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Lezione 10 – Saggio breve

Argomento: l’amicizia oggi


Testo A:
La nuova amicizia al tempo di Facebook
Da esperienza condivisa a numero di contatti in rete
di Anonimo.
Amicizia. Com’è cambiato e come continua a cambiare questo concetto nell’epoca della
diffusione capillare di internet e dei social network che, giorno dopo giorno, crescono
esponenzialmente sulla rete. Ciò che sembra sotto gli occhi di tutti è che si stia assistendo a un
generale mutamento del significato intrinseco di questa parola. Un tempo si diventava amici e si
sviluppava questo senso comune frequentandosi quotidianamente, compiendo insieme tutti quei
riti atti a cementare un rapporto. Oggi, sempre più spesso, si diventa amici con un click,
scegliendo se accettare o meno la “richiesta di amicizia” di qualcuno attraverso un monitor. Un
esempio paradigmatico è Facebook, il più popolare tra i social network in voga in questo
momento. Centinaia di migliaia di persone che “interagiscono” tra di loro più o meno
comodamente sedute davanti allo schermo di un pc. Pagine piene di centinaia di “amici” dei quali
se ne sente realmente giusto una decina, quando non un paio e basta. Il trionfo del rapporto
virtuale sul contatto reale.

Esercizio 1: Qual è l’opinione dell’autore?


Esercizio 2: Riassumi con parole tue l’intero testo. Evita di usare le frasi dell’autrice.
Non superare le 50-60 parole.

Testo B:
L’amicizia svuotata nell’era di Facebook
Meno tempo assieme e affinità, più dialoghi tra (quasi) sconosciuti
di Maria Laura Rodotà

L’amicizia al tempo di Facebook: non più una frequentazione continua fatta di serate,
discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che
quando va bene si sono visti due volte. E allora: se abbiamo 768 «amici» su Fb, in che senso li
abbiamo?

Se siete su Facebook, lo sapete già. E in questi giorni ne avete avuto la conferma. Quest’anno
si sono fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network,
magari urbi et orbi. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi. In compenso, nei
momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online. Per scambiare due chiacchiere con
qualcuno che non fosse un cognato; per annunciare sul proprio status che si era mangiato troppo;
per fare battute sugli ultimi strani eventi italiani; per rincuorare tutti, a metà pomeriggio del 25,
con dei «forza e coraggio, tra poco è finita». Poi magari ci si è visti con gli amici. I soliti. Non
quelli, magari centinaia, che abbiamo su Fb. E che stanno portando la parte più evoluta del
pianeta, insomma i 350 milioni di Facebook, quelli di Twitter e gli altri, a ridefinire il concetto di
amicizia. Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura
classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo labile che fa condividere video di
Berlusconi, Lady Gaga, Elio e le storie tese. Non più una frequentazione continua fatta di serate,
discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che
quando va bene si son visti due volte. Poi ci sono i ragazzini che stanno crescendo insieme ai
social network. Ma loro sono — in parte— un’altra storia.

Perché in questi tempi di social networking «l’amicizia si sta evolvendo, da relazione a


sensazione. Da qualcosa che le persone condividono a qualcosa che ognuno di noi abbraccia per
conto suo; nell’isolamento delle nostre caverne elettroniche, armeggiando con i tanti piccoli pezzi
di connessione come una bambina solitaria gioca con le bambole». Eccoci sistemati tutti. Ecco
perché, magari, dopo certi pomeriggi domenicali passati a chattare, non ci si sente appagati,
casomai lievemente angosciati e col mal di testa. La cupa frase è di William Deresiewicz, ex
professore di Yale e saggista, autore di un saggio su The Chronicle of Higher Education e una
conferenza sulla National Public Radio dedicata alle «false amicizie». La preoccupazione è di
molti, in America e fuori. Se ne è occupato persino il Wall Street Journal. La serie tv di nicchia «In
Therapy» ha fornito la battuta-pietra tombale (speriamo di no): «Le famiglie sono ormai andate e
gli amici stanno andando via per la stessa strada». Deresiewicz infierisce: «Essendo state relegate
agli schermi dei computer, le amicizie sono qualcosa di più di una forma di distrazione? Quando
sono ridotte alle dimensioni di un post in bacheca, conservano qualche contenuto? Se abbiamo
768 "amici", in che senso li abbiamo? Facebook non include tutte le amicizie contemporanee; ma
di certo mostra il loro futuro». Morale: «L’immagine del vero amico, un’anima affine rara da
trovare e molto amata, è completamente scomparsa dalla nostra cultura».

Esercizio 1: L’articolo è suddiviso in paragrafi. Trova in ogni paragrafo la frase che esprime
l’opinione dell’autrice.
1.

2.

3.

Esercizio 2: Fai la parafrasi delle frasi che hai sottolineato, ovvero scrivi una frase che esprima lo
stesso messaggio dell’autrice ma evitando categoricamente di riusarne intere frasi o singole
espressioni.

1.
2.
3.

Esercizi 3: Riassumi con parole tue l’intero testo dell’autrice. Evita di usare le frasi dell’autrice.
Non superare le 100-150 parole.

Testo C:
L' amicizia prima di Facebook
Repubblica — 30 gennaio 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA di Alessandro Baricco

Quel che ricordo dell'amicizia ai tempi in cui non esisteva Facebook e nemmeno la Rete, le mail,
gli sms l'ho scritto in Emmaus, nell' amicizia di quei quattro ragazzini diciassettenni che muovono
il romanzo. I libri non sono mai, stupidamente, la verità, ma è vero che noi eravamo più o meno
così, come quei quattro. Una cosa che ricordo bene, ad esempio, è che pensavamo l'amicizia come
il prolungamento di una fede: fosse religiosa, come nel nostro caso, o anche laica, o politica, non
importava. Anche il Toro andava bene. Ma era importante quel credere comune, non sarebbe
bastata la simpatia né qualsiasi altra prossimità sentimentale. A tenerci uniti era la certezza che
stavamo combattendo insieme una qualche sotterranea guerra, di cui poi non capivamo neanche
molto. In definitiva negli amici cercavamo meno un sollievo alle nostre solitudini che non
l’iscrizione a un qualche eroismo collettivo. Ciò dava ai legami un tratto di necessità, o forse di
sacralità, che ci faceva impazzire. Vi trovavamo una fermezza, un'inevitabilità, che non trovavamo
altrove. Va da sé che non c' erano amici che non lo fossero per la pelle. Come i quattro di Emmaus,
da ragazzi costruivamo le amicizie su una bolla di dolore. Quando non c'era, ce la inventavamo,
credo. Ma sempre ci si riconosceva a partire da una ferita, e ci si voleva bene - e quanto -
scambiandoci il segreto della nostra tristezza. Ne sapevano poco le nostre famiglie, e niente il
mondo: ma lo spazio di quel penare, che tenevamo segreto, dettava il perimetro di un luogo
riservatissimo a cui proprio le amicizie, e solo loro, accedevano. Così essere amici significava
condividere un segreto. E scambiare malinconia. Non voglio dire che fossimo depressi o
pateticamente romantici (magari lo eravamo anche un po', ma non è quello il punto), voglio dire
che quando cercavamo il massimo della vicinanza ci riusciva più facile farlo entrando nell' ombra
dei nostri pensieri cupi, perché lì trovavamo la perfezione. L' allegria era meno interessante. Della
felicità non ci accorgevamo. E poiché non esisteva Facebook, essere amici significava fare delle
cose. Non parlarne, o raccontarle: farle. Se cerco di ricordare momenti precisi che significassero
amicizia, vedo scene in cui sempre stavamo facendo qualcosa. E mai in casa. Le telefonate
interminabili (ciò che di più vicino riesco a immaginare al chattare odierno) ce le tenevamo per le
fidanzate: tra noi sarebbe stato ridicolo. ... Ci sarebbe parso tremendamente vacuo frequentarci via
computer. Non avremmo saputo cosa dirci. Quando invece anche solo il "tornare da giocare a
pallone" diventava uno spazio perfetto, di camminate memorabili, e parole a lungo covate.
C'entravano il sudore addosso, le scarpe slacciate, e il pallone, sporco da far schifo, tra le mani, e
farlo rimbalzare. Una finestrella su uno schermo, quello ci sarebbe apparso come un ripiego
inspiegabile. Tutto ciò ci costringe a concludere spesso, usando un termine che è tramontato, che
quelle erano amicizie profonde. Tacitamente, intendiamo dire che quelle di Facebook non lo sono.
Ma la realtà non è così semplice. Se un termine tramonta un perché ci sarà, e l'estinguersi di un
profilo certo, per la parola profondità, qualcosa deve insegnarci. Era il nome che davamo a una
certa intensità, ma era un nome probabilmente inesatto. Alludeva a coordinate (superficie
profondità) che il mondo quasi certamente non ha: oggi appaiono come una semplificazione un po'
infantile, e stanno all'esperienza reale come un cartone sta al 3D. Strumenti poveri, verrebbe da
dire. Così ci resta la memoria di una certa intensità, ma pochi nomi certi per nominarla con
esattezza. Per questo trarre delle conclusioni che non siano da bar sembra difficile. Io posso giusto
annotare un'osservazione che oltre tutto ha il limite di riferirsi alla mia esperienza personale: in
genere la "profondità" che tendo ad attribuire retrospettivamente a quelle amicizie non sembra
aver influito sulla loro resistenza al tempo. Alcune se ne sono sparite, altre sono rimaste, come se
una regola non ci fosse: ha tutta l'aria di essere una faccenda dannatamente casuale. E se mi trovo
ancora appiccicato addosso persone con cui tornavo da giocare a pallone, è vero che tante altre
amicizie che erano analogamente "profonde" se ne sono andate con un fare liquido strabiliante,
come se non avessero agganci da nessuna parte, e la benché minima forma di necessità. È bastato
alle volte uno spostamento minimo, un'inezia, e già non c' erano più. Così quelle che sembravano
pietre incastonate si sono svelate pietre appoggiate su qualcosa di sdrucciolevole: e la petrosità
una categoria che solo nella fantasia ha un nesso necessario con la permanenza. Da giovani non
potevamo immaginarlo, ma la verità è che si può essere petrosi e provvisori, noi lo eravamo.
Rolling stones, come ci insegnò poi qualcuno che, senza saperlo, aveva già capito tutto.

Esercizio 1: Cerca nel testo e sottolinea tutte le frasi che esprimono il pensiero di Baricco
sull’amicizia, ovvero che qual era il significato di “amicizia” per i giovani prima dell’era digitale.

Esercizio 2: Fai la parafrasi delle frasi che hai sottolineato, ovvero scrivi una frase che esprima lo
stesso messaggio dell’autore ma evitando categoricamente di riusarne intere frasi o singole
espressioni.

Esercizio 3: Riassumi con parole tue l’intero testo dell’autore. Evita di usare le frasi dell’autrice.
Non superare le 100-150 parole.

Testo D:
Dal dialogo di Cicerone
Laelius de amicitia

Ma la base di quella stabilità e di quella costanza che cerchiamo nell'amicizia è la fiducia; nulla,
infatti, che sia infido è stabile. Inoltre, è bene scegliersi un amico sincero, e cortese, e affine a noi,
il che vuol dire che sia colpito dalle medesime cose che colpiscono noi; e tutto ciò concerne la
buona fede; infatti non può essere fidato un carattere ambiguo e tortuoso, e nemmeno può essere
fidato o stabile chi non viene colpito dalle medesime cose e non ha la stessa sensibilità.

Si deve aggiungere per lo stesso motivo che non prenda gusto né a lanciare accuse né dia credito
ad accuse lanciate da altri: tutte cose che attengono a quella costanza di cui già da un po' vado
trattando. Così si verifica quello che ho detto all'inizio: che l'amicizia non può esserci se non fra
uomini onesti. E' infatti caratteristica dell'uomo onesto, quel medesimo che è lecito definire
saggio, osservare questi due principi nell'amicizia: primo, che non vi sia nulla di finto o simulato;
infatti è più proprio dell'uomo d'animo nobile odiare apertamente che celare il proprio pensiero
dietro una facciata falsa; e poi, non solo che respinga le accuse portate da qualcuno, ma che non
sia nemmeno lui sospettoso, pensando sempre che l'amico sia venuto meno in qualcosa al patto
d'amicizia.

A ciò bisogna che si aggiunga una certa qual dolcezza di discorsi e di costumi, un condimento
niente affatto di poca importanza dell'amicizia. La scontrosità e quella certa severità in ogni
circostanza hanno certamente solennità, ma l'amicizia dev'essere un po' più indulgente, e schietta,
e dolce, e predisposta ad ogni affabilità e condiscendenza.