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Prefazione Tempo fa, la seconda

giornata di una consulenza piuttosto


complessa, iniziava in modo
piacevole, in quanto il cliente
affermava in modo laconico: "se
comportamenti errati hanno provocato
il mio disagio, insoddisfazione e
dolore, e mi hanno coinvolto in una
nevro-si fastidiosa, cambiamenti
adeguati dovrebbero riportarmi sulla
strada verso il benessere ..." Con
ciò vengono definite sia le
possibilità ("cambiamenti"
comportamentali sul piano psichico e
somatico), sia le mete ("riconoscere
la via, talvolta lunga, verso il
benessere per poi percorrerla") di
un'azione terapeutica che riportano
l'essere umano sulla via del libero
fluire, verso la possibilità di
evoluzione dell'Io, verso il
dispiegarsi del proprio potenziale.
Una diagnosi approfondita, ottenibile
anche attraverso il "test" esposto di
seguito, precede l'azione terapeutica
e permette una prognosi. L'intervento
non si accontenta del ripristino
delle capacità di lavorare e godere,
perché vede il "corpo", considerato
unità psicosomatica, più che uno
strumento di lavoro e di piacere, un
potenziale presente che deve essere
realizzato nel corso della vita. Così
la fase cognitiva diventa una spinta
verso una evoluzione auto-realizzante
e vede in essa, e quindi nella
soddisfazione, il sintomo che indica
il benessere, la salute, in questo
caso la salvezza riconquistata. La
parola "terapia" significa
"accompagnare lungo la strada,
servire consultando, curare", perciò
assistenza e accompagnamento
nell'evoluzione verso l'essere
compiuto, della quale ognuno può
percepire la spinta continua in sé.
Secondo la situazione e le
possibilità individuali, per la
persona in cerca di aiuto esiste la
scelta fra due percorsi: farsi
accompagnare dal terapeuta, o
prendere per mano se stesso per poi
percorrere la strada giusta. Le
pagine seguenti dovrebbero servire a
questo secondo scopo: nella prima
parte offrono gli strumenti, ossia le
cognizioni utili e indispensabili per
questo lavoro, nella seconda indicano
una fondamentale azione di auto-
conoscenza. Se quest'ultima non
significa benessere raggiunto, ne è
però sempre il primo passo, al quale
deve seguirne un secondo: il sapere
raggiunto deve essere realizzato
inserendolo nel nostro agire
quotidiano. Una possibilità concreta
di inserimento nel nostro ritmo di
vita, giorno per giorno è già stata
descritta nel libro che io propongo
"Accarezzare la Psiche", pubblicato
dallo stesso editore, che consiglio
vivamente di leggere. Questo mio
lavoro che si potrebbe definire di
"Igiene Psichica", alla quale
dovremmo dedicare quotidianamente il
giusto tempo - né più e né meno di
quanto ne dedichiamo all'igiene
corporea. Chi si considera sano
dovrebbe usare queste possibilità
come "Profilassi" perché sia il
benessere che la salute hanno bisogno
di una attenzione contìnua. Definendo
i concetti di "salute" e "benessere
psicosomatico" notiamo una differenza
sostanziale. SALUTE è uno stato di
buon funzionamento degli organi e dei
sistemi, cioè l'aspetto corporeo
della nostra unità psicosomatica, il
lato preso in considerazione dal
medico. Come stato relativamente
durevole, appare una meta
raggiungibile. Seguendo la stessa
logica il BENESSERE PSICO-SOMATICO
appare come il risultato di una
armoniosa interazione di tutte le
funzioni psichiche/psicosomatiche,
cioè una espressione libera e vitale
della nostra attività di pensiero, di
sentimenti ed impulsi, il che
significa nuli'altro che una
raggiunta realizzazione del
potenziale del nostro Io, delle
nostre capacità e possibilità.
Più che meta da raggiungere si
tratta, ovviamente, di un
proponimento, perché la nostra
psiche, nella sua continua
evoluzione, muta, si evolve ed è
sottoposta alla legge severa del
tempo, dei ritmi quotidiani. Il
benessere psicosomatico non è
durevole; anche un piccolo
avvenimento della vita quotidiana può
sconvolgerlo. Inoltre va precisato
che se tra gli organi esiste una
interazione, essa non sì estende
immediatamente (se ho mal di testa,
possono funzionare bene fegato e
stomaco) come quella psichica (se
sono triste, ne viene influenzata
l'intera vita di pensiero, sentimenti
ed impulsi). La meta indicata appare
giusta solo in via teorica. Applicata
nella realtà ci conduce su una strada
errata, perché il benessere
psicosomatico rimane un proponimento
mai raggiungibile completamente. Si
tratterebbe di raggiungere la
soddisfazione come risultato finale
di una autorealizzazione compiuta,
ossia la perfezione! Questo errore
può avere conseguenze pesanti, perché
l'uomo che si pone questo obiettivo
pone fra sé ed il benessere il cumulo
delle troppe problematiche, piccole e
grandi, da risolvere. Questo fascio
di problemi supera sempre, come tale,
le proprie forze e provoca così un
blocco, che impedisce, scoraggiando,
di intraprendere il "viaggio"
procedendo passo dopo passo. Chi
scopre, in alto mare, la stella
polare, non può fare rotta verso di
essa, la può semplicemente usare per
riconoscere la propria direzione. Chi
trova nella definizione la propria
stella guida, dovrebbe agire in modo
analogo. La via verso
l'autorealizzazione, l'evoluzione
della propria personalità è lunga e
richiede mete chiare e concrete come
supporto alla volontà. Se la
perfezione non è possibile, lo è
invece il risultato individuale di
comportarsi realmente secondo la
propria filosofia dì vita.
Alla persona che impara ad ascoltare
con attenzione se stessa e che
raggiunge un buon rapporto con il
proprio mondo subconscio, i bisogni e
i desideri profondi, i valori di
riferimento, ossia una filosofia di
vita, si rendono espliciti attraverso
gli impulsi sotto forma di interessi,
spinte, desideri, pressioni
interiori, istinti. A questo scopo
occorre riconoscere in sé la parte
della impropria struttura imposta
dall'esterno, e occorre eliminarla
fin tanto che non corrisponde ed è in
contrasto con l'Io profondo. Questa
struttura deve essere integrata,
elaborata, adeguata fino a diventare
propria. A questo punto viene
percepita concretamente la spinta
positiva e vitale del proprio reale
"volere" che si distingue dal
"dovere", nel quale si manifestano i
propri impedimenti. L'essere umano
diventa libero, può scegliere
liberamente, l'Io profondo sale alla
luce della coscienza. La natura ci
aiuta a sua volta mostrando la strada
in modo concreto. Essa ci premia con
benessere (che va dalla soddisfazione
al piacere), se viene realizzato un
impulso realmente proprio (generato
dall'Io, adeguato all'Io), e punisce
con un dolore psichico (dal disagio
fino alla disperazione) chi agisce
contro se stesso e non procede nella
propria evoluzione. Chi osserva
alberi, animali e persone, ha spesso
motivo per meravigliarsi: la natura
appare sensata in tutto, in tutto è
riconoscibile un senso. Lo stesso
avviene in ognuno di noi: la natura
forma nell'uomo l'impulso base, cioè
"il dover evolversi crescendo" o
impulso alla autorealizzazione, per
poi premiare dopo ogni piccolo passo
nella direzione "giusta". Avviene
semplicemente questo: ogni passo
nella giusta direzione, ogni
risultato intermedio, provoca
benessere psicosomatico. Ma esso dura
soltanto fino a quando non ci siamo
abituati alla situazione (migliore)
raggiunta (se mi tolgo le scarpe non
mi fanno più male i piedi e ... io
sono contento; poco dopo devo
mettermi un pullover... ). Allora
ricomincia,
un altro impulso torna a premere, la
sua soddisfazione si ripropone,
provoca benessere ... ed eternamente
così. Goethe 10 chiama "l'eterno
cercare". Nella vita pratica il
benessere psicosomatico si ottiene
con ogni movimento che distanzia
dall'imperfezione ed avvicina alla
perfezione, in pratica con ogni
"miglioramento" dell'Io,
indifferentemente da quale punto
della lunga via ciò avvenga tanto
agli inizi, quando abbiamo appreso
Tabe, quanto alla fine, quando siamo
in grado di comprendere la teoria
della relatività o il segreto della
vita. Ciascuno di noi ha vissuto
questo sentimento, il piacere
provocato da una conquista: se gli è
riuscito di esprimere in modo
piacevole, per sé e per gli altri, la
propria aggressività; se inizia a
comprendere l'altro; se raggiunge un
nuovo sapere; se una poesia è
riuscita bene; se ha saputo limitare
il proprio egoismo, diventando capace
di dare; se ha comunicato ed espresso
attraverso emozioni i problemi che
pesavano sul cuore; se i sentimenti
si sono manifestati in un flusso
libero; se si è liberato da questo o
quell'impedimento; se la corazza dei
propri sentimenti si è aperta, qua o
là, un poco soltanto; se ha evitato
una coazione; se è stato capace di
fare ciò che vuole e non solo ciò che
ha dovuto. Se ... 11 benessere deve
essere, certamente, distinto dal
piacere, e
ancor più dal godimento. Si tratta di
quella felicità profonda,
inferiore, impagabile: è la vera
gioia umana. Ulisse non getta
le braccia verso il cielo, non
giubila quando ritorna; in lui c'è
soltanto profonda umana
soddisfazione. Il suo viaggio servi
va, in fondo, a portare alla luce
l'Io vero, le sue potenzialità
inespresse. L'ostacolo che ci porta
sulla via errata, che non ci permette
di abbandonarci, di liberarci in un
libero fluire dell'evoluzione, è
spesso una necessità psichica umana.
Dobbiamo
vedere la nostra personalità come
qualcosa di solido - proprio che è
meno solido avverte di più questo
bisogno - immutabile, e talvolta,
dobbiamo credere. Riconoscere la
nostra unità psicosomatica come uno
stato momentaneo entro l'eterno
fluire, riconoscere la sua evoluzione
e la sua crescita costante, provoca
in troppi di noi una paura profonda,
paralizzante e, di conseguenza,
adeguati meccanismi di difesa. Questo
meccanismo viene avvertito da noi
come impedimento: non possiamo, non
riusciamo con facilità a fare ciò che
vogliamo. Il sempre solido modello
appreso vince sull'impulso
proveniente dalla struttura profonda
dell'Io. Allora realizziamo più
questo che il nostro potenziale,
almeno sino all'età in cui siamo
costretti a tirare il nostro bilancio
esistenziale: "cosa ho fatto di mei".
Nel corpo l'impedimento prende forma
concreta, si somatizza, si dimostra
come irrigidimento. Già da bambini
apprendiamo ad impiegare la
muscolatura, fatta per agire, come
freno. Se ci vogliamo opporre ci
portiamo in uno stato di tensione,
certi gruppi muscolari si
irrigidiscono; si bloccano le gambe,
le ginocchia, i denti vengono
stretti, tutto il corpo viene
bloccato. Ma da bambini impariamo
anche a muoverci liberamente,
saltando, correndo, rotolando. Chi
appare "fermo" esternamente, chi si
ferma, impedisce anche il movimento
interiore. Così percepisce poco, non
sente, non vede, non apprende, non
integra in sé. Più tardi, nella vita
adulta, riconosciamo l'essere umano
in cui questi stati appaiono
cronicizzati, e ci troviamo di fronte
alla persona rigida, non disposta e
non capace ad apprendere, in
contrapposizione alla persona mobile,
disposta ad apprendere. Naturalmente
fra questi due estremi si trovano
infinite varianti. Se un uomo scende
in mare da una barca (sulla mia vivo
spesso questi momenti piacevoli
oppure drammatici), si può
muovere liberamente nell'acqua, e se
il corpo è disteso, non affonda; ma
l'uomo si può anche bloccare: allora
il corpo diventa rigido, teso,
pesante; questo corpo affonda, anche
se la persona si aggrappa, implora,
disperatamente, qualcosa: una mano,
una cima, un salvagente. Solo se
riesce a sciogliersi e a vincere la
paura paralizzante, il corpo si
distende e galleggia libero nelle
acque (extra uterine). Non è
questione di nuotare, è questione dì
essere capaci ad affidarsi alle onde
portanti. Chi nuota contratto, presto
affonda. I pensieri delle pagine
seguenti sono, in ultima analisi, il
risultato di adeguate riflessioni
filosofiche. Se Werner Heisenberg
afferma: "... io credo che certe
evoluzioni errate nella teoria delle
particelle elementari - ed io temo
che queste esistano - sono causate
sia dal fatto che i loro autori
affermano di non volersi preoccupare
di filosofia, sia da quello che, in
modo inconscio, partono da una
cattiva filosofia, e che pertanto,
attraverso pregiudizi, si pongono
domande iniziali poco ragionevoli. In
modo un poco pungente si può dire,
che una buona fisica è stata viziata
in modo subconscio da una cattiva
filosofia". (Da: W. Heisenberg, "Cosa
è una particella elementare!"). Oggi
la stessa cosa si può affermare per
la medicina e la psicologia: le due
scienze che si pongono come compito
la salute ed il benessere dell'uomo,
senza apparentemente sapere con
chiarezza cosa, in verità, sia
l'uomo. Questo problema occupa la
mente umana da quando è diventata
tale da essere cosciente, cioè capace
di pensare, parlare e
contemporaneamente di osservarsi. La
risposta si ottiene solo attraverso
la soluzione del cosiddetto problema
mente corpo. Per la filosofia greca
corpo e anima erano tutt'uno, quello
cioè che oggi chiamiamo "unità
psicosomatica". Ma già Claudio Galeno
(ca. 129 - ca. 199 d.Chr.) doveva
confrontarsi tramite il suo "Peri
iatriche" (Sull'Alte di Guarire) con
l'ormai diffuso concetto dualistico.
La sua "teoria dei quattro umori" è
monistica, e non a caso quanto ha
saputo scoprire, il suo sapere ed il
suo potere, hanno determinato la
medicina fino al secolo diciottesimo.
L'influenza di due millenni di
pensiero dualistico, culminato con il
concetto cartesiano di Res Cogitans e
Res Extensa appaiono la ragione per
la quale la medicina classica non sa
che vedere il corpo come carne, cioè
come il cadavere, nel quale il
patologo, con il suo sezionare, non
troverà mai l'anima, mentre l'anima
rimane un punto interrogativo, non
più di un'idea scarna sullo sfondo.
Qui possiamo riscontrare la mancanza
di un pensiero filoso-fico corretto,
cioè adeguato ai tempi e alle
scoperte scientifiche, tanto quanto
all'influenza (negativa) di un mondo
di pensiero caduto nel subconscio, ma
continuamente influente. Per quanto
concerne la psicologia, essa può
avvicinarsi attraverso metodi
scientifici (misurare, contare,
pesare) all'intelletto (pensieri,
ragione, comprensione), ma non alla
psiche (sentimenti): la psiche vuole
essere stimolata attraverso uno
scambio sentimentale, materiale, nel
senso che viene toccata e percepita
con i sensi (le mani), più che con le
parole. Il concetto monistico, oggi,
appare accertato scientificamente. In
un dizionario di psicologia si può
leggere: "... alla domanda cosa sia
il corpo, nel frattempo, si profila
una svolta, perché la fìsica
dell'inizio di questo secolo ci
avvicina un passo decisivo alla
soluzione teorica: secondo le
condizioni sperimentali l'elettrone
appare al ricercatore in modo
immateriale come onda, oppure
materialmente come particella. Non si
muove in modo isolato, ma in
relazione a (tutte) le altre
partìcelle. ... Messo in relazione
alla nostra domanda ciò significa:
corpo e psiche sono due solo per
quanto riguarda il punto dì vista ...
in realtà una sola cosa.
E noi non siamo uno (in tedesco:
"allein ")nel senso di essere
isolati, ma tutt'uno, in relazione
con tutta la vita." Wolf Buentig in:
Assanger/Wenninger - Manuale di
Psicologia, 5a ed. 1994. Da questo
punto di partenza sviluppiamo due
ipotesi di lavoro: A) Fra tutte le
macro e microparticelle entro il
corpo esiste
uno scambio, in sostanza una fitta
comunicazione fra perife
ria e centro (di elaborazione), la
quale ritrasmette a sua volta
adeguate comunicazioni e con esse
provoca modificazioni
materiali nel corpo intero. Se questo
"comunicare" viene interrotto, si
manifestano disturbi entro l'intero
ordine psicosomatico, così come
avviene nel carcinoma, nel quale le
cellule si sviluppano
indipendentemente dalla "volontà"
dell'organismo. Lo stesso sembra
avvenire anche nei processi psichici,
quando una comunicazione proveniente
dal centro di elaborazione (la mente)
non viene più percepita e eseguita.
In questo caso parliamo di blocco, di
repressione di valori psichici. Di
simili blocchi ve ne sono molti anche
nella sfera del pensiero, le cause
sono più complesse. Il disturbo più
comune e tanto grave quanto poco
osservato, nell'uomo nevrotico quale
è l'attuale, appare l'attività di
pensiero confusa, che non segue
nessun filo logico e che, a volte,
non raggiunge neanche il livello
cosciente. E' allettante trarre
un'analogia con quanto detto sopra?
Comunque questa disfunzione
dell'organo considerato principale ci
occuperà molto, nel testo che segue.
B) Nell'essere umano abbiamo notata
l'interazione di tre
diversi strati (mente, sentimenti,
impulsi). Possiamo ipotiz
zare uno scambio materiale diverso,
una comunicazione so
stanzialmente (=come sostanza)
diversa fra i tre strati. Sul piano
del pensiero sembrano agire onde
luminose e sonore (elettroni, fotoni
ecc). Infatti la comunicazione qui
avviene attraverso la forma della
propagazione vibratoria,
dell'onda. Agiscono, come ricettori,
l'occhio (percezione e
decodificazione delle onde luce in
stimoli e percezioni decifrabili dal
cervello, dove provocano la adeguate
modificazioni nella struttura
neuronaie, cioè biochimiche
(memoria); l'orecchio (percezione e
decodificazione delle onde sonore in
stimoli e percezioni decifrabili dal
cervello, dove provocano
modificazioni neuronali, cioè
biochimiche. I dettagli sono noti al
fisiologo quanto allo psicologo
sperimentale. Ogni pensiero
percepito, esogeno o endogeno che
sia, altera l'intera struttura
materialmente a livello biochimico,
al livello di microparticelle. Sul
piano dei sentimenti la comunicazione
avviene meno attraverso onde
vibratorie (quando il pensiero
influenza il sentimento), che
attraverso gruppi di molecole o
macromolecole. Il mezzo di
espressione ed impressione (dei
sentimenti) è, anzitutto, la pelle;
essa emana messaggeri biochimici
attraverso le ghiandole e apprende
attraverso la cute aperta,
sensibilizzata. A questo proposito
vedremo come l'uomo può usare la
pelle sia come delimitazione
(chiusura), sia come comunicazione
(apertura). Infatti in uno stato di
tensione come descritto più sopra,
questa comunicazione è impossibile;
la cute è chiusa, funge da
protezione. Ogni carezza, o
immaginazione di carezza, ma anche
ogni contatto corporeo altera la
struttura corporea a livello
biochimico e a un livello macro,
agendo anche sulla muscolatura, sugli
organi coinvolti, sul sistema
endocrino (ghiandole). Sul piano
degli impulsi erotico sessuali la
comunicazione materiale avviene
attraverso le zone erogene,
principalmente della bocca (scambio
di saliva) e dei genitali (scambio di
liquidi "lubrificanti"). Si tratta
certo della comunicazione più intensa
e con il culmìne di questa forma di
contatto, l'eiaculazione, l'essere
umano genera nuova vita. Ogni
contatto erotico-sessuale provoca
intense alterazioni nell'intero stato
corporeo.
Queste ipotesi aprono nuovi orizzonti
non soltanto nel trattamento e nella
comprensione di disturbi
psicosomatici, ma anche per quello
che riguarda la comprensione e la
conoscenza della psiche. Si spiega
forse quanto dice Eraclito ("E'
difficile combattere contro il cuore.
Perché quanto vuole lo ottiene anche
attraverso la psiche."), e E. Fromm,
quando afferma che nessun processo
cognitivo può intervenire
direttamente su una situazione
psichica, se non vengono provocati
cambiamenti comportamentali. Ma cosa
può indurre realmente, concretamente
dei cambiamenti comportamentali?
Questo libro vuole essere un
contributo, un passo verso la
risposta a tale domanda, che mette a
fuoco il vero problema dell'azione
psico-terapeutica.
1. Riflessioni sulla situazione
attuale 1.1 L'incontro intimo e
quello convenzionale Quando incontro
una persona che ritengo amica, mi
predispongo ad un contatto (infatti
cambia l'espressione del viso, gli
occhi diventano vivaci, la
muscolatura del viso più espressiva,
morbida: la maschera cade). Gli
strìngo la mano e dico: "Ciao, sono
contento di vederti. Come vanno le
cose? Come stai?" Lui allora mi
risponde: "Mi fa piacere vederti.
Stobene, ma... perché non parliamo un
poco? Hai un po' di tempo?". Nella
vita quotidiana al contrario che
nell'esempio precedente, quando "si
incontra" un amico o un conoscente e
gli si rivolge la convenzionale
formula di saluto "Come stai?" o
"Come va?", nella maggiore parte dei
casi riceviamo risposte altrettanto
convenzionali come "Bene", o "Beni-
no" che sono tutt'altro che
espressione del vero stato della
persona, anche perché la stessa
domanda era senza contenuto. Semmai,
alla domanda "Come stai" si risponde
indicando lo stato della propria
salute fisica , rispondendo quindi
"Bene" o magari "Male", "Mi fa male
questo o quest'altro" a seconda del
caso. È raro o per lo meno poco
frequente, che alla nostra domanda
venga risposto "Sto giù", "Sono
allegro" o "Sono triste", ossia un
riferimento allo stato d'animo,
all'aspetto psicologico della nostra
condizione. In sostanza alla domanda
sulla salute si risponde
prevalentemente riferendosi allo
stato fisico, anche se ciò può
dipendere dal tipo di rapporto che
abbiamo con il nostro interlocutore.
Nell'idioma inglese "How are youT' -
"Thank you, well" o "Very well" si
nota ancora di più come domanda e
risposta siano diventate puramente
convenzionali e, come tali, prive di
contenuto psichico, cioè umano.
Fig. 1 Varie situazioni di
saluto: convenzionale, intimo, con
finta intimità. 1.2 Le possibilità
terapeutiche dell'incontro: igiene
psichica Chi si comporta in questo
modo, seguendo regole formali imposte
dalla buona educazione, ossia dalle
convenzioni sociali che ci vietano di
esprimere il nostro vero stato, se
non è più che buono, agisce contro le
regole dell'igiene psichica. Ogni
incontro è importante, perché può
essere un'occasione che non vogliamo
perdere, dove ognuno di noi può
fungere da terapeuta portando
sollievo a se stesso come ali' altro,
semplicemente esprimendo o invitando
ad esprimere una problematica
dolorosa, che pesa sul cuore,
non importa se essa riguardi un
benessere o un malessere, fisico o
psichico. Comunicando un dolore lo
dimezziamo, viceversa comunicando un
piacere lo raddoppiamo di intensità.
Almeno una volta tutti abbiamo
provato il sollievo che deriva da
questo tipo di incontro reso intimo,
che è la più importante forma di
contatto interpersonale, di cui
abbiamo bisogno per una buona qualità
di vita. LA DISPOSIZIONE Con questo
termine indichiamo il nostro stato
psicosomatico momentaneo, che è più o
meno variabile, secondo il carattere
della persona. Nel linguaggio comune
usiamo, per questo termine
psicologico, parole come "umore",
"stato d'animo"-Possìamo subire la
disposizione in modo passivo, e,
normalmente, lo facciamo, senza
considerare che attraverso
l'intelligenza, la motivazione, la
volontà ci è possibile intervenire su
di essa. Questo atto dì volontà
minimo, possibile anche alla persona
neurotica, può influire notevolmente
sulla nostra qualità di vita. Fare
due passi, bere un bicchiere d'acqua,
aprire la finestra e respirare a
pieni polmoni ecc provocano una
variazione nel soma. Altrettanto
semplice è la via psichica:
semplicemente immaginando o
ricordando - in una pausa di pensiero
che ci prendiamo - momenti piacevoli,
cambiano la disposizione. Questa
sembra dipendere dalla composizione -
variabile - del liquor (il liquido
nel quale è sospeso il nostro
cervello, ma che occupa anche i
microspazi come quelli fra neurone e
sinapsi), nel quale possiamo vedere
il luogo dove avviene il gioco di
ormoni e neurotraraettitori, che
determina i sentimenti. Chi non è
capace di usare queste occasioni per
migliorare il proprio benessere, o
per ridurre il proprio malessere,
deve considerare i suoi rapporti
interpersonali come precari ed
insufficienti per la propria
necessità di comunicazione, e di
scambio intimo.
Questo argomento é così importante da
richiedere un approfondimento. Lo
faremo quando verranno affrontate le
varie problematiche connesse alle
diverse modalità di rapporti
interpersonali. 1.3 L'attuale tipo di
rapporto con benessere e salute Per
ora ci siamo limitati a costatare un
fatto: quando ci informiamo della
salute altrui e quando si parla di
essa, ci riferiamo quasi sempre a
quella fisica. E' facile costatarlo
quotidianamente. Eppure, ascoltando
noi stessi con un poco più di
attenzione, avvertiamo sempre
chiaramente che per la nostra salute
l'aspetto psichico o morale non sono
davvero meno importanti di quello
organico. In questo senso sembra
proprio che a "mens sana corpus
sanum" dovrebbe avere la precedenza
davanti al pur saggio "mens sana in
corpore sanum", anche se dobbiamo
sempre considerare la costante
interazione fra i due aspetti.
L'Organizzazione Mondiale della
Sanità (O.M.S.) ha definito sin dal
1967 la salute come "uno stato di
perfetto benessere somatico, psichico
e sociale, e non soltanto l'assenza
di malattie o infermità". È ovvio che
uno stato perfetto di salute non
esiste né tantomeno è raggiungibile;
pertanto la definizione ci è utile
come obiettivo ideale, come meta a
cui aspirare per potere realizzare il
miglior stato di salute ottenibile.
Pochi concordano pienamente con
questa definizione, che dicendo
troppo non dice nulla. Possiamo però
utilizzarla
ugualmente usandola come punto di
partenza delle nostre ricerche, e
delle nostre riflessioni, in quanto,
questa autorevole fonte, riconosce
l'esistenza con pari dignità tanto
delle malattie organiche, che di
quelle mentali e sociali. Avere
stabilito questo è il vero merito
della definizione della O.M.S. 1.4
L'essere umano nel momento attuale
della sua evoluzione Osservando
l'oggetto di questa ricerca, l'essere
umano al suo stadio attuale di
evoluzione, constatiamo che esso è
certamente caratterizzato da una
struttura psichica molto complessa,
sofisticata, estremamente evoluta
nelle sue capacità. Proprio per
questa ragione essa diventa anche
estremamente vulnerabile. Lo dimostra
lo stato nevrotico diventato una
caratteristica diffusa e frequente.
Ormai tutti ne soffriamo ed essa
varia soltanto per il grado di
intensità, che va da un disagio
costante, ma sopportabile, ad un vero
e proprio disturbo. È facile scoprire
la causa principale: l'evoluzione
dell'ambiente in cui viviamo ha
moltìplicato di numerose volte il
numero delle percezioni e quindi
delle problematiche con le quali
dobbiamo confrontarci, rimanendo però
la nostra capacità psicosomatica
pressoché invariata. Ne consegue un
iperlavoro per la nostra mente.
Fig. 2 Confronto fra la situazione
di un artigiano del passato e 1'
"ufficio" attuale È indicativo un
confronto con i nostri Personal
Computer, che in risposta a esigenze
maggiori, nel corso degli ultimi
dieci anni hanno aumentato la loro
capacità moltiplicando-le. Il
computer reagisce ad una richiesta di
lavoro che supera le sue capacità
andando semplicemente in tilt o
dichiarando esaurita la memoria,
l'uomo reagisce diversamente. E lo fa
seguendo l'invito della nostra
società ad una "massimizzazione del
rendimento", che prescinde dalle
esigenze fisiologiche e dallo stato
emotivo del momento, portandolo, non
solo in casi estremi alla
compromissione della propria salute.
Chi di noi riesce a soddisfare tutti
i propri compiti, a raggiungere tutte
le mete richieste senza entrare in
uno stato di "stress"? Egli si porta
"in tensione" immettendo adrenalina
nel sangue e tendendo i muscoli, in
sostanza entrando nella "pò-
sizione di combattimento". Usando
questa possibilità fondamentale per
la sopravvivenza che la nostra
struttura psicofisica ci offre, si
aumenta il rendimento, adeguandolo
però a esigenze radicalmente cambiate
dalla preistoria u-mana sino ad oggi.
In realtà tale possibilità dovrebbe
essere riservata a momenti di
pericolo acuto, in cui abbiamo
bisogno dell'efficienza totale; una
volta ciò avveniva quando c'era da
affrontare una animale, un nemico
pericoloso: ora dovrebbe avvenire
solo quando dobbiamo affrontare una
inusuale situazione di emergenza che
richieda il massimo rendimento per un
tempo più o meno breve. È chiaro che
prolungare questo stato è un abuso,
che prima o poi ci porta in uno stato
di "stress". Uno stato cioè di
tensione continua, che però sembra
oramai necessaria in modo permanente
per fronteggiare l'iperattività
continuamente richiesta dal nostro
vivere. Utilizzando l'intero proprio
potenziale psìchico per i processi di
pensiero provocati dagli input
esogeni riguardanti il nostro lavoro,
dobbiamo rinunciare a elaborare
quelli endogeni. Per i sentimenti,
gli impulsi e le problematiche che da
essi derivano non c'è più spazio. A
questo punto si inserisce un
meccanismo "diabolico" che innesca un
circolo vizioso: le problematiche non
elaborate, represse invece di essere
prese in considerazione
ordinatamente, "riposte", impegnano
un numero di neuroni e una quantità
di energia di molto maggiore in
confronto a quelle elaborate. La
repressione sembra liberarci da
quanto non abbiamo più voglia di
affrontare, invece ...
LE PROBLEMATICHE Con il termine
"problematiche" indichiamo uno o più
gruppi di pensieri, provocati da una
percezione esogena o endogena, la cui
elaborazione non si è ancora conclusa
con un esito definito. Le
problematiche non portate a soluzione
spesso danno luogo all'attivazione di
interi gruppi di pensieri, a
costellazioni di associazioni, che si
attivano a vicenda - come avviene
nella persona problematica.
Osservando la rispettiva situazione
neurofisiologica possiamo scoprire la
causa di tanti malesseri. La nostra
"mente" non può gestire che un numero
limitato di circuiti neuronali in
attività. Superato un certo limite un
controllo appare impossibile: ci
troviamo di fronte ad un cervello
"infiammato" daU'iperattività
nervosa, che ha perso la propria
funzionalità, portando il consumo di
energia al punto che "ci sentiamo
stanchi senza avere lavorato". In
queste parole appare riassunta la
situazione psicosomatica della
persona nevrotica. Un dettaglio
fisiologico ci aiuta a comprendere: i
nostri gruppi neurali di elaborazione
(che oltre ad elaborare fungono anche
da memoria) contengono più "dati":
evidentemente se sono sovraeccitati,
impazziscono "letteralmente" e
alterano il percorso di pensiero.
Nell'uomo il flusso naturale
dell'attività mentale avviene nella
sequenza - percezione - elaborazione
- espressione/risposta. La percezione
è uno stimolo, semplice o complesso,
proveniente dall'ambiente circostante
(esogeno) o dalle proprie sensazioni
corporee, da ricordi, pensieri
(endogeno). Esiste un filtro a
livello cerebrale che, operando del
tutto inconsciamente, attua una
strettissima selezione sugli
innumerevoli stimoli in entrata in
ogni istante, facendo giungere ai
centri cerebrali preposti
all'elaborazione solo quelli
considerati rilevanti, ossia quelli
che per un qualunque motivo
costituiscono un segnale da
considerare e risolvere, dunque un
problema. L'elaborazione è il
processo che attraverso uno dei
diversi stili di intelligenza umana,
esamina la percezione, ne valuta i
vari aspetti connessi, e decide una
risposta. La nostra mente ha la
capacità di esaminare molti di questi
processi contemporaneamente (in
parallelo); per ciò vengono attivati
precisi circuiti neuronali/cerebrali
che possono essere consci, subconsci,
o inconsci, ossia con un intervento
della coscienza più o meno parziale.
La reazione allo stimolo può essere
un comportamento, un' espressione
comunicativa, un'azione
nell'ambiente, oppure una
modificazione endogena del soma, o
anche il superamento cognitivo ed
emotivo della percezione consistente
in una sua ordinata "archiviazione"
nella memoria, A questo punto i
circuiti interessati vengono
disattivati. Il "lavoro" della mente
termina con una di queste soluzioni.
Sembra esistere una costrizione a
risolvere una data problematica: essa
non "ci lascia in pace" sino alla
soluzione soddisfacente: Le
problematiche non risolte, pertanto
attive, continuano a tornare a
coscienza o ad occuparci, spesso in
modo fastidioso, subconsciamente. In
questo senso la repressione
(l'eliminazione dalla coscienza della
problematica non risolta ) non ha
senso, in quanto non elimina
l'attività intorno alla problematica,
ma !a sposta sul piano subconscio,
dove continua ad "agitarsi". La
società contemporanea ha prodotto
nello stesso tempo un aumento
vertiginoso sia del numero
complessivo delle percezioni, delle
informazioni che ci raggiungono, sia,
in particolare, di quelle percezioni
che portano per loro natura ad un
particolare impegno emotivo: quelle
provenienti dalla sfera delle
relazioni sociali. Nella pratica è
impossibile elaborare ed ordinare
tutte le problematiche che la vita ci
propone. Entra infatti in gioco il
fattore tempo e i processi di
pensiero richiedono tempo in
proporzione alla complessità della
problematica. La velocità eccessiva
della vita contemporanea produce
spesso un accumulo di problematiche,
ossìa di processi di pensiero
irrisolti e perciò in attività a
livello non consapevole della mente.
In molti casi sono barriere interne,
inibizioni che bloccano
l'elaborazione ad uno stadio non
concluso. Questa massa di
problematiche in attività "satura" la
capacità della nostra mente sino ad
impedirle di svolgere il lavoro al
quale sarebbe preposta. A questo
punto non siamo più capaci di un
percorso di pensiero netto, libero,
concentrato, che è alla base anche
della nostra capacità di godere.
L'unica soluzione concreta è quella
di uno sforzo cosciente di attenzione
a quello che continuamente "ci passa
per la mente"; se ciò non è possibile
dobbiamo creare delle priorità circa
quello che si decide di elaborare e
ciò che si tralascia. Qui entra in
azione la nostra filosofia di vita,
la nostra scala dei valori.
Nella mente umana si possono svolgere
processi di pensiero contemporanei
consapevoli e non consapevoli, lo
sappiamo tutti. Forse non tutti
tengono conto del fatto che esiste
una continua attività mentale, appena
percepibile nel senso che avvertiamo
tale attività come una presenza
distraente e disturbante, ma non
siamo capaci di metterne a fuoco il
contenuto, perché si svolge nel
subconscio. Chi decide di
fecalizzarlo e si sforza di
osservarsi bene, chi crea un rapporto
di attenzione per il flusso dei
propri pensieri subconsci, si accorge
di questo continuo lavorio assai
costoso per l'energia che assorbe e
per lo spazio del nostro potenziale
di pensiero che occupa. Ne sanno
qualcosa tutti coloro che sono
stanchi senza avere apparentemente
lavorato, e che si sarebbero sentiti
più riposati, se avessero sottoposto
la mente ad una qualunque attività
"esteriore" (come può essere il
lavoro), avvertita come distraente,
liberatoria e gratificante. Spesso ci
si sente meglio quando si lavora,
perché le pressanti problematiche
personali sembrano scomparire. In
realtà sono presenti nella forma meno
consapevole, spinte nella memoria,
dove continuano ad agitarsi. Di
questo continuo lavorio subconscio ci
accorgiamo per esempio quando
improvvisamente da qualche parte
irrompe (arriva a coscienza) un
pensiero molto lontano da quanto
stiamo pensando. A destra in alto
Fig. 3 Persone con tre diverse
situazioni di attività di pensiero:
dalla prevalenza del pensiero conscio
alla prevalenza di quello subconscio
Quando questo circolo vizioso si
protrae, a soffrirne è soprattutto la
capacità di concentrazione, la quale
è ancora ottenibile, ma con uno
sforzo eccessivo, e, nei casi
estremi, definitivamente compromessa,
non più raggiungibile, come per
esempio nella persona che non è più
capace di leggere. Il grado della
capacità di concentrazione è pertanto
un sintomo molto utile perché un
abbassamento del suo livello indica
una attività non consapevole
eccessivamente intensa. Pertanto è
bene considerarla come un importante
strumento di auto diagnosi. Lo
squilibrio fra lo sforzo dedicato
alle esigenze esogene e quello
dedicato, come azione di igiene
psichica, al proprio bisogno
endogeno, alle esigenze della psiche,
è dannoso per il benessere
psicosomatico. In questo modo viene
messa in discussione la sopravvivenza
di quanto è e rimane umano in noi,
cioè tutta l'attività psichica non
dedicata al lavoro: i sentimenti, gli
affetti, la loro elaborazione ed
espressione. Di fatto è come se
strumentalizzassimo il nostro corpo e
la nostra psiche, nel momento in cui
pretendiamo molto e concediamo poco a
noi stessi. Come possiamo pretendere
di rimanere sani?
Il cervello, sede delle capacità
intellettuali, e quindi il nostro
principale strumento di lavoro, è un
organo la cui perfetta funzionalità
dipende anche dagli altri organi. Non
possiamo "rinnegare" cuore, fegato,
reni, stomaco, genitali, mettendo le
nostre risorse di energia al servizio
quasi esclusivo del cervello. Fig.
4 Disegno che evidenza i collegamenti
nervosi fra il cervello e i
principali organi del corpo
Appare certo che organi utilizzati
insufficientemente o utilizzati in
modo improprio si ammalano e
riducono, anche se parzialmente, il
loro apporto, necessario al
benessere. Proseguendo in questa
linea di pensiero possiamo affermare
che anche il rendimento intellettuale
non può prescindere dal supporto
essenziale da parte di stomaco,
polmoni, fegato. Come è per esempio
evidente nella vigorosa spinta
generale all'attività e quindi anche
al lavoro intellettuale proveniente
dagli ormoni vitali attivato dalle
ghiandole sessuali. La nostra
principale ipotesi, che questo testo
tenta di approfondire, sostiene la
fondamentale rilevanza del versante
neuro-fisiologico (ossia quello
concernente neuromodulatori e ormoni)
che è alla base dell'ìperattivita
della mente, la quale spesso supera
ogni limite prudente del proprio
potenziale per il sommarsi dei
processi di pensiero consci e
subconsci, creando i presupposti
neurofisiologici che inducono la
nevrosi. Fig. 5 11 nostro corpo,
del quale i nostri occhi vedono solo
la superfìcie, è un organismo/sistema
di enorme complessità e profondità.
Funziona a molti livelli - micro e
macroscopici - contemporaneamente.
Nell'esempio vediamo, avvicinandoci
con un immaginario "zoom", i vari
piani, dalla figura intera alle
molecole neurotrasmettitriei
ADRENALINA - ENDORFINE -
TESTOSTERONE/ ESTROGENO I principali
sistemi ormonali a cui si fa
riferimento In questo testo
utilizziamo spesso i termini
adrenalina, endorfine,
testosterone/estrogeni, indicandoli
come neuromodulatori e ormoni
collegati rispettivamente allo
stress, al piacere ed agli affetti,
alla sessualità. È bene avvisare
chiaramente che si tratta di un uso
consapevolmente e volutamente nai'f,
semplificatorio di tali termini per
poterci riferire in un modo semplice
e comprensibile a tutti, a processi
fisiologici estremamente complessi in
cui la ricerca è attualmente in una
fase di rapidissimo progresso e
mutamento. Con ciascuno dei termini
sopraindicati intendiamo riferirci in
realtà non ad un singolo ormone o
neuromodulatore, ma a interi sistemi
peptidercici integravi, che agiscono
sia a livello del sistema nervoso
centrale che a livello degli organi
periferici, di cui gli ormoni
nominati sono componenti importanti.
Diamo di seguito qualche informazione
utile ai nostri scopi, ma certamente
incompleta. ADRENALINA: l'azione
biologica dell'adrenalina (e della
molto simile noradrenalina) induce
fra l'altro: midriasi (contrazione
della pupilla) per migliorare la
vista da
lontano aumento della frequenza e
della velocità cardiaca costrizione
generale dei vasi sanguigni
diminuzione del tono e della motilità
dello stomaco e dell'intestino
aumento della frequenza respiratoria.
Queste modificazioni metaboliche
portano ad un stato di "super
efficienza" che rende l'organismo
mentalmente e fìsicamente pronto
ali' azione (comportamento di attacco
e fuga) in risposta alle minacce
dell'ambiente che oggi spesso
prendono l'aspetto di richieste
pressanti di prestazioni prolungate
di massimo rendimento (nel lavoro
soprattutto). In realtà l'adrenalina
fa parte del sistema peptidergico di
supporto all'azione (che comprende
fra molti altri componenti anche
l'importante ormone chiamato
cortisolo) che è finalizzato alla
sopravvivenza dell'individuo
(nell'ambito della società) e
fornisce il supporto endocrino-
metabolico necessario per ottimizzare
l'azione.
ENDORFINE: le endorfine sono fra i
pricipali componenti di un altro
importante sistema peptidergico,
quello del piacere e del dolore. Lo
stato emozionale psichico conosciuto
come piacere è infatti associato a
processi di apprendimento molto
importanti finalizzati alla
sopravvivenza sia dell'individuo che
della specie. A volte il dolore
rappresenta un basilare segnale
d'allarme che permette all'individuo
la conservazione della sua integrità
somatica e la messa in atto di
comportamenti di evitamento o
comunque adattativi/difensivi. In
particolare è importante la probabile
funzione svolta dagli oppioidi
endogeni (endorfine) nei processi di
attaccamento, cioè nei processi di
cura e protezione delia prole nei
mammiferi in generale e nell'uomo.
Tale sistema è dunque in atto, a
livello metabolico, quando si hanno,
a livello di comportamento quegli
atti e quei gesti che fanno parte del
repertorio innato di comportamento di
cura e protezione che sono l'ossatura
universale del "contatto intimo"
(vedi Desmond Morris). Il ruolo degli
ormoni de] piacere è dunque anche
quello di favorire l'attaccamento,
ossia il contatto intimo. A questo
riguardo è interessante notare che la
loro azione sembra possa ridurre
comportamenti appetitivi di tipo
sessuale, confermando l'intuizione
comune dell'affettività e dei suoi
gesti come dimensione non
sovrapponile a quella della
sessualità e dei suoi gesti.
TESTOSTERONE ESTROGENI; vengono
prodotti da testicoli e ovaie e sono
parte del sistema peptidergico della
riproduzione, che è attivato con
finalità riproduttive. Tale sistema
modula e organizza il comportamento
insieme ai tessuti interessati, in
funzione delle varie fasi della vita
riproduttiva (sessualità, gravidanza,
parto, puerperio). Per maggiori
approfondimenti vedi: P. Pancheri,
"Stress, emozioni e malattia",
Mondadori, 1993, cap 9. In questo
senso il grande accusato diventa
l'abuso dell'adrenalina, che incide
negativamente su un soddisfacente
equilibrio ormonale. Lo stato di
tensione nel quale ci portiamo
forzatamente, perché funzionale allo
svolgimento di tutto il nostro lavo-
ro, non è affatto facile da smaltire.
Commutare "tensione" (come effetto
vazione di endorfine) è un'arte
indispensabile da imparare, una
necessaria azione di igiene
psicosomatica. Se possiamo
"frustarci" di giorno, alla sera
abbiamo bisogno di carezze. Qualcuno
lo fa in modo improprio con un
bicchiere di whiskey o di vino, molti
altri con una sigaretta, che, ad un
costo assai alto, ci possono
procurare un momentaneo relax, il
costo che paghiamo è l'incapacità,
col tempo, di "commutare" la tensione
attraverso i naturali meccanismi
fisiologici: la stampella diventa
permanente. La tensione continua (lo
stress) oltre a essere doloroso, è
una condizione che non possiamo
sostenere a lungo; essa mette in
gioco la salute e non solo quella
psichica. L'uomo, inseritosi in
questo meccanismo perverso trova
difficoltà a districarsi, e per
questa strada si ritrova non di rado
in un "tunnel" dal quale è, poi,
assai difficile uscire. Perch se una
malattia psicosomatica può diventare
cronica, lo può altrettanto un
disturbo psichico. Così ci troviamo
di fronte ad un blocco, in profondo
contrasto con la necessaria continua
evoluzione psichica, richiesta dalla
spinta alla autorealizzazione.
Pensare (come l'intera attività
svolta dal cervello, conscia o
subconscia che sia) richiede energia
proporzionale al grado di intensità
di questo lavoro, costoso quanto o
più di un lavoro manuale. È
sufficiente osservare come usciamo da
uno sforzo, come ci sentiamo dopo una
fatica fisica e dopo quella
intellettuale. L'energia viene
fornita dall'afflusso del sangue agli
organi impegnati, e il nostro corpo è
in grado di adeguarsi alle relative
esigenze. Il cervello è l'organo con
lo spazio temporale di sopravvivenza
minore. Infatti, non irrorato, muo-
re entro pochi minuti; ciò significa
che questa esigenza diventa
prioritaria e al cervello viene
concessa la "precedenza", ossia,
viene irrorato con assoluta priorità
su tutti gli altri organi.
Comunemente otteniamo questo
entrando, più o meno volontariamente,
in tensione psicosomatica, che fra i
vari effetti, produce uno stato di
tensione muscolare. Tendendo la
muscolatura riduciamo il volume dei
vasi sanguigni nel resto del corpo, a
spese di altri organi considerati
meno importanti. Il cuore, il fegato,
lo stomaco, i reni diminuiscono la
loro funzionalità. Il mezzo per
ottenere questo stato fisiologico ci
viene fornito dall'uso/abuso delle
adrenaline, e dalla disattivazione di
ormoni come le endorfine e
testosterone/estrogeno, ossia la base
ormonale di sentimenti e impulsi
vitali. Non andrebbe dimenticato che
anche questa via porta, infine, al
temuto blocco dei sentimenti e degli
impulsi. Spesso non riusciamo a
riportare la situazione ormonale in
equilibrio. Allora la sera ci
ritroviamo incapaci di distenderci,
siamo nervosi, impossibilitati a
procurarci il giusto riposo, il
piacere, di cui avremmo diritto e del
quale sentiamo la necessità, dopo una
"giornata stressante". In sintesi
dovremmo considerare che 1* uso
eccessivamente intenso di un organo
come il cervello diminuisce la
funzionalità degli altri. Finché è in
atto una (iper)attività della mente,
dominata da certi gruppi di pensieri,
conscia o subconscia, non possiamo
soddisfare adeguatamente funzioni
come dormire, digerire, fare
all'amore, e in generale elaborare o
godere le percezioni piacevoli. Ma
non possiamo neppure leggere, venire
assorbiti da un paesaggio o da un
quadro, riflettere indisturbati,
utilizzare il pensiero per noi
stessi.
Ciò è accettabile se lo stato di
tensione non perdura in dismisura. Ci
sono certi periodi nella nostra vita
nei quali non possiamo risparmiarci.
La nostra natura prevede questo, il
corpo è paziente, ci aiuta, se poi lo
aiutiamo noi. Recentemente, durante
un colloquio con un giornalista, ho
chiesto, se durante il suoi rapporti
sessuali riuscisse a evitare pensieri
distraenti. Definendosi "stressato"
rispondeva che anche in quei minuti
di intense percezioni presenti,
venivano a coscienza pensieri
riguardanti situazioni di lavoro.
Fig. 6 Persona che soddisfa un
impulso, svolgendo
contemporaneamente, un'attività di
pensiero intensa e distraente II
rendimento del nostro corpo è
immenso, addirittura inimmaginabile,
ma ci sono in qualunque attività
ritmi, cicli e tempi imprescindibili:
giorno e notte, tensione e distensio-
ne, più in dettaglio, ispirazione ed
espirazione. La persona stressata non
riesce ad osservare questo ritmo. La
tensione psicofisica può durare dalla
mattina alla sera e dalla sera alla
mattina. Dobbiamo considerare la
funzione del tempo in questo
processo. Se il volume delle
percezioni da elaborare è superiore
al proprio potenziale, possiamo porre
rimedio solo prolungando l'azione per
un tempo maggiore. Il poeta tedesco
Johann Wolfgang von Goethe, ad
esempio, per elaborare le percezioni
del suo "Viaggio in Italia", per
arrichirsi realmente delle esperienze
vissute, ha impiegato anni; tutto il
tempo necessario per un lavoro non
nevrotico di vera maturazione
interiore. Egli ha sentito il bisogno
di confrontarsi con queste memorie,
scrivendo. Oggi andiamo a Hong Kong e
torniamo nel giro di 15 giorni; le
percezioni non elaborate diventano un
cumulo non ordinato, non raffinato.
Le fotografie non possono supplire,
se non abbiamo tempo neppure per
guardarle e ci limitiamo a mostrarle
agli amici. Un viaggio ricco di
esperienze significative si trasforma
in poco meno di un confuso sogno
notturno se il mattino seguente il
ritorno siamo immersi nell'attività
quotidiana e non abbiamo più il tempo
per ricordarlo e goderlo. Le immagini
frammentarie che di tanto in tanto ci
passano davanti non diventano una
storia, una narrazione godibile, il
film della nostra vita - che possiamo
richiamare, rivedere al momento
opportuno.
Fig. 7 Goethe mentre osserva;
giapponese mentre fotografa: due
situazioni diverse nell'elaborare le
percezioni Paradossalmente agisce in
modo più adeguato lo hippie che va
nelle Ande, bivacca nella tenda, si
lascia ubriacare dalle percezioni,
rendendole complete, intense, e poi
le integra. Lui non sente il bisogno
di usare la macchina fotografica,
perché ha usato nel modo giusto la
propria memoria. Rispetto a quanto
accadeva soltanto cinquant'anni fa,
quando i mass media non avevano
ancora occupato quasi ogni spazio
dell'esistenza con la loro
pervasività ed aggressività, la mente
deve oggi elaborare nella stessa
quantità di tempo un numero
infinitamente maggiore di stimoli e
quindi di problematiche. Sembra così
lontano il passato, in cui una forma
di comunicazione più normale poteva
essere una lettera che, lasciando
spazio a pacate riflessioni, poteva
essere romanti-
ca, calda, e poetica, essere letta e
riletta. Ora, c'è la brusca
telefonata, che permette il dialogo
ma che filtra l'aspetto emotivo
concentrandosi sul solo udito ed
eliminando gli altri sensi e con essi
la possibilità di percepire l'altro
integralmente. Credo che pochi
riescano a comunicare nel modo
moderno il proprio stato d'animo
attraverso una poesìa o una lettera
ben scritta, il telefono d'altra
parte ci illude di percepire l'altro
integralmente. Forse non ne abbiamo
più bisogno? Fig. 8 Due partner al
telefono - si parlano a "distanza":
la comunicazione può facilmente
risultare incompleta o falsa La
nostra società si è impegnata in uno
sforzo notevole per portare le
possibilità di comunicazione ai
livelli attuali. Possiamo contattare
chiunque ovunque, ma è sempre più
ridotta la possibilità di imparare a
comunicare in modo integrale, che
comprende la diretta percezione del
volto, dei gesti dell'altro e la
possibilità di contatto cutaneo, cosa
fondamentale per il mantenimento del
benessere psichico. Chi non ha
telefonato dalla casa o dalle braccia
dell'amante al proprio marito o alla
moglie "rassicurando-
lo " ? ha nostra società telefonica
offre un utile servizio: si possono
tenere attive più chiamate in arrivo.
Così la ragazza (nella pubblicità)
tiene in linea due amanti! È chiaro
che questo stato di cose - la
continua sollecitazione della psiche
con stimoli spesso carichi di
contenuto "astratto" (la percezione
intima deve avere anche un contenuto
emotivo) che può essere elaborato
cognitivamente ma senza il
coinvolgimento delle percezioni e
della comunicazione corporea - priva
l'uomo di quel "contatto intimo"
importante per il proprio benessere,
e lo rende più esposto a disturbi
psichici. Nessuno può fare a meno
delle carezze. Quest'uomo è solo
dinanzi ai propri sentimenti e alla
propria emotività, perché nella
società attuale pur con la
possibilità di comunicazione portata
tecnicamente al massimo grado, egli
perde la capacità di esprimere, nel
modo propriamente umano, il suo
disagio con chi gli è vicino e di
ricevere, nello stesso tempo, la
consolazione di sentirsi un braccio
intorno alle spalle. Esprimere le
proprie emozioni di dolore o di
piacere che siano, viene considerato
disdicevole, un atto di debolezza che
infastidisce. Ciò viene avvertito
come spiacevole, perché provoca
profonde paure, dalle quali non
vogliamo essere investiti. Tutto ciò
che è psichico, che ha un contenuto
emotivo è diventato un tabù, come
qualcosa di buio, nebuloso, che non
vogliamo aggiungere a quanto già ci
opprime. Così, sin da bambini, ci
vengono impartite norme elementari di
igiene fisica (lavarsi i denti, le
mani), ma certo non possiamo dire che
lo stesso avvenga per l'igiene
psichica (scambiarsi una carezza,
avere del dialogo intimo, sincero e
aperto), che non può essere appresa
né dall'esempio
fornito dai genitori (quanti di essi
propongono ai loro figli un modello
di convivenza adeguato?), né con
letture, né con corsi serali. Si sa
molto sul mal di fegato, ma poco o
nulla sull'aggressività, dalla quale
potrebbe derivare la malattia al
fegato. In realtà, l'unico
atteggiamento che viene insegnato e
che l'essere umano allo stadio
attuale della sua evoluzione attua
nei confronti dei propri contenuti
emotivi è la repressione (per esempio
con l'assurdo "non devi piangere!"
che più tardi diventerà il doveroso
"keep smiling", ossia "sorridi
sempre"), o l'indifferenza e il
silenzio su questa dimensione. La
conseguenza è che viviamo in un mondo
alla rovescia, dove salute e
benessere sono l'eccezione, non la
regola. Eppure se in un paese il 70
per cento degli abitanti porta gli
occhiali non vuole dire che la vista
buona non resti la normalità e
l'obiettivo da realizzare. La sintesi
potrebbe essere questa: l'essere
umano allo stadio attuale della sua
evoluzione deve confrontarsi con una
mole di "lavoro mentale" superiore
alla propria capacità psicosomatica.
Dal momento che esistono precisi
limiti di tempo, è necessario, per
non entrare in uno stato di nevro-si,
per non danneggiare la salute
psicosomatica, fare delle scelte,
considerare delle priorità, che
possono essere dettate a volte da
esigenze economiche, ma anche dalla
considerazione di esigenze
esistenziali. Il compito che ci si
pone è rendere compatibili le
esigenze contrapposte trovando
l'armonia fra "dovere" e "volere".
1.5 L'azione della terapia psichica
La terapia psichica nella sua forma
attuale convenzionale si occupa
principalmente dei casi più evidenti
o eclatanti-, quelli dove il sintomo
"dolore" raggiunge intensità
insopportabili, e quelli per i quali
i soggetti non riescono più ad
inserirsi, a convivere nella società.
È come se la medicina ignorasse i
raffreddori, i mal di pancia, e i
dolori di testa, per occuparsi solo
di infarti, trapianti, tumori e
operazioni al cervello! Esistono
"piccoli malesseri psichici"
quotidiani della più varia natura e
dall' origine più diversa che
inficiano il vivere quotidiano.
Spesso, (troppo a nostro avviso),
questi piccoli malesseri crescono a
dismisura e sommandosi portano alla
sofferenza acuta, quindi percepibile,
e ciò avviene se non vengono
affrontati in tempo. Prima incidono
sulla qualità di vita, infine portano
allo stato di nevrosi in una delle
sue svariate forme. E non solo la
nevrosi, ma anche il suo aspetto di
minore intensità, uno stato nevrotico
non ancora acuto, vanno senza dubbio
considerati come malattie (psichiche)
e trattate come tali, non meno di un
raffreddore o di una influenza. 1.6
Diagnosi e cura in medicina. E in
psicologia? La terapia deve,
naturalmente, essere preceduta da una
adeguata diagnosi. Diagnosticare la
salute somatica è possibile, anche
grazie agli efficientissimi quanto
precisi strumenti diagnostici.
Possiamo ottenere il responso
rassicurante attraverso la sigla
N.d.P. (Nulla di Patologico) che ci
può e ci deve tranquillizzare almeno
per un certo periodo di tempo, ma che
non esclude la possibilità di
soffrire forti e dolorosi disturbi
psichici. Esiste un confine netto fra
la persona clinicamente sana, e
quella ammalata. Il medico può
decidere se la persona interessata
può svolgere le proprie funzioni, se
può lavorare o meno. In ogni famiglia
abbiamo a disposizione personale uno
strumento assai utile: il termometro.
L'assenza di febbre è un sintomo
quasi indiscutibile di salute. Al
resto provvede la capacità umana di
poter constatare l'assenza di dolore
somatico. In base a queste
possibilità diagnostiche la medicina
ci mette a disposizione le sue
capacità terapeutiche.
Fig. 9 Visita medica e due
tipi di "incontro"
psicologico/terapeutico. L'incontro,
anche "terapeutico", di maggiore
effetto è quello fra partner, perché
oltre al dialogo "tocca" la psiche e
rimuove così le problematiche con
un'azione corporea.
Differente la situazione in
psicologia; iniziamo ad osservare le
possibilità diagnostiche: la psiche
non si presta a "misurazioni", non
esistono strumenti tecnici, non
esiste neanche la possibilità di
rispondere con un si o un no.
L'approccio alla psiche avviene
attraverso l'intelligenza (intesa
come capacità di comprendere, di
entrare con L'Io in rapporto col Tu,
come scrive Max Pulver, grafologo e
psicologo svizzero), intelligenza che
rimane inevitabilmente soggettiva per
l'impossibilità di parametri esatti.
A complicare le cose c'è un altro
aspetto: mentre la diagnosi medica
può constatare la non funzionalità di
un singolo organo, questo non accade
in psicologia. Tutti gli aspetti
psichici (funzioni ed impulsi) sono
in costante, intensa interazione. Se
ci tormenta la paura, essa si
manifesta ovunque: abbiamo paura di
volare, dell'esame, che il computer
si rompa, del temporale che potrebbe
venire. La fobia si può considerare
come paura indirizzata verso un certo
oggetto; ma essa è solo la punta
emergente della paura diffusa. In
questi casi tutti sappiamo come basta
un nonnulla (un brutto pensiero che
sale dalla memoria) per scivolare in
uno stato di paura intensa, ma che un
altro nonnulla {una notizia
rassicurante, una carezza) ci può
fare uscire dalla più profonda
disperazione. Si tratta di risposte
variabili a stimoli simili e ciò
rende comprensibile la difficoltà di
una valutazione esatta. Spesso ci si
pone la domanda: "Io sono quello che
un'ora fa era in preda al panico, o
quello che ora parla tranquillamente
con un amico?". Il nostro stato
interno cambia in funzione di stimoli
ambientali o endogeni o di farmaci
immessi nell'organismo. Ricordiamoci
che l'adrenalina messa in circolo
dalle ghiandole surrenali cambia la
situazione psicosomatica in pochi
attimi (nel caso di fatti intensi in
frazioni di secondo), lo stesso
effetto immediato lo ottiene un
bicchiere di vino, ma anche una
buona/cattiva notizia. Persino la
persona depressa, vittima della
nevrosi che induce la maggiore
inerzia, viene scossa, si sveglia dal
proprio torpore "permanente" nel
momento in cui accade un fatto
sufficientemente intenso. Anche
l'immane sforzo della psicologia
sperimentale non ha portato che utili
considerazioni tecniche. Non esiste
ancora il corrispettivo psichico del
termometro che indica un processo
infiammatorio. Tradotto in termini
psichici questo processo potrebbe
essere inteso come un contrasto, una
"guerra" interiore, in corso. Lo
strumento corrispondente sarebbe un
ipotetico "dolorimetro" indicante la
presenza "infiammata" di dolorose
problematiche. Proprio qui la
psicologia dimostra la sua giovane
età: meno di due secoli di lavoro
intenso, nei confronti dei trenta e
più secoli di evoluzione della
medicina. Agli inizi virtuali
possiamo porre due giganti:
Aristotele e Galeno; il primo accenna
a concetti psicologici introducendo
una terminologia che è rimasta nel
pensiero occidentale. Non
approfondisce, evidentemente perché a
quei tempi non se ne sentiva ancora
l'esigenza. L'uomo ha iniziato ad
ammalare la propria psiche
staccandosi dalla natura, dal proprio
corpo - intellettualizzandosi-
nell'era moderna. Galeno e la
medicina tradizionale con la dottrina
degli umori evidenziano quanto
profondamente la psiche sia radicata
nel corpo e nelle sue funzioni e
pongono come causa di ogni
particolare malattia la discrasia,
ossia una disarmonia umorale. La
dottrina degli umori ha forse trovato
in tempi recentissimi il suo
corrispettivo nelle ricerche di
psico-
neuroendocrinologia ed immunologia.
La teorie e le scoperte di Galeno
hanno influenzato la medicina fino a
due secoli fa. Un corrispettivo
somatico del termometro esiste solo
in teoria: sarebbe la misurazione
empirica della tensione
psicosomatica. Se le problematiche
acute provocano una iperattività di
pensiero, questo a sua volta provoca
uno stato di tensione. E ciò è
chiaramente percepibile direttamente
(muscoli induriti, si osservi la
fronte di studenti concentrati sui
banchi d'esame) e indirettamente
(variazioni della circolazione
periferica, dunque mani più fredde,
piedi più freddi, fronte più calda).
Eccessi di tensione ci dovrebbero
fare riflettere, né più e né meno di
alcune linee di febbre. Fra "perfetto
benessere" e malattia esistono, per
quanto riguarda la psiche, infinite
variazioni di intensità e di grado.
Non solo: esiste la variabilità
temporanea. Oggi mi sento in un certo
modo, domani mi sentirò diversamente
-senza possibilità di spiegazioni
chiare. Ma che malattia può essere,
se compare e sparisce senza che si
possano spiegare le cause? Nella
realtà attuale rimane l'assai
controverso concetto "dolore
psichico", che andrebbe sempre visto
come segnale di allarme, di necessità
d'aiuto, non solo come disturbo da
eliminare, magari con l'aiuto di
psicofarmaci. Perché, se per l'etica
medica al dolore deve essere posto
rimedio, questo deve valere anche per
quella psicologica. Rimane da
considerare un aspetto importante.
L'essere umano si "abitua" con
sorprendente abilità al dolore
psichico, certamente più che a quello
fisico: lo ritiene normale,
inevitabile anche perché, spesso, non
viene compreso dagli altri, e
pertanto è giudicato non esistere.
Inoltre esi-
stono persone che riescono a sentire
piacere anche in situazioni
oggettivamente infernali - perché
piacere è nuli 'altro che un
sentimento provato quando passiamo da
uno stato di maggiore sofferenza ad
uno di sofferenza minore. In un suo
libro, edito nel '46, il grande
Viktor Frankl afferma come ebrei
stipati nudi in una capanna in attesa
della esecuzione, riuscissero a
"godere " la vista di un tramonto,
attraverso le fessure nel legno. Se
il dolore somatico viene combattuto
con specifici analgesici, per il
dolore psichico esistono
corrispettivi? Esistono. Sono gli
psicofarmaci. Se si può constatare
una loro efficienza, essa però è
limitata perché l'effetto positivo
viene accompagnato da effetti
collaterali: una indubbia riduzione
delle capacità psichiche in generale.
Per ridurre il dolore in pratica
dobbiamo ridurre il complesso delle
attività di pensiero. Quanti sono
disposti a questo sacrificio?
Poniamoci nei panni della persona
depressa: non dubito della sua
scelta, se venisse posto davanti
all'alternativa fra il poter disporre
di un pur efficace psicofarmaco e il
disporre di carezze da parte di una
persona che lo comprende e ama.
L'indicazione che sembra venire da
questo stato di cose è, che l'azione
farmacologica nei confronti di mali
psicosomatici, è, attualmente,
insufficiente. LA FARMACOLOGIA
ENDOGENA Paolo Pancheri, professore
ordinario di Clinica Psichiatrica
dell'Università di Roma, nell'ultimo
capitolo del suo libro "Stress,
emozioni, malattie" (Mondadori 1993)
osserva che "lo studio (...) ha
mostrato come l'organismo regoli
continuamente i livelli di attuazione
quantitativa e qualitativa del
sistema nervoso centrale (...)
attraverso il turnover di sostanze ad
azione "farmacologica" sulle
emozioni, sul comportamento, sul
corpo. Fino ad ora la farmacologia
clinica si è limitata a imitare in
modo grossolano e incompleto la
farmacologia endogena. Queste
considerazioni ci suggeriscono la
possibilità terapeutica di una
manipolazione dei sistemi
"farmacologici" dell'organismo (...).
Un opportuno addestramento potrebbe
infatti portare ogni individuo a una
attivazione specifica di particolari
aree emozionali in conseguenza di una
manipolazione volontaria" La via
proposta con l'induzione endogena è
di attivare i farmaci prodotti
dall'organismo stesso Sembra proprio
che una depressione, per citare un
male frequente, non si possa curare
con soli antidepressivi, per quanto
efficaci essi siano. Lo sforzo
dovrebbe essere rivolto altrove? Può
uno psicofarmaco sostituire le
tangibili espressioni amorose di una
mano, o di parole comprensive? Qui
iniziamo le riflessioni circa le
possibilità di cura della psicologia.
Un primo passo consiste nel
considerare il corpo come
"intelligente" in ogni sua cellula,
molecola, in ogni suo atomo, e per
questo sensibile ad un approccio
psicologico. L'intelligenza presunta
del corpo si conferma almeno sul
piano somatico quando le giuste
sollecitazioni esogene (è il caso
delle medicine omeopatiche) ed
endogene gli fanno produrre molto più
raffinatamente di ogni industria
chimica, gli "anticorpi endogeni",
che reagiscono a modo loro ai
corrispettivi psichici di
raffreddori, influenze,
infiammazioni, infezioni. Rimane da
approfondire come lo stesso corpo
possa reagire a disturbi psichici. La
domanda è questa: se un depresso è
privo della capacità di godere, di
vitalità come è possibile provocare
in lui un'adeguata reazione a partire
dalla fisiologia?
Se, per esempio, la capacità di
godere è correlata, fra l'altro, alla
presenza di endorfine (l'analgesico
psicosomatico che allontana il
dolore, anche quello psichico) è
forse possibile con determinate
"carezze", provocare, indurre la loro
"produzione" endogena? Il depresso
sente un enorme bisogno di carezze ed
evidentemente sa o sente il perché.
Lo stesso vale per la "vitalità",
alla base della quale ci sono altri
ormoni, testosterone, estrogeno, in
lui e in lei. Se nel depresso, privo
di vitalità per definizione, provoco
uno stato ormonale simile a quello
vissuto durante l'innamoramento, e
questo appare possibile sollecitando
determinate zone del corpo, gli
fornisco la possibilità di migliorare
questo aspetto determinante. Quanto
detto è una indicazione verso una via
psicosomatica percorribile, nel
trattamento e nella cura di molti
disturbi psichici.
1.7 Strumenti di diagnosi e cura
proposti Osservando la realtà da un
punto di vista pragmatico, giungiamo
ad una piccola riflessione
indicativa. Se riusciamo, se siamo
riusciti a fare ammalare psiche e
corpo, lo abbiamo fatto attraverso un
uso errato di certe potenzialità.
Pertanto se le utilizziamo nel modo
corretto possiamo invertire questo
processo e avviarci verso la salute.
Strumenti di diagnosi e di cura
personali ci devono pur essere. E ci
sono. Si tratta semplicemente di
riconoscerli per applicare poi delle
correzioni anche minime al nostro
comportamento, alla nostra
disposizione, che sono i punti di
intervento più facilmente
affrontabili. Questo è il perno
dell'inversione di tendenza: chi,
attraverso la propria capacita di
osservazione, si scopre
eccessivamente timido, può decidere
di esserlo un poco meno; chi ha
rapporti Ìnterpersonali
insufficientemente intensi può
provare a salutare con un pò più di
cordialità; chi pensa di non sapere
amare può provare a scoprire
l'effetto di una piccola carezza, di
un complimento ad una persona cara.
Grandi aspettative sono ostacoli
spesso determinanti nel formare un
efficace contatto terapeutico. Se una
persona si presenta da uno
psicoterapeuta e pensa di ottenere
una soluzione immediata, naturalmente
crea i presupposti per una delusione.
Come si può pretendere (e ciò avviene
spesso), che disturbi psichici
maturati in trent'anni di
comportamento errato si possano
eliminare in poco tempo? Ostacoli
alla terapia sono creati anche dallo
psicologo. È spesso assurdo proporre
ad un paziente una terapia che
prevede centinaia di incontri, e non
solo per ragioni economiche. La cura
analitica, infatti, prevede da 300 a
600 incontri,
forse troppi quando esiste la
possibilità di terapie efficaci come
per esempio la "Gespràchstherapié"
usata in Germania (terapia basata sul
dialogo) che prevede da 4 a 20
incontri. I dati sono del Prof. dr.
Hellmuth Benesch nel "Worterbuch zur
Klinìschen Psychologie" (Dizionario
di Psicologia Clinica). Dovrebbe
essere imperativo per lo psicologo
proporre una cura realistica per
costi e effetti. In sostanza mi
sembra necessario ristabilire le
premesse per un rapporto accettabile
per entrambi. Lo psicologo deve,
naturalmente, offrire la possibilità
di una cura, una diagnosi ed una
prognosi, indicando la strada giusta
verso il proprio benessere. La
terapia da noi proposta è
realizzabile anche in un tempo breve.
Ma richiede al cliente di proseguire
con le proprie forze e confortato
dalla possibilità di ulteriori
incontri di controllo, durante la
spesso lunga "convalescenza", alla
quale è stato condotto. La meta non
dovrebbe essere tanto quella di
curare con un intervento esogeno,
quanto quella di fornire a chi lo
desidera la possibilità di curarsi in
un modo soggettivamente appropriato,
usando le proprie capacità e risorse,
che sono sempre più grandi di quanto
ci si immagina. 1 possibili strumenti
si possono dividere in due gruppi,
cognitivi, che utilizzano il
linguaggio, e somatici, che
utilizzano la manipolazione di
particolari "frigger point"
fisiologici. Un approccio alla psiche
è possibile attraverso queste due vie
che devono integrarsi per aumentare
le possibilità sia di diagnosi, sia
di cura.
1.8 Diagnosi e cura. L'aspetto
cognitivo Un esame analitico ci porta
ad affrontare questo argomento,
osservando singolarmente i possibili
"strumenti"; sul piano psichico essi
consistono nell'uso dell'intelligenza
attraverso il dialogo confortata da
un adeguato sapere psicologico.
L'intelligenza Esistono varie forme
di intelligenza, L'intelligenza qui
va intesa come capacità di
comprendere, di interpretare e di
risolvere i problemi della dimensione
psichica e come tale è alla portata
di ciascuno. Tutti abbiamo a
disposizione un potenziale
intellettuale simile. Quanto di
questo viene utilizzato è questione
di scelta. L'organo cervello può
essere allenato, sviluppato, portato
ad un rendimento inimmaginabile per
colui che si accontenta di
considerarsi "poco dotato" e lo
lascia dormire. Certo "pensare
intensamente" può provocare un
doloroso mal di testa, certo però non
più del dolore muscolare provocato da
una inabituale forma di ginnastica,
con conseguenti crampi ed
indolenzimenti.
L'INTELLIGENZA Nelle pagine di questo
testo abbiamo utilizzato il concetto
di intelligenza sempre nel senso di
capacità di comprendere ed
interpretare. Per Aristotele tutta V
attività della nostra mente è
"l'attività intellettuale", che
suddivideva in attività di tipo
teorico, tecnico e pratico, secondo
l'applicazione data. Da queste
"attività intellettuali" si
differenziano due modalità
specifiche: l'intelligenza, intesa
come capacità di comprendere (dal
latino "intelligere"- che possiamo
tradurre con un semplice: leggere nel
prossimo. L'intuito è il rendimento
supremo del nostro intelletto, ossia
la capacità di giungere, di
"saltare" a delle conclusioni,
apparentemente senza un corrispettivo
sforzo di analisi sistematica. La
psicologia contemporanea, dopo avere
a lungo considerato come "vera"
intelligenza solamente la capacità di
ragionamento logico, astratto,
applicato alla soluzione di problemi
(come ancora rispecchia l'uso
corrente di questo termine), si è
accorta che tale visione è troppo
unilaterale e condizionata dal
"razionalismo", che ha costituito
l'ideale di condotta per gli uomini
occidentali da almeno due secoli.
Oggi, tornando ad Aristotele, si
riconosce che esistono in ciascun
uomo "stili" diversi di intelligenza,
adatti alle diverse dimensioni che
egli si trova ad affrontare (vedi: M.
Gardner "Stili di pensiero").
Seguendo questa prospettiva
riconosciamo l'esistenza di: una
razionalità astratta, logica, che ci
aiuta a risolvere problemi. una
capacità pragmatica, spesso
intuitiva, che ci guida in mezzo
ad un'azione. intelligenza intesa
come capacità di comprendere gli
altri
esseri umani e noi stessi. Questa
capacità di "leggere", di
interpretare, quella che entra in
gioco quando dialoghiamo con un altro
individuo o quando leggiamo un
romanzo. Essa implica la capacità di
identificarsi con altri esseri umani
(empatia) e di esaminare la propria
interiorità.
Trattandosi di una specifica
applicazione delle proprie capacità
intellettuali, la capacità di
comprendere sé e gli altri è dunque
una questione di scelta, chi vuole
capire può farlo: in misura diversa,
ma certamente sufficiente. Un
rapporto difficile può essere
modificato, può essere reso piacevole
per ambedue in conseguenza di una
decisione di attenzione. Se decidiamo
di essere osservatori più attenti,
possiamo, per esempio, capire che la
nostra compagna il mattino soffre di
"pressione bassa" eie è diffici-
lissimo "carburare" e mettersi in
attività. In questi casi anche parole
dolci o gesti affettuosi sono di
troppo, perché vissuti come acqua
gelata da chi si trova in questa
condizione psicofisica. L'azione
"giusta", che diviene un segno
concreto di affetto e soprattutto di
comprensione reale, è piuttosto il
preparare il caffè: l'unico mezzo che
la può aiutare nel risveglio. Una
decisione simile, per quanto
apparentemente secondaria possa
apparire, cambia in meglio la
situazione perché provoca una catena
di reazioni affettive. Certo,
sottoporre il cervello ad uno sforzo
è una fatica che un buon rapporto
scolastico ci avrebbe dovuto
insegnare, quando ci faceva tribolare
con 1" "inutile" latino; leggere un
testo difficile è meno divertente che
vedere un bel film. Ma anche chi si
sente poco dotato può decidere di
affrontare questo sforzo ed allenare
la propria mente ad osservare e
comprendere. L'intelligenza è una
scelta obbligata per chi vuole una
buona qualità di vita e chi vuole
fuggire nella, spesso ritenuta
piacevole stupidità, rischia molto.
Chi ha assaggiato la "mela" non può
più tornare indietro. In tante delle
migliaia di lettere ricevute nella
nostra pratica ci è stato chiesto se
è possibile ridurre la propria sen-
sibilità (una filiazione
dell'intelligenza). Ciò non è
possibile: la si può solo accettare
in modo pieno, come una risorsa; che
certamente ci può fare soffrire più
intensamente (fatto di per sé
vitale), ma altrettanto certamente
aumenta la nostra capacità di sentire
intensamente la vita. L'uomo
insensibile è morto come essere
umano. Chi ha capacità logiche e
razionali superiori e lo vede
dimostrato dal proprio Q.I.
(Quoziente di Intelligenza) elevato,
non è per questo necessariamente
intelligente nel nostro senso, in
quanto consideriamo l'intelligenza
come una delle forme delle capacità
mentali, riguardante la capacità di
comprendere l'altro, che può e deve
essere appresa, e incrementata
secondo il proprio bisogno. Questo
concetto viene espresso già da
Aristotele quando divide le capacità
intellettuali - teoriche, tecniche,
pratiche - dalla intelligenza, ossia
la capacità di comprendere, di essere
"umano", dunque. In questo contesto
l'intuito è più alta espressione di
esse, in quanto ci permette di
comprendere direttamente prendendo in
considerazione momentanea tutto il
sapere raggiunto. Pertanto l'uso
dell'intuito prevede uno sforzo
enorme, ed anche per questa ragione
dovrebbe essere usato con parsimonia.
Se per questa via ci è possibile
ottenere un quadro immediato, ad esso
manca un supporto critico e
razionale. L'indiscussa utilità di
questo strumento deve essere
confortata da adeguate ricerche o
riflessioni, che possono avvenire
anche a posteriori. In sostanza l'uso
dell'intuito o meno è una questione
di metodo che tiene conto delle
capacità individuali.
Vediamo le forme di applicazione
pratica dell'intelligenza e gli
effetti raggiungibili. Se oggi mi
comporto in modo "intelligente",
domani starò bene; se non comprendo
la mia condizione attuale e supero i
miei limiti (che variano
quotidianamente), cioè se mangio
troppo, se eccedo nel bere, nel
fumare, se lavoro troppo, se sono
troppo aggressivo con chi mi è
indispensabile, in sostanza, se
sbaglio le tante scelte che mi si
offrono nel corso di una sola
giornata, predispongo un futuro
prossimo negativo Le modificazioni in
positivo possono essere pianificate
dopo una riflessione che andrebbe
inserita nel breve tempo che per
esempio ogni sera potremmo dedicare
ad una azione di igiene psichica: non
addormentarsi senza aver tentato di
rielaborare ed esaminare almeno
qualcuno degli avvenimenti della
giornata che sentiamo ancora
risuonare in noi. L'applicazione
quotidiana dell'intelligenza avviene,
o dovrebbe avvenire, nell'atto di
esercitare il potere di scelta.
Questo è il solo modo con il quale
l'uomo può determinare la propria
vita. È chiaro che queste scelte
dipendono da una propria corretta o
errata filosofia di vita che si
consegue attraverso letture, studi,
riflessioni, e soprattutto attraverso
il dialogo: in pratica un confronto
fra Io e Tu, fra esperienza e sapere
proprio ed altrui. Anche su questo
piano appare decisivo l'impegno
dell'intelligenza, che decide della
possibilità dì raggiungere la propria
filosofia di vita adeguata al proprio
Io, quella cioè che corrisponde alle
esigenze personali, che nessuno può
insegnare in modo astratto e ciascuno
deve scoprire con le proprie
riflessioni.
LE SCELTE: NEL CORSO DI UNA GIORNATA,
NEL CORSO DELLA VITA Attraverso la
possibilità di scelta l'essere umano
determina il proprio modo di vivere.
In ciò si determina il proprio
procedere entro la società. Ognuno di
noi, nel corso della giornata, si
vede confrontato con diverse scelte,
alcune importanti, perché escludono
altre possibilità, altre di
importanza minore. Nel grafico
sottostante proponiamo -
schematicamente - un percorso di
scelta lineare, che porta, a
conclusione della giornata, alla
"meta" (che dovremmo individuare sin
dall'inizio), ed un percorso confuso,
che ci porta a intraprendere lunghi
tratti "inutili". SERA META RAGGIUNTA
META NON RAGGIUNTA Uno stesso
schema ci sì ripropone, immensamente
più grande, se osserviamo il cammino
dalla nascita alla morte. Il tempo
maggiore a disposizione ci permette
di effettuare delle correzioni,
possiamo perdere tre anni studiando
in un indirizzo che poi riconosciamo
non adatto, e, rifatta la scelta,
troviamo la strada giusta. Vale in
qualche modo il "non è mai troppo
tardi", anche se le scelte non
appropriate incidono negativamente
sulla qualità di vita. Spesso, nel
periodo dell'esame esistenziale, che
avviene intorno ai 45 anni, ci
possiamo accorgere di avere
sbagliato: ancora è possibile
rimediare. Ma più tardi avviene
questa presa di coscienza, più scarse
sono le possibilità di
autorealizzazione, cioè di
raggiungere la propria vetta.
Le possibilità di scelta sono,
all'inìzio della vita cosciente,
apparentemente infinite, per
diminuire via via. FINE DELLA
COSCIENZA (VECCHIAIA) XXXKXXXXXXXX
xxxxxxXKxxxyoaocxxxxxxx
ztxxxxxxxxxtaoacxx.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXKXXXXXXXXXX INIZIO
DELLA COSCIENZA (INFANZIA) Ognuno di
noi dovrebbe considerare di vivere
uno spazio temporale limitato, ed
agire di conseguenza, cioè in modo
esistenziale - che vuole dire vivere
in cospetto della morte. (È sempre
valido quello che ci rammenta la
saggezza tradizionale: "memento
mori" e "carpe diem"). Anche se di
solito la natura ci risparmia la
coscienza di questo stato di cose.
Attraverso una malattìa che riduce
bruscamente l'aspettativa di vita
abbiamo però l'esempio della persona
nella quale, improvvisamente, fa
scala dei valori cambia e tutto
diventa più chiaro. n meccanismo
delle scelte: il loro numero,
apparentemente infinito alla nascita,
"dimezza" con ogni scelta Che
possiamo intervenire attraverso
l'intelligenza per modificarci in
qualche misura, ed ottenere uno stato
di salute migliore è fuori dubbio,
almeno in linea di principio. L'Io
attuale, quello che viviamo è il
risultato di due forze. La prima ha
formato la nostra struttura base
attraverso fattori ereditati e
fattori appresi nel periodo della
prima fase della nostra educazione
attraverso l'educazione. Questa è
l'influenza esogena. La seconda forza
deriva dallo
sviluppo delle risorse endogene. Il
bambino nella seconda fase della
formazione comincia a disporre della
capacità di comprendere ed inizia ad
applicarla in senso critico: sceglie.
Solo l'uso dell'intelligenza permette
di iniziare a realizzarci anche al di
sopra di ogni struttura ereditata II
punto cruciale, va ribadito, rimane
l'uso o meno, l'utilizzo di questa
potenzialità. Il metterla o meno a
disposizione dell'Io, della sua
evoluzione. Solo attraverso di essa
possiamo riconoscere ed usare gli
altri strumenti. Due i modi di
utilizzo principali: in primo luogo
come riflessione per comprenderci (la
diagnosi) e tradurre in realtà le
conclusioni alle quali siamo arrivati
(e qui l'intelligenza influisce sulla
forza di volontà). In secondo luogo
impegnandola nel dialogo, cioè per
arrivare ad una maggiore conoscenza
di noi stessi attraverso il
confronto. Possiamo usare questa
capacità in due modi, in primo luogo
come riflessione per conoscerci, per
comprenderci (la diagnosi), eppoi per
tradurre in realtà le conclusioni
alle quali siamo pure arrivati (qui
l'intelligenza influisce sulla forza
dì volontà), in secondo luogo
impegnandola nel dialogo, cioè per
arrivare alla conoscenza comprensiva
di noi stessi attraverso il
confronto. Uno o mille di questi
confronti ci portano vicini alla
verità. Questa meta è raggiungibile
se iniziamo a muoverci verso di essa.
La riflessione è un processo
analitico che usa anamnesi (la storia
passata) ed etiologia (la ricerca
delle cause); uno sforzo non
trascurabile e con risultati non
certo immediati, perché viene
coinvolta e portata a coscienza tutta
l'enorme massa di problematiche
passate, accumulate - risolte o
irrisolte che siano - in anni ed
anni. Diversi e più immediati sono
gli effetti del dialogo e del suo
impiego come strumento di diagnosi e
cura, proprio perché esso si con-
centra sul presente: viene portato ad
espressione ciò che ci opprime, che
pesa sul cuore. Rimane da chiarire un
punto. Se impieghiamo la nostra
intelligenza dobbiamo considerare
anche il fattore tempo. Ogni
problematica per essere risolta
richiede un tempo corrispondente alla
sua complessità. Se il problema è
piccolo, come lo potrebbe essere per
una casalinga la scelta del "menù",
può essere sufficiente un quarto
d'ora, il tempo necessario per
comprendere cosa vuole lui, cosa
vogliono i bambini, quanto tempo è a
disposizione, cosa c'è al mercato,
quanto costa. Se il problema è serio
come potrebbe esserlo un "divorzio",
per arrivare ad una separazione che
comunque rimarrà sempre parziale,
occorrono mesi. L'inerzia è ancora
maggiore per portarsi in una
situazione affettiva nuova. Lo stesso
vale per smaltire un "fallimento", o
la morte di una persona cara nei
momenti più difficili che la vita ci
può proporre. Trovarsi una nuova
forma di vita e adeguare tutto se
stesso ad una nuova situazione costa
tempo, molto tempo, che però dobbiamo
prènderci. Buttarsi in una nuova
impresa senza avere affrontato dentro
di sé la precedente difficoltà
significa predisporsi ad un altro
insuccesso. Abbiamo costatato che il
benessere non deriva dalla soluzione
completa della problematica, dal
cambiamento definitivo di una data
situazione, ma da un miglioramento
(che provoca sempre la sensazione di
piacere) anche minimo. Non possiamo
pretendere di eliminare un dolore,
possiamo però renderlo meno intenso e
intravvedere un futuro. Ciò rende
evidente la necessità di un costante
lavoro di igiene psichica quotidiana,
il solo mezzo per evitare l'accumulo
di problematiche, con la prospettiva
allarmante di un peso eccessivo e
insopportabile per il cervello che
può pregiudicare tutto il suo
funzionamento.
U impiego dell' intelligenza per le
proprie esigenze lo è. Se abbiamo
bisogno di mezz'ora al giorno per
lavarci potremo dedicare altrettanto
tempo per ripulire mente e cuore?
L'uso del dialogo Esistono varie
forme di dialogo. Quello
superficiale, un passatempo che
usiamo quando "mettiamo in moto la
lingua senza innestare la mente",
quello professionale che usiamo per
il nostro lavoro, quello culturale,
sociale, politico. Qui vogliamo
prendere in considerazione quello
intimo, profondo, personale: quella
reale forma di comunicazione con gli
altri, spesso rappresentato anche da
un singolo individuo, che può
diventare il ponte fra Io e il mondo.
Il comprendere ed il farsi
comprendere, è una necessità: lo
scambio autentico e vivo fra psiche e
psiche e profondamente rigenerante.
Per capire la sua importanza ci
serviamo di due esempi estremi. Un
esempio storico: Federico II, nel
nobile intento di scoprire una
"lingua originaria" fece isolare un
buon numero di neonati affidandoli
alla cura esclusiva di balie rese
sordomute facendo strappare loro la
lingua e bucare i timpani. I bambini
non sopravvissero a lungo. Un esempio
attuale: isolando un prigioniero
totalmente, cioè privandolo di ogni
possibilità di scambio e di
comunicazione con altri esseri umani
(evidentemente il dialogo non si
serve solo delle parole, è possibile
anche attraverso altre espressioni
come uno sguardo, una carezza, un
gesto qualsiasi) questo si avvia
verso la pazzia, la morte, prò-
vocata evidentemente dall'assenza
totale di comunicazione. Se in questo
caso estremo, la possibilità di
comunicazione decide della vita e
della morte, nella nostra vita,
quanto potrebbe decidere del nostro
benessere! Il dialogo, oltre ad
essere veramente salutare, influisce
sull'intera forma del rapporto. È
un'arte indispensabile per la
completezza psichica. Il dialogo è il
respiro della psiche. Senza di esso
questa si spegne, si ammala, muore, e
ci riduce a esseri parziali, umani
solo in apparenza, anche se
disponiamo di ricchezze ulteriori
immense: se non sono espresse esse
non esistono, non diventano una
realtà nemmeno in noi. Certo possiamo
usare espressioni diverse, possiamo
leggere negli occhi e spesso questa
forma di contatto ci permette di
scoprire, di formare un primo
approccio con una persona che si
rivela, a suo modo, gentile,
sensibile, aperta, piacevole e
preziosa. Questa via è difficile, non
è proprio una scorciatoia per la
conoscenza dell'altro. Solo
attraverso il dialogo possiamo
arrivare alla conoscenza di noi
stessi oltreché a quella degli altri.
Possiamo non solo vedere se siamo
sani oppure ammalati, ossia
diagnosticarci, comprendere come e
cosa siamo, ma soprattutto possiamo
anche curarci. Abbiamo già parlato
dell'effetto terapeutico del dialogo.
Se amore è comprensione e un mezzo
per comprendere il dialogo, non
possiamo nemmeno amare, a meno che
non ci soddisfi innamorarci di una
proiezione, spesso lontana dalla
verità. Senza dialogo, quando la
comunicazione si riduce alle zone
erotico/genitali, la relazione fra
partner ha scarse possibilità di una
lunga sopravvivenza. Con l'assenza
del dialogo distruggiamo le
condizioni base per un possibile
benessere, quindi per la nostra
salute.
Fig. 10 Partner che si parlano con
contatto corporeo: così sono comprese
le tre sfere: intelletto, affetti,
impulsi II sapere psicologico In
questo contesto "conoscere se stesso
attraverso gli altri" significa
essere ed agire da psicologi, il che
vuoi dire nuli'altro che studiare,
conoscere e comprendere la psiche.
Sulla necessità dì esserlo o
semplicemente di comportarsi come
tale non ci
sono dubbi, perché le possibilità
terapeutiche che ne derivano sono
indispensabili. Se non possiamo
delegare la cura del nostro corpo
solo al medico, non lo possiamo certo
con la nostra psiche. È essenziale
approfondire la comprensione di sé
perché non possiamo curarci senza
conoscerci. 1.9 Diagnosi e cura.
L'aspetto somatico Se consideriamo
psiche e corpo una unità, due aspetti
diversi di una stessa entità, in
costante interazione, ci si aprono
altre possibilità di psicoterapia ed
anche di diagnostica. Se vogliamo
comunicare il nostro affetto lo
possiamo fare con le parole (la vìa
psichica), ma quanto più efficace è
il farlo con una carezza (la via
somatica)! Comunicare attraverso il
soma, attraverso la pelle (il nostro
maggiore organo di comunicazione)
confine, ma anche punto di contatto
più intimo fra di noi, significa,
avere uno scambio materiale (per ora
si parla di "microparticelle emanate
dalle ghiandole del sebo") e quindi
molto intenso con l'altro. Se la
società ci sconsiglia, attraverso
l'educazione, questa forma di
contatto, siamo però liberi di
attuarlo nella nostra vita privata
(là dove non dobbiamo rispettare
certe regole), nel rapporto (non
erotico) con il partner, con il
fratello, la madre, con l'amico. Il
benessere immediato che ne deriva è
intenso. Varrebbe la pena cambiare le
proprie abitudini di comportamento
nel senso indicato dall'etologo
inglese Desmond Morris, per il quale
questa forma di contatto è
assolutamente indispensabile non solo
per il neonato (dopo il distacco o
l'espulsione dal paradiso, che
avviene con la nascita), ma durante
tutta la vita, anche per la persona
adulta.
CONTATTO INTIMO II principale mezzo
che gli uomini ereditano dalla natura
per esprimere l'affetto reciproco, la
vicinanza, la protezione è il
contatto fisico. Per una serie di
ragioni, che non è qui il caso di
approfondire, questa fondamentale
forma umana di espressione nel corso
degli ultimi due secoli nei paesi
occidentali si è andato indebolendo e
atrofizzando. Così viviamo in una
società che, in confronto a tutte le
altre storicamente conosciute, ci ha
rinchiuso in una corazza emotiva che
comincia dall'intoccabilità, dalle
disapprovazioni dell'espressione
fìsica delle emozioni e finisce nel
più raggelante distacco emotivo.
Siamo a tal punto inibiti nell'uso
spontaneo di questo repertorio di
gesti naturali, da essere indotti a
confondere ed identificare con
imbarazzo una gran quantità di gesti
emotivamente espressi con gesti di
significato sessuale. Tanto che
•'contatto intimo" è spesso usato
come sinonimo di "rapporto sessuale".
In questo libro contatto intimo non
ha mai nessuna connotazione erotica.
Un bisogno profondissimo e
inestirpabile della psiche umana è
quello della comprensione emotiva da
parte di altri esseri umani. A questo
scopo un solo intimo contatto fisico
servirà assai più di molte belle
parole. Le impressioni fisiche hanno
una capacità impressionante di
trasmettere le emozioni. Nessuna
parola consolante può sostituire
l'effetto del braccio paterno,
fraterno intorno alle spalle. La
nostra pelle e l'organo di senso più
esteso che abbiamo ed il più antico,
il primo ad inviare stimoli al
cervello durante la gestazione. I
gesti del contatto intimo nascono da
un repertorio naturale innato del
rapporto di accudimento, che ogni
madre sa applicare al suo bambino ed
ogni bambino conosce e desidera
istintivamente. Durante lo sviluppo
questo "nutrire con gesti" passa al
servizio di altre esigenze, in tutto
o in parte suoi "spezzoni" sono
utilizzati nella comunicazione
famigliare, in quella sociale più
allargata, nei rapporti di coppia. Le
diverse culture permettono un uso a
volte molto diretto, a volte più
indiretto, ritualizzato e mascherato,
del contatto fisico; ma esso è sempre
centrale nelle relazioni fra esseri
umani. Rimane in ogni caso fortissimo
il bisogno di toccarci l'un l'altro
per esprimere quei profondi e
duraturi legami affettivi di famiglia
e di
comunità, che sono una delle
caratteristiche di fondo che la
selezione naturale ha prodotto nella
specie umana. L'indebolimento o ia
perdita di questi legami
rappresentano uno dei fenomeni più
gravi dello sviluppo recente della
civiltà occidentale ed è fonte
costante di ogni genere dì patologia
psicosomatica, come ha osservato
l'etologo Desmond Morris, nel suo bel
libro "II comportamento intimo".
Monis osserva che, quando su un mezzo
pubblico urtiamo un'altra persona ci
premuriamo di chiedere scusa, quando
invece dovremmo esprimere il nostro
piacere per il contatto avvenuto,
come sarebbe naturale, anche se fuori
dalle regole dell'educazione. In
questo caso l'educazione fornitaci
dalla società si rivela, in ultima
analisi, dannosa per la salute
psichica. Questa necessità si mostra
particolarmente in casi di esperienze
estreme di piacere e di dolore, in
tutte le emozioni forti, quando non
possiamo proprio fare a meno di
"abbracciare", perché il cuore sembra
"scoppiare". Anche qui è compito di
ciascuno trovare una accettabile
forma di compromesso fra le regole
apprese dalla società e l'espressione
spontanea dei propri impulsi:
l'importante è non trascurare nessuno
dei due lati. I pregiudizi per quanto
riguarda questo aspetto dei propri
rapporti interpersonali sono enormi,
basta esaminarne uno: ogni contatto
ravvicinato rischia di venire
classificato come erotico-sessuale.
Eppure la persona triste, infelice o
disperata, che si trova in grandi
difficoltà desidera con forza
l'abbraccio, e ne viene consolata
proprio nelle situazioni in cui nulla
è più lontano del desiderio erotico.
Quali sono le possibili applicazioni
diagnostiche e tera-peutiche? L'uso
diagnostico viene evidenziato dal
medico che usa le mani. Anche noi
possiamo tentare di farlo se
applichiamo l'intelligenza nella
forma di una maggiore sensibilità
tattile. Possiamo scoprire le
proiezioni somati-che degli stati
psichici. Anzitutto la tensione, che
raramente si manifesta in tutto il
corpo, e molto più spesso in zone
specifiche come addome, nuca, spalle,
torace, spina dorsale, cuoio
capelluto, emicranio destro o
sinistro. Ognuna con un riferimento
psichico preciso, di non difficile
inter-pretazione. La funzione
terapeutica del contatto fisico non è
certo dimostrabile razionalmente, ma
è percepibile da tutti. Un generico o
semplice massaggio produce benessere
tanto al corpo quanto alla psiche.
Sentiamo un immediato sollievo. Un
trattamento specifico della spina
dorsale arriva a cambiare il
portamento e assumendo una posizione
eretta sentiamo più coraggio, più
stima in noi. Dopo un massaggio del
cuoio capelluto ci ritroviamo con
idee più chiare, con pensieri che
scorrono di più fluidamente. È certo
che in questo modo si ottiene un
effetto quasi immediato. Non è questo
allora sufficiente per dedicare più
attenzione al possibile approccio
alla psiche attraverso il soma? La
differenza fra dolore psichico e
dolore somatico. Esiste? Ognuno dì
noi può, se osserva casi empirici
alla portata di tutti, arrivare ad
una corretta conclusione. Chi non
conosce una persona depressa,
nell'ambito dei propri conoscenti?
Chi non ha subito almeno uno stato
depressivo (momentaneo, temporaneo)?
Possiamo dunque fare un esperimento.
Chiedere al depresso, a colui che
soffre il dolore psichico più acuto,
tanto
intenso da essere incapace non solo
di lavorare e di amare, ma anche di
star sveglio o di dormire, di
nutrirsi, persino di svolgere
regolari processi di pensiero: egli
ci fornisce una risposta. È facile
immaginare cosa ci risponderà alla
domanda di quanto sia disposto ad
accettare, in un ipotetico scambio
fra dolore somatico e psichico.
Accetterebbe un mal di denti, un mal
di testa (da tutti considerati dolori
reali ed insopportabili), o una gamba
ingessata (fastidioso limite alla
propria possibilità di movimento), se
questo gli permettesse di uscire
dalle sofferenze della depressione?
Fig. 11 Una situazione di agio e
benessere somatico contrapposta ad
una poco lussuosa. Nella prima, la
persona depressa non gode, nella
seconda, due persone in un buono
stato di salute psichica dimostrano
benessere Lo stesso si può dire di
una persona ansiosa. È importante
capire che di solito entrambi non
vengono compresi, per-
che questo dolore, per chi non lo ha
subito, sembra non esistere.
Ignoranza ed incomprensione sono
espresse con parole che contengono
già in sé domanda e risposta: "Ma
cosa combini? Cosa fai? Ma se hai
tutto quello che vuoi?" Possiamo
costatare che nessuna offesa organica
può impedirci di conquistare la
serenità quanto lo può un disturbo,
una malattìa psìchica. Lo stesso
paraplegico può raggiungere una
qualche forma di serenità. E la
serenità è una insostituibile
componente del proprio benessere
psicosomatico. 1.10 II rapporto
errato con il malessere psichico Per
comprendere meglio il nostro
comportamento è indispensabile un
ulteriore confronto fra dolore
psichico e dolore somatico. Se non
esistesse il dolore subiremmo gravi
danni, e ciò è chiaro a tutti sul
piano fisico. Non lo è, o lo è molto
meno per quanto riguarda il piano
psichico, perché la nostra natura ci
permette di adeguarci, di abituarci
ed accettare e considerare il dolore
psichico, anche se deriva da
situazioni inconcepibili, come cosa
normale, che deve essere sopportata.
Purtroppo la capacità dell'uomo nel
sopportare le sofferenze è quasi
infinita. Questo riduce la spinta a
curarsi. E' molto discutibile
l'appropriatezza del ricorrere spesso
a questa capacità, non considerando
il dolore psichico un sintomo
allarmante, al quale andrebbe opposto
un rimedio e non la rassegnazione,
dovuta alla paura e alla errata
convinzione di non potere, in ogni
caso, curarsi. La "mamma" che per
l'amore della pace in famiglia,
considerata il bene supremo, assorbe
conflitti, contrasti, e lascia
scaricare su di sé l'aggressività
altrui, fa sì del bene agli altri,
salvando gli equilibri familiari, ma
causa del male a se stessa. E' nota
la maggior frequenza di malattie del
fegato (calcoli biliari in
particolare) nella donna, in quanto
essa tende a reprimere la propria
aggressività in modo eccessivo. La
pace in famiglia non dovrebbe essere
raggiunta a spese di un singolo
componente. Non esiste, sul piano
psichico, un male incurabile dal
momento che disponiamo della capacità
di comprendere e possiamo decidere di
utilizzarla. Essa è lo strumento
efficace ed alla portata di quasi
tutti, per risolvere le
problematiche. Il risultato
dell'incapacità, o della non-volontà
di affrontare quanto sarebbe da
affrontare, è che alla fine ci
ritroviamo in questa "valle di
lacrime", dove la salute
psicosomatica è l'eccezione e la
malattia la normalità. 1.11
L'aggressività: considerazioni
generali e definizione Dopo le
considerazioni precedenti, tra la
psicologia e la filosofia psicologica
possiamo entrare nel vivo, esaminando
un aspetto concreto: la gestione
della propria aggressività, insieme
all'egoismo la malattìa della nostra
società. L'aggressività determina,
influenza molto, la modalità dei
propri rapporti interpersonali. Da
qui l'importanza dell'argomento.
L'AGGRESSIVITÀ In questo contesto il
termine "aggressività" viene
utilizzato con un significato
specifico e differente dall'uso
comune della parola. Nel linguaggio
comune "essere aggressivi" significa
attuare un comportamento offensivo o
una azione che può variare
dall'invadente al violento nei
confronti di altri individui. Qui
invece intendiamo aggressività in un
senso molto più neutro ed ampio,
ossia ne) suo significato
etimologico, tenendo presente che si
tratta di un aspetto di fondo dei
rapporti interpersonali. La parola
deriva dal latino "ad gredire", che
vuoi dire semplicemente avvicinarsi,
farsi vicini, entrare in contatto.
Con aggressività intendiamo dunque
quell'energia che ci sostiene quando
ci rivolgiamo ad altri, quando
affrontiamo l'ambiente sociale
(culturale, professionale o intimo) e
che è necessaria alla nostra vita
all'interno di una specie animale
tipicamente sociale come la nostra.
In tal modo è intesa anche dal
fondatore dell'etologia Konrad
Lorenz, che dedica a questa
interpretazione della parola un suo
bel libro: "II cosiddetto male".
Purtroppo il contatto con un altro
essere umano comporta quasi sempre il
"misurarsi" con lui, sotto qualche
aspetto, l'assumere o il mantenere
una "posizione" di confronto. "Se si
è completamente privi di aggressività
individuale, non si è in realtà
individui, si appartiene a chiunque
altro, non si ha orgoglio di se
stessi". (K. Lorenz: Lorenz allo
specchio, Armando ed, 1977) Le
problematiche derivanti dalla
gestione dell'aggressività sono
certamente le più ampiamente diffuse
e frequenti (almeno nell'uomo
contemporaneo), essa possiede infatti
una terribile caratteristica: se non
viene elaborata ed espressa
spontaneamente nel momento in cui si
genera, si accumula inesorabilmente
con conseguenze molto negative. La
saturazione di aggressività provoca
una "esplosione" oppure una
"implosione". L'individuo aggredisce
oltre misura oppure si ritira neU'
assenza di comunicazione. In ambedue
i casi subisce la paura della troppa
aggressività accumulata, che non è
più in grado (e spesso ne è ben
consapevole), di esprimerla, senza
danneggiare se stesso o gli altri.
Perché in questi casi all'accumulo si
aggiunge un intenso affetto, negativo
e reattivo alla paura, come l'ira, e
pertanto la reazione aggressiva
sfugge al controllo da parte di
intelligenza e volontà.
Se nei contatti con la sfera sociale
più allargata (lavorativa,
ricreativa) sono soprattutto gli
infiniti aspetti rituali dei
comportamenti relazionali, legati
all'espressione della recìproca
importanza o potere, che impegnano ad
una adeguata risposta (né eccessiva,
o violenta, né autocentrante), è la
vita intima nelle quale si giocano i
più profondi bisogni, le paure e le
aspettative più segrete, lo scenario
dove più è necessaria la capacità di
elaborare, modulare ed esprimere
armoniosamente l'aggressività.
Impedimenti all'espressione corretta
dell' aggressività sembrano originate
nell'infanzia da imposizioni da parte
dei genitori: "devi essere bravo", o
della società, rappresentata dai suoi
"educatori", dai quali prende forma
la propria struttura etico-morale, in
permanente interazione (che può, ma
non deve, diventare conflitto) con le
esigenze dell'Io. L'eccessiva
influenza di questa sovrastruttura
(come avviene in particolare nella
persona più sensibile), provoca un
accumulo a lungo insopportabile, che
porta, non solo nei casi patologici,
a reazioni eccessive. La reazione
indiretta può essere questa:
distruggere la propria sovrastruttura
(come avviene nel periodo della
contestazione), causa di tanto
dolore, disimpedendosi, oppure
distruggere, reprimendoli, i propri
impulsi, seppure parte sostanziale
del proprio Io. La psicologia clìnìca
osserva quell'espressione
particolarmente estrema
dell'aggressività che diventa
danneggia-mento di se stesso o di
altri, materiale o psichico. Esiste
un esempio classico che risale al
1780, col quale introduciamo le
riflessioni che seguono: "Quando il
piccolo Gustavo cadde ed urtò, prese
ad urlare sino ad allarmare tutta la
casa. I suoi genitori allora gli
chiesero cosa aveva urtato. Presero
una frusta, e picchiarono la cosa,
indicata come colpevole. Gustavo si
abituò a questo cerimoniale e prese
ad aggredire quanto in-
contrava sulla propria via. Poiché
l'essere più frequentemente nelle
vicinanze era la bambinaia, la sua
ira si rivolse verso questa. Così
iniziò a strillare, a mordere e a
tirare calci... " È facile
comprendere che l'argomento della
precedente descrizione è
l'aggressività, e che essa non è un
problema della sola società attuale.
Nell'esempio citato possiamo vedere
come "le offese" non vengono
elaborate, chiarite, ma vengono
risolte trovando un canale improprio
per scaricare il dolore dovuto ad una
presunta aggressione. Quello che il
"piccolo Gustavo" viene indotto a
fare dai genitori, lo ripeterà poi da
adulto disinibito, in modo violento.
Comprendiamo meglio se vediamo,
osserviamo una situazione somatica.
Riportava un paziente: "Quando
qualcuno mi pesta un piede e mi fa
male, posso reagire in diversi modi.
Il modo corretto sarebbe quello di
avvertire l'altro e ottenere rimedio,
anche informa di scuse. Il modo
violento è ripagare il danno subito,
pestando quel piede a mia volta. Il
modo autolesionista è di sopportare
il dolore, come avviene in alcuni
casi. Farei questo se la persona
fosse il datore di lavoro o mio padre
autorevole col rischio però di venire
trattato in questo modo più volte.
Solo allora forse potrei arrivare ad
una reazione che a quel punto
potrebbe essere violenta. Potrei
sparare? Certo non posso negare di
aver provato in questi casi il
desiderio di farlo". Esaminiamo ora
tre casi paradigmatici, tre modelli
estremi. Nel primo possiamo rilevare
la completa distruzione della
struttura morale, il super Ego. Nel
secondo la distru-
zione appare parziale. Nel terzo
hanno sopravvento autoimposizioni ed
inibizioni. Allora l'aggressività si
rivolge verso se stesso. In tutti i
casi appare riconoscibile la paura:
nessun aggressivo reattivo è un eroe,
in fondo ha (tanta) paura, alla quale
cerca di sfuggire, provocandosi uno
"sballo" da adrenalina. Tutti tre i
casi sì presentano come malattia
psichica in fase acuta.
L'aggressività nella forma disinibita
Lo skinhead, che ha un fisico da
atleta, da lottatore, che è forte e
privo di malattie, per scaricare la
propria aggressività deve bruciare
una macchina o pestare un altro
essere umano. Per quanto in buona
salute sia, il giovanotto in
questione non si può certo dire che
stia bene. Se fosse felice e sereno,
se disponesse di una situazione
affettiva buona, che bisogno avrebbe
di compiere questi atti di violenza?
In questi atti non si esprime forse
il suo disagio morale, la sua
sofferenza psichica? Il comportamento
è quello di un malato, anche se non
in senso fisico. Ciò ovviamente non
rende giustificabili le sue azioni
che rimangono contrarie alle leggi,
alla moralità. L'aggressività nella
forma parzialmente disinibita Lo
stesso meccanismo psichico si
riscontra nel teppista, in cui però
si esprime con meno violenza, quando
distrugge il telefono pubblico,
quando graffia una macchina, quando
rovescia le panchine di un parco
pubblico. In questo caso la struttura
morale (il super Ego), che qui
continua ad
esistere, è sufficiente per impedire
la spinta alla follia distruttiva
totale, che non si ferma neanche di
fronte ad un altro essere umano, ed
egli si limita alle cose inanimate.
L'aggressività nella forma
completamente inibita, quindi
introvertita Lo stesso meccanismo di
canalizzazione impropria ha luogo
anche nella persona che svolge queste
azioni con la sua immaginazione, come
accade nel tipo dell' aggressivo
represso. Quando ai suoi pensieri
viene concesso libero corso e sono
lasciati affiorare senza censura, chi
fra questi non si immagina "guerriero
della notte"? Chi non fantastica di
uscire, di agire come di giorno non
può, perché frenato dai propri
impedimenti interni, dai valori
assunti che determinano la sua forma
estremamente convenzionale di
comportamento. Analizziamo cosa
avviene nell'aggressivo represso, che
è il tipo più frequente. Anche qui
c'è l'incapacità di gestire in un
modo sano il proprio bisogno di
esprimere, scaricare l'aggressività.
Egli, reprimendosi sempre ne provoca
l'accumulo. Non risponde ad un torto
subito, in forma civile, immediata e
decisa alle offese (come sarebbe
giusto): quando subisce un sorpasso a
destra, quando una commessa è
maleducata, quando qualcuno non
risponde al saluto, quando un
superiore gli fa un torto.
I danni provocati dalla gestione
errata dell'aggressività L'igiene
psichica suggerisce un fatto semplice
ma fondamentale e non così scontato
da attuare: l'aggressività deve
essere scaricata; se ciò non avviene,
come sarebbe giusto, con flusso
continuo verso l'esterno, da dove
viene stimolata, essa si rivolge
verso il proprio Io, con danni
psichici spesso enormi. È il caso di
coloro che non avendo reagito, si
danno interiormente degli stupidi, ma
non curano il proprio errore
comportamentale, sino al disprezzo di
sé e all'ammalarsi di aggressività
repressa. Ne sa qualcosa il fegato di
tutti coloro che mandano giù più
"bile" di quanto dovrebbero.
Ricordiamoci che la gestione
equilibrata dell'aggressività può
essere, quando ancora non c'è
l'accumulo, quasi un piacevole gioco:
tu mi aggredisci, io rispondo, io ti
aggredisco tu mi rispondi. E dopo
seguiranno amicizia e rispetto. Tutti
pratichiamo questo gioco quando ci
"stuzzichiamo" e tutti l'abbiamo
praticato da bambini anche quando
giocavamo alla guerra. Il gioco
diventa terribilmente serio quando
non reagiamo, ma ingoiamo sino alla
patologia. II primo passo verso un
necessario rimedio è quello di
convincersi del proprio errore, della
non funzionalità del
proprio comportamento. Il secondo è
quello di auto osser
varsi nelle varie situazioni di
rapporti interpersonali per
capire quali di esse innescano queste
reazioni inibite. Il
terzo passo, il più impegnativo è
decidere di cambiare
costringendosi a reagire, sempre e
comunque, immediata
mente e con decisione ma senza
tensione e cattiveria.
Importante è capire che questo è
possibile senza arrecare
danni agli altri e a se stessi.
Un esempio: Una mia cliente, che ha
affrontato questa problematica,
racconta: " ... una commessa mi
consegna quanto ho comprato in una
busta rotta (=offesa). Se reagisco
(=decìsìone) chiedendo di cambiare la
busta, semplicemente, è facile
compensare l'offesa. Mi sento bene,
sono soddisfatta dì me. Se non
reagisco, uscita dal negozio mi dò
della stupida, non solo, pregiudico
il mio rapporto con il negozio e
porto con me la problematica non
risolta per chissà per quanto tempo.
" La cosa più importante da
comprendere per poter gestire ed
esprimere la propria aggressività è
questa. Purtroppo essa provoca spesso
paura. Nella mente risuonano le
terribili minacce subite da bambino:
"Se non sei bravo (ossia: se non fai
quello che voglio io, il genitore)
non ti voglio più bene". Bisogna
allora fare ogni volta uno sforzo
cosciente per rendersi conto di
questo profondo timore della propria
"cattiveria" e decidere di reagire,
fino a trovare la giusta misura. Si
tratta di provare e riprovare senza
paura o malgrado essa. È facile
immaginare quanta aggressività deve
aver represso colui che poi
diventerà, dopo diciotto anni, il
teppista. Quanto frequentemente lo
abbiamo sentito definire: "un così
bravo ragazzo, tanto gentile".
Conclusioni Quanto bisogno di sfogare
aggressività c'è in noi, attorno a
noi? Esso è sempre proporzionale alle
offese, quando nei rapporti social-
culturali subiamo mancanza di ricono-
scimento; quando nei rapporti
professionali soffriamo a causa del
nostro capo, che non ci concede
gratificazioni; quando nei rapporti
interpersonali intimi subiamo
incomprensioni, e siamo aggrediti con
le parole, o anche con mutismo (che è
una sottile forma di aggressività). E
facile riconoscere in questo stato di
cose un circolo vizioso, una spirale
in ascesa. Più veniamo offesi, più
aggressività viene provocata e questa
ci costringe ad offendere. Sino a
quando possiamo permetterci di salire
in questa spirale? Non è segnale
d'allarme la diffusione dell'AIDS,
dovuta certo anche al modo aggressivo
di fare "l'amore"? Sembra che fare
l'amore in modo comprensivo,
rispettando le esigenze
psicosomatiche del partner, non
lacerando, non provocando ferite
riduca di molto il pericolo di
contagio. Dobbiamo considerarci parte
di una società (siamo in troppi su
questo mondo e perciò ci urtiamo in
continuazione) sostanzialmente
aggressiva, che sconfina persino
nella stanza da letto, dove subiamo
l'aggressività quando l'amore non è
impostato alla comprensione, e
violiamo o veniamo violati nelle
nostre esigenze primarie. In
particolare ne diventa vittima il
corpo della donna, che per la sua
natura ha bisogno di un tempo
maggiore per predisporsi al contatto
intimo nella forma della
penetrazione. La vagina è nella
giusta disposizione solo dopo
adeguate carezze e segnala questo
stato con un rilassamento dei
relativi muscoli e con una giusta
lubrificazione. L'uomo che non
considera queste esigenze commette
stupro. Il danno provocato sul
proprio equilibrio psicosomatico è
enorme, è sufficiente osservare
quello causato dall'aggressività
repressa sul fegato e sulle bile. È
interessante considerare un dato
statistico: i disturbi al fegato
coinvolgono in
maggior parte la donna, che per amore
della "pace in famiglia" deve
reprimere l'aggressività bloccando il
flusso di "bile", e creando così il
presupposto per la formazione di
calcoli. I danni maggiori però li
possiamo costatare nel naufragio
della vita famigliare, che coinvolge
partner e figli, dove l'aggressività
si presenta nelle sue forme più
sottili, ma certo non meno
spiacevoli. Se la lite, la
discussione accesa ha origine da un
accumulo, esistono e vengono
praticate mille forme raffinate per
fare male all'altro, dal mutismo
all'aggressione materiale. Chi riesce
a vivere bene con una persona con
questa ferita interna? Per coloro nei
quali l'aggressività si presenta in
forme più o meno evidenti è
necessario ricercare rimedio, per
evitare le conseguenze patologiche.
Le possibilità di diagnosticare e
curare l'aggressività La domanda si
impone. Esiste la possibilità di una
diagnosi e di una adeguata cura? Per
quanto riguarda la diagnosi abbiamo
tentato di spiegare i meccanismi, di
chiarire i principali aspetti. Chi
"soffre di fegato", chi subisce
l'atmosfera dell'ufficio, chi vede i
rapporti famigliari deteriorarsi, ne
prenda atto e agisca. Le possibilità
di cura per chi si decidesse di
ricorrervi, sono molte, sia sul piano
fisico che su quello psichico. Per
poter apprendere la giusta azione
psicologica (evitare l'accumulo
attraverso un delle forze
contrastanti dentro di sé: impulsi
contro impedimenti, esigenze dell'Io
impulsivo
contro esigenze dell'Io etico-morale;
liberare in questo modo i canali di
espressione ostruiti) o per trovare
la via somatica che può consistere ad
esempio nella pratica di uno sport
adeguato. Perciò si tratta di fare
una scelta intelligente. Si può
osservare che i giocatori di rugby,
che possono scaricare direttamente
l'aggressività agonistica durante la
partita, quando escono sono
solitamente rilassati ed amichevoli
con gli avversari. I calciatori
invece che "combattono" non potendo
affrontarsi che in modo indiretto sul
pallone e sono controllati
dall'occhio dell'arbitro, che prende
le veci della struttura etico morale,
spesso escono dal campo estremamente
nervosi. Pratiche blande sono lo
jogging e tutte le forme di
ginnastica, senza dover arrivare a
livelli da agonismo, la scalata di
una montagna, senza dover conquistare
l'Everest. Concludo: l'opposto di
aggressività è amore. Chi non impara
quest'arte non si lamenti di questo
mondo invivibile per l'inquinamento
dell'atmosfera psichica con
l'aggressività. 1.12 L'influenza
della società nel proporre modelli
ideali La società propone modelli
"ideali" di comportamento che possono
risultare assai nocivi alla salute
dell'individuo singolo. Quanti sono i
casi di persone coti un comportamento
apparentemente normale (come lo
definisce il linguaggio quotidiano),
perché agiscono secondo i canoni
della società che, strumentalmente,
considera giusto quanto le è utile, e
non bada alle esigenze dell'individuo
singolo, compro-
mettendo la salute psicosomatica?
Tanti, comunque troppi. Sappiamo che
la società, per la sopravvivenza
dell'insieme, non può considerare le
esigenze del singolo, come diventa
evidente nel caso di guerra. Alcuni
devono morire. Ma per quello che ci
concerne, se molti sono costretti a
soffrire per la sopravvivenza della
società e questo è necessario e
inevitabile, ciò non dovrebbe
impedirci di prendere le giuste
precauzioni, di rispondere
all'egoismo della società con la
giusta dose di egoismo individuale.
Da questo punto di vista esaminiamo
ora la struttura psichica delle due
figure molto apprezzate e molto ben
integrate, di accaniti quanto
eccellenti peccatori nei confronti
della propria salute psicosomatica,
la figura del manager, e al polo
opposto, la casalinga, che pagano il
proprio impegno, e sono disposti a
farlo, con l'alto prezzo della
malattia psicosomatica Voglio
sottolineare che non considero
costoro come "categorie" in senso
sociologico, ma come modelli di
comportamenti ideali che tutti ci
possiamo trovare a seguire quasi
inconsapevolmente. Quanto di questi
valori è in ognuno di noi? In questi
esempi ognuno di noi può riconoscersi
in misura minore o maggiore. Nella
descrizione che segue elenchiamo
numerosi singoli tratti per offrire
la possibilità di riscontrare la
presenza di almeno alcuni di essi in
noi. Sappiamo di toccare un tabù, di
essere irriverenti nei confronti di
valori posti molto in alto dalla
società attuale. Difficilmente li
ritroviamo tutti in un singolo
individuo, ma lo scopo è di offrire
la possibilità di una
autovalutazione.
1.13 n modello del "manager" Fig. 12
Situazione tipica nella vita del
"manager" II manager conquista tutti
i valori riconosciuti. Ha la macchina
lussuosa, la casa dove e come la può
desiderare, non si limita nel
vestirsi, può viaggiare a piacimento,
può estendere la propria ricchezza
alla partner, ai figli; non ha limiti
economici, può tutto. I soldi lo
rendono, almeno apparentemente,
libero. Tutti lo ammirano e lo
invidiano e da questo nasce la sua
maggior soddisfazione e anche quella
della moglie, forse un po' meno
quella dei figli.
Da un punto di vista psichico ha
eccellenti qualità intellettuali, è
di intelligenza brillante, che
impegna come capacità di analizzare e
di trovare la soluzione perfetta ai
problemi dell'azienda, per la quale
lavora. La mente è in iperattività,
molto allenata e così riesce a
sopportare sforzi assai grandi. Per
rendersi efficiente rende il proprio
pensiero chiaro, freddo, oggettivo:
tagliente come un bisturi.
Sentimentalismi, ideali e in molti
casi persino la moralità sono
considerati fattori di disturbo, e
vengono eliminati senza scrupoli.
L'impegno è totale, il proprio
potenziale viene sfruttato sino al
limite. A ciò corrisponde una ben
precisa situazione ormonale. Abuso di
adrenalina (tensione), diminuzione di
endorfine (blocco dei sentimenti) e
riduzione di testosterone/estrogeno
(blocco della spinta a contatti
interpersonali intimi); allo stesso
rapporto sessuale non vengono
concesse le "superflue" implicazioni
della sfera emotiva, affettiva, col
risultato di renderlo spesso
insufficiente, e di inibire il vero,
reciproco orgasmo psicofisico. Chi ci
seguirà nelle prossime esposizioni
costaterà che questo è un caso
esemplare dell'agire contro ogni
forma di igiene psichica. Assai poco
dell'intelligenza del manager viene
posto al servizio dell'Io; i problemi
individuali vengono repressi; il
dialogo personale è inesistente, i
rapporti interpersonali intimi sono
tali da compromettere il rapporto
famigliare, la tensione (lo "stress")
è costante (non viene osservato il
ritmo tensione-distensione, giorno-
notte). Se tutto ciò non è la
malattia, ne è la premessa. Quanto
può un essere umano resistere a
questa situazione? Dipende da fattori
complessi. Il corpo può essere
mantenuto sano attraverso l'igiene
fisica, alla quale il manager dedica
ogni attenzione. Sbagliandosi, perché
non sarebbe il corpo da curare, ma la
psiche.
L'eccessiva attenzione alla propria
forma fisica, al fitness, non è altro
che un segnale della generale
strumentalizzazione del corpo,
ricercata nell'illusione di risolvere
i segni di allarme provenienti dal
soma. Le somatizzazioni (utili
avvertimenti, ma solo per chi ha un
rapporto di sensibilità nei confronti
del corpo) accadono prima negli
elementi costituzionalmente più
deboli e sensibili, risparmiano i più
forti. Le somatizzazioni più evidenti
sono: insoddisfazione, insonnia,
riduzione della vitalità sono sintomi
presto riscontrabili. Ma ciò che
dovrebbe essere considerato un
segnale d'allarme viene trascurato o
affrontato con mezzi impro-pri. 1.14
II modello ideale della "casalinga"
Nel corso dei nostri test (1:
"Conoscersi meglio per vivere
meglio", gennaio 1987, partecipano
3.600 persone; 2:"12 spicchi della
personalità, esame dei propri punti
deboli e dì quelli fortt, dicembre
1988, partecipano 3.400 persone; 3:
"Esame della propria predisposizione
alle principali malattie
psicosomatiche", ottobre 1990,
partecipano 1.500 persone; su "II
giornale della salute, SALVE",
Rizzoli Periodici ) molte persone mi
hanno esposto in forma di lettera
personale la propria situazione
psicosomatica, ottenendo, come
risposta altrettanto personale un
esame individuale del loro stato.
Sorprendente per noi, allora, fu il
fatto che la maggior percentuale di
persone in cerca di aiuto erano le
casalinghe attorno ai quarantacinque
anni, nella maggior parte dei casi di
intelligenza superiore, come
era facile rilevare dalla scrittura,
ma anche dal contenuto delle lettere.
Fìg. 14 Situazione nella vita della
"casalinga": qui rappresenta un
tìpico modello comportamento
"nevrotico", purtroppo frequente
nella nostra società
Così come avviene per il "manager",
anche il modello "casalinga" viene
caldeggiato dalla società, della
quale essa è una pedina importante in
particolare per quanto riguarda il
suo aspetto di madre. Eppure, se non
è realizzato con opportune modifiche
in risposta alle esigenze personali,
è un modello di vita che può portare
ad una situazione psichica
disturbata, all'ansia, ad una forma
di violenta disperazione esistenziale
e alle conseguenti somatizzazioni. La
casalinga mette tutta se stessa al
servizio della famiglia, trascurando
le proprie esigenze. Primo a
soffrirne è il rapporto
interpersonale intimo con il partner.
Quando nascono i figli l'attenzione
viene rivolta a loro con un
investimento affettivo spesso
eccessivo. Per il dialogo e per il
rapporto affettivo ed erotico-
sessuale con il partner non c'è più
spazio. Così l'amore muore. La
casalinga, oberata dal lavoro
manuale, dimentica di usare e di
coltivare la propria intelligenza.
Non si concede di leggere o seguire
un hobby (magari con un possibile
sbocco professionale, quando il suo
compito primario, come è prevedibile,
svanirà) "per la mancanza di tempo",
fino a che l'ansia è divorante e ciò
non è più possibile per incapacità di
con-centr azione. Una tipica
somatìzzazione è la mania di pulizia
e di ordine. Chi non la applica sul
piano psichico, dentro di sé, subisce
la coazione a cercarla intorno a sé.
Spolverare diventa un'azione
ossessiva che può giungere fino
all'uso assurdo di alcool denaturato
nella pulizia, con il risultato di
rendere la casa iperigienica, ma poco
intima, impossibile da abitare in
relax. L'abitudine al non uso
dell'intelligenza per risolvere le
problematiche porta alla convinzione
della propria incapacità, di
risolvere qualsiasi problema e non
riuscire a realizzare nulla.
Il percorso di pensiero non viene
guidato ma subito, e la mente è
quindi come aggredita, invasa
dall'eterno disordinato riproporsi di
situazioni dolorose. Così cresce
l'ansia, fino alla forma intensa,
dolorosa, nevrotica (pianti nascosti,
notti insonni, mai un attimo di
tranquillità, assoluta incapacità di
godere). Una forma infruttuosa di
iperattività del pensiero subconscio
(avvertito come fastidioso, continuo
lavorio nella testa) fa sprecare
enormi quantità di energia, molto
maggiore di quella impiegata
effettivamente per il proprio
"mestiere" che ora diviene
inevitabilmente sorgente di
stanchezza psicofisica, avvertita
come stato depressivo, e a gravi
frustrazioni. L'epilogo
dell'applicazione enata di un modello
unilaterale proposto dalla società
non è di rado questo: a qua-rant'anni
la casalinga si ritrova con rapporti
interpersonali intimi spesso
disastrasi o del tutto assenti.
L'amore è morto. Le conseguenze
possono essere: rapporti erotico-ses-
suali precari sino all'anorgasmia
totale o parziale, con una
corrispondente situazione ormonale:
ossia insufficienza di estrogeno,
spesso annunciata da disturbi
("perdite", cisti che possono portare
alla necessità di un intervento
chirurgico, la non abbastanza temuta
isterectomia) che si manifestano
nella zona genitale "trascurata". Un
punto di partenza già doloroso per
affrontare poi l'inevitabile
menopausa che può amplificare questo
stato di cose, sino ad arrivare alla
psicosi. I figli se ne vanno
"sbattendo la porta", perché la madre
è diventata noiosa,, rifiutando, per
agevolare il loro necessario
distacco, l'affetto profuso. La
casalinga si trova sola ed è,
apparentemente, inutile, fino a
quando, anni dopo, gli stessi figli
rientreranno dalla finestra quando
avranno bisogno della "nonna" per la
cura dei nipoti.
Possiamo notare un aspetto comune nei
due casi estremi opposti che abbiamo
esaminato. Valori appresi attraverso
i modelli inculcati dalla società, si
impongono a scapito dei propri
impulsi, che, ascoltati,
indicherebbero una forma individuale
di autorealizzazione. La conclusione
è che sia il manager, sia la
casalinga non considerano
sufficientemente le esigenze dell'Io
sul piano psichico e su quello
somatico. Il corpo perdona a lungo,
ma alla fine presenta il conto.
L'insoddisfazione è un primo segnale
d'allarme, il primo gradino della
lunga scala delle possibili
somatizzazioni, ossìa la via verso la
malattia con prevalente componente
psichica.
2. Definizione di salute psichica 2.1
Verso la definizione del concetto Una
definizione tuttora, parzialmente,
valida, risalente alla fine del
secolo scorso è quella di Sigmund
Freud, il padre della psicanalisi.
Per lui la persona psichicamente sana
è quella che riesce ad amare e
lavorare in modo vitale, realizzando
cioè i propri impulsi, non subisce
l'azione di problematiche irrisolte e
quindi agisce senza disturbi della
necessaria concentrazione, il che
equivale alla capacità di godere, di
rimanere attenti ali ' attimo
fuggente e presentì a se stessi.
L'educazione (etica, morale, sociale)
non condiziona il suo agire attuale,
il Superego (la sovrastruttura etico-
morale, i valori imposti
dall'educazione) ed l'Es (la propria
struttura degli impulsi vitali) si
integrano in modo armonioso. Domina,
prevale l'Ego (l'intelligenza, e i
sentimenti). Parzialmente valida,
perché nei cento anni trascorsi,
l'epicentro delle problematiche si è
spostato. Oggi appare più facile
gestire l'aspetto erotico-sessuale,
al quale Freud si riferiva
principalmente, limitandosi ad
osservare la punta dell'iceberg delle
enormi difficoltà in tutti gli
aspetti dei rapporti interpersonali,
compreso la comunicazione
dell'affetto, dei sentimenti, di ciò
che "opprime il cuore ". Gli asceti,
come tutte le persone che
volontariamente rinunciano ad amare
nel senso freudiano, non possono
essere considerate ammalati. Se
sostituiamo il significato riduttivo
di amare nel suo senso erotico-
sessuale (come veniva intesa), con
quello esteso di rapporti
interpersonali intimi, intendendo la
co-
municazione intima operante
attraverso le tre sfere, sempre e
comunque in stretta interazione, di
intelligenza (comprensione), di
sentimenti ed affetti (carezze e
coccole), ed infine di impulsi
erotico-sessuali, non esiste più
possibile obiezione a tale
definizione di salute. Amore va
comunque inteso, come suggerisce
Erich Fromm, come conoscenza, senza
la quale esso non può esistere,
riprendendo così il concetto di
Piatone in "// convivio" che "la più
alta forma dell'amore è sapere,
espresso nel dialogo". Fig. 15
Rapporto sessuale con contatto
cutaneo delimitato alle zone genitali
o totale, ossia con o senza
comunicazione affettiva? Naturalmente
l'importanza della sfera erotico-
sessuale è ridotta in quei rapporti
interpersonali intimi che si
rivolgono verso le persone vicine:
genitori-figli, fratelli-sorelle,
amici nel senso puro della
definizione, spesso non meno
importanti dello stesso partner.
A questo proposito fa riflettere il
fatto che l'amico-confidente, o in
molti casi il terapeuta, viene a
sapere di più dello stesso partner.
L'importanza di questo aspetto è, a
dir poco, enorme (e avere
riconosciuto questo, seppure
parzialmente, rimane merito di Freud)
per salute psichica, sia come mezzo
diagnostico (dimmi come fai l1 amore
e ti potrò dire come stai) sia per le
possibilità terapeutìche. Vivificare
i rapporti interper-sonali intimi in
tutte tre le sfere vuole dire
predisporsi per conquistare gran
parte della salute psicosomatica.
DEFINIZIONE DI "BENESSERE
PSICOSOMATICO'1 L'uomo sano è: (1)
soddisfatto dì sé ed è sulla via
verso: l'equilibrio fra il proprio
potenziale e quanto ha saputo
realizzare di sé. All'equilibrio
psichico fra pensieri, sentimenti,
impulsi,
corrisponde una situazione: (4)
ormonale equilibrata, base di
vitalità, di forza psicofisica, con
conseguente buona situazione
immunìtaria. È sereno: capace di
godere il momento, ha buoni rapporti
interpersonali social-culturali,
professionali
ed intimi; sa concentrarsi, perché:
non subisce l'influenza di problemi
causati da problematiche
non risolte, ha un buon rapporto con
il proprio corpo che (10) non subisce
danni psicogeni e (21) sa usare la
propria intelligenza come strumento
per risolvere le sue problematiche.
2.2 Commento Ovviamente questa
definizione si ispira a quella della
O.M.S, almeno nella misura in cui ci
indica una meta da raggiungere, e la
via verso la salute psicosomatica.
Dobbiamo subito considerare che non è
importante raggiungere il traguardo,
quanto migliorare il proprio stato. È
il momento di introdurre il nostro
concetto di piacere. Il vero piacere
non è una condizione assoluta, lo
avvertiamo sempre quando atteniamo un
miglioramento, quando passiamo da una
situazione peggiore ad una migliore.
Se ho cento milioni di debiti e ne
ricevo cinquanta provo piacere.
Presto però mi adeguo, e i restanti
cinquanta milioni di debito diventano
un peso. Se riesco ad eliminare anche
questo mi sento in paradiso; ma solo
per un certo tempo, fino a quando
questa situazione non è diventata la
normalità. Allora desidero possedere
cinquanta milioni, e, avuto quanto
volevo mi sento nuovamente
soddisfatto, fino a quando questa
nuova situazione diventa la mia
normalità: è un eterno impulso a
migliorare la situazione precedente.
È la natura stessa dell'uomo che lo
spinge a migliorarsi, a non adattarsi
mai, come è bene espresso nella
figura di Faust che è pronto a cedere
l'anima nel momento in cui
Mefistofele riuscisse a proporre una
situazione tanto soddisfacente da
fargli dire attimo fermati, sei così
bello. Abbiamo così evidenziato
l'impulso fondamentale, quello
dell'auto realizzazione che non si
compie mai, ma è una spinta
inesauribile verso una soluzione
migliore. Senza di esso il nostro
mondo non sarebbe nato e l'uomo
attuale non esisterebbe. Possiamo
introdurre anche un'altra figura
illustre: Ulisse non fa altro che
tentare di migliorare se stesso, di
arrivare
alla conoscenza; per questo affronta
fatiche, pericoli, mostri, così come
succede, in modo assai meno
spettacolare ma non più modesto, a
chi affronta se stesso e non fugge
nella repressione né tenta
scorciatoie verso il benessere, come
le droghe.
3. TEST IL GRADO DELLA PROPRIA SALUTE
PSICOSOMATICA 1: Lei è soddisfatto di
sé? Per niente (12 3 p.) abbastanza
(4 5 6 p.) quasi sempre (7 8 9 10 p.)
2: C'è equilibrio fra il suo
potenziale e quanto di esso ha saputo
realizzare? Per niente (12 3 p.)
abbastanza (4 5 6 p.)
sufficientemente (7 8 9 10 p.) 3: Le
sfere di pensiero (intellettuale),
dei sentimenti (sentimentale), degli
impulsi (impulsiva) sono in armonica
interazione fra loro? Per niente (12
3 p.) abbastanza (4 5 6 p.)
intensamente (7 8 9 10 p.) 4: Una
buona situazione immunitaria è
conseguenza di un buona situazione
ormonale. Da questa sembrano nascere
anche valori psicosomatici importanti
come; vitalità, forza psicofisica,
stato giovanile. Lei avverte questi
valori in sé? Poco (12 3 p.) "non mi
lamento" (4567 p.) intensamente (8 9
10 p.) 5: Sedendosi su una panchina
può osservare un bel tramonto. Sa
godere questo momento?Raramente (12 3
p,) qualche volta (4567 p.) quasi
sempre (8 9 10) 6: I suoi rapporti
interpersonali comprendono tre
singoli aspetti. Esaminandoli uno per
uno, come si ritiene: in quello
social-culturale? Inserito poco (12
3 p.) in misura media (4567 p.) molto
(8 9 10 p.) in quello professionale?
Inserito poco (12 3 p.) in misura
media (4567 p.) molto (8 9 10 p.) in
quello intimo? Insufficiente (12 3
p.) disponibile (4 5 6 p. ) buono (7
8 9 10 p.)
7: La sua capacità di concentrazione
viene disturbata? Continuamente (12 3
p.) perio-dicamente (4567 p.) quasi
mai (8 9 10 p.) 8: Se ognuno ha i
propri problemi, i suoi disturbano:
In continuazione (12 3 p.) a periodi
(4567 p.) certe volte (8 9 10 p.) 9:
Come definirebbe il rapporto con il
proprio corpo? Distaccato (12 3 p.)
abbastanza comprensivo (4567 p.)
sensibile e comprensivo (8 9 10 p.)
10: Riscontra danni psicogeni, soffre
somatizzazioni? Molte (12 3 p.) non
troppe (4 5 6 7 p.) raramente (8 9 10
p.) 11: Quanto e come usa la propria
intelligenza per risolvere i problemi
suoi e di chi le è vicino? Poco, non
ho tempo (12 3 p.) quando posso (4567
p.) con impegno (8 9 10 p.) 11 test
si compone dì 11 domande: ad ognuna
possiamo "rispondere" con un
punteggio singolo, anche preciso. Ad
esempio: alla domanda 1, se non siete
"per niente" soddisfatti di voi
stessi, sceglierete il punteggio da 1
a 3; se lo siete abbastanza
sceglierete il punteggio da 4 a 6; se
lo siete quasi sempre sceglierete da
7 a 10. Sommando i punteggi singoli
raggiungerete il punteggio
complessivo e otterrete una risposta
adeguata a seconda di quale "fascia"
apparterrete.
3.1 Considerazioni sul punteggio
Evidentemente non è possibile
stabilire valori precisi; la prima
ragione è l'aspetto ciclico
dell'umore: chi tende alla
depressione, passando dalla fase
maniacale (quella ottimista) a quella
depressiva (quella pessimista) ne sa
qualcosa. Eppoi in ognuno di noi, da
un giorno all'altro, possono sorgere
nuove problematiche endogene o
esogene. Esistono "fulmini a ciel
sereno", ma esiste anche il sole che
spunta dopo un periodo di maltempo.
Premesse queste considerazioni, per
indurre ad una utile prudenza,
possiamo fare di questo test uno
strumento con indicazioni chiare,
anche se non "permanenti". Sarebbe
bene ripetere il test, verificare le
variazioni della propria disposizione
- per arrivare a validi valori medi.
Per semplificare dividiamo il
punteggio in tre fasce: Da 80 a 140
punti: Questo ìndica, se non risaie
ad una valutazione errata di sé, una
propria situazione invidiabile, non
c'è che esserne lieto. Ma poiché la
perfezione non è mai raggiungibile,
approfondiamo. Consideriamo alto un
punteggio dovuto solo a degli 8,
migliore di quello dovuto ad una
maggior parte di 10, con qualche
insufficienza. In quest'ultimo caso
esistono contrasti, punti oscuri. È
sempre da considerare con attenzione
e certezza un proprio punto debole,
che vale qualche riflessione e può
consigliare una o l'altra modifica
comportamentale. L'osservazione degli
aspetti singoli ha sempre una
funzione diagnostica.
Da 40 a SO punti: Nessun allarme,
siamo entro ì limiti di sicurezza:
anzi, questa persona sta forse
meglio, in prospettiva futura, di
quella con un punteggio più alto;
come succede con le malattie
somatiche, qualche acciacco spesso ci
fa vivere più attentamente e quindi
più a lungo. Molti pensano che è
meglio un giorno da leone che mille
da pecora. Altri il contrario: i
saggi sono fra questi. Qui è molto
più probabile che compaiano
insufficienze in singoli aspetti.
Elaborandoli si pud cambiare davvero
molto la propria qualità di vita. Da
10 a 40 punti: Punteggio da
considerare allarmante; si può
vivere, e molti lo fanno, anche se
non proprio bene; ma la prima cosa
che deve fare riflettere è che non ci
sono margini di sicurezza. Basta poco
per precipitare. Colui che si trova
in questa situazione dovrebbe agire
nel seguente modo: considerare le
insufficienze, esaminarle; fra esse
ve ne è sicuramente una dove un
miglioramento è possibile. Una
situazione precaria come questa non
si può davvero affrontare per intera;
la via verso una migliore qualità di
vita consiste nel cominciare ad
affrontare quelli alla portata di
mano. È certamente interessante avere
un responso, ma l'utilità sta nelle
possibilità di intervento. Se abbiamo
dedicato del tempo per avere una
indicazione, è certo molto più utile
sfruttarla. Qui veniamo a
confrontarci con un fatto importante:
come comportarci verso una situazione
complessa, quale potrebbe essere
indicata da un punteggio molto basso?
Non lo possiamo risolvere
globalmente, ina se lo consideriamo
punto per punto, possiamo trovare la
possibilità di un miglioramento.
Perché ogni problematica è
risolvibile se non la affrontiamo per
intera, ma la suddividiamo, e poi ci
dedichiamo ai singoli aspetti, uno
dopo l'altro.
4. Esame approfondito dei singoli
aspetti Un approfondimento del test è
senz'altro possibile e consiste
nell'esaminare i singoli aspetti. Il
test si compone di 11 parti,
evidentemente senza pretesa di
completezza, ma con la certezza che
ognuna di esse è davvero importante.
Possiamo considerare questi come gli
aspetti determinanti - in linea
generale - la salute psicosomatica.
Allo stesso tempo è chiaro che
possono esistere esigenze
individuali, delle quali qui non era
possibile tenere conto. 4.1 La
soddisfazione II sentimento
soddisfazione nasce, nella quasi
totalità dei casi, da un impulso
(interesse, stimolo, bisogno, spinta,
necessità,... e altri modi in cui può
essere percepito) appagato. Pertanto
sono decisivi, per il tipo di
soddisfazione, i tipi di impulsi
appagati. Solo una persona con una
struttura impulsiva "sana", cioè
corrispondente alle esigenze
esistenziali dell'Io potrà godere la
vera soddisfazione Fattori che
influiscono negativamente sulla
soddisfazione sono le ambizioni, le
mete eccessivamente grandi, le
aspettative di vita errate. Chi
eccede per eccesso o per difetto
nelle aspettative non raggiungerà
facilmente questo sentimento. Sentire
il bisogno di soddisfare un impulso è
il risultato di quel meccanismo che
spìnge alla sopravvivenza dell'Io e
della razza. Chi soddisfa fame, sete,
bisogno di sonno, esigenze sessuali
nel modo adeguato si sente meglio.
Questo è il premio previsto dalla
natura. \ parte questi impulsi
"semplici", se ne generano di più
amplessi: l'impulso ad avere
(ricchezza, potere, case, au-
tomobili, la moglie bella, un marito
importante, ... ), gli impulsi ad
essere (intelligenti, apprezzati,
ammirati, forti, belli, ... ). La
loro varietà è molteplice. In
proporzione variano anche i tipi di
soddisfazione, che può essere
effimera, profonda o esistenziale.
Esistono gli impulsi vitali e le
motivazioni apprese: i valori fatti
propri. Questi valori vengono
generati e condizionati dalla propria
filosofìa di vita, in ultima istanza.
E questa può essere adeguata o meno,
servire alla realizzazione del
proprio Io, oppure alla realizzazione
di un modello dell'Io appreso. Questa
distinzione va fatta, perché un tipo
effetto ha la soddisfazione di un
impulso sano, un altro, la
soddisfazione di un impulso
improprio. In quest'ultimo caso la
soddisfazione può essere molto
effimera, superficiale, a volte
praticamente inconsistente, e
temporanea. Solo rendendo consapevole
a noi stessi questo stato di cose
possiamo tentare di ottenere la
soddisfazione vera e utile nel senso
della definizione che noi diamo della
salute. Per la scienza psicosomatica
l'insoddisfazione diffusa,
l'impossibilità di provare momenti di
contentezza, è da considerarsi come
un campanello d'allarme, al quale
deve essere posto rimedio in tempo.
4.2 L'equilibrio fra il proprio
potenziale e la parte realizzata Ogni
essere umano ha un proprio
potenziale, che potremmo definire
anche come la somma delle qualità
teoriche. Ma nella sua evoluzione
l'uomo - mai perfetto - realizza solo
una parte di esse, a seconda degli
scopi che si pone: quelle che sono
necessarie per sopravvivere, oppure
per vivere bene, oppure per essere
soddisfatto, per potersi considerare
una persona realizzata. L'impulso che
spinge alla realizzazione delle
proprie capacità potenziali si fa
sentire con un io voglio, che può
essere ascoltato oppure no. Chi non
segue questa voce profonda dell'Io,
la sentirà sempre meno intensamente,
sino a non avvertirla più. A questo
punto gli impulsi muoiono e il motore
dell'Io cessa la propria spinta. Qui
soprattutto dobbiamo render conto al
nostro impulso all'autorealizzazione.
È quello fondamentale, che origina da
quella spinta che ha portato
dall'atomo attraverso le molecole
verso le cellule primitive, alla
prima forma di vita, poi fino a
quella vita complessa che ora vediamo
nella sua più alta espressione:
l'essere umano. Se possiamo
considerare l'esistenza, almeno
ipotetica, di tracce di intelligenza
e di memoria, possiamo osservare che
esiste un criterio di scelta
nell'unione fra atomi per formare una
data molecola e via di seguito. In
questo caso è decisivo il criterio
energetico e termodinamico. Comunque
prevale sempre la scelta migliore,
quella più positiva. È ancora ipotesi
che questo stato di cose venga
memorizzato dallo stesso atomo; nella
struttura complessa dell'es-ere umano
la situazione appare analoga, anche
se enorme-nente più sofisticata,
anche in lui c'è l'impulso determi-
nante alla scelta migliore (concetto
estremamente soggettivo, diverso da
uomo a uomo, pertanto può essere
corretto o errato): impulso base per
la formazione della vita, impulso
base che avvertiamo come spinta
all'autorealizzazione. Non c'è dubbio
che la tendenza che ha permesso
l'evoluzione esiste ancora in noi, ci
spinge e ci tormenta. Dobbiamo
migliorarci se vogliamo essere
soddisfatti. La spinta al progresso e
all'evoluzione è spiegabile solo
così. In pratica avviene questo:
ognuno di noi nasce con un potenziale
organico-funzionale molto simile per
qualità e quantità. La differenza fra
l'uomo con capacità minori e lo
scienziato, o anche il recordman
sportivo, si produce solo dalla
nascita in poi. Bambini più
stimolati, nutriti (con più amore),
sensibilizzati crescono diversamente
da altri che non hanno potuto avere
tutto ciò. A questo punto
dell'evoluzione individuale,
raggiunta l'autonomia entra in gioco
la propria intelligenza, che decìde
il tipo di evoluzione. Possiamo
allenarci nelle corse, nel nuoto, ma
possiamo anche allenare le capacità
di pensiero. In questo senso non
esiste differenza fra organo e
organo, muscolo o cervello che sia.
Nella pratica abbiamo notato come
persone dì una intelligenza minore
non abbiano avuto difficoltà, a
trent'anni, ad arrivare ad un
rendimento intellettuale superiore.
Una signora con il diploma di quinta
elementare ha ottenuto, nel giro di 3
anni la maturità, e si è portata da
un Q.I. (Quoziente di Intelligenza)
assai basso ad uno elevato. Questo è
un esempio di una persona che ha
deciso di realizzare una formazione
più ampia del proprio potenziale. Le
persone con il potenziale non
realizzato hanno la paura profonda di
morire incompiute; nel periodo del
bilancio
esistenziale (meno & andropausa) è
facile che entrino in uno stato dì
disperazione e di panico, se i conti
non tornano, se il proprio bilancio è
in rosso. Una differenza in negativo
rispetto al possibile provoca
sentimenti di inferiorità. Almeno
subconsciamente l'Io realizzato e
quello potenziale si paragonano, si
confrontano. . E comunque avvertibile
in questo soggetto un senso di
frustrazione. Affiora allora la
domanda: ma cosa ho fatto di me?
Spesso, arrivando ad una tarda
contestazione delle proprie scelte,
avviene come tipica reazione, un
tuffo nell'ìperlavo-ro, che serve a
dimenticare, oppure vari tentativi di
attività sostitutiva intensa, oppure
la più dura repressione delle domande
e delle istanze vitali. Ma la spinta,
l'impulso non soddisfatto contìnua a
tormentare in modo conscio o
subconscio. E questo incide
negativamente sulla propria qualità
di vita. La non realizzazione di se
stesso deriva quasi sempre da una
errata filosofia di vita appresa
dalla società ed espressa in valori
fatti propri e pertanto estranei, non
adeguati alle esigenze dell'Io. Il
processo del porsi mete comunque,
spesso improprie, inizia presto. Non
è di importanza trascurabile
l'effetto futuro del "desiderio"
infantile di diventare pilota,
macchinista per poi ridurre man mano
le proprie aspettative, ed
accontentarsi infine di un impiego
non gratificante se non per lo
stipendio. Sul piano somatico, i
5.000 orgasmi necessari
statisticamente alla
autorealizzazione in questo settore
(la normalità, secondo il "Rapporto
Kinsey") e la relativa situazione
ormonale possono essere un traguardo,
per uomo e donna. Entro questa
normalità ci sono però le variazioni
individuali, che sono legittime se
lon sono dovute a impedimenti come
fattori endogeni o impo-;izioni come
fattori esogeni, ma a scelte Ubere,
conseguenza di
mete esistenziali, sublimazioni, ecc.
Naturalmente la cura non deve
riguardare solamente i genitali, ma
tutti gli organi, dal fegato al
cervello, dal cuore ai reni, oltre
alla muscolatura, l'ossatura e i
rispettivi giunti; arrivare a
cinquanta anni con il fegato
consumato, la spina dorsale
dolorante, può essere evitato, anche
senza diventare per questo
eccessivamente riguardosi nei
confronti del soma. II corpo va
utilizzato, sottoposto a sforzi, ma
usato bene. Inseriamo una
considerazione nata dall'esperienza
pratica, risultato della nostra
professione, che ci pone in contatti
frequenti e numerosi con persone
assai diverse fra loro. È sempre
triste la situazione della donna in
particolare (ma anche dell'uomo), che
al momento del bilancio esistenziale
si rende conto del proprio deficit e
ne comprende le ripercussioni sul
proprio fisico. In questo caso
l'adagio non è mai troppo tardi non
può venire applicato. Ostacoli alla
autorealizzazione nascono da
impedimenti, paure, mancanza di
vitalità: spesso un circolo vizioso
psicosomatico. La causa principale è
la scarsa considerazione per i propri
impulsi. Troppi e troppe cinquantenni
hanno fatto molto di più quello che
dovevano (valori imposti) di quello
che volevano (impulsi). Chiude il
circolo vizioso la scarsa capacità di
sentire la spesso flebile voce
dell'Io, sopraffatta e coperta da
valori imposti, impulsi appresi. In
questi casi la domanda "cosa vorresti
(essere)?" non trova risposta se non
in un tristissimo "non lo so".
Influiscono negativamente
l'insufficiente rapporto con i propri
valori subconsci; e pertanto
l'inadeguata conoscenza del proprio
Io profondo e l'insufficiente
accondiscendenza verso le sue spesso
fondate esigenze.
4.3 Equilibrio fra pensiero,
sentimenti ed impulsi Possiamo
costatare nell'uomo la coesistenza di
tre sfere in costante interazione. Si
tratta della sfera del pensiero, (la
testa, o il cervello, dove
immaginiamo svolgersi tutti i
processi intellettuali e i loro
presupposti materiali), della sfera
dei sentimenti (il cuore, o il plesso
solare, dove avvertiamo i sentimenti,
mentre in realtà anch'essi hanno la
loro sede (di controllo) nel cervello
e nella relativa attività di
pensiero), e della sfera degli
impulsi (le zone genitali, che
determinano, attraverso le loro
ghiandole ormonali in testicoli ed
ovaie, la complessa forza degli
impulsi, non solo quelli sessuali).
L'uomo equilibrato intellettuale
sentimentale impulsivo Si tratta di
tre aspetti divisibili solo
teoricamente, essi sono tutti
integrati nell'essere umano, in
indispensabile interazione. La
prevalenza dell'una o dell'altra zona
produce effetti negativi sulla salute
psicosomatica e finisce per produrre
un uomo unilaterale, incompleto come
l'intellettuale, il sentimentale,
l'impulsivo. Graficamente
risulterebbe un quadro simile:
Ca. 1300-650 A.C. => Stress,
distress, stanchezza, fame dimi-
nuiscono la quantità di sperma,
secondo la Bibbia 327 A.C. -750 A.D.
=> L'epoca d'oro della medicina Ayur-
Veda, con il suo testo più
importante, la Susruta menziona i
sette chakras, o centri di energia
vitale, sistemati lungo Casse
centrale del corpo. Il più importante
si trova all'apice della testa e
sembra in relazione con la ghiandola
pineale. 130-200 A.D. Galeno di
Pergamon descrive la ghiandola
pineale (epifisi) come organo
secretorio importante nel processo di
pensiero. Galeno pensa che la
ghiandola pituitaria (ipofisi) drena
il "flemma" dal cervello alla
nasofaringe. (Concetto rifiutato da
Schneider a Wìttemberg nel 1660). 563
A.D. Eustachio descrive le ghiandole
surrenali adrenals in: De glandulis
quae renibus ìncumbunt edito da
Lancisi nel 1714. 1637Cartesio
considera il cervello come organo che
integra le funzioni di corpo e mente.
1818 Gali & Vimont riferiscono come
la castrazione unilaterale causa
l'atrofia dell'emisfero cerebellare
controlaterale. 1856 Brown-Sequard
dimostra attraverso esperimenti su
animali l'essenzialità delle
ghiandole surrenali per sopravvivere.
1894 Oliver & Schaefer scoprono
sostanze pressorie ("pressar sub
stane e s") in "adrenal extracts".
1915 Dale pubblica Modificazioni nel
soma nel caso dì dolo- re, fame,
paura e ira. 1936 Selye introduce il
concetto di "stress". 1951 J.
Lhermìtte pubblica Le cerveau et la
pensée indicando la regolamentazione
della vita mentale attraverso gli
ormoni. 1956 Conferenza alla Columbia
University sul tema: "Ormo- ni,
funzioni cerebrali e comportamento".
1963 S.M. Milcu, S. Pavel, C. Neascu
costatano che la meiatonina svolge
una azione antigonadotropica; i suoi
livelli sono minori durante la
ovulazione. La meiatonina influisce
sulla disposizione e può causare
disordine affettivo periodico,
tristezza e depressione. 1971
Lezioni di Harris Dale sul tema
"Umori e Ormoni" 1973 Solomon Snyder,
Eric Simmons, Lars Terentus e i loro
gruppi dimostrano che gli oppiati si
legano ai recettori delle cellule,
come loro bersaglio nel cervello.
1975 Bradbury, Smith e Snell isolano
la betaendorfina e ne descrivono la
struttura. Kosterlitz ritiene la
scoperta delle encefaline una delle
più importanti nella farmacologia
britannica. Besser, Rees e il loro
gruppo (Londra) & Wen (Hong
Kong) dimostrano livelli aumentati di
beta-endorfine nel liquido
cerebro-spinale ("human CSF") dopo
agopuntura come trattamento
di dolori ricorrenti. L'evoluzione
storica dell'endocrinologia cllnica
Da: STORIA DELLA ENDOCRINOLOGIA
CLINICA (Di V.C. Medvei, libro
citato)
4.4 La situazione ormonale
equilibrata Iniziamo queste
riflessioni con un esempio: "Sette
soggetti si sottopongono ad un
esperimento per esaminare l'azione
della ipofisi sa vari processi
relativi alla sua attività. Viene
introdotto naloxone per bloccare ì
recettori..." In questo ambito ci
interessa un risultato secondario;
due delle sette persone esaminate,
dichiarano di avere avuto una forma
di erezione fastidiosa, quasi
dolorosa, ossia l'ultima cosa che
teoricamente doveva avvenire in
queste circostanze, da questa
situazione di blocco ormonale
provocata artificialmente. Se
estrogeno/testosterone sono alla base
dell'attività erotico-sessuale è
possibile che una loro massiccia
presenza non faccia alcun effetto.
Vari esempi dovuti alla nostra
osservazione con i clienti, offrono
questa visione: donne con gli organi
genitali, in particolare le ovaie
(che forniscono estrogeno/
testosterone), funzionanti, possono
subire un blocco (psichico?), non
essere quindi in grado di svolgere
una equilibrata attività sessuale.
Donne isterectomìzzate, cioè private
delle ghiandole che producono questi
ormoni, possono svolgere una attività
sessuale normale. Del resto appare
assodato il fatto che uomini, dopo la
maturazione psicosomatica, possono
svolgere i loro rapporti sessuali per
un tempo indeterminato anche dopo
l'asportazione dei testicoli. La
conclusione logica appare semplice:
per avere un' attività normale non è
esclusivamente decisiva la presenza
fisiologica di certe ghiandole
ormonali e dei loro prodotti, ma lo è
in misura maggiore la loro
attivazione che è strettamente
influenzata dalla propria situazione
psìchica. Pertanto ci limitiamo ad
esaminare gli effetti ipotizzabili,
riscontrabili in base all'auto
osservazione e alle osservazioni
pratiche ottenute da persone
sottoposte ad un trattamento
specifico (induzione endogena =
intervento esogeno per provocare la
produzione, oppure per arrivare allo
sblocco di alcuni ormoni). Gli
ormoni, gli stessi neuromodulatori,
sono più connessi e condizionati
dalla "psiche" e subiscono di più le
sue regole, che non le leggi o le
causalità organiche. Gli ormoni
determinano, così sembra, molti
aspetti del proprio lavoro
intellettuale, sentimentale,
impulsivo. Pur considerando
un'interazione generale, si può
affermare che la sostanza
neuromodulatrice adrenalina agisce
soprattutto sui processi di pensiero,
mentre le endorfine su quelli dei
sentimenti, il testosterone/estrogeno
su quelli degli impulsi. Possiamo
avvertire con chiarezza uso ed abuso
di adrenalina (tensione), possiamo
sentire l'effetto della presenza o
meno delle endorfine (piacere,
assenza di dolore), possiamo
costatare l'effetto di
testosterone/estrogeno (vitalità,
intensità degli impulsi). Fattore
decisivo per la presenza degli ormoni
sono gli enzimi: essi possono, valga
questo dato, trasformare, eliminare
non solo le endorfine, ma tutti gli
ormoni, e quindi pilotare gran parte
dei processi psicosomatici. Sifone la
domanda: chi guida l'azione degli
enzimi? Attualmente si pensa che
siano le necessità di sopravvivenza.
Non credo che sia così. Postulo
l'intervento della psiche, in quanto
somma dell'interazione equilibrata
fra le tre sfere psicosomatiche:
INTELLETTO, SENTIMENTI, IMPULSI. Solo
una loro disarmonìa induce lo
squilibrio ormonale. La disarmonia
psichica si può ben notare nel tipo
intellettuale (prevalenza della sfera
del pensiero), nella persona
sentimentale (prevalenza della sfera
di sentimenti ed affetti), in quella
impulsiva (prevalenza della sfera
degli impulsi): evidentemente in
ognuno esiste una situazione ormonale
indotta dalla propria inclinazione.
4.5 Godere il momento, carpe diem
Consideriamo "godere il momento"
tanto come una capacità quanto come
un potenziale sintomo. In sostanza sa
godere il momento, chi riesce a
rivolgere tutto il proprio potenziale
di pensieri, sensi e percezioni verso
una data situazione reale o
immaginaria, un tramonto per esempio
(come avvenimento esogeno), ma anche
solo un intenso ricordo (come
avvenimento endogeno). Godiamo un
momento quando ci sembra di venire
ipnotizzati da esso, quando
spalanchiamo la finestra e lasciamo
fluire la natura in noi, senza che
siano in atto pensieri, sentimenti,
impulsi distraenti, in modo conscio o
subconscio. In questo momento di
intenso godimento, tutto il nostro
potenziale appare concentrato sui
sensi, sulle percezioni e
sulla necessaria immediata
elaborazione di queste. Ciò è
avvertito come estremamente
piacevole. Solo l'uomo sano è capace
di questo, quello disturbato non lo
è, e vive in quell'autentico inferno
che deriva dall'incapacità di godere
il momento (per l'eterna,
involontaria presenza delle
problematiche: due casi esemplari
sono il depresso, ma anche colui che
subisce un momentaneo stato
depressivo, e l'ansioso). Godere il
momento è dunque null'altro che
essere momentaneamente liberi dal
peso delle problematiche, che in
questi istanti di relax che ci
dobbiamo concedere ritmicamente, non
dovrebbero disturbarci, perché le
percezioni sono diventate più
intense, e dovrebbero raggiungere la
mente per una elaborazione
indisturbata, eliminando ogni
attività di pensiero estranea. La
persona nevrotica non ha la capacità
di godere in questo modo, perché in
lei l'attività coatta di pensiero non
permette un uso esclusivo dei sensi,
e neppure delle percezioni endogene
piacevoli (come avviene, quando
immaginiamo una cosa bella, o quando
ci lasciamo andare ad intensi
ricordi). Va detto che anche il
dispiacere (un sentimento) può essere
vissuto intensamente, quindi in un
certo senso goduto. Non è bello solo
assistere ad un roseo tramonto, ma
anche ad un pauroso temporale.
4.6 I rapporti interpersonali Essi
sono indispensabili in quanto l'uomo
da solo non può sopravvivere,
crescere, evolversi né materialmente,
né psichicamente. Questa necessità
viene avvertita e memorizzata sin
dopo la nascita, quando l'essere
umano esce dal modo di convivenza
psicofisica simbiotica, goduta
durante la gestazione. Per sua natura
l'uomo non nasce autosufficiente, non
essendo capace di svolgere neanche le
funzioni elementari: va nutrito,
pulito, curato. Anche per l'aspetto
psichico esiste questa esigenza. Il
bambino ha bisogno di coccole, di
contatti cutanei, ha bisogno di
venire stimolato perché possa
sviluppare le capacità principali per
un rapporto con gli altri, ossia
senso tattile, udito, vista, premesse
al funzionamento delle stesse
capacità intellettuali. // bambino
stimolato in questo senso risulterà,
poi, più intelligente. Le immagini
sonore e visive non si realizzano
nella mente senza dovuti esercizi, ai
quali tutti i sensi devono collabo-
rare. In altro luogo vedremo quanto
questo tipo di insegnamento sia
importante sul piano psichico.
Costateremo come ognuno di noi vede,
sente, ascolta in funzione di come ha
appreso, fino a considerare come
mondo reale e oggettivo la propria
costruzione soggettiva. Nessuna
percezione, immagine potrà mai essere
"oggetti-va", ognuna avrà la sua
colorazione individuale. L'idea
"casa" ha un significato in un
bambino che ha potuto associare casa-
felicità (genitori sereni), ed un
altro nel bambino per cui
l'associazione potrebbe essere casa-
tensione (genitori tesi). Le
associazioni più importanti sono
quelle avvertite nei confronti di un
altro essere umano, che può essere
associa-
to con sentimenti come amore,
piacere, sicurezza, affidabilità ma
anche con sentimenti, come paura,
rifiuto del proprio Io, insicurezza.
Il primo, seppure primitivo, software
che si forma nella mente del bambino
viene inciso profondamente nella
memoria, ed è decisivo (come vedremo
in un capitolo, di un altro volume,
che tratta le "Strutture caratteriali
base"), e non può più venire
totalmente cambiato nel corso della
vita, ma solo modificato, al prezzo
di molto lavoro, psicoterapia
compresa. In questo ambito ci
interessa l'esistenza di una forma
originaria in ciascuno, del rapporto
interpersonale, della quale dovremo
tenere conto per potere, malgrado
questa influenza primitiva, imparare
a stabilire rapporti interperso-nali
necessari nella forma migliore
ottenìbile. Da questa promessa
consegue che la forma adeguata di
rapporto interpersonale deve essere
imparata, coltivata, corretta al di
sopra e nonostante il software
primitivo. E questo è possibile
almeno sul piano comportamentale.
L'uomo incontra quotidianamente tanti
altri esseri umani, sta a luì a
stabilire il tipo di rapporto, esiste
una possibilità di scelta. Il
successo nella vita attuale dipende
da questa abilità, da questa arte
della comunicazione da applicare nei
tre campi (sociale, professionale,
intimo) nei quali l'Io viene
inserito, e nei quali realizza le
proprie capacità. Essere capaci di
avere buoni rapporti Ìnterpersonali
può rendere più ricco di una cospicua
eredità materiale.
Rapporti interpersonali social-
culturali L'uomo intelligente non può
fare a meno, pena frustrazioni e
sensi di inferiorità, di confrontarsi
con ciò che considera "cultura" e che
determina il suo tipo di inserimento
nella società. Il tipo di rapporto
con la sfera "cultura" dipende dalle
proprie ambizioni, da quanto si sente
spinto a partecipare, a realizzarsi
in questo settore. Lo può fare in
modo passivo, assistendo a dibattiti,
leggendo, studiando, ma più spesso
sente il bisogno di comunicare quanto
ha compreso e allora deve fare valere
il proprio punto di vista. Chiede la
parola, e ottiene o meno stima e
considerazione. Lo può fare in modo
improprio, se dispone di mezzi
economici coi quali si procura una
apparenza di raffinatezza, attraverso
un abito di Dior, o con un orologio
di marca o mostrandosi nelle giuste
occasioni, alla prima di un'opera al
Broadway (ma se non riesce a godere
lo spettacolo ricaverà frustrazioni).
Lo può fare realmente se sa
dimostrare di essere, e non solo di
avere. Le difficoltà di questo
inserimento sono inferiori a quanto
certi timori ci fanno pensare.
Esistono per ognuno diverse
possibilità. Possiamo essere membri
attivi o passivi del tennis club, del
circolo degli scacchi, della squadra
sportiva, di un club di lettura, di
cinema, dell'associazione delle
casalinghe dove si potrà parlare di
cucina, ma anche di pedagogia. Le
possibilità sono infinite e le
possibili soddisfazioni da ricavare
altrettanto. L'ostacolo principale
rimane l'insufficiente
predisposizione ad una comunicazione
disimpedita, non intralciata dalla
paura.
Qui è determinante il proprio
rapporto con l'aggressività (che può
spingere all'offesa, ma può volgersi
in timidezza). Nella persona sana
aggressività significa capacità di
affrontare il prossimo, di formare un
contatto spontaneo -secondo la forza
dei propri impulsi e la collocazione
individuale fra estro ed
introversione. L'uomo vitale non ha
difficoltà a procurarsi i contatti
necessari. Quando la vitalità, che è
anche spinta al contatto, manca, è
però sicuramente possibile
procurarsela. A questo scopo può
essere utilizzata la propria
intelligenza, che vuole essere
applicata anche qui. Rapporti
interpersonali professionali Se nei
rapporti interpersonali cultural-
sociali possiamo soddisfare quel
nostro impulso che ci spinge a
mostrare il nostro sapere, in quelli
professionali si affaccia un aspetto
più concreto: la gratificazione
materiale, economica oltre a quella
psichica. Da un punto di vista
soggettivo io posso essere il miglior
falegname, orefice, pittore,
scrittore del mondo, ma lo divento
realmente, solo se questa qualità mi
viene riconosciuta.
Che questo avvenga oppure no dipende
dalla capacità di gestire i relativi
rapporti interpersonali. Non basta
solo possedere la conoscenza della
propria arte. Siamo spinti a vederci
confermato il sapere attraverso gli
altri, che sono la misura oggettiva,
della quale possiamo, ma non dovremmo
fare a meno. Non ho ancora conosciuto
l'uomo talmente forte che possa fare
a meno di conferme. Quanto dolore
prova il pittore più bravo del mondo,
chiuso nel proprio atelier, se non
viene apprezzato dal gallerista? Pure
il nostro falegname deve attuare il
suo marketing, se vuole ottenere
l'adeguato successo. Altrimenti le
frustrazioni diventano
insoddisfazione, l'insuccesso porta
alla malattia, che si affaccia prima
di tutto nella forma di complessi di
inferiorità. Anche in questo settore
si dimostra importante dirigere la
propria capacità di incontri, di
contatti e di comunicare con gli
altri in modo proprio. Rapporti
interpersonali intimi II genere dei
propri rapporti intimi determina
aspetti molto importanti. Con essi in
gioco non è solo la propria felicità,
ma anche quella di chi ci è vicino,
di colui con il quale abbiamo
contatti continui, cioè il/la
partner, i figli, fratelli e sorelle,
genitori, ed anche quegli amici veri
che alla fine
della vita risultano essere assai
pochi. Tutta la nostra ricchezza è
qui. Se desideriamo possedere una
grande ricchezza spesso dimentichiamo
che un amico vale realmente molto di
più. Questo si dimostra solo nei
momenti difficili della vita, quando
i valori effimeri svaniscono nel
nulla. Tutti sappiamo che amare e
essere amati è la felicità.
L'ottenere questo dipende dalla
nostra capacità di amare, l'arte
troppo spesso dimenticata, se mai è
stata appresa. Amare è comprendere,
conoscere e quindi rispettare, essere
amati significa venire compresi,
riconosciuti e rispettati. Per
comprendere l'altro abbiamo bisogno
di saper usare il dialogo, per
comprendere la psiche, le carezze
affettive, che stimolano i
sentimenti, e comprendono quella
parte del corpo che vive gli affetti.
Infine, le carezze erotiche, senza le
quali nessun corpo si predispone per
il tipo di incontro più intenso, che
ci può portare al momento sublime
dell'orgasmo psico-fisico, dove Io e
Tu confluiscono, dove possiamo
rivivere in estasi, per un attimo
almeno, il paradiso perduto con la
nascita, con il parto. Affrontiamo
questo tema importante esaminando gli
aspetti singoli.
Rapporti interpersonali intimi svolti
nella sfera del pensiero Parlando di
transfer iniziamo questo gruppo di
riflessioni apparentemente in modo
improprio. Non è così. Perché qui
viene discusso proprio il tipo di
rapporto che si forma fra psicologo
(colui che comprende, sa della
psiche) e cliente, seppure in modo
unilaterale, il/la cliente davanti al
proprio interlocutore comprensivo, si
apre del tutto, espone se stesso
senza nascondere nulla e così ha
luogo un parziale e gentile
innamoramento. Prescindendo dal fatto
che possiamo innamorarci di una
"proiezione" dei desideri dell'Io nel
Tu, è chiaro che noi amiamo veramente
la persona che conosciamo, e la
amiamo tanto di più quanto più
sappiamo di essa, nel bene e nel
male. Essenziale è il trovarsi a
contatto con una persona nella sua
completezza, in tutti i suoi aspetti,
che quindi ci "appartiene". Se vengo
a sapere che un cane è stato
investito da una macchina, la cosa mi
tocca; ma se scopro che quel cane era
Wolf, che conoscevo bene, ne sono
sconvolto. Amarsi è conoscersi, e
conoscersi amarsi (se diamo a questa
parola il senso giusto, umano,
materno, paterno, fraterno,
amichevole che sia). L'altro lo
possiamo conoscere solo attraverso il
dialogo: la comunicazione psiche a
psiche avviene solo così, ascoltando
e venendo ascoltati. Questo è lo
scambio più profondo entro le
possibilità umane. Quanta felicità
può nascere da questo incontro lo
sanno tutti coloro che sono stati
innamorati veramente. Essere amati
nel senso di essere compresi
significa non essere più soli, e la
condizione più triste dell'uomo è la
solitudine.
C'è da riflettere sulla frase "quando
siamo stati innamorati". Non sarebbe
più giusto considerare questa
condizione "eterna", durevole, la
cosa più importante da mantenere, da
non perdere mai? Personalmente mi
sento toccato profondamente, quando
vedo due "vecchietti", nei quali
l'amore è sopravvissuto al logorio
del tempo, che si scambiano una
carezza o parlano in modo intimo.
Quanto pecchiamo in questo senso,
quanto siamo incapaci di comunicare?
Quanti partner sanno poco o nulla
dell'altro, quanti si dedicano almeno
quella mezz'ora al giorno "di
divano", necessaria per mantenere il
rapporto? Ogni cosa taciuta è come un
masso che si pone fra le due persone.
Se il partner sapesse dell'altro più
dello psicologo il "transfer",
l'innamoramento di chi ci conosce,
non avrebbe ragione di esistere. E
chiaro d'altra parte che anche la
privacy è un valore indispensabile,
che qualcosa di segreto ci deve pure
essere, ed è anche affascinante che
ci sia. La noia del sapere
reciprocamente tutto, come può
avvenire nell'amore simbiotico, è
pericolosa. Non possiamo abbandonarci
sempre del tutto come facciamo o
dovremmo fare nel periodo più intenso
dell'innamoramento. Gestire il
proprio rapporto amoroso in questo
equilibrio è l'arte che ci fa avere
una relazione divertente o noiosa,
piacevole o indifferente, stimolante
o priva di stimoli, ecc.
Rapporti interpersonali intimi svolti
nella sfera di sentimenti e affetti
Se abbiamo soffermato l'attenzione
sul rapporto psiche -psiche,
osserviamo ora quello corpo - corpo,
considerando il corpo l'altro aspetto
materiale della psiche. Parliamo del
contatto cutaneo non erotico, della
carezza diventata purtroppo quasi un
tabù e concessa come forma di
espressione, solo con riserva, nei
momenti di estreme emozioni.
Abbracciarsi, entrando in contatto
corpo a corpo, viene considerato
sconveniente! Siamo così deviati che
in questa espressione profondamente
umana, vediamo già l'anticamera del
vittorianamente deprecabile sesso?
Allora abbiamo paura di un diavolo
che non c'è. È indicativo osservare
un bacio convenzionale, fra due
conoscenti. Ognuno sporge la testa,
allontana il corpo, offre la guancia,
appunta la bocca, e magari tiene le
mani come contrappeso dietro la
schiena, perché rischia dì perdere
l'equilibrio. Ma è così sporco, in
senso psichico, questo nostro corpo?
Se sporcizia c'è, questa è nella
mente. La mamma comunica i propri
sentimenti al bambino coccolandolo,
baciandolo, accarezzandolo senza
confini anatomici, perché si sente
spontanea, ed è ancora spontaneo il
bambino. Quando la mamma affettiva
bacia il figlio grande, stringendolo
strettamente a sé con tanta amorevole
forza, rischia di venire definita
possessiva. I genitori non si
accarezzano davanti ai figli perché
temono di dare un cattivo esempio,
quando questa espressione dell'amore
potrebbe consolare, arricchire, dare
sicurezza ai figli, anche a quelli
grandi. Invece ai genitori pare
concesso di non dominarsi, quando la
tensione provoca uno
scontro verbale, una lite, evento
molto temuto e sofferto dai figli che
costituisce un modello negativo ed
influisce sul proprio comportamento
futuro. L'essere umano ha
immensamente bisogno di affetto, di
esprimere i sentimenti, di sentirli
espressi. I metodici tedeschi
quantificano già le necessarie "unità
di carezze", in 30 minuti quotidiani;
si rifletta sul fatto che il contatto
corporeo affettivo sembra permesso e
consigliato anche fra religiosi. Il
problema è sentirsi puri, esserlo
dentro, togliere dalla nostra mente
quel dannoso spettro del peccato o
della prevaricazione affettiva: "Chi
mi abbraccia mi vuole possedere" è
l'assurdo concetto. Il problema delle
carezze si propone anche nel rapporto
fra partner. Non vediamo possibile un
buon rapporto sessuale che non sia
preceduto dalla sintonia delle
psiche, attraverso il dialogo, e
dalla sintonia sentimenti e dei
corpi, attraverso carezze gentili e
altre forme di contatti cutanei,
visto che la pelle è il nostro più
esteso organo di contatto. Crediamo
che per molti valga dì più essere
accarezzati, come espressione di
affetto, che amati come espressione
del desiderio sessuale.
Rapporti interpersonali ìntimi
erotico-sessuali Chi di noi ha avuto
più esperienze sessuali sa che tutte
sono diverse fra loro, anche se il
partner è stato lo stesso; e sa anche
che quelli previsti come brevi per
necessità contingenti possono essere
stati belli, quanto e più di quelli,
dove era a disposizione tutto un
predisposto contorno, dai fiori al
bicchiere di champagne, a un apposito
week-end. La ragione di questo fatto
quasi assurdo è che la premessa per
un piacevole rapporto sessuale è, e
rimane, l'espressione dell'amore,
come conoscenza reciproca, di psiche
e corpo. Chi cerca di supplire questo
bisogno psichico con la "tecnica" è
sulla strada errata. Il miglior
amante non è chi sa applicare ogni
ars amatoria. Non otterrà mai una
soddisfazione profonda, appagante.
Casanova e Don Giovanni sono esempi
classici di coloro, che sembrano
sapere e comprendere tutto del corpo,
ma non tengono conto della psiche.
Premessa imprescindibile per il
rapporto sessuale è la capacità di
rinunciare alla presenza della
coscienza. E' indicativo il processo
fisiologico che avviene durante il
rapporto sessuale: il sangue
defluisce dalla testa, limitando la
capacità di pensiero, e affluisce ai
genitali, fatto indispensabile per
ottenere l'erezione in lui e una
irrorazione delle labbra della vagina
in lei. Determinante per un buon
rapporto sessuale è la capacità di
rinunciare all'Io, lasciando che
questo confluisca con il Tu, un
reciproco concedersi più che un
possedersi. In realtà non avviene mai
che lui possa possedere lei, o
viceversa; l'unione dei genitali
cancella semplicemente le differenze
anatomiche. Il resto è un'illusione
maschilista, che può persistere in
lui, qualche volta anche in lei.
Certo, le esigenze fisiologiche
devono essere rispettate
reciprocamente, le inclinazioni
(intese come modo individuale di
concepire l'atto sessuale) vanno
soddisfatte. L'agire in modo
cosciente non deve però predominare,
in particolare nel periodo
antecedente l'orgasmo, dove per la
coscienza non c'è più spazio.
L'orgasmo è così intensamente
piacevole perché per alcuni attimi
almeno ci porta in quello stato di
estasi che non possiamo provare in
nessun altro momento della nostra
vita! Eppure subire questa spinta
vitale con urgenza e impazienza vuole
dire rinunciare ai momenti più belli,
dal punto di vista esistenziale, la
profonda comunicazione dell'Io con il
Tu nell'unione dei corpi. Spesso
dovremmo resistere all'impulso che ci
spinge subito verso il momento più
intenso e godere il momento
antecedente. Esistono forme di
anorgasmia femminile dovuti alla
paura che con l'orgasmo tutto
finisca. Anche se la natura ci rende
difficile permanere immobili, questo
non è impossibile. La somma del
piacere ottenuto ci ripaga di questo
temporaneo rinvio del momento
desiderato: aumentare il desiderio in
una posizione di dolce attesa e
intimità con l'altro ripaga. Certo,
esiste e deve esistere anche il
rapporto "divertente", con sensazioni
nuove generate da posizioni nuove:
questo non è qui in discussione. Se
ne parla sin troppo. Da un punto di
vista fisiologico il rapporto
sessuale è importante per il
benessere e per la salute
psicosomatica (ci riferiamo anche ad
una ricerca sulla causalità maggiore
di neoplasie agli organi genitali ed
al seno - in donne con frequenze
anormali nei rapporti sessuali), che
ne è un risultato indiretto, perché
da questo dipende fortemente la
propria situazione ormonale, per
quanto riguarda testosterone ed
estrogeno, principalmente, che hanno
funzioni vitali anche al di fuori del
rapporto sessuale. Abbiamo
visto come questi ormoni decidono,
influenzandola, di tutta la struttura
impulsiva e di tutte le sue
espressioni, nella sfera affettiva ed
in quella del pensiero. Esiste un
frequente circolo vizioso: fare
l'amore induce a produrre i relativi
ormoni; i relativi ormoni spingono ad
ulteriori contatti. Questa è la
spirale in ascesa, alla quale si
contrappone quella in discesa. Fare
l'amore male, come succede quando la
psiche non partecipa, quando l'amore
non c'è, "consuma" ormoni, ci libera
del loro surplus, e ci possiamo
sentire bene, ma anche vuoti. "Dopo",
in modo caratteristico, non
avvertiamo il bisogno delle carezze
che sono stimoli indispensabili, non
solo per lei. Il desiderio di un
prossimo rapporto si allontana.
Questa situazione induce ad evitare,
rarefare ì contatti. Meno ormoni,
meno spinta alla sessualità. E
proprio questa può essere la spirale
in discesa, al termine della quale si
giunge a un numero di rapporti
assolutamente insufficiente. La
reazione più frequente di lei è
l'anorgasmia, in lui l'isterico
bisogno di evasione.
4.7 La concentrazione Le capacità
intellettuali forniteci dal cervello
sono indispensabili per svolgere il
nostro lavoro. Esse possono essere
guidate e impiegate come un organo
attraverso la più alta qualità umana:
l'intelligenza. Le gambe ci portano
in una certa direzione, ma dove lo
dobbiamo stabilire noi. Abbandonato a
se stesso, il cervello reagisce con
una confusa iperattività, senza scopi
e quindi senza risultati, il che
significa un enorme spreco di energia
al quale corrispondono risultati non
adeguati. Per concentrazione
intendiamo la capacità di svolgere
con tutti i mezzi del proprio
intelletto un preciso lavoro, per un
dato periodo di tempo. Dobbiamo
essere concentrati mentre guidiamo,
mentre veleggiamo, mentre studiarne
mentre esaminiamo un bilancio e
mentre riflettiamo su quale paio di
scarpe comperare. Chi sa concentrarsi
ha un buon rendimento, perché impegna
la mente in modo specifico, e può
osservare tutti gli aspetti inerenti
un dato tema. Il pensiero è "largo ",
considera tutto quanto può essere
inerente: vengono contemporaneamente
osservate esigenze/effetti del
passato, presente, futuro. Un esempio
chiarisce i concetti di "pensiero
largo" al quale possiamo contrapporre
il "pensiero stretto, lineare" (come
avviene nel computer). Nel primo caso
avviene quanto segue: comprando un
paio di scarpe posso pensare a molti
aspetti, al prezzo, alle possibilità
di abbinamento con i vestiti, al
tempo meteorologico, alla durata
necessaria, all'opinione di chi per
me è importante, all'effetto sui
piedi; posso considerare l'estetica,
l'utilità, la necessità. Nella
seconda applicazione rinuncio alle
troppe riflessioni e decido in base
all'estetica o al numero di scarpa.
Chi è concentrato guida e veleggia
bene, proprio perché può usare il
pensiero largo, prendere in
considerazione il maggior numero di
aspetti e chiude la casa, controlla
il "resto" con attenzione, fa bene le
mille piccole cose con le quali
veniamo confrontati durante ogni
giornata. Chi è "distratto" rischia
l'incidente, dimentica di chiudere
casa o di spegnere il gas, si accorge
solo dopo che il biglietto non è
timbrato, non riesce neanche a vedere
l'espressione della moglie, del
collaboratore - che potrebbero essere
utili segnali di allarme o di
consolazione, come espressioni
allarmanti o gratificanti, comunque
indicative per quanto vogliamo
sapere. La capacità di concentrazione
determina il proprio rendimento.
Perché può succedere questo? Perché
sono in atto processi di pensiero
paralleli, che assorbono con
prepotenza parte del potenziale.
Questo avviene in particolare nella
persona nevrotica, oberata dal volume
di problematiche incombenti, questo
avviene nel depresso, che svolge una
tale iperat-tività subconscia (mentre
sembra stare "fermo"), che non è più
in grado di pensare al presente.
Provi chi ha problemi d'amore, oppure
economici, a non pensarci mentre
lavora. Questo è possibile solo con
un grande sforzo e per poco tempo, in
quanto la capacità di concentrazione
può essere appresa e quindi forzata.
Ma finito l'impegno diretto, compiuto
il lavoro, il subconscio messo a
tacere riesplode con violenza. A
questo punto la natura ci offre una
possibilità assai utile: da grandi
capacità al cervello umano e consente
ali' uomo di osservarsi, anche
ricorrendo alla memoria. La natura
riesce ad osservare se l'impegno non
è totale nello svolgimento di una
attività. Così non è impossibile
comprendere se stessi, osservare il
proprio modo di pensare e poi
dere se stessi, osservare il proprio
modo di pensare e poi decidere come è
necessario intervenire. Osservate
l'interazione fra concentrazione e
problematica attiva. Alla lunga
quest'ultima è più forte e si impone
sempre. A questo punto inizia l'auto-
osservazione che può indicarci quale
problematica ha interrotto e quante
volte, il processo di pensiero
regolare, concentrato. Possiamo avere
una indicazione precisa e quindi
intervenire direttamente sul
contenuto di quella problematica.
Questa è la via per riottenere una
capacità di concentrazione che è
stata disturbata o perduta.
Riassumendo: il grado di
concentrazione è quel sintomo che ci
indica il volume di problematiche non
risolte nel subconscio.
4.8 Problematiche non risolte Per
problematica possiamo intendere un
gruppo più o meno complesso di
pensieri non elaborato, non portato
quindi alla conclusione, che incombe
finché non avviene una elaborazione,.
E' ovvio che una problematica non
chiarita, può essere spìnta nella
memoria, repressa, ma lì continuerà
ad agitarsi e a riproporsi. Lo stesso
gruppo di pensieri elaborato non è
più una problematica, ma una
situazione chiarita, e può essere
riposta nella memoria in modo
ordinato: quando può essere
richiamata dalla memoria in qualsiasi
momento lo desideriamo. Nel frattempo
non ci disturba, è pacifica. Una
stessa situazione può diventare
problematica in una persona, e non
nell'altra. Fare una telefonata per
sapere l'orario dei treni è semplice
e presto fatto. Non è così per il
depresso, che intorno a questo fatto
vede ed è costretto a pensare mille
cose rilevanti solo per lui. Il
piccolo raffreddore del bambino può
essere risolto senza problemi, con
una aspirina. Per la persona ansiosa
non è così, il suo mare di pensieri
si agita in modo doloroso, viene
consultato l'amica, il medico,
allarmato il marito. Naturalmente
esistono problemi oggettivamente
piccoli e problemi grandi. Esiste il
caso del fidanzato che non saluta
(perché era distratto), ma anche
quello che scrive la lettera d'addio.
Esiste la necessità di comprare una
macchina, di trovare una casa in
affitto, di scegliere la scuola per
il bambino, di portare il cane a
spasso, (quante controversie per un
fatto così banale, ma ne può nascere
una lite in famiglia!), di affrontare
il datore di lavoro, la donna di
servizio, una bolletta del telefono,
il conto errato della cena, e via
così.
È chiaro che della grandezza o meno,
decide anche il proprio stato
d'animo, il proprio grado di
efficienza, la capacità di
elaborazione. Ed è chiaro che ogni
problema o problematica richiede una
certa quantità di tempo per essere
elaborata, risolta, resa inattiva. La
differenza fra problematica risolta e
problematica attiva è sostanziale.
L'una ci lascia in pace, l'altra ci
tormenta finché non è stata risolta.
Ma non esiste una sola problematica,
ne esistono tante contemporaneamente.
Possiamo convivere con una
problematica non risolta, forse anche
con due, ma non possiamo più vivere,
se il loro numero supera la nostra
capacità di pensiero. Più
problematiche sono in atto, più
diventa difficile risolverle, anche
una alla volta. Va notato il diverso
rapporto nei confronti di una
problematica da parte di una persona
giovane (ossia ancora sana e vitale),
e una persona logorata, esaurita,
stanca. Nella prima la capacità di
memorizzazione può essere ancora
grande, nell'altra lo spazio di
memoria è esaurito. Troppo spesso
dimentichiamo che la nostra memoria
ha precisi limiti. Si impone da solo
il confronto fra la problematica e un
libro letto a metà, ancora aperto. La
memoria, nella quale tutti i processi
psichici vengono registrati, può
essere paragonata con una libreria
personale. I libri riposti
corrispondono alle problematiche
risolte, riposte ordinatamente nella
memoria. I libri aperti sono le
problematiche attive. Ora in molti di
noi, in quella stanza/libreria
immaginaria della mente ci sono libri
aperti ovunque: sono sul tavolo, sul
letto, magari anche per terra. Non
possiamo fare un movimento senza
urtarne uno. Come sarebbe difficile
lavorare in questo ambiente, così è
difficile convivere e lavorare con
una memoria tanto attivamente
occupata.
Naturalmente c'è un limite
invalicabile. Continuando a non
riordinare, alla fine la stanza
diventa inabitabile o perlomeno
diventa impossibile viverci: ogni
libro aperto ci costringe ad
associazioni non volute, non inerenti
alla attuale attività di "lettura". A
questo punto dobbiamo mettere ordine!
Ma quanto sarebbe stato più facile
intervenire prima. Probabilmente c'è
qualche libro sotto il letto,
nascosto qua e là, che non disturba
la vista, ma permane. Questo, nel
nostro paragone, sarebbero le
problematiche non risolte ma
represse, poste sotto al tappeto. 4.9
Disporre del corpo Non andrebbe mai
dimenticato che il nostro corpo è da
considerare il nostro migliore amico:
quando si profilano difficoltà è lui
ad aiutarci, a consolarci, ad essere
vicino, a riportarci alla realtà. Per
capire concretamente quale può essere
l'aiuto di quest'amico, possiamo
immaginarci di essere in preda alla
paura. Finché essa si svolge sul
piano psichico, è impossibile
controllarla, può facilmente
diventare panico, disperazione. Tutto
cambia nel momento in cui ci alziamo,
stringiamo i muscoli, ci rendiamo
conto di non essere soli di
fronte alla paura. Infatti, la paura
porta (si tratta di un processo
fisiologico) il corpo alla massima
efficienza, siamo predisposti ad
assumere una posizione di
combattimento o di fuga; solo finché
restiamo a letto possiamo sentire le
gambe bloccate, i movimenti frenati.
Dovremmo comportarci in modo adeguato
con questo amico intimo, abituarci a
ricorrere più spesso al suo aiuto
così facilmente ottenibile:
ascoltandolo, certo, ma anche
parlandogli, rivolgendogli parole
gentili. Possiamo entrare in dialogo
con i nostri organi, rivolgerci al
fegato, per esempio, usando
l'immaginazione (dopo avere acquisito
alcune conoscenze anatomiche). Chi lo
fa può avvertire come l'organo,
avvicinato con l'immaginazione,
ascoltato con attenzione, invia
segnali che poi, diventando
percezioni, che arrivano se non alla
coscienza, certo alla mente: la
percezione deve essere accettata,
trasformata, si tratta di imparare a
vedere e a sentire. Questo rapporto
può essere intensificato usando oltre
l'immaginazione, le mani. Allora si
avverte con chiarezza come "affluisce
più sangue" verso l'organo, con il
quale ci siamo posti in contatto,
appoggiandovi la mano sopra. È certo
che la temperatura cutanea varia sul
luogo al quale rivolgiamo il nostro
interesse. L'attenzione può essere
rivolta alle ovaie (in questo caso la
mano si posa dolcemente al di sopra
del pube), ai testicoli (stimolando
un certo punto all'interno delle
cosce, da dove viene innervata la
zona interessata) al plesso solare.
Queste manipolazioni verranno
descritte dettagliatamente di seguito
e consistono nel-l'esercizio attivo
che chiamiamo "Induzione Endogena",
un passo avanti, nei confronti del
passivo "Training Autogeno"
introdotto dal Prof. dr. Johann
Heinrich Schultz e praticato (dal 20%
della popolazione, in Germania) più o
meno scientificamente da quasi cento
anni.
Ognuno di noi ha un tipo individuale
di rapporto con il proprio corpo.
Ecco due casi agli estremi opposti:
Una persona che doveva sottoporsi ad
una operazione al cuore gli ha
rivolto, vincendo l'iniziale paura,
nelle settimane precedenti
l'intervento, ogni attenzione. Ha
sviluppato una tale sensibilità che
sentiva e poteva distinguere ogni
pulsazione del cuore che normalmente
avviene, senza essere percepita. Una
ragazza che doveva farsi manipolare
il seno descriveva così la propria
impressione: "... sembrava che
toccasse il seno di una persona che
stava sdraiata al mio fianco". Le
percezioni che vengono dal corpo, in
altre parole, possono essere
modificate dalla repressione totale
(in chi non ha o non vuole avere un
rapporto con esso e blocca le
percezioni), fino alla sensibile
apertura, quando esse vengono
amplificate dalla propria attenzione.
Appare strano che molti dì noi non
sentano, anche rivolgendo ad esso
ogni tanto la loro attenzione, i
battiti del cuore. Evidentemente un
movimento abituale non viene più
percepito: per questo è diffìcile
ripristinare un rapporto perduto.
Dovremmo renderci conto che il nostro
cuore fa un movimento che è assai più
intenso di quello di una mano stretta
a pugno e riaperta ritmicamente. Ma
anche questo movimento, diventato
abituale, non sarebbe più percepito.
La peristaltica dello stomaco è
percepibile solo da chi lo ascolta
con attenzione quando si trova a
soffrire di gastrite. Certo è un bene
non essere invasi da inutili
percezioni, la nostra natura provvede
in questo senso. Ma può essere molto
utile poter sentire i singoli organi,
essere capaci di entrare in contatti
con loro, per essere poi in grado di
attuarlo, al momento opportuno.
La capacità di entrare in contatto
con il proprio corpo può essere usato
anche come mezzo auto diagnostico. Se
conosciamo la normalità possiamo
notare qualcosa di anormale che
avviene in noi, senza attendere
segnali di allarme acuto come il
dolore. Inoltre abbiamo la
possibilità di agire direttamente sul
nostro corpo: un ampio quanto
inesplorato campo di autoterapia.
Come abbiamo già accennato il
Training Autogeno insegna che,
rivolgendo tutta la nostra attenzione
ad un singolo organo o a una parte di
esso, questo aumenta la temperatura.
È facile osservare quanto possiamo
far accadere alla nostra mano (con la
formula "La mano destra, sinistra è
calda ... !"): la temperatura cutanea
può aumentare anche di 4° C!
Evidentemente non ci sono limiti
precisi per questo tipo di intervento
sul proprio corpo. E eloquente a cosa
può succedere a chi soffre di piedi
freddi. Una persona che si è
presentata in una tiepida giornata
del settembre romano, con tre paia di
calzini è riuscita con l'esercizio a
raggiungere con facilità un
momentaneo aumento della temperatura
(piedi piacevolmente caldi), uno
stato diventato poi permanente
attraverso alcuni semplici esercizi
quotidiani. Se ci poniamo nella
"posizione perfetta" (distesi supini,
con braccia e gambe leggermente
divaricate) e rivolgiamo l'attenzione
al corpo possiamo disporre di una
infinità di segnali, avvertimenti,
suggerimenti, per farne uso. E certo
che possiamo influire in modo blando
anche sulla circolazione periferica.
Da qui ad una vera e propria ipnosi
tattile il passo è breve.
4.10 Danni psicogeni o somatizzazioni
Un punto fondamentale da comprendere
e da cui trarre tutte le implicazioni
necessarie è che processi o
situazioni psichiche provocano
fenomeni paralleli nel soma: questa
sembra la legge alla base delle
malattie (con componenti) psichiche.
Per questo appare giusto invertire il
vecchio concetto e dire la psiche
sana è la premessa necessaria per un
corpo sano. Per prevenire danni al
soma è prima di tutto necessario
conoscere e comprendere il proprio
corpo: una persona che lo vive senza
attenzione, senza sufficienti
conoscenze, senza la necessaria
sensibilità, agisce come colui che
pilota un aereo senza sapere quali
sono le funzioni delle tante leve,
degli interruttori, dei commutatori,
del pannello di comando. Sviluppare
questa sensibilità è una scelta di
principio. Si deve decidere quale
strada percorrere. Si deve essere
disposti a pagare un prezzo: che
consiste nello sforzo e nel tempo
necessari a sviluppare una attenzione
costante, e soprattutto nel
sopportare le verità spiacevoli a cui
però può portare un ascolto e un
esame onesto dei propri biso-
gni e delle proprie debolezze. Non vi
è casualità in questa scelta, ma solo
responsabilità personale, perché
l'alternativa, possibile ogni
momento, è quella di pensare ad
altro, di reprimere, di dimenticare
il corpo con i suoi segnali. Questo
permette, anche per un tempo non
breve di illudersi di non avere
problemi, di non avere bisogni, di
essere perfettamente autonomi. In
tali casi i segnali, quando infine
arrivano, sono già malattie avanzate.
Paolo Pancheri sostiene che le
capacità farmacologiche del nostro
corpo sono assai più raffinate di
quelle dall'industria farmaceutica
(si pensi solo al problema dosaggio).
Possiamo utilizzarle soltanto se in
noi esiste una situazione psichica
adeguata, se applichiamo la nostra
intelligenza anche in questa
dimensione, perché il ruolo guida
dell'intervento di certe ghiandole è
la mente: chi non comprende che il
proprio raffreddore è conseguenza di
stress, di stanchezza psicofisica, e
non si ritira in una stanza in ombra,
adatta per il riposo, non permette al
corpo di intervenire con i suoi mezzi
e non avrà la soddisfazione dì vedere
dopo due giorni il risultato della
feroce lotta ingaggiata dai proprì
anticorpi. La malattia ha seguito i
proprio corso naturale: se è
intervenuto con aspirine ha solo
rimandato la malattia. Conosciamo
molte persone che vivono un corpo
letteralmente martoriato dalla
tensione (fra di essi anche un
medico), che fanno di tutto per
aiutare il proprio fisico, ma solo
sul piano somatico: correre e
applicare ogni attenzione di igiene
fisiologica sono mezzi che producono
un benessere temporaneo. Se non viene
affrontata la causa profonda della
tensione, che sta nella psiche non si
giunge a risultati duraturi. Gli
esempi della "scienza" psicosomatica
sono molti, ne elenchiamo qualcuno.
Chi non è in grado di andare avanti
nella propria vita, può somatizzare,
sentendosi bloccare le gambe. Una
situazione psichica è caduta nel
soma, si è materializzata. Chi non
digerisce certe problematiche
reagisce con difficoltà nella
digestione reale, chi non riesce a
mandare giù un'offesa può non
riuscire a mandare giù un vero
boccone. Chi è fuori strada nel
proprio modo di pensare, può andare
fuori strada con la macchina. Chi non
sa lasciare dietro di sé problemi
inutili, reagisce allo stesso modo
nei confronti dei resti
inutilizzabili del cibo, soffrirà di
diarrea o di stitichezza. Chi soffre
di disordine interiore e non riesce a
risolverlo, può somatizzare
scaricando tutto il proprio sforzo
sull'ordine esteriore. Non potrà
sopportare di vedere una sola cosa
fuori posto: una grande quantità di
energia viene sprecata in modo
improprio. Chi non sopporta molti
aspetti di questo mondo e sente il
bisogno di difendersi, creerà
spropositati muri di difesa, che sul
piano psichico possono tradursi in
chiusura, distanza, una corazza
emotiva impenetrabile. Sul piano
somatico reagirà alla semplice
polvere, dichiarata a torto nemica,
con l'allergia, ossia con un'azione
di difesa sproporzionata: gli occhi
si "laveranno" con lacrime, il naso
reagirà a suo modo alla minima
offesa. Oppure il polline, non sarà
tollerato e provocherà reazioni
simili. Qui possiamo anche
intravedere difficoltà nei confronti
di tutto ciò che significa
sessualità: è chiaro nel polline
l'aspetto sessuale. In quasi tutti i
casi la malattia psicosomatica
indica, a chi è capace di
comprendere, la causa psichica che ne
è a monte. 1 casi da noi conosciuti
più clamorosi ed esemplari nel
mostrare la stupefacente evidenza
della forza dell'influenza della
psiche sul soma, sono due episodi di
gravidanza
isterica. La mente di queste due
donne è riuscita a modificare per
mesi l'intero corpo provocando
l'assenza delle mestruazioni,
l'ingrossamento dell'utero (tale da
ingannare il ginecologo), e il
rigonfiamento della pancia insieme
alle tipiche modificazioni del seno,
presenti nella donna incinta. Questi
esempi dovrebbero indurci a trarre
fino in fondo tutte le conseguenze.
Le nostre pretese di influenzare il
corpo attraverso la psiche sono, in
confronto a queste modificazioni,
molto più modeste. Ancora, chi si
chiude e non vuole esprimere il
proprio nuovo stato d'animo, come
avviene per la persona in pubertà,
chiuderà la pelle. Quanto potrebbe
essere espresso traspirando, viene
trattenuto e si formano i brufoli,
che hanno inoltre la funzione di
allontanarsi dal prossimo. Chi ne
soffre, non può o non vuole farsi
vedere, ridotto com' è, e respinge
ogni tipo di carezza o avvicinamento
intimo. Non per nulla i brufoli
compaiono nelle ragazze sul viso e
sul décolleté, nel ragazzo
prevalentemente solo sul viso: là
dove sono ben visibili. Solo in
qualche uomo quarantacin-quenne
abbiamo notato la presenza di brufoli
sulla schiena. Ciò significa che il
problema c'è, ma viene abilmente
nascosto, anche davanti alla partner!
Ci sono eccellenti casi indicativi dì
somatizzazioni, come la bulimia (fame
d'amore saziata con cibo),
l'anoressia (l'eccessiva "fame"
erotico-sessuale, psicosomatica
bloccata fermando l'evoluzione del
corpo e portandolo ai limiti della
sopravvivenza e oltre, nel 20% dei
casi) attraverso una forma malsana di
metabolismo. Un discorso a parte
merita il proprio rapporto con i
dolci, lo zucchero, facilmente
traducibile in sete di dolce affetto,
di amore e di carezze: chi non le sa
accettare o dare, crea i presupposti
psichici per il diabete:
il corpo non sa più trattenere gli
zuccheri, "diabenein" in greco vuoi
dire cadere attraverso. Questo in
sintesi alcune delle più di mille
situazioni descritte da persone
coinvolte da somatizzazioni, nel
corso di un nostro test, citato
altrove. Chi riconosce di patire
somatizzazioni, sa di essere, in
corrispondenza, disturbato se non
ammalato anche psichicamente. Non è
detto che si possa invertire questa
affermazione; una persona
perfettamente sana fisiologicamente
può essere disturbata psichicamente.
È in ogni caso utile considerare
questo aspetto, perché ascoltare il
corpo, ed il suo specifico
linguaggio, non nuoce certamente e
spesso il significato della malattia
indica la strada da percorrere verso
il benessere, la salute, senza
naturalmente trascurare l'apporto
della scienza medica. 4.11 L'uso
dell'intelligenza Comprendere se
stesso appare indispensabile per
qualsiasi forma di buon vivere e per
creare le premesse alla propria
salute psicosomatica. Comprendere
l'altro è l'indispensabile premessa
per instaurare buoni rapporti
interpersonali, nel campo social-
culturale, professionale ed in quello
inti-
mo. Senza comprendere ed essere
compresi non possiamo amare, senza
comprensione non possiamo coltivare
l'amore, renderlo vivo, piacevole e
durevole. Solo la comprensione di se
stesso e degli altri ci permette
l'evoluzione indispensabile.
L'esperienza propria non è
sufficiente, dobbiamo conoscere
quella degli altri ed integrarla, per
diventare veri "esseri umani". Gli
"animali" dispongono in parte del
corrispettivo delle nostre capacità
intellettuale: sanno risolvere
problemi pratici e tecnici; ma nessun
ricercatore è riuscito a scoprire
tracce di "intelligenza", in loro.
Nei confronti dell'intelligenza ci
possiamo comportare in diversi modi.
La possiamo usare unicamente come
strumento per risolvere le
problematiche professionali, o
dell'azienda, o ne possiamo fare uso
per risolvere quelle nostre, del
nostro ambiente intimo. Le occasioni
in cui l'intelligenza può più
immediatamente influire sulla nostra
qualità di vita sono le scelte.
Queste sono senza dubbio i momenti
determinanti il nostro iter, la
nostra arma di difesa nei confronti
delle infinite invadenti e aggressive
soluzioni - buone o cattive, utili o
inutili, salubri o nocive - proposte
da parte della nostra Umwelt
(l'ambiente che ci circonda). La
società attuale ci propone un tale
numero di scelte che è facile esserne
travolti. Nel mare delle scelte l'Io
può naufragare e affogare. Solo
attraverso l'intelligenza possiamo
difenderci da questo eccesso di
tentazioni. Ogni giorno ci vediamo
posti di fronte a innumerevoli scelte
e decisioni, 100 minori, 2
importanti. Se scegliamo bene o in
modo intelligente favoriamo non solo
il nostro benessere, ma spesso anche
la stessa salute psicosomatica. Il
confronto inizia al mattino, con la
scelta dell'abito, del
tipo di colazione, del come salutare
chi incontriamo. Prosegue con la
scelta del giornale, dell'itinerario
verso il posto di lavoro, col
comportamento sul mezzo pubblico
(lascio il posto alla signora anziana
oppure no? Già qui ne può derivare
benessere o senso di colpa ...) e via
dicendo. Va detto che le scelte
minori hanno maggiore importanza
pratica, in quanto in questi casi
possiamo applicare la nostra
intelligenza senza difficoltà. La
scelta è "libera", se non siamo
ostacolati da paure o pregiudizi, che
sono i nemici peggiori che limitano
l'intelligenza. L'applicazione
dell'intelligenza però, e questo è il
nodo, non è facile, perché dovremmo
essere liberi, come solo in teoria
siamo. Nella pratica vediamo molti
agire platealmente contro ogni
intelligenza, da personapoco
intelligente: l'innamorato vede con
gli occhiali rosa e sceglie di
conseguenza, il pessimista,
l'ottimista, l'avaro, il generoso, il
pauroso si limitano ciascuno a suo
modo; per non parlare dì quanto
avviene nella persona nevrotica
coatta, in quella fobica, che non
riesce a nuotare, volare come
vorrebbe. Alle scelte viene dedicato
un apposito capitolo, vista la loro
importanza. Per ora ricordiamoci che
nei confronti di ogni problema (di
scelta) esìste sempre la soluzione
intelligente, cioè quella che fa il
minor danno all'Io ma anche al Tu.
Una giusta via fra egoismo e
altruismo mi sembra intelligente,
l'eccesso nell'uno o nell'altro no.
Chi può dire di sé di avere trovato
la giusta via di mezzo fra egoismo ed
altruismo? Sembra che esistano molti
egoisti, assai meno altruisti, mentre
sono troppo pochi coloro che hanno
trovato un equilibrio fra egoismo ed
altruismo.
Appendice Note dell'autore Mi sembra
molto lontano l'anno 1990, quando nel
resoconto che ogni persona
"trattata" mi forniva, potevo
leggere: "... quando ha appoggiato le
sue dita sul plesso solare mi sono
sentita "penetrare", non trovo altra
parola che descriva meglio le mie
sensazioni, e quindi sciogliere tutta
la muscolatura addominale e toracica:
mi sentivo "aperta" ...". Durante
ogni successivo trattamento sentivo
ciò che
interpreto come il primo e più
evidente segno di distensione in
atto: rumori Ìntestinali, con
contemporanea riduzione della
tensione muscolare superficiale.
Trovata quello che poteva essere una
mia via di approccio alla psiche, mi
sono sottoposto ai vari trattamenti
in qualche modo analoghi almeno nelle
intenzioni, dal semplice massaggio,
all'agopuntura, alla pratica Reiki e
via dicendo. Sono andato da coloro
che ritenevo i maggiori specialisti
raggiungibili, in Italia e all'estero
e ho provato. Una ulteriore conferma
mi venne esposta nel resoconto di K.,
ragazza ventiseienne con problemi nei
rapporti interpersonali intimi, in
particolare quelli strettamente
sessuali (anorgasmia). Dopo il
trattamento affermava di non avere
mai raggiunto quelle sensazioni così
intense e piacevoli che precedono
l'orgasmo. Il pensare cedeva il posto
al sentire. Per me questa era la via
per liberarsi dai blocchi, dagli
impedimenti, da tutto
ciò che ci disturba nello svolgere
una vita sana, nel caso specifico per
arrivare a godere l'orgasmo
intensamente, ossia sul piano fisico
e su quello psichico. Credo di avere
lavorato molto anche su me stesso,
nel frattempo. Ora ho finito di
costruire i due ambienti nei quali
svolgere il lavoro cognitivo, a volte
necessaria premessa per liberarsi da
pesi che gravano sulla mente, e
praticare questa mia "Induzione
Endogena". La pratica dell'Induzione
Endogena viene proposta a persone che
cercano aiuto per trovare un maggiore
benessere psicosomatico; in modo
approfondito a coloro che vogliono
aiutare persone amiche, e, con un
insegnamento più esteso, a coloro che
vogliono dedicarsi a questo lavoro
anche in modo professionale.1"