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Tornato dall’Oceania l’altro ieri, in tempo per le feste… è stato un bellissimo viaggio.

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qui alcune foto e dal taccuino riporto l’incontro con il capodoglio a Kaikoura

“… la nave percorre alcune miglia al largo della costa. Non ho il mal di mare, ma l’imbarcazione è
un aliscafo, va molto veloce e in alcuni momenti sembra volare sulle onde e mi da un certo
malessere. Alcune persone a bordo stanno messe peggio e si attaccano al sacchetto del vomito.
A prua una ragazza dell’equipaggio spiega le abitudini e la biologia del cetaceo. A Kaikoura in
prossimità della costa la piattaforma continentale lascia subito il posto a una scarpata oceanica e
poi l’abisso.. in queste oscure profondità il capodoglio si immerge per centinaia, a volte migliaia di
metri e trova cibo: branchi di pesci di ogni tipo, piccoli squali e soprattutto calamari. Si parla anche
di calamari enormi con cui la balena intraprende lotte feroci e i segni dei graffi che riporta sul
corpo testimonierebbero queste battaglie sottomarine. Il capitano della nave è esperto e conosce i
punti in cui i capodogli si immergono, ferma la nave nella zona stabilita e getta in acqua una specie
di ricevitore. Cuffie alle orecchie, ascolta i suoni delle balene. I capodogli emettono dei suoni sordi,
simili a degli schiocchi, sembra lo facciano allo scopo di localizzarsi, come i pipistrelli, alcuni
pensano addirittura usino questi suoni assordanti per stordire e disorientare le prede. Ad ogni
modo, il capitano una volta riconosciuti gli schiocchi dirige la sua nave lentamente in direzione
della loro origine e poi spegne i motori, in attesa. Tutte le balene, infatti, devono tornare in
superfice per respirare, non sono come i pesci e le loro stupefacenti immersioni sono le più grandi
apnee esistenti in natura. Dopo circa una decina di minuti ecco che la balena appare in superficie,
a una distanza di circa venti metri. Enorme, vista dalla nave sembra un enorme sigaro grigio
sbuffante. La nave lentamente a una certa distanza le navigava a fianco, la balena sembrava non
curante della sua presenza, continuava a nuotare e sbuffare tra le onde. Ho scattato alcune foto e
persino un cortissimo video, poca roba comunque. Ho preferito più che altro semplicemente
starmene appoggiato dal parapetto di prua e osservare. C’è qualcosa che in tutti gli uomini porta
ad essere affascinati da queste creature, forse è la loro natura in sé, di essere dei giganti di una
specie antica e misteriosa nelle profondità oscure degli oceani della terra, a richiamare qualcosa di
similmente enorme e arcaico che riposa in quell’oceano sconfinato che è il cuore di ognuno.
Trascorso il tempo necessario per respirare, il grande capodoglio sbuffa per l’ultima volta, inarca la
grande schiena, leva l’enorme coda in aria e poi giù, di nuovo verso gli abissi. Il momento in cui la
coda si alza dalle acque è il momento più bello per una foto.“