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Nerina

 Garofalo    

In pazienti dimore
*L’immagine in copertina mi è stata mandata, in digitale, dall’amico, editore e collezionista,
Demetrio Guzzardi, quando volevo rivedere un luogo che mi è stato molto caro negli anni
adolescenti. Lo ringrazio per questo dono fatto alla memoria dei luoghi, delle persone e
delle cose. La prima volta penso di essere andata lì, quando ancora era circondato da
piante di rose, con mia madre e mio padre, nei primi anni ’70, a vedere i fiori.

Roma, marzo 2011


-- Mi chiedo se Freud abbia amato i suoi pazienti come i
suoi cani, e credo di sì, onestamente, anche se dubito
che si sarebbe lasciato riprendere con uno di loro al
guinzaglio, a Londra, in un mattino di sole, seduto al
tavolino di un ristorante o in una festa di famiglia —

(dirtyinbirdland)

Ognuno di questi testi nasce da una relazione analitica, reale, desiderata o immaginata. Scrivere
in forma poetica è stato, nel mio percorso, un derivato di una apertura che lo spazio infinito della
stanza di una terapia freudiana determina, attraverso la vertigine della visione orizzontale che
interseca la verticalità vertiginosa dei sintomi, portata lì all’inizio.

Nei testi, non conta distinguere le esperienze dalle intuizioni e dalle visioni, quanto piuttosto
immaginare che ognuno di essi contenga una possibile prospettiva ed un approdo verbale dal
cieco marasma del danno.

Non c’è più molto da riparare al riparo delle parole.


Ad Andrea Mazza, e a suo padre
Una analisi freudiana

1993 – 2003
Anno 1 (1993-4)
L’inizio è la
vertigine aspra
della domanda
Sono lì perché
il mio gatto
mi parla dentro
Il portone di casa
Non può essere
varcato
Il primo sogno
È mia madre
Armata di coltello
A 28 anni scopro
quanto sia
difficile andare
Come soldatino di piombo
Imprigionata nelle
Pagine di un libro
La camera chiara
Contiene dagherrotipi
Stentati
Imparo a leggere
I contratti
d’ospitalità
Nerina è il nome
Che i miei abiti hanno
Scelto per me
Non riesco a
Masturbarmi
Davanti ai sui occhi
Anno 2 (1994-5)
La stanza
Mi cambia
Intorno
Riprendo in bocca
Il vomito che
Avevo smaltito
Annoto i sogni
Come il medico
Le Ricette
Noto un pianoforte
Che come me
non risuona
Lo Spazio
Che si fa
Non racconta
Un giorno vedo
Dallo spiraglio dei sui occhi
Una pianta sconosciuta
Il corridoio stretto
Mi obbliga a
Sembrare magra
Trascrivo in
Una lingua
sconosciuta
trovo la cella
monacale che avevo
chiesto
quando mi disegna
un sorriso
porgo l’altra guancia
Anno 3 (1995-6)
Sento bene
il freddo di un
non reciproco riserbo
Di tutti i miei
Fantasmi
Scelgo quelli vestiti
Imparo
A disincantare
Lo sguardo
In rose e pelle
Pratico la
scrittura sul corpo
Una mattina mi
Sorprende con le
Note in testa
quando i miei
capelli si allungano
mi trova insolita e attraente
al progetto negato
sottraggo le
parole
Do pagine a un
Titolo che dichiara
Le lacrime del male
Proprio non ci riesco
a tenere
il mio dolore
Dalle labbra di
mio padre scopro l’odore
della premonizione
Anno 4 (1996-7)
Oso un solo
padre
per volta
Reggo il pappagallo
Come una bambina
terrorizzata
La guardo
Offrire al padre
Tutte le sue ferite
la guardo
ripulire la pelle
la ferita infetta
la parola mielina
ha un gusto amaro
e un odore
Sulla sua pelle
Vorrei rigare
carezze
Non so incantare
Né rendere per mano
Il disincanto suo
Vegliamo insieme
non sogniamo
non
Ci chiede
Di posare a terra
Il suo peso straziato
L’amore
È solo quello che
ci ospita
Anno 5 (1997-8)
L’ospedale
dà ospizio
al nostro gemito
La guardo
Negare al suo amante
Le dovute carezze
Di notte
Rientrando
Ci deruba un cane
La sua avvedutezza
Si fa
incurabile
Annuso il suo
Crepuscolo di urina
che non lacrima
Il 14
È il suo viso
A scolpirmi
Stacco a forza
La sua mano dalla
Mia testa
Mi assento da
Roma per farvi ritorno
Mentre la luce si spegne
Mi accoglie Senza
una parola. Imparo che
la vita non si nomina
Vorrei posare
La guancia sul palmo
Della Sua mano
Anno 6 (1998-9)
Le Sue dita odorano
Di latte
Come mammelle
La piccola schiena
Inarcata Mi si
Spezza tra le dita
Trasformo il suo
volto albino in quello
nero di mia madre
Non tollero
Che l’intimità dei sogni
Abbia segretarie
Allo stesso modo
Detesto
i divani cortesi
Nell’atrio
Stringo alleanze
Fra incurabili
Nel piccolo bar
Mi confronto con lo
spessore della corda
Con la corda
Di Pasternack
Io disegno Anime
Il varco verso
L’ignoto
Ci riconosce
Qua e là faccio scening
Invece di
fare scena
Anno 7 (1999-2000)

SM
Abuso la
pratica della scrittura
Sono una Schiavetta
Che ha il culetto
rosso
i nostri sessi
da dentro
scrivono ossimori
il mio gemello
mi disegna
con le gambe aperte
lo guardo incantata
venire
nelle nostre labbra
Mi innamoro
Della durezza Del
sesso che incontriamo
Mi avvolge di
Seta posandola
sopra i tagli
Desidero che Apra
il mio sesso Come
le labbra Una papaia
Mi intacca
con la sua
tenerezza
Mi interrogo sul pudore
e continuo
a trovarlo dolcissimo
Anno 8 (2000-1)
Non riesco a far
Complice l’etimo
maschile del suo nome
Nell’auto
Il piede non
Tiene abbastanza
Decido di non essere
Più disposta a
Negoziare l’aria
So ben essere
dura nel negarmi
a me stessa
Eretta come un
Sesso maschile
Attuo una negazione
se avessi già
switchato porterebbe
sul viso un mio bavaglio
Come un angelo
femminilizzato
o un’arpia
mi fa sentire
come un
utero svuotato
A volte ho il volto
Di una madre
che divora i miei figli
Sento il freddo
Nel tocco delle sue
dita immateriali
Divora il mio
desiderio come
Una madre gelosa
Anno 9 (2001-2)
Nel ricompormi,
dopo,
indosso il dialogo
Anno 10 (2002-3)
Nel sogno
il suo venirsene
si fa colla
mi strania sì
il pudore
delle sue parole
Campana entra come
un’erezione nello
stretto del non senso
Lo ridisegnano
maschere
sul legno
nel mio ultimo
sogno disimparo
il perdono da mio figlio
[Le mentirei se dicessi
che non mi insegna
a sorridere]
Negli occhi del mio
compagno mi
disarticolo

(2004)
Rizoma (maiko - www.blognuvole.splinder.com)

23 novembre. La paziente Chiara Erenzi ha lasciato lo studio. Oggi è l’ultimo giorno di una lunga
terapia durata più di dieci anni. La signora Erenzi, arrivata da me poco più che giovane,
manifestava i segni di un dialogo interiore distorto. Perseguitata da fantasie inibitorie, venne da me
dicendo che sentiva il suo gatto parlare. Si sentiva osservata e ammonita dal felino che pure
amava intensamente e che aveva allevato. Accusava frequenti attacchi di panico che le
impedivano lo svolgimento di una vita normale. Ogni luogo che fosse troppo ampio o troppo
stretto, provocava nel suo animo l’ingestibile sentimento della morte imminente, come se da ogni
ponte si dovesse necessariamente precipitare, e ogni ascensore dovesse divenire un sasso
scagliato verso il confine basso. Negli anni trascorsi abbiamo lavorato molto, inseguendo il rizoma
delle sue proiezioni. La sua empatia disegnava la rete delle inestricabili radici di una pianta
incapace di dirimere le maglie di una attenzione patologica. Era ed è, la signora Erenzi,
inguaribilmente malata. Di un amore improvviso e duraturo e incapace di separazioni. Nutre per
tutto ciò che tocca un amore malsano e tumorale, che le impedisce di recidere le escrescenze
malate delle proprie radici per reggersi da sola. La signora Erenzi è avvinta al mondo. Come uno
spazzino che pratichi il mestiere da secoli, è una collezionista di carbone, così dunque il suo corpo
pesa davvero troppo e riesce a far crollare i ponti. Nelle grandi piazze, non potendo abbracciare
con le sue radici gli sterminati confini, si sente morire, come un albero le cui radici non tengano.
Conclude oggi la sua analisi, portando con sé, come una sposa il suo strascico, le radici ancora
impigliate anche a questo lettino. Uno strascico bianco legato per sempre. Per questo la vedo
oggi, mentre scrivo, vagare per le strade con il suo ennesimo fardello, un corpo piccolo, un grande
manto, e mille oggetti impigliati nelle frange. Il dottore chiude l’agenda, la luce nella stanza si fa
fioca. Cinque mq di bianco e molti oggetti in legno. Un mappamondo, una maschera, un antico
telaio. Dai suoi piedi, verdi radici. Scendono piano nel pavimento e scavano il suolo, fino a perdersi
da un piano all’altro, nel ventre oscuro del palazzo.

(2005)
Da “La circoncisione delle parole”, Editrice Puntoacapoe – Novi Ligure, 2008
La misura del passo

La signora Erenzi lo sapeva

Del suo analista

Gamba di legno

Girava scalzo nello studio

Come un ritratto femminilizzato

In una foto di Eric Kroll

Peccato che il suo legno

Fosse a riposo a dondolare

La signorina Erenzi si sentiva

Un fotogramma di Psyco

Quando la sedia cigolava

E via andare

Quando non posso reggere

E no non posso reggere

Ho il desiderio irrefrenabile

Di essere la pagina
Su cui lei posa il seme

Nel buio dello sgabuzzino

Si lasci utilizzare

Per una fantasia morbosa

Frattale del bisogno

Umido ceppo

Nessuna stanza osa di più

Di questa quando poso

Le mie gambe in terra

E piovo come una bambina

Contesa fra l’emozione

E lo spavento
IpErica

Devo chiedere
al mio custode

che metta per me


una brandina

nel corridoio del suo studio

chissà magari
mi passa

oppure entro
in clandestinità

oppure
mi accarezzo

lo fanno bene
anche le ragazze
Le dita ramoline

Una storia d’abuso

2009
Prima preghiera

Signore

Non lo so perché son qui

Ancora

Signore

Che lei sia medico o santone

O qual si voglia forma guaritrice

Non importa

Vengo alla casa

E porto in dote un’onda

Che rende malsicura la struttura

E muta forma porta alla paura

**
La visione

Lo vede l’albero

Con la sua chioma mossa?

Come se fosse la risposta

A voce rotta

Che si incanala nel letto del dolore

Dove si sfalda il margine del cuore

Ed ogni mia celata amara forma

Rende risposta al sonno che non torna

**
L’intento

Son qui per l’eco smessa

Come l’abito di un giorno

E un giorno riportata a dichiarare

Che si rivela pallida vetrina

Nel grido che nel ventre fa mattina.

E mi rivelano quei cerchi

Nel procedere degli anni

Le lune che mi arrossavano le gambe

I seni piccoli succhiati dalla luna

Che rende al corpo l’ora mattutina

Ed io la pelle che quel soffio sfiora

La porto ancora addosso

Come morso che divora

Signore, mi permetta una dimora

Ché i mostri vengon fuori e tarda è l’ora**


La rivelazione

Perché si sa, dottore mio dei matti,

Che dove si abita, talvolta, passan ratti

Orrende forme prese dall’affetto

Che premono al mio petto un cuore infetto

Patrigne isole d’orrore e gocce rotte

Che toccano la mensa a mani sporche.

**

Padre dei tonti, confessore dei silenti,

Ora inginocchiati se ascolti la mia storia

Rimettiti al silenzio che dolora

Porta fra i denti una parola ad ogni lora.

**
Mi strascico come la sposa che non sono

Immemore del rantolo che ingoio

Sotto la tela sono vestale in veste amara

Cerco la quiete che addomestichi la tara

Lo sa dottore mio che sono tanti

Dalle mie parti i martiri vaganti?

E non mi bastano quei viali e le radure

Quando la luce bianca cadaverica perdura

Sotto la terra giace inanimato

il morticino che il mio corpo

Non è stato.

**
Primo mistero

Vedeva una signora da lontano

Lo sguardo suo mi scivolava dalla mano

Sola restavo nel bosco a tarda notte

Ed ogni ramo cantava note storte

Il blu travalicava verso il nero

Le pere al ramo risuonavano un mistero

La lora ripeteva le parole

Gracchiate nella notte in pieno sole

Il frutto tuo inarrivabile restava

La sola dolce presa a bocca amara

Il Lupogatto con la sua schiera di giganti

Coi denti masticava i nudi avanzi

La morte l’ho invocata in ogni dove

Segno di Dio su quella fronte senza amore


Per me però non son restati

Che quei segni

Bruciati sulla pelle come

Anelli malcontenti

**
L’auspicio

Cielo dolente nutrimi al cordone

Che non impicchi all’albero vicino

La mia ferita resami destino

E il Lupogatto come un assassino

Che possa tramutarmi in domatore

Di quell‘odioso insano costo dato all’ore

Scritto di rosso ma per certo assegno in bianco

Firmato al portatore con l’inganno

Guardo negli occhi tutta la distanza

Che la mia mamma teneva chiusa nella stanza

Di lei non porto che la bambina

che non sono

Cullata dal dolore che il lampo

rende al tuono

**
La terapia

Medico dei dolenti

Maestro di dervisci

Prendi le mie metafore

del nulla smozzicato

Disegnan con le dita ramoline

L’appiglio ai precipizi dei bambini

**

Medico, fatti matto al mio lettino,

Sei il paradosso delle radici in escrescenza

Devi portarmi forbici ed uncino

Ché occorre un taglio che definisca l’esistenza.

**
Una benedizione

Ma è giorno adesso

ed il colore non importa

Se trovo senza mani

la chiave che misuri quella porta.

(a Marina - Roma, 2009)


 

Roma,  marzo  2011