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“Abasso l'Itagliano”

GENNAIO 2011
“ABASSO L'ITAGLIANO”

Voglio parlare di lingua, e del modo in cui la stiamo cucinando. Tanto per essere chiari io so di non
conoscere l’italiano come vorrei: è troppo difficile, troppe regole e penso siano pochi a conoscerlo
totalmente, a parte qualche straniero.
Ma mi piace! Mi piace il congiuntivo, mi piace la grammatica, l’ortografia, la sintassi. Mi piace
confondermi nell’antro della punteggiatura, nelle irraggiungibili “consecutio”, nella costruzione di
periodi complessi a volte incomprensibili. Mi piace giocare con le parole, scoprirne l’etimologia e i
significati, l’uso che se ne fa e quello che se ne faceva. Mi piace scrivere, mi piace comporre, mi
piace leggere, mi piace comunicare.
Mi piace l’italiano.

Intanto, solo per gradire, inizierei con una considerazione: in Italia, quando non riusciamo a fare le
cose, non è che che ci sforziamo, ci diamo da fare per riuscirci, le eliminiamo. Quando al mio
meccanico raccontai che ogni volta che andavo un campagna, una buca provocava un brutto rumore
alle sospensioni, quel grande saggio pontificò: “Riempi la buca!”
Certo la lingua, come tutto, evolve. Ormai, termini di altre lingue si sono talmente insinuati nella
nostra che ne costituiscono assolutamente una parte considerevole e acquisita. Ma credo ci debba
essere un limite. Non è accettabile che se non conosciamo le regole della lingua decidiamo che
diventi lecito storpiarla anziché impararle. Il linguaggio di un popolo è l’espressione della cultura di
quel popolo. Ne rappresenta l’identità, l’unità: attenti a non distruggerla. Qualche anno fa si cercava
di valorizzare il dialetto per non perdere una cultura popolare importantissima e unica; oggi i
dialetti, o lingue locali, vengono usati come armi per dividere le genti, per emarginare, per
discriminare. Salviamo l’italiano! Tutti noi, popolo di poeti, santi e navigatori, di cultura millenaria,
non cediamo la nostra storia e la nostra cultura ad una momentanea e deprecabile “levata di
ignoranza” da parte di chi invece l’identità nazionale dovrebbe perseguire come scopo. Dobbiamo
aver rispetto per noi stessi, anche se è difficile crederci se ci basiamo su quello che sentiamo e
quello che leggiamo.
Ricordo l’uscita del ministro dell’Istruzione Francesco D’ Onofrio il quale, intervistato dal Tg2
sulla soppressione dei licei, disse: “Vorrei che ne parliamo“. Non occorre essere dei puristi per
sentire che ‘sta frase “stride”. Ma per fortuna ci sono le nuove generazioni che salveranno la
situazione. Come ad esempio la non tanto remota notizia che i candidati del concorso per un posto
di funzionario di settimo livello presso il comune di Orbetello, riservato ai laureati in
Giurisprudenza, sono stati tutti bocciati, o meglio non sono stati ammessi agli orali. La causa?
Stupidaggini: terza persona del verbo avere senza la “h”, “s” al posto della “z”, frasi senza il
soggetto, tempi sbagliati, anomala scritto “a nomala”, ragazzi scritto con una “z” sola, superficie
senza la “i”.
Come pure, su di un giornale locale, che non nomino per pudore e per vergogna, leggo un articolo
su di un lupo ucciso e appeso ad un palo: …”La carcassa è stata recuperata dal personale veterinario
dell’ASL, sul quale saranno effettuati gli esami del DNA per individuare con esattezza la specie.”
Oppure la lettera di quel funzionario comunale il quale mi concede udienza in date prefissate e
“previa appuntamento”.
La lingua è una convenzione, fatta per capirci. Ha bisogno di regole a cui attenersi,
necessariamente, in caso contrario verrà meno alla sua funzione, dando vita ad una immensa, nuova
e irreversibile Torre di Babele, dove nessuno capirà nessuno, nemmeno sé stesso.
E se continuiamo così, coltivando l’ignoranza come fosse un pregio di cui vantarsi, l’unica speranza
di salvare l’italiano ci verrà, come ho detto all’inizio, dallo straniero, che studia e parla la lingua
come si deve e che, bontà sua, forse un giorno ce la insegnerà (o ce la “imparerà”? … mah!).
(Nota Bene) N.B.: o (Post Scriptum) P.S.: Prima che sia troppo tardi:
1. I puntini di sospensione devono essere tre, non due o a piacere: sì (…); no (.. /……/
………/)
2. “Perché” e non “xké”
3. “Comunque” e non “cmq”
4. “Ti voglio bene” e non “tvb”
5. “Non” e non “nn”
6. Se penso o credo… devo usare il congiuntivo. Es.: “Credo che sia giusto”.
7. Se sono sicuro… devo usare l’indicativo. Es.: “So che è giusto”
8. “Ci sei?” e non “C6?”
9. Ecc. ecc.
Senza offesa eh! Vvtb! Cc!

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