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STORIA CONTEMPORANEA

ESAME ORALE
LEZIONE 1
Il programma parte dalle rivoluzioni politiche del 700, fino ad arrivare alle
Rivoluzioni Francesi e Americane, principalmente rivoluzioni di carattere
economico (a partire dalla rivoluzione agraria). C'è anche la Rivoluzione
Industriale, che trae profitto dai grandi cambiamenti avvenuti in campo
agricolo-economico: c'è una maggiore accumulazione di risorse primarie e
capitale. Si parla di fenomeni economici e politici, quasi sempre
accompagnati da enormi cambiamenti sociali e culturali. Si dà anche
importanza alle questioni di genere: la questione che riguarda le
differenze oggettive e soggettive che possono esserci tra maschi e
femmine. Fino a un secolo fa, si è iniziato a prestare attenzione al genere
femminile, così come ai bambini. Ci si interessa anche alla storia delle
generazioni, che dev'essere inteso come qualcosa di stratificato. Studia
come le società umane vadano incontro a diverse situazioni e
trasformazioni. Le trasformazioni nelle società, erano sempre
trasformazioni del “lungo periodo”: ci si trovava di fronte a dei modi
comportamentali, quella che per gli storici era chiamata 'mentalità', che
era qualcosa che cambiava solo nel lungo periodo (così come le strutture
economiche). Nell'età contemporanea, invece, abbiamo a che fare con
dei cambiamenti che sono incalzanti, che portano a vaste sfasature
culturali tra una generazione e l'altra. Questi cambiamenti così incalzanti,
dalla portata così forte, hanno a che fare con una possibile Terza o Quarta
Rivoluzione Industriale (non comunque paragonabile alle prime due).

I CARATTERI DELLA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: Quali sono le


premesse che hanno permesso di accumulare così tanti capitali da
permettere alla società di ampliare a dismisura i guadagni e i profitti? I
primi a ragionare in termini di economia politica sono i fisiocratici
francesi, che elaborano un pensiero economico che via via comincerà a
fare cambiare la mentalità delle persone e delle classi dirigenti. La
fisiocrazia è il potere della terra: la ricchezza deriva dal possesso della
terra, una questione che rimarrà fondamentale per tutto l'800. Per il
feudalesimo, questo concretamente significa che un possessore della
terra (a lui conferita da un potere superiore, o ereditata), è la sovranità
limitata. Per cui egli dipende da un feudatario superiore, ma può
comunque esercitare controllo su quella terra. Le persone dipendono
direttamente da lui (servi della gleba) oppure sono contadini liberi, ma
sono tutte anime da lui controllate. Tra il sovrano e i sudditi bisogna che ci
sia anche sintonia spirituale, fondamentale perché la religione regolava i
rapporti di dipendenza tra chi era al vertice della società e chi ne era alla
base. Il nobile fa parte dell'indiscussa classe dirigente, almeno fino all'800:
il nobile è anche quello che in base ai valori cristiani tradizionali si deve
fare protettore dei poveri che da lui dipendono, quindi dalla popolazione
che vive nelle terre di cui lui è signore (e la sua posizione derivava da una
posizione di sangue). Il loro essere superiori li obbligava ad avere dei
comportamenti di lusso, che li differenziava dal resto: bisognava
ostentare visivamente e dimostrare di essere superiori. Dovevano anche
dimostrare di essere disinteressati, di non essere legati a piccolezze quali
le questioni materiali (quindi non dovevano avere a che fare con soldi, o
con valori): l'unico valore era quello dell'onore. Il ceto borghese, invece,
dà una vera importanza al denaro, l'economia politica diventa un valore
soprattutto per questo ceto. Essi elaborano i propri valori pensando che
contare il valore materiale delle cose sia qualcosa di fondamentale. Con la
borghesia, questo nuovo ceto sociale (piccoli proprietari terrieri) che si va
sviluppando in modo crescente, vede come inizialmente favorite le
minoranze: fin dal Medioevo, la minoranza ebraica sviluppa una discreta
presenza negli affari perché esulano la mentalità cristiana che nel
Medioevo condannava l'usura e il guadagno a peccati capitali. Le
minoranze religiose sono alla base degli sviluppi della borghesia
economica e culturale (sono i professionisti, si costruiscono una posizione
attraverso un titolo di studio). Quello che importa è che i fisiocratici
cominciano ad attribuire alla terra un potere superiore: essa è alla base
del potere sociale, ma le attribuiscono anche un prezzo, che quindi la
inserisce all'interno del mondo degli scambi e delle vendite. Se la terra si
può vendere, chiunque la può comprare diventandone il padrone,
riconosciuto culturalmente, diventando un padrone di anime. Non c'è
quindi più divisione tra chi lavora e chi possiede la terra. La società viene
radicalmente cambiata dal punto di vista economico: l'economia si sta
spostando, così come la mentalità che si frammenta. Si comincia ad
affermare un sistema di opinioni individuali e che cominciano a prendere
mano: nell'800 diventano il modo di pensare abituale, le persone non
appartengono SOLO ad un singolo ceto sociale, ma comincia a generarsi
l'individualità.

LEZIONE 2
Si creano le conseguenze che portano alle attuali distruzioni ambientali, le
quali mettono a repentaglio la vita sul pianeta. I combustibili e le caldaie
rendono invivibili intere regioni. Il clero anglicano si prende la
responsabilità per la questione della salvaguardia dell'ambiente,
cominciando quindi a prendersi carico della situazione: è il primo nucleo
di quello che oggi è l'ecologismo. Il passaggio successivo è la concezione
che il lavoro umano, e quindi anche l'uomo, possa essere venduto, e che
quindi abbia un prezzo. Ogni corporazione che organizzava i mestieri
doveva far sì che essi avessero un mercato anche fuori, e quindi veniva
richiesta una certa 'originalità'. Veniva richiesto un alto livello di
formazione: per mantenere la qualità del prodotto era necessario che non
si mirasse alla quantità, ma alla qualità: c'erano dei limiti quantitativi,
mirati anche a difendere un certo prezzo di quel prodotto (appunto
perché la produzione in grande quantità rischiava di rovinare la
corporazione e il suo prestigio, a scapito della fama del prodotto in giro
per l'Europa: questo è il caso veneziano, che per alcuni secoli è stato il
maggiore porto europeo). Le corporazioni hanno regole molto rigide per
controllare anche gli uomini e i loro turni di produzione (non si lavora di
notte per prevenire una possibile qualità più scadente del prodotto). La
cosa prioritaria è riuscire a vendere ad ampio raggio. Nell'Inghilterra di
fine 700 cominciano ad esserci delle trasformazioni: c'è un passaggio
legato alla trasformazione del concetto di proprietà della terra. La terra
viene concepita come qualcosa dal valore morale, e nel momento in cui
c'è questo passaggio, molti signori locali e potenti (anche senza una
signoria) si appropriavano dei beni che appartenevano alla comunità
(parrocchie, villaggi) e se ne servivano per cose essenziali alla vita di
campagna. Se ne appropriano facendo valere il proprio peso all'interno
della società, usurpando terre al servizio della collettività. Nel momento
in cui certi beni vengono usurpati dal signore locale o da altri potentati
locali, c'è un passaggio (vuol dire che nelle acque di un certo fiume non si
può più pescare, certi boschi non sono più frequentabili per raccogliere
alimenti ecc): queste cose che erano considerate beni ovvi, vitali,
vengono a mancare. I nuovi signori, per rafforzare l'economia del proprio
patrimonio familiare chiudono paludi, tagliano boschi, trasformano i
luoghi accessibili da tutti per metterci pascoli (per esempio, il mercato
crescente della lana e della carne degli agnelli, che sempre di più comincia
a essere lavorato anche in laboratori artigiani), e ci sarà anche l'avvio
dell'industria della lana in Inghilterra, in particolare nelle campagne del
sud- Inghilterra. Essa è un'industria a domicilio, c'è una diffusione
dell'industria nelle campagne. Ci sono degli impresari che comprano la
lana dai grandi proprietari terrieri e la distribuiscono nelle case, che si ri-
organizzano in un’economia di cottage, dove una famiglia contadina (con
un capofamiglia), si organizza per una divisione del lavoro interna. Queste
comunità riescono a mantenere la struttura della vita contadina,
passando anche ad un'attività industriale (alla rendita dell'agricoltura, si
aggiunge anche la rendita di questa attività). Questa pratica diventa molto
prospera in Inghilterra. Questa tecnica viene abbinata a qualcos'altro: nel
corso del 700, ci sarà la colonizzazione dell'India, fatta non dalla
monarchia britannica, ma dalla Compagnia delle Indie Occidentali (una
associazione privata con il proprio esercito coloniale). L'India non serviva
però solo per l'esportazione di prodotti: viene quindi imposta alla Cina
l'apertura di porti finalizzati al commercio, sia dei britannici che degli altri
europei. In India intanto, con clima tropicale, prendeva piede la
produzione di cotone. Anche lì quello che viene concepito è un'industria a
domicilio, con un sistema che permette di avere una produzione
esportata a breve in Inghilterra, a basso costo di produzione. Quello che si
sta sviluppando è un sistema disumano, dove i vecchi valori vengono
lasciati da parte, per favorire la logica del profitto e dello scambio, che
diventano i valori supremi. Anche la forza lavoro (uomo) diventa
concepibile in tal modo, e le leggi di fine 700 cominciano a ri-organizzare
la società britannica proprio alla luce di questi valori mutati: il lavoro
diventa qualcosa di obbligatorio, il problema si pone quando in Inghilterra
(e in altre parti del mondo) si creano periodiche rivolte contadine, come
reazione a quella che è stata la privazione di un bene a loro dovuto per
tradizione. C'è una generale fuga dalle campagne, che rende le campagne
e le città attraversate da quote rilevanti di popolazione (Inghilterra,
Francia, Germania, Italia) e il vagabondaggio diventa una piaga ricorrente:
la popolazione delle campagne è troppo povera, non ha più risorse per
sopravvivere. Una parte consistente della popolazione deve andarsene e
darsi al vagabondaggio: l'Inghilterra provvede, con una gestione di
carattere religioso, ad una sorta di assistenza ai poveri, creando delle
industrie di creazione di determinati prodotti, non necessariamente
tessili, dove vengono messi a lavorare questi vagabondi. La cosa viene
presentata come una forma di carità, ma queste persone erano messe a
lavorare in modo coatto, erano sfruttati. In alcune case di lavoro, work-
house, le condizioni di lavoro erano pessime, erano viste come una
condanna più che come una forma di salvezza. La legna era un bene
primario, reprimere il furto campestre e il bracconaggio veniva inteso
come anche la pratica della deportazione in Oceania o in altre colonie di
popolamento (Australia, NZ; Tasmania), dove venivano deportati e fatti
lavorare con schiavi. C'è una trasformazione radicale della società, con le
macchine a vapore, e si cominciano a sviluppare le produzioni di tessuti
prodotti con macchine. La cosa ha effetti immediatamente devastanti
sull'economia tradizionale e quindi sull'industria a domicilio, si sviluppa
quindi un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Nel giro di pochi anni
l'economia di cottage va in rovina, il che è un problema strutturale per
l'economia delle campagne: non aveva alterato la struttura della famiglia,
invece nelle fabbriche la famiglia tradizionale viene spezzata. I lavori più
ripetitivi sono affidati alle donne e ai bambini, senza richiedere la forza
degli uomini. Le retribuzioni sono bassissime e iniziano a porsi dei
problemi: i maschi sono pochi, il grosso della manodopera sono donne e
bambini che possono essere pagati poco (e per muovere le macchine non
c' bisogno di forza), ma c'è anche il fatto che ora la forza lavoro è
salariata: non c'è più contrattazione, come invece prima.
Cominciano ad esserci forme serie di ribellione sociale, di fronte a
problemi di disoccupazione stringente e privazione del necessario ad
intere famiglie e uomini abituati ad essere padroni del loro lavoro, c'è la
reazione di rivolta particolare tipica delle campagne (il luddismo, ossia la
distruzione dei mezzi e delle macchine), che si accompagna nelle
campagne a quelle che sono piccole rivolte diffuse nelle campagne, nelle
quali sono frequenti le minacce mosse ai grandi proprietari terrieri. Si
viene meno ai valori tradizionali dei nobili e ricchi che in base ad una
certa morale tradizionale dovevano proteggere i poveri, e che invece ora
stavano ampliando le loro ricchezze. Venivano meno le forme di
solidarietà verticali: nelle campagne ci sono quindi ripetitive situazioni di
ribellioni, punite in modo drastico. Nelle città, dove si concentrano le
prime fabbriche, la risposta è quella di devastazione delle case dei
proprietari, la popolazione si ispira e richiama dei valori tradizionali e
cristiani che vengono proclamati, ancora con antiche forme di protesta,
quindi una forma di comunicazione tra ceti, che sta però venendo meno.
La ribellione nasce in mancanza del sistema protettivo che c'era prima. Il
fenomeno si presenta anche in altre parti d'Europa (il sabotaggio belga).
Per mantenere l'ordine pubblico, le autorità varano dei provvedimenti
economico-assistenziali che entrano in vigore dal 1764, per poi essere
aboliti nel 1834: è la fase in cui l'Inghilterra porta a compimento la
rivoluzione, affermandosi come officina del mondo. Sistema di
Speenhamland: creato in questo villaggio dalla piccola nobiltà, si prevede
che per ogni parrocchia i proprietari si debbano tassare, si dà una certa
quota di assistenza a tutti i poveri. Il sistema di Speenhamland finisce per
generalizzarsi anche all'Inghilterra, diventando quindi un sistema
frequente. L'assistenza si ispira ai valori tradizionali (secondo cui i nobili e
la chiesa devono soccorrere i poveri) che quindi ora vincolano non solo i
nobili, ma tutti i proprietari. Si vedeva questa forma di assistenza come
qualcosa di opprimente, come qualcosa che incitava i poveri all'ozio, che li
incitava a permettersi lussi assurdi: questi sono i motivi che porteranno
all'abolizione del metodo, che però aveva ingigantito il problema delle
basse retribuzioni in fabbriche e campagne. C'è questo sistema di
assistenza che prevede la formazione di queste nuove forme di
produzione (gestione dell'agricoltura condotta in economia: risparmio
delle retribuzioni). I piccoli proprietari agricoli avevano di che vivere,
invece i braccianti non dipendono più dal padrone delle terre e quindi
non hanno di che vivere. I nobili danno infatti le loro terre a degli
imprenditori borghesi, che hanno il capitale per pagare un affitto annuale
e per poter quindi gestire una parte delle loro terre. Diventa una gestione
non più affidata a contadini che lavorano per la famiglia nobile: c'è
intermediazione, ma alcuni affittuari non hanno nessun rapporto con
altre persone, per cui possono naturalmente non dare nessuna forma di
assistenza o salario nei periodi in cui non c'è bisogno di lavoro in
campagna. C'è solo un vincolo economico tra lavoratore e chi gestisce la
terra, ossia un rapporto economico casuale. Con l'introduzione
sistematica delle macchine negli anni 20, che riducono al massimo il
ricorso al lavoro salariato, c'è in Inghilterra un tipo di rivolta del
bracciantato che comincia in alcuni villaggi occidentali per poi spostarsi ad
Oriente, mano a mano che la voce passa, diventando un fenomeno che
attraversa parecchie contee di Inghilterra: non viene accettato il lavoro
delle mietitrebbiatrici. Si cerca quello che viene indicato come un
condottiero della rivolta, chiamata la rivolta di Capitan Swing, che non
viene mai trovato. Da parte delle autorità e dei magistrati, che
condanneranno il nome di un'organizzazione clandestina mai esistita, c'è
la condanna di centinaia di persone proprio per questo tipo di rivolta.
Sono fenomeni che troviamo anche in altre parti d'Europa, che a volte
porta ad un sistema camorristico in risposta alla violazione dei diritti
privati.
L'Inghilterra si era dotata di un sistema paternalistico per la protezione da
queste rivolte (Speenhamland). Tenendo conto anche del contesto in
generale, nel 1734 c'è la Rivoluzione Francese: in Inghilterra le classi
dirigenti tremano di fronte alla prospettiva di una possibile Rivoluzione
simile. La paura porta ad avere questo tipo di reazione, dopo la
rivoluzione del 1600, cosa che dimostra la capacità di reagire
dell'Inghilterra. Si pensano a questi provvedimenti assistenziali alla luce di
quello che sta avvenendo in Europa. C'è un sistema assistenziale che
cerca di richiamare il fatto che almeno l'uomo non può essere ridotto ad
una merce, ma ci sono dei principi di carità che devono essere rispettati,
per non far sfociare le ribellioni in una vera e propria rivoluzione. Prima
Rivoluzione Industriale fino alla metà dell'800, è principalmente tessile.
Una cantieristica metodica porta alla costruzione di un vero e proprio
sistema stradale, e poi ad un sistema ferroviario: l'Inghilterra sviluppa
un'invidiabile rete ferroviaria. Ci si dota anche di grandi ponti e canali, che
permettono una navigazione interna a diversi paesi, si usano le acque
come sistemi di comunicazioni. Tutto questo riempie l'Europa di cantieri,
è un nuovo lavoro industriale che occupa operai migranti, semplici
braccianti diventano anche braccianti industriali che lavorano in questi
cantieri. L'avvio dei sistemi industriali ha permesso una grande
accumulazione di capitali: c'è un nuovo moderno capitalismo che stava
trasformando tutta l'Europa, a partire dal nord. Altro aspetto importante
che cambia nelle comunicazioni e nei collegamenti è l'applicazione del
motore a vapore anche alle navi: si applica inizialmente per una
navigazione semplice e tranquilla, la forza inanimata del vapore, con
battelli mossi dall'energia del vapore, con il vantaggio di avere una
navigazione costante (quella tradizionale, a vela, doveva tenere conto di
venti sfavorevoli, e questo era un problema enorme per i commerci). La
forza inanimata del vapore diventa un vantaggio enorme: c'è la diffusione
di un nuovo tipo di scafo per la navigazione tradizionale, spesso vengono
considerati anche dei problemi di sicurezza.

LEZIONE 3
America: nell’arco di pochi decenni viene attraversata più ampiamente
dal fenomeno rivoluzionario. Si ribellano alcune colonie britanniche nel
Nord America, e nel giro di poco coinvolgeranno gran parte dell’America
latina, ad eccezione del Brasile, colonia portoghese. Benedict Anderson,
antropologo, in “Comunità Immaginate”, parla di una fase dove un’idea di
Nazione nasce essenzialmente in ambito coloniale. Quando si parla di
antiche Nazioni (ed è un uso improprio del termine perché in realtà
stiamo parlando di antichi regni), è improbabile parlare dunque di
nazione. Nell’ambito coloniale, invece, è ben diverso. Se pensiamo anche
all’Asia, dove ci sono antichi imperi che hanno attraversato crisi e
rinascite, hanno attraversato colonizzazioni e semicolonizzazioni, arrivano
ad elaborare un proprio senso nazionale. Nelle Americhe, a metà del 700,
ci sono delle espansioni degli insediamenti coloniali sulle rive atlantiche,
vi erano ancora le colonizzazioni olandesi ad esempio, ormai interessate
alle Indie ed all’Oceania. I britannici si erano impossessati delle loro
colonie americane e nell’area del capo di buona speranza, che dal 500
sono la via obbligata per andare dall’Europa all’Africa. Gli inglesi che
hanno una potente flotta e un potente corpo militare ci mettono poco a
colonizzare la punta dell’Africa, e l’Olanda glielo lascia fare.
Ad essere rimaste quindi nel Nord America abbiamo la Francia (traffici di
pellicce dal Canada) e gli Inglesi, i quali cercano di appropriarsi della zona
dei grandi laghi, al tempo parte del Canada. Le popolazioni locali vengono
messe l’una contro l’altra dai coloni che si servono di loro per farsi la
guerra ed infine, l’America Latina, che comprendeva gran parte della
parte meridionale dell’attuale Nord America (Nevada, Arizona, California,
Florida, Texas). Quindi inglesi, francesi e spagnoli che si fanno la guerra in
suolo americano per averle l’uno più influenza dell’altro. Se i coloni ribelli
volevano l’indipendenza da Londra, venivano appoggiati da Francia e
Spagna, e così via. Il tutto portò pesanti conseguenze in Europa, e
considerevoli perdite di denaro. Gli europei vedevano grandi possibilità
nelle terre vergini americane, e non sono interessati al fatto che queste
terre siano abitate. I nativi americani erano cacciatori nomadi, non
contadini. I francesi vendevano addirittura azioni che garantiscono il
possesso di certi territori americani, ad esempio vendettero il Louisiana a
committenti con capitali e ricchi, affinché questi vi facessero coltivare
piantagioni di ogni tipo.
I britannici vivevano in contemporanea la spinta ad espandersi verso
ovest, in territori con i loro nativi, che vengono massacrati o zittiti con
patti del genere “noi vi proteggiamo, voi dovete essere nostri sudditi, in
cambio non ci spingiamo oltre una determinata zona”. Gli europei non
capiscono perché dovrebbero arrestarsi davanti a quei pericolosi primitivi
selvaggi che vivono nelle terre che vogliono fare loro. L’Inghilterra, dal
600, è una monarchia costituzionale. All’elezione del parlamento
partecipano anche i coloni, ma non possono avere deputati coloni nel
parlamento. In America non ci sono nobili, non ha senso farli entrare in
parlamento. Nelle camere del parlamento (camera dei lord e camera
bassa) si è sempre nobili, e anche tra i più ricchi. I coloni invece pagano
molte più tasse e si sentono dei sudditi di serie B, che vivono in un
territorio dove non c’è una tradizione di paternalismo aristocratico, ma si
è funzionali della madre patria. Non c’è quel senso di devozione ad un
nobile signore di una terra che protegge i suoi abitanti, e non c’è neanche
quel rapporto di inchinarsi al nobile quando lo si incontra. In America chi
fa fortuna è più improntate, non c’è alcuna tradizione feudale. Ci sono
degli uomini politici, aristocratici, ma stanno per pochi periodi per
amministrare qualcosa e spesso e volentieri tornano nel mondo civile
poco dopo.
Benedict Anderson parla non solo del ruolo che le borghesie hanno nelle
Americhe, ma del ruolo che ha l’invenzione della stampa a caratteri
mobili. In Europa cominciano a diffondersi dei giornali, delle gazzette. Nel
nuovo mondo ci sono dei giornali che cercano di farsi portatori delle
mode europee e di diffonderle. Parlano di ciò che arriva dalle navi,
aggiornano su cosa piace agli europei. I coloni iniziano ad essere li da 5 o
6 generazioni, quindi non hanno nemmeno mai visto l’Europa, sanno chi
sono i padri pellegrini del mayflower, gli eretici calvinisti espulsi in New
Jersey, ma non si sentono europei. Studi etnografici hanno anche
constatato come i neri d’America si sentissero discendenti dei padri
pellegrini, cosa di per se difficile considerando che chi voleva colonizzare
l’America, sicuramente non lo voleva fare mischiano le varie razze ma
restando fedele alla propria nazione ed alla propria etnia. I funzionari che
arrivano dalla metropoli non conoscono le colonie, e le amministrano
male. I coloni (di ogni nazione) sviluppano una propria capacità di
dominare la natura che hanno, gli animali che ci sono, e sanno dove ci si
può spingere, cercano le miniere d’oro. Questo spirito di indipendenza li
mette in contrasto con i vincoli imposti dai funzionari delle rispettive
monarchie. Se i coloni non possono richiamarsi a dei loro diritti, allora
non possono che rivendicarli e distaccarsi dall’identità della metropoli.
Questo senso di diversità, di sentirsi dei provinciali maltrattati, da un
nuovo senso di superiorità a quelle popolazioni. Sono le popolazioni
creole, che sono li da tante generazioni, e hanno sviluppato un nuovo
modo di vivere: c'è l'elaborazione di un'identità creola, frustrata e
antagonista a quella della metropoli. Secondo Anderson, questa è la base
dell’idea di nazione. Non si appartiene al dominio di una corona e si è nati
in quella terra, quindi si possono rivendicare i propri diritti di cittadinanza
e non di sudditanza. Via via che nelle Americhe sorgeranno degli stati
nazionali, avremo a che fare con delle repubbliche, non con un re. Non
vogliono una figura sacra, non esiste più la nobiltà per loro, ma vogliono
una figura che sia loro pari e sia eletta. Essenzialmente, a parte qualche
eccezione, rivendicheranno degli Stati essere progetti di un destino
comune. Ovviamente i nativi in tutto ciò non erano coinvolti, erano stati
sterminati, morti di epidemie, e non erano nemmeno più utili come
schiavi, infatti venivano sostituiti dai neri. Di fronte a tassazioni che il
regno di Inghilterra cerca di imporre, i coloni si ribellano e proclamano
delle autonomie. Vi sono dei creoli che si identificano ancora inglesi, non
è un processo lineare, ma alla fine arriveranno alla totale indipendenza.
Tra gli eserciti che supportano i coloni che si ribellano contro gli inglesi,
abbiamo un esercito francese guidato da Lafayette, che avrà un ruolo
anche nella rivoluzione francese. Questa era la situazione americana a
fine 700, che si contrapponeva contro i nativi e contro l’Europa.
LA RIVOLUZIONE FRANCESE: In Francia, le guerre sostenute in America
negli anni 70, hanno messo in ginocchio la monarchia. Cercano di
modernizzarsi il più possibile (siamo nell’illuminismo), si parlava di mondi
nuovi, circolavano Rousseau e Voltaire e così via. La Francia è uno stato
assoluto, il Re è monarca per volontà divina. Ci sono anche, però, tanti
nobili che rifiutano le idee libertine. Tanti ne divulgavano le idee, ma tanti
non le condividevano. La realtà culturale era in fermento, ma la Francia
non riusciva ad avviare la rivoluzione industriale, non era come
l’Inghilterra. Il re cerca di avviare un sistema fiscale nuovo, con nuove
tasse, e prova a capire se anche chi è esente dalle tasse (primo e secondo
stato) dovessero pagarle. Ad esempio, le terre dei conventi erano terre
che avevano ereditato da nobili, che chiedevano in cambio che vi
venissero fatte delle messe per mandarli dal purgatorio al paradiso.
Quindi molto spesso le terre erano della chiesa, e li non aveva ancora
toccato la modernizzazione, e i piccoli affittuari erano vincolati dalla
solidarietà ai poveri e non potevano coltivare bene.
Per avviare nuove tasse, che avrebbero colpito i borghesi del terzo stato,
per la legislazione francese è necessario convocare gli stati generali (da
secoli non venivano più convocati) per approvare questa procedura.
Quando si avvia questa procedura, iniziano ad esserci proteste, tanto dai
borghesi quanto dalla classe popolare che subivano la situazione e
respiravano un generale malcontento. Con la convocazione degli stati
generali il malcontento si diffonde all’inverosimile. Il re si vede costretto
ad affiancare alla convocazione dei deputati, una sorta di consultazione su
ogni lamentela. E questi registri di lamentela diventano delle accuse dei
soprusi subiti dai nobili e dal clero. Vengono accusati di essere retrogradi,
di impedire lo sviluppo del benessere pubblico proclamato dai filosofi
illuministi. I vecchi gruppi sociali non danno mobilità sociale, nasci e
muori in quel ceto.
Ma in una nuova realtà non si risponde più a questa rigidità di
appartenenza ad un ceto, cominciavano ad esserci nuove dinamiche
sociali, delle “classi”: da società di Stati/ceti a classi, e vi si può entrare e
uscire. C’è una convocazione di stati, ma di per se il fatto che vi siano tre
stati è anacronistico. Non dare importanza al terzo stato è un sopruso.
Quindi i rappresentati del terzo stato (dove vi sono anche nobili e clerici)
che rivendicano di avere uno spazio maggiore, vogliono che il loro voto
valga quanto quello degli altri. Riescono a venire ascoltati dal re e gli
propongono una costituzione (= rinuncia al potere assoluto).
Il problema è che la Francia stava per esplodere, tra i registri di lamentele
e la convocazione degli stati i francesi erano terrorizzati. C’erano voci che
il re avesse fatto ammazzare i rappresentati del terzo stato, voci che dei
briganti inglesi incaricati dal re francese stessero saccheggiando tutto i
paesi e così via. I contadini vi credevano, ed assaltavano i castelli,
saccheggiavano le case dei nobili, ammazzavano i nobili. Il paese è
ingovernabile, se il re non da la costituzione la popolazione non si calma.
Deve concedere delle riforme, e così facendo i rappresentati del terzo
stato diventano sempre più importanti e riconosciuti da tutti. Si innesca
un processo dove di fatto nasce un nuovo sistema politico con altre
dinamiche e che comincia a parlare al paese, tramite delle convocazioni
rituali che mirano a portare la popolazione a riconoscersi nei
cambiamenti. Rituali come piantare alberi a maggio aggiungendo nuovi
simboli che parlano della nuova identità collettiva della nazione e
decorare gli alberi con i simboli. Vengono eletti dei rappresentanti del
popolo e si arriva a definire una ritualità con delle feste, di religione laica,
religione dello Stato veramente voluto da Dio. Tutto ciò funziona
veramente fino a che il re non accetta la costituzione e se ne fa garante. Il
problema è che fuori dalla Francia tutta l’Europa si sta organizzando per
fermare la Francia, che è pericolosa per le loro monarchie assolutiste. La
Francia deve armarsi e si organizza con degli eserciti di volontari e
riescono in qualche modo a contenere la spinta degli eserciti invasori, e
questo contribuisce a dare il senso di appartenenza all’entità della
nazione. Ci si sente uguali ai propri vicini, ma non in quanto sudditi dello
stesso re, ma in quanto condividenti di nuovi diritti proclamati. Il fatto dei
volontari militari ha un peso notevole, che hanno le loro musiche e le loro
marce, hanno i loro strumenti (soprattutto percussioni e fiati) ed educano
chi condivide le loro idee con canti e inni patriottici, fino a definire il vero
e proprio inno della Nazione. (Inno di Marsiglia) Il cambiamento radicale
interviene nel momento in cui il re, capendo che la costituzione è troppo
forte, abbandona Versailles, e va verso il Reno per raggiungere gli eserciti
delle altre nazioni e farsi aiutare e proteggere. La famiglia reale viene
scoperta ed il re viene decapitato. Non è la prima volta che un re viene
decapitato (gli inglesi per mettere fine all’assolutismo hanno decapitato il
re cento anni prima), ma in quella situazione politica è una fase
delicatissima.
Avviano una nuova politica radicalissima, avviano una nuova simbologia,
spazzano via tutto ciò che a che fare con la monarchia, si rifanno a simboli
greci e romani, cercano di darsi una nuova identità lontana da quella
monarchica. Es. berretto rosso romano: simbolo dei rivoluzionari.
Sanculotto: popolano armato che tiene in mano il potere, senza mutande
perché il popolo non portata la biancheria. C’è un fermento nuovo in
questo paese e anche aristocratici ci credono, ma molti altri fanno la fine
del re. Si scatenano anche dinamiche del tipo che certi partiti diffidano di
altri, si eliminano vari avversari politici (morte di Marat) ecc. Si
superarono rituali barbari come il taglio della testa con l’ascia, le torture
ecc, si vuole una macchina che non fa soffrire il condannato e lo ammazza
con un colpo secco: la ghigliottina. L’uccisione ha dei motivi umanitari.
Nel periodo del terrore le esecuzioni diventano seriali, perché la
ghigliottina è facile da usare e veloce. La rivoluzione ha degli effetti
galvanizzanti e cerca dei metodi di comunicare, come nel piantare alberi
della libertà, convocare sfilate di massa, sono tutti rituali democratici.
Improntate è la festa della federazione: 1792, tutti i rappresentanti dei
comuni della Francia vengono convocati a sfilare a Parigi, tra i campi di
marzo e gli Champes Elisèes e non tra le zone monarchiche. Arrivarono
con i loro simboli, quello che caratterizzava il loro paese. Mentre accade
tutto ciò, proseguono le mobilitazioni militari, vengono convocati i
battaglioni della speranza (scolari addestrati a combattere) e si introduce
la leva obbligatoria, che mobilita tanti soldati e gli da dei valori, i soldati
sono chiamati a comportarsi non più come fedeli al re salariati, ma sono
cittadini soldati, che combattono gli invasori della loro nazione. Ogni
soldato aveva nel proprio zaino un bastone di comando perché ogni
soldato poteva diventare un’ufficiale, non ci sono più le caste, l’esercito è
la possibilità di mobilità sociale. Sconvolgono le tecniche di
combattimento, gli eserciti stranieri esperti non sanno come affrontarli,
perché non hanno mai combattuto con masse urlanti che cantano canti
patriottici che non hanno le loro armi e perdono. La Francia rivoluzionari
non fa paura solo politicamente ma anche militarmente, questa forza
morale si sta diffondendo anche nei paesi vicini, che sentono l’antico
regime come qualcosa destinato a disfarsi, dove tra le giovani generazioni
arrivano delle personalità che aspirano a un proprio eroismo individuale
simile a quello delle masse francesi. Si comincia ad elaborare
un’ispirazione romantica che cercano di emulare le gesta dei rivoluzionari
giacobini (era una moda essere giacobini) e organizzano cospirazioni che
mandano a catafascio i vecchi ordinamenti. Nel frattempo, vengono
confiscati tutti i beni dei conventi, fino a farli sciogliere. La religione
tradizionale diventa qualcosa che ha permesso il permanere della tirannia
e quindi diventano ora il nemico. Chiudono tutto e vendono all’asta i vari
beni. Confiscano i palazzi, i beni e le terre dell’aristocrazia che non ha
difeso la repubblica ed è espatriata per andare a salvarsi. Tutti questi
sequestri danno una quantità enorme di terra a nuovi acquirenti
repubblicani.

LEZIONE 4
Avvio del periodo rivoluzionario in Francia, con conseguenze in tutta
Europa, dà un enorme incentivo alle Rivoluzioni in America. Si vede come
già con la scristianizzazione: è un intervento massiccio dei rivoluzionari
nel combattere quella che era considerata superstizione, si propone una
religiosità deistica, ossia un rapporto guidato dalla ragione tra l'uomo e la
divinità. L'organizzazione di rituali moderni (culto della dea Ragione): c'è
una deificazione delle virtù dell'Illuminismo, e i rituali sono oggi
ampiamente studiati, hanno a che fare con il creare dei valori morali a cui
la collettività dovrebbe attenersi, ma soprattutto sono dei momenti
pedagogici in cui la collettività impara quali sono i valori condivisi, fini al
fatto di sentirsi parte di una Nazione (una comunità di destino, che
avrebbe una storia passata comune, ma dal momento della rivoluzione
progetta razionalmente il proprio futuro). Anche la denominazione degli
anni non viene più calcolata in base all'anno cristiano, ma in base all'anno
della Rivoluzione, segno di forte rottura con l'antico regime per l'avvio di
un periodo nuovo. Si porta ad una percezione completamente nuova del
tempo, è una forte rottura con le tradizioni: si cerca di riorganizzare le
settimane, i mesi, il tempo (esperimento che fallisce) ma
contemporaneamente si cerca di ridefinire le misure per facilitare i
commerci, si introduce il sistema metrico decimale (innovazione che
riunirà tutte le regioni con unità di misure differenti, tranne il mondo
anglosassone). La Rivoluzione cerca di rendere sistematiche le misure,
non riuscendoci sempre (per esempio per quanto riguarda la misura della
terra: continua ad essere misurata con le misure locali). Invece il sistema
metrico decimale si impone sugli oggetti di commercio più frequenti: la
standardizzazione favorisce i commerci e le produzioni locali.
Ci sono nuovi rituali che vengono avviati, sono nuovi rituali che hanno
cominciato dalla sociologia di Durkheim ad essere considerati la forma più
avanzata di una nuova religione. Essa si presenta nella forma di una
religione civile, ossia che non parte a guardare da una religione rivelata
dai testi sacri, ma parte dalle esigenze della società, per elaborare dei
valori morali collettivi. Nei diversi paesi si diffonde la nuova politica (dalla
rivoluzione ai regimi autoritari), si vede come essa insista con forza su
quella che è un'estetizzazione della politica e dei valori collettivi: si dà
importanza ai valori di massa, la presenza e l'organizzazione del popolo
dovrebbe dare l'immagine di come la nuova società si organizzi in modi
razionali, con un superamento dell'organizzazione tradizionale dei rituali
collettivi, che in Europa viveva essenzialmente nelle chiese. Le chiese
producono delle gerarchizzazioni delle società: la popolazione non ci
stava, raccolta tutta insieme. L'idea della chiesa come luogo di riunione è
in realtà una rappresentazione della comunità, pensata in questo modo
fin dall'inizio. Jean Jacques Rousseau, in diversi momenti, idealizza dei tipi
di ritualità che regolarmente ritroviamo nella Rivoluzione Francese, ma
che si svilupperanno anche nei secoli successivi. Egli criticava
radicalmente il teatro, perché fondato sulla menzogna e
sull'interpretazione di un personaggio altro rispetto a quello che si è: per
superare la menzogna e l'inganno, egli propone degli spettacoli che in
realtà sono delle ritualità collettive. Il rituale collettivo deve diventare un
rituale democratico, dove tutti sono posti sullo stesso piano, il popolo non
deve guardare nulla se non sé stesso. Ogni rituale comportava delle
delegazioni e delle istituzioni politiche in testa, il resto del popolo poteva
avere delle presenze da altre parti della chiesa (in certe chiese c'erano dei
banchi con nomi di famiglie, riservati a loro). La presenza in chiesa era
spesso negoziabile, cosa che spesso portava a liti (c'era anche un ordine
delle processioni per semplicemente entrare o uscire dalla chiesa, che
dava luogo a conflitti continui: essere in una determinata posizione
-all'inizio, alla fine, o più vicini all'immagine sacra- dava rilevanza al
gruppo organizzato che ne era a capo). C'erano delle gerarchie ben
precise, che Rousseau vorrebbe spazzare via, in vista di un popolo di
eguali. Nell'epoca di chiusura dei conventi (considerati luoghi
improduttivi, anche se occupavano una parte consistente delle terre), la
rivoluzione spezza queste gerarchizzazioni, obbligando il clero
conventuale a disperdersi e trovare altre occupazioni. Non ci sono più
monaci e monache, ma essi devono trovare la propria collocazione nella
vita civile. È diverso il discorso per il clero secolare, ossia i preti che
vivevano nella società (in parrocchia, come avvocati o con varie
occupazioni nella società civile): esso può mantenersi nel suo stato e deve
diventare funzionario della Repubblica (stipendiato), a patto che si faccia
divulgatore della politica governativa (ossia delle nuove leggi),
funzionando da intermediario tra lo Stato e il popolo, giurando fedeltà
sulla Costituzione. Nella fase iniziale della scristianizzazione spesso si
assiste anche a diverse intemperanze da parte del popolo, che devasta le
chiese e organizza anche parodie/spettacoli all'interno delle chiese, per
deridere i simboli della tradizione religiosa. L'introduzione dei rituali della
Dea Ragione cercano di porre un freno a questi momenti di dissacrazione
in cui una certa irriverenza si stava accanendo contro i luoghi religiosi e
contro la tradizione passata. L'attribuire al clero uno stipendio permette
di far incamerare allo Stato tutti i beni materiali delle parrocchie,
vendendo così così tutte le terre che servivano a mantenere il clero (le
parrocchie comprendevano decine di preti, con una loro gerarchizzazione
interna). Vengono a cessare i finanziamenti per il clero (una volta che le
terre vengono inglobate dallo Stato): si crea anche un clero refrattario,
ossia che non accetta di sottomettersi alla costituzione, ossia al volere del
governo repubblicano. Anche la soppressione dei conventi libera spazio e
fa incamerare allo stato una quantità notevole di terre. Queste terre
vengono messe all'asta, cosa che fa scalpore in quanto esse venivano
collegate al concetto di sacro: la vendita di oggetti e beni della chiesa
rappresenta qualcosa di traumatico. Nel momento in cui anche l'impegno
militare della Francia rende incerto e vacillante l'assetto della Repubblica,
il riemergere di spinte per ritrovare le tradizioni (in certe regioni rurali
della Francia) è molto forte. In particolare troverà particolare spazio nella
regione settentrionale della Vandea. Il termine ‘vandeani’ sarà utilizzato
per indicare tutte le zone settentrionali e ribelli (quindi il termine perde la
propria collocazione geografica precisa). Nella Vandea spesso sono i preti
refrattari ad essere gli organizzatori della società che si richiama all'antico
regime. Questo si ritrova anche in alcune case popolari, dove preti
amministrano i sacramenti e continuano ad esercitare in nero un ruolo
sacerdotale di cui sono stati privati dallo Stato. Si parla di una
secolarizzazione spinta, radicale, indotta da cambiamenti politici. Il
termine viene usato quando la riforma protestante sacralizza i conventi (si
privano i sacerdoti del ruolo sacro), secolarizzando anche i luoghi
(semplici luoghi di ritrovo, oggetti non più sacri). La Rivoluzione Francese,
anche se indotta da questioni civili e non religiose, obbliga una
secolarizzazione molto spinta. Il periodo napoleonico non farà che
diffondere questo tipo di costumi civili. Cosa succede agli edifici
secolarizzati? Ci sono migliaia di conventi, a volte anche chiese, che
diventano di uso pubblico e civile: le si trasforma in fabbricati che servono
per gli usi sociali che la Rivoluzione cerca di introdurre, spesso diventano
scuole, caserme o ospedali (che cominciano ad organizzarsi in reparti), e il
municipio diventa una struttura funzionante che si fa amministratrice per
conto dello stato, una macchina complessa. Ci sono cambiamenti
simbolici che portano a diverse e nuove abitudini sociali e civili: questi
cambiamenti, quando la Francia riesce a dominare il continente europeo,
vengono portate ovunque. Questi cambiamenti si vedono anche nella
nascita delle bandiere, che non richiamano le dinastie (non più allegorie),
ma proprio dei colori o simboli evocativi di un popolo e di una terra. In
Francia viene introdotta la bandiera tricolore al posto di quella dei
Borboni, da cui prenderanno spunto la maggior parte delle bandiere
europee.
Vengono anche promulgati vari editti e codici. L'editto di Saint-Cloud dice
di allontanare i cimiteri dalle città, per cui ci sono diversi cambiamenti
anche nell'urbanizzazione della città (il fatto aveva infatti conseguenze
gravi dal punto di vista sanitario, e gli spazi erano malamente recintati).
Questo editto, ispirato a principi di modernizzazione dal punto di vista
della salute, impone di costruire i cimiteri in spazi recintati, per una
razionalizzazione anche il culto dei morti. La città diventa qualcosa di
sacro per la sua civiltà, non per il culto dei morti seppelliti al loro interno.
Una volta che Napoleone pone gli eserciti francesi come guida
dell'Europa, diventa fondamentale il Codice Napoleonico del 1804.
L'editto napoleonico introduce molte novità, ma la più importante è la
legge sull'ereditarietà. Questo è fondamentale perché ha lo scopo mirato
di disfare l'unitarietà e la concentrazione dei beni delle famiglie
aristocratiche. Si torna alla concezione che la terra debba circolare, debba
avere un mercato attivo. Dalla precedente tradizione che imponeva a
tutte le famiglie di lasciare in eredità i beni del padre al maggiore dei figli
(che a sua volta avrebbe dovuto provvedere a sistemare i fratelli maschi
minori o a dotare le femmine, ossia dare loro un piccolo patrimonio), si
stabilisce invece che tutti i figli ereditino i beni del padre. In questo modo
si frazionano i beni delle famiglie aristocratiche e il loro patrimonio. Dal
punto di vista economico questo serve per due scopi: o a far fruttare in
modo economicamente conveniente la terra, oppure a far andare le
famiglie aristocratiche in rovina. Quelle che si mantengono sono quelle
che riescono ad organizzare quello che resta delle proprietà dei singoli in
modo da renderle economicamente fruttuose, con sistemi di agricoltura
moderni. La rovina degli aristocratici è un successo per i rivoluzionari, che
vogliono ridimensionare la società.
Anche dal punto di vista militare, l'Europa si ridimensiona: viene
introdotta la leva militare, che trasforma lo Stato in qualcosa di nuovo. La
caserma ha una funzione educativa (ai giovani viene insegnato anche a
leggere, a scrivere ecc…), l'esercito si forma in vista dei valori patriottici:
nell'800 i primi luoghi dove si forma il culto della Nazione sono appunto le
caserme e le scuole. Nelle suole, l'insegnamento diventa pesantemente
(con forme di vero e proprio indottrinamento civile) in collegamento con i
valori della Nazione. Non ci si rapporta più con il corpo sacro del sovrano:
lo Stato diventa una macchina funzionante che rappresenta il popolo.
In Spagna e nelle Americhe Mentre in Europa succede questo, nelle
colonie americane i rapporti tradizionali vanno in frantumi (anche i
francesi hanno problemi con le loro colonie: Haiti, Guadalupa, Martinica…
si assiste a varie rivoluzioni). La proclamazione dei diritti dell'uomo fatta
dai rivoluzionari ha dei contraccolpi pesanti, perchè gli stessi schiavi
iniziano a ragionare sulla concezione di 'diritto umano'. Ci sarà un
susseguirsi di rivolte da parte degli schiavi, con tentativi di organizzazione
di società liberate dalla Francia. Il grosso problema del controllo
dell'Europa sull'America diventa quello delle colonie spagnole e
portoghesi. Nel caso del Portogallo, il re si trasferisce direttamente nelle
colonie americane in Brasile, nominandosi imperatore del Brasile, cosa
che durerà fino alla cacciata da parte degli inglesi. Quello che succede alle
colonie spagnole è qualcosa di diverso (si parla del Messico, fino alla
Patagonia). Lì la rivoluzione arriva dappertutto, anche se con tempistiche
diverse. C'è voglia di costituire una Nuova America (le diverse borghesie
creole sono in conflitto tra loro): si arriva invece alla creazione di diverse
nazioni frammentate, che non riescono ad essere tenute sotto controllo
dei governatori spagnoli, che hanno anche perso il loro potere di
riferimento a Madrid. La Spagna è invasa dagli eserciti francesi, ed è la più
riottosa a questi cambiamenti. Si crea una reazione popolare di tipo
vandeano, che per certi aspetti assomiglia ad una guerra civile contro gli
spagnoli che si sarebbero fatti comprare dai francesi (i più aperti alle
modernizzazioni, che vorrebbero modernizzare la Spagna). La Spagna è
tuttavia recalcitrante rispetto alle grandi trasformazioni: nasce un rifiuto
diffuso del grande potere, che fa nascere il termine di 'guerriglia'. La
guerriglia non è una guerra contro gli occupanti, ma una piccola guerra
combattuta con metodi da 'guerra partigiana', dove con un sostegno
diffuso della popolazione, si combatte contro gli occupanti francesi e gli
spagnoli che collaborano con loro. Tutto parte da un rifiuto della leva
militare obbligatoria: noi vediamo che tanti ex-militari dei Borboni e tanti
preti che rifiutano il rapporto con il nuovo stato secolizzatore, si fanno
organizzatori di una guerriglia contro i francesi (armata e sostenuta da
eserciti anche inglesi) che alla fine caccia oltre i Pirenei gli eserciti
francesi. Questa guerriglia popolare ambisce a produrre dei risultati: i
Borboni esiliati promettono un maggior rispetto delle tradizioni popolari
(si torna indietro rispetto alla modernità), promettono autonomie locali,
rinunciano ad un fenomeno di accentramento del potere nelle mani dello
Stato. Tutto questo produrrà delle guerre civili sanguinosissime, si
creeranno delle tradizioni di identità territoriali e regionali che ambiscono
a diventare delle vere e proprie culture romantiche e nazionali (aree dove
i legittimisti delle guerre civili erano più forti: Navarra, Catalunya e Paese
Basco): c'è la rivendicazione di un proprio 'essere Stato', con la
presentazione dello stato spagnolo come una presenza occupante dei
loro territori. Le conseguenze in America > ottenuta la restaurazione,
dopo il Congresso di Vienna, la monarchia spagnola rimessa sul trono a
Madrid, cerca di organizzare un poderoso esercito da portare in
Sudamerica per la riconquista dei territori americani. Questo vuol dire
mobilitare molti combattenti che si sono mobilitati durante la guerriglia
antifrancese: combattenti che hanno sviluppato un rapporto con il
popolo, ma hanno anche assimilato la migliore delle novità napoleoniche,
ossia che i militari fossero tutti portatori di legislazione moderna e di
diritti costituzionali. È proprio questo esercito che si ribella e impone alla
monarchia una costituzione e un parlamento: è un primo momento di
défaillance della Restaurazione, un momento dove sembra che si
comprometta il progetto della restaurazione del vecchio regime (fatta dal
Congresso di Vienna). Negli anni successivi (1820-1822), la Santa Alleanza
(i sostenitori militari più spinti della Restaurazione) ricrea la monarchia
assoluta. Questo fatto non ha impedito che le rivoluzioni in America
avessero pienamente successo: non c’era più stata capacità da parte del
regno di Spagna di rimettere piede in America tutte le colonie erano state
perse, tranne Cuba e Puerto Rico (di tutto l'immenso impero su cui si era
fondato la Spagna). Di tutto l’immenso impero che formava la Spagna (la
sua economia dipendeva solo da quello che si riusciva a depredare ed
esportare dalle Americhe: dal 500 in poi essa si struttura in base a questo
dominio militare), non rimane più nulla e la Spagna ora non ha più quel
tipo di risorse, deve improvvisare un proprio ruolo, regione per regione,
all'interno di un'Europa che diventa sempre più borghese e capitalistica
(lanciata dalla Rivoluzione Industriale): si vede molto svantaggiata la
Spagna.

LEZIONE 5
Ci interessiamo a quello che fa da sottofondo ai regimi napoleonici
d’Europa: è il periodo nel quale si intensificano su tutto il continente le
riforme economiche che rispondono anche alla necessità di un’economia
di guerra (con intensificazione di commerci, produzione, uno scontro
economico chiaro tra Impero Britannico e il resto dell’Europa dominata
dagli eserciti di Napoleone). Il blocco continentale che le navi britanniche
riescono a far valere dà l’assoluto dominio dei mari agli inglesi, che con le
loro navi possono impedire che l’Europa commerci con tutte le possibili
colonie (quindi con impossibilità di esportare i propri prodotti e di
rifornirsi di materie prime). Nonostante la guerra commerciale, il periodo
napoleonico è un periodo in cui le riforme avanzano a ritmo accelerato: la
Francia forma nelle grandi scuole di Napoleone i maggiori ingegneri,
mirando alla produzione di un sapere scientifico. C’è un interesse politico
evidente, ossia quello di dimostrare che l’Italia settentrionale (con tutti i
dialetti e le tradizioni popolari) hanno la stessa origine del Sud della
Francia, cosa che porta ad una possibilità di annessione dell’Italia. C’è
quindi voglia di promuovere un’imprenditoria che si specializza sempre di
più (strade, ponti per rendere agevoli i commerci). Le novità della prima
rivoluzione industriale saranno riprese e evolute. Il lancio delle industrie
ha invece meno successo a causa dell’impoverimento europeo da parte
delle guerre, e gli inglesi bloccano il procurarsi di materie prime.
Enciclopedie, Diderot e D’Alambert: l’illuminismo trova la sua più grande
affermazione. Tuttavia sono frequenti fenomeni di banditismo: c’è un
periodo anche di insicurezza sociale, che nella prima metà del XIX secolo
si afferma ancora di più rispetto al 700. L’incremento degli affari, la
secolarizzazione dei beni ecclesiastici e la vendita dei beni degli
aristocratici portano ad un incremento del mercato della terra, cosa che
dà incoraggiamento all’applicazione di moderne tecniche agricole. Già i
sovrani e l’assolutismo illuminato di fine 700 aveva promosso in molte
regioni una modernizzazione agricola: l’età napoleonica porta ad
incrementarle ulteriormente (cosa enfatizzata dalla vendita delle
proprietà aristocratiche, che quindi si devono formare e impratichire nella
gestione agricola per sopravvivere e mantenere la propria terra). Quindi
sul continente c’è una vasta promozione dei vari ceti emergenti, sempre
di più classificabili come una classe sociale. C’è una immagine di persone
che stanno ascendendo socialmente, e che rappresentano una sempre
più vasta classe intermedia, vicina a diventare la classe dominante.
Questo riduce notevolmente il peso dirigenziale di quello che è stato il
ceto superiore (la nobiltà). Solo dalla metà del secolo questa classe
(borghesia) diventerà al vera classe dirigente, la nobiltà continua ad
occupare dei pesi determinanti come ceto politico, ma dall’età
napoleonica si comincia a vedere questa ascesa. Napoleone spesso
nomina dei generali (non per forza appartenenti alla nobiltà), quindi si
assiste in molti paesi all’avvio di una nuova nobiltà che alla fine dell’età
napoleonica rappresenterà un problema per la Restaurazione. Essi sono i
più stimati dall’imperatore perché sono arrivati al potere mediante le loro
capacità: questo è un profondo rimescolamento della vita politica (e non
solo in Francia). Legata all’espansione di questo ceto sociale c’è anche la
nascita di nuove attività economiche. Napoleone viene esiliato all’Elba,
dopo il ritorno mette in piedi un esercito, ma verrà battuto
definitivamente nella Battaglia di Waterloo: a sconfiggerlo sono inglesi
che badano molto di più a ristabilire una propria preminenza
commerciale sul continente, piuttosto che non a imporre regole dal punto
di vista politico. Gli inglesi (vincitori della battaglia) di fatto lasciano fare ai
nobili del continente, che vogliono il ripristino delle monarchie assolute.
Sono animati dall’ideologia elaborata durante la Rivoluzione: il
legittimismo. Questo vuol dire che valgono solo i principi della legittimità
che viene ai sovrani assoluti, perché sono voluti al guida dei popoli da Dio.
Il loro ruolo è incontrovertibile, e solo in Inghilterra questo fenomeno non
trova successo (perché a regime costituzionale, con un Parlamento eletto
e caratterizzazione aristocratica). Il loro modello favorisce in vari modi lo
sviluppo delle industrie e dei commerci.
Il legittimismo riesce solo in parte ad affermare i suoi programmi, a causa
delle varie contraddizioni: ci sono stati troppi cambiamenti, non si può
ripristinare l’antico regime. Il programma della Restaurazione è quello di
restituire i beni ecclesiastici, ma nessuno Stato possiede i soldi necessari.
C’è il problema del Codice Napoleonico: esso è troppo moderno e
funzionale per essere abolito (anche per quanto riguarda la legge del
maggiorascato). C’è una difficoltà oggettiva a riprendere gli equilibri
passati, ed è evidente che l’Inghilterra sia una potenza economica da
imitare: non si possono concepire dei mondi chiusi, non si può ostacolare
la crescita della classe borghese. Tutto questo è in contraddizione con
l’idea di ripristino dell’antico regime. Si sa che la prosperità e la potenza
militare di un regno dipendono dall’avvio e dal potenziamento delle
industrie: c’è una contraddizione che attraversa le monarchie e i
governanti da loro scelti, che continuano sulla linea della
modernizzazione (spesso incompiuti a causa di conflitti della classe
dirigente, che teme l’innovazione). >Reazionari a parole, innovatori pieni
di contraddizioni nei fatti< Si vedono anche dei monarchi da poco
restaurati (Re di Napoli), che negli anni 20 fa costruire la prima ferrovia
italiana, costruita da tecnici francesi: il suo scopo è ‘privato’, è un’opera
efficace per l’esibizione della modernità, ma non funzionale o progressista
dal punto di vista economico. Questo è un esempio indicativo di quelle
che sono le contraddizioni dei governi della Restaurazione. C’è la voglia e
la necessità di perseguire la modernizzazione, ma le resistenze interne
bloccano il progresso e l’attuazione delle riforme. L’Italia settentrionale a
nord del Po è spartita tra Asburgo (Impero d’Austria) e Regno di Sardegna
dei Savoia, che governa il Piemonte ecc. Quest’ultimo è più facile da
governare, grazie alla dedizione tra nobiltà e clero locale, mentre nel
Regno Borbonico non c’è questo senso di dipendenza dalla monarchia. A
promuovere le prime modernizzazioni in Italia sarà l’Impero Asburgico,
con la ferrovia che collega Milano alla stazione di Santa Lucia (con
l’abbattimento della chiesa omonima), crea un grande ponte
translagunare: è un’opera pubblica imponente, che viene realizzata tra il
46 e il 48. Da parte dell’Impero Asburgico c’è impegno nelle
modernizzazioni che non mette da parte le iniziative promosse
inizialmente. Negli anni 40 viene avviata dagli Asburgo anche la
navigazione a vapore sulle rive dell’Adriatico e sul Po: sono riforme e
processi tecnico-economici che anche nel resto d’Europa proseguono. In
Italia questi progressi derivano dalla potenza dell’Impero, anche se dal 48
si noterà una certa modernizzazione anche nel Regno di Sardegna. Ci
sono quindi stati che credono nel legittimismo, ma riescono a
modernizzarsi. Le spinte militari italiane però sono in contrasto con i costi
delle imprese. Bloccano la navigazione del Po, si pensa ci siano delle
cospirazioni. C’è un sistema di modernizzazione che in buona parte
dell’Italia si blocca. Anche Vienna cerca di controllare il telegrafo e gli
uffici riceventi, impiantandoli nelle città principali per avere un sistema
attivo per quanto riguarda allarmi ecc. Anche dopo l’impianto di queste
opere pubbliche a spese degli Asburgo, i duchi di Modena e Parma
rifiutano di sovvenzionare gli uffici trasmittenti e gli impianti vengono
dismessi, c’è il timore della modernità. Volere la modernità, ma averne
paura. Si vede come politicamente il Congresso di Vienna gestisce questa
contraddizione rivoluzionaria. Esso si riunisce nel 1814, stabilendo la linea
di guida della carta geografica europea, in base alla legittimazione. Ci
sono comunque delle ridefinizioni e degli spostamenti della carta
geografica europea perchè anche le famiglie regnanti sono cambiate,
magari si sono estinte ecc. Il principio di legittimità non ristabilisce tutte le
modalità precedenti alla Rivoluzione, ma i confini che sono stati
modificati dalle guerre napoleoniche vengono soppressi: si torna ai
confini precedenti (a parte alcuni stati > Paesi Bassi, con Belgio e Olanda,
esperimento fallimentare). C’è intento di ripristinare un assetto della
società con un ruolo dominante delle chiese, si fa finta che le
secolarizzazioni siano state imposte dai francesi, così come tutte le
riforme (considerate la rovina dell’Europa). Si dà un assetto che funziona
all’Europa. Il problema dei congressisti è quello di porre dei limiti e dei
controlli efficaci alla Francia, per evitare il ripetersi delle esperienze
rivoluzionarie. La Francia non viene penalizzata duramente, ha solo
l’obbligo di restituire la maggior pare delle opere d’arte che aveva
depredato. C’è un controllo militare imposto, la Francia si vede imporre di
nuovo il dominio dei Borboni (Luigi XVIII). Esso non è un re sottoposto ad
una particolare tutela dalle altre monarchie, ma esse fondano un’alleanza
militare di controllo sulla Francia: la Santa Alleanza. La religione è vocata
dai tre sovrani che si riconoscono in questo patto militare: Imperatore
d’Austria (rappresenta la chiesa cattolica), Imperatore di Russia
(ortodossi), Re di Prussia (protestantesimo e chiesa luterana).
L’’Inghilterra non ne fa parte, principalmente non condivide i loro principi
ideologici, è quasi una provocazione: tuttavia si cerca di non creare
contrasti con questa potenza, anche perché l’Alleanza mira a tenere a
bada la Francia. Anche all’interno dell’Alleanza ci sono dei conflitti: Russia
e Prussia(?) guardano all’espansione dei loro domini all’interno dell’Asia.
La Francia non viene punita, si cerca di non impoverirla e di non
sottoporla a delle restrizioni territoriali. Non si vuole umiliare la Francia, si
cerca di dare tutto lo spazio ai Borboni per restaurare la loro monarchia.
Le contraddizioni sul campo politico esploderanno da lì a poco: in Spagna
la Santa Alleanza fa un intervento significativo per spegnere una
rivoluzione dei militari; non vengono presi provvedimenti quando in
Belgio avviene una secessione dall’Olanda (la cosa non crea monarchie
costituzionale, non compromette gli equilibri). Si vede un equilibrio che
verrà messo in discussione da problemi nazionali più consistenti in Italia e
in Germania: essi non sono due Stati, dai vari piccoli stati vengono dei
tentativi di mobilitazioni e rivendicazioni nazionali che nel lungo 800
saranno gli unici elementi di perturbamento dell’assetto europeo dal
Congresso di Vienna: dal 1815 al 1914 ci sarà un periodo definito ‘la pace
dei 100 anni’. Le uniche guerre nel corso dell’800 sono relative
all’unificazione nazionale italiana e tedesca, e non perturbano in armi
tutta l’Europa. L’unica guerra che resterà limitata, ma mobiliterà i due
schieramenti è la Guerra di Crimea, che aveva l’obiettivo di una limitata
espansione russa a spese dell’Impero ottomano. Per il resto ci sono solo
guerre limitate che non armano coalizioni. È normale che questo avvenga
in un Europa dal passato conflittuale? Cosa limita le velleità delle
monarchie restaurate a espandere i loro territori? La potenza degli stati, il
prestigio delle monarchie è affidato alle ricchezze che gli stati riescono a
conseguire lanciandosi nella prima Rivoluzione Industriale (non più
all’espansione). Dal punto di vista economico e militare avviene quindi
una separazione tra stati che si lanciano nel progresso e che si rinnovano
come potenze, e altri stati che si provincializzano temendo di mettere in
pericolo la propria società. Questi ultimi preferiscono la loro ricchezza, ma
non osano farlo, si ritrovano ad essere stati provinciali che accumulano un
crescente ritardo rispetto alle modernizzazioni europee, che quindi
vengono frenate. Oltre l’Italia, l’Impero Russo è il massimo
dell’arretratezza (con sevi della gleba).
Ci sono anche stati ricchi di contraddizioni (Prussia orientale arretrata),
mentre la Prussia occidentale è modernizzata, avvia una Rivoluzione
Industriale consistente e una produzione tecnologica favorita e avanzata.
Proprio per questo, nella seconda Rivoluzione Industriale essi saranno
all’avanguardia. Fino al 48 lo Stato piemontese è uno degli stati più
reazionari, ma dopo avvia la figura dell’illuminato (Camillo Benso conte di
Cavour che viene nominato primo ministro): questo porta ad ingenti
modernizzazioni (ferrovie ecc). Ci sono stati che vivono contraddizioni
laceranti, e altri che accettano di rimanere nell’arretratezza, che mantiene
un certo equilibrio interno, ma che tuttavia crea delle differenze enormi
rispetto agli altri stati europei. Essi si trovano svantaggiati e sottomessi
economicamente. La produzione domestica che caratterizzava gli stati
arretrati (senza motori e rivoluzione) produce un calo economico, e porta
all’impossibilità del rilancio economico successivo: tutto dipende dalla
capacità di rafforzare la propria economia, non dal peso di rafforzare le
vecchie aristocrazie. L’’espansione coloniale successiva sarà possibile solo
per gli Stati potenti, che nel frattempo vanno elaborando un senso di
appartenenza nazionale che si afferma dalla Rivoluzione Francese e
durante gli anni della Restaurazione (nonostante fosse represso), si fa
sempre più strada attraverso la cultura romantica. La cultura romantica è
una vera e propria rivoluzione culturale, si è affermata.

LEZIONE 6
Come cambia il suolo con la Rivoluzione Industriale? L’uso delle acque e le
trasformazioni avvenute nell’800: Venezia è una città d’acqua, e l’800 è
un periodo che subisce gli effetti di tre Rivoluzioni, con cambiamenti
sociali e politici. La Repubblica di Venezia perde la sua indipendenza, l’800
è un secolo di grande povertà, ma ci sono anche molte novità e
trasformazioni. La laguna è uno spazio dove le trasformazioni sono
continue ed epocali, essa è il prodotto dell’acqua dei fiumi e dell’acqua
del mare. Le lagune sono numerosissime in tutto il mondo, hanno la
particolarità di formarsi velocemente, e morire altrettanto velocemente,
a causa della prevalenza di una delle due acque (marine o fiumane). La
laguna di Venezia ha circa 6000 anni, comincia ad essere abitata verso il
1000aC dai veneti, che diventano veneziani quando (alla caduta
dell’Impero Romano) cominciano a sfruttare la laguna come ambiente per
vivere (è infatti un riparo dagli eserciti che transitano sulla terraferma e
dalle flotte che transitano sul mare: per entrare in una laguna bisogna
conoscerne la geografia). Nell’800 si trasforma anche il concetto di
benessere e di cultura del corpo: anche a Venezia c’è una declinazione
molto interessante, influenzata anche da personaggi come Costantino O’
Reier e Baumann, che trasformano il concetto di sport. La città all’inizio
delll’800 è in declino, ed è molto popolata. È una città in decadimento,
ma la svolta viene data nel 1869 con l’apertura del Canale di Suez, che
offre nuove opportunità alla città: Venezia rappresenta la città ideale per i
commerci, a causa della sa posizione tra acqua e terraferma. Il 1500 è
importante anche per la presenza di Alvise Barbaro e Cristoforo Sabadino
(un umanista e un ingegnere), che mirano alla salvaguardia della laguna
attraverso la deviazione dei fiumi. Fenomeno della subsidenza: il terreno
che si abbassa. Fenomeno dell’eustatismo
Quasi tutte le isole attorno alla laguna avevano destinazioni religiose,
altre alla difesa. Con i francesi vengono soppressi tutti i conventi, le isole
vengono tutte abbandonate, e quelle vicino a Venezia iniziano ad avere
altri scopi (ospedali, isole artificiali >Sacca Sessora…) Di tutti i monasteri e
le isole occupate da conventi, ne rimangono due. Una di queste è S.
Lazzaro, convento degli armeni. L’altra isola è stata abbandonata in epoca
napoleonica ed è S. Francesco del Deserto: dopo l’abbandono viene
portato un presidio militare e i frati francescani vengono cacciati. Quando
Francesco Giuseppe viene a Venezia nella metà dell’800 un frate che
chiede di riportare i frati a S. Fra del Deserto, cosa che viene autorizzata
dall’imperatore. Sono le uniche due isole destinate ad un’attività religiosa.
Isola di S. Secondo, dove c’era un convento, poi abbandonato. Si cerca di
omologare la città alle altre città importanti: la prima cosa che fa
l’amministrazione austriaca (che controllava Venezia e Milano) è
assicurarsi che Venezia non sia solo più una città di mare, cosa che porta
alla costruzione della ferrovia. L’intento è quello di collegare le due città
dell’impero. Ci sono un’infinità di progetti a Venezia, soprattutto dal
punto di vista dell’urbanistica. In quest’epoca ci sono molte vie, l’intento
era quello di portare carrozze e macchine a Venezia. Nell’800 vengono
creati numerosissimi ponti (anche grazie all’uso del ferro), che in epoca
medievale erano pochi e malfunzionanti. Nasce anche la tradizione dei
ponti provvisori. Con l’apertura del Canale di Suez comincia la costruzione
della zona marittima, con i battelli a vapore ecc, che transitavano da S.
Marco al lido. I primi vaporetti transitano lungo il Canal Grande. Anche
quando era stata aperta la stazione ferroviaria, il trasferimento di turisti
era problematico (che avveniva attraverso omnibus a remi). L’uso del
vaporetto crea molti conflitti con i gondolieri, che prima di quest’epoca
dipendevano dalle famiglie nobili (casada), o erano addetti all’attività del
traghetto. Con l’arrivo dei traghetti, la categoria dei gondolieri si ribella.
Nell’81 viene organizzata una Regata Real sul Canal Grande, dove erano
presenti i Savoia. I barcaroli decidono di non partecipare, la Regata viene
svolta(?). Successivamente, dal 81, essi perderanno il lavoro: non c’è
turismo che permetta ai gondolieri di sopravvivere (e non c’erano
nemmeno patrizi per i quali lavorare). Nel 1895, con l’inaugurazione della
Biennale, con l’avvento della Serenissima le Regate hanno un aspetto
spettacolare, hanno la funzione di stupire gli ospiti (sono occasionali, per
esempio quando venivano accolti personaggi famosi). Non esisteva il
concetto di sport, lo spettacolo veniva fatto da chi giornalmente lavorava,
e potevano partecipare sia uomini che donne, uno dei primi eventi in cui i
due generi hanno pari opportunità. Cambia qualcosa nel 1841, quando il
podestà della città si fa promotore per il ripristino delle regate: comincia
l’idea di sport e competizione. Dal 41 al 47 le regate vengono organizzate
tutti gli anni. Nel 1895 grazie alla Biennale si comincia a ripristinare il
corteo di barche.
Comincia anche la cultura del corpo e la balneazione. Uno dei primi che
inizia ad usare l’acqua per questi scopi è Giovanni Busetto detto Fisola, un
imprenditore che fa un progetto per creare un grande albergo che si
potesse usare anche come spazio per fare il bagno (il bacino di S. Marco).
Dopo l’abbandono di questa idea, l’investimento viene fatto al lido, che
era una zona disabitata (c’erano solo due nuclei di pescatori).
C’è anche l’uso sportivo dell’acqua: la società Reyer (1872) inizia come
ginnastica, ma i due promotori sono due giovani che dopo una
permanenza a Torino, fondano una delle prime Federazioni (1868?).

LEZIONE 7
Il Romanticismo è una vera e propria rivoluzione culturale. Il successo
della letteratura romantica è dovuto ad un motivo collocabile all’inizio
dell’800: la sua fortuna letteraria è dovuta all’ascesa della borghesia, ad
una più vasta produzione di carta stampata. La letteratura precedente era
rivolta essenzialmente ai nobili (la borghesia era coinvolta in minor
numero). Ci sono dei luoghi (i circoli borghesi che iniziano a nascere)
dotati di grandi biblioteche private. Ci sono anche giornali con lo scopo di
mantenere informata la nuova élite sociale. Sono fondamentali i libri, in
particolare la nascita di un nuovo genere letterario, con l’avvento del
romanzo epistolare (ossia lettere scritte da personaggi e amanti, che
codificano un racconto strutturato). Si passa dal racconto tradizionale ad
un racconto di personaggi nuovi, che non sono più i nobili eroici
impegnati in nome del proprio onore, ma sono persone che agiscono
mosse da passioni, cercando di affermare la propria personalità
indipendentemente dal loro rango sociale. Per esempio, Manzoni
introdurrà gli operai Renzo e Lucia, in conflitto con la classe nobiliare vista
come un susseguirsi di stranieri. Ci sono innovazioni tecniche che
permettono di rendere la stampa qualcosa che non è accessibile solo alle
grandi famiglie: i libri diventano accessibili anche ai ceti intermedi e alle
classi sociali emergenti. I libri erano fatti di materiale non cartaceo, il
processo di stampa era organizzato in modo artigianale. La produzione di
libri diventa molto più economica di quanto non fosse in precedenza (la
carta viene fabbricata in grande quantità senza eccessiva spesa), e
appunto grazie alle macchine a vapore si procede con una produzione
seriale di carta, a minor costo. Anche in ambienti popolari cominciano a
circolare i libri che in precedenza erano accessibili solo alle classi colte. Le
rivoluzioni hanno favorito la creazione di nuove scuole ecc, cosa che
contribuisce all’alfabetizzazione e all’allargamento del pubblico dei lettori,
specialmente tra le donne degli ambienti borghesi. La letteratura diventa
importante > nella concezione della famiglia di cui la borghesia è
portatrice c’è la necessità di recludere le donne in casa, cosa che richiede
che nelle ore trascorse in casa, queste abbiano dei passatempi (canto,
musica… > c’è un’elaborazione di strumenti musicali alternativi a quelli
tradizionali che venivano considerati sconvenienti (come arpe, viole, oboi
ecc), tutto viene concepito in vista di una sorta di evasione dalla casa
borghese ottocentesca). L’altro strumento di evasione fondamentale è
proprio la lettura, che crea un pubblico vasto, anche se non
necessariamente colto: la donna rinchiusa in casa ha dei processi di
istruzione molto limitata. È necessario che il romanzo non abbia quindi un
linguaggio aulico come nella letteratura tipicamente illuminista. La
letteratura deve anche agitare delle passioni, soprattutto in vista del
pubblico prettamente femminile, che si appassiona alle esperienze che
non può provare in prima persona. Per esempio Madame Bovary
rappresenta il pubblico femminile, così come i romanzi di Standhal, che
propongono eroi ed eroine portatori delle voci di quell’epoca, il più delle
volte portatori di valori anticonvenzionali, che li portano ad opporsi alla
società.
Nella letteratura italiana abbiamo Foscolo, personaggio travolto da
passioni e politica > fa parte di uno dei gruppi di dei letterati che,
inizialmente impegnandosi nelle battaglie napoleoniche, finirà per
opporsi alla sua tirannia. La politica diventa una passione. Nasce anche un
nuovo genere letterario importante, il romanzo storico, si vedono
personaggi storici che lasciano trasparire le nuove idee concernenti i
popoli e le nazioni, che vogliono far valere una loro storia nazionale. Ad
avviare questo genere è Walter Scott, con Ivanhoe e Robin Hood, eroi
trasformati in veri e propri personaggi storici. Questi nuovi racconti
sostituiscono quelli vecchi che parlavano dei popoli, i poemi epici in rima
che venivano cantati. C’era un genere di cultura elaborato dalle classi
superiori, che cantava la storia dei popoli > il modello rimane quello
dell’antica Grecia, a cui ci si rifà per le produzioni più moderne. Si
elaborano romanzi sull’immagine dell’eroe nazionale italiano, seguendo
la nuova moda letteraria che richiedeva dei modelli da parte del popolo,
che diventa protagonista. Il popolo contadino ha paura di diventare
popolo operai, quindi si àncora al proprio passato: la nuova realtà operaia
è un tema difficile da trattare (Dickens), spesso essi vengono trattati come
contadini (anche nei Promessi Sposi). Bisogna parlare di un mondo di
contadini e pastori, addormentato nelle sue culture, che non ha avuto
ancora la coscienza di essere nazione: sono gli intellettuali romantici che
gli fanno venire la coscienza nazionale, che nasce mediante i loro romanzi
storici, elaborando quindi gli strumenti delle lingue nazionali. Esse sono
quasi sconosciute ai popoli di contadini e pastori, che comunicano
mediante dialetti. Per la maggior parte degli autori romantici, non c’è
bisogno di intermediari culturali: si rivolgono essenzialmente a borghesi e
aristocratici. Cercano in qualche modo di rievocare l’epoca di turbolenze
che il Romanticismo si lascia alle spalle, essi vengono presentati da alcuni
autori (Stendhal) come periodi eroici, mente altri non ne parlano. Nei
romanzi di Honorè de Blazac, Dumas ecc, ci sono personaggi con una
storia nascosta alle loro spalle, hanno avuto vari passaggi nella loro storia.
Anche nel genere della letteratura gotica si parla di scenari misteriosi e
oscuri, c’è il tentativo di riesumare un mondo antico e di fantasmi, si
ripercorre la storia di una parte non irrilevante dell’aristocrazia. La
Restaurazione presenta una classe nobile che cerca di rimanere fedele
alle proprie monarchie, ma spesso furono proprio i nobili a manifestare i
primi scetticismi, diffondendo così le prime idee illuministe. I fantasmi di
cui parla la letteratura gotica traducono dei fantasmi reali che si agitavano
nella prima metà dell’800. Il successo di questi temi è molto legato
all’epoca di grandi trasformazioni, nella quale le grandi istituzioni
politiche stanno cercando di rimuovere questo passato, che viene
guardato con un certo imbarazzo. Cambia il modo di intendere
educazione ecc., cosa che richiede anche altri strumenti, per educare la
classe dirigente e il popolo ad adottare lo strumento fondamentale per
riconoscersi come parte di un popolo: la lingua. Gli strumenti vengono
elaborati da un’élite ristretta, che elaborano dizionari che mantenga
aggiornata la lingua nazionale dal punto di vista lessicale e grammaticale.
La concezione più comune è che la cultura non sia qualcosa che circola,
ma qualcosa che appartenga ad una determinata stirpe: questa è la
concezione del popolo, un’idea che si va elaborando nel tempo. In
contrapposizione a questa idea si presenta la figura di Ernest Renan,
sostenitore del fatto che tutti i popoli abbiano una loro originalità, tutti
vadano studiati per valorizzare la vera cultura che è costituita dalla
ricchezza dei popoli. La concezione di cultura legata al sangue e alla stirpe
veniva considerata erronea. Egli vedeva come la ricchezza delle varie
culture determinasse la loro specialità. In Che cos’è una nazione spiega
che la nazione sia il referendum di tutti i giorni, è qualcosa che viene
continuamente rimescolato: non c’è un momento dato in cui noi
possiamo definire i caratteri di una nazione in quanto essi sono in
continuo cambiamento.
Questa sarà anche l’idea alla base della terza repubblica francese, che si
impegna dal punto di vista immigrazione (dare la cittadinanza a stranieri
significa riconoscere il loro valore, ampliando la nazione). Queste sono le
due principali idee di nazione, che si svilupperanno per tutto l’800.
L’elaborare un’idea di nazione spesso però è in contrasto con la
Restaurazione. Victor Hugo con I miserabili esalta un’idea di popolo
cittadino nato dalla rivoluzione, al rovesciarsi della Restaurazione. La
Francia è stato un grosso investimento per il Congresso di Vienna, in
quanto non è stata punita: vengono decisi dei giochi di alleanze per
permettere ai Borboni di ristabilirsi. Non si abolisce del tutto
un’assemblea legislativa: quando Luigi XVIII verrà successo da Carlo X,
tornerà un’idea di potere assoluto, che però nel 1830 porteranno ad una
rivoluzione, che vedrà come protagonisti la classe operaia e la borghesia
di Parigi. Le tre giornate delle barricate rivoluzionarie portano a costituire
un governo provvisorio che deve decidere quale sarà il futuro della
Francia. Emergono subito i liberali conservatori, personaggi di grande
rispetto che vengono designati come governo provvisorio, che deve
decidere l’organizzazione di un nuovo regime costituzionale. Concedono
la corona ad un re che accetti di dare una costituzione, che riduca quindi
l’assolutismo: viene scelto Luigi Filippo Borbone d’Orleans, figura con
tendenze liberali, ma egli rifiuta di concedere una costituzione. Rifiuta
anche di accettare la corona dal popolo, c’è ancora la concezione che il
potere regale venga da un processo di trasmissione di sangue (solo Carlo
Alberto di Savoia, re di Sardegna, nel 48 deciderà di accettare la corona
per volontà di Dio (principio dell’assolutismo) e per volontà della
nazione). Luigi Filippo d’Orleans mette fine all’idea del legittimismo
francese. La Santa Alleanza aveva voluto imporsi, ma si vede costretta ad
accettare l’idea che si concedano delle limitate libertà costituzionali. Sul
modello della rivoluzione in Francia, anche in Italia nel 1830-31 ci sono
dei fermenti rivoluzionari (Piemonte, Ducati di Modena, Parma, Stato
pontificio), che verranno repressi dall’impero austriaco e russo. Questo
sottolinea il fatto che non ci sia un equilibrio di base. Quello che resta del
Congresso di Vienna è l’idea che anche se i regimi degli stati subiranno
cambiamenti, si tenterà di non turbare l’equilibrio generale alterando le
strutture degli stati. In Francia infatti, Luigi Filippo fa inizialmente delle
significative aperture costituzionali, ma il suo regime diventerà sempre
più autoritario (‘monarchia di luglio’, rivoluzione con carattere ambiguo in
quanto Luigi Filippo viene considerato un parvenu). Nel 1832 nasce un
giornale che porta un’innovazione dei tempi (si chiama come i rituali di
derisione che avevano accompagnato il ritorno dei deputati): Le Charivari
è un giornale satirico, che propone al pubblico la satira che non va più
fatta in modo nascosto, ma viene fatta in modo più borghese ed
intellettuale. Esso divulga immagini, mobilita i migliori letterati e
disegnatori della Francia: il far ridere diventa un modo di comunicare,
diventa un prodotto industriale, che non va di moda solo in Francia.
Esso crea un modello culturale che nel 1840 darà vita alla più celebre
rivista satirica del mondo anglosassone, il Punch, che diventerà il modello
attorno a cui verrà costruito lo humor inglese. C’è una trasposizione di
quello che sta diventando lentamente un costume politico, c’è una
rielaborazione dei comportamenti popolari più irriverenti, che vengono
trasposti su carta stampata (cosa che comporterà il sequestro dei
giornali). A Firenze ci sarà La Scampanata, a Vienna Le Katzenmusik: si
richiamano nuovi modi di comunicare, il far ridere diventa qualcosa che
ha a che fare con l’idea di cultura nazionale. Il 1830 segna una nuova fase
della cultura nuova europea: il romanticismo si esprime in tutti i suoi
possibili sviluppi, comincia a dar vita ad un filone di letteratura realistica,
che si propone di presentare la società per quello che è, per come essa si
sta trasformando. Mazzini è il primo che concepisce l’idea di stato
unitario, spesso le sue idee sono un po’ approssimative. Secondo lui la
rivoluzione deve portare l’idea che la nazione debba diventare
Repubblica, riportando l’Italia alla grandezza della Repubblica di Roma. Le
simbologie della Rivoluzione Francese vengono riprese da Mazzini che si
rifà ad un pensiero religioso-teista, con impostazione significativa della
propaganda.

LEZIONE 8
Le novità portate dal mazzinianesimo in Italia e fuori d’Italia: è un modello
politico che influenza anche paesi fuori dall’Italia. Quello che importa è
vedere come ci sia un’idea di militanza che si avvia proprio con Mazzini,
egli propone un modello di impegno politico finalizzato proprio
all’obiettivo politico anche con il sacrificio della vita, tutto mirato alla
costruzione della Nazione e dello stato repubblicano. I suoi tentativi di
rivoluzione saranno tutti fallimentari, tranne un primo tentativo a Roma.
Banti individua nella letteratura italiana dell’800 un’immagine di italiani
che sono fratelli (solo il genere maschile): egli individua tre figure
emergenti in questa letteratura > quella dell’eroe volto al sacrificio (una
delle tante costruzioni dell’eroe romantico), spesso si sacrifica con i propri
fratelli per difendere l’onore di una donna, che spesso viene insidiato da
un antagonista (esempio di Renzo, Lucia e Don Rodrigo, nonostante il
‘vero’ eroe dei Promessi Sposi sia spesso identificato come Fra
Cristoforo). L’eroina (Lucia) cerca di difendere il proprio onore, si cede al
martirio per non cedere all’antagonista. Il terzo personaggio è il traditore,
colui che traffica per mettere l’eroina nelle mani dell’antagonista
straniero (è l’italiano che rinnega il proprio essere italiano per servire lo
straniero): Banti proietta quest’immagine in un’iconografia cristiana:
Cristo è l’eroe (Garibaldi spesso viene rappresentato con dei riferimenti
all’iconografia cristiana), l’eroina è la Madonna, il traditore è Giuda. La
storia delle cospirazioni risorgimentali (a partire dalle rivoluzioni del
1821), forniscono molti martiri (i cospiratori vengono condannati a
morte), e così sarà anche nelle rivoluzioni del 1831. In diversi tentativi
rivoluzionari di Mazzini, il sacrificio è qualcosa che torna regolarmente (a
Venezia c’è il caso dei F.lli Bandiera): due ufficiali della marina austriaca
che pensano di suscitare una cospirazione antiborbonica, mentre in realtà
vengono catturati ed uccisi. La stessa cosa succederà con il tentativo di
Carlo Pisacane (tenta di condannare dei condannati ergastolani in una
prigione su un’isola della campagna, per sbarcare in Calabria e far
insorgere la popolazione, cosa che non andrà a buon fine). C’è tutta una
retorica (che diventerà uno dei principali temi carducciani) sull’idea dei
fratelli d’Italia che si votano al martirio, con una raccolta di reliquie di
questi santi moderni, che simbolicamente giocano un enorme peso sulla
scena politica.
Stiamo parlando di un associazionismo politico, ma nella prima metà
dell’800 si registrano anche novità e trasformazioni di altre forme
associative. Il filosofo e sociologo francofortese Jurgen Habermas descrive
la formazione di un’opinione pubblica > è un processo che nasce dal 600,
si sviluppa nel 700 e si afferma nell’800, arrivando a livelli anomali con la
diffusione della società di massa nel XX e XXI secolo. Dal 600 l pensiero
ufficiale è quello che si elabora nelle corti, può essere veicolato dai diversi
ordini religiosi o da qualche intellettuale che lavora per i borghesi (i
giornali nascono proprio in quel momento, La Gazzetta di Venezia). I
giornali diventano un modo della corte e dello stato di comunicare con
una parte dei proprio sudditi. Perché ci sia una diffusione di
un’elaborazione culturale e autonoma bisogna aspettare la diffusione
dell’Illuminismo tra il 700 e l’800, che porta molte novità dal punto di
vista culturale, ma non solo: porta anche alla creazione di circuiti dove le
idee possono girare, essere discusse. L’Inghilterra è la patria
dell’illuminismo, da essa si sviluppa appunto la moda dei ‘club’. Solo nel
periodo post-napoleonico, ma soprattutto durante la monarchia di luglio
si svilupperà l’idea dei circles francesi (i circoli), luogo di riunione di
borghesia ed aristocrazia. L’altra moda che si afferma pienamente nella
Francia del 700 (e diventa una moda europea diffusissima) è il ‘salotto’: è
un’istituzione essenzialmente femminile, nonostante la maggior parte
delle persone coinvolte fossero maschi. Il salotto è tenuto nel palazzo
nobiliare di una famiglia da parte di una dama, che si mette al centro del
salotto, ed è il personaggio principale dell’evento. La casa dei nobili si
apre quindi a persone brillanti nella conversazione, nelle discussioni di
carattere intellettuale: è un luogo dove le attività principali sono i giochi e
le discussioni. Se il gioco poteva essere la componente più importante dei
tradizionali ritrovi dei nobili maschi, che erano i ‘casini’ (case piccole dove
i nobili portavano un proprio servitore, era il luogo dove i nobili
associandosi tra di loro, si ritrovavano per incontrare altre persone senza
dover sottostare alla rigide regole del palazzo di famiglia). Nel salotto c’è
sempre al centro una donna, che ovviamente dev’essere colta, ella si crea
una propria corte e riceve ospiti, trasformando il salotto in qualcosa che
dà prestigio alla famiglia nobile: gli invitati sono regolarmente le persone
brillanti nel parlare, quindi si ritrovano gli intellettuali più alla moda (il
salotto quindi diventa uno dei fondamentali luoghi di diffusione
dell’Illuminismo). Il XVIII secolo non ha particolari tendenze misogine,
mentre il secolo successivo sarà il secolo misogino per eccellenza. Gli altri
luoghi dove si propagano le idee illuministe sono istituzioni promosse
dalle corti, che si trovano in palazzi destinati a questo uso: le Accademie.
Queste sono associazioni di scienziati o intellettuali che si ritrovano per
parlare di argomenti colti, è l luogo di divulgazione anche del pensiero
filosofico illuminista. Si diffonde l’abitudine di un pensiero scientifico che
non viene più elaborato in legame con il palazzo reale: nasce una sfera
culturale molto più larga di quanto non esistesse in precedenza, con una
capacità sempre maggiore di incidere sugli strati della società. Il successo
dell’Illuminismo è spiegabile in questo modo: le idee di libertà,
uguaglianza e fraternità arrivano ai sanculotti grazie al circolo di idee
sempre più dinamico. Via via che si affermano i circuiti letterari, dove si
formano opinioni individuali, ci si atteneva a quella che era una mentalità
diffusa, e chi avesse proposto idee controcorrente, avrebbe potuto essere
individuato come un eretico; tra il 600 e il 700 si comincia invece ad
affermare una sfera pubblica che ha questi circuiti di diffusione. Nascono
anche i caffè, che nel 700 saranno una moda in crescente diffusione
(nascono nel 1612 a Venezia -bacaro o osteria- e Londra), ma si
diffondono nel 700. Lentamente diventano veri e propri luoghi di
incontro, dotati di discrete comodità. In Inghilterra nasce la moda del
pub. Tutto questo proliferare di luoghi d’incontro porta alla nascita di
questi posti anche nel villaggio rurale. Altri luoghi sono ritrovabili in
ambiti popolari nell’ambiente mediterraneo: secondo lo storico francese
Maurice Angulhon, esse sono le chambrès, le camerate > luoghi di ritrovo
di amici ecc, che fanno un ritrovo privato per giocare a carte, parlare, si
tassano per comprare la damigiana di vino da bere in compagnia. Le
chambrès sono i primi luoghi dove si individua un certo modo di fare
politica, a livello popolare. Sono i primi luoghi che portano a creare una
mobilitazione popolare, soprattutto in vista delle rivoluzioni del 1830 e
del 1848. In Provenza ci sarà il tentativo di insurrezione armata, quando
Bonaparte fa un colpo di stato per erigere la dittatura e autoproclamarsi
imperatore: la rivoluzione che nasce è dovuta alla presenza di queste
camerate, che consentivano una certa partecipazione dei popolani alla
vita pubblica. Di fronte ad una scelta politica di trasformare la seconda
repubblica francese in uno stato monarchico, pronta all’insurrezione dei
popolani e degli artigiani: sono proprio i villaggi a tentare un’insurrezione
contro un atto liberticida fatto dal Presidente della Repubblica > segna un
ingente allargamento dell’opinione pubblica anche nei centri popolari,
ora interessati alle questioni concernenti lo stato. Questi episodi si
verificano anche in Italia: in Romagna nascono le ‘cameracce’, se ne parla
come luoghi torbidi, dove dominava la repubblica sovversiva (anarchica).
Erano forme associative senza una vera e propria gestione da parte di
qualcuno, ma è un’associazione (anche con azioni di contrabbando) di
persone che si autotassano per formare un equivalente popolano del
circolo borghese. Il modello fondamentale però si comincia a diffondere
nell’800, durante il periodo del consolato e dell’impero di Napoleone: si
diffonde (anche se controllato dalla polizia) durante il periodo della
Restaurazione, ma il suo apice è durante la monarchia di Luigi Filippo
(1830-1848). Il centro di diffusione è Parigi (città piena di teatri e lussuosi
caffè), quindi con una sovrabbondanza di luoghi di incontro: il luogo che
diventa identitario per la costruzione di un appartenenza borghese è il
circolo, inteso come vera e propria istituzione borghese. Essa è
un’istituzione borghese, dove persone appartenenti allo stesso ceto
sociale si associano per ritrovarsi. Si ricerca una sorta di élite, c’è ancora il
senso di appartenenza a specifici ceti sociali: non poteva esserci nessuno
al di sotto o al di sopra della media dei soci, perché questo avrebbe
irrigidito il comportamento dei partecipanti alle riunioni, che si sarebbero
sentiti giudicati. Guardando ad uno dei primi circoli veneziani (Circolo
dell’Unione, il 2° circolo per importanza sociale a Venezia), si para delle
difficoltà di unire insieme borghesi e nobili: la paura di essere sfidati da
nobili, che avevano tempo di esercitarsi a duello (non come gli artigiani
ecc.) fa sì che si ricerchi una costante differenziazione. Il punto
fondamentale del circolo è il fatto di ritrovarsi quasi sempre solo tra
maschi, ma appartenenti tutti allo stesso ceto (le donne talvolta possono
essere chiamate alla festa sociale). Si poteva così esibire la famiglia ‘in
società’, termine diffuso nell’800. In Italia c’è il duplice termine socialità
(voglia dell’uomo di incontrarsi, segue la sua natura di essere sociale) e di
sociabilità (si distingue una differenza, individuando la sociabilità con un
processo di civilizzazione e politicizzazione, con un’ampia partecipazione
alla sfera pubblica: ci si confronta con il mondo in cambiamento, la
cultura è un luogo di confronto instabile e mutevole). Il circolo borghese e
il salotto perde piano piano il valore: i ritrovi importanti sono altri, e sono
tutti maschili. Si immagina il ruolo della donna come ‘angelo del focolare’,
relegato in casa, è un’immagine che si deve alle trasformazioni
ottocentesche: le trasformazioni riguardano l’ambiente sociale che fa da
modello (ossia quello della borghesia). C’è un sempre più ampio
trasferimento della borghesia nelle periferie, dove nascono le prime
villette (in tutti i terreni che prima erano off-limits), i nuovi edifici borghesi
(luoghi di incontro familiare e per gli ospiti, seguendo la tradizione
anglosassone degli anni 20). Precedentemente, la vita economica e
familiare non erano separate (artigiani producevano con la partecipazione
della famiglia). La separazione tra la vita economica e pubblica (nelle case
di abitazioni) e privata, è segnata anche dal passaggio nell’abitazione,
esclusivamente dedicata alla vita privata della famiglia (il capofamiglia
mantiene la famiglia, che ne viene esclusa). C’è anche un introduzione in
modo massiccio della servitù femminile: in una realtà di reclusione delle
donne della classe borghese, a presenza di maschi nella servitù sarebbe
fonte di imbarazzo (si tendono a separare i generi). La nuova casa
borghese si caratterizza come un luogo dominato simbolicamente dal
capofamiglia, ma che è presente raramente: i figli vengono messi nel
collegi (istituzioni quasi militaresche), la casa diventa un luogo di
dominazione femminile (il compito delle donne è quello di occupare il
tempo con forme di evasione, ma l’attività essenziale è quella dl ricamo e
del cucito, un’attività tramandata di madre in figlie). Fino ai primi anni del
900 permane la pratica dei matrimoni combinati, in contrapposizione con
le passioni veicolate del Romanticismo. I circoli sono luoghi dove le donne
appaiono raramente in occasioni rituali particolari, dove vengono esibite,
come nei teatri > luoghi dalla enorme diffusione nell’800: erano istituzioni
che, anche se promosse dalle municipalità delle città, normalmente erano
luoghi che venivano costituito da associazioni tra famiglie benestanti.
Ognuna di queste famiglie aveva uno o più palchetti, di proprietà delle
diverse famiglie, e quindi non acquistabili con biglietti. Il palchetto è
concepito per essere visibile, per celebrare la presenza di diverse famiglie
importanti nel luogo del teatro (nascita del teatro all’italiana). Il teatro
all’italiana comprende tra i 300 e i 1000 posti, è un teatro dove si recita e
dove si canta: nasce l’opera lirica all’italiana. Questi diventano veri e
propri luoghi di esibizione del proprio status e prestigio sociale, dove
classi intermedie o superiori in ascesa esibiscono la propria ricchezza. Essi
si diffondono ovunque, non solo nelle città ma anche in periferia e
paeselli meno popolati: il teatro diventa fondamentale all’interno delle
dinamiche sociali. Anche a teatro i detentori del palchetto sono sempre i
capifamiglia: le donne vengono esibite come nel circolo (che era anche
compreso a teatro, collocato nel ridotto del teatro: le due frequentazioni
sono attigue, nonostante il circolo non fosse accessibile per le donne).
Questo è infatti un luogo dove ci si trova per giocare e conversare, ma la
vita nel circolo è qualcosa di rigidamente strutturato. Alcuni soci vengono
eletti in modo democratico per controllare gli altri, per controllare che
non accedano al circolo anche degli estranei. Il circolo deve assicurare un
discreto comfort, ha un bar, un ristorante, un’emeroteca, una biblioteca:
rappresenta una grossa apertura culturale verso l’esterno. Accanto alla
lettura può esserci la discussione, venivano ammesse persone che
portavano notizie su affari ecc. I padri vanno spesso a bordelli, portando i
figli ad avere i primi rapporti per non apparire incompleti al matrimonio,
mentre la donna deve dimostrarsi non appassionata e frigida: la sfera
affettiva era molto limitata, può essere esibita solo alle feste di famiglia.
Lo sviluppo di frustrazioni e nevrosi (più comuni nelle donne) causati da
questo genere di rapporti formalizzati all’estremo (anche se gli uomini
erano abbastanza libertini), si svilupperà quello che Freud chiamerà ‘il
disagio della civiltà’: frustrazioni e repressioni portano a rigidità
caratteriali.

LEZIONE 9
Tema della Venezia industrializzata (seconda Rivoluzione Industriale),
costruisce la sua grandezza come il più grande polo del mondo, è sempre
stata una città industriale. L’Arsenale era, ed è stato fino agli inizi del 900,
un importante luogo industriale. Le regole per chi lavorava in quel luogo
prevedevano che la trasmissione di segreti lavorativi fosse punibile con
pena di morte. Qui parliamo della Venezia insulare La dimenticata
Venezia industriale > Prima di Porto Marghera Porto Marghera cambierà
per sempre la natura di Venezia. Immagine di Venezia del 1878, a volo
d’uccello: il fumo e l’industrializzazione sono viste come una nota positiva
dell’epoca, erano il simbolo del progresso. Anche l’Arsenale è un
importantissimo luogo di produzione industriale, con un grande numero
di operai impegnati (circa 3.900). Una delle due ciminiere più grandi di
Venezia espelleva il fumo prodotto dal carbone, che alimentava le turbine
(produttrici di energia elettrica per tutto l’Arsenale). Con l’Unione d’Italia
(nel 75 e nel 12) si fanno tre grandi bacini di drenaggio. L’Arsenale era
importante non per la costruzione di navi grandi, ma bensì per la
costruzione di navi più piccole (proprio perché il mare era di dimensioni
ridotte, erano necessarie delle piccole e agili navi). Altra parte
fondamentale dell’Arsenale è l’officina, creava imbarcazioni piatte con
cannoni (usati per attaccare, ma anche per proteggere la laguna). Un altro
aspetto dell’Arsenale poso conosciuto è che all’epoca esso fosse un
centro di ricerca di altissimo livello. Si cerca di sviluppare una nuovissima
arma: gli aerei, sconosciuti nel 1913. I primi aerei vengono pensati proprio
lì, questo sottolinea l’importanza tecnologica dell’Arsenale. Com’era
Venezia a cavallo tra il XIX e il XX secolo? La vera immagine di Venezia si
distacca dalla memoria comune di questa città, vista come una città
morta. Era una città giovane (età media di 31 anni), ed attira moltissimo
l’immigrazione. C’era un alto tasso di natalità, ma ancora più alto era il
tasso di mortalità. Essa era l’8° comune più popoloso in Italia. I lavoratori
attivi sono più attivi nei settori dei servizi e dell’industria (l’agricoltura ha
poco peso): 31000 addetti e 130 stabilimenti attivi a Venezia. A Venezia
nel 1901 c’erano 70.000 posti di lavoro (la maggior parte era impiegata in
servizi, industria, trasporti, vendita merci, servizi domestici e di piazza*:
importanza del turismo). Già dalla metà del 500 il turismo si fa spazio
come una delle attività ondanti di Venezia. *Altri servizi sono le
professioni liberali, agricoltura e pesca, i restanti 6.000 vivevano di
reddito. La vita, tuttavia, era molto dura: 48.000 sono mantenuti dalla
famiglia e dalla pubblica assistenza (si può calcolare circa 25.000
disoccupati). Altri 25.000 erano i bambini sotto i 9 anni, età dopo la quale
si iniziava a lavorare. Nel 1899 su 4182 decessi, il 40% era di bambini che
non arrivavano al 5° anno di età: questo segna un pessimo sistema
igienico. Nel 1911 ci fu l’ultima epidemia di colera, ma la tubercolosi del
1911 crea 338 morti. Venezia aveva il drammatico problema del
sovraffollamento, e un abitazione decente era una cosa per pochi
fortunati. In 2000 erano costretti a vivere al piano terra, su terra battuta
(acqua, animali ecc.). il 15% delle abitazioni è infatti considerato inagibile.
Perchè ci focalizzeremo a illustrare il periodo 1880-1917 della Venezia
Industriale?
Nel 1880 Venezia viene annessa al Regno d’Italia. Nel 1880 viene
inaugurato il nuovo porto, cominciano ad arrivare le nuove infrastrutture,
cosa che permette alla città di recuperare molto terreno. La politica viene
definita di tipo neoinsuralistico (essa rimane incentrata dentro i confini
della città). Nel 1914 però con la guerra tutta l’economia si blocca e si
trasforma, poi nel 1917 c’è la vera fine della storia veneziana, con
l’inaugurazione di Porto Marghera. Esso è l’unico elemento pensato
sviluppato e realizzato fuori d questi confini pensato ai confini della
Repubblica. La città che oggi conosciamo è sdraiata sulla monoeconomia
turistica, ma è distante da questa rappresentazione della letteratura
gotico-romantica di una Venezia decadente e moribonda. Anche
Marinetti e i Futuristi con la loro ‘Venezia Passatista’ contribuirono
fortemente a creare una rappresentazione nell’immaginario collettivo di
una Venezia così distante da quella reale. Nel 1884 arriva l’acquedotto,
introdotto dalla Compagnie Gènèrale des Eaux pour l’Entrager: i capitali
vengono investiti, la presenza di stranieri a Venezia è particolarmente
significativa perché mancava proprio l’idea dell’investimento. L’arrivo
dell’acquedotto viene festeggiato con una grande fontana in Piazza San
Marco. Hasselquist nel 1873, crea la Società Veneta Lagunare, sfruttando
l’acqua come mezzo di trasporto: organizza i trasporti dalla città
all’estrema periferia della città. Il Canal Grande tuttavia resta tabù, dei
gondolieri. Nel 1881 arriva il primo vaporetto: la cosa fa nascere molte
polemiche (porta via posti di lavoro, sporca e provoca moto ondoso). Esso
è costruito a Nantes, arrivando a Venezia in 10 giorni, ma quando arriva in
laguna, finisce in secca. Il gas per l’illuminazione: esso non serve solo per
illuminare, ma anche per le attività industriale. Esso era già arrivato con
gli austriaci, ma i francesi hanno un ruolo particolare nella sua diffusione.
Nel 1895 il gasometro si sposta a S. Marta, in quanto il gas comincia a
funzionare anche per le industrie. Il gasometro viene spostato vicino a
una ciminiera e una torre dell’acqua: il panorama è interamente
industriale. Nel 1901 il Comune delibera di procedere alla sostituzione
dell’illuminazione pubblica con il gas con quella elettrica. Il tedesco
Walther è il proprietario dell’Hotel Britannia, organizza una società per
illuminare il suo hotel: fabbrica una centrale termo elettrica dietro campo
S. Luca che forniva l’energia elettrica ai complessi intorno. Arriva la
società italiana, la Cellina. Essa porta una energia completamente nuova,
in quanto quella prodotta precedentemente erano poche migliaia di watt.
La centrale termoelettrica diventa quindi parte di una cabina di
trasformazione (i cinema nascono intorno a quella zona, hanno bisogno di
energia costante). Il più grande problema è però quello del porto e della
ferrovia di Ferdinando: questo rivoluziona la geografia della città. La
scelta del luogo della stazione è utile per i passeggeri, ma non per il
traffico del porto. Era inimmaginabile avere un porto distante dalla
stazione (come era all’epoca), soprattutto per quanto riguarda il trasporto
delle merci e l’aumento dei prezzi per il loro trasporto. Nascono quindi
una serie di progetti su dove fare il porto, quindi a Marghera. La stazione
marittima (chiamata così perché esso era l’unico porto di Italia che era
sotto la amministrazione della ferrovia, non del porto). Industrie
tradizionali lagunari: un industria era quella delle Saline, che da alcuni
secoli non c’erano più. Salomone Rothschild nel 1843 ne progetta una
nuova, che durerà fino al 1913.
Un altro imprenditore austriaco, Friedrich Oexle trasforma la chiesa di S.
Girolamo in un mulino a vapore: nasconde la ciminiera dentro il
campanile. Le fabbriche erano distribuite un po’ in tutta la città, le più
grandi e le più moderne erano state costruite a Canareggio, Santa Marta.
Alla fine dell’800 si sviluppa tuta la parte di S. Marta e della Giudecca. Nel
XVI secolo, la stampa era una delle industrie più importanti per Venezia:
ci sono molte tipografie, con molti operai. Anche le industrie del vetro
(nate dopo la Serenissima), si sviluppano nell’isola, e non più a Murano
ecc. Questo crea un importante legame con le chiese dell’Est Europa.
Murano è un comune a parte, ma anche per Murano inizia un’era nuova,
con l’avvento del vetro industriale. La fabbrica dei Francesi: a Murano
sapevano lavorare il vetro, ma non c’erano mai state esperienze di lavoro
in fabbrica, cosa che quindi imparano dai francesi. Esiste anche l’aspetto
delle Conterie: le perline.
L’industria a domicilio: Le impirarese lavoravano all’aperto con le loro
perle (è un lavoro sociale): erano circa il 1200 a lavorare per l’industria.
Anche i merletti sono fondamentali, lavorano tutte a casa. Queste sono le
industrie delle donne (industrie tessili per la maggior parte). Il Cotonificio
conta 990 dipendenti, con 700 donne. La manifattura tabacchi (1500
donne). L’industria della fabbrica di fiammiferi (canale di Canareggio).
Fabbriche alimentari: il macello, fabbriche di biscotti, produzione di aceto,
fabbriche di anguille marinate, fabbriche di marmellate, fabbriche di birra
e distillerie. Fabbriche di mobili  Fabbriche di candele  Fabbrica di
concimi  Laboratori farmaceutici  Fornaci, depurazione di asfalti ecc.
Le fabbriche inaspettate: occhi artificiali, fabbrica di pianoforti, fabbrica di
siluri (nell’area dell’ex convento di San Giobbe, agli inizi degli anni 80, ma
chiusa all’inizio del 900). Il siluripedio è un canale che viene scavato dietro
l’isola di S. Andrea, e alla chiusura della fabbrica esso diventa l’idroscalo.
Industria del latte: 130 mucche. I grandi edifici: i Magazzini Generali, Silos
Marittima abbattuto nel 1978 (con 10 ciminiere). Mulino Stucky, nasce nel
1884, ed è il più grande mulino d’Italia.

LEZIONE 10
La borghesia si ripropone come classe in ascesa, il ruolo dirigente della
nobiltà e il ruolo del monarca, che il Congresso di Vienna voleva come
indiscusso, sta cadendo. Sempre di più ci si trova di fronte ad una crisi dei
ceti sociali tradizionali: dalla strutturazione della società stabile si arriva a
vere e proprie mobilità sociali, anche intense, con le quali si inizia a
parlare di classi piuttosto che di ceti. Si cerca di costruire un ambiente
omogeneo per sentirsi liberi e non controllati da qualche entità superiore.
Le barriere sociali contano molto, ma già dal primo 800 sono spesso
valicate (questo non succede senza danni per i parvenu).
Nella prima metà dell’800 si parla di un evidente secolo borghese, dove le
idee dell’Illuminismo non permeano le istituzioni (considerano invece
sacri i principi della società controllata da apparati cetuali). L’educazione
del popolo dipende dalla Chiesa e dalle istituzioni religiose. Si vede un
diffondersi della borghesia a molti livelli: gli stati diventano burocratici,
anche in commercio ed industria sono richiesti apparati burocratici che
prima erano sconosciuti (quindi la burocrazia si espande sia in ambienti
pubblici che privati, cosa che richiede un certo grado di istruzione). Tutto
questo porta ad un’espansione di una piccola o alta burocrazia, quindi
una generale espansione dei ceti borghesi. Il ruolo che le diverse scienze
hanno sempre di più nel rapportarsi con la società e nel fornire ad essa
risorse, porta ad una vistosa espansione del ceto dei professionisti (che si
formano in istituti scolastici, e dai loro studi derivano una professione con
sviluppi notevoli) > c’è un’espansione significativa e fisica della borghesia,
quindi non solo dal punto di vista economico. C’è una nuova classe sociale
che si propone come classe di potere alternativa ai nobili, e c’è
ugualmente l’espansione dell’industria e di un’agricoltura organizzata in
modi diversi, via via che gli imprenditori privati diventano organizzatori
con una conduzione moderna (una gestione che mira al massimo
sfruttamento della terra per arrivare ai massimi profitti). Essi quindi non si
fermano quindi alle coltivazioni estensive di prodotti tradizionali, ma
decidono di sfruttare i prodotti più remunerativi. Via via che i mercati e i
mezzi di trasporto agevolano sempre di più la circolazione delle merci, i
commerci di frutta diventano più remunerativi delle tradizionali
coltivazioni di cereali. Anche l’allevamento di bovini, ovini ecc. è seguito
da un grande guadagno, cosa che permette di moltiplicare le industrie
casearie. Le trasformazioni che accompagnano la Prima e la Seconda
Rivoluzione Industriale permettono di moltiplicare i prodotti, cosa che
diventa ancora più possibile quando le aziende agricole vengono
modernizzate: le aziende agricole passano da fattorie con qualche mucca
a vere e proprie stalle con centinaia di animali, per alimentare le industrie
casearie. Tutto ciò è organizzato non più sulla base dei tradizionali
contadini, ma su veri e propri braccianti. Non ci sono solo delle aziende
modello che strutturano impianti completamente nuovi. Tutto questo
comporta l’alto uso di lavoratori (assoldati o avventizi) che prevedono di
fatto un rapporto salariato. Di lavoratori avventizi si servono soprattutto
gli affittuari, piccoli imprenditori che prendono in affitto una porzione di
terreno (il rapporto non è quello antico, non si propongono di proteggere
i poveri: il loro rapporto è puramente economico). Anche il lavoro (e
l’uomo con esso) diventato una merce. Questo espande a dismisura il
lavoro dei salariati, per la maggior parte precari: la maggior parte dei
lavoratori agricoli sono salariati durante il periodo dei raccolti oppure
ricevono dei salari più scarsi durante la bella stagione, ma durante la
stagione fredda essi sono condannati alla totale disoccupazione. Dal
momento che sono pagati molto poco (i lavoratori sono molti), essi non
riescono ad accumulare risorse da utilizzare per la propria famiglia nei
periodi di scarsità. I problemi in Europa si moltiplicano, trasmettendosi
anche ad altre parti del mondo specie nella prima metà del 900 (la
maggioranza dei movimenti sociali della Pianura Padana, in Andalusia ecc.
sono dovuti a questi rapporti di tipo economico).
Tanto nell’industria in costante espansione, quanto anche in altre aree
arretrate dell’Europa e del mondo colonizzato, si viene a definire una
presenza anche molto più numerosa dell’espansione della borghesia di
lavoratori salariati. Anche gli operai e il proletariato urbano sono stati la
struttura portante delle barricate delle giornate rivoluzionarie. Il
problema operaio è un problema che viene sempre più studiato: persone
di cultura avviano studi sempre più raffinati, e anche dei riformatori
sociali si impegnano a rapportarsi con il mondo operaio. Spesso sono
persone che cercano di avviare nuove religioni, con un certo rapporto di
uguaglianza. Ci sono anche altri modi di pensare una crescita
dell’ambiente operaio per arrivare a una gestione collettiva e democratica
dei mezzi di produzione: Robert Owens è un industriale che cerca di
fornire ai suoi operai dipendenti degli strumenti per auto-organizzare le
comunità in cui vivono. Dota di servizi moderni i villaggi che nascono
intorno alle sue fabbriche, e fa sì che essi siano gestiti dagli stessi operai.
Non inventa tutte le forme associative che si svilupperanno sempre di più
da qui in poi, ma dei modi per cercare di assicurare dei servizi ai propri
soci (tradizionalmente aspettavano alle corporazioni religiose): queste
sono forme di solidarietà elementari. La sede (la cappella) diventa una
sorta di proiezione del circolo borghese, un luogo dove giocare, passare il
tempo ecc. Owens propone quindi un nuovo tipo di forma associativa, e a
rimpiazzare i ruoli delle confraternite e delle corporazioni, in Inghilterra
nascono società a numero di soci illimitato (si cerca di superare quelli che
sono i limiti ristretti dei circoli borghesi, dove i soci venivano selezionati
accuratamente, al fine di creare un ambiente omogeneo). Qui invece ci si
rivolge agli operai di uno stesso mestiere: alla base di queste società c’è
quindi un principio democratico, che cerca di non porre barriere. Sono
forme associative che propongono anche forme di rapporti paternalistici,
quindi con l’intervento sporadico di elementi delle classi superiori che
cercano di proteggere i poveri: è un modo per le classi superiori di avere
poi dei sostegni popolari per le proprie esigenze politiche (anche se non
possono effettivamente ancora votare, la massa può schierarsi a favore o
contro di certi nobili nel momento delle elezioni). La solidarietà verticale,
con la creazione di clientele può aiutare > è una cosa che non viene
accettata da tutte le società (per esempio le società mazziniane non le
accetteranno, in vista di un possibile atteggiamento non democratico da
parte dei nobili, che finiscono sempre per dominare). Queste società si
diffondono con forza soprattutto in Inghilterra (liberale e costituzionale):
concede la libertà associativa e non pone ostacoli alla diffusione delle
friendly societies, che diventano un sistema diffuso, utile nel gestire
anche le quote dei partecipanti e dei soci (pensione, sovvenzione dei soci
malati ecc.). La solidarietà (verticale o meno) è un nuovo valore. Owens
lascia nei suoi villaggi ampia libertà di intervento alle società operaie, che
gestiscono le case o i negozi: spacci aziendali che poi diventano negozi di
villaggio. Owens introduce anche la forma della cooperazione, con la
creazione di un sistema associativo per gli acquisti collettivi di determinati
beni alimentari, e che nel giro di qualche decennio era diventato una rete
di cooperative che possedeva una serie di strumenti che servivano a
procurare beni di consumo a prezzi vantaggiosi, creando una rete
distributiva moderna ed ampia.
I prezzi andavano ripartiti tra i vari soci, se non usati. Questo diventava
quindi un modo di creare nuove forme di solidarietà, ma anche di
modernizzare le reti distributive del commercio e di far accedere al
commercio le classi che prima vivevano di autoconsumo. Owens sente
parlare di questa nuova forma associativa, portandola operativa nei suoi
villaggi operai. Sostiene anche lo sviluppo del mondo operai, ossia i
sindacati (prima tra i suoi operai e poi a livello di organizzazioni). Sono
forme di contrattazione dei salari, che diventano nuove forme associative,
rimpiazzando le vecchie corporazioni. I sindacati comprendono dei
lavoratori che cercano di contrattare le condizioni di lavoro con il proprio
datore, a cominciare dal prezzo di quello che producono. I sindacati
cercano di superare i fenomeni di luddismo, instaurando una nuova
dinamica tra imprenditori e lavoratori: diventa uno strumento di
intermediazione. Owens riesce a far diffondere dagli anni 30 una re dei
sindacati di mestieri, le Trade Unions. Ogni Trade Union riprende certe
forme della corporazione, ma limitate ad un particolare mestiere.
Dominavano in particolare gli operai specializzati, che nelle industrie
contavano di più: la produzione era quindi nelle mani di operai che
sapevano come produrre (quelli più capaci di organizzare la massa
operaia). Spesso i sindacati, le società di mutuo soccorso e le cooperative
avevano questo ceto di ‘aristocrazia’ operaia. Erano una guida tecnica e
morale per gli altri operai. A volte i quadri operai (quelli più stimati) son
quelli che aderiscono alle nuove sette religiose non conformiste. Sono
legati ad una concezione salvifica del lavoro. Secolo borghese, ma anche
un secolo in cui sempre di più si vede la crescita della classe operaia. Sul
continente la diffusione di associazioni operaie sarà molto più lento, ma
dappertutto la presenza a volta immaginata di queste associazioni fa
pensare alle classi dirigenti un generale sommovimento dei poveri e degli
operai che potrebbe spazzare via le classi dirigenti, proponendo in modo
sempre più radicale le velleità della rivoluzione francese. Marx e Engels
parleranno del ‘fantasma che si aggira per l’Europa’, ossia il comunismo
(in realtà le associazioni operaie, che impongono la propria presenza
politica creando delle paure spesso enfatizzate dalle classi dirigenti, che
fanno credere che le rivoluzioni di carattere borghese possano assumere
un carattere operaio). Anche nella Venezia rivoluzionaria, la ribellione
comincia proprio a partire dagli operai dell’Arsenale.
Le rivoluzioni del 48 non sono solo un movimento di nuove idee e costumi
sociali, ma è un periodo particolare anche dal punto di vista economico: è
una delle fasi di crisi della Rivoluzione Industriale, causato da
sovrapproduzione larga disoccupazione (dal 1846). Vediamo disastri della
produzione agricola, maltempo, siccità, lo scambio con altri paesi porta
parassiti di tipo nuovo (la dorifora, infesta i raccolti di patate). Un
susseguirsi di eventi economici negativi che porta alla ‘questione sociale’,
in termini sempre più drammatici, sotto le rivoluzioni politiche del 48, che
tentano di cambiare l’aspetto delle nazioni, spesso c’è una base di forte
malcontento sociale a cui le rivoluzioni del 48 tentano di dare delle
risposte sul piano civile (cosa che succede solo in Francia, anche se con
breve seguito). C’è un cercare dalle classi dirigenti tradizionali di
paventare i pericoli di una rivoluzione operaia, che spesso toglie
credibilità ai nuovi rivoluzionari che volevano riforme di tipo liberale e
civile.
Le classi dirigenti dividono il campo rivoluzionario e dimostrano alle classi
inferiori che quelli che ambiscono a diventare una nuova classe dirigente
ambiscono al proprio interesse.

LEZIONE 11
Quindi già nella prima metà dell’800 c’è un ampliamento della sfera
pubblica > una nuova società di luoghi di incontro, creazione di luoghi di
discussione e diffusione di idee. Questo ricorda nostalgicamente i
momenti della rivoluzione dove si potevano elegger dei rappresentanti e
si poteva parlare di politica apertamente senza proibizioni. Chiaramente
vi erano personaggi in quei luoghi che riferivano alla polizia quanto
avveniva nei ritrovi, perché erano luoghi di sospetto. Alcune associazioni
erano clandestine e la polizia interveniva. Il periodo di crisi che segue la
metà degli anni quaranta (crisi economica, carestia..) crea malcontento e
desiderio di avere libertà più ampie. Si vuole di più, si vogliono libertà
costituzionali. Chi, in Europa, era sotto l’assolutismo, reagisce con
fermenti politici, emergono rivendicazioni politiche relative ai diritti
costituzionali. Si vuole la costituzione e riconoscimenti alle idee nazionali,
si chiedono riconoscimenti dei diritti di associazione, libertà di pensiero e
stampa e di eleggere delle rappresentanze del popolo. Il regime di
D’Orleans aveva cercato di fare delle concessioni (il tricolore nazionale, la
cerimonia di milioni di persone al ritorno delle ceneri di Napoleone..),
simbologie nazionali per dimostrare di essere disponibile a delle
concessioni (ma era sempre più tirannico) mediante simboli di massa.
Questo avviene solo in Francia, difatti in Inghilterra non ci sarà una
rivoluzione del 48, ma una repressione di movimenti. Si diffonde una
nuova forma associativa, non solo di carattere economico, ma politico. Il
movimento cartista: rivendicava il diritto di voto per gli operai e i ceti
popolari. Negli anni 40 c’è una drastica repressione del cartismo, arresti e
deportazione in Oceania. Continua a essere repressa in Irlanda ogni
tentativo di protesta e insurrezione. La carestia in Irlanda ha effetti
devastanti nella popolazione (parassita della dorifora) e porta ad una
crescita enorme di un movimento migratorio verso le fabbriche inglesi e
addirittura una fuga definitiva che tagli i ponti con il paese d’origine,
quindi ci si sposta in America. Fare un viaggio transatlantico era
impegnativo, ma iniziava ad essere praticata. Quando la navigazione si
velocizzerà ed i prezzi diminuiranno, vi sarà una vera e propria migrazione
per il Nord America. Gli irlandesi che vanno in America, si considerano
ancora irlandesi. Sviluppano delle reti di relazioni che rivendicano una
emancipazione della nazione irlandese da quella inglese e cominciano a
diventare i finanziatori e gli armatori di un movimento rivoluzionario
presente in Irlanda che cospira e prepara le armi per un’insurrezione
dell’isola contro gli inglesi e grandi proprietari terrieri in generale. Il
centro della rivoluzione industriale - l’Inghilterra - non ha certi problemi
che ci sono nel continente. Negli anni 40 il sommovimento politico
culturale del continente è tale da essere equivalente al 1968. Il 48 è
preceduto da una serie di fermenti, anche dal mondo cattolico. Il mondo
protestante è il più aperto, liberale, ed essendo una minoranza religiosa è
interessato alla costituzione così può chiedere la propria legalizzazione.
Anche la chiesa cattolica però, nel 46 con l’elezione di Papa, conte Mastei
Ferretti, si ha una svolta: Papa Ferretti è sensibile a diverse idee elaborate
nel mondo cattolico italiano che presentano la possibilità che possa
nascere uno stato italiano con una federazione di diversi stati - che
manterrebbero le proprie case regnanti ma con alla guida il Papa, il più
autorevole tra i sovrani italiani e avrebbe anche una rappresentanza
spirituale, che emanciperebbe gli altri sovrani dal doversi fare esponenti
dell’assolutismo. Non sarebbero più dipendenti di chi esegue la volontà di
Dio, ma sarebbero dipendenti del rappresentate di Dio. Gioberti
approvava e stimava l’idea del Papa. Queste idee di Gioberti trovano un
ampio seguito e sembrano un’apertura del cattolicesimo al liberalismo.
(Gioberti era un suddito del regno di Sardegna) L’altro grande teorico
dell’Italia federale è Cesare Balbo, che sostiene uno stato federale sotto il
re di Sardegna. Gioberti nel corso del 48 cambierà notevolmente
posizione e diventerà un forte critico del papa, dopo il suo atteggiamento.
Svilupperà addirittura un’idea non di “nazione” italiana, ma di razza.
Mastei Ferretti, nel 46, introduce delle riforme che rispondono a delle
attese nazionali che potrebbero dare del crescente prestigio allo Stato
Pontificio. Chiama reso sé dei ministri riformatori, concede un’amnistia ai
prigionieri politici per la propria elezione. Oltre ai militari e la polizia di
stato istituisce una guardia civica, che era tipica della rivoluzione francese
ed era richiesta dagli stati italiani, i quali si trovano i imbarazzo. Colui che
aveva consacrato il congresso di Vienna, rappresenta ora un’apertura che
va in senso contrario. C’è un senso di smarrimento, che favorisce alcune
aperture in altri stati, tra il 47 e il 48. Di fronte ad un estendersi delle
proteste (in tutti i ceti), i sovrani si trovano con le spalle al muro. Il primo
sovrano che si trova a dover concedere la costituzione è il re di Napoli:
concede da un lato una sorta di autonomia alla Sicilia e cambia da “regno
di Napoli” a “regno delle due Sicilie”, concede anche una guardia civica e
la costituzione (febbraio 48).
Pochi giorni dopo: rivoluzione a Parigi. Luigi Filippo nega banchetti
elettorali ai repubblicani (e i votanti erano una ristretta minoranza). I
banchetti elettorali avevano luogo in palazzi, erano il costume più diffuso
per parlare con gli elettori. Si cenava assieme e i candidati parlavano ai
conviviali, raccoglievano fondi per le loro conferenze e così via. Era la
propaganda politica del tempo. Chiaramente si andava in piazza con vino
e birra a parlare agli elettori, così che questi condizionassero gli elettori
votanti. Luigi Filippo proibisce i banchetti elettorali = rivolta operaia.
Erigono barricate, scontri militari e Luigi Filippo abdica e se ne va. Si
dichiara la repubblica. Il governo provvisorio proclama le elezioni a
suffragio universale maschile (prima volta nella storia). Nel giro di
vent’anni si passa da 7% degli elettori al 30%. È una grande riforma, una
scelta che nega il voto alle donne perché rappresentate dai propri padri,
mariti ecc. (Un secolo dopo si concederà il voto alle donne, 1948). Altre
aperture della Francia sono quelle movimento operaio. Il governo nomina
addirittura due socialisti di origine operaia. Fanno delle sovvenzioni
governative per eliminare la disoccupazione, si promuovono laboratori
artigianali e cantieri (stradali, navali ecc.). È un provvedimento oneroso e
piuttosto improvvisato, ma trova consenso e mobilita gli ambienti
popolari. Il governo che è stato eletto è un governo di rappresentati che
solo in minima parte sono aperti a istanze popolari, nella maggior parte
dei casi sono conservatori preoccupati per il mantenimento dell’ordine
pubblico. Ci sono sentimenti contraenti, che finiranno per orientare la
maggioranza del governo a escludere gli elementi socialisti presenti nel
governo e scegliere di chiudere questi atelier nazionali finalizzati a dare
lavoro a tutti. Sanno che così facendo scoppierà la rivolta operaia e prima
di annunciare il cambiamento si preparano militarmente, facendo decine
di migliaia di morti. È una svolta reazionaria, e questo rassicura le altre
monarchie che avevano una gran paura della Francia. C’erano troppe
aperture sociali rispetto alla mentalità del secolo, ma dopo questo
atteggiamento della repubblica francese l’Europa è sollevata.
Il sollievo continua l’anno successivo quando alle elezioni vince un
rappresentate della destra: Luigi Napoleone Bonaparte, presidente della
repubblica francese. Prima cosa che fa è reprimere a Roma la repubblica
romana appena nata. Due anni dopo, nel 1851, Luigi N. B. Farà un colpo di
tanto e da presidente della repubblica a imperatore Napoleone III. (Victor
Hugo è costretto all’esilio perché lo chiama Napoleone il Piccolo). Il
popolo si arma re difendere la repubblica ma viene schiacciato
dall’esercito.
L’elemento di destabilizzazione principale nel continente però, arriva
dall’Impero degli Asburgo. Francesco Giuseppe concede la costituzione e
promette delle ipotetiche elezioni che si faranno in estate, ma in realtà
insorgono tutte le città dell’impero: Milano, Venezia, Budapest, Praga. Le
truppe non sanno come reagire: a Venezia senza combattere vengono
travolte direttamente dal popolo, a Milano combattono ma vengono
distrutte. Anche a Torino, il 17 marzo, Carlo Alberto concede uno statuto.
Ha delle caratteristiche piuttosto conservatrici, ma concede varie libertà
(parlamento con camera elettiva, senato da nomina regia). A quel punto,
anche gli altri stati italiani di fronte ai due stati più forti che hanno
concesso la costituzione, cercano di adunarsi alla situazione. Nei ducati di
Modena e Parma, i sovrani fuggono in Austria. Nel granducato di Toscana,
il granduca (sempre un Asburgo-Lorena, diretto cugino dell’imperatore)
concede la costituzione e adatta la bandiera dello stato al tricolore (Lo
fece anche Carlo Alberto e il re di Napoli) con al centro il simbolo
monarchico del suo regno. Nel Lombardo Veneto, dove le truppe
austriache sono dovute sgomberare da Milano a Venezia, ma a Mantova
no, gli Asburgo sono rimasti nella città fortezza, e lì succede il fattaccio
che crea uno scandalo antiaustriaco: alcuni soldati croati a Santa Barbara,
commettono un furto enorme, i vasi d’oro che contengono la terra
bagnata dal sangue di cristo. I soldati li ruolo e spargono a terra la
reliquia. Tale scandalo infiamma l’opinione pubblica italiana. Alessandro
Gavazzi e Ugo Bassi, bolognesi, due predicatori dell’ordine dei barnabiti,
diventano le voci che vanno a predicare la crociata conto il barbaro
sacrilego i tutte le città italiane. Una crociata nazionale antiaustriaca.
Gavazzi e Bassi vengono ricevuti dal Papa, che benedice loro e i volontari
che arrivano da tutti gli stati italiani, per andare a combattere dove è
serragliato l’esercito austriaco, a sud del lago di Garda. Il quadrilatero di
Peschiera, Mantova, Legnago e Verona, le città fortezza, è la rocca dorata
degli austriaci, e una crociata si sta dirigendo esattamente lì. Gli eserciti
fuggiti da Milano, Venezia ecc. si erano concentrati in quell’area.
Diventano l’obiettivo di questi volontari, ma nel frattempo anche
l’esercito di Carlo Alberto si muove contro gli austriaci. Dato che Carlo
Alberto vuole conquistarsi uno stato federato sotto il proprio nome, non
può lasciare che solo il papa aiuti i crociati. Pio IX sa che si sta dissolvendo
l’impero asburgico, bastione militare e politico della cattolicità, comincia
quindi a recedere all’appoggio della “rivoluzione nazionale” a suo nome.
Tutto questo crea molte divisioni, il rigore dell’appoggio papale crea
problemi, a ci sono altri stati (Toscana, ma soprattutto le Due Sicilie) che
vedono l’iniziativa di Carlo Alberto come qualcosa che travalica la loro
unità di intenti. Privano così di sostegni economici e militari i volontari
partiti per il veneto. I volontari si trovano isolati. Il 48 italiano mostra
notevoli divisioni, lo spirito nazionale viveva molto nelle idee - non nella
cultura radicata, l’Italia continuava ad essere l’Italia dei “mille municipi”,
ognuno voleva combattere per sé, non voleva avere a che fare con città
vicina. Le spedizioni sono quindi militarmente fragilissime. Si fanno
alleanze, ad esempio Manin -avvocato - messo alla presidenza della
repubblica il 22 marzo del 48, ma due mesi dopo Venezia da la sua
dedizione a Carlo Alberto di Savoia. Quindi anche Venezia un’esistenza
più a parole che fatti, piuttosto precaria.
L’esercito austriaco resta serragliato in attesa di ordini chiari, che la
situazione si ristabilisca anche a Vienna. Danno la costituzione a Vienna e
si rimette su un’esercito per riconquistare le città perdute. Non c’è
immediatamente la capacità di arrivare a Budapest o Venezia e Milano,
ma una volta risolta la situazione interna a Vienna, la capacità di
mobilitazione dell’esercito torna a diventare dinamica e si riesce a
ricontrollare l’Italia. Prima di arrivare a toccare la Lombardia, l’ esercito
sardo con i volontari, affrontano a Custoza gli austriaci, ma vengono
sconfitti. In Italia c’è una situazione di incertezza, anche gli austriaci
esitano nel riprendere controllo politico per le città ribelli. Nello stato
pontificio i rivoluzionari controllavano Bologna, Ferrara e Rimini, c’erano
governi provvisori. I sovrani ritirano le costituzioni, la rivoluzione sta
perdendo. La situazione di incertezza favorirà i repubblicani mazziniani,
sommersi inizialmente dalle idee del papa o dalle iniziative del regno di
Sardegna, ma ora consci di quanto successo, riescono a riprendere
l’iniziativa e cercano di frenare il ritorno delle truppe pontificie a Bologna
e in Romagna e alla fine dell’anno prenderanno il potere sia a Firenze che
a Roma. A Roma il papa fugge dopo l’assassinio di un suo collega e
proclamano la repubblica di Roma. La repubblica romana ha una vita
difficile perché in generale, questi governi rivoluzionari, (Mazzini era
molto aperto verso i giovani e operai ma chiuso per i contadini) non
riescono a farsi vedere bene oltre confine, e lo stesso problema lo vede la
Toscana. Nel 47 c’era un altro stato Toscano sopravvissuto al congresso di
Vienna: il Ducato di Lucca. Nel 47 una protesta popolare dovuta ad una
derisione repressa dai carabinieri, era degenerata in una protesta
popolare contro il sovrano (che si era giocano in azzardo e omeopatia il
patrimonio dello stato) e quindi Carlo III di Borbone, che passava più
tempo a Londra che a Lucca, vende il ducato agli Asburgo Lorena. È
un’episodio che precede il 48, ma si inserisce perfettamente in quel clima.
Lucca dipenderà da quel momento da Firenze. Se in alcune regioni
italiane i repubblicani avevano preso iniziative, anche in Piemonte la
situazione non era tranquilla. Lì il parlamento chiedeva la rivalsa militare
molto più del re verso gli austriaci, volevano la ripresa della guerra,
passare per Ticino e riattaccare gli austriaci. Il parlamento non viene
sciolto da Carlo Alberto, che è l’unico dei sovrani italiani a non ritirare la
costituzione. Carlo Alberto cede, vuole l’espansione di questo stato che va
dalla Provenza a tutta la Sardegna e la Savoia. Nel 49 aprono la guerra, ma
vengono duramente sconfitti a Novara. A quel punto per non vedersi
invasi, Carlo Alberto abdica. Cede la corona a Vittorio Emanuele II, il figlio.
Il parlamento continua a non rassegnarsi alla sconfitta, ma non revoca lo
statuto. Nonostante il volere del parlamento, sigla la pace con gli
austriaci. A Roma intervengono le truppe di Napoleone III, nel nord Italia
invece – nel tentativo di riportare l’autorità imperiale a Milano e a
Venezia - si arrendono. Agosto 48, ultimo capitolo della rivoluzione cede:
Venezia, stremata dai bombardamenti e dal colera.
Cosa succede negli stati tedeschi: anche lì una mobilitazione che rivendica
l’unità nazionale tedesca. Erano 30/40 stati, e si crea una volontà di
costituire e avviare un’azione nazionale tedesca. Viene costituito un
parlamento germanico a Francoforte, composto da tutti i rappresentati
degli stati tedeschi. Devono elaborare i principi di questa unificazione, e
subito viene varata una era doganale fra gli Stati. Si danno così un’aiuto
sostanziale per i commerci. Concedono costituzioni, sono più aperti, ma
nell’assemblea di Francoforte c’è un problema insolubile: sono tanti stati,
ma c’è uno stato che rappresenta troppo i tedeschi, ed è quello
Asburgico.
Vienna ha una classe dirigente tedesca, Vienna è tedesca, ma è un impero
che lega troppe nazionalità non tedesche. Gli Asburgo chiaramente non
vogliono ridimensionare il loro impero per guidare la confederazione
germanica. Una parte preponderante di quegli stati è luterana,
protestante, mentre una parte minoritaria e significativa è cattolica, e non
è un problema da sottovalutare. La Baviera, terza potenza tedesca, è tutta
cattolica. La prima potenza militare tedesca - regno di Prussia - vuole un
ruolo determinante, e quindi non si può risolvere il problema di polarità
con gli Asburgo. È Berlino contro Vienna. Le questioni di religione non
sono preponderanti, è la scelta di una corona egemonica. Non si arriva a
risolvere il problema, nell’estate del 48 cala la spinta rivoluzionaria e
questo progetto si disgrega. Di fronte una ripresa di iniziativa dell’Austria,
il progetto viene meno. Resta la lega doganale e resta solo nella Prussia la
costituzione. È una restaurazione che tocca tutta l’Europa, però abbiamo
due stati, i più moderni e prestigiosi, appoggiati dalla chiesa e forti
abbastanza da concedere idee liberali. Il 48 si chiude con una sconfitta e
una disillusione della rivoluzione, eppure tutte quelle che sono state le
culture politiche e civili agitare, sono rimaste nelle città. Quello che
diventa evidente in quel momento è che la nobiltà, che continua ad
essere classe dirigente, si adegua pienamente alle culture e ai modi di
fare politica portati dalla borghesia. I cambiamenti che si riscontrano, si
affermano nel secondo miro francese. Napoleone III che da presidente
della repubblica spazza via la repubblica di Mazzini e Garibaldi, è una
mossa che vuole ingraziarsi il sostegno pieno della nobiltà e clero
francese, che assieme all’esercito appoggeranno il suo colpo di stato. Il
regime di Napoleone III mantiene formalmente il suffragio universale
maschile. Lo limita sempre di più, lo restringe, ma lo mantiene, non lo
rinnega. Inoltre, non solo i francesi voteranno un parlamento (di poco
valore), ma verranno regolarmente chiamati a votare in referendum. È
una prassi furbesca, i referendum sono per innovazioni su cui era facile
avere il consenso. È una prassi formalmente liberale, non molto nei fatti,
ma così facendo la sua non sembra una monarchia assoluta, ma resta
apparentemente una monarchia costituzionale. È un dittatore moderno
prima dei grandi dittatori del 900, gioca con l’autoritarismo che caccia al
consenso mediatico e popolare, riuscendo per un periodo di quasi 20 anni
ad avere assenso.
LEZIONE 12 Le rivoluzioni del 48 sono un fenomeno europeo che in
qualche modo aggregano l’Europa e rendono omogenee le idee di
nazione che nel 60ennio precedente sono state pensate: è un momento
di piena divulgazione politica e culturale delle idee di nazione e del
bisogno di Costituzioni che regolino i sovrani e la nazione stessa.
Napoleone III, che crea una sorta di dittatura in Francia non dimenticando
di essere l’imperatore di una nazione, propone di continuo questo tema,
facendolo da conservatore/dittatore, ma non abroga il suffragio
universale maschile, che è appunto un elemento per dare una voce ai
cittadini. C’è la coscienza collettiva di una necessità di Costituzioni anche
come modo per regolare il rapporto tra sovrano e popolo. Il paternalismo
dei popoli è inefficace, il clero pure, non possono mediare tra popolo e
stato come una volta. Nel 48 sorgono anche alcune repubbliche, anche se
tutte dalla vita molto effimera: anche questa è la rivendicazione di un
nuovo tipo di rappresentanza di forma istituzionale nel quale vale il
potere popolare senza che ci sia un sovrano di riferimento > la sacralità
diventa politica e viene trasferita sui simboli di nazione ecc., non più sulla
figura del sovrano. Sono cambiamenti culturali enormi.
Ci sono parti d’Europa però dove continuano i problemi: la Spagna è
attraversata da un centinaio di pronunciamenti militari (colpi di stati,
spesso falliti). C’è una situazione in continuo cambiamento nei Balcani,
dove la produzione di identità nazionale è fortemente frammentata >
sono sotto il dominio turco e sotto un evidente interesse dell’impero
austriaco, che vuole estendere sia la propria influenza che i propri
territori, per colpire al momento del disfacimento dell’Impero Ottomano.
C’è anche l’interesse dell’impero russo, che si espande sempre di più
verso l’Asia, ed è interessato da un espansione verso l’Europa centrale. La
Russia cerca un espansione verso Occidente anche attraverso il
Mediterraneo. C’è un’estensione che non basta: la via più facile per
accedere all’Europa senza essere controllati dalla GB è uno sbocco sul
Mediterraneo, magari cercando alleanze con i popoli slavi dei Balcani e
dell’Europa orientale. Questo tentativo della Russia di penetrare nel
Mediterraneo avviene a spese della Turchia: bisognava passare dai
Dardanelli (sotto Istanbul) quindi c’è un grande sostegno dei russi ai
popoli slavi che cercano di costituirsi, che mira in realtà alla caduta
l’Impero ottomano (cosa alla quale si oppongono tutti gli altri stati). In
Europa ci sono quindi vari fermenti, ma anche nelle Americhe (specie nel
Messico e nell’America centro-meridionale), i cui popoli si sono resi
indipendenti dalla Spagna mediante una serie di colpi di stato. Qui una
cultura militaresca si fa portavoce del volere popolare, con un forte senso
patriottico che può risultare quasi sorprendente e molto radicato. Altro
luogo di crisi (con uno sfuggente progetto politico, quindi non può essere
considerata a pieno una rivoluzione) è l’India. Essa è sotto il dominio
inglese, è infatti la sua più importante risorsa coloniale, ma non è
amministrata dalla corona britannica. È infatti una proprietà privata della
Compagnia delle Indie Orientali, che controlla l’India con un esercito
privato coloniale. Questa truppa ha un momento di insurrezione quando
la Compagnia delle Indie arriva a fornire del grasso animale (sacro per gli
indù) per il processi di costruzione di armi. Non è il motivo principale per
l’insurrezione, ma incentiva l’opposizione. Inoltre, l’arrivo delle industrie
di cotone rappresenta una catastrofe per l’India, e la Compagnia delle
Indie cerca di supplire con altre produzioni (che portano a due guerre nel
continente asiatico): la produzione di altri prodotti coloniali si è dirottata
sul thè, e anche sull’oppio, il quale ha un mercato ricco soprattutto tra la
nobiltà dell’impero cinese. Gli inglesi, di fronte alla chiusura dell’impero
cinese (che rimaneva chiuso agli Occidentali, disprezzandoli), rispondono
con violenza, in particolare con due guerre finalizzate al ripristino del
commercio di questa droga. Con le due guerre si impone alla Cina una
sorta di maggiore apertura commerciale, imponendo alle principali città
sulla costa cinese di aprire dei porti franchi (considerati parte dell’impero,
ma amministrati dalla GB o da altri paesi europei), quindi con libero
commercio delle merci. Questo mette in crisi gli equilibri economici
tradizionali cinesi, cosa che dalla metà del secolo porterà ad un
susseguirsi ripetuto di momenti insurrezionali e rivoluzionari contro gli
Occidentali, mediante i quali la Cina comincia ad elaborare un vero senso
di identità nazionale. Anche tutti gli elementi di europeizzazione che
stanno arrivando (tipo la predicazione protestante) porteranno, verso la
fine degli anni 50, alla rivolta che cerca di creare uno stato egualitario, nel
quale contadini ed artigiani possano essere considerati egualitari, cosa
che ha l’aspetto di una vera e propria rivoluzione.
Le Indie venivano anche tassate, c’era un sistema di scambio: la
Compagnia delle Indie donava qualcosa, ricevendo in cambio beni e
prodotti coloniali. In cambio davano particolari manufatti (stoffe, armi…),
donati in particolare ala nuova nobiltà. Si favorisce la formazione di
marajah, nobili sostenuti dalla Compagnia delle Indie. Questo è un
sistema di potere un po’artificioso, che salta appunto con la rivolta delle
truppe coloniali. Si stabilisce quindi un potere diretto della corona
britannica, che porta alla formazione dell’Impero delle Indie (la regina
Vittoria diventa imperatrice delle Indie).
La crisi dell’Impero ottomano porta ad una guerra che spezzerà la Pace
dei Cent’anni: nel momento in cui i Russi provano ad impossessarsi della
Crimea (per avere un completo controllo del Mar Nero), le potenze rivali
della Russia vedono quel passaggio come un’invasione, mobilitandosi con
una guerra anti-russa. La prima a mobilitarsi è la GB, rivale della Russia
perché entrambe mirano all’espansione in Oriente (lo scopo principale è
l’Afghanistan, ha una posizione strategica per permettere il passaggio in
India). La Guerra di Crimea (combattuta con minimi contingenti militari, le
principali morti sono dovute a malattie) è una guerra sofferta a cui
partecipano inglesi, francesi, austriaci, prussiani e il regno di Sardegna.
Quest’ultimo è un regno transalpino, in mano ad un primo ministro:
Conte Camillo Cavour (aperto alle grandi trasformazioni), il quale cerca di
far assumere sempre di più un ruolo di potenza al Piemonte all’interno
dell’Italia, quindi accarezza il progetto di disfarsi di tutta la regione delle
Alpi Marittime e della Savoia (le aree più francofone) in cambio di
un’alleanza con il regno di Sardegna per espandersi verso i territori più
ricchi (Lombardia e Veneto). Questo patto si sigla proprio intorno alla
diplomazia in corso con la Guerra di Crimea. La Guerra di fatto non porta
a grandi risultati, in quanto i Russi non conquistano tutta l’area. È
un’espansione che, dopo la guerra in cui comunque la Russia è sconfitta,
non può avere sviluppi immediati quali li sperava la Russia. Dopo la
guerra, la Russia si rende conto di dover affrontare delle riforme: essa è il
paese più arretrato (c’è l’antico regime), ma esiste ancora la servitù della
gleba (quindi i contadini sono servi dei loro signori, e devono sottostare a
loro da un punto di vista formale e legale). Nel 1864 lo zar Alessandro II
abolisce la servitù della gleba, per cercare di dare una svolta al progresso
di modernizzazione. Cerca anche di promuovere un’industrializzazione
intorno a Mosca e S. Pietroburgo, cercando di produrre armi moderne.
Queste nazioni arretrate finiscono per avere effetti culturali politici
notevoli: si mobilita in particolare la gioventù russa (sia quella nuova che
quella borghese), che scopre il significato effettivo del ‘popolo’,
suggestionata anche dall’effetto del Romanticismo. È un fenomeno che
può essere definito “populismo”, nel senso di un vero e proprio ampio
movimento culturale che porta a dei cambiamenti culturali nelle classi
russe e che diffonde un senso di appartenenza nazionale del tutto nuovo:
si va a scoprire il popolo, con la sua cultura e il suo linguaggio. La gioventù
russa si radicalizza anche politicamente (Bakunin, Marx, Engels), e in
nessun altro paese c’è una così alta diffusione dei libri di Marx. Questa è
la diffusione di un pensiero nazionale che porta ad un intensificarsi del
pensiero rivoluzionario. C’è lo sviluppo di un diffuso radicalismo (anche se
non ancora diffuso nella classe operaia, che numericamente è
insignificante anche perché concentrata intorno alla due principali città
industrializzate). Alessandro II resta vittima dell’espansione di questo
movimento, che spesso assume anche caratteri terroristici (ci sono vari
attentati all’imperatore, che muore vittima di uno di questi). C’è anche lo
sviluppo di polizia per controllare i sommovimenti > c’è il continuo arresto
di oppositori e rivoluzionari, con deportazioni di massa in Siberia. Questo
rapporto di potere ha le sue ambiguità, cosa che porta la polizia zarista a
produrre un documento, terrificante per gli esiti successivi: ci si sfoga
sulla minoranza ebraica, estranea e parassitaria. In Russia ci sono vaste
comunità ebraiche, tra il Caucaso e la costa Baltica. Gli ebrei sono
fondamentali per la creazione delle identità borghesi: trovandosi esclusi
dai rapporti di potere e dai rapporti economici, essi tendono a stabilire
reti di relazione tra di loro (anche extra-locali, poiché essi sono appunto
distribuiti in aree molto vaste, cosa che permetteva grandi investimenti
dal punto di vista anche culturale > molti ebrei diventano professionisti
per la valorizzazione del Libro come qualcosa su cui costruire una propria
identità). Gli ebrei sono un elemento costitutivo delle borghesie. Anche se
non dappertutto gli ebrei avevano un livello maggiori di risorse e
ricchezze, spesso ai sovrani fa comodo indicare gli ebrei come
popolazione contro la quale compiere saccheggi, e la cosa in Russia
diventa metodica. Diventa abitudinario aizzare la popolazione contro gli
ebrei (artigiani e commercianti, più benestanti perlomeno dei contadini),
un elemento estraneo contro cui sfogare la propria rabbia. Nel 1904-05 la
polizia zarista elabora un testo, che diventerà una sorta di Bibbia del
razzismo: i Protocolli del Saggio di Sion. Qui si dice che gli ebrei
obbediscano ad un piano elaborato per portare la rivoluzione in Europa, e
vogliano approfittare di un momento di debolezza europeo per
organizzare un trasferimento degli ebrei in Palestina, riportando a
Gerusalemme l’ebraismo. Il testo diventa diffusissimo, cosa che porta
soprattutto in America alla nascita dell’antisemitismo, con una particolare
propaganda da parte di Henri Ford.
Gli effetti dei cambiamenti politici e culturali nel corso degli anni ‘50. Il
mazzinianesimo: Mazzini e Garibaldi vengono condannati a morte nel
1853, dopo la tentata insurrezione nei porti di Genova. Erano esuli,
sudditi del regno di Sardegna, che devono fuggire. Garibaldi era già
diventato un eroe celebre, anche perché aveva diretto militarmente le
operazioni di difesa della Repubblica romana contro i francesi. Dopo di
questo fugge con la moglie americana verso il luogo di resistenza dei
rivoluzionari: Venezia. La loro fuga viene ostacolata dagli inseguimenti dei
francesi e degli austriaci, cosa che appunto diventa una fuga disperata in
cerca di altri rivoluzionari italiani. Tanti vengono catturati, specie seguaci
di Mazzini e Garibaldi. Molti sono morti nella difesa di Roma, tra cui il
poeta sardo Goffredo Mameli. Durante la fuga di Garibaldi verso Venezia,
la moglie si ammala e muore: diventa una sorta di elemento che
ingigantisce la leggenda di Garibaldi, che appunto riesce a diventare il
riferimento dei rivoluzionari braccati in tutta Europa. La sua fama di
guerrigliero in America Latina ne faceva un eroe universale, non solo per il
nazionalismo italiano: è quindi un personaggio ammiratissimo in tutto il
mondo, conosciuto ovunque specie in Europa come elemento militare
della Rivoluzione.
Le trattative diplomatiche di Camillo di Cavour e Napoleone III. Gli accordi
che erano stati presi proponevano a Napoleone III di subentrare come
patrono dei diversi stati italiani, al posto dell’Austria. Essa era egemonica
sugli stati italiani, specie per i vari legami di sangue con la nobiltà italiana,
oltre a un dominio diretto sul Lombardo Veneto c’è un controllo indiretto
sul resto d’Italia. C’è la proposta di un cambiamento molto significativo:
questo avrebbe alterato in modo significativo i vari equilibri tra le potenze
europee, anche perché l’Italia era in una posizione strategica, specie per
lo sbocco sul Mediterraneo. Anche il prestigio culturale dava una
particolare rilevanza a chi controllava la penisola.
LEZIONE 13 Il 1859 rappresenta quindi un momento di svolta per l’Italia,
con un generale traballamento degli equilibri europei: l’egemonia
dell’Austria sugli stati italiani è messa fortemente in crisi, i suoi
possedimenti vengono fortemente ridimensionati. È uno sbilanciamento
rispetto ai precedenti equilibri europei, anche se non è considerabile una
vera e propria crisi: è solo un primo annuncio di quello che l’Austria andrà
perdendo di lì a poco. L’inizio della sua crisi è appunto la perdita
dell’egemonia sull’Italia. Quello che avviene in Italia porta ad una
radicalizzazione alla spinta all’unificazione nazionale: fino a quel
momento c’era stata una sollevazione generale del centro-sud, così come
nei ducati emiliani (Ducato di Parma, Ducato di Modena). Una quota
consistente di territori sviluppati e ricchi quindi aderiscono al Regno di
Sardegna, che ormai comincia a diventare un vero e proprio regno di
Italia. Il passaggio successivo e definitivo avviene l’anno dopo: con
l’incoraggiamento da parte di Torino (che dal 48 mantiene la Costituzione
e il Parlamento > diventa il centro di tutti i cambiamenti politici-sociali) e
Cavour, si comincia a progettare l’unificazione (che non è più solo un
obiettivo dei radicali ma anche dei moderati). Avviene un passaggio di
testimone ai rivoluzionari, che sono chiamati ad agire a patto che
accettino di rapportarsi con ili governo di Torino (dopo i ripetuti successi
dei garibaldini durante il 59, che erano passati da Nord senza trovare
troppi ostacoli ma raggiungendo successi straordinari). Con i vari esuli
siciliani e napoletani si fanno continui sondaggi su quella che potrebbe
diventare la carta vincente per sfruttare in modo più informato e
adeguato il malcontento che c’è nel Regno Borbonico (anche se in
precedenza c’erano stati dei tentativi insurrezionali, vedi F.lli Bandiera).
Le informazioni a cui arrivano i garibaldini sono precise: in Sicilia il
malcontento sta esplodendo perché è stata attuata una nuova tassazione
sulla macinazione dei cereali (quindi una tassa che riguarda sia i
proprietari terrieri che la popolazione) che porta ad uno stato di semi-
rivolta e pre-rivoluzionario. Il progetto è appunto quello di lanciare una
spedizione di volontari che vada in soccorso di questa insurrezione che in
alcune aree della Sicilia diventa difficile da domare. Il contingente iniziale
è di un milione di volontari: Garibaldi sbarca a Marsala (porto dove
attraccavano le navi inglesi per il commercio), e le difese inglesi del porto
non riescono ad affondare le navi dei garibaldini a cannonate, quindi
questi riescono a sbarcare in porto. Già di fronte ai primi successi si
assiste ad un trasformarsi della rivolta latente ad una adesione massiccia
della popolazione all’esercito garibaldino: non è più una rivolta semplice,
diventa una vera e propria rivolta di massa che prende esplicitamente il
nome di rivoluzione e mette l’esercito borbonico in grosse difficoltà. I
garibaldini entreranno alla fine a Palermo, instaurando in Sicilia un
governo dittatoriale guidato da un mazziniano (Francesco Crispi, esule
siciliano che diventa il governatore della Sicilia in nome di Garibaldi), e i
garibaldini iniziano a programmare qualcosa che non era nel loro
programma. Data la facilità e il successo della rivoluzione in Sicilia,
cominciano a pensare ad un non programmato sbarco in continente, che
avviene. L’avanzata in Calabria dei garibaldini è inarrestabile, per quanto
richieda molto tempo causa la mancanza di strade. Avanzano anche in
Campania, senza incontrare ostacoli, riuscendo ad entrare a Napoli, ma le
difese dell’esercito borbonico sul Volturno sembrano invalicabili. In
questo caso i metodi di assalto dei garibaldini spesso si trasformano in
delle vere e proprie stragi per gli attaccanti. Lo stato borbonico è ormai
ridotto all’osso: solo nella Campania e nell’Abruzzo c’è una resistenza
borbonica. Ma in quel momento, in un’Europa della Restaurazione, il fatto
che l’Italia meridionale sia in mano ad un esercito autonomo di
rivoluzionari, segna il fatto che potrebbero tranquillamente instaurare
una Repubblica, cosa che infastidisce e preoccupa le potenze europee. Un
intervento del regno di Sardegna sarebbe l’unico modo per potenziare i
moti rivoluzionari: l’esercito sabaudo attraversa lo stato pontificio,
sconfigge l’esercito pontificio aiutato da un contingente di alleati francesi
a Castelfidardo. L’esercito pontificio viene sbaragliato, e l’esercito del
regno si Sardegna guidato da Vittorio Emanuele II arriva nell’Italia
settentrionale, arrivando a smantellare tutte le fortezze borboniche
rimaste (l’ultima fortezza si arrende alla fine del marzo del 61). Anche
Vittorio Emanuele II entra trionfalmente a Napoli, successivamente ad un
periodo di ambiguità generale tra il re e i garibaldini (che appunto non
sono convinti di mettere in mano ad un re il loro Regno d’Italia, e quindi
l’opera della loro rivoluzione). Il passaggio non è così lineare e scontato, è
difficile e comporta per l’esercito sardo un tentativo di inglobare ufficiali
garibaldini all’interno del proprio esercito cercando di impiantare un
sistema di governo che soppianti la dittatura garibaldina. In questo modo,
a parte il Lazio e il Veneto, alla fine del 1860 quasi tutto il territorio
italiano ha dichiarato, con plebisciti, di voler aderire al Regno di Sardegna.
Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia, con capitale Torino.
Non viene rimesso in discussione lo Statuto Albertino, che verrà
mantenuto nel tempo, e per il momento la capitale rimarrà Torino (fino al
1864, anche solo per questioni logistiche, in quanto essa era fortemente
sbilanciata rispetto al Regno di Italia). La capitale successiva (dal 1865)
sarà Firenze, che diventa una città principalmente culturale, abbellita di
monumenti stile 800esco. La scelta di Firenze come capitale era un modo
per rassicurare anche le potenze europee (in particolare la Francia, la
potenza che fa da ‘patrona’ al nuovo Regno di Italia), quindi c’è una
necessità di mostrarsi perlomeno sottomessi alla Francia di Napoleone III.
La scelta di Firenze come capitale è presentata come una scelta definitiva,
si presenta uno stato all’insegno della continuità con quello che era il
Regno di Sardegna. Avviene un avvio di riforme, che cambiano tutti i
sistemi territoriali locali, a cominciare dall’adozione di una moneta
nazionale e dalla soppressione di piccoli staterelli locali, fino alla piena
adozione di misure uguali dappertutto (litri, metri…) e l’avvio di
programmi decisi di costruzione di linee di navigazione, canali e ferrovie:
tutto questo per arrivare alla creazione di un mercato nazionale, che
superi le debolezze dei mercati locali, con l’iniziativa di valorizzazione
delle enormi ricchezze dell’Italia, che si pensava non fossero valorizzate
causa la frammentazione degli staterelli. Quest’ultima convinzione si
mostrerà in parte errata. L’Italia presentava solo alcune regioni che
presentavano l’ambiente adatto per una ricca agricoltura: solo dal 1879 si
avrà un’inchiesta dettagliata (sulle singole province e comuni) di quelle
che potevano essere le singole risorse agricole/finanziarie/forme
associative degli agricoltori per riuscire a rendere più dinamici i mercati.
Questa trasformazione del sistema produttivo ed economico nazionale
(che produce un moderno capitalismo soprattutto in Italia settentrionale)
mette sempre di più in contatto l’economia italiana con quella europea
(cosa aumentata dalle ferrovie ecc.), cosa che rappresenta almeno
inizialmente uno svantaggio, in quanto i prodotti provenienti dal resto
d’Europa sono molto più competitivi. Con lo sviluppo dei trasporti
arriveranno sempre di più prodotti americani (cereali, allevamento). I
commerci transatlantici finiscono per penalizzare i prodotti italiani (riso e
cereali), portando anche ad una concorrenza della residua industria della
seta italiana, che per secoli era stata il centro di produzione tessile,
soppiantando la concorrenza degli altri paesi (anche orientali). Questo
forte incremento alla globalizzazione porta però all’arrivo di parassiti con
effetti devastanti per l’economia italiana (malattia dei bachi da seta, la
filossera per la colture viticole, c’è la distruzione delle colture di riso).
Inoltre, dall’Inghilterra e dagli altri paesi europei si era in grado di
produrre in modo molto più vantaggioso (cosa che abbiamo visto
analizzando l’industrializzazione di Venezia, che appunto ha prodotti
industriali quasi totalmente francesi ed inglesi). Gli operai italiani sono
capaci, grazie ai molti trasporti, di andare a lavorare nelle città di mezza
Europa, nei cantieri per costruire strade, e non più solo in Europa, ma in
tutti i continenti. Essi si spostano a lavorare dove i cambiamenti
dell’economia mondiale richiedono manodopera: si spostano
principalmente in miniere e cantieri (dopo vedremo perché). Quello che
cerca di fare il governo sabaudo è una normalizzazione della situazione,
cercando di imporre un dominio dei moderati e marginalizzando sempre
di più la spinta dei democratici, che si fanno carico in modo pesante di
completare l’unificazione nazionale (quindi cercando di rilanciare l’azione
rivoluzionaria anche con provocazioni insurrezionali, spesso controllate
dalla polizia austriaca e italiana, in collaborazione tra loro). Nel 1862
Garibaldi, dopo essersi stabilito a Caprera, sbarca segretamente (anche se
controllato dalla polizia di Torino) in Sicilia per arruolare volontari che
partano alla conquista di Roma, mettendo in piedi un significativo
esercito. In Calabria (Aspromonte) viene affrontato e fermato
dall’esercito italiano, che di fronte ai volontari che non si fermano,
sparano ferendo anche Garibaldi. L’eroe nazionale è stato ferito dai suoi
connazionali, i volontari e gli ex-garibaldini vengono sottoposti a
fucilazioni, quindi ad una repressione durissima. Nel 1867 Garibaldi lancia
una campagna di sostegno per il colera a Palermo: più volte i garibaldini
erano stati attivi come volontari in occasioni del genere, anche se il vero
obiettivo è quello di armare un esercito che di nuovo punti verso Roma.
Dopo vari tentennamenti il governo italiano decide di fermare
l’armamento dei volontari, per evitare un intervento della Francia,
impedendo il loro passaggio oltre i confini dello stato pontificio. I
volontari cercano di andare avanti (armati male e disorganizzati), entrano
in Lazio cercando di dirigersi verso Roma (dove un’insurrezione
organizzata da alcuni operai era fallita). Per affrontare i garibaldini non ci
sarà solo l’esercito pontifico, ma anche un contingente nutrito
dell’esercito francese, che insieme distruggeranno l’esercito garibaldino.
È un momento in cui si rilancia una repressione sui democratici e
repubblicani, ma questo rappresenta un elemento divisivo all’interno del
paese, già impegnato in tutte le contraddizioni generate dalla
modernizzazione.
Nel frattempo, nell’Europa centrale le spinte all’Unificazione nazionale
tedesca (attive già dagli anni 30) producono diversi cambiamenti. Ci sono
moltissime associazioni che esaltano in particolare il ruolo della gioventù
e del corpo ben curato per la costruzione di una moderna nazione
tedesca. A dare forma a questi progetti di crescita è Otto Bismark,
cancelliere con rigide tradizioni militari. Bismark sfrutta, nel 1864, un
problema di successione alla corona di Danimarca (che all’epoca non è
solo proprietaria della Groenlandia, ma ha varie colonie anche lungo le
coste scandinave): la Danimarca cerca di imporre un proprio erede al
trono, andando contro alla proposta avanzata dei prussiani. Sfruttando
questo, Bismark riesce ad unire tutti gli stati tedeschi, per cui la Prussia
batte la Danimarca (anche con l’aiuto di eserciti tedeschi), spazzando via i
suoi possedimenti nel mare del Nord e nelle coste baltiche. La Prussia si
pone come stato egemonico tra gli stati tedeschi, ma il problema del
potere tra le due maggiori polarità (che si era presentato già nel 48) si
pone di nuovo: la guida degli stati tedeschi deve essere l’Austria (Vienna)
o la Prussia (Berlino)? Bismark arriva ad uno scontro con l’Austria,
sfruttando un’alleanza diplomatica con il Regno di Italia, che accetta la
guerra sapendo di avere un buon alleato come la Prussia. La guerra viene
effettivamente combattuta solo dall’esercito prussiano, ma gli italiani
costringono gli austriaci a combattere su due fronti (sfruttando anche le
linee ferroviarie, mobilitando in fretta i contingenti militari prussiani). La
guerra viene combattuta un po’ per procura dall’esercito italiano (quindi
non c’è la sua partecipazione diretta), che temporeggia, non accetta lo
scontro, ma alla fine si batte a Custoza (stesso luogo della disfatta di Carlo
Alberto nel 48): dal punto di vista militare non è una sconfitta per
nessuno, ma agli occhi dell’opinione pubblica è una sconfitta. Per via
mare, la flotta austriaca sconfigge l’esercito italiano intorno a Lissa. Il
Regno di Italia intanto si allarga, anche se c’è bisogno di
un’intermediazione di Napoleone III, che cederà il Veneto a Bismark, così
anche nel Veneto viene fatto un plebiscito che gli permette di aggregarsi
al Regno d’Italia. Il passo successivo è quello di mirare ad una conquista di
Roma, anche se la cosa non è proponibile perché Napoleone III (di fronte
alla potenza dell’esercito prussiano) cerca di risolvere i problemi di
rapporti con i subordinati italiani, e cerca inoltre di ritrovare un’alleanza
con gli austriaci. Cerca un’alleanza con gli austriaci, ma essendo che essi
hanno perso la loro egemonia in Italia proprio a causa della Francia, non
accettano: Napoleone propone come attrattiva quella di dare vita ad un
impero metà austriaco e metà francese in Messico, ma il paese reagisce
con rivolte e una vera e propria rivoluzione che spazza via quel regime. Il
tentativo di Napoleone III per controbilanciare la potenza prussiana
fallisce quindi sul nascere. Bismark ha un largo sostengo da parte degli
stati tedeschi e sa di non dover temere nessuno (ora che ha sconfitto
l’Austria), quindi decide di provocare l’orgoglio di Napoleone III, che
dichiara guerra alla Prussia (passando anche per aggressore, quindi dal
punto di vista dell’opinione pubblica la Prussia diventa lo stato aggredito,
che necessita di solidarietà da parte di tutti gli stati tedeschi). I prussiani
battono in pochissimo tempo l’esercito francese, grazie al contingente
militare (l’unica vittoria dell’esercito francese arriverà da parte di una
piccola truppa di garibaldini, che si aggregano all’esercito francese mossi
da un forte sentimento anti-tedesco, più forte dell’astio verso la dittatura
imperiale di Napoleone III > la vittoria a Digione dei garibaldini è l’unica
resistenza efficace).
I prussiani occupano buona parte della Francia, lasciando ad un Governo
di Salute Pubblica di governare il nord della Francia e Parigi, che però di
fronte ad una ventata di nazionalismo democratico insorge, proclamando
una comune e invitando il resto dei parigini a combattere i prussiani:
falliscono, ma l’esperienza è significativa dal punto di vista simbolico > è
la prima rivoluzione di carattere operaio e socialista in Europa (con decine
di migliaia di deportati e morti). Successivamente ci sarà la costruzione di
un tempio (Basilica del Sacre-Coeur a Montmartre) per l’espiazione dei
peccati dei rivoluzionari, quindi la Comune diventa un punto di
riferimento per i rivoluzionari d’Europa, mentre per il resto dell’Europa,
questo rappresenta il rischio della rivoluzione che si ripropone. Dopo
l’esperienza della comune, Guglielmo I re di Prussia, con l’adesione di tutti
gli stati tedeschi (a parte l’Austria che si costituisce come impero di
Austria-Ungheria) si fa incoronare imperatore dei tedeschi a Versailles.
Nasce uno stato tedesco unitario con una organizzazione federale, dove
le singole casate dei nobili tedeschi possono conservare la propria corte, e
accanto ai vari parlamenti istituiti in tutti gli stati tedeschi viene creato un
Parlamento imperiale a Berlino, con l’obiettivo di eleggere tutti gli
imputati dei vari stati tedeschi. Si arriva quindi nel 1871 alla fine di un
processo di unificazione nazionale che aveva coinvolto Italia e Prussia,
dando luogo a una serie di movimenti che hanno sconvolto l’equilibrio
generale. A Roma nel frattempo Pio IX, di fronte all’aggressione degli
italiani, spera di ricevere aiuto dall’Europa. L’esperienza del
cannoneggiamento di Porta Pia porta alla fine dello stato pontificio, con
l’entrata dell’esercito a Roma. Nel 1872 il Parlamento di Torino, che viene
costituito a Roma (dove il palazzo del Quirinale diventa la reggia dei
Savoia) decide per una legge che lascia in realtà largo spazio alla curia
pontificia.
Le aree Balcaniche sono intanto in forte instabilità: la crisi dell’impero
ottomano è incentivata da una diffusione di nazionalismi estremi, che
propongono l’unificazione di una decina di stati che non riescono ad
affermarsi. Dalla metà dell’800 si considera superata la Prima Rivoluzione
Industriale, che lascia spazio alla Seconda Rivoluzione Industriale (che ha
a che fare di più con il settore siderurgico e meccanico, non quello tessile)
> questo spiega i cantieri e le miniere. La Germania ha prodotto nelle
proprie scuole generazioni di tecnici che le permettono di essere
all’avanguardia di questo settore, e anche l’industria elettrica ha come
centro propulsore la Germania. L’Inghilterra continua ad essere la prima
potenza industriale del mondo, la prima potenza navale del mondo primo
e il primo impero del mondo, ma nonostante la sua produzione continui
ovviamente a crescere, essa comincia ad essere insidiata dalla produzione
tedesca e americana (concorrenziali soprattutto dal punto di vista
qualitativo): si diffonde concorrenza e senso di minaccia. La Seconda
Rivoluzione riempie di miniere il mondo, sviluppa i sistemi di trasporto,
moltiplica i cantieri (che allargano i porti per aumentare il pescaggio delle
navi, che hanno bisogno di fondali più profondi). Ci sono innovazioni negli
ambiti più differenti, una delle conquiste della cantieristica dell’epoca è
appunto il Canale di Suez del 1869 (che impegna soprattutto ingegneri
francesi), che torna a riproporre il mercato mediterraneo come un luogo
di grande transito per le navi, e come una rotta fondamentale. Per il resto
dell’Europa (a partire dall’Inghilterra), l’accesso alla via per l’Asia viene
effettivamente molto abbreviato: verrà compiuta un’operazione analoga
negli USA degli anni ’80 con l’Istmo di Panama, con il quale anche
l’Atlantico e il Pacifico vengono messi in comunicazione. I cantieri
rivoluzionano il sistema dei trasporti, sono operai che vengono da tutto il
mondo diventando una sorta di cavalleria leggera di questa espansione
del capitalismo e dell’innovazione. Diventano un alimento anche a quelle
che sono le spinte rivoluzionarie di diversi paesi (i paesi in cui si spostano
gli operai e i paesi dai quali provengono).
LEZIONE 14
La seconda rivoluzione industriale (che si sviluppa dalla metà dell’800) ha
delle caratteristiche completamente nuove: in particolare avvia dei
processi industriali con la prevalenza del settore siderurgico su quello
tessile. Questa crescita ovviamente finisce per privilegiare degli stati che
si sono lanciati già dalla prima rivoluzione: in particolare gli stati che si
affacciano sul mare del nord sono avvantaggiati (hanno un’ampia
dotazione di carbone, che li avvantaggia rispetto ad una crescita
industriale), e guardando alcune aree dell’Italia settentrionale (la zona
settentrionale del vicentino, il biellese) si nota come esse disponessero di
poche miniere di carbone (si produce un tipo diverso di carbone, a causa
di un deficit di materie prime), ma in queste aree sorgono comunque le
maggiori concentrazioni industriali grazie allo sfruttamento di energia
idrica (si sfrutta la caduta delle acque, costante a causa dell’alternanza tra
stagioni piovose e scioglimento dei ghiacciai). Lo sviluppo industriale
quindi non implica lo sfruttamento della forza vapore, ma si sfrutta
un’altra energia inanimata che permette di muovere le macchine:
piuttosto che importare il carbone dall’estero (molto costoso) si sfrutta
questa risorsa. Altri paesi hanno comunque grandi difficoltà a
modernizzarsi: la Seconda Rivoluzione avvantaggia i paesi che già dalla
prima rivoluzione si sono costruiti un ruolo dominante sul mercato, anche
grazie alla grande dotazione di materie prime (in particolare minerali), c’è
anche l’ingente sviluppo dell’industria chimica, che è distribuita in modo
più variegato nel pianeta (anche perché non comporta l’uso di materie
prime). La 2RI vede anche l’avvio di paesi che iniziano a industrializzarsi in
modo moderno, recuperando almeno in parte delle posizioni di ritardo. I
paesi della 1RI erano innanzitutto l’Inghilterra, la Prussia (che dispone
dell’area renana, un enorme bacino carbonifero e di estrazione di metalli
ferrosi), il Galles (con un bacino minerario rilevante), ma anche nelle
colonie il rinvenimento di bacini minerari porta ad afflussi di lavoratori
nelle miniere, così come di venditori e impresari che cercano di fare
fortuna mobilitando la ricerca del metallo (la corsa all’oro in Alaska e in
California). Questa movimentazione talvolta produce vari sconvolgimenti:
l’Alaska viene venduta agli USA dalla Prussia, nonostante sia un paese
molto arretrato e che quindi non vede di buon occhio gli americani.
Anche in Russia affluiscono lavoratori dall’estero, in particolare per la
costruzione di ferrovie. La Russia resta comunque un paese meno aperto
rispetto al resto dell’Europa e soprattutto rispetto all’America (dove le
grandi pianure rendono facile la costruzione delle ferrovie). Nei paesi più
arretrati, l’avvio di una RI in ritardo comporta quasi inevitabilmente una
partecipazione degli stati nel rifornimento di capitali per avvantaggiare
una crescita industriale. Nell’Europa meridionale e orientale, per
esempio, c’è un grosso ritardo: il ruolo degli stati diventerà sempre più
decisivo, il che contraddice quello che continua ad essere il fondamento
dell’economia liberista, ossia che lo stato non debba intervenire
all’interno delle attività economiche! Soprattutto nelle aree dove si
sviluppa l’industria siderurgica assistiamo alla nascita di grandi fonderie
ed acciaierie, che permettono di sfruttare ai massimi livelli il fuoco
(derivato dal carbone). La crescita gigantesca di questi impianti non è
sempre facile in Europa: costruire enormi acciaierie accanto alle città è
faticoso, sono ingombranti e hanno un alto tasso di inquinamento a causa
della costante produzione di fumi. Se prima l’industria che si era
sviluppata comprendeva un massimo di 1000 operai (che richiedevano
dei capitali che potevano essere a disposizione di una famiglia, che gli
venivano trasmessi da un imprenditore proprietario) con lo sviluppo delle
enormi industrie della nuova RI ormai non c’è più un imprenditore, ma ci
sono società per azioni, anonime, che raccolgono capitali in bacini molto
larghi: ci sono operazioni finanziarie che rendono la finanza sempre più
rilevante, rispetto all’imprenditoria. C’è una imprenditoria locale che tra
la fine dell’800 e i primi del 900 diventano milionari grazie alla loro
capacità di intermediari con la finanza estera, che fornisce loro capitali
per la grande industrializzazione (vedi turismo a Venezia e finanza
tedesca). Questi enormi complessi siderurgici necessitano di avere anche
un mercato assicurato, che può essere loro assicurato dallo stato, in
quanto può elargire loro la produzione di armi, favorire tracciati di
ferrovie (anche dove non sia lo stato a finanziarle) ecc. Lo stato, nel
favorire politicamente ed amministrativamente, per favorire la
cantieristica, crea inevitabilmente un intreccio stretto tra politica ed
economia: lo stato si mette a disposizione delle imprenditorie private per
incentivare la crescita economica. Gli interventi degli stati possono anche
essere protezionistici (cosa in contraddizione con l’idea del libero
scambio), si regola quindi l’intervento degli stati che adottano misure
protezionistiche: molti stati mantengono formalmente l’economia di
scambio, ma in realtà con un enorme intervento dello stato
(regolamentazione dei dazi, per riparare l’importazione di merci). C’è un
processo di lancio anche dell’Italia, tutto all’insegna del protezionismo
economico. L’Italia è appunto uno dei paesi che si sviluppa in ritardo, così
come altri che basano la propria crescita su processi analoghi.
Il caso più rilevante di un paese già avviato alla 1RI, ma che ha una
crescita enorme e diventa un modello per la siderurgia, sono gli Stati
Uniti, che si sviluppano dalla fine dell’800 con il protezionismo. Nella 1GM
soppianteranno l’Inghilterra come prima potenza del mondo, ma c’è un
passato drammatico: si ripresenta il problema dell’espansione verso
ovest, favorita dalle ferrovie. È qualcosa che viene sollecitato già dalla
corsa all’oro in California, ma anche successivamente la spinta verso
l’ovest per raggiungere la costa del Pacifico crea squilibri anche dal punto
di vista politico: ci sono nuovi stati popolati, emergono le enormi
differenze tra il nord e il sud. Nel sud (Messico, area calda) c’era un
sistema economico basato essenzialmente sull’economia di piantagione:
produzione di prodotti considerati coloniali (tabacco, cotone), un sistema
di piantagione che avvantaggiava e riforniva economicamente soprattutto
le industrie inglesi. Lo sviluppo del cotone in Inghilterra è provveduto
appunto dal sud degli Stati Uniti, dove c’era un sistema basato sulla
piantagione lavorata da schiavi neri, che permetteva la floridità di un
sistema economico triangolare. Gli inglesi ricevevano il cotone dagli USA,
fornivano manufatti e fino alla metà dell’800 trafficavano schiavi: da un
lato si forniva la manodopera di schiavi, si fornivano manufatti e si
riceveva in cambio la materia prima (quindi effettivamente un sistema
economico ben collaudato). La popolazione al sud era appunto formata
per la maggior parte da schiavi neri, che mantenevano con il loro lavoro la
popolazione bianca che vivevano su questo tipo di economia.
L’espansione verso ovest pone un problema politico: il sud era
egemonizzato (con sistema di rappresentanza bipartitico, democratico al
sud e repubblicano al nord), l’esaltazione del sistema paternalistico dove i
proprietari, riprendendo la morale delle aristocrazie europee, si
ritenevano i protettori degli schiavi, considerati pericolosi (quindi di fatto
un paternalismo elaborato con dei presupposti profondamente razzisti).
Questo tipo di economia aveva una propria morale, sembrava un mondo
funzionante e destinato a durare. Gli stati del nord invece hanno la
ricchezza che viene prevalentemente dai commerci (subalterni ai
manufatti inglesi), la possibilità di uno sviluppo industriale negli stati del
nord ha appunto come premessa il fatto di proteggersi dalle merci inglesi.
Di fronte a questa proposta, gli stati del sud si trovano contrari (dato che
vivono grazie a quello). La visione del nord comprende anche il fatto che
se nel sud cessasse il sistema della piantagione, l’agricoltura del sud si
industrializzerebbe e quindi richiederebbe macchine agricole e mietitrici
al posto della forza lavoro degli schiavi. Se gli agricoltori del sud
rinunciassero a quel tipo di società, meccanizzandosi, aprirebbero un
grande mercato alle industrie del nord. Lo scontro tra questi due centri di
interesse differenti non diventa stridente finché l’espansione verso ovest
non pone il problema dell’estensione del sistema degli schiavi anche a
ovest: lo si vieta o lo si permette? Questo mette talmente a contrasto le
parti politiche che si arriva ad un tentativo di secessione (1864) che porta
all’avvio di una guerra civile, la prima guerra di massa che venga
combattuta (favorita anche dal rapido spostamento di truppe, grazie alle
ferrovie). Questo tipo di guerra preannuncia la guerra europea di mezzo
secolo dopo (con trincee, reticolati, artiglieria, pistole e fucili a ripetizione,
introduzione della mitragliatrice statunitense, che comincia ad introdurre
un tiro rapido a lunga gittata che provoca veri e propri massacri). In quel
tipo di guerra che dal punto di vista della motivazione a combattere e
anche delle capacità strategiche dei generali, l’esercito del sud avrebbe
potuto vincere (esercito meglio organizzato), viene da loro perso a causa
dell’elevata industrializzazione degli stati del nord: essi hanno la capacità
di mobilitare armi molto più velocemente. Una volta iniziata la guerra, la
produzione di armi al sud diventa difficoltoso, e diventa anche difficoltoso
avere scambi con l’Europa: gli stati al nord operano un blocco
continentale, impedendo agli stati del sud di commerciare. L’economia
del sud e il rifornimento di materiale bellico viene strangolato, dal punto
di vista dell’armamento e dell’economia. Questo produce una crisi
economica perenne, essi continuano a riciclare armamenti e munizioni: gli
stati del nord non incontrano difficoltà da questo punto di vista. La guerra
(nonostante dal punto di vista strettamente umano gli stati del sud
potessero vincere) ha un esito comunque predeterminato, nonostante sia
una guerra molto sanguinosa.
È il tipo di guerra che si prospetta come la guerra moderna, che in Europa
arriverà mezzo secolo più tardi. Tutti gli stati europei continuano ad
accumulare un impressionante arsenale di armi, che a lungo non vengono
usate (perlomeno in Europa). Il tipo di armamenti via terra comporta la
produzione di armamenti anche nel settore navale. Si montano i cannoni
sulle navi, con tiro rapido e a lunga gittata, diventano una necessità da
usare in una guerra per mare (contro le altre potenze e da usare quando
si conquistano nuove terre in Africa o Asia). Si crea un dominio delle
potenze europee, che cominciano a conquistarsi dei mercati: non ci riesce
la Spagna > episodio di Cuba contro spagnoli, che inizialmente viene
aiutata dagli USA, ma che poi verrà occupata da essi. Questo rappresenta
per la Spagna un trauma, in quanto Cuba è l’isola più ricca dei Caraibi e
l’ultimo brandello di colonia in America rispetto all’impero sconfinato di
prima). Le potenze europee cercano sempre di più di avere uno spazio
nelle colonie, che viene motivato con la ricerca di materie prime. Se però
prendiamo d’esempio il colonialismo francese, analizzando l’impero
africano della Francia, notiamo come esso sia per ¾ deserto del Sahara:
non è un ambiente ricco di materie prime, ma rappresenta un punto di
appoggio strategico per la propria espansione e il controllo del
Mediterraneo. Le grandi potenze coloniali (in particolare l’Inghilterra) si
spartiscono le colonie e le risorse: la capacità di colonialismo inglese
provoca l’occupazione da parte loro della costa orientale dell’Africa (che
guarda verso il controllo delle rotte verso l’Oriente). In Germania, la
capacità politica di dirigere gli interessi delle potenze rivali verso l’Asia e
l’Africa spetta appunto a Otto van Bismarck. Egli riesce a diventare
l’arbitro degli equilibri dell’Europa appunto promettendo alle potenze più
impegnate nella colonizzazione (Francia e GB) la conquista di territori. La
Germania dà più prestigio al possedimento della terra in loco, quindi c’è
una permanenza di aristocrazia che dà importanza marginale allo sviluppo
coloniale. Anche l’Italia, con un’azione di tipo protezionistico riesce a
lanciarsi nel progresso, con le sue poche risorse, in modo timido e poco
ambizioso. Il fatto che si conquistassero altri popoli per la sottomissione
rappresentava una contraddizione al Risorgimento (Italia con ruolo
civilizzatore). Francesco Crispi diventerà il più grande sostenitore del
colonialismo. In Italia il ruolo politico di classe dirigente che costruisce il
Regno di Italia a partire dal Regno di Sardegna è appunto quello dei
moderati (la destra storica): essi avevano come propria guida un mondo
formato da nobili e borghesi diventati grandi proprietari terrieri (in un
Regno di Italia dove avevano il diritto di voto il 2% della popolazione
adulta, quindi una ristretta élite). In Italia, nel 1866, la crescita di una
borghesia sempre più culturalmente e politicamente presente riesce a
vincere le elezioni intorno ad un programma di riforme (abolizione di
tasse che ostacolano l’industria, programma di democratizzazione). La
vittoria elettorale della sinistra porta ad una situazione politicamente
meno chiara: si parla di trasformismo (un adattamento della sinistra ai
giochi politici che erano stati propri della destra). Crispi diventa appunto
uno di loro, un trasformista: filomonarchico, teorico di riforme molto
importanti che caratterizzeranno l’Europa di fine secolo, una
democratizzazione della monarchia (con creazione di rituali di massa,
pellegrinaggi ecc.). si cerca di avvicinare la monarchia alla nazione. Crispi
va anche oltre: con Depretis organizza la costruzione del monumento al
fondatore di Italia (Vittorio Emanuele II, il Vittoriano o l’Altare della
Patria). Crispi non solo proseguirà nei finanziamenti di questo
monumento, ma avvia ad una spinta alla monumentificazione del
Risorgimento, riempiendo l’Italia di monumenti di Vittorio Emanuele II e
Garibaldi (gli eroi dell’unificazione). I democratici cercano ovviamente di
privilegiare Garibaldi, presentandolo come eroe solitario: si cerca di
rendere l’idea quasi popolare, e la scelta di Crispi sarà quella di sviluppare
il colonialismo. Lo sviluppo coloniale si avvia inizialmente con la
costruzione di una città portuale, che era già stata assegnata alla
compagnia Rubettino, una compagnia genovese. Essa era interessata agli
scambi commerciali, finanziando l’impianto di un porto a Massaua.
Rubettino appunto cederà al governo italiano quel porto, che inizia a
costruirci intorno un vero e proprio porto. Per l’Italia quel porto ha uno
sviluppo positivo, è una via di sviluppo oltre il Canale di Suez, in direzione
dell’Asia e delle Indie. Qualsiasi movimento ha bisogno di
un’approvazione dell’Inghilterra, che accetta perché intenzionata
principalmente a bloccare lo sviluppo della Francia. Quando l’Inghilterra si
renderà conto che la presenza italiana sta diventando un’interferenza,
cercherà di ostacolarla, cominciando ad armare i vari capi militari etiopici
(colonia italiana): il risultato sarà quello di una serie di sconfitte
clamorose dell’esercito italiano. Ci sarà il tentativo di penetrazione
all’interno dell’Etiopia, che finirà per essere un completo massacro delle
truppe italiane, con forti proteste popolari: è esattamente il contrario di
quello che voleva Crispi, che quindi porta ad una critica radicale contro
questo tipo di politica, che mira ad un recupero di pacifismo e di dignità
dei popoli.
Per consentire il tipo di politica coloniale, all’Italia occorreva avere
un’acciaieria in grado di produrre corazzate, cosa di cui appunto il paese
non disponeva. A spese dello stato italiano si creerà una delle più grandi
acciaierie, che comincerà con questa produzione di corazzate e di
moderni armamenti. L’Italia comincia a rendersi indipendente dal punto
di vista degli armamenti. Lo Stato diventa quindi il fornitore di capitali, e
sempre più di frequente è proprio la politica coloniale che diventa un
limite al libero scambio: una volta che vengono creati i grandi imperi
coloniali, le colonie possono commerciare solo con la madrepatria.
Questa è una vera violazione del libero scambio, che diventa un vero
obbligo per le colonie, che crea sempre più contrasti tra le potenze,
appunto perché gli scambi sono destinati ad andare in una certa
direzione. La produzione di questi colossali centri siderurgici ed industriali
(negli USA quelle meccaniche) diventano vantaggiose, ma questi colossali
investimenti portano anche alla creazione di monopoli dei sistemi
economici. Le banche diventano proprietari di quegli investimenti, quindi
si alzano i prezzi e si creano monopoli nella creazione di determinati
prodotti. Si creano dei centri di produzione che si assicurano che un
determinato prodotto venga monopolizzato (quindi venduto) solo da loro.
Nei grandi produttori del settore siderurgico si creano sempre di più dei
‘cartelli’, alleanze segrete per stabilire il prezzo di determinate merci.
Questi centri finanziari ed economici cercano di attrarre la politica dalla
propria parte, non solo con il modo più spiccio (la corruzione, il far votare
da un parlamento un particolare progetto di costruzione cantieristica), ma
anche determinando l’influenza dell’opinione pubblica che poi va a
votare. Nascono i giornali con vero intento propagandistico, che
condizionano le scelte degli ambienti politici: fare o no un’impresa
coloniale, un sistema di strade ecc.. mobilitano gli interessi dell’opinione
pubblica. Si cerca di condizionare con propri giornali la cosa. Per
dimostrare il progresso nascono anche le prime Esposizioni Universali
(quella di Londra del 1851). Famosa quella di Parigi, che porterà alla
costruzione della Tour Eiffel (culmine del progresso non solo per la
quantità di acciaio impiegato, ma anche perché essa viene illuminata e
quindi c’è il passaggio e l’uso di energia elettrica).

LEZIONE 15
Ci sono molti altri stati, oltre l’Italia, che si industrializzano.
Gli USA, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, sviluppano tecniche che
condizioneranno i modi di produzione, in particolare con il fordismo e il
taylorismo. Già dalla fine degli anni 80 si sviluppa il taylorismo: Taylor è
un tecnico che lavora in varie industrie, è un calcolatore maniacale,
inventa un sistema e lo perfeziona > esso serve a prevedere in tutti i
mestieri e in tutte le possibili occupazioni la massima specializzazione,
anche di azioni estremamente semplici: gli operai ripetono così sempre le
stesse azioni, che vengono razionalizzate. Questo introduce, dal punto di
vista strutturale e della progettazione di una nuova fabbrica, l’istituzione
di una direzione aziendale di tecnici che deve controllare la produzione
nel massimo dettaglio. La fabbrica della Prima Rivoluzione Industriale (e
anche della 2°) è guidata soprattutto dalle aristocrazie operaie (loro sanno
come si deve organizzare la fabbrica e come si deve lavorare). Con il
taylorismo le retribuzioni si abbassano ulteriormente (mediante il sistema
del cottimo: pagamento in base al prodotto, non in base alle ore di
lavoro). Questo avviene con un riconoscimento di pagamenti più alti della
norma solo per gli operai che regolarmente riescono a superare un certo
termine di produttività (quantitativamente e qualitativamente). Accanto
agli operai si va sviluppando una direzione tecnica composta da ingegneri
che studiano processi produttivi, all’interno di grandi fabbriche (che
appunto diventano realtà di massa). Queste tecniche arrivano a
sviluppare una burocrazia interna di tecnici nelle industrie, che studiano
le prestazioni degli operai: si sviluppa così un livello di controllo sul lavoro
che prima era inimmaginabile. Taylor inventa anche decine di tipi diversi
di pale, e 22 metodi di spalatura, proprio per dare a ogni minima
operazione il movimento più razionale, facile e rapido possibile.
L’introduzione del taylorismo non porta a significativi aumenti salariali,
ma anzi porta ad una perdita, quindi questo non porta vantaggi agli
operai, bensì alle grandi aziende industriali. La successiva tecnica è
introdotta nelle industrie automobilistiche di Henry Ford, che propone
l’innovazione della linea di montaggio. Essa non era una novità (era già
praticata nel Medioevo, con il sistema di canali veneziani). Il processo
della linea di montaggio è tecnicamente molto raffinato, già dalle prime
applicazioni nei macelli di Chicago. Henry Ford porta la tecnica ad un
livello molto più particolare: si tratta di montare un’automobile, ossia un
macchinario molto complicato. In precedenza, la fabbricazione di un’auto
richiedeva tempi lunghissimi e un lavoro molto intenso da parte di operai
specializzati (quindi molto pagati), era un vero e proprio lavoro
artigianale. La catena di montaggio è molto più rapida: qualsiasi operaio
(anche non specializzato) era in grado di compiere per ore un’azione
semplicissima. Il problema è che in una linea di montaggio, dove
avvengono azioni così dettagliate, non ci devono essere intoppi: gli operai
non devono compiere sbagli. Anche il materiale da usare necessitava di
essere perfetto: la direzione aziendale controllava con metodi tayloristici i
vari movimenti degli operai, e inoltre controllava che non tutti i passaggi
della catena di montaggio fossero costantemente riforniti con materiale e
pezzi perfetti. Occorrevano livelli della produzione che assicurassero la
standardizzazione dei pezzi, che dovevano combaciare perfettamente.
Questo livello di produzione realizza tutto ciò che Marx aveva indicato nei
suoi studi come l’alienazione operaia: il depotenziamento delle
aristocrazie operaie incoraggia un movimento operaio, che diventa un
movimento operaio di massa già fin dalla fine dell’800. In Germania e in
Inghilterra si hanno i primi esempi: di fronte alla crescita del movimento
operaio in Germania, Bismarck agirà introducendo un divieto alle
associazioni socialdemocratiche. Non vieta le associazioni operaie di vario
tipo, ma vieta solo l’associazionismo politico: rimangono tutti i mutui
soccorsi ecc., quindi si sviluppa un movimento operaio di tendenza social-
democratica (nonostante sia clandestino) e c’è un’ingente crescita di
associazioni (cori, sport) di chiaro orientamento marxista. Quello che si va
a formare è l’organizzazione di comunità rosse, quello che i sociologi
definiranno ‘uno stato all’interno dello stato’: c’è quindi un inserimento
degli operai all’interno della società come qualcosa di fortemente
strutturato, specie nei paesi dove il movimento è particolarmente
sviluppato. La Francia era culla di varie organizzazioni rivoluzionarie, così
come l’Italia (con Garibaldi e le organizzazioni operaie). Si vede meno nei
paesi anglosassoni, dove il marxismo attecchisce meno, nonostante
l’operaismo si diffonda molto, soprattutto nel partito liberale (che ottiene
l’allargamento del diritto di voto, per poi organizzarsi autonomamente
costituendo il Partito Laburista Indipendente, un partito staccato di
operai). Negli USA c’è una diffusione di organizzazioni di carattere
marxista, ma sempre di più di carattere anarchico e operaio: certe
tendenze corporative (che vogliono forza lavoro solo statunitense, solo
protestanti, solo bianchi) da timide tendenze socialiste, diventano sempre
più conservatrici e corporative. Le tendenze più rivoluzionarie all’interno
del movimento operaio (precario, che lavora soprattutto nelle miniere e
nei cantieri colossali degli USA) sono molto influenzate dal marxismo, e
poi sempre di più dall’anarchismo rivoluzionario. Questo tocca
soprattutto gli immigrati di più recente formazione: comprende anche i
neri, quindi il movimento operaio più ribelle (e con una presenza non
insignificante) è appunto quello degli immigrati assunti a tempo
determinato, che continuano a spostarsi all’interno degli States,
rientrando all’occorrenza anche in Europa. Vengono quindi registrati due
movimenti operai principali > quelli degli operai più integrati, e quelli
degli immigrati, che sono molto più radicali dal punto di vista sindacale e
politico. Anche in Australia e in Nuova Zelanda ci sono innovazioni di
carattere sindacale: il 1 maggio 1899 viene progettata la grande giornata
per il raggiungimento delle 8 ore, uno sciopero generale che cerca di
collegare il movimento operaio europeo a lotte che gli operai avevano
lanciato nell’industria statunitense a partire dal 1880. Nel momento in cui
nel 1889 si costituisce a Parigi un’organizzazione internazionale dei
lavoratori (in occasione dell’Esposizione Universale), ossia la Seconda
Internazionale (sotto Engels, la Prima Internazionale era sotto Marx*), ci si
dà come primo obiettivo il lancio dello sciopero in tutto il mondo per il
raggiungimento delle 8 ore. La cosa avrà un’efficacia straordinaria, e
appunto non solo in Europa. Questo farà dilagare il terrore tra le classi
dominanti, che temono una rivoluzione (il 1 maggio, giornata
dell’iniziativa, sarà caratterizzata da un rigido controllo della polizia ecc.) Il
successo attribuisce una simbologia molto forte ai cortei operai, così che
l’idea dello sciopero diventa un collante culturale e di comunicazione
all’interno della classe operaia, che si sviluppa sempre di più. Essa non è
più solo un dato sociologico (persone che lavorano in industrie ecc.), ma
sono lavoratori che si riconoscono con legami sociali. Il successo
dell’iniziativa è tale che si decide di ripetere l’anno successivo la stessa
cosa, sempre l’1 maggio 1892: si decide di stabilire quella data, che
diventa una data ricorrente per ottenere le 8 ore lavorative. Intorno a
questa iniziativa il movimento operaio di massa prende forma, arrivando
anche a richiedere non solo un ribaltamento degli equilibri politici e
l’abolizione del capitalismo per l’avvio di un’economia collettivista, ma
idealizzando anche forme di collaborazione volte contro ad altre
tendenze capitalistiche (il colonialismo, la rivendicazione del pacifismo
ecc.): tutte queste rivendicazioni entrano all’interno dei congressi della
Seconda Internazionale, sollecitando modalità di organizzazioni sindacali
che vengono standardizzate a livello europeo. Questi partiti che si vanno
formando sono in tutte le società i primi partiti di massa. L’occupazione
industriale della Seconda Rivoluzione Industriale è qualcosa che aggrega
le masse, le città sono i luoghi dove si comincia a formare la società di
massa. I partiti aggregano milioni di persone, con vaste reti di
collegamento. È con questa realtà che Bismarck si trova a che fare: egli
cerca di contrastare queste iniziative con qualcosa che possa richiamare i
provvedimenti di Speenhamland dell’Inghilterra di fine 700. Essa era una
forma di assistenza e carità per il sovvenzionamento dei poveri. Bismarck,
anche se non si appoggia alla chiesa (né luterana, né cattolica), avvia un
sistema statale di pensioni, il primo del mondo. Inaugura lo stato sociale
in Germania (dalla metà degli anni 70) > innanzitutto con un sistema
pensionistico, poi con un sistema di assistenza sanitaria, rivolti in
particolare agli ambienti operai. Si cerca di porre lo stato come qualcosa
che può aggregare in alternativa alle associazioni operaie, sperando di
porre fine alle tendenze rivoluzionarie. Questo fallisce, nonostante abbia
avuto ottime capacità di aggregare anche gli ambienti più polemici verso i
governi e la classe dirigente.
In tutta Europa c’è una grande diffusione di anarchismo e di marxismo. *A
Londra, dove Marx viveva in esilio, c’erano molti esuli europei. Egli fondò
la Prima Internazionale, cercando di aggregare i vari esuli: inizialmente
partecipa anche Mazzini, che poi se ne distaccherà. Un’altra componente
importante è quella del rivoluzionarismo russo, che vengono dal paese
più arretrato d’Europa: il pensiero dei grandi rivoluzionai del movimento
populista diffondono dalla Russia il pensiero anarchico. Tra gli esuli russi
che si trovano a Londra c’è anche Mikhail Bakunin. Egli è un seguace di
Marx, si fa seguace del suo pensiero, viene incaricato di diffondere il
pensiero marxista in particolare tra le associazioni garibaldine italiane.
Egli comincia tuttavia a diffondere il proprio pensiero, molto più radicale
di quello di Marx (per quanto riguarda lo stato, nega l’utilità delle grandi
organizzazioni e dei partiti, sostiene invece l’utilità del terrorismo). In
Italia, un primo movimento operaio sarà appunto quello
dell’internazionalismo di Bakunin. Nella Seconda Internazionale si
riproporrà questo scontro, anche se prevarrà la tendenza marxista e
quindi gli anarchici saranno esclusi. C’è tuttavia da parte di George Sorelle
(francese) un’esaltazione dello sciopero generale, che tocca molti
ambienti del movimento operaio in Francia ma anche negli USA. La
tendenza prevalente all’interno della Seconda Internazionale resta il
socialismo evoluzionistico: una rivoluzione che porta all’estinzione degli
stati nazionali per la creazione di una società internazionale all’insegna
della collaborazione e dello sviluppo del lavoro, ma senza passaggi
insurrezionali (no attentati, no barricate, quindi solo scioperi): è una
logica ben inseribile nel pensiero positivistico evoluzionistico che
caratterizza tutte le filosofie di fine 800. C’è un tentativo operaio di
appropriarsi dell’idea di progresso, che diventa una specie di religione
civile, soprattutto nella Francia della Seconda Repubblica.
Questa idea di un continuo avanzamento della società (nonostante tutto
fortemente eurocentrica) è qualcosa che si coniuga alla cultura coloniale
dell’epoca: la ripresa del positivismo rielabora le visioni dell’illuminismo,
elaborandone però una visione competitiva. I conflitti della società
devono distinguere i livelli migliori della società da quelli peggiori: la
società viene concepita come qualcosa di dominato da élite prive di vizi,
di cui invece erano piene le classi inferiori delle società, oltre ai popoli
non civilizzati. Nasce un profondo conflitto tra le diverse società dove si
concepiva una gerarchizzazione di nazioni sempre più evolute (che sarà
sostituito dal termine ‘razze’): Francia, Inghilterra, Germania. Un pensiero
che comincerà a manifestarsi nell’ imperialismo di primo 900 è un’idea di
popoli civili, ma vecchi, che vanno sostituiti da quelli più giovani e
dinamici che possono superare quelli delle vecchie razze. Sono cose che
vengono elaborate da Spencer, diventando però un pensiero sempre più
irrazionalista, che riprende la teoria dell’evoluzionismo di Darwin.
L’evoluzione (biologica!) di Darwin portava quelle che erano innovazioni
genetiche all’interno di una specie a diventare i mezzi più idonei per
imporre quella specie, fino a quando un’altra specie non fosse subentrata
a causa dell’impossibilità dell’altra di continuare a sopravvivere. Quello
che si fa a fine 800 è il trasporto della teoria di Darwin in ambienti
inappropriati, soprattutto sul piano sociale > nelle società vengono
identificati ceti sociali inferiori che non si sono saputi evolvere, sottomessi
dai vertici della società che invece si sono saputi porre come superiori:
questo veniva trasposto anche a livello internazionale. Questo
nazionalismo estremo dell’età degli imperi (sempre più tendente al
richiamo di un vecchio corporativismo industriale) si contrappone
completamente all’egualitarismo del movimento operaio: si elaborano le
idee più bizzarre sulle differenze di popoli. Durante la Seconda
Rivoluzione c’è quindi l’elaborazione, oltre che di innovativi sistemi di
produzione, anche di idee e mentalità di tipo nuovo, molto varie: ci sono
idee che drasticamente combattono tra loro, e questo porta ad una
conflittualità generale interna alle società. Fanno tutte parte di un
conflitto politico e sociale crescente, nel quale l’entrata delle masse
operaie in politica mette in grande difficoltà le classi dirigenti: si definisce
la crisi di fine secolo (ultimi anni dell’800) che di fronte alla domanda di
radicalizzazione della società, risponde con la tendenza a chiudersi e
spaventarsi da parte delle élite sociali. Loro sono portatori di una visione
limitante, secondo la quale il vero progresso è stato raggiunto da loro e
non può progredire più di così: il successo delle élite deve perpetuarsi,
mentre l’altra parte della società richiede delle democratizzazioni radicali,
reclamando rapporti regolamentari tra le nazioni.