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Sicurezza Energetica, Transizione e Sviluppo nella Cina popolare dopo il Covid-19

La prossima primavera il Partito Comunista Cinese ufficializzerà il 14° Piano


Quinquennale per la crescita del paese. Si tratta di un documento estremamente
importante per conoscere gli orientamenti che assumerà la politica economica cinese
all’interno della strategia di sviluppo promossa da Xi Jinping per completare la
“modernizzazione socialista”. L’epidemia di Covid-19 ha rappresentato in tal senso una
brusca frenata per l’agenda del governo cinese che si è trovato di fronte, solo nel primo
quarto del 2020, ad una contrazione del 6.8% del PIL, un rallentamento dell’economia
che non si verificava dal 1976. Il governo di Pechino è stato costretto a concentrarsi sul
contenimento del virus e sull’approvazione di misure di breve periodo per supportare
tanto il pubblico impiego quanto il settore privato. In concomitanza con una situazione
internazionale in rapido deterioramento e di fronte all’aggravarsi delle tensioni con gli
Stati Uniti, questa crisi ha reso improcrastinabile agli occhi del PCC la questione
dell’autosufficienza energetica e tecnologica.

La Repubblica Popolare è dal 1993 un importatore netto e dal 2009 il primo


consumatore al mondo di energia con il 25% della quota totale. Nella prima metà degli
anni 2000 l’incremento della domanda e gli sforzi delle compagnie cinesi di acquisire
asset di produzione ed esplorazione all’estero contribuirono ad alimentare l’ansia di un
imminente peak oil. Questa apprensione si dissolse intorno al 2010 quando la
rivoluzione dello shale gas negli Stati Uniti spinse i mercati verso il surplus petrolifero
e, sfruttando il crollo dei prezzi e un mercato irrigidito dalla crisi finanziaria del 2008,
Pechino emerse come uno dei principali investitori all’estero nell’upstream petrolifero
(esplorazione ed estrazione) e come il primo importatore netto. Nonostante il nucleare,
l’85% dell’energia in Cina proviene difatti da carburanti fossili e la struttura della sua
economia energetica è costituita al 60% da carbone, al 20% da petrolio e al 6% da gas
naturale. Tranne il carbone, gas e petrolio devono essere importati e la domanda cinese
ammonta al 75% di quella globale. Di fronte a questa bulimia energetica è evidente che
la Cina consideri la sicurezza, lo sviluppo e la diversificazione delle sue fonti di
approvvigionamento una priorità non soltanto economica ma geopolitica. Il senso di
insicurezza dipende tanto dalla possibilità che vengano interrotte le operazioni di
esplorazione ed estrazione (upstream) all’estero, quanto quelle di trasporto e stoccaggio
(midstream). La maggior parte delle importazioni di petrolio verso la Cina passano
infatti per gli Stretti di Hormuz e Malacca e quest’ultima teme la capacità della US
Navy di creare zone di esclusione in quell’area. Ancor più della possibilità di trovare
risorse energetiche sottomarine (improbabile in grandi quantità vista la natura sottile dei
sedimenti), l’interesse di Pechino per il Mar Cinese Meridionale risiede dunque nel
mantenimento della libertà di navigazione attraverso di esso. Il Partito Comunista
Cinese (PCC), del resto, ha legato concettualmente la stabilità sociale e politica del
paese, che dipende da uno sviluppo economico basato su uno stretto rapporto tra
importazione di tecnologie e commodities ed esportazione di manifatture, alla sicurezza
delle proprie linee di approvvigionamento e commercio di cui le rotte marittime
costituiscono la spina dorsale (il 40% del container shipment mondiale è cinese). La
precarietà della sicurezza degli approvvigionamenti continua dunque ad essere una
priorità per il regime cinese tanto che nel luglio 2018, ben prima dell’epidemia, il
Presidente Xi Jinping ha firmato una direttiva indirizzata alle compagnie petrolifere
nazionali (Sinopec, China National Petroleum, National Offshore), con la quale ha
chiesto di accrescere la quota di upstream interno. L’apprensione è dovuta
principalmente a cinque fattori: l’aumento della dipendenza da fonti esterne, il calo
della produzione domestica di petrolio tra il 2016 e il 2018, il rinnovo delle sanzioni
americane contro Venezuela ed Iran, l’attacco alle infrastrutture saudite nel 2019 e la
guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Nel 2019 la Cina ha importato il 71% del valore del suo consumo energetico: l’85% di
importazioni petrolifere (circa 10.2 million-barrels-per-day, mbpd) ha viaggiato per
mare mentre la Russia (primo fornitore nel 2020) ha provveduto al rimanente 15%. Per
quanto riguarda il gas naturale, nel 2019 il 43% del valore totale è stato importato: il
61% via mare come Gas Naturale Liquefatto (GNL) e il 39% attraverso gasdotti
nell’Asia Centrale. Appare evidente come la dipendenza da fornitori esteri sia ancora
preponderante quando non vincolante, soprattutto a fronte di un calo della produzione
interna dovuto alla chiusura, tra 2016 e 2018, di giacimenti petroliferi considerati
infruttiferi, una decisione che ha accelerato il deterioramento generale dell’output
cinese. Da 4.3 mbpd nel 2015 la produzione è scesa a 3.8 mbpd nel 2018, un calo che,
sebbene sia stato contrastato dalla direttiva del 2018 pocanzi menzionata, ha subito
un’ulteriore contrazione in seguito alla pandemia e al crollo dei prezzi. Ulteriore fattore
di incertezza è dato, come anticipato, dallo stato dei rapporti con gli Stati Uniti. La
guerra commerciale aperta dall’amministrazione di Donald Trump nel 2017 ha reso più
palpabile per il PCC il rischio di una continua dipendenza dalle importazioni di risorse
critiche per lo sviluppo dell’economia cinese, tanto nel campo del trasferimento di
tecnologie quanto in quello dell’energia. L’epidemia non ha favorito la ricerca della
distensione e la crisi politica di Hong Kong, così come il tentativo del Presidente Trump
di eliminare le compagnie cinesi dai listini di Wall Street e quello cinese di comprare
segretamente petrolio venezuelano sotto embargo, hanno al contrario acuito le
insicurezze di cui sopra.

L’insieme di queste problematiche, in vista dell’approvazione del 14° Piano


Quinquennale, sembra aver favorito l’intenzione del regime di liberalizzare il settore
upstream, rimuovendo le restrizioni agli investimenti privati e finanziando una
compagnia nazionale (National Oil and Gas Piping Network Company) che possa
garantire lo sviluppo di un regime di accesso alle infrastrutture downstream anche a
terzi. Queste politiche, insieme alle manovre di stimolo all’economia in seguito alla
pandemia, incroceranno il grande tema della transizione energetica. Xi Jinping ha
dimostrato particolare attenzione alla questione e la Cina è considerata uno dei pilastri
fondamentali a sostegno dell’architettura disegnata dagli Accordi Parigi per contrastare i
cambiamenti climatici. Eppure, a causa degli effetti dell’epidemia, la connessione tra
sicurezza energetica, transizione e crescita economica sta andando incontro ad una serie
di contraddizioni. Sebbene la Repubblica Popolare stia promuovendo attivamente il
supporto alle rinnovabili (tra cui l’eolico di cui è leader mondiale) e al carbone pulito
(anche se spesso si tratta solo di un efficientamento degli impianti), essa deve bilanciare
questo impegno con la necessità di salvare milioni di posti di lavoro e garantire la
sicurezza energetica. Il PCC non vuole più ripetere l’errore del dicembre 2007 quando
milioni di persone rimasero al freddo a causa di un inverno più rigido e della mancanza
di elettricità dovuta alla chiusura di diverse centrali a carbone. La Cina ci tiene a
rispettare i limiti di Parigi, anche per una questione di reputazione internazionale, ma
appare evidente che senza un’adeguata infrastruttura intermedia che consenta, per
esempio, la transizione dal carbone al gas, i risultati finali potrebbero essere modesti.

L’impegno preso dal Presidente Xi lo scorso settembre davanti alle Nazioni Unite per la
“carbon neutrality” cinese entro il 2060 ha influito sulle discussioni circa i contenuti del
14° Piano Quinquennale, tracciando una direzione precisa che costringerà la politica
cinese a cercare un equilibrio sostenibile tra le necessità dell’industria al servizio di
stringenti obiettivi di crescita economica e quelli a più ampio respiro della transizione.
Per realizzare la modernizzazione socialista, Pechino dovrà crescere in modo costante
tra il 3% e il 5% all’anno, un ragguardevole sforzo di fronte al quale i pragmatici
governanti cinesi hanno affermato che la decarbonizzazione sarà stabile e continua. In
altre parole, dopo il picco di emissioni (previsto per il 2035), non si assisterà a nessun
calo improvviso ma, secondo un rapporto dell’Oxford Institute for Energy Studies, ad
un “graduale declino in uno stato di stabilità”. Questo indica altresì che la domanda di
petrolio e gas da parte cinese difficilmente calerà, tutt’al più si assisterà ad un nuovo
approccio alla diversificazione con maggiore utilizzo di combustibili naturali,
l’introduzione di limiti alle emissioni nel settore termoelettrico, l’inasprimento delle
misure di contrasto all’inquinamento da particolato, l’elettrificazione, la transizione al
petrolchimico e più incisive politiche di rimboschimento. Nondimeno, il trend generale
che ha visto la domanda di energia, soprattutto petrolio e gas naturale, spostarsi verso il
grande bacino indo-cinese sembra destinato a perdurare e la transizione, probabilmente,
non significherà la fine dell’uso di queste risorse benché meno delle complicazioni di
natura geopolitica che esse implicitamente comportano. La transizione energetica
solleva poi il problema dell’accesso alle terre rare ed alle materie prime (come ad
esempio litio, cobalto, indio e gallio) necessarie alle tecnologie verdi e di
decarbonizzazione ma anche all’industria ICT.

Tradizionalmente, la cultura cinese ha sempre percepito le minacce (wei) come innate


portatrici di opportunità (wei-ji) e proprio le prime bozze del 14° Piano Quinquennale
sembrano suggerire che il PCC abbia deciso di sfruttare la crisi generata dalla pandemia
per affrontare alcune debolezze strutturali della sua economia e della sua sicurezza
nazionale. A ben vedere, proprio il tema del cambiamento climatico potrebbe
rappresentare inoltre una piattaforma di dialogo, sganciata da problematiche che
causano maggiori divergenze, per stabilizzare i rapporti con gli Stati Uniti. Il
preliminare dell’accordo commerciale tra Washington e Pechino firmato lo scorso
gennaio 2020 aveva una forte componente di economia energetica e la Cina, nonostante
il crollo dei prezzi durante la pandemia, ha dimostrato il suo interesse a tenere in piedi
quell’accordo continuando ad importare beni agricoli americani. In quest’ottica, il
rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi autorizzato dal neopresidente Joe Biden
potrebbe favorire tale canale diplomatico.