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La pragmatica e il suo contesto filosofico. Wittgenstein e John Langshaw Austin

PREMESSA

Negli anni Cinquanta del Novecento, all’interno della linguistica si affiancò all'analisi semantica la
pragmatica, iniziando così un fecondo dialogo della linguistica con altre discipline, contribuendo
allo sviluppo e all'apertura di nuovi percorsi di ricerca, anche al di fuori della specifica prospettiva
disciplinare, come, ad esempio, l'etnografia della comunicazione. Si tratta, dunque, di ripercorrere il
cambiamento di prospettiva filosofica, focalizzando l’attenzione sulla portata del cambiamento
introdotto, tra gli altri, da Ludwig Wittgenstein e da John Langshaw Austin. Tale approfondimento
aiuta a comprendere quindi tanto la concezione linguistica della pragmatica, quanto la concezione
pragmatica della linguistica.

INTRODUZIONE

La pragmatica, intesa come disciplina linguistica, fu uno sviluppo teorico che, nella sua fase
iniziale, fu promosso da due autori, Ludwig Wittgenstein e John Langshaw Austin che entrambi
espressero la loro interpretazione del significato linguistico in modo radicalmente innovativo in due
pubblicazioni postume, rispettivamente: le Philosophische Untersuchungen (1953) e How to Do
Thing with Words (

, del linguaggio, non più legata al suo solo valore normativo-descrittivo e come possibile
espressione o specchio della realtà, ma come parte esso stesso della realtà. L’interpretazione del
linguaggio come contenuto comunicativo e sociale soppiantava così, o apriva la strada ad una
possibile alternativa alla prospettiva logico-positivistica, la quale sviluppava (o aspirava a) una
teorizzazione formale del linguaggio per poter descrivere la realtà, concependo una relazione
univoca del linguaggio scientifico tra il significante (l’immagine visiva o acustica), il significato
(l’immagine concettuale) e la realtà (intesa come oggetto fisico). Il culmine di questa prospettiva
può essere identificato soprattutto nel Tractatus Logico-Philosophicus (1921) dello stesso
Wittgenstein. Già nel Saussure, come fece osservare in seguito il filosofo francese Maurice
Mearleau-Ponty, era espressa l’idea che non c’era una univocità fra significante, significato e
referente, tuttavia, solamente dopo il sovvertimento dei risultati e della

capovolgendo, in un certo senso, l’ottica con cui la stessa ricerca filosofica muoveva le sue
riflessioni. Il primo artefice di questa rottura, in ordine cronologico fu Ludwig Wittgenstein.
LUDWIG WITTGENSTEIN

Il filosofo tedesco, nella sua prima opera, l’unica pubblicata in vita, aveva elaborato una teoria
dell’espressione del pensiero attraverso una specifica linguistica, considerando il linguaggio come
una forma di conoscenza del mondo e al tempo stesso come l’origine del limite di espressione del
pensiero, poiché,

esentano degli strumenti che compiono funzioni, determinate tanto dagli individui, quanto dalla
comunità in qui si articolano. Si intuisce, pertanto, come nel filosofo tedesco ci fosse una ripresa
dell’intuizione già espressa dal Saussure, ma che acquisisce nelle Ricerche Filosofiche una
dimensione filosofica e umana sconosciuta allo svizzero: il linguaggio esprime al relazione tra le
persone e l’integrazione alla vita di una comunità, diventando esso stesso una Lebensform, una
forma di vita.

JOHN LANGSHAW AUSTIN

Il rovesciamento dell’ottica delle ricerche filosofiche compiute da Ludwig Wittgenstein fu adottato


da Austin e applicato in maniera più e meglio ordinata nel campo linguistico, mediante
l’introduzione e la successiva elaborazione del concetto chiave della sua teoria linguistica: il
performativo.

Mentre tutta la linguistica precedente, secondo la sua interpretazione, aveva cercato di definire e
analizzare il linguaggio constatativo. Per esempio, confrontando i seguenti due enunciati: “io
studio” e “io saluto”, Austin osservava che c’è una differenza significativa. Mentre nel primo
l’azione svolta non rappresenta uno “studio”, il secondo enunciato, inteso come unità discorsiva
minima, esprime pienamente il concetto di “saluto”. In altre parole, nel primo caso esprimere di
svolgere un’azione non è lo stesso di compierlo. Nel secondo enunciato, invece, quando si dice che
io saluto, sto effettivamente compiendo, realizzando un saluto: il secondo enunciato possiede
dunque, nella logica austiana, la caratteristica di to perform quello specifico atto, ed è quindi detto
“performativo”, a differenza del primo che è constatativo: descrive un’azione senza che corrisponda
l’atto compiuto. L’enunciato

, dalla formula: "io affermo che [...]" tale forma renderebbe esplicito il carattere di azione che tutte
le enunciazioni possiedono. Inoltre, anche l’enunciato performativo possiede delle caratteristiche di
verità, le quali, in quest’ottica, non sarebbero caratteristica esclusiva delle asserzioni constatative.
Se si prende la frase: “Ti ringrazio per il tuo regalo”, l’enunciato è chiaramente performativo
(esprime l’atto del ringraziamento), ma contiene anche una condizione di verità, rappresentata dal
fatto che nell’enunciato c’è la proposizione: “tu mi hai fatto un regalo”. Infine, e ciò rappresenta un
tratto significativo della riflessione austiniana, non è il valore intrinseco dell’azione espressa da un
verbo a definire come performativo un atto, ma è il contesto: l’affermazione “io dico di sì” potrebbe
essere un enunciato constatativo nel momento in cui, per esempio, chi l’asserzione esprime la
spiegazione del cenno della testa: si ha quindi un’enunciazione constatativa, poiché descrive
un’azione, non la compie.

CONCLUSIONI

Da quanto è stato sinora detto si può intuire la svolta linguistica operata e messa in atto da entrambi
gli autori, soprattutto e della rilevanza della pratica ordinaria del linguaggio, tanto che il
movimento filosofico che segue la pragmatica: il focus dell’analisi, più che la frase e il suo
significato come “tipo”, è il soggetto parlante, o soggetto agente, nella terminologia di tale
disciplina linguistica, colui, cioè, che compie l’atto linguistico.
BIBLIOGRAFIA

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W. G. Lycan, Philosophy of Language. A Contemporary Introduction, Routledge, Londra, 2000.

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C. Segre (a cura di), Intorno alla linguistica, Feltrinelli, Milano 1983.