Sei sulla pagina 1di 8

FONDAMENTI DEL SERVIZIO SOCIALE

Storia del servizio sociale


Affonda le sue radici ai tempi dei greci con il giuramento di Ippocrate e arriva in Italia nell’immediato secondo
dopoguerra, sotto l’influenza anglosassone e statunitense e con l’apertura delle prime cinque scuole. Le enormi
distruzioni della seconda guerra mondiale contribuirono a determinare un tessuto sociale lacerato dai problemi. Fin dal
1943 furono attuati programmi di sviluppo per le zone e i settori più disastrati. Un aiuto basilare fu quello fornito dalle
organizzazioni internazionali, consistente nella distribuzione di generi di prima necessità e materie prime. A opera
degli Stati Uniti fu istituita l’UNRRA articolata in UNRRA-CASAS e un UNRRA-Tessile, incaricate nella ricostruzione
degli alloggi e della distribuzione di tessuti nelle zone più colpite. Contemporaneamente all’istituzione dell’Assemblea
Costituente si attuava il primo convegno nazionale di studi sull'assistenza sociale, a Tremezzo sul lago di Como, dal
16 settembre al 6 ottobre 1946. Si concluse con una serie di auspici riguardanti oltre che la formazione di un nuovo
professionista, la necessità di una riforma globale dell’assistenza in Italia e delle strutture amministrative, delineando
un decentramento dei poteri dello Stato a livello locale e un coordinamento delle istituzioni preposte all’attività
assistenziale. Il problema sociale più importante fu quello della povertà, infatti nel 1951 il Parlamento affidò a una
commissione parlamentare un inchiesta sula misura e sui mezzi per combatterla. Essa si svolse dal 1951 al 1953
offrendo un quadro desolante della situazione della povertà in Italia. Nel clima di ricostruzione diffuso si avvertiva
l’esigenza di formare nuovi professionisti del sociale capaci di contribuire alla liberazione del bisogno rimuovendo gli
ostacoli costituiti dall’ignoranza, miseria, ecc. Di qui l’idea di istituire delle scuole moderne in cui preparare questi
professionisti riconoscendone il diritto a emanciparsi in tutti gli aspetti della vita. L’apertura delle prime cinque scuole
fu un fatto del tutto privato. Godevano di autonomia e si distinguevano tre tipi di scuole:
1. scuole cattoliche – ONARMO
2. scuole laiche a ispirazione cristiana – ENSISS
3. scuole laiche – CEPAS
Tutte erano accomunate dall’obiettivo di formare una maturità e una consapevolezza dei problemi umani e sociali del
momento. L’insegnamento impartito comprendeva anche una formazione sul campo. I docenti erano professori
universitari, liberi professioni, esperti stranieri. Nasce la figura del monitore che aiuta l’allievo all’integrazione e lo
accompagna nel tirocinio professionale. I primi assistenti trovarono impiego in organismi diversi, aventi finalità di
promozione, sviluppo, assistenza. Le scuole erano frequentate prevalentemente da donne o da adulti in possesso del
diploma di scuola superiore. Il modo e il contesto in cui è nato il servizio sociale in Italia si differenziava
sostanzialmente da quanto è accaduto nei paesi anglosassoni: in essi le stesse strutture di assistenza - COS-Charity
Organisation Societies - sentirono l’esigenza di un nuovo professionista, mentre in Italia nacquero al di fuori
dell’ordinamento scolastico e delle istituzioni dello Stato. La filosofia del neonato servizio sociale non trovava però
riscontro nella cultura e mentalità italiana e inoltre la connotazione femminile fu un altro elemento che non giovò allo
sviluppo della professione. L’impiego degli assistenti sociali si rivelò arduo e difficoltoso, solo alle soglie degli anni
cinquanta gli assistenti sociali poterono contare sull’inserimento in strutture assistenziali che predefinivano il bisogno
in base a criteri assoluti e formali. Gli anni cinquanta sono gli anni dei grandi squilibri. A fronte del famoso miracolo
economico (1958-63) lo Stato non seppe gestire gli effetti e le conseguenze sociali. Di fatto i vuoti e le disfunzioni
del sistema politico economico venivano scaricati al sistema di assistenza. Negli anni cinquanta esistevano tre grossi
sistemi istituzionali accomunati da logiche molto simili:
sistema previdenziale → vennero introdotte i sistemi delle assicurazioni obbligatorie. Spinta che venne dai movimenti
socialisti. Gli Stati Europei decisero di farsi carico dell’assicurazione dei lavoratori. Successivamente andò
sviluppandosi un sistema di previdenza estesa a tutti i problemi sociali. Furono create delle casse mutue, ciascuno
competente per una determinata categoria di lavoratori (INADEL, ENPAS, ENPDEPD);
sistema sanitario → la gestione delle risposte era affidata a un sistema misto pubblico-privato. Questo sistema creava
vari problemi, tra i quali vari atteggiamenti culturali di squalificazione di tutto ciò che era pubblico. Le cause erano
perché tutto ciò che era privato era più pregiato e anche perché all’ente pubblico potevano accedere tutti i quanti;
sistema assistenziale → è un sistema costituito da vari livelli e dimensioni:
piano istituzionale e normativo: competenza assistenziale propria di tutti i ministeri e della presidenza del Consiglio
dei Ministri. Le Province (gestione degli ospedali psichiatrici), i Comuni, la pubblica sicurezza e la polizia femminile, le
prefetture (funzioni di controllo sugli enti assistenziali) e enti assistenziali (ONMI, ECA, IPAB, ecc.). Il criterio primario
di differenziazione degli interventi assistenziali era la categorizzazione giudiziaria dei cittadini. Difatti ogni ente era
preposto a una specifica categoria di persone. Alcune categorie di cittadini rimanevano scoperti. Ciò che accomunava
le diverse istituzioni era la principale preoccupazione di perseguire obiettivi di rispetto formale delle norme.
piano organizzativo: risultava accentrato, verticistico e autoritario. La preminenza della burocrazia tendeva a
trasformare le risposte in meri adempimenti formali. I grossi enti pubblici erano gestiti da funzionari nominati dall’alto
e non per suffragio universale. Gli enti privati non dovevano render conto delle spese e del loro funzionamento. Le
decisione relative alla politica e alle modalità di funzionamento dell'ente erano fortemente accentrate e distribuite in
modo gerarchico dal centro alla periferia. La rigidità e l’impermeabilità delle strutture impedivano qualsiasi tipo di
integrazione.
personale: era costituto prevalentemente da burocrati, la cui competenza e formazione riguardavano unicamente la
lettura e l’interpretazione di leggi e procedure. Altro personale lo ritroviamo nel settore sanitario e soggetti religiosi.
Sia burocrati che religiosi mancano di una specifica preparazione.
prestazioni: la stragrande maggioranza poteva offrire sussidi e ricoveri. I sussidi venivano offerti in denaro o in natura
(generi alimentari). I ricoveri erano quelli più utilizzati.
presupposti e implicazioni politico-culturali: le matrici di fondo sono quella giuridico-burocratica e quella cattolica. Il
sistema di assistenza funzionava da contenitore e da controllore del disagio sociale. L’esiguità delle prestazioni e
l’ottica riparativa rispondevano unicamente a dei bisogni primari da cui erano esclusi altri importanti bisogni come
l’affettività, la dimensione sociale dell'individuo, ecc. Vari erano i criteri di classificazione dei bisogni: per tipo di
bisogno, per specialità professionali, per fasce d’età e per ambito territoriale. L'esiguità delle prestazioni e il ricovero in
istituto producevano però due tipi di dipendenza: continuare a chiedere, perdita di margini di scelta. In questa
situazione, soprattutto verso gli anni sessanta, ci furono vari tentativi di modificare questa impostazione riparativa del
sistema. Es. Adriano Olivetti → Movimento Comunità: contribuzione alla promozione e allo sviluppo socioeconomico
delle aree più disagiate. La formazione delle scuole: fornite di strumenti-metodologici prima inesistenti. Venivano
utilizzate le tecniche provenienti dagli Stati Uniti il casework, il groupwork, community work, anche chiamati metodi
diretti. Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta subentrarono i metodi indiretti della Ricerca del
servizio sociale e dell’organizzazione dei servizi sociali, che costituirono nuove materie di insegnamento. Fu in questo
periodo che fu fondato il processo di professionalizzazione su cui ancor oggi si basa la professione. Dal 1960 al 1968
il sistema previdenziale-sanitario-assistenziale rimase immutato. Con la nascita dei primi movimenti di sinistra ci fu una
sorta di risveglio con l’elaborazione del primo e del secondo piano economico-nazionale, che consisteva in un’idea di
programmazione economica unita ad una programmazione in campo sociosanitario. La partecipazione a convegni
nazionali e internazionali contribuì a spostare il fuoco dell’azione sul caso singolo all’idea di interventi più ampi e più
strutturali in collegamento con altre forze sociali. Lo statuto della professione era ancora debole e scarsamente
riconosciuto. Ciò spinse le scuole a ripensare alle loro finalità formative e alla loro organizzazione didattica. Sentirono
il bisogno di darsi una forma associativa e nacque così nel 1965 l’Associazione scuola italiana di servizio sociale
(ASISS) che rimase in vita fino al 1974. Diedero inoltre vita alle prime riviste specializzate tra cui la “Rivista di Servizio
Sociale”, la “Collana di studi e ricerche” e “Rassegna di Servizio Sociale”. La funzione fu quella di contribuire a inserire
le problematiche del servizio sociale in più vasti ambiti culturali. Negli anni ‘60-’70 l’Italia fu protagonista di rapidi
cambiamenti: nel 1967 fu vara l’istituzione dell’adozione speciale, nel 1968 gli IPAB divennero enti pubblici; nel 1970
approvarono la legge sul divorzio e sullo statuto dei lavoratori. In questo periodo le scuole cercano di ridefinire il
proprio ruolo. Nel 1970 ha inizio il graduale trasferimento di funzioni dello Stato alle Regioni. Per quanto riguarda
l’assistenza, le Regioni più ricche e attive hanno prodotto norme e incentivi per la costruzione di norme adeguate. Per
quanto riguarda la sanità le casse mutue e enti assistenziali vennero liquidati, e con la legge 23 dicembre 1987 n. 833
venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale che prevedeva la ricomposizione organica di tutte le competenze
sanitarie in un unico sistema istituzionale, grosso a livello regionale e comunale. Il territorio nazionale era articolare in
USL (unità sanitarie locali) e in ULSS (unità sociosanitarie locali) che a loro volta erano suddivise in distretti. Fu
introdotta la legge Basaglia che prevedeva la chiusura dei manicomi. Altre leggi furono le l. 1044/1978 asilo nido, l.
151/1975 parità tra coniugi, l. 405/1975 consultori familiari, l. 194/1978 interruzione volontaria della gravidanza, l.
108/1978 accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori. Questi provvedimenti riflettevano una concezione
dell’assistenza come diritto del cittadino. Tuttavia la mancanza di una legge quadro creava vari squilibri: il Sud risultava
svantaggiato e le riforme costavano. Gli assistenti sociali dell’epoca erano spesso impegnati nel lavoro di zona che li
vedeva uniti con l’intento di coordinare interventi e prestazioni dei diversi enti per giungere ad una valutazione più
globale dei bisogni di quel territorio e per poter dare risposte più efficienti. Con l’unione delle forze politiche e
sindacali furono costituiti i consorzi sociosanitari per gestire anche nuovi servizi come quelli di assistenza domiciliare,
di contributi per il minimo vitale e dei consultori familiari. Il comune era diventato il luogo ottimale per il lavoro degli
assistenti sociali, difatti nei comuni avvenne anche la trasformazione del disagio in domanda sociale. Alcune scuole
soprattutto del Nord passarono da una gestione privata ad una gestione sorretta dagli enti locali, diventando
organismi pubblici. Altre scuole intrapresero la strada dell’inserimento nell’università, mentre nel Sud restò tutto
invariato. Sarà l’associazione professionale ASSNAS che negli anni ‘80 si farà carico e lotterà per l’inserimento della
formazione degli assistenti sociali nelle università e l’ottenimento del riconoscimento giuridico del titolo di studio. Gli
anni ‘80 sono un periodo estremamente variegato. Ci fu un primo momento di secondo miracolo economico, ma
contemporaneamente andò gonfiandosi a dismisura il deficit del settore pubblico. Tuttavia si verificano dei fenomeni
aggregativi tra i quali volontariato, cooperazione sociale. Gli eventi di maggiore importanza furono il conferimento ai
Comuni dell’autonomia e la trasformazione degli USL in enti pubblici autonomi regolati dalle Regioni. Nei nuovi servizi
ci fu una forte espansione degli assistenti sociali, furono inseriti in strutture prevalentemente pubbliche che
presentavano però una serie di punti deboli. Tutto ciò tende a provocare una crisi di identità degli assistenti che
vengono spinti in due direzioni: sviluppare dall’interno una costruzione tecnica e metodologica più forte e premere
all’esterno per una legittimazione e un riconoscimento giuridico della professione, che sarà raggiunta con
l’emanazione del D.P.R. 15 GENNAIO 1987 N. 14. nello stesso periodo i docenti facenti capo le scuole italiane si
organizzarono nell’Associazione italiana docenti di servizio sociale AIDOSS, che si proponeva di sviluppare
l’elaborazione culturale specifica del servizio sociale e di tutelare l’insegnamento delle materie professionali e la
conduzione dei tirocini. Con molte pressioni, l’ASNASS riuscì ad ottenere, con la l. 23 MARZO 1994 N. 84, l’istituzione
dell’albo professionale, cui fece seguito nel 1998 l’emanazione del Codice di Deontologia professionale dell’assistente
sociale. Nel 1990 la riforma Ruberti prevede la soppressione delle scuole nazionali dirette a fini speciali o la loro
trasformazione in corsi di diploma universitario. Con il decreto ministeriale 3 novembre 1999 n. 509 fu data la
possibilità di accedere a tutti i livelli della preparazione universitaria, istituendo il corso di laurea triennale in Scienze
del Servizio Sociale. All’affacciarsi del 2000 viene approvata la legge 328/2000, legge quadro per la realizzazione del
sistema integrato di servizi sociali i cui punti essenziali sono:
- proclamazione di principi generali per coloro che versano in condizioni di maggiore difficoltà;
- definizione del sistema di finanziamento;
- concezione delle risposte come servizi alle persone e alle famiglie;
- programmazione degli interventi e partecipazione dei cittadini;
- collaborazione tra pubblico e privato regolata dal Comune.
Il D.M. 22 ottobre 2014 n. 270 ha sancito la trasformazione delle lauree specialistiche in lauree magistrali. Nel 2005 è
stato introdotto il primo dizionario di servizio sociale.
Servizio sociale
A livello terminologico il servizio sociale presenta due problemi:
1. tutto ciò che concerne il sociale comprende molteplici significati;
2. la traduzione di social work continua a essere tradotto come “servizio sociale” e non come “lavoro sociale”;
Nel servizio sociale c’è la figura dell’assistente sociale che è colui che realizza questo servizio. Aiuta gli utenti ad
utilizzare in modo valido le risorse disponibili e a sviluppare autonomia. Poi ci sono i servizi sociali che sono strutture
che erogano determinate prestazioni per rispondere ai bisogni socio-assistenziali delle persone.
Configurazione professionale-Approccio di Greenwood
In tale approccio c’è una presenza intensiva e simultanea di cinque attributi:
1. abilità superiore → area che si avvale di una teoria esplicita e condivisa e dell’applicazione di un metodo scientifico;
2. autorità professionale → preminenza del professionista verso la soggettività e le idee del cliente;
3. sanzione della comunità → riconoscimento dell’utilità sociale dell’attività di professione;
4. un codice di regole etiche → assicura l’affidabilità delle prestazioni professionali;
5. appartenenza ad associazioni di categoria → appartenenza ad organismi di tutela e di controllo sull’operato dei
prof.
Modelli di risposte
Esistono molteplici tipi di risposte ed interventi e di soggetti preposti a rispondere ai bisogni. Vari possono essere i
criteri di classificazione e storicamente si possono individuare due modelli di risposta:
1. modello solidaristico → presuppone il concetto di “solidarietà sociale-2 che spinge a unirsi, a cooperare. Implica si
il riconoscimento di un noi, segno di appartenenza e di identità, sia un comune spontaneo dovere di responsabilità
verso chi sta male. La risposta è sempre un dono che presuppone però reciprocità;
2. modello assistenzialistico → nasce man mano che gli uomini si organizzano in società sentendo il bisogno di darsi
delle regole per garantire a tutti la sopravvivenza e il vivere sociale. Le risposte del modello assistenzialistico sono la
giustizia e/o un diritto. Il suo obiettivo primario è di essere di supporto agli obiettivi sociali che una società organizzata
si dà. Abbraccia varie forme di aiuto:
- previdenza: considera il bisogno come un rischio, quindi si occupa di problemi sociali che si prevede possano
verificarsi. Le proprietà delle risposte previdenziali sono l’automaticità e la non discrezionalità delle prestazioni;
- beneficenza: si concretizza in un’elargizione discrezionali a chi ha bisogno. Presuppone liberalità nel donare e
passività nel ricevere;
- assistenza in senso stretto: insieme di prestazioni, di leggi, strutture, soggetti volti a consentire un aiuto
organizzato per superare situazioni di svantaggiato. Il presupposto è l’esistenza di un’organizzazione, anche minima,
che consenta l’aiuto.
- sicurezza sociale: può essere considerata un superamento del modello assistenzialistico, a ciascuno viene assicurato
ciò di cui ha bisogno per condurre una vita dignitosa dalla culla alla tomba;
- sistema integrato di interventi e servizi sociali: è in realtà lo sviluppo più recente del sistema di assistenza vigente
in Italia. Ha la finalità di rendere esigibili i diritti proclamati dalla costituzione attraverso la creazione di servizi e
interventi tra loro integrati su base locale e l’individuazione dei livelli essenziali di assistenza.
Bisogni e risposte
Le forme e i contenuti delle risposte variano a seconda della concezione che ci dà risposta ha dei bisogni e dei
problemi delle persone.
- lettura del bisogno come un fatto magico → visto come evento extra-naturale. La risposta è l’esorcismo, condanna
eretici;
- lettura del bisogno come fatto sociale → povertà=malattia. Le risposte diventano preoccupazione degli Stati, che
predispongono interventi assistenziali diversi a seconda del tipo di stato delle diverse politiche;
- lettura del bisogno come fatto morale → implica un giudizio morale che è un giudizio ben lontano da una valutazione
del bisogno come patologia a sofferenza. Il tipo di risposta è il ricovero;
- lettura del bisogno come diritto → il sistema di risposte ritiene proprio dovere e responsabilità intervenire e i suoi
obiettivi tenderanno verso la realizzazione di una giustizia sociale;
- lettura del bisogno come fatto amministrativo-formale → valutato unicamente per la sua aderenza o meno a
determinate norme di base alla loro qualifica giuridica.
È importante parlare di bisogni perché l’assistente sociale ha per proprio oggetto di studio e di intervento i bisogni
non soddisfatti e perché la possibilità di definire la natura e le caratteristiche del concetto di bisogno consente al
servizio sociale di precisare sia gli obiettivi sia i riferimenti valoriali. Chi ha bisogno di conoscere i bisogni è
solitamente un soggetto esterno che ha il problema di identificare il tipo di bisogno per poter poi individuarne la
soluzione. La conoscenza e la definizione del bisogno possono essere molto diversi a seconda che vengano condotte
da un osservatore esterno o da colui che il bisogno lo vive. È inevitabile che si instauri una relazione tra i due soggetti.
Possono crearsi due tipi di relazione:
- relazione di induzione → il soggetto esterno fa prevale la sua visione del bisogno, attribuendo al soggetto interno la
titolarità di un bisogno che non potrebbe neanche avere, colonizzazione, definizione arbitraria del bisogno;
- relazione di sviluppo → esistenza di un rapporto biunivoco, reciproco tra i due soggetti, che dà la possibilità al
soggetto interno di inviare a sua volta dei feedback al soggetto esterno per aiutarlo a definire il bisogno.
DEFINIZIONE GENERALE DEL BISOGNO → mancanza, carenza di qualche cosa, di un bene, di un oggetto;
DONATI → mancanza di un bene necessario al soggetto agente;
GASPARINI → risulta definito come tensione di un organismo, o individuo, o gruppo, orientato a individuare una
concreta soluzione che ricostruisca un equilibrio compromesso di una carenza.
Queste definizioni tengono distinte le condizioni di uno stato e un oggetto: questo consente di sottoporre ad analisi i
complessi fattori che concorrono a determinarle. Altri autori nel definire il concetto di bisogno utilizzano un approccio
funzionalista, ovvero distinguono i bisogni legati alla sopravvivenza dai bisogni più sociali:
MCCLELLAND → riproduce a livello macro-sociale i vari stadi dello sviluppo psicologico del bambino; distingue i
bisogni in bisogni di affiliazione, di potere, di acquisizione e di successo;
MASLOW → distingue i bisogni in bisogni primari o naturali, secondari o della sicurezza personale e sociale,
superiori o di autorealizzazione. Critica: i bisogni primari se non soddisfatti non permettono di avvertire i successivi;
MARX → considera il bisogno come prodotto sociale, determinato dal sistema economico-strutturale della società.
Distingue i bisogni in bisogni radicali ( si aspettano un mutamento radicale del vivere e delle strutture sociali) e in
bisogni solvibili (trovano nel mercato, nelle istituzioni una risposta). Pone al centro della sua ottica il sistema sociale e
le istituzioni che sono i reali soggetti del bisogno;
HELLER → ritiene che non tutti i bisogni possano essere contenuti dalle istituzioni, occorre anche una rivoluzione nella
vita quotidiana delle persone. Inserisce nella definizione di bisogno le componenti quali: aspirazione, desiderio
cosciente, intenzione. L’oggetto di tale aspirazione è sempre socialmente determinato ed è un prodotto sociale;
DE LAUWE → distingue i bisogni in bisogni-obbligo (attinenti alla sfera bio-fisiologica, sociale e culturale) e in
bisogni-aspirazione (legati ad una concreta classe sociale e anche a come ciascuno si rappresenta). Rappresentano
una tensione continua che sempre si riforma;
ERIKSON → distingue i bisogni in bisogni oggetti e soggettivi. Distinguerli permette di far emergere la coscienza
sociale (variabile di intervenire di primaria importanza), che trasforma i bisogni oggettivi in soggettivi e permette di
evincere la domanda sociale.
Le varie classificazioni dei bisogni si diversificano a seconda delle impostazioni ideologiche, delle diverse visioni della
società. Bertin presenta una schematizzazione delle maggiori teorie al fine di confrontarle e rileva che le maggiori
diversificazioni riguardano l’oggetto e la consapevolezza soggettiva; mentre le compatibilità riguardano i fattori
sociali che determinano il bisogno e il cambiamento del bisogno con il mutare dei fattori sociali. Nella relazione tra
bisogni e risposte la rivelazione di quel bisogno è sempre inquinata dalle stesse risposte. l’unica possibilità di avviarsi
ad un cammino di conoscenza di bisogno è quello di considerare i soggetti portatori del bisogno. un’altra importante
considerazione riguarda il concetto di solvibilità: è necessario stabilire quanti e quali bisogni possono essere risoluti,
lasciando altri bisogni scoperti. Se questi ultimi continuano a premere, mettendo a rischio la pace sociale, le istituzioni
possono ricorrere una sorta di giustificazione che l’esime dall’occuparsene (delegittimazione ideologica dei bisogni).
Caratteristiche del bisogno (NEVE)
- soggettività → in base alla definizione generale del bisogno si evince una prima caratteristica del bisogno è la
soggettività. Soggettività in più sensi. Non esiste bisogno senza un soggetto che ne è titolare; ognuno vive in modo
diverso, appunto soggettivo, i bisogni,ciò che è soggettivo nel bisogno è anche il significato che ognuno gli dà;
- globalità → esso va inquadrato nella dimensione di unitarietà con cui le persone vivono. È fondamentale in rapporto
ai meccanismi di risposta;
- storicità/dinamicità → i bisogni cambiano col mutare del tempo, dei fattori sociali, delle persone stesse.
Domanda
Della domanda si possono osservare e analizzare i contenuti, le modalità e le forme di espressione. È influenzata da
molti fattori, anche esterni alla soggettività delle persone. Una volta formulata la domanda c’è da chiedersi a quali altri
fattori sia legato l’ottenimento della risposta. Bertin individua tre momenti dalla percezione del disagio all’ottenimento
della risposta:
- percezione del disagio → significa avvertire una discrepanza tra uno stato o una condizione attuale e uno stato cui si
aspirerebbe o in cui si vorrebbe trovare. Una volta percepito scatta un meccanismo di attribuzione di significato a quel
malessere, tanto da regolare il tipo di aspettative;
- formulazione della domanda → non è detto che il soggetto formuli automaticamente una richiesta. Può di fatti
succedere che subentrino fattori che inducono il soggetto a rinunciare alla ricerca di una risposta. Succede infatti che
siano altri soggetti che segnalano uno stato di bisogno di un individuo o gruppo. Sarà allora necessario procedere
attraverso la verifica di ipotesi che si rifanno a delle evenienze, per appurare se esiste un problema e chiedersi perché
il soggetto non abbia formulato una richiesta;
- ottenimento della risposta → non è automatica, poiché sarà necessario ridefinire e precisare la domanda formulata
e perché chi è deputato a rispondere è soggetto ad altri processi per essere in grado di dare risposta adatta.
L’ottenimento della risposta è quindi la risultante di un duplice processo.
Esistono vari tipi di domanda e de Sandre ne classifica 3:
1. domanda tecnica → viene rivolta individualmente ai servizi, mira all’ottenimento della risposta attraverso processi di
codifica da parte dell’istituzione;
2. domanda sociale → elaborata da aggregati di popolazione che pressati da un disagio comune, prendono
progressivamente coscienza del loro malessere, lo socializzano ed elaborarono richieste che vanno al di là di ciò che le
istituzioni offrono;
3. domanda politica → traduzione della domanda tecnica e sociale. Viene formulata da particolari soggetti che sono
direttamente a contatto con il governo degli apparati di risposta e che hanno potere e strumenti per interpretare il
disagio collettivo e trasformare determinati obiettivi in servizi.
Principi e valori
È essenziale parlare dei valori perché l’apparato valoriale costituisce uno degli attributi essenziali perché una pratica
sociale possa dirsi effettivamente professione. La matrice filantropica con cui il servizio sociale nasce fu il motore su
cui sono andati innescandosi successivamente teorie e metodi di intervento. La professione deve avere un’identità
forte in quanto caratterizzata da valori universalistici, che sono presenti in ogni relazione umana e che mettono al
riparo da facili rischi sia di enfatizzare la strumentazione tecnica, sia di attribuire un valore assoluto, fine a se stesso,
alla norma giuridica. Ciò che accomunava i primi fautori del servizio sociale fu l’adesione ai nuovi valori della
democrazia, influenzati da un ottica americana più pragmatica, con la conseguenza che fin dall’inizio le scuole di
servizio sociale addestravano gli allievi ad una rielaborazione personale dei valori. I valori sono necessari per valutare
la bontà o meno delle nostre azioni professionali e traducibili poi in più concrete linee guida. Danno un senso alle
nostre azioni. l’interpretazione valori è un operazione che si colloca al primo livello del discorso sull’etica. Heller difatti
sostiene che l’etica comprende tre livelli d’analisi
1. interpretazione dei sistemi di valori
2. sistemi di regoli che ne possono derivare
3. trasformare dei valori in atteggiamenti e comportamenti coerenti
Nel momento di tradurli in atto possono porre seri problemi di scelta fra varie possibilità.
Il sistema di valori che il servizio italiano privilegia sono:
- considerazione e fiducia nella dignità di ogni essere umano;
- credere nell’integrità di ogni essere umano;
- credere nel valore dell’uomo equivale anche a credere alle sue infinite potenzialità;
- credere nell’essere umano come titolare di diritti fondamentali;
- la convinzione che ogni essere umano è unico e irripetibile.
Dal riconoscimento di questi valori riferiti a ogni essere umano deriva il valore dell’uguaglianza fra tutti gli uomini. Dal
contesto culturale americano il servizio sociale ha tratto numerosi sistemi di valori, ricavandone una serie di principi
fondamentali tra i quali il riconoscimento dell’autodeterminazione, di responsabilità, autonomia.
Autodeterminazione
Primo valore nominato dal codice deontologico. Significa “atto con cui l’uomo si determina secondo la propria legge,
in assoluta indipendenza da cause che non sono in sue potere”. Il riconoscimento di questo diritto presuppone altri
due concetti: essere persona autonoma e libertà. Autodeterminarsi significa scegliere, decidere tra alternative possibili
e reali. Può autodeterminarsi chi non è soggiogato dal dominio di un altro e dal controllo sulle persone inteso come
repressione o costrizione fisica/psicologia. Diverso dal controllo dei processi, cioè regolare rapporti, scelte e
strategie, in questo caso non è lesivo all’autodeterminazione.
Rispetto
Dalla fiducia nella dignità e integrità di ogni essere umano discende il prinicpio del rispetto della persona, cioè
considerare che ogni cosa la persona fa, dice, pensa ha un valore. Sentirsi rispettato è il primo segnale, la prima
condizione, per una possibile riabilitazione.
Accettazione
Una conseguenza del rispetto della persona è la sua accettazione per quello che è e allo stesso modo non significa
darle ragione: accettare significa con – prendere, prendere con sé.
Valorizzazione delle risorse
è complementare al valore dell’accettazione. Valorizzare le risorse fa si che durante un intervento la cura si incentra
sul potenziamento di qualità a partire dalla prima risorsa la persona stessa.
Individualizzazione e personalizzazione degli interventi
Derivano dal valore dell’unicità e irripetibilità delle persone:
- individualizzazione → è l’adeguamento degli interventi alla particolare situazione ogni persona con un utilizzo
differenziato delle prestazioni dell’ente ed una promozione di risorse differenziate;
- personalizzazione dell’intervento → rivolte ad un soggetto pensante dotato di intenzionalità, al quale non si può non
richiedere la partecipazione attiva e il controllo sullo stesso intervento di aiuto.
Rispetto e promozione dell globalità della persona e dei bisogni, e della continuità tra bisogni individuali e
bisogni sociali
Derivano dalla concezione di integrità e unitarietà di ogni essere umano.
Rispetto e promozione dell’uguaglianza
Deriva dalla convinzione che tutti gli essere umani sono uguali. È un principio traducibile in una serie articolata di
indicazioni operative tendenti a privilegiare l’una o l ‘altra gerarchia di valori
Riservatezza
Tende a tutelare la privacy delle persone e garantisce il rapporto fiduciario che si instaura tra cittadini e istituzioni.
L’obbligo delle segreto è stato sancito anche per gli ass. sociali con la l. 3 aprile 2001, n. 119.
Autodeterminazione nell’intervento
Fin dalla richiesta di aiuto il primo compito dell’operatore è quello di mettere la persona in condizione di recuperare
qualche dose di autodeterminazione nell’aspettarsi e nell'acconsentire l’aiuto. Bisogna procedere per continui
feedback. In questo processo l’operatore non deve sostituirsi alla persone in certe scelte e decisioni al fine di
responsabilizzarle. Il lavoro dell’assistente sociale consiste anche nel fare in modo che l’autodeterminazione di alcuni
venga ricalibrata, razionalizzata e limitata per fare spazio alla voce dei più deboli. Questo principio richiede anche che
lo stesso operatore sperimenti su di sé capacità di autodeterminazione.
Valori e principi anni ‘50-’60
Il sistema istituzionale preposto in Italia a rispondere ai problemi rifletteva ben altri valori. Gli assistenti sociali furono
addestrati dalle scuole ad assumere atteggiamenti di neutralità e di apoliticità nei confronti dell’ente. L’applicazione dei
valori e principi poté funzionare quasi esclusivamente nel rapporto diretto quotidiano con l’utenza.
Valori e principi anni ‘70-’80
È il territorio l’elemento che può saldare i bisogni e le risposte, consente di ricomporre in un’ottica unitaria le
dimensioni individuali e sociali del disagio, le dimensioni personali e sociali delle risorse. L’attribuzione ad un unico
ente della titolarità anche delle competenze assistenziale e sanitarie supera la settorializzazione in cui versava il
vecchio sistema ass. ma contemporaneamente rispetta altri valori. Il succedersi di nuove leggi di riforma lungo gli anni
settanta allargò la tutela di vari diritti dei cittadini, si sviluppa una concezione dell’assistenza intesa come servizio.
Caratteristiche del servizio dovevano essere: apertura al territorio e agli ambienti naturali di vita delle persone;
elasticità organizzativa; trasparenza riabilitativa. L’applicazione è condizionata dalle scelte organizzative che le singole
realtà vanno facendo.
Valori e principi anni ‘90 ad oggi
Nella legge 328/2000 viene definito il ruolo dell’integrazione. Il rispetto della persona diventa uno dei cardini delle
politiche sociali e sociosanitarie. In valore dell'uguaglianza trova attuazione con la rimozione degli ostacoli che
possono impedire o rendere difficile l’accesso ai servizi. Anche il principio di sussidiarietà contribuisce a garantire
qualità e unitarietà delle risposte. Assume anche un valore etico la necessità di consolidare teorie, esperienze,
attraverso lo studio, la ricerca e la formazione.
Obiettivi
Non sono agevolmente misurabili e verificabili empiricamente. Contribuiscono molto a definire l’identità e la specificità
del servizio sociale. La loro definizione è più problematica dei valori. Nelle definizioni di servizio sociale si da più
importanza alle funzioni dell’assistente sociale piuttosto che agli obiettivi.
CIOLFI E MILANA → l’assistente sociale aiuta le persone a sviluppare autonomia nell’uso delle risorse sia personali che
sociali;
PONTICELLI, BIANCHI → l’assistente sociale lavora perché il sistema di risposte sia tale da promuovere autonomia
nelle persone. Fine ultimo quindi è quello che di far sviluppare autonomia nelle persone.
Autonomia
Ha a che fare con l’identità della persona e si sviluppa nella relazione con gli altri. Significa conciliare le regole proprie
con quelle degli altri e della società.
Risorsa
Compensa il bisogno; non è necessariamente connessa al bisogno; è sinonimo di capacità, mezzo, strumento,
potenzialità.
Oggetto di studio e di intervento del servizio sociale
Il servizio sociale si occupa dei problemi che nascono da una relazione distorta, carente tra persona e ambiente. Il suo
obiettivo è la modifica della persona che deve incidere nella realtà sociale per la risoluzione dei suoi problemi, e la
modalità della società perché questa possa avvenire con i diretti interessati. Tra persona e ambiente c’è una relazione
sistemica, di reciprocità. Di questa relazione al servizio sociale interessa l’intersezione bisogni-risorse. Ferrario perla di
ambiente nutritivo qualora produca sufficienti risorse, e di ambiente stressante qualora metta in crisi le persone.
Tipologia e dimensioni dei problemi di cui si occupa
Problemi o fatti di vita non ancora classificati all’interno di specifici settori; problemi come rottura dell’equilibrio tra
persona e ambiente. Nascono dal cambiamento e lo attivano, hanno un effetto rivelatore rispetto alla vita dei soggetti
e al loro ambiente.
Obiettivi nella storia italiana
Fin dall’inizio il servizio sociale aveva un’ottica unitaria individuo-ambiente. Accanto alla latitanza dello Stato rispetto a
una reale politica sociale, si è potenziato e ampliato il sistema di assistenza, aumentando le funzioni riparative e la
frantumazione organizzativa. Agli assistenti sociali negli enti assistenziali non rimaneva che concentrarsi sulle risorse
personali degli utenti, avvallando la distanza tra persone e ambiente e riuscendo, al massimo, a ricucire i legami tra la
persona ed il suo ambiente immediato. Anche lungo gli anni sessanta il sistema assistenziale continuava ad espandersi
in assenza di riforme strutturali, separando così aspetti personali e aspetti sociali nel modello di intervento. Il
sessantotto teorizza che i problemi sociali sono la conseguenza diretta delle disfunzioni strutturali dell’intero sistema
socioeconomico e politico. Il grosso salto di qualità arriva con il decentramento politico-amministrativo e le riforme
degli anni settanta. Il valore del territorio fa sì che l’aiuto si concretizzi in veri e propri servizi per la tutta la
popolazione, coerenti con il valore del rispetto, elastici e aperti. L’autonomia delle persone, fino ad allora, aveva avuto
bisogno sia di risorse personali che di risorse socio-ambientali per diventare effettiva. Lo scenario degli anni ottanta
diventa più ricco e contemporaneamente complesso. In questo contento riprende vigore l’interesse tecnico-
metodologico orientato in terni unitari. Col tempo, fino agli anni novanta e duemila, è diventato sempre più chiaro che
non è pensabile un intervento incentrato unicamente sulle capacità personali. Oggi l’obiettivo di rispettare i diritti
soprattutto dei più deboli, e di responsabilizzare la comunità locale, oltre che gli stessi portatori di bisogno, è
ancorato ad un sistema legislativo che crea un supporto importante per la professione.
Criteri guida del lavoro dell’assistente sociale
- tridimensionalità dell’intervento → Ferrario ne parla con riferimento ad azioni indirizzate sia alla persona in stato di
bisogno, sia all’organizzazione di appartenenza dell’assistente sociale, sia al territorio e ai suoi soggetti. Si tratta di
concepire un intervento che si sviluppa contemporaneamente su diversi aspetti;
- ottica bifocale → non solo tra persona e ambiente, ma anche tra individuo e i suoi contesti di vita spesso in conflitto,
tra cittadino e istituzione, tra interessi individuali specifici e interessi collettivi, ecc;
-enfasi sulle risorse → se idealmente le persone potessero contare su risorse sempre più adeguate, se la caverebbero
da sole, senza bisogno dell’assistente sociale. Ciò che è risorsa è sia strumento per un aiuto efficate, sia esso stesso
oggetto e bersaglio di intervento. Il servizio sociale lavora con/per le risorse e deve:
- reperire risorse: spesso non sono immediatamente visibili;
- attivare risorse: vanno motivate, incoraggiate, valorizzate;
- sviluppare risorse: sia quantitativamente che qualitativamente, che significa sviluppare autonomia;
- trasformare risorse: perché mal utilizzate o mal funzionali e di conseguenza ciò che dovrebbe essere risorsa è visto
come problema.
Alcune precisazioni sulle funzioni del servizio sociale
Il problema del funzionamento persona-ambiente,viene letto come prodotti di schemi cognitivi formatisi
essenzialmente attraverso l’apprendimento dall’esperienza. Goldstein lo chiama apprendimento sociale o
esperienziale, e anche l’intervento diventa un’esperienza di apprendimento sociale. Quello dell’assistente sociale è un
ruolo socio-educativo e anche educativo-promozionale che sottolinea sia il valore di apprendimento sia il valore di
attivazione e promozione di risorse. La preoccupazione dell’assistente sociale è quella di far fare esperienza alle
persone accompagnando tali esperienze con appropriate riflessioni, feedback, verifiche. Le attività qualificanti
dell’assistente sociale e le modalità generali di approccio degli interventi possono essere sintetizzate in:
- Funzione di connessione tra cura-prevenzione-riabilitazione
- Funzione di connessione tra studio-ricerca-valutazione-azione
-Funzione di connessione, coordinamento, integrazione di interventi e di risorse.
Il lavoro con l’organizzazione
Quello dell’assistente sociale è un ruolo di <<guida relazione>> alla produzione di solidarietà sociale e alla
riconnessone tra bisogni individuali-sociali e risposte individuali-collettive. La stretta interdipendenza tra assistente
sociale e organizzazione in cui opera è una relazione dinamica da gestire. La relazione tra assistente sociale e
organizzazione istituzionale consiste:
- continua ricerca di compatibilità tra valori e scopi del servizio sociale e anche quelli dell’organizzazione;
- sviluppo di strategie di negoziazione con l’organizzazione per contribuire a calibrare modalità e scelte di risposta
adeguata;
- esercizio di controlli.
I confini del servizio vanno letti e utilizzati dall’assistente sociale come dispositivi di complementarietà. l’assenza di
feedback con il territorio produce “inquinamento”, mentre la finalità ultima del sistema dei servizi e di ridare
soggettività e protagonismo alla comunità territoriale.
Deontologia professionale
insieme delle regole comportamentali che si riferisce a una determinata categoria personale. Talune professioni
devono rispettare un determinato codice comportamentale, il cui scopo è impedire di ledere la dignità o la salute di
chi sia oggetto dal loro operato. Dalla violazione di questo discenderebbe un danno anche alla collettività degli
esercenti della professione, in termini di perdita di credibilità pubblica.