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I disturbi dello spettro autistico: generalità

1. Riconoscere l’autismo: identificazione e definizione; 2. Nascita del concetto di autismo; 2.1. Il


precursore: Leo Kanner; 2.2. Gli studi di Hans Asperger; 3. I principali modelli esplicativi; 4. Le
problematiche comportamentali

1. Riconoscere l’autismo: identificazione e definizione


Parlare di autismo non è semplice e non lo è per svariate ragioni: è
complicato diagnosticarlo; non esiste una interpretazione univoca delle
cause che lo provocherebbero; presenta una varietà di sintomi tali da non
permettere una descrizione univoca; la comunità scientifica ha elaborato
nel tempo differenti e, a volte, contrastanti modelli esplicativi.
In generale, comunque, si può notare che nelle pubblicazioni
sull’argomento l’autismo viene considerato come un disturbo
comportamentale di tipo pervasivo che colpisce essenzialmente tre aree di
sviluppo del bambino: 1) l’interazione sociale, 2) la comunicazione e
l’immaginazione; 3) gli interessi (i soggetti autistici manifestano un
repertorio ristretto, rigido e ripetitivo di attività, interessi e
comportamenti)1.
Le difficoltà che pone tale disturbo sono collegate alla circostanza per
cui, ancora oggi, non si conoscono cause univoche del suo esordio ed,
inoltre, «la natura del disturbo, coinvolgendo i complessi rapporti mente-
cervello, non rende possibile il riferimento al modello sequenziale
eziopatogenetico, comunemente adottato nelle discipline mediche»2.
Questo significa che per la sindrome autistica non è possibile seguire
il percorso che, solitamente, viene utilizzato per la diagnosi di una

1 Pizzamiglio M. R., Piccardi L., Zotti A., Lo spettro autistico. Definizione, valutazione e
riabilitazione in neuropsicologia, Franco Angeli 2008, p. 13.
2 Istituto Superiore di Sanità, Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e

negli adolescenti, Linee Guida 21, ottobre 2015, p. 13.

1
malattia: identificazione delle cause, descrizione delle compromissioni
anatomiche, individuazione del meccanismo con cui si origina la
patologia, manifestazione dei sintomi.
Tutto questo ha comportato il manifestarsi di una molteplicità di
indirizzi nella ricerca scientifica che, nello studio e classificazione
dell’autismo, si è divisa tra studiosi che hanno indagato il ruolo dei fattori
genetici, ricercatori che si sono focalizzati sui fattori ambientali,
neuroscienziati che hanno indagato il funzionamento del cervello: allo
stato attuale, comunque, il livello di conoscenza raggiunto «consente di
avanzare solo ipotesi sull’origine del disturbo e nell’insieme non fornisce
al momento elementi di certezza sulle cause, che restano sconosciute» 3.
Quello che è certo, però, è che negli ultimi anni si sente sempre più
spesso parlare di “autismo” tanto che alcuni hanno cominciato ad
affermare che nel mondo sia in atto una vera e propria epidemia di tale
sindrome: negli Stati Uniti, ad esempio, si è stimato che rispetto al 2008 le
diagnosi siano aumentate del 30% e tale percentuale arrivi al 60% se si
confrontano i dati del 2006, toccando il 120% rispetto ai dati del 2000-
20024.
In Europa, i dati della diffusione non sono omogenei e variano in
maniera consistente, considerando che in Danimarca si registra la
prevalenza di 1 caso su 160 e in Gran Bretagna di 1 su 865.
Per molti l’incremento che si è registrato negli ultimi decenni deve
essere attribuito ad un miglioramento nell’utilizzo dei criteri diagnostici
che ha permesso di identificare e definire in maniera più precisa i disturbi
dello sviluppo presenti nei bambini.

3 Ivi, p. 14.
4 Center for Surveillance, Epidemiology, and Laboratory Services, Centers for Disease
Control and Prevention (CDC), Prevalence of Autism Spectrum Disorder Among Children
Aged 8 Years — Autism and Developmental Disabilities Monitoring Network, 11 Sites, United
States, 2010, Morbidity and Mortality Weekly Report, 28 marzo 2014, p. 10.
5 Dati del Ministero della Salute aggiornati al dicembre 2014 e disponibili all’indirizzo

http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=62&area=Disturbi_psichici

2
Questo aspetto può essere rimarcato se si considera che solo nel 1988
è diventato disponibile, con accettabile attendibilità, uno strumento
standardizzato di valutazione, come la Childhood Autism Rating Scale
(CARS) una scala di valutazione che permette, oltre la diagnosi, di
determinare anche il grado di gravità del disturbo, e solo dagli anni
Novanta del secolo scorso, sono state diffuse e utilizzate delle interviste
diagnostiche standardizzate con alta attendibilità e validità, come la
Autism Diagnostic Interview-Revised (ADI-R), un’intervista finalizzata a
ottenere una quantità di informazioni quanto più possibile completa e
utilizzabile per valutare i disturbi dello spettro autistico e la Autism
Diagnostic Observation Schedule (ADOS), articolata in quattro moduli,
ognuno costituito da un proprio protocollo contenente un elenco di
attività: tali strumenti, però, richiedono un addestramento specifico e
hanno lunghi tempi di somministrazione6.
La comunità scientifica, però, ancora non si è pronunciata in maniera
definitiva sulle spiegazioni dell’incremento di casi registrato e la
motivazione relativa allo sviluppo e alla standardizzazione dei criteri
diagnostici rimane una delle ipotesi7.
A tale aumento, infatti, possono aver contribuito anche fattori
organizzativi, come l’aumento nella disponibilità di servizi specifici, lo
sviluppo della formazione dei medici o ancora, un’aumentata sensibilità e
conoscenza del disturbo da parte delle famiglie8.
In realtà, tutta la storia dell’autismo è disseminata di controversie, a
partire dalla sua identificazione e definizione se si considera che ancora

6 Chiarotti F., Calamandrei G., Gigantesco A., Picardi A., Salmaso S., Scattoni M. L.,

Vanacore N., Venerosi A. (a cura di), Considerazioni sulle misure di frequenza dei Disturbi
dello Spettro Autistico, approfondimento dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), 16.04.2013,
disponibile all’indirizzo http://www.iss.it/auti/index.php?lang=1&id=427&tipo=33
7 Centers for Disease Control and Prevention (CDC), 10 Things to Know About New Autism

Data, pubblicazione disponibile all’indirizzo


http://www.cdc.gov/features/dsautismdata/index.html
8 Ministero della Salute, Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità e

dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nei Disturbi pervasivi dello sviluppo (DPS), con
particolare riferimento ai disturbi dello spettro autistico, Documento 22 novembre 2012, p. 2.

3
oggi, dopo più di un secolo dal primo utilizzo del termine (1911) ad opera
dello psichiatra svizzero Eugen Bleuler 9 , una definizione univoca e
conclusiva non si è ancora raggiunta.
Tale affermazione sembra essere confermata anche dalla
considerazione che l’ultimo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi
mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM5),
considerato la “Bibbia della psichiatria” e pubblicato nel 2013
dall’American Psychiatric Association (APA), dopo 11 anni di lavoro di
revisione, ha nuovamente modificato i criteri diagnostici del disturbo
riunendo tutte le varie categorie di autismo in un unico gruppo,
denominandolo genericamente, “Disturbo dello Spettro Autistico” (DSA,
Autistic Spectrum Disorder, ASD) in quanto secondo l’APA, «i sintomi di
questi disturbi sono così simili da appartenere a uno stesso continuum,
invece di costituire entità separate»10.
Attualmente, allora, a livello mondiale sono essenzialmente due le
istituzioni che si preoccupano di fornire indicazioni circa la definizione, la
diagnosi e il trattamento dei disturbi dello spettro autistico:
l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, World Health Organization,
WHO) attraverso la classificazione internazionale delle malattie, l’ICD
(International Classification of Disease) e l’American Psychiatric Association
attraverso il DMS, appena citato.
Nell’ICD, in particolare nella sua decima edizione, ICD-10 approvata
nel 1990 ma soggetta a continue revisioni (l’ultima nel 2015) e in corso di
aggiornamento 11 , l’autismo è classificato nel capitolo V dedicato ai
disordini mentali e comportamentali: nella sezione F84, denominata
“Disordini pervasivi dello sviluppo” (Pervasive developmental disorders) si

9 Ferrari P., L’autismo infantile, Edizioni Borla 2007, p. 5.


10 Jabr F., DSM-V: arriva la nuova edizione della “Bibbia della psichiatria”, in “Le Scienze”,
02.02.2013.
11 Una nuova versione che si armonizzi con il nuovo DSM-5 è prevista per il 2017.

Vianello R., DSM-5: disabilità intellettive, in “Psicologia clinica dello sviluppo”, n. 2/2015,
p. 322.

4
specifica che tali disturbi sono «caratterizzati da anomalie qualitative nelle
interazioni sociali e negli schemi comunicativi e da un ristretto,
stereotipato e ripetitivo repertorio di interessi e di attività. Queste
anomalie qualitative sono una caratteristica pervasiva del funzionamento
dell’individuo in tutte le situazioni»12.
La sezione, poi, specifica le varie tipologie di disordini di questo
gruppo, tra cui:
• autismo infantile: una tipologia di disturbo pervasivo dello
sviluppo definito da a) la presenza di un anormale o compromesso
sviluppo che si manifesta prima dei tre anni, e b) da un tipo
caratteristico di funzionamento anormale nelle tre aree
psicopatologiche: interazione sociale, comunicazione e
comportamento limitato, stereotipato e ripetitivo. In aggiunta a
queste specifiche caratteristiche diagnostiche, è comune serie di
altri problemi non specifici, come fobie, disturbi del sonno e
dell’alimentazione, carattere collerico e (auto) aggressività13;
• autismo atipico: un tipo di disordine pervasivo dello sviluppo che
differisce dall’autismo infantile per l’età d’insorgenza o per il
mancato riscontro di tutti e tre i criteri diagnostici. Questa
sottocategoria deve essere utilizzata quando la compromissione
dello sviluppo si rende manifesta solo dopo i tre anni, e quando
manca un’anormalità sufficientemente dimostrabile in una o due

12 Ns. traduzione dall’originale: «A group of disorders characterized by qualitative


abnormalities in reciprocal social interactions and in patterns of communication, and by a
restricted, stereotyped, repetitive repertoire of interests and activities. These qualitative
abnormalities are a pervasive feature of the individual’s functioning in all situations».
Come le note successive, i testi originali delle definizioni previste dall’ICD-10 sono tratte
dal sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, all’indirizzo
http://apps.who.int/classifications/icd10/browse/2015/en#/F80-F89
13 Ns. traduzione dall’originale: «A type of pervasive developmental disorder that is defined by:

(a) the presence of abnormal or impaired development that is manifest before the age of three years,
and (b) the characteristic type of abnormal functioning in all the three areas of psychopathology:
reciprocal social interaction, communication, and restricted, stereotyped, repetitive behaviour. In
addition to these specific diagnostic features, a range of other nonspecific problems are common,
such as phobias, sleeping and eating disturbances, temper tantrums, and (self-directed)
aggression».

5
delle tre aree psicopatologiche richieste per la diagnosi di autismo
(vale a dire interazioni sociali, comunicazione, comportamento
limitato, stereotipato e ripetitivo), pur in presenza delle
caratteristiche di anormalità nell’altra o nelle altre aree. L’autismo
atipico compare più spesso in soggetti gravemente ritardati e in
individui con grave disturbo evolutivo specifico della
comprensione del linguaggio14;
• sindrome di Asperger: disturbo di incerta validità nosologica
caratterizzato dallo stesso tipo di compromissione qualitativa
dell’interazione sociale che è propria dell’autismo, insieme ad un
repertorio limitato, stereotipato e ripetitivo di interessi e di attività.
Esso differisce dall’autismo principalmente perché non vi è nessun
ritardo globale del linguaggio o dello sviluppo cognitivo. Questo
disturbo è frequentemente associato ad una marcata goffaggine
motoria. Le anormalità mostrano una forte tendenza a persistere
nell’adolescenza e nella vita adulta. Nelle fasi precoci della vita
adulta si verificano occasionalmente episodi psicotici15.
Con la pubblicazione nel 2013 del DSM-5 è stata proposta una
nuova classificazione, differente anche da quella presente nella versione
precedente del DSM dove veniva utilizzata l’indicazione “Disturbi
pervasivi dello sviluppo” (Pervasive Developmental Disorder, PDD) in cui

14 Ns. traduzione dall’originale: «A type of pervasive developmental disorder that differs from
childhood autism either in age of onset or in failing to fulfill all three sets of diagnostic criteria.
This subcategory should be used when there is abnormal and impaired development that is present
only after age three years, and a lack of sufficient demonstrable abnormalities in one or two of the
three areas of psychopathology required for the diagnosis of autism (namely, reciprocal social
interactions, communication, and restricted, stereotyped, repetitive behaviour) in spite of
characteristic abnormalities in the other area(s). Atypical autism arises most often in profoundly
retarded individuals and in individuals with a severe specific developmental disorder of receptive
language».
15 Dall’originale: «A disorder of uncertain nosological validity, characterized by the same type of

qualitative abnormalities of reciprocal social interaction that typify autism, together with a
restricted, stereotyped, repetitive repertoire of interests and activities. It differs from autism
primarily in the fact that there is no general delay or retardation in language or in cognitive
development. This disorder is often associated with marked clumsiness. There is a strong tendency
for the abnormalities to persist into adolescence and adult life. Psychotic episodes occasionally
occur in early adult life».

6
erano presenti diversi sottotipi come autismo, sindrome di Asperger,
disturbo disintegrativo dello sviluppo e disturbo pervasivo dello sviluppo
non altrimenti specificato (Pervasive Developmental Disorder Not Otherwise
Specified, PDD-NOS).
Come anticipato precedentemente, nella nuova versione tutti questi
sottogruppi sono stati unificati in un’unica categoria diagnostica
identificata dai Disturbi dello Spettro Autistico (DSA, Autistic Spectrum
Disorder, ASD) ed il motivo è da ricercare nella considerazione che l’analisi
epidemiologica ha evidenziato come, sebbene il disturbo presenti
caratteristiche differenti da un soggetto ad un altro, non è possibile
identificarne, in maniera puntuale, distinti sottogruppi.
Un’ulteriore modifica rispetto alla versione precedente del
Manuale, riguarda la cosiddetta “triade” sintomatologica (interazione
sociale, comunicazione e comportamenti ripetitivi) che in generale
identifica le aree in cui i soggetti autistici rivelano le maggiori difficoltà: il
nuovo DSM ne indica solo due, accorpando in un unico cluster,
comunicazione e interazione sociale e mantenendo come gruppo separato
quello relativo alla compromissione del comportamento.
In questo modo, però, è possibile che quadri clinici molto differenti
tra loro ricadano nell’unica dimensione dello spettro autistico: per ovviare
a tale omogeneizzazione e per differenziare i profili individuali che
possono presentarsi, il manuale prevede, accanto alla diagnosi di DSA,
l’indicazione del livello di gravità dei sintomi e di altri aspetti
caratterizzanti come il livello di acquisizione del linguaggio e lo sviluppo
della abilità cognitive16.
Di seguito, quindi, le indicazioni presenti nel DSM-5 per la diagnosi
di “Disturbi dello Spettro Autistico”:

16Vio C., Maschietto D., Implicazioni del DSM-5 per la psicopatologia dello sviluppo, in
“Psicologia clinica dello sviluppo”, n. 2/2015, p. 311.

7
A. Deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione
sociale in diversi contesti, non dovuti a generali ritardi dello
sviluppo, ed evidenti in tutti e tre i seguenti aspetti:
1) Deficit della reciprocità socio-emotiva, che vanno, per
esempio, da un approccio sociale anomalo e dal fallimento
della normale reciprocità della conversazione; a una ridotta
condivisione di interessi, emozioni o sentimenti;
all’incapacità di dare inizio o di rispondere a interazioni
sociali;
2) Deficit dei comportamenti comunicativi non verbali per
l’interazione sociale, che vanno, per esempio, dalla
comunicazione verbale e non verbale scarsamente integrata;
ad anomalie del contatto visivo e del linguaggio del corpo o
deficit della comprensione e dell’uso di gesti; a una totale
mancanza di espressività facciale e di comunicazione non
verbale;
3) Deficit dello sviluppo, della gestione e della comprensione
delle relazioni, che vanno, per esempio, dalle difficoltà di
adattare il comportamento per adeguarsi ai diversi contesti
sociali; alle difficoltà di condividere il gioco di
immaginazione o di fare amicizia; all’apparente assenza di
interesse verso le persone.
B. Schemi di comportamento, interessi o attività ristretti, ripetitivi,
come manifestato da almeno 2 dei seguenti 4 fattori:
1) Stereotipati e ripetitivi movimenti, linguaggi o uso degli
oggetti (per es., stereotipie motorie semplici, ecolalia, uso
ripetitivo degli oggetti o frasi idiosincratiche);
2) Eccessiva aderenza alla routine, schemi rituali di
comportamento verbali o non verbali, eccessiva resistenza al
cambiamento (es. rituali motori, insistenza nel percorrere la

8
stessa strada o mangiare lo stesso cibo, domande ripetitive o
estrema angoscia anche per piccoli cambiamenti);
3) Interessi molto limitati, fissi che sono anomali per intensità o
profondità (per es., forte attaccamento o preoccupazione nei
confronti di oggetti insoliti, interessi eccessivamente
circoscritti o perseverativi);
4) Iper o ipo reattività in risposta a stimoli sensoriali o interessi
insoliti verso aspetti sensoriali dell’ambiente (per es.,
apparente indifferenza a dolore/caldo/freddo, reazione di
avversione nei confronti di suoni o tessuti, eccessiva
tendenza ad annusare o toccare oggetti, essere affascinati da
luci o da oggetti in movimento).
C. I sintomi devono essere presenti nella prima infanzia (ma possono
non manifestarsi pienamente prima che le esigenze sociali eccedano
le capacità limitate);
D. I sintomi limitano e compromettono le funzioni quotidiane17.
La diagnosi di DSA, allora, sarà effettuata quando un soggetto
presenterà tutti e tre gli elementi della categoria “deficit di comunicazione
sociale” e almeno due elementi della categoria “comportamenti ripetitivi”.
Le due grandi aree A e B prevedono , inoltre, l’indicazione specifica
del livello di gravità dei sintomi che viene espresso attraverso una scala di
tre punti che indica:
1. livello 3: richiede un livello di assistenza molto significativo
(Requiring very substantial support);
2. livello 2: richiede un livello di assistenza significativo (Requiring
substantial support);
3. livello 1: richiede un livello lieve di assistenza (Requiring support)18.

17Carpenter L., DSM5 Autism Spectrum Disorder-Guideline & Criteria Exemplars, febbraio
2013, documento disponibile all’indirizzo
https://depts.washington.edu/dbpeds/Screening%20Tools/DSM-
5(ASD.Guidelines)Feb2013.pdf

9
Ciascun livello, poi, riporta gli elementi che il paziente deve
manifestare per individuare il grado di severità del disturbo19:

LIVELLO DI COMUNICAZIONE COMPORTAMENTI


GRAVITÀ SOCIALE RISTRETTI E RIPETITIVI
Affanni, rituali ossessivi e/o
Gravi deficit nelle abilità di
comportamenti ripetitivi,
comunicazione sociale,
interferiscono in modo marcato
verbale e non verbale
con il funzionamento in tutte le
Livello 3 causano gravi
sfere.
compromissioni del
Grande angoscia quando i
Richiede supporto funzionamento, avvio molto
rituali o le routine vengono
molto significativo limitato delle interazioni
interrotte; grande difficoltà nel
sociali e reazioni minime alle
deviare da un interesse
aperture sociali da parte di
ossessivo o ritornare ad esso
altri.
velocemente.
Comportamenti rituali e
ripetitivi o interessi ossessivi
Deficit marcati nelle abilità di
sono sufficientemente frequenti
comunicazione sociale
da essere evidenti a un
verbale e non verbale;
osservatore casuale e
Livello 2 compromissioni sociali
interferiscono con il
visibili anche in presenza di
funzionamento in svariati
Richiede supporto supporto; avvio limitato
contesti. Angoscia o
significativo delle interazioni sociali;
frustrazione si manifestano
reazioni ridotte o anomale
quando i comportamenti rituali
alle aperture sociali da parte
e ripetitivi vengono interrotti;
di altri.
difficoltà nel deviare da un
interesse ossessivo.
In assenza di supporto, i
deficit della comunicazione
sociale causano notevoli Comportamenti rituali e
compromissioni. Mostra ripetitivi interferiscono
difficoltà ad avviare le significativamente con il
Livello 1 interazioni sociali e funzionamento in uno o più
manifesta chiari esempi di contesti. Si oppone ai tentativi
Richiede supporto risposte atipiche o degli altri di interrompere i
infruttuose alle aperture comportamenti rituali e
sociali da parte di altri. Può ripetitivi o di essere distratto
sembrare avere uno scarso dagli interessi ossessivi
interesse per le interazioni
sociali

18 Vivanti G., Dalla ricerca scientifica: verso il DSM-V. Conseguenze per la pratica clinica, la
ricerca e la percezione culturale dell’autismo, in AA. VV., Autismo a scuola, Le guide Erickson
2013, p. 80.
19 La tabella è la riproduzione in italiano di quella presente nel documento, Carpenter L.,

DSM5 Autism Spectrum Disorder-Guideline & Criteria Exemplars, op. cit., p. 6.

10
Se queste sono le indicazioni a livello internazionale, nel nostro
Paese le informazioni sull’argomento provengono sia dall’Istituto
Superiore di Sanità (ISS) che dalla Società Italiana di Neuropsichiatria
Infantile e Adolescenziale (SINPIA) che utilizzando entrambe la stessa
definizione, precisano come l’autismo sia «una sindrome
comportamentale causata da un disordine dello sviluppo, biologicamente
determinato, con esordio nei primi 3 anni di vita»20.
A prescindere dalle definizioni specifiche, però, quello che appare
chiaro, è come la sindrome autistica sia davvero un universo complesso e
di difficile interpretazione: non a caso per tanto tempo, anche nelle
leggende locali, i bambini che presentavano quelli che oggi verrebbero
identificati come “comportamenti autistici”, venivano considerati “esseri
fatati” incomprensibili ai “normali”21.
In realtà, le manifestazioni dei soggetti con DSA sono talmente
instabili e mutevoli da poter variare da un estremo ad un altro: alcuni, ad
esempio, mostrano profonde difficoltà nell’apprendimento, mentre altri
evidenziano qualità accademiche ai più alti livelli tanto da poter scrivere
racconti della propria esperienza in maniera quanto mai espressiva; taluni
manifestano spiccate capacità visive, mentre altri soffrono di disfunzioni
in tale area.
Alcune similitudini, però, possono essere evidenziate: la maggior
parte dei soggetti, infatti, presenta un marcato bisogno di prevedibilità
(sameness) che è collegato alla tendenza a ripetere azioni o all’ossessione

20 Istituto Superiore di Sanità, Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e
negli adolescenti, Linee Guida 21, op. cit., p. 12.
Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile e Adolescenziale, Linee guida per l’autismo.
Raccomandazioni tecnico-operative per i servizi di neuropsichiatria dell’età evolutiva, marzo
2005, p. 3.
21 Pizzamiglio M. R., Piccardi L., Zotti A., Lo spettro autistico. Definizione, valutazione e

riabilitazione in neuropsicologia, Franco Angeli 2008, p. 10.

11
verso particolari oggetti o argomenti; inoltre, viene riscontrata una
comune difficoltà a stabilire normali relazioni sociali con le persone22.
Quest’ultimo aspetto è quello che maggiormente impatta sulla vita
quotidiana di questi soggetti soprattutto se si considera che, normalmente,
un bambino reagisce agli stimoli provenienti dai genitori o da coloro con
cui viene in contatto visivo: un sorriso ricambiato, una gestualità ripetuta,
la richiesta di affetto tramite il protendersi delle braccia, tutte queste
attività sono completamente assenti nei piccoli con DSA che, al contrario,
sembrano essere completamente insensibili al mondo circostante, «è come
se vivessero in un mondo tutto loro, nel quale per gli altri è quasi
impossibile entrare e da cui per loro è molto difficile uscire»23.
L’estrema variabilità dei sintomi che possono essere ricondotti al
disturbo dello spettro autistico ha comportato, nel tempo, lo sviluppo di
molteplici teorie interpretative che, a loro volta, hanno portato
all’elaborazione di svariati modelli esplicativi.

2. Nascita del concetto di autismo


Tracciare la storia della sindrome autistica è come percorrere una
strada non lineare che si dirama continuamente in svariate direzioni, che
prevede numerose tappe e che coinvolge molteplici discipline: proprio per
le sue inusuali caratteristiche, per l’interesse che suscita nei ricercatori, ha
rappresentato anche un radicale mutamento «nei paradigmi di
comprensione, con importanti ricadute nelle concezioni della cura e della
riabilitazione»24.

22 Putnam C., Chong L., Software and Technologies Designed for People with Autism: What do
users want?, in “ASSETS’08”, ottobre 2008, p. 4.
23 Levi C., Voce: autismo, Enciclopedia Treccani 2005.
24 Barale F., Politi P., Boso M., Broglia D., Orsi P., Pace A., Ucelli di Nemi S., L’autismo a

partire dalla sua evoluzione nell’età adulta: nuove conoscenze, criticità, implicazioni abilitative, in
“Nóoς”, n. 3/2009, p. 258.

12
Nelle prossime pagine si cercherà di illustrare i passaggi storico-
evolutivi che hanno permesso di raggiungere le attuali conoscenze
scientifiche sulla sindrome in oggetto.

2.1. Il precursore: Leo Kanner


Come anticipato, l’utilizzo del termine “autismo” si deve allo
psichiatra Eugen Bleuler che nel 1911 lo utilizzò per la prima volta nel
descrivere un aspetto particolare della schizofrenia infantile: la Spaltung o
dissociazione, ponendo l’accento sull’osservazione di alcuni bambini che
apparivano come se avessero interrotto qualsiasi contatto con l’ambiente
esterno e vivessero esclusivamente in un loro mondo interiore, chiusi in sé
stessi; la scelta del nome, infatti, si deve anche alla considerazione che in
greco “αὐτός” (autos) significa proprio “sé stesso”25.
È stato, però, lo psichiatra americano di origine austriaca Leo
Kanner che nel 1943 ha descritto per la prima volta in maniera puntuale la
sindrome autistica: in un suo articolo apparso sulla rivista “Nervous Child”,
egli descrive l’insieme delle caratteristiche cliniche di un gruppo di
bambini (11 in tutto, di cui 8 maschi e 3 femmine) con un’età compresa tra
i 2 anni e mezzo e gli 8 portati alla sua osservazione dalle famiglie che li
consideravano essenzialmente “idioti” (idiots) o “stupidi” (imbeciles)26.
Kanner nel descrivere i comportamenti dei piccoli pazienti,
sottolinea come le loro manifestazioni tendano ad un aspetto comune,
dato da quella che lui definisce “estrema solitudine autistica” (estreme
autistic aloness 27 ), riprendendo, in questo modo il termine utilizzato da
Bleuler nel 1911.

25 Amy M. D., Affrontare l’autismo, Armando editore 2000, p. 19.


26 Kanner L., Autistic Disturbances of Affective Contact, in “Nervous Child”, n. 2/1943, p.
242.
27 Ibidem.

13
Nell’articolo del 1943 e in quelli successivi, quindi, lo psichiatra
americano si concentrerà sull’analisi delle caratteristiche cliniche del
disturbo che viene così descritto:
«Il fondamentale, rilevante, “patognomonico” disordine è
l’incapacità dei bambini di relazionarsi in modo abituale con le persone e
le situazioni fin dall’inizio della loro vita. I genitori si riferiscono a loro
come a dei bambini sempre stati “autosufficienti”, “come in una
conchiglia”, “più felici quando lasciati soli”, “che si comportano come se le
persone non fossero lì”, “completamente inconsapevole di tutto”, “che dà
l’impressione di una silenziosa saggezza”, “incapace di sviluppare la
comune consapevolezza sociale”, “che si comporta come fosse
ipnotizzato”. Questa situazione non è, come nei bambini o negli adulti
schizofrenici, una deviazione da un’iniziale presenza di relazione; non è
un ritiro da una primaria partecipazione. Si manifesta, dall’inizio, una
estrema solitudine autistica che, quando possibile, trascura, ignora, chiude
fuori ogni cosa che arriva al bambino dall’esterno»28.
Kanner, quindi, con i suoi studi riesce ad individuare le
caratteristiche dello spettro autistico in modo così puntuale che le sue
osservazioni posseggono ancora una notevole validità: accanto
all’isolamento, lo psicologo identifica il bisogno ossessivo di ripetitività
(sameness), l’intolleranza verso qualsiasi variazione dalla routine, la
prevedibilità, le stereotipie, quei gesti che il bambino esegue in maniera
ritmica e che sembrano procurargli una notevole soddisfazione, i disturbi

28 Ns. traduzione dall’originale: «The outstanding, “pathognomonic” fundamental disorder is


the children’s inability to relate themselves in the ordinary way to people and situations from the
beginning of life. Their parents referred to them as having always been “self-sufficient”; “like in a
shell”; “happiest when left alone”; “acting as if people weren’t there”; “perfectly oblivious to
everything about him”; “giving the impression of silent wisdom”; “failing to develop the usual
amount of social awareness”; “acting almost as if hypnotized”. This is not, as in schizophrenic
children or adults, a departure from an initially present relationship; it is not a “withdrawal” from
formerly existing participation. There is from the start an extreme autistic aloneness that,
whenever possible, disregards, ignores, shuts out anything that comes to the child from the
outside».
Kanner L., Autistic Disturbances of Affective Contact, op. cit., p. 242.

14
del linguaggio (il bambino parla di sé in seconda o in terza persona;
oppure presenta l’ecolalia, la ripetizione continua e con la stessa
intonazione di frasi o segmenti di frasi ascoltati in precedenza e che non
hanno alcuna attinenza con la situazione contingente).
Accanto a queste manifestazioni, Kanner nota anche la presenza, in
alcuni, di quelli che verranno, poi, definiti “isolotti di capacità”, aree di
inaspettata competenza mescolate alle caratteristiche difficoltà: «il
sorprendente vocabolario utilizzato dai bambini che riescono a parlare,
l’eccellente memoria per eventi accaduti anni prima, la fenomenale
ripetizione meccanica delle poesie e dei nomi, e la precisa capacità di
ricordare schemi e sequenze complesse, sono l’indizio di una buona
intelligenza nel senso più comune del termine»29.
Lo studio di Kanner, in definitiva, rappresenta davvero un «grande
spartiacque nel mondo scientifico» 30 nella misura in cui non solo ha
delineato una linea di differenziazione con la schizofrenia, ma ha anche
sottolineato come la condizione autistica non deve essere considerata
come una sorta di “ritiro”, una reazione o una conseguenza psicologica a
qualche avvenimento, ma qualcosa di originario, qualcosa che riguarda i
fondamenti stessi della relazionalità, «un’incapacità innata di formare il
consueto contatto affettivo di natura biologica con le persone»31.
Contemporaneamente a Leo Kanner, e inconsapevole dei suoi studi,
un altro psichiatra si occupa dell’autismo, Hans Asperger, il quale durante
la Seconda guerra mondiale a Vienna, pubblica la sua tesi di dottorato dal

29 Ns. traduzione dall’originale: «The astounding vocabulary of the speaking children, the

excellent memory for events of several years before, the phenomenal rote memory for poema and
names, and the precise recollection of complex patterns and sequences, bespeak good intelligence in
the sense in which this word is commonly used».
Ivi, p. 247.
30 Corona F., Autismi: fenomenologia degli artefatti cognitivi, Aracne 2015, p. 14.
31 Dall’originale: «[…] innate inability to form the usual, biologically provided affective contact

with people».
Kanner L., Autistic Disturbances of Affective Contact, op. cit., p. 250.

15
titolo “Della psicopatia autistica nell’infanzia” (Die «autistichen
Psychopathen» in Kindesalter).

2.2. Gli studi di Hans Asperger


Per molto tempo il contributo di Asperger è stato poco conosciuto
al di fuori della letteratura tedesca 32 ed è stato grazie alla psichiatra
britannica Lorna Wing se, dal 1981, il suo lavoro si è riproposto
all’attenzione della comunità scientifica: d’altra parte è stata proprio la
Wing ad utilizzare per la prima volta l’eponimo “Sindrome di Asperger”
per definire alcuni tratti dello spettro autistico che si differenziavano da
quelli descritti da Leo Kanner33.
Nella sua tesi, Asperger aveva delineato in maniera molto accurata
la situazione di quattro bambini dai 6 agli 11 anni che presentavano, in
una casistica di 200 soggetti, delle caratteristiche particolari, che lui riunì
in una categoria denominata “psicopatia autistica” 34 , anche se oggi, la
definizione si potrebbe tradurre in maniera più accurata e moderna con
“personalità autistica”35.
Sebbene le sue descrizioni sono molto simili a quelle effettuate da
Kanner, lo psichiatra viennese sottolinea, in particolare, l’aspetto più
strettamente sociopatico dei suoi pazienti in quanto, secondo le sue
osservazioni, i bambini mostravano personalità particolari, con
caratteristiche non ben definite e dei disturbi particolari nell’interazione

32 Wing L., Asperger’s syndrome: a clinical account, in “Psychological Medicine”, n. 11/1981,


p. 115.
33 Attwood T., La storia della Sindrome di Asperger, in “Autismo oggi”, n. 6/2004.
34 Barale F., Ucelli S., La debolezza piena. Il disturbo autistico dall’infanzia all’età adulta, in

Ballerini A., Barale F., Gallese V., Ucelli S., Autismo. L’umanità nascosta, Einaudi 2006, p.
56.
35 Attwood T., La storia della Sindrome di Asperger, op. cit.

16
con gli altri, sintomi di quello che oggi si potrebbe denominare come un
precoce “disturbo di personalità”36.
In particolare, allora, i bambini “Asperger”, che comunque
presentavano un buon livello cognitivo, mostravano:
• difficoltà nel linguaggio, o meglio nel discorso perché sebbene il
lessico fosse integro nella sua struttura fonologica o grammaticale,
si evidenziavano evidenti alterazioni nelle funzioni comunicative:
«ci possono essere difficoltà nell’usare correttamente i pronomi, con
sostituzione del secondo o terzo per la prima persona. Il contenuto
del linguaggio è anormale, tende ad essere pedante e spesso
consiste in prolungate disquisizioni sui soggetti favoriti. Qualche
volta una parola o una frase è ripetuta più e più volte in maniera
stereotipata. Il bambino o l’adulto possono inventare delle parole. I
sottili scherzi verbali non sono capiti, sebbene un semplice
umorismo verbale potrebbe essere apprezzato»37;
• ridotta comunicazione non verbale, che si esprime anche attraverso
movimenti del corpo limitati, goffi e impacciati. «La comprensione
delle espressioni e dei gesti di altre persone è povera e la persona
con sindrome di Asperger può interpretare male o può così
ignorare segnali non-verbali. A volte può guardare fisso seriamente
in faccia un’altra persona, mentre cerca il significato che gli
sfugge»38;

36 Barale F., Ucelli S., La debolezza piena. Il disturbo autistico dall’infanzia all’età adulta, op.
cit., p. 56.
37 Dall’originale: «there may be difficulty in using pronouns correctly, with the substitution of

the second or third for the first person forms. The content of speech is abnormal, tending to be
pedantic and often consisting of lengthy disquisitions on favourite subjects. Sometimes a word or
phrase is repeated over and over again in a stereotyped fashion. The child or adult may invent
some words. Subtle verbal jokes are not understood, though simple verbal humour may be
appreciated».
Wing L., Asperger’s syndrome: a clinical account, op. cit., p. 116.
38 Dall’originale: «comprehension of other people’s expressions and gestures is poor and the

person with Asperger’s syndrome may misinterpret or ignore such non-verbal signs. At times he
may earnestly gaze into another person’s face, searching for the meaning that eludes him».
Ibidem.

17
• danneggiamento dell’interazione sociale bilaterale, che non avviene
per “scelta” ma per l’incapacità di capire ed utilizzare le regole del
contatto sociale: «Queste regole sono non scritte e sottintese,
complesse, cambiano continuamente, e coinvolgono il linguaggio, i
gesti, il movimento, il contatto visivo, la scelta di vestire, la
prossimità agli altri e molti altri aspetti del comportamento. Il
grado di abilità in questa area varia fra persone normali, ma quelli
con la sindrome di Asperger sono fuori della serie normale. Il loro
comportamento sociale è ingenuo e particolare. Possono essere
consapevoli delle loro difficoltà ed anche sforzarsi di superarle, ma
in modo improprio e con scarso successo. Non hanno la conoscenza
intuitiva di come adattare i loro approcci e le risposte per andare
incontro alle necessità ed alle personalità altrui. Alcuni finiscono
per essere sensibili alla critica e diffidenti nei confronti delle altre
persone»39;
• ripetizione di attività e resistenza al cambiamento che vengono in
evidenza nell’osservare come ai bambini con questa sindrome
piaccia roteare oggetti e guardarli fino a che i movimenti non
cessino, e come tendano ad essere legati intensamente ai particolari
beni posseduti; la resistenza al cambiamento diviene evidente, poi,
notando l’infelicità mostrata nel momento in cui si devono
allontanare da luoghi familiari40;

39 Dall’originale: «These rules are unwritten and unstated, complex, constantly changing, and
affect speech, gesture, posture, movement, eye contact, choice of clothing, proximity to others, and
many other aspects of behaviour. The degree of skill in this area varies among normal people, but
those with Asperger’s syndrome are outside the normal range. Their social behaviour is naive and
peculiar. They may be aware of their difficulties and even strive to overcome them, but in
inappropriate ways and with signal lack of success. They do not have the intuitive knowledge of
how to adapt their approaches and responses to fit in with the needs and personalities of others.
Some are oversensitive to criticism and suspicious of other people».
Wing L., Asperger’s syndrome: a clinical account, op. cit., p. 116.
40 Dall’originale: «Children with this syndrome often enjoy spinning objects and watching them

until the movement ceases, to a far greater extent than normal. They tend to become intensely
attached to particular possessions and are very unhappy when away from familiar places».
Ibidem.

18
• le abilità e gli interessi sono sviluppati in maniera irregolare:
«hanno memoria eccellente e sono interessati intensamente ad uno
o due soggetti, come l’astronomia, la geologia, la storia del treno a
vapore, la genealogia dei reali, gli orari dell’autobus, i mostri
preistorici, o i caratteri in una serie televisiva, con esclusione di
tutto il resto. Assorbono ogni fatto disponibile che concerne il loro
campo eletto e parlano a lungo di ciò, sia che l’ascoltatore sia o
meno interessato, ma hanno poca coscienza del significato dei fatti
che imparano. Possono eccellere anche in giochi da tavolo che
hanno bisogno di una buona memoria, come il gioco degli scacchi,
ed alcuni hanno abilità musicali»41.
Rispetto alle rilevazioni di Kanner, quindi, i bambini di Asperger
presentavano essenzialmente tre differenze: 1) un linguaggio scorrevole; 2)
una certa difficoltà nella motricità grosso-motoria e non fine motoria come
aveva notato Kanner; 3) nella dimensione dell’apprendimento tali soggetti
venivano definiti come “pensatori astratti”, a differenza di Kanner che
riteneva apprendessero meglio in modo meccanico42.
Nonostante le notevoli somiglianze, le discordanze tra le
elaborazioni dei due psichiatri hanno permesso di distinguere quadri
diagnostici differenti che hanno portato all’individuazione di due
patologie: l’autismo di Kanner (o autismo infantile) e la sindrome di
Asperger, chiamata anche “autismo ad alto funzionamento”, così come
indicato dalla Wing43.

41 Dall’originale: «They have excellent rote memories and become intensely interested in one or
two subjects, such as astronomy, geology, the history of the steam train, the genealogy of royalty,
bus time-ables, prehistoric monsters, or the characters in a television serial, to the exclusion of all
else. They absorb every available fact concerning their chosen field and talk about it at length,
whether or not the listener is interested, but have little grasp of the meaning of the facts they learn.
They may also excel at board games needing a good rote memory, such as chess, and some have
musical ability».
Ivi, p. 117.
42 Bonci B., L’autismo, in Cottini L. (a cura di), Per una didattica speciale di qualità: dalla

conoscenza del deficit all’intervento inclusivo, Morlacchi 2008, p. 136.


43 Corona F., Autismi: fenomenologia degli artefatti cognitivi, op. cit., p. 16.

19
3. I principali modelli esplicativi
Una volta riconosciuto l’autismo come una patologia autonoma
rispetto ad altri deficit, la ricerca scientifica si è preoccupata di elaborare
dei modelli interpretativi del disturbo, cercando aree comuni tra i diversi
sintomi e tentando di indicare possibili spazi di intervento educativo.
Dagli anni Settanta del secolo scorso, così, la letteratura ha visto
un’impennata di pubblicazioni sul tema generando filoni di studi diversi,
sintetizzabili nei seguenti:
• il modello di Teoria della Mente (Theory of Mind,ToM, anche
denominato Theory of Mind Mechanism, ToMM). Elaborato intorno
agli anni Ottanta da Simon Baron-Cohen, Uta Frith ed altri, questo
modello si basa sul presupposto che la mente umana sia capace di
attribuire stati mentali, come desideri, credenze, pensieri e
intenzioni agli altri e, grazie a questa competenza, sia in grado di
prevedere e spiegare il comportamento altrui44. Secondo gli studi
effettuati, i bambini autistici sarebbero carenti di questa capacità
per cui sarebbero incapaci di comprendere le intenzioni altrui:
«Non sapere cosa l’altro può aspettarsi o desiderare determina una
incapacità di orientarsi socialmente e di comunicare se non con
comportamenti problematici o manifestazioni reattive (pianto,
rabbia)»45.
• il modello del deficit di coerenza centrale, esposto da Uta Frith
negli anni Novanta. Tale interpretazione si basa sulla
considerazione che il cervello umano sia in grado di elaborare in un
“tutto” comprensibile e coerente, le differenti e molteplici
sollecitazioni che provengono dal mondo esterno in modo da poter
sviluppare un processo di adattamento a tale mondo. Nel cervello
autistico, invece, si delineerebbe una «configurazione generale di

44 Cottini L., Il bambino con autismo in classe, in “Psicologia e Scuola”, luglio-agosto 2009, p.
30.
45 Muzio C., Autismo, in Bianchi M. E., Rossi V., Le sfide dell’Inclusione, Lattes 2015.

20
un’esperienza tendenzialmente frammentata, disorganizzata, non
deficitaria specificamente in nessun dominio particolare, ma
caratterizzata da una debole coerenza “centrale”, da una difettosa
tendenza alla spontanea organizzazione in insiemi significativi
coerenti e la specifica propensione invece per i dettagli e le forme
astratte dal contesto»46.
• il modello del deficit delle funzioni esecutive, elaborato da Sally
Ozonoff suppone che i comportamenti evidenziati nei soggetti
autistici (come l’impulsività; l’incapacità di inibire le risposte
inappropriate; le attività ripetitive e ossessive) siano causati da
lacune nello sviluppo di tali funzioni. Esse vengono generalmente
indicate come capacità di:
attivare e di mantenere attiva, a livello mentale, un’area di
lavoro, nella quale tenere presenti tutti gli aspetti inerenti
all’attività presa in esame;
la capacità di formulare mentalmente un piano di azione;
la capacità di non rimanere rigidamente ancorati, nella
formulazione della risposta, ai dati percettivi che
provengono dal contesto;
la capacità di inibire risposte “impulsive”;
la capacità di essere attenti alle informazioni di ritorno, per
correggere in base ad esse il piano inizialmente formulato;
la capacità, infine, di spostare in modo flessibile l’attenzione
sui vari aspetti del contesto47.
• il modello della teoria socio-affettiva, il cui esponente principale è
Peter Hobson. Secondo tale teoria, l’essere umano nascerebbe con

46 Barale F., Politi P., Boso M., Broglia D., Orsi P., Pace A., Ucelli di Nemi S., L’autismo a

partire dalla sua evoluzione nell’età adulta: nuove conoscenze, criticità, implicazioni abilitative,
op. cit., p. 265.
47 Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile e Adolescenziale, Linee guida per l’autismo.

Raccomandazioni tecnico-operative per i servizi di neuropsichiatria dell’età evolutiva, op. cit., p.


6.

21
un’innata, biologica predisposizione ad interagire emozionalmente
con i suoi simili, per cui, l’inabilità dei soggetti autistici di stabilire
una relazione con gli altri sarebbe dovuta alla mancata acquisizione
di questa competenza, che si esercita attraverso gli scambi sociali
con il mondo esterno e che porterebbe, a sua volta, all’impossibilità
di imparare a riconoscere e manifestare gli stati mentali propri e
altrui. Di conseguenza, i soggetti autistici manifesterebbero una
compromissione dei processi di simbolizzazione, deficit del
linguaggio, deficit della cognizione sociale48.
In generale, comunque, i modelli interpretativi si sono concentrati
essenzialmente sulla spiegazione dei comportamenti estremi che
caratterizzano i soggetti con DSA ed anche il successivo passo verso
l’individuazione di percorsi educativi e riabilitativi, ha percorso la strada
della comprensione dei meccanismi neurologici che sono alla base delle
disfunzioni autistiche.

4. Le problematiche comportamentali
In precedenza, ci si è più volte riferiti ai particolari comportamenti
che si notano nell’approcciarsi ad un soggetto con DSA perché il tipico
atteggiamento di chiusura mostrato rende particolarmente complicato
individuare una condotta adeguata ed in questo modo diventa un
“problema” cercare di rapportarsi con loro.
I cosiddetti “comportamenti-problema” (Behaviour Problem o
Challenging Behaviour) infatti, sono rappresentati da un insieme di
atteggiamenti stereotipati come autolesionismo, aggressività, emissioni di
urla o turpiloqui; sono incluse, inoltre, tutte quelle manifestazioni
disadattanti, di rifiuto e opposizione del soggetto.
In generale, i comportamenti-problema possono essere suddivisi in:

48 Corona F., Autismi: fenomenologia degli artefatti cognitivi, op. cit., p. 41.

22
• avversativi: come quelli di rifiuto e di fuga dal contesto;
• malversativi: come autolesionismo, aggressività;
• ostativi: presenza di iper o ipo funzioni sensoriali, estraneazione,
allontanamento49.
Secondo la definizione data dal professore della Lancaster University
Eric Emerson, un comportamento-problema è rappresentato da un «un
comportamento culturalmente abnorme di tale intensità, frequenza e
durata da porre in serio rischio la sicurezza fisica della persona o degli
altri, oppure un comportamento che presumibilmente limita in modo
grave o fa sì che alla persona sia negato l’accesso alle ordinarie situazioni
della vita sociale»50.
Appare opportuno specificare, però, che l’apparizione di un
comportamento-problema, soprattutto nella sindrome autistica, non deve
essere considerata “semplicemente” come un sintomo della malattia che, a
sua volta, deve essere in qualche modo eliminato, attraverso semmai la
sedazione, ma deve essere affrontata considerandola una risposta
funzionale all’adattamento del soggetto a particolari contesti o a
particolari aspetti del contesto: in pratica è come se fosse l’unico modo per
comunicare, in termini differenti, un disagio o una richiesta; è in
definitiva, essenzialmente, un problema comunicativo51.
Secondo quanto evidenziato dalla ricerca, «l’ipotesi comunicativa
del comportamento problematico sostiene che il CP funziona spesso come
una forma primitiva di comunicazione per soggetti che non possiedono

49 Maiorana F., La classificazione dei comportamenti problema alla luce dell’I.C.F. (International
Classification of Funzionality), in “Vega Journal”, n. 3/2010.
50
Dall’originale: «culturally abnormal behaviour(s) of such an intensity, frequency or duration
that the physical safety of the person or others is likely to be placed in serious jeopardy, or
behaviour which is likely to seriously limit use of, or result in the person being denied access to,
ordinary community facilities».
Emerson E. Challenging Behaviour. Analysis and intervention in people with severe intellectual
disabilities, Cambridge University Press 1995, p. 3.
51 Ucelli di Nemi S., Aliata P., Delfino L., Marenzi N., Vidiri C., Segagni Lusignani G., I

“comportamenti problema” nell’adulto con autismo: sintomo, comunicazione, contesto, in


“Nóoς”, n. 4/2003, p. 319.

23
ancora, o non usano, forme più sofisticate di comunicazione; attraverso il
CP possono influenzare gli altri ottenendo una serie di effetti desiderabili,
definiti rinforzatori»52.
Tale teoria si basa su una serie di concetti che possono essere
riassunti come segue:
• il comportamento problema ha una finalità;
• tale finalità deve essere identificata attraverso una valutazione;
• l’intervento comportamentale si deve basare sull’educazione del
soggetto e non solo tendere alla riduzione del comportamento
stesso;
• poiché, generalmente, le finalità possono essere molteplici, devono
essere previsti molteplici interventi;
• è necessario modulare l’intervento adeguandolo alle necessità
tipiche dell’individuo con disabilità;
• lo scopo dell’intervento deve perseguire il cambiamento dello stile
di vita del soggetto e non l’eliminazione del problema in sé53.
Nel corso del tempo si è focalizzata molto l’attenzione su
quest’ultimo punto, nel senso che si è sempre più sviluppata la necessità
di creare un approccio multidimensionale ai comportamenti-problemi,
anche quelli più consistenti, anticomunicativi, auto-stimolatori, che
portano al completo isolamento: tali espressioni sono oramai considerate
come «segnali emessi perché qualcuno li raccolga e fornisca delle
risposte»54.
“Fornire delle risposte”, però, non significa solo affrontare le
difficoltà dal punto di vista assistenziale o gestionale, significa adoperarsi
affinché i comportamenti-problema vengano affrontati in maniera

52 Carr E. G., Il problema di comportamento è un messaggio. Interventi basati sulla


comunicazione per l’handicap grave e l’autismo, Edizioni Erickson 1998.
53 Ivi, p. 10.
54 Ucelli di Nemi S., Aliata P., Delfino L., Marenzi N., Vidiri C., Segagni Lusignani G., I

“comportamenti problema” nell’adulto con autismo: sintomo, comunicazione, contesto, op. cit., p.
320.

24
adeguata, strutturando degli interventi che non siano né repressivi, né
punitivi, ma che abbiano lo scopo di favorire lo sviluppo delle competenze
comunicative e interpersonali55.

55Ianes D., Macchia V., La didattica per i Bisogni Educativi Speciali, Erickson 2008, p. 265 e
ss.

25