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Storia.

Piemonte
Nicola Crepax

Giugno 2005
Testo per Storiaindustria.it

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Ad esclusivo uso didattico. Gli altri diritti riservati.
Storia. Piemonte

1. Prima dell’industrializzazione
La Fiat viene fondata nel 1899, la Olivetti nel 1908: durante la belle époque l’economia piemontese
si trasforma con l’irrompere di un sistema di grandi imprese impegnate in produzioni di nuovo tipo,
come la moderna industria meccanica e quella elettrica. Anche le industrie di prodotti tradizionali
come le stoffe di cotone e di lana o quelle alimentari mutano il proprio assetto diventando più
grandi e complesse. Le città, intanto, cambiano volto: fabbriche e uffici; case operaie e tramway;
biciclette e illuminazione elettrica. Questo sviluppo, che nell’arco di pochi anni pone l’economia
piemontese alla testa dell’industrializzazione del paese, è l’esito di due diversi stimoli: da un lato, la
nascita delle nuove imprese rappresenta una positiva reazione all’evoluzione economica e sociale
in atto, nello stesso periodo, oltre le Alpi; dall’altro, si presenta come il frutto di un lunghissimo,
secolare processo di modernizzazione delle strutture produttive regionali. Questo processo di
lungo periodo si articola in due sequenze principali: l’ampia fase, tra il sedicesimo e il diciottesimo
secolo, in cui anche il Piemonte, pur non del tutto isolato, sconta il progressivo allontanamento
della penisola dalle grandi correnti europee di sviluppo economico e sociale; una seconda fase
ottocentesca, quando nel Regno di Sardegna, soprattutto durante il decennio cavouriano, e, in
seguito, durante i primi anni dello stato unitario, iniziano a ripercuotersi le dinamiche innescate
dalla rivoluzione industriale europea e si pongono le basi per l’industrializzazione dell’economia
regionale; è l’avvio di un percorso accidentato e contraddittorio, che vede tra l’altro Torino perdere
definitivamente il ruolo di capitale.
Il progressivo superamento del sistema economico rinascimentale rappresenta per il Piemonte,
rimasto ai margini del grande sviluppo manifatturiero avvenuto nel quadrilatero Milano-Venezia-
Firenze-Genova, un fenomeno graduale durante il quale non si interrompono i rapporti
internazionali a lungo coltivati dall’economia regionale e che anzi vede via via i diversi sistemi
locali sviluppare capacità di adattamento nei confronti dello spostamento del centro dell’economia
mondiale verso l’Europa nord-occidentale.
Nella regione sub-alpina l’evoluzione dell’artigianato urbano porta a due fenomeni diversi, che
definiscono gli assetti economici complementari delle aree urbane e di quelle rurali. Nelle città, e in
particolare a Torino, i cui abitanti raddoppiano nel Seicento, superando la soglia di 40.000 a fine
secolo e aumentano a ritmo ancora maggiore durante il settecento, crescono di numero le
botteghe artigiane che rispondono alle necessità dei consumi urbani e il cui lavoro resta a lungo
coordinato dalle potenti corporazioni cittadine: tessiture, sartorie, calzolerie, mulini, macelli, forni,
falegnamerie, produttori di carrozze, lavoratori edili creano un tessuto di minuti e operosi opifici che
animano l’economia urbana.
In campagna si sviluppano invece le produzioni tessili, la voce più importante della produzione
manifatturiera preindustriale: le tele di lino e canapa, gli ancora rari fustagni di cotone, le stoffe di
lana sono destinati ai mercati locali e vanno sostituendo almeno in parte i manufatti importati. É
però la produzione del preziosissimo filo di seta a caratterizzare l’espansione manifatturiera nelle
campagne della regione fino ad improntarne l’intera economia perché fornisce un contributo
assolutamente preponderante alle esportazioni del Regno. La straordinaria crescita della
produzione del filo di seta si integra con il lavoro nei campi: ampie aree agricole, soprattutto nelle
colline, trovano, in questa evoluzione, insperate occasioni di reddito aggiuntivo al lavoro agricolo,
mentre l’aumento della domanda del semilavorato serico da parte delle tessiture europee (tra le
quali emerge il polo lionese, collegato con le grandi corti europee e in particolare con Parigi)
accompagna e sostiene la sempre più ampia diffusione dell’allevamento del baco; nel corso del
Settecento quest’ultimo rappresenta, insieme alla coltivazione della vite, la differenziazione tipica
per gli agricoltori piemontesi.
Nelle colline una quota crescente degli abitanti delle campagne, senza abbandonare la comunità
contadina di appartenenza, si trova impegnata periodicamente in opifici che, a intermittenza, come
la luce delle lucciole, avviano il lavoro per alcuni mesi all’anno. Altri lavoratori agricoli, pur restando
all’interno del proprio domicilio, entrano a far parte di organizzazioni complesse in cui la

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produzione manifatturiera viene frazionata in numerose lavorazioni specializzate. Le singole fasi


sono coordinate da un mercante che si assume il rischio d’impresa e commissiona, dalla città, il
lavoro in funzione degli andamenti del mercato.
A partire dagli anni sessanta del Seicento vengono impiantati a Borgo Dora, a Porta Susa e poi a
Racconigi e a Chieri, nel resto della provincia di Torino e nel Cuneese numerosi filatoi idraulici, per
l’epoca enormi mulini integrati con il lavoro delle filande per la produzione di trame e organzini di
seta. Nel Settecento sono 200.000 le famiglie di contadini che integrano il proprio reddito
dedicandosi al faticoso allevamento dei bachi da seta, 60.000 bambine, ragazze e giovani donne
lavorano per qualche mese all’anno nelle filande per trarre dai bozzoli il prezioso filo di seta,
25.000 donne e uomini lavorano tutto l’anno presso i filatoi idraulici per la produzione del filato
ritorto, mentre 5.000 lavoratori sono impegnati, utilizzando quella piccola parte di filo che non viene
esportato, in città: nelle tinture, nelle tessiture, nei laboratori per la produzione di calze e
passamanerie.
Nel corso del diciottesimo secolo il commercio di esportazione del filo di seta copre da solo i
quattro quinti degli interi traffici in uscita dal Regno ed è controllato da grandi mercanti
imprenditori: questi operano nel settore serico in sostanziale libertà dal sistema delle corporazioni.
I mercanti imprenditori coniugano frequentemente il commercio, l’esercizio del credito e l’attività
manifatturiera condotta secondo il sistema del putting out (delegando cioè singole fasi della
produzione a lavoratori che operano presso il proprio domicilio rurale o riuniti in opifici). I patrimoni
accumulati dai mercanti imprenditori del settore grandini questa fase sono tali da collocarli tra i
cittadini più abbienti di Torino. Gli impieghi delle ricchezze derivate dal commercio della seta
appaiono quelli tipici dell’aristocrazia finanziaria, costituiti per la gran parte da acquisti di tenute
nelle aree più fertili della pianura e da investimenti immobiliari in città, che in questi anni, grazie
anche alle fortune del commercio serico, si arricchisce di nuovi grandi palazzi.
Dinamici operatori commerciali, i negozianti banchieri gestiscono in prima persona, fino a oltre la
metà dell’Ottocento, le correnti di traffico con le principali piazze europee. L’attività dei grandi
mercanti di seta costituisce allora un veicolo molto importante per il trasferimento delle conoscenze
tecniche e delle informazioni commerciali dalle nazioni europee ad alto sviluppo all’Italia. Le
imprese mercantili del settore rappresentano un fenomeno vasto e articolato che coinvolge
rappresentanti, spedizionieri, commissionari e tutte quelle figure professionali indispensabili alla
gestione delle grandi correnti commerciali a lunga distanza.

2. La transizione verso un mondo industriale


Gli anni compresi tra la battaglia di Waterloo (1815) e la conclusione dei processi di unificazione
nazionale in Italia e Germania (1871) rappresentano per l’Europa un’età percorsa da cambiamenti
economici intensi e rapidi. In questo periodo l’industria diventa il principale fattore di sviluppo per le
economie europee più dinamiche. A partire dalla rivoluzione industriale inglese, la diffusione del
sistema di fabbrica segue però percorsi non uniformi, lasciando dietro di sé spazi vuoti,
sperimentando arretramenti, crescite incomplete e viziate da limiti strutturali. Questi limiti
evidenziano progressivamente le distanze tra i singoli stati e, al loro interno, tra le diverse regioni.
Dalla fine del Settecento gli imprenditori inglesi avevano tracciato la via del nuovo sistema
produttivo e organizzativo che, ponendo al centro la fabbrica dotata di forza motrice inanimata
(ruote idrauliche e macchine a vapore), aveva sviluppato la meccanizzazione in alcune produzioni
di base, in particolare stoffe e semilavorati di ferro come lamiere, lingotti e vergelle. Alla metà
dell’Ottocento le principali tecnologie necessarie per avviare quei processi industriali e per la
costruzione delle ferrovie sono, di fatto, a disposizione di tutti. Eppure pochi mostrano di
possedere la capacità di seguire tempestivamente l’esempio inglese.
Durante il periodo precedente l’unificazione, è rara in Piemonte la presenza di fabbriche costruite
sul modello inglese: le poche iniziative avviate dagli imprenditori stranieri costituiscono momenti
significativi nel lento processo di modernizzazione che attraversa l’economia locale. Nella prima

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metà dell’Ottocento detentori di abilità tecniche, giovani esponenti di famiglie industriali,


commercianti, direttori di stabilimento si trasferiscono nella regione subalpina con spirito
pionieristico, attratti da facilitazioni governative e dalla possibilità di conquistarsi un ruolo di primi
attori in ambienti economici ancora legati a vecchi sistemi produttivi, ma non per questo privi di
potenzialità di crescita.
Per quanto riguarda la lavorazione del cotone, il fenomeno assume una certa consistenza con la
nascita di alcune imprese che avviano impianti di dimensioni, per l’epoca, non del tutto modeste.
L’impatto complessivo di questa prima ondata preunitaria di insediamenti stranieri nell’area
piemontese è ancora ben lontano dal prefigurare i massicci trasferimenti dalla Svizzera che
nell’ultimo quarto dell’Ottocento, sulla base di dimensioni e modalità del tutto differenti, daranno un
decisivo apporto all’affermazione dell’industria cotoniera nel nord del paese.
In questa fase le aziende guidate da imprenditori stranieri si affiancano alle non numerose
iniziative di imprenditori locali, i quali devono però ricorrere quasi sempre a tecnici d’oltralpe per la
direzione degli impianti; spesso il compito di introdurre le nuove tecnologie resta comunque alle
imprese degli stranieri. È il caso della prima filatura meccanica piemontese impiantata nel 1810 a
Intra dallo svizzero Gian Giacomo Müller, cui segue un analogo impianto dalla ditta Oëtiker,
mentre nel 1822 Giuseppe David del Delfinato e Gaspare Hirt di Mulhouse fondano a Venaria una
tintoria con annessa stamperia. Nella Valpellice viene impiantato nel 1830, per iniziativa
dell’imprenditore valdese Giuseppe Malan e degli svizzeri Grainicher e Trog, uno dei maggiori
cotonifici della regione, che a metà degli anni 1840 possedeva 10.000 fusi e dava lavoro a 300
operai.
Al 1804 risale, invece, la fondazione della Annecy e Pont da parte della famiglia Duport. L’azienda
possedeva svariati stabilimenti tra cui i maggiori erano quello di Annecy in Savoia e di Pont nel
Canavese. Nel 1828 la ditta è trasformata in società anonima e le sue azioni suddivise tra
capitalisti svizzeri (tra cui la ditta Mérian di Basilea che deteneva la maggioranza del patrimonio),
francesi e italiani; la gestione rimane nelle mani dei Duport. A metà degli anni quaranta la società,
con 22.000 fusi e circa 3.000 operai, è l’unica azienda cotoniera della penisola a poter vantare
dimensioni quasi paragonabili a quelle dei cotonifici in Alsazia o in Belgio. Dopo l’Unità, con la
cessione della Savoia alla Francia, l’azienda diventa una multinazionale e lo stabilimento di Pont
rimane a guida straniera.
L’avvio dei cantieri per la costruzione di tratti ferroviari nel Regno di Sardegna è all’origine di altri
trasferimenti imprenditoriali, mentre la domanda di materiale ferroviario sollecita l’incremento
dell’attività per alcune officine locali. In nessun caso si crea però un circolo virtuoso tra costruzioni
ferroviarie e diffusione dell’industria meccanica paragonabile a quanto stava avvenendo all’estero
e a quanto sarebbe avvenuto in Italia a partire dalla fine dell’Ottocento; la capacità realizzativa
delle officine piemontesi resta in questa fase inadeguata al complesso delle pur limitate esigenze
espresse dalle compagnie ferroviarie. Alla fine degli anni quaranta dell’Ottocento il Regno di
Sardegna conta una dotazione di ferrovie inferiore ai 60 chilometri; nell’ultimo decennio preunitario
si assiste però a una straordinaria accelerazione delle costruzioni in Piemonte e Liguria, che arriva
a superare gli 800 chilometri di linee in esercizio. Alla fine degli anni 1850 le maggiori città
dell’Italia settentrionale sono collegate tra loro. Da Torino, una volta completato il ponte sul Ticino,
la ferrovia raggiunge Venezia, mentre il traforo del Frejus, iniziato nel 1857, è concluso solo nel
1871.
Nella regione, oltre agli arsenali per la produzione di materiale bellico, il settore manifatturiero più
sviluppato resta quello tessile. Per la seta la trattura resta un’attività temporanea e condotta
solitamente a fianco del podere, e solo la torcitura aveva acquisito da tempo le caratteristiche
dell’opificio accentrato, sulla base però di una tecnologia che non tiene ancora conto delle
conquiste della rivoluzione industriale inglese in termini sia di risparmio di lavoro, sia di costanza
qualitativa. Nonostante ciò, in Piemonte la produzione del filo di seta cresce ulteriormente
nell’Ottocento e riesce a inserirsi, con i suoi semilavorati, nel movimento di sviluppo dell’industria
tessile internazionale.

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Alcuni segni di progresso si registrano nell’industria laniera, in quella cotoniera e


nell’abbigliamento. Inizia nei decenni centrali del secolo nella filatura la diffusione delle tecnologie
inglesi. Nel 1844 sono installati 24.000 fusi in cinque lanifici e 100.000 fusi in qualche decina di
piccoli cotonifici posti a Intra, Novara, Biella e Chieri. Solo tre filature di cotone superano però i
10.000 fusi. Anche la tessitura appare in crescita, ma resta prevalentemente condotta con telai a
mano dispersi tra le case di famiglie contadine che integrano il reddito agricolo con il lavoro
manifatturiero. Il settore dell’abbigliamento fa registrare la nascita della fabbricazione industriale di
cappelli: fondata nel 1857 da Giuseppe Borsalino ad Alessandria, la ditta omonima arriverà verso
fine secolo a produrre 750.000 cappelli l’anno, e ben 2 milioni alla vigilia della Grande Guerra.
Nessun progresso si registra invece in questi decenni nell’industria siderurgica delle valli alpine
che resta molto arretrata, legata all’attività di piccoli forni accesi per solo alcuni mesi all’anno e
collocati nelle vicinanze delle miniere. L’industria meccanica è invece praticata pressoché
esclusivamente nell’ambito dell’artigianato urbano, ad esclusione della produzione di armamenti su
commesse statali.
La crescita della spesa pubblica comincia a sollecitare importanti effetti positivi sul settore
manifatturiero a partire dalla seconda parte del regno di Carlo Alberto, e con maggiore evidenza
nel decennio cavouriano. Le forniture belliche creano una domanda in crescita per specifiche
produzioni. In particolare sono i lanifici di Biella che in questi anni crescono attorno all’attività di
alcune famiglie di imprenditori come i Sella, i Piacenza, gli Ambrosetti, i Vercellone, i Borgnana-
Picco, che via via accolgono le nuove tecnologie nei propri stabilimenti meccanizzati.
Una ripercussione più articolata e di più ampio respiro hanno però gli interventi rivolti all’adegua-
mento delle infrastrutture della regione alle novità che si stavano imponendo nei contesti europei
più dinamici. L’ampliamento della rete idrica (completato nel 1866 con l’inaugurazione del canale
Cavour), la riorganizzazione del sistema stradale, l’apertura dei nuovi valichi (negli anni quaranta
Genova fu collegata all’entroterra attraverso il passo dei Giovi), l’avvio dei collegamenti telegrafici
hanno rilievo non solo ai fini del complessivo ammodernamento dello stato ma anche,
direttamente, nei confronti dell’aumento della domanda di lavoro manifatturiero. Le costruzioni
ferroviarie, davvero intense in relazione all’epoca e alle dimensioni dello stato, hanno finalmente
un impatto sull’economia locale di particolare ampiezza.
Negli anni che seguono l’unificazione del paese, in un quadro improntato da un sostanziale
continuità delle politiche economiche italiane rispetto a quelle del piccolo stato piemontese, le
correnti di sviluppo delineatesi a partire dal decennio cavouriano trovano sostanziale conferma.
L’industria meccanica mostra qualche segno di ulteriore dinamismo, da un lato confermando e
ampliando le commesse provenienti dalla domanda di materiale bellico e ferroviario, dall’altro
grazie alla fondazione di alcune nuove attività per prevalente iniziativa di imprenditori di origine
svizzera e tedesca, impegnate, perlopiù su basi dimensionali modeste, nella produzione di
macchine utensili e a vapore, prodotti per l’edilizia e per la tipografia. Mentre il comparto serico
soffre per la terribile epidemia che nella seconda metà degli anni Cinquanta e per tutto il decennio
successivo colpisce gli allevamenti di bachi compromettendo le rese produttive, l’industria
cotoniera vede il trasferimento di un nuovo gruppo di imprenditori elvetici: tra questi sono i
Sütermeister a Intra, Ackermann, Oetiker, Fürter-Bebié a Novara, Graincher-Trog in provincia di
Torino.
Il sopraggiungere dell' euforia finanziaria, seguita in Europa alla fine della guerra franco-prussiana
del 1870, contribuisce con un primo impulso alla crescita del settore secondario anche nell’area
regionale piemontese. La sospensione della concorrenza esercitata dalle merci francesi come
conseguenza transitoria di quel conflitto crea allora condizioni favorevoli alla nascita di una
circoscritta ma significativa schiera di iniziative imprenditoriali. L’effervescenza creditizia di quegli
anni induce infatti gli imprenditori a considerare anche fonti di finanziamento esterne alla famiglia:
circuiti locali, legati al ciclo serico e alla figura del banchiere privato, cominciano ad essere attivati
e orientati in senso industriale. Si realizzano i primi tentativi di creare banche d' affari e società ano-
nime nel comparto industriale, e gli investimenti di capitale straniero iniziano ad affluire, soprattutto

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nel settore cotoniero. Nel 1872 viene fondata la Manifattura di Cuorgné e poco più tardi la
Manifattura di Rivarolo, per iniziativa dei fratelli De Planta. Ad Alba, nel 1884, nasce la Miroglio,
oggi uno dei maggiori gruppi italiani nel settore del tessile, filatura e abbigliamento. La Manifattura
lane Borgosesia (oggi parte del gruppo Zegna) era invece attiva sin dal 1850. Nuove società
sorgono anche in altri settori, come la Cartiera Italiana e, nel campo dell’industria conserviera, la
Cirio.
La prevalenza dell' agricoltura ancora sussisteva, ma la produzione di manufatti in fabbrica
comincia a suscitare interesse. Qualche rivista specializzata inizia le pubblicazioni e le prime
edizioni di manuali tecnici avviano una pur circoscritta diffusione delle conoscenze sui principali
metodi di lavorazione in uso nelle fabbriche straniere. La scuola politecnica di Torino inizia a
immettere sul mercato del lavoro i primi diplomati, rispondendo parzialmente a una domanda di
direttori tecnici, che per molti anni ancora sarebbe stata comunque soddisfatta con il ricorso
all'
immigrazione di personale specializzato dalle nazioni europee più avanzate.

3. Il decollo industriale. Dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra


mondiale
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta dell’Ottocento, il lento progredire dell’industrializ-
zazione attraversa una prima importante fase di accelerazione che pone le basi per la definitiva
affermazione del triangolo Torino-Genova-Milano quale motore dell’economia del paese. La crisi
agraria europea, la rivoluzione dei trasporti e la discesa dei prezzi creano allora il presupposto per
la convergenza tra gli interessi agrari e quelli industriali in vista di una svolta protezionista nella po-
litica doganale del paese, mentre la minor convenienza agli investimenti agricoli, liberando risorse
per le altre attività economiche, favorisce la raccolta dei capitali per le iniziative industriali. Nel
1878 è approvata la prima tariffa generale, contrassegnata da un moderato indirizzo protezionista
in favore delle industrie della lana e del cotone: la svolta protezionistica si inscrive nel generale
superamento delle politiche economiche liberiste in Europa. In Italia i governi della Sinistra storica
varano i primi piani per la costruzione di opere pubbliche, con attenzione soprattutto ai
collegamenti ferroviari e alle linee del telegrafo. Significativi sono in questo contesto anche i diversi
provvedimenti in favore dell' industria meccanica nazionale e di quella siderurgica.
Alla prima tariffa protezionistica segue un periodo non privo di novità nel panorama industriale
piemontese: si verifica una moderata crescita dei settori ad alto contenuto di capitale,
parallelamente allo sviluppo dei settori già affermati, quali il laniero e il cotoniero.
Nel 1887 il governo accoglie le reiterate richieste di maggiore protezione avanzate negli ambienti
agrari, cui si erano naturalmente associati gli imprenditori industriali, stabilendo una tariffa più
elevata che dischiude una nuova prospettiva per l' industria italiana, anche se negli anni
immediatamente seguenti gli esiti di tutti i settori industriali sono condizionati dal pessimo an-
damento complessivo dell' economia. Le uniche industrie che traggono un vantaggio immediato
sono le imprese di filatura e tessitura del cotone, in virtù dei significativi progressi già compiuti nella
produzione di un bene di consumo di massa a basso prezzo. Proprio dalla protezione scaturisce
anzi un sostegno decisivo al processo di espansione del settore.
Nel panorama industriale nazionale, il settore tessile è quello dove più netta appare la prevalenza
delle regioni del nord sul resto della penisola. Nel 1911 quasi il 90% dei lavoratori è piemontese,
ligure, veneto o lombardo. Un’altra caratteristica distingue questo settore dagli altri: le fabbriche
sono grandi; a quella data in media ogni opificio tessile dà lavoro a circa 80 operai.
Nel 1887 gli operai che lavorano nei moderni cotonifici piemontesi sono già oltre 20.000. Tra i
maggiori impianti vi è la Manifattura di Cuorgnè con 90.000 fusi, la filatura di Pont con 30.000 fusi,
seguita per dimensione dalla Guidotti-Pariani a Gravellona Toce e dalla Mazzonis; nella tessitura
le maggiori concentrazioni di telai sono presso la fabbrica Poma a Biella, nell’impianto di Pont e
presso la Manifattura di Rivarolo Canavese. Tra il 1870 e il 1910 la produzione nazionale si

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moltiplica di oltre dieci volte. I cotonifici della regione assieme a quelli lombardi sono tra i più
modernamente attrezzati nell’Europa continentale e, grazie anche alla capacità di produrre stoffe
di qualità, alimentano crescenti correnti di esportazione. Nel 1891 i fusi installati negli opifici
piemontesi, secondi per dimensione solo a quelli lombardi, sono quasi 400.000, mentre i telai
superano i 10.000; all’inizio del nuovo secolo quasi un terzo dei filati e un quinto dei tessuti di
cotone italiani escono dagli opifici piemontesi grazie al lavoro di oltre 30.000 operai. Nel paese si
affermano nuovi gruppi di imprenditori, motivati all’espansione di un’attività produttiva condotta
sulla base di moderni criteri di efficienza gestionale e organizzativa.
Vengono fondate allora anche numerose nuove imprese. Nelle vallate piemontesi si affermano
sistemi locali di imprese legati all’attività cotoniera e gruppi di imprenditori svizzeri trasferiscono le
loro imprese nella regione.
Wild-Abegg, De Planta, Leumann, Gruber, Remmert sono i cognomi dell’imprenditoria giunta da
oltralpe. Chiesa, Rolla, Mazzonis e Poma quelli delle dinastie piemontesi. Opifici di vecchia
costruzione vengono ampliati e resi adatti ad accogliere le nuove macchine, mentre altri vengono
costruiti secondo i più moderni canoni dell’architettura industriale. A partire dagli anni 1870
sorgono i primi nuclei di complessi industriali di grande avvenire nel panorama industriale del
paese e si assiste alla realizzazione di alcuni insediamenti industriali coordinati con quelli abitativi,
che danno vita a veri e propri villaggi operai. Cotonificio Valle Susa, Manifattura Leumann,
Manifattura di Rivarolo, Cotonificio Italiano, Cotonificio Piemontese, Manifattura di Cuorgnè sono
tra i maggiori impianti industriali che, parallelamente a quanto stava avvenendo in Lombardia,
avviano, per la prima volta in Italia, un processo di sostituzione dell’importazione di manufatti con
un prodotto nazionale. L’industria laniera piemontese è inoltre la maggiore nel paese, con quasi
15.000 operai nel 1900.
L’uscita dalla crisi degli anni 1890 è accompagnata, dal lato dell’industria, da un profondo
mutamento di rotta. Esaurita la forza propulsiva della rivoluzione industriale inglese, si va
imponendo a livello internazionale un nuovo sistema dominato dai principi della meccanizzazione e
della velocità. Macchine utensili in fabbrica, macchine per scrivere e calcolatrici in ufficio, macchine
per cucire in casa, macchine per il trasporto di merci e persone. Il grado di sviluppo dell’industria
meccanica arriva a rappresentare d’ora in avanti una misura attendibile dell’efficienza di ogni
sistema industriale, mentre il nuovo corso industriale modifica anche settori tradizionali
strettamente collegati con l’agricoltura, come l’alimentare. Alla fine del secolo gli impianti per la
lavorazione del riso a Novara e Vercelli raggiungono dimensioni ragguardevoli e utilizzavano
nuovi, costosi macchinari: il settore è dominato da grandi complessi, tra cui emergono la Riseria
italiana di San Germano, la Lombardi e C., la Tacchini, Grignaschi e C. e poche altre imprese.
Nell’industria vinicola si segnalano la Martini e Rossi, la Gancia e la Cinzano nella produzione e
commercializzazione di spumanti e vermuth, a testiominanza di una generalizzata trasformazione
ed espansione della produzione di vini nella regione.
Già alla metà dell’Ottocento il piemontese Francesco Cirio coglie le opportunità legate alla
spedizione a lunga distanza di prodotti alimentari utilizzando la nuova rete ferroviaria in
costruzione per collegare il proprio laboratorio di produzione ai mercati continentali. Alla fine degli
anni 1870 l’azienda è oramai una moderna impresa industriale con stabilimenti in Piemonte e nel
Napoletano, punto di incontro tra un’agricoltura che tiene conto dell’evoluzione tecnologica di
quegli anni e delle moderne pratiche per la conservazione dei cibi: pomodori, uova, ortaggi, frutta,
pesce, burro e formaggi. I difficili anni 1880-1890 costringono ad accantonare i progetti più
ambiziosi ma non l’idea originaria. All’inizio del secolo l’impresa è una moderna holding industriale
connessa alla grande banca (il Credito italiano) e con la partecipazione del capitale straniero.
Grande banca, in particolare la Banca Commerciale e il Credito italiano, e intervento del capitale
straniero sono gli ingredienti indispensabili alla comparsa delle nuove grandi imprese in Piemonte.
All’inizio del Novecento gli operai piemontesi sono già più di 150.000 e l’industria della regione,
seconda solo a quella lombarda, può contare sull’energia installata di oltre 120.000 cv.: solo un
decennio più tardi questi valori sono più che raddoppiati. L’ascesa dell’industria meccanica nella

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regione è ormai avviata. La Società Nazionale delle Officine di Savigliano, fondata nel 1881, con il
nuovo secolo vede crescere la produzione di materiale ferroviario e materiale elettromeccanico. La
Tedeschi e l’Officina Morelli, Franco, Bonamico sviluppano anch’esse la produzione di materiali
elettrici. Sono molte le nuove industrie meccaniche, e i laboratori artigianali che si ingrandiscono
per la produzione di mezzi di trasporto, macchine utensili, parti staccate: la Diatto e la Ansaldi si
collocano in questi anni ai vertici del settore. Nel 1908 l’ingegnere Camillo Olivetti, socialista
riformista e straordinaria figura di intellettuale utopista, avvia a Ivrea la prima fabbrica italiana per
la produzione di macchine per scrivere, dopo aver sviluppato nel decennio precedente quella degli
strumenti di misura con la C.G.S. (Centimetro-Grammo-Secondo) la cui sede è presto trasferita a
Milano. Olivetti, dopo aver viaggiato e vissuto in America, porta in Italia la suggestione dei modelli
organizzativi e produttivi che, su basi dimensionali del tutto diverse, stanno improntando, oltre
oceano, il nuovo modello di sviluppo economico tipico della seconda rivoluzione industriale e della
grande impresa, mentre a Torino sono già comparse le prime filiali delle multinazionali, quali la
Westinghouse Italia.
La penisola è in questi anni partecipe del cambiamento nella congiuntura economica
internazionale che innesca un processo espansivo protrattosi, su scala mondiale, dalla metà degli
anni 1890 fino alla grande guerra. La drastica contrapposizione con gli orrori del periodo bellico, e
con la disarticolazione dei meccanismi sociali e dei sistemi economici seguita alla guerra, avrebbe
sottolineato successivamente la percezione positiva dei risultati raggiunti: la belle époque.
Fondata nel 1899 a Torino con i capitali di un gruppo di aristocratici e possidenti quasi tutti
piemontesi, la Fiat, guidata da Giovanni Agnelli, vede le sue azioni protagoniste nelle tumultuose
fasi del mercato mobiliare nel 1906 e 1907. I titoli automobilistici moltiplicano il proprio valore, per
poi crollare all’esplosione della bolla speculativa. È la prima crisi borsistica moderna: nata fuori
d’Italia, mostra i disequilibri della crescita economica velocissima all’inizio del secolo. Le maggiori
difficoltà sopraggiungono per i maggiori settori industriali, quello della produzione dell’acciaio in
particolare. Giovanni Agnelli riesce a governare le difficoltà e, alla fine, a uscirne saldamente al
comando di un impresa di cui oramai controlla il capitale. Per la Fiat è una svolta: da quel
momento si accantona la produzione di lusso e si punta su vetture di cilindrata minore che, per i
parametri di allora, appaiono in grado di conquistare un pubblico appena un po’ meno ristretto. La
Tipo 1 è venduta nel 1910 a 14.500 lire e, due anni dopo, la Tipo 0 è sul mercato per la metà di
quella cifra. Nei 50.000 metri quadrati della fabbrica Fiat di corso Dante, attrezzati con macchine
americane e tedesche, si producono alcune migliaia di automobili ogni anno cercando di utilizzare
là dove possibile pezzi standardizzati e, pur negli angusti limiti imposti dal mercato interno, si cerca
di recepire qualche suggestione organizzativa dal modello americano. Nel 1913 la Fiat detiene,
grazie al lavoro di 3000 operai, la metà della produzione nazionale di autoveicoli – circa 4500 unità
su 9000 - e alimenta un cospicuo tessuto di imprese ausiliarie localizzate nella cintura torinese:
Tedeschi, Zerbini, Michelin, Microtecnica. Parallelamente Agnelli persegue una strategia di
crescita, anche attraverso l’acquisizione di imprese minori, volta a fare della Fiat un grande gruppo
industriale: da un lato, attraverso la diversificazione produttiva in settori correlati, come la
motoristica per navi, sommergibili, aerei e, dall’altro, mediante l’integrazione verticale e la
realizzazione di una rete di vendita.
Nonostante l’evidente disparità dimensionale, numerose imprese minori sorte a fianco della Fiat
esprimono in quegli anni una propria originalità imprenditoriale e riescono a mobilitare importanti
capacità tecniche e organizzative nel settore dell’automobile: è il caso, a Torino, della Diatto
(1905), della Lancia, fondata nel 1906, nonchè della costellazione di imprese automobilistiche
nate dalla intensa attività dei fratelli Ceirano, che comprendeva - per citare solo le più note - l’Itala
(1904), produttrice della vettura che nel 1907 vinse la Pechino-Parigi, la Sca.-Società Ceirano
Automobili Torino (1906), la Spa.-Società Ligure Piemontese Automobili (1907). La maggior parte
di esse saranno in seguito assorbite dalla Fiat. Sempre a Torino viene prodotta una delle prime
“vetturette” utilitarie del mondo, la Temperino (fondata nel 1906 come fabbrica di motociclette ed
entrata nel settore auto pochi anni dopo), e una delle primissime vetture destinata esclusivamente

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Storia. Piemonte

alle corse, la Chiribiri (1910), portata alla vittoria in numerose gare da Tazio Nuvolari. A fianco
delle suddette imprese cresce in questi anni entro e attorno la capitale piemontese un intero
apparato di industrie correlate che è ormai in grado di fabbricare i telai, i cuscinetti a sfere, i motori,
le carrozzerie e gli allestimenti interni.
Giovanni Agnelli aveva visitato in America la fabbrica inventata da Ford con il lavoro alla catena di
montaggio, ma nessun paragone è in questi anni possibile tra l’Italia e lo sviluppo dell’industria
automobilistica americana. In Francia, Germania e Inghilterra la crescita è comunque molto
superiore. Eppure lo sviluppo della Fiat dalla data della sua costituzione era stato stupefacente e
l’impresa torinese domina incontrastata già prima della guerra il mercato nazionale. L’Itala, la
Lancia, la Bianchi, l’Isotta Fraschini, l’Alfa Romeo occupano alcune nicchie di mercato ma devono
lasciare alla Fiat i numeri più ampi.
La Fiat grazie all’autofinanziamento e all’appoggio della Banca commerciale, costruisce in pochi
anni un gruppo industriale e attraverso acquisizioni e partecipazioni azionarie avvia un vasto
processo di integrazione verticale e di diversificazioni correlate. Controlla a monte
l’approvvigionamento di parti staccate e semilavorati, dirige a valle la commercializzazione dei
propri prodotti e consolida teste di ponte produttive in alcuni importanti mercati esteri. È presente
nella produzione dei motori per navi (con la Fiat San Giorgio) e nella nascente industria
aeronautica (con la Società italiana aeronautica).
Durante la belle époque nell’industria automobilistica trovano piena realizzazione le abilità tecniche
e la capacità di innovare dell’imprenditoria dell’Italia del nord-ovest. Il settore, del tutto nuovo,
avrebbe nei decenni acquisito una funzione guida dell’industria italiana, impiegando però almeno
mezzo secolo per modificare la struttura dei consumi di massa del paese. Nel 1913 in Italia le
vetture circolanti sono solo 20.000, quando la produzione americana annua supera le 500.000
unità grazie a imprese che hanno ormai pienamente colto le opportunità della lavorazione in serie
e della diffusione di massa di automobili a basso costo. In Italia l’automobile è ancora un prodotto
di lusso in grado di alimentare significative correnti di esportazione — circa la metà delle 7000
vetture prodotte all’anno nel periodo 1911-1913 — grazie alla cura e alla qualità delle lavorazioni,
più che in ragione dei costi, sostanzialmente non inferiori a quelli dei concorrenti europei. La
ristrettezza del mercato interno, le lavorazioni di pregio, la rete stradale inadeguata, la mancanza
di significativi aiuti governativi in termini di imposizione fiscale e protezione doganale, cristallizzano
la struttura del settore attorno a una grande impresa — la Fiat — affiancata da un ampio numero di
imprese minori, alcune poco più che ditte artigianali, legate a nicchie di mercato a volte
determinate da passioni sportive o imposte da mode estrose.

4. La Grande Guerra e il primo dopoguerra


Con lo scoppio della Grande guerra giunge a compimento la parabola del modello di sviluppo che
ha caratterizzato la belle époque. Fino ad allora le aspettative degli imprenditori erano state rivolte
alla convergenza dei consumi privati agli standard europei. Il conflitto induce una distorsione del
processo di diffusione dell’industria, prevalentemente fondato, nonostante tutto, sull’agire delle
forze del mercato. Il ruolo dello stato era già fondamentale nell’indirizzare la crescita industriale,
ma con la guerra l’intervento pubblico compie un salto di qualità, spostando drasticamente il
baricentro del sistema capitalistico italiano. Le grandi imprese, dotate di decine di migliaia di
addetti, si sviluppano grazie all’intervento dello stato rivolto a sostenere l’approvvigionamento di
materiale bellico e questo costituisce una formidabile premessa per il progressivo coinvolgimento
della mano pubblica nei sistemi imprenditoriali del paese.
La partecipazione dell' Italia a una guerra in cui, per la prima volta, le esigenze della strategia mili-
tare risultano essere variabili subordinate alla capacità produttiva del settore industriale,
rappresenta un’occasione di sviluppo anche per le imprese piemontesi e soprattutto per la Fiat,
che proprio in questi anni raggiunge i vertici del sistema industriale del paese. Cambiano i beni
prodotti, le tecniche utilizzate e, in parte, l'
organizzazione delle imprese. Enormi complessi indu-

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Storia. Piemonte

striali nascono in funzione delle commesse di materiali per la guerra. Si affermano grandi imprese
integrate verticalmente e orizzontalmente, capaci di fornire un ventaglio ampio di produzioni alta-
mente specializzate.
Negli anni di guerra, 1915-1918, la Fiat passa da 4000 a 40.000 dipendenti. Giovanni Agnelli,
come i rivali fratelli Perrone dell’Ansaldo, e molte altre grandi imprese del paese, persegue
l'obiettivo dell'integrazione verticale con l' acquisizione di aziende, tra cui le Officine Diatto, le
Ferriere piemontesi o le Industrie metallurgiche di Torino. La Fiat sostiene così un piano strategico
già affermatosi nell' anteguerra, di crescita attraverso l' acquisizione di unità minori portatrici di
competenze e collocate in specifici segmenti di mercato. Alla fine del conflitto la Fiat appare
impegnata su uno spettro amplissimo di produzioni, comprendente tra l' altro: grandi motori, motori
avio, autoveicoli, veicoli industriali, macchine utensili, macchine agricole, materiale ferroviario, armi
e munizioni. Dei quasi 90.000 veicoli prodotti in Italia nel quinquennio di guerra, poco meno del
70% è fabbricato dalla Fiat. Inizia allora la costruzione del grande stabilimento del Lingotto, che
avvia la produzione nel 1922 e diventa il simbolo dell' applicazione dei principi del fordismo nel si-
stema di fabbrica italiano.
Durante la guerra un “nuovo esercito del lavoro”, formato per la prima volta da una larga
componente femminile, affolla le fabbriche di Torino; la città è trasformata in un immenso cantiere,
si costruiscono i nuovi opifici. Anche nei cortili, nelle cantine si lavora per preparare il materiale
bellico, ma le vere novità sono visibili nell’espansione dei moderni stabilimenti a nord lungo l’arco
della Dora e a sud ovest: Diatto, Westinghouse, Ferriere piemontesi, Lancia, Ansaldi, Rapid,
Nebiolo, Pomilio, Michelin, Dubosc, Scat, Itala.
Sempre negli anni del conflitto la capacità produttiva dell' industria elettrica appare in lenta crescita,
ma la trasformazione affrontata dal settore è in realtà radicale. Grazie, infatti, all' aumento
dell'utilizzo degli impianti idroelettrici, la produzione cresce rapidamente fino a raggiungere, nel
1918, il doppio del quantitativo erogato nel 1913. Gli utili allora accumulati vengono impiegati dalle
maggiori società per ribadire quelle linee evolutive, già evidenti nell' anteguerra, che tendono al
controllo oligopolistico di un mercato suddiviso per sfere di influenza, un' azione che non poteva
essere contrastata dalle imprese municipalizzate sorte nelle principali città, tra cui Torino. L' uscita
della Siemens dal capitale della Società elettrica Alta Italia di Torino rappresenta un esempio di
un’operazione risoltasi con l' aumento del grado di concentrazione finanziaria del settore attorno a
un ristretto gruppo di imprese all' interno delle sfere di influenza delle maggiori banche del paese: la
Banca commerciale italiana e il Credito italiano, tra le quali si è temporaneamente inserita la Banca
italiana di sconto. In questo panorama cade la nascita, nel 1918, della Società idroelettrica
piemontese (Sip) sotto la guida di Gian Giacomo Ponti, come trasformazione della Società indu-
striale elettrochimica di Pont Saint Martin; la Sip può in seguito esercitare un ruolo concorrente alla
Edison in Lombardia attraverso l' acquisizione della Società lombarda per distribuzione elettrica
(Vizzola).
Il conflitto ridimensiona temporaneamente il ruolo del maggiore vincolo allo sviluppo industriale
italiano, costituito dalla ristrettezza del mercato interno. La mancata crescita della domanda è,
però, solo una questione accantonata. Al di là delle inevitabili effervescenze del dopoguerra, essa
si ripropone quale fattore frenante all' affermazione, in tutti i settori, della grande impresa.
Le commesse dell' esercito favoriscono il prevalere dei settori ad alto contenuto di tecnologia
rispetto a quelli tradizionali. Le produzioni di beni di consumo cedono il passo all' industria pesante.
Il danaro pubblico consente alle imprese di autofinanziare, in larga parte, la costruzione dei nuovi
stabilimenti ovviando ai limiti del mercato azionario italiano.
Il repentino dileguarsi dei flussi di danaro statale riversa sul sistema bancario l' onere del
finanziamento della riconversione industriale nella temperie del periodo postbellico. I massimi
istituti di credito (ancora Banca commerciale italiana e Credito italiano), chiamati a svolgere un
ruolo di coordinamento e iniziativa nel disegnare le strategie industriali del tempo di pace, non
contribuiscono a restituire equilibrio al sistema industriale italiano. Le grandi imprese elettriche, che
pure si erano dimostrate le più vitali anche negli anni difficili, non si pongono come centri promotori

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Storia. Piemonte

di una nuova imprenditoria nelle diverse aree del paese. Mentre i fratelli Perrone tentano, dal ponte
di comando dell’Ansaldo, di assumere il controllo della Banca commerciale italiana, parallelamente
Giovanni Agnelli tenta di mobilitare i capitali Fiat, in associazione con la Snia di Riccardo Gualino,
per ottenere il controllo del Credito italiano. Proprio in quegli anni Gualino - che era capo di un
gruppo polisettoriale di imprese impegnate nel commercio del legname, nella produzione di
cemento, nell’edilizia, nei trasporti transoceanici - sviluppa la riconversione della sua maggiore
impresa, la Snia, verso la produzione di fibre artificiali: con l’affermazione della Snia, l’Italia
diventa, negli anni seguenti, uno dei maggior produttori mondiali di rayon. Le banche,
sopraggiunta una congiuntura sfavorevole alle industrie, riescono a cautelarsi dal pericolo delle ag-
gressioni finanziarie collocando congrue parti del proprio capitale sociale all' interno di sindacati di
blocco, in mano a imprese controllate direttamente o indirettamente dai medesimi istituti. Alla fine
di queste avventure finanziarie l’Ansaldo, entrata in una crisi industriale che pare irreversibile,
viene smembrata e la Fiat assorbe le produzioni aeronautiche, quelle automobilistiche e lo stabi-
limento San Giorgio per la fabbricazione di grandi motori per navi.
L’irrompere delle imprese di grandi dimensioni sulla scena torinese, la veloce espansione del
tessuto sociale composto dalla manodopera industriale, l’ingresso in fabbrica di nuove fasce
sociali, il ritorno nelle periferie urbane trasformate di coloro che avevano combattuto e sofferto
nelle trincee della grande guerra sono tutti fenomeni capaci di stravolgere nel dopoguerra il
sistema di relazioni industriali con cui devono confrontarsi le imprese nel pieno dello sforzo di
riconversione alle nuove produzioni di pace.
Dopo la guerra ha una larga diffusione a Torino sia nell’industria automobilistica cge in quella
meccanica, nel comparto chimico come in quello della gomma il movimento antagonistico ispirato
alla rivista “L’Ordine Nuovo” diretta da Antonio Gramsci. In molte fabbriche torinesi, cresciute con
la guerra, sono presenti i commissari di reparto e i consigli operai. Alla politicizzazione dello
scontro sindacale nelle fabbriche imposto dalle nuove organizzazioni dei lavoratori si contrappone
sul fronte degli imprenditori l’Amma, Associazione metallurgici, meccanici e affini, presieduta da
Giovanni Agnelli. Nella primavera del 1920 lo “sciopero delle lancette” si risolve con la sconfitta
degli operai e la riduzione dei poteri delle commissioni interne, ma già nell’estate, al culmine di
quello che sarebbe stato ricordato come il “biennio rosso”, la conflittualità nelle fabbriche riesplode
con le occupazioni dei grandi impianti industriali prima a Torino e a Milano, poi nel resto del
triangolo industriale. Gli industriali rispondono con la serrata delle fabbriche. La mediazione
esercitata dal governo Giolitti nel settembre 1920 interviene a pochi mesi dalla grave crisi
economica che nel 1921 compromette definitivamente ogni ulteriore aspettativa di rivendicazione
da parte operaia: l’ambiente sociale è oramai scosso dalla devastante e violenta espansione del
fascismo, a Torino come nelle altre città del nord ovest, nel triangolo industriale come nelle
campagne della pianura padana.

5. Tra le due guerre


Tra il 1922 e il 1938 il prodotto lordo pro capite italiano rappresenta poco più della metà di quello
americano e inglese, e circa i due terzi di quello tedesco e francese. I tentativi di perseguire in
Italia strategie industriali di tipo fordista rivolte all' abbattimento dei costi unitari attraverso
l'ampliamento della produzione continua e standardizzata, trovano insuperati vincoli sia nel basso
livello dei consumi, sia nell'
ancora alta percentuale di reddito destinato dalle famiglie all'
acquisto di
generi di prima necessità. Il mercato automobilistico non poteva non risentirne in modo particolare.
Nel 1938 il parco circolante italiano è costituito da poco più di 370.000 autoveicoli, di cui 280.000
vetture, mentre negli Stati Uniti gli autoveicoli sono 25 milioni, in Francia e Inghilterra circa 2 mi-
lioni, in Germania 1.300.000. L' industria automobilistica italiana cresce, quindi, rivolta alle
esportazioni, che assorbono oltre la metà della produzione fino al 1928. In quegli anni la Fiat
produce, sull' arco di quasi un decennio, 70.000 automobili modello 501 nello stabilimento del
Lingotto, costruito su cinque piani di altezza, con una pista di prova sul tetto e impostato, secondo i

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Storia. Piemonte

più moderni criteri dell'epoca, per la lavorazione alla catena di montaggio. Ma sono numerosi i mo-
delli italiani che, seppure con produzioni numericamente ridotte, sono divenuti celebri a livello
internazionale per le qualità sportive o per le qualità costruttive, come la Lancia Lambda. A Torino
si sviluppa anche la Viberti, nata come carrozzeria nel 1922 e trasformata in impresa industriale
nel 1928: diventerà uno dei maggiori produttori italiani di autobus, semi-articolati e rimorchi.
La Fiat, dopo aver riassorbito le conquiste dei lavoratori scaturite dalla speciale conflittualità
operaia durante il cosiddetto "biennio rosso" del 1919-20, trae giovamento dal fatto di aver
conosciuto negli anni di guerra uno sviluppo degli investimenti incentrato sulla produzione auto-
mobilistica. A partire dai primi anni 1920, pur non negando la struttura di gruppo integrato ver-
ticalmente, l’impresa torinese concentra i propri sforzi nella produzione automobilistica, dominando
il settore con percentuali oscillanti tra il 60% e l'
80% della produzione nazionale. Progressivamente
sono assorbite imprese lombarde come la Om e soprattutto le imprese dell' area piemontese
ancora indipendenti — come Spa, Scat, Itala, Ansaldo — a esclusione della Lancia, che anzi si
consolida nella posizione di secondo produttore nazionale con il 9% nel 1938. Grazie alla con-
cessione di un prestito di 10 milioni di lire effettuato dalla americana Banca Morgan nel 1926, la
Fiat è in grado di affrontare la ristrutturazione produttiva e organizzativa imposta dalla drastica
politica di rivalutazione della moneta lanciata da Mussolini con la battaglia della lira, mentre
Giovanni Agnelli, con la creazione nel 1926 della Società anonima vendita autoveicoli (Sava) per la
diffusione dell' acquisto rateale, e l'immissione di modelli a costo progressivamente inferiore come
la 509 nel 1925, la 508 (la Balilla) nel 1932, e la 500 Topolino nel 1936, dirige la strategia di lungo
periodo dell' impresa verso l'espansione del mercato interno di vetture utilitarie.
Circa un terzo della produzione nazionale ha comunque preso la via dei mercati esteri mentre i
quantitativi assoluti di vetture fabbricate, seppure globalmente in crescita, subiscono con violenza
gli effetti della crisi internazionale che porta nel biennio 1931-32 al dimezzamento della
produzione. Nel 1939 però, Agnelli e Vittorio Valletta — entrato alla Fiat nel 1921 e assurto al ruolo
di consigliere delegato nel 1939 — inaugurano, dopo aver superato i 70.000 veicoli prodotti in un
solo anno, il modernissimo stabilimento di Mirafiori che, organizzato orizzontalmente per la lavora-
zione in serie alla catena di montaggio, avrebbe sorretto negli anni 1950 le sorti dell' industria
automobilistica di massa italiana.
La struttura dell' industria automobilistica è dunque improntata dalla presenza di una grande
impresa affiancata, in posizione ineluttabilmente subordinata, da poche aziende di medie
dimensioni. Al di là della fabbricazione di vetture complete, la crescita delle lavorazioni meccaniche
porta, più in generale, alla formazione di numerose officine e laboratori con meno di dieci addetti.
Questa formazione di microimprese, connessa non solo all' industria automobilistica ma a tutto il
settore meccanico, determina una ridefinizione dei sistemi locali su scala subregionale nell' Italia
del triangolo industriale.
In Piemonte come nel resto del nord-ovest e in ampie aree del nord-est-centro si determina in
quegli anni una nebulosa manifatturiera formata da costellazioni locali di imprese, costituite da
grandi e piccole unità, dove queste ultime riforniscono le imprese maggiori di parti staccate o
completano lavorazioni secondarie o, ancora, si occupano di coprire segmenti specializzati del
mercato. In quegli anni l' industria meccanica cresce e si sviluppa fino a coprire molte produzioni di
beni di consumo durevole e di macchine utensili. Settori produttivi, questi, dove si sarebbero via
via formate qualità e capacità produttive tali da porre nel secondo dopoguerra l' industria
meccanica italiana ai primi posti in Europa.
Contrariamente a quanto era avvenuto per gli industriali cotonieri, che pure alimentano, a partire
dalla belle époque, vistose correnti di esportazione, il proiettarsi sulla scena internazionale di al-
cune grandi imprese avviene anche su mercati di nazioni a capitalismo avanzato e per produzioni
a alto contenuto tecnologico. In primo luogo la Fiat che, anziché fondare, come altre imprese mec-
caniche, la propria strategia di espansione sulla sostituzione delle importazioni, cerca da subito il
confronto con i maggiori produttori mondiali sui mercati esteri. In particolare dopo la grande guerra
e superato il momento di maggiore sforzo finanziario per la costruzione dello stabilimento del

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Storia. Piemonte

Lingotto, la Fiat crea una rete di filiali in quasi tutte le nazioni europee, in America latina e, anche,
in Asia. A partire dalla fine degli anni 1920, la maggiore difficoltà a esportare indotta dal diffondersi
delle politiche protezioniste porta a sviluppare la fondazione di stabilimenti di assemblaggio e di
costruzione all' estero. In Germania la Fiat si associa nel 1928 con la Nsu, in Spagna assume nel
1930 il controllo della Fabrica nacional de automoviles di Barcellona e, nel 1931, della Hispano di
Guadalajara; nel 1933 è riassunto il controllo della Austro Fiat (fondata nel 1907), e l' anno succes-
sivo è costituita in Francia la Simca. Sono stati poi numerosi altri tentativi minori di impiantare
officine di assemblaggio in diversi paesi europei e di dare vita a produzioni su licenza. Nel
complesso, nella seconda metà degli anni 1930 la produzione estera del gruppo è pari a circa un
terzo della produzione totale.
Negli anni Venti la Olivetti, che aveva già investito in una rete commerciale in Italia, avvia le
esportazioni della macchina per scrivere M20. In quegli anni l' impresa di Ivrea accresce la propria
integrazione verticale impiantando una fonderia e creando una società, la Officina meccanica Oli-
vetti (O.m.o.) per la produzione di macchine utensili. Sotto la spinta di Adriano Olivetti, rientrato nel
1926 da un viaggio di formazione in America, l' impresa completa la propria rete di vendita e, sul
modello delle imprese americane, combina l' efficienza produttiva con l' investimento pubblicitario
per creare adeguate barriere all' ingresso di nuovi concorrenti. Nel 1929 è fondata la Hispano Oli-
vetti, nel 1930 la Olivetti belga e nel 1932 la Olivetti Argentina. Nel 1938 Adriano Olivetti diventa
presidente della società che, con la costruzione del nuovo grande stabilimento di via
Castellamonte a Ivrea (1939) imposta anch' essa con largo anticipo la strategia e la struttura per la
successiva diffusione di massa di macchine per l' ufficio, contrassegnate da un disegno industriale
funzionale e consono a un' immagine pervasiva sui diversi servizi aziendali.
Nel campo delle fibre tessili artificiali si verifica un' affermazione di assoluto rilievo dei produttori
nazionali: irrilevante fino ai primi anni 1920, la produzione italiana cresce per un decennio a ritmi
sostenuti, comparabili con quelli dell' industria tedesca e alla fine del periodo questa industria si
mostra ancora in forte progresso, con una produzione superiore alla metà di quella tedesca, ma
pari al doppio di quella inglese e di quattro volte superiore a quella francese.
In questo settore si impone come impresa trainante la Snia Viscosa, con sede a Torino. Nata come
società di trasporti marittimi nel 1917 - in effetti la sigla significava in origine Società di
Navigazione Italo Americana – aveva cominciato ad occuparsi di fibre artificiali all’inizio degli anni
’20. Nel 1929 arriva a controllare l' 80% della produzione nazionale e il 12% di quella mondiale. La
società, creata da Riccardo Gualino, è alla testa di un composito gruppo di imprese costruito se-
condo le intuizioni industriali e finanziarie di Gualino. Gli stabilimenti per la produzione di fibre
artificiali sono quattro, ma il gruppo sarebbe arrivato via via a comprendere la produzione di massa
del cioccolato con la Unica, quella del cemento con la Unione cementi, e altre attività ancora
coordinate dalla Banca agricola italiana (Bai). La rivalutazione della lira del 1926-27 colpisce la
capacità di esportare della Snia, che non può trovare all' interno un adeguato sfogo alla propria
enorme produzione. Nonostante la ricerca da parte di Gualino di accordi di cartello con i maggiori
produttori mondiali e un prestito della casa bancaria inglese Hambro' s, la Snia deve accusare il
contrarsi della domanda e, conseguentemente, portare alla luce lo sbilanciamento finanziario
dell'intera costruzione, cresciuta a dismisura inseguendo la vocazione speculativa di Gualino:
questi avrebbe concluso in rovina, nel 1931, la sua avventura imprenditoriale. La Snia, invece,
passata sotto il comando di Franco Marinotti, mantiene la testa dell' industria delle fibre artificiali,
che in Italia può allora contare anche sulla Soie di Châtillon, presente con stabilimenti in Valle
d’Aosta (1920) e Ivrea (1923), sulla Società generale italiana della Viscosa (che apre un grande
stabilimento a Roma nel 1923), e la Società Seta artificiale Varedo nel milanese (1926) — raccolte
nel 1929 in un cartello che controllava un terzo delle esportazioni mondiali.
La Sip, invece, è stata fondata nel 1918 attraverso l' ampliamento della Società idroelettrica Pont
Saint Martin, allo scopo di limitare il potere della Edison che, affrancata dalla tutela della Banca
commerciale, si mantiene ai vertici del settore. Sotto la guida di Gian Giacomo Ponti la Sip
incorpora numerose società produttrici e distributrici, sino a muovere concorrenza alla Edison sullo

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Storia. Piemonte

stesso territorio lombardo. In seguito, raggiunto con la rivale un punto di equilibrio, si collega,
tramite uno scambio di azioni, con l' Italgas di Panzarasa e è quindi partecipe sia dei progetti di
espansione nel settore chimico, sia del fallimento dei medesimi all' avvicinarsi della crisi del 1929.
A partire dal 1924, con la privatizzazione del sistema telefonico, la società piemontese acquisisce il
controllo di gran parte della rete nazionale. Nel 1933 la maggioranza delle azioni Sip passa all' Iri
insieme a molte altre azioni di società elettriche.
L’industria piemontese nel corso del ventennio tra le due guerre mondiali compie un decisivo salto
di qualità dimensionale, tecnologico e organizzativo. La società regionale è oramai a tutti gli effetti
improntata dalla presenza di alcuni grandi organismi industriali, quasi un sistema oligopolista
incentrato in primo luogo sulla Fiat, seguita da Olivetti, Snia, Sip, Italgas: grandi imprese che
hanno via via incorporato funzioni finanziarie, industriali e distributive. Le imprese maggiori sono
affiancate nel torinese da numerose altre realtà industriali ad esse correlate, come le carrozzerie
Garavini (nata nel 1908 col nome di Carrozzeria Piemonte), Bertone (1912), Ghia (1915),
Pininfarina (1930), o la Ceat, nata nei primi anni ’20 del Novecento per iniziativa di Virginio Bruno
Tedeschi, per decenni seconda produttrice italiana di pneumatici e cavi dopo la Pirelli. Spiccano
anche aziende rientranti in settori diversi che avevano tratto origine da iniziative avviate durante la
belle époque come la Nebiolo (macchine tipografiche e macchine utensili, sorta a Torino nel 1878).
Altre sono il frutto di investimenti esteri come lo stabilimento di vernici Duco (una collaborazione tra
la Montecatini e l’americana Dupont); altre ancora rappresentano l’eredità delle tradizioni di lungo
periodo espresse dall’economia regionale soprattutto in campo tessile come il Cotonificio Valle
Susa.
A fianco delle imprese legate alle grandi famiglie della storia dell' industria emergono tuttavia anche
figure di imprenditori più spregiudicati, come Riccardo Gualino, le cui carriere, segnate da rapidi
successi e da repentini declini, sono costantemente informate a una concezione dell' attività indu-
striale subordinata alla speculazione finanziaria.
L' affermazione della grande impresa non porta con sé l’arretramento dei sistemi imprenditoriali che
a livello locale erano stati alla base della nascita delle prime esperienze industriali. Questi distretti
manifatturieri si erano formati nell' Ottocento attorno alle lavorazioni tradizionali del ciclo della seta,
della lana o del ferro. Le imprese vi hanno successivamente trovato occasioni di cooperazione
scaturite dalla radicata presenza di informali comunità sociali. Con il progredire dell' industria, i
sistemi locali sono stati partecipi dello sviluppo di altri settori limitrofi, come il cotoniero, favorendo
l'affermazione del sistema di fabbrica e la specializzazione in svariate attività manifatturiere di
nuovo tipo. In particolare, nell' area piemontese è stata più evidente la compresenza di elementi
favorevoli all'affermazione della grande impresa e di spinte alla diffusione di unità produttive di
piccola e media dimensione. Si è così formato un tessuto manifatturiero cresciuto all' interno del
reticolo dei numerosissimi piccoli centri urbani della fascia collinare prealpina, tessuto connettivo
fra la conurbazione di Torino, Ivrea, Biella, Vercelli e Novara.
Il fallimento, poi, della banca universale quale centro regolatore del capitalismo industriale pone le
basi di un processo che avrebbe portato lo stato a sostituirsi direttamente nel 1933 con la
costituzione dell’Iri all'imprenditoria privata in molti settori. La creazione dello stato imprenditore
non avrebbe rappresentato del resto un evento episodico nello sviluppo industriale del paese: la
precoce e continua presenza dell' iniziativa pubblica nel determinare gli esiti industriali di alcune
branche di attività, in primo luogo la siderurgia e la cantieristica, aveva già trovato ampia
giustificazione nella inadeguata mobilitazione del risparmio verso il capitale di rischio delle società
industriali e nella scarsa propensione delle imprese familiari a assumere impegni in settori
caratterizzati da una remunerazione degli investimenti fortemente differita.

6. Dalla seconda guerra mondiale al miracolo economico


Durante la seconda guerra mondiale, l'
industria manifatturiera non dimostra un'
efficacia produttiva
simile a quella, che nonostante tutto, aveva consentito la vittoria nella Grande guerra.

14
Storia. Piemonte

L' impossibilità per il regime fascista di rendere partecipi le maggiori forze produttive della nazione
agli obiettivi del conflitto, fa sì che il comparto manifatturiero non si riveli in grado di sostenere lo
sforzo bellico i cui esiti sarebbero stati comunque compromessi da scelte militari errate compiute in
un quadro di sostanziale marasma organizzativo. L' industria italiana non può produrre gli arma-
menti necessari alle diverse latitudini in cui è rivolto l'
impegno bellico, ciò mentre la rescissione dei
rapporti di mercato con le principali fonti di approvvigionamento di materie prime e con alcuni tra i
maggiori acquirenti delle esportazioni italiane, pone limiti invalicabili alla crescita industriale.
L' ondata di distruzione durante gli ultimi anni del conflitto colpisce il paese e la sua popolazione
con durezza estrema. I danni materiali maggiori si verificano nei confronti delle infrastrutture e del
patrimonio abitativo, mentre gli impianti industriali, collocati in netta prevalenza nell' Italia set-
tentrionale, sono in gran parte risparmiati dalla furia bellica. La capacità produttiva di Torino
nell’immediato dopoguerra è comunque ben superiore a quella degli ultimi anni di pace.
Per il Piemonte, i risultati raggiunti prima della guerra sarebbero stati quindi conferiti per lo più
intatti all’economia dell’Italia repubblicana. Le poche grandi imprese che avevano avviato, nel
settore meccanico, nell’industria elettrica, in quella chimica e della gomma, importanti processi
innovativi non mutano rotta. Le premesse poste durante il fascismo per un cambiamento di
prospettiva del sistema industriale verso la produzione standardizzata di beni di consumo di
massa, sono, dopo la guerra, ancora operanti.
Il conflitto non imprime però un' accelerazione né stimola un salto tecnologico e dimensionale
dell'apparato industriale. La repubblica italiana eredita quindi un paese in difficoltà economiche a
cui si sommano gli scompensi dovuti alla divisione in due del paese nei lunghi mesi in cui intere
regioni durante la lotta al nazi-fascismo sono state scenario di devastanti scontri a fuoco.
II

i devastanti scontri a
fuoco,
noltre le imprese manifatturiere,
soprattutto nel campo dell’industria meccanica, devono affrontare la difficile riconversione dalle
produzioni belliche a quelle destinate a un’economia di pace.
L'industria manifatturiera ricomincia a crescere dopo la guerra nonostante i consumi pro capite pri-
vati siano necessariamente molto bassi. Già nel triennio 1949-51 la produzione industriale cresce
a un ritmo superiore al 13% annuo, grazie anche agli effetti del piano di sussidi americani
European recovery program (Erp) che dall' aprile del 1948 avvia la fornitura gratuita di beni e la
corresponsione di prestiti a tassi agevolati nell'ambito del quale l’industria piemontese ottiene una
quota di aiuti addirittura superiore al suo peso nell’economia del paese e in particolare la Fiat può
riattivare e sviluppare i propri impianti. Tra le altre imprese maggiori destinatarie del programma
nell’area subalpina vi sono Ceat, Cogne, Officine di Savigliano, Cartiere Burgo, Sip, Aem e Riv.
Nella penisola il consumo industriale di energia elettrica cresce, tra il 1951 e il 1960, del 125% e,
parallelamente, aumenta sia la produzione di settori di base, come l' acciaio (+230%), il cemento
(+256%) e il petrolio (+460%, per le benzine), sia la fabbricazione di beni di consumo durevole, co-
me le automobili (+630%), le macchine per scrivere (+360%) e le macchine per cucire (+95%),
mentre settori tradizionali come l' abbigliamento e l' alimentare acquisiscono i caratteri propri di una
industria moderna.
Negli anni 1960 nel gruppo di testa delle pochissime grandi imprese manifatturiere italiane vi sono
le piemontesi Fiat e Olivetti che dominano il proprio segmento di mercato costituendo il polo di
attrazione per grappoli di imprese minori. A queste seguono, nella regione, nuclei di imprese
medio-grandi che operano in settori in rapida espansione come l’alimentare – è il caso della
Ferrero di Alba - o l’abbigliamento, come Miroglio ad Alba e il Gruppo Finanziario Tessile a Torino.
Costituisce infine il tessuto connettivo del sistema industriale una diversificata massa di
microimprese semiartigianali che, specializzandosi all' interno di diversi sistemi economici locali, dà
vita anche a produzioni a tecnologia avanzata. Il sistema industriale piemontese continua quindi a

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Storia. Piemonte

essere composto da unità produttive grandi e piccole. Centinaia di laboratori artigianali affiancano
l’attività di costellazioni di imprese di tutte le dimensioni: sono però i grandi organismi ad aver la
capacità di tracciare lo sviluppo con l’introduzione di nuovi prodotti e nuovi processi produttivi che
avrebbero rivoluzionato i modelli di consumo e gli stili di vita per strati sempre più ampi della
popolazione italiana e creato sempre più ampie correnti di esportazione.
In comparazione con l’essenzialità dei precedenti modelli organizzativi, La Fiat e l’Olivetti appaiono
ormai sistemi complessi: dopo la guerra la gestione dei grandi organismi produttivi non si identifica
più solo nel perseguimento delle economie di scala. Il reddito ricavato dall’ordinato susseguirsi
delle produzioni in serie non è più un obiettivo sufficiente a giustificare l’azione delle comunità
formate da decine di migliaia di lavoratori.
Seppure sulla base di una consapevolezza molto diversa da impresa a impresa, tre problematiche
di tipo nuovo si pongono alla direzione: la prima era l’organizzazione del consenso interno
all’azienda e il coinvolgimento negli scopi aziendali di una moltitudine di persone le cui funzioni
sono esplose in una gamma vastissima di compiti e ruoli; la seconda riguardava le relazioni che la
grande impresa è indotta a instaurare con l’ambiente in termini di interscambio di servizi, gestione
e amministrazione del territorio, organizzazione del tempo libero e della vita esterna all’azienda; la
terza è invece determinata dalla necessità di concorrere alla programmazione dello sviluppo
economico nazionale all’inseguimento dei nuovi modelli di consumo che si auspicava si potessero
diffondere uniformante nel paese.
La Fiat attraversa un periodo di crescita rapidissima: 120.000 macchine prodotte nel 1951,
600.000 nel 1961 e un milione nel 1966. Le automobili Fiat sono diverse rispetto a quelle
americane e anche rispetto a quelle francesi, tedesche e inglesi: sono piccolissime perché il
prezzo doveva essere adeguato al reddito medio italiano.
In questa fase l’impresa è a guida manageriale: Vittorio Valletta, principale collaboratore di
Giovanni Agnelli, dirige l’azienda dal dopoguerra dopo la scomparsa del fondatore. Il nipote, Gianni
Agnelli, avrebbe assunto la presidenza della società soltanto nel 1966. Nel 1949 gli autoveicoli
circolanti in Italia superano di poco le 480.000 unità (appena 110.000 in più che nel 1938, ma le
vetture sono soltanto 267.000, ossia 22.000 in meno) e ciò alimenta fondate perplessità sul futuro
dell' industria automobilistica nazionale. La strategia di Valletta alla Fiat si rivela però vincente,
grazie alla individuazione del segmento di mercato, le utilitarie, dove la Fiat può svilupparsi,
potendo contare su una domanda interna in crescita e su una minor concorrenzialità delle
produzioni estere. Nel 1949 è avviata la produzione della "Topolino C" e nel 1950, completata la
moderna ristrutturazione degli impianti, è costruita la "1400", la prima automobile della Fiat a
carrozzeria portante; nel 1953 è poi prodotta la "Nuova 1100". Le vetture costruite dalla Fiat, che
per tutti gli anni 1950 e 1960 rappresentano circa il 90% della produzione nazionale, superano nel
1959 le 100.000 unità, e nel 1954 toccano quasi le 200.000 unità. A queste si affiancano le
automobili, progettate per una fascia di pubblico più ristretta, costruite nello stabilimento Lancia di
Torino, capace di circa 10.000 vetture annue. Sotto la direzione di Gianni Lancia, la casa
piemontese costruisce nel 1950 le prime "Aurelia" e tre anni più tardi la più piccola "Appia".
Il cambiamento di prospettiva nella produzione di automobili in Italia avviene però nel 1955, con
l'avvio delle moderne linee di produzione della "600". Questa piccola vettura segna l' ingresso
dell' Italia nella fase della motorizzazione di massa. Nel 1960, grazie anche al contributo della
ancora più economica "Nuova 500" (commercializzata nel 1957) la produzione annua della Fiat
tocca, dopo un ulteriore radicale ampliamento dello stabilimento di Mirafiori, il mezzo milione di
unità. Nel 1966, anno in cui Gianni Agnelli, nipote del fondatore, assume la presidenza della so-
cietà, con l' immissione sul mercato della "850" in sostituzione della "600", l' impresa torinese
addirittura raddoppia quel quantitativo, utilizzando anche il nuovo stabilimento di Rivalta. A metà
degli anni 1950 il difficile confronto con la Fiat porta la Edoardo Bianchi a confluire nella nuova
società Autobianchi acquisita nel 1958 dalla Fiat, e la famiglia Lancia a cedere il controllo
dell' industria di famiglia a Carlo Pesenti, imprenditore proprietario della Italcementi e della
Italimmobiliare, dinamico e spregiudicato operatore negli ambienti finanziari in quegli anni.

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Storia. Piemonte

La crescita della Fiat è notevole anche in campo internazionale. Nel 1960 la sua produzione è, in
Europa, seconda solo a quella della Volkswagen e di poco superiore a quella della Renault. Nel
1967 la produzione Fiat sopravanza anche quella della casa tedesca. La quota Fiat nella
produzione mondiale passa dal 4,7% del 1960 al 6,6% del 1968; in quello stesso anno la
percentuale sull' industria automobilistica europea sarebbe stata del 15,7%. Questo nel quadro di
un incremento delle esportazioni di autoveicoli, il cui peso complessivo passa da circa 3000 tonnel-
late nel 1959 a quasi 85.000 tonnellate nel 1970, anno in cui la produzione Fiat supera il milione e
mezzo di esemplari.
La Fiat conserva la struttura di gruppo integrato nelle produzioni nel settore dei trasporti con
importanti posizioni in diversi settori correlati: ferroviario, dei veicoli industriali, delle macchine
agricole, della componentistica auto, elettromeccanico, siderurgico. A questi si aggiungono via via
partecipazioni diversificate che trovano un punto di raccordo all' interno dell' Istituto finanziario
industriale (Ifi) che, dal 1927, funge da holding controllata dalla famiglia Agnelli. Nel 1965 è ceduta
al gruppo svedese Skf la fabbrica di cuscinetti a sfere Riv di Villar Perosa, con cinque stabilimenti
e 10.000 operai.
La seconda impresa automobilistica piemontese, la Lancia, avvia un tentativo di recupero delle
quote di mercato erose dall' Alfa Romeo in ascesa. La lavorazione è suddivisa nel 1958 più
razionalmente negli stabilimenti di Torino (auto) e Bolzano (fonderia e veicoli industriali), mentre è
avviata la produzione della "Flaminia". Nel 1962 viene costruito un altro stabilimento nei dintorni di
Torino, a Chivasso, per la costruzione della "Flavia", un innovativo modello di vettura di media
cilindrata a trazione anteriore e, nell' anno successivo, della più piccola "Fulvia". La strategia di
Pesenti, però, raggiunta nel 1963 la punta massima di produzione con poco più di 40.000 unità,
deve accantonare le aspettative di inserimento stabile al secondo posto del mercato italiano. Il
rallentamento, già nel 1964, della congiuntura espansiva, si associa per la Lancia alla duplice
constatazione che la Fiat è in grado di competere anche nella fascia alta del mercato e che la
progressiva integrazione dell' economia nazionale in quella europea aveva accresciuto il ruolo delle
case estere sulla fascia medio-alta del mercato interno. L' evolversi della situazione del mercato
internazionale, delle tecnologie adottate e dei conseguenti investimenti necessari aveva alzato
progressivamente la soglia minima per la produzione di una casa automobilistica impegnata nella
competizione internazionale. La ricerca di una posizione minoritaria sul mercato interno non è
quindi, alla fine degli anni 1960, un orizzonte perseguibile e quando, alla nel 1969, la Fiat assume
il controllo della Lancia, le prospettive industriali di una vita autonoma per la casa erano ampia-
mente compromesse.
La struttura del settore automobilistico e dei veicoli industriali si è così configurato come un
duopolio dominato da un colosso privato con un' impresa pubblica minoritaria. Come satelliti più o
meno direttamente collegati con la grande casa torinese, si sono sviluppate numerose imprese di
piccole e medie dimensioni impegnate nella fornitura di componentistica e, soprattutto, per i veicoli
industriali, nell'assemblaggio e nella carrozzeria di mezzi di trasporto indirizzati a nicchie di
mercato. L' ingegno e la vitalità imprenditoriali che accompagnano la crescita del settore meccanico
nell'Italia del nord-ovest hanno così trovato modo di mantenere vitale il tradizionale tessuto
manifatturiero. Le piccole e medie unità ottengono nell' integrazione con l' attività della grande
impresa un' occasione di stabilizzazione e una possibilità di ingresso in mercati più vasti. In diversi
casi però queste riescono a sviluppare approcci originali al mercato, operando in autonomia o in
gruppi di imprese informalmente connesse da rapporti di reciprocità economica.
La crescita dell’industria meccanica naturalmente provoca l’espansione degli acquisti all’estero
(soprattutto Stati Uniti e Germania) di macchine utensili. Anche su questo fronte però l’industria
meccanica nazionale sviluppa capacità tecnologiche e produttive già affermatisi prima della guerra
nelle aree industriali piemontesi, lombarde e bolognesi. I grandi complessi industriali come Fiat e
Olivetti sviluppano proprie divisioni specializzate nella produzione di macchine utensili per le
proprie necessità che, come nel caso della Officine meccaniche Olivetti (Omo), avviano le forniture
anche all’esterno del gruppo. Comunità di imprese piccole e medie avviano la conquista di nicchie

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Storia. Piemonte

di mercato per macchine utensili specializzate o per singole parti ponendo le basi per la
formazione di quello che presto diviene uno dei punti di forza delle esportazioni italiane. A Torino
e in altre città del Piemonte negli anni Sessanta sono attive in questo campo, oltre ai due gruppi
maggiori, imprese quali le Officine di Savigliano, Moncenisio, Nebiolo, Elli & Zerboni, Cimat,
Graziano, Morando, e nel campo delle tecnologie ottiche di precisione, incluse le macchine
cinematografiche, la Microtecnica, fondata nel 1929.
In pochi anni la Fiat consegue il duplice risultato di raggiungere i vertici dell’industria
automobilistica europea e di motorizzare il paese: in media negli anni 1960 ogni famiglia italiana
possiede una vettura, sia pure di cilindrata molto piccola. Una “500” ha un costo compatibile con il
salario annuo di un operaio che la costruisce: è quindi avvicinato l’obiettivo fordista che postulava
la possibilità che gli operai dell’industria automobilistica costituissero anche parte della clientela
delle vetture utilitarie prodotte.
Il costo del lavoro è alla Fiat più basso rispetto a quello delle concorrenti estere. Eppure l’operaio
di Mirafiori può contare su un salario superiore a quelli mediamente pagati nell’industria meccanica
italiana di quegli anni. Alla Fiat i servizi offerti dall’azienda sono migliori: così la mutua Fiat rispetto
alla sanità pubblica, o le colonie per i figli dei dipendenti. Le relazioni industriali restano però
inchiodate a un rigido autoritarismo aziendale: Valletta gestisce la massa operaia utilizzando
metodi antichi: autorità dell’azienda – senza dialogo e senza appello – e fedeltà delle maestranze
– ottenuta con metodi paternalistici.
Gli alti volumi di produzione sono ottenuti attraverso l’utilizzo delle tecnologie più aggiornate.
Mirafiori era stata realizzata prima della guerra, ma il conflitto aveva impedito l’avvio della
produzione così come l’avevano immaginata i progettisti. La vera vita di Mirafiori inizia nel
dopoguerra quando, con gli aiuti previsti dal piano Marshall, era stato possibile rivedere la
dotazione di macchine utensili automatiche. In alcuni segmenti del processo produttivo il mito della
fabbrica automatica sembra diventare realtà. Alcuni sistemi transfer integrano sequenze di
macchine diverse. I pezzi subiscono numerose lavorazione superando automaticamente le stazioni
che scandiscono il fluire della produzione. In questi reparti pochi operai generici controllano la
produzione sostituendo i numerosi operai specializzati prima necessari. Al di là dell’autoritarismo
paternalista di Valletta, la presenza delle nuove macchine nel flusso continuo della produzione
rivoluziona la funzione del lavoro operaio in fabbrica. Tra il 1951 e il 1961 la popolazione torinese
(compresa quella dei comuni limitrofi economicamente integrati nel capoluogo) cresce di quasi
400.000 unità. Mirafiori raggiunge nel successivo decennio, con oltre 60.000 dipendenti, la soglia
massima della sua governabilità. Enormi masse di operai — spesso provenienti da famiglie di
prima urbanizzazione — provocano, già alla fine degli anni 1950, la rottura di quella “pace sociale
forzata” su cui Valletta aveva fondato la crescita impetuosa dell’impresa e dei profitti.
A cavallo fra il decennio 1950 e il decennio 1960 anche la Fiat deve guardare con maggiore
attenzione al “fattore umano” (nelle sue componenti emozionali, psicologiche, e motivazionali); le
suggestioni derivate dal pensiero organizzativo d’oltreoceano rispondono d’altra parte a esigenze
reali di maggiore efficienza e razionalizzazione nell’organizzazione del lavoro attraverso la
considerazione degli aspetti psicologici e sociali del rendimento operaio, ma rappresentano anche
il tentativo di superare le rigidità delle prescrizioni che regolavano la vita di fabbrica accogliendo
almeno alcune delle istanze sociali poste all’attenzione della giovane democrazia italiana dalle
ideologie cattolica riformista, socialista e comunista italiana, allora dominanti nel paese. Il
riconoscimento della nobiltà dei valori umani è, però, alla Fiat assunta all’interno di un sistema che
si mantiene gerarchico e centralizzato. Una minimale attenzione all’ambiente di lavoro, l’organiz-
zazione del sistema assistenziale dell’azienda e del dopolavoro, sono in questi anni le uniche
novità riformiste che la dirigenza Fiat è disposta a concedere.
Le capacità organizzative alla Fiat si sono sedimentate nel corso della prima metà del novecento
attorno al governo centralizzato dell’impresa, con una forte direzione generale che impersona la
strategia di crescita dell’azienda, e con questa, dell’intero settore. Gli stabilimenti Fiat dominano il
sistema produttivo torinese e la Fiat guida incontrastata il settore automobilistico italiano,

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Storia. Piemonte

accompagnando la formazione dell’Italia industriale. Valletta lascia il comando della Fiat nella mani
del nipote del fondatore solo nel 1966, alla fine cioè dell’onda lunga della crescita economica
italiana del secondo dopoguerra: un’impresa cresciuta fino al limite sostenibile del modello
accentrato focalizzato sull’area torinese.
La Fiat era la quinta impresa automobilistica mondiale. La seconda marca in Europa. La
costruzione nel 1966 dello stabilimento di Rivalta conferma la localizzazione concentrata degli
impianti presso il capoluogo piemontese. Le principali diversificazioni produttive sono tutte
correlate all’attività automobilistica: veicoli industriali, trattori, macchine movimento terra, motori
marini e per aereo, materiale ferroviario.
La produzione di macchine per ufficio era cresciuta grazie allo sviluppo della Olivetti, che domina il
settore in Italia. Il numero delle macchine per scrivere montate negli stabilimenti italiani cresce
senza sosta fino al 1967, quando si superano gli 800.000 pezzi. Per le macchine calcolatrici gli
incrementi sono ancora più cospicui, passando da meno di 50.000 unità prodotte nel 1950 a quasi
un milione vent' anni più tardi. Adriano Olivetti prosegue nel dopoguerra le linee strategiche già
impostate e rivolte a fare dell' impresa di Ivrea una grande multinazionale del settore, inserita sui
mercati internazionali attraverso un' estesa rete distributiva, filiali e stabilimenti produttivi decentrati.
Nel 1955 la Olivetti conta quasi 50.000 dipendenti, di cui la metà in Italia, ed è presente con attività
produttive e distributive in 170 paesi del mondo. Continua quindi lo studio di soluzioni organizzative
e tecnologiche d' avanguardia allo scopo di allargare la produzione di massa grazie all' eccellenza
dei progetti costruttivi e all'
innovatività delle strategie di prodotto e di mercato.
Nel 1959 la Olivetti incorpora la Underwood Corporation, importante impresa americana del
settore, e nel 1959 produce l' Elea 9003, che dà avvio a una società con la francese Bull per la
produzione di main frames in sostanziale contemporaneità con l’ingresso in questo mercato della
Ibm americana. Alla morte di Adriano Olivetti, nel 1960, il gruppo è quindi finanziariamente
impegnato in un ambizioso programma di sviluppo internazionale che riguarda, oltre alle
produzioni di macchine per ufficio, i grandi elaboratori elettronici, gli arredi metallici e le macchine
utensili.
La morte improvvisa del grande imprenditore, nel 1960, è all’origine del disfacimento di un progetto
che aveva cercato di coniugare la formazione di un vasto complesso multinazionale alla
concretizzazione di un ideale comunitario in cui l’impresa diveniva un’istituzione territoriale aperta
e promotrice del rinnovamento politico, socioeconomico e urbanistico, e come centro di servizi
culturali e sociali per la comunità. Il pensiero organizzativo di Adriano Olivetti è fondato sul
principio della partecipazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni alle decisioni d’impresa nel
quadro dinamico di un “negoziato permanente” capace di creare i presupposti per il consenso e la
partecipazione collettiva alle scelte aziendali. Il Canavese, l’area circostante Ivrea, diventa un
laboratorio per la realizzazione di queste istanze innovatrici, e altri progetti anche se
necessariamente meno organici, sono elaborati in Campania e Basilicata.
A fianco della motorizzazione di massa e della diffusione delle macchine per ufficio, la vigorosa
espansione dell' industria degli elettrodomestici dimostra un' analoga capacità modernizzante per la
vita delle famiglie italiane. Anche in questo settore l' industria nazionale riesce a recuperare il
divario che la separava dai maggiori produttori mondiali, inserendosi in una posizione di rilievo sul
mercato internazionale e in particolare all' interno della Comunità Economica Europea,
l’antesignana dell’Unione Europea. La tecnologia semplice e accessibile, unitamente ai moderati
investimenti iniziali, portano il settore a crescere attorno a un piccolo gruppo di imprese dinamiche
a specializzazione non esclusiva. In particolare la produzione di "elettrodomestici bianchi"
(frigoriferi, lavabiancheria e lavastoviglie) si impone per prima in conseguenza all' adozione di
soluzioni costruttive originali, che permettono alle imprese dell' Italia settentrionale di reggere
positivamente la concorrenza internazionale sul fronte dei costi. In Piemonte sono attive la
Westinghouse, la Magnadyne, la Castor, l’Aspera-Frigo e la Indesit (Industria italiana
elettrodomestici), la quale, fondata nel 1953 dalle famiglie Campioni e Candellaro con il nome di
Spirea (divenuta Indes nel 1956) assume nel 1961 la denominazione definitiva: con 8 stabilimenti

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Storia. Piemonte

nei dintorni di Torino, l'impresa si inserisce al terzo posto in Italia, producendo sia "elettrodomestici
bianchi" sia "beni bruni" (televisori), esportati per il 70%.
Alla fine degli anni Trenta e poi nell’immediato dopoguerra erano stati però i frigoriferi prodotti dalla
Fiat a Mirafiori ad essere tra i primi elettrodomestici a entrare nelle case italiane: dal nord al sud,
dalla città alla campagna. L’impegno della Fiat sarebbe stato poi rapidamente sostituito dalle
imprese specializzate nel settore degli elettrodomestici bianchi affiancate dalle produzioni di radio
e, dal 1957, di televisori e telefoni. La dotazione di oggetti comunemente diffusi negli appartamenti
urbani dei ceti medi impiegatizi e operai cresce progressivamente. Poco invece cambia per gli
acquisti di vestiario — che solo raramente erano effettuati presso i grandi magazzini — e per quelli
alimentari — i supermercati avrebbero fatto la loro timida comparsa solo alla fine del decennio
1950. Le produzioni tradizionali - laniera nel biellese e cotoniera in altri distretti piemontesi come il
Canavese - attraversano anni non sempre facili, tra cui significative sono le difficoltà del colosso
del settore, il Cotonificio Valle Susa. La novità di questi anni è però la crescita della produzione di
abiti confezionati: il Gruppo Finanziario Tessile, storica impresa fondata a Torino nel 1930,
controllata dal dopoguerra dalla famiglia Rivetti, che incrementa le vendite dei marchi Facis e Cori
di abiti confezionati anche attraverso la nuova rete di distribuzione dei negozi Marus, mentre la
produzione in serie di giacche, abiti e cappotti avviene negli stabilimenti di Settimo torinese,
Torino, Racconigi, San Damiano d’Asti e Borgonero.
Anche nel campo dell’industria alimentare è notevole la crescita di nuove produzioni in serie di
alimenti confezionati vi sono gli impianti Pavesi, Maggiora, Wamar, Saclà, Talmone, ma è
soprattutto la P. Ferrero e C. di Alba a guidare il percorso di modernizzazione avviando la
produzione di cioccolato a basso prezzo combinato con surrogati e assumendo presto una
struttura multinazionale con stabilimenti produttivi in Francia e Germania. Nel campo della
produzione vinicola speciale sono in sviluppo le tradizionali presenze di Cinzano, Martini e Rossi,
Cora e Carpano.
In questi anni quindi, mentre la crescita impetuosa della Fiat, porta Torino ad ampliare
enormemente le proprie periferie assumendo i caratteri della company town, il sistema industriale
regionale cresce confermando la propria vocazione multiforme e polisettoriale, in questa direzione,
la crescita dell’industria chimica completa il panorama manifatturiero piemontese. Le presenze più
significative sono, nel campo farmaceutico, la Farmitalia e la Schiapparelli; in quello delle fibre
artificiali, la Snia; mentre nella lavorazione della gomma sono presenti filiali della Michelin e della
Pirelli al fianco della Ceat e della più piccola Superga. A questa si devono aggiungere la Saint
Gobain per la produzione di vetro, la Unicem e la Cementir per quella di cemento. Un posto a sé è
poi occupato dalla Montecatini (dal 1966 Montedison) che a Novara può contare su un impianto
per la produzione di ammoniaca e della sede di un prestigioso centro ricerche, l’Istituto Guido
Donegani, dal nome del fondatore della famosa impresa chimica.
Negli anni 1960, 4 milioni di abitanti lasciano il Mezzogiorno. Metà per espatriare, l’altra metà per
trasferirsi nell’Italia del centro-nord. La grande maggioranza si trasferisce in Lombardia e
Piemonte. Queste due regioni attraggono popolazione anche dall’Italia orientale, soprattutto dal
Veneto. La migrazione interna è un fenomeno avviato negli anni 1920 e 1930. Fino ad allora l’urba-
nizzazione avviene soprattutto attraverso la capacità dei grandi centri urbani di attrarre
popolazione dalle campagne e dai centri minori circostanti. La crescita degli insediamenti
industriali polarizzati su Milano, Torino e Genova mutano drasticamente i meccanismi migratori.
Torino cresce più svelta, via via che si entrava nella congiuntura espansiva degli anni 1950-1960,
richiamando popolazione da altre regioni del paese, questa volta specialmente dal Meridione: le
reti di trasporto e di comunicazione, i nuovi circuiti mercantili e finanziari, il mercato del lavoro, non
riguardano più il rapporto tra la città e la campagna circostante ma creano un nuovo reticolo
nazionale.

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Storia. Piemonte

7. La ristrutturazione del sistema industriale alla ricerca di un nuovo


modello
Con la fine del miracolo economico l’economia italiana prosegue, negli ultimi trent’anni del secolo,
l’inseguimento nei confronti delle nazioni più avanzate: questo risultato è però conseguito in uno
scenario contrastato in cui la capacità di sviluppo si riduce e brevi fasi di crescita sono alternate a
violente crisi. La fine dell’onda lunga della grande crescita assume così il valore di un punto di
snodo nella storia industriale del paese. Durante i primi anni della repubblica lo sviluppo industriale
era sembrato inarrestabile: quando però la crisi internazionale arriva in Italia, il miracolo economico
è già sfociato in una fase di lotte sindacali di forte intensità, sia per il livello di partecipazione
operaia, sia per la nuova articolazione delle istanze avanzate negli scioperi, numerosi e ripetuti
negli anni: l’autunno caldo del 1969. Così, come già era stato nel biennio rosso dopo la Grande
guerra, le rivendicazioni operaie si estendono oltre le questioni salariali fino ai temi delle condizioni
ambientali di lavoro e della gestione del potere all’interno degli stabilimenti. L’inflazione raggiunge
negli anni Settanta livelli altissimi: nel periodo successivo l’indebitamento statale, la crisi monetaria
e il dissesto dei conti pubblici aumentano nel paese le ripercussioni della crescita del costo del
petrolio e delle generalizzate difficoltà economiche internazionali.
L’architrave dello sviluppo industriale della prima metà del novecento fondato sull’intervento dello
stato e sul ruolo preminente esercitato dalla grande impresa fordista, entra in crisi irreversibile.
L’economia piemontese, cresciuta parallelamente all’affermazione di grandi complessi orientati
alle produzioni in serie appare particolarmente vulnerabile di fronte alla crisi mentre emergono altri
contesti regionali che, soprattutto nell’Italia del nord-est e del centro vedono svilupparsi sistemi di
piccole imprese capaci di sviluppare nuove produzioni di beni di consumo rivolte all’esportazione.
D’altro lato, a sottolineare la connotazione di momento di svolta che caratterizza gli anni settanta e
ottanta stanno importanti elementi di novità. Parallelamente alla comparsa delle nuove tecnologie
legate in primo luogo alla diffusione della digitalizzazione delle informazioni e a quella dei
calcolatori elettronici si prefigurano modelli organizzativi dell’impresa alternativi al sistema taylor-
fordista.
Nella penisola i primi a entrare in crisi sono i grandi complessi appartenenti allo stato imprenditore,
subito affiancati da quelle imprese private cresciute grazie agli incentivi governativi. Clamoroso è il
tonfo dell’intero comparto chimico, straordinarie sono le difficoltà per il settore dell’acciaio. I
cambiamenti nella domanda internazionale fermano la capacità espansiva delle grandi imprese del
nord-ovest. La crisi del capitalismo familiare si associa così a quella del capitalismo politico:
interrompendo i flussi di commesse, inoltre, le grandi imprese in affanno trasmettono la propria
crisi ai sistemi locali di piccole e medie imprese cresciuti in connessione con lo sviluppo delle
grandi. Proprio in quegli stessi anni fanno però la loro comparsa nuove aziende di medie e piccole
dimensioni, dinamiche nell’accogliere le novità tecnologiche e pronte a investire in attività di
marketing specializzandosi in segmenti di mercato caratterizzati da limitate economie di scala.
Anche in Piemonte, di fronte alle difficoltà dei grandi organismi si affacciano soggetti imprenditoriali
di tipo nuovo che nel corso dei decenni successivi avranno la capacità di affermarsi
definitivamente.
In alcuni contesti medie aziende sorte per la subfornitura alla grande impresa fordista - per
esempio l’indotto Fiat, la galassia che in Piemonte ruota intorno alla produzione automobilistica -
propongono nuove produzioni. Alcuni esempi di successo riguardano il design, che si avvia a
diventare uno dei punti di forza del sistema manifatturiero italiano: la Pininfarina, nata come
produttore di carrozzerie di lusso in pochi esemplari, arriva a produrre 45.000 auto nel 1999. Altre
migliaia, anche per marche estere, sono prodotte dal Gruppo Bertone, da Garavini e da Ghia. Con
queste grandi firme collabora la Italdesign di Carletto Giugiaro, che fornisce modelli anche alla
Fiat.
L’attività di queste imprese si irradia sull’intero sistema mondiale dell’industria dell’automobile. Il
progredire del disegno delle automobili prodotte in ogni continente è spesso il frutto del lavoro di

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Storia. Piemonte

ricerca e degli studi compiuti nei laboratori delle tre imprese piemontesi. La torinese Saiag-Società
Anonima Industria Articoli di Gomma, fondata a Curogné nel 1935 e cresciuta soprattutto con la
produzione di componenti in gomma per automobili, agli inizi degli anni 1970 diversifica la
produzione e avvia l’espansione internazionale controllando un grappolo di imprese incentrate in
particolari produzioni nel campo della gomma e delle pellicole per la conservazione degli alimenti.
Ad Asti si sviluppa la Wayassauto (oggi parte del gruppo Arvin-Meritor) nata ai primi del Novecento
e specializzatasi nella fabbricazione di ammortizzatori e sistemi di sospensione in genere.
La vocazione meccanica dell’industria piemontese è confermata dalle produzioni di cuscinetti a
sfere della Riv-Skf e nel campo della produzione aeronautica dalla Alenia sorta nel 1990 quale
fusione della Aeritalia, che nel 1969 aveva assorbito le attività della Divisione Aviazione Fiat, e
della Selenia. E’ però naturalmente ancora l’industria automobilistica a dominare il settore. A metà
degli anni Sessanta la Fiat aveva avviato la produzione nel nuovo stabilimento di Rivalta, vicino a
Torino, e sostituito la vecchia “600” con il nuovo modello di utilitaria: la “850”. Vittorio Valletta, dopo
aver concluso l’accordo con le autorità sovietiche per la costruzione del grande impianto per la
produzione di automobili a Togliattigrad, aveva ceduto il passo a Gianni Agnelli, nipote del
fondatore dell’impresa.
La Fiat lasciata da Valletta è molto più importante nel capitalismo italiano di quanto non fosse stata
sotto la guida di Giovanni Agnelli nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale e occupa
incontrastata il vertice del capitalismo industriale nazionale. Attraverso l’Ifi la famiglia Agnelli
governa un impero incentrato sull’impresa automobilistica ma oramai impegnato in molti altri
settori. Con la ristrutturazione della Olivetti e della Montedison la Fiat entra nel capitale delle due
importanti società; partecipazioni di rilevo sono poi detenute nella Unicem, nella Riv-Skf (cuscinetti
a sfere), nella Magneti Marelli, nella gestione delle autostrade e, alla fine degli anni 1960,
acquisisce dalle famiglie Borletti e Brustio il controllo del gruppo La Rinascente.
Nel 1969 Carlo Pesenti che nel 1955 aveva comprato la Lancia, dopo la fallimentare gestione
operata dalla discendenza del fondatore, deve arrendersi alla difficoltà cedendo l’impresa alla Fiat.
L’immigrazione porta a Torino negli anni Sessanta una massa di operai di prima urbanizzazione
privi di un legame con le organizzazioni della tradizione operaia e segnati dalle cattive condizioni di
vita, in fabbrica e in città. Le organizzazione della sinistra extraparlamentare dimostrano di avere
una base di massa a Mirafiori, la fabbrica simbolo del movimento operaio italiano. Le pratiche di
agitazione sono innovative e di grande impatto. Il successo dell’”autunno caldo” è però il frutto
della convergenza degli interessi tra i lavoratori recentemente immigrati e le famiglie operaie
settentrionali composte dai figli e dai nipoti dei protagonisti delle lotte del “biennio rosso” e di
quelle, antifasciste, degli anni 1940. Nel 1970, l’approvazione dello statuto dei lavoratori -
nell’ambito di una serie organica di norme rivolte a garantire i diritti fondamentali ai lavoratori -
assegna ai sindacati più rappresentativi un ruolo istituzionale che li favorisce nei confronti delle
organizzazioni più radicali. Parallelamente anche la Confindustria è indotta a rivedere la propria
funzione nel nuovo quadro delle relazioni industriali.
L’impresa torinese avvia un processo di applicazione diffusa delle tecnologie dell’automazione
nell’ambito di un progressivo decentramento produttivo lontano dall’area torinese mentre Gianni e
Umberto Agnelli, nelle rispettive cariche di presidente e amministratore delegato, procedono alla
riorganizzazione dell’impresa in direzione di una multidivisionalizzazione capace di restituire i
necessari margini di autonomia ai manager.
La congiuntura degli anni 1970 porta però a un netto rallentamento della crescita del mercato
dell’automobile. I conti dell’impresa peggiorano, trasformando gli ingenti profitti conquistati dalla
fabbrica accentrata dell’era di Vittorio Valletta in perdite sempre più pesanti. La Fiat, che avvia nel
1971 la produzione della “127”, punta al superamento della struttura incentrata sul ruolo cardine
dello stabilimento di Mirafiori. La grande impresa automobilistica si avvia alla creazione di una
configurazione policentrica. Numerose funzioni produttive sono esternalizzate presso piccole e
medie imprese diversamente collegate con l’azienda madre, mentre, grazie agli incentivi stanziati

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Storia. Piemonte

dal governo per lo sviluppo del Mezzogiorno, sono creati diversi stabilimenti decentrati nel
meridione.
Con gli anni Ottanta si apre una nuova fase in cui l’impresa torinese deve sottoporre le proprie
strategie e la propria struttura a una radicale revisione. L’Ifi, holding della famiglia Agnelli, accresce
le partecipazioni in imprese esterne all’industria meccanica, utilizzando allo scopo soprattutto l’Ifil,
una consociata presieduta da Umberto Agnelli, fratello minore di Gianni. Più volte, sull’onda delle
difficoltà dell’industria automobilistica succedutesi in seguito alle crisi petrolifere degli anni 1970, è
ipotizzata la presa di distanza della famiglia dal settore. La fedeltà all’attività caratteristica,
sostenuta con fermezza da Gianni Agnelli, è però riconfermata. Le vendite della “Uno”, prodotta a
partire dal 1983, contribuiscono a raddrizzare i conti dell’impresa, ribadendo il vantaggio del-
l’azienda sui mercati europei nel campo delle vetture di piccola cilindrata.
Con una netta sconfitta sindacale, nell’autunno del 1980 è celebrata la fine della lunghissima
stagione di lotte aperta con le battaglie dell’autunno caldo nel lontano 1969. Nell’autunno del 1980
il sindacato a Torino è umiliato. Una manifestazione organizzata dai quadri aziendali della Fiat, ma
che si guadagna il consenso di quella parte degli ambienti sociali torinesi che non è direttamente
coinvolta dalla crisi dell’auto, mostra l’insofferenza per le istanze sostenute dalle organizzazioni
sindacali.
La Fiat sotto la direzione di Cesare Romiti decide tagli massicci all’entità delle proprie maestranze
e cerca un riassetto geografico che prescinde definitivamente dal ruolo centrale di Torino. Una
quota sempre maggiore della produzione è collocata altrove. Dopo una serie di anni estremamente
positivi in cui l’impresa torinese partecipa della ritrovata dinamicità dell’industria italiana con l’in-
gresso nell’ultimo decennio del secolo l’economia si arresta nuovamente.
Il peso della produzione automobilistica si riduce rispetto al totale delle attività dell’impresa,
arrivate a fine secolo a coprire solo il 42% del fatturato del gruppo nell’ambito di una complessiva
ridefinizione della struttura internazionale dell’impresa. Già dagli anni Settanta la Fiat aveva
ristrutturato la propria presenza nei settori correlati delle macchine movimento terra con la
costituzione della Fiat Allis, e dei veicoli industriali con la creazione del gruppo Iveco. Nel corso
degli anni successivi la strategia di diversificazione si riflette nella struttura dell’impresa attraverso
lo scorporo dell’attività automobilistica affidata, alla nuova società Fiat auto, e destinando a società
operative autonome le produzioni di trattori agricoli, macchine movimento terra, veicoli industriali,
prodotti siderurgici, componenti, macchine utensili, energia, vagoni e locomotori. La Fiat
capogruppo assume così assunto i caratteri e i compiti di una holding industriale.
All’inizio degli anni 1990 attraverso un accordo con la Ford, la Fiat diviene, con quasi il 20% dei
mercati, il secondo produttore mondiale di trattori, macchine agricole e macchine movimento terra.
Nello stesso periodo è raggiunto un accordo internazionale con l’Ini, l’ente dello stato imprenditore
spagnolo, per l’acquisizione dell’Enasa, principale impresa specializzata nei veicoli industriali. Il
decennio si chiude con l’acquisizione del gruppo Pico, maggior produttore americano di impianti
per la produzione di carrozzerie, le cui attività sono fuse con quelle della Comau, azienda del
gruppo specializzata nei sistemi di produzione delle auto.
Proseguendo nella direzione di una complessiva strategia rivolta a collocare l’azienda torinese in
una posizione di solidità di fronte alla concorrenza internazionale, avviene l’ingresso nel capitale
della società Fiat auto del gruppo General Motors, il maggior produttore mondiale di automobili.
Dopo un secolo dalla fondazione, la famiglia Agnelli, che attraverso l’Ifi e l’Ifil, controllava circa un
terzo del capitale, raggiunge un accordo con la grande impresa americana fondato su uno scambio
di azioni tra le due società che si sarebbe risolto in seguito all’ingresso della Fiat in una profonda
crisi di cui solo molto recentemente si inizia a intravedere una possibile conclusione positiva.
Con gli anni Sessanta si era conclusa un’esperienza imprenditoriale tra le più innovative e
lungimiranti nell’Italia del dopoguerra. Adriano Olivetti era morto nel novembre del 1960 lasciando
sostanzialmente incompleto il proprio progetto di impresa progressiva. Era stata acquisita, nel
1959, l’americana Underwood, ma Olivetti non aveva avuto il tempo di delineare il piano di
ristrutturazione del colosso americano e la sua integrazione nelle politiche di crescita dell’impresa

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Storia. Piemonte

di Ivrea. L’imprenditore aveva prefigurato lo sviluppo incentrato sulle produzioni elettroniche e la


divisione dell’impresa affidata a Roberto Olivetti aveva ottenuto brillanti risultati con la produzione e
la commercializzazione dell’Elea 9003, uno dei primi main frames al mondo. La divisione
elettronica era cresciuta raggiungendo i 3000 dipendenti e conseguendo risultati di frontiera con il
Programma 101, il precursore del personal computer. I piani ambiziosi di espansione in un settore
che necessitava di grandissimi investimenti in ricerca e sviluppo, assieme alla necessità di
riassorbire il contraccolpo finanziario dovuto alla recente acquisizione della Underwood avevano
indebolito però l’impresa.
Nel 1964 la situazione degenera e rende inevitabile un’operazione di salvataggio coordinata da
Mediobanca che porta nella società, oltre a Mediobanca, l’Imi, la Fiat, la Pirelli e la Centrale. Il
primo atto di Bruno Visentini, chiamato alla presidenza del gruppo, è la cessione della divisione
elettronica della Olivetti alla General Electric. La vicenda dell’Olivetti disegna nitidamente i limiti del
capitalismo familiare italiano. Dopo la vigorosa crescita negli anni del miracolo economico, questa
formula si mostra incapace di affrontare le ristrutturazioni organizzative e produttive imposte dallo
sviluppo tecnologico e dalla crescente integrazione internazionale dell’economia italiana.
All’inizio degli anni Ottanta, con la guida di Carlo De Benedetti la trasformazione della Olivetti è
drastica. Il gruppo di Ivrea entra nel mercato dei personal computer e, negli anni Novanta, scontate
le difficoltà per l’affermazione di un’impresa europea nella fabbricazione in grandi serie di personal
computer di fornite alla concorrenza asiatica, rivoluziona la propria attività concentrandosi nella
telefonia in coincidenza con la diffusione dei primi telefoni portatili. Il numero di utenti della
telefonia mobile cresce da poco più di 500.000 nel 1991 fino a superare i 30 milioni all’inizio del
nuovo secolo. La Omnitel costituita dal gruppo Olivetti sin dal 1990, divenuta operativa nel 1995, è
il secondo concorrente con 10 milioni di clienti, mentre la consociata Infostrada, nata entro lo
stesso gruppo, si afferma nel campo della telefonia fissa. Nel 1999 la Olivetti, ch’era stata ceduta
nel 1996 a Roberto Colaninno, acquisisce il controllo della Telecom, mentre in seguito a diversi
passaggi di proprietà la Omnitel sarà fusa nella multinazionale inglese Vodafone e Infostrada
entrerà nel gruppo Enel.
Parallelamente alla riorganizzazione delle grandi imprese tradizionali e all’affermazione del
terziario avanzato, anche in Piemonte si sviluppano le specializzazioni produttive caratterizzate da
basso tasso di investimenti e alto livello di esportazioni: il made in Italy, stoffe di lana, vestiti,
gioielli, posate e macchine per il caffè, cioccolato, spumante e vermouth. A partire dagli anni 1970
la crisi del modello fordista propone una maggior complessità nella domanda di beni di consumo,
che nelle società occidentali erano richiesti in una gamma sempre più ampia e con caratteristiche
personalizzabili per il singolo prodotto.
Nella maggioranza dei casi la ricerca di economie esterne all’azienda porta le piccole e le medie
imprese ad agglomerarsi all’interno di aree territoriali omogenee fino a formare distretti industriali al
cui interno i piccoli imprenditori trovano la convenienza a produrre grazie alla suddivisione delle
varie fasi di lavoro tra unità indipendenti. Nel Biellese vi è il più importante e il più antico distretto
industriale piemontese noto a livello mondiale per le produzioni di stoffe di lana e di maglieria. Alla
fine degli anni 1990 il distretto comprende 1700 imprese con 28.000 addetti. Tra le imprese più
significative vi sono Zegna, Cerreti, Liabel, ma sono centinaia le aziende, anche piccolissime, che
grazie alle nuove tecnologie riescono a differenziare la produzione di stoffe di alta qualità secondo
le esigenze via via manifestate dai mercati internazionali. Al fianco delle produzioni tessili si è
sviluppata una significativa produzione meccanotessile. Lungo il versante sud occidentale del lago
d’Orta è situato invece il secondo sistema locale italiano specializzato nella rubinetteria la cui
maggiore impresa è la Zucchetti. A Valenza Po è invece ospitato l’aggregato di piccole imprese
specializzate nella produzione di gioielli rappresentando una delle maggiori realtà a livello mondiali
con 7.500 addetti e 170 imprese tra le quali emerge la Damiani. A Settimo Torinese si concentrano
invece 200 aziende con 4.000 addetti produttrici di penne e pennarelli. Ad Omegna infine attorno
alla Bialetti, alla Alessi, alla Lagostina si sviluppa un distretto dedito alla produzione di utensili da
cucina.

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Storia. Piemonte

La Ferrero da piccola impresa nel dopoguerra, era cresciuta molto già negli anni 1960 producendo
surrogati del cioccolato e merendine. La Nutella e la “tortina Fiesta” le fanno guadagnare la
quarantesima posizione tra le principali società italiane agli inizi degli anni 1970 quando ha più di
6000 dipendenti. Con gli anni, alle linee tradizionali si aggiunge una gamma di prodotti alimentari
contraddistinti dal basso prezzo: uova con sorprese, cioccolatini costituiti da miscele di cioccolata e
nocciole.
Il Gruppo finanziario tessile, controllato dalla famiglia Rivetti, negli anni Settanta intraprende con
decisione la collaborazione con gli stilisti in coincidenza con la diffusione del pret-a-porter e con il
ruolo guida svolto dall’Italia nell’evoluzione della moda italiana: Valentino, Ungaro, Armani, Dior.
Negli anni Novanta però anche questa impresa deve scontare la crisi economica generale e, allo
stesso tempo, scelte manageriali errate che la portano alla disgregazione delle attività produttive
alla fine del decennio in coincidenza con il venir meno del rapporto con alcune delle firme più
prestigiose.
Anche nell’ultimo quarto del novecento e negli anni più recenti il tessuto produttivo piemontese ha
trovato la via dell’integrazione con l’economia internazionale, sia pure nel quadro di difficoltà
crescenti e dovendo scontare il venir meno di alcune delle posizioni di forza più consolidate.
Mancate le occasioni di sviluppo per le industrie impegnate nelle tecnologie più avanzate,
l’economia regionale ha trovato la propria collocazione nel paradigma segnato dalla
mondializzazione dei mercati e delle produzioni dando vita a un sistema eclettico dove, in seguito
anche all’annientamento di alcune dinastie imprenditoriali e all’arretramento di altre, le antiche
élites economiche hanno visto profondamente mutato il proprio ruolo. Le più antiche e
dimensionalmente rilevanti realtà produttive hanno lasciato il passo all’ascesa degli investimenti
nel capitalismo “immateriale” delle telecomunicazioni. Le piccole imprese, riunite nei distretti,
alimentano la reinternazionalizzazione dell’economia regionale contribuendo al fenomeno del
made in Italy. I comparti del design e della componentistica legati all’industria automobilistica, e i
settori della moda, dei prodotti per la casa e per l’alimentazione, si affermano sui mercati mondiali
grazie alla riqualificazione dei comparti produttivi tradizionali garantendo lo sviluppo a un gruppo
non esiguo di medie imprese, di antica e di recente formazione, capaci di occupare solide posizioni
in definiti segmenti di mercato. In questo quadro la scomparsa ravvicinata nel 2003 e nel 2004 di
Gianni e Umberto Agnelli unitamente al fallimento degli accordi tra Fiat e General Motors
assumono il valore di momento simbolico da un lato della raggiunta maturità di un paradigma di
sviluppo, dall’altro dell’apertura di una nuova stagione i cui confini e le cui potenzialità possono già
essere delineate nelle più recenti mutazioni del sistema economico regionale.

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