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IV

TEORIA E RICERCA SOCIALE E POLITICA


Vol 4 • Teoria e ricerca sociale e politica

LA DEMOCRAZIA,
PERCORSI
DI ANALISI
Juan Russo
Redazione e grafica di copertina: Edizioni Altravista
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Teoria e Ricerca Sociale e Politica
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La collana è aperta in senso ampio ed interdisciplinare a contributi di


teoria e ricerca sociale e politica, comprendendo dunque i diversi campi
in cui sono articolate sociologia, filosofia sociale e politica, epistemolo-
gia e metodologia della ricerca, scienza politica, storia delle dottrine po-
litiche, ma anche settori affini quali, ad esempio, la storia, l’antropolo-
gia del linguaggio, la sociolinguistica e la psicologia sociale. La curatela e
la traduzione di autori classici e contemporanei utili a stimolare il dibat-
tito scientifico italiano nei suddetti ambiti sono altrettanto benvenute.
INDICE

Prologo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

Democrazia, uguaglianza politica e cittadinanza. . . . . . . . . . . . . . . . . . 13


Dilemma 1. La bidimensionalità, ideali e realtà . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
Dilemma 2. Regime politico, Stato e comunità . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
Dilemma 3. Ordine e comunità politica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

La democrazia, prospettive teoriche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35


L’approccio istituzionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
Gli studi sul potere e l’approccio sistemico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
La prospettiva sociologica contro la scelta razionale . . . . . . . . . . . . . . 39
L’approccio orizzontale e la democrazia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
Precisazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

Cittadinanze, comunità e qualità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49


Aspetti culturali rilevanti per la democrazia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53
Democrazia e potere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58
Portata delle cittadinanze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
Il gran solvente: la manipolazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69

Due processi complementari: consolidamento democratico e destitu-


zione autoritaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
1. Consolidamento democratico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
2. La destituzione autoritaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90

Argentina, il rischio egemonico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109


Il problema dell’alternanza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110
Il problema della vulnerabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 131
Messico: la sfida del disaccoppiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161
L’ipotesi del disaccoppiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 175

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 205
PROLOGO

Questo libro si muove tra preoccupazioni teoriche e problemi


empirici relativi alla democrazia reale in paesi come Argentina,
Italia, Spagna e Messico. Paesi in cui, tra l’altro, ho vissuto in
diversi periodi di tempo durante gli ultimi trent’anni. La prospet-
tiva comparata è alla base delle analisi e dei concetti usati e pro-
posti in ogni capitolo. A volte il confronto è esplicito, altre volte
si realizza in modo più tacito. Nonostante si parli di democrazia, i
concetti usati si muovono più comodamente quando riguardano
il processo di democratizzazione. Le riflessioni vanno dalle tappe
iniziali della democratizzazione fino a quelle che riguardano i fat-
tori utili a rendere alcune democrazie più complete, ed altre più
deludenti.
Quanto contribuisce l’analisi del capitale sociale, e quanto
l’analisi della qualità democratica rispetto alla teoria democra-
tica? Quanto incide il background storico e quanto le leader-
ship sul processo di democratizzazione? Che impatto hanno le
democrazie, limitate in quanto ai diritti, sulla costruzione della
cittadinanza? Che tipo di cittadinanza è presente nelle democra-
zie dell’America Latina? Le risposte sono sempre localizzate nel
tempo, ogni volta in modo singolare. Quando le democrazie si
insediarono in America latina durante gli anni ’80, il principa-
le dilemma era relativo alla dittatura o democrazia, e qualsiasi
tipo di democrazia era considerata preferibile, dai democratici,
rispetto a qualsiasi tipo di autoritarismo. Come segnalava allora
il politico argentino Raul Alfonsin, la differenza tra democrazia
ed autoritarismo corrispondeva alla differenza tra vita e morte. A
fine millennio, la teoria politica è penetrata nella qualità delle de-
mocrazie. Democratizzare non è solo costruire democrazie, bensì
costruire buone democrazie. Nell’attualità sorgono nuove sfide
per la democrazia, di attori che non si presentano più come spe-
cie distinte, come avvenne con gli autoritarismi e i totalitarismi
nel periodo tra le guerre, che sfidavano la democrazia politica. Le
12 La democrazia, percorsi di analisi

attuali sfide avvengono all’interno delle medesime democrazie, e


mantengono la democrazia politica, svuotandola, però, della cit-
tadinanza, dei diritti, e della missione egualitaria che rappresenta
la sua storica ragion d’essere. È per tale motivo che la democrazia,
ancora una volta, deve riuscire a giustificarsi, a si devono riesami-
nare nuovamente i suoi deficit e il suo effettivo funzionamento.
Il libro presenta nella parte finale alcuni dei problemi che a
mio giudizio risultano essere importanti nelle democrazie dell’Ar-
gentina e del Messico. Come affermo nel libro, non ho fiducia
nelle analisi astratte della buona democrazia; piuttosto punto
maggiormente all’analisi di ogni caso, utilizzando comparazioni
molto specifiche che permettono capire le tendenze specifiche di
sviluppo, e il senso collettivo di ogni ordine politico.
DEMOCRAZIA, UGUAGLIANZA POLITICA E
CITTADINANZA

Il problema della buona democrazia è un problema di qualità


delle regole e di qualità degli attori. Un ordine politico che tende
a umiliare, a produrre ingiustizie, a consolidare disuguaglianze,
a privare d’opportunità, e a sopprimere le libertà, è un ordine di
cattiva qualità. Un ordine nel quale esiste un’enorme disparità di
risorse, e i cittadini dispongono di poca informazione, manife-
stano disinteresse per la “cosa pubblica”, poca fiducia negli effetti
della loro partecipazione, egoismo sociale e sottomissione, è un
ordine di cattiva qualità. La qualità delle regole e la qualità degli
attori determinano la qualità della democrazia. Con buona de-
mocrazia mi riferisco all’ordine politico che si basa sulle buone re-
gole e conta su dei cittadini con potere. Che sono le buone regole?
Sono quelle che favoriscono l’uguaglianza politica. Regole di di-
stribuzione delle risorse che evitano o proibiscono lo sfruttamen-
to tra le persone, che orientano verso l’uguaglianza, la giustizia, la
partecipazione, la libertà e la solidarietà. Quindi, con buona demo-
crazia, mi riferisco a quell’ordine che propizia l’uguaglianza politica
e una cittadinanza con potere. Cittadinanze con potere suppongono
diritti e doveri efficaci, sistemi nei quali i cittadini contano su
delle opportunità di informarsi, esprimere opinioni, organizzarsi,
etc. In contrapposizione ci sono le cittadinanze emarginate, nelle
quali queste opportunità di realizzazione sono scarse per la mag-
gioranza dei cittadini, convertendoli in spettatori poco interessati
e abbastanza estranei al processo di decision making.
La definizione data è procedimentale e contemporaneamente
complessa. La cittadinanza è una posizione giuridica, che suppo-
ne diritti e obblighi relativi alla nazione, lo Stato e la comunità.
E in questo senso, molti di questi obblighi e diritti sono prescritti
formalmente. Per esempio, difendere lo Stato o pagare le tasse,
rappresentano degli obblighi originari della cittadinanza, presente
nell’antico mondo greco e presenti in qualsiasi Stato. I diritti si
riferiscono ad aspetti tali come la partecipazione, l’associazione,
14 La democrazia, percorsi di analisi

l’educazione, etc. Significa che, nella misura in cui esiste il com-


pimento degli obblighi stabiliti proceduralmente (da parte del
cittadino), si genera il compimento dei diritti stabiliti procedural-
mente (da parte dello Stato). Però, nonostante ci sia una base pro-
cedurale, il problema della cittadinanza suppone un insieme di
fattori territoriali e funzionali che influiscono sull’esercizio effet-
tivo della cittadinanza. La distribuzione delle risorse economiche,
le asimmetrie territoriali, il peso delle organizzazioni di base sul-
le decisioni politiche, il riconoscimento delle identità collettive,
la distribuzione del prestigio e i riconoscimenti sociali, risultano
essere fattori che condizionano l’esercizio cittadino in modo fon-
damentale. Quando questi fattori agiscono positivamente, favo-
riscono di conseguenza il potere dei cittadini. Quando agiscono
negativamente, invece, si esercitano forme di cittadinanza dete-
riorate, subcittadinanze (Russo, 2017) rispetto alle disuguaglian-
ze regnanti. La buona democrazia presuppone regole e cittadini
che favoriscono l’uguaglianza politica. Per definizione, la cittadi-
nanza democratica implica postulare un mondo di esseri uguali
politicamente. Come ha segnalato Robert Dahl (2006, trad.sp.
2008: 23-24), la buona democrazia implica: a. Partecipazione
effettiva dei cittadini nell’influenza sulle decisioni politiche, b.
Uguaglianza delle opportunità per partecipare al processo eletto-
rale, c. Pari opportunità rispetto al contare su fonti d’informazio-
ne alternative, d. Controllo degli impegni, e inclusione del demos,
e f. Costituzione di un sistema di diritti. Quest’insieme di carat-
teristiche sintetizza il concetto di uguaglianza politica. La cittadi-
nanza di qualità presuppone livelli elevati d’uguaglianza politica
e le regole della buona democrazia contribuiscono a che questa
si sviluppi. Di conseguenza, la definizione di buona democrazia
che forniamo, è quella di un ordine d’elevata uguaglianza politica
tra i cittadini. Ci sono almeno tre condizioni socio istituzionali
che favoriscono la cittadinanza con potere: a. Istituzioni statali
che garantiscono neutralità nel compimento della legge e delle
garanzie cittadine; b. Reti sociali di solidarietà e fiducia sociale
che si riflettono in organizzazioni sociali e politiche promotrici
e difensori della estensione dei diritti; e c. Sentimento soggettivo
generalizzato d’appartenenza a una comunità (Russo, 2017).
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 15

Analizzeremo in quest’opera gli aspetti comunitari della de-


mocrazia. Questi ci interessano come conseguenza del fatto che
includono un insieme di norme etico-politiche più o meno incor-
porate alla comunità politica. Dall’altro canto, l’ordine politico
non si può disgiungere dai comportamenti degli attori di una co-
munità politica. Una società che ammette e favorisce la disugua-
glianza non è compatibile con una buona democrazia. Le virtù
cittadine sono fondamentalmente condizioni del compimento o
della negazione di un buon ordine democratico.1 D’altra parte, il
comportamento elettorale affonda, come si conferma in quest’o-
pera, le sue radici negli aspetti comunitari, relazionati all’esercizio
della cittadinanza. Aspetti come la partecipazione e l’interesse dei
cittadini per la politica, sono importanti e riconosciuti, anche da-
gli istituzionalisti, come strategici per il funzionamento della rule
of law. In questo modo, “una cittadinanza attiva e pure combatti-
va, è essenziale per la costruzione dello tato di diritto” (Ackerman,
J. 2007: 14).

Dilemma 1. La bidimensionalità, ideali e realtà

La bidimensionalità intrinseca della democrazia (regime reale e


regime ideale), è stata vista dai ricercatori non solo come con-
troversa, ma anche propriamente come un ostacolo per l’analisi
scientifico. Così, è famoso il tentativo di Robert Dahl di togliersi
di dosso la scomoda bidimensionalità, ragione per cui limitò l’uso
del concetto di democrazia alla democrazia ideale, concetto defi-
nito come un ordine politico con oneri perfetti.2 Provò, in que-
sto modo, a gettare nella spazzatura della scienza politica la di-

1. Teorici della democrazia come Norberto Bobbio prestano una attenzione particolare
a questo aspetto riferito ai cittadini. Cosi Bobbio afferma che il primo dovere di un
cittadino è “Il dovere di rispettare gli altri. Il superamento dell’egoismo personale.
Accettare l’altro. La tolleranza degli altri”, e per il governante “Il senso dello Stato,
ovvero il dovere di perseguire il bene comune e non il bene particolare o individuale”
(Bobbio 2002: 42-43).
2. In realtà, Robert Dahl (1971: 12) parla della perfetta corrispondenza tra richieste dei
cittadini e politiche dei governi.
16 La democrazia, percorsi di analisi

mensione normativa del concetto. Ovviamente, l’obiettivo era di


unidimensionalizzare le democrazie, prendendo in considerazione
unicamente gli aspetti reali e storicamente dati. Il concetto di po-
liarchia era il candidato per prendere il posto dell’antico termino.
Naturalmente, così come in altre occasioni durante la storia del
pensiero (basti pensare a Bertrand Russell e il concetto di causa)3,
il tentativo di usare il rasoio di Occan, fallì. Tuttavia, il risultato si
rivelò paradossale, dato che, pur non avendo il termino poliarchia
sostituito quello di democrazia, la definizione di Dahl riuscì ad
ottenere un gran consenso all’ interno della comunità interna-
zionale, proprio per definire il concetto che cercava di eliminare.
Attualmente, la tensione della bidimensionalità è affrontata da
diversi ricercatori, in un modo opposto a quello di Dahl: si ac-
cetta il carattere intrinsecamente ambiguo della democrazia, e si
affronta in modo empirico l’aspetto ideale, con l’obiettivo di ri-
flettere sui contrasti con l’esercizio effettivo dell’ordine politico.
Si ritorna così a una strategia, quella del contrasto tra ideali e
realtà, con tanta storia come quella dello stesso concetto di de-
mocrazia, incorporando gli sviluppi metodologici contempora-
nei. A questo proposito, risulta poco fruttuoso seguire una via
d’analisi rigidamente quantitativa. Gli studi più proficui sul tema
(da Linz a Lijphart) non si propongono stabilire scale a partire da
criteri astratti, per successivamente stabilire un ordine graduale
con democrazie migliori e peggiori. Al contrario, il senso generale
degli studi consiste nell’analizzare problemi peculiari che affron-
tano le democrazie concrete, per compiere con i propri ideali e
soddisfare i loro cittadini. E questo esercizio d’analisi deve essere
situato storicamente e di carattere essenzialmente qualitativo. La
valutazione delle democrazie è sempre relativa. Ci sono demo-
crazie migliori o democrazie peggiori, in relazione a certi ideali,
a certi contesti e al tempo trascorso dalla loro instaurazione. Ci
sono aspetti che funzionano meglio o peggio in base a come le
sogniamo, e in base alle promesse4 che sono state fatte. Quindi,

3. Bertrand Russell provò anche, senza successo, a scartare il concetto di causa. Con
questo scopo scrisse nel 1912 “On the Notion of Cause”, testo ristampato in
Mysticism and Logic (Hammondsworth, Eng.: Penguin Books, 1954), pp.171-96.
4. A questo proposito, l’opera di Norberto Bobbio è un eccellente esempio di ciò. Mi
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 17

la relatività della valutazione dipende dagli ideali del soggetto che


si sta valutando, così come dalla particolare democrazia che si sta
considerando. In questo modo, un fattore come la cittadinanza
culturale non è essenzialmente importante in certi paesi come
Argentina o Uruguay, abbastanza omogenei culturalmente, però
diventa fondamentale in paesi multiculturali come Brasile, Perù,
Bolivia o Messico.
Studiosi come Leonardo Morlino, hanno offerto definizioni
molto complesse di qualità democratica, che includono: control-
lo inter-istituzionale, rule of law, corrispondenza tra le preferenze
dei cittadini e le azioni e decisioni dei governanti, e partecipa-
zione politica. In realtà, Morlino riassume gran parte della let-
teratura sul tema, proponendosi una definizione esaustiva del
concetto. Questo sforzo ha il merito di cogliere la complessità
nell’ argomentazione del tema, ed è una buona mappa iniziale.
Tuttavia, per un ricercatore che percorre un cammino concreto,
risulta essere solo una prima approssimazione. Se il ricercatore
adottasse l’insieme degli aspetti come una mappa, perderebbe la
rotta, per il fatto che i problemi della democrazia sono contem-
poraneamente complessi e molto specifici. Non esiste una mappa
astratta che possa essere utile a un ricercatore nell’ orientarlo a
percorrere il cammino. È una mappa che non porta da nessuna
parte. Il primo passo che uno studioso deve fare è cogliere i di-
fetti principali che caratterizzano una democrazia in particolare,
pero successivamente selezionare gli aspetti rilevanti e peculiari
che permettono spiegare perché quella democrazia è deficitaria.
È un’attività essenzialmente di ponderazioni. Si deve perciò se-
lezionare quali sono i principali deficit di un caso o di un insie-
me di casi per spiegare, a partire da lì, il cattivo funzionamento
dell’ordine politico. Come mostra l’analisi del Messico, ci sono
problemi che non sono elencati in nessuna lista preliminare delle
condizioni. Il problema culturale della costituzione della nazione,
è un problema d’identità proprio dei paesi colonizzati e delle tra-
dizioni civili viventi.

riferisco al saggio contenuto nel “Il futuro della democrazia” (1984), una riflessione
sulle promesse e le realtà.
18 La democrazia, percorsi di analisi

Dilemma 2. Regime politico, Stato e comunità

La questione relativa al fatto se la democrazia sia un regime o più


di un regime, o se include un certo comportamento da parte dello
Stato, è un falso dilemma. Difatti i concetti di Stato e di regime
politico formano parte di universi teorici differenti (pluralismo da
una parte e statalismo associato frequentemente con il Diritti poli-
tico dall’altra). Quando si parla dal punto di vista della teoria dello
Stato, la democrazia costituisce una forma di governo. Presuppone
un modo di esercitare la autorità e di relazionarsi con il suo com-
plemento: la società civile. D’altra parte, quando si parla di regime
politico, c’è un riferimento ineludibile alla teoria del sistema politi-
co. La democrazia costituisce il modo in cui si relaziona il governo
con gli attori della comunità politica, come i partiti politici.
In altri termini, il sistema politico costituisce l’insieme delle
interazioni nelle quali ci sono azioni imperative. Dal canto suo,
il regime politico è l’insieme delle norme, strutture di decisione,
valori, ideologie e strutture di autorità. Regole di gioco effettive
relative alla relazione tra i membri della comunità politica, per
esempio i partiti, e il governo. Lo Stato è la struttura istituzionale
di dominio, caratterizzato dall’uso istituzionalizzato e dominante
della forza, con lo scopo di assicurare il monopolio. È vero che
la democrazia non si riduce a un regime elettorale, però ciò non
implica negare il suo fondamentale carattere procedurale. La de-
mocrazia è, come regime, un ordine che include, come ideale, il
trattamento legalmente equo dei membri della comunità politica.
Dimensioni Dimensioni Caratteristiche
Democrazia
comuni differenti proprie
Monopolio Democrazia
Governo, Dimensione
Stato dell’uso della come forma
regime istituzionale
forza di governo
Relazioni
familiari, Democrazia
Assegnazione
Sistema Governo, relazioni come regole
imperativa di
Politico regime formali, del gioco
valori
gruppi politico
d’interesse

Tab. 1.1 Dimensioni dello Stato e del sistema politico


I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 19

Se relazioniamo i due concetti (regime e Stato), il regime quindi


è una forma di comportamento statale rispetto alla società civile.
L’idea di democrazia come Stato corrisponde a una visione istitu-
zionalista (frequentemente giuridica) della politica, mentre l’idea
della democrazia come regime corrisponde a una visione sistemi-
ca (vedi tab. 1.1). In quest’opera si afferma che la democrazia è un
regime politico, però la qualità che la democrazia abbia, dipende
da fattori che trascendono il regime e coinvolgono aspetti della
comunità politica e dei titolari dei ruoli. In tal senso, un aspetto
del capitale sociale come la civiltà, di cui fra l’altro ci occuperemo,
si può postulare come una proprietà della qualità democratica, e
non solo come una condizione. Precisando, la democrazia è un
regime politico, la qualità democratica è la qualità di un regime
politico, però questa qualità aumenta o diminuisce in relazione
al comportamento delle caratteristiche del regime stesso e delle
caratteristiche esterne al regime. La qualità democratica è una de-
mocrazia con aggettivi. Questi aggettivi provengono tanto dalla
comunità politica quanto dai titolari dei ruoli. In altre parole,
la qualità dell’ordine politico non solo si ripercuote, ma anche
configura la qualità del regime politico. In questo modo, difficil-
mente si può affermare che una democrazia è di buona qualità,
se la sua popolazione è intollerante e sostiene la schiavitù. Allo
stesso modo, quindi, se la corruzione è diffusa all’interno del go-
verno, questo fatto non influisce negativamente solo sul regime,
ma anche sulla cattiva qualità del regime. Da qui in avanti, con-
sidereremo due prospettive rispetto alla buona democrazia: una
che possiamo chiamare interna e che risponde propriamente agli
studi sulla qualità democratica, e un’altra che in contrapposizione
chiameremo esterna, la quale a partire dell’analisi delle caratteri-
stiche della comunità, analizza la buona democrazia.

Dilemma 3. Ordine e comunità politica

In questo paragrafo analizzerò il contributo di due programmi


di ricerca relativi alla buona democrazia. Da una parte, si tratta
di una via d’analisi delle caratteristiche della struttura dell’ordi-
20 La democrazia, percorsi di analisi

ne politico (Morlino, 2003, O’ Donnell, 1994), e, dall’altra, una


via di analisi delle reti sociali e della cultura in certe comunità
(Putnam, 1993, 1995, 2003, Pizzorno, 2003). Mi riferisco agli
studi sulla qualità democratica e sul capitale sociale. In una prima
approssimazione, se pensiamo ad approcci come quelli del ricer-
catore Leonardo Morlino (2003), vediamo che cercano di deter-
minare gli aspetti di un ordine politico di qualità. Nel caso degli
studi sul capitale sociale, uno studioso come Robert Putnam ana-
lizza il funzionamento delle istituzioni alla luce delle condizioni
comunitarie, come la civiltà.
La prima questione nella relazione tra questi settori della ri-
cerca, ha le sue radici nel fatto che si tratta di un nesso di natura
differente rispetto a quello esistente tra cultura e istituzione. Tra
l’altro, problema classico e in gran parte inutile (per la sua insolu-
bilità), quello se le istituzioni rappresentano dei comportamenti
stabili che esprimono valori e una cultura. Questioni come: certe
aspetti della cultura politica sono indispensabili per stabilizzare
una democrazia? Può una riforma istituzionale favorire condotte
cooperative o conflittuali degli attori? Sono questioni classiche
rispetto alla relazione tra cultura e istituzioni. Ebbene, la relazio-
ne tra i concetti di capitale sociale e qualità democratica non è
equivalente alla relazione tra i concetti di istituzione e cultura. E
questo si deve al fatto che il capitale sociale come concetto non
può essere incorporato nel concetto di cultura politica. La diffe-
renza tra il concetto di cultura politica e quello di capitale sociale
è dovuta da una parte alla connotazione di ognuno dei due termi-
ni, cioè alle componenti di ogni concetto. Allora, mentre la cul-
tura politica è in buona parte identificata con valori, percezioni,
atteggiamenti, se si misura a livello individuale, e con tradizioni,
usanze, mentalità, se si misura a livello collettivo, il capitale socia-
le implica un misto di valori e reti, con un enfasi sulle relazioni
sociali. In secondo luogo, il concetto di cultura politica possiede
un senso in se stesso, indipendentemente dalle sue relazioni con
altre variabili. Al contrario, il concetto di capitale sociale è di ca-
rattere relazionale, cioè riferito alla funzione che compie un certo
tipo di relazioni sociali rispetto a un altro aspetto sistemico (la
produttività economica, l’efficienza istituzionale, etc.). Per que-
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 21

sta ragione ha poco senso il riferimento al capitale sociale come


variabile isolata, visto che il suo senso e il suo valore dipendono
dalla relazione con altre variabili. Il capitale sociale è un capitale
in quanto produce altre cose. Per questo motivo, il capitale della
buona democrazia è l’insieme delle relazioni sociali, valori e nor-
me delle comunità che produce il rispetto alla legge, maggiore
partecipazione, etc. È stato affermato che la natura della relazione
tra istituzione e cultura è di differente indole rispetto a quella esi-
stente tra capitale sociale e qualità democratica. Nel primo caso,
il dibattito è relativo a quale termino dovrebbe essere considerato
come variabile indipendente. Nel secondo caso, la qualità demo-
cratica è considerata generalmente come risultato di un insieme
di fattori, tra cui, un certo tipo di capitale sociale e in questo sen-
so, viene definita come una variabile dipendente. Tuttavia, autori
come Guillermo O’Donnell, Leonardo Morlino ed altri, prestano
attenzione preferibilmente alle variabili contestuali e istituzionali,
invece che a quelle culturali. Si tratta, anche se non in senso ri-
goroso, di autori con una predilezione per analisi più strutturali
che culturali. In questo senso, e solo in questo senso, sorgono
differenze simili tra i cultori del capitale sociale e gli studiosi della
qualità democratica, rispetto a quelle esistenti tra i culturalisti e
gli istituzionalisti. Un esempio di ciò è lo scetticismo che mostra
Robert Putnam nel suo Making Democracy Work, sulla difficile
modificabilità, a partire delle politiche statali, delle dimensioni
della civiltà. Nella letteratura sulla qualità democratica si accetta
questa differenza tra le due prospettive (Morlino, 2009).
Gli studi sul capitale sociale e la qualità democratica costitu-
iscono due filoni di ricerca politologica che contribuiscono allo
sviluppo della teoria democratica e che occupano dei posti di
crescente importanza nella agenda della scienza politica. Questo
fatto è già un’evidenza nella ricerca sul capitale sociale. Nel caso
degli studi sulla qualità della democrazia, l’attuale interesse è ri-
volto allo “sviluppo normale” della politica comparata, posteriore
alla terza ondata di democratizzazione (Huntington 1991), che
approfondisce il raffronto tra democrazie, superando la tradizio-
nale linea di demarcazione tra democrazie e non-democrazie. Nel
caso delle opere sul capitale sociale, si indaga sule relazioni tra
22 La democrazia, percorsi di analisi

tipi particolari di relazioni sociali, come elemento di coesione e


produzione di differenti qualità di economie e d’istituzioni politi-
che. In entrambi i casi, si tratta di settori dello studio che richie-
dono ancora molti chiarimenti a livello concettuale, così come
perfezionamenti metodologici, che possano facilitare un miglior
controllo empirico.
Entrambi i programmi di ricerca possiedono una storia estesa e
una storia breve. In altre parole, sollevano dei problemi con radici
di lunga data nelle scienze sociali, pero rappresentano allo stes-
so tempo approcci innovativi e originali difronte a fatti contem-
poranei. Così, la storia del concetto di capitale sociale (in senso
lato), si può rintracciare fino agli inizi del ventesimo secolo, con
le opere dell’educatore Lyda Hanifan nel 1920. Addirittura, se ci
riferiamo all’uso implicito del concetto, da Marx e Engels in poi,
è possibile utilizzare la nozione di “bounded solidarity”, cioè di cir-
costanze minacciose che possono favorire la coesione di un grup-
po (Portes e Sensenbrenner, 1993). Da George Simmel in poi, è
pertinente usare il concetto di “transazioni di reciprocità”, nel sen-
so di norme e obblighi prodotti da reti personalizzate di scambi.
E autori come Durkheim, e successivamente Parsons, sollevarono
la rilevanza dell’’”introiezione dei valori”, ossia della formazione di
valori condivisi all’interno di una società. Anche in Weber si pos-
sono trovare delle riflessioni, a proposito delle “sette protestanti
e lo spirito del capitalismo”, nel senso dell’appartenenza a sette
religiose per ottenere credibilità e vantaggi economici.
Esiste consenso sul fatto che la opera di Lyda J. Halifan sia
stata pioniera nell’introduzione del termino5 (Hanifan, 120: 78).
Negli anni sessanta la urbanista Jane Jacobs (1961) assegna alle
reti urbane il carattere di risorsa indispensabile per la vita del-
le città, e negli anni ’80 il concetto è citato dall’influente socio-
logo francese Pierre Bourdieu negli Atti. Nel caso della qualità
democratica si tratta, nella sua storia estesa, di riflessioni sulla
buona città o sulla democrazia buona, che risalgono alle origini
della stessa filosofia politica. Riflessioni sulla buona cittadinan-
za, il buon governo o le buone istituzioni, e che trovano le loro

5. Vedere un approfondimento del tema nel cap. 2


I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 23

radici negli antichi pensatori greci, come Pericle, Platone, fino


al pensiero liberale dal diciassettesimo fino al ventesimo secolo.
Rispetto alla storia breve, nel capitale sociale, si può considerare
come punto d’inizio l’opera di Robert Putnam sulle regioni ita-
liane (1993), come una ricerca che inizia e da sostegno empirico
al lavoro teorico di James Coleman (1988). Nel settore degli studi
sulla qualità democratica, un innesco rilevante è la riflessione di
Guillermo O’ Donnell (1994) sull’assenza di controllo e d’im-
pegno da parte dei cittadini nelle democrazie latinoamericane.
In ambedue i casi, si tratta di settori di studio che acquisiscono
vigore solo da circa due decenni.
La breve storia del capitale sociale si può dividere in almeno
tre percorsi di lavoro. Il primo si ripercorre prestando attenzione
alla fiducia nelle persone, alle norme di reciprocità che regola-
no la convivenza, e alle reti di associazioni e d’impegno civico.
Questo percorso è intrapreso da Robert Putnam (1993), Francis
Fukuyama (1995) e Robert Inglehart (1997). Il secondo percorso
è intrapreso da autori come Bourdieu (1980), Coleman (1988),
che considerano il capitale sociale come un insieme di relazioni
sociali che costituiscono le risorse di un attore, per raggiunge-
re certi obiettivi. Il terzo percorso riunisce a quegli studiosi che
considerano che la qualità istituzionale è una risorsa collettiva di
gran valore per, ad esempio, riuscire a ottenere un maggior rendi-
mento economico. In questo modo, la qualità della burocrazia, le
libertà civili e politiche, o la qualità del sistema giudiziario posso-
no incidere su un miglior sistema politico ed economico. Queste
accezioni differenti di capitale sociale sono state classificate da
Collier (1998) in due grandi categorie, che includono i primi due
percorsi come capitale sociale civile (quantità e qualità della società
civile), e all’ultimo percorso come capitale sociale governamentale
(qualità del contesto politico-istituzionale). Nel caso della qualità
democratica, il discorso si è focalizzato su questioni sostanziali
(realizzazione dell’uguaglianza e della libertà) e sui procedimen-
ti. A livello teorico, la presentazione sistemica più rigorosa, in
particolare rispetto alla dimensione procedurale, corrisponde allo
studioso Leonardo Morlino (2003), che sistematizza i contribu-
ti forniti da diversi ricercatori del tema. Così, aspetti quali rule
24 La democrazia, percorsi di analisi

of law (Maravall, 1996), accountability (Schedler 1999, Maravall


2001 O’Donnell 1998, Bobbio 1986, 1988, 1990, 1996), par-
tecipazione e la “tendenza alla realizzazione dell’uguaglianza e
della libertà”, sono proposte come le dimensioni fondamentali
della qualità democratica (Morlino, 2003). Aspetti sostanzia-
li della qualità democratica sono stati proposti da autori come
Arend Liiphart, il quale, anche se non propone una definizione
esaustiva della qualità democratica, offre degli indicatori rilevan-
ti e suscettibili di controllo empirico. Ci soffermeremo su una
dimensione fondamentale, la fiducia, relativamente alla politica.
Successivamente torneremo ad analizzare l’apporto fino ad ora
degli studi sulla qualità democratica. È chiaro che la fiducia pre-
occupa i sociologi contemporanei, visto che in diversi paesi si os-
serva una caduta duratura della fiducia e un deterioramento della
qualità delle relazioni sociali.6 Il concetto funziona molto bene
quando è riferito alle relazioni sociali, però non è chiaro se il suo
uso possa essere inadatto quando si tratta di relazioni politiche.
Ossia: può una dimensione come la fiducia essere un elemento di
coesione della vita politica? Non è per caso la sfiducia un elemen-
to necessario e razionale della interazione tra gli attori pubblici?
La fiducia è l’elemento di coesione, come abbiamo menzionato,
della vita sociale e delle relazioni civili, però si può affermare che
quando si immette la dimensione politica nelle relazioni umane,
la fiducia risulta essere anche un elemento di stabilità e buona
qualità della politica? Al contrario, come lo mostra parte della
letteratura rilevante al rispetto (Stoppino 1986), non è la sfiducia
una dimensione psicologica della sopravvivenza nella costruzione
e del mantenimento del potere politico? Il problema che qui si
solleva è relativo alla utilità delle dimensioni del capitale sociale,
come la fiducia, per la comprensione di aspetti della vita politi-
ca. Robert Putnam (1993) e Francis Fukuyama (1995) sono gli
autori che meglio hanno sviluppato la dimensione fiducia e, nel
trattamento da parte di entrambi gli autori, risulta, a mio pare-
re, poco plausibile che la fiducia (ingrediente importante della
buona società) rappresenti un elemento costitutivo della buona

6. Si veda in propósito Stefano Bartolini 2010


I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 25

politica. D’altra parte, concetti come la reciprocità differita o la


reciprocità immediata possono, in certe condizioni, tradursi in
forme di clientelismo. Al rispetto, è da mettere in discussione se il
presupposto di fondo sia che le relazioni politiche possiedano non
solo una natura, ma anche funzioni differenti alle relazioni sociali
per le strutture di un sistema.
In tal senso le relazioni politiche implicano la possibilità di
costruire un capitale politico, concetto che occorre considerare
come l’insieme delle relazioni politiche, cioè dell’assegnazione
indispensabile di valori, (Easton, 1953) che permettono la pro-
duzione di stabilità, governo e, in certe circostanze, di una buona
democrazia. Il concetto di capitale politico può essere analizza-
to in termini del capitale che possiede una comunità politica. È
da aspettarsi che in una società come la messicana con una forte
verticalità, il capitale politico sia alto. Rispetto a questo concet-
to esistono nell’attualità frequenti riferimenti incorporati, solo in
modo intuitivo, al linguaggio comune e molto raramente a termi-
ni più esigenti. Così, il concetto polisemico di capitale politico,
risulta essere normalmente riferito alla legittimità di un leader,
alle sua capacità di adempimento, al sostegno degli attori rilevan-
ti, o alla tappa iniziale di gestione. Tutte queste accezioni implica-
no considerare una “riserva di risorse” che permettono a un leader
attuare e realizzare i suoi obiettivi. Si tratta, quindi, di accezioni
relative alle risorse e alle capacità di leadership. Al contrario, nella
letteratura è assente l’accezione riferita alla comunità politica. Il
concetto di capitale politico a livello comunitario si può conside-
rare come l’insieme delle relazioni che implicano l’assegnazione
indispensabile di valori. Ebbene, in che casi il capitale politico
può produrre una buona democrazia? Nei casi in cui si produ-
ce partecipazione politica. In termini generali l’elevato capitale
politico comunitario produce stabilità, però non una migliore
qualità democratica. Con legittimità (ossia con sostegno attivo),
una società conta sulla partecipazione politica. In Messico, c’è
un elevato capitale politico, però non un’elevata partecipazione.
Questo fatto è in parte relazionato a problemi che derivano sia
dalla formazione dello Stato nazione, sia dalla forma di organiz-
zazione nazionale posteriore alla rivoluzione. Il risultato è un tipo
26 La democrazia, percorsi di analisi

di capitale sociale che rinforza un capitale politico autoritario,


non democratico, e che si esprime in quello che ho considera-
to come il problema dello scorporo. Comunità partecipative con
elevato capitale politico, presuppongono, come viene mostrato
nel capitolo 4, un’integrazione e un senso di appartenenza co-
munitaria. Il capitale politico democratico significa la tendenza
di una comunità politica, o dei suoi attori, ad autolimitarsi in
situazioni di conflitto, così come a stipulare accordi o favorire la
competizione politica. A livello di èlite, capitale politico significa
la capacità di competere e di cooperare in situazioni di consenso,
e la capacità di stabilire reti in situazioni di conflitto. In termini
generali c’è un capitale politico quando c’è la capacità di sostegno
alle èlite rispetto agli accordi raggiunti in casi di cooperazione e
concorrenza, e d’osservanza nei casi di conflitto. In questo senso,
il concetto di incapsulamento (1964), risulta indispensabile per
la comprensione del capitale politico. Il concetto di capitale poli-
tico può contribuire alla miglior descrizione di distinti risultati in
termini di rendimento democratico, fondamentalmente nelle de-
mocrazie instaurate in America Latina. Ossia, quando il capitale
politico è una condizione per far compiere efficacemente la legge,
o di accountability. In che modo il capitale politico può contribui-
re a produrre una miglior qualità democratica? Fenomeni come il
personalismo, la carenza di realismo o non-riconoscimento delle
regole basiche della politica, la tendenza alla rottura, disincapsu-
lamento o delegittimazione della concorrenza, rappresentano dei
tratti negativi del capitale politico che influiscono negativamente
sulla realizzazione di una buona democrazia.
Torniamo adesso agli studi sulla qualità democratica. In che
risiede il loro principale apporto alla scienza politica? A mio pa-
rere il loro valore risiede nel fatto che: a. cercano di distinguere
empiricamente e quindi di comparare le democrazie, relativa-
mente ai loro aspetti positivi e ai loro deficit come regimi politici.
Questo dovrebbe lasciare in parte alle spalle molte discussioni,
nate per la confusione tra i due termini: democrazie / qualità de-
mocratica, che attribuiscono la condizione di non-democrazie a
quelle che funzionano in modo deficitario; b. Prestare attenzione
all’interno della scatola di Dahl, e analizzare le dimensioni del
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 27

funzionamento delle poliarchie, evidenziando la loro gran diver-


sità. Ciò rappresenta un gran progresso rispetto alla tradizione
Schumpeter-Dahl, che collocava come asse del discorso (fra l’al-
tro imprescindibile), la demarcazione tra democrazia e altri regimi
politici. Nei lavori sulla qualità, le democrazie sono paragonabili
tra loro, mettendo in luce, attraverso l’analisi, le forme concrete
di funzionamento; c. Superare la pura considerazione normativa,
e dunque limitata alla filosofia politica, che distingue tra buone
e cattive democrazie. Al rispetto, bisogna chiarire che ciò non
presuppone che le opere sulla qualità democratica non includa-
no categorie o dimensioni miste normative-descrittive, come fra
l’altro succede con lo stesso concetto di democrazia. Allo stesso
modo che con quest’ultimo, le analisi sulla qualità democratica
possono contare su indicatori di qualità democratica abbordabili
attraverso ricerche empiriche. In questo senso sono contributi alla
scienza politica e non alla filosofia politica. Faccio riferimento a
due opere. La prima è quella realizzata da Arend Liiphart su tren-
tasei poliarchie, con indicatori di qualità democratica come: 1.
La rappresentanza delle donne (indicatore che si può estendere
alle minoranza etnico-razziali); 2. Uguaglianza politica, a partire
dall’uguaglianza economica (la distanza tra le famiglie che perce-
piscono il 20% dei redditi più alti rispetto a quelle con il 20%
dei redditi più bassi); 3. La partecipazione elettorale, associata alla
uguaglianza politica dei cittadini nella rappresentanza; 4. Grado
di soddisfazione rispetto alla democrazia, cioè la misura in cui
quelli che hanno votato il partito vincitore e quelli che hanno
votato ai perdenti, sono soddisfatti con il modo in cui funziona
la democrazia; 5. La vicinanza governo-votante, a partire di due
indicatori: a) la distanza del governo, cioè in una scala destra-
sinistra, dove si situa il governo e dove la maggioranza dei votanti;
e b) la distanza del votante, misurata attraverso la distanza tra le
percentuali dei voti del governo e il votante medio; per ultimo, 6.
La responsabilità-corruzione, a partire delle misure degli indici di
corruzione percepita.
Il secondo studio empirico che mi interessa menzionare cor-
risponde all’opera di Frances Hagopian (2005). La ricercatrice
propone una comparazione tra Cile e Brasile, a partire da due
28 La democrazia, percorsi di analisi

aspetti della qualità democratica derivate del lavoro teorico di


Morlino (2003) sul tema: a. Diritti e b. Rappresentanza. Le mi-
sure empiriche relative ai diritti si effettuano controllando indi-
catori rispetto a: protezione dei diritti, Stato di diritto, controllo
della corruzione ed uguaglianza. D’altra parte, la rappresentanza
è misurata a partir da indicatori relativi a accountability, responsi-
veness e partecipazione.
Entrambe le opere sono buoni esempi della natura delle ricer-
che sulla qualità democratica. Nella prima si cerca di mostrare gli
aspetti positivi della democrazia consensuale sulla qualità demo-
cratica, mentre nella seconda si identificano i tratti dominanti del
funzionamento delle democrazie in Brasile e Cile, concludendo
nel carattere di democrazia prevalentemente di diritti del gigante
sudamericano e di democrazia prevalentemente di rappresentanza
del paese andino.
Queste ricerche forniscono progressi sostanziali rispetto alle
misurazioni precedenti sulla qualità democratica, come quelle
realizzate al suo tempo dallo stesso Dahl (1971-1997: 25-215)
negli anni settanta quando, a partire da indicatori come l’apertura
alla opposizione, includeva casi di democrazia e non-democrazia
nella sua classificazione. I problemi con le ricerche sulla qualità
democratica si situano nell’ambito metodologico, specificamente
in termini di controllo empirico. Così, per misurare gli aspetti
della qualità democratica, si propongono indicatori a volte molto
generali. Nel caso della rule of law si propone: l’obbligo difronte a
tutti di costruire un sistema legale con garanzie di diritti e ugua-
glianza per i cittadini, assenza di corruzione negli organismi dello
Stato, l’esistenza di una burocrazia civile, competente, efficiente e
universalistic, l’esistenza di una polizia rispettosa dei diritti e delle
libertà, indipendenza della giustizia dall’influenza politica, facile
accesso da parte dei cittadini alla giustizia, durazione ragionevo-
le del processo penale e del contenzioso civile o amministrativo.
Come si può notare, si tratta di indicatori di distinto livello di
astrazione e, in questo senso, poco sviluppati rispetto alla loro
misurazione empirica.7 Nel caso dell’accountability, si adotta ge-

7. Rispetto a tale questione uno sviluppo significativo si può trovare in Morlino 2009.
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 29

neralmente la proposta di Andreas Schedler, che considera tre di-


mensioni: a. Informazione sui politici e sul processo governamen-
tale (potere esecutivo, Congresso, Giustizia), b. Giustificazione
e c. Castigo o ricompensa degli elettori. È stata utile anche la
distinzione di Guillermo O’Donnell tra accountability verticale,
fondalmentalmente a partire del premio/punizione degli elettori,
e accountability orrizzonatale (O’Donnell 1998), attraverso le pro-
prie agenzie di Stato (Giustizia, Congresso) e degli attori sociali
(i mezzi di comunicazione massivi, industriali, sindacati, ONG,
etc.). Ebbene, il navigare tra e acque della scienza politica e della
filosofia comporta dei rischi. Così, può succedere che si segua un
sentiero con sviluppi potenziali che sarebbero poco fertili o addi-
rittura non pertinenti alla conoscenza. Così, si possono citare: a.
Il rischio dello sviluppo: il tema può indurre alla realizzazione di
serie quantitative che considerino indicatori astratti posizionando
qualche caso come il più vicino alla democrazia ideale, e al resto
come i casi che dovrebbero mirare a questi parametri astratti. Non
si nega la possibilità di costruire un ranking di buone/cattive de-
mocrazie. Neanche si nega la possibilità di poter valorare alcune
come le migliori democrazie ed altre come le democrazie con il
peggior funzionamento. Però l’aspetto più interessante può essere
estratto dall’analisi contestualizzato, con l’obiettivo di conside-
rare la qualità della democrazia in relazione ai temi salienti di
ogni regime e al tipo di democrazia alla quale appartiene. In que-
sto senso, lavorare su pochi casi e con l’uso adeguato del metodo
comparato può essere un antidoto per superare questa tendenza
b. Il rischio del moralismo. Nessuna scienza politica, nemmeno
la scienza buona, si costruisce con il moralismo. In tal senso, la
qualità democratica deve definirsi considerando l’autonomia del-
la politica e quello che si può considerare come l’etica pubblica,
che si riassume nella preoccupazione per la salus republicae, cioè la
salvaguardia della cosa pubblica e del bene della città (Panebianco
ibidem. 78). Per ultimo, c’è un rischio difficile da aggirare. C. Il
rischio dell’allungamento concettuale. Ossia, il concetto di quali-
tà democratica denota la qualità di un regime politico e non la
qualità di un sistema politico di un paese. Questa posizione è
compatibile con quanto affermato all’inizio rispetto al fatto che
30 La democrazia, percorsi di analisi

la democrazia è un regime e la qualità democratica è attraversata


da dimensioni del sistema politico. La civiltà, per esempio, è un
ingrediente di qualità, in quanto si traduce in partecipazione e
rispetto per la legge. Questo rischio sorge dalle difficoltà per di-
stinguire tra entrambi i piani. È normale che quando si pensa a
democrazie considerate di buona qualità, ciò si associ a paesi di
elevato livello economico e sociale. Al rispetto quindi, se non si
prende in considerazione la differenza, i paesi più ricchi e demo-
cratici saranno registrati automaticamente come i paesi di mag-
gior qualità. Naturalmente risulta pertinente, e certamente inte-
ressante, investigare, come lo ha fatto Lipset (1959 trad. sp 1987,
1996) rispetto alla democrazia, sulle condizioni sociali della de-
mocrazia. Però questo si può fare una volta che si sia realizzata la
distinzione tra condizioni socio-economiche e culturali, e qualità
delle poliarchie. In ogni modo, il problema è più complesso, visto
che lo sviluppo e il benessere di una popolazione non sono vin-
colati necessariamente al funzionamento di un regime politico.
Lo stesso succede con la qualità della vita di una popolazione.
Se non si realizza questa distinzione, esisterà perciò la tendenza a
considerare la democrazia non come un regime politico, ma come
un’entità più ampia. Il problema è che, dovuto a questa tendenza,
ci si imbatte in una serie di problemi empirici di difficile soluzio-
ne. Se la democrazia è più di un regime politico, allora questo plus
comporta rimuovere un insieme di concetti ben insediati nella
scienza politica attuale. Però la difficoltà principale risiede nelle
difficoltà empiriche per rendere conto di questo plus.
Un problema nel quale si imbatte il discorso sulla qualità de-
mocratica è la ricerca del punto zero, o di neutralità, che può
condurre all’inganno di che esistano democrazie minime, a par-
tire delle quali si può costruire una scala di migliori o peggiori
democrazie. A mio parere, non è corretto parlare di democrazie
minime come sintomo di democrazie con istituzioni neutrali che
possiedano lo stesso valore, dato che la qualità non è una que-
stione solo di gradi. Vuol dire che stipulate due, tre o quattro
condizioni in modo che un ordine politico ingressi nella catego-
ria delle democrazie, ciò non implica necessariamente ammettere
che queste condizioni-istituzioni sufficienti, possiedano la stessa
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 31

qualità. Una cosa distinta è l’operazione metodologica di definire


democrazie minime, a partire dalle quali si possono posizionare
democrazie di differente qualità: operazione, questa, legittima dal
punto di vista logico. Così come è legittimo concepire il piano
perfetto o il vuoto assoluto nella fisica, o certi tipi ideali nella so-
ciologia, al fine di mettere in risalto altre proprietà che si vogliano
analizzare. Però ciò non significa postulare, sul piano ontologico,
l’esistenza delle democrazie minime. Nessuna democrazia può es-
sere situata in termini reali in un punto neutro a partire del quale
inizia ad essere qualificata. Anche se la logica è corretta, in termini
del fatto che il primo passo è giudicare se il regime corrisponde a
una democrazia, e il secondo passo è valorare la sua qualità, il tipo
di concetto ed oggetto (empirico-ideale) che costituisce la demo-
crazia, nega la possibilità che ci sia una democrazia tout court e
separata una democrazia aggettivata. Qualsiasi democrazia è qua-
lificata. Per questa ragione le questioni sulla qualità democratica
sono presenti a partire della sua stessa definizione.
Come ho segnalato anteriormente (Russo 2007), ci sono
democrazie che nascono deboli. Le democrazie hanno distinte
qualità già dalla loro origine. Per dirlo metaforicamente: non
importa solo il numero di pezzi, ma anche la qualità di ogni
pezzo. Così, bisogna tenere in conto contemporaneamente i
pezzi e la qualità dei pezzi del regime. Per appartenere al genere
democratico si richiede che ci sia un regime che possieda un
insieme di pezzi, e un minimo di qualità di questi pezzi. Per
questo motivo la questione della democrazia minima non è se-
parabile dalla questione della qualità.
E pertanto, la questione della quantità e qualità delle istituzio-
ni democratiche è indivisibile, di modo che i problemi “che è una
democrazia” e “qual è la sua qualità” sono difficilmente separabi-
li. La democrazia implica un numero minimo e con una qualità
minima di procedimenti. Però al momento di comparare i casi si
tratta di una questione molto ardua, dato che può succedere che
una democrazia A sia minima e di alta qualità nelle condizioni
ipotetiche 1 e 4, e che la democrazia B sia minima e di alta qua-
lità nelle condizioni ipotetiche 2 e 3. Ebbene, quale democrazia
possiede più o meno qualità? In questi casi i discorsi sui tipi di
32 La democrazia, percorsi di analisi

democrazia e quello sulla qualità diventano inseparabili. Il risul-


tato è parlare delle qualità democratiche.
La distinzione tra più democrazia e miglior democrazia è in-
teressante per molti aspetti. Quando alcuni studiosi (per esempio
Bobbio 1996) parlano dell’estensione della democrazia a una co-
munità ospitale, si riferiscono senza dubbio a un aumento della
qualità democratica, e, in questo senso, è evidente che il discor-
so sulla qualità democratica si mischia con quello relativo a la
stessa democrazia. Da Schumpeter in poi, infatti, la definizione
della democrazia ha implicato una questione di gradi e di classi
di funzionamento dei regimi politici. I problemi relativi ai gradi
della democrazia possono essere ricondotti a problemi sulla qua-
lità democratica. Ed è nell’analisi sui gradi della democrazia che
si nasconde il discorso normativo della democrazia. Difatti, se
consideriamo la definizione di Dahl sulla poliarchia, basata sulle
sue dimensioni di partecipazione allargata e tolleranza rispetto
all’opposizione, troviamo i due livelli del discorso, riferito alle
classi (democrazie e non-democrazie) e ai gradi della democrazia
(dopo aver superato le soglie della partecipazione e della tolleran-
za dell’opposizione). Nel secondo caso, come lo fa lo stesso Dahl
nell’appendice A della sua Poliarchia, appaiono alcuni regimi de-
mocratici meglio posizionati che altri. Questo miglior posiziona-
mento di grado è in base alla qualità democratica.
Riassumendo, le relazioni tra capitale sociale e qualità demo-
cratica non si possono ridurre al dibattito tra prospettive istituzio-
naliste vs prospettive culturaliste. Al contrario, si tratta di concetti
che hanno aspetti in comune. Un esempio ê la partecipazione
politica, indicatore della civiltà e allo stesso tempo della qualità
democratica. Difficilmente non si può includere nella definizione
della qualità democratica, la qualità dei valori del regime politico.
Questo significa che gli aspetti prettamente istituzionali, sprov-
visti di valori e tratti culturali, non sono sufficienti per costitui-
re una buona democrazia. Una democrazia può possedere livelli
adeguati di Accountability e di Rule of law. Tuttavia, questa stessa
democrazia può caratterizzarsi per elevati livelli di intolleranza, o
bassi livelli d’inclusione nel senso della mancanza del riconosci-
mento dell’uguaglianza da parte della comunità nativa rispetto
I. - Democrazia, uguaglianza, politica e cittadinanza 33

a comunità di immigrati, come è successo tempo fa in Francia,


con i giovani della banlieue parigina. D’altro lato, che succede
quando una comunità valora poco aspetti come l’Accountability.
Difficilmente la qualità della democrazia può prescindere della
qualità dei valori che predominano.
LA DEMOCRAZIA, PROSPETTIVE TEORICHE

L’approccio istituzionale

Nel filone degli studi sulla democrazia, un approccio importan-


te è quello dell’analisi istituzionale. Secondo questa prospettiva, e
in contrasto con quella che postula l’approccio orizzontale della
scelta razionale, i cittadini sono disinformati. In questo senso, la
supposizione della razionalità nel senso di scelta, con criteri di uti-
lità, costituisce per gli istituzionalisti, una estensione indebita del
concetto di mercato. Nella politica la questione rilevante è la for-
mazione delle preferenze attraverso le identità collettive. In realtà la
politica si orienta più alla modifica delle necessità, che alla loro sod-
disfazione. Nell’approccio neo istituzionalista, le istituzioni sono
intese come un insieme di regole, significati e valori. Il ruolo delle
istituzioni è fondamentalmente fornire significato alle azioni. Due
esempi di prospettiva istituzionale comparata risultano utili per gli
studi sulla democrazia. Uno di questi è l’opera di Arend Lijphart
(Westminster), che propone due modelli differenziati e polari: il
modello maggioritario (Westminster) e il modello consensuale. Le
caratteristiche del modello Westminister, che ha come riferimento
fondamentale il Regno Unito di Gran Bretagna e Nuova Zelanda,
sono le seguenti: 1. Potere esecutivo di un solo partito e scarsa
maggioranza, 2. Predominio del gabinetto, 3. Sistema bipartitico,
sistemi di conflitto unidimensionale (socioeconomico), 4. Sistema
di elezione maggioritario e non-proporzionale, 5. Pluralismo dei
gruppi d’interesse (ad eccezione del contratto sociale del 1975); 6.
Governo unitario e centralizzato; 7. Concentrazione del potere le-
gislativo nella legislatura magistrale; 8. Flessibilità costituzionale; 9.
Assenza di revisione giudiziaria; 10. Una banca centrale controllata
dall’esecutivo; da parte sua il modello consensuale si caratterizza
per: 1. Divisione del potere esecutivo nei gabinetti con un amplia
coalizione; 2. Equilibrio di potere tra l’esecutivo e il legislativo;
36 La democrazia, percorsi di analisi

3. Sistema multipartitico; 4. Rappresentanza proporzionale; 5.


Corporativismo dei gruppi d’interesse; 6. Governo federale e de-
centralizzato, 7. Forte bicameralismo; 8. Rigidità costituzionale; 9.
Indipendenza della Banca centrale.
Secondo Lijphart, le democrazie consensuali sono migliori per
i seguenti motivi: a. Avere più possibilità di costituirsi come stati
di benessere, b. Proteggono di più l’ambiente, c. Imprigionano
un numero minore di persone, d. È meno frequente la pena di
morte. E quando funzionano nei paesi sviluppati, forniscono più
aiuti ai paesi meno sviluppati.
Un altro esempio di prospettiva istituzionale nell’analisi della
democrazia, è l’opera conosciuta di Juan Linz (1990) sul presi-
denzialismo. Questo tipo di governo è definito mediante le se-
guenti caratteristiche: 1) il presidente è il titolare del potere ese-
cutivo ed è eletto mediante il voto popolare o, come succede negli
Stati Uniti, attraverso un collegio elettorale sena maggior auto-
nomia rispetto alle preferenze popolari, e 2) i periodi di gestione
fissa del presidente e dell’assemblea sono fissi. Questo sistema si
differenzia dal sistema semipresidenziale. In quest’ultimo tipo di
regime. 1) si elegge il presidente mediante il voto popolare; 2) il
presidente nomina un primo ministro, che è il capo del gover-
no; 3) il primo ministro e il gabinetto dipendono unicamente
dalla fiducia dell’assemblea, e 4) il presidente ha poteri politici
significativi, che includono normalmente il diritto a sciogliere il
parlamento. Tre variabili, anch’esse istituzionali, hanno un peso
per il rendimento dei sistemi di governo: il sistema dei partiti, la
frammentazione e la disciplina del partito. Secondo Juan Linz, il
presidenzialismo favorisce frequentemente una situazione di:
1. Pareggio tra legislativo ed esecutivo, che può portare a sua
volta ad una paralisi decisionale e ad alti costi di inefficienza.
2. Periodo fisso del periodo presidenziale, cioè rigidità per
risolvere cambi di sostegno ai governi.
3. Unico vincitore. Il presidente, in quanto capo del governo,
presuppone uno schema di potere personale e solitario, che a
sua volta conferisce maggiore fragilità.
Le ricerche istituzionali sulla democrazia rappresentano un
progresso rispetto alle misurazioni anteriori sulle democrazie,
II. - La democrazia, prospettive teoriche 37

come quelle realizzate da Robert Dahl (1971 – 1997: 25-215)


negli anni settanta nelle quali, a partire da indicatori come l’aper-
tura all’opposizione, includeva casi di democrazia e non-demo-
crazia nella sua classificazione. Tuttavia, esistono ancora deficit in
termini di controllo empirico. Così, per misurare le dimensioni
di una buona democrazia sulle quali c’è consenso (rule of law,
accountability e responsivess, rendiconti e responsività), si propon-
gono indicatori a volte molto generali. Nel caso della rule of law,
si propone una definizione del tipo: l’obbligo difronte a tutti di
costruire un sistema legale con garanzie di diritti e uguaglianza
per i cittadini, assenza di corruzione negli organismi dello stato,
l’esistenza di una burocrazia civile, competente, efficiente e uni-
versalista, l’esistenza di una polizia rispettosa dei diritti e delle
libertà, indipendenza della giustizia dall’influenza politica, facile
accesso per i cittadini alla giustizia, durata ragionevole del pro-
cesso penale e del contenzioso civile o amministrativo. Come si
può percepire, si tratta di indicatori di differenti livelli di astra-
zione e in questo senso richiedono una maggiore elaborazione nei
casi particolari per la prova empirica. In questo modo, i primi
risultano ancora eccessivamente astratti come indicatori, mentre
gli ultimi risultano più adeguati e precisi. Nel caso dell’aspetto
dell’accountability, si adotta generalmente la proposta di Andreas
Schedler (1999), che considera tre aspetti: a-informazione sui
politici e sul processo di governo (potere esecutivo, Congresso,
Giustizia), b-giustificazione dei politici in termini di efficienza
ed integrità e c-punizione o ricompensa degli elettori. C’è anche
accordo sul fatto di considerare l’utilità della distinzione, forni-
ta da Guillermo O’Donnell, tra accountability verticale, a partire
fondamentalmente del premio/castigo per gli attori, attraverso e
l’accountability orizzontale (O’Donnell 1998), attraverso le istitu-
zioni proprie dello Stato (Giustizia, Congresso) e gli attori sociali
(i mezzi di comunicazione di massa, gli industriali, i sindacati, le
ONG, etc.). Vediamo adesso altri approcci corrispondenti alla
prospettiva verticale della democrazia: gli studi sul potere e l’ap-
proccio sistemico.
38 La democrazia, percorsi di analisi

Gli studi sul potere e l’approccio sistemico

Tra gli studi sul potere, come oggetto che implica una sfida alle
democrazie contemporanee, si evidenziano autori come C. Wright
Mills (1956, trad. sp. 1987), fino a studiosi come Steven Lukes
(1974). L’enfasi è associato a fenomeni invisibili del potere politico
come l’influenza manipolatoria delle istituzioni, e così come il con-
trollo e la gestione dell’agenda politica da parte dei gruppi d’inte-
resse. Gli ostacoli per la buona democrazia, seguendo un’impronta
non solo marxista, ma anche liberale, sono i gruppi d’interesse e le
alleanze con i governi e le èlite politiche, a discapito della libertà e
dell’uguaglianza dei cittadini. Questi studi della democrazia ebbero
un’importante influenza nei decenni dagli anni ’50 fino agli anni
’70, con un successivo declino da allora.
Nella perspettiva sistemica, tradizionalmente si presta atten-
zione a un insieme di processi: input, output, feedback, sostegno, ri-
chieste. E rispetto al tema della buona democrazia, si propongono
delle analisi integrate nei processi citati di Responsiveness, Rule of
law, e Accountability.1 Il sistema politico è un ambito caratterizza-
to dall’assegnazione imperativa di valori e ciò succede in tre modi:
la tradizione, lo scambio e il potere politico. Il sistema politico ha
come funzione principale quella di regolare i conflitti che potreb-
bero condurre alla disintegrazione della società. Le condizioni di
scambio sono fondamentali tra il sistema e l’ambiente. La società
è il contesto, cosi come altri sistemi politici nazionali. All’interno
del sistema politico ci sono almeno tre sub-sistemi: i partiti poli-
tici, i gruppi di pressione e la burocrazia. Le necessità dei gruppi e
della società possono trasformarsi in richieste politiche. E queste
richieste sono numerose e complesse, e coloro che le selezionano
sono i regolatori dell’accesso (Gatekeepers). In questo processo, i
gruppi risultano essere attori che articolano le richieste, e i par-
titi, attori che aggiungono richieste. Rispetto al regime politico,
risulta utile prestare attenzione al concetto di sostegno, (insieme
di attitudini positive verso il sistema); in particolare per precisare

1. Uno studioso vicino all’approccio sistemico, dedicato agli studi sulla democrazia, è
Leonardo (2003).
II. - La democrazia, prospettive teoriche 39

se si tratta di sostegni alla comunità e al regime (tipi di sostegno


diffuso), o sostegno alla autorità (sostegno specifico). Gli attori
importanti per lo sviluppo di una buona democrazia si vincolano
al processo di formulazione e implementazione di politiche pub-
bliche, come gli attori politici e la burocrazia.

La prospettiva sociologica contro la scelta razionale

La prospettiva della scelta razionale e la prospettiva sociologica ap-


partengono alla famiglia degli approcci orizzontali della politica. La
prima, con un gran successo negli Stati Uniti d’America, attribuisce
comportamenti di tipo economico agli attori politici, evidenziando
le proprietà comuni al mercato e alla politica. Le relazioni tra mer-
cato e democrazia rappresentarono un tema classico durante il ven-
tesimo secolo. Opinioni favorevoli e contrarie occupano un ampio
spazio nella letteratura delle scienze sociali (Barry, 1970, Bartolini
1996, D’Alimonte 1989). In che misura la crescita del mercato
nell’arena politica implica un deterioramento o al contrario un van-
taggio per la democrazia? Nella prospettiva della scelta razionale ci
sono almeno tre posizioni al riguardo:
1. La posizione di Josep Schumpeter: un ordine politico che
funziona con indipendenza rispetto alla razionalità degli eletto-
ri. Vuol dire che il regime politico può essere competitivo anche
con attori irrazionali, disinformati o semplicemente matti; 2. La
posizione di Anthony Downs, secondo il quale i cittadini si in-
formano ed evolvono, e in questo senso sono la base della buona
democrazia e 3. La posizione di James Buchanam (1989), con
proposte di elezione pubblica e dimensioni dello Stato, mercato
e libertà, e senza che il deficit pubblico risulti essere un elemento
di notevoli dimensioni.
L’approccio della scelta razionale si basa in (perlomeno) quat-
tro presupposti chiave: a. L’individuo è l’attore fondamentale
della società, b. L’individuo interagisce con gli altri in relazione
al suo interesse personale, c. L’individuo mette in ordine le sue
preferenze, e d. L’individuo agisce in forma cosciente e razionale,
massimizzando i suoi vantaggi e l’utilità.
40 La democrazia, percorsi di analisi

Un esempio di questi presupposti lo possiamo trovare nell’o-


pera pioniera di Anthony Downs (1957) riguardo alla razio-
nalità degli elettori e degli eletti. La democrazia migliora con
l’informazione dei cittadini? Per Downs man mano che c’è più
informazione, c’è di conseguenza una miglior concorrenza, e la
concorrenza rinforza la responsiveness. In linea di principio si può
stabilire una scala di preferenze se contiamo su una quantità suf-
ficiente d’informazione. Allo stesso modo in cui i consumatori
possono comparare la convenienza economica di certi prodotti
e di certe aziende, i cittadini possono fare lo stesso con i partiti
e le loro proposte. I politici si vedono obbligati a proporre po-
litiche ampiamente soddisfacenti per poter vincere un’elezione.
Questo punto di vista è differente a quello sostenuto da Joseph
Schumpeter, secondo il quale la concorrenza democratica mi-
gliora la democrazia, non nel rafforzare la Responsiveness, ma
perché attiva il processo di Accountability. La democrazia per
Schumpeter è, prima di tutto, un ordine politico e un governo
approvati dai cittadini.
La prospettiva sociologica sulla democrazia cambia il centro
dell’attenzione, e si propone di analizzare il senso dell’azione po-
litica. Per il sociologo italiano Alessandro Pizzorno nella politica
non si può porre, come punto di partenza, qual è la cosa impor-
tante. Per conoscere questo aspetto, o (in termini individuali)
per conoscere “ciò che mi conviene”, bisogna contare preceden-
temente su un’identità collettiva, sia in termini di riconosci-
mento, sia in termini di assegnazione da parte di terzi (Pizzorno
2008:34). L’ideologia rinforza la solidarietà del gruppo. La po-
litica, prima di aver la funzione di difendere gli interessi, definisce
gli interessi. Risultano fondamentali così i benefici intrinseci del
formar parte della partecipazione politica. Quest’ultima non è
il semplice risultato di un sistema di incentivi selettivi, ma fon-
damentalmente il prodotto di un sistema di valori intrinseci.
Un problema teorico ricorrente nella letteratura, per esempio
di scelta razionale, è il perché la gente vota. Secondo Pizzorno,
il votare non è un atto razionale, ma un rituale di appartenen-
za. Votare non è il risultato di un calcolo, bensì la coscienza di
compiere un dovere civico. È in questo senso che partecipare
II. - La democrazia, prospettive teoriche 41

fornisce benefici intrinseci, non incentivi selettivi. Da questo


punto di vista, le opere sul capitale sociale citate anteriormente,
risultano essere di particolare rilevanza.

L’approccio orizzontale e la democrazia

Una questione che emerge è relativa alle relazioni tra gli approcci
orizzontali e verticali della democrazia. Si tratta di punti di vista
che hanno aspetti in comune. Un esempio è la partecipazione poli-
tica, indicatore, allo stesso tempo, di civiltà e di buona democrazia.
D’altro lato, difficilmente non si possono includere, in una defi-
nizione completa di buona democrazia, i valori del regime politi-
co. Ciò implica che gli aspetti prettamente istituzionali, sprovvisti
di valori o tratti culturali, non sono sufficienti per costituire una
buona democrazia. In questo modo, una democrazia può posse-
dere livelli adeguati accoutability e rule of law, però, contempora-
neamente, elevati livelli di intolleranza, o poca inclusività da parte
della comunità nativa rispetto alle comunità di immigrati (come
dimostrato in paesi come la Francia, con la rivolta dei giovani afro-
francesi della banlieu). D’altra parte, che succede quando una co-
munità valuta in modo insufficiente aspetti come l’accountability
dei governanti, come succede al giorno d’oggi in Argentina, dopo
crisi economiche molto acute. Ossia, la democrazia difficilmente
può prescindere dai valori che predominano e dalla qualità delle
relazioni sociali, cioè dal capitale sociale. Ciò significa che si debba
considerare la democrazia al difuori del regime politico? Abbiamo
già sollevato questa questione e adesso ci torneremo più dettagliata-
mente, però prima, faremo un breve accenno ad un aspetto impli-
cito negli studi americani sul capitale sociale. Il moralismo. Il nesso
tra capitale sociale e democrazia attraverso l’evoluzione della citta-
dinanza, può indurre al moralismo. Nessuna scienza politica inte-
ressante si costruisce con il moralismo. In questo senso si dovrebbe
definire la democrazia considerando l’autonomia della politica e
dell’etica pubblica, che si riassume nella preoccupazione per la salus
republicae, ossia la salvaguardia della cosa pubblica ed il bene della
città (Panebianco ibidem: 78).
42 La democrazia, percorsi di analisi

Vediamo adesso la questione sollevata tra regime politico e


democrazia. Proporre la realizzazione della cittadinanza come
aspetto della buona democrazia, non implica estendere il discorso
democratico fuori dai limiti del regime politico. L’“operazione” di
convertire la democrazia in un concetto extra-regime presuppone:
1) costi più elevati per la misurazione empirica,2 senza benefici
di comprensione concettuale.
Il regime politico implica dei valori, delle norme, delle regole
di gioco che presuppongono, quando sono democratici, un buon
esercizio e sviluppo della cittadinanza. Quindi, parlare di demo-
crazia significa parlare di divergenza di un ordine politico;
2) il ritorno a una visione anacronistica della democrazia.
Vediamo questo secondo punto. La concezione anteriore al
1900 e, perlomeno sin dal diciottesimo secolo, è che la democra-
zia era più un insieme di principi che un tipo di regime politico.
In questo senso, la democrazia rappresentava la partecipazione
della comunità e dell’uguaglianza sociale dei cittadini, e non il
governo della maggioranza o il suffragio universale. Se si analizza
la posizione di Rousseau, tipica del diciottesimo secolo, la demo-
crazia significa innanzitutto uguaglianza e partecipazione. La de-
mocrazia costituisce un tipo di comunità, che riunisce un insieme
di condizioni: “quante cose, difficili da riunire, non presuppone
questo governo!”. Vuol dire che la democrazia presuppone. A –
“uno Stato molto piccolo, in modo che si possa unire il popolo
senza difficoltà, e ogni cittadino possa conoscere alla fine gli altri;
b – una semplicità di abitudini molto grande, con lo scopo di evi-
tare la moltitudine di questioni e le decisioni spinose”; c – “mol-
ta uguaglianza nei ranghi e nelle fortune, visto che senza di ciò
non può sopravvivere per lungo tempo l’uguaglianza nei diritti e
nell’autorità” e d – pochi o nessun lusso” (libro III, Capitolo IV,
Della democrazia).
La democrazia smette di essere un tipo di comunità e diventa
propriamente un regime quando si cerca una definizione non solo
normativa, ma anche descrittiva. Lo stesso Rousseau, isolava la
democrazia (così come la intendeva) al territorio dell’utopia, dal

2. Devo questa affermazione a Leonardo Morlino.


II. - La democrazia, prospettive teoriche 43

momento che una società e un governo di questo tipo era possi-


bile solo tra gli dei. La svolta copernicana la produsse, seguendo le
orme di Weber, Josep Schumpeter nel 1942, e possibilmente per
la prima volta, quando definisce la democrazia come un metodo:
“metodo politico è il metodo che utilizza una nozione per arrivare
alle sue decisioni” (Schumpeter 1942, trad. Sp. 1993: 313).
La teoria classica nei termini di Schumpeter, cioè la teoria che
lui stesso supera, costituirebbe un metodo democratico, in a –
“quel sistema istituzionale di gestazione delle decisioni” b – “che
realizza il bene comune, permettendo al popolo di scegliere da
solo le questioni controverse, c – mediante la scelta degli indivi-
dui che devono radunarsi per realizzare la loro volontà” (p.321).
Schumpeter invertì i punti b) e c) per dar spazio al metodo
“nel quale gli individui acquisiscono il potere di decidere per mez-
zo di una lotta di competenze per il voto del popolo” (p.343). È
interessante il fatto che lo stesso Schumpeter, posto difronte alla
questione della miglior democrazia, non incontrasse la necessità
di prescindere del suo tratto principale: quello del metodo politi-
co. Però, d’altra parte, considerava che fossero necessarie quattro
“condizioni per il successo del modello democratico” (pp. 368-
376). Tra queste a) la qualità dei politici dovrebbe esser molto
elevata, b) il dominio della sfera politica dovrebbe avere limiti
di razionalità tecnica, c) una burocrazia di meriti elevati e d) au-
todisciplina democratica o vigore morale delle èlite. È vero che
nella storia il problema rispetto a come raggiungere il “buon go-
verno” ha originato due grandi gruppi. Da una parte quelli che
scommettono di individuare i migliori, facendo enfasi su “coloro”
che dovrebbero governare (Platone, Marx), e dall’altra, coloro che
scommettono sul “come” si dovrebbe governare (Mill, e in gene-
rale i liberali). Tuttavia, (un esempio è Schumpeter, e anche Dahl
1989-trad. sp. 1992) anche gli autori procedimentali considerano
molto importante le questioni come la qualità delle èlite e l’edu-
cazione dei cittadini, per ottenere una buona democrazia.
44 La democrazia, percorsi di analisi

Precisazioni

Qualunque sia l’approccio che si adotti per l’analisi della demo-


crazia e delle sue divergenze, è importante il riconoscimento dei
limiti, al fine di evitare rischi frequenti. Quest’ultimi sono:
a. Il rischio sviluppista: il tema potrebbe indurre alla realizzazio-
ne di serie quantitative che considerino parametri astratti, col-
locando qualche caso come il più vicino alla democrazia ideale,
e il resto come i casi che dovrebbero mirare a questi parametri
astratti. La politica comprata sorta nel secondo dopoguerra
nacque come un programma che fosse in grado di superare
il campanilismo. In realtà, ciò è stato provato un’infinità di
volte, seguite da un’infinità di fallimenti. Detto questo, non
si nega la possibilità di costruire un ranking di buone e cattive
democrazie. Non si nega neanche la possibilità e legittimità del
poter valutare alcune come le migliori democrazie e ad altre
come le democrazie con un peggior funzionamento. Però l’a-
spetto più interessante si può estrarre dall’analisi contestuale,
al fine di considerare la democrazia in relazione ai temi salienti
particolari per ogni caso. In questo senso, le ricerche su pochi
casi e con l’uso adeguato del metodo comparato può essere un
antidoto per superare questa tendenza.
b. Il predominio del discorso normativo sul discorso basato su
dati empirici, e valutare quello che è meglio o peggio, risulta
essere un’incursione più nella filosofia politica che nella scienza
politica. C’è da fare anche una distinzione importante:
c. L’equivalenza tra una buona democrazia e un buon paese.
Questo vuol dire che la buona democrazia riguarda un regime
politico e non un sistema politico, né un paese. Questo rischio
sorge dalle difficoltà per differenziare tra entrambi i piani. È
normale che quando si pensi a buone democrazie, queste coin-
cidano con paesi con un alto livello di sviluppo economico e
sociale. Al riguardo, se non si fa la differenza, quei paesi più
ricchi e democratici saranno allora registrati automaticamente
come i paesi con la miglior democrazia. Naturalmente è oppor-
tuno, e molto interessante, indagare come lo fece Lipset (1959
trad. sp. 1987, 1994-trad. sp. 1996 rispetto alla democrazia),
II. - La democrazia, prospettive teoriche 45

le condizioni sociali delle buone democrazie. Però ciò si può


fare solo una volta che si abbia realizzato una distinzione tra
condizioni socioeconomiche e culturali e rendimento delle po-
liarchie. In ogni modo, il problema è più spinoso, visto che lo
sviluppo e il benessere di una popolazione non sono necessa-
riamente legate al funzionamento di un regime politico. Lo
stesso succede con la qualità della vita di una popolazione. Se
non si realizza questa distinzione, ci sarà pertanto la tendenza a
considerare la democrazia non come un regime politico, bensì
come una entità più ampia.
d. Le “democrazie minime”. Un problema in cui si imbatte il di-
scorso sulla democrazia è la ricerca del punto 0, o di neutralità,
che può coincidere con l’inganno sul fatto che esistano demo-
crazie minime, a partire delle quali si possa costruire una scala
con migliori o peggiori democrazie. In realtà, non è corretto
parlare di democrazie minime come sinonimo di istituzioni
(neutrali) che possiedano lo stesso valore nelle distinte demo-
crazie, dato che gli attributi non sono solo una questione di
gradi. Ciò significa che stabiliti due, tre o quattro condizioni
in modo che un ordine politico possa entrare all’interno della
classe delle democrazie, questo fatto non implica ammettere
che queste condizioni istituzionali sufficienti siano equivalenti
in differenti democrazie. Così come ho segnalato in un’altra
occasione (1993), ci sono democrazie che nascono deboli. Le
democrazie nascono con vantaggi differenti. Per appartenere
al genere democratico, un regime ha bisogno di possedere un
insieme di parti, e un minimo di funzionamento di tali par-
ti. Per questo motivo la questione della democrazia minima è
inseparabile dalla questione della buona democrazia. E quindi
la questione della quantità e delle migliori istituzioni demo-
cratiche risulta inscindibile. La democrazia implica un numero
basico, e con un funzionamento minimamente adeguato, di
procedimenti. Però al momento di comparare questi casi, si
tratta di una questione molto ardua, dato che una democrazia
A può essere minima e funzionare bene nelle condizioni 1 e
4, e che la democrazia B sia minima e funzionare bene nel-
le condizioni dal 5 all’8. Ebbene, che democrazia possiede le
46 La democrazia, percorsi di analisi

migliori condizioni o è migliore? In questi casi, il discorso sui


tipi di democrazia è fondamentale per spiegare l’evoluzione e
il funzionamento degli ordini politici.
e. La questione della qualità / quantità della democrazia. La
distinzione tra più democrazia e miglior democrazia è una
distinzione difficile. Quando alcuni studiosi (per esempio
Bobbio 1996) parlano di un’estensione della democrazia in
una comunità ospitale, si riferiscono senza dubbio a una mi-
gliore democrazia, e in questo senso il discorso sulla democra-
zia si miscola sempre con quello relativo alla democrazia. Da
Scumpeter in poi, la definizione di democrazia ha implicato
sempre una questione di gradi e di classi di funzionamento dei
regimi politici. È nell’analisi sui gradi della democrazia che si
nasconde il discorso normativo della democrazia. Quindi, se
consideriamo la definizione di Dahl sulla poliarchia, basata sui
suoi aspetti di partecipazione ampliata e di tolleranza dell’op-
posizione, troviamo i due livelli del discorso, riferiti a classi
(democrazie e non-democrazie) e ai gradi di democrazia (dopo
aver superato le soglie della partecipazione e della tolleranza
dell’opposizione). Nel secondo caso, come nel caso dello stesso
Dahl nell’appendice A della sua Poliarchia, appaiono alcuni re-
gimi democratici meglio posizionati che altri. Passiamo adesso
all’ultimo rischio che ci interessa in questo contesto:
f. La designazione limitata. Un problema fondamentale e pieno di
difficoltà menzionato in diverse parti del testo, è quello di tro-
vare la pertinente contestualizzazione. Ossia, riconoscere il modo
adeguato in cui un concetto nato in un contesto possa essere
usato in contesti differenti, e allo stesso tempo ridefinire i con-
cetti con lo scopo di riuscire a fare un uso adeguato di quest’ulti-
mi, senza eliminare gli aspetti essenziali della loro connotazione.
Per esempio, ci sono questioni sulla partecipazione politica che
risultano importanti per l’analisi della democrazia e che sono
vincolati ad esperienza storiche specifiche. Se in Francia, la rivo-
luzione francese fu un sogno d’uguaglianza, anche la rivoluzione
messicana fu un sogno d’uguaglianza? Quando è stato sollevato
il problema della partecipazione politica? In Argentina, successe
con la partecipazione delle masse agli inizi del ventesimo secolo?
II. - La democrazia, prospettive teoriche 47

In Messico fu con l’indipendenza? Quale fu il fatto che sollevò


il problema dell’uguaglianza politica? Esistette un momento so-
cietale di sogno d’uguaglianza? Perché il locus of control esterno
è così forte in Messico? La rivoluzione rinforzò la cultura auto-
ritaria? Quant’è importante la rappresentanza individuale nel-
la democrazia? Perché non si può adottare una rappresentanza
corporativa o di gruppi, come nelle popolazioni mesoamericane
in Messico? Influenza negativamente solo la partecipazione elet-
torale? Perché è meglio la rappresentanza dei cittadini che quella
dei gruppi o dei corpi?
Un metodo frequente, che consiste nell’adottare una per-
spettiva e una visione dell’America Latina dall’Europa, implica
associare realtà dell’Europa e battezzarle con un carattere euro-
peo. È quello che chiamo la designazione limitata. Se in Europa i
partiti politici hanno certe caratteristiche, non vengono definiti
allora partiti europei, ma semplicemente partiti, per l’insieme di
caratteristiche; e ai partiti politici di altre regioni gli rimangano
così ontologicamente due opzioni: o esistono partiti, però con
gravi difetti, o semplicemente non esistono. In questo modo, se
lo Stato implica elevati processi di depersonalizzazione, allora in
Messico o in Argentina non esiste lo Stato. Si potrebbe fare in un
altro modo, cioè definire lo Stato con caratteristiche tali come
la pretensione di legittimità e di monopolio della forza, e, nel
caso di certi paesi europei, aggiungere l’aspetto della depersona-
lizzazione. Con la democrazia succede qualcosa di simile. Se la
democrazia è un regime politico, allora nei paesi latinoamericani
c’è stata democrazia solo in epoche recenti. Como ha segnalato
Amartya Sen (2004), le popolazioni hanno accettato la democra-
zia non per il suo valore strumentale, ma per i suoi valori intrinse-
ci. Il dibattito pubblico e la tolleranza, non il voto, sono l’essenza
della democrazia, e in questo senso c’è un’eredità non-occidentale
della democrazia.
CITTADINANZE, COMUNITÀ E QUALITÀ

Come giustamente ci ha ricordato Reinhard Bendix (1964 –


trad.1974: 80), in Europa gli sviluppi della cittadinanza hanno
la loro contropartita nelle creazioni istituzionali. Così, ai tre tipi
di cittadinanza segnalati da T.H. Marshall (1949, T. sp. 1998)
(diritti civili, politici e sociali), corrispondono quattro gruppi di
istituzioni pubbliche: i tribunali corrispondono ai diritti civili, gli
organismi rappresentativi locali e nazionali ai diritti politici, e i
servizi sociali e le scuole ai diritti sociali.
Nei casi dell’America Latina, le correlazioni “cittadinanza-
istituzioni” non sono avvenute nello stesso modo. E persino la
questione del ritmo dell’instaurazione democratica propria della
terza ondata, ha implicato un cambio di una natura molto di-
versa a quella annotata dagli studiosi inglesi. Che succede quan-
do si creano queste istituzioni (tribunali, organi rappresentativi)
senza essere relazionate a uno sviluppo cittadino? Succede che le
istituzioni perdono rilevanza, o si convertono in puri strumenti
delle elite (O’Donnell 1998). Dal punto di vista dei cittadini,
non sempre queste istituzioni rappresentano una risorsa per raf-
forzare la loro autonomia. La terza ondata implicò un processo di
democratizzazione con una debole livello di cittadinanza come
risultato. Le democrazie si sono instaurate e funzionano, con una
scarsa conoscenza dei diritti di una parte rilevante dei cittadini. In
questo senso, alcune istituzioni sono apparse con la democrazia,
senza il previo processo di conquista e di assimilazione, generan-
do frequentemente, come è successo nelle democrazie moderne
originarie, gravi conflitti politici. Al contrario, le istituzioni delle
nuove democrazie, sono risultate essere meno costose, però scar-
samente reattive.
La questione della qualità della cittadinanza riguarda non solo
le condizioni di creazione dei diritti, ma anche la costituzione del
“sistema di diritti – doveri” dei cittadini. È evidente, allora, che
una democrazia di qualità richiede dei cittadini responsabili. In
50 La democrazia, percorsi di analisi

questo senso, “non esistono diritti senza i corrispondenti doveri...


se non si vuole ridurre la dichiarazione dei diritti umani, come
è stato affermato varie volte, ad una relazione di desideri miseri-
cordiosi, deve esistere una dichiarazione equivalente di doveri e
responsabilità di coloro che devono far rispettare questi diritti”
(Bobbio 2001, trad. Spagnola 2002: 42). Come affermato giusta-
mente da Panebianco (1995) la cittadinanza può, in alcuni casi,
costituirsi in un processo rivendicativo senza contropartite, e questa
situazione, che in un’altra sede ho definito cittadinanza anomica,
può essere il risultato di una dimensione privilegiata del capita-
le sociale, ossia della debolezza del “senso d’appartenenza a una
comunità nazionale” (Panebianco ibidem). È vero che la priorità
dei diritti cittadini ha rappresentato un gran progresso della mo-
dernità, soprattutto europea. Diritto e dovere sono le due facce di
una medaglia. Pero qual è una faccia e qual è l’altra?...Il problema
rispetto a quello che si deve o non si deve fare è innanzitutto un
problema della società nel suo insieme, più che dell’individuo....
In modo che potesse avvenire il passaggio dal codice dei dove-
ri al codice dei diritti, bisognava che fosse invertita la medaglia.
Che si cominciasse a guardare il problema non solo dal punto
di vista della società, ma anche da quello dell’individuo (Bobbio
1999: 433-434). Si è passati, in questo modo, dall’accento sullo
Stato all’accento sugli individui. Lo Stato per gli individui, e non
gli individui in funzione delle Stato. Giusto, però che succede in
quelle società con bassi indici di solidarietà, senza organizzazioni
indipendenti e con una struttura corporativa? In questi casi, è
necessario che al binomio Stato-individuo di Bobbio, si aggiunga
un terzo attore: i gruppi d’interesse. Questo modello statalista-
corporativo implica la costituzione di cittadinanze deboli rispet-
to ai doveri, e la costruzione di democrazie anomiche. In alcu-
ne società, come quella messicana, esiste come centro politico il
modello statalista-corporativo, che implica uno sviluppo storico
nel quale non si avanza in tema di diritti cittadini e, allo stesso
tempo, i doveri sono vulnerati e violati.
Si giunge, quindi, a tipi di cittadinanze che rafforzano un cer-
to tipo di ordine e di qualità democratica. Così, la cittadinanza
debole nei doveri, è la costruzione di una democrazia anomica.
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 51

Possiamo considerare la cittadinanza come un risultato o come


un processo politico di evoluzione di obblighi e di prerogative. In
qualsiasi caso risulta essere un tratto essenziale per la caratteriz-
zazione di un regime politico. Se si considera come un risultato
effettivo, si possono identificare due tipi di cittadinanze: a. La cit-
tadinanza debole in quanto ai diritti e b. La cittadinanza debole
in quanto ai doveri. La prima corrisponde normalmente a demo-
crazie incomplete, mentre la seconda a democrazie anomiche. Le
prime sono democrazie con un deficit in alcune delle sfere della
cittadinanza: civile, politica, sociale e culturale. Si tratta di de-
mocrazie incipienti, di tappe di democrazie, o di democrazie con
società civili molto disuguali. Le seconde sono regime populisti, o
democrazie con società civili corporative. Si tratta di democrazie
con una debilità istituzionale. Entrambi i casi sono democrazie
con poca qualità. Pero le democrazie anomiche sono soggette spe-
cialmente al rischio di manipolazione.
Proporre la qualità cittadina come aspetto della qualità demo-
cratica non implica estendere il discorso democratico fuori dai
limiti del regime politico. L’operazione di convertire la democra-
zia a un concetto extra-regime presuppone dei costi per la misu-
razione empirica,1 senza i benefici della comprensione linguistica.
Il regime politico implica dei valori, delle norme, delle regole di
gioco che, quando sono democratiche, rinforzano il buon eser-
cizio e lo sviluppo della cittadinanza. Pero, come ho affermato,
quando parliamo di qualità, i predicati derivano anche da altri
aspetti del sistema politico. Così, una prospettiva di qualità non
può prescindere dalle sue tradizioni, dagli ideali coltivati durante
la rivoluzione francese, né dagli elementi come un certo grado l’u-
guaglianza, presente nelle concezioni del diciannovesimo secolo.
Vediamo questo punto.
La concezione previa al ventesimo secolo (pre-Schumpeteria-
na), e specificamente a partire dal diciottesimo secolo, definiva la
democrazia più come un insieme di principi che come un regime
politico. In tal senso, la democrazia costituiva la partecipazione
della comunità e l’uguaglianza sociale dei cittadini, e non il gover-

1. Devo questa osservazione a Leonardo


52 La democrazia, percorsi di analisi

no della maggioranza o il suffragio universale. Così, la posizione


di Rousseau, tipica del diciottesimo secolo, definisce la democra-
zia innanzitutto come uguaglianza e partecipazione. La democra-
zia costituisce un tipo di comunità, che riunisce un insieme di
condizioni: “quante cose, tutte difficili da riunire, non presuppo-
ne questo governo!”. Vuol dire che la democrazia presuppone: a.
“uno Stato molto piccolo, in modo che si possa riunire il popolo
senza difficoltà, e che ogni cittadino possa conoscere facilmente
gli altri; b – “una semplicità di abitudini molto elevata, con lo
scopo di evitare la moltitudine delle questioni e delle discussioni
spinose”, c – “molta uguaglianza nei ranghi e nelle fortune, dato
che senza di questo non può esistere per lungo tempo l’uguaglian-
za nei diritti e nell’autorità.” E d –“pochi o nessun lusso” (libro
III, Capitolo IV Della democrazia).
La democrazia smette di essere un tipo di comunità e si co-
stituisce propriamente in un regime politico per mortali, quando
si cerca un tipo di definizione fondamentalmente descrittiva. Lo
stesso Rousseau limitava la democrazia (definita da lui stesso) al ter-
ritorio dell’utopia, visto che diceva che una società e un governo di
questo tipo erano possibili solo tra gli dei. Il giro copernicano sulla
concezione della democrazia lo originò Schumpeter nel 1942, forse
per la prima volta e seguendo le orme di Weber, quando definì la
democrazia come un metodo (“un metodo politico è il metodo che
usa una nazione per giungere alle sue decisioni” (1954: 313). La
teoria classica nei termini di Schumpeter, ossia della teoria che lui
stesso supera, consisterebbe quindi come metodo democratico in: a
– “quel sistema istituzionale di gestazione delle decisioni”; b – “che
realizza il bene comune, lasciando al popolo la possibilità di deci-
dere da solo le questioni controverse”; c – “mediante l’elezione degli
individui che devono riunirsi per portare a termine la volontà del
popolo stesso” (1942, trad. sp.: 321). Schumpeter invertì i punti b
e c per dar origine al metodo “nel quale gli individui acquisiscono il
potere di decidere per mezzo di una lotta di concorrenza per il voto
del popolo” (Ibidem 343).
È interessante notare che lo stesso Schumpeter, difronte alla
questione della qualità democratica, non incontrasse la necessità
di prescindere dalla sua caratteristica essenziale: quella di esse-
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 53

re un metodo politico. Però che, allo stesso tempo, considerasse


che si potesse ottenere una democrazia di qualità nel caso che si
compiano quattro “condizioni per il successo del metodo demo-
cratico” (Ibidem 368-376). Tra queste condizioni. a) la qualità dei
politici dovrebbe essere molto elevata; b) il dominio della sfera
politica dovrebbe avere dei limiti di razionalità tecnica; c) una
burocrazia di qualità, e d) autodisciplina democratica o vigore
morale delle èlite. Ciò vuol dire che, anche se la democrazia è
un regime, la buona democrazia, oltre che regole, richiede attori
(classe politica, burocrazia) di qualità. In altre parole, la qualità
democratica per Schumpeter implica la qualità del regime più la
qualità negli aspetti vincolati ai titolari dei ruoli.
Come abbiamo menzionato all’inizio, due modi molto diver-
si tra loro per affrontare il problema del “buon governo” sono
stati storicamente, da una parte, l’analizzare le caratteristiche di
“coloro” che governano (Platone, Marx), e dall’altra, l’analizzare
“come” si governa (Mill e in generale i liberali). Tuttavia, come ri-
sulta evidente già in Schumpeter, persino gli autori procedimen-
tali considerano molto importante la questione della qualità degli
attori (èlite e cittadini) per ottenere una democrazia di qualità.
Anche Anthony Downs presta attenzione agli attori e preferisce
una comunità di cittadini informati per misurare la qualità di una
democrazia. Cioè, la democrazia è di qualità quando il sistema
politico possiede regole adeguate (regime), una buona classe po-
litica (struttura delle cariche) e una comunità informata e civica
(comunità politica).

Aspetti culturali rilevanti per la democrazia.

La comunità politica è rilevante per la qualità della democrazia


in base a due aspetti: il riconoscimento dei suoi diritti e la qua-
lità della comunità civica. Abbiamo già parlato della letteratura
sul capitale sociale che mira al civismo, e nel prossimo capitolo
si analizzerà la questione della partecipazione e della civiltà nel
paese. In particolare il tema della comunità politica è rilevante in
quei paesi nei quali la pluralità culturale, etnica e linguistica è un
54 La democrazia, percorsi di analisi

dato importante. Come afferma Michael Walzer, “La tolleranza


rende possibile la differenza, la differenza rende necessaria la tolle-
ranza” (1998: 13). È il caso del Messico. È evidente che un ordine
politico che riconosce la pluralità sia migliore che un ordine poli-
tico che solo lo fa retoricamente, o lo fa nelle questioni irrilevanti.
L’analisi della comunità politica trova due forti vincoli con la
teoria della democrazia. Da una parte la prospettiva della demo-
crazia come società aperta, cioè una comunità tollerante, di “libe-
ri”, è presente sin dall’Atene del quinto secolo A.C. La disposizio-
ne di questi ordini politici per incorporare orientamenti culturali
e rivedere i valori tradizionali della propria comunità, provocò
che gli avversari della democrazia la considerassero un ordine po-
litico poco patriottico e incline all’influenza straniera. La costi-
tuzione della democrazia come società con deliberazione, spinse
Kant ad associare la democrazia con la pace, visto che la constata-
zione che una democrazia non ha mai fatto la guerra ad un’altra,
indusse Kant ad intravedere l’impatto globale delle caratteristiche
di un regime politico. Questa parte del discorso solleva una prima
domanda, molto dibattuta nell’attualità: quali sono i limiti della
democrazia nella sua permeabilità rispetto ad altre culture e all’ac-
cettazione di altri popoli? Il carattere delle democrazie moderne
presuppone un vincolo storico indissociabile con la sovranità di
una comunità di cittadini rispetto al loro governo. L’idea di una
comunità internazionale fu vista più come una promessa per il
futuro, che come una realtà, fino alla costituzione della comu-
nità europea. Tra l’altro costituisce la prima e, fino ad ora, unica
esperienza di un ordine politico, che mira a costituire una demo-
crazia superando i limiti dello Stato-nazione. Però la questione
continua ad essere presente. Se la democrazia è associata ad uno
Stato-nazione, la comunità è quindi, per definizione, territorial-
mente limitata. Può la democrazia incorporare come cittadini
membri di altre comunità? La prima risposta è no, nella misura in
cui essendo estranei alla comunità, non possono costituirsi come
una sovranità. Allora, però, la questione principale risulta essere
quella di definire chiaramente quali sono le condizioni per poter
essere un membro di uno o più comunità politiche. C’è un altro
vincolo, che si riferisce alle caratteristiche interne delle poliarchie.
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 55

Quanto incidono le caratteristiche di una comunità sulle carat-


teristiche della democrazia? Quanto incidono sulla qualità della
democrazia? Una distinzione preliminare è necessaria a proposito
di queste questioni. L’ esistenza di diverse comunità negli Stati
nazionali può essere relativamente equilibrata, almeno in termini
di come le comunità possano contare su risorse sufficienti per
poter esercitare pressione sui governi. Al contrario, le comunità
possono mantenere relazioni scompensate, con risorse politiche
e culturali così disuguali, che certi gruppi non dispongono della
capacità di estorsione. Nel primo caso, le comunità hanno la ca-
pacità di far pressione sui governi, spingendoli a un pieno ricono-
scimento dei diritti. Il risultato può essere un successo e implica la
costruzione delle cosiddette democrazie consociative, studiate da
Arend Lijphart (2000), e che hanno quali esempi paradigmatici i
casi dell’Olanda e del Belgio. Due condizioni possono riassumere
la caratterizzazione del politologo olandese. La prima è l’esistenza
di una leadership disposta al consenso, la seconda è l’osservanza
da parte della popolazione degli accordi raggiunti dai leader. Se
qualcheduna di queste condizioni non si compie, l’interculturali-
tà diviene allora conflittuale e molto costosa per tutto l’insieme.
Il caso della Iugoslavia rappresenta uno dei fallimenti più grandi
nei quali la multiculturalità funzionò come base per dei conflitti
sanguinari. Sia la scarsa predisposizione dei leader ad ascoltare,
sia la non-osservanza dei gruppi della popolazione che si dispone-
vano da franco tiratori ogni qualvolta ci fosse un avvicinamento
fra le èlite, fecero di questo paese un ordine politico impossibile.
La prima questione sollevata è politicamente elementare: come
costruire un ordine politico comune in una società culturalmente
plurale. La seconda questione è come far diventare quest’ordine
plurale un ordine democratico. La terza è come costruire non solo
un ordine politico, ma anche un ordine di buona democrazia.
Sono tre questioni logicamente consecutive. Le condizioni essen-
ziali di Lijphart riguardano la prima questione e, parzialmente, la
seconda.
56 La democrazia, percorsi di analisi

Non
consolidazione Ordine Buona
Democrazia
dell’ordine politico democrazia
politico
Disposizione
dei leader agli
No Si Si Si
accordi
Osservanza
degli accordi
da parte della No Si Si Si
popolazione
Cittadinanza
Si Si
politica
Cittadinanza
civile e
Si
culturale

Tab. 3.1 Democrazie con comunità multiculturali e risultati politici

La cittadinanza politica è partecipazione e influenza politica. Se


analizziamo i distinti tipi di cittadinanza, sia nei gruppi periferi-
ci, sia in quelli centrali, in relazione alle risorse, vediamo che la
cittadinanza è frustrante. Quindi l’allontanamento tra le norme
formali e quelle effettive risulta enorme.
La letteratura sul capitale sociale aggiunge aspetti sociocultu-
rali rilevanti per l’analisi della qualità democratica, perché, come
si vede nella tabella anteriore, la prospettiva presente al giorno
d’oggi è predominantemente istituzionale. Ciò è positivo, pero
non sufficiente. È positivo perché si parte dal misurare oggettiva-
mente gli aspetti della qualità, analizzando il prodotto, il mate-
riale e il processo di costruzione delle istituzioni. Pero non è suf-
ficiente, perché è assente l’aspetto soggettivo degli attori. Anche
se il concetto di Responsiveness mira a ciò, si tratta di un accento
sugli aspetti verticali della costruzione dell’autorità e del funzio-
namento di tale autorità.
Partecipazione
Rule of Accountability Reciprocità
Responsiveness
law verticale comunitaria
Sociale Politica

Cittadinanza
X
civile

reciprocità
Cittadinanza
X X X X X
III. - Cittadinanze, comunità e qualità

politica

Cittadinanza
X X X X X
sociale

Cittadinanza
X X X X X X
multiculturale

Reciprocità

Tab. 3.2 Aspetti della qualità democratica, tipi di cittadinanza e


Tipi di reciprocità Reciprocità politica
sociale
57
58 La democrazia, percorsi di analisi

La letteratura sul capitale sociale, al contrario, presta attenzione


agli aspetti orizzontali della democrazia. Aspetti come la parteci-
pazione, la solidarietà, il rispetto delle norme, l’impegno, il senso
d’appartenenza, che possono essere considerati aspetti di una reci-
procità comunitaria, risultano essere cruciali per lo sviluppo della
cittadinanza multiculturale.
L’approccio della cittadinanza per Marshall è la relazione tra
classi e cittadinanza, e, in questo senso, la cittadinanza è innanzi-
tutto il progressivo passo in avanti dei diritti paritari. Però, come
si può vedere nei movimenti politici attuali, la multiculturalità
affronta la relazione cittadinanza-cultura, e ai diritti paritari si
devono aggiungere quelli del riconoscimento e del rispetto delle
differenze. La qualità della comunità politica è rilevante per la
qualità democratica, e quest’ultima lo è in relazione alla forma-
zione del cittadino.

Democrazia e potere

Il segreto forma parte della politica. Un fatto segnalato dal pen-


siero filosofico. Macchiavelli e Hegel dettero legittimità al segreto
con la cosiddetta ragione di Stato. Fin da Tacito e Vico, e più re-
centemente Canetti (Bobbio 1999), considerarono che il segreto
facesse parte del proprio nucleo di potere. Tuttavia, il segreto non
costituisce il nucleo di qualsiasi tipo di potere. Quindi, difronte ai
segreti della ragione di Stato, s’innalzano i principi della trasparen-
za democratica. Difronte agli Arcana imperii (segreti dell’impero),
si erige la rappresentanza responsabile. La democrazia rappresen-
tativa, secondo Schmitt, lo è solo nella misura in cui ci sia pubbli-
cità degli atti. Le sessioni pubbliche del congresso risultano essere
una testimonianza e un simbolo, oggi deteriorato. E i problemi
attuali della rappresentanza democratica si basano in gran parte
sui dubbi relativi all’opacità dei governi e della classe politica. La
sfiducia della comunità è la contro faccia comunitaria dell’opacità
politica delle èlite. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che il potere,
così come è stato concepito fino ai giorni nostri, è definito, nel-
la consuetudine di molti politici, come una manipolazione. Per
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 59

tradizione o per il minore sforzo, la manipolazione rappresenta


un cammino frequente. E per raggiungere ciò, è imprescindibile
nascondere le istituzioni (Stoppino 1986). Per contro, il potere
democratico è influenza cosciente e legittima di taluni sugli al-
tri. E con il riconoscimento della legittimità di quest’influenza.
Il potere non-democratico tende a nascondere, mentre la rappre-
sentanza democratica deve mostrare. Pero, oltretutto, l’idea che
sta alla base del potere occulto è profondamente antidemocratica.
L’opacità nasconde, quando non lo fa la corruzione, almeno una
concezione che disprezza la popolazione nel considerarla incapace
di comprensione e discernimento. Inevitabilmente coloro che la
esercitano, postulano (quantomeno implicitamente) una comu-
nità come una massa manipolabile. E per contro, le democrazie
si costruiscono e migliorano la loro qualità postulando una co-
munità come un insieme di cittadini attivi e responsabili. Senza
l’ammissione di questo postulato, scompare una delle basi teori-
che della democrazia, la presunzione dell’autonomia personale,
secondo la quale: “in assenza di una prova definitiva che la con-
traddica, bisogna considerare ogni individuo il miglior giudice
dei suoi propri beni ed interessi” (Dahl 1989 – T.SP.1992: 124).
La concezione del potere nella democrazia non analizza solo gli
interessi al vertice, ma anche quelli del potere alla base. Per questo
l’individuo deve sapere, o almeno deve esser posto in condizione di
sapere (ibidem: 346). Da questo deriva la difesa che fecero i libera-
li democratici del diciannovesimo secolo sul ruolo dell’educazione
nella cittadinanza. Il potere autoritario dissociava (come lo mostrò
Macchiavelli) l’etica della politica. Per questa ragione era impre-
scindibile l’uso del segreto. Al contrario, il potere democratico si è
proposto il difficile e complesso compito di conciliare valori etica-
mente universali con l’esercizio del potere politico. In questo senso,
come lo mostra Kant (1795-1999:127-128) è imprescindibile la
pubblicità degli atti. Il diritto all’informazione è una base dell’u-
guaglianza politica, e in particolare del criterio della comprensione
chiarita, secondo la quale: “ogni cittadino deve contare su delle op-
portunità appropriate e paritarie per poter scoprire e convalidare...
la scelta di quei temi oggetto di discussione che più siano utili ri-
spetto agi interessi dei cittadini. (Dahl 1989-1992: 138).
60 La democrazia, percorsi di analisi

Tuttavia, anche nei regimi democratici si nascondono radici


di regimi autoritari. Anche nei politici democratici ci sono rifles-
si, a volte incoscienti, di condotte autoritarie. L’ossessione per i
complotti, i tradimenti, la ricerca del controllo totale e alla gover-
nabilità perfetta racchiudono questi retrogusti. Il controllo smi-
surato che immobilizza o frena la creatività dell’ambiente, è parte
di questa eredità.2
È utile, ai fini di capire gli effetti dell’informazione sull’insieme
del sistema politico, e in particolare, sulla relazione tra i cittadi-
ni e il comportamento politico, ricordare l’esperimento mentale
dell’economista Anthony Downs che, nel suo innovativo articolo
del 1957, fondatore delle teorie economiche sulla democrazia, de-
scrisse il comportamento cittadino, nello specifico dell’elettore, in
un mondo di perfetta informazione. Cioè, i cittadini conoscono
perfettamente ciò che succede nei governi. Le conseguenze di tal
sistema, secondo Downs, possono riassumersi in: 1. Il governo at-
tua in funzione delle aspettative dei cittadini e degli oppositori. 2.
I cittadini votano in base all’impatto dell’attività del governo sui
loro propri interessi e delle alternative dell’opposizione. Il com-
portamento risultante è razionale e la scelta dei cittadini segue un

2. Persino nelle democrazie, nelle piccole organizzazioni e dove non è molto quello che
è in gioco, non siamo esenti da questa descrizione di Calvino riportata da Bobbio:
“Dove c’è il tiranno, c’è il complotto; se non esiste, viene creato. Lo scongiurato è
la necessaria controfigura del tiranno. Come sarebbe felice e benevolo il tiranno se
il potere tenebroso che lo minaccia non si nascondesse in ogni angolo del palazzo,
perfino nella propria sala del palazzo, perfino nella propria sala del trono, dietro le
sue spalle. In uno dei suoi ultimi scritti, Calvino descrive “il re ascoltando”, seduto
sul suo trono, immobile, cui giungono tutti i rumori, anche i più piccoli, della reg-
gia, e ogni rumore è un avvertimento, un segnale di pericolo, l’indizio di chi sa quale
sovvertimento: «Le spie sono appostate dietro tutti i tendaggi, le cortine, gli arazzi.
Le tue spie, gli agenti del tuo servizio segreto, che hanno il compito di redigere
rapporti minuziosi sulle congiure del palazzo. La corte pullula di nemici, tanto che
è sempre più difficile distinguerli dagli amici: si sa per certo che la congiura che ti
detronizzerà sarà formata dai tuoi ministri e dignitari. E tu sai che non c’è servizio
segreto che non sia infiltrato di agenti del servizio segreto avversario. Forse tutti gli
agenti stipendiati da te lavorano per i congiurati, sono essi stessi congiurati; ciò ti
costringe appunto a continuare a stipendiarli per tenerteli buoni il più a lungo pos-
sibile». Ma anche il silenzio è minaccioso: «Da quanto tempo non senti il cambio
delle sentinelle? E se il drappello delle guardie a te fedeli fosse stato catturato dai
congiurati?».”(Bobbio 1986: 356)
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 61

criterio di libertà e di rigida razionalità. Da che è libero un eletto-


re perfettamente informato? Fondamentalmente dalla manipola-
zione. Quando Downs torna sulla terra ed incorpora l’ignoranza,
allora “il chiaro cammino che conduce dalla struttura di preferen-
ze alla decisione sul voto si scurisce per la mancanza di conoscen-
za” (Downs 1957-1992: 99). Tra le conseguenze per la comunità
politica e il medesimo ordine politico, Downs segnala una prima
disuguaglianza sorta tra coloro che possiedono la scarsa risorsa
della conoscenza e coloro che non la possiedono, e la conseguente
maggior influenza dei primi sugli altri. D’altra parte, emergono
attori specializzati nell’informarsi sulle preferenze dell’elettorato,
così come sulla loro persuasione. 3. I governi diventano più vul-
nerabili agli scambi con gli specialisti dell’informazione e della
persuasione. Per ultimo, “la mancanza d’informazione crea una
richiesta di ideologie nell’elettorato” (ibidem: 101). È importan-
te, oltretutto, considerare i motivi, secondo Downs, che un cit-
tadino possa avere rispetto all’informarsi: 1. Il godere dell’infor-
mazione come un bene in se stesso, 2. Pensare nella rilevanza del
suo voto per decidere una elezione, 3. L’informazione per influire
sugli altri e 4. Una condizione per aumentare la sua influenza
sul governo. L’informazione fornisce ai cittadini la possibilità di
conoscere “quali politiche sono le migliori per i loro interessi, e il
governo si vede obbligato a seguire quelle politiche per evitare il
suo fallimento” (ibidem: 107). Legittimità, efficacia, e pertanto la
qualità del ordine democratico mantengono una stretta relazione.
L’elemento vincolante di questo processo è la qualità del cittadi-
no: un cittadino informato, ma anche un cittadino eticamente
responsabile. Anthony Downs, come abbiamo visto, concentrò la
sua attenzione sugli effetti dei tipi di mercato elettorali sui cittadi-
ni. Ci soffermeremo adesso sulla definizione di cittadinanza, pero
poi considerare le implicazioni, non più del mercato elettorale,
bensì del centro politico su questa.
La cittadinanza deve essere intesa come un sistema di diritti e
doveri. Ciò è ben riassunto da Panebianco: “la cittadinanza è un
principio che definisce l’appartenenza alla comunità in termini
di diritti ed obblighi: il diritto di partecipazione alle decisioni
della comunità, l’obbligo di rispettare le sue leggi” (Panebianco
62 La democrazia, percorsi di analisi

1995-1999:16-17). In questo senso è un sistema che implica la


regolazione d’interessi ed effetti comuni, tra cui il proprio bene
comune. E in linea di principio costituisce un sistema di diritti,
doveri e autonomia. Il principio d’autonomia è intrinseco a quel-
lo di responsabilità. E in questo senso, l’informazione è intesa
come un presupposto dell’autonomia. La cittadinanza è un siste-
ma che discrimina, in linea con il principio d’equità. Non ci può
essere cittadinanza se tutto ha lo stesso valore. La cittadinanza si
costruisce nelle democrazie esigenti (Pasquino 1999), e i dirit-
ti non riescono a disinteressarsi della sfera pubblica, a trascurare
la responsabilità di difendere lo Stato e la nazione, così come a
smettere di contribuire alla società. Quando la democrazia selet-
tiva divenne una democrazia di masse, tale processo non implicò
l’incorporazione degli emarginati al sistema politico in modo che
continuassero ad esserlo, né in modo che continuassero a com-
portarsi come tali. Al contrario, si trattò di emarginati politici che
quando entrarono al sistema lo fecero come cittadini contributori
e con l’acquisizione di diritti ed obblighi. Per questo, la democra-
zia di masse è l’aggregato della dimensione massa ai vecchi regimi
oligarchici concorrenziali (Morlino 2003). Allo stesso modo di
come succede nella democrazia, la cittadinanza si può intendere
come un ideale (i diritti-doveri stabiliti giuridicamente) e come
una realtà (i diritti-doveri effettivamente esercitati). Con l’univer-
salizzazione dei valori, con però la provincializzazione delle realtà,
la distanza ed anche la tensione tra cittadinanza ideale e cittadi-
nanza reale è cresciuta. E così come la democrazia delle masse è
il principale evento politico del ventesimo secolo, l’ideale della
cittadinanza è il sogno più grande degli ultimi tre secoli.

Portata delle cittadinanze

È necessario parlare non solo delle dimensioni, ma anche della


portata e profondità della cittadinanza. Migliorare la cittadinanza
sociale ed esercitare pienamente la cittadinanza politica, espan-
dere la cittadinanza culturale ed evitare regressioni nella cittadi-
nanza civile, rappresentano dei complessi processi di vigilanza e
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 63

partecipazione nella costruzione del sistema diritti-doveri, e delle


stesse istituzioni politiche.
I problemi della cittadinanza riguardano sia l’incorporare nuo-
ve sedi di partecipazione, sia l’aggiungere nuove dimensioni (cit-
tadinanze multiculturali). Tuttavia, le frontiere tra entrambe le
sfide si indeboliscono nella pratica. Nelle democrazie post anni
’70, e così come succede in altri processi (quello della moder-
nizzazione, per esempio), la simultaneità delle sfide è inevitabi-
le. Dato che la democrazia minima è suffragio universale, libere
elezioni, pluralità di partiti ed alternative d’informazione (Dahl
1971-trad 1997), allora le condizioni che soggiacciono ad ogni
requisito, così come gli effetti della manipolazione, la convertono
in un’opera a lungo termine. Per certi aspetti, anche l’assicurare
la democrazia minima, significa sollevare problemi rispetto alla
qualità del regime.
È indispensabile, ai fini d’avanzare nella conoscenza sulle ra-
gioni dell’esistenza e l’esercizio di tipologie di cittadinanze così
diverse tra loro nelle società democratiche, ricordare la distin-
zione tra costituzione dello Stato e centro politico. Perché non è
dal primo, ma dal secondo che derivano le origini, i potenziatori
e gli incentivi del tipo di cittadinanza. L’apporto, a mio giudizio
utile anche come punto di partenza per i sistemi dell’America
Latina, proviene dal lavoro di Badie e Birabaum (1979) nel qua-
le si distingue donde se distingue, a proposito di una critica a
Stein Rokkan, tra la formazione dello Stato e la formazione del
centro politico.
In questo senso, suggeriscono di prestare attenzione alla
formazione storica del centro politico. Così, in Europa si può
pensare a due modelli: 1. Lo Stato dirige la società (State – led
Society): lo Stato possiede il predominio sulla società. Lo Stato
dirige (Francia) la società civile secondi i suoi propri valori (meri-
tocratico e laico). Un grande apparato militare, uno stato potente
ed egemonico in relazione alla società civile. L’obiettivo del gioco
politico è lo Stato e si spera che i suoi principali cambi provenga-
no dallo stato. 2. la società civile dirige lo stato (Society-led State),
nel quale il centro politico è la società civile, cioè la società civile
prevale sullo Stato. È il caso della Gran Bretagna, dove diversi set-
64 La democrazia, percorsi di analisi

tori della società esprimono le loro aspirazioni senza la protezione


statale. La politica è un’attività sociale, come altre. L’influenza è
basata sui valori. Non sulla conquista dello Stato. La politica si
risolve più nella negoziazione diretta tra le parti sociali che nelle
relazioni con lo Stato.
Un secondo contributo che è interessante in questo discor-
so proviene da Giovanna Zincone (1989) rispetto all’importanza
della sequenzialità storica dei processi politici come la partecipa-
zione (associata alla mobilizzazione e alla concessione dei diritti
politici), e la distribuzione (associata fondamentalmente alla cre-
azione ed estensione dei servizi sociali). Esistono così, due tipi di
processi:
a. la sequenza partecipazione-redistribuzione, chiamata strategia
d’integrazione indiretta, e definita a partire della contrattazio-
ne con le organizzazioni sociali, dalla creazione d’istanze nelle
quali le opposizioni sono rappresentate e dal consenso a partire
dell’estensione graduale del suffragio e dell’istruzione alle or-
ganizzazioni sociali. D’altra parte, b) la sequenza redistribuzio-
ne-partecipazione, chiamata strategia dell’integrazione diretta.
Presuppone la repressione delle organizzazioni d’opposizione,
la concentrazione delle decisioni negli organismi tolti alle èli-
te considerate sleali e il proposito di ottenere direttamente il
consenso di massa, sia attraverso la repentina estensione del
suffragio, sia attraverso la gestione statale della previdenza so-
ciale e dell’educazione.
b. Queste differenti alternative costituiscono la base di due siste-
ma politici polari: a) il modello societario, nel quale la società
si proietta sullo Stato, e b) il modello statalista, nel quale lo sta-
to controlla la società civile. Questa distinzioni teoriche risul-
tano fondamentali per l’analisi della cittadinanza nella nostra
regione. Difatti la cittadinanza non costituisce, nonostante la
sua formalizzazione giuridica e la sua attuale universalizzazio-
ne, una caratteristica astratta delle democrazie, ma al contrario
è un insieme effettivo di diritti-doveri che si esercita in modi
molto differenti e sempre in relazione a un tipo di democra-
zia instaurata così come un tipo de qualità che quest’ordine
politico possiede. Fattori come la distribuzione delle risorse
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 65

economiche e politiche, il tipo di competitività o di collusione


politica, la tradizione societaria-statalista di un sistema politi-
co, i tipi di leadership predominanti nella cultura politica, le
procedure clientelari/istituzionali, l’esistenza di tradizioni libe-
rali o corporative, hanno un peso rilevante al momento in cui si
costituisce la cittadinanza durante il processo di democratizza-
zione. Così, distribuzioni asimmetriche delle risorse e, fonda-
mentalmente, una concentrazione molto importante di risorse
economiche, insieme all’emarginazione o non-incorporazione
di ampi gruppi ai mercati, producono relazioni di potere poco
limitate nella pratica dai diritti giuridici. Il monopolio della
rappresentanza da parte di un partito nei governi nazionali o
provinciali converte la concorrenza in un rituale che blocca il
meccanismo d’azione tra governo-responsabilità-controllo-vo-
to. La scarsa o nulla autonomia degli attori individuali e collet-
tivi del sostegno-sanzione statale, così come la dipendenza per
ottenere beni di prima necessità, diminuiscono la possibilità di
contestazione e, conseguentemente, lo sviluppo pluralista de-
gli attori politici. Il predominio delle leadership istituzionali,
o direttamente contro-istituzionali, implica che i diritti-doveri
cittadini operano come clausole ad hoc rispetto alla volontà
del leader. La penetrazione e stabilizzazione delle procedure
d’assoggettamento clientelare lasciano poco spazio alla possibi-
lità di contendibilità e annullano le possibilità di controllo da
parte dei cittadini rispetto ai loro governi. L’esistenza di forti
corporazioni sociali ed economiche in contesti istituzionali de-
boli, impedisce la possibilità di rinnovo e l’emergere di attori
democratici alternativi. Qualsiasi di queste situazioni influisce
negativamente e disequilibra il sistema dei diritti-doveri. Senza
dubbio, e considerando le tipologie di Badie e Burnbaum e di
Zincone, le società latinoamericane si caratterizzano per un
maggior avvicinamento al processo nel quale lo stato dirige la
società, e conseguentemente alla strutturazione di ordini po-
litici statalisti. Ciò implica che a tendenza manipolatoria non
sia un mero timore. Trova, al contrario, abbondante testimo-
nianza storica. La debolezza degli attori rappresentativi della
politica di massa è evidente nei nostri paesi. Però in questa
66 La democrazia, percorsi di analisi

chiave di lettura bisogna incorporare i gruppi d’interesse che,


nella logica del modello statalista, vedono nello Stato una fon-
te di risorse di cui approfittare e nella società un’opportunità
per massimizzare i loro profitti. Quando questi gruppi si radi-
cano nello stato, direttamente o indirettamente, la comunità
politica allora è percepita come un insieme di consumatori. In
questo modello il mercato politico di Downs diventa necessa-
riamente opaco. La conseguenza, in questi casi, è il rischio di
una doppia manipolazione: la prima ad opera delle stesse èlite
politiche che occupano posizioni nello Stato, e la seconda ad
opera delle èlite economiche con facile accesso e forte influen-
za sullo stato. Il terreno più fertile per l’attuazione di queste
manipolazioni è spegnere le luci del palazzo e convertire in
invisibili le politiche di una certa portata.
In Europa il centro politico, sia statalista (come in Francia),
sia societario (come in Inghilterra), ha dato origine a cittadinan-
ze forti, cioè forti nei doveri e forti nei diritti. Tuttavia, non è
successo lo stesso nei nostri paesi. Attualmente, persino con la
costituzione di cittadinanze extranazionali, il problema della ma-
nipolazione dei gruppi continua ad essere di grande importanza,
in particolare nelle società come quelle latinoamericane. Oggi è
ormai una realtà la conformazione di cittadinanze extraterritoriali
ed è un passo in avanti, anche se ancora si deve percorrere un lun-
go cammino verso l’esperienza di cittadinanze globali. Già esisto-
no ordini democratici a livello regionale con cittadini regionali,
come nell’Unione Europea. E anche quando ciò non succede in
regioni come il Mercosur, o il Nafta, i limiti statali hanno perso
rigidità e le identità nazionali si configurano con una maggiore li-
bertà, a volte in piccoli territori dello Stato, a volte nelle frontiere
di quest’ultimi. Contemporaneamente, i sistemi di diritti-doveri
ideali si imbattono in nuove tensioni con il sistema di diritti-do-
ver locali. Valori universalisti circolano nel pianeta, e socializzano
con le nuove generazioni. Però, allo stesso tempo, quest’espan-
sione ed omologazione dei valori, trova la sua controparte nella
determinata tendenza alla concentrazione dei mass media. Valori
universali da una parte, e dall’altra un’agenda, a volte uniforme,
sui temi che devono essere importanti per la comunità. Tuttavia,
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 67

anche se è tecnicamente possibile, non risulta essere per niente


facile imprigionare il pianeta in una sola agenda. Recentemente la
guerra del golfo ha lanciato l’allarme su questa possibile “prigio-
ne”, però la guerra in Iraq ha anche mostrato che si può risponde-
re a questo monopolio. La base per impedire la “prigione” risiede
nel pluralismo degli attori rilevanti: ciò lascia spazio all’opinione
pubblica, crescentemente internazionale. Come si è scritto, le
nuove cittadinanze vincolate con valori plurinazionali “si confor-
mano nei mezzi massivi di comunicazione” (Delich 2002: 97).
È anche vero, però, che sono sottoposte alla tensione tra questi
valori plurinazionali ed universali e le manipolazioni da parte dei
gruppi d’interesse e dai governi. Questi regimi trovano nella base
della loro stessa società degli ostacoli rispetto alla possibilità di
costruire delle società democratiche e moderne. Come è stato af-
fermato: “una buona società richiede un ordine coerente con gli
impegni morali dei suoi membri” (Etzioni 1996-1999: 32).
La classica contrapposizione tra lo Stato e l’individuo, eviden-
ziata da Bobbio, lascia il passo, nell’attualità, a contrapposizioni
tra i cittadini e privati, e per questo motivo il problema si ri-
percuote su degli scontri all’interno della stessa comunità. È in
questa contrapposizione e tensione della società, che il ruolo dei
doveri deve essere rinforzato. Come si è detto, diversi studi at-
tuali mostrano che i più colpiti dal mancato rispetto dei doveri
e dal deficit della Rule of Law, sono i settori più vulnerabili delle
società latinoamericane (Mendez 1997-2002). Occuparsi della
cittadinanza forte nei doveri, significa occuparsi del principio
categorico dell’uguaglianza politica propiziato da Dahl. Utopia?
Sicuramente, però quando le disuguaglianze rispetto a diversi tipi
di risorse fanno diventare le nostre società più disuguali, occorre
pensare ad obiettivi, che implicano certi valori. D’altra parte, un
discorso sulla qualità democratica non può relegare l’aspetto nor-
mativo, e qualsiasi democrazia è giustamente la tensione tra realtà
e valori. Una democrazia migliora la propria qualità attraverso la
costruzione di una buona città. E questo deve essere un impera-
tivo per il cittadino. Non c’è possibilità di progresso verso una
società solidale senza un consolidamento della cittadinanza dei
doveri. “La nuova regola d’oro richiede che la tensione tra le pre-
68 La democrazia, percorsi di analisi

ferenze personali e gli impegni social si riduca (Etzioni 1996-trad.


sp.1999: 33). A tal fine, l’opera collettiva degli attori socialmente
rilevanti deve trasformare la società civile in una società civica,
conferendo a la società dei cittadini la preminenza sulla società
dei semplici privati.
Ci si deve occupare analiticamente di due processi nella costru-
zione di un ordine democratico. Il primo riguarda l’instaurazione
e il consolidamento della democrazia. Vuol dire che le sfide con-
sistono nell’applicazione di elezioni competitive, nella pluralità
dei mezzi di comunicazione e nell’esistenza di garanzie in modo
da potersi organizzare liberamente per poter opporsi e competere
politicamente. Il processo di consolidamento democratico richie-
de, da parte sua, la capacità del sistema d’incontrare un sostegno
attivo da parte degli attori rilevanti, così come il fissare vincoli
tra le istituzioni e gli attori della società in termini di reali ancore
tra il regime e la società (in particolare gruppi e partiti (Morlino
2003). Il secondo passo riguarda il come aumentare l’efficacia
istituzionale. Il rispetto dell’ordine politico implica la realizzazio-
ne de una maggior qualità democratica. Assicurare maggiore effi-
cacia attraverso accordi istituzionali e la proposta come obbiettivo
di una maggior soddisfazione dei cittadini rispetto alle decisioni e
ai risultati dell’azione politica. Questo secondo processo riguarda
la riduzione della distanza tra gli ideali e le realtà della democra-
zia, e mira generalmente a diminuire questa differenza con ri-
forme relative alle regole del gioco, così come a fornire incentivi
per aumentare il controllo sulle autorità pubbliche, e la parteci-
pazione cittadina nelle decisioni che riguardano la comunità. Le
principali sfide relative a ciò hanno a che fare, da una parte, con
le condizioni oggettive (tra le altre, la situazione del mercato, lo
sviluppo tecnologico, la cultura politica), e dall’altra, con le rela-
zioni frequentemente simbiotiche tra i gruppi d’interesse, i partiti
e lo Stato. La indifferenziazione tra gli interessi dei gruppi e gli
interessi generali, comporta una forte condizione per il mante-
nimento delle distribuzioni di risorse asimmetriche tra gli attori
della comunità, per la diminuzione della competitività politica,
così come della trasparenza e dell’ammissione di nuovi attori nella
disputa per la leadership della sfera pubblica.
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 69

In parte la mescolanza tra istituzioni e partiti obbedisce a una


cruciale trasformazione dei partiti politici e al suo impatto sulle
istituzioni. Come ha segnalato Mauro Calise: “Il dato più rile-
vante, e per molte ragioni più trascurato, nel funzionamento del
governo di partito, consiste nella fusione tra partiti e le istituzioni
statali preesistenti… (cioè i partiti sono riusciti)... superare l’antica
dicotomia tra società e Stato, forgiando un sistema di governo
nel quale le richieste sociali siano direttamente rappresentate in
seno all’esecutivo” (Calise 1992:41). In questo modo, gli interessi
oligarchici si combinano con le richieste collettive, gli obbiettivi
istituzionali con gli interessi di gruppo e la rappresentanza della
società dei funzionari arriva fino a dove non è incompatibile con
la rappresentanza del partito di appartenenza. In questo senso,
le frontiere tra partiti e gruppi d’interesse sono labili e sfocate
(Pizzorno 1980). Il disegno effettivo di strutture istituzionali vin-
colate agli interessi di gruppo ha facilitato gli episodi di corruzio-
ne e reso opache le sedi dei processi decisionali politici.
Anche il miglioramento della qualità democratica è in gran
parte un problema legato alla efficacia istituzionale e ai risultati
politici, e naturalmente ha degli effetti sulla legittimità di un go-
verno e, a lungo termine, sul proprio ordine politico. Già Lipset
(1959, Trad. sp. 1987:71) mostrava le relazioni tra questi due
processi fondamentali per il vigore e il buon esercizio di una de-
mocrazia. Per la sua stessa natura, basata sulla perenne tra ideali
e libertà, l’efficacia e la legittimità si retro alimentano reciproca-
mente. L’efficacia, da questo punto di vista, deve essere valutata
come un adeguamento di mezzi e obbiettivi per realizzare po-
litiche che soddisfino non solo aspettative materiali, ma anche
aspettative simboliche. Per questo la relazione tra responsiveness
e accountability è parte di un processo comune che influenza il
consenso e la legittimità di un governo e di un regime politico.

Il gran solvente: la manipolazione

In ogni ordine politico democratico esistono dei meccanismi ed


incentivi in modo che gli attori rilevanti e la stessa società assimi-
70 La democrazia, percorsi di analisi

lino i cambi volti a migliorare l’etica pubblica e renderla compati-


bile con i loro interessi privati. Ciò richiede una visione a medio e
lungo termine che gli attori raramente sono disposti ad assumere.
Una condizione indispensabile è lo sforzo iniziale che lo Stato
realizza per rendere trasparente ed accessibile l’informazione. A
questo proposito una tendenza dominante nel mondo consiste
nell’incorporare disposizioni costituzionali e norme legali, pre-
sente in paesi così differenti tra loro come la Gran Bretagna, la
Polonia o il Sudafrica. La questione fondamentale consiste ancora
una volta, da una parte nell’evitare la manipolazione che attribu-
isca una caratteristica puramente simbolica a queste norme senza
renderle effettive, e dall’altra produrre effetti contrari di maggior
controllo della libertà d’opinione, come successe nello Zimbabwe
con la sua legislazione sulla libertà d’informazione e Habeas Data.
Al fine di valutare l’efficacia e la effettività di tali norme, conviene
prestare attenzione alle eccezioni e alle esclusioni, così come alle
leggi sulla confidenzialità e sui diritti d’appello (Mendel 2003).
Rispetto alle eccezioni, si considera generalmente nelle legislazio-
ni elaborate che la trasparenza non debba influire negativamente
sulla sicurezza nazionale. Visto che il concetto è ampio ed è og-
getto d’interpretazioni soggettive, è stato proposto che applicare il
test del pregiudizio arrecato, a partire del quale non si esclude in
linea di principio nessun caso dalla legge eccetto quelli nei quali
si verifichi un pericolo per la sicurezza. Il secondo elemento che è
stato proposto consiste nel stabilire la preeminenza dell’interesse
pubblico per l’informazione. Così, l’informazione personale può
essere oggetto d’interesse generale quando coinvolge un funzio-
nario in atti illeciti. Rispetto alle clausole d’esclusione dell’ap-
plicazione della norma, riferite ad organismi statali specifici, in
particolare si escludono le agenzie di sicurezza e d’informazione
dello Stato. Anche quando, si afferma, questi organismi dispon-
gano d’informazione, non solo attinente alla sicurezza, in teoria
dovrebbero essere soggette a la legge sull’informazione e solo in
casi eccezionali essere escluse da quest’ultima. Allo stesso modo,
il diritto alla confidenzialità dei funzionari, così come le difficoltà
operative, da parte dei cittadini, per ricorrere, rendono ancora
più problematica la effettività di queste norme. L’informazione,
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 71

secondo i sondaggi internazionali (TI 2002, 2003) è molto im-


portante nei campi più sospettosi in termini di corruzione, come
quelli dell’edilizia, delle armi, del petrolio e del gas. Allo stesso
modo, attori come i partiti e i sindacati, e corpi come quello le-
gislativo risultano cruciali al momento d’avanzare in quanto alla
trasparenza, come meccanismo di recupero della fiducia pubbli-
ca. Tornando al tema della manipolazione di questi meccanismi
legali, bisogna fare affidamento specialmente alle valutazioni, alle
ispezioni, alle statistiche ufficiali, agli studi tecnici contrattati dal-
lo stato, e fondamentalmente alla chiarezza e precisione del bilan-
cio e dei costi generali. La fiducia nelle istituzioni è importante
non solo per la legittimità dell’ordine politico, ma anche per l’ef-
ficacia istituzionale. Così, negli studi realizzati nei paesi di recente
democratizzazione dell’Europa dell’est, succede che la popolazio-
ne attua a favore, e rinforza, le istituzioni nelle quali ha fiducia.
Questo fatto è particolarmente importante nell’ America Latina,
dove, secondo i dati del Latino barometro (Lagos 2003: 24), la
popolazione latinoamericana considera che il 71% dei funzionari
citati siano corrotti, ed intorno al 25$ della popolazione ammette
d’aver avuto un’esperienza diretta di episodi di corruzione. Brasile
e Messico si situano al di sopra della media con un 60 e 59 %
della popolazione con questo tipo di esperienza, contro il 13 %
del Cile all’estremo opposto. Correlazioni tra lo stipendio degli
amministratori pubblici e corruzione non sono stati verificati in
modo definitivo, mentre esiste una correlazione tra un minor gra-
do di tolleranza rispetto agli episodi di corruzione e le donne,
rispetto agli uomini (Knack 2003: 38).
L’opacità delle istituzioni e delle organizzazioni rilevanti ero-
de la fiducia e in alcuni casi la stessa legittimità dell’attore. Le
difficoltà dei partiti politici, o il discredito dei corpi legislativi, è
in parte il risultato dei sospetti di interessi privati e l’abbandono
di azioni a favore del bene pubblico. Rispetto a ciò, risulta rile-
vante non solo il consenso tra gli attori istituzionali, social ed
economici, ma anche la partecipazione attiva, da una parte, dei
giornalisti, degli intellettuali e delle associazioni civiche, e dall’al-
tra della giustizia. In questa direzione, è non solo pertinente, ma
anche di grande importanza la proposta realizzata dal Messico a
72 La democrazia, percorsi di analisi

Novembre 2001 (per conformare una Convenzione delle Nazioni


Unite contro la corruzione nel 2002 a Vienna, nell’articolo 24)
(Legge Colima 2002) che consiste nel creare: “Meccanismi che
permettano rendere trasparente la gestione delle questioni pub-
bliche, includendo la relazione tra le autorità e i cittadini e che
forniscano obbligatoriamente informazione sui risultati delle pro-
cedure e delle gestioni realizzate dinanzi alle stesse autorità” e “
Meccanismi efficaci per stimolare la partecipazione della società
civile e delle organizzazioni non governative negli sforzi desti-
nati a prevenire la corruzione, più attraverso la loro inclusione
nei processi decisionali, che attraverso dei comitati di vigilanza,
il loro impegno nei processi delle gare d’appalto, e il libero ac-
cesso all’informazione”. Questa è una corruzione evidentemente
democratica, per costruire una società, a detta di Dahl (1989),
democratica, moderna e pluralista, ossia una buona società. La
pubblicità degli atti di governo presuppone dei cittadini attivi,
cosi come la democrazia richiede, per crescere, di difensori del
principio d’uguaglianza politica. Le società attuali sono sempre
più complesse e con situazioni di disuguaglianza molto profonde.
Si possono citare tre fonti importanti della disuguaglianza poli-
tica contemporanea: la disparità nell’uso delle risorse coercitive,
la disuguaglianza economica e la disuguaglianza di conoscenze
(Dahl 1989: 388). Nel nostro conteso di discussione ci interessa
la terza condizione, forse la più importante al giorno d’oggi. Non
è casuale che il maggior teorico della democrazia affermi “sono
portato a pensare che le prospettive della democrazia a lungo ter-
mine possano vedersi gravemente colpite, ancora più che dalla di-
suguaglianza delle risorse, dalle posizioni strategiche e dal potere
di contrattazione, non dalla ricchezza, ma dalla possessione di co-
noscenze speciali” (Ibidem: 399). La complessità delle questioni
politiche e delle politiche pubbliche è enorme e presuppone costi
elevati in termini di tempo e di formazione per il cittadino. Come
scegliere tra due differenti piani economici sostenuti da due buoni
economisti? Come decidere riguardo alla politica nucleare o alle
relazioni internazionali? La possessione di conoscenze speciali è
una barriera riconosciuta da qualsiasi esperto della qualità demo-
cratica. Ciò ha spinto a considerare le democrazie contemporanee
III. - Cittadinanze, comunità e qualità 73

come soggette inevitabilmente alla tutela, o alla parziale tutela, di


coloro che possiedono le conoscenze. Come superare la parziale
tutela? Domanda a cui Dahl risponde: “assicurare che l’informa-
zione sul programma d’azione politica, adeguata sia in quanto a
livello che a forma, e rispecchiando con esattezza il miglior sapere
a disposizione, sia accessibile senza difficoltà e in modo universale
a tutti i cittadini; creare per tutti queste opportunità accessibili;
influire sulla scelta dei temi del quali si dispone dell’informazione
citata anteriormente, partecipare in modo significativo ai dibattiti
politici (Ibidem: 406).
Anche Guillermo O’Donnell (1998: 28-30) ha suggeri-
to alcune azioni con lo scopo di rinforzare l’Accountability ori-
zontale. Queste sono: 1. Offrire all’opposizione rilevante l’in-
dirizzo delle istituzioni che investigano casi di trasgressione, 2.
Professionalizzare le agenzie di prevenzione (controllori generali e
ispezioni pubbliche) e fornirle risorse sufficienti ed indipendenza,
3. Professionalizzazione, con budget indipendente, della giustizia,
4. Implementare meccanismi in modo che i poveri e i vulnerabili
siano trattati con dignità dallo Stato, 5. Rinforzare la responsa-
bilità-controllo verticale per rendere effettiva la responsabilità-
controllo orizzontale, 6. Prendere la parola e approfittare delle
invocazioni ritualistiche di alcuni leader politici per rinforzare la
responsabilità-controllo.
In qualsiasi caso torniamo a uno dei punti considerati all’i-
nizio. È necessario che la classe politica e i governi si sforzino di
migliorare la qualità della cittadinanza. Perché contro il concetto
di popolo mobilitato proprio dei dittatori, “quello che ci vuole
è una massa critica di cittadini ben informati, sufficientemente
numerosa ed attiva per poter stabilizzare e consolidare il processo
– ‘un pubblico attento’, secondo l’espressione usata da Gabriel
Almond molto anni fa” (Dahl 1989: 407).
Le tradizioni politiche non favoriscono (in generale) la qualità
democratica in America Latina. Questi paesi hanno un’enorme
tradizione di opacità e disuguaglianze. D’altra parte, in qualsi-
asi processo di rafforzamento della società civica, come nei pro-
cessi di riforme per una maggiore informazione cittadina, o di
riforma politica in generale, il grande ostacolo è la manipolazio-
74 La democrazia, percorsi di analisi

ne. Quest’azione o meccanismo, convertito a volte in una vera


cultura, è il principale nemico della costruzione di una buona
democrazia. Persegue, instancabilmente, qualsiasi tentativo di
progredire verso l’uguaglianza politica. Difficilmente si può esa-
gerare con l’importanza delle norme, del sistema legale in genera-
le e fondamentalmente dei valori ed obiettivi collettivi nell’epoca
contemporanea. È sempre preferibile l’opposizione conservatrice,
aperta e frontale, visto che permette la discussione e la conoscen-
za della posizione di ciascuno, alla manipolazione, che erode la
fiducia, non solo degli attori, ma anche delle stesse istituzioni. La
manipolazione è uno delle principali cause del deterioramento
democratico. L’occultamento, il travestimento dell’uguaglianza
difronte ad aberranti disuguaglianze politiche, gli ostacoli rispet-
to a regole di competitività che aumentino e rendano effettiva la
concorrenza, il cinismo con il quale i leader, senza qualità morali,
innalzano le bandiere più care dell’umanità, sapendo sia loro che
la comunità che faranno il contrario, i simulacri per mantenere
l’opacità rispetto alle azioni del palazzo, contribuiscono all’apa-
tia e alla disaffezione. Di conseguenza, la legittimità, intesa come
sostegno attivo, diminuisce e l’ordine politico, non solo perde
qualità, ma si stagna nel mare fangoso dello scetticismo. La ma-
nipolazione è uno dei principali nemici della democrazia, ossia la
distinzione tra ideali e pratiche, dissociazione, tra l’altro, basata
non su circostanze complesse e di difficile risoluzione, ma sull’im-
punità e su strategie per raggiungere o mantenere posizioni di
potere. La manipolazione debilita la cittadinanza, facendo dimi-
nuire l’autonomia, l’informazione e la capacità di decisione della
maggior parte della comunità politica. Ciò si aggrava con un’ine-
ludibile tendenza la crescita delle esigenze intellettuali e culturali
dei cittadini. Una tendenza che oltrepassa le frontiere. Vincere
le infinite forma di manipolazione e promuovere le condizioni
che facilitino l’informazione sono passi in avanti rispetto a una
tensione, tra l’altro ogni volta più forte, tra democrazie progressi-
vamente più esigenti e cittadinanze più deboli.
DUE PROCESSI COMPLEMENTARI: CONSOLIDAMENTO
DEMOCRATICO E DESTITUZIONE AUTORITARIA

1. Consolidamento democratico

La letteratura teorica sul consolidamento democratico può esse-


re divisa in due grandi tipi di definizione rispetto al fenomeno.
Da una parte, le “definizioni ampie” (Morlino 1986a. e 1986b.
e Schmitter 1988). Dall’altra parte, “definizioni minimaliste”
(1991 e Di Palma 1988). Queste proposte implicano differenti li-
nee d’analisi, però non presuppongono approcci che si escludono
a vicenda. A mio parere, la portata del consolidamento democra-
tico è una proprietà del medesimo processo politico, che non può
essere risolto a priori e che varia a seconda del tipo di consolida-
mento democratico avvenuto.
Juan Linz rifiuta le ampie definizioni del consolidamento de-
mocratico ed utilizza due argomenti. Il primo è che, se queste
definizioni si applicassero rigidamente, allora non si potrebbe di-
chiarare consolidata praticamente nessuna democrazia. Il secon-
do argomento consiste nel fatto che queste definizioni potrebbero
condurre ad attribuire qualsiasi problema politico a una mancan-
za di consolidamento del regime. Per queste ragioni Juan Linz
propone l’uso di definizioni minime. Tuttavia, non è chiaro qual
è la convenienza di questa proposta, visto che le definizioni mi-
nime non sono esenti di problemi di difficile risoluzione. Difatti
non ci proteggono né dal fatto d’includere, nello stesso concetto,
elementi a volte eccessivamente differenti, né dal limitare a di-
smisura le denotazione del concetto. Ad esempio, se adottiamo
la definizione di Giuseppe Di Palma (1988), ed identifichiamo il
consolidamento democratico con la legittimità, potremmo appli-
care il concetto a regimi nei quali la legittimità è elevata, però non
esiste nessun tipo di routine in quanto alle strutture del regime.
La legittimità è variabile e, d’accordo al momento in cui realiz-
76 La democrazia, percorsi di analisi

ziamo la misurazione, considereremo il regime più o meno con-


solidato. Così, da un lato corriamo il rischio di considerare come
consolidati regimi che in realtà non lo sono, e dall’altro corriamo
il rischio di escludere regimi che, nonostante si trovino in una fase
di declino in termini di legittimità, possiedono strutture consoli-
date. Le definizioni minime ci possono condurre a escludere o ad
includere in modo eccessivo.
D’altro canto, le definizioni ampie non presuppongono neces-
sariamente gli effetti negativi segnalati da Juan Linz. La conferma
di ciò la troviamo nella sua stessa definizione di regime autoritario
(Linz e Stepan 1978). Si tratta di un’ampia definizione, ed è una
delle migliori definizioni riguardo a questa specie politica. Ed an-
che nella sua posteriore considerazione del consolidamento (Linz
e Stepan 1996). Per quello che concerne la seconda avvertenza
di Linz, occorre considerare che il rischio d’includere un campo
di situazioni politiche molto variato, non costituisce un ostacolo
in quanto al suo utilizzo. Si tratta piuttosto di una procedura
tradizionale nel campo della scienza. Qualsiasi concetto si riferi-
sce solo ad aspetti relativi ai fatti e nessuno pretende di fornire il
concetto “chiave” per descrivere un fatto. Qualsiasi fenomeno è
suscettibile di molti approcci, e non ci sono motivi per determi-
nare a priori che uno di questi sia quello “corretto”.
Tra le varie definizioni di consolidamento democratico (Morlino
1986 a.; Schmitter 1988; Di Palma 1988 e Linz e Stepan 1982,
1996) risulta essere interessante la proposta di Leonardo Morlino.
Il consolidamento democratico è un “processo di congelamento nei
suoi caratteri essenziali, e d’adattamento in quelli secondari, delle
strutture e norme del regime democratico; è, inoltre, un processo di
progressivo ampliamento della legittimazione del regime” Morlino
1986 b.: 439). Con ciò si afferma che le proprietà centrali di una de-
mocrazia di massa, così come le strutture d’autorità e di procedure,
le relazioni tra i poteri dello Stato previsti a livello giuridico, i partiti
e i sistema di partiti, le relazioni tra strutture d’intermediazione e
regime, tendono, man mano che progredisce il consolidamento, a
un processo di stabilizzazione e di fissazione, fino ad acquisire delle
vere e proprie consuetudini. Contemporaneamente, il numero di
attori che legittimano il nuovo ordine sarebbe maggiore. Il conso-
IV. - Due processi complementari 77

lidamento democratico risulta essere così un processo nel quale: a.


l’identità del regime politico aumenta le proprie possibilità d’im-
munità sostanziale e b. cresce il suo potenziale di persistenza (Russo
2007). Questa definizione fornisce apprezzabili vantaggi. Si tratta
di un tipo di definizione reale, prodotto della ricerca comparata, che
permette un trattamento analitico del consolidamento democrati-
co e che dà la possibilità di realizzare un’analisi del consolidamento
in ognuna delle sue cosiddette “caratteristiche essenziali”. Ciò in-
duce a studiare il consolidamento democratico come il prodotto
di un bilancio analitico di “consolidamenti parziali”. D’altra parte
permette di distinguere tra consolidamento e persistenza politica;
resulta essere una guida teorica, dal momento che facilita la distin-
zione tra le condizioni primarie e secondarie del consolidamento;
considera il consolidamento non come un risultato finale, ma come
un processo politico; stabilisce criteri chiari che favoriscono una
misurazione empirica, condizione sine qua non della scientificità
del concetto. Quest’ultimo elemento è molto rilevante se conside-
riamo che molte delle spiegazioni sui processi di consolidamento
democratico hanno una caratteristica ex post-facto.

Modelli di consolidamento democratico

• Modello consensuale e modello conflittuale di consolidamento

Parto dalla premessa secondo la quale le relazioni tra gli attori si


struttura in base a due dinamiche: il conflitto e il consenso. La se-
conda premessa è che il modello di consolidamento democratico
varia a seconda del fatto che si stabilizzi il consenso o il conflitto
come meccanismo per il trattamento dei problemi politici. Le
conseguenze per il processo politico generale di entrambe le si-
tuazioni sono di ampia portata e forniscono un’identità all’intero
funzionamento del regime politico.
Spagna, durante l’instaurazione democratica (1977-1982)
e Italia, durante il secondo dopoguerra (dal 1946 fino alla fine
degli anni ‘50) costituiscono il materiale empirico per la costru-
78 La democrazia, percorsi di analisi

zione di due modelli teorici basati sull’asse conflitto / consenso:


il consolidamento democratico conflittuale e il consolidamento
democratico consensuale.
C’è un consolidamento democratico conflittuale quando è
presente: a-un predominio della confrontazione tra gli attori; b-la
deroga indefinita delle decisioni sui problemi rilevanti; e c-l ’in-
congruenza dell’opposizione politica (vedi Opposizione 1.3.2).
All’altro estremo dello spazio teorico c’è il consolidamento demo-
cratico consensuale quando: a-il consenso rappresenta l’alterna-
tiva più economica per gli attori rilevanti; b – governo ed oppo-
sizione adottano per consenso, non senza ambiguità, le decisioni
di maggior rilevanza per il regime politico; e c – l’opposizione
politica è basicamente congruente.
Il processo politico italiano costituisce un esempio di consoli-
damento democratico conflittuale e quello spagnolo, di consoli-
damento democratico consensuale.

a. Caratteristiche dissimili

A grandi linee, il caso italiano è un processo nel quale:


1. il conflitto tra opposizione e governo è “costitutivo” della
dinamica politica;
2. il conflitto si esprime in un’elevata polarizzazione ideologica;
3. le decisioni politiche principali sono portate a termine dal
governo, senza nessun accordo con l’opposizione;
4. i conflitti tra gli attori politici e sociali (sindacati, imprenditori,
partiti) sono di alto voltaggio e al limite del disincapsulamento.
Altresì in Spagna:
5. gli attori politici (governo-opposizione), sono costretti a cercare
dei meccanismi di cooperazione e di riduzione del conflitto;
6. la politica del consenso si esprime nell’intercambio di beni
politici, sia da parte del partito del governo, che legittima
l’opposizione e fa concessioni rispetto alle sue principali
richieste, sia da parte dell’opposizione, che coopera con la
riduzione del conflitto;
7. le decisioni politiche di maggior rilevanza si adottano con la
partecipazione più o meno concordata dell’opposizione;
IV. - Due processi complementari 79

8. si stipulano differenti accordi tra gli attori della società civile,


in particolare sindacati e imprenditori. Questo elemento
funziona da base per una maggiore autonomia e soddisfazione
relativa agli attori, e contribuisce l’incapsulamento politico.
Si realizzano vari accordi tra gli attori della società civile,
in particolare sindacati ed imprenditori. Ciò è utile come
base per una maggiore autonomia e relativa soddisfazione
degli attori e contribuisce al incapsulamento politico.
Le differenze tra entrambi i casi sono conseguenza delle
condizioni estremamente dissimili, come si può vedere a
continuazione.

b. Fattori condizionanti

In Italia, gli elementi che hanno condizionato il consolidamento


democratico conflittuale sono:
1. la divisione del mondo internazionale in due blocchi;
2. i due principali partiti (la DC e il PCI) si allinearono, il primo
con il blocco occidentale, e il secondo con il blocco sovietico,
rinforzando fortemente la polarizzazione politica;
3. la comunità politica, divisa nettamente tra una cultura cattolica
e una cultura comunista, è propensa ad un tipo di concorrenza
che propone non solo politiche pubbliche differenti, ma anche
ordini politici opposti;
4. esiste tra i membri del governo e dell’opposizione, un elevato
livello di sfiducia, che impedisce raggiungere degli accordi
sulle questioni importanti;
5. la distribuzione delle risorse politiche permette a una coalizione
(la DC e i suoi soci) di formare un governo con esclusione
comunista e, di conseguenza, imporre le principali linee
politiche, senza l’appoggio del principale partito d’opposizione.
In Spagna il consolidamento democratico consensuale è rin-
forzato da fattori tali come:
6. il contesto internazionale resulta essere disteso e l’opposizione
di sinistra riceve l’influenza moderatrice, nel caso del PSOE,
della socialdemocrazia tedesca e, nel caso del Partito Comunista
Spagnolo, del Partito Comunista Italiano;
80 La democrazia, percorsi di analisi

7. durante l’instaurazione democratica, i principali partiti


democratici sono consultati nelle decisioni importanti per il
governo;
8. la competizione partitica è basicamente centripeta e l’elettorato
adotta posizioni moderate;
9. la distribuzione delle risorse politiche non permette la
formazione di una coalizione dominante stabile. Fino al 1982
l’insieme degli attori rilevanti teme la regressione autoritaria,
cosa che favorisce la collaborazione.
Quanto precede si può esprimere nella tabella a pagina
seguente.

c. Caratteristiche comuni

Nonostante le difficoltà cruciali dell’Italia e della Spagna, questi


paesi condividono un risultato enorme: sono democrazie conso-
lidate. Ciò fu un processo prevedibile nel caso spagnolo, mentre
è risultato essere un fenomeno sorprendente nel caso italiano.
La democrazia italiana, nonostante le gravi difficoltà e i “rischi”
(basti pensare alle grandi mobilizzazioni del PCI, l’attentato di
Togliatti, la repressione della polizia, la politica delle indennità
industriali, le mobilizzazioni dei contadini del sud, etc.) riuscì,
non solo a sopravvivere, ma anche a consolidarsi. Ciò significa
che il conflitto (limitato) non rappresentò un ostacolo per il raf-
forzamento istituzionale.
IV. - Due processi complementari

Orientamento
Contesto Modello di Distribuzione
della classe Analogie
Internazionale competizione delle risorse
politica
Polarizzazione Tendenze Coalizione
Italia Verso il conflitto
Guerra fredda centrifughe dominante

Tab. 4.1 Fattori del processo politico


Consolidamento
Integrazione Tendenze Coalizione
Spagna Verso l’accordo
europea centripete instabile
81
82 La democrazia, percorsi di analisi

Allora, se questi regimi politici, così differenti tra loro, condivido-


no il risultato del consolidamento democratico, ci sono stati per-
ciò fattori comuni che hanno svolto la funzione di cause. In effet-
ti, in Italia, il conflitto non solo non si è radicato, ma oltretutto:
1. il sistema istituzionale, caratterizzato da un sistema di governo
parlamentario e un sistema elettorale di rappresentanza
proporzionale, permise all’opposizione di svolgere un ruolo
di ricambio nell’arena parlamentaria, e di condividere uno
spazio comune con i partiti di governo. Oltretutto, il disegno
istituzionale incentivò la collaborazione tra i membri della
classe politica, almeno nel senso di non prendere delle decisioni
che potessero danneggiare gravemente l’avversario politico.
Ciò spinse l’opposizione verso una maggiore responsabilità
politica;
2. l’opposizione comunista possedeva risorse derivate dalla sua
posizione nel governo di vari comuni;
3. le “esperienze cruciali”, in particolare la lotta contro il fascismo,
così come gli accordi raggiunti per elaborare una costituzione
“garantista”, produssero, in tutta la classe politica, un’identità
antiautoritaria.
Allo stesso modo in Spagna ci sono:
4. un sistema di governo parlamentario;
5. i partiti dell’opposizione, e in modo particolare il PSOE,
possiedono risorse ed incentivi derivati sia dalla loro posizione
nel parlamento, sia dal graduale sviluppo elettorale;
6. le esperienze cruciali sono la memoria degli alti costi della
guerra civile, il fallimento del governo Arias (con il tentativo
di portare avanti un’instaurazione restrittiva) e il fallimento
dell’opposizione di sinistra, nel proporre all’elettorato
l’astensione nel referendum sul progetto di riforma politica
proposto da Adolfo Suárez.
Rispetto all’esperienza cruciali degli attori, è necessario soffer-
marsi sugli aspetti comuni. In entrambi i casi c’è un forte rifiuto
rispetto alla possibilità di ritornare a un passato che causò costi
elevati. D’altra parte, i tentativi egemonici, nella DC italiana,
d’allargare l’esclusione comunista nel Parlamento; nel governo
spagnolo di Arias, d’instaurare una democrazia guidata, falliro-
IV. - Due processi complementari 83

no e condussero a riconoscere la partecipazione dell’opposizione,


ampia nel caso spagnolo, e ristretta (esclusione nel governo) nel
caso italiano.
Nella seguente tabella vengono presentate le caratteristiche di
entrambi i casi:

Fattori istituzionali Incentivi Esperienze cruciali


Lotta antifascista
Sistema De identità
Italia Costituente
Parlamentare Selettivi
Legge “truffa”
Guerra civile
Sistema Prevalentemente
Spagna Legge Arias
Parlamentare selettivi
Costituente

Tab. 4.2 Fattori che condizionano il rafforzamento del regime


democratico

d. Similitudini e differenze

Da quanto precede, si può dedurre che il processo di consolida-


mento democratico è compatibile sia con situazioni di conflitto,
sia con situazioni di consenso. Tuttavia, il conflitto e il consenso
sono due forme peculiari di risolvere il dissenso. Quali sono le
conseguenze sostanziali che caratterizzano entrambi i processi?
Detto in poche parole, nel caso italiano, la caratteristica centra-
le è che a) l’opposizione comunista e una parte dell’opposizio-
ne socialista (in una prima fase) sono escluse dal governo; e b)
ciò implica, per il regime democratico, un deficit di legittimità
(Morlino 1982). D’altra pare, nel caso spagnolo: a) l’opposizione
è inclusa nel processo d’instaurazione democratica, da cui deriva
b) un tipo di consolidamento con ampia legittimità politica.
In questo modo, mentre il consolidamento del regime demo-
cratico è la caratteristica condivisa da entrambi i casi, la differenza
fondamentale è basata sulla situazione conflitto/consenso.
84 La democrazia, percorsi di analisi

Il ruolo del conflitto nel consolidamento democratico

Come si è detto, esistono due “percorsi” di consolidamento de-


mocratico: con un predominio del consenso (consolidamento de-
mocratico consensuale) o con un predominio del conflitto (con-
solidamento democratico conflittuale).
Mentre il consolidamento democratico consensuale non pre-
senta rilevanti problema di comprensione teorica, è necessario chia-
rire quando il conflitto può essere positivo per il consolidamento
democratico. E. Schattchneider afferma che “il medesimo conflitto
risolve molti conflitti, dato che i problemi che il governo promuove
e rispetto ai quali il sentimento è molto intenso, raggruppano ed
escludono i problemi minori”(1957: 935-940). Allo stesso modo,
Lewis Coser sostiene che “il conflitto aiuta frequentemente a relati-
vizzare le norme esistenti o contribuisce all’emergere di nuove altre.
In questo senso, il conflitto sociale è un meccanismo per aggiustare
le norme in modo che siano adeguate a nuove situazioni. Una so-
cietà flessibile trae beneficio dal conflitto perché tale condotta, aiu-
tando a creare e modificare le norme, assicura la continuità in con-
dizioni modificate”(la parte sottolineata è mia) (Coser 1956: 80).
La questione che sorge è se la continuità del sistema può implicare
anche il consolidamento del regime politico. Seguendo l’argomen-
tazione di Coser possiamo affermare che il conflitto sviluppa soli-
darietà, a condizione che nei blocchi variabili aumenti il potenziale
di alleanze e che in conflitti siano incrociati. In questo modo un
attore A può allearsi con un attore B, che nella situazione anteriore
rappresentava un avversario. Per Coser la reciproca dipendenza tra
gruppi ostili e la gamma di conflitti che sono utili per unire il siste-
ma sociale, impediscono la disgregazione.
D’altro canto, il conflitto rafforza le solidarietà e gli attori si
orientano a rafforzare le loro organizzazioni, per cui si stabiliz-
zano le strutture del regime politico. Se ciò è vero, il conflitto
può non solo essere compatibile con il consolidamento demo-
cratico, ma può risultare essere anche una condizione favorevole
a quest’ultimo. Questa affermazione è vera nella misura in cui il
conflitto non giunga a una radicalizzazione politica, e un mecca-
nismo limitatore di ciò è rappresentato dall’incapsulamento.
IV. - Due processi complementari 85

L’incapsulamento dei conflitti

Così come la cooperazione tra opposizione e governo è l’elemen-


to essenziale del consolidamento consensuale, il consolidamento
democratico conflittuale è possibile perché presuppone la strut-
turazione e il funzionamento effettivo di un “sistema normativo
d’incapsulamento”.
C’è incapsulamento (Etzioni 1980) quando a) si esclude l’u-
tilizzo di certe risorse per la risoluzione dei conflitti, e quando b)
questa esclusione sia coerente con la struttura normativa del regi-
me. Riformulando quanto detto da Etzioni,, l’incapsulamento si
può applicare alle condotte degli attori e alle situazioni. Nel primo
caso dirò che se l’opposizione è costretta a partecipare al conflitto
d’accordo al quadro normativo del regime democratico, allora si
tratta di un’opposizione incapsulata. Da notare che l’opposizione
incapsulata differisce sia dall’opposizione favorevole al regime, sia
dall’opposizione leale. Così, per determinare se è incapsulata, non
è rilevante controllare i suoi obiettivi, come nei casi delle opposi-
zioni favorevoli al regime o leali, ma prendere in considerazione
le condizioni istituzionali che costringono il partito a conformarsi
alle regole del gioco. L’incapsulamento è un predicato delle situa-
zioni quando ci riferiamo alle regole, alla “capsula”. Queste regole
escludono certe forme di conflitto. I conflitti incapsulati “non si
risolvono nel senso che le parti si riappacificano necessariamente”
(Etzioni 1980: 665-666). Porre attenzione al incapsulamento sia
degli attori che delle situazioni risulta essere di particolare rile-
vanza in contesti caratterizzati da un’incompatibilità stabilizzata
tra gli attori, e perciò nei processi di consolidamento democratico
conflittuale.
L’incapsulamento include anche degli aspetti soggettivi.
Considerare questi aspetti è rilevante quando analizziamo regimi
politici che “sono nati con difetti” e che implicano un mercato
politico deficitario del sistema. Dato che con mercato politico ci
riferiamo alla circolazione e allo scambio di beni nell’arena isti-
tuzionale, questi difetti nello scambio politico possono facilitare
defezioni nel regime politico. Come afferma Albert Hirschman
(1970) l’”uscita” può consistere nel fatto che gli attori scelgano
86 La democrazia, percorsi di analisi

l’arena coercitiva e quindi puntino alla distruzione dell’avversa-


rio politico. Questa possibilità si può concretizzare se si compio-
no due condizioni: a – la defezione è un obbiettivo privilegiato
dell’opposizione e, b – l’attore possiede risorse sufficienti per ren-
dere effettiva la sua preferenza.
Un’alternativa alla defezione è quella del “conflitto regolato”.
Ciò è possibile quando gli attori si orientano seguendo delle nor-
me di autolimitazione. Per precisare meglio questo concetto si
può fare riferimento all’ipotesi di Keneth Arrow, relativa alla co-
stituzione di sistema normativi nei mercati politici difettosi: “C’è
una forma meno visibile di azione sociale: le norme del compor-
tamento sociale, includendo i codici etici e morali. Suggerisco
come una possibile interpretazione che queste siano reazioni della
società per compensare il fallimento del mercato. È conveniente
che gli individui abbiano fiducia nelle parole degli atri. Se non ci
fosse fiducia, sarebbe molto costoso disporre di sanzioni e garan-
zie alternative; oltretutto, bisognerebbe rinunciare a molte op-
portunità per la reciproca benefica cooperazione.... Le azioni che
non appartengono al mercato possono adottare la forma di un
accordo reciproco. Però l’organizzazione di questi accordi, e in
modo particolare la loro estensione a nuovi individui che entrano
a far parte del sistema sociale, può essere costoso” 1974: 22). In
questo modo, il conflitto contribuisce alla creazione di “mercato
sostitutivo” nel quale gli attori si mettono d’accordo sulle regole
per proteggersi dalla distruzione.
Nella riformulazione che qui si propone, l’incapsulamento può
quindi essere inteso, da una parte come l’insieme delle condizioni
che favoriscono la non-violazione di certe norme del regime poli-
tico, e dall’altra come la volontà degli attori di creare un “regime
del conflitto”. In entrambi i casi gli attori collaborano in modo
che il conflitto disponga di reti. Perché lo fanno? Lo fanno per
ridurre i costi imprevedibili. Il conflitto incapsulato rende possi-
bile la coesistenza tra la conservazione regolata dei propri beni e
una dura concorrenza rispetto all’avversario. L’incapsulamento è
quindi sia il risultato di condizioni oggettive, sia della disposizione
degli attori. Le condizioni oggettive comprendono le risorse che
gli attori possiedono, gli aspetti istituzionali e i comportamenti
IV. - Due processi complementari 87

degli altri attori che favoriscono od ostacolano l’incapsulamento


dell’attore. A sua volta, la disposizione dell’attore, implica calcoli
del tipo costi-benefici, l’ideologia e le strategie che motivano un
attore rispetto all’incapsulamento della propria azione.
A partire di questa differenza, propongo una distinzione tra
le seguenti classi d’incapsulamento: a) incapsulamento causato,
prodotto dalle condizioni istituzionali e dalla distribuzione delle
risorse tra gli attori, e b) incapsulamento intenzionale, che risulta
fondamentalmente dalla volontà dell’attore d’incapsularsi. D’altro
canto, quando in un regime politico gli attori non possono e non
si propongono d’attuare al di fuori delle norme, dirò allora che
esiste un forte incapsulamento. Mentre quando l’incapsulamento
è prevalentemente provocato o prevalentemente intenzionale, di-
remo allora che c’è un debole incapsulamento. Infine, se l’incap-
sulamento è prevalentemente provocato, dirò che c’è un debole
incapsulamento istituzionale, mentre che se l’incapsulamento è
prevalentemente intenzionale, affermerò che c’è un debole incap-
sulamento provocato. Nella seguente tabella si mostrano alcune
delle possibili combinazioni.

Provocato Intenzionale Incapsulamento


1 1 Forte
1 0 Debole istituzionale
0 1 Debole provocato
0 0 Non-incapsulamento

Tab. 4.3 Tipi di incapsulamento

2 Modelli basati sulla portata del consolidamento

Il consolidamento democratico presuppone che “qualcuno” (un


attore o una coalizione di attori) o “qualcosa” (una politica gene-
rale, o certi schemi di azione) si imponga in modo stabile rispetto
ad altre alternative. Certe istituzioni o procedimenti istituzionali
si cristallizzano e sopravvivono rispetto ad altre opzioni, che fu-
rono una concreta possibilità durante la transizione e l’instaura-
88 La democrazia, percorsi di analisi

zione democratica. Certi attori si stabilizzano in particolari posi-


zioni o in una classe di posizioni (per esempio, la classe di attori
rilevanti). Il congelamento risulta così essere una fissazione per il
potere e per le alternative di potere. Tuttavia, il consolidamento
democratico non è incompatibile con i cambi, talvolta bruschi,
nelle relazioni di potere tra gli attori. In questo modo si possono
concepire due situazioni ideali: da un parte, un processo di con-
gelamento stabilizzato degli attori, e una scarsa innovazione isti-
tuzionale; dall’altra, un processo di congelamento basico, con un
posizionamento meno stabile degli attori e problemi istituzionali
aperti. Definisco la prima situazione un consolidamento esteso, e
la seconda un consolidamento basico.

Congelamento
Ampio Ridotto
Consolidamento esteso Consolidamento ridotto

Tab. 4.4 Portata del consolidamento democratico

Le condizioni basiche includono regimi politici nei quali si fissano


caratteristiche essenziali delle poliarchie: elezioni periodiche e tra-
sparenti, si riconosce il verdetto della cittadinanza, il Parlamento
funziona regolarmente, si rispettano i diritti e le garanzie indivi-
duali e d’associazione, e si ammette il diritto all’opposizione.
Contemporaneamente, può succedere che si metta in discus-
sione il funzionamento delle strutture centrali e si proponga la ri-
forma dello stato; che non si stabilisca una strutturazione definita
delle relazioni tra gruppi d’interesse e partiti, che esista una debo-
le identificazione politica dei sindacati, e che non siano stabili né
le relazioni di forza tra gli attori politici e sociali, né il potenziale
di alleanza degli attori. Perciò il regime democratico può funzio-
nare con consuetudini in certe strutture basiche, e contempora-
neamente mantenere un elevato livello di imprevedibilità in altre
strutture. Ritengo che un esempio di consolidamento democrati-
co basico sia l’Argentina di Alfonsin. In questo paese il tema della
riforma costituzionale, o del trasferimento della capitale sono due
proposte che non si concretizzano, in parte per l’incompatibilità
IV. - Due processi complementari 89

tra proposte alternative, e in parte per la sfiducia all’interno della


classe politica. Al contrario, Spagna ed Italia rappresentano dei
casi di consolidamento esteso.
A che è dovuta la “propensione”, in certi regimi, rispetto ad
una maggiore o minore estensione del consolidamento democra-
tico? In che modo le variabili conflittualità/consenso ed esclusio-
ne/inclusione dell’opposizione incidono sull’estensione del con-
solidamento democratico?
Dall’analisi dei nostri casi emerge che la portata del consoli-
damento non dipende dal carattere conflittuale o consensuale del
consolidamento democratico. Così Spagna ed Italia si caratteriz-
zano per un consolidamento ampio, nonostante siano localizzate
in posizioni estreme rispetto alla coppia conflitto/consenso.
Neanche la portata del consolidamento democratico mantiene
una relazione con l’esclusione o l’inclusione dell’opposizione nel
governo. In Argentina c’è inclusione e il consolidamento è basico,
mentre in Spagna c’è inclusione e il consolidamento democratico
è intenso. Quali fattori contribuiscono quindi allo sviluppo del
consolidamento democratico?
Se mettiamo in relazione la coppia conflitto/ consenso, con la
coppia inclusione/esclusione in questi casi otteniamo:
• Inclusione + Conflitto: Argentina
• Inclusione + Consenso: Spagna
• Esclusione + Conflitto: Italia
Nei nostri casi la combinazione inclusione/conflitto corri-
sponde a un consolidamento basico, mentre le coppie esclusione/
conflitto e consenso/inclusione corrispondono a consolidamenti
democratici estesi. Le ragioni che giustificano ogni posiziona-
mento sono di facile comprensione. Nel caso argentino gli intensi
conflitti e incompatibilità tra gli attori e l’ammissione dell’oppo-
sizione come una possibilità di governo, si traduce nella possibili-
tà reale di destabilizzazione di certe strutture.
Un fattore che condiziona la portata del consolidamento è l’e-
sistenza di coalizioni stabili. Se le coalizioni politiche si caratteriz-
zano per una relazione stabile con gli attori sociali rilevanti (asso-
ciazioni d’imprenditori, Chiesa, confederazioni d’imprenditori),
ossia, se c’è stabilità nelle relazioni tra le coalizioni, si deve quindi
90 La democrazia, percorsi di analisi

prevedere che il consolidamento comprenda un insieme più am-


pio di strutture del regime politico e che il risultato sia un model-
lo di consolidamento esteso. Se, in caso contrario, le relazioni tra
le coalizioni sono innestabili, dovuto alla fluidità sia degli attori
social, sia dei partiti, aumenteranno allora le probabilità di non
superare un processo di consolidamento basico.
D’altro canto bisogna prendere in considerazione le variabili
istituzionali come ad esempio la forma di governo e il sistema
dei partiti. Nel sistema presidenziale le possibilità di modifiche
sostanziali e di cambi bruschi nelle politiche pubbliche sono, in
termini generali, maggiori rispetto al sistema parlamentario. Se
a ciò aggiungiamo che il sistema bipartitico scoraggia le allean-
ze, allora le probabilità di cambi aumentano. Oltretutto, il siste-
ma presidenziale favorisce gli orientamenti “fondanti” dei leader,
orientamento meno probabile nei sistema parlamentari.
La portata del consolidamento non mantiene una relazione
con la forza del consolidamento democratico. Così, il processo
italiano è di consolidamento esteso, però l’esclusione dell’opposi-
zione comunista produce un deficit di legittimità e produce come
risultato un processo di consolidamento debole (Morlino 1982).
Per contro, è concepibile che in situazioni d’alta fluidità delle co-
alizioni, però senza la presenza di attori rilevanti contro il regime,
un processo politico di congelamento basico resulta essere ade-
guato dovuto alla maggiore flessibilità e capacità d’adattamento
delle strutture rispetto ai cambi politici.

2. La destituzione autoritaria

La contropartita del processo di consolidamento democratico


(il processo di destituzione autoritaria) si caratterizza per il fatto
che il nuovo insediamento politico rimuove, delegittima, rifiuta
e cambia.
Il processo di destituzione autoritaria è analiticamente im-
portante in quei casi in cui, come Argentina, si sono caratteriz-
zati dalla frequente alternanza di regimi politici differenti e che
cambiano “in contrapposizione” all’ordine autoritario. Questa
IV. - Due processi complementari 91

situazione presuppone che gli attori rilevanti si siano “abituati” a


partecipare o a cooperare con distinti regimi, e che le loro lealtà
siano “facilmente” condizionate da certi incentivi. In altre parole,
si tratta di attori politici con una cultura di slealtà. Il terreno delle
opzioni e delle opportunità è molto lassista rispetto agli attori,
visto che in certe occasioni gli risulta più economico far parte
di o sostenere un’alleanza contro il regime, invece di sforzarsi di
realizzare negoziazioni complicate con un dato governo fedele a
un dato regime. La possibilità (cosciente per gli attori) di cam-
biare contemporaneamente governo e regole di gioco, si traduce
in una permanente minaccia per il regime politico, e gli attori
acquisiscono la capacità di “estorsione”, convertendo l’ordine po-
litico più in una fonte condizionata di risorse che in un sistema di
regole con costi e benefici predistribuiti.
Al fine di precisare l’applicazione del concetto che ci interessa,
dobbiamo distinguere due processi simultanei, però con significa-
ti radicalmente opposti. Mi riferisco alla distinzione tra instaura-
zione democratica e ciò che io definisco processo di destituzione
autoritaria. L’analisi dell’eredità autoritaria nelle nuove democra-
zie è stato, senza dubbio, istruttivo, e ha permesso focalizzare sia
l’instaurazione democratica, sia il processo di consolidamento, in
una perspettiva più integrale.1 In ciò che segue, verrà identifica-
to concettualmente questo processo, e dopo verrà illustrato con
il caso argentino, in particolare in relazione al ruolo centrale di
Alfonsin. La destituzione autoritaria risulta essere imprescindi-
bile per spiegare come è stato superato il circolo vizioso di cin-
quant’anni di deterioramento che ha reso impercorribile la demo-
crazia. Come si spiegherà, questa rottura coinvolta nel processo
di destituzione, ha dato un senso e permette di spiegare il ruolo
centrale di Alfonsin nel processo di democratizzazione.
Il governo, e gli attori istituzionali, trovano, sin dai primi mo-
mento della vita democratica, due problemi vincolati alla costru-
zione del nuovo regime politico: da una parte occorre disegnare le
nuove istituzioni e mettere in pratica un determinato quadro giu-

1. Mi riferisco specialmente alle opere di Leonardo Morlino (1986 a. e b.), Ralf


Dahrendorf (1988) e Karl Remmer (1985)
92 La democrazia, percorsi di analisi

ridico; dall’altra, bisogna decidere se mantiene o elimina strutture


ereditate dal regime autoritario. In questo senso l’instaurazione
democratica e la destituzione autoritaria costituiscono le due fac-
ce di un processo politico contemporaneo.
La destituzione autoritaria è il processo caratterizzato da: a)
l’abrogazione delle strutture che caratterizzano il regime autori-
tario anteriore e b) la delegittimazione di queste strutture e degli
attori o funzioni svolte nel regime anteriore. Nel processo di de-
stituzione autoritaria si possono identificare tre aspetti. Il primo,
di ordine simbolico, si riferisce al processo di delegittimazione,
nel quale sia gli intellettuali, sia i leader d’opinione e i movimen-
ti politici (come le organizzazioni difensore dei diritti umani in
Argentina) svolgono un ruolo importante. Il secondo aspetto è di
ordine normativo, e si riferisce al processo di abrogazione delle
norme giuridiche esistenti nel regime autoritario (per esempio la
legge sull’amnistia dei militari argentini) ed a quelle prerogative
giuridiche che i militari preparano durante gli ultimi anni del
governo autoritari. Il terzo aspetto ha a che fare con l’impegno,
da parte degli attori favore del regime, di non allearsi con attori
contrari al regime che siano stati rilevanti nel regime autoritario
anteriore. Questo aspetto si riferisce alla lealtà-slealtà degli attori
politici. Se da una parte è vero che l’instaurazione democratica
implica un processo di destituzione autoritaria, è altrettanto vero
che questo processo possa variare in quanto alla sua profondità.
Così, quando si soddisfano i tre aspetti, allora il processo di de-
stituzione autoritaria è forte. Mentre se si soddisfa il terzo e, in
minor misura i primi due, si tratta allora di un processo di desti-
tuzione autoritaria debole. Il tipo di destituzione autoritaria forte
corrisponde generalmente ai processi di transizione democratica
discontinua, mentre il processo di destituzione debole a quelle
transizioni relativamente più continue.
Il processo di destituzione autoritaria risulta essere rilevante per
il fatto che, se è un successo, aumenta enormemente i costi di certe
alleanze antistema. Però, oltretutto, la differenza tra instaurazione
e destituzione risulta importante se consideriamo il problema del-
la legittimità del regime politico. Come è stato affermato (1986),
la legittimità non è una condizione necessaria per la persistenza
IV. - Due processi complementari 93

di un regime politico. In modo che un regime persista, viene ri-


chiesta piuttosto l’assenza di alternative a questo regime.2 Il caso di
Argentina potrebbe essere paradigmatico. Apparentemente corri-
sponderebbe a un regime politico che “sopravvive” solo perché non
si sono prodotte alternative contro il regime.

Legittimazione democratica – delegittimazione autoritaria

La democrazia argentina solo sopravvisse? Evidentemente una ri-


sposta di questo tipo non fa altro che spostare il problema prin-
cipale, ossia, non risolve la questione del perché non si siano
formate alleanze forti che propongano la sostituzione del regime
democratico. A mio parere parte della risposta si trova non tanto
nell’analisi del processo d’instaurazione democratica, ma piut-
tosto nella particolarità del processo di destituzione autoritaria.
Difficilmente si può attribuire la persistenza della democrazia ar-
gentina alla legittimità delle sue principali istituzioni; tuttavia la
delegittimazione autoritaria è stata abbastanza profonda. In que-
sto paese l’instaurazione democratica non rappresentò una novi-
tà, a cui contribuì l’assenza di un dibattito costituente. La novità,
al contrario, radicò nel processo di destituzione autoritaria.
A mo’ di ipotesi, si può affermare che c’è una relazione tra il
processo di destituzione autoritaria e il carattere cooperativo o con-
flittuale del consolidamento democratico. Esiste una relazione tra
consolidamenti consensuali e processi di destituzione autoritaria
debole. Ciò succede nei casi delle transizioni democratiche di rela-
tiva continuità. La spiegazione di questo fatto si basa su almeno due
ragioni: la prima è che gli attori dell’opposizione democratica che
accettano di realizzare accordi con gli attori del regime autoritario
mostrano una maggiore propensione all’accordo rispetto a quelli
che non la hanno, e si può aspettare da loro almeno un atteggia-
mento simile rispetto ai membri di altri partiti a favore del regime.
In secondo luogo, se i partiti sono disposti a intraprendere nego-

2. Si veda Pzeworski, A. (1986) cap. 2 di Transitions from Authoritarian Rule.


Comparative Perspectives, The Johns Hopkins University Press, Baltimore.
94 La democrazia, percorsi di analisi

ziazioni con i gruppi del regime autoritario, è dovuto al fatto che


quest’ultimi possiedono risorse sufficienti per poter condizionare il
processo politico successivo. Si tratta, quindi, di una situazione in
cui i partiti la percepiscono come minacciosa e che li spinge verso
una maggiore coesione e propensione a stipulare un patto tra loro.
Un esempio di ciò è la Spagna tra il 1977 e il 1979.
Oltretutto, però, la destituzione autoritaria può influire in
modo decisivo sul ruolo centrale della leadership politica. Ciò ri-
sulta della relazione tra la destituzione autoritaria e i costi politici.
Presterò attenzione adesso al contributo di Alfonsin al raffor-
zamento della democrazia argentina, e, in secondo luogo, cerche-
rò di precisare i fattori che influenzarono il ruolo più o meno cen-
trale di Alfonsin nel processo democratico argentino. Entrambe le
questioni, anche se sono chiaramente distinguibili, sono stretta-
mente vincolate tra loro, per il fatto che una maggiore centralità
politica provoca un aumento sia dei benefici, sia dei costi delle
decisioni adottate. Rispetto a ciò, affermo in primo luogo che la
distribuzione dei costi e dei benefici di un leader, un partito o un
governo, mantiene una relazione con la dimensione del processo di
cambio che un governo privilegia nella sua azione politica. Le se-
guenti affermazioni (ipotesi) hanno una relazione con la conget-
tura precedente e, in un certo modo, possono essere considerati
due casi particolari di quest’ultima. Nell’ipotesi 1, sostengo che
H1. Se il maggior sforzo del governo o degli attori rilevanti si di-
rige verso l’instaurazione-consolidamento democratico, allora i costi
saranno inferiori per gli stessi.
Al contrario, nell’ipotesi 2, si afferma che
H.2. Se lo sforzo del governo si orienta, in modo particolare, verso
il processo di destituzione autoritaria-consolidamento democratico,
allora i costi saranno superiori.
La differenza centrale tra entrambe le attività governative è
che nel primo caso si contribuisce a legittimare il nuovo ordine
politico, mentre nel secondo le energie sono utilizzate fondamen-
talmente per delegittimare il vecchio regime autoritario. Prima
di continuare, facciamo due precisazioni: a) la prima ipotesi deve
essere intesa nel contesto del consolidamento democratico; e b)
considero quali aspetti del processo di cambio democratico l’in-
IV. - Due processi complementari 95

staurazione democratica e la destituzione autoritaria. Con instau-


razione democratica mi riferisco al processo di messa in funzione
delle istituzioni che caratterizzano un regime democratico (libere
elezioni, funzionamento del Parlamento, ammissione dell’oppo-
sizione nelle istituzioni, ed altre caratteristiche delle poliarchie
(Dahl 1971). Il processo di destituzione autoritaria avviene in un
momento contemporaneo all’instaurazione democratica, anche
se può prolungarsi fino al consolidamento democratico, e con-
siste nel processo di derogazione di strutture ereditate dal regime
autoritario. Mentre l’instaurazione democratica è stata trattata da
vari autori (Baloyra 1982, Morlino 1987, 2003; Delich 1988,
Zielonka 2001, Dobri 2000); la destituzione autoritaria ha rice-
vuto, al contrario, un’attenzione meno sistematica da parte degli
studiosi del cambio di regime politico, e per questa ragione mi
soffermerò successivamente nel precisare tale concetto.
Penso che un caso confermativo della seconda ipotesi sia l’Ita-
lia postfascista degli anni cinquanta, in cui il processo politico è
orientato fondamentalmente a costruire la democrazia, anche se
in modo estremamente conflittuale (Spriano 1986). Da parte sua,
la terza ipotesi sarebbe confermata dal caso argentino. La leader-
ship di Alfonsin dev’essere analizzata nel contesto del consolida-
mento democratico conflittuale.3 Si tratta di situazioni politiche
in cui predomina un intenso conflitto tra avversari politicamente
rilevanti. I processi di consolidamento democratico conflittuale si
caratterizzano per a) la ricorrente tensione e incompatibilità tra
gli attori dell’opposizione e il governo, rispetto a obiettivi e stra-
tegie; b) la delegittimazione reciproca tra opposizione e governo
rispetto alle linee d’azione e alle decisioni adottate e alla adozione
di “non-decisioni” sulle questioni chiavi (Lukes 1974). Si tratta
quindi di un tipo di leadership che si costruisce “in opposizione
a...” o “in contrasto con…” altri attori.
L’anteriore riferimento all’Italia e all’Argentina segnala un aspet-
to interessante.4 Il fatto è che nonostante in entrambi i casi si tratta

3. Rispetto al ruolo del conflitto nei processi di cambio di regime si veda A.Przeworski
(1986); e sul conflitto nella democrazia argentina vedere J.C. Portantiero (1986)
4. Casi che possono essere considerati seguendo una strategia di casi most different
(Przeworski e Teune 1970)
96 La democrazia, percorsi di analisi

di processi di consolidamento democratico conflittuale,5 i risulta-


ti in termini di costi per il governo sono molto differenti. Ciò si
deve al fatto che mentre il consolidamento democratico italiano è
esclusivo, dato che l’opposizione rimane esclusa dal governo, e che
il processo di consolidamento democratico può essere addirittura
identificato con il consolidamento della clausola ad-excludendum,
il processo di consolidamento democratico argentino è inclusivo ri-
spetto all’opposizione peronista, che, al legittimarsi come alternati-
va, avrà un’effettiva capacità per aumentare l’erosione del governo.
Naturalmente l’importanza di un leader è relativa a determina-
ti contesti. In questo senso, è necessario chiarire che quando chie-
do riguardo alla rilevanza del governo faccio riferimento implicito
agli effetti della sua gestione sul consolidamento della democrazia
argentina. Perché? Perché uno dei maggiori problemi del sistema
politico di questo paese è consistito, durante questo secolo, nel
come consolidare un regime politico con ampia partecipazione e
tolleranza vero l’opposizione.6 Rispetto a ciò, i differenti progetti
istituzionali che sono stati utilizzati hanno proposto forme poli-
tiche che vanno da regimi ampi con deficit di tolleranza, fino a

5. Un’interpretazione dettagliata dei modelli di consolidamento democratico conflit-


tuale e consensuale si trovano in Juan Russo (1992, 1995).
6. Se analizziamo l’evoluzione della democrazia argentina seguendo le coordinate del
classico schema di Robert Dahl (1971), si osserva che argentina non ebbe difficoltà
nel passare dall’egemonia chiusa all’oligarchia competitiva, mentre il passaggio da
quest’ultima alla poliarchia è stato problematico ed una continua frustrazione sin
dal 1930, data del primo colpo di stato. È stata citata come una possibile causa delle
difficoltà nel consolidare la democrazia in argentina, la celerità con la quale si ebbe
accesso alla democrazia di massa (1912-1916), rispetto ai casi in cui tale processo
impiegò secoli (naturalmente il caso esemplare è rappresentato dalla Gran Bretagna);
la ragione sarebbe che i gruppi economici e sociali dominanti si videro oltrepassati
dall’accesso delle masse alla rappresentanza politica e ciò avrebbe generato una ri-
sposta autoritaria da parte dei medesimi gruppi. A mio parere questo tipo di analisi
risulta insufficiente al momento di precisare le relazioni tra le classi dominanti e le
forze armate, così come l’omogeneità di tali classi e conseguentemente l’unidire-
zionalità della loro risposta politica; ed infine non ci sono, né da parte dei governi
radicali, né da parte dei peronisti, evidenze rispetto a una rottura con le relazioni
economiche dominanti. Rispetto al ruolo dei militari nelle risi delle democrazie si
veda Robert Potash, R.(1981). Anche per l’analisi del decennio degli anni sessanta
vedere Eugenio Kuaternik (1987) e C. Smulovitz (1988). Una serie di opere im-
portanti al fallimento della democrazia argentina e la relazione delle classi sociali è
l’opera di Guillermo O’Donnell (1982)
IV. - Due processi complementari 97

ordini politici con esclusione dei partiti di maggioranza. Tuttavia,


nessuno di questi tentativi di “ingegneria politica” potette con-
solidarsi e quindi il problema consistette non solo nel poter co-
struire la democrazia, ma anche, in senso più ampio, nel generare
delle istituzioni che potessero consolidarsi a sua volta. Questo
fatto conduce al problema relativo al senso in cui un leader politi-
co possa contribuire al consolidamento democratico. Però prima
di considerare questa questione, risponderemo alla domanda più
elementare: Alfonsin fu rilevante per la politica argentina?

La rilevanza di Alfonsin

Se confrontiamo la realtà politica argentina prima del governo di


Alfonsin con quella esistente dopo il suo mandato, cioè nel lasso
di tempo 1983-1989, è evidente che la sua influenza è stata enor-
me. Basti pensare che durante quel periodo, per la prima volta
nella storia argentina, vennero giudicate e condannate le giunte
militari per violazioni dei diritti umani, aumentarono senza pre-
cedenti i costi politici di qualsiasi tentativo contro il regime, ven-
nero evitate le ingerenze da parte del governo nazionale rispetto
alle amministrazioni provinciali, e vennero proposte dal governo
riforme strutturali che implicavano una profonda trasformazione
dello stato. La centralità di Alfonsin si può anche misurare grazie
al successo di ciò che rappresentò il suo principale obiettivo po-
litico: riuscire a far in modo che il presidente che gli succedesse
risultasse dalle urne e non da un colpo di stato. In questa modo
l’influenza globale di Alfonsin fu di un’entità enorme, e special-
mente rispetto al regime politico, fatto che solitamente rimane
nell’ombra per via dell’esito del suo governo. Un finale caratte-
rizzato dall’impopolarità del governo, gli assalti ai supermercati,
l’iperinflazione, le crisi militari e la sconfitta elettorale. In definiti-
va, un finale caratterizzato dall’ingovernabilità politica degli atto-
ri social ed economici. L’ultimo periodo dell’esercizio di governo
ebbe una tendenza esattamente opposta a quella della prima fase
(caratterizzata dalle elevate aspettative e da un gran sostegno da
parte della società). Le contrastanti immagini dell’inizio e della
98 La democrazia, percorsi di analisi

fine del governo di Alfonsín risultano essere un indicatore insosti-


tuibile degli elevati costi che lui dovette pagare. In che momento
si colloca il punto d’inflessione della sua centralità? Questo mo-
mento può essere identificato nelle elezioni dei legislatori e per il
rinnovo dei governatori, che si svolsero nel 1987. In quelle elezio-
ni il partito di governo è sconfitto, perde la maggioranza dei seggi
nella camera dei deputati e quasi tutti i governi provinciali. Allo
stesso modo, il periodo 1983-1986 può essere definito come una
tappa di alta centralità di Alfonsin, mentre il lasso 1987-1989
corrisponde al suo declino.
Come abbiamo affermato, il contesto politico nel quale agi-
sce Alfonsin è strutturalmente conflittuale e corrisponde oltre-
tutto ad un tipo di azione basata su una logica a somma zero.7
Ossia, l’aumento della forza di Alfonsin è direttamente relaziona-
to alla debolezza degli altri attori politici: maggiore centralità di
Alfonsin, minore centralità dell’opposizione. In questa direzione,
la leadership di Raul Alfonsin deve essere analizzata nel contesto
del consolidamento democratico conflittuale. Torniamo però ad
un problema in sospeso: in che modo un leader politico può con-
tribuire al consolidamento democratico?
Se ci soffermiamo sulla nozione teorica del consolidamento
democratico (Morlino 1986a e b, Schmitter 1988),8 troviamo che
i due aspetti chiave di tale processo sono l’espansione della legit-
timazione rispetto alle strutture del regime politico e il conge-
lamento dei regimi parziali (sistema elettorale, amministrazione
pubblica, etc.). In quale aspetto il governo di Alfonsin potette
svolgere un ruolo importante?

7. Vuol dire che l’aumento della forza di Alfonsin è direttamente relazionato alla de-
bilità degli altri attori politici: maggiore centralità di Alfonsin, minore centralità
dell’opposizione.
8. Sto considerando fondamentalmente le posizioni che prestano maggiore attenzione
alle strutture del regime politico senza includere quelle che enfatizzano il processo di
legittimazione come elemento centrale del consolidamento. Rispetto a quest’ultima,
vedere per esempio G. Di Palma (1988)
IV. - Due processi complementari 99

Il congelamento delle strutture

Se prestiamo attenzione alla stabilizzazione delle strutture della


democrazia argentina, risulta essere più che dubbiosa l’influenza
di Alfonsin rispetto a essa. Al contrario, il periodo 1983-1989 si
caratterizza per la fluidità politica. Non c’è una stabilizzazione
nelle relazioni tra gli attori politici e sociali, e neppure si rag-
giungono dei grandi accordi rispetto alle relazioni tra governo e
sindacati o imprenditori. Se prestiamo attenzione al livello or-
ganizzativo, per esempio dei partiti politici, è vero che il partito
di governo non soffre particolari modifiche, pero il principale
partito d’opposizione agisce impulsato dalla destrutturazione
interna (proliferazione di frazioni, polarizzazione interna, man-
canza di riconoscimento di leadership e di osservanza delle nor-
me sui partiti), fatto che ha delle conseguenze dirette sulla sta-
bilizzazione delle strutture democratiche, innanzitutto perché
si tratta di un partito con una forte implementazione sociale in
tutto il paese, dovuto alla relazione privilegiata identificazione
con la centrale dei lavoratori (CGT), alla sua rappresentanza nei
governi degli stati provinciali e nel Congresso. Senza dubbio,
la destrutturazione dei peronisti è uno dei fattori che condizio-
nano fortemente la “fluidità” politica alla quale fa riferimento:
le difficoltà per il raggiungimento di accordi tra opposizione e
governo, la non-osservanza da parte della CGT rispetto ai patti
stipulati dalla classe politica, e il disincapsulamento degli attori
istituzionali.
D’altro canto, l’azione di un leader difficilmente può corri-
spondere alla definizione o al congelamento delle strutture. Al
contrario, quest’ultimo elemento risulta piuttosto dalla comples-
sa interazione di fattori, da conseguenze politiche impreviste, così
come dalla maggiore o minore fluidità delle strutture, o delle re-
lazioni tra le strutture del regime politico. È utile anche osservare
l’impatto della gestione di Alfonsin sui fattori che contribuiscono
al consolidamento democratico. Mi riferisco ad elementi di tipo
maggiore-minore incapsulamento dei conflitti o maggiore-mino-
100 La democrazia, percorsi di analisi

re lealtà degli attori politici.9 Ciò è particolarmente importante


quando consideriamo che in Argentina il conflitto rappresenta la
modalità di relazione politica più ricorrente.
Prima di passare a considerare il fattore della legittimazione
democratica (e delegittimazione autoritaria), farò una breve rife-
rimento a due distinzioni che permetteranno capire con maggiore
esattezza la rilevanza di Alfonsin.

Consolidamenti da legittimità e consolidamenti da congelamento

Analiticamente è conveniente distinguere se il consolidamento


democratico si basa fondamentalmente sulla legittimità (o dele-
gittimazione autoritaria) o se invece si basa sul congelamento del-
le strutture politiche. I consolidamenti basati sul congelamento
delle strutture politiche corrispondono a casi come quello italia-
no, nel quale ci sono forti condizionamenti rispetto al incapsula-
mento dei conflitti. Pensiamo nello scarso margine d’azione che
possedevano i principali partiti politici d’Italia durante la guerra
fredda; così come nella configurazione di un contesto di blocco
politico interno (Di Palma 1978; Sartori 1976, 1982). Si tratta
di consolidamenti deboli nei quali la democrazia è assicurata al
contempo che si caratterizza per elevati costi della legittimità. Il
congelamento ampio con deficit di legittimità è la formula dei
consolidamenti da congelamento, mentre nel caso del consoli-
damento da espansione della legittimità avviene che il deficit si
nel congelamento delle strutture del regime politico. Esso corri-
sponde ai casi come quelli dell´America Latina, en in particola-
re dell’Argentina, nei quali, nonostante che la democrazia abbia
ottenuto sostegno (e fondamentalmente il regime autoritario ha
perso sostegno), non è successa la stessa cosa con la fissazione di
certe strutture. Al contrario si menziona la necessità di riforme
costituzionali, o dello stato in generale. Il problema dei consoli-
damenti democratici basati fondamentalmente sulla legittimità

9. Sul concetto di incapsulamento vedere A. Etzioni (1964, 1980) e su quello di lealtà


politica Hirschman A.(1970, 1981) e anche Linz,J.(1978)
IV. - Due processi complementari 101

è che la democrazia sia troppo vulnerabile rispetto al livello di


competitività (rigida o flessibile) tra gli attori politici. In questo
contesto, l’adempimento dei leader politici è notevolmente im-
portante, dato che dipende in buona parte da loro il sostegno da
parte della popolazione alle norme del regime politico. Inoltre essi
possono contribuire in modo decisivo alla possibilità di evitare la
formazione di attori contro il regime. E questa considerazione ci
conduce al secondo aspetto.
Al momento di valutare le cause delle fluttuazioni rispetto alla
centralità di Alfonsin, questa relazione risulta cruciale. Torniamo
adesso alla domanda: quali furono i fattori che condizionarono
la centralità di Alfonsin? Prima di tornare sulla relazione ruolo
di Alfonsin-causa della sua centralità, “scarterò” una ipotesi che
sovente viene utilizzata al momento di spiegare l’emergenza e il
mantenimento delle leadership.
Ipotesi alternative:

a. Il fattore istituzionalizzazione

Una risposta che potrebbe essere data consiste nell’inglobare il


caso di Alfonsin in una spiegazione teorica generale come quel-
la proposta dagli studiosi della istituzionalizzazione politica. In
questo senso si può ipotizzare una relazione inversamente pro-
porzionale tra l’istituzionalizzazione politica e la centralizzazio-
ne della leadership politica, in modo che se le forti leadership
corrispondono a degli ordini politici poco istituzionalizzati, si
conclude che l’elevata centralità di Alfonsin derivi della bassa
istituzionalizzazione.
Orbene, è pertinente, nel caso argentino, mettere in relazione
l’istituzionalizzazione politica con la centralità della leadership di
Alfonsin? Se si vuole rispondere in modo positivo a questo pro-
blema, allora risulta particolarmente difficile determinare il suo
reale valore. Ciò è dovuto a varie ragioni. In primo luogo, è dif-
ficile non incorrere nella tautologia quando si parla di bassa isti-
tuzionalizzazione in una fase di transizione politica. In secondo
luogo, il concetto di istituzionalizzazione, così come è stato ana-
102 La democrazia, percorsi di analisi

lizzato nella letteratura sociologica,10 denota delle trasformazioni


politiche profonde che si realizzano in lunghi periodi di tempo
e che colpiscono l’insieme del sistema politico. In questo senso,
esiste un consenso sul considerare un paese come l’Argentina isti-
tuzionalmente debole, fato che è corroborato dall’instabilità po-
litica dell’ultima metà del secolo. Se ciò è vero, allora la centralità
di un leader politico degli anni ottanta non può essere spiegata
da questa variabile. Un´alternativa metodologica è rappresentata
dall’osservare il “livello di sostegno” che hanno ricevuto le strut-
ture del regime politico. Al riguardo, la partecipazione elettorale
fu molto elevata (circa il 90%) e più del 80% della cittadinanza
votò i partiti tradizionali (UCR e PJ). La democrazia argentina
degli anni 80 nacque con una forte legittimità. Tuttavia, questi
alti indici di partecipazione e di appoggio ai partiti, sono nor-
mali nei periodi di transizione democratica e hanno poco a che
fare con la forza delle istituzioni. Una prova di ciò è il fatto che
nell’Argentina degli anni 70, cioè durante le elezioni di Cámpora
e di Perón, la distribuzione dei voti favoriva in sostanza entrami
i partiti, e contemporaneamente la partecipazione elettorale fu
alta. Ciò nonostante, il governo fu sconfitto, senza grosse resi-
stenze, in Aprile del 1976, a soli tre anni, quindi, da quando era
stato instaurato.
In modo che il sostegno cittadino possa essere analizzato ade-
guatamente, occorre precisare il significato contestuale del me-
desimo. In questo senso, l’appoggio ottenuto da Peron durante
il 1973, simboleggiava, per certi settori, la possibilità di un’Ar-
gentina socialista, mentre che per altri era l’unica forma di evitare
questa possibilità. Al contrario, il sostegno ad Alfonsin duran-
te il 1983, si traduceva nella garanzia del funzionamento delle
regole di gioco della democrazia. Per questa ragione, mentre il
sostegno a Peron non implicava un appoggio al regime politico,
il sostegno ad Alfonsin era a sua volta un sostegno istituzionale.
Il rafforzamento dei partiti politici e del bipartitismo, così come
il sostegno, espresso dalle manifestazioni dell’èlite e della massa,

10. Per esempio il cap.1 dell’opera classica di S. Huntington (1968) Political Order in
Changing Societies, Yale University Press, New Haven and London.
IV. - Due processi complementari 103

alla democrazia nascente non è accompagnata da un indeboli-


mento delle istituzioni. La risposta, tuttavia, non è chiara dato
che a seconda che si presti attenzione o meno al rafforzamento
del parlamento, il risultato sarà di conseguenza differente. La de-
bolezza del Congresso risulta evidente durante la presidenza di
Alfonsin. Come è stato detto (De Riz 1991), il Parlamento si
limita a compiere la funzione di “cassa di risonanza” della società.
Nella Camera dei Deputati la maggioranza radicale si limita a
conformarsi alla decisione presidenziale e pertanto il parlamento
non è un’arena di negoziazioni politiche.
Orbene, non è opportuno associare la debolezza del parla-
mento con la centralità di Alfonsin, in quanto il congresso non
aumenta il suo protagonismo quando Alfonsin si debilita politi-
camente. Ovvero, mentre la debolezza del parlamento è struttu-
rale, la centralità di Alfonsin ha notevoli alti e bassi durante la sua
gestione.
Abbiamo considerato che nelle fasi iniziali della transizione
la centralità della leadership è maggiore, dovuto al fatto che le
istituzioni e i procedimenti non si sono ancora consolidati. Ciò
si riflette in maniera evidente se consideriamo che la tappa di
maggior centralità di Alfonsin corrisponde alla prima fase del suo
governo 1983-1986. Il problema è che il “dato complementare”
di cui si ha bisogno per corroborare questa relazione non è favo-
revole. In altre parole i momenti di forte declino della centralità
di Alfonsin, per esempio durante il periodo Gennaio-Luglio del
1991, non corrispondono precisamente con un aumento della
forza delle istituzioni democratiche. Al contrario, si tratta di un
periodo caratterizzato da un’intensificazione del conflitto politi-
co, per il deficit di governabilità e per la minaccia di disincapsula-
mento del conflitto militare, per gli atteggiamenti di semilealtà di
alcuni attori politici, per il contesto economico di iperinflazione
e per le proteste sociali di alta intensità. Per contro, il periodo
segnalato si caratterizza per la effettiva minaccia d’interruzione
costituzionale. Quest’ultimo esempio ci conduce ad analizzare il
secondo aspetto dell’istituzionalizzazione che abbiamo considera-
to: la stabilità. Ciò vuol dire che la stabilità appare inversamente
associata alla centralità della leadership. Al riguardo, se prestiamo
104 La democrazia, percorsi di analisi

attenzione ai momenti di instabilità come quello citato durante i


primi mesi del 1991, non si osserva tale relazione, mentre durante
altri periodi caratterizzati da una minaccia per il regime democra-
tico, come quello della ribellione militare durante la settimana di
Pasqua del 1987, si associa ad una maggiore, seppur breve, cen-
tralità di Alfonsin. Quest’ultimo episodio politico non può essere
interpretato univocamente come un elemento di conferma di tale
relazione, ma piuttosto l’importante ruolo di Alfonsin deve essere
interpretato come dovuto alla capacità di questo leader di dare un
tipo di risposta alla minaccia del colpo di stato.

b. l’esercizio democratico

Fino a che punto la centralità della leadership e la maggiore o


minore performance di tipo democratico sono relazionate tra loro
nel caso argentino? Per rispondere a questa domanda è necessario
distinguere tra la democratizzazione del leader nel contesto della
presa di decisioni e la democratizzazione del leader rispetto al re-
gime autoritario.
Nel contesto dei consolidamenti democratici conflittuali è re-
lativamente complesso determinare il grado di democratizzazione
di un governante. Ciò risponde in larga misura al fatto che il
conflitto conduce a situazioni a somma zero, e pertanto gli attori
politici associano il negoziare al perdere. L’accordo si traduce così
in una sconfitta per alcune delle parti. Ogni volta che Alfonsin
invita l’opposizione al dialogo o persino a condividere responsa-
bilità nel governo, essa sospetta che tale atteggiamento risponda
soprattutto alla ricerca di vantaggi politici, e in questo senso im-
plichi una velata intenzione di arrecare danno all’opposizione. È
in questo contesto che la ricerca del consenso risulta essere una
modalità della situazione di conflitto. Perché generalmente chi
propone l’accordo mira non solo a beneficiarsi, ma anche a nuo-
cere all’avversario. Il governo convoca l’opposizione quando si
vede costretto a condividere decisioni molto costose, mentre la
esclude quando ottiene un successo politico. L’opposizione, da
parte sua, scommette sul fallimento delle politiche implementa-
te. In tal senso, l’unilateralismo nella presa di decisioni da parte
IV. - Due processi complementari 105

del presidente e l’esclusione dalle principali decisioni politiche


dell’opposizione peronista, non furono chiari indicatori del carat-
tere piò o meno democratico del presidente.

La destituzione autoritaria: ruolo e fattori della leadership

La relazione tra perfomance democratica e centralità di Alfonsin


in ogni caso può essere analizzata dalla prospettiva della difesa
che Alfonsin realizza rispetto alle istituzioni democratiche. In
questo senso la centralità di Alfonsin è collegata ai momenti nei
quali le istituzioni del regime democratico sono percepite fragili.
Così, le situazioni nelle quali il governo dichiara lo stato d’asse-
dio per risolvere il problema della violenza armata di destra, le
mobilizzazioni in appoggio all’ordine costituzionale, le denunce
di Alfonsin in piazza rispetto ai tentativi militari golpisti, coinci-
dono con momenti di alta centralità di Alfonsin. Prova ne è l’ap-
poggio, esplicito o meno, che l’opposizione fornisce ad Alfonsin
in materia di decisioni legislative, come quella del punto finale o
della dovuta obbedienza, che si giustificano per via della situazio-
ne di effettivo rischio di fallimento democratico. Aldilà delle di-
chiarazioni pubbliche di disaccordo e di sospetti che ovviamente
impone la permanente concorrenza tra radicali e peronisti, aldilà
della disarticolazione del peronismo, la verità è che i peronisti
nella pratica favoriranno la sanzione di tali leggi. Quest’aspetto
di democratizzazione effettiva e percepita di Alfonsin è vincolata
a ragioni della genesi di Alfonsin come leader. La sua entusiasta
difesa del rispetto verso la costituzione e il consolidamento del-
la democrazia durante la campagna elettorale fece sì che il suo
trionfo significasse, come mai prima d’allora con nessun presi-
dente argentino, la completa conquista delle libertà politiche. La
centralità di Alfonsin corrisponde a delle crisi vincolate al destino
del regime democratico. Però neanche quest’elemento può essere
sufficientemente esplicativo, a meno che aggiungiamo il fatto che
la centralità di Alfonsin aumenti nei momenti di minaccia per la
democrazia a condizione che sia assente un’opposizione che sia
percepita chiaramente a favore del regime. Perciò quando i rinno-
106 La democrazia, percorsi di analisi

vatori peronisti riescono ad essere legittimati come opposizione a


favore del regime, la centralità di Alfonsin ne sarà colpita. Sebbene
la legittimità dei peronisti come opposizione responsabile è rela-
zionata con la sua stessa azione di sostegno al governo durante i
fatti della settimana di Pasqua, occorre considerare come fattore
importante il crescente prestigio della corrente rinnovatrice e la
sua azione durante il processo di destituzione autoritaria. Così
il PJ sostiene la deroga della legislazione militare, in particolare
la cosiddetta legge di auto-amnistia e anche il progetto di difesa
della democrazia che stabilisce pene severe per coloro che inten-
tino violare l’ordine costituzionale e anche per i funzionari che
collaborino con essi. Anche il PJ appoggiò la deroga di quindici
leggi del regime militare, tra cui quella relativa alla pena di morte
e la legge 20.840, sulla sicurezza dello stato.
Fattori presenti durante la transizione e la prima parte dell’in-
staurazione democratica, tali come la debolezza delle Forze
Armate nel momento della transizione democratica, o la destrut-
turazione interna del principale partito d’opposizione (il Partito
giustizialista), potenziarono significativamente le risorse politiche
che Alfonsin ottenne attraverso il trionfo elettorale plebiscitario
(50% dei voti emessi) del 1983. In cambio il calo della sua cen-
tralità è relazionato al deficit d’efficacia, alle difficoltà nel conso-
lidare una coalizione dominante e all’esistenza di problemi che
diventano insolubili e che provocano costi multipli e crescenti.
Se la centralità di Alfonsin è relazionata alla percezione del-
la sua capacità “esclusiva” di salvaguardare la democrazia, allora
la centralità non solo è in funzione dell’esistenza di alternative
politiche che posano soddisfare tale condizione, ma anche dei
costi che il presidente dovette pagare durante il suo governo. E
a sua volta ciò è collegato ai costi del processo di destituzione
autoritaria che effettuò Alfonsin. Da un punto di vista del con-
solidamento democratico il processo fu un successo, mentre se
analizziamo gli effetti di tale processo sulla centralità della sua
leadership, quest’ultimi furono molto costosi. In effetti l’as-
senza di alternative autoritarie di rilievo nell’Argentina odierna
corrisponde a un profondo processo di destituzione autoritaria.
Questo processo di delegittimazione ha impegnato gli attori a tal
IV. - Due processi complementari 107

punto che le distinte ribellioni militari hanno incontrato il rifiuto


dei settori politici e sociali più rilevanti. Oggi, quasi due decenni
dopo il suo governo, la continuità dell’ordine democratico non
è messa in questione da parte di nessun attore e la concorrenza
dell’opposizione si basa sul ribattere politiche specifiche del go-
verno.11 In altre parole il fatto che non esistano alternative non ha
a che fare solo con l’incapacità dei gruppi autoritari di acquisire
potere sufficiente per abbattere un regime democratico. Questo
fatto è collegato anche alla capacità degli attori democratici, così
come alle condizioni che permettono agli attori rilevanti d’otte-
nere benefici in un contesto democratico. Come è stato segnalato,
“anche se l’efficacia probabilmente è giudicata dai risultati, a volte
il neutralizzare potenziali nemici del regime è altrettanto, o an-
che più, importante che l’immediata soddisfazione di coloro che
hanno concesso legittimità al nuovo regime basandosi sulle loro
aspettative”(Linz 1978: 48). Senza dubbio però il regime politico
argentino affronta il peso di alcuni problemi insolubili, alcuni
derivati dal contesto di crisi economica e dalla conseguente insod-
disfazione da parte della comunità politica. E come abbiamo visto
l’insolubilità dei problemi proviene dal modo in cui il governo
affrontò certe questioni e del modo in cui gli attori istituzionali e
l’opposizione risposero a tali politiche. Il caso esemplare in que-
sto senso fu quello relativo all’azione penale a carico dei militari.
Il processo di destituzione autoritaria fu un successo a spese del
logoramento politico di Alfonsin, dato che tale processo occupò
una parte troppo importante delle sue energie e della sua agenda
politica, pregiudicando la sua efficacia decisionale davanti al altri
problemi. Oltretutto, però, i costi si distribuirono sia tra gli attori
conservatori che videro nella politica di Alfonsin una politica di
divisioni e di conflitto, sia tra i settori più chiaramente demo-
cratici che criticarono la sua mancanza di trasparenza nel tratta-
mento della questione militare. I suoi obiettivi di democratizzare
la CGT e di giudicare i militari comportarono per il governo la
cristallizzazione del conflitto con due attori che potevano provo-

11. Rispetto alle politiche pubbliche di Alfonsin e il comportamento dell’opposizione si


veda Golbert, L. (1992)
108 La democrazia, percorsi di analisi

care seri problemi. E dall’altra parte le leggi del punto finale e del-
la dovuta obbedienza fornirono all’opposizione forti argomenti
per mostrare ad Alfonsin basicamente come un leader pragmatico
che era disposto a fare concessioni perfino su quegli aspetti che
gli risultavano più importanti. Perciò i dubbi che dalla ribellione
della settimana di pasqua incombevano sul presidente contribui-
rono alla perdita della sua immagine di unico garante della nuova
democrazia.se a ciò aggiungiamo la legittimazione dell’alternativa
peronista, allora contiamo con le condizioni sufficienti per spie-
gare la perdita della centralità di Alfonsin.
ARGENTINA, IL RISCHIO EGEMONICO

Uno dei tratti intrinseci dell’instabilità politica argentina è il pro-


blema dell’alternanza politica. Questo elemento non ha una sua
spiegazione nella “resistenza conservatrice”, rispetto ad opzioni di
un cambio dello status quo. A differenza di altri paesi, non fu la
destra rivoluzionaria la protagonista di tale instabilità che ebbe
inizio con il colpo di stato del 1930, segnò il processo del pendolo
civico-militare durante più di 50 anni, e si manifestò dal 1983 al
2001 con la rinuncia anticipata di due presidenti non-peronisti
(Alfonsín nel 1989 e De La Rua nel 2001). Una spiegazione di
questo problema è ciò che io chiamo il “rischio egemonico”: un
rischio da un punto di vista oggettivo, in quanto percezione degli
attori rilevanti, e un rischio da un punto di vista soggettivo, per
la concentrazione di risorse politiche tra le opzioni centrali del
sistema di partito: radicalismo dal 1916 al 1930 (le forze d’op-
posizione percepirono il rischio egemonico nella leadership di
Irigoyen e il suo ritorno al potere nel 1928), peronismo dal 1945
al 1973 (l’opposizione percepì il peronismo come un progetto di
egemonia politica), e dal 1989 al 2015 (il peronismo immaginò
opzioni di stabile dominio politico). In ciò che segue verranno
analizzati due tratti della democratizzazione argentina contem-
poranea, quello che si conclude con la caduta del presidente
De la Rua e quello che determina l’ascesa del primo governo di
Kirchner. Entrambe le fasi hanno come punto d’inizio l’instaura-
zione democratica del 1983. Ho posto l’accento su due questioni
strettamente legate: il problema dell’alternanza e la vulnerabilità
simmetrica degli attori. Entrambi i problemi hanno a che fare
con gli aspetti oggettivi (distribuzione delle risorse politiche con
eccessiva concentrazione di potere, o, al contrario, la percezione
di fragilità e di conseguenza di vulnerabilità del governo). Mi oc-
cuperò adesso del problema dell’alternanza e successivamente del
problema della vulnerabilità politica.
110 La democrazia, percorsi di analisi

Il problema dell’alternanza

L’alternanza è normalmente assimilata nel momento in cui l’op-


posizione accede al potere. Tuttavia, non si tratta di un punto nel
tempo, ma piuttosto di un processo politico complesso. Almeno
quattro condizioni sono necessarie affinché ci possa essere alter-
nanza. In primo luogo, la condizione procedimentale, cioè l’insieme
delle norme, leggi e regolamenti che permettono all’opposizione
di partecipare e competere per il governo. In questa condizione
bisogna includere, da una parte, l’esercizio delle libertà civili e
politiche, le garanzie di un processo di concorrenza caratterizzato
dal rispetto verso l’opposizione, lo svolgimento di elezioni oneste
e corrette. Si include in questa prima condizione anche il mede-
simo sistema elettorale, che può potenziare o inibire l’evoluzione
delle risorse dell’opposizione. In tal senso, la prima condizione
determina l’insieme delle possibilità, dei limiti, degli incentivi e
sanzioni rispetto alla partecipazione dell’opposizione. In secon-
do luogo, la condizione sostanziale della distribuzione delle risorse
pubbliche. Ossia, le possibilità reali di ottenere ed incrementare
i sostegni, di poter ribattere alle politiche officiali attraverso l’ac-
cesso ai mezzi di comunicazione di massa, così come il possedere
le risorse economiche indispensabili. Questa condizione include
l’esistenza di leadership capaci, ed anche l’implementazione di
strategie adeguate. In terzo luogo, la condizione de accesso effettivo
al governo. Affinché ciò succeda, il partito di governo deve ricono-
scere il trionfo dell’opposizione, così come adottare le misure che
permettano un passaggio di governo pacifico. In quarto luogo, la
condizione dell’assolvimento del mandato. A tal fine si richiede, da
parte del partito uscente, una miscela di moderazione, compe-
titività e lealtà politica come attore d’opposizione. Questi sono
comportamenti che implicano il pieno riconoscimento dell’alter-
nativa. Ciò vuol dire che l’alternanza presuppone la legittima-
zione del partito opposto, da quando nasce come opposizione,
fino a che completi il periodo di governo. Perché ci interessa
quest’ultima fase del processo di alternanza? Fondamentalmente
è nell’ultima tappa che si possono nascondere i difetti di funzio-
namento dell’ordine politico. Quand’è importante la quarta con-
V. - Argentina, il rischio egemonico 111

dizione? Il problema dell’assolvimento del mandato è rilevante


quando: a-il partito uscente si caratterizza per una precedente e
prolungata occupazione nel governo; b-il partito uscente possiede
una forte relazione con lo Stato; c-il partito uscente possiede una
quantità di risorse politiche sufficienti per destabilizzare il nuovo
governo; d – la concorrenza si esprime ancora nel quadro della
democratizzazione, e perciò permane una certa fluidità dovuto
alla novità nel funzionamento del regime. I nostri casi, Messico
e Argentina, possiedono le quattro caratteristiche citate. Sia il
PJ, sia il PRI, si caratterizzano per una prolungata esperienza di
governo nella fase precedente all’alternanza: il PRI, attraverso
un’inalterabile sistema egemonico, e il PJ, essendo, sin dalla sua
nascita, il partito dominante in Argentina, malgrado l’instabilità
istituzionale esistente fino al 1983. D’altro canto, si tratta di due
potenti partiti con capacità di danneggiare un governo avversa-
rio, sia per le risorse istituzionali (incarichi nel potere esecutivo e
legislativo), sia per la penetrazione politica in tutto il territorio,
sia per il loro collegamento con rilevanti attori della società e del-
lo Stato. Infine, entrambi i paesi hanno iniziato dei processi di
democratizzazione. In Argentina, la democrazia si è consolidato
come un regime instabile e con gravi difetti di competitività, e in
Messico, con un cambio più recente, rimangono ancora dei seri
interrogativi rispetto all’evoluzione del suo insediamento istitu-
zionale. Oltretutto, però, in Argentina nessun governo peronista
ha concluso nel tempo previsto a livello costituzionale, mentre
tutti hanno interrotto il loro mandato (Alfonsín sei mesi prima e
De La Rua a metà del periodo).
Il venti di Dicembre del 2001 Fernando De La Rua rinunciò
alla presidenza dell’Argentina. Aveva appena concluso la metà del
suo mandato. L’annuncio delle dimissioni del ministro dell’eco-
nomia, la proposta del presidente ai peronisti di condividere il
governo, non furono sufficienti. La sconfitta elettorale d’Ottobre,
le proteste nella Capitale Federale e a Buenos Aires, le pressioni fi-
nali dell’èlite su un possibile impeachment e (almeno) la faziosità
dei radicali, furono sufficienti affinché un presidente lasciasse, per
la seconda volta (cioè sempre dal 1983), inconcluso il suo man-
dato. In quest’opera ci interessa esplorare le condizioni che hanno
112 La democrazia, percorsi di analisi

contribuito a questo esito. Ci interessa, cioè, spiegare i fattori ri-


levanti che hanno causato (in modo sempre più tangibile) gros-
se difficoltà agli attori non peronisti per governare. In tal senso,
anche se si parte da un fatto preciso, la caduta del governo De La
Rua, quest’opera intende occuparsi di processi più generali e in
tal senso risulta interessante anche la tendenza relativa allo svilup-
po di quest’ultimi. Analizziamo alcuni fatti. Dall’instaurazione
della democrazia nel 1983, bisogna prendere atto (almeno) dei
seguenti eventi:
a. 1983 – trionfa l’UCR sul Partito Giustizialista (da lì in poi PJ).
Il fatto rilevante fu la sconfitta del PJ per la prima volta nella
storia delle elezioni garantite;
b. 1987 – il PJ vince nelle elezioni legislative e dei governatori, in
quasi tutto il paese.
c. 1989 – la fase finale del governo dell’UCR, fu contraddistinto
per l’ingovernabilità: il presidente Alfonsin, dopo il trionfo di
Carlos Menem, propone un governo in comune per assicu-
rare la governabilità. Menem rifiuta tale opzione ed Alfonsin
rinuncia sei mesi prima di portare a termine il suo mandato;
d. 1994 – viene riformata la Costituzione, ammettendo la riele-
zione presidenziale solo in un’occasione;
e. 1995 – concorrono nelle elezioni presidenziali il PJ, il
FREPASO e l’ UCR. I radicali sono spodestati fino al ter-
zo posto, e il PJ porta a termine la sua migliore elezione
presidenziale.
f. 1997 – l’alleanza UCR-FREPASO sconfigge il partito di
governo;
g. 1999 – il PJ perde le elezioni e cede il governo all’opposizione
per la prima volta nella sua storia;
h. 2001 – nelle prime elezioni legislative sin da quando arrivò al
governo, l’Alleanza viene sconfitta;
i. Immediatamente dopo la sconfitta elettorale del governo e il
trionfo del PJ, il Senato designa a Ramon Puerta quale pre-
sidente provvisorio del Senato, per cui un uomo del princi-
pale partito d’opposizione si converte nel vicepresidente della
nazione. Una decisione inedita nella storia argentina, ed op-
posta a quella adottata dall’UCR a Cordoba con una simile
V. - Argentina, il rischio egemonico 113

maggioranza al Senato. Il presidente De la Rua rinuncia (due


anni prima di concludere il suo mandato), nel mezzo di un’in-
governabilità politica;
j. Governi peronisti (Rodríguez Saa, Duhalde)
Ha funzionato adeguatamente il regime democratico nei quasi
due decenni trascorsi da allora? Da quanto esposto risulta eviden-
te che il regime ha funzionato in modo accettabile in relazione
agli aspetti associati sia con la accettazione dell’opposizione, sia
con la produzione di alternanza, però non per garantire in modo
sistematico la stabilità del governo peronista. In questo modo,
nessuna delle presidenze non-peroniste ha potuto concludere il
suo mandato. Ciò potrebbe essere spiegato in base alla perdita del
sostegno elettorale due anni prima (nel 1987, durante il governo
Alfonsín e nel 2001 sotto la gestione di De La Rua) di finalizzare
il periodo presidenziale, però non è una spiegazione sufficiente,
dato che il presidente Menem perdette le elezioni due anni prima
di concludere la sua amministrazione (1997) e non si imbatté in
simili problemi. In Argentina la rotazione tra partiti al governo
si è svolta senza problemi, però l’inefficacia e il successivo antici-
po relativo alla consegna del potere dei presidenti non-peronisti,
rappresenta un indicatore del fatto che l’alternanza non avviene
in modo esauriente. In altre parole, peronisti e non-peronisti si
alternano, però solo i peronisti possono governare con pieno ri-
conoscimento. In modo tale che nella democrazia argentina d’og-
gigiorno c’è stato un cambio di partiti al governo, però nessuna
amministrazione non-peronista ha potuto svolgere le sue funzioni
nei tempi prestabiliti. L’alternanza, in un formato bipolare (non-
bipartitico) come quello argentino, si è prodotta in questo modo
solo parzialmente. I peronisti hanno governato pienamente e ter-
minato il loro mandato senza problemi, mentre i non-peronisti
hanno sofferto un deficit di governo e disastrosi deterioramenti.
Se chiamiamo partito subentrante il partito vittorioso nelle ele-
zioni che occuperà il governo, e partito avvicendato quello che fu
sconfitto nelle elezioni e sarà sostituito nelle sue funzioni di go-
verno, esiste allora un’alternanza se si compiono due condizioni:
a) il partito subentrante è legittimato dagli altri partiti rilevanti,
e fondamentalmente dal partito alternato, a farsi carico dell’am-
114 La democrazia, percorsi di analisi

ministrazione; e b) i partiti rilevanti, e fondamentalmente il par-


tito avvicendato, rispettano, ossia legittimano e sono leali rispetto
al compimento del periodo di governo del partito alternante. In
Argentina si è compiuta la condizione a), però non la condizione
b). Questo fenomeno viene definito “alternanza imperfetta”.
È successo per l’incapacità dei leader o delle coalizioni non-
peroniste? Ê dovuto agli ardui impegni socio-economici che han-
no dovuto affrontare i non-peronisti? In quest’opera si sostiene
l’ipotesi secondo la quale l’alternanza imperfetta è dovuta a un
sostanziale disequilibrio nella relazione di forza tra i partiti, cioè
a favore dei peronisti e contro le altre opzioni politiche. Il dise-
quilibrio di potere politico si è stabilizzato e molto probabilmen-
te si rafforzerà nei prossimi tempi. Per tale motivo, un dilemma
di un governo non-peronista è: come governare qualcuno che è
più potente, che appartiene alla stessa sfera (attore politico) e che
compete per lo stesso obiettivo?
L’ipotesi che si difende è che l’alternanza imperfetta sia col-
legata al sistema di partiti. Ossia: il sistema di partiti con una
tendenza al predominio peronista contribuisce in modo decisivo
all’alternanza imperfetta. Una condizione addizionale rende suf-
ficiente questa condizione: la cultura poco normativa dei peroni-
sti. Contemporaneamente, il PJ, come parte molto rilevante del
sistema di partiti, influisce sull’alternanza. E simmetricamente,
il comportamento del PJ è influenzato dal sistema di partiti, con
tendenza predominante, visto che legittima (con clausola della
maggioranza) comportamenti poco procedurali.
Prima di sviluppare quest’ipotesi, conviene passare in rassegna
una congettura opposta che è presente nell’immaginario (popo-
lare o politologico) argentino; fondamentalmente quella relativa
al bipartitismo (perlomeno a livello nazionale). Vediamo le prove
di quest’ipotesi.
Di quattro tornate elettorali per eleggere il presidente, in due
ha trionfato un candidato peronista e in due un candidato radica-
le. Il PJ perdette per la prima volta in elezioni libere in Ottobre del
1983 contro l’UCR, e successivamente nel 1999, anche in questo
caso per la prima volta, dovette consegnare il potere nelle mani di
un candidato radicale. Un’alternanza tra due partiti con un lungo
V. - Argentina, il rischio egemonico 115

percorso storico. L’UCR, con più di cento anni e sette presidenze


(Irigoyen I, Alvear, Irigoyen II, Frondizi, Illia, Alfonsín, De La
Rua) (se si conta il governo dell’UCRI). Il PJ, con più di mez-
zo secolo, ed eletto sei volte alla presidenza: Perón I e Perón II,
Cámpora e Perón III, e Menem I e Menem II. Radicali e peroni-
sti competono nell’arena elettorale nazionale con forti aspettative
di poter sconfiggere il loro avversario. Aldilà delle effettive pos-
sibilità i partiti, in ogni circostanza, hanno mantenuto durante
decenni la convinzione che fosse possibile vincere nelle seguenti
elezioni. In termini di tempo di governo per partito, i peronisti
hanno governato (dal 1983) durante dodici anni e i radicali du-
rante otto. Dei dieci comizi elettorali, presidenziali e legislativi
(1983-2001), i peronisti hanno vinto in sei occasioni e i radicali
in quattro. D’altro canto, qualsiasi tentativo da parte di un nuo-
vo partito di convertirsi in un canale di richieste e di preferenze
politiche massive, è stato effimero. Sia il FREPASO nel 1995, sia
il MID durante gli anni cinquanta-sessanta, sono stati partiti che
non sono riusciti a consolidare una posizione sufficiente per poter
competere quali attori rilevanti. Il MID ha rappresentato, duran-
te un certo periodo, un partito medio (Duverger 1951, tr. Sp.
1981), fino ad arrivare ad essere uno insignificante. La stessa sorte
toccò all’UCD, e c’è da aspettarsi che toccherà anche all’ Acción
por la República, dopo aver ottenuto, nelle elezioni del 1999, più
del 10% dei voti nazionali. Il FREPASO del 1995 fu un tipico
partito flash, con un salto nella quantità di voti, pero senza riusci-
re a mettere le radici in nessun distretto argentino, ad eccezione
della capitale federale. Perciò i radicali e i peronisti, con maggiori
o minori difficoltà, sono stati bersagli inamovibili delle preferenze
popolari dell’Argentina del XX secolo. Ecco l’immagine dell’Ar-
gentina bipartitica. Perché non viene sostenuta quest’ipotesi?
116

1983 1989 1995 1999


Paritito
Voti % Voti % Voti % Voti %

Partito Giustizialista 5.936.556 40,2 7.862.475 47,3 8.311.908 49,8

Unione Civica Radicale 7.659.530 51,9 5.391.944 32,4 2.851.853 17,1

Repubblica Argentina1
Fronte Pese Solidario 4.878.696 29,2

Fronte Pese Solidario 9.167.404 48,4

Alleanza Giustizialista
7.254.147 38,3
per il cambio

guia electoral.com.ar e le pagine officiali delle provincie.


Alleanza Acción por la
1.937.565 10,2
República
Unione del Centro

Tab. 5.1 Elezioni presidenziali. Fonte: Mistero degli Interni.


1.041.998 6,3
Democratico
La democrazia, percorsi di analisi

1. Le fonti di tutte le tabelle qui esposte sono del Ministero degli Interni argentino; la
V. - Argentina, il rischio egemonico 117

Analizziamo la situazione di ogni partito. Il PJ ottiene il suo mag-


gior appoggio nel 1995 (49,8%) e la sua peggiore elezione nel
1999 (38,3%). La sorte del suo storico contendente, l’UCR, è
soggetta ad un costante calo. Così, se confrontiamo la seconda
elezione presidenziale, i radicali perdono circa il 20% dei voti, e
se confrontiamo la seconda con la terza elezione, diminuiscono
di circa altri 15 punti. Ossia, in tre elezioni presidenziali hanno
perso il sostegno del 35% dei votanti, riducendo la propria base
elettorale al 17%. Nel 1999, l’UCR non si presenta all’elezione,
se non con un’alleanza elettorale. Sul rendimento dei terzi partiti,
si percepisce uno spazio di crescita, però di difficile consolida-
mento. Così, il Partito Intransigente passò a un livello d’irrilevan-
za politica quando non potette superare il due per cento dei voti
nel 1983. L’Unione del Centro democratico raggiunse il 6.2% nel
1989 e scomparve nelle seguenti elezioni, assorbito dal PJ. Nel
1985 Argentina potette definirsi completamente come un sistema
multipartitico squilibrato, con un partito vicino al 50% (PJ) e
con due partiti distribuendosi il resto dei voti (FREPASO 29%,
UCR 17 %). Ciò vuol dire che concorrevano tre partiti, però la
distanza tra il primo e il secondo era di quasi venti punti.
L’ultima elezione presidenziale (1999) deve essere considerata
come parte di quest’Argentina multipartitica, con un elettorato di
circa il 40 % peronista, e il resto appoggiando l’alleanza dei due
partiti minori. Se ciò è vero, allora il sistema argentino dei partiti
non è bipartitico. L‘elemento rilevante non è, tuttavia, la maggior
concentrazione o dispersione dei volti, bensì il maggiore o minore
squilibrio di risorse tra gli attori che concorrono. Ciò è importan-
te proprio perché l’Argentina che si è definita a partire dalla metà
degli anni ottanta è quella caratterizzata da un sistema di partiti
predominanti. Tale affermazione non risulta essere smentita con
l’alternanza presidenziale? No, nella misura in cui il subentrante
al PJ è risultato differente nelle ultime due elezioni. Cioè, l’attuale
sistema di partiti consiste in un partito leader, potente e stabile, e
concorrenti variabili (FREPASO nel 1995, ALIANZA nel 1999).
Da qui l’immagine dell’Argentina predominante.
Se torniamo alla questione dell’alternanza, vediamo che il
“tempo di attesa” è stato molto breve nei governi non-peronisti
118 La democrazia, percorsi di analisi

e, di conseguenza, il deterioramento delle amministrazioni ha


registrato un’accelerazione. Così, se analizziamo l’appoggio elet-
torale ad ogni partito durante la gestione presidenziale, i non-
peronisti furono sostenuti solo nella prima elezione (UCR en
1985). D’altra parte, i peronisti ottennero sostegno durante una
presidenza completa (1991-1995). A ciò occorre aggiungere che
la distribuzione delle risorse politiche tra peronisti e radicali è
asimmetrica in termini istituzionali e sociali. Nella pratica, i pero-
nisti controllano il Senato sin dal 1983 e pertanto gran parte dei
governi provinciali. A ciò occorre aggiungere la capacità di mobi-
lizzazione delle organizzazioni sociali, la cui situazione continua
ad essere egemonica. Ossia, se non si può affermare, a livello di
direzione nazionale, che ci sia un sistema di partiti predominanti,
ê evidente il predominio del PJ. Così evidente che nel 1999, solo
un’alleanza tra l’insieme dei partiti rilevanti potette sconfiggere i
peronisti. Tuttavia, fino a quando esiste questa possibilità (tutti
contro i peronisti), oggigiorno remota, il predominio del PJ non
sarà sufficiente affinché il sistema di partiti divenga predominante.
In che misura questa situazione è penetrata nel territorio ar-
gentino? Se passiamo dal livello della comunità politica naziona-
le nelle elezioni presidenziali all’analisi dei distretti provinciali,
dobbiamo prestare attenzione alle elezioni governative, dato che
rappresentano le elezioni più rilevanti per la comunità politica.
Insieme alle elezioni presidenziali, sono quelle che suscitano un
maggior interesse tra i sistemi politici provinciali. Ci sono ragioni
teoriche per misurare la qualità dei sistemi di partito attraverso
questo tipo di concorrenza. Così, nei sistemi parlamentari, viene
tenuto in conto la quantità di seggi, piuttosto che di voti, per
ogni partito (Sartori 1976, trad. Sp. 1992: 249). Un partito è
predominante nella misura in cui occupa posizioni nel governo,
e per questo motivo l’attenzione deve essere misurata in termini
di seggi e non di voti. Considerare tutte le elezioni (incluse le
legislative), aumenta le variazioni del sostegno elettorale, però
tali variazioni distraggono rispetto alla reale distribuzione di ri-
sorse durante la competenza politica. I sistemi predominanti sono
sistemi congelati rispetto alla posizione del primo partito; ciò sup-
pone a volte un congelamento delle posizioni generali di tutti
V. - Argentina, il rischio egemonico 119

i membri del sistema, senza che quest’ultimo, tuttavia, sia una


condizione necessaria affinché tale sistema si conservi. Ebbene, in
termini di sistemi di partiti: quante argentine ci sono?2
Se si considerano le cinque elezioni governative, un tempo
sufficiente per configurare la distribuzione territoriale del voto,
emergono chiaramente due argentine: una predominante, e una
alternante, con sistemi bipartitici e pluripartitici.
L’ Argentina predominante si caratterizza per tre insiemi: 1)
prevalentemente peronista (dodici provincie); 2) prevalentemen-
te radicale (una o due provincie); 3) prevalentemente provinciale
(una provincia con il Movimiento Popular Neuquino).
Così, il sistema prevalentemente peronista si caratterizza per un
solido ancoraggio nella gran parte dei comuni e provincie del paese.

Distretti 1983 1987 1991 1995 1999


01. Buenos Aires UCR PJ PJ PJ PJ
02. Formosa PJ PJ PJ PJ PJ
03. Jujuy PJ PJ PJ PJ PJ
04. La Pampa PJ PJ PJ PJ PJ
05. La Rioja PJ PJ PJ PJ PJ
06. Misiones UCR PJ PJ PJ PJ
07. Salta PJ PJ PR PJ PJ
08. San Luis PJ PJ PJ PJ PJ
09. Santa Cruz PJ PJ PJ PJ PJ
10. Santa Fe PJ PJ PJ PJ PJ
11. Santiago Estero PJ PJ PJ PJ PJ
12. Tucumán PJ PJ PJ FR PJ

Tab. 5.2 Area peronista

In tal senso, i motivi della carente alternanza vanno cercate nella


sproporzionata distribuzione delle risorse politiche e anche delle
risorse economiche tra le due forze tradizionali dell’Argentina.
Anche se a livello di distretto nazionale c’è stata effettivamente

2. Per una prospettiva di sociologia politica sulla distribuzione territoriale del voto si
veda Francisco Delich (2000).
120 La democrazia, percorsi di analisi

alternanza, nelle provincie la situazione non è stata tale. Infatti,


nelle elezioni governative (dal 1983 fino al 1999), i peronisti vin-
sero sempre in nove delle provincie, e quasi sempre (in quattro
occasioni su cinque) in altre dodici. In altre parole, il 50% dei di-
stretti dell’Argentina funzionano con un sistema di partito preva-
lentemente peronista (Tab.2). Difronte al predominio peronista,
il resto delle prevalenze risulta poco significativo.

Distretti 1983 1987 1991 1995 1999


01.Córdoba UCR UCR UCR UCR PJ
02.Río Negro UCR UCR UCR UCR UCR

Tab. 5.3 Area Radicale

In questo modo, nell’attualità, Rio Negro è l’unica sede con un


sistema prevalentemente radicale. A Cordoba, con la sconfitta del
1998, l’UCR interruppe il suo predominio, lasciando l’interroga-
tivo se nella prossima elezione recupererà il suo predominio o, al
contrario si modificherà il sistema de partiti. Pertanto, in termini
rigorosi, possiamo affermare che l’UCR conta solo su un distretto
radicale (Tab.3).

Distretti 1983 1987 1991 1995 1999


01.Neuquén MPN MPN MPN MPN MPN

Tab. 5.4 Area partito Provinciale

Il terzo sistema prevalente è quello dei partiti provinciali, che


nel periodo 1983 – 1991, ebbe anche Corrientes con il Partido
Autonomista Liberal, rescisso nel 1997, dove trionfa il Partido
Nuevo. Rigorosamente solo a Neuquén, dove il MPN ha vinto in
tutte le elezioni governative dal 1983 (Tab.4), un partito provin-
ciale è il perno del sistema prevalente.
L’altra metà delle provincie è l’Argentina alternante: una pic-
cola area bipartitica (tre provincie) e un’altra multipartitica (sei
distretti, con maggior presenza di partiti provinciali).
V. - Argentina, il rischio egemonico 121

Distretti 1983 1987 1991 1995 1999


01. Catamarca PJ PJ UCR UCR UCR
02. Chubut UCR PJ UCR UCR UCR
03. Entre Rìos UCR PJ PJ PJ UCR

Tab. 5.5 Area di sistema bipartitico

In due dei distretti che sono al giorno d’oggi bipartitici (Tab.5), la


frattura centro-periferia perse rilevanza con il progresso della de-
mocratizzazione, e con ciò persero terreno i partiti provinciali. In
questo modo, a Catamarca nel 1983 partecipò il partito provin-
ciale Movimiento Popular Catamarqueño, raggiungendo il 16.7%,
che però nel 1998 discese al 1.4%, diventando quindi un partito
insignificante. Stessa sorte ha avuto il Partido Acción Chubutense
(PACH), che anch’essa ebbe nel 1983 più del 16% dei voti, e che
nelle seguenti elezioni divenne, anche se non un partito insigni-
ficante, uno minore.

Distretti 1983 1987 1991 1995 1999


1. Capital — — — (1996) UCR Alleanza
2. Chaco PJ PJ AC UCR Alleanza
3. Corrientes PAL PAL PAL P. Nuevo UCR
4. Mendoza UCR PJ PJ PJ Alleanza
5. San Juan PB PB PJ PJ Alleanza
6. Tierra del Fuego — — MPF MPF PJ

Tab. 5.6 Area di sistemi multipartitici

I partiti provinciali hanno governato in modo prolungato (più


del 50% dei governi) in due distretti: Corrientes e San Juan (dove
tornò al governo con la Alleanza nel 1999) (Tab.6). Nelle ultime
elezioni stipularono un’alleanza con i partiti nazionali. In alcune
provincie (Mendoza), anche se esiste un partito provinciale rile-
vante (Partito Democratico), la tendenza elettorale nazionale non
è riuscito ad imporsi.
Da parte sua, l’impatto politico dell’autonomia della Capitale
Federale sul sistema di partiti nazionale non è trascurabile. In
122 La democrazia, percorsi di analisi

questo modo, nel 1995 il FREPASO, di origine porteña, si con-


verte nella seconda forza a livello nazionale. Succede altrettanto
con Accion para la Republica, diventata nel 1999 il terzo partito
nazionale. Il binomio dei candidati dell’Alleanza (Fernando De
La Rua – Chacho Alvarez) fu anch’esso catapultato, dopo aver
ottenuto un buon risultato nella Capitale. Allo stesso modo, Elisa
Carrió, e Rodolfo Terragno, contano sulla loro base elettorale
(d’inizio) in questo distretto. L’instabilità del sistema di partiti
nazionale è conseguenza soprattutto dell’instabilità del sistema
nella Capitale. Ciò riflette sia il declino dei distretti provinciali,
sia l’impatto ogni volta più forte dei mass media sulla politica
argentina.
Se misuriamo adesso l’accesso ai governi provinciali dal 1983,
vediamo che il PJ non ha mai governato solo in quattro distret-
ti: Río Negro (prevalenza dell’UCR), Neuquén (prevalenza del
MPN), Corrientes (con predominio del PAL fino ad epoche
recenti), Capitale Federale (multipartitica non-peronista-UCR-
Alleanza). Perciò ha governato almeno una volta in venti distretti.
Da parte sua l’UCR non governò mai (dal 1983) in tredici di-
stretti (se contiamo San Juan nel 1999) o quattordici distretti:
Neuquén, Corrientes, Formosa, Jujuy, La Pampa, La Rioja, Salta,
San Luis, Santa Cruz, Santa Fe, Santiago del Estero, Tucumán,
Tierra del Fuego. Ha governato almeno una volta in dieci o undi-
ci distretti. Ciò corrisponde alla metà dei distretti rispetto al PJ.
Facendo un’analisi longitudinale di 264 elezioni, il PJ ha trionfa-
to nel 56% (Nueva Mayoría 2001).
Il predominio del PJ è stabile in un ampio raggio del paese.
Così, nelle circostanza più avverse (1983 e 1999), ha mantenuto
il proprio territorio. Nel 1983 trionfò in 12 su 23 distretti, e nel
1999 in 14 su 24 distretti.
Da parte sua l’UCR con tendenza nazionale a favore (“voto di
trascinamento”) ottiene sette distretti nel 1983 e la stessa quantità
nel 1999. Naturalmente la differenza la fa la provincia di Buenos
Aires. Che conseguenze ebbe l’ondata radicale del ’83 rispetto
all’ondata alianzista del ’99. Nel 1983 i radicali vinsero in tre
provincie in cui sarebbe stata sconfitta l’Alleanza nel 1999E:
Misiones, Córdoba (1998), Buenos Aires. Viceversa, l’Alleanza
V. - Argentina, il rischio egemonico 123

vinse in tre distretti in cui era stata sconfitta l’UCR: Catamarca,


Chaco, San Juan. Córdoba è un caso particolare (sistema preva-
lentemente radicale), data la curiosa strategia dell’allora partito
governante che consistette nell’isolare l’UCR dall’influenza bene-
fica dell’ondata pro-alianzista nazionale.
Sette provincie resistettero all’ondata nazionale nelle epoche
dell’apogeo del governo Menem (1991-1995), e le loro comunità
andarono controcorrente: Catamarca, Córdoba, Chaco, Chubut,
Neuquén, Río Negro, Tierra del Fuego. Mentre Salta lo fece nel
1991, e Tucumán nel 1995. Si tratta di distretti con distinti si-
stemi di partito che hanno mostrato una certa impermeabilità ri-
spetto all’influenza peronista. Al contrario, Entre Rios, Mendoza
e San Juan sono state molto permeabili alle tendenze nazionali.
Orbene, che impatto producono queste aree di partiti sul si-
stema di partiti nazionali? Se torniamo all’Argentina predomi-
nante, vediamo (Tab.7) che riguarda quasi due terzi dell’eletto-
rato nazionale. In gran parte si tratta di un paese congelato dalle
sue preferenze politiche territoriali. Però se guardiamo meglio, la
pentrazione peronista è molto vasta, in particolare se prestiamo
attenzione alle dimensioni del mercato elettorale coinvolto. L’area
peronista comprende il 50% delle province, però il 62% degli
elettori del paese. In tale mercato, il PJ ha ottenuto una media
di sostegno elettorale, durante quasi 20 anni, pari al 51%.3 La
rilevanza di questo dato non riguarda solo le quantità dei voti
ottenuti, bensì anche la continua opportunità di colonizzare le
strutture amministrative provinciali e le loro società civili. Il PJ ha
governato effettivamente sul 62% della popolazione argentina (se
consideriamo dal 1983 fino al 2003) durante sedici e vent’anni.
L’impatto su questo segmento della comunità politica, e perciò
sul sistema politico nazionale, non può essere minore. Quindi, a
livello territoriale è evidente che la sproporzione di risorse tra il
primo e il secondo partito è enorme.

3. La UCR ottiene una media d’appoggio elettorale, nell’area prevalentemente radica-


le, del 46%, e il MPN in Neuquén di quasi il 50%.
124 La democrazia, percorsi di analisi

Distretti predominanti Distretti predominanti Distretti predominanti


peronisti radicali provinciali
Provincia di Buenos
Aires, Formosa, Jujuy,
La pampa, La Roja,
Misiones, Salta, San Cordoba y Río Negro Neuquén
Luis, Santa cruz, Santa
Fe, Santiago del Estero,
Tucuman
Percentuale elettori Percentuale elettori Percentuale elettori
totale nazionale 62.1 totale nazionale 10.1 totale nazionale 1.2

Tab. 5.7 Distretti predominanti in Argentina - 1983-1999

Distritti multipartitici Distritti bipartitici


Cittá di Buenos Aires, Corrientes,
Chaco, Mendoza, San Juan, Tierra Catamarca, Chubut, Entre Ríos
del Fuego.
Percentuale elettori Percentuale elettori
totale nazionale 21.3 totale nazionale 26.4

Tab. 5.8 Distretti alternanti in Argentina - 1983-1999

Se confrontiamo i sistemi dei partiti in Argentina troviamo, da una


parte, un vero continente peronista, e dall’altra, un arcipelago di
diversi sistemi. Ci sono anche isole aperte rispetto alla moda eletto-
rale (Mendoza, San Juan, Entre Ríos). È probabile che quest’ultime
contribuiscano alla strutturazione di un sistema di partito prevalen-
temente nazionale. Quest’affermazione si basa, in primo luogo, sul
fatto che in San Juan e Mendoza c’è un marcato declino dei partiti
provinciali, senza che (per esempio in San Juan) si siano stabilizza-
te nuove formazioni locali (nei comuni di Rivadavia, Chimbas o
Rawson), ed è molto probabile che parte di tali elettori confluisca-
no tra i peronisti. In secondo luogo, sono province che durante il
governo Menem, si mantennero nell’orbita peronista (cioè durante
circa dieci anni) e in soli due anni (elezioni del 2001) sono tornate
con il PJ. Si può, senza rischiare troppo, parlare di recupero del pre-
dominio. Difronte al passo indietro dei partiti provinciali, in parte
come risultato della riforma costituzionale del ’94, è prevedibile un
passo in avanti elettorale peronista nelle province.
V. - Argentina, il rischio egemonico 125

Vi è quindi, a livello provinciale, un congelamento delle pre-


ferenze a favore dei peronisti, anche se a livello nazionale non
si possa affermare lo stesso. Questa situazione può durare molto
tempo? Difficilmente. Gli attori hanno scommesso sul fatto che
non sia così. Nei momenti di prosperità, i radicali hanno cercato
di fare in modo che le preferenze nazionali trascinassero le pre-
ferenze provinciali, e i peronisti il risultato inverso: che la loro
presenza nella maggior parte delle province si convertisse in una
presenza a livello nazionale.
Dagli anni novanta, una fase di progresso e consolidamento del
predominio peronista, l’alternanza difficilmente può non essere
imperfetta. In parte la situazione deriva da un sistema di partiti nel
quale solo uno è in condizione di ottenere la maggioranza, mentre
gli altri, solo stipulando un’allenaza di tutti (o quasi tutti), possono
vincere. Per questo motivo l’elemento importante delle elezioni del
1999 fu che nè l’UCR, nè il FREPASO potettero vincere contro
il PJ. Lo stesso successe nelle province come San Juan, nelle quali
una coalizione di tutti contro il PJ, rese possibile il trionfo dell’Al-
leanza. Questo tipo di sistema implica (quando vince l’alleanza
partitaria) governi eterogenei e instabili. Può cambiare la tendenza
alla costituzione di un sistema di partiti prevalentemente peroni-
sta a livello nazionale? Una via d’uscita dall’attuale tendenza è la
fremmentazione del PJ. Così successe in Corrientes con il PAL.
Tuttavia, la natura extra-organizzazionale del PJ rende poco fattibi-
le una reale divisione. Storicamente il PJ ha mostrato, nonostante
abbia affrontato l’enorme problema della radicalizzazione delle sue
frazioni interne, un’incredibile capacità di incapsulare il suo eletto-
rato. Inoltre, affinche un partito si divida, deve esistere una demar-
cazione tra il dentro e il fuori dell’organizzazione. E nel PJ, se la
demarcazione esiste, è molto sfumata.
Un indicatore della rilevanza del PJ per il sistema dei partiti è
che le correnti interne esercitano un forte impatto sull’insieme del
sistema politico. La corrente interna del PJ produce schieramenti
generali. L’attuale concorrenza interna peronista sembra una gara
tra partiti. Tuttavia, è probabile che, dopo le lezioni nazionali, le
cose ritornino alla normalità. In parte ciò è possibile per l’opzione
che ci sia un ritorno delle fazioni defezioniste (i casi di Antonio
126 La democrazia, percorsi di analisi

Cafiero e José Bordón). Al contrario i partiti come l’UCR, con


una cultura fortemente procedimentale, con fazioni moderate e
con una regolazione formale del conflitto, hanno presentato delle
scissioni.
In realtà, sin dall’apparizione del PJ, il sistema dei partiti pre-
’83 fu perlomeno predominante (con una volontà egemonica tra
il 1946 e il 1955) e il secondo partito, l’UCR, rimase a una consi-
derabile distanza. Questo sistema predominante soffrì il suo pri-
mo appannamento nel periodo 1983-1985 e nel periodo 1987-
1995 riprese il suo cammino precedente. Il secondo periodo di
appannamento avvenne tra il 1997 e il 1999, e si ritornò all’Ar-
gentina peronista nel 2001, trascinando un presidente eletto. Un
partito predominante non è necessariamente maggioritario, come
lo dimostra il caso della Democrazia Cristiana italiana, che gover-
nò dal secondo dopoguerra fino ad epoche recenti. Tuttavia, in
Argentina, per il formato bipolare anteriore, il sistema di partito
predominante tenderebbe ad essere maggioritario.
Lo squilibrio di risorse non conduce automaticamente ad
un’alternanza imperfetta. Al contrario, le risorse si trasformano in
influenza politica quando esiste la capacità di utilizzarle. E affin-
ché ciò avvenga, ci deve essere coscienza sia rispetto alla possessio-
ne delle risorse, sia rispetto al come e per che cosa usarle. Lo squi-
librio di risorse è una condizione necessaria ma non sufficiente al
fine di generare un’alternanza imperfetta. È necessaria una cultura
politica e la capacità di coercizione. Di conseguenza, all’aspetto
elettorale si devono aggiungere aspetti che influenzano la qualità
del sistema di competizione politica. È utile al rispetto conside-
rare la proposta di Percy Allum (1991:189). Lo schema si basa
su una dimensione ideologica gramsciana relativa al continuum
coercizione-consenso. Nei sistemi chiusi, l’opposizione è esclusa
per definizione. Il tipo che ci interessa è relativo ai sistemi aperti.
Secondo Allum, l’“elemento discriminante”(ibidem) dei sistemi
aperti competitivi, con gioco a somma zero, e semi-competitivi,
con gioco a somma variabile, è la presenza o assenza di rilevanti
partiti contro il sistema.
Il caso argentino non è caratterizzato da rilevanti partiti con-
tro il sistema. Si tratta piuttosto di uno squilibrio di forze tra gli
V. - Argentina, il rischio egemonico 127

attori che concorrono, e di strategie poco leali da parte dell’attore


più potente. Nell’alternanza imperfetta si genera un miscuglio di
slealtà e predominio. La tipologia di Allum è fatta a misura per il
caso italiano, e in questo senso è molto precisa per l’Italia del do-
poguerra, però precaria per altri casi. Oltretutto, come dimostra-
to dal caso argentino, la competitività può variare dovuto all’in-
fluenza di fattori estranei all’esistenza di partiti contro il sistema.
In tal senso si potrebbe esprimere la relazione tra partiti contro il
sistema e competitività in questo modo: quando ci sono rilevanti
partiti contro il sistema, è allora possibile avere sistemi partitici a
concorrenza limitata, però quando ci sono sistemi a concorrenza
limitata, non necessariamente ci sono partiti contro il sistema. I
deficit di competitività di un regime dipendono dalla distribu-
zione sproporzionata delle risorse e dall’assenza di elementi che
compensino questo squilibri tali come arbitri istituzionali, che
in Argentina non esistono (caso del re in Spagna) o tradizioni di
legalità (come negli USA o in Gran Bretagna).
L’Elemento comune ai sistemi con partiti contro il sistema e
a quelli che sono carenti dei medesimi, è la debole o assente le-
gittimazione affinché l’attore non-predominante possa governare.
Ciò significa che esiste una legittimazione “sistemica” (ossia degli
attori rilevanti) in modo che non governi. La differenza che for-
nisce ai sistemi con rilevanti partiti contro il sistema, rispetto a
quelli che non li possiedono, è che i primi proibiscono l’accesso
al governo all’opposizione, mentre nel secondo caso l’opposizione
può vincere le elezioni, però ha difficoltà per governare il tempo
corrispondente, ovvero c’ê un alternanza imperfetta.
L’attuale sistema argentino è un caso intermedio tra i due tipi
di sistemi aperti proposti da Percy Allum. Ossia: a) sistema aper-
to, b) limitata concorrenza, c) gioco a somma zero, d) coercizione
e e) alternanza imperfetta. In tal modo lo schema di Allum po-
trebbe essere modificato nel seguente modo.
L’elemento coercitivo è presente nelle strutture sociali di de-
stabilizzazione del PJ. Tradizionalmente fu la CGT, però conta-
no, oltre a questa struttura, su fazioni, su gruppi che, con uno
spirito di milizie, possono alterare l’ordine. Strutture di questo
tipo furono presenti durante la caduta di De La Rua. È dall’arena
128 La democrazia, percorsi di analisi

sociale che il PJ debilita e destabilizza, visto che è lì dove trova la


sua arena privilegiata. Si tratta di un’abitudine, quella di desta-
bilizzare, ricorrente sin dal primo governo di Peron (Skidmore,
Smith 1996).

Sistema Chiuso Sistema Aperto


Caso
Sistemi con Argentino: Sistemi
Sistemi non-
concorrenza Sistemi con competitivi,
competitivi,
limitata, gioco a concorrenza gioco a somma
senza gioco
somma variabile limitata, gioco zero
a somma zero
Coercizione<————————————————————>Consenso
Sistemi senza
alternanza: Sistemi con Alternanza
Regimi a coalizioni alternanza al governo:
partito unico permanenti o imperfetta partiti solitari
(opposizione dominio di un (irrilevanti o coalizioni
illegale) partito (rilevanti partiti contro il (irrilevanti partiti
partiti contro il sistema) contro il sistema)
sistema)

In che modo le riforme istituzionali (fondamentalmente la


Riforma Costituzionale del 1994) hanno contato sul sistema di
partiti? Da una parte, se si confrontano due modifiche importanti
come l’elezione diretta dei senatori, e la dissoluzione del Collegio
elettorale (ossia l’elezione diretta del presidente), con il sistema
anteriore, si può affermare che i risultati politici non si siano so-
stanzialmente modificati. Ossia, il PJ avrebbe il controllo dello
Senato, e la distribuzione delle risorse politiche continuerebbe ad
essere asimmetrica. È vero che con la Riforma, Buenos Aires si
converte in un distretto decisivo per la politica argentina. Tuttavia
il predominio peronista non si è rafforzato con questa riforma
costituzionale. Al contrario, la colonizzazione delle amministra-
zioni provinciali, rende molto probabile il fatto che (nelle attuali
condizioni) un Collegio elettorale sia inevitabilmente vinto dai
peronisti. D’altra parte, la Riforma ha davvero contribuito a mo-
dificare la politica in quanto permette agli attori nazionali rile-
vanti, però minori, d’allearsi e potersi battere con la maggioranza
V. - Argentina, il rischio egemonico 129

con reali possibilità di vincere. Nello stesso senso, l’elezione di-


retta dei senatori rende meno incerta la composizione del Senato.
La Riforma del 94 ha diminuito il carattere ricattatore dei parti-
ti provinciali, che di conseguenza hanno perduto un’importante
fonte di risorse e si sono debilitati. In modo relativo, i partiti
nazionali si sono rafforzati. Per tal motivo, i governi hanno pre-
ferito stipulare accordi con i blocchi maggioritari nel Congresso.
Oltretutto, l’attuale coincidenza di periodi e di elezioni del presi-
dente e dei governatori, rafforza la possibilità di un governo na-
zionale e di uno provinciale eterogenei.
Fino ad ora, la fluidità partitica è esistita nell’area non-pero-
nista. La possibilità d’inaugurare una “nuova repubblica” è stret-
tamente vincolata alla possibilità d’inaugurazione di un nuovo
sistema di partiti. Fino ad ora, l’erosione politica è stata maggiore
che la costruzione di opzioni. Le elezioni del 2001 furono una
prova di ciò. Però è un risultato che deve essere interpretato nel
quadro delle elezioni legislative e non-presidenziali. Qual è la ten-
denza evidenziata dalle elezioni del 2001? (Tab.9). Ci sono pro-
vince nelle quali si può parlare di recupero o ripristino del predo-
minio peronista. Perciò, anche se nelle elezioni del 2001, il voto
di defezione dalla politica fu eccezionalmente alto, il PJ risultò,
tra i partiti, relativamente il maggiormente favorito. Trionfò in
sedici distretti, in tre dei quali (San Juan, Entre Ríos e Mendoza),
aveva vinto dal 1987 al 1999. È probabile che in futuro queste
province accolgano sistemi predominanti peronisti. Trionfò an-
che in Cordoba, Corrientes, Salta e Tierra del Fuego, e fu scon-
fitto nel Jujuy.
130 La democrazia, percorsi di analisi

Distretti Partiti Distretti Partiti Distretti Partiti


Cittá di
Alianza Formosa PJ Salta PJ
Buenos Aires
Provincia Di
PJ Jujuy Alianza San Juan PJ
Buenos Aires
Catamarca Alianza La Pampa PJ San Luis PJ
Cordoba PJ La Rioja PJ Santa Cruz PJ
Corrientes PJ/PANU Mendoza PJ Santa Fe PJ
Santiago
Chaco Alianza Misiones PJ PJ
del Estero
Chubut UCR Neuquen MPN Tucuman PJ
Tierra del
Entre Rios PJ Rio Negro Alianza PJ
Fuego

Tab. 5.9 Elezioni 2001

Argentina possiede dal 1983 un sistema instabile di partiti, però


si orienta verso un sistema nazionale predominante. E ciò è solo
in parte conseguenza del fatto che le risorse politiche tendono a
incrementarsi nelle mani dell’attore più forte, visto che è dovu-
to anche al modo in cui la debolezza e il fallimento politico si
autoalimentano. La caduta del presidente De La Rua comportò
un fallimento della capacità del governo di essere un alternati-
va, rendendo deboli le possibilità future di qualsiasi concorrente
non-peronista. Che garanzie può offrire ai cittadini un partito
non-peronista rispetto alla possibilità di governare con efficacia
ed efficienza? I costi della caduta cono enormi, non solo per il/i
partito/i che cade, ma fondamentalmente anche per la cittadi-
nanza nel suo insieme. Non è un caso che l’UCR sia un partito
minacciato dal 1995. Si elegge per governare, ed una delle azio-
ni che la cittadinanza non perdona è l’incapacità di governare.
Incapacità dovuta non solo alla carenza di abilità dei leader e
dei gruppi, ma anche per l’effettiva distribuzione delle risorse.
Come afferma Stein Rokkan: “I voti contano, le risorse decidono”
(1975:167). I peronisti sono parte responsabile dell’alternanza
imperfetta, non solo perché sono abili concorrenti e con poca leal-
tà. Lo sono perché possono disporre di una quantità considerevol-
mente vantaggiosa di risorse.
V. - Argentina, il rischio egemonico 131

Il problema della vulnerabilità

La questione della vulnerabilità degli attori politici è un tema


cruciale per lo sviluppo del gioco democratico, sia se si presta
attenzione alla competitività, sia se si studiano gli accordi e i con-
sensi raggiunti. Se la vulnerabilità politica è essenzialmente “la
possibilità per un governo (coalizione-partito) di essere sostituito
o modificato nella sua composizione come risultato del cambio
delle decisioni degli elettori” (Bartolini 1996: 252), allora sin
dall’instaurazione democratica, la vulnerabilità radicale o delle
opzioni non-peroniste è stata grande e, al contrario, la vulnerabi-
lità peronista è stata progressivamente minore. Rispetto ai radica-
li, Alfonsin fu sconfitto nel 1987 nelle seconde elezioni legislative
e nel primo rinnovo dei governatori. De La Rua fu sconfitto nella
elezione legislativa. Nel primo caso, i due anni che precedettero
la successione partitica al governo, implicarono un enorme dete-
rioramento del presidente e del suo partito. Nel secondo, la scon-
fitta elettorale nelle elezioni parlamentarie dell’ottobre del 2001,
fu interpretata dai suoi concorrenti (interni ed esterni al partito)
come la “prova decisiva” dell’impraticabilità del governo. Il caso
del deterioramento del governo di Alfonsin è molto interessante,
non solo per il precedente che ereditò l’altro presidente radicale,
ma anche perché il suo punto di partenza nel 1983 fu straordina-
riamente vantaggioso. Basti pensare che fu il candidato che otten-
ne il maggior sostegno elettorale dal 1983 fino ad oggi. Al con-
trario, se prestiamo attenzione ai peronisti, Menem fu sconfitto
recentemente nella quinta elezione (se consideriamo l’elezione dei
costituenti del 1994), e nella quarta elezione legislativa (1997), e
come partito recuperò la leadership elettorale nelle prime elezioni
legislative come opposizione. Però il dato di maggior rilevanza è il
fatto che, dal 1983, il PJ, nel suo ruolo di oppositore, non ha mai
avuto concorrenti. Al contrario, fu sempre il principale canale del
malcontento e della contestazione verso il governo non-peronista.
Differente è il caso radicale, dato che la sua vulnerabilità non
solo riguarda “la possibilità di essere sostituito…” come attore di
governo, ma anche (almeno dal 1995) come principale partito
d’opposizione.
132 La democrazia, percorsi di analisi

Che rende meno vulnerabili i peronisti in Argentina è una


questione centrale in questo lavoro, e preferisco iniziare la relativa
analisi con un’approssimazione più astratta del problema.
La possibilità che gli elettori trasferiscano le loro preferenze da
un attore ad un altro dipende da almeno quattro condizioni: 1 –
l’esistenza di limiti visibili tra opposizione e governo. Ciò presuppo-
ne che ci sia una responsabilità del governo, stabilita in modo evi-
dente, rispetto alla formulazione delle politiche; 2 – predominio
delle position issues sulle valence issues.4 3-vulnerabilità simmetrica,
ossia simili vulnerabilità degli attori che competono, al momento
di arrivare al governo; 4-ricettività dell’opposizione, ossia la popo-
lazione deve percepire l’opposizione come un’alternativa, nel caso
di rifiutare o non condividere le politiche del governo, alla sua
preferenza elettorale. In altre parole, la vulnerabilità presuppone,
in termini della percezione dell’elettore, un governo effettivo e un
governo potenziale.
La vulnerabilità è una proprietà sistemica, e per tal motivo
il predominio di un partito si rinforza con la bassa o invulnera-
bilità del medesimo attore, o la alta o propria iper-vulnerabilità
dell’attore concorrente. La vulnerabilità è una relazione tra gli at-
tori che concorrono. In Argentina, la tendenza all’invulnerabili-
tà peronista è accompagnata da un iper-vulnerabilità degli attori
non-peronisti. D’altra parte, la vulnerabilità riguarda non solo gli
attori di governo, bensì l’insieme degli attori politici,5 e pertanto
incombe anche all’opposizione.
Si possono considerare due tipi di vulnerabilità: denomino la
prima come vulnerabilità retrospettiva, centrata su una valutazio-
ne dell’elettore rispetto alla posizione di forza nella capacità di
governo anteriore di un attore (partito o candidato), e la seconda
come vulnerabilità prospettiva, Ossia, la vulnerabilità retrospettiva
aumenta quando la traiettoria anteriore del partito al governo è

4. Le pisition issues “implicano richieste d’azione del governo su un insieme di alter-


native sulle quali si definisce una distribuzione delle preferenze degli elettori”. Le
valence Issues implicano “l’associazione dei partiti con qualche condizione valutata
positivamente o negativamente dall’elettorato nel suo insieme” (Stokes 1966: 372)
5. Rispetto a questo punto, adotto una posizione differente da quella di Stefano
Bartolini, secondo cui la vulnerabilità è un attributo dei governi.
V. - Argentina, il rischio egemonico 133

associata a valutazioni negative. La peggior esperienza precedente


è l’aver tenuto un incapacità di governare, e pertanto aver ab-
bandonato il governo in un processo caotico e molto costoso per
la cittadinanza. La vulnerabilità prospettiva è conseguenza di un
deficit della “produttività” del governo o dell’attore politico. In
questo modo, una frequente causa è la carenza di leader politici
che possano competere date le nuove circostanze, la divisione o i
conflitti interni, e l’implementazione di strategie inadeguate.
La disponibilità elettorale, cioè l’esistenza di un elettorato di-
sposto a cambiare il suo orientamento elettorale, si relaziona con
la vulnerabilità, dal momento che affinché il voto sia disponibile,
si richiede la costruzione d’opzioni, e se le principali opzioni ven-
gono messe da parte, rimangono due possibilità per l’elettore: a)
la defezione, che si traduce in comportamenti d’astensione o di
voto di proposta; b) la rassegnazione all’opzione di governo, come
la meno peggio delle opzioni, e in questo senso un consolidamen-
to di tale opzione. In altre parole la disponibilità viene promossa
dall’esistenza di opzioni di governo, e diminuisce quando gli altri
partiti non sono percepiti come potenziali governi.
In quanto tratto sistemico, la vulnerabilità di un attore politi-
co A è il risultato della relazione tra tre elementi: a) la situazione
di A (comportamenti, strategie, risorse), b) la situazione di B (i
competitori di A), in particolare la potenzialità di rappresentare
un’alternativa di governo, c) la situazione degli elettori (incentivi
per sostenere alternative politiche, partiti o coalizioni, come can-
didati al governo).
A partire da A, la vulnerabilità diminuisce se ci sono com-
portamenti e strategie che mirano a diminuire la visibilità della
frontiera tra governo ed opposizione. In primo luogo ciò succede
quando, a partire da situazioni di “emergenza nazionale”, le po-
litiche del governo si presentano come incontestabili. Minacce al
regime, alla sicurezza, alla sovranità dello Stato, contribuiscono al
fatto che il governo incorpori decisioni che debilitino la contesta-
bilità. In secondo luogo, selezionare dei valence issues come punti
fondamentali, può essere il risultato di una mera strategia politi-
ca. In terzo luogo, contare su una traiettoria nella quale si sia ma-
nifestata una “capacità di governo”, è un requisito indispensabile
134 La democrazia, percorsi di analisi

rispetto alla fiducia che l’elettorato avrà nel governo, così come
rispetto ai tempi di attesa che conceda per l’adozione di decisioni
che soddisfino le richieste politiche.
Rispetto alla situazione di B, in primo luogo contribuisce alla
vulnerabilità di A la diposizione di risorse elettorali (quantità di
voti nelle elezioni precedenti), come delle risorse organizzative
e d’alleanza con altri attori, attraverso l’appoggio delle organiz-
zazioni sindacali, della chiesa o degli attori imprenditoriali, che
mobilizzano settori della popolazione nel rifiuto delle politiche
del governo. In secondo luogo, la capacità politica di B per sotto-
porre Test ricorrenti che possono consistere nella valutazione sul
grado di soddisfazione di certi attori internazionali, o nazionali,
rispetto alle politiche di governo. In terzo luogo, risulta rilevan-
te considerare la capacità di governo che ebbe in passato, o se
l’attore proponga un cambio tale che permette all’elettore pri-
vilegiare la dimensione prospettiva, piuttosto che la retroattiva,
nella valutazione politica, o per ultimo, nei casi in cui esiste una
responsabilità di A (per azioni di boicottaggio o di slealtà) rispetto
alla incapacità di governo di B (caso estremo di partiti contro il
regime), e allora la denuncia di collusione politica può convertire
la debolezza di B in un punto di forza.
Per ultimo, rispetto agli elettori, si richiede innanzitutto,
un’indipendenza di risorse di quest’ultimi relativamente ad A e
B. Ossia, in primo luogo le fonti di risorse non devono essere
possedute da coloro che non partecipano né al governo, né all’op-
posizione. In secondo luogo, la disponibilità dipenderà dalle
esperienze passate o dalle promesse future che B o A possano fare.
In terzo luogo, la vulnerabilità dipende dal fatto che gli eletto-
ri distinguano tra governo e opposizione. Quindi, la strategia di
cancellare le differenze tra entrambe le sfere, sia da parte di A che
da parte di B, si basa sul tentativo di congelare le differenze che
favoriscono l’uno o l’altro.
Oggigiorno non ci sono opzioni di governo per il PJ. Ossia,
il fatto che esista un pluripartitismo, non implica che ci siano
partiti che compitano come “governi potenziali”. Può succedere
che gli elettori, anche se si identificano con il partito A, votino il
partito B, per il fatto di considerarlo l’unica opzione di “gover-
V. - Argentina, il rischio egemonico 135

no”. In questo caso, non è un voto d’identità, però nemmeno è un


voto utile, cioè un orientamento tendente ad evitare che trionfi
un altro peggiore. Si tratta piuttosto di un voto che privilegia
la capacità di governo e l’ordine. Questo tipo di orientamento e
di preferenza trova un terreno fertile dopo crisi acute dell’ordine
pubblico. Si tratta di un voto che richiede le condizioni basiche
(governo) per il funzionamento del regime politico, e, in tal sen-
so, è un voto minimo. Naturalmente, difronte a varie opzioni
elettorali, come successe nelle elezioni presidenziali del 2003,
l’orientamento dell’elettore include dosi di voto d’identità (per
partito), e dosi di voto utile. Tuttavia, l’elemento da evidenziare è
la rilevanza dell’ingrediente voto minimo che si propone d’assicu-
rare la capacità di governo.
Quali sono le condizioni che accompagnano e rinforzano
l’importante squilibrio tra la vulnerabilità peronista e la vulnera-
bilità dei concorrenti, che rinforzano, cioè la vulnerabilità asim-
metrica? Proverò successivamente a descrivere sommariamente tre
condizioni facilitanti. La prima è che c’è stata una tendenza alla
crescita della volatilità elettorale e alla diminuzione della compe-
titività. La seconda è che c’è stato un indebolimento dei partiti
non-peronisti e un rafforzamento del Blocco PJ. E la terza è che
l’Argentina si è caratterizzata per vivere delle situazioni di elevata
conflittualità e di bassa competizione politica.6

a. Crescita della volatilità e diminuzione della competitività

Nell’Argentina post-83 crebbe in modo sostenuto la volatilità


elettorale e diminuì in modo selettivo la competitività politica.
L’aumento della volatilità, nella quale s’include l’apparizione di
nuovi partiti politici, così come le brusche diminuzioni o aumen-
to del sostegno elettorale ai partiti, conferisce alla vita politica un
vivo interesse pubblico. Questa fluidità, frequentemente confusa

6. Alcune delle dimensioni che s’incorporano all’analisi (volatilità inter-blocco, con-


testabilità, concorrenza, vulnerabilità) hanno come fonte concettuale vari autori
(Bartolini, Mair 1990, Stokes 1966, D’Alimonte 1977,1989, Méndez de Hoyos
2003), però in particolare si riconosce il debito rispetto all’opera di Stefano Bartolini
(1996).
136 La democrazia, percorsi di analisi

dagli attori con la competitività politica, risulta essere solo disor-


dine che può o meno annunciare un nuovo ordine partitico. La
crescente volatilità elettorale ha occultato la diminuzione della
competitività politica. Penso fondamentalmente al consolida-
mento del PJ e alla frammentazione e debolezza elettorale delle
opzioni non-peroniste. La crescente volatilità elettorale ha nasco-
sto la diminuzione della competitività politica. Anche se la flui-
dità elettorale è aumentata in modi sostenuto, è utile distinguere
almeno due fasi elettorali dall’instaurazione democratica, separate
da una soglia di trasformazione rispetto alla qualità del sistema
di partiti. La prima fase comprende il periodo dalle elezioni del
1983 fino alle elezioni del 1993.
Si tratta di una competizione bipartitica, nella quale il voto
è molto concentrato, e la volatilità elettorale esprime il cambio
degli elettori a favore di uno e contro l’altro partito in uno sche-
ma con solo due partiti che costituiscono un opzione di governo.
Pertanto la volatilità del blocco e quella dei partiti è quasi iden-
tica. D’altra parte si tratta di partiti che pretendono di governare
senza costruire alleanze con rilevanti terzi attori.
La seconda tappa inizia nel 1994-1995 e continua fino ad og-
gigiorno. Molti elettori disponibili, cioè i cittadini che contem-
plano la possibilità di cambiare di partito nelle prossime elezioni,
optano per alternative differenti. È la fase delle terze opzioni, con
conseguenze evidentemente negative solo per uno dei vecchi con-
tendenti: l’Unione Civica Radicale.
V. - Argentina, il rischio egemonico 137

% Voti
% voti partiti individuali
Partito Blocco
1983 1989 1995 1999 2003
Partito Giustizialista 40,23 47,3 49,8
Unione Civica Radicale 51,9 32,4 17,1
Partito Intransigente 2,33
Fronte Paese Solidario 29,2
Alleanza per il lavoro, la
48,4
Giustizia e l’Educazione
Alleanza Giustizialista per il
38,3
Cambio
Alleanza Azione per la
10,2
Repubblica
Unione del Centro Democratico 6,27
Sinistra Unita 2,48 1,72
Partito Socialista G. Estévez
1,31 1,12
Boero - Alfredo Bravo
Movimento per la Dignità e
l’Indipendenza (Aldo Rico - Julio 1,77
Fernández Pezzano)
Blocco Peronista - Menem
(24,45%) Kirchner (22,24), 62,8
Rodríguez Saa (14,11)
Blocco non-peronista – Lopez
Murphy (16,37), Carrió (14,05), 32,7
Moreau (2,34)
Altri partiti 5,54 10,2 2,11 3,33 3,61

Tab. 5.10 Elezioni Presidenziali - Período 1983 – 2003 (Fonte:


Ministero degli Interni. Repubblica Argentina)

Nel 1995 si volgono le elezioni dello scongelamento elettorale in


Argentina. Costituiscono lo spartiacque, il punto in cui si supera
la soglia nel cambio del sistema dei partiti. Tale cambio agisce a
partire da due aspetti del comportamento politico: a – la crescita
della disponibilità elettorale, e b – un cambio della qualità della
volatilità. Quest’ultimo è tale perché la volatilità tra i partiti e
la volatilità dei blocchi smettono di essere associate automatica-
mente, e si comportano in modo indipendente. Tuttavia, il 1995
138 La democrazia, percorsi di analisi

è, innanzitutto, un prima e un dopo rispetto alla situazione del


votante dell’area pro-radicale. In quella competizione, quando
circa un 30% si espresse come un elettorato effettivamente di-
sponibile rispetto a una terza opzione, mentre il PJ raggiungeva,
come partito, il suo apice elettorale (49,8%) dal 1983, l’UCR
otteneva solo il 17% dei voti. La portata del cambio politico può
essere ridimensionata in modo adeguato se pensiamo al fatto che
fino a prima del 1995 le terze forze sfidanti appena raggiunsero
meno di due punti e mezzo nel 1983, e sei punti nelle presiden-
ziali dell’89. Dopo il ’95, il fenomeno della disbipartitizazzion
sarebbe stato più lieve, anche se senza ritorno: così nel 1999 il
terzo partito (questa volta di Domingo Cavallo), raggiungerà il
10% dei voti.
D’altra parte, l’UCR, dal 1995, ha realizzato i maggior sforzi
per adattarsi, stipulando delle alleanze come nel 1999. Il cam-
bio è stato drammatico, sia per l’insieme dei cittadini e delle èli-
te partecipanti in tali nuove opzioni, che trovavano una nuova
identità e forme di solidarietà, sia per i votanti radicali, molti dei
quali erano emersi dalle eccezionali circostanze del 1983,, e che
adesso si rincontravano con una storia (che li precedeva) minori-
taria rispetto ai peronisti. Nelle elezioni del 1995 si aggiunge una
dimensione alla competizione tra i partiti: la competizione tra i
blocchi politici. Ciò in pratica si tradurrà nel sorgimento di un
blocco che include l’UCR, però che risulta essere di caratteristi-
che extra-radicali. Ossia, il destino radicale post-’95 dipenderà dal
posto che l’UCR possa occupare in tale blocco. In questo modo,
in appena due elezioni, passerà da leader del blocco (1999), ad
avere una posizione marginale (2003). Secondo la mia opinione,
il dato più rilevante non è la posizione elettorale dell’UCR in ogni
competizione, ma il fatto che, dal 1995, il suo comportamento
risponde alla logica di un blocco politico extra-radicale. Nel 1995
non solo aumenta in modo straordinario la volatilità, ma cam-
biano inoltre le sue caratteristiche: comincia ad avere rilevanza la
volatilità inter-blocco.
V. - Argentina, il rischio egemonico 139

Anno Volatilità Volatilità Volatilità


relativo totale Inter-Blocco Intra Blocco
1989 13,3 — —
1995 38,1 8,2 29,8
1999 36,1 6,8 34,4
2003 59,7 20,1 39,6

Tab. 5.11 Volatilità elettorale

Nella tabella 2 una questione metodologica difficile da risolvere


è quella relativa a dove collocare (in che blocco) il Frepaso del
1995. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di un misto di dirigenti di
sinistra e peronisti con votanti (anche) pro-radicali. L’ubicazione
nel blocco peronista o nel blocco radicale, implica rilevanti modi-
fiche della volatilità intra e inter blocco. Qui abbiamo optato per
incorporarlo al blocco extra-radicale. La decisione è frutto delle
seguenti considerazioni: a) gran parte del Frepaso del 1995, si al-
leò con l’UCR nel 1999; b) il PJ mantenne ed incrementò la sua
base elettorale; c) il Frepaso divenne un attore che ha concorso
con il PJ e con l’UCR. Però le caratteristiche della competizione
con entrambi i partiti fu differente. Con il PJ, ha concorso al
difuori del blocco peronista, mentre con l’UCR ha concorso den-
tro il blocco extra-radicale. Indubbiamente questa è la situazione
del post-1995 (1997-1999). Nel 1995 la situazione risulta essere
ambigua, dato che attori quali Bordon e altri peronisti, apportano
all’elezione anche un significato di elezione interna peronista. Alla
luce di quanto esposto, si considera che la precisione della vola-
tilità inter ed intra blocco nel 1995 risulta essere approssimativa.
Se consideriamo le dimensioni analizzate nell’ Indicatore
Composto di Competitività (IC) (Méndez 2003), tali come il
margine di vittoria, cioè la differenza nella percentuale di voti tra
il primo e il secondo partito dal 1983, osserviamo: 1-le maggiori
differenze sono ottenute dal PJ, dovuto alla sua base elettorale
più alta, e 2. Il valore più alto si trova nel 2003, se consideriamo
(come viene fatto qui) la distanza tra i due blocchi partitici.
L’elemento importante rispetto alla media della volatilità, è che il
valore più alto si trova nella volatilità totale e nella volatilità intra-
140 La democrazia, percorsi di analisi

blocco, mentre la volatilità del blocco è quasi un terzo rispetto alla


prima e alla seconda. Per questa ragione la sicurezza del governo di
Kirchner è amplia se la consideriamo come un blocco, mentre è
bassa se la consideriamo come una frazione.
Rispetto alla competitività, questa è variata in modo seletti-
vo. Ossia, è diminuita con i trionfi peronisti nel 1989, 1995 e
2003, ed è relativamente aumentata nei momenti di trionfo non-
peronisti del 1983 e 1999. Così, se consideriamo il margine di
vittoria,7 cioè la differenza di voti tra il primo e il secondo partito,
si osserva la situazione descritta anteriormente.

Elezioni 1983 1989 1995 1999 2003


Indice di Competitività 69,15 59,53 49,82 70,24 42,03

Tab. 5.12 Indice di competitività8 aplicato al periodo 1983 –


1999. Fonte di dati: Ministero degli Interni, Repubblica
Argentina.

Elezioni 1983 1989 1995 1999 2003


Margine di vittoria 11.67 14.9 20.6 10.1 30.1

Tab. 5.13 Margine di vittoria.

Se misuriamo l’evoluzione di un altro indicatore della competiti-


vità politica, come la forza d’opposizione,9 cioè la somma del peso
elettorale dei partiti d’opposizione, rispetto al vincitore, troviamo
che la variabile assume i valori maggiori durante i trionfi non-pe-
ronisti, e che raggiunge valori inferiori durante i trionfi peronisti.

7. Il margine di vittoria (MV) = V1-V2. V1 è la percentuale di voti del partito vincen-


te, e V2 è la percentuale di voti del partito che ottenne il secondo posto.
8. L’indice di competitività corrispondente in questo modo al Margine di vittoria, for-
za dell’opposizione, differenza di vittorie partitarie, è stato estratto da (2003:144-
150). Indice di competitività = [(100-MV) + FO+DV]/ 3. FO: Forza d’opposizione,
DV: Differenza tra il numero di vittorie per partito, MV: Margine di vittoria.
9. Rispetto all’indice forza d’opposizione (FO), vengono considerati i partiti che ot-
tennero più del 1% dei voti, e pertanto vengono esclusi quelli che sono inclusi nella
categoria “altri”. FO =[(%OPP/%P1). 100]/NP-1. Dove %OPP, è la percentuale di
tutti i partiti d’opposizione, %P1, è la percentuale di voti del primo partito, e NP è
il totale dei partiti che competono nelle elezioni.
V. - Argentina, il rischio egemonico 141

Elezioni 1983 1989 1995 1999 2003


Indice di forza
41 29,92 32,17 50.1 11.31
d’opposizione

Tab. 5.14 Forza d’opposizione.

Se consideriamo altri aspetti rilevanti per l’analisi della compe-


titività (apertura del mercato elettorale, tipi di issues dominanti,
disponibilità elettorale), osserviamo che nel loro insieme rinfor-
zano, o perlomeno non debilitano, la tendenza alla diminuzione
di competitività nel sistema dei partiti. Analizziamo adesso altri
aspetti della competitività.

b. Apertura del mercato elettorale

Per misurare l’apertura del mercato elettorale bisogna prestare at-


tenzione da una parte all’apertura dell’offerta (analisi della conte-
stabilità) e dall’altra all’apertura della domanda elettorale (l’analisi
della disponibilità dell’elettorato rispetto all’elezione di differenti
opzioni politiche).
Se con contestabilità ci riferiamo alla possibilità che nuove èli-
te possano accedere nelle vesti di competitori all’arena elettorale,
la contestabilità in Argentina è elevata. Una prova di ciò è la fre-
quente apparizione di terzi partiti. Questi sono il risultato di uno
scongelamento previo del sistema dei partiti, così come delle age-
volazioni istituzionali, come la soglia elettorale, che permettono
ai piccoli partiti di sopravvivere con incarichi di rappresentanza.
Come si osserva nella tabella 5, l’ingresso di nuovi attori è non
solo frequente, ma rappresenta anche, in certe elezioni, la mag-
gior proporzione di attori. In questo senso, in senso stretto, la
partecipazione dell’Alleanza (UCR-FREPASO) nel 1997-1999,
rappresentò un nuovo attore nel sistema dei partiti. Allo stesso
modo, in senso stretto, nelle elezioni del 2003, la partecipazione
di tre partiti peronisti e di due nuovi partiti extra-radicali, indi-
ca l’effettiva apertura del sistema. D’altra parte, se analizziamo
l’evoluzione del sorgimento di nuovi partiti, è evidente che dal
1983 fino al 2003, i nuovi attori si sono convertiti in un feno-
142 La democrazia, percorsi di analisi

meno diffuso. Tuttavia, i nuovi attori trovano delle difficoltà per


consolidarsi come una forza stabile del sistema dei partiti. E ciò è
dovuto alla seconda considerazione.
Una sfida per qualsiasi forza emergente post-93 consiste nel
come consolidarsi. Bisogna chiarire che la contestabilità è effetti-
vamente alta solo a livello nazionale. Al contrario, a livello provin-
ciale sono meno frequenti i nuovi partiti rilevanti. Le radici delle
forze tradizionali nazionali e provinciali sono molto profonde.
Per questa ragione la contestabilità effettiva nelle province è bassa.
Anche se a livello nazionale ci sono due blocchi, uno peronista e
uno non-peronista, a livello provinciale, appare di solito un altro
blocco la cui leadership è una forza provinciale. Perciò varie pro-
vince presentano tre blocchi: Neuquén, San Juan, Mendoza. In
alcuni casi, come nel Chaco, le forze locali realizzano una fusione
con quella nazionale. D’altra parte, le isole politiche dell’arcipe-
lago nazionale non-peronista, hanno grandi difficoltà per pene-
trare nelle comunità sia provinciali che municipali. Nel caso del
Neuquén, è evidente che il livello di coesione del blocco peroni-
sta si costituisce nel centro mentre il non-peronista si disperde.
Qui esistono due blocchi, il peronista e quello provinciale del
Neuquén.

% Voti
% Voti
Partito blocco
1983 1989 1995 1999 2003
Partito Intransigente 2,33
Fronte Paese Solidario 29,2
Alleanza per il lavoro, la
48,4
Giustizia e l’Educazione
Alleanza Azione per la
10,2
Repubblica
Unione del Centro
6,27
Democratico
Sinistra Unita 2,48 1,72
Partito Socialista G.
Estévez Boero - Alfredo 1,31 1,12
Bravo
V. - Argentina, il rischio egemonico 143

% Voti
% Voti
Partito blocco
1983 1989 1995 1999 2003
Movimento per la
Dignità e l’Indipendenza
1,77
(Aldo Rico - Julio
Fernández Pezzano)
Candidati dei tre partiti
peronisti non ufficiali
- Menem (24,45%) 62,8
Kirchner (22,24),
Rodríguez Saa (14,11)
Candidati del Blocco
extra adicale – Lopez
30,4
Murphy (16,37), Carrió
(14,05)
Altri 5,54 10,2 2,11 3,33 3,61

Tab. 5.15 Nuovi partiti nelle elezioni presidenziali 1983-2003 (Fonte:


Ministero degli Interni. Repubblica Argentina).

In questo modo i sistemi dei partiti si dividono in un blocco radi-


cale, uno di partiti provinciali, ed un altro peronista. Ciò è stata la
base sulla quale si appoggia la sopravvivenza radicale post-1995,
elezione nella quale risultò evidente la debolezza di qualsiasi forza
che competesse per occupare lo spazio dell’UCR. La legittima-
zione di questo partito nei tessuti locali, ha convertito le opzioni
di un radicalismo a livello nazionale in esperienze fino ad allora
fugaci. In relazione a ciò, è interessante la differente posizione
strategica del ARI e del RECREAR. Mentre il primo cerca di con-
formare un’alternativa competitiva all’UCR per costruire un par-
tito che possa essere leader del blocco. Recrear si presenta come
una opzione che si avvicina ai radicali funzionando come parte di
una disputa interna dell’UCR.
Che impatto ha questo differente grado di contestabilità effet-
tiva in entrambi i livelli sul comportamento di altre dimensioni
politiche? In un certo senso, la bassa contestabilità provinciale
è responsabile delle difficoltà rispetto al consolidamento di ter-
zi partiti nazionali, dato che quest’ultimi hanno serie difficoltà
per potersi inserire nelle arene della rappresentanza municipale.
144 La democrazia, percorsi di analisi

D’altra parte, l’alta contestabilità nazionale ha un impatto relati-


vamente basso sulla contestabilità provinciale, eccetto che nella
Capitale Federale. Una conseguenza dei differenti gradi di con-
testabilità citati è il differente grado di pluralismo. Alto a livello
nazionale e nella Citta di Buenos Aires, e relativamente basso a
livello provinciale.
Una delle trasformazioni del sistema dei partiti è che si è pas-
sati da un sistema bipartitico a uno multipartitico, perché uno
dei partiti tradizionali ha costituito un blocco di partiti: l’UCR
(diminuita) come parte di uno spazio più ampio, e il PJ (poten-
ziato) come un blocco con un’identità peronista. In ogni modo,
le prossime elezioni provinciali mostreranno se questo schema si
manterrà, se segue principi basici di coesione, o se anche si con-
solida come un altro blocco di partiti. Fino ad ora la trasforma-
zione effettiva più importante è la trasformazione di uno dei due
principali partiti in un blocco di partiti (UCR-ARI-RECREAR).
Rispetto alla disponibilità, essa permette di rendere effettiva la
contestabilità come partecipazione di attori rilevanti, dato che se
buona parte degli elettori non è disponibile, la contestabilità sarà
in gran parte un’effimera possibilità.
Così come succede con la contestabilità, la disponibilità ef-
fettiva dell’elettorato è bassa nelle province e relativamente alta
nel paese. Ciò proviene dall’esistenza di 14 distretti predominan-
ti (12 distretti predominanti peronisti, uno radicale e uno del
Movimento Popolare Neuquino) (vedasi L’alternanza imperfet-
ta). Tuttavia, a livello nazionale, è molto alta. Ciò risulta evidente
per la volatilità elettorale già analizzata. In tal senso, si corrono
rischi opposti nei due livelli: instabilità elettorale a livello nazio-
nale, ed incapsulamento d’opzioni a livello provinciale.

c. Indebolimento dei partiti e rafforzamento del Blocco PJ

Uno dei principali problemi politici dell’Argentina contempora-


nea è la graduale, però persistente, diminuzione della competiti-
vità delle opzioni non-peroniste. La diminuzione della competiti-
vità in Argentina trova la sua prova più convincente nel crescente
rafforzamento del blocco peronista, e nella frammentazione e
V. - Argentina, il rischio egemonico 145

debolezza del blocco extra-radicale. Come questa diminuzione fu


favorita dalle caratteristiche della competenza del 2003? In parte
questa tendenza si prefigura sin dal 1995, quando sorgono forti
competitori extra-radicali che tuttavia non si consolidano, e per-
tanto il risultato è un indebolimento globale della concorrenza
con il PJ. Per tale motivo il fallimento del governo dell’Alleanza
accentuò notevolmente questa situazione.
La tendenza verso il predominio peronista nel sistema dei par-
titi, e la frammentazione e debolezza dell’opposizione, dovreb-
bero trasformare la democrazia in un regime di bassa responsive-
ness (Powell 2003, 2004) e scarsa accountability (Schedler 1999,
Maravall 1996, O’Donnell 1998, Bobbio 1986, 1988, 1990
1996). Nonostante ciò, al momento attuale, tale affermazione
deve essere sfumata rispetto a ciò che concerne la responsiveness,
però non rispetto all’accountability. Ciò si spiega per il gran do-
minio del PJ sul Congresso e sullo stato in generale, che rende
difficili i controlli da parte delle istituzioni statali sull’esecutivo.
D’altra parte, dal 2001, l’elettorato difficilmente ha optato per
alternative non-peroniste, nonostante che la crisi di governabilità
e il brusco finale dei due governi non-peronisti abbiano fornito
una immagine d’impraticabilità rispetto alla capacità dei non-pe-
ronisti per governare. È evidente la responsabilità dei peronisti in
tali bruschi finali, però ciò, invece di causargli un deterioramento,
per i loro atteggiamenti poco leali rispetto alle regole del gioco, gli
fornisce un’immagine di gran potere politico. Ciò fa sì che dimi-
nuiscano le possibilità di sanzioni elettorali, dato che la sanzione
consiste nell’optare per altri partiti, però se questi sono sinonimi
d’ingovernabilità, allora difficilmente tali opzioni sono effettive.
Rispetto alla responsiveness, gli attuali elevati valori, tradotti
nell’evidente proposito del governo di soddisfare l’opinione pub-
blica, derivano dal suo posizionamento nelle elezioni del 2003. A
partire da lì, la sua legittimità dipende dalla competitività interna.
La sfida del governo è consistita nel rappresentare e funzionare
come leader del blocco PJ.
Un forte elemento rinforzante del decremento in quanto alla
competitività è il predominio dei valence issues. Il PJ, dovuto alla
sua caratteristica di movimento, tende a convertire frequentemente
146 La democrazia, percorsi di analisi

i position issues in valence issues. Il fatto di proporre il PJ con una


forte identificazione rispetto alla patria e al tema della nazione, con-
tribuisce a questa trasformazione. In realtà, il populismo può essere
considerato come una complessa operazione nella quale si conver-
tono i position issues in valence issues. Il predominio dei valence issues
e la marginalità dei position issues, rinforza il predominio e scorag-
gia qualsiasi critica d’opposizione. Così, se consideriamo il perio-
do 1999-2004, si osserva che solo nel periodo 1999-2001, predo-
minarono i position issues, fondamentalmente relativi alla politica
economica da adottare, e ciò favorì una maggior competitività. Al
contrario, dal 2001 e nelle presidenze di Duhalde e Kirchner, i po-
sition issues sono stati sostituiti dai valence issues. Con Duhalde, la
necessità di superare l’emergenza nazionale e costruire un governo
transitorio di unità nazionale. Con Kirchner, questioni tali come i
diritti umani, la difesa nazionale, o la depoliticizzazione della Corte
Suprema di Giustizia, rendono incontestabile gran parte della sua
politica. Al contrario, in termini di politica economica, non esiste
la diffusione di una strategia generale.
La potente influenza nella cultura politica argentina di un par-
tito populista come il PJ ha delle implicazioni sulla qualità della
competizione.
Così come la volatilità può provocare la sensazione psicologica
di competitività politica, anche il conflitto può essere confuso
con essa. Conviene soffermarci un po’ su questo processo.

d. C’è conflitto e poca competitività

Due caratteristiche differenziano basicamente la competizione


dal conflitto politico (Bartolini 1996). Nella competizione, il
premio non appartiene a nessuno, è in gioco ed è distribuito da
parti terze. Nel conflitto, è posseduto da un attore, e c’è un altro
che vuole sottrarglielo. Oltretutto, nella competizione i mezzi di
azione degli attori sono indipendenti, mentre nel conflitto im-
plicano dei danni a parti terze, l’uso della violenza incluso. In
termini istituzionali, la competizione è positiva, mentre il conflit-
to comporta delle conseguenze imprevedibili. La competizione si
basa sulle previe condizioni non competitive che fissano la capsu-
V. - Argentina, il rischio egemonico 147

la sociale dentro la quale la competizione politica può avvenire e


senza la quale si convertirebbe in un conflitto non regolato, o nel-
la chiusura con caratteristiche di collusione della classe politica.
(Bartolini 1996). Il regime democratico argentino nasce difettoso,
per la stabilizzazione di condizioni che non rinforzano la capsula.
Al contrario, in primo luogo, la tradizione della slealtà tra i prin-
cipali partiti e la sfiducia, rinforzano la logica del conflitto. La
sfida della nuova democrazia fu dall’inizio quella di creare delle
condizioni che favorissero la competizione. D’altra parte il ruo-
lo della destabilizzazione, attraverso i sindacati e l’indebolimento
dell’UCR, dovuto a incapsulamenti interni, sono manifestazioni
del fallimento attuale nel tentativo di creare tali condizioni.
La competizione non consiste nel sottrarre il governo o un seg-
gio coloro che le hanno ottenute come risultato della concorrenza
politica. Se ciò avviene, si tratta allora di un conflitto. Il predo-
minio del conflitto e il deficit della competitività in Argentina si
basano su almeno tre elementi: a) il privilegio dell’arena sociale
rispetto alla possibilità di deteriorare il governo; b) le azioni semi
leali, in particolare il mancato compimento dei tempi previsti per
il rimpiazzo; c) la vocazione egemonica. Così, durante 50 anni
dal 1930,10 il conflitto politico rimpiazzò la competizione, e la
politica si svolse in arene naturali, ossia senza stabili accordi tra gli
avversari e con la determinazione di risorse e strategie, senza in-
termediazione (Stoppino 1986). Pertanto, tra peronisti e radicali
non ci fu una tradizione di competizione, bensì di conflitto. Nella
fase anteriore al 1983, prevalse il boicottaggio reciproco ogni vol-
ta che uno dei due partiti si trovava al governo. Ciò è evidente
sin dal sorgimento del PJ, fino al breve interregno 1973-1975,
quando il conflitto diminuì, però non a favore della competizio-
ne, bensì della collusione politica. L’ora del popolo è l’espressione
di tali fatti. Il ciclo competitivo inizia con la transizione politica
degli anni ’80. Si può affermare che la fase 83-85 è completamen-
te competitiva. Tuttavia, ci sono elementi di collusione, derivati
dall’intenzione dei settori alfonsinisti, di costruire un terzo movi-

10. Anno del primo colpo di stato militare, e inizio di un ciclo di più di mezzo secolo di
instabilità politica (il cosí chiamato pendolo civile-militare).
148 La democrazia, percorsi di analisi

mento storico nella fase 85-87, con l’ingresso al governo di attori


sindacali peronisti. La comunità politica argentina si è mostrata
riluttante rispetto alla collusione tra radicali e peronisti. Così,
l’alleanza tra peronisti e radicali per la riforma della costituzio-
ne nella provincia di Buenos Aires, fu punita elettoralmente, e
lo stesso successe con lo screditato patto degli Olivi. Tuttavia, la
sanzione elettorale è ricaduta specialmente sull’UCR. In questo
modo, il patto degli Olivi implicò un castigo, specialmente per
l’UCR nelle seguenti elezioni. Anche la strategia dei governi radi-
cali per approfittare dei conflitti del PJ, ha dato luogo a tentativi
di collusione. Questi sono risultati poco effettivi e costosi per co-
loro che li hanno intentati. Esempi di ciò sono l’incorporazione
di peronisti durante il governo di Alfonsin, e l’avvicinamento a
Menem durante il governo di De La Rua.
Allo stesso tempo, la competitività fu sostituita dal conflit-
to, soprattutto dal lato peronista, attraverso la mobilizzazione del
sindacato. Come è stato segnalato, la differenza tra competizione
e conflitto è che il conflitto implica che qualcuno dispone del pre-
mio, che è disputato, senza regole prestabilite, da un altro attore.
La disputa è evidentemente per il governo, visto che il premio è il
governo, e ciò ha avuto due varianti. La prima implica mobilizza-
re per influire sull’opinione dei cittadini per vincere nelle seguenti
elezioni: qui il premio è la volontà cittadina; la seconda è lo stesso
governo, senza l’intermediazione dei cittadini: ciò è recentemente
avvenuto con i peronisti durante i due governi radicali, nei quali i
leader dell’opposizione hanno direttamente reclamato la rinuncia
del presidente. Così, la dinamica politica si caratterizza per l’oscil-
lazione tra conflitto e collusione con interregni di competizione.
Entrambi i partiti si caratterizzano per tendenze differenti. La
tendenza del PJ è stata quella di oscillare tra la competizione e
il conflitto, mentre l’UCR ha oscillato tra la competizione e la
collusione.
Il peronismo non stabilisce una chiara differenziazione tra go-
verno e opposizione, quando sta al governo. Al contrario, quando
gioca nelle vesti d’opposizione, la distinzione tra le due sfere è
molto marcata, soprattutto nel quadro dell’arena sociale. Ciò di-
minuisce la sua vulnerabilità politica.
V. - Argentina, il rischio egemonico 149

Se la vulnerabilità radica nella possibilità per un governo di


essere sostituito o modificato nella sua composizione come ri-
sultato del cambio rispetto alla decisione degli elettori, è evi-
dente che il PJ e l’UCR possiedono differenti gradi di vulne-
rabilità politica. È importante raccontare l’esperienza passata
per ratificare la vulnerabilità dei governi UCR rispetto a quelli
rappresentati dal PJ. Questo prestigio di una forza precedente
debilita i governi UCR, così come rafforza le opposizioni PJ. La
differenza di vulnerabilità radica non solo nella volatilità eletto-
rale aggregata, ma anche nelle differenze delle basi elettorali del
PJ e dell’UCR.
Da parte sua, la vulnerabilità dell’UCR è grande per le sue
difficoltà di negoziare con un partito che marca le frontiere tra
opposizione e governo in modo nitido.
A livello nazionale c’è un deficit nel regime del conflitto; ciò si
può osservare nel fatto che si cerchi di provocare dei danni all’al-
tro attore, i quali possono provocare un deterioramento istituzio-
nale notevole, come successe in Dicembre del 2001.
Dal 1983 iniziò un processo di competitività politica, però il
conflitto tra gli attori, continuò ad essere di ampia portata. Così,
la contestazione sociale attraverso scioperi generali (tredici duran-
te il governo di Alfonsin, sette nei due anni del governo di De La
Rua), la simile risposta peronista come opposizione, sono esempi
di questo spazio di conflitto politico. Per questo motivo, quando
ci sono scioperi generali rivolti ai governi peronisti da parte dei
sindacati peronisti, siamo difronte a un conflitto, non a una si-
tuazione di competitività. Quando la disputa tra opposizione e
governo conduce a creare e/o ad approfittare delle condizioni per
la caduta di un governo sorto come risultato di una competizione,
o quando la disputa tra l’opposizione e il governo conduce a crea-
re e/o ad approfittare delle condizioni per la caduta di un governo
sorto come risultato di una competizione, a scopo di sottrarre il
premio, allora c’è conflitto, pero non c’è competitività. D’altra
parte, c’è deficit di competitività nelle province predominanti,
dove la competitività è non solo scarsa o marginale, ma anche
molto difficile, visto che provare a competere implica superare
pressioni o minacce, e l’uso della forza.
150 La democrazia, percorsi di analisi

La scarsa competitività in Argentina, si relaziona anche con le


enormi differenze rispetto al potenziale di vulnerabilità dei pero-
nisti e dei radicali, scarsa tra i primi ed alta tra i secondi.

Distretti 1983 1989 1995 1999 2003


PJ 9 19 20 5 16
UCR 14 3 0 1 4
Alleanza — — — 15 —
Altri 1 2 4 3 3

Tab. 5.16 Distretti distribuiti secondo il partito vincitore. 1983-2003

Se la vulnerabilità di un governo dipende dalla linea di divisione


tra opposizione e governo, così come da una disponibilità elet-
torale di coloro che votarono il governo, che però sono disposti
a votare l’opposizione, in quantità tale che superi il sostegno del
governo (Bartolini 1996: 253), allora la differenza tra entrambe le
forze è non solo significativa, ma è anche decisamente cresciuta.
La decidibilità tra i partiti è diminuita enormemente dalla ca-
duta di De La Rua. Così, la fase Duhalde, per essere un governo
transitorio sorto da un’emergenza politica, possedeva un’apparen-
te grande vulnerabilità. In questo caso, questa immagine di fra-
gilità rappresentò un dissuasore sufficiente affinché l’opposizione
perdesse nitidezza rispetto al governo. Difatti si trattò di un gover-
no di coalizione con partecipazione dell’UCR. Successivamente,
con il governo Kirchner, e la costruzione dell’agenda che assume
come punti salienti i valence issues (diritti umani, indipenden-
za della giustizia, difesa della sovranità nazionale), diminuisco-
no le possibilità di differenziazione dell’opposizione. La sfida per
quest’ultima è rappresentata dalla volontà di discutere l’oppor-
tunità dell’agenda e instaurare un ordine differente di questioni.
La diminuzione della competitività mantiene una relazione
anche con la proporzione di risorse politiche del PJ, e con i mo-
menti di crisi nei quali tale partito ricevette il governo. Nel 1989,
l’iperinflazione concedette un respiro in termini di competitività
al governo di Menem, e durante un lungo periodo il timore di
cadere nuovamente nell’emergenza economica, permise di con-
V. - Argentina, il rischio egemonico 151

vertire la “stabilità economica”, e molte delle misure economiche


del momento, in valence issues. I governi di Duhalde (che trattò,
in generale, le questioni politiche in termini di valence issues) e
di Kirchner, sorgono con la memoria fresca delle conseguenze
di un crollo del governo. L’insieme degli attori d’opposizione si
prodiga per non giungere a situazioni irrisolvibili come quella
del Dicembre del 2001. Allo stesso tempo, dopo essere caduti
in default, e deciso di uscire dalla convertibilità peso-dollaro, le
aspettative e le richieste degli attori non consistono in decisioni di
differenziazione, bensì di moderazione. Nella fase post-Alfonsin
e nella fase post-De La Rua, la società si imbatte con strategie
difensive, essendo fasi post-catastrofe, fasi post-malgoverno. Non
ci sono dubbi rispetto al fatto che il PJ ha contribuito come prin-
cipale partito d’opposizione ad alimentare la vulnerabilità dei go-
verni radicali, così come l’ingovernabilità. Per questa ragione, la
successione peronista assume il doppio significato di disciplina-
mento politico, fondamentalmente degli attori sindacali, e in ter-
mini di capacità di governo. La principale strategia del PJ all’op-
posizione è massimizzare la vulnerabilità del partito al governo.
I tre momenti politici nei quali ha vinto il PJ, ha predominato
nella società il timore relativo a una situazione d’allarme o di “stato
difensivo”. Il caos nel quale sono finiti i governi non-peronisti e
la conseguente ingovernabilità ha preceduto la sua ascesa politica.
Queste situazioni hanno facilitato delle condizioni iniziali di eleva-
to potere per i governi peronisti, e gli hanno attribuito margini di
governo molto ampi. Questo comune denominatore nei contesti
che hanno preceduto le amministrazioni peroniste, si riflette an-
che sugli indici di competitività e di volatilità elettorale. La mag-
gior volatilità elettorale tra i blocchi (peronista/non-peronista), e la
maggiore competitività politica si riscontra nelle elezioni del 2003.
C’è in quei momenti uno stato di cittadinanza debole in quanto
ai diritti. In tali circostanze, i risultati elettorali non riflettono la
qualità dei popoli, bensì la qualità della cittadinanza.
La bassa competitività attuale deriva anche dal mancato ri-
conoscimento del governo d’opposizione. Kirchner dialoga solo
con attori delle organizzazioni politiche deboli: Aníbal Ibarra o
Luis Juez.
152 La democrazia, percorsi di analisi

Il problema della decidibilità è un problema ricorrente nel PJ,


visto che sembra che l’opposizione sia interna, ed esiste una certa
dilatazione rispetto alle questioni di posizione. Il problema della
corte è stato affrontato come un valence issue. La discussione rispet-
to a quale corte ci dovrebbe essere, o sulle regole di designazione, ha
influito negativamente sulla decidibilità. L’orientamento del voto,
con valutazioni retrospettive, aumenta la vulnerabilità radicale. La
diminuzione della competitività rispetto alle politiche e della de-
cidibilità rispetto a tali politiche, diminuisce la responsiveness del
governo ed aumenta la sua invulnerabilità. Solo dei nuovi partiti
sono in grado di rispondere a tale situazione, però sono richieste
delle condizioni favorevoli in quanto alla contestabilità elettora-
le. Il governo di Kirchner evita d’affrontare questioni di posizione
per i loro potenziali costi. Le tendenze alla personalizzazione della
politica priva l’elettore della possibilità di decidere sulle questioni
politiche rilevanti. Nonostante ciò, la contestabilità in Argentina è
stata elevata, nel senso che praticamente non ci sono state azioni di
collusione tra i due partiti principali al fine d’evitare l’ingresso di
parti terze. Effettivamente ci fu collusione tra radicali e peronisti
nella nuova costituzione del senato, dopo la riforma del 1994, nelle
quale si assicurò la rappresentanza della seconda forza.
Qual è il bilancio tra le condizioni di contestabilità, disponibi-
lità, decidibilità e vulnerabilità elettorale in Argentina?
Nel governo di Duhalde la competitività aveva un’evidente
contropartita di collusione basata sulla negoziazione-cooperazio-
ne con l’opposizione. L’opzione Kirchner al principio prescisse
da ciò, dal momento che il candidato ebbe pochi voti, pero il
suo partito molti. Allora la negoziazione fu rivolta all’interno, e
gli avvicinamenti verso politici si realizzarono nel quadro di una
guerra di posizioni con le fazioni peroniste. Gli avvicinamenti
verso l’esterno di Kirchner consistettero nel cooptare nuovi attori
per rinforzare la sua posizione interna.

e. Kirchner, il governo più sicuro

Una prima caratteristica delle elezioni del 2003 è che rappresen-


tano delle elezioni di continuità a livello dei distretti provinciali,
V. - Argentina, il rischio egemonico 153

nonostante le richieste di fine 2001 rispetto a un ricambio della


classe politica. A livello nazionale furono di cambio elettorale solo
se si considera la continuità di un partito nel governo.
Un secondo tratto riguarda la dispersione dei competitori. La
frammentazione avvenuta nelle elezioni del 2003 fu veramente
eccezionale, e per la prima volta dal 1994, divenne necessario,
anche se non effettivo, convocare un ballottaggio. In queste ele-
zioni, nessuna forza raggiunse neppure un quarto dei voti. La
logica del secondo turno fu pianificata tra i competitori come
mai precedentemente, in modo che predominò una situazione
alla francese. Si potrebbe pensare che la frammentazione del 2003
rispose a un primo turno naturale, e al fatto che non si rese effet-
tivo il ballottaggio. Ossia, si visse il momento della dispersione, e
mancò il fatto di sperimentare il momento della concentrazione.
Tuttavia, nelle elezioni del 1995 e del 1999, la concentrazione
fu alta nel primo turno. La frammentazione dei peronisti e dei
radicali è uno degli elementi salienti di queste elezioni. I peronisti
divisi in tre opzioni, e i radicali in altre tre alternative. Tuttavia,
ci sono delle differenze rispetto alla qualità del blocco peronista
e di quello extra-radicale. In primo luogo il blocco peronista lo è
tout court, cioè si tratta di tre opzioni che appartengono e si man-
tengono nel PJ. Mentre nel caso dei radicali, si tratta di una con-
formazione di due nuovi partiti: quello con la leadership di Elisa
Carrió e quello rappresentato da López Murphy. Le differenze tra
entrambe le situazioni è equivalente alla differenza tra compete-
re per la leadership dell’alternativa peronista, e competere per la
leadership dell’alternativa non-peronista. Nel primo caso c’è una
situazione di maggior coesione e chiarezza rispetto all’identità del
blocco, nel secondo si tratta di una proposta più eterogenea. Nel
primo caso la disputa è interna al peronismo e per il peronismo,
nel secondo la disputa è all’interno dello stesso blocco (non-pe-
ronista) con l’UCR, ossia per superare l’UCR. Per tale motivo, la
frammentazione peronista non debilita il PJ, mentre il secondo
tipo di frammentazione effettivamente erode l’UCR. Quando il
PJ si presenta diviso, allora la competizione è interna peronista,
mentre quando il blocco non-peronista si presenta diviso, anche
stipulando un’alleanza con una fazione del PJ, non ci fu una com-
154 La democrazia, percorsi di analisi

petizione interna radicale. Il blocco non-peronista è uno spazio in


disputa tra le differenti forze politiche. L’UCR disputa la sua lea-
dership continuamente; in particolare tale disputa si accese dalle
elezioni del 1995, quando un nuovo partito (FREPASO) ottenne
il secondo posto, relegando ad un terzo posto l’UCR. Da allora,
risultò chiaro che la disponibilità degli elettori potenziali dell’U-
CR è molto ampia, sufficiente almeno affinché una terza forza si
proponga la leadership del blocco non-peronista.
Il differente significato della frammentazione peronista rispet-
to alla frammentazione non-peronista si può constatare nel com-
portamento post-elettorale, dove esiste un riflusso dei dirigenti
peronisti verso la fazione vincitrice, fatto che non avviene nel
blocco non-peronista, che funziona, fondamentalmente l’ARI,
associato ad issues specifici.
Nelle province, ci sono due situazioni: alcune con la tenden-
za ad una frammentazione politica, ed altre con una tendenza
alla concentrazione. Le prime corrispondono ai casi nei quali un
blocco di partiti (per ideologia, per scissioni o per issues), non
corrisponde all’alleanza tra i partiti. Nel secondo caso c’è una cor-
rispondenza tra il blocco e l’alleanza tra i partiti.
Queste due tendenze sistemiche sono relazionate all’analisi
di diversi sistemi di partito. I sistemi provinciali predominan-
ti resistono alle alleanze con partiti dello stesso blocco, dovuto
semplicemente al fatto che percepiscono come assicurato il loto
trionfo. Per questa ragione la frammentazione/concentrazione
partitica risulta essere di maggiore rilevanza nelle province più
competitive. Di ventiquattro distretti, quattordici sono poco
competitivi, e dieci con un maggiore esercizio della competi-
zione. Dodici dei quattordici distretti poco competitivi corri-
spondono al PJ, uno all’UCR, e uno ad un partito provinciale,
il Movimento Popolare Neuquino. Ciò è contemporaneamente
di maggiore importanza nei sei sistemi multipartitici d’Argen-
tina, dato che nei sistemi bipartitici la concentrazione è di fatto
istituzionalizzata.
La terza caratteristica è che le elezioni del 2003 rifletterono
l’indice di volatilità elettorale (considerando le elezioni presiden-
ziali) più alto dal 1983.
V. - Argentina, il rischio egemonico 155

La quarta caratteristica è che la dinamica principale della com-


petizione e della contestazione dei partiti fu relativa al loro blocco.
E, in questo senso, furono delle elezioni caratterizzate da sub-assi
elettorali. Ci fu una contestazione delle fazioni (caso peronista) o
ex-frazioni (caso radicale), che contestarono gli apparati partitici.
In tal modo, il confronto Duhalde-Menem fu un asse importante
della competizione, e López Murphy-UCR, o Carrió-UCR fu-
rono altri importanti assi della competizione, e allo stesso tempo
l’opzione López Murphy o Carrió furono importanti alternative
per i votanti di cultura radicale. Tuttavia, e aldilà di questi sub-
assi, apparvero degli assi generali. Uno di loro fu il voto anti-Me-
nem. Sconfiggere Menem diventò un’ossessione per gran parte
dell’elettorato. In un certo senso tutti concorsero contro Menem.
Un altro asse per l’elettorato fu il voto anti-radicale, consistente
nell’incontrare opzioni che lasciassero dietro di sé la catastrofe del
governo del 2001.
Una quinta nota è il fatto che le critiche e il deterioramento
relative al governo peronista e al governo radicale ebbero diffe-
renti impatti: nel primo caso il cittadino rifiuta energicamente
Menem, senza che comporti un rifiuto per il partito peronista,
mentre nel secondo caso, il logoramento non solo colpisce l’ex-
presidente De La Rua, ma anche il medesimo partito radicale.
Ciò spiega in parte la richiesta di scuse alla cittadinanza da
parte di Angel Rozas (presidente dell’UCR), a nome del partito.
Nel caso peronista, semplicemente si addusse che Menem non
era un vero peronista. Il fallimento politico dell’Alleanza non
fu percepito nei fatti come responsabilità di attori individuali
(De La Rua ed Alvarez), bensì dell’alleanza nel suo insieme, e in
modo particolare dell’UCR. Allo stesso modo di come avvenne
con Menem, il fallimento di Rodríguez Saa nella brevissima pre-
sidenza, non compromise il capitale politico dell’UCR, mentre
il PJ risultò più impermeabile e si trasferì il deterioramento sui
suoi dirigenti. Forse tale differenza d’impatto deriva dalle carat-
teristiche più istituzionalizzate dell’UCR, che produce la sensa-
zione di essere un’organizzazione più responsabile, con dirigenti
che rispondono alla loro organizzazione. Al contrario, la natura
movimentistica del PJ implica il fatto che il ruolo del leader sia
156 La democrazia, percorsi di analisi

fondamentale in termini di responsabilità politica. In altre parole,


mentre nell’UCR l’organizzazione precede, in termini di respon-
sabilità, il personale politico, nel PJ, la responsabilità personale
del leader precede quella dell’organizzazione. La seconda spiega-
zione è che nella cultura argentina da una parte esistono i radicali,
e dall’altra il peronismo, e non i peronisti. La differenza tra peroni-
sti e peronismo è il carattere ideale del secondo, ossia si tratta di
un attore politico che non può essere influenzato negativamente
da dirigenti terrestri. Questo carattere ideale rinforza anche le sue
caratteristiche movimentiste.
Durante le elezioni del 2003, venne applicato per la prima
volta il ballottaggio. Fu eccezionale anche il livello di frammenta-
zione delle opzioni elettorali. La caduta della concentrazione dei
voti del 2003 non è dovuta solo al fatto che venne adoperato il
ballottaggio. Cioè il medesimo sistema elettorale obbliga ad una
concentrazione dei voti. Tuttavia, nelle elezioni del 1995 e del
1999, la concentrazione fu elevata nel primo turno.

Elezioni 1983 1989 1995 1999 2003


Concentrazione 92,1 79,7 79 86,7 46,69
Frammentazione 0,57 0,65 0,65 0,63 0,83
Numero Effettivo di partiti 2,3 2,8 2,8 2,7 5,8

Tab. 5.17 Aspetti della competizione elettorale 1983-2003

Nessuna alternativa raggiunge neppure un quarto dei voti. E la


competizione ebbe due arene: l’arena elettorale extra-partitica, e
l’arena intra-partitica. Nella prima si trattava di attrarre i votanti
di qualsiasi partito, mentre nella seconda i votanti del partito più
affine. La principale contestazione dei partiti fu verso l’interno
del proprio blocco. In tal modo, ci fu una contestazione delle
fazioni (caso peronista) o ex-fazioni (caso radicale) agli apparati
partitici. Il confronto Duhalde-Menem fu un asse della compe-
tizione peronista, e López Murphy-UCR fu un altro importante
asse della competizione extra-radicale, e le opzioni UCR – Carrió
o López Murphy-Carrió furono altre opzioni per i votanti di cul-
tura radicale. Sconfiggere Menem diventò un’ossessione per l’e-
V. - Argentina, il rischio egemonico 157

lettorato, e in un certo senso tutti combatterono contro di lui.


Superare la catastrofe radicale rappresentò un’altra ossessione. In
un caso la critica e il deterioramento ricaddero su una fazione del
PJ, mentre nell’altro su tutto il partito radicale, sia su De La Rua,
sia su Alfonsin. Da lì proviene la richiesta di Angel Rozas (presi-
dente dell’UCR) alla cittadinanza, a nome del partito. Nel caso
peronista, semplicemente si diceva che Menem non fosse peroni-
sta. Il fallimento politico dell’Alleanza, non fu percepito nei fatti
come responsabilità di un solo attore (De La Rua), bensì dell’U-
CR nel suo insieme. Al contrario, il fallimento di Rodríguez Saa
non compromise il PJ nel 2003.
Perché il deterioramento fu solo di uno dei partiti del siste-
ma post-1993? Perché l’erosione raggiunse l’UCR e non il PJ?
È evidente che i collassi in cui terminarono i due governi radi-
cali offrono una parte della risposta. Tuttavia, perché il peso del
logoramento non ricadde sui responsabili individuali e ricadde
sull’organizzazione? Ossia, perché non successe lo stesso con il PJ?
Questa differenza di “recettività” rispetto al deterioramento risul-
ta nitido nelle elezioni del 2003, quando Menem e De La Rua ap-
paiono come i responsabili del fallimento del decennio. Tuttavia,
con conseguenze molto diverse per le organizzazioni politiche.
È curioso il differente impatto a livello storico che produce
il deterioramento politico su questi due partiti. Forse il caratte-
re meno istituzionalizzato dell’UCR provoca un trasferimento
del deterioramento dell’immagine dei suoi governanti su tutto il
partito. Mentre, nel caso del PJ, il permanente appello all’ideale
peronista, come sinonimo di popolare, fa sì che quando un presi-
dente smette di ricevere sostegno elettorale, si debiliti rispetto al
suo carattere di peronista.
Perché il PJ si logora poco e le altre alternative molto? In linea
di principio, per rispondere, si può considerare una prospettiva
culturale che associ proprietà (ad esempio valori o tradizioni) del-
la cultura peronista a perlomeno, ampi settori della società, in
modo che esista una sorta di linea che unisca entrambi gli elemen-
ti. Così, una prima risposta di questo tipo sarebbe che i peronisti
sono meno vulnerabili perché promettono meno, e dissociano
chiaramente l’etica dalla politica, caratteristica questa, che li vin-
158 La democrazia, percorsi di analisi

cola ai partiti conservatori (popolari). Per questo motivo l’elettore


che optò per tale partito, lo fece con scarse aspettative rispetto al
suo esercizio istituzionale. Una seconda probabile risposta sareb-
be che i peronisti possiedano uno stile culturale conforme con
le consuetudini generalizzate della società argentina: la tendenza
a la trasgressione e la personalizzazione degli spazi istituzionali.
Non pretendiamo in questa occasione difendere nessuna di tali
possibili risposte; piuttosto ho optato per due evidenze, conside-
rate sufficientemente in L’alternanza..., ossia: a) la proporzione di
risorse politiche del PJ (sindacato, governi provinciali, Senato);
e b) la strategia peronista di logoramento dei governi con partiti
competitori.
Oggi l’unica opzione realista di deterioramento dei peronisti è
attraverso un conflitto interno. In altre parole, risulta essere poco
importante l’impatto degli attori non-peronisti sul logoramento
di questo partito.
È probabile che la situazione di vulnerabilità asimmetri-
ca tra peronisti e competitori implichi due effetti tipici di tale
situazione:11
1. Che, rispetto alla classe politica, i peronisti percepiscano
scarsamente, o affatto, l’opportunità di perdere il governo,
mentre i competitori percepiscano scarsamente, o affatto,
l’opportunità di conquistare il governo;
2. Che, rispetto all’elettorato, gli elettori percepiscano un
maggiore impatto potenziale della loro scelta sulla costituzione
del governo quando si tratti di votare i peronisti. E, viceversa,
gli elettori percepiscano una diminuzione dell’impatto della
loro decisione per la costituzione del governo quando si tratti
di votare competitori non-peronisti.

11. Naturalmente, la verifica di questa ipotesi dovrebbe essere realizzata mediante la


tecnica dei sondaggi d’opinione.
V. - Argentina, il rischio egemonico 159

1989 1995 1999 2003


Partito
Competitivo Competitivo Competitivo Sicuro
Governo
44,3*1 46.8*1 56,8*2
peronista
Governo
45.4*1
non-peronista
*1-(P-σ<50%=competitivo); *2-(P-2σ> 50%=sicuro)
P è la percentuale di voti del partito, candidato o coalizione maggioritaria
e σ è la deviazione standard di tale maggioranza nelle elezioni anteriori.

Tab. 5.18 Applicazione della formula di Stern (1972) rispetto alla


competitività-sicurezza

Il PJ raggiunge nel 2003 la posizione politica meno vulnerabile


dal 1983. In tal senso, Kirchner è il presidente più forte? Da una
parte la portata dei voti come blocco, è il più alto raggiunto, però
oltretutto è riuscito a posizionarsi molto favorevolmente in una
varietà di issues, come mai prima di allora sin dall’instaurazione
democratica. L’identità delle politiche di Kirchner (rispetto della
legge, diritti umani, difesa nazionale, politiche anti-corruzione),
debilita le opzioni tradizionali del blocco non-peronista. In parte
ciò rinforza l’attuale debilità dei contendenti. Nelle elezioni del
2003, gli issues conservatori furono rappresentati da Menem. Un
ritorno a questi valori e all’importanza degli issues ad essi associati,
potrebbe favorire altre correnti peroniste. Un ritorno a valori più
nazionali e conservatori trova in Duhalde un buon rappresentan-
te. Gli altri partiti si convertono in forze secondarie di frammenti
dell’elettorato. Così, López Murphy è identificato come parte del
campo ideologico collaterale di Menem, di Carrió de Kirchner,
e l’UCR post-De La Rua anche è occupato dalle politiche di
Kirchner. Il PJ occupa attualmente tutto lo spazio degli Issues.
MESSICO: LA SFIDA DEL DISACCOPPIAMENTO

La partecipazione politica è una dimensione politica rilevante


quando, a partire delle azioni, delle strategie e delle regole, gli atto-
ri, senza una posizione rilevante al principio, hanno la possibilità
di influire sulle decisioni del vertice, ed addirittura di conquistare
nuove posizioni politiche. Se al contrario, tali posizioni deriva-
no da condizioni estranee alla partecipazione, allora quest’ultima
si declina o scompare. Come ha segnalato Alessandro Pizzorno
(1966), il problema della partecipazione appare solo nel momen-
to in cui sorge la sovranità popolare. Storicamente, è nel periodo
successivo alla rivoluzione francese quando la libera rappresentan-
za sostituisce la rappresentanza da mandato. Nell’Ancien Regime,
esiste una corrispondenza, per così dire “perfetta”, tra posizione
sociale e posizione politica. I gruppi sociali, i corpi sono rappre-
sentati, i loro membri non partecipano, solo lo fanno, ed è una
partecipazione automatica. La partecipazione diviene quindi un
fenomeno politico significativo quando tale corrispondenza au-
tomatica tra condizioni e posizione politica termina. Pertanto, in
modo che la partecipazione costituisca un dato rilevante in qual-
siasi regime politico, è richiesto che: a. si svincoli qualsiasi corri-
spondenza automatica tra posizione politica e condizioni estranee
alla partecipazione dei membri della comunità, b. Qualsiasi posi-
zione sociale, economica, politica e culturale, non sia sufficiente
per accedere a delle posizioni politiche, c. Qualsiasi posizione po-
litica richiede, almeno in parte, l’azione degli attori, a prescindere
delle loro precedenti posizioni. In altre parole, la partecipazione
acquisisce un senso nel momento in cui da essa dipende l’influen-
za sul processo della presa di decisioni.
La partecipazione politica è un elemento chiave della demo-
crazia per contribuire ad: a. la mobilità politica, ossia al fatto che
i cittadini possano, partendo dal basso, ascendere a delle posizio-
ni di governo o rappresentanza attraverso la loro partecipazione,
b. L’influenza dei cittadini sulle decisioni, attraverso la parteci-
162 La democrazia, percorsi di analisi

pazione politica. Pertanto, un sistema con scarsa partecipazione


ha teoricamente un impatto negativo sull’Accountability dei go-
vernanti, così come sull’uguaglianza politica, rispetto alla parità
di opportunità, per contare come un attore rilevante all’interno
della comunità. La partecipazione politica presuppone pertanto
una dissoluzione di qualsiasi base dello stamento che scinda le
posizioni politiche o l’influenza raggiunta, dall’azione partecipati-
va. Ebbene, i cittadini partecipano nelle democrazie? Partecipano
in Messico? In questo capitolo prenderemo in considerazione le
principali ricerche sul tema, per, nel quadro dei comportamenti
analizzati in altre ricerche, valutare la situazione della comunità
politica in Messico.
La partecipazione politica consiste nell’impegno dell’indivi-
duo all’interno del sistema politico, in diversi livelli d’attività,
dal totale disinteresse alla titolarità di un incarico pubblico [Rush
1992], e più precisamente, nell’insieme di quei comportamen-
ti dei cittadini, orientati a influire sul processo politico [Axford
1997]. La partecipazione politica è stata considerata in due ca-
tegorie: a. la partecipazione politica visibile, cioè l’insieme delle
azioni e dei comportamenti che mirano ad influire, in modo più
o meno diretto, sulle decisioni. Tra queste, la propria selezione dei
detentori del potere nel sistema politico o nelle semplici organiz-
zazioni politiche, con l’intenzione di conservare o modificare la
struttura (e quindi i valori) del sistema degli interessi dominanti.
Como si può apprezzare nella letteratura sul potere, l’influenza
può avvenire anche in assenza di azioni, attraverso le cosiddette
reazioni previste (Lukes 1974, 2005).
L’ipotesi che qui sosteniamo è che la scarsa partecipazione po-
litica in Messico sia conseguenza di un deficit di fiducia e riflesso
di una scarsa coesione sociale che definisco il problema del disac-
coppiamento. Sostengo, difatti, che il tipo di vincoli sociali predo-
minanti in Messico scoraggi la partecipazione. Disaccoppiamento
tra gli stessi cittadini e tra i cittadini e il governo.1 Con disaccop-
piamento mi riferisco alla frustrazione del sistema di aspettative

1. Uso l’accezione di governo in senso ampio, e comprende a coloro che occupano


posizioni d’autorità in qualsiasi organizzazione e in qualsiasi scala.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 163

reciproche tra i cittadini. Ciò non conduce necessariamente a un


confronto tra pari, come si potrebbe prevedere, ad esempio, nel
caso di due automobilisti che prevedono il contrario di ciò che
succede, piuttosto ad un’aspettativa relativa all’altro. La fiducia è
scarsa, e da ciò deriva il fatto che l’impegno comune e collettivo,
così come il senso d’appartenenza, sia debole. Come vedremo,
il disaccoppiamento è un tipo di capitale sociale che scoraggia
la partecipazione. In quanto è relativo alla relazione tra cittadini
e governi, il disaccoppiamento presuppone la mancanza di con-
nessione tra richieste ed offerte politiche, la frequente reazione
dei leader delle organizzazioni in direzione opposta rispetto alle
preferenze dei membri della base, la priorità del “governare” ri-
spetto al rappresentare, il privilegiare delle mete astratte a livello
di organizzazioni, rispetto a delle concrete mete di benessere per
la comunità politica, il privilegiare come suprema l’azione del co-
mando rispetto alla soddisfazione collettiva, il dare priorità alla
governabilità rispetto alla razionalità delle decisioni implementa-
te. Il disaccoppiamento deriva da una cultura verticale che produ-
ce il disimpegno, la disaffezione, e talvolta l’alienazione politica.
Anche tra cittadini e governo, il disaccoppiamento presuppone
una frattura relativa alle aspettative reciproche. Frequentemente,
quindi, il frustrare le aspettative dell’altro, è conseguenza dell’in-
tenzione latente o esplicita di riaffermare l’autorità. Le culture
verticali sono culture nelle quali il flusso di comunicazione è uni-
laterale, e il gioco dell’aspettativa è dal basso verso l’alto. È ne-
cessario, al fine di fondamentare teoricamente ed empiricamente
questa ipotesi, introdurci negli studi sulle basi della partecipazio-
ne politica, così come trattare i dati raccolti nel sondaggio. Più
avanti, mi avvicinerò di nuovo a quest’ipotesi, con lo scopo di
fondamentare la sua stretta relazione con la partecipazione poli-
tica. Alla fine verranno offerte due tipologie di civiltà, una riferi-
ta agli attori partecipanti, sia a livello nazionale che regionale, e
un’altra rispetto ai non-partecipanti o attori disaccoppiati.
Si parla di b. partecipazione “latente”, ossia partecipazione
potenziale, però in certa misura partecipazione effettiva, quando
c’è una comunità politica interessata alla politica ed informata
rispetto alla sua dinamica, che si attiva raramente e in modo di-
164 La democrazia, percorsi di analisi

scontinuo, però con capacità di partecipare. In tal senso la par-


tecipazione politica visibile è bassa in Messico, però quanto lo è
la partecipazione latente? La risposta è chiara: potenzialmente la
scarsa partecipazione si rinforza convertendosi in un dato strut-
turale. Se ci atteniamo ai sondaggi, per esempio al sondaggio sulla
cultura politica e il comportamento cittadino (Encup) del 2008,
viene descritto che “il 60 per cento dei cittadini ha riferito di
avere poco o nessun interesse per la politica. Ciò può essere re-
lazionato al fatto che circa la metà dei cittadini ha dichiarato di
essere d’accordo con l’affermazione che “la politica a volte è così
complicata, che le persone come Lei non capiscono ciò che suc-
cede”, e con l’affermazione che “alle persone al governo non le
interessa molto ciò che le persone come Lei pensino”. Può essere
associato anche al fatto che tre su quattro cittadini considerino
che “ciò che i deputati e i senatori tengono in conto al momento
di elaborare le leggi, sono i propri interessi o quelli del loro par-
tito”. I cittadini messicani non si sentono né rappresentati dagli
attori, teoricamente elementi chiave della democrazia, nella socie-
tà civile, né protetti dall’istituzione dello stato teoricamente più
visibile e vicina a loro. Così, nell’Encup del 2008, si afferma che
“le istituzioni che registrarono le minori percentuali di fiducia
furono i sindacati, i partiti politici e la polizia”. I dati del 2008
sono un epifenomeno passeggero? Se consultiamo le inchieste
anteriori si può vedere tale elemento in modo evidente. I dati
ottenuti dal sondaggio ENCUP 2005 evidenziano, ancora una
volta, il disinteresse cittadino per la vita politica, visto che nove
su dieci intervistati hanno affermato di essere “poco o per nulla
interessati” ad essa, ed il 65% dei cittadini pensano che tale atti-
vità è complicata o molto complicata”. A ciò occorre aggiungere
che “cinque su dieci intervistati (54%), credono che la politica
non contribuisce a migliorare il tenore di vita di tutti i messicani,
rispetto al 39% che pensa il contrario”. Quindi, per una parte
rilevante dei cittadini, la politica non fa la differenza. Questi dati,
a loro volta, confermano i dati emersi nel 2003, “d’accordo all’in-
formazione ottenuta in questo secondo esercizio, la caratteristica
si mantiene, e si osserva che il 51% degli intervistati ha riferito
di essere poco interessato alla politica, e il 36% ha manifestato di
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 165

non avere nessun interesse per la politica”, e “uno di ogni due in-
tervistati ha dichiarato di vedere o ascoltare programmi e notizie
che parlano di politica, anche se solo due su cinque ha risposto
correttamente alla domanda “quanto tempo durano i deputati nel
loro incarico”. Ciò è congruente con il fatto che “il 65% degli
intervistati considera che la politica è complicata o molto com-
plicata, e uno su due ammette di ascoltare generalmente le per-
sone quando stanno parlando di politica, però senza partecipare
mai alla discussione”. Il primo sondaggio Encup fu realizzato nel
2001, a molta poca distanza della storica alternanza nella qua-
le il partito egemonico veniva sconfitto, e riconosceva tale fatto
alle urne. Sono i momenti di speranza, di ciò che gli spagnoli
chiamarono “l’incanto” della democrazia. Un rialzo delle aspetta-
tive, una grande mobilizzazione dei cittadini, la cresta dell’onda,
un momento irripetibile, ciò che Francesco Alberoni chiamò lo
stato nascente (1981). Che succede in Messico? Nel Encup 2001
viene affermato che “Noi messicani siamo poco inclini a parlare
di politica”, visto che il 67% degli intervistati ha riferito di non
aver trattato il tema all’interno dell’ambito familiare, durante i
sette anni precedenti alla intervista. Inoltre, il 44% ha affermato
che è durante le riunioni con amici o conosciuti, quando si parla
di politica, anche se uno su cinque cittadini dice che all’ascolta-
re parlare di politica, smette di prestare attenzione. Il 52% degli
intervistati descrive la sua condizione di cittadino come quella
di una “persona con i diritti e i doveri che le leggi del suo paese
determinino”. Alla domanda rispetto al grado di conoscenza dei
diritti dei messicani stabiliti dalla Costituzione Politica, il 60%
rispose che era scarsa, e il 35% disse che era nullo. D’accordo ai
risultati ottenuti, le persone maggiori di 55 anni sono coloro che
hanno minore conoscenza dei loro diritti (50%), mentre solo il
24% dei giovani tra i 18 e i 24 si trovano nella stessa situazione.
La scarsa conoscenza cittadina rispetto alla vita politica istituzio-
nale si percepisce al constatare che solo il 40% degli intervistati
sa che è il Congresso della Unione l’organo autorizzato per ap-
provare le riforme della Costituzione, e non il Presidente della
Repubblica, come rispose il 29%; inoltre, due su dieci intervistati
ha affermato di non sapere su chi ricade tale facoltà, e il 4,4%
166 La democrazia, percorsi di analisi

ha risposto che ricade sulla Corte Suprema di Giustizia. Ossia,


il dato è strutturale e trae la sua origine, come si percepisce dalle
fasce d’età meno partecipanti, dalla lunga tradizione autoritaria.
Nel nostro sondaggio,2 i risultati relativi alla partecipazione po-
tenziale, sono negativi. Ciò influisce sul pessimismo dei cittadi-
ni rispetto alla situazione messicana (il 63 % pensa che stiamo
altrettanto male, o persino peggio, che un anno fa). La regione
del nord è la più pessimista, influenzata negativamente non solo
dalla crisi economica, ma anche dalla violenza del narcotraffico:
fattori che influenzano fortemente la qualità di vita dei cittadini,
dal momento che influenzano la quotidianità. Se riduciamo le
opinioni a solo due: meglio o peggio, la situazione è la seguente:

Nord Centro Sud Insieme


Meglio 19 23 18 21
Peggio 47 30 27 33

Tab. 6.1 Situazione del Comune

Nord Centro Sud Insieme


Meglio 15 19 14 17
Peggio 43 32 28 33

Tab. 6.2 Situazione dello Stato (Sommando “Ns/Nc”=100%)

La relazione narcotraffico/pessimismo diventa più plausibile se


cambiamo la scala e ci avviciniamo al comune, dato che lì l’im-
patto di tale fenomeno influisce in modo più contundente. Di
nuovo, polarizziamo l’informazione e si percepisce che il nord è
notevolmente più pessimista:

Nord Centro Sud Insieme


Partecipazione
58 19 51 48
convenzonale (Votare)

2. Tutte le tabelle presentate offrono informazione raccolta dal sondaggio incaricato


per questa ricerca sul capitale sociale e la cultura della legalità. Quando non sia così,
verra segnalata la fonte.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 167

Nord Centro Sud Insieme


Partecipazione invisibile 14 32 23 19
Partecipazione visibile 17 22 18 12
Nessuna 4 4 5 6

Tab. 6.3 Tipi di partecipazione in Messico

Relativamente alla partecipazione visibile, la comunità politica


messicana è poco partecipativa, non solo per la scarsa partecipa-
zione elettorale media a livello nazionale, ma anche per la scarsa
partecipazione non-elettorale. Se prestiamo attenzione ai dati del
sondaggio (9. Partecipazione cittadina attraverso il voto-azione più
efficace per influire sul governo), nel pase un 48% propone il voto
come la forma più efficace per influire sul governo, e più della metà
propone forme di partecipazione alternativa. Tra quest’ultime, al-
cune avvengono nelle arene invisibili (avere amici influenti e dare
soldi ai servitori pubblici) (19%), due opzioni si riferiscono a una
partecipazione alternativa in arene visibili (protestare nelle manife-
stazioni pubbliche e presentare denunce alla radio o in televisione)
(22%), una quarta tipologia che è (nessuna) (6%).
L’aspetto della partecipazione di quartiere come sede della par-
tecipazione, non appare rilevante. La situazione è contundente,
poiché un 77% afferma che non si è riunito con i propri vicini
per risolvere qualche problema collettivo ed influire su coloro che
prendono le decisioni.
Oltretutto, queste cifre si incrementano al 85 od 88%, quan-
do si chiede se ci siano state riunioni con i vicini per partecipare
politicamente (denunciare in comune, partecipare ad un movi-
mento sociale, o avvisare il giornale rispetto a qualche problema).
Al rispetto, è evidente che ciò, in parte, siano conseguenza
dell’inefficacia che i cittadini attribuiscono alla partecipazione a
livello di quartiere. Così, più della metà degli intervistati, crede
che sia poco o per nulla utile partecipare.
168 La democrazia, percorsi di analisi

Totalmente /Abbastanza 15
Poco / Nulla 43
Ns / Nr 5

Tab. 6.4 Quanto crede che Lei e i suoi vicini possano influire sulle
autorità

I dati che appaiono straordinariamente impattanti, riguardano


l’associatività dei messicani, misurata dalla partecipazione dei cit-
tadini di questo paese nelle distinte associazioni. Il risultato me-
dio della non-partecipazione nelle organizzazioni che vanno dalle
associazioni religiose, sportive, di vicini, fino ai sindacati e partiti
politici, è del 93.7%.

Non appartiene
Tipo di organizzazione
nord centro sud insieme
Associazione religiosa o chiesa 82 87 80 84
Associazione sportiva/ricreativa
90 88 92 90
(palestra, squadre sportive
Associazione di quartiere o di vicini 95 94 94 94
Sindacato 95 96 95 95
Organizzazione di proprietari di terreni
95 98 93 96
in comune, contadini, o di agricoltori
Organizzazione o gruppi di autoaiuto
95 96 95 96
(AA, ecc)
Organizzazione o Partito politico 98 96 96 97
Organizzazione studentesca o di
98 98 97 98
giovani
Media della non associazione 93,5 94,1 92,7 93,7

Tab. 6.5 Associazionismo in Messico

Ossia, meno di un 7% si interessa, ed è disposto a integrarsi a


qualche forma d’azione collettiva istituzionalizzata. Una demo-
crazia stabile è in grande di sostenersi su una base di partecipazio-
ne talmente bassa?
Al rispetto, conviene ripassare la letteratura comparata per
poter apprezzare che la scarsa partecipazione non solo è un fe-
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 169

nomeno abbastanza generalizzato in molti paesi, ma anche che


lo è da un certo tempo in alcuni di essi. La teoria di una co-
munità politica partecipativa si è vista abbastanza confutata dai
fatti nelle democrazie pienamente consolidate e abbastanza sta-
bili. Questa discrepanza fu affrontata nei termini della questione
se in realtà “molta partecipazione“ sia un indicatore di una buo-
na democrazia. Questa “classica” domanda sorse già negli anni
’60, quando si percepì la coesistenza di democrazie avanzate e
partecipazione politica molto scarsa. Una ricerca comparata di
gran rilevanza, fu quella realizzata da Almond e Verba, pubblicata
nel 1963. La famosa comparazione tra Stati Uniti, Inghilterra,
Messico, Germania e Italia, produsse dei risultati che sfidavano la
premessa normativa di cittadini più partecipativi ed informati e
della stabilità della democrazia. Come segnalarono gli studiosi, in
realtà le ricerche “sul comportamento politico mettono in dubbio
questo modello attivista e razionale, dato che risulta evidente che
i cittadini dei sistemi democratici non rispondono, se non rara-
mente, a tale modello. Loro non sono ben informati, né profon-
damente impegnati, e neanche particolarmente attivi” (Almond
e Verba 1963: 383). Nella stessa epoca, (1965) un’altra celebre
ricerca confermava le conclusioni di Almond e Verba. Mi riferisco
a Milbrath, che verificò che negli Stati Uniti, i “gladiatori”, attori
con un elevato livello di partecipazione politica (misurata con in-
dicatori tali come il contattare un politico, il dare un contributo
economico a un partito o a un candidato, il partecipare ad una
riunione politica, il concedere tempo per una campagna politica,
il divenire un membro attivo di un partito, il partecipare a incon-
tri politici importanti, il richiedere fondi per obiettivi politici,
l’essere eletto per un incarico politico), appena raggiungevano il
7% dell’insieme dei cittadini, mentre la somma degli “spettatori”,
caratterizzati da un impegno minimo, arrivava al 60%, e gli apa-
tici al 30%. Quindi, in totale, i non-partecipativi raggiungevano
il 90% della comunità politica. Nel 1978, Verba e Nie, precisan-
do i livelli di partecipazione, confermarono i dati, convertendosi
in una solida tendenza verso una scarsa partecipazione. I votanti
(che unicamente votano) arrivano al 21%, mentre gli interessati
raggiungono il 18%. Trent’anni dopo la pubblicazione dell’opera
170 La democrazia, percorsi di analisi

di Almond e Verba, Lagroye (1993) constaterebbe che la distanza


tra la norma di partecipazione e la partecipazione effettiva con-
tinuava ad essere molto ampia. In tal senso, il comportamento
della società messicana è coerente con l’allontanamento e il disin-
teresse delle altre società della regione. In ogni modo, è impor-
tante soffermarci sui risultati del sondaggio per controllare questa
prima analisi.
Se raggruppiamo la partecipazione a seconda dei tipi di orga-
nizzazioni, vediamo che sorgono differenze significative, perfino
dentro ad un insieme di scarsa partecipazione. Così, associazioni
che appartengono al ambito del settore sociale privato, come la
chiesa o le associazioni ricreative in generale, hanno una media
di partecipazione tra il 16 e il 10% media, trovandosi sull’estre-
mo positivo. Mentre l’appartenenza ad organizzazioni politiche,
come i sindacati, i partiti politici e le associazioni studentesche,
che vanno dal 5 al 2%, si trovano all’estremo negativo della parte-
cipazione. In altre parole, la partecipazione aumenta verso ambiti
più privati e diminuisce a misura che si allontana da quest’ambito
privato.
Il Messico segue la tendenza alla partecipazione in modi non
convenzionali? La partecipazione politica è passata da forme or-
todosse come il votare, l’affiliarsi a un partito, l’affiliarsi a un sin-
dacato, l’organizzare una riunione, il firmare per partecipare a un
referendum, a forme moderne ed eterogenee, come il fare una
campagna per l’astensione o il voto in bianco, partecipare a un
movimento, il realizzare scioperi selvaggi, il boicottare il traffico,
il realizzare dei sit-in, boicottare un supermercato, il danneggiare
dei beni materiali, Un’importante opera realizzata nella seconda
metà degli anni 70, rivelò che “nelle società industriali avanzate,
le tecniche d’azione diretta ricevono lo stigma della deviazione.
Non sono viste neanche come antisistema” (Barnes et al. 1979:
162). In paesi come l’Inghilterra, la Germania o gli Stati Uniti,
la percentuale della popolazione disposta a partecipare in modo
non-convenzionale di fronte a situazioni generate da norme in-
giuste, è aumentata, in un periodo di quasi 15 anni (tra il 1960 e
il 1974), ben sette volte. Ciò è successo in Messico? Analizziamo
meglio questo punto, grazie ad una ricerca realizzata nell’Europa
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 171

Occidentale (Topf 1995), che ha evidenziato come la partecipa-


zione non-convenzionale sia cresciuta enormemente a tal punto
da parlare di una rivoluzione partecipativa. Così gli inattivi sono
diminuiti (dall’ 85% nel 1959, al 44% nel 1990), e c’è stata una
crescita parallela del numero di persone che realizza qualche at-
tività politica (dal 15% nel 1959, al 66% nel 1990). Come è
stato segnalato, i cittadini sono entrati nel terzo millennio es-
sendo molto distanti dai partiti politici, critici con le èlite e le
istituzioni, ed orientati meno positivamente rispetto ai governi
(Dalton 2004). Il Messico, un paese segnato da quasi un secolo
di rivoluzione, con movimenti contestatari e repressioni statali
che marcano la sua storia, possiede, nella fase democratica, una
vigorosa partecipazione convenzionale. Dobbiamo ricordare, al
fine di chiarire la domanda, quali sono i tipi di partecipazione
secondo un’importante investigazione [Barnes et al. 1979]. Se
allarghiamo il raggio di comportamenti che definiremo come
partecipazione politica, possono allora essere considerate cinque
classi di comportamento. Da una parte a. i conformisti, che, come
suggerisce il nome, sono attori impegnati in forme convenzionali
di partecipazione: b. i riformisti, che partecipano in modo con-
venzionale esplorando le frontiere delle forme legali di protesta,
però mantenendosi dentro i limiti della legalità; c. gli attivisti, che
utilizzano tutte le forme legali, toccano e attraversano le frontiere
fino ad adottare modi non-legali di contestazione; d. gli inattivi,
che vanno dall’assenza totale dell’interesse politico, all’informa-
zione, o al massimo, al firmare una petizione, ed e. i protestatari,
che sono disposti ed adottano tutte le forme non-convenzionali,
però oltretutto rifiutano le forme convenzionali di partecipazio-
ne. Pertanto la nostra questione è se in Messico predominano
attori con forme partecipative alternative come quelle segnalate.
Se prendiamo in considerazione la prima forma di attori che
partecipano in forme convenzionali, si osserva che del 7% che
in media appartiene a qualche associazione, una media del 53%
partecipa molto, assistendo alle riunioni, partecipando alle di-
scussioni, o collaborando con qualche quota o dei soldi. Un 23%
partecipa poco, ossia “solo a volte” realizza tali attività, e quasi un
20% non partecipa nelle associazioni alle quali appartiene.
172 La democrazia, percorsi di analisi

Partecipa molto 53%


Partecipa poco 23%
Non partecipa 20%

Tab. 6.6 Partecipazione tra i membri di associazioni

Se l’“a volte” è reale, e non semplicemente una risposta “corretta”,


allora si tratta di un 7% di gladiatori, molto simile, tra l’altro, alle
misurazioni degli Stati Uniti. Al contrario, se è una risposta di
cortesia, allora i gladiatori sono meno del 4% della popolazione
Come è stato menzionato precedentemente, la partecipazione
politica non-convenzionale o alternativa (protestare nelle mani-
festazioni pubbliche e presentare delle denunce alla radio o in
televisione) raggiunge il 28%. Quindi è distante dal 66% a cui fa
riferimento Topf (1995). Questa situazione di scarsa partecipa-
zione si rinforza con la percezione che i Messicani hanno rispetto
ai loro simili in quanto attori politici. Un 70% crede che i suoi
concittadini partecipino poco o nulla nelle assemblee, ed un 51%
che votino nelle elezioni.

Totalmente /Abbastanza 24
Poco / Nulla 43

Tab. 6.7 Lei quanto crede che i messicani partecipino alle


assemblee?

Come abbiamo visto la scarsa partecipazione non convenzionale


non significa che i messicani siano legalisti nella loro concezione
della politica.
Torniamo alla domanda di Dalton, “i messicani sono critici
con le loro istituzioni?”. Se relazioniamo l’essere critico con l’ave-
re sfiducia, allora i messicani solo confidano nel governo (18%),
confidano meno nei giudici (13%), ancora meno nella polizia
(13%), fino ad arrivare a un misero 11% di fiducia, nel caso dei
partiti. Risulta esserci coscienza di una certa passività rispetto alle
autorità, quando i messicani affermano che “dovremmo essere più
attivi e mettere in discussione i nostri leader e governanti” (62%).
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 173

Dovremmo essere più attivi e mettere in discussione i


62
nostri leader o governanti
Dovremmo mostrare più rispetto per le nostre autorità
29
e le decisioni dei nostri leader o governanti
Ns / Nr 9

Tab. 6.8 Critica contro le autorità

Tuttavia, la realtà messicana contrasta con l’affermazione di


Dalton in ciò che riguarda i governi. Difatti, un 60% dei mes-
sicani afferma di essere d’accordo con le loro autorità comunali,
un 63% con l’autorità nazionale, e un 70% con i governatori. Si
tratta, quindi, di una popolazione critica rispetto alle istituzioni,
però che sostiene i suoi governi.

Governo comunale d’accordo / d’accordo in parte 63


Governo statale d’accordo / d’accordo in parte 70
Governo nazionale d’accordo / d’accordo in parte 60

Tab. 6.9 Approvazione dei governi

In tal senso, la scarsa partecipazione, così come il solido sostegno


ai governi, che fecero del Messico il paese più stabile dell’America
latina, porta molti a pensare che i messicani abbiano il governo
che si meritino. In realtà, si può affermare che i messicani hanno
il governo che preferiscono. I governi, in scale diverse, proteg-
gono innanzitutto la stabilità, fatto valorato molto elevatamente
dalla comunità messicana.
La scarsa partecipazione dei messicani è un atteggiamento
razionale, derivato dalla conoscenza degli elevati costi e le non
poche frustrazioni che implicano la partecipazione? Dopo tutto,
la partecipazione può in certi contesti implicare irrazionalità, in
quanto è riconosciuto che “individui razionali e motivati dal pro-
prio interesse non si comporterebbero in modo tale da perseguire
l’interesse comune o di gruppo, a meno che il numero dei compo-
nenti del gruppo sia piuttosto piccolo, o a meno che si ricorra alla
coercizione o a qualche altra misura, con l’obiettivo d’impulsare
gli individui ad attuare nel loro interesse comune” (Olson 1965).
174 La democrazia, percorsi di analisi

L’individualismo, l’esistenza di culture verticali, la debolezza delle


tradizioni liberali, l’asimmetria delle risorse tra gli attori, possono
essere fattori che fanno della scarsa partecipazione, un meccani-
smo d’adattamento, se non di sopravvivenza. Oltre alla razionali-
tà del free rider, consistente nel fatto che quando il prodotto della
partecipazione è un bene collettivo invisibile, così come quando
non è possibile escludere dal godimento del bene coloro che non
hanno partecipato, nella misura in cui il partecipare implica dei
costi, può risultare essere razionale non partecipare (essere un free
rider). Ciò occorre sin dal momento in cui tale partecipazione
non è decisiva per la produzione di tale bene. In tal senso, se
si applica questo ragionamento alla partecipazione elettorale, il
risultato è il non votare. Come segnala Olson, nelle organizza-
zioni risultano chiave gli incentivi. Una partecipazione sostenuta
e constante all’interno delle organizzazioni politiche non si può
ottenere, se tali organizzazioni non ricorrono ad incentivi selet-
tivi il cui scopo sia il mobilizzare in modo differenziato ai loro,
altrettanto differenziati, membri. Ci sono tre principali tipi di
incentivi: a. Materiali, ossia ricompense tangibili; b. Di solida-
rietà; c. Orientati all’obiettivo. In Messico il peso delle tradizioni
autoritarie continua a marcare il comportamento quotidiano dei
cittadini. Ciò, oltre ad avere un impatto sulla diminuzione della
partecipazione, lo ha anche su un aspetto cruciale: la responsivi-
tà, ossia la corrispondenza o comunicazione tra le decisioni dei
governanti e le aspettative o richieste dei cittadini. La lunga espe-
rienza autoritaria ha generato una cultura del disaccoppiamento tra
comunità e governanti, dando come risultato una caduta delle
aspettative dei cittadini, nel senso che i governanti “reazionino
positivamente” alle loro richieste, così come una cultura de èlite
nella quale si rinforza la credenza di acquisire forza mentre si agi-
sca con maggiore autonomia delle richieste cittadine.

Totalmente /Abbastanza 42
Poco / Nulla 43

Tab. 6.10 Quanto crede che Lei e i suoi vicini possano influire sulle
autorità?
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 175

L’ipotesi del disaccoppiamento

Naturalmente, il senso dell’efficacia è basso, per cui il circolo ne-


gativo della partecipazione si rinforza. Così il 53% dei cittadini
crede che valga la pena partecipare in quanto “possono influire
sulle autorità”.
È evidente che la bassissima appartenenza ad associazioni (che
va dal 84 al 98%), mostra che il raggruppamento non è la stra-
tegia considerata come adeguata per poter influire. Inoltre, l’al-
lontanamento dei cittadini rispetto alla politica, mantiene una
relazione con la percezione segnalata all’inizio che “alle persone
del governo non le interessa molto ciò che le persone come Lei
pensino”, e con il fatto che “tre su ogni quattro cittadini credono
che ciò che i deputati e i senatori prendano più in considerazio-
ne, al momento di elaborare delle leggi, siano i propri interessi o
quelli del loro partito”. Lo scarso senso d’efficacia e la cultura del-
la non-responsività alimentano lo scetticismo dei cittadini rispetto
alla vocazione per il servizio pubblico dei governanti.
Le caratteristiche centrali della partecipazione politica, ossia
l’essere orientata all’influire sia sull’elezione dei decisori, sia sulle
stesse decisioni, erano presenti anche nell’antichità (polis greco e
repubblica romana), però il fenomeno ha assunto delle particolari
caratteristiche dopo la formazione degli stati nazionali, in con-
comitanza con le pressioni rispetto ad una democratizzazione e
all’espansione del suffragio.
Anche se la partecipazione elettorale è solo una delle possibili
modalità di partecipazione, nei regimi democratici le sue conse-
guenze sono immediate e significative. Nella democrazia, inoltre,
la partecipazione elettorale è sempre presente quando le altre for-
me di partecipazione sono relativamente poco frequenti.
Esistono delle notevoli differenze nei regimi democratici ri-
spetto ai tassi di partecipazione elettorale. La spiegazione di tale
differenza è sistemica, ossia dipende dalle caratteristiche politiche
e istituzionali di ogni sistema politico. A parità di ordine pubblico
ed istituzionale, la maggiore o minore inclinazione degli indivi-
dui a votare, può essere dovuta agli orientamenti psicologici e
alle condizioni socio-economiche. È più probabile che una per-
176 La democrazia, percorsi di analisi

sona vada a votare se si danno tre condizioni: a. in generale sia


interessata a votare, b. disponga d’informazione politica, e c. si
caratterizzi per un senso d’efficacia. Queste condizioni cognitive
funzionano meglio insieme a certe condizioni oggettive come la
posizione socio-economica (Milbrath 1965). Secondo Milbrath,
partecipano di più quegli attori “centrali” della società. In que-
sto caso centrale è l’essere istruito, proveniente dalla classe media,
essere un uomo, appartenere alle classi intermedie d’età, essere
sposato, essere cittadino, essere residente, appartenere alla prin-
cipale etnia, essere membro di associazioni. Quanto più alto è lo
status socio-economico di un individuo, maggiormente dovrebbe
partecipare.
Come si può leggere nei grafici anteriori, Yucatan, Chihuahua
e Hidalgo, smentiscono tale associazione. Si tratta piuttosto di
un fenomeno diffuso e che attraversa il sistema di stratificazione.
Le origini della partecipazione sono da attribuire sicuramente ad
una precisazione fondamentale, che realizza il sociologo italiano
Alessandro Pizzorno (1966): ciò che favorisce la partecipazione non
è la centralità in astratto o in generale, segnalata da Milbrath, bensì
la centralità rispetto ad un gruppo sociale. La partecipazione poli-
tica è un’azione di solidarietà rispetto ad altri, che mira a conser-
vare o trasformare la struttura (ed i valori) del sistema di interessi
dominanti. La partecipazione politica richiede la costruzione di
collettività solidarie, al cui interno gli individui si considerino re-
ciprocamente come uguali. La coscienza di classe o di posizione,
coincide con la capacità delle organizzazioni (partiti, sindacati,
etc.) di creare solidarietà ed identità collettiva. Se ciò è tale, allora
il deficit del capitale sociale è chiave come variabile esplicativa
per rendere conto della scarsa partecipazione in Messico. L’analisi
che segue apparirà centrata sui risultati del nostro sondaggio, e
trova, a mio giudizio, le sue radici nella formazione dello stato-
nazione. Così, il Messico sperimentò un processo di penetrazione
statale molto profondo e di modifica delle identità culturali origi-
narie. La colonizzazione spagnola prima, e l’opera uniformatrice
dei liberali dopo, e la rivoluzione egemonica, furono processi che
ignoravano le identità comunitarie preesistenti. La nazione mes-
sicana venne costruita da uno stato che centralizzò ed inculcò
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 177

in una popolazione eterogenea il fatto che sarebbe potuta essere


unita a partire dalla mancata conoscenza della varietà storica e
culturale che la caratterizzava. Il risultato fu la conformazione di
una cultura verticale, con le corrispondenti sanzioni rispetto alla
partecipazione; con uno scarso impegno collettivo, per l’imposi-
zione di obiettivi dall’alto, e la conseguente mancanza d’identifi-
cazione con esse; con l’alienamento delle identità e la conseguente
defezione difronte a situazioni possibilmente rischiose. L’azione
di partecipare presuppone identità ed uguaglianza. Cioè identifi-
carsi con un gruppo di pari. Una società basata sul dare e ricevere
ordini, una cultura centrata sull’osservanza, è una società che ri-
nuncia alla responsabilità, e, di conseguenza, alla partecipazione.
L’ipotesi che sosteniamo qui è che i deficit di partecipazione in
Messico traggono la loro origine dai deficit di coesione sociale. Le
difficoltà relative al sorgere di aree d’uguaglianza che permettano
l’emergere di una cultura (o controcultura) di tipo orizzontale,
rinforzano la sfiducia, l’eteronomia degli attori, la disaffezione e
la mancanza di motivazione e d’impegno rispetto alle attività, la
disinformazione relativa alla sfera pubblica, la priorità dell’obbe-
dienza rispetto all’osservanza delle norme, la mancanza di fiducia
nei risultati della partecipazione, e, soprattutto, le difficoltà per
mettere in atto la solidarietà: componenti che rappresentano del-
le condizioni sine qua non per creare le comunità di pari che a
loro volta permettono e danno un senso alla partecipazione. Se
la relazione primordiale è quella del comando-obbedienza, tra il
capo e il suddito, allora il collega, il compagno, l’amico, il pari,
si debilitano perlomeno in quanto figure, e il risultato è, da una
parte, la frammentazione e l’isolamento, e dall’altra, la smobilita-
zione collettiva. Per partecipare si richiede una comunità di pari,
e allo stesso tempo un minimo sufficiente di fiducia e solidarietà
rispetto agli stessi pari, considerato come un valore superiore a
quello delle relazioni verticali. La verticalità incoraggia la slealtà
tra pari, e l’ossessione per arrivare il più in alto possibile per fug-
gire alle sanzioni legate al “essere sotto”. C’è posto per uno solo al
vertice, e solo uno può essere l’eletto dal capo alla sua successione,
e pertanto le posizioni non sono il corollario della partecipazione
collettiva, bensì della concorrenza o del conflitto tra individui.
178 La democrazia, percorsi di analisi

Rispetto al comportamento elettorale, la partecipazione nelle


elezioni è importante in qualsiasi democrazia. Lo è ancor di più
in un paese che visse 70 anni di partito egemonico e che si apre il
cammino per la costruzione democratica. In un paese nel quale la
democrazia ha tra le sue sfide il riconoscimento, attraverso azioni
e politiche, della sua diversità culturale, votare rappresenta il riaf-
fermare l’idea di nazione. I messicani non solo votano poco, ma
lo fanno anche molto raramente in qualsiasi ambito. Non votano
nelle fabbriche e generalmente non votano nelle università. In
realtà le elezioni sono dissociate, come metodo. dalla risoluzione
dei problemi della vita quotidiana, e dissociate, simbolicamente,
dal fatto di lasciare una testimonianza della propria identità poli-
tica, come succede in un paese, tra l’altro contrastante in termini
di partecipazione, come l’Italia (La Palombara 1988). L’identità
politica messicana è debole, e perciò la cruciale funzione simbo-
lica delle elezioni di “lasciare testimonianza”, non appare tra i
cittadini. Invece del voto, all’interno di una grande varietà di isti-
tuzioni ed organizzazioni, prevale la cultura di un’unica persona
che decide, e del personalismo, generalmente occulto in un com-
plesso, sofisticato e manipolabile insieme di regole e norme. Può
darsi che la consulta appaia nei regolamenti e che i leader la usino
come una forma di cortesia, per restituire alla comunità, dopo la
consulta, le decisioni della èlite. In modo tale che le designazioni
del personale incaricato, son siano il risultato né del consenso,
né dei processi di competizione politica, bensì che appaiano nor-
malmente come il risultato di una derivazione impersonale, come
conseguenza di procedimenti amministrativi. Da questa cultura
non-elettorale e verticale deriva, a mio giudizio, la carenza di en-
tusiasmo e vivacità che può suscitare nelle culture caratterizzate
da un’elevata partecipazione, il riaffermare l’identità politica at-
traverso il voto. Andare in gruppo alle urne, alle riunioni previe e
posteriori a qualsiasi votazione, sono azioni di incontro comuni-
tario intorno all’identità politica.
In Messico, i deficit di partecipazione rispondono al fatto
che il modo di fondamentare la legittimità non ha la sua origine
nella sovranità popolare, bensì nelle opzioni che non richiedono
la partecipazione comunitaria. I fondamenti possono consistere
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 179

nel successo dell’efficacia, della razionalità, o della stabilità. E per


nessuno di questi fini risulta necessaria la sovranità popolare. In
modo che succedesse e si radicasse la partecipazione popolare, era
necessario un consenso comunitario del nuovo stato di sovranità
popolare. Il primo storico consenso in Messico non poteva essere
altro che la conformazione della nazione, con un riconoscimento
delle identità delle culture e delle civilizzazioni preesistenti. Senza
questo primo consenso relativo alla nazione messicana, non era
fattibile il rispetto del principio della sovranità popolare. Come
ha segnalato Pizzorno (1966: pp. 30 e seg.), la partecipazione po-
litica riflette un problema di azione collettiva sulla struttura delle
disuguaglianze. La politica influisce così su dei processi più ampi
che quelli elettorali, ed influisce ben oltre che sul proprio stato.
I sistemi d’interessi devono contrapporsi ai sistemi di solidarietà.
La differenza si basa sulla contrapposizione tra un sistema d’azio-
ne ai fini di un interesse del settore, e un sistema d’azione ai fini di
una solidarietà tra gli attori. L’interesse di un individuo consiste
nel differenziarsi relativamente alla sua posizione, rispetto a quella
di altri attori. La differenziazione presuppone un più o meno, un
meglio o un peggio. Naturalmente il sistema d’interessi presup-
pone che gli attori condividano un sistema di valori che apprezzi
allo stesso modo le differenze tra gli attori. Un sistema d’interes-
si come il mercato, non presuppone un’identificazione rispetto
al sistema stesso, e gli attori concorrono tra loro. Al contrario,
l’appartenenza e l’identificazione sono caratteristiche proprie dei
sistemi di solidarietà. Sono ambiti nei quali si realizza l’ugua-
glianza di partecipazione. La partecipazione politica è un’azione
di solidarietà risetto ad altri, che mira a modificare o conservare
una struttura di potere. La cittadinanza costituisce un sistema di
diritti-doveri che rafforza la costruzione di aree d’uguaglianza. Si
può affermare che definitivamente solo si partecipa quando si sta
tra pari. Il capitale sociale presuppone, pero poter rinforzare la
partecipazione, le stesse minime basi d’uguaglianza. Ê vero che
questo senso di appartenenza ugualitaria sia deficitario nella so-
cietà messicana? Torniamo al sondaggio.
180 La democrazia, percorsi di analisi

Civiltà e partecipazione politica

Il concetto di civiltà è un aspetto strategico del capitale sociale.


Il fatto che il capitale sociale sia civile o incivile è fondamentale
per poter valutare processi e risultati nelle società. I differenti tipi
di capitale si sono diffusi in modo progressivo nella letteratura
delle scienze sociali. I nuovi concetti risultano particolarmente
rilevanti ai fini di monitorare la cultura civica nelle società con un
recente progresso in termini di democratizzazione. Ciò è conse-
guenza del fatto che il destino di un ordine democratico non di-
pende solo dalle istituzioni formali, neppure dalla volontà e dalle
caratteristiche delle sue èlite, bensì anche dalla qualità con cui
funziona la sua comunità civica.
In ciò che segue vedremo il comportamento di questa varia-
bile in quegli aspetti che risultano essere rilevanti ai fini della
partecipazione politica in Messico. Il capitale sociale costituisce
un complesso fenomeno di studio, definito da: 1. Aspetti della
comunità politica, come la fiducia nelle persone, le norme che re-
golano la convivenza, le reti dell’associazionismo e dell’impegno
civico (Putnam [1993], Fukuyama [1995], Inglehart [1997]) e le
relazioni sociali (Bourdieu [1986], Coleman [1988]); e 2. Aspetti
della qualità dell’ordine politico, come l’esercizio delle libertà, il
sistema di governo, il sistema giudiziario, la burocrazia (North
[1990], Olson [1965,1982], Barro [1992], Mauro [1995], Knack
e Keefer [1997], Alesina et al. [1996]). Le prime fanno rifermen-
to al capitale sociale comunitario, mentre le seconde al capitale
sociale istituzionale. Il capitale sociale, in generale, ê considerato
positivamente al momento di valutare i suoi effetti economici.3
È diffusa l’opinione secondo la quale le comunità con un’eleva-
ta fiducia interpersonale e forti relazioni sociali, così come con
istituzioni pubbliche di alta qualità, contribuiscono alla crescita
economica, riducendo l’incertezza e favorendo le soluzioni cor-
porative. Gli studi empirici sul capitale sociale comunitario e isti-
tuzionale, sostengono la seguente ipotesi: forti libertà civili e po-
litiche, stabilità politica, maggiore efficienza istituzionale, elevata

3. Questa opinione si è modificata, come lo mostra De La Torre, vedasi capitolo 2


VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 181

fiducia e coscienza civica, favoriscono la qualità della democrazia


nei suoi tre aspetti: Responsiveness (soddisfazione delle richieste
della comunità politica da parte del governo), Accountability, o
rendiconto verticale (tra cittadini e governo) ed orizzontale (di
istituzioni statali rispetto al governo) e Rule of law (compimento
effettivo ed universale dell’ordine legale). Una estrema versione
di quest’ipotesi affermerebbe che gli aspetti segnalati del capitale
sociale risulterebbero essere condizioni necessarie per una buona
attuazione della democrazia, e pertanto, in assenza di valori po-
sitivi, la qualità della democrazia risulterebbe essere deteriorata.
Al contrario, una versione più moderata presenterebbe il capitale
sociale come un fattore importante che contribuisce alla buona
democrazia. In ogni modo, i nostri dati non sono sufficienti per
dirimere una questione di così ampia portata come quella men-
zionata. Si può affermare, in cambio, che esiste un’associazione
tra istituzioni democratiche di bassa qualità e uno scarso capitale
sociale, fondamentalmente in relazione al suo aspetto di civiltà.
Prima di iniziare l’analisi propriamente detta, è opportuno
tornare sul concetto di civiltà, al fine di specificare il modo in
cui utilizzo tale concetto in relazione al sondaggio realizzato. Di
per se, è un obiettivo abbastanza arduo, dato che numerosi stu-
diosi utilizzano il concetto con significati contrapposti, e d’accor-
do alla loro perspettiva interpretativa. Senza bisogno di ripren-
dere tale dibattito, possiamo utilizzare la definizione di Robert
Putnam (1993) in Making Democracy Work, considerando la
civiltà come l’insieme del tessuto e delle regole civili esistenti in
un determinato contesto territoriale, ossia all’interno della strut-
tura della personalità individuale. Cioè regole e reti. Come vedre-
mo, tale definizione provvisoria può essere articolata in differen-
ti componenti. La ricerca parte da alcune premesse relazionate
con l’attualità del dibattito in vari paesi. La carenza, in Messico,
di una diffusa e radicata cultura civica, in particolar modo nelle
regioni più arretrate, è utilizzata da molti autori per spiegare la
permanenza di mali storici, come il caporalato e il ritardo socio-
economico, così come la diffusa presenza di corruzione nei diversi
livelli della vita sociale e politica. Molti di questi deficit sono posti
in evidenza nelle relazioni sullo sviluppo umano del PNUD, nei
182 La democrazia, percorsi di analisi

quali viene mostrato che questi elementi costituiscono il cemento


su cui si stabilisce il ritardo messicano. Ci soffermiamo sull’in-
forme 2006-2007. Relativamente alla distribuzione territoriale,
le disparità dello sviluppo umano sono contrastanti: “In base
all’informazione più recente, il Distretto Federale, Nuovo León,
Bassa California, Coahuila e Chihuahua, hanno i maggiori livelli
del IDH, mentre a una distanza ancora considerevole si trovano
Chiapas, Oaxaca, Guerrero, Veracruz e Michoacán, che occupano
le ultime posizioni..”, e si enfatizza il fatto che lo schema delle
diseguaglianza ha presentato molte poche modifiche negli ultimi
anni, nei quali, in modo persistente, il Distretto Federale presenta
i migliori indicatori in tutte le componenti del IDH, e Chiapas
ha i più bassi, anche se ci sono dei minimi cambi nell’ordine delle
entità nelle posizioni intermedie. Tra questi cambi, vanno sotto-
lineati quelli relativi agli stati di Guanajuato, San Luis Potosí e
Zacatecas, i quali hanno avanzato due posizioni ognuno all’in-
terno dell’ordine dei livelli di sviluppo delle entità federative…”.
Risulta anche interessante valutare le disparità interne a partire
dalle comparazioni internazionali. Così, “Quando si compara
l’IDH delle entità federative con quelle di altri paesi, si ottiene che
il Distretto Federale ha un livello di sviluppo simile a quello della
Repubblica Ceca o delle Barbados, mentre l’IDH del Chiapas si
assomiglia a quello di nazioni quali il Capo Verde o la Repubblica
Araba di Siria. Nei casi del Colima, Querétaro, Jalisco, Durango e
Morelos, questi si trovano vicini alla media nazionale e si compa-
rano con paesi come la Bulgaria e la Malasia. “La tendenza recente
è negativa come lo mostra che…” nell’ Relazione sullo Sviluppo
Umano Messico 2002, si evidenziò la similitudine che esisteva tra
i livelli di sviluppo del Distretto Federale e Hong Kong, e quelli
del Chiapas e il Salvador. Nell’attuale relazione, Hong Kong ha
superato di otto posizioni al Distretto Federale, e Il Salvador ha
superato di cinque al Chiapas. Così, gli estremi dell’IDH, tra i
quali si trovavano le entità federative del paese, si sono abbassati
rispetto ai loro referenti internazionali di quattro anni fa”. Una
variabile importante relativa all’integrazione del paese, lo svilup-
po economico (“riduce i livelli di sviluppo nella misura in cui si
incrementano le differenze tra gli indicatori degli uomini e delle
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 183

donne”), così come per la qualità democratica, ê rappresentata


dall’uguaglianza tra i sessi. Al rispetto, la relazione 2006/2007
segnala che “a livello nazionale, la disuguaglianza nello sviluppo
umano tra uomini e donne significa una riduzione dell’1% nell’
IDH. A livello statale, questa diminuzione fluttua tra il 2,6%, nel
caso del Chiapas, e lo 0,40%, del Distretto Federale. D’accordo
all’IDG, le entità con minori perdite nello sviluppo per disu-
guaglianze tra i sessi, sono il Distretto Federale, Aguascalientes,
Quintana Roo, Sonora e Morelos. D’altra parte, gli stati che
presentano una maggiore perdita nello sviluppo per i differenti
successi ottenuti da uomini e donne, sono Chiapas, Zacatecas,
Guerrero, Oaxaca, e Durango.”(PNUD relazione 2006/2007)
Da quanto esposto, è interessante prestare attenzione all’aspet-
to della civiltà come componente essenziale del capitale sociale di
una comunità. Ciò al fine di integrare una prospettiva che relazio-
ni in particolare, e secondo gli obiettivi di questa ricerca, civiltà e
qualità istituzionale.
Alla civiltà come fattore che contribuisce alla stabilità e al
buon funzionamento della democrazia, si contrappone ciò che
è stato definito alternativamente come la sindrome della cultura
particolarista, nelle sue diverse connotazioni di localismo, famili-
smo amorale, etc. che guarda alla propria e ristretta sfera (familia-
re, economica e territoriale), come unico orizzonte di riferimento
valoriale e comportamentale. Esiste un vasto consenso tra gli stu-
diosi sul modello esplicativo di tipo socioculturale, che individua,
proprio nella tara culturale di particolarismo contrapposta alla
risorsa del civismo, la spiegazione di molti elementi presenti in
Messico: dal carente funzionamento amministrativo alla perma-
nenza di acuti disequilibri territoriali, dall’assenza di una coesione
all’interno dello Stato, alla permanenza di una diffusa tendenza al
conflitto. È necessario anche sottolineare (Negri e Sciolla 1996),
la necessità di ponderare e specificare tale modello. Senza nega-
re l’influenza che i sistemi di valori possano avere sui comporta-
menti socio-politici e sulla stabilità del regime democratico, non
bisogna sottostimare da una parte, la molteplicità delle configu-
razioni di valori o di credenze normative di una società, e dall’al-
tra, l’importanza della legittimazione dei valori all’interno delle
184 La democrazia, percorsi di analisi

relazioni sociali e dei contesti d’interazione specifica. Si sostiene,


riassumendo, che non è sufficiente la presenza di un forte spirito
civico di origine individuale, per garantire la partecipazione e la
miglior costruzione della democrazia.4
È stata evidenziata una differenziazione tra elementi oggettivi
(trasparenza, sicurezza, povertà, disuguaglianza), utile per definire
ed analizzare la civiltà presente in Messico ed elementi soggetti-
vi (come è vissuta, interpretata e valutata dagli individui, di cui
ci occuperemo adesso). Sul piano individuale, è stato necessario
effettuare una diversa valutazione dei comportamenti propri e al-
trui e degli atteggiamenti. Nel nostro caso, la misurazione dei com-
portamenti è difficile, in quanto le risposte degli intervistati sono
influenzate dall’assenza di dichiarazioni che manifestino comporta-
menti considerati riprovevoli o del tutto inaccettabili. M’interessa
prestare attenzione agli aspetti della civiltà che mantengono una
relazione con la partecipazione politica. Tra essi, gli aspetti valoriali,
di fiducia, identitari e comportamentali, così come analizzare la dif-
fusione e l’incidenza della civiltà nei differenti contesti territoriali e
socio-demografici delle tre regioni considerate.
Nell’analisi dei dati, solo si realizzano comparazioni tra le tre
regioni quando appaiono forti contrasti che possono essere inte-
ressanti per la ricerca. Al contrario, per quelle variabili nelle quali
la distribuzione dei valori regionali è omogenea, si presentano i
dati aggregati nell’insieme.

La cultura istituzionale messicana

Un aspetto rilevante nelle risposte degli intervistati, è il peso de-


crescente della fiducia, a misura in cui si passa dalla sfera privata
a quella sociale. Una grande fiducia è riposta nelle istituzioni che
riguardano la sfera “sociale-privata” (da quelle del volontariato,
alla chiesa). In tali casi, la fiducia raggiunge elevati valori tra gli

4. Secondo Negri e Sciola “il punto centrale consiste nel rigenerare la fiducia nelle isti-
tuzioni, in assenza della quale la civiltà rimane una virtù privata, utile per il mercato,
però non per la politica. In tal caso, la partecipazione tende a chiudersi nell’etica
della convinzione, poco sensibile alla responsabilità (1998: 16).
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 185

intervistati. Al contrario, le istituzioni statali e di garanzia, come


la polizia e la giustizia, ottengono valutazioni negative. Così, se
mettiamo in ordine le valutazioni relative allo Stato e alla società
civile, otteniamo:

Stato Società civile


Giudici, Polizia, Famiglia, chiesa, vicini,
Istituzioni
Governo partiti, imprenditori
Media della fiducia 15,6 43

Tab. 6.11 Fiducia nelle Istituzioni

La media della fiducia in queste due categorie, corrisponde alla


somma della fiducia delle opzioni totalmente e abbastanza, divisa
per ogni attore od istituzione. In realtà, bisogna chiarire che nel
caso dei partiti, ci sono delle analisi che propongono la ricolloca-
zione dei partiti degli attori della società civile, tra gli attori dello
stato (Calise 1992, Lowi 1992). È probabile che attualmente la
popolazione lo percepisca in tal modo. Questa differenza diven-
ta ancora più marcata quando dividiamo in tre gruppi gli attori
della società civile.

Stato 15,6
Pubblica
Società civile Partiti 11
Sociale-privata Chiesa (61), vicini (44) 52,5
Privata
Privata Famiglia 82

Tab. 6.12 Fiducia nelle Istituzioni

Come si può vedere, la sfera pubblica e statale genera una sfiducia


che va dal 75%, a quasi il 90% della popolazione. Al contrario,
quella privata va dal 44% (vicini) al 82% (famiglia). Nell’area del
mercato e degli imprenditori, c’è un netto predominio delle opi-
nioni di disapprovazione e di sfiducia (17%). Conviene trattare
questi due aspetti in termini comparativi.
Se ci soffermiamo sulle opinioni più contrastanti a livello di
regioni, troviamo due situazioni: a. maggior equilibrio regionale
186 La democrazia, percorsi di analisi

delle opinioni positive rispetto alla famiglia, la chiesa e i vicini, e


b. di opinioni negative rispetto alla polizia e i partiti politici. In
termini di maggiori differenze, esse le troviamo rispetto al gover-
no, dove al nord c’è il maggior indice di fiducia verso il governo
(totalmente 8%, e il 24% se sommiamo totalmente e abbastanza),
mentre al sud la fiducia totale è del 3% e, sommata con abbastan-
za, il 13%. Il secondo grande contrasto riguarda gli imprenditori.
Così, al sud, la fiducia totale è del 1%, al nord del 7%. Mentre la
somma della fiducia totale e abbastanza, al sud è del 11, al nord
del 24%. In realtà, la sfiducia generalizzata è maggiore nel sud che
nel nord, dato che in tutte le istituzioni il nord appare con valori
più alti di fiducia. In termini di media della fiducia, nel nord è del
19% nel centro del 13%, e nel sud è del 11,8.

L’ideale quotidiano in Messico.

Con l’obiettivo di scoprire il modo in cui i messicani definiscano


la democrazia, ed a quali aspetti prestano maggiore attenzione,
abbiamo consultato gli intervistati rispetto al significato che assu-
messe l’essere un buon cittadino nell’attuale Messico. Sono state
presentate le seguenti sei opzioni, ed è stato richiesto che si sce-
gliessero le due più importanti.
1. Rispettare le leggi
2. Votare alle elezioni
3. Lavorare con dedicazione
4. Realizzare attività di volontariato
5. Partecipare in un partito politico
6. Partecipare alle assemblee delle associazioni di vicini
Come si può osservare, rispettare le leggi ottiene il maggior
consenso tra i cittadini di tutto il paese. Il sud è la zona che con-
cepisce una democrazia più partecipativa, dato che anche il votare
alle elezioni e partecipare in un partito politico appaiono al primo
posto. Nel centro, il rispetto della legge è prioritario, e il resto
delle opzioni passano al secondo posto, mentre al nord, i valori
prioritari si distribuiscono tra il rispetto della legge e il votare alle
elezioni.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 187

È evidente che esiste tra i messicani una percezione individua-


lista della cittadinanza, nella quale aspetti puramente civili, sono
valorati come preponderanti a livello discorsivo. Al contrario, la
partecipazione collettiva è meno apprezzata.

L’ideale civico

Dalla seguente tabella emerge ciò che è considerato una mancan-


za grave dai cittadini. Come si può osservare, non si considera un
fatto molto grave “pagare debitamente le tasse”, dato che si trova
al terzo posto tra i comportamenti civici importanti. Ossia viene
considerato molto il “non gettare la spazzatura”. Al secondo posto
appare “dire sempre la verità”, allo stesso livello che “partecipare
alle elezioni”. Come è stato detto, un dovere davanti allo Stato,
come il “pagare debitamente le tasse”, non è scelto come priorita-
rio, bensì come poco importante. Ciò contrasta con le risposte di
aderenza alla legalità come modello del buon cittadino.

Messico, livello nazionale Priorità


Gettare la spazzatura al suo posto 1
Dire sempre la verità 2
Partecipare alle elezioni 2
Pagare debitamente le tasse 3
Fumare solo nei luoghi in cui e permesso 3

Tab. 6.13 Comportamenti civici importanti

Familismo e valori prioritari

Nella vita quotidiana, il messicano medio cerca la sicurezza all’in-


terno dei confini di casa sua. Li sente che trova la protezione che
gli manca all’esterno. Una delle domande contenute nel son-
daggio, fu quella relativa alla fiducia nelle distinte istituzioni, e
la famiglia è quella che genera la maggior fiducia. La famiglia
sta sempre al primo posto della classifica. Le funzioni che essa
188 La democrazia, percorsi di analisi

svolge possono essere numerose ed a volte molto contrastanti.


L’importanza che i messicani le attribuiscono è sempre molto ele-
vata, senza significative differenze tra le diverse regioni del paese
(tra un 73 al sud, e n 88 % al nord). Come è stato menzionato,
sono in generale le istituzioni della vita privata quelle che go-
dono della maggior fiducia, e ciò con indipendenza rispetto alla
distribuzione territoriale. In questo modo, la famiglia è valutata
come una componente essenziale della vita, così come altre istitu-
zioni private hanno ottenuto elevate preferenze. È, senza dubbio,
l’istituzione che maggiormente protegge. Una domanda che lo
dimostra è riferita a quali istituzioni rispettino di più i diritti dei
messicani e dei cittadini in generale. Se sommiamo i primi due
valori (totalmente/abbastanza) i risultato mostrano che la consi-
derazione della famiglia come un’entità protettrice è fortemente
più positiva rispetto alle istituzioni specializzate nel fornire ga-
ranzie formali di tali diritti. I suoi valori positivi sono del 73% a
livello nazionale, contro il 32% della polizia e il 33% dei giudici.

Istituzione Rispetto: totale (%)


I suoi familiari 73
I concittadini 33
La polizia 32
I giudici 34
Il governo 25

Tab. 6.14 Rispetto dei diritti dei messicani

I cittadini addirittura ottengono poca considerazione in tal senso.


Difatti, solo un 33% considera che i cittadini rispettino i diritti
umani. Il governo, con il 25% di considerazione positiva, per-
de così, non solo fiducia, ma anche rappresentatività come isti-
tuzione che possa vigilare sugli interessi collettivi. Rispetto alla
considerazione relativa ai suoi simili, l’opinione maggioritaria è
negativa. Relativamente agli aspetti che hanno a che vedere con
la legalità, essi oscillano tra il 70% (non rispettano le norme del
traffico), non compiono ciò che promettono (67%), o non ri-
spettano le norme lavorative (51%). La famiglia compie in modo
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 189

maggiore, secondo i cittadini, quelle che dovrebbero essere le fun-


zioni naturali dello stato. Come si vede nella seguente tabella, la
famiglia è anche la principale responsabile del porre dei limiti alle
condotte delle persone.

Che tipo di familismo

Abbiamo sottolineato l’estrema importanza che la famiglia assu-


me per i messicani. La famiglia funziona come una cinghia di
trasmissione nel tempo (luogo di conservazione del patrimonio,
della preparazione e dell’educazione spirituale dei figli, del so-
stegno per i più anziani), o si definisce piuttosto come una nic-
chia esistenziale (ambito della felicità, di riposo dopo il lavoro, di
dialogo e di dibattitto, d’attribuzione del senso della vita)? Una
famiglia che garantisce un contratto di difesa rispetto alle genera-
zioni più anziane? Dovere dei figli di sacrificarsi, per un accordo
non scritto che di loro si occuperanno i propri discendenti, o al
contrario ricerca della ridefinizione del contratto? Una famiglia,
per ultimo, il cui bene viene prima di quello della collettività e
che giustifica azioni dannose per la medesima collettività?
La questione è se si tratta di un valore compatibile con un
atteggiamento positivo rispetto ai propri simili e alla società in ge-
nerale, o se al contrario si tratta di un valore privato che può esse-
re contrapposto dagli abitanti agli interessi della società. Banfield
coniò il termine di familismo morale per la prima alternativa,
caratterizzata da un interesse concentrato sulla famiglia a discapi-
to della società, e con strategie vincolate alla soddisfazione a corto
termine. Per misurare il tipo di familismo che possiedono, gli in-
tervistati sono stati consultati rispetto ad opzioni che presuppon-
gono il difendere un figlio, contro la legge, o, al contrario, porre
la legge al di sopra degli interessi della famiglia. La prima opzione
riguarda il considerare solo la responsabilità difronte alla fami-
glia, mentre la seconda, al contrario, presenta l’opzione di rendere
l’interesse della famiglia compatibile con quello della collettività.
190 La democrazia, percorsi di analisi

Familismo solidario (attenersi alle Familismo amorale (cercare soldi,


conseguenze, cercarsi un avvocato cercare amici influenti)
51% 44%

Tab. 6.15 Tipi di familismo

Come si percepisce dalla tabella, la prima opzione raggruppa il


51% degli intervistati, mentre il familismo amorale il 44%. Ciò
è relazionato con i valori privati che costituiscono la priorità, così
come con la scarsa valutazione, da parte dei cittadini, rispetto alle
attività di partecipazione, vincolate ad un interesse per la comu-
nità, considerata in termini globali.

Individuale e collettivo

Come è stato analizzato precedentemente, i messicani non hanno


fiducia nelle istituzioni in generale, confermando una tradiziona-
le disaffezione con fondamenti storici e culturali, la quale molto
probabilmente non è cambiata con l’adozione di un ordine poli-
tico competitivo.
Bisogna sottolineare dei tipi di orientamento molto chiari. I
messicani hanno una molto scarsa fiducia nelle istituzioni statali
(polizia e giustizia), così come nelle istituzioni politiche ed am-
ministrative che rappresentano i loro interessi e che governano
lo stato e la nazione (Partiti, Sindacati, Governo e Congresso): è
come dire: abbiamo molta fiducia nelle strutture non politicizzate.
Una gran parte dei messicani ha delle difficili relazioni con i
propri coetanei. I vincoli di amicizia diventano frequentemente
forme di isolamento e sfiducia verso coloro che non formano par-
te del proprio e ristretto circolo di riferimento; molti individui
non sono neppure interessati ad avere relazioni con il prossimo,
ed altri mirano addirittura agli estranei con sospetto.
Un clima generale di sfiducia che si riflette molto bene, come
abbiamo visto, anche sugli atteggiamenti relativi alle istituzio-
ni di rappresentanza. Tale dato, però, se confrontato con quel-
lo discusso precedentemente, sembra il frutto dell’ambivalenza
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 191

(o dell’ambiguità) di fondo della popolazione messicana. Se le


istituzioni di rappresentanza non sembrano funzionare, gli inter-
vistati dichiarano d’appoggiare a quelle “autogestite” dal basso,
che, d’altra parte, sono composte da individui, rispetto ai quali,
come abbiamo visto, loro non nutrono fiducia: a meno che sia-
no frequentante da circoli di amici. Risulta così un quadro non
confortevole in un Messico nel quale, al di là delle figure sociali
vincolate all’educazione scolastica, c’è fiducia, anche se limitata,
unicamente nei gruppi privati, di amici e, in particolar modo,
nella famiglia in senso ampio. Non è casuale che la famiglia sia il
valore preponderante per quasi la totalità dei messicani. La vita
quotidiana del messicano trascorre così tra le mura di casa, all’in-
terno del circolo degli affetti considerati sicuri.

I messicani e la sfera pubblica.

Vediamo qual è la relazione dei cittadini con la sfera pubblica e


la collettività. L’attenzione prevalente che si riferisce agli aspetti
personali, affettivi od economici, non comporta necessariamente
la limitazione del senso di responsabilità da parte dei cittadini
stessi rispetto alla comunità d’appartenenza.
Nonostante sia vero che i cittadini tendano a privilegiare e sal-
vaguardare le condizioni private della vita, è d’altra parte evidente
che con il tempo si è diffusa una cultura specifica della qualità di
vita che vede i soggetti disposti a sacrificarsi per il bene pubblico,
e, solo indirettamente, per quello personale. Tale opzione deriva
dalla constatazione che molti aspetti negativi che caratterizzano le
società urbane contemporanee già stanno condizionando profon-
damente i livelli di salute e rendendo più gradevoli le condizioni
di vita degli individui.
I cosiddetti limiti sociali dello sviluppo e i rischi vincolati a
ciò, sono sotto la vista di tutti, e risulta impossibile rimandare dei
cambi in quanto a certe usanze. Se cerchiamo di valutare nell’in-
sieme i risultati che emergono, sembra possibile identificare un
profilo di base dei messicani rispetto al tema della qualità di vita.
Tale profilo vede la fusione di alcuni valori tradizionali della cul-
192 La democrazia, percorsi di analisi

tura, con altri orientamenti di carattere più inedito. Da una parte,


viene difatti confermata la centralità della famiglia e delle relazio-
ni che garantiscono un sistema d’identità, solidarietà, sicurezza
che incide indubbiamente sul benessere degli individui; dall’altro
lato, si proiettano necessità e soluzioni di vita che implicano una
maggior propensione alla mobilità territoriale. Perciò, i cambi re-
lativi al modello familistico-stanziale, danno origine ad una par-
tecipazione civica dei soggetti che implica un ridimensionamento
delle libertà individuali.
La qualità di vita significa trovare, all’interno della rete fami-
gliare e degli amici, le risorse necessarie per aprirsi verso l’ester-
no. La famiglia continua ad essere il luogo in cui si coniugano le
strategie d’interazione e negoziazione che sono necessariamente
adottate in relazione al mondo. Ciò occorre con la coscienza che,
nonostante risulti molto difficile avere fiducia nelle politiche pub-
bliche come cammino per la soluzione dei problemi, anche un as-
soluto rifugio nell’ambito privato, diviene, a lungo termine, una
fonte di esclusione. Un elemento chiave per l’elaborazione della
tipologia, è rappresentato dalla permanenza territoriale.

L’identità territoriale

Dalle analisi effettuate, emerge che, dopo una grande affinità con
il proprio comune, c’è un sentimento d’identificazione con lo sta-
to, con la regione e con la nazione.
È stato richiesto agli intervistati di indicare qual è l’ambito
territoriale al quale si sentono più vicini, al punto d’identificarsi
come messicano o come parte dello stato: il 56% si considera
innanzitutto messicano, contro il 15% che si considera più del-
lo stato d’appartenenza che messicano. In realtà, questo 15% è
una proporzione molto alta della popolazione, in quanto si tratta
dell’identità nazionale. Questo dato presuppone non solo che gli
stati siano forti, ma anche che la base territoriale è importante e
prioritaria, come organizzazione dell’identità.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 193

Nord Centro Sud Insieme


Più dello stato di provenienza
16 11 23 15
che messicano
Solo messicano / Più messicano
60 60 41 56
che dello stato di provenienza

Tab. 6.16 Lei si sente

L’indice di “appartenenza territoriale” presenta dei valori più ele-


vati soprattutto nei poli, in termini d’età, della popolazione: c’è
da aspettarsi che anziani e giovani si caratterizzino per un livello
di fruizione del quartiere superiore rispetto alle altre età, così come
gli abitanti dei quartieri con dimensioni più piccole. In generale,
occorre sottolineare la presenza di frequenti interazioni all’interno
dell’ambito territoriale più vicino: le relazioni sono forse “super-
ficiali”, caratterizzate, come abbiamo visto, da una scarsa fiducia
negli “altri”, però appaiono certamente fondamentali al momento
di costruire una rete di protezione essenziale per gli individui.
Se indaghiamo il tema del clima con i vicini, le percentuali
positive sono alte, con una media del 63% che afferma di vivere
relazioni d’armonia ed entusiasmo con i vicini e un buon clima in
generale, ed un 32% che afferma il contrario.
Tuttavia, quando viene domandato in relazione alla frequen-
za dell’intercambio con i vicini, un 56% afferma d’avere pochi
rapporti (43%) o di non avere rapporto alcuno (13%). Quando
viene chiesto specificamente se si sono riuniti con i vicini per
risolvere qualche problema tra vicini, o per esporre qualche que-
stione davanti alle autorità, la cifra negativa va dal 73 al 76%.

Tipologie delle civiltà in Messico


• La civiltà è un concetto che si struttura lungo diverse dimen-
sioni, che rispondono a differenti ambiti problematici. Tre di
essi riguardano difatti livelli attitudinali, e l’ultimo un livello
comportamentale.
• Ambito valoriale (Quali sono i valori che caratterizzano un at-
teggiamento di civiltà);
194 La democrazia, percorsi di analisi

• Ambito della fiducia (Che relazioni esistono tra i valori tipici


del civismo e il grado di fiducia nelle istituzioni, nella chiesa,
negli altri, nella famiglia, etc.);
• Ambito dell’identità (quali sono sentimenti d’appartenenza che
caratterizzano e/o prevalgono in una cultura civica?;
• Ambito comportamentale (Quali sono i comportamenti indivi-
duali e collettivi che denotano la civiltà rispetto ad altri model-
li valoriali, sociali e culturali).
In ciò che segue, abbiamo formulato una tipologia che cerca di
sintetizzare quanto siano diffusi nella popolazione messicana nel suo
insieme, dei modelli collettivi di civiltà. L’idea guida da cui siamo
partiti, consiste nel considerare insufficiente la presenza di un forte
spirito individualista (Negri e Sciolla 1996) per garantire una relazio-
ne produttiva tra cittadini e sistema sociale: la civiltà può transitare
da una virtù privata, ad una proprietà strutturale di un sistema socia-
le, caratterizzandosi per un’appartenenza nazionale ed in particolare,
per un’identificazione con le istituzioni collettive di riferimento.
Relativamente alle attitudini morali, alcuni investigatori del
capitale sociale (Putnam 1993, Pizzorno 2003, trad. sp. 2006)
considerano molto rilevante aspetti quali: a. la civiltà come il
valore del pagare le tasse, la pulizia delle strade, il non mentire
per interesse proprio; un secondo tipo si riferisce a: b. relativismo
morale (atteggiamenti rispetto al divorzio, all’aborto e al suici-
dio), e c. anticonformismo, nel senso di atteggiamenti relativi
all’utilizzazione delle droghe e il rispetto delle autorità. Rispetto
ai comportamenti, si individuano tre grandi gruppi di differenti
motivazioni e modalità d’azione.
• Comportamenti civici in senso lato, con modalità non associative,
orientate alla protezione della comunità, di tipo universalista;
• Comportamenti civici di tipo identitario, che al di là del bene
che possano implicare per parti terze, sono fondamentalmente
relazionate ad una necessità di auto-legittimazione, auto-giu-
stificazione, autostima, (volontariato, donare fondi per obiet-
tivi umanistici, etc.);
• Comportamenti civici di autodifesa, orientati al conseguimento
di vantaggi individuali di tipo materiale (partecipazione a mo-
vimenti di consumatori, i classici movimenti egoisti);
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 195

Le analisi tradizionali che adottano il modello della cultura


civica. Ai valori tipici della civiltà, si associano certe contropar-
tite. Così, ad una minore fiducia nella famiglia, corrisponde una
maggiore fiducia nelle istituzioni, un’elevata identificazione na-
zionale e una diminuzione dell’identificazione locale. Al rispetto,
sono stati sottolineati (Negri e Sciolla 1996, Natale 2007) i rischi
di incorrere in limitazioni concettuali, così come una più rigida
verifica delle ipotesi.
Come conclusione dell’analisi anteriore, viene proposta una
tipologia che cerca di precisare tipologie di civiltà in Messico.

Orientazione 2. 2. 2. 2.
preponderante Territoriale Individualista Instituzionale Comunitaria

1. Territoriale Territoriale Territoriale


_________
Territoriale Individualista instituzionale comunitaria

1. Individualista Individualista Individualista


_________
Individualista territoriale Instituzionale Comunitaria

1. Instituzionale Instituzionale Instituzionale


_________
Instituzionale Territoriale Individualista Comunitaria

1. Comunitaria Comunitaria Comunitaria


_________
Comunitaria Territoriale Individuale Instituzionale

Tab. 6.17 Tipologia di civiltà

Se incrociamo quattro dimensioni: territorialità, orientamento


individualista, fiducia istituzionale ed orientamento comunitario,
risultano dodici tipi di civiltà, utili per l’analisi. Come si può no-
tare, le combinazioni (territorio/territorio, individuo/individuo,
istituzionale/istituzionale, comunitario/comunitario) non risul-
tano essere rilevanti, dato che qui ciò che ci interessa è la com-
binazione degli orientamenti. Rispetto al tipo comunitario-indi-
viduale o individuale-comunitario, corrispondono combinazioni
196 La democrazia, percorsi di analisi

in diversa misura, a piccoli gruppi orientati da un forte senso di


comunità, e che hanno una più o meno forte tradizione liberale
di tolleranza e di rispetto individuale. Gli individualisti territo-
riali sono coloro che combinano un profilo individualista (pre-
ponderante) con appartenenza territoriale (in secondo piano). Gli
individualisti istituzionali sono coloro che si orientano in modo
individualista con una gran fiducia nelle istituzioni. Gli istituzio-
nalisti individuali sono coloro che privilegiano le istituzioni, e,
al secondo posto, i valori individuali. I territoriali individualisti,
coloro che privilegiano l’appartenenza territoriale e in secondo
luogo i valori individuali. L’orientamento territoriale presuppone
una preoccupazione prevalentemente di tipo parrocchiale, così
come il familismo. L’orientamento territoriale individualista pre-
suppone generalmente un familismo isolato dalla fiducia rispetto
a coloro che non appartengono alla famiglia, e frequentemente a
discapito della vita comunitaria. Mi riferisco al familismo di tipo
amorale, evidenziato da Banfield (1958).
Il modello di civiltà corrispondente ai messicani può essere
definito come territoriale-individualista. Ossia, si tratta di un pro-
filo con un forte attaccamento al territorio locale, superiore alle
altre scale di aggregazione, così come con un forte familismo, con
componenti di familismo amorale. Insieme a ciò, predominano
atteggiamenti di sfiducia rispetto alla comunità, associati ad orien-
tamenti che privilegiano la sfera individuale a quella collettiva,
come viene manifestato dalla grande sfiducia verso le istituzioni
in generale. Così, a differenza di modelli di civicness come quello
del paese al nord (USA), dove l’orientamento individualista si fon-
de con l’orientamento verso un’elevata fiducia e il rafforzamento
istituzionale, o anche a differenza dei modelli anti-individualisti
come quelli predominanti tra le popolazioni eschimesi, in Messico
sembra predominare innanzitutto il territorio, e la vita individuale
orientata verso la sfera privata. Il modello territoriale individualista
costituisce la matrice generale del paese, però trova profili di sub-
orientamenti. Se ci riferiamo a regioni, bisogna pensare a regio-
ni con l’idea di risaltare le differenze, generalmente piccole, però
consistenti, tra le regioni, e con l’idea di costruire tipi regionali di
civiltà, vincolati al tipo tendenziale di partecipate politico.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 197

Matrice Territoriale Tipo di partecipazione Tipo tendenziale


individualista politica predominante di partecipante
Orientamento
individualista Partecipazione convenzionale Conformista
Instituzionale
Orientamento
Participazioneconvenzionale e
Individualista Riformista
non convenzionale
territoriale
Orientamento
Participazione non
territoriale Contestatario
convenzionale
comunitario

Tab. 6.18 Tipología di civicness regionali e di partecipazione poitica


in Messico - I tipi di partecipanti corrispondono a Barnes
et al. (1979).

Il nord è lo scenario del cittadino più liberale, con un’approssi-


mazione al modello statunitense, individualista-istituzionale. Il
cittadino più critico del mal governo. Quello con il maggior
rifiuto rispetto alla corruzione, e con un’attuale forte sostegno
al governo nazionale. È il cittadino più procedimentale. È un
cittadino più liberale rispetto alla religione ed il più tollerante in
generale. È il cittadino con relativamente maggior fiducia nello
stato e nella società civile. È, allo stesso tempo, colui che meno
si aspetta dallo Stato. Nel nord predomina una maggior fiducia
nella partecipazione elettorale, e una minor fiducia nella parte-
cipazione non elettorale. C’è anche una maggior percezione di
efficacia rispetto ai vicini e una valutazione positiva nel trascor-
so del tempo. C’è una maggiore adesione all’idea di rispettare le
leggi, e si caratterizza per la tassa più bassa relativa al concepire
di modificare le leggi in casi siano ingiuste. Considera i giudi-
ci fondamentalmente dipendenti dagli attori del mercato, ed è
meno incline a sottrarsi alle sanzioni, così come il meno incline
alla corruzione e il più rispettoso dei diritti umani anche se la
loro difesa implichi dei costi nella lotta contro il narcotraffico.
Rifiuta anche la giustizia con le proprie mani. È dove si delibera
maggiormente di politica, e c’è meno identità indigena. È an-
che la regione con minore popolazione senza religione. Si tratta
del cittadino più liberale del Messico. Il suo tipo è territoriale/
198 La democrazia, percorsi di analisi

individuale con componenti del tipo individuale/istituzionale,


di partecipazione politica convenzionale.
Il centro è il cittadino relativamente più moderato, vicino al mo-
dello latino, individualista-territoriale, con la priorità dei problemi
relativi alle risorse naturali per rifornire il settore più grande della
popolazione del paese. Per questo motivo è frequentemente l’at-
tore più critico rispetto alla gestione comunale. È il meno tolle-
rante in quanto al tema della religione, ed il più liberale rispetto
alle idee politiche. La cittadinanza è una virtù privata. Sostiene
che lo stato deve essere responsabile del benessere collettivo. È il
più individualista in quanto a partecipazione, nel senso di non
appartenere ad associazioni. È colui che associa maggiormente
il rispetto della legalità al benessere collettivo, e meno ad una
questione particolarista. Crede che in generale si ottiene di più
attraverso le relazioni personali che con l’applicazione della legge.
Sostiene che i giudici sono condizionati dagli attori rilevanti del
mercato e dello stato. È il meno interessato alla politica, e con
meno identità partitica. È relativamente informato sulla politica,
ed è quello che maggiormente manifesta la sua origine indige-
na. È il cittadino più identificato con la religione cattolica, e allo
stesso tempo condivide con il sud subculture di ateismo. È colui
che si sente più integrato, meno discriminato. Riassumendo, il
cittadino del centro è il prototipo del cittadino moderato, indivi-
dualista ed istituzionale, incline all’autonomia rispetto ai partiti,
e all’orientamento politico in base alle proprie opinioni. È il cit-
tadino moderato dell’arena istituzionale, ancorato maggiormente
alla società civile che al mercato. Il suo profilo è territoriale/in-
dividuale con componenti del tipo individuale-territoriale, con
partecipazione politica convenzionale e non-convenzionale.
Il sud è l’arena del cittadino contestatario, più vicino a model-
li orientali, territoriale-comunitario. Il sud con la povertà come
tema saliente, più tollerante rispetto alla corruzione, bassa
Accountability per la sua adesione al governo nei tre livelli, co-
munale, statale e nazionale. Essere un buon cittadino significa
partecipare in un partito; possiede una concezione positiva della
cittadinanza, individualista, e si caratterizza per una maggior tol-
leranza rispetto alla popolazione indigena, più tolleranza in gene-
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 199

rale, maggior sospetto rispetto a problemi quali l’aids, maggior


tolleranza in generale, e sente di più la discriminazione, fonda-
mentalmente quella economica. Si caratterizza per il minor livello
di fiducia nello stato, nella società civile e nei gruppi privati d’ap-
partenenza. Non esige lo stato di benessere, è colui che più rispet-
to chiede alle autorità, ha una moderata fiducia nel fatto che le
elezioni possano cambiare le cose, però è colui che più di tutti ha
fiducia nel fatto che altre forme di partecipazione possano essere
più efficaci. Anche se ha poca fiducia nell’efficacia delle organiz-
zazioni di quartiere, crede poco nella solidarietà dei suoi viciniI
comportamenti civici sono virtù private. Partecipa poco nelle
associazioni, però è colui che maggiormente partecipa a livello
regionale. È il più restio ad obbedire alle leggi, e il più orientato
a cambiarle, quando risultano essere ingiuste. È colui che attacca
di più le autorità. È il più scettico rispetto al ruolo della giustizia
come arbitro. Considera la giustizia come un apice del governo,
fondamentalmente del governo statale. È colui che cerca di più
di evadere il compimento delle sanzioni legali. È il più disposto
a risolvere questioni pratiche attraverso la corruzione, ed anche il
più disposto a farsi giustizia per conto proprio, così come il più
restio a lasciare che la giustizia non venga applicata per questioni
procedimentali. Sulla questione del narcotraffico-diritti umani,
è relativamente quello più disposto a pagare il costo della lotta
contro il narcotraffico. E nei casi dove c’è un dilemma di sceglie-
re tra il rischio di avere un innocente incarcerato o di avere un
delinquente libero, è più propenso alla prima opzione. È l’attore
più politicizzato, però quello che meno delibera rispetto alla poli-
tica. È il più identificato partiticamente; è il più laico, con meno
religione cattolica, e più aperto ad altre religioni. Riassumendo: il
cittadino del sud è relativamente più politicizzato, più diffidente,
ed incline a partecipare al di fuori delle istituzioni. È il cittadino
dell’arena naturale, nella quale dominano le risorse e le strategie
degli attori territoriale/individualista/con componenti del profilo
territoriale-comunitario, di partecipazione non-convenzionale.
I risultati di questo monitoraggio sulla civiltà in Messico espri-
mono una concezione di una cultura civica derivata quasi esclu-
sivamente da valori morali. La scarsa fiducia dei messicani (forse
200 La democrazia, percorsi di analisi

per decisivi lasciti storici) nel paese e nelle sue principali istitu-
zioni statali e nazionali, obbliga la maggior parte dei cittadini a
pensare alla cultura civica come un dover essere di tipo morale, e
frequentemente addirittura moralista.
Orbene, nelle figure presentate, sono considerati i cittadini
che partecipano in qualche modo alla vita politica. L’enfasi viene
posto nell’orientamento dei partecipanti, fatto, questo, parados-
sale, visto che, come si è visto con i valori dell’associazionismo o
della fiducia, la maggior parte dei messicani si trova vincolato alle
alternative del non-associazionismo e della sfiducia. Però qual è il
profilo dei non-partecipanti, che caratterizzano buona parte del
Messico contemporaneo? Dopotutto, il disaccoppiamento di cui
abbiamo parlato all’inizio, ha la pretesa di spiegare la non-parteci-
pazione. Pertanto, la necessità di un’altra tipologia complemente-
rebbe in un certo modo quella anteriore. Nella seguente tabella si
concentrano quelle caratteristiche del capitale sociale che funzio-
nano a favore del disaccoppiamento dall’azione sociale, e perciò
rimangono senza senso d’appartenenza, provocando la disaffezio-
ne e la mancanza d’impegno rispetto alle questioni pubbliche.
Nel nostro sondaggio si può osservare che i cittadini in ge-
nerale hanno una notevole fiducia nella famiglia, e molto poca
nei concittadini e nelle istituzioni. L’interesse che hanno relativo
alla politica è basso, c’è un scarsissimo associazionismo, un’elevata
sensibilità rispetto al sentirsi discriminato, e al sostegno all’auto-
rità. La ricerca della sicurezza si realizza all’interno della famiglia
e nell’autorità. Nella prima è sempre, o quasi sempre, realizzabile,
mentre nella seconda è una ricerca irraggiungibile e costosa.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 201

Aspetti relazionati Conseguenza


Conseguenza Conseguenza
ai vincoli sociali e (fattore)
sull’orientamento politica
politici comune
Familismo Chiusura
Bassa fiducia nei
Distanza sociale
simili
Bassa fiducia nelle
Cinismo
istituzioni
Bassa fiducia negli Azione:
Defezione Individualismo
attori pubblici
Sentimento: Non-
Poco interesse per Mancanza
Non sentirsi partecipazione
la politica d’impegno
parte della politica
Basso Azioni non sfera pubblica
associazionismo solidarie come pari
Intolleranza Insicurezza
Sentirsi Sentimento di
discriminato disuguaglianza
Sostegno
Disciplinamento
all’autorità

Tab. 6.19 Tipologia di civicness regionali e di partecipazione poitica


in Messico - I tipi di partecipanti corrispondono a Barnes
et al. (1979).

Se consideriamo per il Messico degli indicatori abitualmente


considerati nella letteratura politologica rispetto alla qualità de-
mocratica che misurano la vigenza del Rule of law, tali come l’as-
senza di aree dominate dalle organizzazioni criminali, l’assenza
di corruzione negli apparati politici, amministrativi e giudiziari;
l’esistenza di forze poliziesche rispettose dei diritti di libertà dei
cittadini ed effettivamente garantiti, o la completa indipendenza
dei giudici rispetto al potere politico, è evidente che Il Messico
difficilmente possa ottenere un alto punteggio di qualità per
quest’aspetto: aspetto fondamentale, d’altra parte, di una buona
democrazia. Allo stesso modo, se si presta attenzione agli indica-
tori dell’ Accountability o della responsabilità politica, e conside-
riamo quelli proposti da una solida letteratura (Schedler 1999),
rispetto alla responsabilità politica verticale, come: a) informa-
zione (quanto i cittadini sono informati in relazione alle poli-
202 La democrazia, percorsi di analisi

tiche pubbliche e ai loro governi); b) giustificazione (il modo e


la frequenza con cui i governanti giustificano decisioni politiche
rilevanti); e c) la punizione o ricompensa (il modo in cui il cit-
tadino valuta i suoi governanti e le decisioni che adotta o legit-
tima). O rispetto alla responsabilità politica orizzontale, come
il controllo esercitato sull’attività di governo da attori come la
stampa, il Congresso e i partiti politici, la situazione non migliora
in relazione all’ordine pubblico. Stati marcati nella loro storia da
repressione e crimini politici, per la simbiosi tra giustizia locale e
politica e per un’eccessiva politicizzazione dei garanti, debilitano,
anche fino ai livelli minimi, l’Accountability. Sono diverse le fonti
e molto frequenti le denunce che sorgono rispetto al Rule of law,
e successive a controlli verticali e orizzontali al governo. In ogni
modo, l’aspetto che il nostro studio empirico riesce a misurare
meglio è quello relativo al Responsiveness), definito, in questa sede,
come la legittimità che i cittadini consegnano ai loro governanti
e la soddisfazione rispetto alle politiche pubbliche più rilevanti
e alle loro istituzioni. È risaputo che tra i risultati anteriori, il
discredito istituzionale, e dei propri stati, trae la sua origine in
una diffusa insoddisfazione rispetto ai risultati (outputs), sia degli
apparati come la polizia, sia degli organi di giustizia. Allo stesso
tempo, la disposizione individualista dei cittadini messicani è rin-
forzata dal funzionamento istituzionale, considerato, in termini
globali, come pessimo dai medesimi cittadini. Ciò incoraggia la
disaffezione rispetto ai doveri e alla stima cittadina per il loro or-
dine politico, e rinforza anche la cattiva qualità della democrazia.
Come può una comunità politica costruire una buona democra-
zia se è talmente diffidente rispetto ai suoi arbitri pubblici, alla
giustizia, e alle misure adottate dal proprio governo? Come può
una comunità costruire la buona società, se sente che le decisioni
sono fuori dalla sua portata e dalla sua influenza? Senza dubbio,
la lunga egemonia di un partito, unito alla forte tradizione di
caporalati, ha implicato il privilegiare canali clientelari rispetto
alla razionalità democratica, basata sulla competitività e sulla au-
tonomia cittadina.
In termini di relazioni tra civiltà e partecipazione politica, è
chiaro che la verticalità della società genera disaffezione politica.
VI. Messico: la sfida del disaccoppiamento 203

Quando non è necessario il ricorso alla relazione sociale uguali-


taria, per ottenere una migliore posizione, ossia quando non c’è
necessità di capitale sociale, quando la posizione politica dipende
solo dalla decisione di chi esercita un’alta carica, allora la parte-
cipazione diminuisce o cessa, perché diventa vana. Non è uno
strumento per ottenere qualcosa, eccetto sanzioni, “per il fatto di
minacciare la governabilità”.
La democratizzazione messicana, nonostante la sua gradualità
e continuità, come si può apprezzare nei risultati del sondaggio,
ha avuto un impatto, se non in termini istituzionali, perlomeno
in relazione al sorgere esplicito di un malessere, che si basa sulla
graduale costruzione di un orizzonte immaginario, in una pre-
sa di coscienza relativa al fatto che l’ordine politico esistente sia
migliorabile. Da tale punto, al fatto che il cambio sia concepito
come un successo della propria partecipazione, rimane un lungo
cammino da percorrere. Tuttavia, siamo difronte a un progresso
e, quindi, ad un cammino più corto.
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Footnotes
1. Le fonti di tutte le tabelle qui esposte sono del Ministero degli Interni argen-
tino; la guia electoral.com.ar e le pagine officiali delle provincie.
2. L’indice di competitività corrispondente in questo modo al Margine di vit-
toria, forza dell’opposizione, differenza di vittorie partitarie, è stato estratto
da (2003:144-150). Indice di competitività = [(100-MV) + FO+DV]/ 3.
FO: Forza d’opposizione, DV: Differenza tra il numero di vittorie per par-
tito, MV: Margine di vittoria.
3. I tipi di partecipanti corrispondono a Barnes et al. (1979).
Altri titoli in collana

Landri Paolo; Prendersi cura del Welfare. Le politiche sociali nella lente della pratica.
Spanò Emanuela; Femina Academica. Donne leader nell’università che cambia.
Curatela e traduzione di Edoardo Caniglia, Andrea Spreafico, Federico
Zanettin; Harvey Sacks - Fare Sociologia.