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Cristiano Giorda

Cristiano Giorda

I CONCETTI FONDANTI DELLA GEOGRAFIA

1. Le parole per indagare la relazione tra l’umanità e la Terra


La geografia è un linguaggio complesso. Che dà senso a tante cose. Alla Terra e a chi
la abita, alla natura e all’umanità, e quindi alle forme con cui vediamo e
denominiamo i luoghi e i paesaggi, alle relazioni che li trasformano e ai modi con cui
le comunità umane li strutturano. Denominare è uno dei primi atti geografici. Dare
un nome è un modo di controllare, di possedere attraverso il linguaggio: il nome che
dò a un luogo lo delimita, lo rende parte del mio pensiero e quindi della mia realtà.
Mi permette di comunicarlo agli altri. Le prime parole della geografia, i primi
concetti geografici, sono i simboli con cui la nostra specie si è impadronita
dell’immensa vastità dello spazio geografico. Sono i nomi dei luoghi e poi i nomi per
indicare le forme dell’ambiente. Montagna, pianura, collina, costa, isola: i nomi delle
forme fisiche, della morfologia. Le parole per indicare le forme dell’acqua, il
torrente, il fiume, il mare, il ghiacciaio, quelle per i fenomeni atmosferici, la pioggia,
il sole, il vento, la nebbia. I nomi delle forme viventi: le foreste, gli animali. Diversità
della natura che via via, e sempre più dopo la scoperta dell’agricoltura, diventano
risorse. Vengono trasformate. E diventano le forme umane dello spazio geografico: il
campo, la strada, la città. Concetti che nel tempo distinguono ogni forma,
diventando nomi propri: monte Bianco, fiume Po, città di Roma. Non più concetti
generali, ma singoli oggetti dello spazio geografico.
Denominare, trasformare (reificare), strutturare: la natura diventa territorio, diventa
un prodotto dell’umanità. Diventa lo spazio della specie umana, sempre più diffusa e
impattante sul pianeta. Tanto che oggi facciamo fatica a distinguerla dalla natura
trasformata, il tema chiave dell’Antropocene (Giorda, 2019): rendendo la geografia
un discorso sull’umano, sulla relazione tra la nostra specie e l’ambiente naturale del
pianeta Terra.
I concetti fondati che raccontiamo in questo capitolo non sono però quelli con cui
descriviamo lo spazio geografico, non sono quelli con cui la geografia fisica e la
geografia umana indicano le forme del territorio e dell’ambiente. Qui presentiamo i
concetti con cui la geografia è diventata un linguaggio scientifico, le parole con cui la
geografia insegna ad andare oltre i nomi dei luoghi e i nomi dell’ambiente. Sono
concetti più generali, coi quali il linguaggio della scienza geografica cerca di
comprendere il mondo e i suoi processi. Sono i concetti che ci permettono di vedere
il livello invisibile dello spazio geografico: i processi, i progetti e anche le emozioni
attraverso i quali le comunità umane trasformano l’ambiente e abitano la Terra.
Il ruolo dei concetti fondanti è proprio questo: orientarci fra centinaia di altri
concetti e migliaia di nomi propri. Farci da guida alla comprensione delle relazioni
che questi oggetti hanno fra loro, che sono ciò che li rende vivi, in costante
cambiamento e trasformazione. Darci la possibilità di provare a dire ciò che accade,
passare dall’osservazione diretta o indiretta alla costruzione di modelli, alla
descrizione di processi, alla formulazione di ipotesi e di scenari di evoluzione, ed
anche a nuovi modi di abitare e progettare il futuro dei luoghi, fornendo
competenze di cittadinanza.

Società umane / ambiente naturale

Spazio geografico / sistema Adattamento / risorse

Orientamento fisico / orientamento culturale Territorio / Regione

Paesaggio / Luogo Spazialità /emozioni

Localizzazione / Diffusione Relazione/ interazione

Distanza / movimento Scala / Rappresentazione

Società umane / ambiente naturale


Ogni discorso geografico deve portare a riconoscere i legami e le criticità della
relazione tra società umane e ambiente naturale, che con la loro coevoluzione
costruiscono i territori, modellano il paesaggio e differenziano i luoghi e le culture.
Quasi tutti i manuali affermano che l’oggetto di studio della geografia è l’interazione
tra ambiente naturale e società umane. I termini possono essere leggermente
diversi (uomo-ambiente; uomo-ambiente-società, uomo-natura, umanità-Terra) ma
non lo è il senso. Anche quando si afferma che l’oggetto di studio è lo spazio
geografico, o l’interpretazione della superficie terrestre, si sta attuando solo uno
spostamento: gli attori della produzione di spazio geografico, gli agenti che
modellano la superficie del pianeta con le loro interazioni, sono i sistemi della natura
e un sottosistema della biosfera, la specie umana, che per la sua pervasività è
diventata il principale protagonista del cambiamento del pianeta. Già John Dewey,
oltre un secolo fa, motivava il valore educativo della geografia attraverso la sua
capacità di mettere in connessione fatti naturali e avvenimenti sociali, mostrandone
le conseguenze sulla vita umana (Devey, 1916, 1927).
Questo approccio è ancor più rilevante se visto in chiave sistemica, ed è questo il
mandato per l’educazione geografica posto dalla Dichiarazione di Lucerna per
l’educazione geografica allo sviluppo sostenibile, un documento del 2007
dell’Unione Geografica Internazionale che impegna i geografi di tutte le associazioni
geografiche nazionali ad operare nella didattica della geografia seguendo il concetto
di “Human-Earth ecosystem” che comprende da un lato la litosfera, l’atmosfera e
l’idrosfera, dall’altro gli insediamenti, l’agricoltura, l’industria, i trasporti. Un
sistema in delicato equilibro, da qui la questione ecologica (la cura della casa-Terra)
alimentato dall’energia del Sole e dal calore interno della Terra.
Due polarità generative: la geografia attuale del pianeta è il risultato di migliaia di
anni di relazioni tra natura e gruppi umani. La progressiva conoscenza della natura è
stata alla base dello sviluppo delle società umane: la cultura nasce da questa
interazione, e con essa i sistemi con cui le popolazioni sviluppano rapporti e valori
(società), trasformano l’ambiente (economia) e regolano la vita sociale (politica). In
questo quadro la natura non è un semplice fornitore di risorse per la vita sul
pianeta. C’è una coevoluzione: non possiamo spiegare cosa è oggi la vita umana
senza parlare della sua interazione con l’ambiente naturale e della sua codificazione
culturale in simboli e pratiche. Si fa strada il concetto di ibrido: ciò che non è del
tutto naturale e non è del tutto umano. Antropocene, un concetto che pone in
discussione il fondamento stesso della modernità (Latour, 2009), sembra fondarsi
proprio su una dissoluzione dei confini rigidi fra ciò che è umano e ciò che è naturale
(Giorda, 2019).
L’insegnamento della geografia, seppure con le dovute semplificazioni dovute al
grado di scuola, deve fornire strumenti per comprendere i rapporti fra società
umane e natura. Rapporti che modellano la superficie terrestre, ne trasformano la
pedosfera, l’idrosfera, l’atmosfera e la biosfera, e allo stesso tempo cambiano
anche l’antroposfera con le strutture dell’economia, della cultura, della società e
della politica. Rapporti che sono alla base dei grandi problemi del mondo
contemporaneo: cambiamento climatico, crescita della popolazione e migrazioni,
inquinamento, disuguaglianze.

ambiente società
naturale umane

biosfera insediamenti

idrosfera trasporti

atmosfera industria

litosfera agricoltura

Figura 1. Il Sistema Terra, le cui relazioni sono alimentate dall'energia del Sole e dal calore interno del pianeta.

Spazio geografico / sistema


Si sente ripetere spesso che la geografia “spazializza”. Ma cosa significa? Il concetto
di spazio è utilizzato in molte discipline. Si parla di spazio in astronomia, in fisica, in
geometria e in altre scienze. Per questo il concetto di spazio deve essere delimitato
concettualmente per quanto riguarda la geografia. Lo spazio “geografico” è la
superficie terrestre con tutte le parti aeree e di sottosuolo fin dove si spingono le
attività umane come il volo o l’estrazione di minerali. In sintesi, è lo spazio nel quale
avvengono le relazioni tra umanità e ambienti naturali. La spazialità umana è quindi
per la geografia l’insieme di capacità e competenze che utilizziamo per abitare il
pianeta in tutti gli ambiti della vita umana, e parte dall’idea che ogni aspetto del
nostro abitare il pianeta comprende il movimento-orientamento nello spazio
terrestre, la trasformazione materiale delle risorse e il controllo dello spazio
attraverso i simboli. La complessità di questo abitare il mondo fa rientrare oggi la
geografia fra le scienze della complessità e per questo proponiamo il concetto di
sistema come approccio epistemologico all’insegnamento della geografia. Ne
abbiamo elencato le componenti di base attraverso il binomio società umane /
ambiente naturale. Per l’insegnamento della geografia queste componenti non
devono mai ridursi a scatole nozionistiche che classificano e suddividono elementi
umani e naturali: quello che interessa al geografo è l’interazione fra tutti questi
componenti nei tanti cicli della natura e nei modi con coi le attività umane si
inseriscono in questi processi utilizzandone le risorse e adattando le proprie attività
in base alla loro disponibilità, alle conoscenze tecnologiche e alla visione culturale
dei rapporti con la natura.

Adattamento / risorse
I rapporti fra società umane e ambiente naturale si sviluppano attraverso due
modalità: l’adattamento e la trasformazione delle risorse, che è una delle forme di
adattamento. Adattamento è un concetto molto utilizzato in biologia ma anche in
psicologia e in pedagogia. Quando lo utilizziamo in geografia costruiamo un
passaggio di significato che connette queste tre diverse accezioni e le riporta al
rapporto tra umanità e natura. Il significato biologico ci indirizza vero la
comprensione di come ogni vivente, individualmente e come specie, cambi
adeguandosi a condizioni esterne con cui nel proprio spazio di vita entra in
relazione. È un modo per sopravvivere e per vivere nel migliore dei modi in base alle
risorse con cui si entra in contatto. Questo processo di adattamento non è
separabile dall’intelligenza, dalla creatività e dalla cultura. Se per quanto riguarda gli
animali queste considerazioni cominciano ad essere generalmente condivise, per le
piante solo recentemente si è passati da una visione più meccanicistica
dell’evoluzione alla scoperta di comportamenti molto complessi e in un certo senso
intelligenti e creativi (Mancuso, 2018). Fuor di discussione è in ogni caso
l’applicazione di questo approccio all’evoluzione umana: superata ogni possibile
visione in qualche modo deterministica, è chiaro che il modo con cui le comunità
umane abitano il pianeta è il risultato di un costante processo di adattamento che si
sviluppa attraverso la relazione con l’ambiente.
Una determinazione confermata oggi dai progressi nel campo delle neuroscienze: i
nostri neuroni cambiano in base ai processi di apprendimento che passano
attraverso l’ambiente, l’esperienza e la mente. La trasformazione delle risorse è la
più straordinaria forma di adattamento che possiamo indagare: come le società
umane utilizzano il suolo, i minerali, l’acqua, i combustibili fossili e oggi il sole e il
vento per produrre cibo, costruire abitazioni, produrre energia e tutte le altre cose
utilizzate nella vita umana. Questa trasformazione ha un impatto sull’ambiente:
ecco il passaggio che lega economia e società alla natura, il cuore del concetto di
sviluppo sostenibile che oggi è centrale nell’educazione geografica e che ritroviamo
nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

risorsa (es.
SUOLO)

adattamento (es.
AGRICOLTURA)

manufatto (es.
PRODOTTI
AGRICOLI - CIBO)

Orientamento fisico / orientamento culturale


L’orientamento geografico ha due significati. Uno pratico, fisico: il sapersi orientare
sulla superficie terrestre grazie a punti di riferimento. Uno metaforico: il sapersi
orientare nella dimensione culturale dello spazio geografico, attraverso coordinate
che permettano di capire come le diverse società hanno strutturato il proprio
territorio e i propri modi di abitarlo attraverso simboli, valori, funzioni, pratiche.
L’orientamento fisico è l’espressione della libertà di movimento nello spazio
terrestre, che è uno spazio curvo: una sfera e non un piano. Sulla Terra, procedendo
sempre nella stessa direzione, posso idealmente percorrere l’intero pianeta per poi
ritrovarmi nel punto di partenza. Se prendo quattro direzioni, opposte l’una all’altra,
mi ritrovo alla fine nello stesso punto di partenza. Alto, basso, destra, sinistra: è la
conquista della lateralizzazione che apre le porte concettuali al nord, al sud, all’est e
all’ovest. Non punti astronomici, attenzione: ma direzioni sulla superficie terrestre. Il
corpo nello spazio geografico. La carta con le coordinate geografiche e il sistema
delle proiezioni è che il tentativo di trasformare questa libertà di movimento in un
codice condiviso, una norma che permetta a tutti di localizzarsi e di spostarsi sullo
spazio geografico seguendo un sistema simbolico.
I punti cardinali per l’orientamento culturale sono molti di più, ma per semplicità
possiamo ridurre anche questi a quattro: l’organizzazione culturale (la lingua, le
credenze e le pratiche), l’organizzazione sociale, l’organizzazione economica,
l’organizzazione politica. L’orientamento culturale riguarda la conoscenza del
sistema di simboli e credenze che generano appartenenza e identità, i valori che una
comunità individua nei luoghi e nei paesaggi, i legami che le persone sviluppano con
gli spazi vissuti e con le persone con cui interagiscono. Questi simboli e valori
cambiano da cultura a cultura e da territorio a territorio, diversificano nello spazio il
pianeta. Alcuni sono estremamente localizzati, come il lessico familiare e i valori che
uniscono una singola famiglia o le pratiche e il senso del luogo di una comunità, altri
li ritroviamo a scale diverse: regionale, nazionale, mondiale,
L’orientamento culturale che insegna la geografia deve aiutare a capire ed
apprezzare la diversità delle culture a scala mondiale: è un insieme di competenze
per comprendere i sistemi culturali diversi dal proprio e imparare a costruire legami
con ambienti, luoghi e persone che fanno riferimento a diversi codici simbolici, i cui
simboli e i cui paesaggi possono essere davvero compresi solo imparando ad
assumere diversi punti di vista.

Territorio / Regione
Il concetto di territorio è il cuore che aggrega il curricolo di geografia, il collante
attraverso il quale la geografia descrive e interpreta le relazioni tra società umane e
ambiente. L’evoluzione del concetto ha caratterizzato il dibattito geografico degli
ultimi decenni, trasformando l’idea che un tempo indicava genericamente una
porzione di spazio geografico pertinente a una comunità umana (“il territorio di una
nazione”, ad esempio) in un modello di spiegazione delle modalità materiali e
simboliche con cui le comunità umane abitano la Terra e la trasformano. In Italia il
maggiore contributo alla nuova definizione di territorio viene da Angelo Turco, che
nel 1988 presenta la propria riflessione nel testo “Verso una teoria geografica della
complessità”1. Per Turco lo spazio geografico diventa territorio quando vi possiamo

1
Altri geografi, come Claude Raffestin, Giuseppe Dematteis, Alberto Magnaghi (da una prospettiva urbanista), hanno
contribuito alla sua applicazione nell’analisi geografica, seguendo in particolare, a scala internazionale, la scuola
geografica francese.
riconoscere un qualche lavoro umano: la traccia di una trasformazione. Il modo con
cui le comunità umane trasformano la natura in territorio è chiamato
territorializzazione.
Turco definisce atti territoriali i tre processi (“atti”) attraverso i quali le comunità
umane prendono possesso dell’ambiente naturale e lo trasformano in cultura e in
beni materiali. Il primo processo è la persa di possesso simbolica, attraverso il
linguaggio: la denominazione. La denominazione delimita, assegna identità e valori,
è la presa di possesso dell’ambiente da parte di un gruppo umano unito da una
lingua comune. Il secondo è la reificazione, cioè la trasformazione materiale degli
spazi: l’uso e la trasformazione delle risorse naturali per abitare. Il territorio è un
artefatto, una configurazione dello spazio geografico resa possibile dall’azione di
trasformazione agita dalle comunità umane, per cui esprime un modo dell’abitare
situato nel tempo e nello spazio, è un atto costitutivo di una società che in questo
abitare organizzato riconosce la propria coesione e si riproduce. Il terzo processo è
la strutturazione, cioè l’organizzazione del territorio in contesti di senso che hanno
lo scopo di governarne la complessità. Organizzazione politica, amministrativa (la
compartimentazione del mondo), ma anche destinazione o pianificazione di spazi
per le diverse attività, la città e la campagna, le funzioni, le norme e le strutture per
operare scelte.
In estrema sintesi possiamo definire il territorio come la combinazione di risorse
materiali e simboliche capaci di strutturare le condizioni di vita degli individui e delle
società: le basi dell’identità individuale e sociale. Ogni territorio è quindi un sistema
antropico e per questo si usa anche il concetto di sistema territoriale, utilizzato
anche nelle Indicazione nazionali del 2012 per il curricolo della scuola dell’infanzia e
del primo ciclo d’istruzione.
Il concetto di territorio è molto flessibile e si applica a un’ampia gamma di scale
geografiche: da quella locale fino a quella planetaria, intendendo l’intero pianeta
come una struttura organizzata e interconnessa da parte della specie umana. Porta
l’attenzione non sui confini, ma sull’organizzazione delle comunità umane. Se
pensiamo all’umanità come ad un “attore” che realizza un progetto, il territorio è il
risultato temporaneo, in continua evoluzione, di questo programma.
Più antico, più semplice, e, anche per questo, più usato in ambito scolastico, è il
concetto di regione. I due concetti non sono interscambiabili. La regione è un
classificatore logico, un insieme di categorie con cui delimitare parti dello spazio
geografico in base a una loro caratteristica. Per definire una regione questa
caratteristica deve essere presente in ogni punto dell’area che delimita, e assente al
di fuori. La regione alpina è unita dalla caratteristica di includere l’intera estensione
della catena montuosa delle Alpi. Si tratta di una regione fisica: l’elemento che la
definisce è un aspetto della morfologia. Anche la pianura padana è una regione
fisica: i suoi confini sono quelli dati dalla parte di pianura del bacino idrografico del
fiume Po. Anche l’organizzazione amministrativa del territorio dà origine a regioni: la
carta politica non è altro che la visualizzazione di regioni politiche, ben definite da
confini sanciti da leggi interne e trattati internazionali. Ma possiamo avere regioni
anche in base ad altri classificatori: regioni storiche, regioni economiche (ad
esempio le regioni turistiche, agricole o industriali, in base all’attività economica che
vi è prevalente), regioni funzionali. E si può usare il concetto di regione anche per
racchiudere aree unite da aspetti percettivi. In definitiva, mentre il concetto di
territorio spiega i processi attraverso i quali le comunità umane si appropriano
dell’ambiente terrestre e lo trasformano per abitarlo, quello di regione è un
contenitore, un classificatore con cui possiamo suddividere il pianeta in aree in base
a caratteristiche che le distinguono e identificano rispetto alle altre.

• denominazione (dare nomi ai luoghi)


• reificazione (trasformare le risorse,
costruire)
TERRITOIO • strutturazione (dare funzioni, norme,
gerarchia)

• fisica (es. morfologica, climatica, sismica)


• politica (es. stati, aree geopolitiche)

REGIONE • economica (es. turistica, agricola,


industriale)
• culturale (es. storica, percettiva,
linguistica)

Paesaggio / Luogo
Polisemico, esplorato dagli artisti ai filosofi, dagli architetti ai pianificatori territoriali,
il concetto di paesaggio è da molto tempo al centro della riflessione dei geografi.
Oggi è pratica condivisa partire dalla definizione che ne dà la Convenzione europea
del paesaggio, cioè di una «determinata parte di territorio, così come è percepita
dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e
dalla loro interrelazioni» (Consiglio d’Europa, 2000, p. 35). Per la geografia il
paesaggio è un palinsesto nel quale possiamo riconoscere l’azione degli elementi
della natura e la loro interazione con le popolazioni umane le loro espressioni
culturali. Secondo la lettura tradizionale, il paesaggio può essere “naturale” o
“antropico”, categorie suddivisibili in decine di sottocategorie: sono paesaggi
naturali il paesaggio desertico o il paesaggio delle foreste pluviali, sono paesaggi
antropici i paesaggi rurali, urbani, etnici. Ma ciascuno di questi paesaggi contiene
sempre una parte più naturale e una parte più trasformata dalle attività umane: il
paesaggio è risultato di questo modellamento dell’ambiente da parte elle comunità
umane.
Ogni paesaggio ha un quadro ambientale di base (montagna, collina, pianura, costa)
e un insieme di interventi di trasformazione operati delle comunità umane nel corso
del tempo. È quindi anche il testimone di un abitare, di un adattare le risorse di un
luogo alle attività umane e, viceversa, di un adattare i bisogni della vita umana alle
risorse disponibili in un luogo. Se questo ruolo della prossimità era più importante in
passato, si pensi alla forma degli insediamenti e ai materiali delle costruzioni,
oppure ai prodotti dell’agricoltura e alle sistemazioni del suolo, oggi queste
condizioni possono essere lette in base a relazioni a scale molto più ampie che la
globalizzazione ha reso incisive anche nello spazio dei sistemi locali. Allo stesso
tempo la geografia considera oggi molto importante la dimensione soggettiva e
psicologica del rapporto delle comunità umane col paesaggio. L’educazione
geografica al paesaggio mette al centro della propria intenzionalità educativa il
paesaggio come luogo e come senso del luogo: memorie materiali e immateriali si
sedimentano e possono essere individuate nel paesaggio per costruire senso di
appartenenza e inclusione sociale, legami su cui basare la coesione culturale di una
comunità locale ed esperienze attive di cittadinanza (Castiglioni, 2010).
Il concetto di luogo comprende in modo sostanziale il riferimento a questa
dimensione sociale: «I luoghi cambiano continuamente e gli esseri umani sono
responsabili di questi cambiamenti: creano culture, valori, estetica, politica, economia
e molto altro; inoltre ciascuna di queste creazioni influenza e modella i luoghi»
(Fouberg, Murphy, de Bliji, 2010, p.xx). Il concetto di senso del luogo, introdotto negli
anni Settanta del Novecento dal geografo umanista Yi-Fu Tuan, porta l’attenzione sui
valori simbolici e le emozioni che le persone identificano coi luoghi. Nasce una
geografia percettiva che mette in luce quanto il rapporto fra cultura umana e luoghi
coinvolga non solo la trasformazione delle risorse ma anche il legame di appartenenza
e le emozioni. Abitare non è solo occupare uno spazio, ma anche radicarsi in esso,
estendervi la nostra identità.
Spazialità /emozioni
Lo spazio geografico fa parte della vita delle persone fin dalla nascita. Entriamo in
uno spazio aereo dove le distanze che progressivamente impareremo sono insieme
fisiche e psicologiche, abbinate in sistemi di prossimità culturale indistricabili dai
loro legami con l’ambiente (Giorda, 2014). Il luogo di nascita è fondamentale per la
gran parte degli abitanti del pianeta nella costruzione dell’identità personale, nella
formazione culturale, nell’appartenenza sociale, nel fornire diritti e opportunità. Lo
spazio vissuto è lo spazio visto dagli uomini che vi abitano (Fremont, 1976): una
conoscenza che a un certo livello esprime anche una visione al futuro, un progetto
implicito (Dematteis, 1985) del territorio.
La spazialità umana include la componente emozionale che lega le persone ai luoghi
della quotidianità ed anche a luoghi e ambienti più distanti o estesi, che assumono
valore simbolico per una popolazione o addirittura per l’intera umanità. Yi-fu Tuan
usa il concetto di topofilia: amore dei luoghi. Questa relazione emozionale è
qualcosa di più di un sentimento: fa parte della nostra identità e la estende allo
spazio geografico, oltre i limiti del nostro corpo: scopriamo di appartenere allo
spazio e che lo spazio è un grado della nostra libertà come esseri umani. Quella che
già negli anni Cinquanta Dardel chiamava “inquietudine geografica” e “geograficità”:
l’insieme delle modalità concrete, ma anche delle modalità esistenziali, con le quali
ci relazioniamo con l’ambiente: «che sia amore per la terra natale o ricerca di nuovi
paesi, una relazione concreta stringe l’uomo alla Terra, una geograficità dell’uomo
come modo della nostra esistenza e del suo destino» (Dardel, 1952, trad. it. 1986, p.
11). La geografia scopre così una dimensione poetica, esistenziale, che ci parla di
luoghi del cuore, di radicamento, di legami sociali basati sui valori simbolici che le
comunità attribuiscono ai luoghi. Ma questa dimensione emozionale è anche una
parte importante dell’educazione alla cittadinanza e dell’educazione all’ambiente e
allo sviluppo sostenibile: mi prendo cura del mio spazio di vita, dei luoghi delle
comunità umane, dell’ambiente che mi fornisce risorse e qualità della vita, e lo
faccio perché riconosco il legame profondo, non solo funzionale, tra me e i luoghi,
tra il mio benessere e le relazioni che mi collegano al mondo.

Localizzazione / Diffusione
La geografia, nell’idea più banale che se ne ha a scuola, è la materia che insegna
dove sono le cose sulla superficie terrestre. Questo indicare la posizione di un
oggetto sullo spazio geografico si chiama localizzazione. Localizzare serve però a
uno scopo, che è relativo al movimento: capire che relazioni legano i luoghi e come
e perché persone, materiali e idee si spostano. Per questo alla localizzazione
leghiamo i concetti di diffusione e di distribuzione.
Nella scuola localizzare fa pensare a dove sono gli stati, le capitali, le montagne. E
cosa c’è “dentro” questi contenitori: gli abitanti della Lituania, i prodotti coltivati
nella pianura padana, le risorse del sottosuolo in Siberia. Purtroppo, se ci si ferma
qui, non si sta ancora facendo geografia, ma solo nozionismo.
La localizzazione o posizione (si sua anche il termine ubicazione) delle cose è quindi
importante se riusciamo a porre le cose in relazione, se includiamo nello scenario il
movimento, le relazioni, i flussi, gli scambi, le comunicazioni. Per questo
distinguiamo tra posizione assoluta e posizione relativa.
La posizione assoluta, l’ubicazione di un luogo o anche di un punto sulla superficie
terrestre, è fondamentale proprio per tracciare i movimenti nello spazio. Si esprime
attraverso le coordinate geografiche: latitudine e longitudine. Esse non sono
posizioni astronomiche, e spesso si equivoca su questo punto. Sono invece la misura
esatta del nostro stare sulla superficie terrestre: una superficie curva, non euclidea,
complicata da rugosità e dislivelli. Le coordinate geografiche misurano la posizione
sulla superfice terrestre in modo assoluto attraverso tre misure numeriche: la
latitudine, cioè la distanza angolare dai poli, la longitudine, cioè la distanza angolare
dal meridiano di Greenwich, che ha per convenzione longitudine pari a zero, e
l’altitudine, cioè la posizione in altezza sull’ideale livello medio dei mari. Indicano
quindi un punto assoluto su un reticolato cartografico. Servono a costruire le carte
geografiche e oggi regolano GPS e navigatori satellitari: gli strumenti che controllano
lo spazio e gli spostamenti su di esso. Grazie alla geomatica, la nostra posizione
assoluta è oggi tracciata e controllata da innumerevoli dispositivi, a partire da
smartphone e veicoli: un’informazione che, nel tempo dei Big Data, influenza
sempre più la nostra vita sociale e la nostra privacy.
Se le coordinate geografiche permettono di individuare un punto esatto sulla
superfice terrestre, altri concetti servono per parlare delle loro relazioni, che sono
sempre relative a qualcosa o qualcuno. Sono punti di vista, e anche punti di vita. La
geografia usa allora il concetto di posizione relativa.
La posizione assoluta di Milano è: Latitudine: 45°27′51″ N, Longitudine: 9°11′22″,
Altitudine sul livello del mare: 127 m. La sua posizione relativa si può esprimere
invece in moltissime forme: introduce nella descrizione geografica le relazioni, che
possono essere tantissime: Milano a Nord di Roma e Milano a sud di Berlino, Milano
a ovest di Venezia e a est di Torino. Milano città del nord d’Italia e città del sud
d’Europa. Milano città di pianura, ma più bassa di Monza e più alta di Pavia. La
posizione relativa esprime gradi di libertà, fa penetrare nel discorso geografico i
valori della cultura e dell’economia, e anche i movimenti della natura che sono
collegati alla diversità della morfologia, dell’idrografia e del clima. La posizione
geografica può essere il primo parametro attraverso il quale organizzare e
comparare tantissimi altri dati: è ciò che accade in un censimento, nel quale
vediamo che l’organizzazione amministrativa di uno stato diventa poi anche l’odine
spaziale con cui vengono aggregati, presentati e interpretai i dati.
Per quanto possa essere importante la posizione, nello spazio geografico il senso
delle “cose” arriva dalle loro interazioni, dal loro movimento: ecco perché la
geografia non è tale se non include la diffusione e la distribuzione. La diffusione è il
movimento di un fenomeno nello spazio e nel tempo. Prendete l’homo sapiens
sapiens e seguite la sua diffusione dalla Rift Valley fino alle più remote isole del
Pacifico. Questo movimento è alla base del popolamento umano sul pianeta. Spiega
perché oggi esistono New York e Edinburgh of the Seven Seas, la città dell’isola più
remota della Terra, Tristan da Cunha (37°04′02.2″ latitudine sud e 12°18′36″
longitudine ovest, in coordinate assolute, e a 2810 km a ovest di Città del Capo, la
città continentale più vicina, in termini relativi). La diffusione non è solo quella delle
persone, delle merci o dei contagi di una malattia, ma è anche lo spostamento di
“cose” immateriali come le idee, tanto che qualche anno fa ha avuto un grande
successo un Atlante di filosofia (Holenstein, 2009) che ricostruiva lo sviluppo della
filosofia attraverso la diffusione delle idee e delle correnti di pensiero. La diffusione
delle idee è riconducibile poi a specifiche regioni culturali. La filosofia tedesca del
Settecento, ad esempio, ha un preciso areale spaziale di diffusione dove è
prevalente e influenza in modo significativo la società, la politica, la letteratura e le
altre arti. La distribuzione è invece la posizione delle componenti di un fenomeno
nello spazio geografico: la distribuzione delle scuole in una città o quella dei turisti
su una spiaggia. Anche qui partiamo da delle posizioni, ma l’attenzione va verso la
diversa concentrazione da zona a zona. Per la popolazione usiamo il concetto di
densità: quanta popolazione è concentrata, mediamente, in una determinata
regione. Tutti ricordiamo carte tematiche con piccoli pallini colorati, corrispondenti
a qualche milione di persone, la cui densità ci permette di vedere e capire al volo
che il sud-est asiatico è popolatissimo e la Siberia è quasi disabitata. Ancora una
volta è la carta geografica, col suo potere visuale, a rendere semplice i confronti e le
domande intorno a dati che semplici non sono. E ci aiuta a pensare spazialmente,
che è la competenza al cui sviluppo tutti questi concetti concorrono.
Sapere “dove sono le cose” è indispensabile per sviluppare una mappa mentale, una
visione spazializzata dell’ordine geografico. Lo sviluppo di questa mappa mentale è
indispensabile per orientarsi fisicamente e culturalmente: un altro concetto
fondamentale di cui si parla in questo contributo.

Relazione/ interazione
Cosa sono dunque queste relazioni geografiche che abbiamo messo al centro dello
studio di quanto connette natura e umanità?
Ciò a cui si pensa parlando di relazioni geografiche comprende ambienti, società
umane e territori, ed è necessariamente mediato dai simboli. Il livello simbolico può
essere l’insieme di valori e significati che la cultura umana attribuisce a luoghi e
oggetti materiali, e che influenza l’insieme di pratiche concrete con cui le risorse
dell’ambiente vengono trasformate e utilizzate per soddisfare i bisogni delle società
umane. Le relazioni geografiche sono quindi le connessioni tra diverse
caratteristiche del mondo reale, fisico e antropico. Sono le interazioni fra materia,
energia, informazione, che in genere però i geografi considerano nella forma che
assumono nella vita delle comunità umane e quindi parla di risorse, prodotti,
popolazione, valori e percezioni.
Le relazioni possono andare da aspetti completamente fisici (la relazione tra
soleggiamento e temperatura, ad esempio) ad aspetti completamente culturali e
umanistici (come le emozioni che legano le persone ai luoghi o i valori simbolici che
una società riconosce in un bene culturale).
Ad un livello scolastico le relazioni sulle quali ci concentriamo maggiormente sono
quelle tra risorse naturali e attività umane, con le loro conseguenze problematiche
legate, ad esempio, allo sfruttamento eccessivo dei combustibili fossili,
all’inquinamento, ai rapporti di potere fra stati, alle migrazioni economiche o ai
paesaggi legati alle pratiche agricole o all’industria.
La geografia usa anche due concetti più “tecnici” che contribuiscono a capire aspetti
delle relazioni spaziali. Sono il concetto di interazione e quello di correlazione.
La correlazione spaziale riguarda il modo o la quantità con cui la vicinanza (o
distanza) tra due fenomeni ha una conseguenza dovuta alla loro posizione relativa
nello spazio. La vicinanza spaziale, infatti, sembra avere un ruolo nei fenomeni, ad
esempio nel generare dipendenza o nel causare un potenziamento di alcuni
processi. Quando due o più “oggetti spaziali”, ad esempio due città vicine,
producono un’influenza l’una sull’evoluzione dell’alto, possiamo parlare di
interazione spaziale. L’interazione è la prova dell’interdipendenza tra luoghi vicini e
lontani, fra i quali si generano processi di cambiamento, ad esempio quelli dovuti
alla competizione per lo sviluppo economico, si pensi a diverse città che competono
per attirare investimenti, progetti, eventi o popolazione. Ma questa interdipendenza
riguarda scale diverse e può causare cambiamenti nella cultura, nella società e nella
politica. Di nuovo: nessun oggetto geografico è fisso, e nemmeno cambia per moto
endogeno: sono le relazioni a scale diverse che danno senso ai luoghi e la posizione
spaziale, un parametro che non può essere mutato (mentre si possono ridurre le
distanze in termini di tempo, costi o accessibilità) ha un’importanza che dobbiamo
imparare a riconoscere.

Movimento – distanza
Il movimento fa parte dei cinque temi fondanti dell’insegnamento della geografia
nel curricolo americano. Luoghi e territori sono interconnessi e ogni relazione,
interazione, diffusione avviene attraverso il movimento. Il mondo è il risultato di
continui flussi, cicli e spostamenti di materia, energia, persone, valori finanziari,
prodotti, idee. il movimento sta in ogni aspetto della natura: mossi dall'energia del
sole o da quella endogena della terra, i cicli della materia e dei viventi proseguono
senza fermarsi. Il clima è l'esempio più evidente di questi movimenti e anche della
loro rapidità. Se riusciamo a vedere i movimenti della natura è ancora più facile
vedere quelli che riguardano i sistemi umani e la loro interazione coi movimenti
della natura: si pensi ad esempio al concetto di sviluppo sostenibile, che è
comprensibile solo se mettiamo in relazione i tempi di rigenerazione dei cicli della
natura con quelli rapidissimi con cui le attività umane consumano le risorse o
deteriorano i sistemi ambientali. Una geografia statica è una geografia falsa che non
fornisce gli strumenti fondamentali per capire che non vi è nulla di fisso o
immutabile nello spazio geografico. Il movimento è anche quello della mobilità
umana: le migrazioni e tutti gli spostamenti fisici che compiono le persone.
Nel parlare movimento e di mobilità la geografia usa altri tre concetti molto
importanti: nodo, rete e flusso. La rete la possiamo immaginare come l’insieme dei
percorsi che ciò che si muove attraversa, ad esempio l’insieme interconnesso delle
vie di comunicazione: i percorsi che connettono e organizzano lo spazio antropico. I
nodi sono i punti dove ciò che si sposta parte o converge, sono i luoghi dove non
avviene solo il transito ma anche lo smistamento, il consumo o la trasformazione
delle merci, oppure gli insediamenti dove le persone si fermano o vivono. I flussi
sono l’insieme di tutto ciò che si sposta: flussi di persone, materia, energia,
informazione, flussi che passano lungo le reti e si dirigono verso i nodi che orientano
le interazioni spaziali. Questo linguaggio è usato in particolare in geografia
economica: le risorse non sono ubique e quindi devono essere spostate per essere
trasformate, commercializzate, consumate, riciclate. Ma in senso ampio questa
visione dinamica riguarda tutte le interazioni umane, anche quelle culturali e perfino
quelle percettive ed emozionali.
Tra questi nodi c’è una distanza, quella che i flussi percorrono spostandosi da un
nodo all’altro. Una distanza che si può esprimere in misure lineari, in km, ma anche i
distanza-tempo, in distanza-costo, ed anche in modo culturale, psicologico, come
distanza percepita, misura di una prossimità legata alla conoscenza e ai vissuti.

Scala / Rappresentazione
Il pensiero geografico si basa sulla capacità di osservare il mondo a scale diverse:
locale, nazionale, regionale, continentale, mondiale. La scala geografica non è solo
quella cartografica, cioè la scala di riduzione, ma anche la grandezza territoriale alla
quale osserviamo i fenomeni. Alla scala planetaria la globalizzazione ha un valore,
ma alla scala locale tutto può cambiare. Il cambiamento climatico è un problema a
scala globale, ma ha innumerevoli impatti a scala regionale, come la desertificazione
in Africa subsahariana, e locali, come il cambiamento di regime dei fiumi alpini a
causa dello scioglimento dei ghiacciai. Ragionare a scale diverse è una competenza
geografica tra le più complesse: mobilità la capacità di ingrandire, ridurre e cambiare
la regione del pianeta su cui ci interroghiamo, e di compararla con altre.
La transcalarità, cioè la capacità di ragionare a scale diverse, è un tratto
fondamentale della geografia utilizzato anche da altre discipline quando intendono
analizzare i loro fenomeni nella dimensione spaziale. La scala, in geografia, non è
solo matematica o cartografica; essa è prima di tutto una dimensione regionale, che
può essere ampia come il pianeta intero, mondiale, o piccola come lo spazio locale
di un luogo, una città o un piccolo territorio, per poi avere scale intermedie di ogni
tipo, ma sempre in qualche modo in grado di circoscrivere un sistema territoriale
con un qualche grado di coesione interna. Possiamo ragionare "alla scala nazionale"
ma anche "alla scala del Mediterraneo" o a quella europea ecc. Cambiando la scala
di osservazione, o comparando situazioni e dati a scale diverse, pensiamo
spazialmente. Uno spazio geografico che non è quasi mai euclideo: ha rugosità,
profondità, valli e anche, come molti hanno fatto notare, paesaggi, emozioni e
comunità, relazioni e interazioni.
Per pensare spazialmente a scale diverse abbiamo bisogno di rappresentazioni. Per
la geografia, quando parliamo di rappresentazioni pensiamo per prima cosa alla
carta geografica. La carta è lo strumento principe del geografo: il più straordinario
sistema di simbolizzazione dello spazio geografico che sia mai stato inventato. Serve
per spostarsi nello spazio, per orientarsi, ma anche per esprimere idee e ideologie.
Chi pensa che la carta sia uno strumento oggettivo deve andare a leggersi le tante
riflessioni dei geografi degli ultimi decenni: la carta è uno strumento ideologico,
contiene progetti impliciti, indirizza la nostra visione del mondo e le decisioni che
prederemo, crea il territorio più di quanto lo rilevi. La carta è un dispositivo che
tende a sostituire la realtà con la sua rappresentazione, ed è alla base dei processi
che hanno creato la modernità (Farinelli, ). Quando interpretiamo il mondo con la
carta geografica non osserviamo il mondo, ma una sua rappresentazione: non
vediamo le cose, ma come qualcuno le ha selezionate, organizzate e rappresentate.
La rappresentazione è per il geografo una costruzione simbolica dello spazio e dei
luoghi e viene interpretata con uno spostamento dell’analisi tra la soggettività e
l’ideologia, vale a dire la costruzione della rappresentazione al fine di comunicare e
diffondere un’idea delle relazioni sociali e del rapporto tra umanità e natura.
Allenati dalla decostruzione della logica cartografica, i geografi sono diventati nel
tempo molto bravi a leggere e decostruire ogni tipo di rappresentazione. Le
immagini, in particolare le fotografie, si prestano bene a questo scopo, adottando
metodi comuni alle altre scienze sociali e portando la maggiore attenzione proprio a
come le rappresentazioni sono costruite e al messaggio implicito che veicolano
(Bignante, ).
Figura 2 Le principali scale geografiche della vita di un individuo. Ogni scala è progressivamente inclusa in quelle successive, in
ordine che è anche la dimensione spaziale della cittadinanza, dalla propria casa alla casa “Terra”, la cittadinanza planetaria.