementari sono divenute inconscie! Esse, essendo parte dell'&pL91J.1)­
't(�tLV umano, delle facoltà logiche innate che l'uomo esercita sempre
(&tt), nell'infanzia dell'uomo (come nell'infanzia dell'umanità) ven­
gono esercitate automaticamente in epoca molto precoce, e quindi
divengono rapidamente un riflesso inconsapevole, sicché al ragazzo
(come all'uomo adulto) appare 'ovvio', 'chiaro', 'intuitivamente
evidente', in altri termini 'naturale', l'uso delle nozioni numeriche,
ma si tratta di un'impressione fallace, illusoria. Il paragone con
l'attività della lettura e della correzione di bozze è davvero illumi­
nante [ p. 81 B. Il pensiero stesso dell'uomo è fatto di inferenze
elementari e di catene di tali inferenze che, come per la lettura di una
parola, egli, con l'esercizio, perviene ben presto a eseguire in un
INTRODUZIONE 29

attimo, istantaneamente, per riflesso, escludendo dalla coscienza il


processo stesso; ma è solo attraverso l'esecuzione iniziale di quelle
catene di inferenze che egli può in definitiva acquisire quei riflessi
inconsci. Per D la su� derivazione dell' aritmetica dalla teoria degli
insiemi è veramente un pezzo di psicologia umana.
L'idea di D è sempre una, e cioè che le nozioni numeriche sono
prodotti culturali di cui egli ricostruisce la creazione: le deduzioni che
egli produce non sono una mera riduzione possibile, di principio, dei
numeri naturali a nozioni insiemistiche, cioè, per D, logiche, ma
anche e soprattutto una riduzione di fatto; esse descrivono un modo
naturale di funzionare della psiche umana. La fatica che richiede il
seguire tutti passi del ragionamento che, da certe proprietà definite
negli assiomi, derivano certe proprietà elementari ('ovvie', 'intui­
tive') dei numeri naturali, quella fatica è paragonabile alla fatica di
chi deve compiere consapevolmente una serie di azioni complesse la
cui esecuzione è di solito automatica, inconscia. E ciò non vale,
naturalmente, solo per la nozione di numero naturale. Nella misura
in cui, come vedremo [ § 2.2 seguente D , tutte le creazioni nume­
riche hanno qualcosa in comune, le ricostruzioni di tali 'creazioni',
per D, sono la scoperta di come effettivamente funziona la psiche
umana.

1.9 La questione didattica


Questa convinzione è la chiave per capire un interesse dominante
che assume in D un aspetto alquanto particolare: la sua costante
preoccupazione per i metodi pedagogici in matematica. Quasi tutti i
matematici dell'epoca di D svolgevano un'attività didattica, e certa­
mente molti si ponevano il problema di come insegnare nel modo
migliore, di come costruirsi strumenti didattici più idonei. Alcuni,
sotto questa spinta, avevano inventato addirittura dei metodi ele­
mentari destinati a superare ampiamente l'ambito didattico entro il
quale erano nati (per esempio, Grassmann, con la sua definizione
ricorsiva delle operazioni elementari), ma in ogni caso, come è ovvio,
era la propria esperienza di insegnante che forniva la base per trovare
o raffinare i metodi pedagogicamente più efficaci. D, invece, che a
dire di tutti era un grande didatta, ancora una volta sconvolge un
processo comune deducendo la pertinenza di certi metodi didattici
dai risultati delle sue ricerche logiche sui fondamenti: posto che, con
la sua analisi delle nozioni numeriche, egli abbia operato una
ricostruzione che descrive meglio di qualsiasi altra il modo di fun­
zionamento psichi co dell'uomo, D, con la consequenzialità che è
30 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

così tipica del suo carattere, conclude che tale ricostruzione dovrà
avere anche particolari virtù didattiche.
Per questo argomento, lo scambio di corrispondenza con Weber
è di estremo interesse. In una lettera a Weber (8 novembre 1878) D
dichiara che, se anche il metodo di Heine e Cantor per introdurre i
numeri reali è più rapido del suo, tuttavia il risparmio non è poi
grande, « e io credo persino che, per lo studente che ancora non sa
nulla nei limiti [Grenzwerten] delle grandezze variabili, la mia
definizione di somma, differenza, eccetera, sia più facile da afferrare
e, se esposta come si deve, non presenti difficoltà alcuna. In effetti
sono così ottimista da credere che anche al ginnasio si potrà
insegnare rigorosamente l'aritmetica» [ p. 141 ] . L'accenno finale
alla possibilità di insegnare anche al ginnasio l'aritmetica con metodi
didattici rigorosi è evidentemente un riflesso del lavoro (che D sta
compiendo) documentato dai primi abozzi di Numeri. Questo rivela
fino a che punto D pensasse di condurre una ricerca sul funziona­
mento della mente umana, o meglio, come fosse sicuro che il
fondamento filosofico coincidesse con il fondamento psicologico.
Questa convinzione, sulla quale del resto egli non ha mai riflettutto
esplicitamente, sfugge persino a un amico, collaboratore e allievo
qual era Weber; nella sua risposta (13 novembre, 1878) alla lettera di
D sopra citata, nella quale D esprimeva appunto le sue idee sulla
riforma dei programmi scolastici, egli dichiara che, sì, molto c'è da
riformare nell'insegnamento scolastico, ma il metodo di D gli appare
« un po' troppo rigoroso» [ p. 142 ] ; quindi menziona, come unico
tentativo a lui noto, ancorché imperfetto, di « impostare rigorosa­
mente l'insegnamento matematico inferiore» [ p. 147 ] , il Lehrbuch
der Arithmetik und Algebra di Schroder; poi propone ingenuamente:
« Per i primi concetti, quello di numero intero e quello di frazione
decimale, all'inizio si può e si deve richiamarsi all'intuizione che tutti
ne abbiamo» [ p. 142 ] , e infine si lascia andare alla séguente
osservazione: « L'ulteriore analisi di tale intuizione è un problema
filosofico, che per essere capito, già richiede una maturità molto
maggiore» [ p. 142 ] . Nulla poteva dire di più contrario alla linea
di pensiero che D seguiva da anni. D sentiva che, se si concedeva
spazio all'intuizione dei -numeri nella didattica, allora il problema
della natura dei numeri diventava davvero un problema puramente
filosofico, del quale un matematico poteva anche lavarsi le mani
perché non pertinente al suo lavoro, o poteva affrontare così, come si
prende una vacanza, senza che ciò incidesse affatto sul suo lavoro
vero e proprio. Ma, come sottolineeremo ancora più avanti
INTRODUZIONE 31

[ pp. 34-5 ] , se D non può esimersi dal compito di affrontare il


problema della natura dei numeri è perché egli applica a tutta la
matematica un nuovo canone di rigore, un canone al quale le nozioni
intuitive di numero naturale e di numero reale non soddisfano; e nel
momento in cui in questa ricerca egli scopre come in realtà sono date
all'uomo quelle nozioni che paiono « date intuitivamente tramite
l'intuizione interna» [ p. 8 1 ] , allora continuare a richiamarsi all'in­
tuizione del ragazzo per insegnargli la matematica diventa, per il
docente, semplice autolesionismo, o peggio, disonestà, scelta delibe­
rata del peggior metodo didattico, uno che non si armonizza col
modo reale in cui il ragazzo si forma quelle nozioni. Tuttavia, nella
sua lettera di risposta (19 novembre 1 878), D non replica nulla a
quella frase di Weber sui concetti fondamentali dell'aritmetica
elementare, probabilmente perché non ha ancora superato tutte le
difficoltà connesse con il progetto di Numeri, difficoltà a cui egli
allude esplicitamente nella lettera all'amico. D'altra parte, è questo il
luogo opportuno per ricordare ancora una volta che per D la
mentalit à e le idee di Weber non erano affatto estranee; egli, per così
dire, vi era nato in mezzo, le aveva condivise e da esse era partito nel
suo itinerario intellettuale che approderà a esiti così diversi e nuovi.
Una traccia, o meglio, una scoria incombusta, residuo di questa
concezione vagamente intuizionista si trova (soli sei anni prima di
questo scambio epistolare) nella seconda e nella terza frase del § 1 di
Continuità [ p. 65 ] , che non solo riflettono certamente un luogo
comune delle idee sull'aritmetica dell'epoca, ma che si ritrovano
quasi identiche in intuizionisti di epoche successive, come, ad
esempio, in Brouwer.
Ma ciò che D, nella sua risposta del 19 novembre non tralascia di
rintuzzare con decisione sono le proposte, di medesimo tenore, che
Weber avanzava per l'introduzione dei numeri irrazionali. Sempre
nella lettera del 13 novembre, infatti, Weber, criticando implicita­
mente l'idea dede�indiana che gli irrazionali andassero introdotti
anche a livello ginnasiale mediante il concetto di sezione, osservava:
« Perciò non riesco a vedere nulla che non va anche se diciamo, per

esempio, che cercare Vi significa cercare un numero il cui quadrato


differisce quanto si voglia poco da 2, e così si dimostra anche che
Vi . V3 V6» [ p. 142 ] . Delle asserzioni lapidarie di D, nessuna
=

aveva suscitato maggior scandalo, avversione e repulsione di .9.uella


celebre, contenuta in Continuità [ p. 75 ] , per cui Vi . V3 v6. non
=

era mai stato dimostrato prima di allora; e giustamente, dato che lo


stesso D confessa a Lipschitz [ p. 134 ] di averla fatta con intenzione
32 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

provocatoria. D dovrà fare molta fatica per convincere per lettera


Lipschitz che egli non accampa pretese di priorità, che non pensa di
essere più furbo di Euclide, eccetera � pp. 136-38 D . Ma non è questo
il caso di Weber, che semplicemente non vede perché si debba
rinunciare a una via che a lui appare semplice e naturale, per mettersi
su una strada tanto più complicata e difficile per un ragazzino, cioè
quella di fargli capire cosa è una sezione. Questi dubbi saranno fuori
luogo per D: è inevitabile che un metodo didattico che segua il modo
di funzionamento mentale del ragazzo si debba rivelare superiore.
Sotto questo aspetto, il vero continuatore di D è stato Landau, che ha
eseguito in dettaglio il programma che D aveva promesso senza
mantenerlo � p. 82 D , e dichiaratamente per scopi didattici (Landau
1929, pp. VII-XI). D non ha difficoltà a smontare l'osservazione di
Weber, e, ciò che è interessante, la smonta attaccandola sul piano del
rigore; ma è essenziale comprendere che la proposta positiva di D di
usare la teoria delle sezioni nella didattica ha senso solo se si assume
che la ricostruzione effettuata da D coincide con la psicologia
evolutiva del bambino. Weber, che non lo ha compreso, si limiterà a
replicare (28 novembre 1 878) piuttosto timidamente che l'unica cosa
che lo lascia perplesso è l'eccessivo rigore con cui D impone l'estin­
zione di metodi didattici il cui impiego risale addirittura ai tempi di
Pitagora. Ma le rivoluzioni debbono essere eccessive.

1 . 10 La creazione dei numeri


Il compito più ambizioso, il compito definitivo che D si pone è
dunque di esplicitare il processo mediante il quale l'uomo crea
nozioni numeriche, e non solo i numeri naturali, ma ogni tipo di
nozione numerica. D ha svolto tale compito innanzitutto analiz­
zando la creazione dei numeri reali (in Continuità), e in seguito
facendo lo stesso lavoro per i numeri naturali (in Numerz); nella
Prefazione alla prima edizione di Numeri promette una trattazione
sistematica che analizzi l'introduzione di tutte le nozioni nu meriche
(interi, razionali, ecc.), ma di questo progetto rimangono solo
frammenti (l'introduzione degli interi positivi e negativi è trattata in
un inedito pubblicato senza data e in traduzione francese in Sinaceur
1979, pp. 129-133; Emmy Noether, in Dedekind 1932, p. 490, dà
notizia di una lettera del 1913 di D a un suo ex-allievo, Lachmann, in
cui D tratta in dettaglio l'estensione del domino N dei numeri
naturali al dominio G dei numeri interi razionali). Ciascuna delle
due analisi contenute nei lavori citati (e tradotti appresso) illumina o
INTRODUZIONE 33

introduce problematiche che si riveleranno di grande portata, ma


possono essere prese come campioni rappresentativi del procedi­
mento di 'creazione' di nozioni numeriche in generale, in quanto, in
Continuità, D impiega un metodo di creazione che si può estendere
al problema di introdurre una qualsiasi nozione numerica a partire
da un insieme numerico già dato, mentre in Numeri egli deve
affrontare il problema di introdurre una nozione numerica a partire
da nozioni puramente 'logiche' (cioè insiemistiche).

1 . 1 1 Perché i numeri
A prima vista, l'obiettivo di D sembra riflettere una concezione
un po' antiquata della matematica, come appunto la 'scienza dei
numeri' (oltre che delle figure, ma si è visto che a D le figure
piacciono poco), che mal si accorda con la modernità sia della
matematica che D sviluppa, sia dei risultati a cui giungono le sue
ricerche sui fondamenti. In realtà, ciò che è antiquato, o meglio,
tradizionale, è solo il luogo in cui D fissa la linea di demarcazione tra
la matematica e ciò che lui chiama 'logica'. La prima è una
costruzione umana che cresce e si sviluppa con la creazione di
nozioni numeriche; la seconda è in generale l'esercizio di quelle
facoltà umane innate (<< senza le quali non può esistere alcun
pensiero») mediante le quali l'uomo ha creato e crea, tra le altre cose,
i numeri (principalmente, la facoltà di creare insiemi e applicazioni).
T aIe confine si sposterà rapidamente nella coscienza dei matematici
quando la teoria degli insiemi verrà accolta come una parte (per
alcuni essenziale) della matematica comunemente intesa. Come si è
detto, D non si propone mai lo studio della logica in quanto tale,
come oggetto a sé, ma solo quel tanto che basta a mostrare come con
l'uso di quelle facoltà logiche l'uomo crei le nozioni numeriche. Alla
logica in quanto tale D non riconosce un grande interesse specifica­
mente matematico; per esempio, non pensa che la sua individuazione
dell'assioma di continuità abbia un qualche interesse specificamente
matematico [ pp. 130 e 136-37 D . Tutti e due i suoi lavori sui fonda­
menti furono pubblicati con molto ritardo [ p. 1 1 D , e dopo molta
esitazione, superata non grazie a una maggiore consapevolezza
dell'interesse che potevano avere per i matematici, ma solo perché
altri matematici si pronunciavano su questioni analoghe in modi che
D non condivide. Ora, se si tiene presente che ciò che lui chiama
' logica' non è altro che la teoria degli insiemi, molte cose che
appaiono a prima vista singolari trovano una loro giustificazione.
34 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Innanzitutto, già il fatto che, sebbene in Numeri D tiri fuori cosÌ,


bella e pronta, una teoria degli insiemi finiti in cui non c'è nulla da
aggiungere o da togliere, egli non - abbia mai deciso di sviluppare la
teoria degli insiemi autonomamente, senza finalità estrinseche, già
questo fatto appariva singolare. O anche, una stranezza rilevata da
Zermelo (Cantor 1932, p. 451): D ha dimostrato almeno due volte il
teorema di Cantor-Bernstein una prima volta nel 1 887, in un passo
del Nachlass pubblicato da Emmy Noether (Dedekind 1932,
pp. 447-449) e una seconda volta a voce, a Bernstein, nel 1 897
(Dedekind 1932, pp. 448, commento di E.N., e Cavaillès 1962,
pp. 246-247), dimenticandosi di aver già trovato una dimostrazione;
Zermelo non riesce a capire come mai né D né Cantor abbiano
pensato a pubblicare quel risultato, ma ancor più significativo è il
fatto che nel 1887 evidentemente D non pensava che quel teorema
potesse essere di alcun interesse, tanto che lo aveva dimenticato. E
ancora, quando Cantor gli sottopone il quesito se sia possibile
un'applicazione biunivoca dell'insieme dei numeri reali sull'insieme
dei numeri naturali, egli dichiara che non gli pare il caso di perder
tempo su una questione simile, salvo poi a riconoscere di essersi
sbagliato (Cavaillès 1962, p. 194) ma solo perché, rispondendo
appunto a quel quesito, Cantor ha fornito una nuova dimostrazione
dell'esistenza dei numeri trascendenti. Insomma, è evidente che per
D la teoria degli insiemi non ha un interesse matematico di per sé;
essa è interessante solo se dà risultati matematici in senso tradizio­
nale, cioè quando è applicata alla matematica consueta. Questo rende
ragione anche dello strano atteggiamento di benevola ma distaccata
consulenza (e che consulenza!) che egli tiene nei confronti di Cantor e
della sua creazione della teoria degli insiemi, cosÌ diverso dagli
entusiasmi che in lui suscitano certe creazioni matematiche.
Dunque, D mostra chiaramente di pensare che sia la creazione di
nozioni numeriche a segnare il punto in cui all'attività logica,
all' cXpL9fL7I't(�tL\l umano, si comincia ad assegnare la qualifica di
' matematica'. È evidente dunque che anche per D, come per tanti
suoi contemporanei, il problema fondazionale della matematica si
concretizzi nell'interrogativo: « Che cosa sono i numeri?».
Ma proprio la continuità che egli riconosce tra l' cXpL9fL7I't(�tLv e la
creazione dei numeri porta D a superare un punto di partenza che
appariva completamente immerso nella tradizione, e quindi assai
poco innovativo. Come si è più volte osservato, infatti, tale conti­
nuità, secondo D, esercita il suo massimo impatto imponendo una
nuova prospettiva sui criteri di rigorosità cui le prime nozioni e
INTRODUZIONE 35

dimostrazioni devono soddisfare. Se un matematico non si interessa


a chiarire questa zona di confine, questo passaggio dalla logica al
numero, se dunque ignora la natura complessa delle nozioni numeri­
che e le assume come date in qualche modo (non importa come), qual
è l'inconveniente? Solo che egli si dimostra insensibile a interrogativi
di natura filosofica? Se così fosse, forse D stesso non si sarebbe mai
occupato di quei problemi. Per D c'è invece un inconveniente
specifico e decisivo, che si ripercuote su tutta l'attività del matema­
tico in questione, e cioè, appunto, che un simile atteggiamento rende
impossibile introdurre le nozioni numeriche in modo rigoroso (il
che, tenendo presenti le concezioni psicologistiche di D, comporta
anche l'impossibilità di introdurle in modo didatticamente profi­
cuo). Il problema che (per D) nessun matematico può eludere è
quello del rigore in ogni parte della sua scienza; ora, se le nozioni
intuitive possono essere definite, e le loro proprietà dedotte, rico­
struendo esplicitamente le dimostrazioni rigorose (le catene di
inferenze elementari inconscie) che presiedono alla loro costruzione
nella mente umana, allora assumerle come 'date' su base intuitiva
significa una mancanza di rigore matematico, significa credere senza
dimostrazione a qualcosa di dimostrabile, e Numeri è presentato da
D sin dalla prima frase della Prefazione come il frutto della fedeltà a
un principio di natura chiaramente etica: « Nella scienza non si deve
credere senza dimostrazione a ciò che è dimostrabile». Il 'rigore' di
D ha una connotazione morale e in questo aspetto si coglie l'eco
profonda dello spirito di cui Gauss ha improntato la matematica
dell'Ottocento.
Così, malgrado il suo punto di partenza tradizionale, è il nuovo
ideale di rigore che porta D a ribaltare infine il ruolo primario
assegnato alle nozioni numeriche, che egli dissolve in una struttura
astratta definita assiomaticamente [ v. § 2.6 seguente D . Ed è questo
lo spirito nuovo che risuona in tutto il suo modo di concepire e di
fare la matematica. A Lipschitz che gli chiede di introdurre la sua
teoria degli ideali partendo da esempi numerici e algebrici tradizio­
nali e generalizzando, D risponde rifiutando fermamente di rinun­
ciare alla sua presentazione astratta e assiomatica (si veda Dugac,
1976, cap. XIII). E Frobenius si rallegrava che a scrivere un trattato di
algebra superiore (Weber 1 896) fosse stato Weber e non il suo geniale
maestro e amico D, perché questi spingeva l'astrazione a livelli
intollerabili (lettera a Heinrich Weber del 23 dicembre 1893, pubbli­
cata in Dugac 1976, p. 269). Il nuovo paradigma di rigorosità, la
concezione astratta della matematica, lo spirito assiomatico di D
36 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

avranno un'influenza decisiva sui matematici del primo quarto del


'900, prescindendo dalla quale risulterebbe impossibile capire le
radici storiche di numerosi fenomeni (ad esempio, il bourbakismo).

§ 2. L'analisi delle nOZIOnI numeriche

2. 1 I numeri reali
Veniamo ora a Continuità e alla 'creazione' dei numeri reali.
L'idea di D può essere delineata come segue: a) D individua,
analizzando un modello di ciò che i matematici intendono per un
dominio continuo (i punti sulla retta), certe proprietà generali che
sono « l'essenza della continuità», o gli « assiomi della continuità» (gli
assiomi I-IV del § 5). b) Definisce la nozione di 'sezione' come certi
particolari sottoinsiemi di un dominio numerico considerato come
già creato, l'insieme dei numeri razionali ( 1 0 capov. del § 4).
c) Dimostra che l'insieme di tutte le sezioni irrazionali è non vuoto
(anzi, è infinito) m pp. 70-7 1 D . cl) Per ogni sezione 'crea' un'entità
numerica corrispondente (un numero reale) e introduce una rela­
zione d'ordine totale tra tali numeri m pp. 71-73 D . e) Dimostra che
l'insieme m di tali numeri soddisfa gli assiomi della continuità (§ 5).
1) Dimostra due teoremi fondamentali dell'analisi per l'insieme m
così introdotto (§ 7).
La modernità del procedimento a) consistente nell'individuare
gli assiomi della continuità non ha bisogno di venir sottolineata. Essa
è tale che sfugge a un contemporaneo di D della levatura di Lipschitz,
ed è proprio nella corrispondenza con Lipschitz che D rivela la sua
incredibile persipicacia nelle questioni fondazionali e la profondità
della sua concezione assiomatica dell'analisi. Come si è già accen­
nato, alla base di Continuità stanno due motori fondamentali: da un
lato l'idea dell'aritmetizzazione, motivata dal fatto che le nozioni
geometriche sono 'oscure' (non appartengono alla logica), quindi un
nuovo criterio di rigore matematico, e dall'altro l'idea del tratta­
mento assiomatico. Ad entrambe Lipschitz si mostra fortemente
refrattario: quanto alle nozioni geometriche e al nuovo ideale di
rigorosità egli dichiara che il rigor geometricus è stato il massimo
criterio di rigorosità per millenni, che le nuove esigenze di rigore
moderne sono figlie di quel criterio, e che comunque, di fatto, non
sono ancora distinte da esso m p. 135 D . Quanto all'assioma di
INTRODUZIONE 37

continuità, e alla garanzia di completezza che da esso D fa derivare,


Lipschitz li liquida osservando che tutto rientrà nelle proprietà
« senza le quali nessun uomo può rappresentarsi una retta »
[ p . 1 3 5 D , cioè è conseguenza immediata di un'intuizione spaziale
sufficientemente chiara. Nella sua discussione epistolare, D non
cerca mai di pigiare sul pedale dell'aritmetizzazione (cautela inutile
visto Lipschitz, nel manuale di analisi ( 1877) che preannuncia a D
proprio in questo scambio epistolare [ p. 136 D , finirà con l'accet­
tare proprio l'istanza dell'aritmetizzazione, ma continuerà a rifiutare
ogni approccio assiomatico), e a più riprese concede, evidentemente
per amor di discussione, che possa trattarsi di una sua idiosincrasia. Il
punto su cui più insiste è che la sua concezione assiomatica consente
di caratterizzare completamente un dominio continuo: il fatto che
l'insieme m soddisfi l'assioma IV garantisce che esso è chiuso e
completo rispetto all'operazione di creare sezioni;. esso contiene
tanti numeri reali quante sezioni reali. Ciò che D cerca vanamente di
far valutare a Lipschitz, saldamente arroccato nella sua posizione
intuizionista, è che, con i suoi assiomi, egli caratterizza completa­
mente ogni dominio che si possa dire continuo, mentre, estraendo gli
assiomi impliciti nella definizione euclidea di rapporto tra gran­
dezze, questi assiomi non caratterizzano la continuità, al punto che,
assumendo che tutti i teoremi di Euclide siano veri di un dominio,
non è detto che il dominio debba essere continuo, anzi, è possibile
[ pp. 83, 139-40 D fornire un modello razionale della geometria
euclidea. D, esibendo una visione assiomatica di una limpidezza
stupefacente, arriva al punto di spiegare a Lipschitz come si pervenga
a questo risultato (con un metodo che egli raccomanda di generaliz­
zare a qualsiasi teoria e che comunque ha già applicato alla propria), e
cioè sostituendo i termini primitivi con termini « privi di senso »
[ p. 139 D e analizzando se, indipendentemente dall'interpreta­
zione intesa, la teoria euclidea implichi l'assioma di continuità, ciò
che non è.
La creazione vera e propria dei numeri reali avviene, secondo D,
nei punti b) e d), cioè con la costruzione, mediante operazioni su
insiemi (logiche), dell'insieme delle sezioni razionali, e con la
'creazione' di una nuova entità numerica per ogni elemento di tale
insieme. I punti b) e c) , cioè la costruzione dell'insieme delle sezioni,
sono per D un pezzo di logica, perché egli vi impiega la 'facoltà
umana di creare insiemi', anche se non di logica pura, dato che
l'insieme di partenza è un insieme numerico; ma proprio perché c'è
un insieme numerico che si considera come già creato, proprio per
38 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

questo la costruzione dell'insieme delle sezioni non presenta diffi­


coltà per D: quando si tratterà di fare la stessa operazione per i
numeri naturali D, non avendo un insieme numerico su cui operare,
dovrà affrontare problemi più complessi [ p. 49 D . Sulla corrispon­
denza di questo processo creativo col processo con cui effettivamente
l'uomo, usando le sue facoltà logiche, crea i numeri irrazionali si è già
detto tre paragrafi fa, ma le conferme di questa concezione non
mancano anche nella corrispondenza con Lipschitz, dove D, in
sostanza, lascia capire chiaramente che per lui insegnare l'analisi ai
ragazzi ricorrendo all'introduzione geometrica invece che alla pura
logica (teoria degli insiemi) è innaturale e depravante, dato che
corrisponde a cercare di far loro trascurare proprio quella facoltà (la
logica) che presiede in loro alla costruzione delle nozioni matemati­
che. Quanto al punto d), bisogna dire che D non chiarisce mai in che
consista esattamente questo 'atto creativo', e quel che è peggio, non
fa mai capire quale funzione svolga, né che necessità ci sia di
assumerlo. Nella sua ricostruzione del programma di D, Landau
(1929) identifica senz'altro i numeri reali con le sezioni razionali,
cioè con un determinato sottoinsieme dei razionali, ma già D stesso,
nella lettera a Lipschitz del lO giugno 1876 [ p. 13 1 D , concede che si
possano considerare solo le sezioni, e non i nuovi numeri creati in
corrispondenza di esse, e Weber, in una lettera scritta tra la fine del
1 887 e l'inizio del 1888 (in cui probabilmente esponeva il piano del
suo « Elementare Mengenlehre » (1906) [ v. p. 141, nota intro­
duttiva D ) proponeva di introdurre prima i cardinali che gli ordinali,
come classi di equivalenza (probabilmente, secondo il metodo di
Frege). Nella sua risposta [ p. 141 D , D, che con Weber ha certo me­
no remore che con Lipschitz, si oppone a questo modo di proce­
dere e inoltre aggiunge che, anche se si volessero introdurre pri­
ma i cardinali, non dovrebbero essere senz'altro identificati con del­
le classi di equivalenza ma bisognerebbe passare per la 'creazione', a
partire dalle classi, di nuove entità numeriche. E analogamente, rim­
provera a Weber di aver identificato i numeri reali con le sezioni ra­
zionali.
Una spiegazione della tenace avversione a questa identificazione,
o anche all'introduzione dei cardinali come nozione principale D, in
questa lettera, la fornisce, ma non ha nulla a che fare con questioni
propriamente matematiche o fondazionali. D infatti sa bene che,
tecnicamente, non c'è differenza tra trattare classi di equivalenza o
nozioni numeriche introdotte secondo il suo metodo; per convincer­
sene basta ricordare come egli stesso ritenesse del tutto legittimo,
INTRODUZIONE 39

nella teoria dei numeri algebrici, sia introdurre i 'numeri ideali'


(come aveva fatto, seppure impropriamente, Kummer), sia limitarsi a
considerare gli insiemi che D chiama 'ideali' (Dedekind 1932,
p. 262). Le motivazioni che D fornisce sono collegate piuttosto
all'ottica che abbiamo chiamato 'culturalista': classi di equivalenza o
'lmeri sono il medesimo strumento per l'uomo, ma il fatto che i
,.umeri non sono classi di equivalenza vuoI dire soltanto che di fatto
gli uomini non riconoscono il numero come la stessa cosa di una
classe, infatti di una classe di equivalenza si dicono cose che non si
direbbero di un numero (ad esempio, che essa è infinita, in quanto
contiene infiniti insiemi equivalenti) e viceversa, si dice che il 4 è
figlio del 3 e madre del 5; e gli ordinali sono 'più primitivi' dei
cardinali perché « nel nostro &:pLaILTJ't(�tL\l» (cioè, nel funzionamento
logico della nostra psiche) si perviene al concetto di 'cinque'
attraverso il concetto di 'quattro' � p. 145 D .
Non s i può fare a meno, ancora una volta, di notare quale abissale
distanza separi le convinzioni di D dalla filosofia di Frege. Per Frege,
il problema di stabilire se i numeri siano o no classi di equivalenza ha
uno sfondo del tutto diverso; per lui i numeri sono classi di
equivalenza indipendentemente da ogni considerazione antropolo­
gica, culturale o psicologica, anzi, a prescindere dal fatto che l'uomo
abbia o no 'scoperto' l'aritmetica o addirittura dal fatto che sempli­
cemente l'uomo esista o no: per Frege si tratta di una verità che non
ha alcun rapporto con la struttura della mente umana, ma si fonda
solo sul regno dei significati.
Forse, però, dietro a questo attaccamento alla 'creazione' di
nuovi numeri si può indovinare una ragione di natura diversa, anche
se è difficile averne conferma. D, come informa nell'introduzione a
Continuità, conosceva il lavoro di Heine ( 1872) , « Die Elemente der
Funktionenlehre», e mentre stendeva materialmente il suo lavoro ha
ricevuto il lavoro di Cantor « Uber die Ausdehnung eines Satzes aus
der Theorie der trigonometrischen Reihen» (Cantor 1932,
pp. 92-102); ma anche senza questi interventi, probabilmente egli
sapeva benissimo che la definizione della nozione di sezione non era
il solo metodo per costruire un insieme continuo con nozioni
puramente aritmetiche. Abbiamo già visto quanto fosse acuta la sua
concezione assiomatica; D usava consapevolmente gli assiomi come
una caratterizzazione completa della continuità, cioè assumeva che,
comunque si definisse e si mostrasse l'esistenza di una struttura
soddisfacente gli assiomi di continuità, tale struttura era un buon
candidato per l'introduzione dei numeri reali. Ciò che a lui premeva
40 SCRITtI SUI FONDAMENTI DEllA MATEMATICA

era soprattutto di escludere, come struttura del genere, i punti sulla


retta data nell'intuizione geometrico-spaziale, una nozione che non
riconosceva come autentica né come primaria; piuttosto, la struttura
cercata doveva essere un insieme creato 'dal nostro spirito' grazie alla
sua 'facoltà di creare insiemi e applicazioni'. Tuttavia, qualsiasi
insieme creato dallo spirito umano che costituisse una struttura
soddisfacente gli assiomi I-IV andava bene. Ora, insiemisticamente
(cioè, per D, logicamente) una sezione e, poniamo, una successione
convergente di numeri razionali sono oggetti diversi, ma nell'idea di
D, naturalmente, i numeri reali sono sempre gli stessi, comunque
vengano creati. Forse per questo D tiene tanto alla creazione di
nuove entità numeriche in corrispondenza degli elementi della
struttura insiemistica che soddisfa gli assiomi: c'è, insomma, l'emer­
gere di un'idea che si possa introdurre, o parlare, di nozioni
numeriche in corrispondenza di una struttura astratta, un'idea che si
presenterà con maggiore chiarezza e consapevolezza in Numeri.
Questo suggerimento, però, non deve far dimenticare che, nel
profondo, D era convinto comunque che il metodo delle sezioni
fosse superiore agli altri, perché più vicino al vero &pL91J.7J't(Cttv.

2.2 Lo schema generale della creazione di numeri


Alla luce dell'esposizione di Continuità contenuta in 2. 1 , si può
individuare uno schema generale che D vedeva come caratteristico
della creazione dei numeri, schema che poi lo guiderà nella ricerca
condotta in Numeri: a) individuazione degli assiomi; b) dimostra­
zione di esistenza di una struttura insiemistica che li soddisfa; c)
'creazione' di tante entità numeriche distinte per quanti sono gli
elementi dell'insieme.
n momento a) è il più difficile e delicato; D lo concepisce co­
me l'individuazione di alcune proprietà che caratterizzano intera­
mente una nozione (numero reale, numero naturale, ecc.). In
Continuità egli descrive esplicitamente il momento della ricerca, ma
non ne parla affatto in Numeri, dove presenta gli assiomi et - o senza
commenti. n punto b) acquista rilevanza soprattutto nella 'crea­
zione' dei numeri naturali, giacché le nozioni numeriche superiori
vengono sempre create, seguendo il metodo di D, a partire da un
insieme di nozioni numeriche più semplici, la cui esistenza non è in
questione. Per quel che concerne il punto c), bisogna dire che, se
nell'introduzione di nozioni numeriche vere e proprie si può vedere,
come è suggerito sopra, e come è pienamente confermato in Numeri,
INTRODUZIONE 41

il problema di giustificare la nozione di 'struttura astratta', allora la


sua trattazione nel caso dei numeri reali è, su questo punto, molto
carente; probabilmente D ha sentito davvero, e quindi ha affrontato
alla radice, il problema dell'astrazione solo nella sua indagine sulla
creazione dei numeri naturali [ v. § 2.6 seguente D .

2.3 I numeri naturali: gli assiomi


TI processo di ricerca degli assiomi (X - 8 (Definizione 71) che
caratterizzano l'insieme dei numeri naturali è descritto da D nella
lettera a Keferstein del 27 febbraio 1890 [ pp. 154-56 D .
L a lettera stessa può essere letta come i l miglior commento a
Numeri. D mette debitamente in rilievo la sua concezione assioma­
tica, i requisiti di coerenza e di indipendenza come criteri fondamen­
tali per la ricerca degli assiomi, il suo rifiuto dell'intuizione come
fonte dei numeri, il suo intento riduzionista ( << spogliare [i numeri]
del loro carattere specificamente aritmetico»): per lui la teoria
insiemistica degli ordinali finiti è la vera base logica e psicologica
dell'artimetica. Qui ci si può limitare a sottolineare qualche tratto
meno evidente.
Innanzitutto bisogna osservare che gli assiomi di Peano sono
formulati quasi esplicitamente da D in Numeri. Infatti, dopo aver
introdotto mediante una definizione esplicita (Definizione 44) la
nozione di 'catena di un insieme', D avverte il lettore, nell'Osserva­
zione 48, che gli enunciati dei teoremi 45, 46 e 47 rappresentano degli
assiomi che definiscono implicitamente quella nozione. Utilizzando
la definizione assiomatica, in luogo di quella esplicita, nella formula­
zione degli assiomi (X - 8, il fatto che N sia la catena di 1 per cp è
espresso mediante i tre assiomi
� / ) l EN,
e.) cp (N) ç N, e
� " ) vKç S ((l EK & cp(K) ç K) --+ (Nç K)) ;
il secondo è già espresso da (x, quindi è sufficiente sdoppiare � in � I e
� " . Così si hanno subito i 5 assiomi di Peano.
Keferstein, che voleva evitare del tutto la nozione di 'catena di un
insieme', in una recensione a Numeri pubblicata sulla rivista della
Società Matematica di Amburgo (Keferstein 1890), correggeva gli
assiomi di D indebolendo � in � I , e rafforzando r in un assioma che
.asserisce l'unicità di 1 come elemento di N non compreso in N / :
r / ) VxEN (x 4 cp(N) --+ x = 1) [ v. p. 151 D .
In una risposta [ pp. 147-153 D che D voleva far pubblicare sulla
42 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

stessa rivista (cosa che non ottenne), D mostra come tale indeboli­
mento di � fosse fatale dalla teoria: il sistema di assiomi di Keferstein,
infatti, è soddisfatto da qualsiasi insieme infinito, e pertanto non può
caratterizzare interamente N m p. 152 D . Nella lettera del 27 febbraio
1 890 D rivela a Keferstein che l'assioma � è stato il più difficile da
trovare m p. 155 D . Esso infatti, con la nozione di 'catena di un insie­
me' perveniva a risolvere proprio il problema che D aveva trovato
più arduo, quello di escludere modelli 'troppo grandi'. Nella dimo­
strazione contenuta nella sua 'controrecensione' m pp. 152-53 D D
delinea anche come costruire un modello che soddisfa gli assiomi
ot, � ' , y ' (quindi a fortiori,y), 8, ma non � " ; esso, aggiunge D nella

lettera m p. 155 D può essere ideato in modo tale che non sussista più
alcun teorema dell'aritmetica.
Questo esempio fornito da D, assieme alla sua esplicita menzione
dell'indipendenza degli assiomi m p. 154 D , fa capire che egli aveva
sondato fino in fondo questo aspetto del suo sistema, anche se nel
testo di Numeri di indipendenza I10n se ne parla affatto. Tuttavia, le
due dimostrazioni di indipendenza più interessanti (e cioè, l'indipen­
denza di � " , l'assioma che assicura l'induzione, e quella di y,
l'assioma che assicura l'infinito) sono contenute, la prima, come si è
visto, nella lettera a Keferstein, la seconda, anche se indirettamente,
in Numeri. Dimostrando il Teorema 126 D ha colto un problema
profondo, come si dirà meglio in seguito, e cioè la necessità di
dimostrare che l'assunzione di una funzione che soddisfi I-III in 126
non è contraddittoria, cioè che gli assiomi I-III sono coerenti, o
ancora, che la funzione definita per induzione 'esiste'. In 130 D vuoI
mostrare che I-III non sono contraddittori solo se si assumono ot 8 -

per N. Se al posto di N si prende una catena qualsiasi Ao di A , D


costruisce un dominio che refuta I-III; ora, l'insieme ao che D usa in
questa costruzione soddisfa IX, �, 8, ma non y (con ao al posto di N e a
al posto di 1), cioè D dimostra implicitamente l'indipendenza di y
costruendo un modello finito di IX, �, e 8.
Infine, in vista del ,risultato di categoricità che D dimostra per IX -

8 (§ 10 di Numen), va sottolineata la funzione di universo che S ha


nella costruzione di Numeri. IX 8 esprimono delle condizioni su una
-

terna < S, cp, 1 > dove 1 e S e cp:S --+ S. Perciò nell'assioma � " (quello
che assicura l'induzione) la quantificazione varia su tutti i sottoin­
siemi di S, il che vuoI dire, essendo S infinito (Teorema 66), su un
insieme più che numerabile.
INTRODUZIONE 43

2.4 L 'infinito
Prima di parlare della 'dimostrazione di esistenza' è bene fer­
marsi su un aspetto di Numeri che è intermedio tra queste due parti,
in quanto è funzionale sia all'indagine assiomatica sia al problema
della dimostrazione di esistenza: la definizione di insieme infinito.
Da un lato, infatti, è evidente che nella ricerca degli assiomi per gli
interi positivi D dovrà esser stato guidato anche dalla necessità di
assicurare a tale insieme un carattere che corrisponda alla nozione
consueta di insieme infinito. Per stabilire quale può essere questa
proprietà diventa necessaria un'indagine preliminare sulla nozione di
insieme infinito. D'altra parte, come si vedrà più sotto, la ricerca di
una caratterizzazione assiomatica della nozione generale di insieme
infinito è funzionale anche alla dimostrazione che a. ò hanno un
-

modello, dato che D riesce a ridurre questo problema a quello di


dimostrare l'esistenza di un insieme che soddisfi solo l'assioma
dell'infinito.
Tale indagine, però, doveva superare difficoltà che per essere
risolte richiedevano, più che una particolare ingegnosità, una forte
indipendenza intellettuale e il coraggio di sovvertire schemi di
pensiero profondamente radicati nella cultura matematica e filoso­
fica dell'epoca. D infatti deve invertire la linea di pensiero più
naturale, tradizionale, che assumeva come definizione di insieme
infinito quella usuale, negativa, secondo cui un insieme è infinito se
non è contabile da un qualsiasi ordinale finito; appunto perché la
nozione di ordinale finito non può essere presupposta da D la
definizione puramente insiemistica (logica) della nozione di infinito
è uno dei primi passi che D affronta per giungere alla caratterizza­
zione degli interi positivi.
L'idea chiave che ha guidato D alla realizzazione del suo scopo è
tipica del suo modo di affrontare i problemi, e tipica del processo di
ricerca degli assiomi, e consiste nel prendere una proprietà specifica
degli insiemi infiniti e ribaltarla in una definizione di insieme
infinito. La proprietà che egli assume come 'assioma' per la nozione
di insieme infinito, di per sé, era nota da secoli; già Galilei aveva
osservato, nel 1638, che si può costruire una biiezione tra gli interi
positivi e un loro sottoinsieme proprio (i quadrati di un numero
naturale) (Galilei, 1958, pp. 44-45 78-79 dell'8° voI. dell'Edizione
=

Nazionale); la stessa proprietà era stata sottolineata da Bolzano


( 1 965, § 20), e da Cantor (Cantor 1932, pp. 1 19-133) in un suo lavoro
del 1 877, « Ein Beitrag zur Mannigfaltigkeitslehre ». D.A. Steele
44 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

(1950, p. 24) segnala anche i precedenti, meno noti, di Plutarco e


Proclo. Ma a nessuno era venuto in mente di trasformare questa
proprietà in una definizione. D, con la consueta lucidità, è consape­
vole che il suo merito nella questione, quello maggiore, è di aver
avuto quest'idea, e lo sottolinea nella Prefazione alla seconda
edizione di Numeri, che è datata 1893 [ p. 85 D , senza trascurare di
informare il lettore che la proprietà era stata da lui isolata indipen­
dentemente da Bolzano e da Cantor. Ma già il 24 gennaio 1888 D
aveva precisato per lettera a Weber che il nocciolo della questione era
appunto la trasformazione della proprietà in una definizione, e che
Cantor, il quale, sia pure senza spirito polemico, avanzava con D una
qualche pretesa di priorità col suo articolo spracitato del '77, aveva
dimenticato però che nel 1882 egli dubitava della possibilità di
fornire una definizione semplice di insieme infinito, e che era
rimasto stupefatto quando D gli aveva proposto la propria
[ p. 144 D .
Ora, D è autorizzato ad assumere questo assioma come caratte­
rizzazione dell'infinito (e non di un nuovo concetto 'logico') solo se
da esso si possono derivare le proprietà consuete dell'infinito. La
dimostrazione che la Definizione 64 di Numeri (che indichiamo con
ID.) equivale alla definizione usuale, 'naturale', di infinito (che indi­
chiamo con IN) è quindi un passo obbligato e un punto cruciale per
la teoria di D. Come è stato notato in tempi in cui la rilevanza
dell'assioma di scelta era venuta alla luce, la dimostrazione in
questione è un luogo (l'unico di Numen) in cui D applica tale
assioma. Il teorema che contiene la dimostrazione è il nO 160, il quale
è basato essenzialmente sul Teorema 159, e in realtà è nella
dimostrazione dell'inverso del Teorema 159, dimostrazione che D
confessa di trovare stranamente complicata, che D fa uso del
principio di scelta, in quanto assume che, dall' esistenza per ogni n di
funzioni che applicano Zn in :E, si possa derivare una successione
definita <X l , <Xz , <X3, di funzioni che applicano Z., Zz, Z3, ... in :E.
•••

Tuttavia, D non doveva essere completamente soddisfatto di


questa definizione. Ora, non essendo pensabile che D fosse distur­
bato dall'uso del principio di scelta, Cavaillès (1962, p. 133) pensa
che D stesso abbia sentito . con un certo disagio il fatto che la teoria
degli insiemi finiti fosse fondata sulla nozione primitiva di insieme
infinito, e probabilmente molte delle reazioni negative a Numeri
(Hilbert testimonia, in 1930, p. 487, che alla sua uscita il lavoro di D
era commentato sfavorevolmente in tutti i circoli matematici di
Berlino, e altrove riferisce (dr. Dugac 1976, p. 203, n. 1) che a Paul
INTRODUZIONE 45

Du Bois-Reymond « sembrava orrido ») erano dovute in parte anche


al disorientamento che produceva quest' apparente assurdità di assu­
mere come fondamentale la nozione di infinito e come derivata
negativamente quella di finito. È certo, comunque, che D ha trovato
almeno una definizione insiemistica di finito che consente, con una
divaricazione meno violenta dal senso comune e dall'esperienza
quotidiana, di introdurre la nozione di insieme infinito negativa­
mente. D ha pubblicato tale definizione (che indichiamo con FD2)
nella seconda prefazione a Numeri [ p. 86 D , ma aveva già tentato di
pubblicarla nel 1890, nella sua replica alla recensione di Keferstein
( 1890) , rifiutata dalla redazione della Rivista della Società matematica
di Amburgo, e pertanto rimasta inedita [ p. 147 D . Nella seconda
prefazione, però, e nella 'controrecensione' citata, D la indica come
una nozione inadatta a sviluppare la teoria esposta in Numeri, in
quanto per dimostrare la coincidenza di FD2 con la definizione
negativa di insieme finito fornita nella Definizione 64 di Numeri (che
indichiamo con FD I ), gli era stato necessario assumere come data la
serie numerica. (In una lettera a Weber pubblicata in Dedekind 1932,
pp. 459-460, D comunica la dimostrazione in questione. V. anche
Cavaillès 1962, p. 135). Emmy Noether ha pubblicato (Dedekind
1932, pp. 450-460) un brano inedito datato 9 marzo 1889, quattro
anni prima della seconda prefazione a Numeri e un anno prima della
'controrecensione' a Keferstein, in cui D intraprende uno sviluppo
sistematico di FD2. Cavaillès (1932) ha mostrato che dal punto in cui
D interrompe la sua trattazione si può senza difficoltà derivare le
consuete proprietà degli insiemi finiti, l'induzione, e infine dimo­
strare senza l'assioma di scelta che da FD2 segue FDI.
Uno studio di Tarski ( 1924) sulle varie definizioni insiemistiche
di finito contribuisce a chiarire definitivamente i rapporti tra le
definizioni sopra menzionate. Indichiamo con ID2 la definizione
negativa di insieme infinito basata su FD2, e con FN la nozione
'naturale' di insieme finito (cioè la contabilità con un ordinale
finito), per cui -, IDI FD l o -, FD2 ID2 e -, FN IN. Allora,
= = =

riassumendo i vari risultati, FD2 ++ FN -+ FDI (e quindi IDI -+ IN


++ ID2) senza l'assioma di scelta, mentre FD I -+ FN ++ FD2 (e quindi

ID2 ++ IN -+ IDI) richiede, per dimostrare la prima (l'ultima)


implicazione, l'assioma di scelta. ID I è la prima definizione positiva
di infinito, indipendente dalla serie numerica, che si trovi nella storia
della matematica; FDI è la prima definizione positiva di finito equi­
valente a FN senza l'assioma di scelta.
46 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Tutto questa basta già a illustrare la profondità raggiunta da D


nella sua analisi assiomatica delle nozioni di finito e infinito. Di
fronte alla quale, ogni questione di priorità diventa assolutamente
marginale. Anche quella sollevata da C.S. Peirce, il quale (cfr. ad
esempio Peirce 193 1, voI. 3°, pp. 360-365, o voI. 4°, p. 268) arriva a
dire che in Numeri D non dimostra nessun teorema difficile che lui
(Peirce) non avesse già dimostrato nel suo articolo « On the Logic of
Number » (Peirce 193 1 , voI. 3°, pp. 158-170), pubblicato nel 1881 ,
una copia del quale, precisa malignamente Peirce « gli è stata inviata »
(a D) a suo tempo. Il lavoro di Peirce, in effetti, contiene una
presentazione assiomatica dell'insieme N, caratterizzato come un
insieme 1 ) ordinato totalmente da una relazione transitiva, riflessiva
e asimmetrica, 2) che ha un minimo, 3) che è discreto e 4) per cui vale
l'induzione; ma che tale lavoro possa aver influenzato D, come il
filosofo americano in fondo sospetta, è fuori questione, dato che
abbiamo gli abbozzi preparatori di Numeri che sono ben anteriori al
1881 e contengono già quasi tutto l'essenziale (i teoremi di esistenza
66 e 126, aggiunti in Numeri, non sono neppure sfiorati nell'articolo
di Peirce). Escluse le influenze reciproche, dunque, e ridotta a una
mera questione di primato nella data di pubblicazione, la contesa
(unilaterale, peraltro) si sposta sul piano dell'approfondimento delle
due ricerche, che in ogni caso non sarebbe favorevole a Peirce.

2.5 I numeri naturali: la dimostrazione di esistenza


Il primo passo nella soluzione del problema dell'esistenza consi­
ste nel ridurre il problema di dimostrare l'esistenza di un insieme che
soddisfa (X o a quello di dimostrare l'esistenza di un insieme infinito

qualsiasi. La riduzione è ottenuta da D col Teorema 72, in cui


dimostra che ogni insieme infinto contiene un insieme che soddisfa (X
-o. Ciò conferma che l'esplorazione a fondo della nozione di insieme
infinito era un passo decisamente fecondo e oculato da parte di D.
Il Teorema 66, in cui D 'dimostra' l'esistenza di un insieme
infinito, ha una storia che è utile ricordare per sommi capi.
Innanzitutto, il fatto che tale teorema, e anche il teorema di
riduzione, fossero assenti nell'abbozzo manoscritto (steso tra il 1872
e il 1 878) mostra che la necessità di una dimostrazione di esistenza (il
punto b) dello schema generale della creazione dei numeri) è
maturata nel pensiero di D nel decennio 1 878-1887, un periodo di
tempo decisivo per il perfezionamento delle sue idee sui fondamenti
dei numeri naturali. Un'argomentazione simile a quella che D usa
INTRODUZIONE 47

nel Teorema 66 si trova nei Paradossi dell'infinito, di B. Bolzano,


menzionato più sopra, formulata nel modo seguente: « L 'insieme
delle proposizioni e verità in sé è, come si può molto facilmente
riconoscere, infinito; se infatti fissiamo la nostra attenzione su una
qualunque verità, ad esempio sulla proposizione: 'Ci sono verità', o
una qualunque altra proposizione a piacere, e la indichiamo con A
troviamo che la proposizione espressa dalle parole: 'A è vera', è
diversa dalla proposizione A , perché quella ha manifestamente un
soggetto completamente diverso da questa. Precisamente, il suo
soggetto è l'intera proposizione A . Ora, mediante la stessa legge con
cui abbiamo derivato dalla proposizione A un'altra proposizione
diversa da essa, che chiameremo B, si può derivare anche da B una
terza proposizione C, e cosÌ via senza fine. L'aggregato di tutte
queste proposizioni, di cui ognuna sta con quella che la precede nella
relazione appena indicata di averla come soggetto e di asserire di essa
che è una proposizione vera, questo aggregato - dico - comprende
un insieme di membri (proposizioni) che è più grande di ogni
insieme finito » (Bolzano 1965, § 13). Dato che nel 1882 Cantor
aveva fatto pervenire a D il testo di Bolzano, si può senz' altro
assumere che quella lettura sia stata determinante nel suggerire a D la
sua via per dimostrare l'esistenza di un insieme infinito. Ma è
necessario sottolineare anche che la 'dimostrazione' di D è molto
diversa da quella di Bolzano, e la differenza è dovuta proprio al fatto
che D dispone di una definizione diretta di infinito, che gli consente
di impostare la dimostrazione definendo un insieme S (<< L'insieme di
tutte le cose che possono essere oggetto del mio pensiero ») e facendo
vedere che S soddisfa la definizione in questione, del tutto indipen­
dentemente dall'insieme dei numeri naturali. Bolzano, invece, non
disponendo di una definizione indipendente di insieme infinito,
sviluppa una dimostrazione manifestamente inconcludente. Infatti
egli presuppone già nella costruzione del suo insieme i numeri
naturali, dato che l'insieme è generato come un'enumerazione, cioè
un'applicazione biiettiva di N nell'insieme degli enunciati veri; ora,
se l'insieme N ha solo un infinito potenziale, anche l'insieme di
Bolzano non va al di là, e d'altra parte, se a qualche titolo si può
sostenere che l'insieme di Bolzano è 'dato nella sua totalità', allo
stesso titolo si potrebbe sostenere la medesima cosa di N, rendendo
inutile la dimostrazione.
L'epoca in cui D è pervenuto a risolvere la questione dell'esi­
stenza è dunque, verosimilmente, restringibile agli anni 82-86; resta
da capire meglio perché tale questione sia nata. D teneva molto a
48 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

questa dimostrazione del Teorema 66; la considerava un autentico


caposaldo del suo lavoro. Nella sua risposta sopra menzionata alla
recensione di Keferstein a Numeri, D, difendendo la sua dimostra­
zione, afferma energicamente; « Questa dimostrazione io la ritengo
rigorosamente corretta » [ p. 149 ] . Nella seconda prefazione a
Numeri D informa subito il lettore che gli sono state mosse critiche,
e addirittura rimproverati « gravi errori », certamente alludendo alle
critiche suscitate dall'uso che si fa nella sua dimostrazione dell'in­
sieme S, ma asserisce che, anche se non ha il tempo di darne le ragioni
per iscritto, non si è « potuto convincere della correttezza di quelle
obiezioni » [ p. 85 ] . Infine, dopo che, come ha ricostruito convin­
centemente Dugac (1976, p. 130), in seguito a un colloquio con
Cantor nel 1 899, D fu finalmente convinto che l'insieme S è
paradossale (non è un insieme), nella terza prefazione (del 191 1) egli
fa una professione di fede in successive indagini che liberino la sua
costruzione, cioè il suo teorema, da questo difetto.
Ma, come si è già osservato nel paragrafo su « li Platonismo »
[ § 1.7 precedente ] , è difficile attribuire a D un interesse filosofico­
realista per il Teorina 66, come dimostrazione dell'esistenza reale
dell'infinito attuale. D, in effetti, ha sempre dichiarato indispensabili
le dimostrazioni di esistenza solo perché risolvevano il problema del­
la coerenza degli assiomi [ pp. 152 e 156 ] . Oltre alla dimostrazione
del Teorema 66, c'è un'altra celebre dimostrazione di esistenza con­
tenuta in Numeri, e cioè quella dell'esistenza delle funzioni definite
per ricursione (Teorema 126). Mentre la prima non è del tutto nuova
nella storia della matematica (si è visto l'esempio di Bolzano), la
seconda lo è; infatti, dacché Grassmann aveva introdotto l'uso delle
definizioni induttive di somma e prodotto a partire dalla funzione
'successore', i matematici più attenti avevano incorporato quel
procedimento nelle loro trattazioni iniziali dell' aritmetica, ma nes­
suno aveva sentito la necessità di dimostrare che quel procedimento
di definizione era legittimo (definiva davvero una funzione). Ora,
anche in questo caso, come si è già accennato [ p. 44 ] , è il sospetto
che le condizioni I-III del n. 126 siano contraddittorie che impone a
D il compito della dimostrazione di esistenza. In una nota a margine
del suo abbozzo preparatorio a Numeri (Dugac, 1976, p. 300) D
scrive: « La dimostrazione della correttezza del metodo di dimostra­
zione da n a n + 1 è giusta [D aveva già derivato dalla nozione di
'catena di un insieme' la proprietà dell'induzione]; invece, a questo
punto, la dimostrazione (completezza) della definizione di un con­
cetto col metodo da n a n + 1 non è sufficiente; l'esistenza (non
INTRODUZIONE 49

contraddittoria) del concetto rimane dubbia ». Del resto, come si è


detto sopra, anche per il Teorema 66, la funzione essenziale che D gli
assegna esplicitamente nella lettera a Keferstein è quella di dimo­
strare la coerenza di ex 8.
-

In conclusione, mentre per Frege, come per Cantor, una dimo­


strazione dell'esistenza di un insieme infinito poteva essere carica di
significati filosofici, non sembra che questo sia il caso di D.

2.6 I numeri naturali: la creazione


Con la dimostrazione del Teorema 66 D è riuscito a ovviare a un
inconveniente che poteva sembrare insuperabile e fatale al suo
progetto di ricostruzione della creazione dei numeri naturali se­
condo lo schema generale indicato [ § 2.2 precedente D . Mentre per
nozioni numeriche complesse il 'materiale' per costruire la struttura
insiemistica che soddisfa gli assiomi specifici è naturalmente costitui­
to dagli insiemi numerici più semplici, nel caso dei numeri naturali
bisognava inventarsi in termini di che cosa andava costruito un in­
sieme che soddisfacesse ex 8. D può rispondere ora che tale insieme
-

va concepito come un sottoinsieme N (esistente per il Teorema 72)


dell'insieme S (esistente per il Teorema 66) di « tutte le cose che
possono essere oggetto del mio pensiero ». Ciascuno di questi insiemi
N (evidentemente S ne contiene più d'uno) è un buon candidato per
l'introduzione dei nuovi numeri, ma bisogna tenere presente che N è
un insieme preciso, concreto, formato da elementi specifici (cose), tra
i quali D ammette, ad esempio, una 'cosa' come « il mio proprio io »
[ p. 99 D . Evidentemente, gli elementi di un insieme N non sono di
per sé numeri. Perché l'uomo possa creare da un insieme del genere
un insieme numerico, cioè un insieme di nozioni 'astratte', D invoca
per l'appunto l"astrazione', la capacità umana di « prescindere
interamente dalla particolare natura dei suoi elementi » (Definizione
73). D specifica nello stesso passo che proprio in questo momento
astrattivo si manifesta la libera facoltà umana di creare numeri. Qui
D ci dice qualcosa di più del momento c) [ p. 42 D , cioè della
creazione vera e propria di entità numeriche. Ritornando a Conti­
nuità, si capisce che anche lì è una sorta di astrazione che deve entrare
in gioco, e cioè un' astrazione dalla « particolare natura » degli
elementi dell'insieme delle sezioni razionali che consenta di intro­
durre una nuova nozione numerica per ogni sezione; come si è già
accennato [ pp. 41-42 D , probabilmente D sentiva necessaria questa
astrazione proprio perché un insieme continuo poteva esser creato
50 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

con elementi molto diversi dalle sezioni. Tuttavia, in Continuità


l'astrazione non è menzionata affatto, e il problema poteva essere
meno pressante perché, in definitiva, le sezioni sono 'cose' già create
a partire da entità astratte, numeriche, quindi adatte a rimpiazzare
tout court (invece che a creare) i numeri reali. Per questo D ha
difficoltà qui a spiegare perché egli si opponga a rimpiazzare tout
court i reali con le sezioni razionali e invece altri matematici (per
esempio, Weber, o Landau) non ci pensino due volte. In Numeri,
naturalmente, il problema è diverso: D non poteva chiedere a nessun
matematico (neppure a se stesso) di rimpiazzare, poniamo, il numero
1 con « il mio proprio io ».
Qui, dunque, in apparenza, D si appella a questa facoltà dell'a­
strazione esattamente allo stesso modo in cui vi ricorrevano tanti
matematici suoi contemporanei, i quali, per spiegare l'origine di
certe nozioni quali i numeri ordinali o cardinali ritenevano senz'al­
tro adeguata l'attività astrattiva intesa nel suo senso proprio, cor­
rente, e cioè come un non tener presenti, un prescindere da, o
addirittura escludere dalla coscienza, certi aspetti, certe caratteristi­
che nel considerare un insieme di oggetti. Basterà ricordare che
Cantor all'inizio di una sua celebre esposizione della teoria degli
insiemi (<< Beitrage zur Begriindung der transfiniten Mengenlehre »,
Cantor 1932, pp. 282-356) si esprime così: « Chiameremo col nome
di 'potenza' o 'numero cardinale' di M il concetto generale che,
mediante la nostra facoltà attiva di pensiero, si ottiene dall'insieme M
quando facciamo astrazione dalla natura dei suoi vari elementi m e
dall'ordine in cui sono dati » (p. 282); oppure l'apertura del trattato
di analisi di Lipschitz: « Se nel considerare delle cose distinte si
prescinde dai tratti caratteristici per i quali tali cose si distinguono,
ciò che resta è il concetto di quantità numerica delle cose considera­
te » (Lipschitz 1877, p. 1); e questi sono soltanto esempi tipici di un
modo di introdurre le nozioni numeriche estremamente diffuso.
Frege per primo, spinto dalla sua convinzione che nessuna
facoltà umana (psicologica) potesse 'creare' alcunché di oggettivo,
analizzò e contestò quest'uso 'magico' che veniva fatto della facoltà
di astrarre come qualcosa che poteva 'creare' entità astratte (numeri,
segni, ecc.) laddove l'uso dell'astrazione intesa nel senso corrente
poteva solo produrre un particolare modo di considerare, e quindi di
maneggiare certi oggetti del mondo, ma non 'creare' nulla di nuovo.
La critica di Frege è troppo nota per essere richiamata qui; va solo
ricordato che essa ha eliminato completamente dalla filosofia della
matematica l'idea che la mente umana possieda questa misteriosa
INTRODUZIONE 51

facoltà che l a rende capace di ricavare l a nozione astratta, poniamo,


del numero tre a partire da tre oggetti; non che Frege abbia
sgominato per sempre ogni forma di empirismo e di intuizionismo,
ma certo ha reso impossibili quelle forme ingenue che erano quasi
luogo comune alla sua epoca. D'altra parte, ancora per la prima volta
nella storia della filosofia, Frege propone un'analisi capace di
colmare il vuoto creato dalle sue critiche, cioè di definire un
significato adeguato per la nozione di 'astrazione', o meglio, di
'oggetto astratto', come è usata in matematica (ma non solo in
matematica; cfr. Dummett 1973, cap. 14); per questo egli è nella
condizione di criticare con efficacia (e a volte con ferocia; cfr. Frege
1969, pp. 76-80) la nozione di astrazione impiegata dai matematici e
filosofi suoi contemporanei.
È tanto più significativo dunque che Frege non rivolga mai le sue
critiche (per quanto attiene all'uso dell'astrazione, beninteso) contro
D, del quale pure ha letto attentamente Continuità e Numeri. Infatti
D, come una volta egli stesso lascia intendere [ p. 132 D , non è un
tipo che si permette soluzioni a buon mercato, e anche in questo caso
il suo richiamo all'astrazione è profondamente analizzato e risolto in
una nuova concezione dell' astrazione che non ha più nulla a che fare
con gli usi stigmatizzati da F rege, e che, anche se D non la
generalizza, tuttavia non si può dubitare che gli fosse presente con
molta chiarezza come un risultato generale, che va oltre il caso
particolare di giustificare l'astrazione nella costruzione specifica dei
numeri naturali.
Date le considerazioni precedenti sugli insiemi N (cioè la loro
natura molto concreta), dato il modo in cui tali insiemi sono
costruiti (come sottoinsiemi di S), e dato l'onnipresente sfondo
'culturalista' del pensiero di D, si deve riflettere al fatto che potrebbe
darsi, anzi, è assai probabile che due culture diverse (con due lingue
diverse) arrivino alle nozioni numeriche partendo da sottoinsiemi
NA e NB di S che sono 'semplicemente infiniti' (soddisfano Ot 8) ma

sono diversi tra loro. Ora, il problema è: essi daranno luogo alla
stessa nozione di numero naturale? Ma che vuoI dire qui la stessa
nozione? Questa è la chiave dell'atto di astrazione secondo D (come
anche secondo Frege): definire un criterio di 'stessa nozione', e la sua
soluzione potrebbe discendere in modo molto semplice e naturale
proprio da considerazioni di questo genere. Se la popolazione A usa
(isola in S) l'insieme NA e la popolazione B l'insieme di NB, in che
caso potremo dire che NA e NB sono la stessa struttura numerica?
Quando si potrà tradurre liberamente da NA a NB e viceversa, cioè
52 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

quando esisterà un vocabolario da NA a NB e da NB a NA tale che il


senso degli enunciati di una lingua (tra cui i teoremi dell'aritmetica)
sia preservato dalla traduzione. Ad esempio, se TA è un teorema nella
lingua A che riguarda i numeri nA e mA, allora la traduzione in
questione traduce nA con nB e mA con mB dando un teorema
formulato in B sui numeri nB e mB, e viceversa per un teorema
qualsiasi TB. D allora assume come criterio di uguaglianza strutturale
di due insiemi NA e NB che soddisfano Cl ò, l'isomorfismo tra i due
-

insiemi, cioè l'esistenza di una biiezione che applica NA su NB. La


biiezione cP costruita da D nel Teorema 132 è tale che m è il
successore di n in NA se e solo se cP (m) è il successore di cP (n) in NB. A
questo punto, l'introduzione di una sistema numerico universale,
cioè completamente astratto dalla qualità degli elementi dell'insieme
N da cui si parte, è giustificata se per ogni coppia di insiemi che
soddisfano Cl ò essi risultano isomorfi tra loro. In definitiva, questa
-

soluzione al problema specifico dell'astrazione non è tanto lontana


dalla teoria dall'astrazione di Frege. Anche qui il punto cruciale è la
definizione di un criterio di identità o di equivalenza, nella fattispe­
cie, la relazione di 'equistrutturazione' (isomorfismo) tra insiemi che
soddisfano Cl ò, da cui la possibilità di introdurre la classe di
-

equivalenza come l'entità astratta.


D, quindi, nel § 10, dimostra appunto la categoricità del sistema
di assiomi Cl ò, cioè che ogni struttura che soddisfa gli assiomi è
-

isomorfa all'insieme N da lui introdotto nel § 6. È essenziale a questo


punto osservare che è proprio D a chiarire esplicitamente nell'Osser­
vazione 134 (ultima frase) che l'atto di astrazione (quindi, l'atto
creativo vero e proprio) introdotto nella Definizione 73 è giustificato
e spiegato dal risultato della categoricità, e inoltre è ancora egli stesso,
sempre nell'Osservazione 134, a caratterizzare esplicitamente l'idea
dell'isomorfismo come ciò che sta alla base della traducibilità delle
nozioni numeriche tra due lingue diverse.
Anche in questo caso, ciò che impressiona è la naturalezza e la
precisione con cui D si muove tra nozioni che saranno isolate e
studiate sistematicamente solo in futuro. L'isomorfismo dei modelli
sembra sia stato definito esplicitamente come una proprietà generale
di un sistema d'assiomi per la prima volta nel 1902 da Edward V.
Huntington (Huntington 1902); egli, introducendo un sistema d'as­
siomi per la nozione di numero reale, si propone di dimostrarne la
'sufficienza', cioè appunto che tutti i modelli sono isomorfi. Il
termine di 'categoricità' per tale nozione viene introdotto l'anno
dopo, nel 1903, da Oswald Veblen (Veblen 1904), avvertendo che
INTRODUZIONE 53

esso gli è stato suggerito da J ohn Dewey; come precedenti egli fa


riferimento, oltre che all'articolo citato di Huntington, anche
alI' « Axiom der Vollstandigkeit » formulato da Hilbert nel 1 899 in
« U ber den Zahlbegriff», in cui Hilbert propone un sistema d'as_
siomi I-IV per i numeri reali in cui l'ultimo assioma (IV2) asserisce
che: « È impossibile aggiungere al sistema [System; si noti l'uso del
termine dedekindiano per 'insieme'] dei numeri un altro sistema di
cose [Dingen, un altro termine tratto da Numen1 in modo tale che il
sistema composto così ottenuto soddisfi completamente gli assiomi I,
II, III, IVl; o in breve: i numeri formano un sistema di cose che, se si
vuoI mantenere la validità completa degli assiomi, non è passibile di
alcun ampliamento » (Hilbert 1 899, p. 1 83). Tuttavia, la trattazione
di D di tale caratteristica del suo sistema d'assiomi è così esplicita e
approfondita che potrebbe immediatamente ispirare una formula­
zione generale. D'altra parte, pare impossibile che Huntington e
Veblen non avessero letto Numeri (tra l'altro, Huntington, proprio
nel suo lavoro nel 1902, cita e utilizza Continuità per dimostrare la
'sufficienza' dei suoi assiomi), e ancor meno probabile appare che,
avendolo letto, il significato del § 10 potesse sfuggire a due autori che
lavoravano così intensamente sull'assiomatizzazione delle teorie
matematiche. Più incerto è che nell'introduzione della nozione di
categoricità abbia influito direttamente la dimostrazione fornita da
Cantor nel 1889 (<< Beitrage zur Begriindung der transfiniten Men­
genlehre », § 1 1 , in Cantor 1932, pp. 3 10-3 1 1) che tutti gli insiemi
che soddisfano i suoi assiomi della continuità (cioè che sono 'perfetti'
e che contengono un sottoinsieme numerabile ovunque denso) sono
isomorfi (hanno lo stesso tipo d'ordine). Cantor infatti non eviden­
zia specificamente la possibile struttura assiomatica della sua teoria, e
d'altronde non è interessato tanto all'isomorfismo in sé quanto alla
determinazione univoca del tipo d'ordine dell'insieme dei numeri
reali; per questo sembra molto difficile che la nozione generale di
categoricità possa essere stata suggerita dalla sua presentazione del
teorema in questione.
La coerenza (Teoremi 66, 72) e la categoricità (§ 6) sono i due soli
risultati 'metateorici' dimostrati da D in Numeri. Il loro valore
naturalmente è molto opinabile, dato che il primo è fondato su un
insieme paradossale (l'insieme 5) e il secondo presuppone una
cospicua porzione di teoria degli insiemi, tuttavia il loro interesse
storico rimane straordinario. Ricordiamo che Wang (1963, p. 77)
suggerisce che la categoricità poteva esser stata per D una garanzia
dell'adeguatezza della sua caratterizzazione assiomatica dell'aritme-
54 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

tica 'ingenua', come segue: se esistesse un teorema T dell'aritmetica


indipendente dagli assiomi ex 8, allora dovrebbe esser possibile
-

costruire due insiemi NA e NB che soddisfano ex 8 ma tali che NA


-

soddisfa T e NB non lo soddisfa. La categoricità esclude questo caso.


Tuttavia, nulla lascia supporre che D potesse aver in mente un
problema come il rapporto tra aritmetica 'ingenua' e aritmetica
assiomatica, e quindi che considerasse problematica l'adeguatezza del
suo sistema d'assiomi, sia in questo caso che nel caso dei numeri reali.
FRANCESCO GANA
Riferjmenti bibliografici

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Cronologia della vita
di Julius Wilhelm Richard Dedekind

183 1 6 ottobre, nasce a Braunschweig (Brunswick), figlio di un giurista, Julius


Levin Ulrich e di Caroline Marie Henriette Emperius. È l'ultimo di 4
figli: due femmine Qulie e Mathilde) e due maschi (Richard e Adolf).
1838-47 Frequenta il Gymnasium Martino-Catherineum di Brunswick.
1848 Si iscrive presso il Collegium Carolinum di Brunswick al corso di
matematica superiore.
1 850 Si iscrive all'Università di Gottingen e panecipa al Seminario di Matema­
tica e Fisica fondato da M.A. Sterno
1851 Conosce Riemann, che comincia a frequentare il Seminario nel corso dei
suoi studi a Gottingen.
1852 Consegue il dottorato con una tesi (relatore Gauss) dal titolo: « Sugli
elementi della teoria degli integrali di Eulero ».
1 854 29 giugno, prende l'abilitazione all'insegnamento (Privatdozent) con una
tesi dal titolo: « Sulle formule di trasformazione dei sistemi di coordinate
onogonali ". Poche settimane prima si è abilitato Riemann.
1 854-55 Dopo l'abilitazione, Dedekind, come anche Riemann, è incaricato di
tenere un corso di matematica all'Università di Gottingen. Ne tiene due:
uno sul calcolo delle probabilità e l'altro sulla geometria.
1855 Il 23 febbraio muore Gauss, e Dirichlet è nominato suo successore a
Gottingen. Con le parole di Dedekind: « a Gottingen inizia una nuova era
per lo studio della matematica lO .

1 855-56 Assiste assiduamente e collabora alle lezioni di Dirichlet e a quelle di


Riemann, con i quali si lega d'amicizia.
1 856-58 Tiene due corsi sull'algebra superiore, la partizione del cerchio e la teoria
dei gruppi.
1 858 È nominato professore ordinario di matematica al Politecnico di Zurigo.
1 858-59 Tiene tre corsi a Zurigo, uno dei quali sul calcolo differenziale e integrale.
In questa occasione concepisce la teoria poi esposta in Stetigkeit und
irrationale Zahlen.
1 859 Muore Dirichlet.
1861 Gli offrono l'insegnamento al Collegium Carolinum di Brunswick, che si
sta trasformando in un politecnico (Technische Hochschule). Dedekind
accetta.
1862 Inizia l'insegnamento al Collegium Carolinum.
1863 Pubblica la 1 a edizione delle Vorlesungen uber Zahlentheorie di Dirichlet.
1866 Muore Riemann.
58 SCRITrI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

1871 Pubblica la 2 a edizione delle Vorlesungen, con il famoso X Supplemento,


in cui espone la teoria degli ideali.
1 872 Cantor manda a Dedekind il suo articolo: Uber die Ausdehnung eines
«

Satzes aus der Theorie der Trigonometrischen Reihen », contenente la sua


teoria dei numeri reali. Dedekind pubblica Stetigkeit und irrationale
Zahlen. Ha inizio una ricca corrispondenza con Cantor.
1 880 È eletto membro dell'Accademia delle Scienze di Berlino.
1888 Pubblica Was sind und was sol/en die Zahlen?
1 894 Si ritira dall'insegnamento, ma continua per molti anni a tenere dei corsi
liberi.
1900 È eletto membro dell'Accademia delle Scienze di Parigi.
1916 Muore il 12 febbraio a Brunswick.
Nota alla presente edizione

I testi
Stetigkeit und irrationale Zahlen è stato pubblicato per la ,p rima volta nel 1 872 a
Braunschweig, da Vieweg & Sohn, e più volte ristampato. E stato pubblicato una
seconda volta in Dedekind, Gesammelte mathematische Werke, voI. III, Vieweg &
Sohn, Braunschweig 1932, pp. 3 1 5-334, e su questo testo è stata condotta la presente
traduzione.
Was sind und was sol/en die Zahlenr è stato pubblicato per la prima volta nel
1888, sempre a Braunschweig da Vieweg & Sohn, ha avuto tre edizioni prefate da D,
più numerose ristampe. Anch'esso è stato pubblicato in Dedekind, op. cit,
pp. 335-39 1, e su questo testo è stata condotta la presente traduzione.
Le lettere di D a Lipschitz del 10 giugno 1 876 e del 27 luglio 1 876 sono state
pubblicate per la prima volta da Emmy Noether in Dedekind, op. cit, pp. 468-479.
Le lettere di Lipschitz a D dell'8 giugno 1 876 e del 6 luglio 1 876 sono state
pubblicate per la prima volta da Pierre Dugac in Richard Dedekind et les fondaments
des mathématiques, Vrin, Paris 1976, pp. 217-220.
Le lettere di D a Weber dell'8 novembre 1 878, del 19 novembre 1878 e del 24
gennaio 1888 sono state pubblicate per la prima volta da Emmy Noether in
Dedekind op. cit, pp. 485-486 e 488-490.
Le lettere di Weber a D del 13 novembre 1 878 e del 28 novembre 1 878 sono state
pubblicate per la prima volta da Pierre Dugac in Dugac, op. cit, pp. 272-273.
.
Il testo di « Uber den Begriff des Unendlichen » e quello della lettera di D a
Keferstein del 27 febbraio 1 890 sono stati pubblicati per la prima volta (in tedesco) da
Mohammed-A. Sinaceur in « L'infini et les nombres », Revue d'histoire des sciences, 27
( 1974), 3, pp. 251-278.

La traduzione
Stetigkeit und irrationale Zahlen e Was sind und was sol/en die Zahlenr hanno già
avuto un'ottima traduzione italiana ad opera di Oscar Zariski, con un suo ricco
commento, nella collana « Per la storia e la filosofia delle matematiche » diretta da
Federigo Enriques per la Casa Editrice Alberto Stock, Roma 1926. Non tanto
l'inevitabile presenza di piccole imprecisioni, di alcune sviste e di qualche arbitrio,
quanto il mezw secolo e oltre trascorso su questa traduzione hanno reso indispensa­
bile una ritraduzione integrale, la quale naturalmente ha tenuto ben presente il
lavoro già fatto. Gli estratti dall'epistolario di D sono invece qui tradotti per la prima
volta in italiano.
60 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Quanto alla terminologia e alla notazione, ormai del tutto desuete, usate da D, si
è deciso di mantenerle fedelmente cosÌ come erano, senza tentare minimamente di
rimodernarle, per due ragioni. La prima è che D, che si era fabbricato la sua
terminologia e la sua notazione del tutto autonomamente, le ha sempre mantenute
costanti e inalterate in tutta la sua produzione e nelle lettere, anche in epoche in cui si
poteva già sentire la necessità di adattarle ad usi più diffusi: un aggiornamento
apparirebbe come un tradimento di una scelta precisa di D. La seconda è che si tratta
di nozioni ormai cosÌ elementari e note che il lettore non avrà la minima difficoltà a
individuare da sé immediatamente e, se vuole, a sostituire mentalmente il corrispet­
tivo moderno.
].W.R. DEDEKIND

Scritti sui fondamenti della matematica


con passi scelti dall'epistolario
Continuità
e numeri irrazionali

All'amato padre
illustre Consigliere di corte, professore,
dottore in legge
Juuus LEVIN ULRICH DEDEKIND
per il suo 50° anniversario di attività professionale
. Braunschweig, 26 aprile 1872

Le considerazioni che sono oggetto di questo breve scritto sono


nate nell'autunno dell'anno 1 858. Quando cominciai a insegnare al
Politecnico di Zurigo mi trovai, per la prima volta, a tenere delle
lezioni sul calcolo differenziale, e in questa occasione ho sentito più
che mai la mancanza di una base veramente scientifica dell'aritme­
tica. Per trattare la nozione di grandezza variabile tendente a un
valore-limite fisso, in particolare nella dimostrazione del teorema
che ogni grandezza costantemente ma non illimitatamente crescente
tende certamente a un limite, facevo uso di considerazioni di ordine
geometrico. Ritengo tuttora che dal punto di vista didattico tale
ricorso all'intuizione geometrica nel primo insegnamento del calcolo
differenziale sia molto utile, anzi indispensabile, se si vuole evitare
un'eccessiva perdita di tempo. Ma certo nessuno vorrà sostenere che
una simile introduzione al calcolo differenziale possa pretendere di
essere scientifica. Il mio senso di insoddisfazione fu tale che presi la
ferma decisione di riflettere finché non avessi trovato una fonda­
zione puramente aritmetica e assolutamente rigorosa dei princìpi
dell' analisi infinitesimale. Spesso si dice che il calcolo differenziale si
occupa delle grandezze continue, ma non viene mai spiegato in che
consista questa continuità; anche le esposizioni più rigorose del
calcolo differenziale non basano le loro dimostrazioni sulla conti-
64 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

nuità, ma fanno invece appello, più o meno consapevolmente, a


rappresentazioni geometriche o suggerite mediante la geometria,
oppure dipendono da teoremi che a loro volta non sono mai stati
dimostrati in modo puramente aritmetico. A questi appartiene, per
esempio, il teorema sopra menzionato e io, dopo un esame piu
accurato, mi sono convinto che quel teorema, o uno qualsiasi a esso
equivalente, può essere considerato in un certo senso come un
fondamento sufficiente dell'analisi infinitesimale. Pertanto si trat­
tava solo di scoprirne l'origine autentica negli elementi dell'aritme­
tica e al tempo stesso pervenire così a una definizione effettiva
dell'essenza della continuità. Sono riuscito in questo il 24 novembre
1 858, e pochi giorni dopo partecipai il risultato delle mie riflessioni al
mio caro amico Durège. Ne nacque una lunga e animata discussione.
Dopo di allora mi è capitato di esporre a qualche mio studente queste
idee su di una fondazione scientifica dell'aritmetica, e anche qui a
Braunschweig ho tenuto una conferenza su questo argomento
all' Associazione scientifica dei professori, ma a una pubblicazione
vera e propria non potevo decidermi, innanzitutto perché l'esposi­
zione non è tanto facile, e poi per la poca fecondità dell'argomento
stesso . Nel frattempo, mentre ero già quasi determinato a scegliere di
trattare tale argomento nella presente circostanza, mi capitò in mano
il 14 marzo, per un gentile omaggio dell'autore, il lavoro di E. Heine
« Die Elemente der Functionenlehre » (Crelles Joumal, voI. 74) t, che
mi confermò nella mia decisione. Nella sostanza sono completa­
mente d'accordo col contenuto di quel lavoro, né poteva essere
altrimenti, ma confesso che, francamente, mi sembra che la mia
esposizione sia più semplice nella forma e riveli con maggior
precisione il cuore del problema. Proprio mentre stavo scrivendo
questa prefazione (il 20 marzo 1872) ho ricevuto l'interessante lavoro
di G. Cantor « Uber die Ausdehnung eines Satzes aus der Theorie der
trigonometrischen Reihen » (Math. Ann. di Clebsch e Neumann,
voI. 5) 2 , per la quale rivolgo all'acuto autore i miei ringraziamenti
più sentiti. Da una prima rapida lettura trovo che l'assioma formu­
lato nel § 2 di quel lavoro coincide completamente con quello che io
indico nel § 3 qui sotto come l'essenza della continuità. Non riesco a
capire però, dato appunto il mio modo di concepire il campo dei
numeri reali come completo in sé, a che serva distinguere, sia pure
solo come nozione astratta, dei numeri reali di specie superiore.

[1 Journal far reine und angewandte Mathematik, 74 ( 1 872), pp. 172-1 88.]
[2 In Cantor, Gesammelte A bhandlungen , Springer, Berlin 1932, pp. 92-102.]
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONAU 65

§ 1 . Proprietà dei numeri razionali

Anche se qU I si assume come già sviluppata l'aritmetica dei


numeri razionali, nondimeno mi sembra utile sottolineare alcuni
punti fondamentali, senza discuterli, ma solo per indicare fin da ora
il punto di vista che assumerò nel seguito. lo considero l'intera
aritmetica come una conseguenza necessaria, o almeno naturale
dell' atto aritmetico più semplice, quello di contare, il quale, a sua
volta, non è altro che la creazione sequenziale della successione
infinita dei numeri interi positivi, in cui ogni elemento è definito
mediante l'elemento immediatamente precedente. L'atto piu sem­
plice è il passaggio da un elemento già creato all'elemento successivo,
ancora da creare. La catena di questi numeri costituisce già uno
strumento utilissimo per lo spirito umano e fornisce un tesoro
inesauribile di leggi notevoli che si ottengono con l'introduzione
delle quattro operazioni fondamentali dell'aritmetica. L'addizione è
una qualsivoglia ripetizione del suddetto atto semplice concepita
come un singolo atto e nello stesso modo dall'addizione proviene la
moltiplicazione. Mentre è sempre possibile eseguire queste due
operazioni, per le operazioni inverse, la sottrazione e la divisione, vi
sono dei limiti. Quale che sia stata l'occasione immediata, quali i
confronti o le analogie con esperienze o intuizioni, che hanno
condotto a introdurre la sottrazione e la divisione, qui basta
osservare che la vera causa di un nuovo atto creativo è sempre
appunto la limitazione della possibilità di eseguire le operazioni
indirette; così lo spirito umano ha creato i numeri negativi e quelli
frazionari, e col sistema di tutti i numeri razionali ha acquisito uno
strumento infinitamente più perfetto. Questo sistema, che indicherò
con R è anzitutto chiuso e completo, ha cioè quelle che altrove 3 ho
indicato come proprietà caratteristiche di un corpo numerico e che
consistono in questo: che le quattro operazioni fondamentali,
escluso l'unico caso di divisione per il numero zero, sono sempre
eseguibili su qualsiasi coppia di individui in R, cioè che il risultato è
sempre ancora un determinato individuo in R.
Ma ancora più importante per il nostro scopo immediato è
un'altra proprietà del sistema R; essa si può esprimere dicendo che il
sistema R costituisce un dominio ben ordinato a una dimensione il
quale si estende all'infinito in due direzioni opposte. Come vadano

3 P.G. Lejeune Dirichlet, Vorlesungen "ber Zahlentheorie, seconda edizione,


§ 1 59. [Vieweg & Sohn, Brauschweig 1871].
66 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

intese queste parole è abbastanza chiaro grazie alla scelta di espres­


sioni che prendono in prestito rappresentazioni geometriche; tanto
più sarà necessario, per evitare l'impressione che l'aritmetica ha
bisogno di tali rappresentazioni ad essa estranee, mettere in rilievo le
proprietà puramente aritmetiche corrispondenti.
Per esprimere che i simboli a e b denotano il medesimo numero
razionale, si scrive a b, o b a. La diversità di due numeri razionali
= =

a, b si manifesta nel fatto che la differenza a - b ha un valore positivo


o un valore negativo. Nel primo caso a si dice maggiore di b e b
minore di a, in simboli: a > b, b < a 4 • Nel secondo caso, avendo b - a
un valore positivo, segue b > a, a < b. Riguardo a questa duplice
possibilità nel modo di differire valgono le leggi seguenti:
I. Se a > b e b > c, allora a > c. Se a e c sono due numeri diversi
(disuguali) e b è maggiore dell'uno e minore dell'altro, diremo
brevemente, senza temere allusioni a rappresentazioni geometriche,
che b giace tra i due numeri a e c.
II. Se a, c sono due numeri diversi allora esistono infiniti
numeri b che giacciono tra a e c.
III. Dato un numero a tutti i numeri del sistema R si
ripartiscono in due classi A l e A 2 contenenti ciascuna infiniti
individui; la prima classe A l comprende tutti i numeri al < a, la
seconda classe A 2 comprende tutti i numeri a2 > a; il numero a stesso
può essere assegnato a piacere alla prima o alla seconda classe, e sarà
allora, rispettivamente, il numero massimo della prima classe o il
numero minimo della seconda classe. In ogni caso la suddivisione del
sistema R nelle due classi A .. A 2 è tale che ogni numero della prima
classe A l è minore di ogni numero della seconda classe A 2 .

§ 2. Comparazione dei numeri razionali


con i punti di una retta

Le proprietà dei numeri razionali evidenziate sopra ricordano le


relazioni di posizione reciproca che sussistono tra i punti di una retta
L. Chiamiamo 'destra' e 'sinistra' i due versi opposti sulla retta e
siano p, q due punti diversi, allora p giace a destra di q, e al tempo
stesso q giace a sinistra di p, o inversamente q giace a destra di p, e al

4 Nel seguito dunque i termini 'maggiore' e 'minore', se non saranno accompa­


gnati dalle parole 'in valore assoluto', verranno intesi nel senso algebrico.
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONALI 67

tempo stesso p giace a sinistra di q. Un terzo caso è impossibile, se p e


q sono effettivamente punti diversi. Per queste relazioni di posizione
sussistono le seguenti leggij
I. Se p è a destra di q e q è a destra di r, allora anche p è a destra
di rj si dice che q giace fra i punti p e r.
II. Se p, r sono punti diversi, allora vi sono sempre infiniti
punti q tra p ed r.
III. Dato un punto p di L, tutti i punti di L si ripartiscono in
due classi Pt , P2, contenenti ciascuna infiniti elementij la prima classe
P1 comprende tutti i punti Pl che giacciono a sinistra di p, e la secon­
da classe P2 tutti i punti Pz che giacciono a destra di pj il punto p stes­
so può essere assegnato a piacere alla prima o alla seconda classe. In
ogni caso la suddivisione della retta L nelle due classi, o parti, Pl e P2
è tale che ogni punto della prima classe P1 giace a sinistra di ogni pun­
to della seconda classe P2.
Come è noto questa analogia tra i numeri razionali e i punti di
una retta diventa una vera e propria corrispondenza qualora si fissi
sulla retta un punto come origine, cioè il punto zero o, e si scelga una
determinata lunghezza unitaria per misurare i segmenti. In tal modo
per ogni numero razionale a si può costruire una lunghezza
corrispondente e riportando tale lunghezza sulla retta a partire da o,
verso destra o verso sinistra a seconda che a sia positivo o negativo, si
determina un punto estremo p che sarà detto il punto corrispondente
al numero aj al numero razionale zero corrisponde il punto o.
Pertanto a ogni numero razionale a, cioè a ogni individuo in R,
corrisponde uno e un solo punto p, cioè un individuo in L. Se ai due
numeri a, b corrispondono rispettivamente i due punti p, q e a > b,
allora p giace a destra di q. Le leggi I, II, III, del paragrafo precedente
corrispondono completamente alle leggi I, II, III del presente
paragrafo.

§ 3 . La continuità della retta

Ora è della massima importanza il fatto che nella retta L esistono


infiniti punti che non corrispondono ad alcun numero razionale.
Difatti è noto che se il punto p corrisponde al numero razionale a,
allora la lunghezza o p è commensurabile con la lunghezza unitaria
invariabile utilizzata per effettuare la costruzione, cioè esiste una
terza lunghezza, la cosidetta misura comune, di cui quelle due sono
68 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

multipli interi. Ma già nell'antichità i Greci sapevano e avevano


dimostrato che esistono lunghezze incommensurabili con una data
lunghezza unitaria, per esempio la diagonale del quadrato che ha per
lato la lunghezza unitaria. Se si riporta sulla retta a partire dal punto
o una lunghezza di questo tipo, il punto estremo che si ottiene non

corrisponde ad alcun numero razionale. Siccome inoltre si può


dimostrare facilmente che esistono infinite lunghezze incommensu­
rabili con la lunghezza unitaria, possiamo affermare che la retta L è
infinitamente più ricca di individui-punti di quanto il dominio R dei
razionali sia ricco di individui-numeri.
Dunque a chi, come noi, desiderasse riprodurre tutti i fenomeni
che han luogo nella retta non basteranno i numeri razionali. Egli
dovrà necessariamente raffinare in modo essenziale lo strumento R
costruito con la creazione dei numeri razionali, dovrà, cioè, creare
nuovi numeri in modo tale che il dominio dei numeri venga a
possedere la medesima completezza, o come anche diremo, la
medesima continuità della retta.
Le considerazioni precedenti sono tanto note e familiari a tutti
che ripeterle sembrerà a molti superfluo. Nondimeno questa ricapi­
tolazione mi è parsa necessaria per introdurre in modo appropriato
la questione principale. Finora di norma per introdurre i numeri
irrazionali ci si richiamava direttamente al concetto di grandezza
estensiva - che però a sua volta non è mai stato rigorosamente
definito - e si definivano quei numeri come il risultato della
misurazione di una grandezza per mezzo di un'altra grandezza
omogenea 5 • lo invece credo che l'aritmetica si sviluppi da se stessa. Si
può concedere in generale che simili collegamenti con rappresenta­
zioni non aritmetiche abbiano fornito l'occasione immediata dell'e­
stensione del concetto di numero (sebbene non sia questo il caso per
l'introduzione dei numeri complessi), ma non è certo una buona
ragione per accogliere queste nozioni estranee nell'aritmetica, che è
la scienza dei numeri. Come i razionali negativi e frazionari debbono
e possono essere introdotti con un libero atto creativo [eine freie
SchOpfung], e le leggi del calcolo con tali numeri debbono e possono
essere ricondotte alle leggi del calcolo con gli interi positivi - così si
deve cercare il modo di definire completamente i numeri irrazionali

5 L'illusione che questa definizione del numero abbia il pregio della generalità si
dissolve subito quando si pensi ai numeri complessi. Secondo me, invece, si può
sviluppare chiaramente il concetto del rapporto fra due grandezze omogenee solo
quando i numeri irrazionali siano già stati introdotti.
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONALI 69

mediante i soli numeri razionali. Rimane solo il problema di come


farlo.
La precedente comparazione del dominio R dei razionali con la
retta ci ha portato a riconoscere l'esistenza di una certa lacunosità,
incompletezza e discontinuità nel primo, mentre alla retta noi
attribuiamo la qualità di essere completa, senza lacune, ossia conti­
nua. Ma in che consiste realmente questa continuità? Tutto è
contenuto nella risposta a questo interrogativo, e soltanto con essa si
potrà pervenire a fondare scientificamente lo studio di tutti i domini
continui. Naturalmente con dei vaghi discorsi su una connessione
ininterrotta delle parti più piccole non si arriva da nessuna parte;
quel che serve qui è che si riesca a isolare un preciso contrassegno
caratteristico della continuità, sui cui si possano basare delle dedu­
zioni valide. Ho meditato a lungo senza frutto su questo problema,
finché finalmente ho trovato ciò che cercavo. Forse il mio risultato
sarà giudicato da persone diverse in diverso modo, ma credo che
quasi tutti lo troveranno molto banale. Esso consiste nella considera­
zione seguente. Nel paragrafo precedente abbiamo ricordato che
ogni punto p della retta determina una suddivisione della retta in due
parti, in modo tale che ogni punto di una parte giace a sinistra di ogni
punto dell'altra. Ora io vedo l'essenza della continuità nell'inver­
sione di questa proprietà, e cioè nel principio seguente:
« Se tutti i punti della retta si ripartiscono in due classi tali che
ogni punto di una classe giace a sinistra di ogni punto dell'altra,
allora esiste uno e un solo punto che determina questa partizione di
tutti i punti in due classi, questa scomposizione della retta in due
parti ».
Come ho già detto, credo di non sbagliare nel presumere che
ognuno riconoscerà subito per vero il pricipio enunciato. La mag­
gior parte dei miei lettori rimarrà alquanto delusa nell'apprendere
che il mistero della continuità dovrà essere svelato da una banalità
come questa. A questo proposito voglio fare un' osservazione: sono
contentissimo che ognuno trovi quel principio tanto evidente e tanto
in accordo con la propria rappresentazione della retta, perché né a
me né ad altri è possibile dimostrarlo in qualche modo. L'assunzione
di questa proprietà della retta altro non è che un assioma mediante il
quale anzitutto riconosciamo alla retta la sua continuità, mediante il
quale noi pensiamo la continuità nella retta. Se lo spazio ha
un' esistenza reale, non necessariamente deve essere continuo; mol­
tissime delle sue proprietà rimarrebbero tali e quali anche se fosse
discontinuo. Anche se sapessimo con certezza che lo spazio è
70 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

discontinuo, nulla ci potrebbe impedire, se volessimo, di colmare le


sue lacune nel nostro pensiero rendendolo continuo. Ma quest'atto
consisterebbe in una creazione di nuovi punti che sarebbe eseguita in
base al suddetto principio.

§ 4. La creaZlOne dei numeri irrazionali

Le ultime parole sono sufficienti a indicare in che modo vada


completato il dominio discontinuo R dei numeri razionali per
ottenere un dominio continuo. Nel § 1 abbiamo sottolineato (III)
che ogni numero razionale a determina una suddivisione del sistema
R in due classi A l, A2 tali che ogni numero al della prima classe A l è
minore di ogni numero a2 della seconda classe A2; a è o il numero
massimo della classe A I o il numero minimo della classe A2. Ora,
data una qualsiasi partizione del sistema R in due classi A l, A2
caratterizzate soltanto dalla proprietà che ogni numero al in A l è
minore di ogni numero a2 in A2, chiamiamo, per brevità, tale
partizione una sezione e la indichiamo con (A l, A2). Possiamo dire
allora che ogni numero razionale a determina una sezione, o meglio
due sezioni che però noi non considereremo come essenzialmente
diverse; tale sezione gode inoltre della proprietà che o tra i numeri
della prima classe esiste un massimo, o tra i numeri della seconda
classe esiste un minimo. E inversamente, se una sezione gode di
quest'ultima proprietà, essa è determinata da questo numero mas-
. . .

slmo o m I nI mo.
Ma è facile convincersi che esistono infinite sezioni che non sono
determinate da un numero razionale. L'esempio più immediato è il
seguente.
Sia D un intero positivo che non sia il quadrato di un intero,
allora esiste un intero positivo ). tale che
).2 < D « )' + 1)2 .
Se si assegnano alla seconda classe A2 tutti i razionali positivi a2 il
cui quadrato sia > D, e alla prima classe tutti i rimanenti numeri
razionali al, questa partizione costituisce una sezione (A l, A2), cioè
ogni numero al è minore di ogni numero a2. Infatti, se il numero al è
= 0 o è negativo, esso è automaticamente minore di ogni numero a2,
che per definizione è positivo; se invece al è positivo, il suo qudrato è
s D, e quindi al è minore di ogni numero positivo a2, il cui quadrato
è > D.
CONTINUITÀ E NUMERI IR.RAZIONALI 71

Questa sezione però non è determinata da nessun numero razio­


nale. Per dimostrarlo si deve anzitutto far vedere che non esiste un
numero razionale il cui quadrato sia = D. Sebbene ciò sia noto dai
primi elementi della teoria dei numeri, non sarà fuori luogo qui la
seguente dimostrazione indiretta. Supponiamo che esista un numero
razionale il cui quadrato è eguale a D; allora esisteranno anche due
numeri interi positivi t, u che soddisfano l'equazione
r - Du2 = O
Si può assumere che u sia il minimo numero intero positivo il cui
quadrato moltiplicato per D dà il quadrato di un numero t. Siccome
evidentemente
Àu < t « À + l)u,
il numero intero
u ' = t - Àu
è positivo ed è minore di u. Ponendo
t ' = Du - Àt,
anche t ' sarà un numero intero positivo e si avrà
t , 2 - Du , 2 = (À2 - D) (r - Du2) = O,
che contraddice l'ipotesi fatta su u.
Di conseguenza il quadrato di ogni numero razionale x è o < D
o > D. Ne segue facilmente che non esiste un numero massimo nella
classe A lo né un numero minimo nella classe A2. Difatti ponendo
x (x2 + 3D)
y = -�:---
3� + D
si ha 2x (D - x2)
y-x =
3� +D
e (x2 _ D)3
y - D = --=-- �
(3x2 +D)2
Se come x prendiamo un numero positivo della classe A lo allora
x2 < D, e quindi y > x e y < D; dunque anche y appartiene alla classe
A l. Se invece x è un numero della A 2 , allora x2 > D, e quindi y < x ,
y > O e y > D ; dunque anche y appartiene alla classe A2. Pertanto
questa sezione non è determinata da un numero razionale.
Nel fatto che non tutte le sezioni sono determinate da numeri
razionali consiste l'incompletezza o la discontinuità del dominio R
dei numeri razionali.
Ora, ogni qual volta si dia una sezione (A lo A 2) non determinata
da un numero razionale noi creiamo un nuovo numero, un numero
irrazionale ex, che consideriamo come completamente definito da
questa sezione; diremo che il numero ex corrisponde a questa sezione
72 SCRI'ITI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

o che la determina. Pertanto d'ora in avanti a ogni sezione corri­


sponde uno e un solo determinato numero razionale o irrazionale, e
consideriamo due numeri diversi o disuguali se e solo se essi
corrispondono a sezioni essenzialmente diverse.
Ora, per ottenere una base su cui fondare l'ordinamento di tutti i
numeri reali, cioè di tutti i razionali e gli irrazionali, dobbiamo
prima studiare le relazioni tra �ue sezioni (A I, A2) e (BI , B2) prodotte
da due numeri qualsiasi et e �. E chiaro che una sezione (A I, A2) è già
completamente determinata se è nota una delle due classi, per
esempio la prima classe A t, perché la seconda classe consta di tutti i
numeri razionali non contenuti in A l; tale classe A l è caratterizzata
dalla proprietà che, se essa contiene un numero al, contiene anche
tutti i numeri minori di al. Confrontando fra loro le classi A l e BI
può dirsi il caso:
1. che A l e BI siano del tutto identiche, cioè ogni numero
appartenente ad A l è contenuto e in BI e viceversa. In tal caso anche
A2 è necessariamente indentica a B2, e le due sezioni sono identiche;
questo lo esprimiamo scrivendo et = � o � = et.
Se invece A l e BI non sono identiche esiste in una di esse, per
esempio in A t, un numero al hZ non contenuto in BI, e quindi
=

appartenente a B2. Allora tutti i numeri bI appartenenti a BI sono


certamente minori di al hZ , e quindi cono contenuti in A l .
=

2 . Se ora il numero a l è l'unico numero di A l non contenuto


in Bt, allora ogni altro numero al appartenente ad A l è contenuto in
BI e quindi è minore di al , cioè al è il numero massimo della classe
A l ; pertanto la sezione (A t, A 2) è determinata dal numero razionale
et = al = hZ . Dell'altra sezione (Bt, B2) già sappiamo che tutti i
numeri bI di BI sono contenuti in A l e sono minori di al hZ , che è
=

contenuto di B2; ogni altro numero bz contenuto in B2 è necessaria­


mente maggiore di hZ , altrimenti bz, essendo minore di al , apparter­
rebbe ad A l e quindi anche a BI; perciò hZ è il numero minimo
contenuto in El e quindi anche la sezione (Bt, B2) è determinata dal
medesimo numero razionale � hZ = al et. Le due sezioni
= =

perciò non sono essenzialmente diverse.


3. Se invece in A l ci sono almeno due numeri diversi al = hZ
e al' b; non contenuti in Bt, allora di tali numeri ce ne sono
=

infiniti, perché tutti gli infiniti numeri che giacciono tra al e al'
(§ 1 . II) sono evidentemente contenuti in A t , ma non in BI. In
questo caso diciamo che le due sezioni (A t, A2) e (BI, B2) sono
essenzialmente diverse e che i numeri corrispondenti et e � sono
anch' essi diversi tra loro; in particolare diremo che et è maggiore di �,
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONALI 73

che � è minore di ex, in simboli ex > �, � < ex. Si osservi che, se ex e � sono
entrambi razionali, questa definizione coincide interamente con
quella data sopra. Gli altri casi possibili sono: 4. in BI c'è uno e un
solo numero bi = ai. non contenuto in A l; allora le due sezioni (A h
A 2) e (BI, B2) non SQno essenzialmente diverse e sono determinate dal
medesimo numero razionale ex = ai. = bi = �. 5. Se invece in BI ci
sono almeno due numeri diversi non contenuti in A h allora
� > ex, ex < �.
A vendo così esaurito tutti i casi possibili, ne segue che, dati due
numeri diversi, uno è necessariamente maggiore e l'altro minore,
cioè sono contemplate due possibilità. Un terzo caso è impossibile.
Del resto, questo era già implicito nella scelta del comparativo
('maggiore' e 'minore') per indicare le relazioni tra ex e �� ma soltanto
adesso, a posteriori, questa scelta risulta giustificata. E proprio in
ricerche come questa che occorre la massima cautela per non cadere,
anche con la migliore buona fede, nell'errore di operare dei trasferi­
menti illegittimi da un dominio all'altro adottando prematuramente
espressioni mutuate da altre nozioni già sviluppate.
Ritornando ora al caso ex > �, è evidente che se il numero minore �
è razionale esso appartiene alla classe A l; difatti, poiché A l contiene
un numero ai = b2 che appartiene a B2 , �, sia esso il numero
massimo di BI o il minimo di B2 , è certamente s ai e quindi
contenuto in A l . Analogamente, da ex > � segue che se il numero
maggiore ex è razionale appartiene certamente alla classe B2 , dato che
ex � ai . Da queste due considerazioni si ottiene il seguente risultato:
se una sezione (A h A 2) è determinata dal numero ex, allora ogni
numero razionale appartiene alla classe A l o alla classe A 2 a seconda
che sia minore o maggiore di ex; se ex stesso è razionale appartiene
all'una o all'altra classe.
Da qui, infine, si ottiene ancora il seguente risultato: se ex > �,
esistono in A l infiniti numeri non contenuti in BI, diversi da ex e da �;
tali razionali c sono tutti < ex, perché appartengono ad A h e > �,
perché appartengono a B2 .

§ 5. La continuità del dominio dei numeri reali

In base alle distinzioni -specificate sopra, il sistema � di tutti i


numeri reali costituisce un dominio ben ordinato a una dimensione;
con questo vogliamo dire soltanto che valgono le seguenti leggi:
74 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

I. Se ex > � e � > "'(, anche ex > "'(. Diremo in tal caso che il numero
� giace tra ex e "'(.
II. Se ex e "'( sono numeri diversi, allora esistono infiniti numeri
che giacciono tra ex e "'(.
III. Dato un numero ex tutti i numeri del sistema 9t si
ripartiscono in due classi �I e �2 , contenenti ciascuna infiniti
individui; la prima classe �l comprende tutti i numeri exl < ex, la
seconda classe �2 comprende tutti i numeri ex2 > ex; il numero ex stesso
può essere assegnato a piacere alla prima o alla seconda classe; esso
sarà allora, rispettivamente, il numero massim� dt;lla prima classe o il
numero minimo della seconda. In ogni caso la suddivisione del
sistema 9t nelle due classi �t, �2 è tale che ogni numero della prima
classe �I è minore di ogni numero della seconda classe �2 ; diremo
che la suddivisione è determinata dal numero ex.
Per essere breve, e per non stancare il lettore, ometto la
dimostrazione dei teoremi, che seguono immediatamente dalle
definizioni del paragrafo precedente.
Oltre a queste tre proprietà, il dominio 9t possiede anche la
continuità, vale cioè il teorema seguente:.
IV. Se il sistema 9t di tutti i numeri reali si suddivide in due
classi �t, �2 tali che ogni numero exl della classe �l è minore di ogni
numero ex2 dalla classe �2 , allora esiste uno e un solo numero ex dal
quale questa suddivisione è determinata.
Dimostrazione. Con la suddivisione, o sezione, di 9t in �I e �2 è
data al tempo stesso una sezione (A I , A 2) del sistema R di tutti i
numeri razionali, definita così: A I contiene tutti i numeri razionali
della classe �I e A 2 tutti i rimanenti, cioè tutti i numeri razionali di
�2 . Sia ex quel ben determinato numero che determina la sezione (A l,
A 2). Sia � un numero qualsiasi diverso da ex; allora esistono infiniti
numeri razionali c che giacciono tra ex e �. Se � < ex, allora c < ex,
quindi c appartiene alla classe A I, e di conseguenza anche alla classe
�l; ma dato che � < c, anche � appartiene alla classe �l perché ogni
numero di �2 è maggiore di ogni numero c di �I . Se invece � > ex,
allora c > ex, quindi c appartiene alla classe A 2 e di conseguenza anche
alla classe �2 ; ma dato che � > c, anche � appartiene alla classe �2 ,
perché ogni numeri di �l è minore di ogni numero c di �2 . Pertanto
ogni numero � diverso da ex appartiene alla classe �l o alla classe �2 ,
a seconda che � < ex o � > ex; quindi ex stesso è il numero massimo di �I
o il numero minimo di �2 , cioè ex è un numero, ed evidentemente
l'unico, che determina la suddivisione di 9t nelle classi �t, �2 , come
volevasi dimostrare.
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONALI 75

§ 6. Il calcolo con i numeri reali

Per ricondurre qualsiasi calcolo con due numeri reali ex e � ai


calcoli con numeri razionali basta definire, a partire dalle sezioni
(A h A 2) e (BI, B2) determinate nel sistema R dai numeri ex e �, la
sezione (CI, C2) corrispondente al risultato "( del calcolo. Mi limito
qui a trattare l'esempio più semplice, quello dell'addizione.
Sia c un numero razionale qualsiasi. Assegniamo c alla classe Cl
se esistono un numero al in A l e un numero bi in BI tali che la loro
somma al + bi � c; tutti gli altri numeri razionali c li assegniamo alla
classe C2 . Questa partizione di tutti i numeri razionali nelle due
classi CI, C2 è evidentemente una sezione, essendo ogni numero Cl di
Cl minore di ogni numero C2 di C2 . Se ex e � sono entrambi razionali,
allora ogni numero Cl di Cl è s ex + �, perché al S ex e bi S �, e quindi
al + bi S ex + �; inoltre se C2 contenesse un numero C2 < ex + �, allora
ex + � C2 +p, dove p è un numero razionale positivo, quindi si
=

avrebbe 1 1
C2 (ex - - p) + (� - - p),
=

2 2
che sarebbe in contraddizione con la definizione del numero C2 , dato
che ex - 1/2 P appartiene ad A l e � - 112 P a BI. Di conseguenza nel
caso in cui ex e � siano numeri razionali, la sezione (CI, C2) è
determinata dalla somma ex + �. Pertanto se per somma ex + � di due
numeri reali qualsiasi ex e � intendiamo sempre quel numero "( che
determina la sezione (CI, C2) non contravveniamo alle definizioni
che valgono nell'aritmetica dei numeri razionali. Se poi uno soltanto
dei due numeri, per esempio ex, è razionale, si mostra facilmente che
assegnare ex ad A l o ad A 2 non ha alcun effetto sulla somma
"( = ex + �.
Analogamente all'addizione si possono definire tutte le altre
operazioni della cosiddetta aritmetica elementare, e cioè la forma­
zione di differenze, prodotti, quozienti, potenze, radici, logaritmi, e
in questo modo si ottengono vere e proprie dimostrazioni di teoremi
(per esempio ..fi . Y3 '16) che, a quanto mi consta, finora non sono
=

mai stati dimostrati. L'eccessiva lunghezza che si può temere nella


definizione di operazioni più complicate in parte dipende dalla
natura stessa dell'oggetto, ma in gran parte si può eliminare. Sotto
questo aspetto è molto utile il concetto di intervallo, cioè di un
sistema A di numeri razionali caratterizzato dalla proprietà seguente:
se a e a ' sono due numeri del sistema A tutti i numeri razionali che
giacciono tra a e a ' sono contenuti in A . Il sistema R di tutti i numeri
76 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

razionali è un intervallo, come pure sono intervalli le due classi di


ogni sezione. Se esistono un"numero razionale al e un numero razio­
nale a2 rispettivamente minore e maggiore di ogni numero dell'in­
tervallo A, A è detto intervallo finito; in tal caso evidentemente esi­
stono infiniti numeri che hanno la stessa proprietà di al e infiniti che
hanno la proprietà di a2 ; tutto il sistema R si scompone allora in tre
parti A I , A, A 2 , e restano completamente determinati due numeri
razionali o irrazionali <Xl e <X2 che si possono chiamare rispettiva­
mente il confine inferiore (minore) e il confine superiore (maggiore)
dell'intervallo A ; il confine inferiore <Xl è determinato dalla sezione
che ha come prima classe il sistema A I, e il confine superiore <X2 è de­
terminato dalla sezione che ha come seconda classe A 2 . Di qualsiasi
numero <X razionale o irrazionale che giace tra <Xl e <X2 si dice che giace
all'interno dell'intervallo A . Se tutti i numeri di un intervallo A sono
contenuti in un intervallo B si dice che A è una parte di B.
Ancor più lungo potrà apparire il compito di estendere a numeri
reali qualsiasi gli innumerevoli teoremi dell'aritmetica dei numeri
razionali (per esempio, il teorema (a + b) c = ac+ bc). Ma le cose non
stanno così; è facile convincersi, infatti, che tutto si riduce a
dimostrare che le operazioni aritmetiche stesse sono in un certo
senso continue. Esprimerò sotto forma di un teorema generale ciò
che intendo dire:
« Se il numero À è il risultato di un calcolo eseguito coi numeri <x ,
�, r ... , e se À giace all'interno dell'intervallo L, allora è possibile
determinare degli intervalli A , B, c. .. , contenenti rispettivamente <x,
�, r ... , tali che, se nel calcolo si sostituiscono <x , �, r ... con numeri
qualsiasi appartenenti agli intervalli A , B, c. .. , il risultato sarà sempre
un numero all'interno dell'intervallo L ». Qui l'orrenda pesantezza
che affligge l'enunciato del teorema ci persuade che bisogna far
qualcosa per venire in aiuto del linguaggio; e il modo migliore per
farlo è introdurre i concetti di grandezza variabile, di funzione e di
limite; anzi la cosa più opportuna sarebbe di definire in base a questi
concetti le operazioni aritmetiche semplici, ma di questo non ci
occuperemo ulteriormente.

§ 7. Analisi infinitesimale

Per finire ci resta da illuminare il nesso che lega le considerazioni


fin qui svolte a determinati teoremi fondamentali dell'analisi infini­
tesi male.
CONTINUITÀ E NUMERI IRRAZIONAU 77

Si dice che una grandezza variabile x che assume successivamente


determinati valori numerici tende a un determinato limite <x, se nel
corso della sua variazione x giace sempre tra qualsiasi coppia di
numeri tra cui giace <x, o, in altri termini, se la differenza x <X in
-

valore assoluto scende sempre al di sotto di qualsiasi valore dato


diverso da zero.
Uno dei teoremi più importanti è questo: se una grandezza
variabile x cresce sempre ma non illimitatamente, essa tende a un
limite.
Lo dimostro nel modo seguente. Per ipotesi, esiste un numero, e
quindi infiniti numeri <X2 tali che x rimane sempre < <X2 ; indico con
�2 il sistema di tutti questi numeri <X2 e con �I il sistema di tutti i
numeri <Xl rimanenti; ogni numero <Xl ha la proprietà che col variare
di x, x diventa sempre � <XI, quindi ogni numero <Xl è minore di ogni
numero <X2 ; dunque esiste un numero <X che è o il numero massimo di
�l o il numero minimo di �2 (§ 5, IV). li primo caso, però, è da
escludere, perché x non cessa mai di crescere, quindi <X è il numero
minimo di �2 . Pertanto qualsiasi numero <Xl si prenda, col crescere di
x si avrà sempre <Xl < X < <x, cioè x tende al limite <x.
Questo teorema è equivalente al principio di continuità, cioè
perde la sua validità non appena si ometta anche un solo numero
reale dal dominio m; o, in altri termini, se vale questo teorema allora
vale anche il teorema IV del § 5.
Un altro teorema equivalente ad esso che si trova applicato molto
spesso è il seguente: « Se x è una grandezza variabile e per ogni
grandezza positiva 8 esiste un momento a partire dal quale le
variazioni di x sono sempre minori di 8, allora x tende a un limite ».
Quest'inversione di un teorema facilmente dimostrabile (per cui
ogni grandezza variabile che tende a un limite finisce sempre per
avere valori di variazione minori di qualsiasi grandezza positiva data
a piacere) può essere dedotta sia dal teorema precedente, sia diretta­
mente dal principio di continuità. Qui seguirò la seconda via. Sia 8
una grandezza positiva qualsiasi (cioè 8 > O), allora, per ipotesi, da un
certo momento in poi le variazioni di x saranno minori di 8, cioè se x
al momento considerato ha valore a, in seguito si avrà sempre x > a - 8
e x < a + 8. Lasciamo da parte, per ora, l'ipotesi vera e propria su x, e
consideriamo solo la conseguenza appena dimostrata, che cioè tutti i
valori successivi di x giacciono tra due dati valori finiti. In base ad
essa determiniamo una duplice partizione di tutti i numeri reali.
Assegniamo al sistema �2 un numero <X2 (per esempio a + 8) se col
variare di x, da un certo momento in poi si ha x :5 <X2 ; al sistema �l
78 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

assegniamo tutti i numeri non contenuti in �h; sia CXI uno di tali
numeri, allora, per quanto si faccia variare x , resterà sempre un
numero infinito di valori tali che X > CXI . Siccome ogni numero CXI è
minore di ogni numero CX2 , esiste un numero cx ben determinato che
determina la sezione (�lt, �h) del sistema 9t e che chiamiamo limite
superiore della variabile x . Sempre basandoci sull'andamento di x si
può definire una seconda sezione (� .. �2) del sistema 9t assegnando a
�I un numero �I (per esempio a - 8), se col variare di x, da un certo
momento in poi si ha x > �I; tutti i numeri rimanenti �2 , che
assegniamo a �2 , godono della proprietà che x non risulterà mai � �2
e quindi rimangono sempre infiniti valori tali che x < �2 ; il numero �
determinato da tale sezione lo chiamiamo il limite inferiore della
variabile x . È evidente che i numeri cx e � sono entrambi caratterizzati
anche dalla proprietà seguente: se t è una grandezza positiva piccola a
piacere, allora da un certo momento in poi si avrà sempre x < cx + t e
x > � - t, ma x non diventerà mai definitivamente < cx - t né > � + t.
Ora, due casi sono possibili. Se cx è diverso da �, allora necessaria­
mente cx > �, perché si ha sempre CX2 � �I; la variabile x oscilla e, per
quanto si porti avanti il processo, subisce sempre variazioni di
ampiezza superiore ad (cx - �) - 2t, dove t indica una grandezza
positiva piccola a piacere. Ma questa conclusione contraddice l'ipo­
tesi originaria su x ; quindi rimane soltanto il secondo caso cx = �, e
siccome si è già dimostrato che, per piccola che sia la grandezza t, da
un certo momento in poi x sarà definitivamente < cx + t e > � - t,
segue che x tende al limite cx, come dovevasi dimostrare.
Saranno sufficienti questi esempi per mostrare la connessione che
sussiste tra il principio di continuità e l'analisi infinitesimale.
Che cosa sono
e a che cosa servono i numeri?

A mia sorella
JULIE
e a mio fratello
AOOLF
Dottore in Legge
Consigliere di Corte d'Appello a Braunschweig
con affetto

Prefazione alla prima edizione

Nella scienza non si deve credere senza dimostrazione a ciò che è


dimostrabile. A dispetto della sua ovvietà, mi sembra che questo
requisito non sia stato soddisfatto, anche tenendo conto dei lavori
più recenti 6, nemmeno nei fondamenti della scienza più semplice e
cioè di quella parte della logica che tratta della teoria dei numeri. Già
il fatto che io parli dell'aritmetica (algebra, analisi) solo come di una
parte della logica mostra che considero il concetto di numero del

6 Fra i lavori a me noti cito il pregevole Lehrbuch der Arithmetik und Algebra di
E. Schroder ([Teubner,] Lipsia 1 873), in cui si trova anche una bibliografia, e le
ricerche di Kronecker [« Uber den Zahlbegriff» (1 886), in Werke, voI. 3 1 , Teubner,
Lipsia 1 899, pp. 249-274] e di Helmholtz [" Zahlen und Messen, erkenntnisstheoreti­
sch betrachtet », in Wissenschaftliche A bhandlungen, lA. Barth, Lipsia 1882-1 895, voI.
3°, pp. 356-391] sul concetto di numero e sul computo e la misura (nella raccolta di
saggi filosofici in onore di E. Zeller, [Fues' Verlag,] Lipsia, 1887). La pubblicazione di
questi lavori mi ha spinto a render noto il mio punto di vista, che, sebbene per molti
aspetti simile al loro, ha una fondazione essenzialmente diversa. Queste idee sono
sorte in me già da molti anni, senza alcuna influenza da qualsiasi parte.
80 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

tutto indipendente dalle rappresentazioni o intuizioni dello spazio e


del tempo, e che lo ritengo piuttosto un' emanazione diretta delle
pure leggi del pensiero. Alla domanda formulata nel titolo di questo
scritto io rispondo fondamentalmente così: i numeri sono libere
creazioni dello spirito umano, e servono per cogliere più facilmente e
più precisamente la diversità delle cose. Con la costruzione pura­
mente logica della scienza dei numeri, e con il dominio numerico
continuo così acquisito, siamo per la prima volta in condizione di
studiare correttamente le nostre rappresentazioni dello spazio e del
tempo ponendole in rapporto col dominio numerico creato nel
nostro spirito 7 . Se osserviamo attentamente cosa facciamo quando
contiamo un insieme o una quantità determinata di cose siamo
condotti a considerare una capacità dello spirito senza la quale è
impossibile ogni pensiero, la capacità di mettere in rapporto cose con
cose, di far corrispondere una cosa a un'altra ovvero di rappresentare
una cosa mediante un'altra cosa. Secondo me, come ho già anticipato
altrove 8 , è su questo unico e peraltro assolutamente necessario
fondamento che deve essere costruita tutta la scienza dei numeri. Già
prima che fosse pubblicato il mio lavoro sulla continuità avevo in
progetto una tale presentazione, ma solo dopo allora, e con molte
interruzioni, causate dalle crescenti incombenze professionali e da
altri lavori necessari, ho abbozzato su pochi fogli nel periodo
1 872-1878 una prima stesura di cui parecchi matematici hanno preso
visione, discutendone parzialmente con me il contenuto. Essa recava
lo stesso titolo e conteneva, in sostanza, se pur non perfettamente
òrdinate, tutte le idee fondamentali del presente scritto, che qui sono
solo esposte più accuratamente. Tali idee sono: la distinzione precisa
del finito dall'infinito (64), la nozione di quantità numerica di oggetti
( 161 ) , la dimostrazione che il noto metodo dimostrativo che va sotto
il nome di induzione completa (o inferenza da n a n + 1) è davvero
conclusivo (59, 60, 80), e che anche la definizione per induzione (o
per ricursione) è determinata e coerente (126).
Chiunque possegga il così detto buon senso può comprendere
questo scritto; esso non richiede affatto particolari cognizioni mate­
matiche o filosofiche. Ma so benissimo che più di un lettore avrà
difficoltà a riconoscere nelle figure indistinte che gli propongo quei

7 Cfr. il § 3 del mio scritto Stetigkeit und irrationale Zahlen (Braunschweig,


1 872) n pp. 63-78 D

8 P.G. Lejeune Dirichlet, Vorlesungen uber Zablentheorie, terza edizione, [Vie­


·weg & Sohn, Braunschweig] 1 879, § 163, nota a p. 470.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 81

numeri che lo hanno accompagnato per tutta la vita come amici


fedeli e familiari; egli sarà spaventato dalla lunga serie di inferenze
semplici corrispondente alla natura graduale della nostra compren­
sione, dalla lucida dissezione dei ragionamenti sui quali poggiano le
leggi dei numeri e mal sopporterà di dover seguire delle dimostra­
zioni di verità che alla sua presunta intuizione interna appaiono certe
ed evidenti. Invece, proprio nella possibilità di ricondurre quelle
verità ad altre più semplici, indipendentemente dalla lunghezza e
dalla apparente artificiosità della serie di inferenze, io vedo una
dimostrazione convincente del fatto che il possesso o la persuasione
delle verità in questione non sono mai stati dati immediatamente
tramite l'intuizione interna, ma sono acquisiti sempre attraverso una
ripetizione più o meno completa delle singole inferenze. lo parago­
nerei questa attività del pensiero, difficile a seguirsi per la rapidità
con cui si svolge, con quella di buon lettore mentre legge: anche
questa lettura consiste sempre in una ripetizione più o meno
completa dei singoli passi che il principiante compie sillabando a
fatica. Però al lettore esperto basta una parte molto piccola di questi
passi, e di conseguenza uno sforzo intellettuale minimo, per poter
riconoscere correttamente una parola, sia pure con una probabilità
molto alta; è noto infatti che anche al correttore più esperto capita a
volte di lasciarsi sfuggire un errore di stampa, cioè di leggere
erroneamente, il che sarebbe impossibile se fosse ripetuta integral­
mente tutta la catena di processi mentali corrispondenti alla sillaba­
zione. Cosl, a partire dalla nascita, sempre più siamo indotti a
mettere costantemente in rapporto oggetti con oggetti, cioè a
esercitare quella facoltà dello spirito su cui si basa anche la creazione
dei numeri. Grazie a questo esercizio cosl precoce e costante,
sebbene involontario, e alla relativa formazione di giudizi e di serie
di inferenze, noi acquisiamo una ricca messe di verità propriamente
aritmetiche alle quali i nosti primi maestri fanno in seguito appello
come a qualcosa di semplice, evidente e dato nell'intuizione interna,
e cosl avviene che alcuni concetti in realtà molto complessi (per
esempio, quello di quantità numerica di oggetti) vengono a torto
ritenuti semplici. In questo senso, che ben si esprime nella parafrasi
di un celebre aforisma: &e.ì o &v9p<ù1toc; &pL9ILTj't(�tL 9 , mi auguro che le
pagine seguenti vengano benevolmente accolte come un tentativo di

[9 L'opinione che Plutarco (Conv. disp. , VIII, 2) attribuisce a Platone è che 'tòv
9tòv IÌti ytwl-lnpttv.].
82 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

erigere la scienza dei numeri sopra una base unica, e che esse
stimolino altri matematici a ridurre le lunghe serie di inferenze a
dimensioni più modeste ed eleganti.
Coerentemente con lo scopo del presente lavoro mi limito qui a
considerare la serie dei cosÌ detti numeri naturali.
L'estensione graduale del concetto di numero, cioè la creazione
dello zero, dei numeri negativi, di quelli frazionari, degli irrazionali e
dei complessi, va poi effettuata basandosi sempre sui concetti
precedentemente stabiliti e senza far intervenire rappresentazioni
estranee (ad esempio quella di grandezza misurabile) alle quali,
secondo la mia concezione, soltanto la scienza dei numeri ha dato per
la prima volta un significato chiaro e preciso. Un esempio di questo
processo l'ho dato, per il caso specifico dei numeri irrazionali, nel
mio precedente scritto sulla continuità (1872); come ho già detto in
quel lavoro (§ 3) è possibile trattare le altre estensioni in modo del
tutto analogo, e mi riservo di dedicare a quest'argomento una tratta­
zione sistematica IO . Questa stessa concezione fa apparire come una
cosa evidente che ogni teorema di algebra e di analisi superiore, per
quanto remoto, si può esprimere come un teorema sui numeri
naturali, un'asserzione che ho potuto udire più volte dalla viva voce
di Dirichlet. lo però non considero affatto un' opera meritoria - e
anche Dirichlet era ben lontano dal farlo - intraprendere effettiva­
mente una tale faticosa opera di trasposizione e non voler ammettere
e usare altro che i numeri naturali. Al contrario, i progressi più
grandi e fecondi nella matematica e nelle altre scienze sono dovuti
prevalentemente alla creazione e all'introduzione di nuovi concetti,
rese necessarie dalla frequente ricomparsa di fenomeni complessi,
difficilmente dominabili per mezzo dei vecchi concetti. Proprio su
questo argomento verteva la mia dissertazione per la libera docenza
alla facoltà di filosofia di Gottingen, nell'estate del 1854, e le sintesi in
essa contenute ebbero anche l'approvazione di Gauss. Ma non è
questo il luogo per parlarne più diffusamente.
Invece colgo qui l'occasione per fare ancora alcune osservazioni
relative al mio precedente lavoro, citato sopra, sulla continuità e i
numeri irrazionali. La teoria dei numeri irrazionali che vi è esposta
fu ideata da me nell'autunno del 1 858; essa si fonda su un fenomeno
che si produce nel dominio dei numeri razionali (§ 4), al quale ho

[ IO Promessa mai mantenuta. Per trovare esecuzione questo programma dovrà


aspettare le Grundlagen der A nalysis di E. Landau del 1929 (Leipzig, Akademische
Verlagsgesellschaft, 1930).]
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 83

dato il nome di 'sezione' e che per primo ho studiato in modo


completo, e culmina nella dimostrazione della continuità del nuovo
dominio dei numeri reali (§ VI). Questa teoria mi sembra più
semplice, direi quasi più tranquilla di quelle sviluppate da Weier­
strass e da G. Cantor, che sono diverse sia tra loro che dalla mia, ma
anch'esse perfettamente rigorose. In seguito è stata accolta, senza
sostanziali modifiche, da U. Dini nei suoi Fondamenti per la teorica
delle funzioni di variabili reali ([Nistri,] Pisa, 1878); ma il fatto che in
quella presentazione il mio nome sia citato non quando si parla del
fenomeno puramente aritmetico della sezione, ma proprio nella
parte in cui si tratta dell'esistenza di una grandezza misurabile
corrispondente alla sezione, potrebbe facilmente indurre a credere
che la mia teoria poggi sulla concezione di tali grandezze. Nulla
potrebbe essere meno esatto; anzi nel § 3 del mio scritto ho addotto
diverse ragioni per cui rifiuto assolutamente l'intervento di gran­
dezze misurabili; e in special modo verso la fine, quanto parlo
dell'esistenza delle grandezze misurabili, ho osservato che, per
un'ampia porzione della scienza dello spazio, la continuità delle
figure non costituisce affatto un'assunzione necessaria, a parte il fatto
che nelle opere di geometria essa viene soltanto menzionata, ma mai
definita chiaramente, e quindi neppure sfruttata nelle dimostrazioni.
Per chiarire questo punto si consideri l'esempio seguente. Scegliamo
tre punti A, B, C qualsiasi non allineati, con la sola restrizione che i
rapporti tra le distanze AB, A C, BC siano numeri algebrici I l, e
consideriamo come esistenti nello spazio soltanto quei punti M tali
che i rapporti di AM, BM e CM con AB siano anch'essi numeri
algebrici. Si vede facilmente che lo spazio costituito di questi punti M
è ovunque discontinuo; ma nonostante la discontinuità e l'esistenza
di lacune, per quanto io posso vedere, tutte le costruzioni che
compaiono negli Elementi di Euclide sono perfettamente eseguibili
qui come nello spazio continuo; quindi nella scienza di Euclide non
ci si accorgerebbe neppure della discontinuità dello spazio. A chi mi
obiettasse che noi non possiamo concepire lo spazio altrimenti che
continuo risponderei che la cosa mi sembra dubbia, e gli farei notare
che, solo per poter percepire chiaramente l'essenza della continuità e
per comprendere che oltre i rapporti razionali e algebrici tra
grandezze se ne possono concepire anche di irrazionali e di trascen­
denti, occorre già una formazione scientifica molto avanzata e

1 \ P.G. Lejeune Dirichlet, op. cit., § 159 della seconda edizione, § 160 della
terza.
84 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sottile. Tanto più mi appare meraviglioso che l'uomo, senza alcuna


rappresentazione delle grandezze misurabili, possa pervenire alla
creazione del dominio puro e continuo dei numeri attraverso un
sistema finito di semplici atti di pensiero; e, secondo me, questo è il
vero modo in cui egli riesce a rendere chiara la rappresentazione
dello spazio continuo.
La medesima teoria dei numeri irrazionali, basata sul fenomeno
della sezione, è presentata anche nella Introduction à la théorie des
fonctions d'une variable di J. Tannery ([Hermann,] Parigi, 1 886). Se
ho capito bene un passo della prefazione a quest'opera, l'autore ha
concepito la sua teoria autonomamente, cioè in un' epoca in cui gli
erano sconosciuti non solo il mio scritto ma anche i Fondamenti del
Dini citati nella detta prefazione. Questa coincidenza mi sembra
dimostri felicemente che la mia concezione corrisponde alla natura
stessa dell'oggetto, il che è stato riconosciuto anche da altri matema­
tici, per esempio da M. Pasch nella sua Einleitung in die Differential -
und Integralrechnung ([Teubner,] Lipsia 1883). Non sono del tutto
d'accordo con Tannery, però, quando definisce questa teoria come lo
sviluppo di un'idea di J. Bertrand contenuta nel suo Traité d'arithme­
tique [Hachette, Parigi 1 849] e che consiste nel definire un numero
irrazionale specificando tutti i numeri razionali che sono minori e
tutti quelli che sono maggiori del numero da definire. Rispetto a
questo giudizio, ripetuto (a quanto pare, senza un esame più
accurato) da O. Stolz nella prefazione alla seconda parte delle sue
Vorlesungen uber allgemeine Arithmetik ([Teubner,] Lipsia, 1 886), mi
permetto perciò di osservare quanto segue. La convinzione che un
numero irrazionale di fatto si possa considerare completamente
determinato in base alla specificazione sopra descritta era di sicuro
comunemente diffusa, anche prima di Bertrand, tra tutti i matema­
tici che si sono occupati del concetto dell'irrazionale; chiunque si
trovi a calcolare una radice irrazionale di un' equazione ha in mente
per l'appunto quella modalità di determinazione; e se si concepisce il
numero irrazionale come rapporto tra grandezze misurabili, come
esclusivamente fa Bertrand nella sua opera (ho davanti a me l'ottava
edizione, del 1885), allora quel modo di determinazione è già
enunciato con la massima chiarezza nella celebre definizione dell'e­
guaglianza dei rapporti stabilita da Euclide (Elementi, V. 5). Questa
antica concezione è indubbiamente l'origine della mia teoria, come
pure di quella di Bertrand e di molti altri tentativi più o meno riusciti
di fondare l'introduzione dei numeri irrazionali nell'aritmetica. Fin
qui saremmo interamente d'accordo con Tannery, se però un esame
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 85

effettivo non rivelasse subito che la teoria di Bertrand, in cui non è


mai menzionato il fenomeno della sezione nel suo aspetto pura­
mente logico, non somiglia affatto alla mia nella misura in cui essa
ricorre fin dal principio all'esistenza di una grandezza misurabile, ciò
che io evito assolutamente per le ragioni sopradette. A parte questo
mi sembra comunque che la presentazione di Bertrand contenga
alcune lacune sostanziali nelle definizioni e dimostrazioni seguenti
basate su quell'ipotesi di esistenza, al punto che, anche di fronte a
quest'opera, per altri versi eccellente, ritengo ancora corretta l'affer­
mazione fatta nel (§ 6) del mio scritto, quando ancora non cono­
scevo il lavoro di Bertrand, che il teorema V2 . V3 = V6 non era mai
stato dimostrato rigorosamente.
Harzburg, 5 ottobre 1887. R. DEDEK.IND

Prefazione alla seconda edizione


Dopo la pubblicazione il presente scritto ha sùbito ricevuto,
oltre a giudizi favorevoli, anche alcuni sfavorevoli; gli sono stati
rimproverati persino errori gravi. Non sono riuscito a convincermi
della correttezza di quelle obiezioni e quindi, essendo da poco tempo
esaurito, esso viene ristampato qui immutato. Dato che qui non ho il
tempo di difenderlo pubblicamente, mi limito ad aggiungere alla
prima prefazione le seguenti osservazioni.
La proprietà che ho usato come definizione dei sistemi infiniti
(64) era già stata formulata, prima che il mio lavoro uscisse, da
G. Cantor (« Ein Beitrag zur Mannigfaltigkeitslehre », Journal de
Crelle, voI. 84, 1878) 1 2 e anche da Bolzano {Paradoxien des Unendli­
chen § 20, 1851) 13. Ma nessuno dei due ha cercato di assumere questa
proprietà come definizione dell'infinito, e, basandosi su di essa, di
costruire in modo puramente logico la scienza dei numeri; e invece è
proprio questo il contenuto del mio faticoso lavoro, un lavoro che
sostanzialmente era già finito molti anni prima che uscisse la
memoria di G. Cantor, in un'epoca in cui, non solo il lavoro, ma
persino il nome di Bolzano mi era del tutto sconosciuto. Per chi sia
interessato alle difficoltà di una tale ricerca e sia in grado di capirle,
faccio osservare che si può stabilire una definizione del finito e
dell'infinto completamente diversa, che sembra anche più semplice

[ 1 2 In Gesammelte A bhandlungen, Springer, Berlin 1932, pp. 1 19-133.]


[13 Trad. it. I paradossi dell'infinito, Silva, Milano 1965 e Feltrinelli, Milano 1965.]
86 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

dato che essa non presuppone nemmeno il concetto di similitudine


di una rappresentazione (26), e cioè:
« Un sistema S si dice finito se è possibile rappresentarlo in se
stesso (36) in modo tale che nessuna parte propria (6) di S sia
rappresentata in se stessa; nel caso contrario S si dice un sistema
infinito ».
Ora cerchiamo di costruire l'edificio su questa nuova base! Ci
imbatteremo presto contro grandi difficoltà, e io credo di poter
affermare che persino la dimostrazione della perfetta equivalenza di
questa definizione con la precedente è possibile (e a quel punto anche
facile) soltanto se si considera già sviluppata la serie dei numeri
naturali e inoltre si utilizza l'osservazione finale in (13 1); eppure di
queste ultime non si parla né nell'una né nell'altra definizione! Di qui
si può vedere quanta strada deve percorrere il pensiero per arrivare a
una tale trasformazione di una definizione.
Circa un anno dopo la pubblicazione del mio scritto sono venuto
a conoscenza delle Grundlagen der Aritmetik di G. Frege 14 , pubbli­
cate già nel 1884. Per quanto la concezione del numero su cui si basa
quest'opera differisca dalla mia, tuttavia, a partire dal § 79, vi sono
dei punti di contatto molt � stretti col mio scritto, in particolare con
la mia definizione (44). E vero che non è facile riconoscere le
coincidenze, perché il modo di esprimersi è molto diverso; ma la
precisione con la quale l'autore parla dell'inferenza da n a n + 1 (p. 93
in basso) 15 mostra chiaramente che qui egli si muove sul mio stesso
terreno.
Frattanto (1890-1891) sono apparse quasi interamente le Vorle·
sungen itber die Algebra der Logik di E. Schroder l6• Non mi è
possibile qui soffermarmi sull'importanza di questo lavoro estrema­
mente stimolante, al quale va tutto il mio riconoscimento; piuttosto
vorrei scusarmi se, malgrado le osservazioni contenute nella prima
parte, a p. 253, ho mantenuto le mie un po' scomode notazioni (8) e
(17); esse non pretendono di essere adottate da tutti, ma vogliono
soltanto servire allo scopo del presente scritto aritmetico, al quale, a
mio parere, sono più adatte che non i segni di somma e di prodotto.
Harzburg, 24 agosto 1 893. R. DEDEKIND

[ 14 Trad. it. l fondamenti dell'aritmetica, in G. Frege, Logica e aritmetica, a cura


di C. Mangione, Boringhieri, Torino 1965.]
[1 5 P. 321 dell'edizione italiana.]
[16 Teubner, Lipsia 1 890 (voI. 1) e 1 891 (voI. 2, pt. 1).]
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 87

Prefazione alla terza edizione


Quando, circa otto anni fa, mi è stato chiesto di rimpiazzare la
seconda edizione del mio scritto, ormai esaurita, con una terza
edizione, esitavo ad acconsentire, perché nel frattempo erano sorti
dei dubbi sulla fondatezza di alcuni punti basilari della mia conce­
zione. Riconosco che oggi questi dubbi hanno ancora il loro valore e
che sono in parte giustificati. Ma la mia fiducia nell'armonia interna
della nostra logica non ne è scossa; io credo che un'indagine rigorosa
della capacità del nosto spirito di creare, a partire da determinati
elementi, una nuova entità determinata, il loro sistema, necessaria­
mente diversa da ciascuno di questi elementi, arriverà certamente a
rendere i fondamenti del mio scritto immuni da ogni obiezione.
Tuttavia altri impegni mi impediscono di condurre a termine una
ricerca così difficile, e perciò chiedo scusa se questo scritto viene pub­
blicato per la terza volta immutato, con Ia sola giustificazione che
esso desta ancora interesse, come appare dalle persistenti richieste.
Braunschweig, 30 settembre 191 1 . R. DEDEKIND

§ 1 . Sistemi di elementi

1. Nel seguito intendo per cosa ogni oggetto del nostro pensiero.
Per parlare delle cose è comodo designarle per mezzo di segni, per
esempio lettere, e consentire di parlare brevemente della cosa a, o
semplicemente di a, quando in realtà si vuole intendere la cosa
designata con a, e non certo la lettera a stessa. Una cosa è
completamente determinata da tutto ciò che di essa può essere detto
e pensato. La cosa a è la stessa di b (identica a b) e b è la stessa di a, se
tutto ciò che può essere pensato di a può essere pensato anche di b, e
viceversa. Con il segno a = b, così come col segno b=a, si indica che a
e b sono soltanto segni o nomi di una medesima cosa. Se inoltre b = c,
e dunque c è anch' esso, come a, un segno per la cosa designata con b,
allora anche a = c. Se codesta coincidenza della cosa designata con a
con quella designata con b non sussiste, allora le cose a e b si dicono
diverse, a è un'altra cosa rispetto a b, b è un'altra cosa rispetto ad a;
c'è almeno una proprietà che conviene all'una e non all'altra.
2. Capita molto spesso che cose diverse a, b, c... , considerate per
un motivo qualsiasi da un medesimo punto di vista, vengano
mentalmente collegate; si dice allora che esse formano una sistema S;
88 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

le cose a, b, c... sono chiamate elementi del sistema S, ed esse sono


contenute in S; inversamente S consiste di questi elementi. Un tale
sistema (o complesso, molteplicità, totalità) S, essendo un oggetto del
nostro pensiero, è a sua volta una cosa; esso è completamente
determinato quando sia determinato, per ogni cosa, se esso è o no un
elemento di S 17 . Il sistema S perciò è lo stesso del sistema T, in
simboli S = T, se ogni elemento di S è -anche elemento di T e se ogni
elemento di T è anche elemento di S. Per uniformità di espressione
conviene anche ammettere il caso particolare di un sistema S che
consiste di un unico (uno e un solo) elemento a, il caso cioè in cui la
cosa a è elemento di S, ma ogni cosa diversa da a non è elemento di S.
Per contro vogliamo qui per certe ragioni escludere completamente
il sistema vuoto, che non contiene nessun elemento, anche se per
_

altre ricerche può essere comodo immaginare un tale sistema.


3. Definizione. Un sistema A è chiamato parte di un sistema S,
quando ogni elemento di A è anche elemento di S. Siccome nel
seguito si parlerà continuamente di questa relazione tra un sistema A
e un sistema S, per brevità la esprimiamo col simbolo A 3 S. Per
chiarezza e semplicità eviterò del tutto il segno inverso S f A, che
potrebbe esprimere lo stesso fatto, ma, in mancanza di una parola
più adatta dirò talora che S è intero di a, intendendo con ciò che tra
gli elementi di S si trovano tutti gli elementi di A . Poiché inoltre, per
2, ogni elemento s di un sistema S può essere concepito esso stesso
come un sistema, possiamo usare anche in questo caso la notazione
s 3 S.
4. Teorema. In base a 3, A 3 A .
5. Teorema. Se A 3 B e B 3 A , allora A = B.
La dimostrazione segue da 3 e 2.
6. Definizione. Un sistema A si dice parte propria di S, quando A
è una parte di S, ma è diverso da S. Allora, per 5, S non è parte di A ,
ossia (3) esiste UQ elemento di S che non è elemento di A .

1 7 I n che modo questa determinazione sia stabilita e se noi conosciamo un


mezzo per deciderla, questo è un fatto del tutto indifferente per quel che segue; le
leggi generali che vogliamo sviluppare non dipendono affatto da quel fatto, ma
valgono in ogni circostanza. Faccio espressamente menzione di questo punto perché
recentemente (nel voI. 99 del Joumal fur Mathematik, pp. 334-36 [in Werke, voI. 3 1 ,
Teubner, Leipzig 1 899, pp. 1 55-156D Kronecker ha cercato di imporre alla libera
formazione di concetti in matematica certe limitazioni che io non posso riconoscere;
ma mi sembra che ci sarà occasione di andare più a fondo solo dopo che l'esimio
matematico avrà manifestato le ragioni che egli adduce per la necessità, o per lo meno
l'utilità, di quelle limitazioni.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 89

7. Teorema. Se A 3 B e B 3 C, ciò che esprimiamo brevemente


con A 3 B 3 C, allora A 3 C, e se A è parte propria di B o B è parte
propria di C, A è certamente parte propria di C.
La dimostrazione segue da 3 e 6.
8. Definizione. Per sistema composto dai sistemi A, B, c. .. ,
intendiamo quel sistema, che indicheremo con ID1 (A, B, c. .. ) , i cui
elementi sono determinati dalla regola seguente: una cosa è un
elemento di ID1 (A , B, c..�) se e solo è elemento di uno dei sistemi A ,
B, c. .. , cioè è elemento d i A , o di B, o di c. .. Ammettiamo anche il
caso in cui c'è un solo sistema A; allora, evidentemente, ID1(A) = A .
Osserviamo inoltre che i l sistema ID1 (A , B, c. .. ) composto da A , B,
c... va accuratamente distinto dal sistema i cui elementi sono i
sistemi A , B, c. .. stessi.
9. Teorema. I sistemi A , B, c. .. sono parti di ID1 (A, B, c. .. ).
La dimostrazione segue da 8 e 3.
10. Teorema. Se A , B, c. .. sono parti di un sistema S, allora ID1 (A ,
B, c. .. ) 3 S.
La dimostrazione segue da 8 e 3.
1 1 . Teorema. Se P è parte di uno dei sistemi A , B, c. .. , allora
p 3 ID1 (A , B, c. .. ).
La dimostrazione segue da 9 e 7.
12. Teorema. Se ciascuno dei sistemi P, Q.. . è parte di uno dei
sistemi A, B, c. .. , allora ID1 (P, Q... ) 3 ID1 (A , B, c. .. ) .
La dimostrazione segue da 1 1 e 10.
13. Teorema. Se A è composto da alcuni tra i sistemi P, Q ... ,
allora A 3 ID1 (P, Q... ).
Dimostrazione: Infatti ogni elemento di A è, per 8, elemento di
uno dei sistemi P, Q... e di conseguenza, per 8, è anche elemento di
ID1 (P, Q... ) da cui, per 3, segue il teorema.
14. Teorema. Se ciascuno dei sistemi A, B, c. .. è composto da
alcuni tra i sistemi P, Q... , allora ID1 (A , B, c. .. ) 3 ID1 (P, Q... ).
La dimostrazione segue da 13 e 10.
15. Teorema. Se ciascuno dei sistemi P, Q... è parte di uno dei
sistemi A, B, c. .. e se ciascuno di questi ultimi è composto da alcuni
tra i primi, allora ID1 (P, Q... ) = ID1 (A , B, c. .. ).
La dimostrazione segue da 12, 14 e 5.
16. Teorema. Se A = ID1 (P, Q) e B ID1 (Q, R), allora ID1 (A , R)
=

= ID1 (P, B).


Dimostrazione. Infatti, per il teorema 15 precedente, si ha sia
ID1 (A , R) = ID1 (P, Q, R) sia ID1 (P, B) = ID1 (P, Q, R).
17. Definizione. Una cosa è chiamata elemento comune dei
90 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sistemi A , B, c. .. , se è contenuta in ciascuno di questi sistemi (quindi


in A e in B e in C... ) . Analogamente un sistema T è chiamato una
parte comune di A, B, C... se T è parte di ciascuno di questi sistemi, e
per comunione dei sistemi A, B, C... intendiamo il sistema ben
determinato ® (A , B, Cj che consiste di tutti gli elementi comuni di
A, B, C... e pertanto costituisce anch'esso una parte comune di quei
sistemi. Anche qui ammettiamo il caso che ci sia un solo sistema A ;
allora si h a ®(A) = A . M a può darsi che i sistemi A, B, C... n0t;t ah�
biano nessun elemento comune, e quindi neppure una parte comune
e neppure una comunione; in tal caso son chiamati sistemi senza par­
te comune e il segno ® (A , B, C... ) non ha significato (confronta la
conclusione di 2). Tuttavia, nei teoremi sulla comunione lasceremo
quasi sempre al lettore di formulare la condizione di esistenza e di
trovare il vero significato di questi teoremi anche per il caso della
non esistenza.
18. Teorema. Ogni parte comune di A, B, C... è parte di ® (A , B,
C... ).
La dimostrazione segue da 17.
19. Teorema. Ogni parte di ® (A , B, C... ) è parte comune di A, B,
C...
La dimostrazione segue da 17 e 7.
20. Teorema. Se ciascuno dei sistemi A, B, C... è intero (3) di uno
dei sistemi P, Q... , allora
® (P, Q... ) 3 ® (A , B, C... ).
Dimostrazione. Infatti, ogni elemento di ® (P, Q ... ) è elemento
comune di P, Q... e quindi è anche elemento comune di A, B, C. . . ,
c.v.d.

§ 2. Rappresentazione di un sistema

2 1 . Definizione 1 8 . Per una rappresentazione [Abbildung] di un


sistema S s'intende una legge in base alla quale a ogni determinato
elemento s di S appartiene una determinata cosa, che si chiama
l'immagine [Bild] di s e si designa con cp(s); diremo anche che cp(s)
corrisponde all'elemento s, che cp(s) risulta, o è generato, da s mediante
la rappresentazione cp, che s è trasformato in cp(s) dalla rappresenta-

18
Cfr. P.G. Lejeune Dirichlet, op. cit. , terza edizione, § 163.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 91

zione cp. S e T è una parte qualsiasi di S, allora l a rappresentazione cp di


S contiene al tempo stesso una rappresentazione determinata di T,
che noi per semplicità indicheremo con lo stesso segno cp, cioè la
rappresentazione che a ogni elemento t del sistema T fa corrispon­
dere la stessa immagine cp( t) che t possiede come elemento di S;
chiameremo immagine di T anche il sistema che consiste di tutte le
immagini cp(t), e lo indicheremo con cp( 7) ; con ciò resta definito
anche il significato di cp(S). Si può considerare come esempio di una
rappresentazione di un sistema già l'assegnazione di segni o nomi
determinati ai suoi elementi. La rappresentazione più semplice di un
sistema è quella che trasforma ogni suo elemento in se stesso: essa
sarà chiamata la rappresentazione identica del sistema. Per comodità
nei teoremi 22, 23, 24 seguenti, relativi a una rappresentazione
qualunque cp di un sistema qualsiasi S, indicheremo le immagini di
elementi s e di parti T rispettivamente con s ' e T ' ; inoltre
converremo che le lettere latine minuscole e maiuscole senza apice
indichino sempre, rispettivamente, elementi e parti del sistema S.
22. Teorema 1 9 . Se A 3 B, allora A ' 3 B ' .
Dimostrazione. Infatti, ogni elemento di A ' è l'immagine di un
elemento contenuto in A, quindi anche in B, perciò è elemento di B ' ,
c.v.d.
23. Teorema. L'immagine di m (A , B, c .. ) è m (A ' , B ' , C' ... ) .
Dimostrazione. Se indichiamo con M il sistema m (A , B, c . . ) che,
per lO, è anch'esso parte di S, allora ogni elemento della sua
immagine M' è l'immagine m ' di un elemento m di M; siccome, per
8, m è anche elemento di uno dei sistemi A, B, C .. m ' è elemento di
uno dei sistemi A ' , B ' , C' ... , e quindi, per 8, è anche elemento di
m (A ' , B ' , C' ... ) ; dunque, per 3,
M' 3 m (A ' , B ' , C' . ) .
. .

D'altra parte essendo, per 9, A , B, C .. parti di M, A " B ' , C' ... sono
parti di M' (per 22); quindi, per lO,
m (A ' , B ' , C' ... ) 3 M' ,
da cui insieme alla formula precedente segue, per 5, il teorema da
dimostrare
m (A ' , B ' , C' ... ) M' .
=

24. Teorema 20 • L'immagine di ogni parte comune di A, B, C . , e .

quindi anche della comunione ® (A , B, C . . ) , è parte di ® (A ' , B ' ,


C' ... ) .

19 Cfr. teorema 27.


20 Cfr. teorema 29.
92 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Dimostrazione. Difatti, per 22, essa è parte comune di A ' , B ' ,


C' . . . , da cui, per 18, segue il teorema.
25. Definizione e teorema. Se ep è una rappresentazione del
sistema S e � è una rappresentazione dell'immagine S ' = ep(S), da esse
risulta sempre una rappresentazione 9 di S composta 2 1 da ep e �, cioè la
rappresentazione che a ogni elemento s di S fa corrispondere
l'immagine
9(s) = �(s ' ) = �(ep(s» ,
dove si pone di nuovo ep(s) =s ' . Questa rappresentazione 9 si può
indicare brevemente col simbolo �.ep o �ep, e l'immagine 9(s) si può
indicare con �ep(s), stando però ben attenti alla posizione dei segni ep,
�, perché in generale il simbolo ep� è privo di significato, e d è dotato
di senso solo quando �(S ' ) 3 S. Ora, se X indica una rappresentazio­
ne del sistema �(S ' ) = �ep(S) ed 1) la rappresentazione x� del sistema
S ' composta da � e x, allora x9(s) = x�(s ' ) = 1)(s ' ), dunque, per ogni
elemento s di S, le rappresentazioni composte x9 e 1)ep coincidono,
cioè x9 = 1)ep. Dato il significato di 9 e 1) si può anche esprimere questo
teorema con
x . �ep = X� ep,

e si può indicare brevemente questa rappresentazione composta da ep,


�, X con x�ep·

§ 3 . Similitudine di una rappresentazione.


Sistemi simili

26. Definizione. Una rappresentazione ep di un sistema S si dice


simile (o distinta) quando a elementi diversi a, b del sistema S
corrispondono sempre immagini diverse a ' = ep(a), b ' = ep(b). Sic­
come in questo caso da s ' = t ' segue sempre inversamente s = t, ogni
elemento del sistema S ' = ep(S) è l'immagine s ' di un solo elemento s
completamente determinato del sistema S. Si può porre perciò,
accanto alla rappresentazione ep di S, una rappresentazione inversa
del sistema S ' , che indicheremo con �, la quale fa corrispondere a ogni
elemento s ' di S l'immagine �(s ' ) = s; anch'essa evidentemente è
simile. È chiaro che �(S ' ) = S, che ep è la rappresentazione inversa di � ,
e che la rappresentazione �ep composta da ep e � (per 25) è la

2 1 Non è certo da temere che si possa confondere la composizione delle


rappresentazioni con quella dei sistemi di elementi (8).
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVOrw I NUMERI? 93

rappresentazione identica di S (2 1). Contemporaneamente si hanno


le seguenti aggiunte al § 2 (conservando le notazioni ivi adoperate).
27. Teorema22• Se A I 3 B ' , allora A 3 B.
Dimostrazione. Difatti se a è un elemento di A , a I è un elemento
di A I e quindi anche di B ' , cioè a I = b ' , dove b è un elemento di B;
ma da a ' = b ' segue sempre a = b, pertanto ogni elemento a di A è
anche elemento di B, c. v.d.
28. Teorema. Se A I = B ' , allora A = B.
La dimostrazione segue da 27, 4 e 5.
29. Teorema23• Se G = ® (A , B, C... ) allora G' = ® (A I , B ' , C' . )...

Dimostrazione. Ogni elemento di ® (A I , B ' , C' ... ) è sempre


contenuto in S ' , quindi è l'immagine g ' di un elemento g contenuto
in S; ma essendo g ' elemento comune di A I , B ' , C' ... , allora, per 27,
g deve essere elemento comune di A, B, C... , e quindi anche elemento
di G; pertanto ogni elemento di ® (A I , B ' , C' .. ) è l'immagine di un
.

elemento g di G, e quindi è elemento di G ' , cioè ® (A I , B ' , C' ... )


3 G ' , da cui, tenendo conto di 24 e 5, segue il nostro teorema.
30. Teorema. La rappresentazione identica di un sistema è
sempre una rappresentazione simile.
3 1 . Teorema. Se cp è una rappresentazone simile di S e cjI è una
rappresentazione simile di cp(S), allora è simile anche la rappresenta­
zione cjIcp di S compos.!.a_da cp e cjI, e la rappresentazione inversa
corrispondente cjIcp è = cp cjI.
Dimostrazione. Infatti a elementi diversi a, b, di S corrispondono
immagini a ' = cp(a), b ' = cp(b) diverse e a queste corrispondono di
nuovo immagini cjI(a ' ) = cjIcp(a), cjI(b ' ) = cjIcp(b) diverse, quindi cjIcp è
una rappresentazione simile. Inoltr� ogni elemento cjIcp(s) = cjI(S ' ) del
sistema cjIcp(S) si trasforma m�diante cjI in s ' = cp(s), il quale mediante �
si trasforma in S; dunque � cjI trasforma cjIcp(s) in s, c.v.d.
32. Definizione. I sistemi R, S si dicono simili se esiste una
rappresentazione simile cp di S tale che cp(S) = R, e dunque anche
�(R) = S. Evidentemente, per 30, ogni sistema è simile a se stesso.
33. Teorema. Se R, S sono sistemi simili, allora ogni sistema Q
simile a R è anche simile a S.
Dimostrazione. Infatti se cp e cjI sono rappresentazioni simili di S e
R tali che cp(S) =R e cjI(R) = Q, allora, per 3 1 , cjIcp è una rappresenta­
zione simile di S tale che cjIcp(S) = Q , c.v.d.
34. Definizione. Tutti i sistemi si possono dunque ripartire in

22 Cfr. teorema 22.


23 Cfr. teorema 24.
94 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

classi raccogliendo in una classe determinata tutti e soli i sistemi Q, R,


S. .. , simili a un dato sistema R, detto il rappresentante della classe. Per
il precedente teorema 33, la classe non muta qualora si scelga come
rappresentante un qualsiasi altro sistema appartenente ad essa.
35. Teorema. Se R, S sono sistemi simili, allora ogni parte di S è
simile a una parte di R e ogni parte propria di S è simile a una parte
propria di R.
Dimostrazione. Infatti, se !p è una rappresentazione simile di S,
cp(S) = R e T3 S, allora, per 22, il sistema !p(T) simile a T è parte
di R; se poi T è parte propria di S e s è un elemento di S non
contenuto in T, allora l'elemento !p(s) di R non può, per 27, essere
contenuto in !p(1), quindi !p ( 1) è parte propria di R, c.v.d.

§ 4. Rappresentazione di un sistema in se stesso

36. Definizione. Sia !p una rappresentazione, simile o no, di un


sistema S, e sia !p(S) parte di un sistema l, diremo allora che cp è una
rappresentazione di S in l e che S viene rappresentato in l mediante
cp. Pertanto, quando !p(S) 3 S chiamiamo !p una rappresentazione di S
in se stesso, e in questo paragrafo vogliamo studiare le leggi generali di
una rappresentazione del genere. Ci serviremo delle stesse notazioni
del § 2, ponendo ancora cp(s) s ' , cp(T) T' . Qui queste immagini
= =

s ' e T' sono, in base a 22 e 7, esse stesse a loro volta elementi e parti
di S, e lo stesso vale per tutte le cose designate con lettere latine.
37. Definizione. Chiamiamo K una catena 24 , se K' 3 K. Faccia­
mo osservare espressamente che alla parte K del sistema S l'attributo
di catena non compete in assoluto, ma le viene assegnato solo in
rapporto con quella rappresentazione !p; rispetto a un'altra rappre­
sentazione del sistema S in se stesso, K può benissimo non essere una
catena.
38. Teorema. S è una catena.
39. Teorema. L'immagine K' di una catena K è una catena.
Dimostrazione. Difatti da K' 3 K segue, per 22, (K' ) ' 3 K' c.v.d.
40. Teorema. Se A è parte di una catena K, allora anche A ' 3 K.
Dimostrazione. Da A 3 K segue (per 22) A ' 3 K' e essendo (per
37) K' 3 K, si ha (per 7) A ' 3 K, c.v.d.

[24 In tedesco: Kette, da cui l'uso della lettera K.]


CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 95

4 1 . Teorema. Se l'immagine A ' è parte di una catena L, allora


esiste una catena K che soddisfa le condizioni A 3 K, K' 3 L; e pre­
cisamente m (A , L) è una tale catena K.
Dimostrazione. Infatti, se si pone K m (A , L), allora, per 9, è
=

soddisfatta la condizione A 3 K. Inoltre, dato che, per 23, K' =

m (A ' , L ' ) e per ipotesi A ' 3 L e L ' 3 L, allora, per lO, è soddisfat­
ta anche la condizione K' 3 Lj ne segue che essendo, per 9, L 3 K,
anche K' 3 K cioè K è una catena, c.v.d.
42. Teorema. Un sistema M composto di sole catene A, B, c. .. è
una catena.
Dimostrazione. Dato che (per 23 ) M' = m (A ' , B ' , C' ... ) e per
ipotesi A ' 3 A, B ' 3 B, C' 3 C, ... , segue (per 12) M' 3 M, c.v.d.
43. Teorema. La comunione G di sole catene A, B, C . . è una
catena.
Dimostrazione. Essendo G, per 17, parte comune di A, B, C .. G '
è, per 22, parte comune di A ' , B ' , C ' ... , e inoltre, per ipotesi,
A ' 3 A, B ' 3 B, C' 3 c. .. , dunque (per 7) anche G ' è parte co­
mune di A, B, C . . , e quindi, per 18, parte di G, c.v.d.
44. Definizione. Sia A una parte di S; con Ao indichiamo la
comunione di tutte le catene (come S, p. es.) delle quali A è parte.
Tale comunione Ao esiste (cfr. 17) , perche A stesso è già parte
comune di tutte queste catene. Dato che, per 43, Ao è una catena,
chiameremo Ao la catena del sistema A o, brevemente, la catena di A .
Anche questa definizione s i riferisce strettamente alla rappresenta­
zione fondamentale data ql del sistema S in se stesso, e se, per ragioni
di chiarezza, si renderà necessario, preferiamo usare la notazione
qlo(A) invece di Ao; similmente designeremo con wo(A) la catena A
corrispondente a un' altra rappresentazione w. Per questo importan­
tissimo concetto valgono i teoremi seguenti.
45. Teorema. A 3 Ao.
Dimostrazione. Essendo A parte comune di tutte quelle catene la
cui comunione è Ao, segue, per 18, il teorema.
46. Teorema. (Ao) '3 Ao.
Dimostrazione. Infatti, per 44, Ao è una catena ( 37) .
47. Teorema. Se A è parte di una catena K, allora Ao 3 K.
Dimostrazione. Infatti, Ao è la comunione, e quindi anche una
parte comune, di tutte le catene K di cui A è una parte.
48. Osservazione. Si vede facilmente che il concetto della catena
Ao, definito in 44, è completamente caratterizzato dai teoremi 45, 46,
47 precedenti.
49. Teorema. A ' 3 (Ao) ' .
96 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

La dimostrazione segue da 45, 22.


50. Teorema. A '3 Ao.
La dimostrazione segue da 49, 46, 7.
5 1 . Teorema. Se A è una catena, Ao=A.
Dimostrazione. Essendo A parte della catena A , per 47, Ao 3 A ,
d a cui, i n base a 45, 5, segue i l teorema.
5 2. Teorema. Se B 3 A , B 3 Ao.
La dimostrazione segue da 45, 7.
53. Teorema. Se B 3 Ao allora Bo 3 Ao, e viceversa.
Dimostrazione. Essendo Ao una catena, per 47 da B 3 Ao segue
Bo 3 Ao; inversamente, se Bo 3 Ao, allora per 7, segue B 3 Ao, es­
sendo, per 45, B 3 Bo.
54. Teorema. Se B 3 A , Bo 3 Ao.
La dimostrazione segue da 52; 53.
55. Teorema. Se B 3 Ao, allora B' 3 Ao.
Dimostrazione. Per 53, Bo 3 Ao e, dato che, per 50, B' 3 Bo, se­
gue, per 7, il teorema. Lo stesso risulta facilmente anche da 22, 46, 7,
ovvero da 40.
56. Teorema. Se B 3 Ao, (Bo) ' 3 (A o) , .
La dimostrazione segue da 53, 22.
57. Teorema e definizione. (Ao) ' = (A ' ) 0' cioè l'immagine della
catena di A è al tempo stesso la catena dell'immagine di A . Si può per­
ciò designare questo sistema semplicemente con A� e chiamarlo
indifferentemente la catena dell'immagine o l'immagine della catena
di A . Adoperando le notazioni più precise introdotte in 44, si può
esprimere questo teorema cosÌ: cp (CPo(A)) = CPo (cp(A)).
Dimostrazione. Si ponga per brevità (A ' ) 0 = L. L è una catena
(44) e, per 45, A ' 3 L, dunque, per 41, esiste una catena K che soddi­
sfa le condizioni A 3 K, K' 3 L; ne segue, per 47, Ao 3 K, e quindi
(A o) 3 K ' , da cui, per 7, anche (Ao) ' 3 L, ossia
,

(A o) , 3 (A ' )0
Inoltre per 49, A ' 3 (Ao) ' e, per 44 e 3 9 , (Ao) ' è una catena, e quindi,
per 47,
(A ' )0 3 (A o) , ,
da cui, insieme al risultato precedente, segue (5) il teorema.
58. Teorema. Ao = IDl (A , A�), cioè la catena di A è composta da
A e dalla catena dell'immagine di A .
Dimostrazione. S i ponga ancora, per brevità,
'
L = A� = (Ao) ' = (A )0 e K = IDl (A , L)
allora, per 45, A ' 3 L ed essendo L una catena, per 41, anche K lo è;
essendo poi, per 9, A 3 K, per 47, anche
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 97

A0 3 K
D'altra parte, siccome, per 45 A 3 Ao e, per 46, L 3 Ao, allora,
per 10, anche
K 3 Ao
da cui, insieme al risultato precedente, segue ( 5) il teorema.
59. Teorema di induzione completa. Per dimostrare che la catena
Ao è parte di un qualsivoglia sistema :E (sia esso parte di S o no), basta
mostrare
p. che A 3 :E, e
a. che l'immagine di ogni elemento comune di Ao e :E è anch'essa

elemento di :E.
Dimostrazione. Se è vero p, allora, per 45, esiste sempre la
comunione G ® (Ao, :E) e, per 18, A 3 G; essendo inoltre, per 17,
=

G 3 Ao,
G è anche parte del nostro sistema S che cp rappresenta in se stesso, e,
per 55, si ha subito G' 3 Ao. Ora se è vero anche a, cioè se G' 3 :E,
allora G' è parte comune dei sistemi Ao, :E e come tale, per 18, deve
essere parte della loro comunione G; quindi G è una catena (37), ed
essendo, come si è già osservato, A 3 G, si ha anche, per 47,
A0 3 G,
da cui, insieme al risultato precedente, segue G Ao e quindi, per
=

17, anche Ao 3 :E, c.v.d.


60. Il teorema precedente costituisce, come si vedrà in seguito, il
fondamento scientifico del metodo di dimostrazione noto sotto il
nome di induzione completa (inferenza da n a n + 1 ) , e può anche
essere espresso nei termini seguenti: per dimostrare che tutti gli
elementi della catena Ao possiedono una certa proprietà � (o che un
teorema @) che si riferisce a una cosa n indeterminata vale effettiva­
mente per tutti gli elementi n della catena Ao) , basta mostrare
p. che tutti gli elementi a del sistema A possiedono la proprietà �
.
(ovvero che @) vale per tutti gli a) e
a. che l'immagine n ' di ogni elemento di Ao che possiede la

proprietà � possiede anch'essa la proprietà � (ovvero che il teorema


@) , se vale per un elemento n di Ao, vale certamente anche per la sua
immagine n ' ).
Infatti, se si indica con :E il sistema di tutte le cose che possiedono
la proprietà � (ovvero per le quali vale il teorema @» , è immediata la
completa coincidenza della presente formulazione del teorema con
quella adottata in 59.
6 1 . Teorema. La catena di 9Jl (A , B, C... ) è 9Jl (A o, Bo, Co ... ) .
Dimostrazione. Indichiamo con M il primo e con K il secondo
98 SCRIITI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sistema. Per 42, K è una catena. Ora siccome, per 45, ciascuno dei
sistemi A, B, C... è parte di uno dei sistemi AD, Bo, Co... , per 12 M 3 K
e quindi, per 47,
M0 3 K
D'altra parte, essendo, per 9, ciascuno dei sistemi A , B, C. . . parte del
sistema M, e anche, per 45, 7, parte della catena Mo, anche ciascuno
dei sistemi Ao. Bo. Co, ... deve essere, per 47, parte di Mo, quindi,
per 10,
K 3 Mo,
da cui, insieme al risultato precedente, segue (5) il teorema in
questione MD = K.
62. Teorema. La catena di @ (A , B, C...) è parte di @ (AD, Bo,
Co ... ) .
Dimostrazione. Indichiamo con G il primo e con K il secondo
sistema. Per 43 K è una catena. Ora, essendo, per 45, ciascuno dei
sistemi AD, Bo, Co... intero di uno dei sistemi A, B, C. . . , si ha (per 20)
G 3 K, da cui, con 47, segue il teorema in questione Go 3 K.
63. Teorema. Se K' 3 L 3 K, per cui K è una catena, allora an­
che L è una catena. Sia L una parte propria di K e sia U il sistema di
tutti gli elementi di K non contenuti in L; sia inoltre Uo parte propria
di K e V il sistema di tutti gli elementi di K non contenuti in Uo, al­
lora K = ID1 ( Uo, V), L = ID1 (U� , V). Se infine L = K', allora V3 V' .
Lasciamo al lettore la dimostrazione di questo teorema, di cui
(come pure dei due teoremi precedenti) in seguito non faremo uso.

§ 5. Il finito e l'infinito
64. Definizione 25 • Un sistema S si dice infinito se è simile a una
sua parte propria (32); nel caso contrario S si dice un sistema finito.
65. Teorema. Ogni sistema che consiste di un unico elemento è
finito.
Dimostrazione. Infatti un tale sistema non possiede alcuna parte
propria (2, 6).
66. Teorema. Esistono sistemi infiniti.
25 Se si vuole evitare l'uso del concetto di sistemi simili (32) bisogna dire: S è
infinito se esiste una parte propria di S (6) in cui S può essere rappresentato
distintamente (in modo simile). La definizione dell'infinito, che costituisce il
nocciolo di tutta la mia ricerca, l'ho comunicata in questa forma a G. Cantor nel
settembre 1 882 n v. p. 144 D e molti anni prima a Schwarz e Weber. Tutti gli altri
tentativi a me noti di distinguere l'infinito dal finito mi sembrano cosi poco felici che
credo di potermi esimere dal criticarli.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 99

Dimostrazione 26 • Il mondo dei miei pensieri, cioè la totalità S di


tutte le cose che possono essere oggetto del mio pensiero è infinito.
Difatti, se s indica un elemento di S, il pensiero s ' che s può essere
oggetto del mio pensiero è esso stesso un elemento di S. Se si consi­
dera s ' come immagine cp(s) dell' elemento s, allora la rappresenta­
zione cp di S determinata in tal modo ha la proprietà che l'immagine
S ' è parte di S; anzi, S ' è parte propria di S, dato che in S vi sono
elementi (p. es. il mio proprio lo) diversi da ogni pensiero s ' del ge­
nere, e quindi non contenuti in S ' . Infine è chiaro che se a, b sono
elementi diversi di S anche le immagini a ' , b ' saranno diverse, cioè cp
è una rappresentazione distinta (simile) (26). Dunque S è infinito,
c.v.d.
67. Teorema. Se R, S sono sistemi simili, allora R è finito oppure
infinito, a seconda che S sia finito oppure infinito.
Dimostrazione. Se S è infinito, e quindi simile a una sua parte pro­
pria S ' , e S e R sono simili, allora S ' , per 33, è simile a R, e al tempo
stesso, per 35, è simile a una parte propria di R la quale dunque, per
33, è simile a R; quindi R è infinito, c.v.d.
68. Teorema. Ogni sistema S che possiede una parte T infinita è
infinito.
Dimostrazione. Essendo T infinito esiste una rappresentazione si­
mile c!t di T tale che c!t( 1) è una parte propria di T. Ora, se T3 S, me­
diante un'estensione della rappresentazione c!t si può ottenere una
rappresentazione di S, ponendo, per un qualsiasi elemento s di S, cp(s)
= c!t(s) oppure cp(s) s, a seconda che s sia o no un elemento di T. Que­
=

sta rappresentazione cp è simile. Infatti, siano a, b due elementi diversi


di S; se sono entrambi contenuti in T le immagini cp(a) c!t(a), cp(b) = =

c!t(b) sono diverse, dato che c!t è una rappresentazione simile; se poi a è
contenuto in T e b non è contenuto in T, allora cp(a) c!t(a) è diverso
=

da cp(b) b, dato che c!t(a) è un elemento di T; se infine né a né b sono


=

contenuti in T si ha ancora cp(a) = a diverso da cp(b) b, come richie­


=

sto. Essendo poi c!t(1) parte di T, e quindi, per 7, anche di S, è chiaro


che si ha anche cp(S) 3 S. Infine, siccome c!t(1) è parte propria di T, esi­
ste un elemento t di T, e quindi anche di S, che non è contenuto in
c!t(1) = cp( 1); siccome l'immagine cp(s) di ogni elemento s non contenu­
to in T è s stesso e quindi è diversa da t, t non può assolutamente essere
contenuto in CP(S); pertanto cp(S) è parte propria di S e S è infinito. c.v.d.

26 Una considerazione analoga si trova nel § 3 dei Paradoxien des Unendlichen,


di B. Bolzano (Leipzig, 1851) [trad. it. I parados,; dell'infinito, Silva, Milano 1965 e
Feltrinelli, Milano 1965].
100 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

69. Teorema. Ogni sistema simile a una parte di un sistema finito


è esso stesso finito.
La dimostrazione segue da 67, 68.
70. Teorema. Se a è un elemento di S e se il complesso T di tutti
gli elementi di S diversi da a è finito, allora anche S è finito.
Dimostrazione. Dobbiamo mostrare (per 64) che, se cp è una
qualsivoglia rappresentazione simile di S in se stesso, l'immagine
cp(S) , o S ' , non è mai una parte propria di S, ma è sempre = S. Evi­
dentemente S = ID? (a, 1) e quindi (continuando a denotare le imma­
gini con l'apice), per 23, S ' = ID? (a ' , T' ), e dato che cp è una rappre­
sentazione simile, a ' non è contenuto in T' (26). Inoltre, essendo per
ipotesi, S ' 3 S, a ' e ogni elemento di T' deve essere o = a o conte­
nuto in T. Considerando prima il caso che a non sia contenuto in T' ,
si dovrà avere T' 3 T e quindi T = T' , dato che cp è una rappresen­
tazione simile e T è un sistema finito; e siccome a ' , come abbiamo
notato, non è contenuto in T' , e quindi neanche in T, deve essere
a =a ' , e per conseguenza in questo caso si ha effettivamente S = S ' ,
come si è affermato. Al contrario, se a è contenuto in T' , e pertanto è
l'immagine b ' di un elemento b di T, designiamo con U il complesso
di tutti gli elementi u di t diversi da b; allora T = ID? (b, U) e (per 15)
S = ID? (a, b, U) e quindi S' = ID? (a ', a, U'). Determiniamo ora una
nuova rappresentazione <\I di T ponendo <\I(b) = a ' , e in generale <\I(u)
= u ' , per cui (23) si ha <\1(1) = ID? (a ' , U'). Evidentemente <\I è una
rappresentazione simile, dato che lo era cp e, non essendo a contenuto
in U, anche a ' non è contenuto in U. Inoltre siccome a e ogni ele­
mento u è diverso da b, anche a ' e ogni elemento u ' è (per la simili­
tudine di cp) diverso da a e quindi contenuto in T; pertanto <\1(1) 3 T
e, poiché T è finito, deve essere <\I (7) = T, ossia ID? (a ' , U') = T. Ma
da ciò segue (per 15)
ID? (a ' , a, U' ) = ID? (a 7),
cioè (vedi sopra) S' = S. Quindi anche in questo secondo caso il
teorema è dimostrato.

§ 6. Sistemi semplicemente infiniti


Serie dei numeri naturali

7 1 . Definizione. Un sistema N si dice semplicemente infinito, se


esiste una rappresentazione simile cp di N in se stesso tale che N risulti
la catena (44) di un elemento non contenuto in cp(N). Chiamiamo
questo elemento, che nel seguito indichiamo col simbolo 1, l'eleo
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMEIlI? 101

mento fondamentale di N, e diciamo che il sistema semplicemente


infinito N è ordinato dalla rappresentazione cp. Conservando le
notazioni precedenti (§ 4) delle immagini e delle catene, possiamo
dire che l'essenza di un sistema N semplicemente infinito è caratte­
rizzata dall'esistenza di una rappresentazione cp di N, e di un
elemento 1 che soddisfa le condizioni Ot , �, r , 8 seguenti:
Ot. N' 3 N.

�. N = 10'
r. L'elemento 1 non è contenuto in N' .
8. La rappresentazione cp è simile.
Da Ot , �, r, 8 segue evidentemente che ogni sistema N semplice­
mente infinito è di fatto un sistema infinito (64), perché simile a una
sua parte propria N' .
72. Teorema. In ogni sistema infinito S è contenuto come parte
un sistema N semplicemente infinito.
Dimostrazione. Per 64 esiste una rappresentazione simile di S tale
che cp(S) , ovvero S ' , risulti parte propria di S; esiste quindi un
elemento 1 in S che non è contenuto in S ' . La catena N = 10
corrispondente alla rappresentazione cp del sistema S in se stesso (44) è
un sistema semplicemente infinito, ordinato da cp; infatti, tutte le
condizioni caratteristiche Ot, �, r, 8 espresse in 71 sono chiaramente
soddisfatte.
73. Definizione. Se in un sistema N semplicemente infinito e
ordinato da una rappresentazione cp si prescinde interamente dalla
particolare natura dei suoi elementi, tenendo ferma soltanto la loro
distinguibilità, e si considerano esclusivamente le relazioni recipro­
che determinate dalla rappresentazione ordinante cp, allora questi
elementi sono detti numeri naturali o numeri ordinali o senz' altro
numeri, e l'elemento fondamentale 1 è chiamato il numero fonda.
mentale della serie numerica N. In considerazione di quest'atto di
eliminare dagli elementi ogni altro contenuto (astrazione), i numeri
si possono giustamente chiamare una libera creazione dello spirito
umano. L'oggetto immediato della scienza dei numeri o aritmetica è
costituito dalle relazioni o dalle leggi che si derivano unicamente
dalle condizioni Ot, �, r, 8 in 71, e che perciò sono sempre le stesse in
tutti i sistemi ordinati semplicemente infiniti, quali che siano i nomi
con cui sono indicati i singoli elementi (cfr_ 134). Dai concetti gene­
rali e dai teoremi del § 4 sulla rappresentazione di un sistema in se
stesso ricaviamo immediatamente i teoremi fondamentali seguenti,
dove continuiamo a indicare con a, b... , m, n, ... elementi di N, cioè
numeri, con A, B, C, . .. parti di N e con a I , b ' , ... , m I , n I , , A I , B ' ,
•••
1 02 SCRITrI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

C ' , ... le rispettive immagini determinate dalla rappresentazione or­


dinante cp, anch'esse, a loro volta, elementi o parti di N; l'immagine
n ' di un numero n sarà anche chiamata il numero successivo a n.
74. Teorema. Ogni numero n è contenuto, per 45, nella sua
catena no e la relazione n 3 ma è, per 53, equivalente a no 3 ma.
75. Teorema. In base a 57, n� = (no) ' = (n ' )o.
76. Teorema. In base a 46, n� 3 no.
77. Teorema. In base a 58, no = ID1 (n, n�).
78. Teorema. N = ID1 (1, N'), e quindi ogni numero diverso dal
numero fondamentale 1 è elemento di N' , cioè è l'immagine di un
numero.
La dimostrazione segue da 77 e 71.
79. Teorema. N è l'unica catena numerica che contenga il
numero fondamentale 1 .
Dimostrazione. Difatti s e 1 è elemento di una catena numerica K,
allora, per 47, la catena N di 1 è parte di K, dunque N = K, dato che
naturalmente K 3 N.
80. Teorema d'induzione completa (inferenza da n a n ' ). Per
dimostrare che un teorema vale per tutti i numeri n di una catena mo,
basta mostrare
p. che vale per n = m e
G. che dalla validità del teorema per un numero n della catena ma

segue sempre la sua validità per il numero successivo n ' .


Ciò risulta immediatamente dai teoremi più generali 59 o 60. Più
frequentemente si presenterà il caso in cui m = 1, per cui ma è tutta la
serie numerica N.

§ 7. Numeri magglOrI e mmOrI

8 1 . Teorema. Ogni numero n è diverso dal numero n ' successivo


ad esso.
Dimostrazione per induzione completa (80) . Infatti,
p. il teorema è vero per il numero n = 1 , perché tale numero non
è contenuto in N' (71 ) , mentre il numero successivo 1 ' , che è
l'immagine del numero 1 contenuto in N, è un elemento di N' .
G. Se il teorema è vero per un numero n, e se poniamo il nume­

ro successivo n ' =p, allora n è diverso da p, da cui, con 26 e la si­


militudine (71 ) della rappresentazione ordinante cp, segue che n ' ,
ossia p, è diverso da p ' . Pertanto il teorema vale anche per il numero
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 103

p successivo a n, c.v.d.
82. Teorema. Nell'immagine n� della catena di un numero n non
. è contenuto il numero n stesso, bensì, per 74, 75, la sua immagine n I .
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti
p. il teorema è vero per n = 1, perché 1� = N' e, per 7 1 il numero
fondamentale 1 non è contenuto in N' .
o. Se il teorema è vero per un numero n e poniamo di nuovo n I

= p, allora n non è contenuto in po, quindi è diverso da ogni numero


q contenuto in po, da cui, per la similitudine di cp, segue che n I , ossia
p, è diverso da ogni numero q ' contenuto in p� . Pertanto il teorema
vale anche per il numero p successivo a n, c.v.d.
83. Teorema. La catena n� è una parte propria della catena no.
La dimostrazione segue da 76, 74, 82.
84. Teorema. Da mo = no segue m = n.
Dimostrazione. Dato che (per 74) m è contenuto in mo e (77)
mo = no = 9R (n, n�)
se il teorema fosse falso, cioè m fosse diverso da n, m dovrebbe essere
contenuto nella catena n� , e dunque, per 74, mo 3 n� , cioè n 3 n� ;
dato che ciò contraddice il teorema 83, il presente teorema resta
dimostrato.
85. Teorema. Se il numero n non è contenuto nella catena
numerica K allora K 3 n� .
Dimostrazione per induzione completa. Infatti,
p. TI teorema è vero per n = 1 (78).
o. Se il teorema è vero per un numero n, allora è vero anche per il

numero successivo p = n I : infatti se p non è contenuto nella catena


K, allora (per 40) neppure n può essere contenuto in K, e quindi, per
l'ipotesi induttiva, si ha allora K 3 n� ; ma dato che (per 77) n� = po
= 9R (p, p� ) , e dunque K 3 9R (p, p�), e dato che p non è contenuto
in K, allora deve essere K 3 p� , c.v.d.
86. Teorema. Se il numero n non è contenuto nella catena
numerica K, ma lo è la sua immagine n I , allora K = n� .
Dimostrazione. Siccome n non è contenuto in K, si ha (per 85)
K 3 n� , e dato che n ' 3 K, per 47 n� 3 K, quindi K = n� , c.v.d.
87. Teorema. In ogni catena numerica K esiste uno e (per 84) un
solo numero k la cui catena ko = K.
Dimostrazione. Se il numero fondamentale 1 è contenuto in K,
allora (per 79) K = N = 10. Nel caso contrario sia l il sistema di tutti
i numeri non contenuti in K; siccome il numero fondamentale 1 è
contenuto in l, ma l è soltanto una parte propria della serie
numerica N, l non può, per 79, essere una catena, cioè l ' non può
1 04 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

essere parte di l, pertanto esiste in l un numero n la cui immagine


n ' non è contenuta in l, e quindi è certamente contenuta in K,
poiché, inoltre, n è contenuto in l, e quindi non in K, segue (per 8 6)
che K = n� , cioè k = n ' , c.v.d.
88. Teorema. Se m, n sono numeri diversi, allora una e (per 83,
84) soltanto una delle catene mo, no è parte propria dell'altra e
precisamente si ha no 3 m � o mo 3 n� .
Dimostrazione. Se n è contenuto in mo, e dunque, per 84, anche
no 3 mo, allora m non può essere contenuto nella catena no (perché
altrimenti, per 74, si avrebbe anche mo 3 no, cioè mo = no, da cui,
per 84, m = n); ne segue, per 85, che no 3 m� . Se invece n non è
contenuto nella catena mo allora (per 85) deve essere mo 3 n� , c.v.d.
89. Definizione. Si dice che il numero m è minore del numero n e
contemporaneamente che n è maggiore di m, in simboli:
m < n e n > m,
se è soddisfatta la condizione
no 3 m � ,
l a quale, per 74, è espressa anche da
n 3 m� .
90. Teorema. Se m, n sono due numeri qualsiasi allora ha sempre
luogo uno e soltanto uno dei casi seguenti À, IL, \/:
À. m = n, n = m, cioè mo = no.
IL. m < n, n > m, cioè no 3 m�
Il . m > n, n < m, cioè mo 3 n�

Dimostrazione. Se ha luogo À (84), allora non può darsi né IL né Il,


perché, per 83, non si ha mai no 3 n� . Se invece non ha luogo À, allo­
ra, per 88, si dà uno e soltanto uno dei casi IL, Il, c.v.d.
9 1 . Teorema. n < n ' .
Dimostrazione. Infatti la condizione relativa al caso \/ in 90 è
soddisfatta per m = n ' .
92. Definizione. Per esprimere che m è o = n o < n, cioè non > n
(90), si usa la notazione
m :S n, o anche n � m,
e si dice che m è al massimo eguale a n e che n è al minimo eguale a m.
93. Teorema. Le condizioni
m :S n, m < n ' , no 3 mo
sono tutte equivalenti tra loro.
Dimostrazione. Infatti, se m :S n, allora da À, IL in 90 segue sempre
no 3 mo, perché (per 76) si ha m� 3 mo. Inversamente, se no 3 mo e
quindi, per 74, anche n 3 mo, allora da mo = IDl (m, m� ) segue che o
n = m o n 3 m� (cioè n > m). Pertanto la condizione m :S n è equiva-
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 105

lente a no 3 mo. Inoltre da 22, 27, 75 segue che la condizione no 3mo


è a sua volta equivalente a n� 3 m� , cioè (per fA. in 90) a m < n ' , c. v.d.
94. Teorema. Le condizioni
m ' S n, m ' < n ' , m < n
sono tutte equivalenti tra loro.
La dimostrazione segue immediatamente da 93 sostituendo m
con m ' , e da fA. in 90.
95. Teorema. Se l < m e m < n, o se l s m e m < n, allora I < n. Se
però I s m e m S n allora l s n.
Dimostrazione. Difatti, dalle rispettive condizioni (per 89, 93)
mo 3 l� e no 3 mo segue (per 7) no 3 I� , e altrettanto segue dalle
condizioni mo 3 lo e no 3 m� dato che, in base alla prima, m� 3 I� .
Infine da mo 3 /0, no 3 mo segue no 3 lo, c.v.d.
96. Teorema. In ogni parte T di N esiste uno e soltanto un
numero minimo k, cioè un numero k che è minore di ogni altro
numero contenuto in T. Se T consta di un unico numero, allora
questo numero è anche il numero minimo in T.
Dimostrazione. Essendo To una catena (44) esiste, per 87, un
numero k la cui catena ko = To. Ne segue (per 45, 77) che T3 ID1 (k ,
k�), e dunque innanzitutto k deve essere contenuto in T (perché
altrimenti T3 k� , quindi, per 47, To 3 k� , cioè ko 3 k� , ciò che, per
83, è impossibile), e in secondo luogo ogni numero del sistema T di­
verso da k deve essere contenuto in k� , cioè deve essere > k (89); con­
temporaneamente, per 90, da ciò segue in T esiste un solo numero
minimo, c. v.d.
97. Teorema. Il minimo numero della catena no è n, e il numero
fondamentale 1 è il minore di tutti i numeri.
Dimostrazione. Infatti, per 74, 93, la condizione m 3 no è equiva­
lente a m � n. Il nostro teorema si può anche derivare immediata­
mente dalla dimostrazione del teorema precedente, perché se si
prende T = no, evidentemente sarà k = n (51).
98. Definizione. Dato un numero qualsiasi n indichiamo con Zn
il sistema di tutti i numeri non maggiori di n, cioè non contenuti in
� . Ovviamente, per 92 , 93, la condizione
m 3 Zn
è equivalente a ciascuna delle condizioni seguenti:
m S n, m < n ' , no 3 mo
99. Teorema. 1 3 Zn e n 3 Zn.
La dimostrazione segue da 98 o anche da 71 e 82.
100. Teorema. Ognuna delle condizioni
1 06 SCRITII SUI FONDAMENTI DEllA MATEMATICA

m 3 Zn , m S n, m < n ' , no 3 mo,


equivalenti tra loro (per 98), è anche equivalente alla condizione
Zm 3 Zn
Dimostrazione. Se m 3 Zn, cioè m S n, e 1 3 Zm, cioè 1 S m, allo­
ra, per 95, anche 1 S n, cioè 1 3 Zn; dunque, se m 3 Zn, allora ogni
elemento del sistema Zm è anche un elemento di Zn, cioè si ha
Zm 3 Zn. Inversamente, se Zm 3 Zn allora, per 7, deve essere
m 3 Zn, dato che (per 99) m 3 Zm, c.v.d.
101. Teorema. Le condizioni dei casi À, IL, \/, in 90 si possono
esprimere anche nel modo seguente:
À. m = n, n = m, Zm =; Zn
IL. m < n, n > m, Zm' 3 Zn,
\/. m > n, n < m, Zn' 3 Zm.

La dimostrazione segue immediatamente da 90 se si tiene presen­


te che, per 100, le condizioni no 3 mo e Zm 3 Zn sono equivalenti.
102. Teorema, ZI = 1 .
Dimostrazione. Difatti, per 99, il numero fondamentale 1 è
contenuto in ZI e, per 78, ogni numero diverso da 1 è contenuto
in 1� , e dunque, per 98, non è contenuto in ZI, c.v.d.
103. Teorema. In base a 98, N = m (Zn , n� ) .
104. Teorema. n = ® (Zn, no) , ossia n è l'unico numero comune
ai sistemi Zn e no.
Dimostrazione. Da 99 e 74 segue che n è contenuto in Zn e in no;
ma ogni numero della catena no diverso da n è contenuto, per 77, in
n� e quindi, per 98, non è contenuto in Zn, c.v.d.
105. Teorema. In base a 91, 98, il numero n ' non è contenuto
in Zn.
106. Teorema. Se m < n, allora Zm è una parte propria di Zn, e
VIceversa.
Dimostrazione. Se m < n, allora (per 100) Zm 3 Zn , e siccome il
numero n, contenuto, per 99, in Zn, non può essere contenuto, per
98, in Zm dato che n > m, Zm è una parte propria di Zn. Inversamente,
se Zm è una parte propria di Zn, allora (per 100) m S n, e dato che non
può essere m = n, perché allora si avrebbe Zm = Zn, deve aversi
m < n, c.v.d.
107. Teorema. Zn è parte propria di Zn'.
La dimostrazione segue da 106, dato che, per 91, n < n ' .
108. Teorema. Zn' = m (Zn, n ' ) .
Dimostrazione. Infatti, ogni numero contenuto in Zn' è (per 98)
S n cioè è = n ' oppure < n e quindi, per 98, elemento di Zn;
" "

pertanto certamente Zn' 3 m (Zn, n ' l. Inversamente da Zn 3 Zn'


(per 107) e n ' 3 Zn' (per 99), segue (per 10)
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 107

9R (ln , n ') 3 ln ',


da cui, per 5, segue il nostro teorema.
109. Teorema. L'immagine l� del sistema ln è parte propria del
sistema ln'.
Dimostrazione. Infatti, ogni numero contenuto in l� è l'imma­
gine m di un numero m contenuto in ln, e siccome m S n, e dunque
1

(per 94) m ' S n , si ha, per 98, l� 3 ln '. Inoltre, dato che il numero
1

1 , per 99, è contenuto in ln', ma non, per 71, nell'immagine l�, l� è


parte propria di ln', c.v.d.
1 10. Teorema. ln' = 9R (1, l�).
Dimostrazione. Ogni numero del sistema ln' diverso da 1 è, per
78, l'immagine m di un numero m, il quale deve essere S n e quindi,
1

per 98, contenuto in ln (altrimenti sarebbe m > n, cioè, per 94,


m ' > n : e allora m: per 98, non sarebbe contenuto in ln'); ma da
m 3 ln segue m ' 3 l� e quindi certamente
ln/ 3 9R (1, l�).
Inversamente, dato che, per 99, 1 3 ln' e, per 109, l� 3 ln', segue,
per 102, 9R (1, l�) 3 ln ', da cui si deduce, con 5, il nostro teorema.
1 1 1. Definizione. Se in un sistema E di numeri esiste un elemento
g maggiore di ogni altro numero contenuto in E, allora g si dice il
numero massimo del sistema E; è evidente, per 90, che in E può
esserci un solo numero massimo. Se un sistema consta di un solo
numero, tale numero è il numero massimo del sistema.
1 12. Teorema. In base a 98, n è il numero massimo del sistema ln .
1 13. Teorema. Se in E esiste un numero massimo g allora E 3 19.
Dimostrazione. Infatti, ogni numero contenuto in E è S g, ç
quindi, per 98, è contenuto in 19, c.v.d.
1 14. Teorema. Se E è parte di un sistema ln, o, in altre parole, se
esiste un numero n tale che tutti i numeri di E siano S n, allora E
possiede un numero massimo g.
Dimostrazione. Il sistema di tutti i numeri p che soddisfano la con­
dizione E 3 lp - e per la nostra ipotesi tali numeri esistono - è una
catena (37), perché, per 107, 7, si ha anche E 3 lp', ed è, per 87, = go,
dove g indica il minimo di questi numeri p (96,97). Pertanto si ha an­
che E 3 19, e quindi (98) ogni numero di E s g, e ci resta solo da mo­
strare che il numero g è esso stesso contenuto in E. Ciò è immediata­
mente evidente se g = 1, perché allora (102) 19, e quindi anche E, con­
sta dell'unico numero 1 . Se invece g è diverso da 1, e quindi, per 78, è
l'immagine f' di un numero f, allora (per 108) E 3 9R (li, g); ora se g
non fosse contenuto in E, allora dovrebbe essere E 3 li, e di conse­
guenza esisterebbe fra i numeri p un numero f che (per 91) è < g, ciò
108 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

che è in contraddizione con quanto precede; quindi g è contenuto in


E, c.v.d.
1 15. Definizione. Se l < m e m < n, diciamo che il numero m giace
tra l e n (o tra n e I).
1 16. Teorema. Non esiste alcun numero che giace tra n e n ' .
Dimostrazione. Difatti, qualora sia m < n ' , si ha subito (per 93)
m S n, e quindi, per 90, n non può essere < m, c. v.d.
1 17. Teorema. Se t è un numero di T, ma non il numero minimo
(96), allora in T esiste uno e un solo numero s immediatamente
minore di t, cioè un numero s tale che s < t e non esiste in T alcun
numero che giace tra s e t. Analogamente se t non è neanche il
numero massimo di T (1 1 1), allora in T esiste sempre uno e un solo
numero u immediatamente maggiore di t, cioè un numero u tale che
t > u e non esiste in T alcun numero cha giace tra t e u . t è al tempo
stesso immediatamente maggiore di s e immediatamente minore di u.
Dimostrazione. Supponiamo che t non sia il minimo numero di T
e sia E il sistema di tutti i numeri di T che sono < t; allora, per 98,
E 3 2t; pertanto (1 14) esiste in E un numero massimo s, che eviden­
temente possiede le proprietà indicate nel teorema ed è anche unico.
Se, inoltre, t non è il numero massimo di T, allora, per 96, tra i
numeri di T che sono > t esiste certamente un minimo u che possiede
le proprietà richieste nel teorema ed è anche unico. Altrettanto evi­
dente è la correttezza dell'ultima osservazione del teorema.
1 18. Teorema. In N, n ' è immediatamente maggiore di n e n
immediatamente minore di n ' .
La dimostrazione segue da 1 16 e 1 17.

§ 8. Parti finite e infinite della sene numenca

1 19. Teorema. Ogni sistema 2n (98) è finito.


Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti
p. il teorema è vero per n = 1 in base a 65 e 102.
o. Se 2n è finito, allora da 108 e 70 segue che anche 2n' è finito,

c.v.d.
120. Teorema. Siano m, n numeri diversi, allora i sistemi 2m e 2n
non sono simili.
Dimostrazione. In virtù della simmetria è lecito assumere, per 90,
m < n; allora 2m è, per 106, parte propria di 2n e poiché 2n è finito
( 1 19), 2m e 2n non possono, per 64, essere simili, c.v.d.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 109

121. Teorema. Ogni parte E della serie numerica N che possiede


un numero massimo (1 1 1) è finita.
La dimostrazione segue da 1 13, 1 19 e 68.
122. Teorema. Ogni parte V della serie numerica N priva di un
numero massimo è semplicemente infinita (71).
Dimostrazione. Sia U un numero qualunque di V, allora esiste in
V, per 1 17, uno e un solo numero immediatamente maggiore di u,
che indicheremo con cP(u) e che considereremo come immagine di u.
In tal modo è completamente determinata una rappresentazione cP
del sistema V che ovviamente ha la proprietà
et . cP( U) 3 V,

cioè cP rappresenta V in se stesso. Inoltre, se U e v sono numeri


diversi di V, in virtù della simmetria è lecito assumere, per 90, U < Vj
allora dalla definizione stessa di cP segue, per 1 17, cP(u) :s v e v < cP(v),
quindi (per 95) cP(u) < cP(v)j le immagini cP(u) e cP(v) sono dunque, per
90, diverse, cioè
8. la rappresentazione cP è simile.
Sia ora Ul il numero minimo (96) del sistema Vj allora ogni numero U
contenuto in V è � U . . e poiché ogni u è < cP(u), per 95 Ul < cP(u)j
dunque, per 90, Ul è diverso da cP(u), cioè
y. l'elemento Ul di V non è contenuto in cP(u).
Pertanto cP( U) è una parte propria di V e quindi, per 64, V è un
sistema infinito. Infine vogliamo ancora dimostrare che
�. V = cPo(Ul),
dove, in conformità con 44 indichiamo con cPo( V) la catena di una
parte qualsiasi V di V corrispondente !Ùla rappresentazione cP' Infatti
dato che ogni catena cPo( V) è per definizione (44) parte del sistema V
rappresentato in se stesso mediante cP, evidentemente �o(Ul) 3 Vj
inversamente, da 45 risulta immediatamente che l'elemento Ul
contenuto in V è certamente contenuto in cPo(Ul)j assumiamo ora che
esistano elementi di V non contenuti in cPo(Ul): tra questi ci sarà, per
96, un numero minimo w che, per quello che si è detto sopra, è
diverso dal numero minimo Ul del sistema Vj dunque, per 1 17, esiste
in V un numero v immediatamente minore di w, per cui si ha subito
w = cP(v)j ora, essendo v < w, segue, per la definizione di w, che v
dev'essere certamente contenuto in cPo(Ul), ma allora, per 55, anche
cP(v), ossia w dev'essere contenuto in cPo(Ul), e poiché questo
contraddice la definizione di w, la nostra ipotesi non è ammissibilej
dunque si ha V 3 cPo(Ul) e quindi V = cPo(U l), come è stato affermato.
Da et , �, y, l) segue, per 7 1, che V è un sistema semplicemente infinito
e ordinato da cP, c.v.d.
1 10 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

123. Teorema. In base a 121 e 122, qualsiasi parte T della serie


numerica N è finita o semplicemente infinita, secondo che esista o
non esista in T un numero massimo.

§ 9. Definizione per induzione


di una rappresentazione della serie numerica

124. Indicheremo anche in seguito i numeri con lettere latine


minuscole e conserveremo generalmente tutte le notazioni dei pre­
cedenti §§ 6-8. il indica un sistema qualsiasi, i cui elementi non ne­
cessariamente sono contenuti in N.
125. Teorema. Sia 9 una rappresentazione qualunque (simile o
no) del sistema il in se stesso, e sia dato inoltre un determinato
elemento w di il; allora a ogni numero n corrisponde una e una sola
rappresentazione ePn del sistema numerico Zn, definito in 98, che
soddisfa le condizioni seguenti 27 :
I. ePn(Zn) 3 il
II. ePn(l) = w
III. ePn(t ' ) = 9ePn(t), se t < n, dove il simbolo 9ePn ha il significto
fissato in 25.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. Il teorema è vero per n = 1. In questo caso, per 102, il sistema
Zn consta dell'unico numero 1 e la rappresentazione ePl è perciò
completamente definita da II, e in modo tale che risulta soddisfatta I,
mentre III cade completamente.
G. Se il teorema è vero per un numero n, mostriamo che vale

anche per il numero successivo p = n ' . Per questo scopo mostriamo


anzitutto che se esiste una rappresentazione corrispondente del si­
stema Zp, essa è unica. Difatti, supponiamo che una rappresenta­
zione ePP soddisfi le condizioni
l ' : ePp(Zp) 3 il
II ' . ePp(l) w
=

III ' . ePp( m ' ) = 9ePp(m), se m <p; dato che ( 107) Zn 3 Zp, ePP
contiene, per 21, una rappresentazione di Zn che evidentemente
soddisfa le medesime condizioni I, II, III che soddisfa ePn, e che
quindi coincide completamente con ePn. Quindi per tutti i numeri

27 Per ragioni di chiarezza ho menzionato specificamente qui e nel teorema


seguente 126 la condizione I, sebbene a rigore essa sia già una conseguenza di II e III.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 111

contenuti in Zn, e dunque (98) per tutti i numeri m < p, cioè :S n,


deve aversi
(m)
e in particolare
cjIp(n) = cjIn(n), (n)
inoltre, dato che, per 105 e 108, p è l'unico numero del sistema Zp
non contenuto in Zn , e siccome per III ' e (n)
cjIp(P) = Ocjl n(n), (P)
segue l'affermazione fatta sopra, cioè che può esistere una sola
rappresentazione cjIp del sistema Zp che soddisfi le condizioni l ' , II ' ,
III ' ; infatti, mediante le condizioni (m) e (n) derivate sopra, cjIp è
ricondotta completamente a cjIn. Ora dobbiamo mostrare che, inver­
samente, la rappresentazione cjIp del sistema Zp determinata comple­
tamente da (m) e (P) soddisfa effettivamente le condizioni l ' , II ' , III ' .
Ovviamente l ' segue da (m) e (P) tenendo presenti I e il fatto che
O (a) 3 a. Analogamente II ' segue da (m) e II, dato che, per 99, il
numero 1 è contenuto in Zn . Infine la validità di III ' segue in primo
luogo per tutti i numeri m < n da (m) e III, e per l'unico numero
rimanente m = n essa risulta da (P) e (n). Sicché risulta stabilito
completamente che dalla validità del nostro teorema per il numero n,
segue sempre la sua validità anche per il numero successivo p, c. v. d.
126. Teorema della definizione per induzione. Sia O una rappre­
sentazione qualsiasi (simile o no) di un sistema a in se stesso, e
inoltre sia (ù un determinato elemento di a, allora esiste una e una
sola rappresentazione cjI della serie numerica N, che soddisfa le
condizioni:
I. cjI(N) 3 a
II. cjI(1 ) = (ù
III . cjI(n ' ) = Ocjl(n), dove n è un numero qualsiasi.
Dimostrazione. Se effettivamente esiste una tale rappresentazione
cjI, essa, per 21, contiene una rappresentazione cjIn del sistema Zn che
soddisfa le condizioni I, II, III di 125, e poiché esiste una e una sola
rappresentazione cjIn siffatta, necessariamente
cjI(n) = cjI n(n) (n)
Dato che in tal modo cjI risulta completamente determinata, può
esistere una sola rappresentazione cjI siffatta (cfr. la conclusione di
130). Inversamente, da (n) e dalle proprietà I, II, e (P) dimostrate in
125, segue facilmente che la rappresentazione determinata da (n)
soddisfa le nostre condizioni I, II, III, c. v.d.
127. Teorema. Dalle medesime assunzioni del teorema prece­
dente segue
1 12 SCRITrI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

c/I(T' ) = Oc/l(7),
dove (7) indica una parte qualsiasi della serie numerica N.
Dimostrazione. Infatti, se t indica un qualsivoglia numerò del
sistema T, allora c/I(T' ) consta di tutti gli elementi c/I(t ' ) e Oc/l(1) consta
di tutti gli elementi Oc/l(t). Dato che (per III in 126) c/I(t ' ) = Oc/l(t), ne
segue il teorema.
128. Teorema. Mantenendo ancora le medesime assunzioni e
indicando con 00 la catena (44) corrispondente alla rappresentazione
O del sistema il in, se stesso, si ha
c/I(N) = Oo(w).
Dimostrazione. In primo luogo mostriamo per induzione com­
pleta (80) che
c/I(N) 3 Oo(w).
cioè che ogni immagine c/I(n) è anche elemento di Oo(w). Infatti,
p. il teorema è vero per n = 1, giacché (per II in 126) c/I(l) = w e
(per 45) w 3 Oo(w).
a. Se il teorema è vero per un numero n, cioè c/I(n)300(w), allora si

ha anche, per 55, 9(c/I(n)) 3 Oo(w), ossia (per II in 126) c/I(n ' ) 3 Oo(w),
e quindi il teorema vale anche per il numero successivo n I , c.v.d.
Per dimostrare poi che ogni elemento v della catena Oo(w) è
contenuto in c/I(N), cioè che
Oo (w) 3 c/I(N),
applichiamo di nuovo l'induzione completa, cioè il corrispettivo del
teorema 59 per il e per la rappresentazione O. Infatti
p. l'elemento w è = c/I(l), e quindi è contenuto in c/I(N).
a. Se v è un elemento comune alla catena Oo (w) e al sistema c/I(N),

allora si ha v = c/I(n), dove n è un numero, da cui (III in 126) O (v) =


Oc/l(n) = c/I(n ' ), quindi anche O (v) è contenuto in c/I(N), c.v.d.
Dai teoremi c/I(N) 3 Oo (w) e Oo (w) 3 c/I(N) dimostrati sopra se­
gue (per 5) c/I(N) = 90 (w) , c.v.d.
129. Teorema. In generale, mantenendo le stesse assunzioni,
c/I(no) = 90(c/I(n)).
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti
p. in base a 128, il teorema vale per n = 1, essendo 10 = N e c/I(l)
= w.
a. Se il teorema è vero per un numero n, allora

O(c/I(no)) = 9(00(c/I(n))),
e dato che per 127 e 75
O(c/I(no)) = c/I(n� )
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 1 13

e per 57 e III in 126


9(90(�(n))) 90(9(�(n))) 90(�(n ' ))
= =

ne risulta
�(n�) 90(�(n ' )),
=

cioè il teorema vale anche per il numero successivo n I , c.v.d.


130. Osservazione. Prima di passare alle applicazioni più impor­
tanti (§§ 10-14) del teorema della definizione per induzione dimo­
strato in 126, vale la pena di richiamare l'attenzione su di una
circostanza per cui esso differisce essenzialmente dal teorema della
dimostrazione per induzione dimostrato in 80, o meglio in 59 e 60,
nonostante tutta l'affinità che vi è apparentemente fra i due. Mentre
il teorema 59 vale in generale per ogni catena Ao, dove A è una parte
qualsiasi di un sistema S rappresentato in se stesso da una qualsiasi
rappresentazione cp (§ 4), il teorema 126, invece, afferma solo
l'esistenza di una rappresentazione non contraddittoria (o univoca) �
del sistema semplicemente infinito 10. Se si volesse sostituire nel
secondo teorema (mantenendo le assunzioni su Cl e 9) al posto della
serie numerica 10 una catena Ao qualsiasi tratta da tale sistema S, e si
definisse poi una rappresentazione � di Ao in Cl tale che, analoga­
mente a II e III in 126
p. a ogni elemento a di A corrisponda un determinato elemento
� (a) scelto in Cl, e
a. per ogni elemento n di Ao e per la sua immagine n I = cp(n)
valga la condizione �(n ') = 9�(n),
allora si presenterebbe assai spesso il caso in cui una tale rappresenta­
zione � non esiste affatto; difatti può accadere che, per quanto si tenti
di limitare la libertà di scelta consentita da p in modo da accordarla
alla condizione a, le condizioni p e a risultino contraddittorie tra
loro. Basterà un esempio per convincersene. Sia S un sistema
consistente degli elementi diversi a e b e rappresentato in se stesso
mediante una rappresentazione cp tale che a I = b, b ' a; evidente­
=

mente ao = bo S; sia inoltre Cl un sistema consistente degli elementi


=

diversi ex, �, y e rappresentato in se stesso mediante una rappresenta­


zione 9 tale che 9 (ex) = �, 9 (�) = y, 9 (y) = ex; ora, se si postula una
rappresentazione � di ao in Cl tale che �(a) = ex e inoltre per ogni
elemento n di ao , �(n ' ) = 9�(n), si perviene a una contraddizione;
difatti, per n a si ha �(b) 9 (ex) = �, da cui segue, per n = b, �(a)
= =

= 9 (�) = y, mentre deve aversi �(a) ex.=

Se però esiste una rappresentazione � di Ao in Cl che soddisfa le


condizioni precedenti p e a senza dar luogo a contraddizioni, allora
da 60 segue facilmente che essa è completamente determinata; difatti,
1 14 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

se la rappresentazione X soddisfa le stesse condizioni, allora in


generale x(n) = �(n), perché questa relazione vale, in base a p, per
ogni elemento n a di A , e, se vale per un elemento n di Ao, in base a
=

a vale per l'immagine n I •

1 3 1 . Per mettere in rilievo la portata del nostro teorema 126


inseriamo qui una considerazione che è utile anche in altre ricerche,
per esempio nella cosl detta teoria dei gruppi.
Consideriamo un sistema n, tra i cui elementi sussista un
determinato collegamento tale che da un elemento 1/, per effetto di
un elemento w, deriva sempre un determinato elemento dello stesso
sistema n; tale elemento si può indicare con W.I/ o con Wl/ e, in
generale va distinto da I/W. Interpretando in modo opportuno la cosa
possiamo dire che a ogni determinato elemento w corrisponde una
determinata rappresentazione, che potremmo indicare con w, del
sistema n in se stesso w (l/) = WI/. Se ora applichiamo al sistema n e al
suo elemento w il teorema 126, sostituendo w alla rappresentazione
ivi indicata con S, a ogni numero n corrisponderà un elemento
determinato �(n) di n, che indicheremo col simbolo wn e che talora
chiameremo la potenza n-sima di w; questo concetto è completa­
mente definito dalle condizioni seguenti:
II. w l w
=

III. wn l = ww n
e la sua esistenza è assicurata dal teorema 126.
Se, inoltre, il suddetto collegamento tra gli elementi è tale che per
elementi fL, 1/ , w qualsiasi si ha sepre W (l/fL) = (Wl/) fL, allora valgono
i teoremi
wn l= wnw, wm wn = wnwm ,
la cui dimostrazione si ottiene per induzione completa (80) e può
essere lasciata al lettore.
La precedente considerazione generale trova applicazione imme­
diata nell'esempio seguente. Sia S un sistema di elementi qualsiasi e
sia n il corrispondente sistema che ha per elementi tutte le rappre­
sentazioni 1/ di S in se stesso (36); allora, per 25, gli elementi di n si
possono sempre comporre dato che v(S) 3 S e che la rappresenta­
zione Wl/ composta dalle rappresentazioni 1/ e w è ancora elemento di
n
n. Allora anche tutti gli elementi w sono rappresentazioni di S in se
stesso, e si dice che derivano dalla rappresentazione w per ripeti­
zione. Vogliamo ancora mettere in rilievo una semplice connessione
tra tale concetto e il concetto della catena wo(A) definito in 44, dove
A indica ancora una parte qualsiasi di S. Se, per brevità, denotiamo
con An l'immagine wn(A ) generata dalla rappresentazione wn , allora
CHE COSA -SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 115

segue da III e da 2 5 che wn(An) = A n'. D a qui s i deduce facilmente, per


induzione completa (80), che tutti questi sistemi An sono parti della
catena wo(A); infatti,
p. in base a 50, l'asserzione vale per n = 1 , e
CJ. se vale per un numero n, allora da 55 e da An' = w(An) segue che

esso vale anche per il numero successivo n ' , c.v.d. Avendosi poi, per
45, A 3 wo(A), segue da 10 che anche il sistema K composto di A e di
tutte le immagini A n è una parte di wo(A). Inversamente, dato che,
per 23, w(K) è composto di w(A) A l e di tutti i sistemi w(A n) = A n',
=

e dunque (per 78) è composto di tutti i sistemi A n , che, per 9, sono


parti di K, segue (per 10) w(K) 3 K, cioè K è una catena (37), e poiché
(per 9) segue anche A 3 K si deduce (per 47) wo(A) 3 K. Dunque si
ha wo(A) = K, cioè è stabilito il seguente teorema: Sia w una rappre­
sentazione di un sistema S in se stesso e A una parte qualsiasi di S,
allora la catena di A corrispondente alla rappresentazione w è com­
posta di A e di tutte le immagini wn(A) che si ottengono da w per
ripetizione. Raccomandiamo al lettore di ritornare sui teoremi pre­
cedenti 57 e 58 . tenendo conto di questa nuova concezione di catena.

§ 10. La classe dei sistemi semplicemente infiniti

132. Teorema. Tutti i sistemi semplicemente infiniti sono simili


alla serie numerica N, e quindi (per 33) sono simili anche tra loro.
Dimostrazione. Sia O un sistema semplicemente infinito ordinato
(71 ) mediante la rappresentazione 9 e sia w il rispettivo elemento
fondamentale di O; indicando ancora con 90 la catena corrispondente
alla rappresentazione 9 (44), allora, per 7 1, valgono:
et. 9 (0) 3 O

�. O = 90 (w)
y. w non è contenuto in 9 ( 0 )
8 . La rappresentazione 9 è simile.
Sia ora � la rappresentazione della serie numerica N definita in 126;
allora da � e da 128 segue
�(N) = O;
per 32, ci rimane soltanto da mostrare che � è una rappresentazione
simile, vale a dire (36) che a numeri m, n diversi corrispondono
1 16 SCRI1TI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

immaglnl <p(m), <p(n) diverse. In virtù della simmetria è lecito


assumere, per 90, m > n, quindi m 3 n� , e il teorema da dimostrare
discende immediatamente dal fatto che <p(n) non è contenuto in <p(n�)
e quindi, per 127, neppure in O<p(no). Questo lo mostriamo per ogni
numero n mediante induzione completa (80). Infatti,
p. per y, il teorema vale per n = 1, dato che <p(1) w e <p(1o) =
=

<p(N) il .
=

G . S e i l teorema vale per u n numero n , allora vale anche per il

numero successivo n I , perché se <p(n ' ), ossia O<p(n), fosse contenuto


in O<p(n�), allora (per a e 27) <p(n) dovrebbe essere contenuto in <p(n�),
contro la nostra assunzione, c. v.d.
133. Teorema. Ogni sistema simile a un sistema semplicemente
infinito, e quindi anche (per 132 e 33) alla serie numerica N, è
semplicemente infinito.
Dimostrazione. Sia il un sistema simile alla serie numerica N,
allora, per 32, esiste una rappresentazione simile <P di N tale che
I. <p(N) = il;
poniamo allora
II. <p(1) w;_
=

Denotando, come in 26, con <P la rappresentazione inversa,


anch' essa simile, del siste�a il, a ogni elemento v di il corrisponde
un determinato numero <p (v) = n, e precisamente quello di cui <p(n)
= v è l'immagine. Ora, dato che a questo numero n corrisponde un
determinato numero successivo cp(n) = n ' , al quale, a sua volta,
corrisponde di nuovo un determinato elemento <p(n ' ) di il, a ogni
elemento \I del sistema il corrisponde nello stesso sistema un
determinato elemento <p(n ' ) , che, in quanto immagine di v, indi­
chiamo con 0 ('01) . In questo modo è completamente determinata una
rappresentazione O di il in se stess0 28 , e per dimostrare il teorema
vogliamo far vedere che il è ordinato mediante O in un sistema
semplicemente infinito (71), vale a dire che sono soddisfatte tutte le
condizioni et , �, y, a formulate nella dimostrazione di 132. Anzitutto
et è immediatamente evidente dalla definizione di O. Inoltre, dato che

a ogni numero n corrisponde un elemento v = <p(n) per il quale si ha


O ( v ) = <p( n ' ) , allora, in generale
III. <p(n ' ) = O<p(n),
dal quale, assieme a I, II e et si conclude che le rappresentazioni O e <P
soddisfano tutte le condizioni del teorema 126; pertanto da 128 e I

28 È chiaro che, secondo 25, O è la rappresentazione �IP� composta da �, IP, �.


CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 1 17

segue �. Inoltre, per 127 e I


�(N') = O�(N) = 0 ( 0 ) ,
da cui, insieme a II e alla similitudine della rappresentazione � , segue
"(; in caso contrario, infatti, �( 1) sarebbe contenuto in �(N'), e quindi
(per 27) il numero 1 in N' , il che non è (per "( in 71). Infine, se IL, v
sono elementi di a e m, n rappresentano i corrispondenti numeri le
cui immagini sono �(m) = IL, �(n) = v, allora dall'ipotesi O ( IL ) =
O (v) , in base a quanto precede, segue �(m ' ) �(n ' ), da cui, per la
=

similitudine di � e cp, si deduce m ' = n ' , m = n e quindi anche IL = v;


pertanto vale anche 8, c.v.d.
134. Osservazione. In base ai due teoremi precedenti 132 e 133,
tutti i sistemi semplicemente infiniti formano una classe nel senso di
34. Nello stesso tempo, tenendo presenti 7 1 e 73, è evidente che ogni
teorema sui numeri (cioè sugli elementi n del sistema semplicemente
infinito N ordinato mediante la rappresentazione cp) in cui si
prescinda interamente dalla particolare natura degli elementi n e in
cui sian menzionati soltanto concetti che nascono dall'ordinamento
cp, ogni siffatto teorema vale in generale per ogni altro sistema
semplicemente infinito a ordinato mediante una rappresentazione O,
e per i suoi elementi v. TI passaggio da N a a (per esempio anche la
traduzione di un teorema aritmetico da una lingua in un altra)
avviene per mezzo della rappresentazione � studiata in 132 e 133, la
quale trasforma ogni elemento n di N in un elemento v di a, ossia
�(n). Questo elemento v si può chiamare l'n-simo elemento di a; il
numero n stesso è allora l' n-simo numero della serie numerica N. TI
medesimo ruolo che ha la rappresentazione cp per le leggi del dominio
N in quanto in esso ogni elemento n è seguito da un determinato
elemento cp(n) = n ' , quel medesimo ruolo viene ad avere, dopo la
trasformazione operata da �, la rappresentazione O per le medesime
leggi del dominio a in quanto in esso l'elemento v = �(n) che risulta
dalla trasformazione di n è seguito dall'elemento O (v) = �(n ') che
risulta dalla trasformazione di n ' ; pe!:!anto sLpuò dire a ragione che
� trasforma cp in O, in simboli O = �cp�, cp = �O�. Ritengo che queste
osservazioni giustifichino completamente la definizione del concetto
di numero data in 73. Passiamo adesso ad altre applicazioni del
teorema 126.

§ 1 1 . Addizione dei numen


135. Definizione. È naturale applicare la definizione, data nel
teorema 126, di una rappresentazione � della serie numerica N
1 18 SCRITrI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

(ovvero della funzione <\I(n) da essa determinata) al caso in cui il


sistema designato in 126 con n, nel quale deve essere contenuta
l'immagine <\1(1\1), sia la serie numerica N stessa, giacché per tale
sistema n già sussiste una rappresentazione 9 di n in se stesso, ed è
precisamente quella rappresentazione cp mediante la quale N è
ordinato in un sistema semplicemente infinito (71 , 73). Risulta allora
n = N, 9(n) cp(n) n I , e quindi
= =

I. <\1(1\1) 3 N;
per determinare completamente <\I resta da scegliere a piacere
l'elemento w da n, ossia da N. Se prendiamo w = 1 evidentemente <\I
diventa la rappresentazione identica (2 1) di N perché in generale le
condizioni
<\1(1) 1, <\I(n ' ) (<\I(n)) '
= =

sono soddisfatte da <\I(n) = n. Quindi per generare un'altra


rappresentazione <\I di N bisogna scegliere per w un numero m I
diverso da 1, cioè, per 78, contenuto in N / , dove m è un numero
qualsiasi; dato che evidentemente la rappresentazione <\I dipende
dalla scelta di tale numero m, designiamo l'immagine corrispon­
dente <\I(n) di un numero qualunque n col simbolo m + n e
chiamiamo tale numero la somma che risulta da m per addizione del
numero n, o brevemente la somma dei numeri m, n. Tale somma
dunque (per 26) è completamente determinata dalle condizioni 29
II. m + 1 = m '
III. m + n ' (m + n) / .
=

136. Teorema. m ' + n m + n ' .=

Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,


p. il teorema è vero per n = 1 , dato che (per II in 135)
m ' + l = (m ' ) ' (m + l) ' ,
=

e (per III in 135) (m + l) ' m+ l /.


=

C1. Se il teorema è vero per un numero n e se si indica con p il

numero successivo n ' , allora m ' + n = m +p, quindi anche (m ' + n) '

29 Questa definizione dell'addizione basata direttamente sul teorema 126 mi

sembra la più semplice. Ricorrendo al concetto sviluppato in 1 3 1 , però, si può anche


definire la somma m + n mediante rpn (m) o mediante rpm (n), dove rp ha ancora il
significato stabilito sopra. Per dimostrare la completa coincidenza di queste defini­
zioni con quella data sopra occorre soltanto mostrare, per 126, che, indicando rp R (m)
o rpm (n) con cp (n), sono soddisfatte le condizioni: cp (1) m ' , cp (n ') rpcp (n), ciò
= =

che riesce facilmente con l'ausilio dell'induzione completa (80) e applicando 1 3 1 .


CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 1 19

= (m +p) ' , da cui (per III in 135) segue m ' +p = m +p ' ; quindi il
teorema vale anche per il numero successivo p, c.v.d.
137. Teorema. m ' + n = (m + n) ' .
La dimostrazione segue da 136 e da III in 135.
138. Teorema. 1 + n = n ' .
Dimostrazione per induzione completa (80) . Infatti,
p. per II in 135 il teorema è vero per n = 1.
a . Se il teorema vale per il numero n e s i pone n' = p, allora 1 + n

= p, quindi anche (1 + n) ' = p ' e dunque (per III in 135) 1 +p = p ' ,


cioè il teorema vale anche per il numero successivo p, c.v.d.
139. Teorema. 1 + n = n + 1 .
La dimostrazione segue da 138 e da II in 135.
140. Teorema. m + n = n + m.
Dimostrazione per induzione completa (80) . Infatti,
p. per 139, il teorema è vero per n + 1 .
a . S e i l teorema vale per il numero n , allora segue anche (m + n) '

= (n + m) ' , ossia, per III in 135, m + n ' = n + m ' , e quindi (per 136)
m + n = n ' + m; pertanto il teorema vale anche per il numero
'

successivo n ' , c. v.d.


141. Teorema. (l+ m) + n = l+(m + n).
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. il teorema è vero per n = 1, dato che (per II, III, II in 135)
(l+ m) + 1 = l + m) ' = l+ m ' = 1 + (m + 1).
a. Se il teorema vale per un numero n, allora segue anche

((l + m) + n)' = (l+ (m + n)) ; ossia (per III in 135)


(l+ m) + n ' = l + (m + n) ' = l+(m + n '),
quindi il teorema vale anche per il numero successivo n ' , c.v.d.
142. Teorema. m + n > m.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. per II in 135 e 9 1 , il teorema è vero per n = 1.
a . Se il teorema vale per un numero n, allora, per 95, vale anche

per il numero successivo n ' , giacché (per III in 135 e 91)


m + n ' = (m + n) ' > m + n,
c.v.d.
143. Teorema. Le condizioni m > a e m + n > a + n sono equivalenti
tra loro.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. in base a II in 135 e 94, il teorema è vero per n = 1 .
a . S e il teorema vale per u n numero n , allora vale anche per il
120 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

numero successivo n ' , giacché la condizione m + n > a + n è equiva­


lente, per 94, con (m + n) ' > (a + n) ' , e quindi, per III in 135, anche con
m+n' >a+n ',
c.v.d.
144. Teorema. Siano m > a e n > b, allora si ha anche
m + n > a + b.
Dimostrazione. Infatti, dalle nostre assunzioni segue (per 143 )
m + n > a + n e n + a > b+a, il quale, per 140, equivale a a + n > a + b, da
cui, con 95, segue il teorema.
145. Teorema. Se m + n = a + n, allora m = a.
Dimostrazione. Infatti, se m non fosse = a, allora, per 90, o m > a o
m < a, e corrispondentemente si avrebbe, per 143, m + n > a + n o
m + n < a + n, dunque, per 90, m + n risulterebbe certamente diverso
da a + n, c.v.d.
146. Teorema. Sia l > n, allora esiste uno e, per 145, un solo nu­
mero m che soddisfa la condizione m + n = l.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. il teorema è vero per n = 1. In effetti, se l > 1, cioè ( 89) se l
è contenuto in N' , e dunque è l'immagine m ' di un numero m,
allora, da II in 135, segue l = m+ 1, c.v.d.
a. Se il teorema vale per un numero n, mostriamo che vale anche

per il numero successivo n ' . In effetti, se l > n ' , allora, per 9 1 e 95,
l> n e quindi esiste un numero k che soddisfa la condizione 1= k + n;
siccome tale numero, per 138, è diverso da 1 (altrimenti sarebbe
l= n ' ) esso è, per 78, l'immagine m ' di un numero m, e quindi 1 =
m ' + n, ossia, per 136, l = m + n ' , c.v.d.

§ 12. Moltiplicazione dei numen

147. Definizione. Dopo aver trovato nel precedente § 1 1 un


sistema infinito di nuove rappresentazioni della serie numerica N in
se stessa, per 126 possiamo utilizzare ciascuna di esse per generare
ancora nuove rappresentazioni � di N. Ponendo Q = N e 9(n) = m + n
= n + m, dove m è un numero fissato, si ha ancora.
I. �(N) 3 N;
per determinare completamente � resta da scegliere a piacere l'ele­
mento (ù da N. Il caso più semplice si ha quando si accorda in un
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 121

certo modo questa scelta alla scelta di 9 ponendo w = m. Poiché la


rappresentazione �, ora completamente determinata, dipende da tale
numero m, designiamo l'immagine corrispondente �(n) di un nu­
mero qualunque n col simbolo m X n o m . n, o mn, e chiamiamo tale
numero il prodotto che risulta dal numero m per moltiplicazione con
il numero n, o brevemente il prodotto dei numeri m, n. TI prodotto
dunque (per 126) è completamente determinato dalle condizioni
II. m . 1 = m,
In. mn ' = mn + m.
148. Teorema. m ' n = mn + n.
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,
p. per n in 147 e n in 135, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora

m ' n + m ' = (mn + n) + m ' ,


da cui (per ID in 147, 141, 140, 136, 141, ID in 147)
m ' n ' = mn + (n + m ' ) = mn + (m ' + n)
= mn + ( m+ n ') = (mn + m) + n ' = mn ' + n ' ;
quindi il teorema vale anche per il numero successivo n ' , c.v.d.
149. Teorema. 1 . n = n.
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,
p. per n in 147, il teorema è vero per n = 1.
a . Se il teorema vale per un numero n, allora 1 . n+ 1 = n+ 1, cioè
(per ID in 147 e n in 135) 1 . n ' = n ' , quindi il teorema vale anche
per il numero successivo n ' , c.v.d.
1 50. Teorema. mn = nm.
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,
p. per n in 147 e 149, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora

mn + m = nm + m,
cioè (per ID in 147 e 148) mn ' = n ' m, quindi il teorema vale anche
per il numero successivo n ' , c.v.d.
1 5 1 . Teorema. l(m + n) = lm + ln.
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,
p. per n in 135, ID in 147 e n in 147, il teorema è vero per n = 1 .
a. Se il teorema vale per un numero n, allora

l(m + n) + l = (1m + In) + 1;


ma per ID in 147 e ID in 135,
l(m + n) + l = l(m + n) ' = l(m + n ' ),
e per 141 e ID in 147,
(lm + ln) + l = lm + (ln + l) = lm + ln ' ,
1 22 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

pertanto l(m + n ' ) = 1m + In I , cioè il teorema vale anche per il


numero successivo n I , c.v.d. .
152. Teorema. (m + n)l = ml+ nl.
La dimostrazione segue da 151 e 150.
153. Teorema. (lm)n = l(mn).
Dimostrazione per induzione completa (80) . Infatti,
p. per II in 147, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora

(lm)n + lm = l(mn) + 1m,


cioè (per III in 147, 1 5 1 e III in 147)
(lm)n ' = l(mn + m) = l(mn ' ),
quindi il teorema vale anche per il numero successivo n I , c. v.d.
1 54. Osservazione. Se in 147 non avessimo correlato in alcun
modo w e O, ma avessimo posto w = k, O(n) = m + n, ne sarebbe
risultata, mediante 126, una rappresentazione � meno semplice; per
il numero 1 si avrebbe � ( 1 ) = k, e per tutti gli altri numeri, essendo
della forma n I , si avrebbe �(n ' ) = mn + k; infatti così risulta
soddisfatta la condizione �(n ' ) = O�(n), ossia �(n ') = m + �(n), per
ogni numero n, come è facile convincersi in base ai teoremi
precedenti.

§ 13. Elevamento dei numen a potenza

155. Definizione. Se si pone di nuovo nel teorema 126 Q = N, e


inoltre w = a, O(n) = an = na, ne risulta una rappresentazione � di N
che soddisfa ancora la condzione
I. �(N) 3 N.
Indichiamo col simbolo an l'immagine corrispondente �(n) di un
numero qualunque n e chiamiamo an una potenza della base a, mentre
n è detto l'esponente di tale potenza di a. Questo concetto dunque è
completamente determinato dalle condizioni:
II. a1 = a
III. an I = a . an = an . a.
156. Teorema. am + n = � . an o
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. per II in 135, III in 155 e II in 155, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora

am + n . a = (am • an)a,
ma per III in 155 e III in 135, si ha am + n . a = im + n) I = am + n I , e per
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 123

1 53 e III in 155, (am . an)a = am(an . a) = am . an I ; pertanto am + n I =


am an I , cioè il teorema vale anche per il numero successivo n I ,

c.v.d.
157. Teorema. (amt = am n .
Dimostrazione per induzione completa (80). Infatti,
p. per II in 155 e II in 147, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora

(amt . � = am n . am;
ma per III in 155, (amt . am = (amt I , e per 156 e III in 147 am n .am =
amn + m = amn ; pertanto (amt I = amn , cioè il teorema vale anche
'

per il numero successivo n I , c. v.d.


158. Teorema. (abt = an . �.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. per II in 155, il teorema è vero per n = 1 .
a . Se il teorema vale per un numero n, allora da 150, 1 5 3 e III in

155 sepue (abt . a = a(an . � = (a . a� � = an I . �, da cui ((abt . a)b


= (an . �)b; ma per 153 e III in 155, ((abt . a)b = (ab) n . (ab) = (ab) n I ,
e similmente
(an I . �)b = an I . (� . b) = an I . � / ;
pertanto si ha (ab) n I = an I . bn I , cioè il teorema vale anche per il
numero successivo n I , c.v.d.

§ 14. Il numero di elementi di un sistema finito

1 59. Teorema. Se 1:: è un sistema infinito, allora ciascuno dei


sistemi numerici Zn definiti in 98 è rappresentabile con similitudine
in 1:: (cioè, è simile a una parte di 1:: ) e inversamente.
Dimostrazione. Se I: è un sistema infinito, allora, per 72, esiste
certamente una parte T di 1:: semplicemente infinita, e quindi, per
132, simile alla serie numerica N, pertanto, per 35, ogni sistema Zn ,
essendo parte di N, è simile a una parte di T e quindi anche a una
parte di 1:: , c.v.d.
La dimostrazione del teorema inverso, per ovvio che possa appa­
rire, è più complessa. Se ogni sistema Zn è rappresentabile in 1:: , a
ogni numero n corrisponde una rappresentazione simile Otn di Zn tale
che Otn(Zn) 3 1:: . Dall'esistenza di una tale serie di rappresentazioni
Otn , che consideriamo come data, ma sulla quale non facciamo altre
assunzioni, anzitutto deduciamo, con l'ausilio del teorema 126, l'esi­
stenza di una nuova serie di rappresentazioni analoghe �n dotate
124 SCRITII S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

della speciale proprietà che ogni qual volta si abbia m :S n, e quindi


anche (per 100) Zm 3 Zn, la rappresentazione <pm di Zm è contenuta
nella rappresentazione <pn di Zn, cioè le rappresentazioni <pm e <pn
coincidono completamente per tutti i numeri contenuti in Zm, e
dunque vale sempre
<Pm(m) = <Pn(m) .
Per applicare a questo scopo il teorema menzionato (126), pren­
diamo come n il sistema di tutte le possibili rappresentazioni simili
di tutti i sistemi Zn in � e utilizziamo le rappresentazioni <Xn, che
sono esse stesse contenute in n, per definire una rappresentazione 6
di n in se stesso. Sia � un elemento qualsiasi di n, cioè, ad esempio,
una rappresentazione simile di un determinato sistema Zn in �;
allora il sistema <Xn'(Zn') non può essere una parte di �Zn),
altrimenti Zn', sarebbe simile, per 35, a una parte di Zn, cioè, per
107, a una parte propria di se stesso, e quindi risulterebbe un sistema
infinito, ciò che contraddirebbe il teorema 1 19; pertanto in Zn',
esistono certamente uno o più numeri p, tali che <xn'(p) non è
contenuto in �(Zn); per fissare le idee, scegliamo sempre il minimo k
(96) di codesti numeri p e, dato che, per 108, Zn' è composto di Zn e
n ' , definiamo una rappresentazione y di Zn' ponendo per ogni
numero m contenuto in Zn, l'immagine y(m) = �(m), e inoltre y(n ' )
= <Xn'(k); ora questa rappresentazione y di Zn ' in �, che evidentemente
è simile, la consideriamo come un'immagine 6 (�) della rappresenta­
zione �, e in tal modo resta completamente definita una rappresenta­
zione 6 del sistema n in se stesso. Dopo aver determinato le cose
chiamate n e 6 in 126, scegliamo come elemento di n denotato da Ca)
la rappresentazione data <X l ; in tal modo, per 126, risulta determinata
una rappresentazione <P della serie numerica N in n che soddisfa le
condizioni
II. <P l <XI,
=

III. <pn ' 6 (<Pn),


=

dove l'immagine di un numero n è indicata con <pn invece che con


<p(n). Dimostriamo anzitutto per induzione completa (80) che <pn è
una rappresentazione simile di Zn in �; infatti,
p. in base a II l'asserto è vero per n = 1, e
G. se l'asserto vale per un numero n, allora per III e in base alla

trasformazione 6 di � in y sopra descritta, esso vale anche per il


numero successivo n ' , c.v.d. Ora dimostriamo, sempre per indu­
zione completa (80), che, quale che sia il numero m, la proprietà so­
pra enunciata
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 125

appartiene effettivamente a tutti i numeri n � m, e quindi, per 93 e


74, contenuti nella catena mo; infatti,
p. ciò è immediatamente evidente per n = m, e
a. se tale proprietà appartiene a un numero n allora, sempre per

III e per la natura stessa di 9 segue che essa appartiene anche al


numero successivo n ' , c.v.d. Stabilita così anche questa proprietà
particolare della nuova serie di rappresentazioni �n , il nostro
teorema si dimostra facilmente. Definiamo una rappresentazione X
della serie numerica N, facendo corrispondere a ogni numero n
l'immagine x(n) = �n(n); è chiaro che, per 2 1, tutte le rappresenta­
zioni �n sono comprese in questa sola rappresentazione x. Siccome
� n era una rappresentazione di Zn in � segue senz'altro che anche la
�erie numerica N è rappresentata mediante X in �, quindi X(N) 3 �.
Siano poi m, n numeri diversi; in virtù della simmetria è lecito
assumere, per 90, m < n; allora, in base a quanto precede, si ha x(m)
= � (m) e x(n) = � n(n), ma dato che � n era una rappresentazione
m
simile di Zn in �, e poiché m, n sono elementi diversi di Zn , �n(m) è
diverso da �n(n), quindi anche x(m) è diverso da x(n), cioè X è una
rappresentazione simile di N. Essendo poi N un sistema infinito ( 71),
lo stesso vale, per 67, per il sistema ad esso simile X(N), e siccome
x(N) è una parte di �, per 68, anche � è un sistema infinito, c.v.d.
160. Teorema. Un sistema � è finito o infinito a seconda che
esista o no un sistema Zn simile ad esso.
Dimostrazione. Se � è un sistema finito allora esistono, per 159,
dei sistemi Zn non rappresentabili con similitudine in �; dato che,
per 102, il sistema ZI consta del solo numero 1 ed è quindi
rappresentabile con similitudine in ogni sistema, il minimo numero
k (96) corrispondente a un sistema Zk non rappresentabile con
similitudine in � è diverso da 1, e quindi, per 78, è = n ' ed essendo
n < n ' (91) esiste una rappresentazione simile � di Zn in �. Ora, se
�(Zn) fosse soltanto una parte propria di � esisterebbe in � un
elemento ex non contenuto in �(Zn); allora, essendo (108) Zn ' =
IDl (Zn , n ' ), si potrebbe estendere la rappresentazione � a una
rappresentazione simile � di Zn ' in �, ponendo �(n ' ) = ex, mentre, per
ipotesi, Zn ' non è rappresentabile con similitudine in �. Quindi �(Zn)
= �, cioè Zn e � sono sistemi simili. Inversamente, se un sistema � è
simile a un sistema Zn , allora �, per 1 19, 67, è finito, c.v.d.
161. Definizione. Se � è un sistema finito, allora esiste, per 160,
uno e, per 120 e 33, un solo numero n a cui corrisponde un sistema
Zn simile a �. Questo numero n si dice numero di elementi contenuti
in � (o anche il grado del sistema �), e si dice che il sistema � consta
126 SCRITTI S U I FONDAMENTI D E llA MATEMATICA

di n elementi, ovvero che il numero n indica quanti elementi son


contenuti in I: 30 • Quando i numeri sono adoperati per esprimere in
maniera precisa questa determinata proprietà dei sistemi finiti, si
dicono numeri cardinali. Non appena si sia scelta una determinata
rappresentazione simile cjI del sistema Zn per cui vale cjI(Zn) = I:, a
ogni numero m contenuto in Zn (ossia a ogni numero m S n)
corrisponde un determinato elemento cjI(m) di I:, e inversamente, per
26, a og!J.i elemento di I: corrisponde, mediante la rappresentazione
inversa cjI, un determinato numero in Zn. Spesso si indicano tutti gli
elementi di I: con una sola lettera, ad esempio Ot, alla quale si
aggiunge un indice m che vale a distinguere gli elementi, cosicché
cjI (m) è indicato con Otm. Si dice anche che tali elementi sono
enumerati e che sono ordinati mediante cjI; Otm è chiamato l' m-simo
elemento di I:; se m < n, Otm ' si dice l'elemento successivo di Otm, e Otn è
detto l'ultimo elemento. In questa enumerazione degli elementi
dunque i numeri n compaiono di nuovo come numeri ordinali (73) .
162. Teorema. Tutti i sistemi simili a un dato sistema finito
posseggono lo stesso numero di elementi.
La dimostrazione segue immediatamente da 33 e 161.
163.. Teorema. Il numero di elementi contenuti in Zn, cioè dei
numen S n, e, n
Dimostrazione. Infatti, per 32, Zn è simile a se stesso.
164. Teorema. Se un sistema consta di un unico elemento, allora
il numero di elementi di esso è = 1, e viceversa.
La dimostrazione segue da 2, 26, 32, 102 e 161.
165. Teorema. Se T è parte propria di un sistema finito I:, il
numero di elementi di T è minore del numero di elementi di I:.
Dimostrazione. Per 68, T è un sistema finito e quindi simile a un
sistema Zm, dove m è il numero di elementi di T; inoltre sia n il
numero di elementi di I:, e dunque I: simile a Zn, allora, per 35, T è
simile a una parte propria E di Zn, e, per 33, anche Zm e E sono simili
tra loro; ora se fosse n S m, quindi Zn 3 Zm, allora, per 7, E sarebbe
parte di Zm e di conseguenza Zm risulterebbe un sistema infinito, ciò
che contraddice il teorema 1 19; quindi (per 90) m < n, c.v.d.
166. Teorema. Sia r = m (B, y), dove B è un sistema di n elementi
e y un elemento di r non contenuto in B, allora r consta di n '
elementi.

30 Per chiarezza e semplicità nel seguito limiteremo il concetto di nUI;l1ero di


elementi ai sistemi finiti; perciò, quando parliamo del numero di determinate cose è
sempre inteso che il sistema di cui tali cose sono elementi è un sistema finito.
CHE COSA SONO E A CHE COSA SERVONO I NUMERI? 127

Dimostrazione. Infatti, se B �(Zn), dove � è una rappresenta­


=

zione simile di Zn, allora, per 105 e 108, è possibile estendere tale
rappresentazione a una rappresentazione simile � di Zn ' ponendo
�(n ' ) y, e si avrà precisamente �(Zn') = r, c.v.d.
=

167. Teorema. Se y è un elemento di un sistema r che consta di


n ' elementi, allora il numero di tutti gli altri elementi di r è n.
Dimostrazione. Infatti, sia B il complesso di tutti gli elementi di r
diversi da y, allora r = ID? (B, y); sia ora b il numero di elementi del
sistema finito B, allora, per il teorema precedente, il numero di
elementi di r è b ' , quindi b ' n ' , da cui, per 26, segue b n, c. v.d.
= =

168. Teorema. Se A consta di m elementi e B di n elementi, e A e


B non hanno alcun elemento comune, allora ID? (A , B) consta di
m + n elementi.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. il teorema è vero per n = 1, in base a 166, 164 e II in 135.
a. Se il teorema vale per un numero n, allora vale anche per il

numero successivo n ' . Difatti se r è un sistema di n ' elementi,


allora, per 167, si può porre r = ID? (B, y), dove y è un elemento di r
e B è il sistema degli altri n elementi di r. Sia ora A un sistema di m
elementi, nessuno dei quali è contenuto in r, quindi neanche in B, e
si ponga ID? (A , B) = 1:, allora, per ipotesi, il numero degli elementi di
1: è m + n e dato che y non è contenuto in 1:, segue, per 166, che il
numero di elementi contenuti in ID? (1:, y) è (m + n) ' , quindi (per
=

III in 135) = m + n ' ; ma dato che evidentemente, per 15, ID? (1: , y) =
ID? (A , B,y) = ID? (A , r), il numero di elementi di ID? (A , r) è m + n ' ,
c.v.d.
169. Teorema. Siano A , B sistemi finiti rispettivamente di m e n
elementi, allora ID? (A , B) è un sistema finito, e il suo numero di
elementi è S m + n.
Dimostrazione. Se B 3 A, allora ID? (A, B) A , e il numero m di
=

elementi di questo sistema è (per 142) < m + n, come si è affermato.


Se invece B non è parte di A, allora sia T il sistema di tutti quegli
elementi di B che non sono contenuti in A ; per 165, il suo numero p è
S n, e poiché evidentemente
ID? (A , B) ID? (A , 7),
=

per 143, il numero m +p di elementi di quel sistema è S m + n, c.v.d.


1 70. Teorema. Ogni sistema composto di un numero n di sistemi
finiti è finito.
Dimostrazione per induzione completa ( 80) . Infatti,
p. il teorema è evidente per n = 1.
a . Se il teorema vale per un numero n e 1: è composto di n '
128 SCRI'ITI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sistemi finiti, sia A uno di questi sistemi e sia B il sistema composto di


tutti i sitemi rimanenti; essendo il numero di codesti sistemi n (per =

167), in base alla nostra ipotesi B è un sistema finito. Ora, siccome


evidentemente :I: = ID1 (A , B), segue (per 169) che anche :I: è un
sistema finito, c.v.d.
171. Teorema. Se <I> è una rappresentazione non simile di un
sistema finito :I: di n elementi, allora il numero di elementi della
immagini <I> (:I:)è minore di n.
Dimostrazione. Se fra tutti gli elementi di :I: ai quali corrisponde
una medesima immagine ne scegliamo arbitrariamente uno solo, il
sistema T di tutti questi elementi scelti è evidentemente una parte
propria di :I:, poiché <I> è una rappresentazione non simile di :I: (26).
Nello stesso tempo è evidente che la rappresentazione di questa parte
T compresa per 2 1 in <I> è simile, e che <1>(7) = <I> (:I: ) ; quindi il sistema
<I> (:I:) è simile alla parte propria T di :I:, da cui con 162 e 165, segue il
nostro teorema.
172. Osservazione conclusiva. Benché si sia appena dimostrato
che il numero m di elementi di <I> (:I: ) è minore del numero n di
elementi di :I:, si usa dire in molti casi che il numero di elementi di
<I> (:I:) è = n. Naturalmente l'espressione 'numero di elementi' è
allora usata in un senso diverso da quello che aveva fin qui per noi
(161); difatti, siano ex un elemento di :I: e a il numero di tutti gli
elementi di :I: che possiedono. una stessa immagine <I> ( ex ) , allora
quest'ultima, quale elemento di <I> (:I:) , è pensata spesso come rappre­
sentante di a elementi, i quali vanno concepiti come distinti tra loro
almeno per quanto concerne la loro origine, e pertanto è contata
come elemento a-pIo di <I> (:I: ) . In tal modo si perviene a concetti, in
molti casi assai utili, di sistemi in cui a ogni elemento è assegnato un
determinato numero di frequenza, il quale indica quante volte
1'elemento dato deve essere contato come elemento del sistema. Per
esempio, nel caso precedente si direbbe che, contandoli in questo
secondo senso, il numero di elementi di <I> (:I:) è n, mentre il numero
m di elementi effettivamente diversi di questo sistema coincide con
quello degli elementi di T. Queste deviazioni dal significato origina­
rio di un termine tecnico che sono solo estensioni della nozione
originaria compaiono con frequenza nella matematica, ma appro­
fondirne la discussione non rientra negli scopi del presente scritto.
Dalla corrispondenza
tra Dedekind e Lipschitz

[Nel 1876 Lipschitz chiede a D da parte di Darboux un articolo


sulla nuova teoria dei numeri basata sulla sua nozione di 'ideale', da
pubblicare sul Bulletin des sciences mathematiques (« Sur la theorie des
nombres entiers algébriques », in Dedekind, Gesammelte mathema­
tische Werke, voI. 3 , Vieweg & Sohn, Braunschweig 1932,
pp. 262-296). Nel mandargli il suo piano di lavoro, D chiede
la sua opinione a Lipschitz, che gli risponde pregandolo di apportare
alcune modifiche (rifiutate da D) e di scrivere un'introduzione (che
D accetta); D, nel far pervenire a Lipschitz l'introduzione richiesta,
che contiene in una nota a pie' di pagina una rapida sintesi della
teoria dei numeri reali di D, gli spedisce anche una copia di
Continuità e numeri irrazionali. La corrispondenza si sviluppa in un
breve scambio che ha come punti centrali la discussione del modo in
cui D presenta la sua teoria degli ideali, che è di grande interesse [ v.
p. 35 D , ma non si riferisce direttamente al nostro tema; e la
discussione di Continuità, di cui traduciamo tutto il materiale
contenuto nelle lettere.]

Lipschitz a D 8 giugno, 1876


[ ... ]
3. Lei è stato così cortese da inviarmi il Suo lavoro sulla
continuità e i numeri irrazionali, grazie al quale ho potuto conoscere
in anticipo e con la massima precisione il contenuto della Sua nota a
pie' del test0 3!. Voglio chiarire che non discuto la correttezza della
Sua definizione; mi sembra, però, che essa differisca solo formal-

[_1 1 Si veda il commento iniziale al presente scambio di lettere.]


1 30 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

mente, e non nella sostanza, da quella stabilita dagli antichi. Posso


solo dire che la definizione fornita in Euclide, V, 5, e che riporto qui
in latino:
rationem habere inter se magnitudines dicuntur, quae possunt
multiplicatae inter sese mutuo superare, 32
con quel che segue, a mio parere è perfettamente soddisfacente
quanto la Sua definizione. Per questa ragione mi "'p iacerebbe che
venisse espunta l'asserzione che teoremi quali Vi . ";3 = % non sono
mai stati realmente dimostrati. Infatti penso che i lettori, e in
particolare quelli francesi, saranno dell'opinione che il suddetto libro
di Euclide contenga i princìpi necessari e sufficienti a dimostrare
questo teorema. Non posso chiudere la presente osservazione senza
dirLe quanto mi sia difficile scriverLe queste cose. Sono questioni
che toccano, per usare l'espressione di Jacobi, un cuore analitico nel
profondo, e io mi auguro solo che Lei non me ne voglia. [ ... ]

D a Lipschitz 10 giugno 1 876


[ ... ]
3°. Circa la mia nota relativa ai numeri irrazionali Lei scrive:
[qui D trascrive l'intero brano, tranne la prima frase, della lettera di
Lipschitz da noi tradotta sopra].
Purtroppo ieri sera (venerdì) sono stato interrotto in questo
punto da una visita, e ciò ha ritardato la mia riposta. - In primo
luogo, La prego ancora una volta di tener per certo che su questo
punto non sono affatto suscettibile; non mi son mai figurato che la
mia concezione dei numeri irrazionali avesse un qualche particolare
valore, se no non l'avrei tenuta per me per circa quattordici anni; al
contrario, sono sempre stato certo che se un qualsiasi matematico
ben preparato oggi si proponesse per una volta seriamente di
sistemare l'argomento in modo più rigoroso, arriverebbe di sicuro
allo scopo; d'altra parte, se un matematico non si pone affatto questo
problema, non ho nessuna intenzione di fargliene una colpa; egli
avrà, giustamente, la netta impressione che, se solo volesse e se gli
valesse la pena di dedicarci del tempo, ci riuscirebbe. Perciò, sebbene
io non sia completamente insensibile alla lode e alla critica, in questo
caso certo non mi offenderò se qualcuno non mi riconosce neppure
quel minimo di merito che io credo di avere nella faccenda.

[32 La parola superare è sottolineata nel manoscritto. Cfr. più sotto la rispo­
sta di D.]
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E L1PSCHITZ 131

Piuttosto, poiché l'argomento m i inte{essa molto, mi permetto di


esporLe le ragioni per cui non posso assolutamente accettare il Suo
punto di vista. Dunque io assumo, come una base sulla quale
naturalmente bisogna aver trovato accordo, che l'aritmetica dei
numeri razionali sia ben fondata, e nient'altro; io mostro nel mio
scritto, senza mescolarvi realtà alcuna di natura estranea, che nel
dominio stesso dei numeri razionali è possibile mostrare un feno­
meno (la sezione) che può essere utilizzato per completare quel
dominio mediante una singola creazione di nuovi numeri, gli
irrazionali, e dimostro che il dominio, così costituito, di tutti i
numeri reali possiede quella proprietà nella quale io ho scorto
l'essenza della continuità (§ 3) (se non si volesse introdurre nuovi
numeri, non ho nulla in contrario; allora il teorema (§ 5, IV) da me
dimostrato suonerebbe così: il sistema di tutte le sezioni nel domi­
nio, in sé non continuo, dei numeri razionali rappresenta una
molteplicità continua); più oltre (§ 6) faccio vedere che si può
definire in modo del tutto rigoroso l'addizione di due numeri reali
quasiasi, e asserisco che lo stesso è possibile per le restanti operazioni
e che su queste basi si possono dimostrare del tutto rigorosamente
anche i teoremi su cui poggia l'intero edificio dell'aritmetica.
Naturalmente queste ultime asserzioni mi impegnano, qualora
ancora si dubitasse della dimostrabilità di un teorema dai miei
princìpi, a fornire io concretamente tale dimostrazione. Al tempo
stesso, io sostengo che per la maggior parte (di fatto, quasi tutti) quei
teoremi dell'aritmetica finora non sono mai stati dimostrati, e per
mettere ancor Eiù in evidenza questa contraddizione dico che il
teorema V2 . v3 = Y6 non è mai stato dimostrato prima d'ora. Se
qualcuno vorrà contraddirmi, cioè vorrà sostenere che il teorema è
già stato dimostrato, ora è su lui che ricade l'onere della prova, ed egli
deve nominarmi una dimostrazione realmente pubblicata di questo
teorema o di uno che lo implica. Ora, Lei davvero ritiene che in
qualche libro si trovi tale dimostrazione? Ovviamente ho esaminato,
su questo punto, una quantità di libri di tutte le nazioni, e che cosa
ho trovato? Nient'altro che i più grossolani ragionamenti circolari,
qualcosa come: VaYb = Vab perché (Va . Yb) 2 = (Va)2 . (Yb)2 = ab; e
prima, neanche il minimo accenno a una definizione del prodotto tra
due numeri irrazionali, né il minimo scrupolo a utilizzare anche per i
numeri irrazionali il teorema (mn) 2 = m2 n2 , dimostrato per i
numeri razionali m e n. E allora, non è indecente che l'insegnamento
della matematica nella scuola passi per uno strumento specifico per la
formazione della facoltà del ragionamento quando simili insulti alla
1 32 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

logica non sarebbero mai tollerati in alcun'altra disciplina (ad


esempio, nella grammatica)? Se qualche volta non si ha la volontà, o
il tempo, di procedere scientificamente, è molto più onesto confes­
sarlo apertamente all'allievo, il quale, comunque, è dispostissimo a
credere un teorema sulla parola dell'insegnante; è meglio questo che
mortificare con dei simulacri di dimostrazione la pura e preziosa
sensibilità per le vere dimostrazioni.
Ormai credo proprio di essermi giustificato abbastanza, e tutta­
via non voglio cavarmela così a buon mercato, ma voglio esplorare la
questione anche da un altro punto di vista, quello proposto da Lei;
infatti, Lei non sostiene che da qualche parte si debba trovare una
dimostrazione più rigorosa del teorema sopra menzionato, ma
esprime l'opinione che i princìpi necessari e sufficienti a dimostrare
il teorema siano contenuti nella celebre e giustamente ammirata
definizione euclidea del rapporto (ratio, À6roç) tra grandezze omoge­
nee, assieme al resto del quinto libro degli Elementi. A prescindere
dal fatto che, come ho già osservato sopra, non mi piace che si tiri in
ballo la grandezza nella teoria pura dei numeri, debbo comunque
dichiararmi decisamente contrario a questa opinione; quella base,
secondo me, non è sufficiente se non ci si mette anche, oltre ai
princìpi di Euclide, il punto cruciale del mio scritto, cioè l'essenza
della continuità (§ 3), che in essi non è affatto contenuta. Nella
terminologia attuale, la definizione di Euclide si esprimerebbe così:
Le grandezze omogenee A, B e le grandezze omogenee A h BI hanno
il medesimo rapporto se per ogni coppia di numeri interi razionali
m, n o si ha insieme nA < mB e nA l < mBI, o insieme nA mB e =

nA l = mBI, o insieme nA > mB e nA l > mBI• Se questa definizione


deve avere un qualche senso, è necessario fare queste due sole
assunzioni sulle cose chiamate grandezze:
1 ° . Tra due qualsiasi grandezze omogenee diverse è sempre
possibile riconoscerne una come maggiore e l'altra come minore.
2°. Se A è una grandezza e n un numero intero, esiste sempre una
grandezza nA omogenea con A, il multiplo di A rispetto al
numero n.
Per il resto, a parte queste tacite assunzioni e quelle contenute
nelle parole che Lei cita in latino (La prego di scrivermi la ragione
per cui sottolinea così il termine superare), nulla si sa sull'estensione o
sulla molteplicità di un dominio di grandezze omogenee, e la
definizione dice soltanto quando il rapporto tra due individui esistenti
in un dominio di grandezze è il medesimo che sussiste tra altri due.
Inoltre sono disposto a concedere che il rapporto possa valere come
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E L1PSCHITZ 133

iefinizione generale di un numero, anche se Euclide non tratta mai


:ome sinonimi À6'Yo� e à;pLaIL6�. Allora, per esempio, il complesso di
tutti i multipli nA , dove A è una grandezza data, rappresenta un
dominio di grandezze che da solo già soddisfa le assunzioni prece­
denti, e in questo libro di Euclide non si trova la minima allusione
alla possibile esistenza di domini di grandezze più completi; ovvia­
mente questo dominio di grandezze consentirebbe, mediante il
rapporto tra due sue grandezze qualsiasi, di definire tutti i numeri
razionali; e un dominio numerico simile non sarebbe suscettibile di
ulteriori ampliamenti neppure passando a un dominio di grandezze a
un livello di completezza immediatamente superiore, costituito da
tutte le parti esatte (Definizione 1) di una grandezza determinata e
dai suoi multipli, cioè da tutte le grandezze commensurabili con una
grandezza data. Un dominio siffatto possiede già una molteplicità
più che rispettabile di livelli di grandezze, e a nessuno verrebbe in
mente tanto facilmente di chiedere dei domini ancora più completi.
Perciò il concetto di numero come rapporto fra grandezze omogenee
non porterebbe mai al di là dei numeri razionali. Si dirà: ma se
Euclide non avesse voluto prendere in considerazione altro che quei
domini di grandezze non avrebbe ritenuto necessario complicare
così la sua definizione del rapporto; avrebbe potuto limitarsi a dire: il
rapporto tra A e B è uguale al rapporto tra A l e Bl se esistono due
numeri interi m, n tali che si ha, al tempo stesso, nA = mB e
nA l = mBl• Dunque è evidente che Euclide aveva in mente domini
di grandezze più completi; e infatti nel Libro X vengono trattate
anche grandezze incommensurabili, cioè nuovi rapporti a cui per­
tanto corrispondono nuovi numeri, i numeri irrazionali. Ma né in
Euclide né negli scrittori successivi si trova mai la chiusura di tale
completamento, il concetto di domini di grandezze continui, cioè i
più completi pensabili, la cui essenza risiede nella proprietà seguente:
« Se in un dominio di grandezze strutturato per gradi continui si
ripartiscono tutte le grandezze in due classi tali che ogni grandezza
della prima classe è minore di ogni grandezza della seconda, allora
esiste o una grandezza massima nella prima classe, o una minima nella
seconda ». Se una proprietà simile non viene espressamente inclusa nel
concetto del dominio di grandezze, allora anche il relativo dominio
numerico resta incompleto, e di conseguenza diventa impossibile dare
una definizione generale delle operazioni aritmetiche, perché in
questi domini numerici lacunosi può darsi che la somma, la diffe­
renza, eccetera, di due numeri che sono nel dominio non esista in
quel dominio. Se si è disposti a rinunciare a una definizione generale
134 SCRITTI S U I FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

di addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione, allora basta


dire: col prodotto V2 . V3 intendo il numero V6, pertanto V2 . V3 = V6,
c.v.d.! Sarebbe solo un portare alle estreme conseguenze un modo di
procedere concepibile, si, ma certo non raccomandabile, per cui
un' operazione, poniamo la moltiplicazione, verrebbe sempre ridefi­
nita ogni volta che si devono moltiplicare due nuovi numeri. Per
tutte queste ragioni io rimango della mia idea che, senza il Principio
di continuità, il quale non è contenuto nei prindpi euclidei, tali
prindpi sono inadeguati a fondare una teoria completa dei numeri
reali come rapporti tra grandezze; e la mia osservazione provocatoria
che il teorema V2 . V3 = V6 non è dimostrato io la ritengo non solo
vera, ma anche utile. Al contrario, invece, con la mia teoria dei
numeri irrazionali si può creare il modello perfetto di un dominio
continuo, il quale è per l'appunto adeguato a caratterizzare un
rapporto tra grandezze mediante uno degli individui numerici in
esso contenuti. - E adesso, La prego di consentire al mio cuore
analitico di domandarLe francamente se l'opinione da Lei espressa
sotto il numero 3 circa il rapporto tra il mio Principio e gli Elementi
di Euclide non fosse finora solo una congettura la cui validità Lei
stesso non ha esplorato fino in fondo. Se cosi non è, Le sarò
estramamente obbligato se vorrà farmi conoscere le motivazioni
della Sua opinione. [ ... ]

Lipschitz a D 6 luglio, 1 876 33


[ .. ]
.

IV. La mia Op I nlOne sul rapporto tra i Suoi principi e gli


Elementi di Euclide io l'ho esplorata fino al limite delle mie
possibilità. Secondo me, l'aver stabilito le basi concettuali dei numeri
irrazionali è una delle grandi imprese dello spirito greco. I posteri
hanno tutti goduto il frutto di quel lavoro, e non han potuto
aggiungervi nulla di essenziale.
Ho sottolineato la parola superare perché con essa Euclide apre la
possibilità di trattare i rapporti tra quelle grandezze che non sono il
rapporto di due numeri interi. La successiva definzione di ugua­
glianza tra due rapporti, poi, definizione che io non ho trascritto per
via della sua lunghezza, ma che Lei cita per esteso, taglia la testa al
toro. Se Lei questo non lo riconosce, posso spiegarmelo solo

[33 Sinaceur, in « La méthode mathématique de Dedekind », Rev. Hist. Sci. , 32


(1979), 2, p. 122, corregge questa data in: 27 giugno 1 876.]
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E LIPSCHITZ 135

pensando che non considera che con quella definizione Euclide


presuppone l'esistenza di rapporti che non sono uguali al rapporto tra
due numeri interi. Il Suo intento è di assumere in partenza solo numeri
razionali e grandezze misurabili mediante numeri razionali. Qui
Euclide procede in modo diverso, e questo è il nocciolo della Sua
differenza da Euclide. Euclide concepisce una grandezza come
determinata dalla misura di un segmento ben definito, e da questo
punto di vista egli può mostrare segmenti il cui rapporto con un
segmento dato non può essere espresso con due numeri naturali.
L'esempio della diagonale di un quadrato di cui è dato il lato è più
che sufficiente. Ponendo il lato = 1, Euclide dimostra che nessuna
frazione razionale m/n può avere un quadrato 2, pertanto il
=

rapporto tra la diagonale del quadrato e il lato non è quello tra due
numeri interi. Dunque, una volta assunta l'esistenza di rapporti che
non sono razionali, per eseguire le operazioni fondamentali del
calcolo con tali rapporti è sufficiente la definizione euclidea di
uguaglianza tra rapporti, e in sostanza è questo ciò che Lei . realizza
col Suo Principio.
Certo, Lei obietterà che per derivare l'esistenza di un rapporto
non Le basta una costruzione geometrica. A ciò rispondo così: lo
spirito umano ha attinto la forza che oggi possiede soprattutto dalla
pratica della geometria. Per millenni il rigor geometricus è valso come
il criterio supremo. Se ora noi imponiamo altri criteri lo dobbiamo
in gran parte alla pratica della geometria, e per ora tali criteri non
sono materialmente diversi [da 'F ello]. Chi non vuoI dire che la
diagonale di quel quadrato = ";2 non può neanche negare che
(m/n)2 = 2 è impossibile per m ed n interi, e deve ammettere che le
diseguaglianze
(m/n) 2 - 2 > O e (m/n) 2 - 2 < O
possono esser soddisfatte con qualsivoglia precisione. Anche questo ce
lo hanno insegnato gli antichi, e la Sua definizione di sezione ha forse
un contenuto diverso? lo credo di no. Quanto alla completezza del
dominio da Lei menzionata, che si deduce dai Suoi Princlpi, essa di
fatto coincide con la proprietà fondamentale senza la quale nessun
uomo può rappresentarsi una retta. I Suoi teoremi esprimono
unicamente cose che risultano necessariamente dal calcolo con le
diseguaglianze e che sono state utilizzate da chiunque abbia calcolato
con le diseguaglianze sapendo ciò che faceva.
Anche il calcolo coi logaritmi presuppone necessariamente che
quei concetti siano stati chiariti nel modo più completo, e devo
136 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

supporre che a tutti coloro che comprendono il calcolo coi logaritmi


quei concetti siano chiari.
Per concludere, mio stimato collega, voglio dirle che sono
assolutamente d'accordo con Lei sulle carenze che Lei denuncia
nell'insegnamento della matematica, e che ho deciso di scrivere un
manuale elementare di analisi 34 in due volumi, che inizi con i
princìpi e arrivi al calcolo integrale. Ho già ultimato la stesura delle
parti su cui abbiamo qui discusso, fino al teorema fondamentale delle
equazioni algebriche incluso, e, mentre Le scrivo, penso sempre a
quanto sarei felice se quel lavoro potesse soddisfarLa.
Suo R. Lipschitz

D a Lipschitz 27 luglio 1876


[ ... ] Sebbene abbia ormai poca speranza che io e Lei ci si possa
trovare d'accordo, anche perché non abbiamo più niente di nuovo da
offrirei, e sebbene forse la cosa più opportuna sia di differire ogni
discussione finché la Sua opera non sarà completata, ammesso che a
quel punto ci sia ancora qualche motivo di discussione, purtuttavia
La prego di consentirmi di tornare sulla Sua seconda lettera, perché
ancora una volta vorrei cercare con la maggior chiarezza di cui sono
capace di far risaltare la differenza tra il Suo punto di vista e il mio.
Per prima cosa desidero difendermi da un'osservazione con cui Lei
mi attribuisce ancora un'opinione errata circa il valore del mio
scritto sulla continuità, nonostante io nella mia ultima lettera mi sia
espresso su questo punto in un modo che ritenevo inequivocabile.
Dopo aver menzionato l'esempio di V2 Lei aggiunge queste parole:
« Anche questo ce lo hanno insegnato gli antichi, e la Sua definizione
di sezione ha forse un contenuto diverso? lo credo di no. Quanto alla
completezza del dominio da Lei menziop.ato, che si deduce dai Suoi
Princìpi, essa di fatto coincide con la proprietà fondamentale senza la
quale nessun uomo può rappresentarsi una retta ». Parlerò innanzi­
tutto della prima metà di questo passo, nel quale Lei sembra proprio
attribuirmi la convinzione di aver per primo osservato e messo in
luce quel fenomeno che, essendo menzionato così spesso nel mio
libro, esclusivamente per brevità io ho indicato con un nome
specifico, la 'sezione'. La prego di cancellare completamente questa
Sua impressione; io non ho mai pensato di aver messo in luce nel mio

[34 Lipschitz, R., Lehrbuch der Analysis, Cohen, Bonn 1 877- 1 880.]
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E L1PSCHITZ 137

scritto neppure un solo fenomeno nuovo, né un qualsivoglia nuovo


oggetto di indagine matematica. Il fenomeno della sezione è presen­
tato praticamente in qualsiasi manuale di aritmetica quando si
introduce la rappresentazione, con approssimazione quanto si voglia
piccola, dei numeri irrazionali mediante i razionali (dove si com­
mette sempre un fondamentale errore di logica). Tantomeno ho mai
inteso creare, con la mia definizione dei numeri irrazionali, una
nozione numerica che non fosse già più o meno chiaramente
formulata nella mente di qualsiasi matematico; dalla mia definizione
esplicita (pp. 10 35 e 30) [ pp. 71 e 77 D risulta che la completezza o la
continuità (A) del dominio dei numeri reali che si ottiene con la mia
definizione dei numeri irrazionali è sostanzialmente equivalente con
un teorema (B) noto e applicato da tutti i matematici: « Se una
grandezza cresce costantemente, ma non oltre ogni limite, allora essa
approssima un valore limite ». Inoltre ho anche osservato espressa­
mente (p. 1 8) [ p. 69 D che non ritenevo di dire qualcosa di nuovo a
chicchessia col teorema (C): « Se tutti i punti ... la retta in due parti ».
E infine, ancor meno reputo una novità il teorema (D) che ho
introdotto nella mia ultima lettera indirizzata a Lei: « Se in un
dominio ... nella seconda ». Come credo di aver espresso chiaramente
nell'Introduzione e nel § 3, tutto il mio scritto tende soltanto ad
applicare il fenomeno della sezione, a tutti ben noto, per dimostrare
(e questo, a quanto ne so, non era mai stato fatto) che è possibile
definire immediatamente i numeri irrazionali sulla sola base dell'a­
ritmetica dei numeri razionali, senza alcun riferimento al concetto,
particolarmente oscuro e complicato, di grandezza, e soprattutto, ciò
che è più difficile, definirli con quella completezza (continuità) che è
sufficiente, non meno che necessaria, per edificare in modo assoluta­
mente rigoroso e scientifico l'aritmetica dei numeri reali. Che lo
scopo sia stato raggiunto, questo penso che Lei non lo metta in
discussione (e lo stesso vale per la presentazione ad opera di Heine e
Cantar, che differisce solo esteriormente dalla mia); la nostra
divergenza, dunque, riguarda esclusivamente l'opinione da Lei
espressa che questi Princìpi siano già interamente contenuti, sia pure
sotto diversa forma, negli Elementi di Euclide. Questo giudizio Lei lo
ripete nella Sua ultima lettera sia esplicitamente, sia anche implicita­
mente, quando, nella seconda parte del passo citato sopra, definisce
come qualcosa di autoevidente la completezza o continuità, cioè
appunto la proprietà su cui il mio scritto è e non poteva non essere

[35 Indicazione di pagina probabilmente errata.]


138 SCRITI'I SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

centrato se voleva raggiungere lo scopo che si era prefisso; sia infine


quando Lei scrive: [qui D trascrive il secondo capoverso, tranne la
prima frase, della lettera di Lipschitz del 6 luglio 1876 tradotta
sopra]. Dopo di che Lei riporta l'esempio del rapporto tra la
diagonale e il lato di un quadrato, che ho ricordato anch'io nel mio
lavoro (p. 16) [ p. 68 D come un ra,pporto irrazionale (nel senso
moderno) già noto ai greci antichi. E dall'età di 13 o 14 anni che
conosco e ammiro Euclide, e tuttora non vedo proprio in che cosa le
mie opinioni divergano dalle sue; nella mia ultima lettera ho parlato
ampiamente della sua trattazione delle grandezze incommensurabili
senza muovere alcuna obiezione sul suo modo di procedere, sicché
posso a buon diritto contestare il punto di vista che Lei sopra mi
attribuiva. Euclide può applicare. la sua definizione dell'uguaglianza
tra rapporti a tutte le grandezze che si danno nel suo sistema, cioè la
cui esistenza è manifesta per buone ragioni; e ciò è tutto quanto basta
a Euclide. Però non basta affatto a chi volesse edificare l'aritmetica
sul concetto di rapporto tra grandezze (cosa che Euclide non aveva in
mente); infatti, in questo tipo di fondazione, la completezza del
concetto di numero dipende interamente dalla completezza del
concetto di grandezza, e dato che la completezza continua dei
numeri reali è indispensabile per costruire scientificamente l'aritme­
tica, è esigenza imprescindibile sapere per certo fin dall'inizio quanto
il dominio delle grandezze è completo, perché in matematica nulla è
più pericoloso di fare delle assunzioni esistenziali senza una dimostra­
zione adeguata, soprattutto se spinti dalla necessità o da un bisogno
occasionale. E come si distingueranno le assunzioni esistenziali lecite
dalle infinite che lecite non sono, per esempio, l'assunzione che esiste
una grandezza A che sia contemporaneamente il doppio di B e il
triplo della metà di B? Bisognerà basarsi solo sulle conseguenze,
sull'individuazione contingente di una contraddizione interna? Ora,
se Euclide avesse contemplato la possibilità di ricerche più ampie di
quelle che aveva in mente in realtà, nelle quali, cioè, la continuità
svolgesse un ruolo essenziale, e se nel manoscritto si trovasse, sotto le
definizioni o gli assiomi del quinto libro, il contenuto del passo (D)
citato sopra, dubito che qualcuno lo definirebbe superfluo o ovvio;
piuttosto, credo che più di un rappresentante di coloro che vogliono
fondare l'aritmetica sul concetto di numero come rapporto tra
grandezze avrebbe già riconosciuto e dichiarato che « con questa
definizione precisa della completezza del concetto di grandezza è
data anche la completezza del concetto di numero necessaria e
sufficiente alla costruzione rigorosa dell'aritmetica». E credo che
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E LIPSCHITZ 139

oggi avremmo dei manuali di aritmetica migliori di quelli che


abbiamo. Ma Euclide tace completamente su questo punto cruciale
per l'aritmetica, e perciò non posso convenire con Lei che le basi
complete della teoria dei numeri irrazionali sian da trovare in
Euclide. Se nella definizione del quinto libro che Lei, nella Sua
penultima lettera, ha riprodotto in latino, Euclide non ha ritenuto
superfluo menzionare una proprietà delle grandezze cosi elementare,
certamente avrebbe anche definito a suo modo, se l'avesse ritenuta
necessaria nel suo sistema, la caratteristica (D) della continuità, che è
molto più complessa. Lei, però, asserisce che questa completezza o
continuità è autoevidente, per cui non va formulata esplicitamente,
dato che nessuno può pensare una retta senza di essa, né quindi senza
la precedente proprietà (C). Anche se, come Lei supponeva, sono per
natura contrario all'utilizzazione della geometria per fondare l'arit­
metica pura, nondimeno, voglio assumere per un momento questa
prospettiva; ma anche cosi non posso consentire con Lei; come ho
già specificamente dichiarato alla fine del § 3 del mio lavoro, sotto
(C), io posso rapresentarmi tutto lo spazio e tutte le rette in esso come
assolutamente discontinui; un'altra persona di questo genere è il
professor Cantor, di Halle, almeno a giudicare dal suo lavoro da me
citato; e devo credere che ogni uomo possa farlo. Forse mi si
obietterà che io mi inganno sulla mia facoltà di rappresentazione
spaziale, cioè che chiunque sia capace di pensare lo spazio come
continuo dovrà per forza essere incapace di rappresentarselo come
discontinuo perché la rappresentazione della massima completezza
concepibile è contenuta già in partenza nel concetto di spazio. A
questo però devo assolutamente oppormi; per me, al contrario, il
concetto di spazio è del tutto indipendente, del tutto staccato dalla
rappresentazione della continuità, e la proprietà (C) serve solo a
distinguere entro la nozione generale di questo spazio quella partico­
lare di spazio continuo. E sotto questo aspetto come stanno le cose in
Euclide? Si analizzino pure tutti i presupposti, sia espliciti che
impliciti, su cui poggia l'intero edificio della geometria euclidea, si
assuma che tutti i suoi teoremi siano veri e tutte le costruzioni
eseguibili (un metodo infallibile per una simile analisi secondo me è il
seguente: sostituiamo tutti i termini tecnici con altre parole qualsiasi
(fin qui prive di senso), e, se è costruito bene, l'edificio non dovrebbe
crollare; per esempio, io sostengo che la mia teoria dei numeri reali
regge a questa prova): per quanto io abbia tentato, in questo modo
non si perviene mai alla continuità dello spazio come una condizione
inseparabilmente legata alla geometria euclidea; tutto il suo sistema
1 40 SCRITTI SUI FONDAMENTI DEllA MATEMATICA

rimane in piedi anche senza la continuità - un risultato che


sicuramente per molti è sorprendente, e perciò mi è parso che valesse
la pena di ricordarlo.
Con queste osservazioni, che sono solo ulteriori conseguenze dei
pensieri espressi nel mio lavoro, credo di aver delinato il mio punto
di vista con tale esattezza che non mi resta altro da aggiungere.
Piuttosto devo scusarmi con Lei se mi sono dilungato tanto nella mia
discussione; ma Lei sa quanto tali questioni tocchino profondamente
il mio cuore analitico, pertanto conto sulla Sua indulgenza. [ . ]
..
Dalla corrispondenza
tra Dedekind e Weber

[La corrispondenza con H. Weber è molto ampia, ma poco


pubblicata. Non risulta pubblicata la lettera di Weber a cui D
risponde con la sua del 24 gennaio 1888. A quanto si può capire,
quella lettera conteneva le reazioni e i commenti di Weber alla
stesura definitiva di Numeri, commenti che D consiglia a Weber di
sviluppare fino in fondo. Questo stimolo è probabilmente all'origine
del lavoro di Weber « Elementare Mengenlehre », menzionato più
sotto [ nota a piè di pagina 145 D .]

D a Weber 8 novembre 1878


[ ... ] Il tuo apostolato in favore di Continuità e irrazionalità mi fa
molto piacere; anch'io, alla fine del § 6, ho raccomandato un
confronto con la presentazione di Heine (meglio ancora, con quella
di Cantor); il guadagno che si ottiene in brevità non è poi considere­
vole e io credo persino che, per lo studente che ancora non sa nulla
dei limiti [Grenzwerten] delle grandezze variabili, la mia definizione
di somma, differenza, eccetera, sia più facile da afferrare e, se esposta
come si deve, non presenti difficoltà alcuna. In effetti, sono così
ottimista da credere che si potrà insegnare rigorosamente l'aritmetica
anche al ginnasio, infatti fino adesso l'insegnamento ginnasiale offre
solo uno splendido esempio di quanto sia facile ingannare gli studenti
se solo si ha il coraggio di abdicare all'uso della logica. Che bello
strumento pedagogico per sviluppare le facoltà mentali del giovane,
questa aritmetica così come è insegnata! Ultimamente Fick ha
spezzato una lancia in favore delle scuole medie, ma quanto al valore
dell'insegnamento della matematica al ginnasio la penso diversa­
mente da lui, e forse ne scriverò ancora prossimamente.[ ... ]
1 42 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

Weber a D 13 novembre 1878


[ ... ] Alla fine della tua lettera tocchi una questione che mi sta a
cuore, sulla quale ho già riflettuto spesso senza riuscire a farmi
un'opinione precisa: l'insegnamento della matematica al ginnasio.
Che ci sia molto da riformare, non c'è dubbio alcuno; ma trovo il tuo
metodo un po' troppo rigoroso. Conosco solo un tentativo di impo­
stare rigorosamente l'insegnamento matematico inferiore, che pro­
babilmente sarà noto anche a te, ed è il « Lehrbuch der Arithmetik
und Algebra del dottor E. Schroder, voI. 1, Lipsia, Teubner, 1873 ».
Mi sono piaciute le prime discussioni sui numeri interi. Alla fine,
però, in tutto quel volume di 350 pagine non arriva al di là dei nu­
meri naturali, e molto di ciò che dice mi pare superfluo. Per i primi
concetti, quello di numero intero e quello di frazione razionale, al­
l'inizio si può e si deve richiamarsi all'intuizione che tutti ne abbia­
mo. L'ulteriore analisi di tale intuizione è un problema filosofico
che, per essere capito, già richiede una maturità molto maggiore.
Perciò non riesco a vedere nulla che non va anche se diciamo, per
esempio, che cercare ..fi vuoI dire cercare un numero il cui quadrato
differisce quanto si voglia poco da 2, e cos1 si dimostra anche che
..fi . Y3 = V6. Al ginnasio non bisogna ancora toccare la continuità,
che è il punto più difficile. Del resto, in questi temi, sui quali tu hai
riflettuto molto più a fondo di me, mi lascio guidare molto volentieri
da te, e mi hai già convertito a molte idee. Aspetto con grande impa­
zienza il tuo libro « Was sind und was wollen [sic] die Zahlen ». Avrei
ancora molto da dirti, ma per iscritto non si riesce bene. [ ... ]

D a Weber 19 novembre 1878


[ ... ] Mi fa molto piacere che il tema dell'insegnamento dell'arit­
metica al ginnasio ti interessi tanto, e credo che se ne discutessimo a
voce ci troveremmo d'accordo. Conosco bene il libro di Schroder;
non è destinato agli studenti, ma all'insegnante; non potrebbe essere
un libro di testo. Contiene molte cose buone, ma anche molto
superfluo. lo non voglio pretendere di più dal cervello degli studenti,
ma di meno. Di continuità neanche a parlarne; ma gli allievi
dovranno formarsi un'immagine chiara del dominio dei numeri, e in
primo luogo dei numeri razionali; la distinzione maggiore-minore
(mediante la sottrazione) deve entrargli nel sangue. A quel punto
saranno del tutto pronti per l'irrazionale. E forse, se capisco bene la
tua lettera, è qui che le nostre opinioni divergono. Tu scrivi: « Perciò
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E WEBER 143

non riesco a vedere nulla che non va anche se diciamo, per esempio,
che cercare ..fi vuoI dire cercare un numero il cui quadrato differi­
sce quanto si voglia poco da 2, e così si dimostra anche che
..fi . V3 = V6». Per cominciare, non mi pare corretto che qui si
definisca, più che il risultato dell'operazione, l'operazione stessa; mi
sembra meglio definire la somma come un numero completamente
determinato mediante gli addendi, piuttosto che definire l'!1ggiun­
gere; questo già nei numeri razionali. Ora, però, pensa a uno
studente che ha ben compreso l'aritmetica razionale e al quale il
professore ha dimostrato in modo pedettamente rigoroso che ..fi,
V3, V6 non esistono; non rimarrebbe confuso se a un certo punto g! i
si cominciasse a parlare di ..fi, anzi, neppure di ..fi ma di cercare v2?
Prima ha imparato, nell'aritmetica razionale, a collegare con la
parola 'prodotto' una ben determinata rappresentazione; può ora ca­
pire il segno ..fi . V3? Mi sembra che sia molto più semplice afferrare
il fenomeno di una 'sezione', nel quale egli può stabilire senza alcuna
incertezza per tutti i numeri razionali, a lui così ben noti, se cadono
in una classe o nell'altra; pochi esempi basteranno a chiarirgli
completamente l'essenza del fenomeno; un concetto così preciso sarà
un beneficio per il suo pensiero, ed egli non farà resistenza ad
accettare che quel fenomeno sia utilizzato per introdurre nuovi
numeri: tante sezioni, altrettanti numeri. Anche la definizione della
somma, della differenza, ecc., tra i nuovi numeri si può formulare
molto semplicemente. Tu certo desideri che gli studenti imparino a
maneggiare ..fi, V3, ecc.; e allora vuoi che essi continuino sempre a
vederci dei simboli di un computo per approssimazione? o non ti
sembra meglio che ci vedano dei simboli per nuovi numeri completa­
mente equiparabili ai vecchi? Quale di queste due rappresentazioni
favorirà maggiormente un pensiero preciso e sicuro? Quale eserciterà
meglio la loro mente? Ma su questo punto è troppo difficile trovare
un accordo per lettera.
Tu chiedi anche della mia ricerca sui primi princìpi dell'aritme­
tica, « Was sind und was sollen die Zahlen? ». Per ora dorme, e mi
chiedo se sarà mai pubblicata; è ancora allo stato rudimentale di
abbozzo, e reca il motto: « Nella scienza non si deve credere senza
dimostrazione a ciò che è dimostrabile ». La questione fondamentale
è la distinzione tra contabile e non contabile, e il concetto di quantità
numerica, e il fondamento della cosiddetta induzione completa. [ ... ]

Weber a D 28 novembre 1 878


[ . ] Quanto ai numeri irrazionali, se tu pensi che io volessi
..

contrastare la tua opinione mi hai frainteso. lo riconosco senz'altro


1 44 SCRITII SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

che la tua concezione è la più elegante e la più esatta, e anche che è


auspicabile che essa possa essere introdotta senza inconvenienti nei
programmi scolastici. Ciò che mi colpisce è solo l'eccessivo rigore
del tuo giudizio sull'insegnamento della matematica quando tu
contesti tutti i metodi didattici che fin dal tempo dell'antico Pitagora
sono stati considerati come i migliori strumenti per la formazione
intellettuale dell'allievo. Solo per questo io volevo salvare la conce­
zione antica. Mi rincrescerebbe molto se tu abbandonassi o procra­
stinassi troppo il tuo piano di scrivere un lavoro sul concetto di
numero. Esso renderebbe un gran servigio a più di un matematico.
Per me sarebbe del massimo interesse se tu volessi affidarmi per
breve tempo il tuo manoscritto cosÌ com'è, per dargli un'occhiata.
[ ... ]

D a Weber 24 gennaio 1 888


[ ... ] Sono contento che tu ti mteressi tanto al mio scritto sui
numeri; saranno molto pochi a farlo. A questo proposito, Cantor mi
ha fatto notare che lui aveva già sottolineato la distinzione tra il
finito e l'infinito nel 1 877 (Crelle, volo 84, p. 242) 3\ anche se non ha
intenzione di reclamarne la priorità. Su questo ci sarebbe molto da
dire; in un certo senso ha ragione, però nel 1882 dubitava che fosse
possibile una definizione semplice e rimase molto stupito quando io,
provocato dai suoi dubbi, gli comunicai, su sua richiesta, la mia; a
volte capita di possedere qualcosa senza saperne apprezzare debita­
mente il valore e il significato. Anch'io non ho nessuna voglia di una
polemica sulla priorità. - Ho letto e riletto attentamente le tue
osservazioni e i tuoi suggerimenti, e ci ho riflettuto a fondo; è
difficile giudicare se con essi si otterrebbe un miglioramento sostan­
ziale quanto a semplicità e brevità senza avere davanti agli occhi una
realizzazione dettagliata della nuova versione. Comunque ti confesso
che finora non ho mai considerato né gli ordinali né i cardinali
(quantità numerica) come il concetto originario di numero. Forse
avrei fatto meglio a lasciare fuori dal mio scritto quei termini
(ordinale, cardinale) perché nella normale grammatica sono usati in
un altro senso. Naturalmente i miei numeri ordinali, gli elementi
astratti del sistema semplicemente infinito ordinato, non hanno
niente a che fare con quella forma aggettivale che nella grammatica è

[36 Cantor, Gesammelte Abhandlungen, Springer, Berlin 1932, pp. 1 19- 133.]
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E WEBER 145

chiamata numero ordinale, e nella quale si potrebbe trovare un


qualche fondamento per la priorità concettuale dei numeri cardinali
(quantità numeriche); quella forma aggettivale può essere usata anche
quando non si parla affatto di un ordinamento (e quindi dei miei
numeri ordinali), per esempio quando si parla di un quinto di un
percorso. Secondo me il numero cardinale è solo un'applicazione del
numero ordinale, e anche nel nostro cXPLOILTj'tLCtW si perviene al
concetto di cinque solo attraverso il concetto di quattro. Ma anche se
si volesse seguire la tua strada - e io raccomanderei caldamente di
condurla fino in fondo almeno una volta -, io preferirei considerare
come un numero (quantità numerica, numero cardinale) non la classe
stessa (o il sistema di tutti i sistemi simili tra loro), ma qualcosa di
nuovo (corrispondente a quella classe) che lo spirito crea. Noi siamo
di stirpe divina 37 e certamente abbiamo facoltà di creare non soltanto
cose materiali (ferrovie, telegrafi) ma, tipicamente, cose mentali
[geistigen]. È esattamente lo stesso problema di cui tu parli alla fine
della tua lettera rispetto alla mia teoria degli irrazionali, quando dici
che il numero irrazionale altro non è che la sezione stessa, mentre a
me sembra meglio creare qualcosa di nuovo ( diverso) dalla sezione,
che corrisponde alla sezione e di cui io dico che la produce, che la
genera. Noi abbiamo il diritto di attribuirci una tale facoltà creativa,
e inoltre, se si vuole assicurare l'omogeneità di tutti i numeri, è molto
più opportuno procedere in questo modo. Anche i numeri razionali
generano delle sezioni, ma sicuramente non direi che il numero
razionale è identico alla sezione che esso genera; e anche dopo
l'introduzione dei numeri irrazionali, parlando di un fenomeno di
sezione si usano espressioni, si attribuiscono qualità, che, se applicate
al numero corrispondente, suonerebbero davvero bizzarre. Qual­
cosa di molto simile vale per la definizione del numero cardinale
(quantità numerica) come classe; della classe di direbbero molte cose
(per esempio, che essa è un sistema di un numero infinito di elementi,
cioè un sistema di tutti i sistemi simili) che certo si attribuirebbero
molto mal volentieri (come tratto fondamentale) al numero stesso; se
uno non ci pensa specificamente, non tenderà a dimenticarsi comple­
tamente che il numero quattro è un sistema di infiniti elementi? (Ma
che il numero 4 è il figlio del numero 3 e la madre del numero 5 sarà

[37 Weber riprende proprio queste parole della lettera di D nel suo « Elementare
Mengenlehre » Uahresbericht der deutschen Mathematiker- Vereinigung, 15 ( 1906),
p. 173).]
146 SCRITrI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

sempre presente a chiunque). È per questi motivi che avrei conside­


rato come del tutto legittima l'introduzione dei numeri ideali da
parte di Kummer, se solo l'avesse fatto in modo rigoroso. Se poi la
nostra riserva di segni linguistici sia bastevole a denotare singolar­
mente ogni nuovo individuo da creare, questo non ha alcuna
rilevanzaj essa basterà sempre per denotare gli individui che com­
paiono in qualsiasi ricerca (limitata). [ ]
...
Dalla corrispondenza
tra Dedekind e Keferstein

[H. Keferstein, professore di Amburgo, preparò una recensione a


Numeri (e contemporaneamente alle Grundlagen der Arithmetik di
Frege), uscita nel 1890 per il numero della Rivista della Società
Matematica di Amburgo che celebrava il duecentenario della Società
stessa. Il manoscritto fu inviato da Keferstein a D, che nella sua
lettera di risposta acclude una replica, da far pubblicare sulla
medesima Rivista, intitolata « Dber den Begriff des U nendlichen »,
che compare tradotta qui sotto. Questa 'controrecensione', mal­
grado il sostegno di Keferstein, sarà rifiutata dalla redazione della
Rivista (v. Dugac, Richard Dedekind et les londements des mathémati·
ques, Vrin, Parigi 1976, p. 96). Nello sviluppo del breve scambio
epistolare emerge per importanza una lettera di D a Keferstein (27
febbraio 1890) che è un notevole commento a Numeri, e che
compare anch'essa tradotta qui sotto (l'ultima parte è omessa).
Questo significativo documento fu scoperto da Hao Wang e parzial­
mente pubblicato in traduzione inglese in Wang, A Survey 01
Mathematical Logic, North Holland, Amsterdam 1963, pp. 73-74.]

Sul concetto di infinito


di Richard Dedekind

Nella seconda parte del volume commemorativo che l'illustre


Società Matematica di Amburgo ha pubblicato, nel 1890, in occa­
sione del suo bicentenario, si trova (alle pp. 1 19-125) una relazione
« sul concetto di numero » di H. Keferstein che si occupa principal­
mente del mio scritto « Was sind und was sollen die Zahlen? »
148 SCRITTI S U I FONDAMENTI D E LLA MATEMATICA

(Brauschweig, 1 888) 3 8 . Sono molto lieto che in essa si parli del mio
scritto tutto sommato positivamente, ma devo oppormi con deci­
sione a tutti i miglioramenti e le correzioni apportati da Keferstein,
infatti, a mio parere, essi poggiano soltanto su incomprensioni a cui
il mio scritto, se letto con cura, non può assolutamente dar adito. Se
si volessero adottare questi miglioramenti e queste pretese corre­
zioni, di un edificio che a me pare costruito a regola d'arte,
perfettamente compatto in tutte le sue parti, incrollabile, non
resterebbe che un cumulo di macerie, del tutto inutilizzabile, come
mostrerò più avanti, per edificare la scienza dei numeri. Questo lo
avrebbe riconosciuto subito Keferstein stesso se avesse prima di tutto
tentato seriamente di edificarla sulle basi da lui consigliate. Trala­
sciando le questioni di dettaglio, mi limito a contestare tre punti
fondamentali.

I
Per prima cosa considererò le seguenti parole di Keferstein
(p. 123, r. 3 1 ; p. 124, r. 3):
« Per ottenere la successione infinita dei numeri Dedekind inizia

col definire in generale un sistema infinito: Un sistema S si dice


infinito se è simile a una sua parte propria; nel caso contrario S è
detto un sistema finito (D. 64). Qui segue una dimostrazione
dell' esistenza di un sistema infinito concernente la totalità S di tutte
le cose che possono essere oggetto del mio pensiero. Dimostrazione
che però fallisce il suo scopo, e non poteva non fallirlo; infatti
Dedekind, nella definizione di sistemi simili, impiega il concetto di
uguaglianza nel senso che a b solo qualora a e b siano segni per la
=

medesima cosa, e naturalmente, intesa in questo senso, l'uguaglianza


di un sistema con una sua parte propria è esclusa».
Qui non capisco l'ultima asserzione. Ho tentato invano di
trovare il nesso intimo che lega il netto giudizio sfavorevole sulla mia
dimostrazione del teorema 66 del mio scritto con le parole che
iniziano con 'infatti', parole che dovebbero senz'altro contenere il
fondamento di quel giudizio, e quindi mettere in luce un errore nella
mia dimostrazione. Si ha come l'impressione che per far vedere che S
è infinito io dovessi dimostrare che esso è uguale (cioè, nel mio senso,

3 8 Nel seguito i rimandi a quest'opera, anche quelli provenienti da Keferstein,


saranno indicati con la lettera D., seguita, invece che dal numero di pagina, dal
numero della proposizione.
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E KEFERSTEIN 149

identico) a una sua parte propria, e che questo fosse il mio scopo. Ma,
come giustamente dice Keferstein, tale uguglianza contraddice im­
mediatamente il concetto di parte propria (D. 6) , quindi non so
spiegarmi come egli abbia potuto attribuirmi un errore così mador­
nale. In realtà, la definizione di sistema infinito (D. 64), che del resto
Keferstein riferisce correttamente sopra, dice qualcosa di molto
diverso: ciò che bisogna dimostrare non è l'identità (uguaglianza) tra
S e una parte propria di S, ma la similitudine. Cosa vuoI dire che due
sistemi sono simili è detto chiaramente nelle definizioni 32, 36 del
mio scritto ed è riferito fedelmente da Keferstein in un passo
precedente quello citato sopra (p. 122, rr. 5-13), perciò è inutile
ripeterlo qui. Invece, il mio teorema 66 e la sua dimostrazione sono
formulati letteralmente così:
« 66. Teorema . Esistono sistemi infiniti.
« Dimostrazione. Il mondo dei miei pensieri, cioè la totalità S di
tutte le cose che possono essere oggetto del mio pensiero, è infinito.
Difatti, se s indica un elemento di S, allora il pensiero s ' che s può
essere oggetto del mio pensiero è esso stesso un elemento di S. Se si
considera s ' come immagine cp(s) dell'elemento s, allora la rappre­
sentazione cp di S determinata in tal modo ha la proprietà che
l'immagine S' è una parte di S; e anzi, S ' è parte propria di S, dato
che in S vi sono elementi (per esempio, il mio proprio io) diversi da
ogni pensiero s ' del genere, e quindi non contenuti in S ' . Infine è
chiaro che se a, b sono elementi diversi di S anche .le immagini a ' ,
b ' saranno diverse, cioè cp è una rappresentazione distinta (simile)
(26). Dunque S è infinito, c.v.d. ».
Questa dimostrazione io la ritengo rigorosamente corretta. Qui
la riesporrò solo per fornire un commento, ma senza aggiungervi
alcunché di nuovo. Anzitutto, nella dimostrazione è definita una
determinata rappresentazione del sistema S; a ogni elemento s di S
corrisponde, come sua immagine s ' = cp(s), il pensiero (da espri­
mersi sotto forma di un'asserzione, di un giudizio): questo elemento
s può essere oggetto del mio pensiero. Ora, però, questo pensiero s '
può esso stesso diventare oggetto del mio pensiero (per esempio,
posso pensare, di questo pensiero s ' , che è evidente, o che possiede
un soggetto e un predicato, eccetera), quindi anche s ' è elemento di
S (per la definzione di S), e quindi l'immagine S ' = cp(S) è parte di S
(cioè, S è rappresentato in se stesso da cp). Secondariamente: il mio io
può essere oggetto del mio pensiero, e quindi è elemento di S; ma il
mio io non è certo un pensiero (non è un giudizio esprimibile come
un'asserzione, con determinati soggetto e predicato), quindi è di-
1 50 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

verso da ognuna delle precedenti immagini s ' , e dunque non è


contenuto in S ' ; pertanto S ' è parte propria di S (D. 6). Terzo: se
a e b sono elementi diversi di S, allora anche le immagini a ' e b '

sono diverse dato che il pensiero a I concerne il soggetto a, mentre


il pensiero b I non tratta del soggetto a, ma del soggetto b; pertanto
cp è una rappresentazione simile di S (D. 26), il sistema S è simile alla
sua parte propria S '= cp(S) (D. 32) e quindi S è un sistema infinito
(D. 64), c.v.d.
Cos' è qui che fallisce lo scopo?

II
Liquidato il primo punto, passo ora alle parole che Keferstein fa
seguire immediatamente a quelle riferite sopra (p. 124, rr. 3-6):
« Respinta quella definizione di sistema infinito, ci atteniamo a
quest'altra (D. 64, nota): S si dice infinito se esiste una parte propria
di S in cui S può essere rappresentato in modo simile ».
A questo devo osservare che, come risulta chiaramente dalla nota
a 64, le due definizioni in questione di insieme infinito non
presentano altra differenza che la seguente: la definizione data nel
testo (D. 64) utilizza il concetto di sistema simile (D. 32), mentre la
seconda definizione evita quel concetto, quel termine tecnico, e
semplicemente lo sostituisce con il contenuto della definizione stessa
(D. 32). Naturalmente, questa differenza tra le due definizioni non
tocca il concetto stesso, e anche la forma esteriore la tocca unica­
mente in rapporto all'impiego nel testo del termine tecnico, e in
questo è talmente insignificante che tutto ciò che si può .derivare da
una definizione segue immediatamente anche dall'altra. Se ci si'
persuade di questo, e non vedo come si possa non persuadersene,
allora stupisce che Keferstein, con le parole sopra riferite, contrap­
ponga cosÌ nettamente le due definizioni, al punto da respingere
l'una e accettare l'altra, e questo conferma la mia ipotesi che
Keferstein intenda la definizione fornita nel testo (64) in un senso del
tutto particolare che, come risulta dalle spiegazioni precedenti, non
le appartiene affatto. Ma quale sia questo senso, non riesco a
indovinarlo.
A proposito di definizioni diverse, colgo qui l'occasione per
attrarre l'attenzione su un fenomeno piuttosto notevole; esso non si
ricollega immediatamente con la presente discussione, ma a mio
parere merita ampiamente di suscitare l'interesse degli studiosi di
logica o di teoria dei numeri a cui piace penetrare nel cuore dei
DALLA COllRISPONDENZA TRA DEDEKIND E KEFEIlSTEIN 151

concetti. Dunque, è possibile per le nozioni di finito e infinito


stabilire la seguente definizione39:
« Un sistema S è detto finito se ammette una rappresentazione in
se stesso (D. 36) tale che S è l'unica catena per questa rappresenta­
zione (D. 37, 38). In caso contrario, S si dice un sistema infinito ».
Quanto al contenuto, anche questa definizione coincide comple­
tamente con la precedente (D. 64); ogni sistema S finito in base alla
vecchia definizione è finito anche in base alla nuova, e viceversa. Ma
quanto alla forma con cui sono introdotte, le due definizioni
presentano concretamente un'enorme differenza, e per mostrare la
loro completa coincidenza è necessaria una serie di inferenze sor­
prendente mente lunga. Sono riuscito a dimostrarlo solo sfruttando
appieno la successione dei numeri naturali e applicando l'osserva­
zione finale del nO 1 3 1 del mio scritto; ciò mi pare tanto più notevole
in quanto per formulare e per comprendere entrambe le definizioni
non è minimamente richiesta la rappresentazione della successione
dei numeri naturali.

III
Prosegue Keferstein (p. 134, rr. 6-14):
« Da ciò si deriva immediatamente la seguente forma leggermente
modificata della definizione di Dedekind di sistema semplicemente
infinito: Un sistema N si dice semplicemente infinito se esiste una
rappresentazione simile di N in se stesso tale che cp (N) non contiene
uno e un solo elemento di N. Questo elemento, che nel seguito
indicheremo col simbolo 1, lo chiamiamo l'elemento fondamentale di
N, e diciamo che il sistema semplicemente infinito N è ordinato
mediante la rappresentazione cp ».
Per cominciare torno su un argomento già discusso. Dopo che
Keferstein (come si è detto nel punto I) qualifica come un fallimento
la mia dimostrazione dell'esistenza di un insieme infinito (D. 66) e,
per lo meno a quanto mi sembra, addossa alla mia definizione di
infinito contenuta nel testo (D. 64) la responsabilità del fallimento,
quel che ci si aspetterebbe è quanto meno che egli fornisca una sua
dimostrazione basata sulla seconda definizione (D. 64, nota), quella

[39 Una formulazione alternativa della definizione di insieme finito presentata


da D nella Prefazione alla seconda edizione di Numeri [ p. 86 ] , e della conseguente
definizione negativa di insieme infinito. [ V. anche pp. 44-45, dove le definizioni
sono indicate con FD 2 e ID2 ] l.
1 52 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

da lui preferita. Ma di tale dimostrazione egli non parla mai, né qui


né altrove, e così rimane del tutto dubbia anche l'esistenza di quel
sistema N che lui (ma non io) chiama sistema semplicemente infinito
e considera come il fondamento della rappresentazione della succes­
sione dei numeri naturali; finché non si fornisce una dimostrazione
del genere è lecito temere che la definizione precedente del sistema N
contenga una contraddizione interna, e ciò renderebbe malferma la
certezza dell'aritmetica.
Ma a parte questa lacuna, che si potrebbe colmare ripristinando
la mia dimostrazione di esistenza (D. 66), il concetto di sistema
semplicemente infinito introdotto sopra da Keferstein è del tutto
inutilizzabile per fondare l'aritmetica. Keferstein in effetti crede di
aver riportato la mia definizione di un sistema semplicemente
infinito (D. 71) in forma solo « leggermente modificata»; in questo
caso, però, la situazione è esattamente l'opposto di quella trattata
precedentemente (in II) della differenza reale e apparente tra le due
definizioni; infatti, questa modifica, secondo Keferstein puramente
formale, al posto del concetto da me definito ne mette un altro,
diverso e molto più vasto. Per stabilirlo istantaneamente e al di là di
ogni dubbio, dimostro il seguente
Teorema. Ogni sistema infinito S è un sistema semplicemente
infinito di Keferstein.
Dimostrazione. Per la definizione di sistema infinito (D. 64,
ovvero la nota a D. 64), esiste una rappresentazione simile cp di S in se
stesso tale che cp(S) è parte propria di S. Dunque in S esiste un
elemento 1 che non è contenuto in cp(S) ; la catena N = 10 che
corrisponde mediante la rappresentazione cp a questo elemento 1
(D. 44) è un sistema semplicemente infinito ordinato da cp nel mio
senso (D. 71, 72) e anche nel senso di Keferstein, infatti N differisce
dalla sua immagine cp(N) solo per il fatto che l'elemento 1 è contenuto
in N ma non in cp(N) (D. 78). Ora, se il sistema infinito S contiene,
oltre ai membri n della catena N, anche altri elementi qualsiasi t che
costituiscono presi a sé un sistema T, in tal caso, se non si ha già
cp(T) = T, si può sempre fare in modo che tale condizione valga
modificando la rappresentazione originaria cp, per esempio sce­
gliendo la nuova immagine cp( t) sempre uguale a t, mentre cp(n)
mantiene il vecchio significato; evidentemente, questa nuova rappre­
sentazione cp del sistema S è anch'essa simile. Ora, dato che il sistema
S è composto dai sistemi N e T (D. 8), anche l'immagine cp(S) è
composta dalle immagini cp(N) e cp(T) (D. 23); in base alla relazione
menzionata sopra tra N e cp(N), risulta che l'unica differenza tra il
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E KEFERSTEIN 153

sistema S e la sua immagine cp(S) è che l'elemento 1 è contenuto in S


ma non in CP(S); cioè, S è un sistema semplicemente infinito di
Keferstein ordinato dalla nuova rappresentazione cp, c.v.d.
Tale sistema S semplicemente infinito di Keferstein ordinato da cp
può contenere, oltre ai membri n di una catena N la quale è un
sistema semplicemente infinito nel mio senso (D. 71), anche un
sistema T di altri elementi t qualsiasi i quali non sono in alcun
rapporto con N tramite cp. Un sistema S di questo genere però non è
in alcun modo utilizzabile per fondare la rappresentazione della
successione dei numeri naturali né per studiare le leggi che la
governano; per un sistema di Keferstein, già il primo della mia lunga
serie di teoremi concernenti la serie numerica (D. 8 1), cioè che ogni
elemento s di un sistema semplicemente infinito S ordinato da cp è
diverso dall' elemento che lo segue, cioè da cp (s), non vale più, come
risulta dalla precedente dimostrazione, nella sua generalità, e quasi
nessuno di quei teoremi rimane vero.
Questo non è certamente l'obiettivo di Keferstein; egli, omet­
tendo il concetto di catena, che esige, assieme alle sue importanti
conseguenze, una più ampia elucidazione (D. 36-60), ha creduto di
riprodurre la mia definizione di sistema semplicemente infinito in
una forma solo leggermente modificata, anzi, semplificata, senza
comprometterne con ciò il contenuto. Se solo avesse tentato di
derivare rigorosamente, sulla base della sua definizione, le leggi della
successione numerica, il che, come si è mostrato sopra, è del tutto
impossibile, avrebbe riconosciuto il suo grosso errore non meno che
l'indispensabilità del concetto di catena.
Per concludere, faccio qui seguire apertamente una dichiarazione
che certo tutti coloro che sanno quanto lavoro comporti una
confutazione come questa troveranno giustificata. D'ora in avanti
risponderò in dettaglio, sia pubblicamente che per lettera, alle
critiche al mio scritto e alle proposte di modifiche, soltanto se le
critiche saranno corredate dell'indicazione precisa dei passaggi speci­
fici delle mie dimostrazioni che si ritengono errati, e anche di una
chiara indicazione della ragione per cui sono ritenuti tali, e se le
modifiche proposte non saranno delle raccomandazioni generiche,
ma la loro utilizzabilità per la costruzione della scienza sarà stata
dimostrata mediante uno sviluppo attento e particolareggiato.
Braunschweig, 6 febbraio 1 890 Richard Dedekind
1 54 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

D a Keferstein 27 febbraio 1 890


La ringrazio molto per la Sua amichevole lettera del 14 c.m. e per
la volontà che in essa dimostra di adoperarsi perché la mia replica sia
ascoltata. Devo però pregarLa di non essere precipitoso in questo e di
non prendere alcuna decisione prima di aver avuto il tempo di
rileggere e di controllare bene le definizioni e le dimostrazioni più
importanti del mio scritto sui numeri. Ritengo che a quel punto, con
ogni probabilità, Lei si convertirà completamente al mio modo di
concepire e di trattare l'argomento, ed è questo che soprattutto mi
sta a cuore, perché sono convinto che Lei abba davvero un profondo
interesse alla cosa.
Per favorire quanto mi è possibile questo avvicinamento, La
prego di porgere la Sua attenzione al ragionamento che segue, nel
quale Le presento la genesi del mio scritto. Come è nato il mio
scritto? Certo non dall' oggi al domani. Esso è una sintesi frutto di un
lungo lavoro, che poggia su una analisi preliminare della successione
dei numeri naturali cosi come essa si presenta, direi quasi empirica­
mente, alla nostra riflessione. Quali sono le proprietà di questa
successione N che sono indipendenti, cioè che non si possono
dedurre l'una dall'altra, ma che permettono di derivare tutte le altre
proprietà? E come si fa a spogliare queste proprietà del loro carattere
specificamente aritmetico in modo da subordinarle a quei concetti
generali e a quelle attività dell'intelletto senza le quali in assoluto non
è possibile alcun pensiero, ma con le quali è dato anche il fondamento
sia alla sicurezza e completezza delle dimostrazioni, sia alla costru­
zione di definizioni non contraddittorie dei concetti?
Posta la domanda in questi termini, si è quasi costretti, mi pare, a
considerare i fatti seguenti:
1) La successione numerica N è un sistema di individui o elemen­
ti chiamati 'numeri'. Questo già ci porta a considerare in generale i
sistemi (§ 1 del mio scritto).
2) Gli elementi del sistema N stanno tra loro in un determinato
rapporto, son sottoposti a un determinato ordinamento che princi­
palmente consiste nel fatto che a ogni determinato numero n
appartiene un determinato numero n ' , il numero successivo o
immediatamente maggiore. Ciò porta a considerare il concetto
generale di rappresentazione qI di un sistema (§ 2), e dato che
l'immagine di ogni numero n è ancora un numero n ' , per cui qI(N) è
parte di N, qui si tratta di studiare in generale la rappresentazione qI di
un sistema N in se stesso (§ 4).
DALLA CORRISPONDENZA TRA DEDEKIND E KEFERSTEIN 155

3) A numeri diversi a, b seguono numeri diversi a I , b ' ;


dunque la rappresentazione <p ha anche il carattere della distinzione o
similitudine (§ 3).
4) Non ogni numero è un numero successivo n I , cioè <p(N) è
parte propria di N, e in ciò risiede (assieme a quanto precede) il
carattere infinito della successione N dei numeri (§ 5).
5) E in effetti, il numero 1 è l'unico numero che non si trovi in
<p(N). Con ciò sono elencate quelle circostanze in cui Lei (p. 124,
rr. 8-14) scorge il carattere completo di un sistema N semplicemente
infinito e ordinato.
6) Ma nella mia risposta (III) [ pp. 15 1-53 D io ho mostrato che
tali fatti ancora non sono sufficienti a cogliere l'essenza della serie
numerica N. Essi valgono tutti anche per quei sistemi infiniti S che
oltre alla serie numerica N contengono anche un sistema T di altri
elementi qualsiasi t al quale si può sempre estendere la rappresenta­
zione <p in modo tale che essa conservi il carattere della similitudine e
valga <p (1) = T. Ma evidentemente tale sistema è tutt'altra cosa dalla
nostra successione numerica N, e io potrei sceglierlo in modo tale che
non uno dei teoremi aritmetici resti in piedi. Che cos'altro dob­
biamo aggiungere ai fatti precedenti per depurare il nostro sistema S
da queste infiltrazioni t estranee e perturbatrici dell' ordinamento, e
così ridurlo a N? Questa è stata una delle più grosse difficoltà della
mia analisi, e per sormontarla è stata necessaria una lunga riflessione.
Se si presuppone come nota la successione N dei numeri naturali, e
quindi si consente l'uso di un linguaggio aritmetico, allora il gioco è
fatto; basta dire: un elemento n appartiene alla successione N se e
solo se, partendo dall'elemento 1 e continuando sempre a contare,
cioè ripetendo l'applicazione <p una quantità infinita di volte (cfr. la
conclusione del nO 13 1 del mio lavoro), a un certo punto io finirò per
pervenire all'elemento n, mentre così non arriverò mai a un
elemento t estraneo alla successione N. Ma per i nostri scopi questo
modo di caratterizzare ciò che distingue gli elementi t, da espellere da
S, dagli elementi n, i soli da conservare, è del tutto inservibile; esso
infatti contiene un evidente circolo vizioso della peggiore specie. Le
parole « alla fine raggiungerò », di per sé, non servono a nulla, non
più di quanto servirebbe dire le parole « Karam sipo tatura » (che
invento sul momento) senza provvederle di un senso chiaramente
definito. E allora, come posso determinare concettualmente l'esatta
differenza tra gli elementi n e t senza presupporre alcuna conoscenza
aritmetica? Basta considerare le catene (37, 44 del mio scritto), e non
c'è bisogno d'altro! Volendo evitare il mio termine tecnico 'catena',
1 56 SCRITTI SUI FONDAMENTI DELLA MATEMATICA

potrei dire: un elemento n di S appartiene alla successione N se e solo


se è elemento di qualsiasi parte K di S che possieda il duplice requisito
di contenere l'elemento 1 e di avere come parte la propria immagine
qI(K). Nella mia terminologia: N è la comunione lo, o qlo(l), di tutte le
catene K (in S) in cui è contento l'elemento 1. Con ciò è stabilita per
la prima volta la caratterizzazione completa della successione N.
- Faccio notare qui, tra parentesi, che ho preso in mano per la
prima volta, e per breve tempo, la « Begriffsschrift » e le « Grundlagen
der Arithmetik » di Frege solo l'estate scorsa (1889) e ho visto con
piacere che il suo modo di definire la nozione: un elemento segue
immediatamente un altro elemento in una successione, coincide nella
sostanza col mio concetto di catena (37, 44); basta non lasciarsi
spaventare da un modo di esprimersi alquanto ostico.
7) Una volta riconosciuto nella mia analisi (7 1 , 73) il carattere
essenziale del sistema semplicemente infinito, di cui la successione
numerica N è il tipo astratto, si poneva la domanda: ma esiste in
assoluto un sistema del genere nel mondo del nostro pensiero? Senza
la dimostrazione logica di esistenza rimarrebbe sempre incerto se il
concetto di un tale sistema non contenga contraddizioni interne. Di
qui la necessità di questo tipo di dimostrazioni (66, 72 del mio
scritto).
8) Una volta stabilito anche questo, c'era la domanda: c'è in
quanto precede anche un metodo dimostrativo sufficiente a dimo­
strare teoremi che valgano per tutti i numeri n? Sì! La famosa
dimostrazione per induzione poggia sul saldo fondamento del
concetto di catena (59, 60, 80 del mio scritto).
9) Infine: è altresì possibile stabilire in modo non contradditto­
rio le definizioni delle operazioni numeriche su tutti i numeri n? Sì! E
di f�tti questo è realizzato col teorema 126 del mio scritto. -
Con ciò era terminata l'analisi, e poteva iniziare il lavoro della
sintesi; e anche questo mi è costato non poca fatica! Per la verità,
anche il lettore del mio lavoro non ha la vita facile; per studiarlo a
fondo bisogna avere, oltre che un cervello che funzioni, anche una
volontà molto forte. [ ... ]