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MEDICINA SOSTITUTIVA studia, progetta e realizza dispositivi artificiali o sostituisce organi o loro parti

provenienti da donatori e animali al fine di porre rimedio al deficit di una funzione fisiologica. Gli ostacoli di questa
scienza sono, oltre alle difficoltà tecnico-scientifiche, la scarsa reperibilità e deperimento di organi da trapianto, la
scarsa disponibilità di donatori, la forte limitazione burocratico-legislativa e le problematiche culturali-etiche-
religiose. Gli organi artificiali hanno anche loro delle limitazioni come ad es. i lunghi periodi di test, l'incompatibilità
con la crescita e il cambiamento dell’organismo (per questo mal si adattano a pazienti troppo giovani), la breve
prospettiva di vita a causa dell’usura meccanica o del decadimento strutturale derivante dall’ambiente umano in cui è
inserito. Il corpo umano è, infatti, un ambiente acquoso, o meglio una soluzione salina con eccellenti proprietà
elettrolitiche, altamente aggressivo (T=37°C e pH=7,4) pertanto i materiali impiantati sono soggetti a processi di
degradazione sia passivi che attivi come meccanismi di corrosione elettrochimica e di idrolisi che rilasciano nei
tessuti, contaminandoli, prodotti che influenzano notevolmente i meccanismi di difesa dell'organismo e l'attività
cellulare. Le reazioni del corpo umano al dispositivo medico si articola in due fasi: l'infiammazione e la riparazione.
Tale reazione ha effetti sia nella zona di interfaccia che in zone più distanti. Tali prodotti, se non sono biologicamente
attivi e tossici, vengono eliminati con i normali processi metabolici. Nei tessuti, infatti, sono presenti numerose
molecole (enzimi) e cellule (anticorpi) che hanno la capacità di catalizzare determinate reazioni chimiche o di isolare,
attaccare e distruggere rapidamente i corpi estranei. Se però la loro concentrazione raggiunge valori elevati possono
accumularsi localmente o in organi bersaglio (milza, reni, linfonodi) e dare luogo a patologie acute o croniche.
Nonostante ciò, milioni di persone godono di una più lunga e migliore aspettativa di vita grazie ad essi.
BIOMATERIALI X PROTESI La bioingegneria, branca della medicina sostitutiva, prende in esame i biomateriali e
le tecnologie necessarie a trasformarli per la creazione di protesi, tessuti e organi artificiali, impianti endossei,
apparecchiature diagnostiche e di assistenza. Un “biomateriale” è una sostanza non vivente, utilizzata nella
fabbricazione di un dispositivo medico, che ha in qualche punto un’interfaccia con un tessuto vivente per valutare,
dare supporto o sostituire un qualsiasi tessuto, organo o funzione del corpo, minimizzando le eventuali reazioni di
rigetto da parte dell’organismo. Le principali funzioni richieste sono:
1.Trasmissione del carico e distribuzione dello sforzo. 2.Capacità articolare. 3.Controllo del flusso sanguigno.
4.Riempimento di cavità. 5.Generazione ed applicazione di stimoli elettrici. 6.Correzione della funzione visiva e
uditiva.
7.Distribuzione di farmaci o altre sostanze. 8.Rigenerazione guidata dei tessuti.
CLASSIFICAZIONE DEI BIOMATERIALI In base:
-agli effetti prodotti sul materiale e alle interazione materiale/organismo:
1.M. biostabili, non subiscono sostanziali trasformazioni chimiche-fisiche nel t.
2.M. biodegradabili, subiscono sostanziali trasformazioni chimiche-fisiche che li portano a scomparire nel t. Tale
effetto è funzione della posizione all'interno dell'organismo, del tipo di tessuto con cui è a contatto e da cui dipende la
risposta del sistema immunitario, dalle caratteristiche fisico-chimiche del materiale e dalle condizioni generali
dell'organismo ospite (età, stato di salute, farmaci assunti, ecc.).
3.M. biotossici, provocano una reazione di rigetto.
4.M. bioinerti, non innescano alcuna reazione di rifiuto o di riconoscimento. L’integrazione biomateriale-tessuto è
mediata attraverso l’uso di particolari colle e cementi e non da legami diretti.
5.M. bioattivi, favoriscono le interazioni biochimiche dirette con il tessuto biologico, che può crescere sulla superficie
del materiale stesso, permettendo l’instaurarsi di un solido legame meccanico.
6.M. bioriassorbibili, subiscono una progressiva degradazione all’interno del sistema biologico, senza che questo
provochi reazioni di rigetto o effetti tossici. Sono generalmente bioattivi e vengono gradualmente rimpiazzati dal
tessuto biologico. Per queste loro caratteristiche, sono particolarmente utili per protesi sostitutive o per il rilascio
controllato di farmaci.
-alla natura chimico-fisica: Metalli; Polimeri; Ceramici; Compositi; Materiali biologici.
COMPATIBILITÀ Per assolvere alle loro funzioni i biomateriali devono possedere il requisito fondamentale della
bio/emo-compatibilità, vale a dire non devono interagire in maniera dannosa con l’organismo. La compatibilità è,
pertanto, collegata all’interazione dispositivo-organismo e ne esprime l'indice della sua prestazione/affidabilità.
Quest'ultima dipende principalmente da tre variabili:
1.il tempo: il dispositivo medico può venir applicato in modo permanente (protesi non espiantabili), temporaneo
(dispositivi di ausilio-monouso per la chirurgia, ossigenatori, cateteri), o periodico (filtri per emodialisi, dializzatori);
2.la posizione: il dispositivo medico può essere totalmente/parzialmente intracorporeo (protesi oculari, valvolari
cardiache, vascolari, mammarie, dell’orecchio interno, placche ossee, articolari, osteosintetiche / protesi dentali, pelle
artificiale, suture, cateteri, drenaggi chirurgici) o extracorporeo (gran parte delle apparecchiature di assistenza, lenti a
contatto, dispositivi intrauterini, dializzatori e ossigenatori a contatto con il sangue);
3.la funzione: il dispositivo medico assolve una funzione vitale (cuore o rene artificiale), o non vitale (protesi d’anca,
sistemi per il rilascio controllato dei farmaci).
Si parla di compatibilità:
1.morfologica (dimensioni, forma e massa);
2.funzionale, riguarda le proprietà che un dispositivo deve avere per riprodurre una determinata funzione attesa;
3.biologica, riguarda tutti gli aspetti che possono generare alterazioni dannose per i tessuti e i materiali. Recenti studi
dimostrano che l'impiego di materiali bioattivi, e non inerti, portano a buoni risultati nel lungo periodo così pure gli
organi artificiali ibridi (bioartificiali) che includono cioè parti organiche.
Tuttavia il grado di biocompatibilità di un materiale non è funzione solo della sua forma, struttura, proprietà chimico-
fisiche, meccaniche ed elettriche ma anche dal ciclo produttivo del materiale stesso (dalla fase di progettazione a
quella di sterilizzazione, dall'approvvigionamento delle materie prime al confezionamento), dalle condizioni
dell'organismo ospite (tipo di tessuto, luogo di impianto, età, sesso, condizioni generali di salute, regime farmaceutico,
ecc.) e dalla tecnica chirurgica. Se il dispositivo è, infatti, totalmente intracorporeo, permanente e svolge una funzione
vitale nell’organismo, questo richiede maggiore compatibilità e affidabilità, che non un dispositivo extracorporeo
temporaneo per una funzione non vitale. L'affidabilità globale è data dunque dal prodotto delle singole affidabilità,
quindi basta che una sola di queste cause di insuccesso sia elevata affinché l’impianto sia poco affidabile.
METODI E PROCESSI DI PROGETTAZIONE
1.identificazione dell’organo naturale: reperimento di tutte le informazioni di carattere morfologico (dimensioni, pesi,
funzioni, interfacce, forme), durata di utilizzazione (permanente, temporanea, periodica) e tipo di impianto
(totalmente/parzialmente intracorporeo o extracorporeo).
2.progettazione: scelta dei materiali, disegni e calcoli (strutturale, fluidodinamico, energetico, cinematico e dinamico)
e definizione delle modalità di funzionamento.
3.verifica/convalida: prove sui materiali, sui componenti e sul prototipo dell’organo artificiale per verificarne la
rispondenza al progetto. Ottimizzazione del suo funzionamento (eventuale 2° prototipo) e sperimentazione su cavie
affetti dalla specifica patologia considerata o ai quali è stata indotta (chimicamente o chirurgicamente).
Infine si passa alla produzione industriale ed all’uso clinico definitivo con relativo adattamenti ai singoli individui.
A tale fine sin dai primi anni ’70 si utilizzano in Biomeccanica metodi computazionali che permettono una serie di
vantaggi (< approssimazione, riduzione dei t e dei €, possibilità di eseguire progetti parametrici adattabili a diverse
esigenze). Le attività di progettazione controllate dal PC vengono denominate CAE (ingegneria assistita da PC). Il
CAE comprende il CAD (disegno tecnico assistito da PC), il CAM (produzione assistita da PC) e il FEM (Metodo
degli Elementi Finiti), tecnica di analisi numerica utilizzata per risolvere problemi di continuo/struttura in 2-3D e in
condizioni dinamiche. La complessità del problema non permette di trovare una soluzione esatta dato che nel continuo
le variabili di campo (p, T, ε, σ, o altri parametri intensivi) assumono ∞ valori quanti sono i punti costituenti il
continuo. Quest'ultimo viene quindi suddiviso in elementi di dimensioni finite (non infinitesime), viene cioè
discretizzato, ottenendo così un numero finito di incognite, e si esprimono le variabili di campo incognite in termini di
funzioni approssimate di tipo algebrico (o di interpolazione) all’interno di ciascun elemento evitando sistemi
complicati di equazioni differenziali provenienti dall’approccio analitico. Queste funz. appros. vengono definite
utilizzando i valori delle variabili di campo in particolari punti/nodi che, solitamente, appartengono al contorno degli
elementi in cui il continuo è suddiviso. La natura della soluzione e il grado di appros. dipendono sia dalle dimensioni e
dal n. degli elementi, sia dalle funzioni di interpolazione utilizzate.
NORMATIVA La crescita ed il perfezionamento dei biomateriali in ambito medico ha portato un'espansione del
mercato dei dispositivi medici che nel 2000 è stato stimato a livello mondiale pari a 160 mld € mentre quello UE di 39
mld € collocandosi al 2° posto dopo gli USA. Quello IT è il 3° in UE dopo DE e FR e mostra un bilancio
import/export sfavorevole, comune agli altri paesi UE, eccetto l'UK. Per garantire elevati standard di sicurezza e
qualità la CE ha emanato 3 direttive fondamentali che regolamentano i dispositivi medici e ne garantiscono
l’apposizione del marchio CE:
1.D.93/42/CEE per dispositivi medici in generale che li classifica, in funzione del livello di rischio associato al loro
uso, in:
-classe III (rischio alto), es. materiale per le trasfusioni, ossigenatori, apparecchiature per dialisi, valvole cardiache.
-classe II (rischio medio), es. sicurezza degli apparecchi elettromedicali.
-classe I (rischio basso), es. analisi dei rischi, etichettatura, metodi di sterilizzazione.
2.D.90/385/CEE per i dispositivi medici impiantabili attivi.
3.D. 98/79/CEE per i diagnostici in vitro.
Spetta alle Autorità Nazionali competenti imporre la conformità alle direttive (Ministero della Sanità), mentre un
Organismo Notificato effettuerà la procedura idonea di valutazione della conformità al marchio CE.
Le ISO 9000 e le EN 46000 sui sistemi di qualità, risp. a livello internazionale ed europeo, rientrano nell’ottica di un
processo di certificazione volontaria delle aziende e non consentono da sole la marcatura CE, ma ne rappresentano
solo un aspetto.
METALLI Trovano larghissimo impiego in componenti di apparecchiature, strumenti chirurgi, protesi ortopediche e
dentali, mezzi di osteosintesi in quanto in grado di sopportare carichi elevati con piccole sezioni. In generale
presentano:
1.elevato modulo elastico e resistenza di snervamento così da rendere possibile la costruzione di strutture in grado di
sopportare carichi elevati senza grandi ε;
2.buona duttilità, per σ > dello snervamento la struttura si deforma plasticamente invece di rompersi in maniera fragile
permettendo di intervenire sostituendo il componente deformato prima che si rompa;
3.elevata resistenza alla fatica meccanica => indicati per applicazioni cicliche;
4.ottima lavorabilità e proprietà meccaniche modificabili opportunamente;
5.ottima biocompatibilità se si cura opportunamente la finitura superficiale.
*Metalli da impianto:
1.Acciai inossidabili, sono leghe a base di Fe con un basso contenuto di C ed un alto contenuto di Cr. Il C determina le
proprietà meccaniche mentre il Cr favorisce la formazione di un sottile strato superficiale di Ossido di Cr che migliora
le proprietà anticorrosive. Un altro elemento in lega è il Mo che riduce anch'esso la corrosione dell’acciaio anche se in
misura < del Cr. Il suo tenore è modesto in quanto è costoso e indurisce molto la lega rendendola difficile da lavorare.
Altri elementi consentono di ottenere le necessarie proprietà meccaniche, controllare la microstruttura e prevenire
formazione di cricche. I tipi di acciaio inossidabile sono:
-austenitico, contiene una fase solida di Fe con C < 2% (austenite) resa stabile dalla presenza di Ni. Hanno una >
resistenza alla corrosione e sono quindi più indicati per la produzione di dispositivi impiantabili (protesi articolari e
mezzi di osteosintesi).
-ferritico, contenendo poco Ni, nel raffreddarsi dissocia la fase austenitica in Fe e C.
-martensitico, contiene la fase solida martensite prodotta a seguito di un rapido raffreddamento (tempra) della fase
austenitica. Questo è duro e tenace e risulta indicato per strumenti chirurgici (da taglio).
2.Leghe di Co, contengono alto tenore di Cr e il Mo è aggiunto per ridurre le dimensioni dei grani e per aumentare le
proprietà meccaniche. L'aggiunta di Ni conferisce ottime proprietà anticorrosive, resistenza alla fatica e buon
coefficiente di attrito.
3.Ti e sue leghe: Il Ti puro è piuttosto tenace e la sua resistenza meccanica e duttilità possono essere variate
sensibilmente con l’O, viene molto impiegato per rivestimenti superficiali. Le sue leghe con Nb sono usate per
applicazioni ortopediche. Il Ti e le sue leghe hanno una densità circa 1/2 rispetto agli Acciai e alle leghe di Co, una
buona resistenza alla corrosione in fessura, ma vanno soggetti a corrosione per sfregamento e pertanto il loro uso non
è indicato negli accoppiamenti articolari.
POLIMERI *Trovano applicazione in vari campi per via della loro buona biocompatibilità, biodegradabilità e
bioassorbibilità, e la facile lavorabilità in forme e strutture complesse (fibre, tessuti, pellicole, barre). I polimeri
sintetici hanno infatti una struttura chimica molto simile ai polimeri naturali contenuti nei tessuti biologici (collagene)
e in alcuni casi è possibile ottenere tra di loro dei legami chimici ottenendo una sorta di metabolizzazione del polimero
che nel t viene degradato ed eliminato. Tenacità, bassa densità e coeff. di attrito e possibilità di modificare
ampiamente composizione e proprietà meccaniche e superficiali, immobilizzando ad es. cellule o biomolecole al loro
interno o sulla superficie allo scopo di favorire una loro migliore interazione, li rende idonei per organi bioartificiali e
per tutte quelle applicazioni ad uso temporaneo. Tuttavia soffrono di una bassa resistenza meccanica e, in alcuni casi,
la difficoltà di sterilizzazione (assorbendo facilmente acqua e biomolecole dall'ambiente circostante).
*I polimerici sono classificabili, in base alle loro proprietà termomeccaniche e alla loro struttura molecolare in:
1.termoplastici, a catene allungate (lineare o ramificata). Presentano proprietà meccaniche < ai polimeri reticolati, in
quanto le loro catene sono legate fra loro da legami deboli (Van der Waals, dipolo-dipolo, etc.), che consentono, sotto
stress, il loro scorrimento reciproco (=>comportamento viscoelastico). È comunque importante sottolineare che i
polimeri a catena lineare hanno in genere proprietà meccaniche < a quelli a catena ramificata perché questi ultimi, per
via della conformazione strutturale delle catene, scorrono con > difficoltà. I polimeri allungati presentano gradi di
cristallinità differenti a seconda della % di ramificazione presente. Sono modellabili plasticamente un n. praticamente
illimitato di volte senza che la loro struttura e proprietà varino, purché ciò avvenga in un certo DT => diagrammi σ-ε
che dipendono da velocità di ε e T. In particolare il polimero diventa più fragile all’aumentare della velocità di ε e/o al
diminuire della T e viceversa. Se, infatti, la forza viene applicata lentamente, le catene avranno il t di scivolare l’una
sull’altra e quindi deformare il polimero, se invece la sollecitazione è intensa e veloce, il processo di scivolamento
viene ostacolato e il materiale, infragilito, tenderà a fratturarsi. All’aumentare della T il polimero risulta meno viscoso
e quindi si deforma più facilmente.
1° tratto (lineare): comportamento elastico. I legami covalenti nelle catene
possono stirarsi e distorcersi. Non appena la forza applicata si annulla, le catene
ritornano nella loro posizione originaria.
2° tratto (non lineare): comportamento elastico (dipendente dal t).
L’applicazione di uno σ maggiore può portare alla ε di interi segmenti di catena.
Quando lo σ finisce, essi ritornano nella loro posizione originaria ma in t che
vanno da alcune ore fino a mesi.
3° tratto: quando la forza applicata supera il valore di snervamento,
caratteristico della struttura del polimero, inizia
a causare nel materiale una ε plastica permanente. La curva presenta un minimo oltre il quale risale
gradualmente.
In condizioni normali le catene polimeriche sono attorcigliate tra loro e aggrovigliate e sono interconnesse da
forze a corto e lungo raggio. È dunque necessaria una forza molto elevata per cambiare la loro disposizione
all’interno del materiale. La forza applicata agisce separando le catene e raddrizzandole lungo la direzione
della forza applicata. In seguito le catene tendono a scivolare l’una sull’altra più agevolmente: è dunque sufficiente
applicare una forza inferiore rispetto alla configurazione arrotolata per causare una ε plastica.
Al prolungarsi dello σ, le catene lineari si dispongono ordinatamente e parallelamente l’una all’altra e possono
avvicinarsi notevolmente fra loro: si instaurano così legami che rinforzano il materiale. A questo punto l’intensità
della forza di trazione necessaria per ottenere la ε plastica deve nuovamente crescere, fino a raggiungere il valore
massimo sopportabile dal materiale prima della rottura.
Abbassando la T al di sotto di Tm si possono verificare due casi:
a. se si raffredda lentamente il polimero solidifica in forma (parzialmente) cristallina, le catene si ordinano nello
spazio in piccoli domini cristallini all’interno di una matrice amorfa. Si ha una netta diminuzione del V specifico dal
momento che le catene, disposte disordinatamente nel liquido, si riarrangiano ordinatamente in una struttura più
compatta. Sottoponendo poi il solido ad una ricottura a T<Tm si permette ai cristalli di nucleare e crescere. Infine, è
anche possibile sottoporre il polimero ad una lenta ε lineare durante il raffreddamento: ciò causa uno stiramento delle
catene nella direzione della forza applicata e fa sì che esse si dispongano parallelamente l’una all’altra, favorendo la
struttura cristallina (fibre).
b.il polimero solidifica in forma completamente amorfa, le catene rimangono disordinate, arrotolate e interconnesse
tra loro come erano nel liquido. In queste condizioni il polimero è nello stato plastico e può essere modellato nella
forma voluta tramite stampaggio o estrusione. A T più basse, invece, diventa più rigido e avvicinandosi alla Tg
transizione vetrosa, la viscosità diventa così bassa che sono possibili solo movimenti estremamente localizzati di
piccoli gruppi molecolari sulle catene. Al di sotto di Tg il polimero è rigido e fragile come un vetro.
I polimeri cristallini, che hanno > densità e grado di impiccamento rispetto a quelli amorfi, in genere risultano più
resistenti allo scorrimento delle catene, pertanto a parità di T presentano un modulo elastico molto più alto.
Per abbassare la Tg di un polimero e quindi renderlo più flessibile e plasmabile si può usare un plastificante che
reagendo si posiziona tra le catene polimeriche e le distanzia l'una dall'altra, producendo un aumento del V libero e
permettendo alle catene di scivolare più facilmente e muoversi liberamente a T < rispetto a quelle necessarie senza
plastificante.
2.termoindurenti, a catena reticolata. Hanno una massa assimilabile ad una sola macromolecola che si estende
tridimensionalmente e quindi possiede rigidezza e resistenza meccanica superiori. Tra le catene si generano dei veri e
propri ponti con legami covalenti che non consentono lo scorrimento viscoso. Oltre un certo stadio non sono più
modellabili ed anzi è proprio il calore a determinarne inevitabilmente l’indurimento.
*I polimerici per uso biomedico, rispetto a quelli per uso tradizionale, devono contenere quantità molto limitate di
additivi e residui monomerici che possono essere rilasciati nei tessuti. I più importanti sono:
1.PoliEsteri (PET):
-Dacron, in fibre e/o tessuto è impiegato per protesi o loro componenti nel settore cardiovascolare ed essendo
facilmente suturabile ed emocompatibile, trova anche applicazioni per rinforzare/rigenerare tessuti danneggiati che
vengono riassorbiti in seguito o per membrane per rilascio controllato di farmaci.
-Acidi poliglicolico (PGA) e polilattico (PLA) usati per viti, placche e chiodi intramidollari che, invece di essere
rimossi quando hanno esaurito la loro funzione stabilizzante delle ossa fratturate, vengono riassorbiti ed eliminati
dall’organismo ospite. Il principale problema è il controllo della velocità di degradazione che deve essere adeguata al
processo di guarigione dell’osso. Infatti, durante la degradazione, le proprietà meccaniche del polimero peggiorano.
2.PoliAmmidi (PA):
-Nylon, per suture non bioassorbibili.
-Kevlar, in fibre e/o tessuto altamente rigide viene impiegato in ortopedia (come il Dracon), in alcuni casi con gomme
siliconiche, per la sostituzione di tendini e legamenti.
oss.: PET e PA, sono accomunati nella categoria dei tecnopolimeri per la superiore resistenza a rottura e rigidezza.
3.PoliEtilene (PE), si differenziano il base al grado di cristallinità in: a bassa densità (LDPE), a bassa densità lineare
(LLDPE) e ad alta densità (HDPE).
Quelli a bassa densità sono usati per pellicole, contenitori e tubi. Quelli ad alta densità, come il UHMWPE, un HDPE
con un elevatissimo peso molecolare, vengono usati in applicazioni più avanzate come negli impianti ortopedici, in
particolare nei giunti articolari o come cemento per ossa. Presentano ottime proprietà antiattrito, eccezionale resistenza
alle forze impulsive, buona resistenza alla fatica meccanica e buona biocompatibilità, per contro ha elevata
deformabilità viscosa, cattivo comportamento all’usura e una modesta stabilità all’ossidazione.
4.PoliSilossani (PS): biostabili e bioinerti comprendono materiali quali elastomeri, gel, fluidi, lubrificanti,
antischiumanti, adesivi, etc.. Il più impiegato è il SILASTIC, un elastomero usato per cateteri e tubi in genere per
condurre fluidi biologici. Elastomeri e gel sono usati in chirurgia plastica come riempitivi per ricostruire tessuti
mancanti (es. mammella).
5.PoliTetraFluorEtilene (PTFE, Teflon): termoplastico con elevata bioinerzia è altamente cristallino e quindi poco
elastico con una resistenza meccanica simile al PE ed eccellenti caratteristiche antiattrito. Per aumentare le proprietà
meccaniche si possono usare compositi a matrice di PTFE. Un particolare PTFE è il GoreTex impiegato per protesi
vascolari e legamenti.
6.PoliUretani (PU): elastomero che può essere rigido, elastico, adesivo, schiumoso, etc. ha un’ottima
emocompatibilità e trova quindi applicazione in campo cardiovascolare per realizzare le superfici interne delle camere
di pompaggio dei cuori artificiali e dei ventricoli di assistenza cardiocircolatoria, inclusi i diaframmi mobili, protesi
vascolari di piccolo calibro e protesi valvolari cardiache biomorfe, cioè di forma simile a quella delle valvole naturali.
7.PoliMetilMetAcrilato (PMMA, Plexiglas/Perspex): eccezionali proprietà di trasparenza e di biocompatibilità.
Impiegato per contenitori, componenti attivi quali pompe, filtri, ossigenatori, etc. nei quali è necessario vedere
all’interno, in chirurgia oculistica per la produzione di componenti ottici e come cemento per ossa per il bloccaggio
delle protesi articolari.
CERAMICI I legami covalenti o ionici di questi materiali sono estremamente forti, di conseguenza essi generalmente
hanno un’alta refrattarietà e densità, elevata inerzia chimica e resistenza alla corrosione ai fluidi biologici, alto modulo
elastico, alta resistenza alla compressione ma bassa resistenza a trazione impulsiva, cioè sono duri e fragili (la stessa
natura dei legami chimici infatti non permette ai piani cristallini di scorrere e dunque non permette al materiale di
deformarsi plasticamente, di conseguenza i ceramici si rompono con un meccanismo tipico dei materiali fragili, cioè
di schianto). Il modulo elastico e la durezza sono proprietà che mantengono anche a T>1000 °C. Un coefficiente di
attrito estremamente basso e le potenziali biocompatibilità e bioattività li rendono vantaggiosi nei settori
odontoiatrico, ortopedico, cardiovascolare e Otorinolaringoiatrico. A causa della bassa affidabilità meccanica e
difficile lavorabilità, non sono adeguati per costruire interi componenti meccanici ma sono impiegati come
rivestimento per conferire particolari proprietà superficiali a manufatti realizzati con altri materiali e nella sostituzione
di tessuti duri.
Sono classificabili, in base alla biocompatibilità, in due principali categorie:
-c. bioinerti (l’allumina è il ceramico bioinerte per eccellenza, le sue principali applicazioni, sotto forma di
composito, sono nei settori degli utensili da taglio e componenti antiusura);
-c. bioattivi: 1. intrinsecamente, grazie alla loro composizione chimica; 2. indotti, da trattamenti di superficie o a
seguito del riempimento dei pori del materiale con sostanze farmacologicamente attive.
COMPOSITI sono materiali multifasici in grado di offrire una combinazione delle migliori proprietà delle fasi
costituenti separate da una interfaccia distinta. In genere una delle fasi è continua (matrice) ed avvolge completamente
le altre (fase dispersa). Le loro proprietà dipendono da quelle delle fasi costituenti, dalla loro quantità relativa e dalla
geometria delle fasi disperse (forma, dimensione, distribuzione, orientazione). In base alla fase dispersa i compositi si
classificano in rinforzati da particelle, da fibre (i più importanti tecnologicamente) e da lamelle. La matrice può essere
un metallo o un polimero (per la duttilità, detti compositi a matrice tenace) oppure ceramica (il rinforzo ha lo scopo di
migliorare la tenacità a frattura, detti compositi a matrice fragile). La matrice serve a tenere insieme le fibre e
trasmetterne la maggior parte del carico applicato, proteggere le fibre dai danni superficiali provocati da abrasioni o
reazioni chimiche con l'ambiente e separare le fibre per ostacolare la propagazione di cricche tra di esse. È essenziale
che il legame adesivo interfacciale matrice-fibre sia elevato quanto basta in maniera da minimizzare il fenomeno dello
sfilamento (pull-out) delle fibre e massimizzare la trasmissione dello sforzo dalla matrice debole alle fibre forti. Non a
caso la resistenza a rottura del composito risultante dipende in larga misura dalla resistenza di questo legame.
L’interesse progettuale dell’impiego dei compositi fibro-rinforzati è quello di disporre di un materiale con elevato
modulo elastico e resistenza specifica e con basso peso o densità. Le migliori proprietà vengono ottenute con una
distribuzione uniforme e continua delle fibre pertanto le sue proprietà sono fortemente anisotrope. Consideriamo
anzitutto il comportamento σ-ε nel caso in cui lo sforzo applicato sia longitudinale alle fibre. Ipotizziamo che il
legame interfacciale sia molto buono, in maniera tale che si possa assumere che sia le fibre che la matrice siano
sottoposte alla medesima ε (condizione di iso_ε) ossia ε c=εm=εf. In queste condizioni tutto il carico sostenuto dal
composito è uguale alla somma dei carichi sopportati dalla matrice e dalle fibre, ovvero P c=Pf+Pm. Dalla definizione
P=σA => σc=σfAf+σmAm e dividendo ambo i membri per la sez. del composito A c => (se le lunghezze lC=lm=lf)
σc=σfVf+σmVm dove Vf e Vm sono le frazioni volumetriche risp. della fase e della matrice. Essendo in condizione di
σc σm σ
iso_ε dividendo tutti i membri per le rispettive ε si ottiene = V m + f V f . Se siamo in campo elastico possiamo
εc εm ϵf
riscrivere l’equ. in funzione dei moduli elastici: Ec=EfVf+EmVm.
Consideriamo adesso il caso in cui la sollecitazione al composito sia in direzione trasversale alle fibre. In questa
situazione, fibre e matrice sono sottoposti allo stesso sforzo (condizione di isosforzo σ c=σm=σf). In questo caso, la ε
σ σ σ
dell’intero composito è εc=εfVf+εmVm., ma essendo ε=σ/E => = V m + V f dividendo per σ, si ottiene
Ec E m Ef
E−1 −1 −1
C =E f V m + Em V m.
Considereremo le fibre a comportamento completamente fragile e la matrice abbastanza duttile come normalmente
avviene. Nella prima regione, le curve sia delle fibre che della matrice si
deformano elasticamente, la curva è lineare. La matrice raggiunge lo
snervamento e comincia a deformarsi plasticamente in corrispondenza di una
deformazione pari a εym mentre le fibre continuano ad avere un comportamento
elastico in quanto la resistenza a trazione delle fibre è >> del limite di
snervamento della matrice. Nello stadio II la curva ha ancora un andamento
approssimativamente lineare, seppure con una pendenza minore rispetto
all’andamento dello stadio I. Il composito comincia a fratturarsi quando iniziano
a rompersi le fibre, fenomeno che avviene all’incirca ad una deformazione pari a
ε*f a cui corrisponde un carico di rottura del composito pari a
σ ¿ =σ ' ( 1−V ) +σ ¿ V dove σ’m è la sollecitazione sulla matrice quando si
cl m f f f
rompono le fibre e σ*f è il carico di rottura a trazione delle fibre. Tuttavia la
frattura del composito non si manifesta in maniera catastrofica per una serie di
ragioni. Intanto non tutte le fibre si rompono contemporaneamente. Inoltre,
anche dopo l’avvenuta rottura delle fibre, la matrice è ancora intatta almeno
finché ε*f< ε*m. Pertanto le fibre fratturate sono ancora immerse nella matrice
intatta e sono conseguentemente ancora in grado di sostenere una parte dello sforzo, finché la matrice continua a
deformarsi plasticamente, grazie alla resistenza residua offerta dallo scorrimento della fibra nella matrice.
* Se non fosse per la loro eccessiva predisposizione alla rottura fragile i ceramici sarebbero senz’altro i candidati
ideali per molte applicazioni a elevate T e carichi severi. Per aumentare la loro tenacità a frattura si sono sviluppati i
CMC che presentano anche un migliore comportamento al creep ad elevate T e > resistenza allo shock termico. Essi
sono fabbricati per pressatura (isostatica) a caldo e per sinterizzazione in fase liquida. In linea di principio, il
miglioramento delle proprietà di resistenza a frattura è dovuto all’interazione che si viene a stabilire tra una cricca che
avanza e le particelle di fase dispersa. L’innesco della cricca generalmente avviene nella matrice, ma la sua
propagazione è impedita od ostacolata dalla fase dispersa. Costruire un composito con una fase capace di tenacizzare
la matrice ceramica non è semplice. Se la matrice è polimerica o metallica essa può essere portata allo stato liquido e
di conseguenza durante la reticolazione o il raffreddamento è possibile ridurre la quantità e le dimensioni dei difetti
(vuoti) tenacizzando la matrice. Differente è il caso dei CMC dove la matrice non può essere portata allo stato fuso
perché la sua Tm è talmente alta da farla reagire con la fase tenacizzante, tralasciando anche il discorso delle difficoltà
tecnologiche legate alla manipolazione di fasi liquide a T>2000 °C. Per produrre i CMC si utilizzano pertanto diverse
tecniche di tenacizzazione. La prima è la tenacizzazione per trasformazione che si basa sull’impiego di una
trasformazione di fase per arrestare la propagazione delle cricche. Si utilizzano delle matrici “ossidiche” come
l’allumina o il biossido di zirconio (o zirconia), su cui vengono disperse particelle di zirconia parzialmente stabilizzate
che a Ta conserva una struttura metastabile. Il campo di sforzi che si instaura sul fronte di propagazione della critica è
in grado di causare la trasformazione di fase delle particelle metastabili nella fase stabile; questa trasformazione è
accompagnata da un leggero aumento di volume delle particelle che genera sforzi di compressione sulla superficie
della critica ed in particolare sul suo apice, così da esercitare un’azione di chiusura della stessa e da arrestarne
conseguentemente la crescita.
Altri meccanismi di tenacizzazione più recenti utilizzano come rinforzo whisker (monocristalli molto lunghi e sottili)
al carburo o nitruro di Si. Per impieghi prolungati ad alte T viene usato il carburo di Si. Questi whisker inibiscono
la propagazione di una cricca deviandone l’apice; formano dei ponti attraverso le superfici di rottura, assorbendo
energia durante il loro pull-out man mano che perdono adesione con la matrice provocando una ridistribuzione degli
sforzi nelle regioni adiacenti all’apice della cricca.
Per avere un discreto trasferimento degli sforzi dalla matrice al rinforzo deve essere che il rapporto tra i moduli
elastici Ef/Em > 4. A tal fine, per T non alte, le fibre più utilizzate nei CMC sono quelle di C che possiedono alto
modulo elastico e bassa densità.
COMPORTAMENTO MECCANICO DEI MATERIALI_MODALITÀ E INTERPRETAZIONE DELLE
PROVE Il comportamento meccanico dei materiali è noto grazie alle osservazioni e prove ai quali sono sottoposti. Le
prove si svolgono con modalità standard e in condizioni controllate. I provini hanno forma, dimensione, lavorazione
standard. La macchina di prova è dimensionata in modo da essere molto meno deformabile del provino e da assicurare
le σ e ε appropriate. Prove fondamentali sono quelle sotto carico cost o var nel t come ad es. risp. le prove di creep e
quelle trazione-compressione o di fatica. Le grandezze principali che si rilevano in genere durante una prova sono la
forza applicata e l’allungamento del tratto utile in funzione di parametri significativi come la Ta, la pa, l’umidità
dell’aria, il t di prova, etc. La misura della forza, dell’allungamento e della T avvengono in genere mediante risp. una
cella di carico (dinamometro), un estensimetro elettrico (elementi a bassa rigidezza) e termocoppie sulla superficie del
provino.
METODI DI IDENTIFICAZIONE I risultati di una prova possono essere interpretati in due modi:
1°. assumendo una legge di riferimento i cui parametri sono dedotti da un n. sufficiente di dati sperimentali della
prova
(es. Metodo dei minimi quadrati);
2°. procedendo empiricamente raccordando i punti sperimentali con curve opportune.
MECCANISMI DI DEFORMAZIONE
1.ε elastiche senza dissipazione di energia, dovute a distorsioni della struttura atomica sostanzialmente reversibili che,
una volta rimossa la causa (carico) che le ha determinate, scompaiono.
2.ε elastiche con dissipazione, caratterizzate da un recupero della ε allo scarico dipendente dal t (frequenza delle
sollecitazioni) ma con dissipazione e quindi con un ciclo di isteresi di area non nulla. Ciò è dovuto principalmente a
diffusione di energia termica o a migrazione di atomi e difetti (dislocazioni) derivanti anche da anisotropia della
struttura.
3.ε plastiche, sono ε irreversibili dovute al movimento di dislocazioni (difetti lineari) della struttura attivate dallo stato
di sforzo e dalla T. La loro densità aumenta per effetto dello stesso meccanismo di ε che li genera, risultando in un
affollamento che può ostacolarne il movimento ulteriore (incrudimento) o, in alcuni casi, facilitarlo (addolcimento). In
genere i due meccanismi si compensano ad elevate ε dando luogo al tipico andamento con plateau della curva σ-ε.
MODELLI DI COMPORTAMENTO

3.Solido plastico. Il modello meccanico è il semplice contatto per attrito. Il creep non
è definito. La ε accumulata in fase di carico permane interamente anche in fase di
scarico.
4.Solido elasto-plastico, simile al modello (3) con in più una ε elastica reversibile sia
in fase di carico che di scarico.
5.Solido viscoplastico, riconducibile al modello (3) con in più la dipendenza (lineare)
dal t della ε. Il valore di soglia dipende dalla velocità di ε.
6.Solido elasto-viscoplastico senza incrudimento, la ε è puramente elastica al disotto
di un valore di soglia, mentre al disopra di tale valore si compone di una parte elastica
e di una viscoplastica.
CLASSIFICAZIONE OSSA Lo scheletro umano adulto è formato da più di 200
ossa, che possono essere sommariamente classificate come ossa:
1.lunghe, si trovano negli arti e sono caratterizzate da
una lunghezza >> del diametro. Sono le ossa lunghe e i
muscoli ad esse collegati che facilitano il movimento
rapido e la presa. [endostio=sottile strato di tessuto
connettivo, periostio=membrana fibrosa altamente
vascolarizzata nella quale si trovano le cellule capaci di
formare l’osso]
2.corte, consistono principalmente di osso spugnoso
circondato da un guscio sottile di osso compatto.
3.piatte, sono costituite di spessi strati di denso tessuto
osseo, connessi da una porosa rete interna di elementi
aghiformi ossei. Gli interstizi dell’osso spugnoso sono riempiti di midollo.
4. irregolari (sesamoidi), che è un piccolo osso di forma rotondeggiante che si può trovare nei tendini o presso
un’articolazione. Durante la vita queste ossa sono intimamente associate con i muscoli e con altri tessuti non ossei,
quali: -i tendini, che attaccano i muscoli alle ossa; -i legamenti, che attaccano le ossa ad altre ossa; -cartilagine, che
ricopre le articolazioni tra le ossa.
SOLLECITAZIONE OSSA LUNGHE (paragonabili a quelle di una trave) In prima approssimazione gli σ e le ε
causate nella mezzeria della diafisi di un osso lungo dalla forza assiale sono << rispetto a quelle provocate dalla
flessione e torsione. Le intensità di questi carichi e il piano del momento flettente variano con il t e sono fortemente
dipendenti dalle attività fisiche che sono svolte. Gli σ e le ε sono sempre > sulla superficie esterna dell’osso. PROVA
TORSIONE Si dimostra che un campione di osso lungo a sez. circolare sottoposto ad una coppia torcente la rottura
avviene lungo una linea a spirale a 45° rispetto all’asse del cilindro. L’osso nella realtà è soggetto simultaneamente a 2
o più condizioni di carico. Per analizzare gli effetti complessivi di queste condizioni di carico, si esegue l’equilibrio
statico del sistema, ossia si determinano singolarmente gli sforzi generati in una certa sez., immaginati concentrati nel
baricentro, da ciascuna condizione di carico e poi si combinano tra di loro secondo un sistema di riferimento assunto
scrivendo le equaz. cardinali della statica. COMBINAZIONE CARICHI Quando si vogliono eseguire analisi di
distribuzione degli σ e ε accurate in certe zone i metodi analitici non sono più sufficienti pertanto si ricorre ad approcci
sperimentali presi in prestito dalla Fisica e dall’Ingegneria che comprendono:
*apparecchiature per misurare direttamente sull'osso (modello reale) come l’estensimetro che rileva la ε fisiologica
allungandosi o contraendosi lungo un solo asse in funzione del carico applicato. Per misurare la ε su più assi vengono
usati più estensimetri in opportuna configurazione. Questa tecnica soffre tuttavia di alcune limitazioni:
-si possano misurare le ε sulla ma non sotto la superficie, infatti, non è possibile attaccare estensimetri all’interno
dell’osso poiché tale operazione danneggerebbe l’osso stesso e altererebbe lo stato di ε locale;
-l'estensimetro “sente” la ε mediata sopra l’area d’azione del dispositivo, quindi in una zona ristretta, e non quella in
un punto. L’area d’azione min del dispositivo è circa 0.5x0.5 mm. L’acquisizione di una distribuzione globale di ε
richiederebbe di attaccare dispositivi in molte posti aumentando di conseguenza il costo dell’attrezzatura, i t
dell'operazione chirurgica e il rischio di infezione associata con incisioni più larghe e numerose.
*modelli fotoelastici, quasi del tutto sostituita dal FEM; si realizza un modello sperimentale realizzato con un
materiale che simula quello reale, che viene sollecitato in laboratorio registrando le ε con metodi ottici e deducendo
poi i risultati tenendo conto delle differenze tra le proprietà materiali del modello e dell’osso. Le limitazioni sono:
-materiali ed attrezzature particolari; -laboriosità; -analisi 3D proibitiva; -impossibilità dell’inserimento di disomogeità
materiali nel modello artificiale.
PROTESI L’assenza di un arto, oltre a difficoltà di ordine motorio, è anche fonte di notevoli disagi psicologiche.
Esiste infatti l’eventualità che il paziente rifiuti questo tipo di ausilio, in quanto ritenuto un’invasione da parte di un
oggetto estraneo al proprio corpo. Questo particolare atteggiamento, che agli occhi di una persona sana potrà
sembrare anche irragionevole, è più frequente nei malati che utilizzano protesi con un certo ritardo cronologico dal
momento del trauma. A questo proposito si rende necessario agire nella maniera più tempestiva possibile. A tale
scopo, vengono in soccorso le soluzioni tecnologicamente più avanzate provenienti dalle discipline più differenti,
elettronica, meccanica, medicina, informatica. Notevole importanza hanno anche le fasi di rieducazione
funzionale e di riabilitazione motoria che precedono e seguono l'intervento protesico. Scopo di una articolazione
artificiale è realizzare un sistema che, in accordo con la cinematica fisiologica, consenta di sopportare i carichi e di
minimizzare l’usura e l’attrito,
garantendo la necessaria stabilità ed evitando l’insorgere di reazioni dannose nell’organismo.
In genere si ricorre all’utilizzo di una protesi articolare in caso di patologie traumatiche (gravi fratture difficilmente
sanabili) o patologie elettive ovvero per l’ammalarsi dell’articolazione (artrosi, coxartrosi o artrosi dell’anca, artriti,
necrosi cefalica a seguito della quale si perde la sfericità della testa omerale o femorale o dei condili femorali).
La chirurgia protesica si è evoluta notevolmente negli ultimi anni offrendo una precoce rieducazione, una <
invasività e una > sicurezza.
*L’osso che circonda un impianto protesico va incontro, di solito, a una progressiva riduzione riconducibile a
due fattori determinanti:
- la schermatura del carico, fenomeno fisico che fa sì che sia la protesi a sopportare i carichi mentre l'osso risulta
scarico e tende ad atrofizzarsi conducendo alla mobilizzazione della protesi, necrosi, danni vascolari, osteoporosi….
Ciò è dovuto alla diversa rigidità del materiale impiantato rispetto all’osso che lo circonda. Negli impianti cementati,
il cemento provvede a una migliore distribuzione dei carichi e pertanto il fenomeno è meno rilevante.
-osteolisi da detriti. L’usura degli elementi della protesi dà luogo alla formazione di detriti che possono scatenare
una reazione tissutale (come il rimodellamento osseo) che conduce anch'essa alla mobilizzazione dell’impianto. Tali
detriti, per effetto pompa durante il movimento, si diffondono in tutto l'organismo. Per prevenirne o almeno
ritardarne la mobilizzazione e la sostituzione si ricorre all’uso dei farmaci bisfosfonati.
PROTESI SPALLA Di solito le protesi di spalla sono modulari ovvero costituiti da più pezzi intercambiabili per
poter realizzare una struttura adeguata al paziente, tuttavia sono riconducibili essenzialmente a due parti:
1.scapolare (glenoide), inserita in un’apposita sede realizzata sulla scapola, può essere cementata o meno e di varie
taglie a seconda della morfologia del paziente. Il modello cementato con UHMWPE si fissa mediante un’aletta,
mentre nel caso non cementato il guscio, in lega di Ti rivestito di bioceramica, si fissa mediante un perno elastico,
centralmente cavo in modo da ospitare al suo interno il tessuto spongioso.
2. omerale (stelo), dotata di testa sferica, in lega di Ti o di Co, che si articola nel glenoide. Le protesi parziali, ovvero
senza il glenoide, hanno una testa biarticolare sempre in lega di Ti posizionata direttamente in contatto con la
scapola. Lo stelo viene inserito in un’apposita cavità realizzata nell’omero fissandola meccanicamente tramite una
speciale finitura porosa di Ti a celle e per incuneamento favorito da steli costituiti da elementi modulari cilindrici. Le
versioni cementate sono invece lisce.
PROTESI ANCA *È costituita da una coppa e da uno stelo inseriti risp. nell’acetabolo e nel canale diafisario o
midollare del femore. La Coppa (o cotileo acetabolo) è normalmente realizzata in UHMWPE mentre lo stelo è
sempre metallico e di lunghezza fra 110-145 mm. Steli troppo lunghi possono portare a un > schermatura del carico e
quindi a rischio di distacco dello stelo. Sullo stelo viene assemblata una testa protesica del diametro di circa 26-28
mm, in metallo o ceramica, che si articolerà sulla coppa e connessa allo stelo mediante accoppiamento conico (collo)
snello per consentire una > escursione del movimento. Un guscio acetabolare in metallo, non necessariamente sempre
presente, avvolge rigidamente la coppa. L’ancoraggio delle componenti è oggi più spesso affidato a processi di
osteointegrazione ossia il contatto diretto tra protesi e osso con crescita di tessuto osseo sulla superficie protesica o
attraverso ancoraggio meccanico per filettatura dello stelo. In casi particolari, come l’osteoporosi, la protesi viene
ancorata con cemento acrilico e a volte con delle viti. L’osteointegrazione dipende dalla forma e dalle dimensioni
della protesi, dalle modalità e dai materiali con cui è fabbricata, dalle caratteristiche della sua superficie e dalle
modalità chirurgiche di impianto. Il principale problema di biocompatibilità è la corrosione dei materiali metallici
usati (leghe di Ti o Co e acciaio inox) con le conseguenze già note. Il cemento, invece, migliora la distribuzione degli
sforzi trasmessi dalla protesi all’osso durante il carico. Di fatto, il cemento non è un materiale adesivo e non aderisce
al metallo. Alcuni cementi contengono antibiotici (5-10%). I cementi hanno ritiri volumetrici dello 0,5-1% durante
l’indurimento e nei successivi 30 gg subiscono una espansione volumetrica del 1-2% a causa dell’assorbimento di
acqua e di lipidi. Durante l’indurimento si ha uno sviluppo di calore (120-140 cal/g di cemento) che può generare T di
70-80°C e causare cedimenti nelle interfacce metallo-cemento e osso-cemento. La rimozione di una protesi cementata
è complicata dalla necessità di rimuovere completamente il cemento ed i suoi frammenti dall’osso. Inoltre il nuovo
impianto avviene in un osso fortemente traumatizzato e di spessore ridotto.
*L'intervento di solito procede accedendo lateralmente con un'incisione longitudinale sul "fianco" lunga da 10-15 cm
in funzione della corporatura. Nonostante questi interventi chirurgici siano oggi molto frequenti e con un alto tasso di
soddisfazione tra i pazienti, vi sono 3 rischi principali:
1.L'infezione, la più temibile. Si verifica mediamente nello 0,5-1% dei casi. Sebbene la maggior parte delle infezioni
si
presenti nell'immediato post-operatorio, esiste la possibilità che un'infezione si manifesti anche a distanza di anni. Il
trattamento passa quasi sempre attraverso una ripresa chirurgica, che può consistere in un intervento di pulizia se si
interviene precocemente nelle prime settimane dall'impianto oppure nella sostituzione della protesi se l'infezione è
cronicizzata o ad esordio tardivo.
2.La trombosi venosa ha un'incidenza piuttosto bassa con gli attuali protocolli di prevenzione (che prevedono
l'impiego di farmaci anticoagulanti e di calze elastiche durante tutto il periodo post-operatorio). Sebbene circa il 15%
dei pazienti sviluppa una qualche forma di occlusione venosa, solo raramente dà origine ad un'embolia polmonare.
3.La lussazione, dislocazione della testa protesica al di fuori della coppa. Questa può avvenire nel periodo
postoperatorio qualora il paziente eseguisse alcuni movimenti, quali la flessione dell'anca oltre 90° o l'atto di
incrociare le gambe, che vanno tassativamente evitati nelle prime 6 settimane dopo l'impianto o per carenza di tono
muscolare.
^Dopo l'intervento, il paziente rimane ricoverato per 4-8 gg in funzione dell'età, delle malattie coesistenti, della
capacità di seguire il programma riabilitativo. La deambulazione inizia in genere in seconda giornata, con l'ausilio
di stampelle per evitare di caricare l'arto operato. Negli impianti cementati è possibile eliminare le stampelle
precocemente, non appena siano guariti i tessuti molli (entro 2 settimane), mentre in quelli non cementati è preferibile
attendere 4-6 settimane per non disturbare il processo di osteointegrazione delle componenti.
^Un completo recupero della funzione e della stabilità articolari difficilmente vengono raggiunti prima di 4 mesi
dall'intervento. Gli sport non sono vietati, purché siano praticati soltanto ad un livello ludico-ricreativo e siano
intrapresi con discernimento, privilegiando quelle attività (come il nuoto, il golf, la ginnastica) che incidono poco o
nulla sull'usura dell'impianto e non espongono a situazioni pericolose (corsa, salto, sci, ciclismo,
equitazione).
*La vita di una protesi oggi si aggira mediamente intorno a 15 anni e dipende da vari fattori quali,
prima fra tutti, il modello di protesi adottato, il processo di interazione tra impianto e ossa (in
costante evoluzione) e ambiente biologico chimicamente aggressivo (osteolisi da dentriti),
distribuzione delle tensioni (schermatura del carico), entità dei carichi (peso corporeo e attività
fisica). Per un paziente anziano, magro e con basse richieste funzionali l'impianto potrebbe durare
"per sempre". Per un giovane attivo e sovrappeso il rischio di un intervento di riprotesizzazione è
concreto. *Dall’equilibrio delle forze si dimostra che la risultante articolare R' passante per il
centro dell’articolazione O è inclinata di circa 16-20° sulla verticale ed ha intensità pari a 2,5-4 volte il peso corporeo
nella deambulazione lenta. AO e OC= risp. braccio del momento esercitato da M’ (forza muscolare) e da P’ (peso
corporeo) intorno a O.
PROTESI GINOCCHIO *È costituita da una componente femorale e da una componente tibiale entrambi in lega
metallica e fissate all'osso con cemento acrilico o “impattandole”. Sulla componente tibiale viene assemblato un
inserto in PE, fisso oppure rotante a seconda del modello protesico sul quale si articola la componente femorale.
L’interventi protesico può essere totale, laddove si necessita di un completo impianto, parziale o
monocompartimentale, quando limitato ad un solo compartimento permettendo di conservare gran parte
dell'articolazione naturale e riducendo così l'invasività della procedura chirurgica ed infine revisionale o di
sostituzione. La scelta del modello della protesi (taglia e fissazione) dipende dalla qualità dell’osso, dalla morfologia
femorale e tibiale, dall’età del paziente, ….
*L'intervento avviene con il paziente supino, attraverso un’incisione longitudinale a livello della regione anteriore del
ginocchio, di lunghezza variabile (11-16 cm) in funzione della difficoltà del caso e del tipo di impianto (totale o
monocompartimentale). Prima dell’intervento occorre:
•Perdere il peso in eccesso per evitare il sovraccarico del ginocchio operato e del lato sano durante il recupero.
•Evitare l’assunzione di farmaci antinfiammatori e di qualsiasi terapia occasionale non prescritta dal medico curante
per almeno 2 settimane prima dell’intervento.
•Smettere di fumare per ridurre i problemi respiratori durante e dopo l’anestesia e per non ritardare la cicatrizzazione
della ferita chirurgica.
•Controllare la presenza di eventuali infezioni latenti (ascessi dentari, cistiti, etc).
•Conoscere le condizioni cliniche attuali e remote del paziente ed eventuali allergie da farmaci.
•Effettuare un prelievo del sangue (predepositi) per utilizzarlo come auto-trasfusione dopo l’intervento.
•Evitare cibi e bevande dalla mezzanotte prima dell’intervento, si potranno assumere solo i farmaci indicati dal
cardiologo o dall’anestesista.
*protesi a cerniera, poco impiegate in quanto la sollecitazione che trasmettono all’osso è completamente diversa da
quella fisiologica dando luogo a rimodellamento osseo e ripristinano solo parzialmente la cinematica del ginocchio
(non rispettano gli spostamenti del centro di istantanea rotazione del ginocchio nel corso del movimento di flesso-
estensione). La funzione stabilizzante è affidata totalmente alla protesi. Alcuni tipi vengono cementate altre no mentre
in altre ancora il piatto di appoggio è assente o è ridotto e la trasmissione degli sforzi avviene tramite il lungo stelo a
cuneo.
*Protesi di superficie (anatomiche), le più interessanti, in quanto è possibile dare a queste protesi una legge del moto
simile a quella naturale agendo sulla forma delle superfici a contatto di tibia e femore. La maggior
parte della stabilità della protesi è esercitata dai legamenti e dai muscoli. I carichi, trasmessi
solo in direzione normale alle superfici a contatto, consentono di adottare appoggi sull’osso molto
semplici, senza lunghi steli. L’osso è così sollecitato in un modo molto vicino a quello fisiologico.
*Nella deambulazione il ginocchio è leggermente flesso e il tendine rotuleo è teso e sopporta la
forza T mentre i condili femorali sono schiacciati sul piatto tibiale con la forza
a c−d
N=W
[ b ( )
sin θ−
b ]
cos θ con Wsinϑ=F. Nell’abduzione e adduzione N=T≈ 6F essendo

a/b=6.
PROTESI CAVIGLIA Sono formate da una componente tibiale, con rivestimento ceramico per migliore la
resistenza all’usura ed aumentare la biocompatibilità, una componente talare che si fissa tramite 2 o più alette per
meglio distribuire le tensioni ed evitare la fuoriuscita del terzo componente intermedio, ossia un cuscinetto mobile,
che permette alla componente talare di basculare e ruotare assialmente. Quest'ultimo movimento, sebbene
fisiologicamente modesto nella caviglia, evita torsioni elevate che porterebbero, in breve t, alla mobilizzazione della
protesi e dunque a necrosi e rimodellamento osseo. Durante una normale passeggiata è stato stimato che la forza di
compressione assiale esercitata sulla caviglia supera di 4 volte il peso del corpo mentre la forza tg è stata stimata circa
l’80%. La risultante tra le due forze è un vettore sul giunto tibiotalare inclinato posteriormente all’asse tibiale.
PROTESI PIEDE PIATTO Il piede piatto è una alterazione della disposizione delle ossa del piede che provoca
l'assenza di convessità della volta plantare e quindi un’errata distribuzione dei carichi sulla superficie del piede. Tale
distribuzione oltre che causare dolore può anche portare alla fusione delle ossa del piede. Tale malformazione può
essere:
1.congenita, se derivante da malformazioni dei tessuti molli (legamenti e muscoli) o scheletriche.
2.acquisita, se derivante da traumi, obesità, distrofie, patologie a carico delle anche o del ginocchio, paralisi, ecc..
Per i bambini sino a 2/3 anni è fisiologico, specie in quelli soprappeso. Di solito la regressione avviene
spontaneamente con la crescita. La protesi viene inserita nel calcagno in pazienti di età tra i 5-11 anni. Essa è
realizzata in acciaio ed è costituita da una parte cilindrica non filettata, di lunghezza variabile a seconda del paziente,
con un’estremità smussata e da una parte autofilettante di lunghezza cost. L’avvitamento si esegue mediante una
chiave a brugola. Tale protesi realizza una correzione in parte passiva, mediante il contatto con l’astragalo, in parte
attiva con una stimolazione alla autocorrezione nel Seno del Tarso.