Sei sulla pagina 1di 47

Valentina Magini

Classe V B a.s. 2006/2007

Tesina interdisciplinare

LA FOLLIA

QUEL LATO OSCURO OLTRE LA


RAGIONE
"I've always been mad, I know I've been mad, like the most of us...
very hard to explain why you're mad, even if you're not mad..."

"Sono sempre stato matto, so di esserlo stato, come la maggior parte di noi...

difficile da spiegare perché sei matto, anche quando non lo sei..."

“Speak to me”, Pink Floyd “The dark side of the moon”

1
Iter interdisciplinare

Introduzione pag. 3

La follia. Quel lato oscuro oltre la ragione pag. 4

Filosofia: Freud, la “follia isterica” e la psicoanalisi. pag.

Storia; Adolf Hitler, il trionfo della follia nella storia. pag.

Letteratura italiana: Luigi Pirandello: la follia del vedersi vivere.

pag. 12

Storia dell’Arte: La follia della disperazione: “L’urlo” di Munch.

pag. 19

Scienze della Terra: La follia della natura. pag. 21

Inglese: The madness of trying to eliminate death and evil.

pag. 35

Fisica: Einstein: il genio folle della relatività. pag.

37

2
Conclusione pag. 45

Bibliografia pag. 46

Introduzione

Esistono due concetti nettamente distinti di follia, uno orientato alla società, l’altro all’individuo.
Nel primo caso, specie nella letteratura moderna, il pazzo è colui che è più cosciente delle
convenzioni e delle assurdità della vita borghese ( Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”).
Quindi nel concetto di salute psichica orientato alla società l’uomo è sano quando è all’altezza dei
compiti che la società gli assegna.
Per il concetto umanistico sono, invece, i criteri insiti nell’uomo stesso a determinare che cosa sia la
malattia o la salute psichica.
Esiste anche un concetto di follia usato in psichiatria; si può parlare di individuo “relativamente
sano”se non c’è nessuna nevrosi, psicosi o sintomo psicosomatico e, se su un piano socialmente
rilevante, non ci sono alcolismo, omicidi e disperazione.
E’ folle e malato chi è afflitto da quella patologia mentale che interferisce con la capacità della
persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo
chiaro, di dare giudizi, di comunicare.

3
LA FOLLIA. QUEL LATO OSCURO OLTRE LA
RAGIONE.
La follia è una condizione in cui lo stato della ragione non sembra avere alcuna autorità, il regno
dell’irrazionalità, dell’assurdo; l’altro della ragione. E’ una congiura dell’inconscio ai danni della
ragione, che giunge al suo epilogo con l’avvento di Freud e della sua teoria della Psicoanalisi, che
toglie all’uomo l’ultimo valore che ancora gli era in possesso; l’“io non è padrone in casa propria”
dirà Freud nell’ “Introduzione alla Psicoanalisi” del 1915.
Le ricerche sulla nascita della follia e sulla sua evoluzione nel corso della storia sono state
numerose
Michael Foucault, nella sua opera “Storia della follia nell’Età classica” pubblicata nel 1963, pone
l’inizio della storia della follia nel Medioevo, periodo storico in cui l’uomo perde le proprie certezze
e cerca in ogni modo di raggiungere il bene. La follia è legata all’antitesi tra il bene e il male e il
folle è considerato sotto due punti di vista: da una parte come l’effige dell’insensatezza e della
dissolutezza umana, collocato ai margini della società ma mai escluso da essa; dall’altra come il
detentore di un sapere oscuro e impenetrabile, che può accedere a realtà impercettibili all’uomo
comune (“il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede questo sapere così inaccessibile e così
temibile… lo porta in una sfera intatta, piena ai suoi occhi di un sapere invisibile”- Storia della
follia nell’Età classica).
Dal Rinascimento in poi, in particolare con filosofi come Descartes e Montaigne, l’orizzonte della
follia si restringe facendo prevalere la sua interpretazione allegorica; prende vita così quel
meccanismo che renderà il folle una minaccia. Nascono proprio in questo periodo le prime strutture,
che si diffonderanno a macchia d’olio nel XVII secolo, in cui venivano rinchiusi i malati psichici,
offensivi verso la morale, condannati come complici del male. Si svilupparono anche gli studi
filosofici e medici sulla follia; importanti, infatti, sono gli studi di Descartes sulla fisionomia del
cervello umano, poi proseguiti nell’‘800 e nel ‘900. I filosofi giungono anche ad ipotizzarne le
cause: in prossime, dovute ad alterazioni del sistema nervoso e del cervello; e in lontane, dovute ad
avvenimenti dell’anima violenti o intensi, o a rapporti col mondo esterno.

4
Nel campo medico e scientifico ci fu una vera e propria rivoluzione con l’avvento del metodo
freudiano e con la Psicoanalisi.

Freud, la “follia isterica” e la psicoanalisi.

Sin dalla gioventù gli studi medici e psicologici di Sigmund Freud erano indirizzati verso la follia e
in particolare, come lui stesso la definisce, verso la “follia isterica” . Durante i suoi studi fu
fondamentale l’incontro e il rapporto di amicizia che instaurò con Josef Breuer, medico e scienziato.
Freud divenne assistente di Breuer e lo supportò nei suoi casi e nelle sue ricerche, in particolare in
quelle che prevedevano casi di isteria. Dal 1880 al 1882 a Breuer si presentò il caso di una giovane
donna di 21anni, Berta Pappenheim, o meglio conosciuta come Anna O., il caso più famoso
condotto da Breuer e l’ispiratrice delle teorie psicoanalitiche di Freud. La paziente
contemporaneamente alla morte del padre aveva manifestato una serie di sintomi molto invalidanti:
paralisi di tre arti, disturbi gravi e complessi della vista e del linguaggio, impossibilità a nutrirsi e
tosse nervosa molto fastidiosa; si manifestava anche una doppia personalità che vedeva la paziente
passare da una fase di auto-ipnosi ad una di lucidità. Fu con l’uso della “talking cure”, cioè della
cura con le parole, che la paziente sotto ipnosi poteva far affiorare le associazioni, così da potersene
liberare; questo metodo fu nominato dalla stessa paziente “chimney sweeping”(spazzacamino),
ossia la pulizia della sua anima.
“La paziente con gli occhi pieni di lacrime, era seduta al capezzale del padre malato quando questi
gli chiese improvvisamente l’ora. Ella non distingueva chiaramente, aguzzò gli occhi per vedere,
avvicinò a sé l’orologio, col quadrante che appariva ingrandito; oppure si sforzò al massimo di
trattenere le lacrime, acchè il malato non la vedesse piangere”.
“ Una notte ella vegliava nella più grande ansia il malato che era in preda a una febbre altissima,
tutta in tensione perché da Vienna doveva arrivare un chirurgo per operarlo. La madre era uscita,
e Anna sedeva accanto al letto, col braccio destro penzolante lungo la spalliera della sedia. Cadde
così in una reverie, e vide un serpente nero come sbucare dalla parete e avvicinarsi al malato per
morderlo. (E’ molto probabile che la ragazza avesse visto realmente parecchi serpenti nel prato
dietro casa e ne fosse rimasta spaventata). Cercò di scacciare la bestia, ma sembrava paralizzata.
Il braccio destro, che penzolava dietro la sedia, si era addormentato diventando insensibile e
paretico, e quando ella lo guardò, le dita si trasformarono in tanti serpentelli con teschi. E’

5
probabile che ella abbia cercato di allontanare il serpente con la mano destra paralizzata, così che
l’anestesia e la paralisi dell’arto vennero ad associarsi con l’allucinazione del serpente.
Quando questa svanì, ella, in preda all’angoscia, cercò di parlare, ma non ci riuscì. Non poteva
esprimersi in nessuna lingua, finché non le vennero in mente le parole di una filastrocca inglese e
da quel momento poté pensare e parlare solo in quella lingua”.
“Si era d’estate, in un periodo di afa intensa, e la paziente aveva sofferto moltissimo la sete; ché,
senza ragioni plausibili, all’improvviso ella non era riuscita più a bere. Così, prendeva un bicchier
d’acqua, ma non appena lo portava alle labbra lo respingeva bruscamente come se fosse affetta da
idrofobia. Naturalmente, in quei brevi attimi, era in stato di assenza. Per alleviare in qualche modo
la sete che la torturava, la paziente mangiava solo frutta. Dopo circa sei settimane di un tale stato
di cose, un giorno, mentre in ipnosi stava parlando della sua antipatica governante inglese, le uscì
finalmente detto, con evidenti segni di ribrezzo, che una volta era entrata nella sua stanza e aveva
visto il suo odioso cagnolino che beveva in un bicchiere. Per una forma di cortesia, la paziente non
aveva detto nulla. Ora, dopo esser riuscita ad esprimere violentemente tutta la sua collera
repressa, ella chiese di bere e trangugiò una grande quantità di acqua senza il minimo disturbo; si
svegliò dall’ipnosi col bicchiere alle labbra. Da allora il sintomo scomparve definitivamente” (da
“Studi sull’isteria” )

Mai nessuno, fino allora, aveva guarito un sintomo isterico con tali sistemi. Era necessario ripetere
l’intera sequenza dei ricordi patogeni in ordine cronologico e procedere a ritroso per poter risalire al
trauma.
I due scienziati scoprirono che la paziente si era ammalata poiché non riusciva a trovare una via di
uscita per poter sfogare le sue paure. “I nostri pazienti isterici soffrono di reminiscenze”, così Freud
introduceva il suo metodo: la Psicoanalisi, parola fu usata da Freud per la prima volta nel 1896 in
uno scritto francese.
Il metodo della psicoanalisi, seguendo quello di Breuer, fu inizialmente definito catartico e
consisteva nel tentativo di provocare una scarica emotiva (abreazione), facendo riemergere
attraverso l’ipnosi ricordi, pensieri e impulsi che erano stati rimossi, o meglio sembravano essere
usciti dalla coscienza. Il compito del medico era quello di ascoltare e interpretare quello che il
paziente gli riferiva mediante il transfert, il passaggio di stati d’animo dal paziente al medico. Così
il metodo di Freud passò da catartico ad analitico, mediante il processo delle libere associazioni,
introdotto tra il 1892 e il 1895, con il caso di Elizabeth von R.. Il procedimento che egli adottò fu
quello di chiedere alla paziente di distendersi sul divano ad occhi chiusi, di concentrare la sua
attenzione su un sintomo tentando di richiamare qualunque ricordo potesse chiarire l’origine di
esso.

6
Attraverso la psicoanalisi Freud si propose di studiare quella parte oscura della struttura umana che
si agita al nostro interno, un calderone di impulsi ribollenti che egli chiama inconscio. Divise quindi
l’apparato psichico in es, io e super-io.
L’es è l’insieme degli impulsi inconsci della libido, la parte sepolta della coscienza nella quale sono
relegate le pulsioni e i traumi che non possono emergere per censura drastica dell’io.
L’io è la parte del pensiero consapevole che mantiene in equilibrio la mente umana; svolge la
funzione di censore e fa penetrare allo stato di consapevolezza ciò che può essere ricordato senza
danni.
Proprio dalla giusta relazione tra l’io e l’es nasce l’equilibrio psichico o la sindrome nevrotica. La
funzione censoria dell’io si registra nell’attività onirica e in particolare attraverso l’interpretazione
del sogno l’analista può recepire le motivazioni del trauma nevrotico o psichico.
Il super-io è sede della coscienza morale e dei sensi di colpa e rappresenta le norme di
comportamento che un individuo ha assimilato durante la crescita. Se tali norme sono state
percepite senza forti traumi si ha un equilibrio tra l’io e il super-io, altrimenti c’è conflittualità tra le
due parti del pensiero, con la conseguente nascita di una volontà di trasgressione violenta proiettata
all’esterno e che talvolta può sfociare nel patologico.
Bisogna per Freud cercare di reprimere le forze dell’inconscio che ci spingono verso il piacere la
libido attraverso la ragione e il principio di realtà che costringe le pulsioni della notte ad incanalarsi
per le vie della produzione artistica, della scienza e così via. Se questa sublimazione non avviene si
ha la nascita della malattia, la nevrosi, che porta al delirio e all’indebolimento mentale
dell’individuo in perenne conflitto con se stesso. E’ qui che nasce la follia, il pensiero assurdo e
illogico il totale abbandono della ragione.

7
Adolf Hitler, il trionfo della follia nella storia.

Freud nei suoi studi sull’inconscio e sui rapporti di questo con l’infanzia dell’individuo ha
ipotizzato una teoria che definisce l’uomo “messo in croce” da due pulsioni contrastanti: quella di
vita e quella di morte. Le due pulsioni nell’uomo coesistono in equilibrio tra loro, ma se una di
queste prevale sull’altra allora si giunge a due tipi di stati psicologici: la biofilia, amore per la vita, e
la necrofilia, amore per la morte.
Tali studi di Freud furono poi applicati ai Grandi della storia e in particolare allo studio di Hitler e
del suo comportamento. Il principale filosofo che si occupò del Grande Dittatore fu Erich Fromm,
che descrisse Hitler come il più eclatante caso di necrofilia, “affascinato dalla distruzione, l’odore
della morte gli era dolce; nel periodo del suo successo voleva eliminare solo i suoi nemici, questo
poi si trasformò in distruzione assoluta di quelli intorno a lui e di lui stesso”(“Il cuore dell’uomo”).
Adolf Hitler nacque nel 1889 in un paesino dell’Austria, in una zona in cui la presenza di ariani era
bassissima e lui stesso aveva il padre era di origine ebraica. Hitler ebbe sin dall’infanzia un rapporto
conflittuale con il padre, che non accettava la sua scelta di abbandonare gli studi, per cui non era
portato, e dedicarsi alla pittura.
Spesso il Dittatore si trovò in imbarazzo per la sua scarsa cultura. Dopo la morte del padre decise di
provare la strada della pittura e si recò a Vienna, dove tentò di entrare all’Accademia delle Belle
Arti, ma fu bocciato per ben due volte e anche qui bollato con il risultato di “mediocre”, questo fu il
primo cocente fallimento del giovane Hitler, che ne risentì la sconfitta per il resto della vita.
Nel 1909 visse solo a Vienna, senza lavoro, senza soldi; disoccupato, frustrato, costretto a lavori
saltuari e a cambiare casa a causa delle sue scarse possibilità economiche; in quel periodo si trovava
nello stesso quartiere di Lenin; nessuno poteva immaginare che nello spazio di 40 metri, dentro due
anguste stanzette, i cervelli di due barboni si stavano formando sui libri rivoluzionari, per poi
maturare due apocalittici progetti. Hitler si dedicò alla lettura di libri di politica rivoluzionaria che
divennero un’ossessione per lui, unico modo per poter organizzare il proprio riscatto contro tutti
coloro che non avevano creduto in lui e lo avevano dipinto come un “mediocre.

8
Fu costretto a scappare da Vienna per non essere arruolato, ma fu catturato e, dopo le visite
mediche, riformato per la scarsa forza fisica; giunse, così, per la labile coscienza del giovane Hitler,
un’altra ferita.
Non appena fu dichiarato l’inizio della Prima Guerra Mondiale e dopo aver preso parte al discorso
di Guglielmo II ed essersi galvanizzato per questo, decise di scrivere al re Luigi III di Baviera per
arruolarsi come volontario. Durante i combattimenti fu ferito e premiato con la croce di ferro, ma
non con una promozione di grado, in quanto “uomo coraggioso, ma per il carattere bizzarro
incapace di farsi ubbidire”.
Ma “alla notizia del crollo, all’annuncio che il Kaiser era fuggito in Olanda, lui come una belva
colpita a morte si mise a gemere” e disse: “quel giorno crebbe in me l’odio per i responsabili,
Miserabili! Degenerati criminali! Con dentro la rabbia che mi divorava l’anima, decisi di
dedicarmi più seriamente alla vita politica” (Mein Kampf); i criminali citati da Hitler erano i
borghesi ebrei accusati di essere i responsabili della resa e della vendita della Germania ai nemici.
Entrò a far parte del partito socialista e simpatizzò per il partito dei lavoratori, nonostante questi
fossero tendenzialmente di sinistra.
Nel 1919 nacque il Partito Comunista (KPD) guidato da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i due
socialisti che facevano parte della ben più nota Lega di Spartaco, i quali avevano in mente di
instaurare in Germania una Repubblica Socialista secondo il modello sovietico. Nacque la
Repubblica di Weimar. Dopo la fuga del Kaiser e la soppressione di tutte le dinastie, il 9 novembre
1918, i socialdemocratici si erano riuniti nel Reichstag per decidere del futuro dello Stato tedesco;
alcuni volevano una monarchia costituzionale, ma per sfuggire al pericolo della diffusione
dell’ideologia comunista, Scheidemann “si affacciò alla finestra e proclamò alla grande folla, la
Repubblica” (Storia del Terzo Reich, W. L. Shirer). La Repubblica, che durò per circa 13anni, si
presentò come una Repubblica di libertà in cui i cittadini erano assenti.
Hitler entrò nel Partito operaio tedesco, di estrema destra, e fin da subito emerse la sua indole
dominatrice e il suo sentimento di riscatto; apparve come un “giustiziere” delle umiliazioni inflitte
alla Germania, inneggiando al disprezzo per gli ebrei e i comunisti. Il vero e proprio partito del
Dittatore fu il Partito Nazionalsocialista (NSDAP) o come partito nazista, un partito aperto a tutti, in
cui si riunivano i disillusi provenienti da ogni tipo di classe: gli ufficiali umiliati, i lavoratori
disoccupati, i “colletti bianchi” e molti altri.
Le radici del Nazionalsocialismo, secondo Ritter, sono da ricollegare al fenomeno che si stava
sviluppando in Europa: il ricorrere ad un partito unico con un unico capo alla guida. Questa
esigenza derivava dalla crisi della società e dello stato liberale, che in Germania coincideva con la
crisi della Repubblica di Weimar: il popolo tedesco era alla ricerca di una guida, che sapesse
interpretare la volontà popolare, e Hitler sembrava incarnare queste caratteristiche, soprattutto

9
grazie alla sua arte di dominare le masse. Il suo programma, presentato in modo plateale, agiva sul
sentimento patriottico e sul desiderio di riscatto del popolo tedesco.
Nel 1923 Hitler e il suo partito organizzarono un colpo di Stato al putsch di Monaco.
L’operazione fallì per l’inesperienza di Hitler condannando lui stesso e i suoi alleati a mesi di
carcere.
Durante il periodo di reclusione egli scrisse il Mein Kampf (La mia battaglia), la base teorica del
suo pensiero, il suo programma politico. In esso ne tracciava una sorta di fantapolitica, di cui egli
era condottiero. Il suo odio contro gli ebrei, alimentato anche dalla sua ammirazione per
Chamberlain, uomo politico che definiva la Germania come contenitore degli ariani e credeva
all’aspirazione degli ebrei a predominare il mondo, è descritto nei minimi particolari e andava ad
avvalorare ancora di più la sua tesi sulla supremazia e sulla grandezza della Germania: il successo
sarebbe derivato dall’affermarsi della razza superiore, quella ariana.
“In luogo dell’odio contro altri ariani, dai quali tutto può separarci, ma ai quali tuttavia ci unisce
comunanza di sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il perfido nemico
dell’umanità, l’ebreo, il vero autore di tutte le sofferenze. Il nazionalsocialismo deve fare in modo
che, almeno nel nostro paese, il mortale avversario sia riconosciuto e che la lotta contro di esso
mostri anche agli altri popoli la via della salvezza dell’umanità ariana… Se all’inizio e durante la
Guerra si fossero tenuti sotto i gas velenosi quei 15.000 ebrei marxisti corruttori del popolo, come
dovettero restare sotto i gas, centinaia di migliaia dei migliori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i
mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime” ( “Mein Kampf” ).
Il compito era quello di distruggere senza pietà i popoli non ariani, gli ebrei che si erano
amalgamati alla società tedesca occupandone posti di rilievo; il suo obiettivo era quello di creare un
Reich millenario libero dalle etnie impure.
In Hitler brillava la scintilla di una geniale follia…
Per raggiungere il proprio scopo aveva bisogno di un forte appoggio e seppe conquistarlo
ampiamente, facendo leva sulle piazze, con le sue numerose tattiche e sfruttando l’arma della
stampa, della radio e del cinema.
“Il popolo lo segue ma non perché è di indole reggicoda, ma perché il germanico ammira e segue
un capo che dimostra quel coraggio perfino insolente nell’interpretare i sentimenti nazionalisti…
ha ammirazione solo per l’uomo dominante, il condottiero, il capo branco…davanti a una
personalità forte invece di piegare la testa e ubbidire, la testa la alza e lo segue” (“Germaniae”,
Tacito).
”I seguiti popolari non solo accettano la follia dei demagoghi, ma la ritengono magica, proprio
perché ne sono trascinati senza capirla”. (Hanna Arendt)

10
Gli uomini, secondo Erich Fromm, si distinguono in due categorie: le pecore e i lupi. Le prime
rappresentano quella parte della popolazione facilmente influenzabile, desiderosa di cedere la
propria volontà a qualcuno che sappia usare la parola e proprio su questa accusa i grandi dittatori
hanno edificato i loro sistemi. Il bisogno di un leader ha convinto i potenti di essere autorizzati,
chiamati ad un dovere morale. Hitler fu un uomo lupo, capace di attuare la propria follia grazie
all’aiuto di milioni di uomini pecore pronti ad uccidere pur di far parte del meccanismo della
“nobile causa”.
Nel 1932 in Germania ci furono le nuove elezioni e il partito Nazionalsocialista ottenne il ben
37,4% dei voti popolari e circa 230 seggi al Reichstag, riscuotendo così un grande successo. I
tedeschi, ammaliati dalla sua convincente propaganda e piuttosto provati ed esasperati dalla difficile
crisi economica, erano disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido
cambiamento.
L’innovazione del Nazionalsocialismo consisteva nell’utilizzo di un nuovo sistema politico, che
faceva dei miti e dei culti il suo mezzo principale. In realtà Hitler non si basò su una vera e propria
innovazione, ma considerò quella che era stata la “volontà generale” di Rousseau, motivo del XVIII
secolo, fondato sul concetto di sovranità popolare, cioè quella tendenza di tutti gli uomini a
partecipare alla vita politica e non della comunità facendo prevalere l’autodeterminazione dei
popoli. Si sviluppò così un vero culto del popolo e la politica cercò sempre di incrementarne
l’incidenza: lo Stato era basato sul popolo e sulla volontà generale.
Il 31 gennaio 1933 Hitler venne nominato cancelliere del Reichstag e l’anno successivo divenne
capo dello Stato e padrone del Reich.
Nacque il Terzo Reich.
Gli altri due Reich si erano costituiti nei secoli precedenti. Il primo era stato il Sacro Romano
Impero Germanico, l’altro il Secondo Reich di Otto von Bismarck.
Il Terzo Reich nacque fin da subito con le tutte le caratteristiche tipiche di un totalitarismo, come si
era affermato già in Italia e nell’Unione Sovietica; un’ideologia ben predeterminata e inculcata in
tutta la società, rappresentata da un partito unico, guidato e controllato da un dittatore, denominato
Fuher, con un sistema di controllo terroristico, la polizia di Stato e forze armate e il totale controllo
dell’economia. Così a dieci anni dalla pubblicazione del suo “Mein Kampf” il giovane che era
sempre stato giudicato dai suoi superiori e dagli insegnanti “scarso” e “mediocre” aveva in pugno
tutta la Germania.
Questa vittoria rafforzò in lui la convinzione d’essere l’uomo della provvidenza, si sentiva
invincibile. Il delirio di onnipotenza si impossessò di lui, “la famosa Alessandrite”, la conquista e
l’unificazione del mondo programmata dal macedone aveva sconvolto il cervello di tutti i potenti e

11
nessuno ne rimase immune; la “pseudologia fantastica”, cioè chi racconta e poi crede nelle proprie
bugie, era una delle sue patologie che giunsero tutte ad un punto di arrivo.
Tanto potere lo condusse negli anni alla follia, anni che videro gli orrori della Seconda Guerra
Mondiale e dell’Olocausto (1939-1945).
L’atto finale fu la sua morte: si tolse la vita, con un unico colpo di pistola, il 30 aprile 1945 nel suo
bunker sotto il giardino della Cancelleria.

Luigi Pirandello: la follia del vedersi vivere.

La follia percorre tutta l’opera pirandelliana e fu il suo punto di partenza per esplorare quella crisi
d’identità tipica del Novecento.
Pirandello è uno scrittore isolato, difficile da costringere negli schemi di uno specifico movimento
letterario. Sin dalle prime opere egli evidenzia la totale disillusione circa la possibilità di trovare
risposte ai problemi dell’esistenza umana: non è possibile un’interpretazione deterministica della
vita che è complicata dal mescolarsi di verità e finzione.
Attraverso l’intensa produzione novellistica, alla quale è costretto anche per ragioni economiche,
egli può sperimentare nuove forme espressive. Le novelle compongono uno straordinario "serbatoio
di invenzioni", idee, personaggi e situazioni, da cui lo stesso Pirandello attinge frequentemente lo
spunto che dà vita alle sue opere romanzesche e teatrali. I suoi personaggi, posti in situazioni
bizzarre, costituiscono sempre un caso che svela la contraddittorietà dell’esistenza. L’autore non
propone soluzioni, anzi, sul piano ideologico si attesta su posizioni conservatrici, lasciando aperta,
come unica strada di fuga, quella che conduce verso l’irrazionale.
Il pensiero pirandelliano trova una sistemazione propria nel suo romanzo più famoso "Il fu Mattia
Pascal" (1904) che evidenzia la divergenza tra la verità dei fatti e le loro apparenze e segna un
punto di non ritorno nell’arco dell’opera pirandelliana: ritrae il sogno di un’evasione impossibile, il
desiderio irrealizzabile di afferrare per sé un’identità che non sia quella imposta dal destino. Mattia
e anche tutti gli altri personaggi sono però in balia del caso e degli avvenimenti esterni: sono
incapaci di comunicare con gli altri e di dominare la realtà. Pirandello dichiara l'inconsapevolezza
del reale, la frammentazione dell’identità psicologica dell’individuo. L’autore non si preoccupa di
garantire l’autenticità del discorso (questa è la tecnica alla base dei romanzi di Svevo) ed ogni
parola pronunciata dal personaggio è sempre circondata da una forte ambiguità. Il risultato è una

12
scrittura frammentata che riflette la complessità della vita. L’ultimo romanzo di Pirandello, "Uno
nessuno e centomila" (1912-1925) porta agli estremi questa concezione artistica; è privo di
intreccio, ma si svolge in prima persona seguendo la meditazione del protagonista Vitangelo
Moscarda che sorge dal casuale commento della moglie: se lei lo vede diverso da come si vede lui
dal punto di vista fisico, ciò avverrà anche dal punto di vista psichico. Ci sono dunque tanti
Moscarda quanti sono quelli che lo vedono.
Egli si propone di distruggere il vecchio se stesso cancellando tutte le immagini che gli altri hanno
di lui, ma nel tentativo di attuare questa operazione, si procura la "maschera" di pazzo.
“Uno nessuno e centomila” è perciò il romanzo dell'incapacità di comunicare e della solitudine.
Moscarda è consapevole che i giudizi di ogni uomo hanno un valore sempre soggettivo: a ciascuno
le cose appaiono "a suo modo" e chi attribuisce al proprio punto di vista una verità assoluta si
allontana essa. In realtà nulla è fermo e definitivo nella vita e perciò il protagonista del romanzo
accetta la disgregazione della sua personalità come positiva: "la realtà siamo noi che ce la creiamo:
ed è indispensabile che sia così. Ma guai a fermarsi  in una sola realtà: in essa si finisce per
soffocare". La vita non può essere fissata in una regola e la conoscenza la blocca, la uccide in
impressioni soggettive che l’uomo purtroppo considera assolute. Per conoscere "bisogna che lei
fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad una macchina fotografica. Lei si
atteggia. E atteggiarsi è come diventare una statua per un momento. Lei non può conoscersi che
atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire."
Nelle ultime scene di "Così è (se vi pare)" (1918) Pirandello arriva al culmine della riflessione
sull’impossibilità di arrivare alla conoscenza di una verità. Quando la signora Ponza, alla fine del
dramma afferma "Per me, io sono colei che mi si crede" getta nello sconcerto non solo i personaggi
teatrali, ma anche gli spettatori. Tutti si aspettano la risoluzione dell’enigma secondo uno sviluppo
normale.
Secondo Pirandello è normale non ciò che risponde alle norme, ma ciò che da ciascuno viene fatto
seguendo i propri intimi bisogni, e sono questi bisogni che portano l'uomo sulla via del progresso.
Il personaggio tende a ribellarsi quando si rende conto che l'osservanza delle norme gli impedisce di
vivere e di migliorare la propria condizione. L’anormalità, per Pirandello, è il sottomettersi alle
regole anche quando queste impediscono all'uomo di vivere, permettendogli solo di esistere.
Per capire l'opera pirandelliana bisogna quindi ribaltare il concetto di normalità-anormalità.
Vi sono anche due distinte dimensioni del reale, perché ciascuno vede la realtà secondo le proprie
idee e i propri sentimenti: a fronte della realtà esterna che si presenta una e immutabile, abbiamo le
centomila realtà interne di ciascun personaggio, per cui la vera realtà è nessuna.
Abbiamo la dimensione della realtà oggettiva, che è esterna agli individui e che apparentemente è
uguale e valida per tutti, perché presenta per ognuno le stesse caratteristiche fisiche; e la dimensione

13
della realtà soggettiva, che è la particolare visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle
condizioni sia individuali che sociali: vi sono tante dimensioni quanti sono gli individui e quanti
sono i momenti della vita dell'individuo.
Della realtà oggettiva esterna, così fissa ed immutabile, noi non cogliamo che quegli aspetti che
sono maggiormente adeguati a una delle nostre anime, al particolare momento che stiamo vivendo,
in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe sensazioni che sono assolutamente
individuali.
Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettiva, ma una realtà soggettiva che,
a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si disumanizza, come avviene per Moscarda. Si
può distinguere come la realtà è vista dal personaggio; come la realtà esterna si impone al
personaggio; come il personaggio crede che gli altri vedano la realtà.
Questa triplice concezione della realtà è un elemento tecnico che serve a Pirandello per esaminare
come sono fatti veramente dentro e capire come essi si vedono. Ciò porta a definire l’impossibilità
di sfuggire alle convenzioni sociali, l’impossibilità della comunicazione con gli altri.  
L’uomo non può conoscere la realtà in sé, ma può creare dei modelli interpretativi che gli
permettano di mettere ordine "nel suo piccolo mondo.
Nel pensiero di Pirandello non c’è nulla di nuovo. E’ infatti una ripresa del motivo romantico della
insoddisfazione e dell’inquietudine perenne dello spirito umano, esasperata nel Decadentismo.
Pirandello lo rielabora, intensificandolo e rappresentandolo in situazioni paradossali ma non tanto,
perché a volte esse si verificano realmente.
Dall’insoddisfazione e dall’inquietudine dell’esistenza la gente si difende con il buon senso,
rassegnandosi, con l’accettazione serena dei limiti umani, convinta che non esiste né la libertà
assoluta, né la verità assoluta.
Pirandello invece rappresenta lo stato d’animo di chi si ribella a questa condizione e ne fa un
dramma che può portarlo anche alla pazzia.
Il suo merito è quello di smascherare e condannare nella sua opera i luoghi comuni, le ipocrisie, gli
egoismi, i pregiudizi, e soprattutto i venditori di fumo, coloro cioè che approfittano della forma,
entro cui si sono chiusi, per tramare i loro inganni e le loro frodi a danno degli altri. Facendo ciò,
egli desidera un autentico miglioramento della società, fondato sul rispetto assoluto della persona
umana.
I fondamenti teorici della concezione del mondo di Pirandello sono riscontrabili nel saggio
“L’umorismo”, nel quale lo scrittore espone, discute e codifica la sua poetica. La prima parte è
storica, perché dedicata all’esame delle varie forme assunte dall’umorismo nel corso del tempo e ad
analizzare l’opera di vari umoristi italiani e stranieri. Nella seconda parte, di carattere teorico,

14
Pirandello distingue due stadi dell’osservazione del reale, che egli definisce "avvertimento del
contrario" e "sentimento del contrario".
L’ “avvertimento del contrario” si ha quando ci accorgiamo di una stonatura nella realtà che ci
circonda, e percepiamo in un comportamento o in un fatto un’incongruenza che ci sconcerta e ci
induce a reagire in modo istintivo e immediato, come quando, vedendo una vecchia signora troppo
truccata e vestita in modo inadatto alla sua età, ci mettiamo a ridere. Quando in un’opera la
descrizione si limita a questa primo stadio si ha il comico.
Se però superiamo quella impressione superficiale e la trasformiamo in riflessione,
all’"avvertimento del contrario" subentra il "sentimento del contrario": ciò accade quando ci
soffermiamo a pensare "perché" la signora agisce in quel modo, scoprendo che forse non prova
nessun piacere ad agghindarsi così, e magari ne soffre, ma lo fa per un disperato tentativo di
mantenere vivo l’amore del marito, più giovane di lei. Mettendo in luce tutto ciò, si fa umorismo.
La critica che Pirandello muove alle illusioni dell’uomo è lucida e definitiva, e la sua esigenza di
verità può apparire crudele, ma proprio perché mette a nudo la sofferenza dei suoi simili, l’autore
dimostra una partecipazione accorata, una sincera pietà per i suoi personaggi, nei quali vita e forma
sono in continuo contrasto: personaggi lacerati, messi improvvisamente di fronte alla scoperta della
frantumazione della loro identità e alla crisi di quelle certezze che la "forma" sembrava loro
garantire; non a caso le creature di Pirandello sono caratterizzate dalla "pena di vivere così", e i loro
volti, che si rivelano quando si strappano la maschera, sono "un misto di riso e pianto".
Sebbene Pirandello abbia deciso di dedicarsi alle opere teatrali molto tardi, è a loro che deve il suo
successo. Questi testi hanno modificato in modo decisivo la tradizione teatrale italiana che,
all’epoca, era ancora influenzata dal modello naturalista e da quello decadente di D’Annunzio.
Pirandello tratta la vita come se fosse una recita, dove ciascuno è "l’attore di se stesso", condannato
a rappresentare la parte che il destino gli ha prefissato. Il teatro fornisce anzi uno strumento ancora
più adatto per esprimere il rapporto maschera – realtà. Attraverso una mescolanza portata fino agli
estremi di realtà e finzione, Pirandello frantuma la "superficie compatta" della vita. In "Sei
personaggi in cerca d’autore" (1921) egli raffigura perfettamente la sua visione: se il teatro è
metafora dell’esistenza, mostrando agli spettatori i trucchi che lo governano, ne denuncia in realtà le
regole. Nelle sue ultime commedie spettatori, maschere, personaggi e attori si confondono a
rappresentare gli equivoci che si nascondono dietro la vita stessa. Pirandello passa dal teatro che
imita la vita, al teatro che mette in scena se stesso.  
Il personaggio di Pirandello, diversamente da quello tradizionale, apre un continuo, incessante
dibattito non solo con gli altri personaggi, ma idealmente con il pubblico. Lo spettatore è chiamato a
"partecipare" in modo nuovo, a "entrare in scena" anche lui.

la Vita, pur essendo mobile e fluida, per un “destino burlone” tende a calarsi in una forma, in cui resta prigioniera e
dalla quale cerca di uscire per assumere nuove forme, senza mai trovare pace.

15
Questa scelta di Pirandello significa intenzione di abolire la separazione tra arte (teatro) e vita
(pubblico) e di mescolarle continuamente. Il teatro non rispecchia più la vita, ma vuole
rappresentare se stesso (anche perché la vita è teatro), il farsi della creazione artistica, il difficile
rapporto tra autore e personaggi, che diventa espressione simbolica del rapporto universale tra
l'uomo e il suo destino.

“…Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla
dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le
vostre costruzioni! -Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! Ma voi dite che
non è vero. E perché? – Perché non par vero a te, a centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe
vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi! …Se siete
accanto a un altro, e gli guardate gli occhi, potete figurarvi come un mendico davanti a una porta
in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo
vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi
tocca...” (Atto II di ”Enrico IV”)

Enrico e la sua follia: unica via di fuga dalla realtà

Scritta nel 1921, la commedia fu rappresentata per la prima volta il 24 febbraio 1922 al teatro
Manzoni di Milano, e costituisce (insieme a “Sei personaggi in cerca d’autore”) una delle opere più
apprezzate dal pubblico.
L’ “Enrico IV” è la recita di una recita. Finzione di una finzione, forse per questo appare così
autentica. Enrico, il personaggio della tragedia, mette in scena sul palco il perpetuarsi di una
situazione storica imbarazzante: l’umiliazione del ventiseienne imperatore di Baviera, costretto a
un’estenuante attesa, nell’inverno del 1077, fuori dalle mura di Canossa, mentre Matilde di
Toscana, nel ruolo inevitabilmente ambiguo del negoziatore, si adopera presso il Papa Gregorio VII,
per ricucire lo strappo fra Chiesa e Impero. Questo dramma, che nella realtà storica si consumò in
due giorni, nella tragedia pirandelliana dura vent’anni.
“Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per
loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di
quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama

16
accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi
signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato
la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un
mese ossessionato”. Con queste parole Luigi Pirandello, in una lettera del 1921, presentava
l’antefatto della nuova tragedia che stava scrivendo al grande Ruggero Ruggeri, l’interprete che
desiderava, e che ottenne, nel ruolo principale.
Nel corso della cavalcata Enrico, che monta accanto alla bella ma frivola Matilde, di cui è
innamorato, cade da cavallo, rimanendo intrappolato nel personaggio che sta impersonando.
Rinchiuso in un esilio dorato dalla sorella, insieme a quattro servitori che si prestano al giuoco nel
ruolo di consiglieri segreti, l’uomo porta avanti la bizzarra rappresentazione che, con il tempo,
assume i tratti di una normale quotidianità. Passano vent’anni e la sorella di Enrico, che non si è mai
capacitata della pazzia del fratello, sul letto di morte richiede che gli amici rappresentino ancora una
volta la scena, per mettere il malato di fronte al tempo trascorso e strapparlo alla follia. Questo è il
piano che i cinque personaggi hanno in mente quando si portano alla villa dove è rinchiuso Enrico:
Matilde, ormai donna matura; sua figlia Frida, immagine vivente della Matilde di un tempo; Carlo
Di Nolli, figlio della sorella di Enrico e fidanzato di Frida; Tito Belcredi, allora rivale di Enrico e
oggi amante di Matilde e il medico che ha ordito il piano.
Nel primo atto, al cospetto di Enrico, Matilde, Belcredi e il medico, travestiti in abiti storici,
subiscono la conversazione di Enrico che, pur confabulando di vicende riguardanti un ambito di 850
anni addietro, li confonde con l’attualità vaga delle sue affermazioni.
Una parte del secondo atto è passata così dal gruppo a interpretare e cercare contraddizioni e
conferme nelle tranquille parole del malato. Egli ha chiarito che erroneamente solo la sua vita è
considerata quella di un essere bloccato e mummificato nella storia: "Vi sembra una burla anche
questa, che seguitano a farla i morti la vita ? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo
vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite
- lo faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni. Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a
parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita
dei morti."
Nel III atto Enrico IV rivela di non esser pazzo, di esserlo stato davvero e aver poi finto, per molto
tempo. Perché? Perché un giorno, riacquistato il senno, "m'accorsi che sarei arrivato con una fame
da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato."
Perciò egli può capovolgere il rapporto normalità/follia: "Sono guarito signori: perché so
perfettamente di fare il pazzo, qua;... Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e
senza vederla, la vostra pazzia."

17
In questo dramma il protagonista utilizza tutte le difese possibili contro la realtà, considera gli altri
soltanto come strumenti per dare un senso alla sua illusione. Ma questo schermo si rompe quando si
innamora: non accetta più la solitudine, è costretto a mischiarsi con gli altri e diventa un
“pover’uomo”. La dialettica tra realtà e finzione si complica: la finzione è pazzia, e la realtà è
finzione della pazzia.
Ciò che si intuisce dal racconto è che l’ “Enrico IV” ha continuato a fingersi folle perché, dopo aver
perso così tanti anni della sua vita (ventidue), ha capito che non si sarebbe mai potuto rimpossessare
del suo posto nella società che nel frattempo era progredita, lasciandolo indietro. Il tema dominante
è infatti uno solo: la scoperta dell’invecchiamento delle cose e di se stessi. È questa scoperta che
convince Enrico, nel momento in cui rinsavisce, a non ritornare più alla sua vita autentica. Il
dramma “storico” diventa il dramma della storia, del tempo che non si può recuperare, neppure con
la fantasia. Non è un caso che il tema dominante sia la pazzia, malattia senza collocazione
temporale. L’individuo è isolato completamente: se non può vivere nel presente, non riesce a
ricostruire il passato né a proiettarsi nel futuro.
Nel rifiuto di Enrico IV a tornare alla normalità, c’è il rifiuto della vita con le sue assurdità, le sue
ipocrisie, le sue buffonate, le sue passioni, le sue vanità, le sue menzogne.
Egli ha compreso l’esistenza della maschera di folle che la società gli aveva attribuito, e ha capito
che quella era l’unica maschera che avrebbe mai potuto indossare: “Conviene a tutti far credere
pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli
parlare”.
Ecco il privilegio dei pazzi: esser liberi di far essere ciò che non può essere (comunemente, nel così
detto mondo normale), di creder vero ciò che non è vero e bearsi della loro libertà; dal momento che
una verità non esiste e che noi, per poter vivere in una trama di rapporti sociali, dobbiamo fingerci
che la verità sia una (la convenzione, il pregiudizio) i pazzi sono felici, perché schiavi di nessuna
verità che non sia tutta loro. Sono liberi di inventare se stessi ogni giorno e privi del bisogno del
certo, che assilla noi “non pazzi”, costringendoci a fissarci in un ruolo e a sperimentare la tragedia
del dover essere uno, mentre si vorrebbe essere tanti ovvero si vorrebbe essere uno in misura
appagante.
Il personaggio di Enrico è stato visto per lo più come un personaggio positivo, che sceglie di auto-
emarginarsi, piuttosto che integrarsi in una società conformista.

18
La follia della disperazione: “L’urlo” di Munch.

“Camminavo lungo la strada con due amici


quando il sole tramontò, il cielo si tinse
all’improvviso di rosso sangue; mi fermai, mi
appoggiai stanco morto ad un recinto sul fiordo
nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di
fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io
tremavo ancora di paura e sentivo che un grande
urlo infinito pervadeva la natura.”
Edvard Munch diario, 1892

L’ espressione artistica è spesso accomunata ad una


certa dose di stravaganza, eccentricità, se non
addirittura alla follia.
E’ quasi un onore per un pittore essere “toccato” da una scintilla di follia perché ciò lo rende più
libero dagli schemi e indipendente nell’esprimere le proprie emozioni e i sentimenti.
Edvard Munch, norvegese, con un vissuto di particolare tragicità (dirà “Le malattie, la pazzia e la
morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin
dall’infanzia” ) dà avvio a quella poetica dell’angoscia che percorre tutta l’arte di quel paese,

19
espressa con un linguaggio affannosamente ansioso, tanto da risultare incompleto e per certi versi
impenetrabile all’analisi dei critici contemporanei.
Il quadro presentato è uno fra i più celebri e drammatici dell’artista e di tutta l’arte moderna; di
chiara lettura figurativa seppure assolutamente antinaturalistico, si presta ad un’interpretazione
psicologica che coincide con il contenuto rappresentato, un uomo fisicamente stravolto nelle
sembianze da un terrore cieco che lo sconvolge interiormente, ed esprime, attraverso chiari
riferimenti simbolici, la solitudine individuale (la figura isolata in primo piano), la vanità e la
superficialità dei rapporti (le due figure sullo sfondo, amici incuranti che continuano a camminare),
dilatando l’esperienza individuale fino a compenetrarla nel dramma collettivo dell’umanità e in
quello cosmico della natura.
Con quel grido Munch vuole dare voce alla disperazione del suo animo e del suo tempo,
raffigurando con gelida spietatezza la condizione esistenziale dell’uomo del Novecento in uno stile
pittorico crudo e inquietante.
Un uomo che urla, un corpo lontano da ogni naturalismo, con la testa completamente calva come un
teschio, gli occhi-orbite dallo sguardo allucinato e terrorizzato, il naso appena accennato nelle
narici, la cavità della bocca aperta dalla quale si propagano le onde sonore del grido, una serie di
pennellate sinuose che innestano in tutto il quadro un movimento concentrico: come cerchi
nell’acqua contagia la natura circostante, il paesaggio, il cielo, trascinandoli in un gorgo di
irresistibile potenza dove tutto si annichilisce.
La spinta dinamica del movimento ad onda domina l’insieme definendo con tratti concitati la tipica
deformazione espressionista che, premendo sulla forma, vuole far sgorgare e liberare l’angoscia
interiore attraverso un grido liberatorio.
La figura in primo piano è tagliata dalla diagonale del parapetto del ponte, di scorcio sulla sinistra,
sul quale si allontanano le figure di sfondo, mentre sulla destra è raffigurato un paesaggio irreale e
desolato, un gorgo d’acqua sopra il quale un cielo innaturalmente striato di rosso riprende lo stesso
andamento ondulato.
Per più di due terzi la superficie della tela è occupata da colori caldi, dal giallo al rosso; nel terzo
residuo il blu è lavorato con tratti profondi di giallo e rosso. Fra i chiari e gli scuri non c’è un
concerto ma una violenta contrapposizione. Le fasce ondulate del cielo non scaricano la tensione
ma la intrappolano in una cappa di fuoco.
In antitesi con la contemporanea corrente impressionista di lirico naturalismo e gioioso cromatismo,
l’opera di Munch non si proietta verso il mondo esterno, verso la natura, ma si rivolge all’inconscio,
ripiegandosi su un’interiorità della quale scopre tutta l’incontrollabile violenza emotiva.

20
Non c’è però nessun elemento che induca a credere alla funzione liberatoria e consolatoria dell’urlo
che resta solo un grido muto, inavvertito dagli altri, dolore pietrificato che vorrebbe uscire dal
profondo dell’animo.
I temi dominanti, il dolore, la sofferenza di vivere, l’angoscia di guardarsi dentro, la disperazione
dell’uomo e della natura, sono aspetti che definiranno la poetica dell’ Espressionismo tedesco e
austriaco ed anticipano anche ciò che essi mutueranno dal Simbolismo.
Munch fu consacrato il vero fondatore di tutte le correnti di ispirazione espressionista che, a partire
dalle avanguardie storiche di inizio secolo, hanno attraversato l’arte moderna fino ai nostri giorni.

La follia della natura.


Anche in natura si può parlare di follia, una follia provocata dall’uomo e dal suo comportamento nei
suoi confronti. Ha provocato il riscaldamento globale che, dovuto all’effetto serra, costituisce una
delle principali minacce di carattere ecologico incombenti sull’umanità. Nonostante i primi allarmi,
i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera stanno crescendo rapidamente e ciò comporta un
elevato aumento della temperatura che, dagli inizi del ‘900, sottopone la Terra a continui
cambiamenti climatici creando significativi squilibri negli ecosistemi e nella salute umana. Sembra
quasi che il clima stia impazzendo: è imprevedibile, muta repentinamente. Aumenta il pericolo di
alluvioni, trombe d’aria, tifoni dopo periodi anomali di lunga siccità, i terreni franano, non reggono
più le persistenti aggressioni erosive e umane. Dell’azione umana ne risente soprattutto la natura
che diventa sempre più debole e si risveglia apparendo una folle entità.
Anche l’attività sismica e vulcanica della Terra può sembrare all’uomo pura follia.

I terremoti.

Un terremoto, o sisma, è una vibrazione più o meno forte del terreno prodotta da una rapida
liberazione di energia meccanica in qualche punto all’interno della Terra. Questo punto in cui
l’energia si libera è detto ipocentro ( o fuoco ) del terremoto: da esso l’energia si propaga per onde
sferiche che, pur indebolendosi, attraversano tutta la Terra e possono essere registrate dagli
strumenti in tutto il mondo.
Queste onde elastiche sono causate dalla deformazione o
frattura di masse rocciose nel sottosuolo, che si
deformano progressivamente fino a che non viene

21
raggiunto il limite di rottura: allora si innesca una lacerazione a partire dal punto più debole e si
crea una faglia, lungo il cui piano le rocce possono scorrere le une contro le altre in direzioni
opposte. Le due parti della massa rocciosa originaria reagendo elasticamente riacquistano il loro
volume e la loro posizione di equilibrio, con una serie di rapide vibrazioni che si trasmettono alle
masse rocciose circostanti. Il comportamento delle rocce ai due lati della faglia è simile a quello di
un elastico che si deforma quando viene teso e che, se si rompe, ritorna bruscamente nelle
condizioni iniziali. Secondo il modello del rimbalzo elastico con il brusco ritorno all’equilibrio,
l’energia accumulata durante la deformazione si libera, in parte sottoforma di calore prodotto
dall’attrito lungo la superficie della faglia, in parte sottoforma di violente vibrazioni che si
propagano come onde sismiche verso tutte le direzioni.
Questa energia si disperde nel terreno dall'ipocentro in tutte le direzioni in forma di onde che
possono essere di due tipi: le onde P e le onde S. Le onde P (primarie o longitudinali) provocano al
loro passaggio delle oscillazioni delle particelle avanti e indietro nella stessa direzione di
propagazione dell’onda; la roccia subisce rapide variazioni di volume, comprimendosi e dilatandosi.
Sono le onde più veloci e possono propagarsi in ogni mezzo.
Le onde S (secondarie o trasversali) provocano l’oscillazione delle particelle perpendicolari alla
direzione dell’onda; la roccia subisce variazioni di forma ma non di volume. Sono meno veloci
delle onde P e non possono propagarsi attraverso i fluidi dove si smorzano rapidamente.
Le onde P e S si generano
nell’ipocentro e sono chiamate onde
di volume o interne, ma non sono le
sole onde in un terremoto.
Quando le onde interne raggiungono
la superficie si trasformano in onde
superficiali che si propagano dall’epicentro lungo la superficie terrestre, mentre si smorzano
rapidamente con la profondità. Sono le onde di Rayleigh, onde R, in cui le particelle compiono
orbite ellittiche in un piano verticale lungo la direzione di propagazione. Onde superficiali sono
anche le onde di Love, o onde L, in cui le particelle oscillano trasversalmente alla direzione di
propagazione, ma solo nel piano orizzontale.
La registrazione del movimento sismico si chiama sismogramma, una traccia lasciata da un pennino
su una striscia di carta che ruota a mezzo di un rullo
solidale con il suolo: si registrano così le vibrazione
del terreno rispetto ad una massa sospesa che tende
a rimanere immobile. Questo strumento si chiama
sismografo e ne esistono di tre tipi che funzionano

22
contemporaneamente nelle stazioni sismiche: uno libero di muoversi soltanto lungo la verticale; gli
altri due liberi di muoversi solo sul piano orizzontale, lungo due direzioni tra loro perpendicolari.
Nell’area prossima all’epicentro il sismogramma appare molto complicato o confuso, sia per
l’ampiezza delle oscillazioni, sia per l’arrivo dei vari tipi di onde. A una certa distanza
dall’epicentro, invece, i gruppi di onde cominciano a separarsi e nel sismogramma si riconosce una
struttura fondamentale.
L’inizio delle oscillazioni e la parte del sismogramma corrispondono all’arrivo dalle onde P; nella
parte centrale all’arrivo delle onde P si sovrappone quello delle onde S; nell’ultima parte compaiono
prevalentemente le onde superficiali, più lente ma più ampie.
Dalla lettura di un sismogramma si possono ricavare varie informazioni come la potenza e la durata
di un terremoto, la posizione dell’epicentro, la profondità dell’ipocentro, la direzione e l’ampiezza
del movimento lungo la faglia che ha generato un terremoto, l’orientamento e l’estensione di
quest’ultima; si ricavano dati anche sulla struttura interna della Terra.
L’uomo ha sempre cercato di valutare la forza di un terremoto, attraverso i danni e gli effetti
provocati e basandosi, quindi, sulla sua intensità.
In Europa e in America la scala d’intensità più usata è la scala Mercalli, divisa in 12 gradi, basata
solo sull'entità e sulla quantità dei danni prodotti su persone, su manufatti e sul terreno.
Sono i dati macrosismici di un terremoto e si riferiscono all’area entro cui esso è stato percepito.
Questo tipo di studio viene effettuato rilevando, attraverso l’uso di opportuni questionari, i danni e
le reazioni delle persone confrontando i dati raccolti con la scala d’intensità.
Ad ogni località viene assegnato un grado d’intensità che risulterà massimo nella zona
dell’epicentro e via via decrescente in località sempre più lontane.
Si riportano i valori d’intensità su una rappresentazione grafica e si tracciano delle linee di confine
tra le zone in cui il terremoto si è manifestato con intensità diverse: si ottiene così una serie di
curve, definite isosime, la più interna delle quali contiene l’epicentro.
Le registrazioni strumentali dei terremoti hanno fornito anche il mezzo per poter valutare la “forza”
di un terremoto.
Se per due terremoti distinti ma con lo stesso epicentro si mettono a confronto i sismogrammi
registrati in numerose stazioni poste a varie distanze, si osserva che il rapporto tra l’ampiezza
massima registrata è sempre la stessa, a parità di distanza dalla sorgente, quindi, un terremoto più
forte di un altro fa registrare sul sismogramma oscillazioni più ampie.
L’ampiezza massima delle onde ( indicata con A) può essere usata come misura di “grandezza” di
un terremoto se viene messa a confronto con l’ampiezza massima (A 0) delle onde fatte registrare da
un terremoto standard che produce onde di ampiezza massima di 0.001 mm su un sismografo
standard posto a 100 km di distanza dall’epicentro.

23
Poiché i valori che si ottenevano erano troppo grandi, Charles F. Richter, sismologo che si propose
di misurare la magnitudo di un terremoto, decise di utilizzare la scala logaritmica: la magnitudo è
espressa dal logaritmo in base dieci del rapporto fra l’ampiezza massima del terremoto e l’ampiezza
che verrebbe prodotto da un terremoto standard alla stessa distanza epicentrale.

M = log10 A – log10 A0
Bisogna però precisare che intensità e magnitudo non dipendono l’una dall’altra, dato che la prima
si riferisce agli effetti provocati da un terremoto in una certa zona e la seconda è una misura
strumentale della forza del terremoto nel punto in cui si è originato.
Sono state trovate solo delle relazioni empiriche che legano questi due concetti.

Una constatazione che risulta evidente dall'osservazione della distribuzione a scala planetaria dei
terremoti è che essi non avvengono con la stessa frequenza su tutta la Terra, ma sono concentrati in
alcune aree ben definite da un punto di vista geologico. I terremoti avvengono principalmente in
una ristretta fascia che circonda l'Oceano Pacifico ed è connessa alle recenti catene a pieghe, che
formano il margine pacifico del continente americano, ed una serie di isole vulcaniche che bordano
la costa pacifica del continente asiatico e dell'Australia. Il 75 % dell'energia associata a terremoti
con ipocentro meno profondo di 70 Km. avvenuti tra il 1904 ed il 1952 è stata liberata nella fascia
circumpacifica. Un ulteriore 23 % dell'energia sismica liberata nello stesso periodo è concentrato
nella fascia di catene montuose recenti che va dal Mediterraneo all'Himalaya e negli archi di isole
connessi (Egeo, Eolie). Il restante 2% è legato in gran parte a terremoti che avvengono lungo le
dorsali medio - oceaniche. Appare quindi chiaro che l'ubicazione dei terremoti caratterizza i tratti
fondamentali delle strutture litosferiche, giacchè: a) segue perfettamente l'andamento delle varie
dorsali oceaniche; b) delinea i margini dell'intero oceano Pacifico e dell'oceano Indiano orientale,

24
caratterizzati da vistosi fenomeni recenti di tettonica compressiva; c) si addentra nelle masse
continentali rivelando l'instabilità delle grandi linee di sutura in corrispondenza delle catene
corrugatesi durante il ciclo Alpino - Himalayano. Nella teoria della tettonica a zolle la distribuzione
degli epicentri sismici è considerata marcare i limiti tra zolle di litosfera, in moto relativo tra di loro,
nelle quali è divisa la superficie terrestre. Una suddivisione ancora più netta si ottiene se si
prendono in considerazione solo i terremoti intermedi (profondità compresa tra 70 e 300 Km.) e
profondi (profondità superiore a 300 Km.). Questi, infatti, sono ancora maggiormente concentrati
lungo la cintura circumpacifica. Il terremoto più profondo è avvenuto, ad una profondità di 720
Km.. Se gli ipocentri dei terremoti intermedi e profondi che avvengono in una determinata regione
vengono proiettati su di un piano verticale orientati perpendicolarmente alla direzione dell'arco di
isole, essi definiscono un piano che immerge con un angolo variabile tra 30° e 70° al di sotto
dell'arco di isole verso il bacino marginale. Questo piano è chiamato "Benioff" o "Benioff-Wadati"
dal nome dei primi geofisici che ne hanno mostrato l'esistenza. Lo spessore del piano di Benioff,
definito dalla distribuzione dei terremoti, è variabile da circa 25 Km. nel caso delle Tonga a più di
100 Km. nel caso del Giappone e di altri archi di isole. E' possibile però che almeno parte della
variazione sia dovuta a dispersione degli ipocentri dei terremoti a causa di errori nella loro
ubicazione. La teoria della tettonica a zolle interpreta questi piani come zolle litosferiche subdotte
nell'incontro tra due zolle di litosfera in movimento convergente. La distribuzione dell'energia
sismica liberata non è però uniforme per tutta la lunghezza del piano di Benioff. Spesso l'attività
sismica raggiunge un minimo a profondità comprese tra 150 e 250 Km. e tra 400 e 500 Km, indica
una possibile variazione della rigidità della litosfera in questi intervalli.

25
Sulla base dei dati sismici la Terra è stata suddivisa in quattro involucri principali: la crosta, il
mantello, il nucleo esterno e il nucleo interno. La più importante discontinuità, a partire dalla
superficie terrestre, è la discontinuità di Mohorovicic (scoperta appunto da questo sismologo
Jugoslavo nel 1906) detta semplicemente Moho. In corrispondenza di questa la velocità delle onde
P passa da 6.8 - 7.3 Km/s a circa 8 Km/s e si trova ad una profondità variabile tra i 5 e i 90 Km. La
profondità a cui si trova questa discontinuità sarà più vicina alla superficie in corrispondenza della
crosta oceanica e raggiungerà valori più alti al di sotto dei continenti. Recentemente lungo l'asse
della dorsale media - oceanica atlantica, presso le Azzorre, si è misurato uno spessore della crosta di
soli 3 Km. Nell'area delle Alpi e dell'Italia questa profondità varia notevolmente: al di sotto dei
monti si trova a circa 55 Km di profondità, mentre per il resto dell'Italia si trova a circa 30 km.
Tale discontinuità divide quindi la crosta Terrestre dal mantello; quest'ultimo costituisce la maggior
parte della Terra sia come volume (circa 84%), sia come massa (circa il 68%), ed è separato dal
nucleo dalla discontinuità di Gutenberg alla profondità di 2.900 Km.
Nel mantello sono inoltre presenti altre tre discontinuità meno importanti (a 400 Km, a 650 Km, e a
1050 Km) che sono legate ad un mutamento della composizione del mantello stesso e creano una
zona di transizione. Il mantello è principalmente diviso in mantello superiore, che va dalla
discontinuità di Mohorovicic ad una profondità di circa 400 Km, e mantello inferiore, che arriva ad
una profondità di 2900 Km. Tra i due si trova la zona di transizione (tra i 400 e 1050 Km). Il
mantello superiore può essere a sua volta diviso in astenosfera, che si trova tra i 70 e 250 Km ed è
costituita parzialmente da materiale fuso, e litosfera, che invece è rigida. Quindi è la roccia fusa
nell'astenosfera che, risalendo attraverso fratture della litosfera, da vita ai vulcani e non solo. Al di
sotto del mantello inferiore vi è il nucleo che si estende da circa 2900 Km fino al centro della Terra
(6371 Km) ed ha un volume pari al 16% del totale, ma la sua massa è ben il 31% .E’ diviso in
nucleo esterno e nucleo interno dalla discontinuità di Lehemann.
Per analogia con le meteoriti metalliche, derivate dalla disgregazione di un corpo celeste di cui
costituivano la parte più interna, si ritiene che il nucleo interno sia formato in prevalenza da ferro e
nichel e che quest'ultimo sia presente in quantità comprese tra il 10 e 20%. Il nucleo esterno che è
liquido (poiché le onde S non vi si propagano) è composto da una piccola percentuale di nichel
(2%) e una quantità (al massimo del 15%) di un altro elemento più leggero, che potrebbe essere
zolfo, silicio o ossigeno, e arriva a circa 5200 Km di profondità (è da questo che si origina gran
parte del campo magnetico terrestre). Il nucleo interno è, infine, ritenuto solido.

26
Spaccato della terra

I vulcani.

Un vulcano è una spaccatura della crosta terrestre dalla


quale, in determinate circostanze, erutta il magma
incandescente, insieme a gas, vapori e materiali
rocciosi.
Il magma, termine greco che significa miscuglio o
impasto, è una miscela di materiali fusi, composta
essenzialmente di silicati e ricca di gas ad altissima
pressione. Questa massa si trova entro o sotto la crosta terrestre in zone chiamate serbatoi, camere o

27
focolai magmatici; quando la sua pressione supera quella esercitata dalle rocce sovrastanti, il
magma fuoriesce in superficie, perde i gas che conteneva e diventa lava.
Un vulcano si origina quando il calore prodotto dal nucleo centrale della Terra, tendendo a
disperdersi, arriva alla superficie con la risalita di rocce fuse attraverso le spaccature della crosta
terrestre, dando vita ad un’eruzione che costruisce l’edificio vulcanico.
Approssimativamente un vulcano tipo è costituito da un focolaio o bacino magmatico, che è il luogo
dove si accumula il magma proveniente dal mantello; da un condotto o camino vulcanico, attraverso
cui i materiali magmatici salgono dal focolaio alla superficie; e da un cratere (dal greco krater =
“coppa”) che rappresenta lo sbocco esterno del camino e di solito è costituito da una cavità
imbutiforme. L'apparato esterno, ossia il cono vulcanico, è prodotto dalla stessa attività vulcanica e
può avere dimensioni svariate.
Le eruzioni possono avvenire sia attraverso il cratere principale che attraverso condotti secondari,
detti coni avventizi, i quali traggono alimento da diramazioni del condotto principale. Talvolta essi
si succedono lungo la stessa linea, essendosi originati da fratture laterali del vulcano. Sono questi
crateri avventizi che, essendo situati a quote molto basse, hanno prodotto le eruzioni più
catastrofiche, perché le loro colate laviche spesso si sono spinte fino al mare e lungo il loro percorso
hanno ricoperto, insieme alle colture, vari centri abitati.
I vulcani possono essere: attivi se sono caratterizzati da eruzioni più o meno frequenti, pur senza
alcuna regolarità; quiescenti se, per quanto non diano luogo ad eruzioni da alcuni secoli,
manifestano segni di vita attraverso emanazioni di gas e vapori; spenti se la loro attività eruttiva è
ormai cessata da molti anni e sono assenti anche le emanazioni di gas e vapori.
La distinzione tra vulcani spenti e quiescenti, però, è piuttosto difficile. Spesso è accaduto che
vulcani considerati estinti, perché restati inattivi per decine di secoli, improvvisamente si sono
ridestati con spettacolari eruzioni.
I materiali emessi dai vulcani, oltre ai gas e vapori, sono di due tipi: liquidi e solidi.
I materiali liquidi sono rappresentati dalle lave, che, in base alla quantità di silice contenuta, si
distinguono in basiche (con quantità di quantità di silice inferiore al 53%), neutre (53-66%) e acide
(oltre 66%). Le lave con basso contenuto di silice provengono da bacini magmatici profondi, hanno
colore scuro e sono molto fluide, per cui scorrono piuttosto velocemente sui fianchi del vulcano;
quelle ricche di silice, invece, provengono da bacini magmatici superficiali, hanno colore chiaro e
sono molte viscose, per cui scorrono con difficoltà e si solidificano con rapidità, accumulandosi
attorno al cono craterico e provocandone il progressivo innalzamento.
I materiali solidi, detti anche piroclastici (dal greco pur = “fuoco” e klàsis = “rottura”) sono
materiali di natura e di grandezza variabili che provengono dalle pareti del camino e dalla base del

28
vulcano, oppure sono frammenti di lave solidificate in aria che le esplosioni lanciano a grande
altezza.
A seconda delle dimensioni si hanno le ceneri e le sabbie, cioè particelle finissime di lava
polverizzata o minuti frammenti di rocce provenienti dal camino vulcanico e che, proprio per le loro
piccolissime dimensioni, possono restare in
sospensione nell’atmosfera ed essere trasportate dal
vento a grandi distanze; i lapilli (dal greco lapillus =
“sassolino”) che sono pezzetti di lava di pochi
centimetri di diametro, di colore grigio; le pomici,
ossia lave vetrose e ricche di gas che, uscendo dal
cratere, si espandono in blocchi spugnosi molto
leggeri di colore biancastro o grigio; e le bombe
vulcaniche, vale a dire brandelli di lava che, quando vengono lanciati in aria durante le eruzioni,
roteando assumono forma tondeggiante che conservano anche quando cadono al suolo già
solidificati. Altri tipi sono le bombe a crosta di pane che mostrano una superficie vetrosa piena di
screpolature attribuibile alla riduzione di volume durante il raffreddamento.
Si hanno essenzialmente due tipi di attività vulcanica e sono
quella esplosiva e quella effusiva.
La fase eplosiva, detta anche fase pliniana perché minutamente
descritta dallo scrittore romano Plinio il Giovane durante la
celebre eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C., che
distrusse Pompei, Ercolano, Stabia ed altri centri situati attorno
al vulcano, si ha quando il magma che risale è molto viscoso e
ricco di gas. In questo caso, al diminuire della pressione, i gas
iniziano a liberarsi in singole bollicine, che, a causa dell'alta
viscosità del magma, non riescono ad espandersi liberamente: la
pressione da essi esercitata deve salire enormemente prima di vincere la resistenza della massa fusa
e della spessa crosta già consolidata che ostruisce la parte finale del condotto. Quando questo
avviene, si verifica una fortissima esplosione che squarcia il cratere e lancia in alto una densa nube
di vapori e gas, insieme con ceneri, lapilli e bombe vulcaniche. I materiali solidi, raggiunta una
certa altezza, ricadono al suolo; la nube di gas, invece, s'innalza fino ad un'altezza di 10-20 km,
formando un enorme pennacchio che viene chiamato pino vulcanico perché si presenta stretto alla
base e largo nella parte superiore. Talvolta, insieme con il gas, fuoriesce anche una densa miscela di
magma polverizzato, detta nube ardente, che scende rapidamente lungo i fianchi del vulcano

29
bruciando quanto incontra sul suo cammino. L'accumulo dei materiali solidificati delle nubi ardenti
viene detto ignimbrite (dal latino ignis = “fuoco” e imber = “pioggia”).
La fase effusiva, o di deiezione, consiste
nell’emissione di lava fluida incandescente che si
espande in lingue di fuoco chiamate colate
laviche.
La velocità di percorso di una colata lavica è varia
perché dipende, oltre che dalla maggiore o minore
fluidità, dalla pendenza più o meno ripida del vul-
cano; ma in genere è massima in prossimità della
bocca eruttiva e minima nella parte frontale della
colata. Anche l’aspetto di una colata lavica dipende da vari fattori, come la composizione, la
viscosità, il contenuto in gas della lava e la morfologia del terreno su cui la colata scende.
Quando la lava che si raffredda è molto fluida la parte esterna si solidifica più rapidamente rispetto
a quella interna, che per un certo tempo resta fluida e continua a scorrere come in un tunnel dalle
pareti isolanti. In tal modo, soprattutto lungo i pendii molto scoscesi, la parte interna della colata
può restare vuota, per cui si formano gallerie di scolamento. Spesso le lave solidificano anche
all’interno del condotto formando i cosiddetti neck, in inglese “collo”, che successivamente, se il
materiale circostante viene rimosso dall’erosione, affiorano in superficie a forma di colossali guglie.
Altre volte, la pellicola superficiale di queste colate, solida ma ancora plastica, viene trascinata dalla
lava sottostante, ancora fluida, e si raggrinza secondo una successione di linee arcuate simili a fune,
si parla allora di lava a corde.
Se, invece, la lava è più viscosa, la superficie della colata, più rigida, a contatto con l’aria, si
frantuma in numerosi frammenti spigolosi e taglienti formando ammassi caotici, per cui tale tipo di
lava è definita scoriacea; se la viscosità è un po’ più accentuata, i frammenti trascinati dalla parte
ancora fusa possono essere di grandi dimensioni e si parla allora di lava a blocchi.
Altri tipi di colate laviche sono quella a budella, se, fuoriuscendo liquida dall'interno della colata
attraverso fratture del crostone superficiale, crea volute capricciose e figure spesso fantastiche; e a
colonne, se risulta fratturata in una serie di colonne prismatiche perpendicolarmente alla superficie
di raffreddamento.
Se la colata lavica fuoriesce sul fondo di un oceano, a causa del brusco raffreddamento a contatto
con l'acqua, la sua superficie si riveste rapidamente di una crosta vetrosa, che la pressione per
l’arrivo di nuova lava dal condotto fa rompere in vari punti: dalle numerose fessure escono fiotti di

30
lava che a loro volta si rivestono di un guscio vetroso, e il processo si ripete. Si parla di lava a
cuscini.
Terminata l’attività eruttiva, il vulcano entra nella fase di solfatara, detta anche di quiescenza, che è
caratterizzata dalla emissione di gas e vapori.
In base alle modalità con cui l’attività eruttiva si manifesta, si possono distinguere cinque diversi
tipi di vulcani: hawaiano, islandese, stromboliano, vulcaniano, pliniano e peléeano .

Il tipo hawaiano, così denominato dai vulcani dell'arcipelago


delle Isole Hawaii1, è caratterizzato da abbondanti effusioni di lava molto fluida che trabocca dal
cratere in modo tranquillo, senza esplosioni. Di tanto in tanto, tuttavia, si verificano improvvisi
zampilli di materiali incandescenti, detti fontane di lava, che sono lanciati in alto dalla pressione dei
gas e possono innalzarsi fino a 300 metri.
La lava di solito forma edifici a scudo, ossia aventi l'aspetto di un piatto rovesciato, e spesso può
defluire anche da lunghe fessure laterali, che partono dal condotto centrale.

Il tipo islandese, presente soprattutto lungo le dorsali oceaniche, è


caratterizzato dalla fuoriuscita di grandi quantità di lava fluida da spaccature lineari lunghe anche
parecchi chilometri. Il ripetersi di tali eruzioni dalla stessa fessura porta alla formazione di vasti
espandimenti lavici basaltici, quasi orizzontali, detti plateaux basaltici, di spessore relativamente
modesto. Queste eruzioni lineari, ora limitate soprattutto all'Islanda, un tempo erano molto diffuse:
ad esse si devono i vasti altipiani lavici dell'America meridionale (Patagonia), dell'Africa (Etiopia),
dell'Asia (Arabia, Siberia, Mongolia, India), della Groenlandia e di tante altre parti della Terra

1
Le Hawaii sono isole di origine vulcanica

31
Il tipo stromboliano, così denominato dal vulcano Stromboli,
nell’arcipelago delle Eolie, è contraddistinto da un’attività eruttiva continua e da esplosioni
d'intensità moderata, che avvengono ad intervalli regolari e ravvicinati. Il fenomeno si spiega con il
fatto che il magma emesso è piuttosto denso, per cui tende a solidificare nel cratere. Ma di tanto in
tanto i gas intrappolati nel camino, raggiunta una determinata pressione, si liberano, lanciando in
aria, insieme con una bianca nube di vapore, brandelli di lava fusa che si rivestono di una crosta
plastica e assumono una forma affusolata. Esaurita la spinta dei gas che hanno innescato l'eruzione,
la lava torna a ristagnare sul fondo del cratere e si forma una nuova crosta solida, finché un nuovo
accumulo di gas farà ripetere il fenomeno.
Il magma di tipo intermedio, accumulandosi e solidificandosi, forma edifici detti misti o a strati.

Il tipo pliniano è caratterizzato dalla violenza estrema


dell’esplosione iniziale, che svuota rapidamente un gran tratto del condotto superiore: il magma può
risalire con grande velocità da zone profonde, fino ad espandersi in maniera esplosiva, uscendo dal
cratere, dissolvendosi in una gigantesca nube di minutissime goccioline.

Il tipo vulcaniano, dall’Isola di Vulcano, nelle Eolie, presenta


eruzioni piuttosto rare, ma violente, che sono accompagnate dall’emissione di grandi nubi scure,
miste a gas e materiale detritico polverizzato.

32
Tale comportamento dipende dal fatto che il magma è molto viscoso, per cui tra un’eruzione e
l’altra solidifica nel cratere e lo ostruisce, formando un “tappo” di grosso spessore. Quando la
pressione dei gas sottostanti diventa tale da vincere l’ostruzione, il magma risale con estrema
violenza dalla camera magmatica e viene letteralmente “sparato” verso l’esterno attraverso il
condotto; l’esplosione è violentissima, tanto da coinvolgere, a volte, la sommità stessa del cono
vulcanico. La colonna di vapori, gas e lava polverizzata sale diritta verso l’alto e può raggiungere i
30 km di altezza prima di collassare. Poi, rimossa l’ostruzione, le colate laviche fluiscono dal
cratere, formando edifici a strato, e da fessure laterali, dove possono formarsi crateri avventizi.
L’attività del Vesuvio e dell’Etna rientra in questa categoria di eruzioni.

Il tipo peléeano, dal Monte Pelée, nell'isola della Martinica, ha


due caratteristiche principali: estrema esplosività e abbondanti emissioni di nubi ardenti. Ciò si deve
al magma estremamente viscoso, che blocca la fuoriuscita dei gas e li costringe ad aprirsi una via al
di sotto del tappo craterico, per cui le esplosioni si verificano in senso orizzontale anziché verticale.
Si sprigiona allora una densa miscela di vapori surriscaldati e di ceneri incandescenti, la cosiddetta
nube ardente, che scende rapidamente lungo i fianchi del vulcano bruciando quanto incontra sul suo
cammino. In seguito si ha la risalita di una corrente lavica molto pastosa, detta protusione solida,
che si ferma nel cratere e chiude un'altra volta le vie d'uscita ai gas, favorendone così l'accumulo
all'interno del camino e creando le condizioni per altre esplosioni.

33
I vulcani attualmente in attività sono circa 700 e la loro distribuzione sulla superficie del globo non
è casuale: essi, infatti, sono collegati con zone geologicamente attive della crosta terrestre.
La maggior parte dei vulcani attivi, circa il 60%, è situata attorno all’Oceano Pacifico, dove forma
un allineamento noto come «cintura di fuoco del Pacifico», che si estende dalla Catena delle Ande
fino all’Alaska. Sono tutti vulcani fortemente esplosivi, localizzati nelle zone in cui la crosta
terrestre subisce fenomeni di compressione, come ai margini dei continenti o lungo gli archi
insulari.
Diversi sono, invece, i vulcani situati nelle zone in cui la crosta terrestre è soggetta a movimenti di
distensione, dove cioè le placche si allontanano una dall’altra.
Fra essi si possono ricordare i vulcani della fascia atlantica, della zona orientale dell’Africa e della
zona mediterranea.
Non tutti i fenomeni vulcanici avvengono in corrispondenza dei margini delle placche; esistono,
infatti, numerosi altri centri di emissione, che rappresentano appena l’1% del vulcanismo, che sono
situati al centro delle placche litosferiche rigide, sia oceaniche che continentali. Essi vengono
chiamati punti caldi, ed emettono un tipo di lava che è simile a quella basaltica prodotta dai vulcani
localizzati lungo le dorsali oceaniche o presso i margini continentali, ma contiene una certa
percentuale di metalli alcalini.
La causa della loro formazione non è stata ancora individuata con certezza, tuttavia la maggioranza
degli scienziati propende per attribuirla alla risalita in superficie di materiale caldo sotto forma di
enormi pennacchi caldi, la cui sommità, giunta sotto la litosfera, si allargherebbe verso direzioni
opposte, innescando il processo di espansione; contemporaneamente entro il resto del mantello si
verificherebbe un flusso di ritorno discendente di materiale meno caldo.
Quando una placca litosferica, nei suoi lenti movimenti, passa sopra un punto caldo si genera una
fila di vulcani che, superata la sorgente vulcanica, diventano spenti e tendono ad abbassarsi. Ciò si

34
verifica perché in corrispondenza del punto caldo la litosfera è meno densa e quindi, per
compensazione isostatica, risulta sollevata.
Se la placca litosferica che passa sopra un punto caldo è oceanica, allora si formerà una serie di
isole vulcaniche che, con il passare del tempo, sprofonderanno sotto il livello del mare e, per
l'azione abrasiva delle onde che ne smantella la sommità, acquisteranno la forma di un cono tronco.
L’esempio più noto di vulcanesimo dovuto ai punti caldi è quello delle Isole Hawaii, che si sono
formate con il passaggio della Placca Pacifica su un'unica sorgente calda durante gli ultimi 70
milioni di anni. L'arcipelago è, infatti, composto da un lungo allineamento di isole che presentano
un diverso stadio vulcanico. La più meridionale, l'Isola Hawaii, è caratterizzata da un intenso e
spettacolare vulcanismo attivo perché si trova ancora sul punto caldo; le più settentrionali sono
caratterizzate invece da vulcani spenti o in fase di spegnimento, perché si trovano ormai lontane dal
punto caldo. Esse, inoltre, si presentano più piccole e più basse, perché sono state maggiormente
erose dagli agenti esogeni a causa della loro più antica formazione.

The madness of trying to eliminate death and evil.

Frankenstein or the Modern Prometheus

A pinch of madness goes trough all the work of Mary Shelley. Frankenstein, a Swiss scientist,
manages to create a human being by joining parts selected from corpses. The result of this
experiment is ugly and revolting; the Monster becomes a murder and in the end he destroys his
creator.
All began in a dreary night of November but quickly “the beauty of the dream vanished, and
breathless horror and disgust filled my heart”.
It was the result of human madness: he wanted to create life to save men from death.
Mary Shelley gives her own account of Frankenstein’s origin. She was fascinated by ghost stories,
speculation about the reanimation of corpses or the creation of life and at one point of her life her
personal anxieties and the memories of her sense of loss at her mother’s death came together,
creating the walking dream or nightmare that so terrified her.
She sympathizes with the monster but she is afraid of the consequences of his actions.
Frankenstein in an overreacher likes Walton that wants to reach the North Pole; their madness is
that of questing the forbidden knowledge and penetrating into the Nature’s secrets.

35
So Walton is a double of Frankenstein since he manifests the same ambition, the wish to overcome
human limits in his travelling towards the unknown and same wish for lonliness and pride of being
different. But differently to Frankenstein, Walton understood is madness and decided to change
before it was too late.
The monster can be considered the Rousseau’s natural man, which is the primitive man, unspoilt by
civilization.
Another important influence was the work of the romantic poets in general, especially “Rime of the
Ancient Mariner” of Coleridge: both in Coleridge’s ballad and in Mary Shelley’s novel a crime
against nature was committed .
Also the myth of Prometheus is important: Prometheus in Greek mythology was a giant whose
madness was to steal fire from Gods in order to give it to men.

The strange case of Dr Jekyll and Mr Hyde

Also in the most important work of Stevenson there is the presence of madness: it was the madness
of the Victorian Society, characterized, on one hand, by respectability and wealth and, on the other
hand, by criminality, poverty and social injustice.
A brilliant scientist, Dr Henry Jekyll, has created a potion able to release his evil side, Mr Hyde.
The two parts are in perpetual struggle but slowly the evil side dominates the good one and appears
also without the potion. Dr Jekyll has only two choices: a life of crime and depravity or the suicide.
He chooses the second possibility.
The theme of the double may be found also in the setting of the novel: as a matter of fact Dr Jekyll
used the fairy front of the house, while Mr Hyde used the back side, a sinister block of buildings.
The madness of Dr Jekyll is that of dividing good and evil to eliminate the latter.
Jekyll and Hide are the stereotypes of people who are “good” and “evil”.
As Jekyll has lived a virtuous life, his face his handsome, his hands white and well – shaped, his
body larger and more harmoniously proportioned than Hyde’s. Since Edward Hyde is pure evil and
hate, he is pale and dwarfish, his hands are dark and hairy, he gives an impression of deformity.
Hyde is uglier and smaller than his alter ego Hyde.

36
Slowly he begins to grow in stature and the original balance of good and evil in Jekyll’s nature is
threatened with being permanently overthrown.

Einstein: il genio folle della relatività.

Il XX secolo è stato ricco di notevoli eventi e di veri e propri sconvolgimenti che finirono per
cambiare radicalmente il mondo. Anche la scienza ha subito una notevole evoluzione sia in ambito
militare, che dal punto di vista prettamente scientifico. Questo è il secolo delle nuove armi, della
bomba atomica, ma è anche il secolo delle più grandi scoperte delle leggi della fisica che sono alla
base di tutta la civiltà moderna. Una delle più grandi intuizioni della fisica fu la formulazione della
teoria della relatività del celebre fisico tedesco Albert Einstein il quale, nel 1907, intuì l’inesistenza
del tempo assoluto della fisica classica, sostenendo che esso è “relativo” e dipende dallo stato di
moto del sistema che si considera rispetto all’osservatore. Da questo egli intuì che se l’orologio si
muove molto velocemente, il tempo misurato da esso risulterà fluire più lentamente rispetto a quello
misurato dall’orologio che l’osservatore tiene con sé. Anche se questo fatto può sembrare
paradossale è stato provato scientificamente con particelle subatomiche che possono essere
accelerate a velocità molto prossime a quella della luce ( 300.000 km/s) dimostrando l’eccezionalità
dell’intuizione di Einstein.
L’uomo del Novecento, sconvolte le sue certezze, è entrato definitivamente in crisi, una crisi che
spesso lo ha portato alla follia….

37
La relatività dello spazio e del tempo
Il tempo assoluto
La luce è un’onda luminosa che ha la capacità di propagarsi attraverso il vuoto; perciò è facile
dedurre per via teorica la sua velocità c. Ma risulta evidente che, anche cambiando sistema di
riferimento, esso non varia. Si può riscontrare quindi una contraddizione tra la teoria della
meccanica classica che affermava che, tramite le trasformazioni di Galileo, la velocità di un
qualsiasi oggetto variava cambiando sistema di riferimento, e la teoria dell’elettromagnetismo.
Un’ipotesi alla base della fisica di quel periodo era l’esistenza di un tempo assoluto, cioè un tempo
che scorre immutabile e indifferente, identico in tutti i sistemi di riferimento. Grazie all’intervento
di Einstein si riuscì a dimostrare che, in realtà, esso era un concetto errato.
Si può parlare di simultaneità quando nel momento in cui un atleta, simultaneamente allo sparo del
giudice, comincia una corsa, il cronometro segna un certo valore, mentre all’arrivo, nel momento
che l’atleta attraversa il traguardo, ne segna un altro. In ambedue i casi si verifica l’applicazione del
concetto di simultaneità tra i due eventi. Nel caso in cui, però, si debba verificare il fenomeno con
oggetti molto distanti con velocità prossime a quella della luce, questo tipo di misurazione può
risultare molto meno semplice.
Einstein risolse la contraddizione proponendo di rifondare la fisica partendo da due soli postulati:

Le leggi e i principi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
 La velocità della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali, in modo indipendente
dal sistema stesso o della sorgente da cui la luce è emessa.

Formulato il postulato sulla costanza della velocità della luce si poteva stabilire effettivamente se
due oggetti erano o meno simultanei.
Per definizione si può dire che due fenomeni F1 e F2 sono simultanei se la luce che essi emettono
giunge nello stesso istante in un punto P equidistante dai punti P 1 e P2 in cui si verificano i due
fenomeni.
Il giudizio di simultaneità, però, risulta relativo dato che, considerando uno sistema di riferimento in
moto rispetto ad un altro i due eventi non risultano più simultanei. Ne consegue che il concetto di
simultaneità assoluta è impossibile e che quindi non si può definire un tempo assoluto che scorra
uguale per tutti gli osservatori.

 La dilatazione dei tempi


38
La durata di qualunque fenomeno risulta minima se è misurata nel sistema di riferimento S solidale
con il fenomeno stesso, cioè in quel sistema in cui il fenomeno inizia e finisce nello stesso punto. In
tutti i sistemi di riferimento in moto rispetto a S, però, la durata del fenomeno risulta maggiore e la
misura di uno stesso intervallo di tempo dipende dal sistema di riferimento in cui questo è misurato.
Anche questo fatto conferma che il concetto di tempo è relativo.
La dilatazione dei tempi è espressa dalla formula:

∆t′ = 1 . ∆t
1- (v/c)2

Si può definire intervallo di tempo proprio (∆τ) la durata di un fenomeno che viene misurato in un
sistema di riferimento solidale con esso.
Indicato inoltre con il simbolo β il rapporto tra il modulo della velocità di un oggetto e la velocità
della luce nel vuoto,

β = v/c

prende il nome di coefficiente di dilatazione nel vuoto,

γ = __ 1 . , per cui la formula della dilatazione dei tempi diventa: ∆t′ = γ ∆t .


1 - β2

 La contrazione delle lunghezze nella direzione del moto relativo


Se un osservatore effettua la misurazione della lunghezza di un segmento in un dato sistema di
riferimento e un secondo osservatore compie la stessa azione in un sistema in moto rispetto al
primo, ne risulterà che nel secondo la lunghezza del segmento è uguale alla differenza tra le
posizioni dei suoi estremi misurate nello stesso intervallo di tempo, rispetto agli orologi di quel
sistema. Effettuato ciò, risulta che all’intervallo di tempo ∆t′ , che è l’intervallo di tempo “proprio”
di quel sistema, corrisponde un intervallo di tempo ∆t più lungo. Ne consegue che la lunghezza
propria del segmento nel secondo sistema è minore.
Come per il tempo, anche lo spazio assoluto della meccanica classica non esiste.

Δx′ = (Δx) / γ = 1- (v/c)2 Δx

39
 L’invarianza delle lunghezze perpendicolari al moto relativo
Dimostrata la dilatazione degli intervalli di tempo e la contrazione delle distanze poste nella
direzione del moto di un secondo sistema di riferimento non solidale, è lecito dubitare che un
segmento posto in direzione perpendicolare ad un sistema di riferimento in movimento, ad esempio
un treno, appaia uguale ad ambedue i sistemi di riferimento.
Si può procedere per assurdo asserendo che non sia vera l’affermazione che si vuole dimostrare.
Utilizzando l’esempio del treno che passa in una galleria abbiamo due situazioni distinte:
- il riferimento del terreno: in esso la galleria è ferma e il treno è in movimento. Secondo l’ipotesi
della contrazione il treno, visto da terra, appare più stretto e più basso di prima: non c’è dubbio che
riesca a passare sotto la galleria;
- il riferimento del treno: in esso il treno è fermo e la galleria è in movimento. Ora sono l’altezza e
la larghezza della galleria a diminuire, mentre quelle del treno rimangono costanti. Il risultato
dovrebbe essere un drammatico incidente quando il treno tenta di entrare in una galleria troppo
piccola.
Naturalmente non è possibile che un incidente avvenga o no a seconda del sistema di riferimento
che si adotta. L’unico modo per rimediare a tale assurdità è ammettere che le dimensioni trasversali
rimangano uguali.
 Le trasformazioni di Lorentz
Nella meccanica classica per indicare le trasformazioni da un sistema ad un altro, venivano
utilizzate le trasformazioni di Galileo che presupponevano, però, l’esistenza di un tempo assoluto.
Esse non sono corrette per indicare le trasformazioni da un sistema di riferimento ad un altro. Sono
quindi sostituite da quelle formulate dal fisico olandese Lorentz note come trasformazioni di
Lorentz.

x′ = x – vt = γ( x – vt ) z′ = z y′ = y
1- (v/c)2

t′ = t – (vx)/ c2 = γ( t – (β/c) .x)


1- (v/c)2

La relatività ristretta

40
Per descrivere un qualsiasi fenomeno fisico si deve partire dal fatto che un certo fenomeno è
avvenuto in un determinato istante, in un certo punto dello spazio. Introdotto quindi un sistema di
riferimento ( t, x, y, z) in cui t indica l’istante in cui tale fenomeno è avvenuto e le altre tre lettere le
coordinate spaziali del luogo dove esso è avvenuto, si definisce evento la quaterna ordinata ( t, x,
y, z).
La descrizione dello spazio con tre assi cartesiani particolari, però, non ha alcun significato fisico; è
soltanto una scelta arbitraria che può variare da osservatore ad osservatore.
Un discorso analogo, nella teoria della relatività, si può fare pure per l’intervallo di tempo ∆t.
Dati due eventi separati dagli incrementi delle quantità ∆t ∆x ∆y ∆z, esiste una quantità chiamata
intervallo invariante ∆σ equivalente alla radice della quantità (∆σ) = (c∆t)2 – (∆x)2 – (∆y)2 –
(∆z)2
Nel sistema di riferimento solidale con il fenomeno dove i due eventi di inizio e di fine hanno le
stesse coordinate spaziali, mentre la sua durata ∆t è pari all’intervallo di tempo proprio τ,
∆t = ∆τ e ∆x = ∆y = ∆z =0

ne risulta quindi che ∆σ = c∆τ.


In definitiva lo spazio quadrimensionale ( t, x, y, z) nel quale l’intervallo invariante tra due eventi è
(∆σ)2= (c∆t)2 – (∆x)2 – (∆y)2 – (∆z)2 prende il nome di spazio-tempo.

L’equivalenza tra massa ed energia


Nella meccanica classica vi sono due leggi separate ed indipendenti che riguardano la
conservazione della massa e la conservazione dell’energia. Nella relatività si scopre, invece, che la
grandezza fisica “massa” non si conserva separatamente dall’energia. La massa non è altro che una
forma di energia che si somma all’energia cinetica e potenziale nell’enunciare la conservazione
dell’energia meccanica.
La teoria della relatività afferma che, se un corpo assume una quantità di energia E, la sua massa
non si conserva bensì aumenta della quantità

∆m = E . ;
c2

al contrario, nel momento in cui il corpo perde energia, la sua massa diminuisce.
Grazie a questa formula si può affermare che la massa stessa è una forma di energia che scompare
quando compare energia e viceversa. Tutte le trasformazioni sono regolate dalla relazione di

41
Einstein E=mc2. Ne risulta quindi che un corpo fermo possiede un’energia E0 = m0 c02 che prende il
nome di energia di quiete o riposo.

La relatività generale

La teoria della relatività ristretta nasce per accogliere al suo interno l’elettromagnetismo classico,
infatti non a caso la riflessione sull’invarianza della velocità della luce nel vuoto è uno dei punti di
partenza da cui poi si è sviluppata tutta la teoria.
Fin dall’inizio, Einstein si pose il problema se fosse possibile introdurre l’attrazione gravitazionale
nella teoria della relatività ristretta e nello stesso tempo si chiese se fosse possibile ampliare il primo
dei due assiomi della relatività ristretta secondo cui le leggi fisiche hanno la stessa forma in tutti i
sistemi di riferimento inerziali.
Infine si rese conto che i due problemi si fondevano in uno unico e la sua risoluzione costituiva
l’ossatura della nuova relatività generale, che andava a completare quella ristretta.
La massa gravitazionale e la massa inerziale sono sempre direttamente proporzionali tra loro e
grazie a questa proprietà sono state scelte delle unità di misura in modo che esse risultino addirittura
uguali. L’uguaglianza tra le masse giustifica il fatto che tutti i corpi che si trovano in una stessa
zona di spazio risentono della stessa accelerazione di gravità.
Il modulo della forza di interazione gravitazionale tra un pianeta e un punto materiale di massa mg e
massa inerziale mi posto ad una distanza r dal centro del pianeta è:

F = G Mg m g
r2

dove Mg è la massa gravitazionale del pianeta e G è la costante di gravitazione universale.


L’accelerazione del punto materiale dovuta alla forza gravitazionale si può calcolare grazie al
secondo principio della dinamica e corrisponde all’equazione:

F = mia

Sostituendo questa formula con la precedente e ricavando da questa l’accelerazione a, si ottiene

a = G Mg m g
r2 mi

42
In quest’ultima espressione si potrebbe pensare che l’accelerazione possa dipendere dal rapporto
mg / mi e che, quindi, potrebbe variare da corpo a corpo, ma con accurate misure sperimentali si è
scoperto che esso equivale ad 1; perciò l’equazione diventa:

a = G Mg
r2

Poiché l’accelerazione dipende solamente dalle costanti G e M g se ne deduce che anche essa sia
una costante uguale per tutti i corpi.
È possibile effettuare alcuni esperimenti ideali con i quali si è in grado di simulare l’esistenza di un
campo gravitazionale o eliminarlo e proprio grazie a questi Einstein fu in grado di formulare uno
degli assiomi fondamentali della nuova teoria della relatività generale: il principio di equivalenza,
che afferma che in una zona delimitata dello spazio-tempo è sempre possibile scegliere un
opportuno sistema di riferimento in modo da simulare l’esistenza di un campo gravitazionale
uniforme o reciprocamente, in modo da eliminare l’effetto della forza di gravità.
Grazie a questo principio Einstein poté fare una serie di riflessioni tramite le quali guardò alla
fisica, ed in articolare alla gravità, in un modo assolutamente nuovo. Il fisico riuscì, infatti, ad
ampliare il primo assioma della relatività ristretta, considerando i sistemi inerziali non più
“privilegiati” rispetto agli altri sistemi di riferimento poiché quello che avveniva al loro interno si
verificava tranquillamente anche in un sistema accelerato o in uno in caduta libera.
Einstein formulò il principio di relatività generale: le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti
i sistemi di riferimento.
In seguito, il fisico tedesco, riuscì a superare anche il secondo postulato, secondo cui la velocità
della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Se la luce si propaga in linea retta con velocità costante in un sistema di riferimento, passando ad
uno accelerato rispetto al primo, risulterà avere una traiettoria curva.
Grazie a questi punti di partenza Einstein fu in grado di formulare una teoria organica e completa
che prese il nome di teoria della relatività generale, che si basa su due assiomi fondamentali:

 la presenza di masse incurva lo spazio tempo;


 i corpi soggetti alla forza di gravità devono essere considerati come particelle libere, che si
muovono seguendo le geodetiche dello spazio – tempo.

43
Poiché la teoria della relatività ristretta non prende in considerazione l’attrazione gravitazionale tra
le masse, lo spazio-tempo di questa viene considerato piatto.
Il termine spazio-tempo, in realtà, è una definizione non proprio corretta poiché dal punto di vista
geometrico si parla di spazi a quattro dimensioni.
Viene formulata, quindi, una concezione nuova di geometria, in cui non vale più il quinto postulato
di Euclide che afferma che esiste ed è unica la parallela condotta da un punto esterno ad una retta.
Queste nuove geometrie prendono il nome di “non euclidee” e possono essere di due tipi:
iperboliche e ellittiche. Nelle prime per un punto esterno ad una retta è possibile condurre infinite
rette parallele, mentre nelle seconde non esistono rette parallele ad una retta data passanti per un
punto esterno ad essa. Hanno una proprietà particolare che è la curvatura che risulta positiva negli
spazi con geometria ellittica, negativa negli altri.
Tali spazi si dicono curvi, mentre quello Euclideo o quello di Minkowski, che hanno curvatura
nulla, vengono definiti piatti.
Di rilevante importanza è conoscere la distribuzione delle masse dato che esse influiscono sulla
curvatura dello spazio-tempo: le zone più vicine ad una massa presentano una curvatura più
accentuata.
Prendono il nome di geodetiche le curvature di minima lunghezza, che hanno la funzione di unire i
vari punti: esse sono segmenti di retta nella geometria euclidea, mentre in uno spazio-tempo sferico
assumono la forma di archi di circonferenza massima.
Una volta nota la distribuzione delle masse si è in grado di calcolare la geometria dello spazio-
tempo grazie all’equazione di campo di Einstein che è il cuore della sua teoria.
Tra le previsioni teoriche della relatività generale ve ne è una particolarmente affascinante: se la
geometria dello spazio è determinata dalla distribuzione delle masse e se tale distribuzione viene
modificata, si ha di conseguenza una variazione della geometria dello spazio-tempo che, però, non
può essere istantanea in tutto l’universo ma si propaga dal punto in cui si è generata con la velocità
della luce c. Tale propagazione prende il nome di onda gravitazionale.
La luce subisce una deflessione in presenza di un campo gravitazionale e quindi in presenza della
curvatura dello spazio-tempo. Alcune stelle osservabili vengono viste in una posizione diversa
rispetto a quella che realmente occupano. Secondo la teoria della relatività generale, la luce
trasporta energia, ma poiché essa ci giunge con una frequenza minore di quella con cui è stata
emessa e poiché nell’ambito della luce visibile il rosso è il colore a cui corrisponde la frequenza
minore, si ha il fenomeno di spostamento verso il rosso o redshift gravitazionale.

44
Conclusione

In conclusione? Dire che cosa sia realmente la follia è un’impresa abbastanza ardua. Nel passato
come nel presente la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli
scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta
inconsulte dei potenti. Ma oggi il termine “follia” ha un significato più comune per indicare
semplicemente chi si ribella all’ordine della vita sociale per dare sfogo alle passioni, ai sentimenti,
all’istinto, alla pura irrazionalità. Questo termine è entrato dunque a far parte del linguaggio
corrente e non può essere tenuto al di fuori del mondo reale come manifestazione della diversità,
come un nemico che minaccia l’identità di ognuno.
Dalla realtà dei giorni nostri si può evincere come l’uomo sia nato dall’incontro tra la verità e la
follia e di come il mondo corra instancabilmente verso qualcosa che non c’è, mosso dallo sfrenato
desiderio di potere, di conquista e di vittoria.
La follia non allontana l’individuo da se stesso ma lo rende partecipe di una realtà che sta al di fuori
delle regole e dei canoni del vivere civile; è la realtà che si nasconde nel profondo dell’anima, è
l’essenza dello spirito.

45
Bibliografia

Ugo Amaldi, La fisica per i licei scientifici 2, Zanichelli editore, Bologna 2005
Feltri, Bertazzoni, Neri, I giorni e le idee3,Il Novecento, SEI, Torino 2006
Freud, La psicoanalisi, Grandi Tascabili Economici Newton 1989
Freud, Studi sull’isteria e altri scritti, Bollati Boringhieri 2003
Erich Fromm, Il cuore dell’uomo, Carabba, Roma 1975
Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Barabba, Roma 1975
Michael Focault, Storia della follia nell’Età classica, Rizzoli, Malino 1963
George Le Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa
dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, Il Mulino, Bologna 1974
Palmieri, Parlotto, Il globo terrestre e la sua evoluzione, Zanichelli editore, Bologna 2006
Pieraldo Rovatti, La follia in poche parole, Bompiani 2000
Antonio Spinosa, Hitler figlio della Germania, Mondatori editore, Milano 1991
Spiazzi, Tavella, Lit&Lab, from the Early Romantics to the Present Age, Zanichelli editore,
Bologna 2005
Luperini, Cataldi, Machiani, Marchese, Donnarumma, La scrittura e l’interpretazione, volume 3
tomo I, G.B. Palumbo editore, Palermo 2006
Lezioni di Arte 3, Electa/Bruno Mondatori, Arese (MI) 1999
M. de Bartolomeo, V. Magni, Filosofia, volume 3 tomo V, Atlas, Bergamo 2006

46
47