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CAPITOLO III - I LIMITI ALLA CRESCITA ECONOMICA

ALLA LUCE DI ALCUNE ANALISI EMPIRICHE


5.3. Rifiuti biodegradabili e non biodegradabili. Prodotti chimici tossici. Eutrofizzazione.
Non solo la produzione di energia, ma molte altre attivita' produttive o di consumo dei beni
provocano l'immissione nell'ambiente di rifiuti e scarti inquinanti.
L'inquinamento, come si e' gia' rilevato, non e' sempre ineluttabile, perche' in molti casi gli scarti
possono essere in diversa misura riciclati o depurati. In altri tuttavia, come per esempio nel caso
dell'immissione di pesticidi in agricoltura, non e' possibile evitarlo, se non cambiando alla radice la
tecnologia produttiva.
I residui prodotti con un processo biologico, come i liquami o gli scarti alimentari, sono
naturalmente biodegradabili, cioe' vengono trasformati per via naturale, risultando alla fine inerti.
Alcune di queste sostanze pero' permangono per determinati periodi nell'ambiente, conservando
eventuali proprieta' tossiche o nocive. Il tempo necessario per raggiungere lo stato inerte per una
sostanza tossica si dice tempo di biodegradabilita' naturale.
Se la produzione totale di sostanze inquinanti e' tale da superare la capacita' del sistema biologico di
biodegradarle, queste si accumulano nell'ambiente, creando gravi problemi e compromettendo la
stazionarieta' del sistema.(103)
Per quello che riguarda gli elementi non biodegradabili l'uomo immette nell'ambiente innanzitutto
alcuni composti inorganici, cioe' metalli pesanti che vengono estratti dalle viscere della terra, ma
che non sono presenti in natura, se non in concentrazioni trascurabili.
Alcuni di questi, come il mercurio, il piombo, il cromo, sono altamente tossici. Se di ciascuno di
essi e' possibile studiare l'azione patogena, diventa estremamente complicato capire cosa succede
nell'organismo quando viene aggredito simultaneamente da tutti questi elementi.
La chimica moderna ha reso poi possibile un genere di inquinamento molto piu' pericoloso, con la
produzione di tutta una serie di composti organici non esistenti in natura.
La cosidetta chimica organica, basata sulla costruzione di un'infinita' di composti con i tre elementi
fondamentali sui quali si basa la vita, e cioe' carbonio, idrogeno e ossigeno, ha fabbricato nuove
molecole, che non possiedono in natura elementi capaci di degradarle.
Come sottolinea Laura Conti, "Per ogni molecola che si costruisce un enzima che la distrugge" e'
una legge biologica senza eccezioni. "Se ci fosse stata anche una sola molecola fabbricata da un
organismo vivente e capace di sfuggire alla degradazione, oggi il mondo ne sarebbe colmo (...).
Quando l'uomo introduce una molecola nuova, non degradabile, che il mondo vivente non conosce
e per il quale non ha elaborato alcun enzima, viola una legge generale e provoca grossi guai,
maggiori o minori secondo la tossicita' specifica di ciascuna molecola."(104)
La chimica organica ha inventato molti idrocarburi clorurati, quali ad esempio il PCB, il PVC, il
DDT che hanno applicazioni diverse, ma tra i quali molti sono tossici, altri addirittura cancerogeni o
mutageni.
Per quello che riguarda le sostanze mutagene, abbiamo gia' ricordato a proposito delle radiazioni
come non abbia senso il parlare di valore soglia, e quindi va sottolineato come la pericolosita' di
alcuni composti possa sussistere anche per piccole quantita'. Inoltre, anche in questo caso, le
sostanze tossiche si accumulano attraverso le catene alimentari, provocando danni all'uomo e agli
altri animali.
Nel rapporto "State of the World 1988" del Worldwatch Institute (105) si riporta come la produzione
annua di composti organici sintetici e' aumentata di quindici volte tra il 1945 e il 1985, da 6,7
milioni di tonnellate a 102 milioni. A livello mondiale circa 70.000 composti chimici sono
attualmente di uso comune, e ogni anno si aggiungono all'elenco da 500 a 1000 nuovi prodotti.
L'uso dei pesticidi e' notevole e, come abbiamo gia' anticipato nel paragrafo 4, poiche' sortisce
sempre meno effetti utili, viene somministrato in quantita' crescenti.
Solo negli Stati Uniti si calcola che nel 1985 siano stati distribuiti sul territorio ben 390.000
tonnellate di pesticidi.
Nei paesi del Terzo Mondo essi non sono di uso cosi' ampio e intensivo, ma in molti di essi si sta
verificando una rapida crescita dell'impiego.
Tra i vari prodotti chimici di uso comune, i pesticidi sono considerati quelli piu' pericolosi, perche'
appositamente studiati per alterare o sopprimere organismi viventi.
Ogni anno al mondo si riscontrano da 400.000 a 2 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi, per
la maggior parte fra gli agricoltori nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che 10.000-40.000 di questi
casi abbiano ogni anno esito letale per le vittime (...)". Inoltre, i residui di pesticidi presenti nei
raccolti, provocano negli Stati Uniti, secondo uno studio del National Research Council, aumenti
nel rischio di tumori in 5.800 casi per milione di persone su un arco vitale di 70 anni.(106)
I veleni usati in agricoltura, infine, vanno a contaminare le acque potabili. Dove c'e' un controllo e
quindi si riesce ad evitare il danno sanitario, questo comporta comunque dei costi per la necessita' di
reperire nuove fonti idriche, per esempio con perforazioni alla ricerca di falde piu' profonde.
I dati sulla produzione e lo smaltimento dei rifiuti chimici industriali sono, sempre a parere del
Worldwatch Institute, piu' frammentari e confusi di quelli sui pesticidi.
In molti paesi questi rifiuti vengono ancora smaltiti senza subire processi di depurazione o di
stoccaggio e quindi si accumulano nell'ambiente.
Un altro genere di inquinamento deriva da scarti, quali i liquami organici, che naturalmente
sarebbero biodegradabili. L'uomo ha pero' eliminato tutto il ciclo naturale di depurazione, che
comprendeva dei tempi di decomposizione sul terreno. Quella di dotarsi di fognature, che fanno
confluire tutti i residui organici direttamente nei fiumi, e' stata una necessita' dettata dal fatto che gli
esseri umani, diversamente da altri animali, vivono concentrati in luoghi abitati ove non sarebbe
certamente possibile fare diversamente.
L'acqua dei fiumi ha comunque una capacita' di autodepurazione limitata. Questa dipende
dall'ossigeno che si mescola nell'acqua nel suo scorrere e che ha una notevole importanza
depuratrice.
Infatti il livello di inquinamento si misura in "domanda biologica di ossigeno"(BOD), cioe' nel
numero di mg di ossigeno per litro di acqua che sono necessari per trasformare le molecole
complesse in molecole semplici di anidride carbonica, acqua e sali minerali.
C'e' poi una "domanda chimica di ossigeno" che esprime la quantita' di ossigeno necessaria per
stabilizzare, ossidandoli, gli inquinanti chimici.
Esiste quindi un tipo di depuratore basato su questo principio, che e' fondamentalmente un semplice
gorgogliatore di ossigeno e fa, si potrebbe sostenere, le stesse funzioni di un torrente di montagna.
(107)
Oltre alle deiezioni umane, oggi l'uomo scarica nei fiumi anche quelle degli allevamenti,
concimando con questi le acque, invece dei terreni. Questi ultimi, come spiegato nel capitolo 6,
vengono invece fertilizzati con nitrati e fosfati che, a differenza dello stallatico, in gran parte non
vengono trattenuti nei terreni e si dilavano verso i fiumi, contribuendo ulteriormente alla loro
concimazione.
Tutte queste immissioni provocano nei corpi idrici un inquinamento particolare, chiamato
"eutrofizzazione".
Con questo termine (che deriva dal greco "eutrofos": ben nutrito) si indica un inquinamento diretto
primario dovuto al consumo di ossigeno causato dalla decomposizione della sostanza organica, ed
un inquinamento indiretto secondario dovuto al fatto che la sostanza organica stessa e i sali nutritivi
facilitano negli strati superficiali un'alta produzione di sostanza organica viva (piante acquatiche,
alghe, plancton) che dopo la morte da' luogo negli strati profondi ad un nuovo consumo di ossigeno
sempre a causa della decomposizione di questa sostanza organica morta.(108)
Mentre nei fiumi questo inquinamento secondario ha un'incidenza molto minore, causa il ricambio
idrico instantaneo, esso assume maggior peso nei corpi idrici a debole ricambio (laghi, golfi,
lagune).
Quando l'eutrofia e' giunta ad uno stadio avanzato, i principali effetti negativi consistono in
un'invasione di popolazione algale e di plancton che intorbidisce le acque, nella sparizione completa
dell'ossigeno negli strati profondi per cui i processi di decomposizione aerobici diventano
anaerobici con conseguente formazione di idrogeno solforato, ioni ammonio e metano, aumento del
contenuto dei batteri: tutti fattori che portano alla degradazione della qualita' dell'acqua e delle
condizioni igieniche ed estetiche dell'ambiente in generale.
Oltre a contribuire, insieme ad altri tipi di inquinamento, alla distruzione delle risorse ittiche,
l'eutrofizzazione puo' comportare gravi danni al turismo. Il caso dell' Adriatico e' emblematico:
questo mare e' stato definito da Giorgio Nebbia come un grande lago, con molti affluenti e uno
scarso ricambio delle acque attraverso l' "effluente" dello stretto d'Otranto.(109)
L'eccessivo scarico di sostanze nutritive ne ha turbato i delicati equilibri naturali e in questi ultimi
anni si assiste al fenomeno delle "maree rosse", che rendono torbido il mare, portando materiali
puzzolenti e pesci morti sulle rive, e allontanando di conseguenza il turismo.
Il problema dell'eutrofizzazione puo' essere parzialmente affrontato costruendo depuratori a tre
stadi, che permettono cioe' nello stadio finale di eliminare fosfati e nitrati.
Quest'ultima soluzione si e' dimostrata valida per gli scarichi urbani, mentre molto piu' complessa
sembra l'eliminazione dei fosfati e nitrati provenienti dall'agricoltura. Laura Conti suggerisce di
potenziare l'uso di concimi organici in agricoltura, con il risultato di evitare il piu' possibile la
mineralizzazione del terreno e di impedire quindi il dilavamento eccessivo delle sostanze nutritive.
(110)
L'eutrofizzazione e lo scarico di sostanze non biodegradabili e tossiche rischiano di rendere sempre
piu' precaria la vita delle acque interne e dei mari.
E' difficile valutare la gravita' del fenomeno, ma come scrive Lester Brown "e' comunque certo che
l'inquinamento degli oceani ha raggiunto proporzioni allarmanti, che esso raggiunge dimensioni
globali e che costituisce un pericolo sempre piu' serio per le risorse alimentari oceaniche."(111)