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I MIEI APPUNTI DI STORIA DELLA LOGICA

Miriam Franchella

Indice

Introduzione pag. 5
Profilo pag. 7
Aristotele pag. 9
Logica megarico-stoica pag. 18
Dal I sec. D.C. al Medioevo pag. 20
Dal Quattrocento al Seicento pag. 24
Il Settecento pag. 26
L’Ottocento pag. 27
Cantor pag. 32
Frege pag. 37
Hilbert pag. 43
Brouwer e l’intuizionismo pag. 46
Tarski pag. 50
La formalizzazione della teoria degli insiemi pag. 52
Il platonismo pag. 53
Bibliografia pag. 55

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Introduzione
Solo due parole per spiegare motivazioni e finalità di questi “Appunti”.
L’espressione “appunti” dovrebbe evocare in primo luogo l’essenzialità, la minimalità di ciò che vi sta
scritto: non c’è nessuna aspirazione ad un trattato di storia della logica esaustivo, ricco, cesellato nei minimi
dettagli. C’è solo un primo desiderio, modestissimo ma molto appassionato, di far fissare qualche concetto
importante che è emerso nel corso della storia della logica.
L’espressione “appunti” dovrebbe evocare in secondo luogo il tentativo di mettersi “dall’altra parte”
nell’aula: ho scritto cercando di mettermi al posto di una studentessa qualunque (o, meglio, in generale di
una “studiosa” qualunque, anche al di fuori dell’accademia) e di guardare coi suoi occhi curiosi che cosa ha
da dire un ambito della filosofia che si suppone non sia stato ancora esplorato da lei. Quindi, se c’è una
presunzione (o un’aspirazione) è quella della chiarezza: spero davvero che siano comprensibili le poche cose
che vado a presentare.
Infine, gli “appunti” qui includono non solo “notizie” di storia della logica (raccolti nella sezione “Profilo”),
ma anche brani antologici (raccolti nella sezione “Materiali”), perché gli appunti sono pensati nello stile di
un quaderno-diario di adolescente, dove gli eventi o le emozioni importanti di ogni giornata sono
accompagnati dai “cimeli” (biglietti di cinema, ritornelli di canzoni, cartoline), che portano dentro la
conferma di ciò che si è fatto e vissuto e nel contempo fanno sognare nuovi occasioni d’ incontro o di
spettacolo: aiutano a rievocare ed invogliano a progettare.
Ecco, i “materiali” hanno qui esattamente lo scopo dei cimeli incollati nel diario di un’adolescente: fissare
meglio i ricordi di ciò che è stato schizzato nella prima parte e invogliare ad approfondire lo studio della
storia della logica affrontando con una curiosità consapevole testi ben più “seri” e corposi di questo.

Profilo
Tappe fondamentali della storia della logica

di Miriam Franchella

Aristotele
La logica entra ufficialmente nel pensiero occidentale nel IV sec. a C. come studio del ragionamento corretto
con quella serie di scritti di Aristotele che è stata poi etichettata dai posteri, nel I sec. a.C. “Organon”, cioè
“strumento”, propedeutico agli studi scientifici. Esso comprende: le Categorie (che trattano della
classificazione di tutto ciò che vi è), il De Interpretatione (riflessioni sul linguaggio e sul concetto di
necessità), gli Analitici Primi (sillogistica), gli Analitici Secondi (problemi di filosofia della logica), i Topici
(prescrizioni su come argomentare durante le dispute), le Confutazioni sofistiche (discussione di
argomentazioni fallaci). Il termine “logica”, in realtà, compare solo più tardi, nella trattazione stoica, a
indicare l’arte del discorso persuasivo in generale (e, quindi, a sua volta si dividerà in retorica e dialettica,
dove sarà la dialettica a occuparsi del discorso argomentativo), ma lo studio del ragionamento corretto,
compiuto in modo consapevole, ampio ed approfondito, è aristotelico e costituisce il punto di confluenza e di
rielaborazione a livello più alto ed originale, di vari contributi sparsi alla logica, che erano già comparsi a
vario titolo in autori precedenti. La dimostrazione per assurdo dell’incommensurabilità della diagonale e del
lato unitario del quadrato dei Pitagorici, la problematicità del verbo essere messa a fuoco da Parmenide,
l’interesse sofista per la confutazione sono i più eclatanti temi che trovano un ripensamento nella logica di
Aristotele, logica che si presenta in lui strettamente connessa all’ontologia: la struttura della frase rispecchia
la struttura dell’essere (soggetto-predicato, sostanza-attributo) e le leggi della logica rispecchiano uno stato
di cose nella realtà: data una proprietà (un attributo) il mondo si divide in due parti, quella delle sostanze che
ne godono e quella delle sostanze che non ne godono, indipendentemente dalla nostra conoscenza, cioè
indipendentemente dal fatto che noi sappiamo quali e se ne godono. Il nome delle suddette leggi:
principio d’identità (ogni cosa è ciò che è e non qualcos’altro)
principio di non-contraddizione (non posso affermare e negare nello stesso tempo, e prendendo i termini
nello stesso senso, un predicato di un soggetto, ovvero: non posso dire contemporaneamente "A è B" e "A
non è B")

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principio del terzo escluso (non c’è qualcosa di intermedio fra due proposizioni contraddittorie, ovvero:
dato un soggetto e un predicato devo o affermare o negare il predicato di quel soggetto)
e la loro stessa separazione sono successivi. Inoltre, ciascuna di queste leggi ha conosciuto anche diverse
definizioni, ad un livello linguistico più alto. Finora, infatti, ci siamo espressi a livello di “linguaggio
oggetto”, cioè ci siamo riferiti a cose e a loro proprietà; è possibile esprimere le stesse leggi in riferimento a
proposizioni (cioè nel meta-linguaggio, nel linguaggio che parla di proposizioni, cioè che parla del
linguaggio oggetto), dicendo rispettivamente:
“‘A=A’ è sempre vera”;
“una proposizione non può essere contemporaneamente vera e falsa”;
“una proposizione deve essere o vera o falsa” (quest’ultimo principio è, alle volte, chiamato “legge di
bivalenza”).
Aristotele non etichetta questi principi, ma – in particolare il principio di non contraddizione e del terzo
escluso - li enuncia semplicemente l’uno di seguito all’altro. Ad esempio, in Metaphysica B 2, afferma: “I
principi della dimostrazione…, come, ad esempio, che è necessario in ogni caso affermare o negare, e che è
impossibile simultaneamente essere e non essere”.
A proposito della legge di bivalenza, storicamente si è molto dibattuto sul capitolo 9 del De Interpretatione,
in quanto alcuni commentatori l’hanno interpretato come critico nei confronti di detta legge, quando riferita
al futuro: per evitare la predeterminazione degli avvenimenti (ad esempio, se domani avverrà una battaglia
navale), Aristotele avrebbe suggerito di non considerare valido per il futuro il principio che ogni
proposizione deve essere vera o falsa, perché la verità e falsità sono atemporali e, dunque, dall’eternità
sarebbe fissata la verità o falsità della battaglia navale di domani.
La ricerca logica di Aristotele è finalizzata alla successiva ricerca naturalistica, e Aristotele è consapevole
che la logica non dà direttamente la verità ma la conserva, se c’è nelle premesse che le sono fornite. Da un
ragionamento corretto, dunque, potranno risultare conclusioni certe se le premesse sono certe, probabile, se
le premesse sono probabili (in questo caso Aristotele parla di argomentazione “dialettica” anziché
“dimostrativa”). La logica è, pertanto, formale, perché, potremmo dire, non intacca il contenuto, e neppure
ne dipende. E’, perciò naturale che essa sia pure simbolica, cioè faccia uso di simboli per indicare i termini di
cui si compone il suo linguaggio, proprio per sottolineare l’indipendenza dai contenuti. In particolare,
Aristotele usa lettere dell’alfabeto greco per designare i termini. Storicamente, verranno date definizioni di
logica anche fortemente diverse da quella della tradizione aristotelica (e poi megarico-stoica): per riferirci ad
essa, che costituisce il nostro tema principale, useremo sempre l’aggettivo “formale” e caratterizzeremo le
altre contestualmente.
Il ragionamento su cui maggiormente si concentra Aristotele è il sillogismo in cui le proposizioni presenti
siano categoriche, cioè esprimano (semplicemente) l’appartenenza di un predicato ad un soggetto, ma nelle
sue opere sono presenti anche robuste riflessioni sulle proposizioni modali, che contengono, cioè indicazioni
relativamente alla possibilità o necessità dell’appartenenza del predicato al soggetto.
Il sillogismo è un ragionamento costituito da tre proposizioni: due premesse e una conclusione; la premessa
che contiene il soggetto della conclusione è detta premessa minore; quella che contiene il predicato della
conclusione, maggiore. L’altro temine presente nelle due premesse e che scompare nella conclusione è detto
medio, per la sua funzione di raccordo fra le premesse stesse. La posizione dei termini, cioè quale costituisca
il soggetto e quale il predicato delle premesse) determina la “figura” del sillogismo, solitamente così
rappresentate:

I FIGURA II FIGURA III FIGURA


MP PM MP
SM SM MS
------- ------ ---------
SP SP SP

A queste figure è possibile aggiungere, per completezza combinatoria, una quarta, speculare alla prima (ma
Aristotele si limitò alle prime tre).
Ogni proposizione categorica è caratterizzata quantitativamente: o è universale (“tutti gli S sono…”) o è
particolare (“Qualche S è…”), e qualitativamente: o è affermativa o è negativa. Quindi ci sono quattro
possibili forme che una proposizione apodittica può assumere:

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è o universale affermativa (“Tutti gli S sono P”)– cioè esprime il fatto che l’estensione del soggetto (ossia, la
classe degli individui che cadono sotto il termine che funge da soggetto) è totalmente inclusa nell’estensione
del predicato;detto altrimenti: ogni individuo che cade
sotto il soggetto cade anche sotto il predicato (ma, comunque, si noti, non è detto che esaurisca la totalità
dell’estensione del predicato);
o è particolare affermativa (“Qualche S è P”): esprime il fatto che l’estensione del soggetto è parzialmente
inclusa nell’estensione del predicato, ossia che soggetto e predicato non sono disgiunti: c’è almeno un
individuo che cade sotto il soggetto e cade anche sotto il predicato;
o è universale negativa (“Nessun S è P”): esprime il fatto che l’estensione del soggetto è totalmente esclusa
dall’estensione del predicato, ossia che soggetto e predicato sono disgiunti, non esiste nessun individuo che
cade sotto entrambi;
o è particolare negativa (“Qualche S non è P”): Esprime il fatto che l’estensione del soggetto non è
totalmente inclusa nell’estensione del predicato, ossia che esiste almeno un individuo che cade sotto S ma
non sotto P.
Le quattro vocali A, E, I, O che si usano per rappresentare simbolicamente i quattro tipi di categoriche
derivano convenzionalmente dalle parole AdfIrmo (A: univ. affermativa, I: partic. affermativa) e nEgO (E:
univ. negativa, O: partic. negativa).
La manualistica medievale ha chiarito i rapporti di verità che ci sono tra queste proposizioni attraverso il
cosiddetto “quadrato delle opposizioni”:

La I rispetto alla A e la O rispetto alla E sono subalterne, cioè sono vere se la A e la E lo sono (ma non vale
necessariamente il viceversa). La A e la E sono contrarie: possono essere entrambe false, ma non entrambe
vere . La I e la O sono subcontrarie:possono essere
entrambe vere, ma non entrambe false. La A e la O, la E e la I sono contraddittorie: non possono essere
entrambe vere né entrambe false, ma una delle due è vera e l’altra è falsa.
Occorre fare una precisazione a proposito della subalternazione.
“Ogni S è P” significa “qualunque cosa io consideri, se S è un suo predicato, allora lo è anche P”. Questo (lo
vedremo meglio nel prossimo paragrafo dedicato alla logica megarico-stoica) è vero anche se S non è un
predicato di nessun individuo. Per convincercene, pensiamo che si tratta di un’implicazione, di un
“se…allora”. Quando si falsifica un’implicazione? Solo quando si verifica ciò che è affermato dal “se” e non
si verifica ciò che è affermato dall’”allora”. In tutti gli altri casi l’implicazione resta vera. Dunque, anche nel
caso in cui NON si verifica ciò che è affermato dal “se” e si verifica ciò che è affermato dall’”allora”.
Pensiamo ad un esempio. “In ogni figura geometrica, se è un triangolo, allora la somma degli angoli interni è
pari a un angolo piatto”. Che cosa può falsificare questo, che è un noto teorema geometrico? Solo un
triangolo in cui la somma degli angoli interni fosse diversa da un angolo piatto. Ciò che accade in qualunque
altra figura geometrica che non sia un triangolo è irrilevante. Invece, l’enunciato “Qualche S è P” significa
“Esiste almeno un individuo del quale sia S sia P sono predicati”. La mancata appartenenza del predicato S
(o di P) all’individuo chiaramente falsifica l’enunciato. Cioè, riprendendo i termini presenti nell’enunciato
del teorema sopra dato, “Qualche S è P” significherebbe “esiste almeno una figura geometrica che è un
triangolo e che ha la somma degli angoli interni pari ad uno piatto”. Se non esistessero triangoli, questo
enunciato sarebbe falso, mentre il teorema generale rimarrebbe vero.
Quindi, il fatto che valga la subalternazione – cioè che si possa passare da una proposizione universale alla
corrispettiva particolare – dipende dall’accettazione di quello che è spesso chiamato l’”assioma di
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Aristotele”, cioè dipende dall’ipotizzare che i termini non siano vuoti, ossia che, per ogni predicato, esista
qualche individuo che ne goda.

Se si calcolano tutte le possibili forme che le proposizioni possono assumere nelle quattro figure, si
ottengono complessivamente 256 schemi, detti “modi”. Infatti, per ciascuna figura abbiamo 4 possibilità
(A,E,I,O) per la premessa maggiore, 4 per la minore, 4 per la conclusione. Quindi in ogni figura ci sono 4 ×
4 × 4 = 64 modi sillogistici. Moltiplicando questi per le 4 figure (includiamo pure quella
che Aristotele non aveva considerato), si ottengono 256 modi possibili. Non tutti saranno forme di
ragionamento corretto, bensì solo 19 “di base” a cui ne vanno aggiunti 5, ottenuti da alcuni di questi per
subalternazione, cioè passando da una conclusione universale ad una particolare (della stessa qualità).
La tavola dei 19 sillogismi validi è la seguente:

I figura: AAA, AII, EAE, EIO


II figura: AEE, AOO, EAE, EIO
III figura: AAI, AII, EAO, EIO, IAI,OAO
IV figura: AAI,AEE, IAI, EAO, EIO,

dove l’ordine in cui le vocali sono date indica rispettivamente la premessa maggiore, la premessa
minore e la conclusione.
Ad essi vanno aggiunti: AAI e EAO di prima figura; AEO e EAO di II figura; AEO di IV figura, ottenuti per
subalternazione.
Per giungere ad essi, si possono dare regole di formazione dei sillogismi corretti o tentare (come fece,
appunto, Aristotele), di ricondurli ai tre di prima figura che sono “intuitivamente evidenti”, tramite
“conversione semplice (cioè scambiando soggetto e predicato in una premessa), “conversione per accidens”
(cioè scambiando soggetto e predicato e cambiando anche la quantificazione), “scambio delle premesse”,
“procedimento per assurdo”. “Ricondurre alla prima figura” significa manipolare i termini in modo da
ottenere un sillogismo strutturato da prima figura (anche se i nomi dei termini che giocano il ruolo di
soggetto, predicato e medio nel sillogismo a cui si riconduce possono essere scambiati rispetto alla posizione
che avevano nel sillogismo iniziale). La conversione semplice è possibile soltanto quando soggetto e
predicato hanno la stessa estensione, cioè nelle proposizioni I ed E: da “Qualche p è q” è legittimo inferire
“Qualche q è p”, come pure da “Nessun p è q” si può passare a “Nessun q è p”. Invece, per proposizioni A e
O non è ammissibile la conversione semplice: da “Tutti i p sono q” non è lecito inferire “Tutti i q sono p”, né
da “Qualche p non è q” non si può inferire “Qualche q non è p. La A ammette la conversione per limitazione:
da “tutti i p sono q” è lecito inferire “Qualche q è p”. La riconduzione mediante riduzione all’assurdo
consiste nel dimostrare che l’argomento è valido facendo vedere che dall’assunzione della verità delle
premesse e della falsità della conclusione si ricava una
contraddizione (e precisamente, che si ricava la contraddittoria della prima o della seconda premessa). Essa
va impiegata in due soli casi: AOO (II fig.) e OAO (III fig.).
Vediamo le modalità di entrambe le riduzioni in dettaglio.
Esempio 1. AOO (II figura). Qui si ricava la contraddittoria della seconda premessa. Vediamo intanto la
struttura di questo sillogismo:
Tutti i P sono M
Qualche S non è M
Qualche S non è P
Assumiamo dunque che siano vere le premesse:
(i) Tutti i P sono M , (ii) Qualche S non è M,
e falsa la conclusione:
(iii) (Qualche S non è P).
Per le leggi del quadrato aristotelico, se una proposizione categorica è falsa allora la sua contraddittoria deve
essere vera, dunque essendo”Qualche S non è P” falsa, sarà vera la sua contraddittoria:
(iv) “Tutti gli S sono P”.
Ora, con (i) e (iv), che sappiamo essere vere, costruiamo consideriamo il seguente sillogismo:
Tutti i P sono M
Tutti gli S sono P
5
Tutti gli S sono M
dove P funge da termine medio.
Si tratta di un sillogismo valido, e, essendo vere le premesse, anche la conclusione deve essere vera. Ma, se è
vera la conclusione “Tutti gli S sono M”, allora la sua contraddittoria “Qualche S non è M”deve essere
falsa. E ciò è in contraddizione con (ii), che dice che “Qualche S non è M” è vera.
Esempio 2. OAO (III figura): qui si ricava la contraddittoria della prima premessa. Vediamo intanto la
struttura di questo sillogismo:

Qualche M non è P
Tutti gli M sono S
Qualche S non è P
Assumiamo dunque che siano vere le premesse:
(i) Qualche M non è P; (ii) Tutti gli M sono S,
e falsa la conclusione:
(iii) Qualche S non è P.
Come sopra, per le leggi del quadrato aristotelico, se una proposizione categorica è falsa allora la sua
contraddittoria deve essere vera: dunque essendo falsa “Qualche S non è P”, sarà vera la sua contraddittoria :
(iv) Tutti gli S sono P.
Ora, con (iv) e (ii), che sappiamo essere vere, costruiamo il seguente sillogismo AAA di prima figura:
Tutti gli S sono P
Tutti gli M sono S
Tutti gli M sono P.
dove S funge da termine medio.
Si tratta di un sillogismo valido di prima figura e, essendo vere le premesse, anche la conclusione deve essere
vera. Ma se è vera “Tutti gli M sono P” , la sua contraddittoria “Qualche M non è P” deve essere falsa. E
ciò è in contraddizione con (i), che dice che “Qualche M non è P” è vera.

Nella manualistica medioevale fu introdotta, come vedremo nel seguito, una filastrocca per ricordare i 19
sillogismi validi e le regole di conversione dalle altre figure alla prima. E’ la seguente:

Barbara, Celarent, Darii, Ferioque, prioris


Cesare, Camestres, Festino, Baroco, secundae
Tertia, Darapti, Disamis, Datisi, Felapton, Bocardo, Ferison, habet
Quarta insuper addit Bramantip, Camenes, Dimaris, Fesapo, Fresison.

Nella prima strofa sono indicati i quattro sillogismi validi di prima figura (“prioris” indica, appunto, che si
tratta della prima figura): le prime tre vocali di ogni parola indicano, appunto qualità e quantità della
premessa maggiore, minore e conclusione. L’iniziale di ognuna delle quattro parole è importante perché
servirà, quando si tratteranno i sillogismi delle altre figure, a individuare quello di prima figura cui essi
andranno ricondotti (ad esempio: “Cesare” andrà ricondotto a “Celarent”, “Disamis” a “Darii”, ecc.)
Nella seconda strofa sono indicati, secondo le stesse modalità che nella prima, i sillogismi validi di seconda
figura, solo che nelle parole che li
esprimono sono anche indicate le regole che permettono la riconduzione di ogni sillogismo al corrispettivo di
prima figura:

. La consonante m indica che deve essere effettuata una mutatio praemissarum, ossia uno scambio delle
premesse (la minore diventa maggiore, e viceversa);
. La consonante s indica che deve essere effettuata una conversio simplex sulla proposizione (premessa o
conclusione) indicata dalla vocale che precede ‘s’;
. La consonante p indica che deve essere effettuata una conversio per accidens sulla proposizione (premessa
o conclusione) indicata dalla vocale che precede ‘p’;
. La consonante c indica che la riconduzione deve essere effettuata mediante un argomento per assurdo (per
contradictionem).

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. Ogni altra consonante non ha alcun valore.

Per capire come va effettuata la suddetta riconduzione usando le informazioni contenute nei nomi,
la cosa migliore è fare qualche esempio.

Esempio 1.
Prendiamo il sillogismo CESARE (II figura):

Nessun P è M
Tutti gli S sono M
Nessun S è P

La parola Cesare ci dice che dobbiamo ricondurre questo sillogismo a Celarent, effettuando una conversione
semplice sulla premessa maggiore (la “s” di Cesare si riferisce alla “e” di Cesare, cioè alla prima
proposizione del sillogismo, dunque la conversione semplice indicata dalla “s” va effettuata su tale
proposizione):

Nessun M è P
Tutti gli S sono M
Nessun S è P
È, in effetti, Celarent.

Esempio 2
Prendiamo il sillogismo CAMESTRES (II figura):

Tutti i P sono M
Nessun S è M
Nessun S è P

La parola Camestres ci dice che dobbiamo ricondurre questo sillogismo a Celarent, secondo i seguenti
suggerimenti:
1. la ‘m’ dopo la ‘a’ indica che le premesse devono essere scambiate (mutatio):
Nessun S è M
Tutti i P sono M
2. la ‘s’ dopo la prima ‘e’ indica che la seconda premessa (iniziale) deve essere convertita semplicemente.
Nessun M è S
Tutti i P sono M
3. la ‘s’ dopo la seconda ‘e’ indica che la conclusione deve essere convertita semplicemente: diventa, cioè
Nessun P è S.
Otteniamo, quindi,

Nessun M è S
Tutti i P sono M
_____________
Nessun P è S, ossia Celarent.

Esempio 3.
Prendiamo il sillogismo FESAPO (IV figura):

Nessun P è M
Tutti gli M sono S
Qualche S non è P
Si riconduce a Ferio convertendo semplicemente la prima premessa (che diventa : Nessun M è P) e
convertendo per accidens la seconda premessa (che diventa: Qualche S è M).
Dunque:

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Nessun M è P
Qualche S è M

Qualche S non è P, cioè Ferio.

Si deve ricordare che per Aristotele non esistevano né la classe vuota né il genere sommo, cioè un concetto
predicabile di qualunque cosa. Darapti, Bramantip, Felapton, Fesapo e i subalterni Barbari, Celaront, Cesaro,
Camestros e Calemos sono sillogismi validi solo per il fatto che si esclude la classe vuota, sulla base di
quanto abbiamo detto sopra a proposito della subalternazione. Per quanto riguarda la logica attuale, il
sillogismo (che risulta essere, nei sistemi formali moderni, un tipo di deduzione fra le molte possibili) è
sempre decidibile, cioè si sa sempre stabilire se è valido oppure no, in quanto esiste un risultato di Skolem
che garantisce che in generale in un sistema contenente formule del primo-ordine (cioè in cui i quantificatori
variano solo su variabili individuali) in cui compaiono solo predicati (e non relazioni) è sempre possibile
stabilire in un numero finiti di passi se una formula è derivabile dagli assiomi dati oppure no.

Logica megarico-stoica
Il nesso logica-ontologia presente in Aristotele determina la centralità dell’analisi delle proposizioni in
soggetto-predicato (per questo la logica aristotelica è anche detta logica dei termini). La logica, invece, che
ha le sue radici nella scuola megarica fondata da Euclide, ha visto il suo successore, Eubulide di Mileto (IV
a.C.), passare alla storia per l’introduzione dell’antinomìa del mentitore, la cui versione più semplice è: “Io
mento”. Se mento, affermo il vero; se affermo il vero, mento. In ogni caso ottengo una contraddizione.1.
L’interesse principale della scuola fu concentrato sulle proposizioni e i loro nessi, anziché sull’analisi interna
della singola proposizione, indagando in particolare il significato del connettivo “se…allora”. Infatti, di esso
Diodoro Crono, sensibile alle problematiche modali, sostenne che è vera se e solo se né è stato né è
possibile che l’antecedente sia vero e il conseguente falso, mentre il suo allievo Filone di Megara, diede
un’interpretazione meno vicina al linguaggio naturale (che percepisce una sorta di connessione causale tra
antecedente e conseguente) e più vicina all’uso matematico: i teoremi (nel cui enunciato vengono date certe
ipotesi – es. “se si ha un triangolo”- ed enunciata una certa tesi – “allora la somma degli angoli interni è
180°”) possono ricevere una confutazione, cioè essere dichiarati falsi, solo da un controesempio, ossia da una
situazione in cui le premesse siano verificate e la conseguenza falsificata. Ne deriva una definizione di verità
di “se p allora q” che dà come unico caso di falsità quello con p vera e q falsa, mentre considera veri tutti gli
altri casi.
La tradizione della scuola megarica (di cui non abbiamo scritti conservati, ma solo quanto è stato riferito da
Diogene Laerzio, Sesto Empirico e Boezio) fu accolta e sviluppata dal “secondo fondatore” della scuola
stoica, Crisippo di Soli, coerentemente con l’attenzione ai “fatti”, tipica di quella scuola, che portava in
modo naturale a focalizzare le proposizioni e i loro nessi. Così si è studiato il variare del valore di verità di
proposizioni complesse in relazione al valore di verità delle loro componenti e del connettivo che le unisce,
posto il riconoscimento della legge di bivalenza, cioè la necessità di attribuire ad una proposizione uno (e
uno solo) tra i due valori di verità: il vero o il falso. Crisippo è consapevole della problematica deterministica
collegata all’accettazione della bivalenza, ma egli abbraccia espressamente (secondo quanto tramandato da
Cicerone nel “De fato”) la posizione deterministica, in omaggio alla necessità razionale che tutto debba avere
una causa, in antitesi con la posizione epicurea che rifiutava la bivalenza riferita agli eventi futuri per
garantire all’uomo la possibilità della liberazione da ogni schiavitù.
Posta la bivalenza, si ritiene che l’azione dei nessi fra proposizioni sia vero-funzionale, cioè che il valore di
verità delle proposizioni composte dipenda dal valore di verità delle componenti. Si è, quindi, messo in luce
il fatto che la congiunzione è vera se e solo se entrambi i congiunti sono veri; che esistono due tipi di

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La versione più famosa è la seguente: Epimenide, cretese, afferma:’Tutti i cretesi mentono’. In realtà, qui la
contraddizione si ha solo nel caso in cui Epimenide dica la verità, perché allora, in quanto cretese, mente (quindi, dice il
vero e mente contemporaneamente); ma se egli mente, semplicemente risulta falso che tutti i cretesi mentono, cioè
risulta vero che “qualche cretese non mente”. Ma quel cretese che non mente, nello specifico, non è detto che sia
proprio lui.

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disgiunzione (corrispondenti, rispettivamente al vel e all’aut latini), l’una che è vera solo se uno dei due
disgiunti è vero, l’altra che è vera anche quando entrambi i disgiunti sono veri. Questo in piena sintonia con
gli usi del linguaggio quotidiano.
Facendo uso di uno strumento contemporaneo, le cosiddette “tavole di verità” (entrate definitivamente in uso
nei manuali grazie a Ludwig Wittgenstein), possiamo rappresentare i significati dei singoli connettivi
facendo vedere cosa accade al valore di verità di una formula in cui essi compaiano, di volta in volta, come
unici connettivi, al variare dei possibili valori di verità che le componenti della formula assumono:

A ¬A
V F
F V

A B AB
B AB AB A
V V V V F V
V F F V V F
F V F V V V
F F F F F V

Gli stoici – in particolare Crisippo – hanno anche elencato cinque “indimostrabili”, cioè schemi d’inferenza,
da cui ricavare un gran numero di verità logiche:
1) Se A allora B. Ma A. Allora B.
2) Se A allora B. Ma nonB. Allora nonA.
3) Non(A e B). Ma A. Allora nonB.
4) O A o B. Ma A. Allora nonB.
5) O A o B. Ma non B. Allora A.

Dal I sec. d.C. al Medioevo

Tra il I secolo d.C., epoca di dominio logico stoico (sulle cui opere veniamo informati principalmente da
Cicerone e da Sesto Empirico), e il VI secolo, gli eventi maggiormente significativi per quanto riguarda la
logica sono:
1) Le due tradizioni, aristotelica e megarico-stoica, tendono a mescolarsi (e si usa il termine “dialettica”
per designare la logica in generale);

2) Galeno presenta i sillogismi relazionali (A=2B, B=2C allora A=4C);


3) Porfirio scrive l’Isagōgē, cioè l’introduzione alle Categorie di Aristotele e Boezio la traduce in latino
(si parla di logica vetus appunto in riferimento a questa parte, incompleta dell’Organon). In essa
Porfirio pone, lasciandola aperta, la storica questione degli universali, cioè dei “generi e delle
specie”, che si articola in tre problemi: sussistono autonomamente o sono posti solo nell’intelletto?;
sono corporei o incorporei?; sono separati o no dalle cose sensibili?
Dopo un periodo di relativa stasi, inizialmente dovuta alla presenza dei barbari, a poco a poco si diffonde la
logica vetus e compare il primo trattato di logica medievale ad opera di Alcuino (790 Categoriae decem). La
questione degli universali viene ampiamente dibattuta nell’ XI secolo, ottenendo due tipi principali di
risposte: nominalista - gli universali non hanno realtà ma sono solo flatus vocis (attribuito a Roscellino)-;
realista - la vera realtà sono proprio gli universali, mentre gli individui sono accidenti (es S.Anselmo e
Guglielmo di Champeaux), con connessioni di tipo teologico (il realismo spiega la trasmissione della colpa
di Adamo, colpa che ha corrotto il “genere” umano, e il nominalismo vede la realtà divina distinta in tre
persone che hanno in comune solo il nome). Nel XII secolo si viene a conoscere l’intero Organon e Abelardo
contribuisce alla questione degli universali sostenendo che essi siano le immagini delle cose – reali, sempre
solo individuali – stampate nella nostra mente e poi sbiadite.
Il XIII secolo è il momento di massima fioritura della logica. Essa entra a pieno titolo nelle università, nella
“Facoltà delle arti”, quindi ad un livello generalmente propedeutico (e, si noti, separato dalla matematica),
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anche se letture e commenti diretti di testi aristotelici venivano demandate a livelli più alti, in ambito
teologico, perché ritenuti, appunto, delicati per le ripercussioni che potevano avere in questo settore.
L’aspetto più diffuso della logica a livello del trivio (in cui essa, sotto il nome di “dialettica”, compariva
assieme alla retorica e alla grammatica) è quello di analisi dei “sophismata”, cioè di tesi paradossali che
risultavano da un errore logico nascosto nell’argomentazione, ma nel XIII secolo lo studio della logica è
comunque più ampio.Con la cosiddetta logica terminorum vengono studiate la significazione – distinguendo
fra termini categorematici, cioè dotati di un significato proprio, e sincategorematici, cioè la cui funzione
consiste nel modificare il significato dei categorematici - e le proprietà dei termini. Per quanto riguarda
queste ultime, si distingueva fra: 1) significatio , cioè la proprietà di un termine di essere dotato di
significato; 2) la suppositio; cioè l’uso di un termine – già significante- in una proposizione scegliendo tra le
sue accezioni (ad es. può essere materialis, cioè indicare se stesso, o formalis, cioè indicare un oggetto); 3) la
ampliatio (il termine sta anche per cose future o possibili); 4) la restrictio (suppositio limitata da aggettivi,
participi, ecc.). Nella dottrina delle consequentiae si compie una ricerca sull’inferenza, distinguendo fra
consequentia formalis, cioè il ragionamento perfetto, e consequentia materialis, cioè il ragionamento
imperfetto che sottintende una premessa. Inoltre, si dimostrano alcune tesi famose, quali l’ex falso quodlibet
((A(AB)), la contrapposizione ((AB) (BA)) e la derivabilità della proposizione vera da
qualunque altra formula (A(BA)). Si studiano anche sillogismi diversi da quelli assertori: modali,
temporali, obliqui, ecc. Nel XIII secolo si dànno anche le obligationes, cioè le regole per le dispute
scolastiche. Queste erano esercizi per studenti detti così perché le regole costringevano a rispondere in un
certo modo, fra i tre possibili (lo ammetto, lo nego, ne dubito). Il tipo più importante era la positio. In essa,
l’oppositore proponeva una proposizione generalmente falsa e banale (il positum). L’altro doveva accettarla
solo nel caso in cui fosse logicamente possibile. Poi l’oppositore proponeva una serie di altre proposizioni,
che potevano essere vere o false , e che l’avversario doveva accettare o rifiutare secondo le seguenti regole:
se una proposizione derivava dall’insieme costituito dal positum, da proposizioni già accettate e da negazioni
di proposizioni rifiutate, doveva essere accettata. Se invece la proposizione era incoerente con tale insieme
doveva essere rifiutata. Se né la proposizione né la sua negazione derivavano da tale insieme, la proposizione
veniva detta impertinens, cioè irrilevante, e la risposta veniva data a seconda dello stato corrente di
conoscenza proprio. Scopo dell’oppositore era di portare l’avversario ad accettare una contraddizione; scopo
dell’avversario: evitare la trappola.
Nel XIII secolo si studiano pure gli insolubilia, cioè le antinomìe logiche quali quella del mentitore,
mettendo in luce, tra le varie soluzioni possibili, qualcosa di analogo alla moderna distinzione fra linguaggio
oggetto e metalinguaggio. In generale si accentua il carattere formale della logica con un uso di formule e
tecniche mnemoniche che poi costituiranno motivo di discredito per l’intera disciplina in epoca umanistica.
Del XIII secolo, infatti, sono i famosi manuali di logica di Guglielmo di Sherwood (Introductiones in
logicam) in cui compaiono per la prima volta i versi “Barbara, Celarent,…” per memorizzare le figure
corrette di sillogismo- e di Pietro Ispano (Tractatus).
Tra il XII e il XIV secolo, da Abelardo a Ockham, attraverso lo Pseudo Scoto e S. Tommaso, particolare
attenzione viene riservata alle proposizioni modali, contenenti le nozioni “necessario”, “possibile”,
“impossibile” e “contingente”, e si approfondisce la distinzione fra modalità “de dicto” e modalità “de re” di
una proposizione e dei sillogismi che le contengono: è “de dicto” l’operatore modale ‘necessariamente’ nella
proposizione “necessariamente esiste un individuo che gode della proprietà P”; è “de re” il medesimo
operatore nella proposizione “esiste un individuo che necessariamente gode della proprietà P”. In
collegamento con la problematica modale, si trattano alcuni aspetti teologici connessi all’accettazione della
bivalenza dei futuri contingenti, sollevata a partire dal famoso passo del De interpretatione di Aristotele: ad
esempio, la compatibilità tra onniscienza divina e neutralità dei futuri contingenti (cioè il loro essere né veri
né falsi). La problematica bivalenza-determinismo verrà poi successivamente accantonata e ripresa nel
Novecento da J. Łukasiewicz, della scuola polacca di logica, che, sulla base di considerazioni di carattere
etico (se l’uomo può scegliere fra più logiche, la sua libertà viene rispettata; se si elimina la bivalenza, si
elimina il determinismo ad essa collegato) e di carattere teorico (incompatibilità fra bivalenza e l’uso di
operatori modali), propose nel 1920 il primo sistema formale a più valori di verità2.

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Altri autori, con motivazioni diverse, contribuirono all’avvio della ricerca sulle logiche polivalenti nel Novecento.
Bochvar, ad esempio, mirava a risolvere le antinomie (attribuendo il valore di verità “indeterminato” ai casi critici);
Reichenbach voleva costruire un sistema di valori di verità attribuibili a proposizioni della fisica quantistica, quindi che
tenessero conto dell’indeterminatezza di alcune delle condizioni dello stato delle particelle; Kleene voleva tener conto
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Dal Quattrocento al Seicento

A partire dal Quattrocento fino a tutto il Seicento, non cessa mai del tutto lo studio della logica, e, anzi, i
testi aristotelici vengono ora letti in lingua originale. Questo fatto concentra l’attenzione sul sillogismo di cui
ci si chiede, ora che anche gli Elementi euclidei sono stati riscoperti in originale, se sia davvero sufficiente a
esprimere le dimostrazioni ivi contenute. Così la logica vede ridotta l’ampiezza di orizzonti tematici che
aveva precedentemente raggiunto proprio mentre si trova a confrontarsi con la ricchezza retorica della
letteratura da un lato, e con la fecondità di risultati raggiunti dal neo-nato metodo scientifico e dall’algebra
dall’altro. (Si noti che l’algebra, non essendo proposta in maniera assiomatica, appare indipendente dalla
logica). Nel Cinquecento il più famoso critico di Aristotele è Pietro Ramo, che, nell’ambito di una più
generale riforma dei contenuti dell’insegnamento universitario, prepara un manuale di logica molto
semplificato e con particolare attenzione per la questione del metodo. Nel Seicento, invece, sono Descartes e
Locke i più famosi detrattori della logica, ritenendo che conoscenza sia intuizione (nel caso di Descartes di
singole idee, nel caso di Locke, di concordanza fra idee), che può essere immediata, oppure mediata da una
serie di altre intuizioni. Il sillogismo appare loro un inutile procedimento che inceppa il naturale susseguirsi
delle intuizioni nella dimostrazione, mentre con Francis Bacon si delinea un abbozzo di “logica induttiva”,
come metodo per la corretta generalizzazione scientifica.
In questo stesso periodo, si delinea un’idea di logica come “arte di ben condurre la ragione”- intesa in senso
mentalistico come pensiero-, che prende forma nell’opera La Logique, ou l’art de penser (1662) dei francesi
Arnauld e Nicole di Port-Royal. Alle quattro operazioni mentali (concepire, giudicare, ragionare, ordinare)
corrispondono le quattro parti della loro opera: la teoria delle idee (in cui distinguono fra estensione di
un’idea – cioè le cose cui essa si applica - e la comprensione – cioè i suoi attributi essenziali); analisi di
enunciati; fallacie argomentative; metodologia (con un confronto fra metodo cartesiano e metodo
assiomatico-pascaliano).
Parimenti interessato alle operazioni compiute dalla mente nel procedimento dell’inferenza, è stato Hobbes,
ma senza atteggiamenti critici nei confronti della logica formale: con la sua idea che pensare fosse
manipolare segni e ragionare fosse calcolare, costituisce, anzi, il punto di continuità fra Lullo e Leibniz.
Quest’ultimo rappresenta nel Seicento la massima voce in difesa della logica formale cui contribuisce col suo
progetto di “ars combinatoria”, cioè di un procedimento per trovare tutte le verità delle varie discipline a
partire dai loro concetti base, effettuando in modo esaustivo tutte le loro combinazioni. Tale progetto si
doveva articolare nella produzione di un linguaggio ideale (characteristica universalis), di una scienza
generale del metodo e di un’enciclopedia del sapere. La costruzione di un linguaggio ideale era di moda
all’epoca di Leibniz (tentativi erano stati effettuati da J. Wilkins, J.J. Becher, G. Dalgarno, A. Kircher), ma in
lui la convinzione che un simbolismo adeguato aiutasse il pensiero stesso veniva dall’esperienza diretta nel
campo dell’Analisi infinitesimale, in cui la sua notazione aveva giovato molto allo sviluppo della disciplina.
La sua ricerca per tale linguaggio richiedeva che il nome di una cosa ne rispecchiasse tutte le proprietà e che
in generale le espressioni rispecchiassero la struttura del mondo, quindi l’elaborazione di un dizionario per
tale linguaggio avrebbe di principio richiesto l’avvenuta elaborazione di tutte le scienze. Di qui l’aspirazione
ad un’enciclopedia del sapere, fallita per l’impossibilità di far cooperare le varie accademie. Tentò, invece,
una realizzazione, più limitata, nell’ambito della geometria: scomporre i concetti complessi in concetti più
semplici, correlare questi ultimi a numeri primi (e la composizione dei concetti in concetti complessi al
prodotto tra i numeri primi) e poi affermare la verità dell’attribuzione di un predicato a un soggetto qualora
l’espressione numerica associata al predicato dividesse quella associata al soggetto. In questo abbozzo
veniva delineata la scienza generale del metodo, che consisteva nel far vedere che il predicato era incluso nel
soggetto (è, quindi, chiaro che Leibniz rimane legato alla struttura soggetto-predicato aristotelica), in quanto
la legge d’identità era per Leibniz assioma indiscutibile. Egli cercò anche di estendere il programma di ars
combinatoria alla logica aristotelica, avendo notato che la logica aveva una “certa somiglianza” con
l’algebra, ma non riuscì a produrre un calcolo che coprisse l’intera teoria del sillogismo: resta, comunque,
l’interesse della formalità astratta, coscientemente pluri-interpretabile, di quel calcolo.

dell’eventualtà di dover attribuire un valore di verità a predicati matematici che non sono definiti su tutto un dominio
dato; Post, invece, voleva solo vedere da un punto di vista formale-combinatorio i possibili cambiamenti nelle tavole di
verità introducendo più valori.
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Infine, nel Seicento interesse logico ha la produzione di Gerolamo Saccheri che, cercando di dimostrare la
non accettabilità delle geometrie non-euclidee (mostrandone l’“assurdità” delle conseguenze) contribuì a
precisarne alcuni aspetti.

Il Settecento

Nel Settecento, la situazione della logica in Europa è la seguente: in Francia continua la tradizione della
logica come teoria delle idee, con raro interesse verso la logica formale (J.-D. Gergonne, col suo tentativo di
rendere meccanico il ragionamento sillogistico è l’unico autore di spicco).
In Germania persiste un filone di interesse per la logica formale, sulla scorta di Leibniz, in ambito
razionalista. Il capostipite era C. Wolff, che entusiasticamente sosteneva che tutte le dimostrazioni
matematiche consistevano di catene di sillogismi della prima figura. Egli fu poi seguito da G. Ploucquet, che
quantificava anche il predicato e metteva come unica regola per la dimostrazione sillogistica che i termini
dovessero mantenere nella conclusione la stessa quantità che avevano nelle premesse. Anche J.H. Lambert,
accogliendo l’idea della quantificazione del predicato, da un lato diede una rappresentazione dei sillogismi
tramite linee rette, e dall’altra impostò un abbozzo di calcolo logico basato su somiglianze fra logica e
operazioni algebriche. Infine Eulero sviluppò l’idea leibniziana di illustrare le relazioni logiche con analogie
geometriche rappresentando i sillogismi tramite relazioni fra cerchi.
Con Kant, invece, si ebbe una svolta verso una ridefinizione della logica. Kant, infatti, distingue fra logica
generale e logica trascendentale. La logica generale (formale) astrae da ogni contenuto della conoscenza per
considerare la forma dei rapporti tra conoscenze, è cioè scienza delle leggi necessarie del pensiero,
individuate da Aristotele, non ulteriormente perfezionabile. La logica trascendentale, invece, nuova nozione
di logica introdotta da Kant, astrae solo dal contenuto empirico della conoscenza e si occupa dei modi di
unificare il molteplice delle rappresentazioni, cioè tratta di quelle forme a priori in virtù delle quali un
oggetto è un oggetto. In quanto tale, essa prende il posto dell’ontologia, ma ne resta distinta perché studia il
fenomeno e non la cosa in sé.

L’Ottocento

In Gran Bretagna impera la tradizione empirista che nell’Ottocento ha in J.S. Mill il suo esponente più
significativo. Infatti, l’empirismo e l’associazionismo lo portano a concepire la logica come studio delle
inferenze, mettendo in luce il fatto che anche le inferenze che appaiono di carattere deduttivo, come quelle
illustrate dalla sillogistica aristotelica, sono sempre da ricondurre a passaggi da casi particolari ad altri casi
particolari: anche le proposizioni universali non sono altro che generalizzazioni da esperienze particolari. Le
inferenze, dunque, sono sempre induttive, e tale deve essere la logica che di esse si occupa e che si propone
di individuare le garanzie sulle generalizzazioni che si effettuano.
Un recupero della logica formale deduttiva viene proposto, però, da R. Whately (Elements of logic 1826),
che, quindi, può essere considerato il responsabile della rinascita inglese della logica formale a inizio
Ottocento.
E’ proprio per la sua critica alla recensione di Bentham del volume di Whately che W. Hamilton, filosofo del
“common sense”, cominciò la sua carriera di logico e diventò nel seguito famoso per la “quantificazione del
predicato”, anche se certamente, come abbiamo visto, non fu il primo. Conseguentemente Hamilton modificò
i modi possibili e validi della sillogistica, che ritenne (Lectures on logic 1860), così, di avere semplificato e
completato. La quantificazione del predicato consentiva di ridurre le proposizioni ad equazioni, preparando il
terreno all’algebra della logica.
Diretto rivale di Hamilton per questioni di paternità concettuale, fu A. De Morgan, (Formal logic 1847)
approdato alla logica per un suo personale interesse per la logica della geometria euclidea e stimolato,
successivamente, dal volume di Whately. Egli si dedicò alla sillogistica aristotelica presentandola facendo
uso della simbologia “X” e “x” a indicare un termine e il suo contrario (che insieme esauriscono l’universo
del discorso) e vedendola come un caso speciale nella teoria della composizione delle relazioni, in cui
compaiono le sue famose leggi sulla congiunzione e disgiunzione: (A  B) A  B, (A  B) 
A  B.

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De Morgan è considerato il primo logico (con l’eccezione di Lambert) ad aver discusso estensivamente una
teoria delle relazioni, che erano state solo parzialmente studiate da Platone e Aristotele, e lungo il medioevo.
G. Boole apprese da Whately la rappresentazione estensionale dei princìpi della logica, cioè l’idea di
intenderli come classi di oggetti e non come combinazioni di attributi, aggiungendovi l’uso di operatori
algebrici opportunamente adattati. Il suo intento iniziale era matematico (anche se stimolato dalla lettura del
“classico” Organon), cioè portare a compimento una riforma dell’algebra, iniziata da George Peacock,
membro-fondatore dell’Analytical Society, che aveva avuto come uno dei suoi primi risultati la riforma della
notazione nell’Analisi. Tale riforma aveva attirato l’interesse più generale nell’operare coi simboli, così
Peacock aveva progettato come passo successivo nella riforma dell’algebra di liberarla da riferimenti a
quantità, in modo da evidenziarne la sua portata più generale. L’applicazione dell’algebra alla logica da parte
di Boole doveva servire a portare a termine questa operazione culturale e veniva così ad abbozzare
un’algebra della logica. Quest’idea era stata adombrata da Jakob Bernoulli nel 1685 e poi parzialmente
realizzata da Lambert, Ploucquet, Eulero, ma la sua paternità viene regolarmente attribuita a Boole per
l’impatto che il suo lavoro, peraltro più articolato, ebbe sui logici seguenti. Boole (The Mathematical
Analysis of logic 1847) a ciascuna classe X associò un operatore x che seleziona da un universo di oggetti
(indicato col simbolo 1) quelli che sono x. “xy” seleziona gli y da ciò che x seleziona. (In un secondo tempo,
Boole si preoccupò di dare una fondazione psicologica di questi atti.) Per la selezione valgono la legge
commutativa e il fatto che ripetere una selezione non aggiunge nulla di nuovo (xx=x). (Successivamente, in
An Investigation of the Laws of Thought del 1854, egli usò i simboli x,y,z,… a indicare direttamente le classi
stesse; intese con “classe” anche l’”universo” e “nulla”, indicandoli con 1 e 0 rispettivamente.) A differenza
di quanto accade nell’algebra numerica, in generale non è ammessa un’operazione analoga alla divisione, per
evitare conclusioni erronee: ad esempio, se da xz=yz si concludesse x=y, dal fatto che la classe dei postini
celibi sia coestesa alla classe dei postini biondi, si concluderebbe che la classe dei celibi è coestesa alla classe
dei biondi. Tuttavia, c’è una sorta di surrogato della divisione: da x=yz si ottiene x/y=z, intendendo che z
denota una classe che si ottiene prendendo gli elementi della classe x (cui appartengono gli elementi che
appartengono sia a y che a z) ed eliminando da essi la caratteristica di appartenere a y. Ad es. “classe degli
uomini” / “classe degli esseri razionali” = “classe degli animali” significa che la classe degli animali si
ottiene prendendo gli elementi della classe degli uomini ed eliminando da essi la caratteristica della
razionalità. Inoltre, “x + y” è definito solo parzialmente, quando x e y non hanno nulla in comune, e “x-y” è
definito solo se y è parte di x. Le proposizioni sono rappresentate da equazioni : per esempio, “Tutti gli X
sono Y” è rappresentata da “x=xy”, perché la selezione degli X dagli Y dà X se e solo se tutti gli X sono Y,
mentre “Nessun X è Y” è rappresentata da “xy=0” (dove “0” rappresenta “nulla”).
Per introdurre le proposizioni universali affermative (A), particolari affermative (E), universali negative (O)
e particolari negative (I) della logica formale tradizionale come equazioni, Boole adottò i simboli indefiniti v
e w, per indicare genericamente che esistono membri della classe cui quei simboli si applicano:
A x=vy (tutti gli x costituiscono una parte degli y)
E x=(1-y) (tutti gli x appartengono alla classe complemento di quella degli y, cioè appartengono alla
classe dei “non y”)
I vx=wy (la classe comprendente qualche x appartiene alla classe che comprende qualche y)
O vx=w(1-y) (la classe comprendente qualche x appartiene alla classe che comprende qualche “non y”)
o anche
A x(1-y)=0 (l’intersezione fra la classe degli x e quella dei «non y» è la classe vuota)
E xy=0 (l’intersezione fra la classe degli x e quella degli y è vuota)
I xy=v (l’intersezione fra la classe degli x e quella degli y non è vuota)
O x(1-y)=v (l’intersezione fra la classe degli x e quella dei “non y” non è vuota).

Il trattamento del sillogismo avviene cercando di esprimere le premesse in una di queste forme in modo che
il termine medio y si trovi in ciascuna premessa sui lati opposti di due equazioni; poi si combinano queste
per eliminare algebricamente y e si risolve rispetto al termine-soggetto. Cioè le inferenze sono effettuate per
sostituzione e rimpiazzamento di termini uguali: così, da “x=xy” e “y=yz” si ottiene: x=x(yz)=(xy)z=xz, cioè
il sillogismo AAA di prima figura (da “x=xy”, cioè da “tutti gli X sono Y”
e da “y=yz”, cioè da tutti gli Y sono Z”, si ottiene “x=xz”, cioè “tutti gli X sono Z”).
Boole notò che il suo sistema ammette un’interpretazione solo in termini di classi per la presenza della legge
xx=x. Se, però, si restringe l’algebra ordinaria al caso in cui i soli possibili valori per x sono 1 e 0, anche la
legge xx=x varrà e, dunque, questa è un’ulteriore interpretazione del sistema. Un’altra è in termini di logica

13
proposizionale: posto che 1 e 0 rappresentino rispettivamente il vero e il falso, x e y proposizioni; xy=1
significherà la verità della loro congiunzione (perché il prodotto di due numeri che possono solo essere 0 o 1
è uguale a 0 solo se nessuno dei due fattori è 0, cioè se entrambi sono uguali a 1, ossia al vero), x+y=1 la
verità della loro disgiunzione esclusiva (perché la somma di due numeri che possono essere solo 0 o 1 è
uguale a 1 solo se uno – e uno solo! – di essi è uguale a 1), x(1-y)=0 il fatto che se x è vera, allora anche y è
vera (perché il prodotto di due fattori è uguale a 0 se e solo se almeno uno di essi è uguale a 0; se x è 1, allora
1-y deve essere uguale a 0, cioè y deve essere uguale a 1, ossia deve essere falsa).
In Boole mancava una teoria delle relazioni: fu l’americano C.S. Peirce a presentare, in vari saggi, in modo
assiomatico un’algebra della logica relazionale (e non-relazionale) combinando l’opera di Boole e quella di
De Morgan, per la quale inventò strumenti tecnici particolari (come la forma prenessa, in cui tutti i
quantificatori precedono il resto della formula in cui compaiono) e suggerì il teorema di Church (non c’è
procedura meccanica per determinare la validità di un argomento in cui compaiano relazioni e
quantificatori).
William Jevons (Pure logic 1864) cercò di eliminare dalla teoria di Boole tutti gli aspetti che non avevano un
chiaro significato: la divisione, le lettere v e w, e ammise la somma anche in caso di classi non disgiunte.
John Venn (Symbolic logic 1881), da un lato tentò di recuperare l’idea originaria di Boole rispetto alle
semplificazioni effettuate da Jevons, cercando un significato per la divisione. Intendendo x/y come una
funzione parziale uno-a-molti di x e y, ossia come quella classe – e ce n’è più d’una – tale per cui
l’intersezione di x/y e y è identica a x : ciò accade solo quando x=xy, ossia quando tutti gli x sono y.
Dall’altro lato, egli migliorò i diagrammi – già introdotti nel Settecento da Eulero – e li utilizzò per valutare
la verità dei sillogismi categorici. Per motivi di opportunità, scelse di intendere le proposizioni categoriche
(tutti gli X sono Y) come “la classe delle cose che sono X e non Y è vuota”: così i cerchi da lui usati per
rappresentare le classi e i loro rapporti di intersezione e inclusione venivano tracciati comunque (a differenza
di quanto faceva Eulero, che non tracciava la classe vuota) e usava ombreggiare le zone vuote e barrare le
zone su cui non si avevano informazioni esistenziali precise.
In Germania, la prima metà dell’Ottocento vede imperare l’impostazione hegeliana, che identifica logica con
metafisica: la logica ha per oggetto il pensiero e questo si identifica con la realtà. Nel contempo, però, appare
la pubblicazione delle lezioni del boemo Bernhadt Bolzano (Wissenschaftlehre 1837). Egli, oltre ad una
peculiare trasposizione di tutte le proposizioni sotto la forma “A ha B” (per cui “Questo è d’oro” diventava
“Questo ha la dorità”, “X non è affamato” diventava “X ha mancanza-di-fame””, ecc.) propone interessanti
innovazioni nel valutare la verità di una proposizione: da un lato indaga il comportamento di una
proposizione sotto sostituzione di tutti i suoi termini con altri adatti, dicendo che una proposizione è
universalmente valida se il rapporto tra il numero delle varianti vere e il numero delle varianti false è uno;
“universalmente controvalida” se il rapporto è zero; “coerente” se il rapporto è compreso fra 0 e 1. D’altro
lato introduce un concetto molto simile a quello tarskiano di relazione di conseguenza, espressa come
“derivabilità rispetto a una certa classe di termini”, dicendo che Q deriva da B se e solo se Q è coerente e
ogni modello di B è modello di Q rispetto a quella classe di termini (la differenza tra la sua nozione e quella
tarskiana consiste nell’aggiunta della clausola di coerenza).
In Germania, matura anche un’attenzione verso la logica formale con F.A. Trendelenburg e poi W.
Windelband (che, però, criticava le moderne modifiche inglesi, quali la quantificazione del predicato) ed è
presente un filone di pensiero (cui appartenevano, tra gli altri, W. Wundt e Ch.Sigwart) che fondava la
normatività della logica formale sulla psicologia. Nel contempo E.T Schröder, sull’onda di Boole,
utilizzando gli ulteriori contributi provenienti dalla teoria delle relazioni di Peirce, compì analoga opera di
elaborazione di un’”algebra formale” come “preparatoria a studi sui più vari sistemi numerici e operazioni di
calcolo che potrebbero essere inventate per scopi particolari”, considerando il calcolo logico come modello
per l’algebra formale (Vorlesungen über die Algebra der Logik 1890-1905).
E’ stato quindi in ambito matematico, più che filosofico, che è avvenuta la risurrezione della logica formale
in Germania e in Gran Bretagna nell’Ottocento.

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Cantor

Nel frattempo, lo sviluppo dell’Analisi (cioè lo studio del continuo, dei numeri reali) aveva reso opportuna e
necessaria la stesura di manuali che ne esponessero didatticamente i risultati e, quindi, si presentava
l’occasione per riflettere sui “punti di partenza” della teoria stessa. Precedentemente, i numeri reali venivano
fondati sulla retta, a indicare i singoli punti. Tale procedimento non sembrava più tanto sicuro all’epoca, in
quanto le geometrie non-euclidee (che non accettavano il V postulato di Euclide, detto “delle parallele” o
perché ammettevano per un punto più parallele a una retta data, o perché negavano l’esistenza di parallele)
con la loro stessa presenza, rendevano il riferimento geometrico meno solido. Così, vari tentativi furono
effettuati per ricondurre i numeri reali ai numeri naturali, tramite definizioni in termini di sezioni3 di
Dedekind o limiti di successioni convergenti4, come proposto sia da Cauchy sia da Cantor, che divenne poi
famoso come padre della teoria “ingenua”, non formalizzata, degli insiemi (Beiträge zur Begründung der
transfiniten Mengenlehre, 1895). La teoria degli insiemi viene attualmente considerata un ramo della logica
matematica perché è stata vista (e per molti continua ad esserlo) come un possibile riferimento fondazionale
per tutta la matematica. In questa prospettiva, pensare enti matematici significa pensare insiemi con certe
caratteristiche. Dal momento che, come vedremo nel seguito, la logica matematica è nata in una prospettiva
fondazionale per la matematica, è chiaro che la teoria degli insiemi è stata vista in modo naturale come un
suo ramo. Quindi dobbiamo darne una breve presentazione. Comunque va sottolineato che Cantor non si
occupò direttamente di logica né si preoccupò di dare un assetto assiomatico alla sua teoria. L’idea che sta
dietro la teoria degli insiemi di Cantor è di trovare dei numeri per contare nell’infinito o, meglio, per
denominare infiniti diversi. Cantor, infatti, era convinto dell’esistenza dell’infinito attuale in natura e di un
infinito diverso in Dio, come precisò in suoi scritti più maturi, e in sue opere iniziali si rese subito conto che
era possibili dimostrare l’esistenza di infiniti diversi. Infatti, anche grazie ai suggerimenti che gli vennero da
uno scambio epistolare con R. Dedekind, riuscì a dimostrare che non è possibile una corrispondenza bi-
iettiva tra numeri razionali e numeri reali, cioè una corrispondenza tale per cui ad ogni numero razionale
corrisponda un reale, in modo da esaurire così tutti i numeri reali. Aveva quindi senso per lui porsi il
problema di trovare numeri per etichettare gli infiniti e per descrivere un’aritmetica degli infiniti.
Successivamente precisò che questo trovare numeri per l’infinito (numeri “transfiniti”, come li denominò
egli stesso) doveva servire a controbattere una delle tradizionali obiezioni di stampo aristotelico di coloro che
avevano l’“horror infiniti”, che consisteva appunto nell’impossibilità di produrre numeri infiniti. La prima
serie di numeri transfiniti che egli trovò fu ottenuta astraendo (cioè prescindendo) dalla
natura e dall’ordine degli elementi di un insieme5, ricavando la cosiddetta “cardinalità” o “potenza” (Cantor
disse che l’idea di questo nome gli era venuta dalle conferenze di Jacob Steiner del 1867 di geometria

3
Diamo una descrizione intuitiva della nozione di sezione. Ogni numero razionale x individua una "sezione" del corpo
razionale, individua cioè una coppia di classi A1 , A2 tali che ogni numero di A1 è minore di ciascun numero di A2,
mentre x è il più grande numero di A1 o il più piccolo di A2; esso risulta comunque univocamente determinato dalla
coppia (A1, A2) per cui si può dire che x sia la coppia (A1, A2). Ma non sempre una coppia (A1, A2) che sia una sezione
dei razionali può individuare un numero razionale, così come ad una sezione (cioè ad un punto) della retta non sempre
corrisponde un razionale; ogni volta che ciò accade, allora, è legittimo, pensò Dedekind, "creare" un nuovo numero y
che corrisponda alla coppia (A1, A2), cioè che sia esso stesso la coppia (A1, A2). Tale numero è un irrazionale.

4
Una successione a1, a2, … di numeri razionali è convergente se per ogni numero  piccolo a piacere (ma maggiore di
zero) esiste un numero naturale m tale che, da m in poi, la differenza fra am+n e am è minore di . (per n numero naturale
qualsiasi).
5
In questa trattazione uso indifferentemente i termini “insieme” e “classe” in modo interscambiabile.
15
proiettiva): prendendo l’insieme di tutti i numeri naturali, si otteneva la prima cardinalità infinita indicata con
0. Poi, Cantor riuscì a dimostrare che in generale, per qualunque , 2>. Così successive cardinalità,

sempre infinite, potevano essere trovate da 0, passando a 20, poi a 22 0 ecc. In questo modo, egli poteva
produrre un’intera serie di numeri transfiniti. A questa egli accostò (e poi si interrogò sulle interrelazioni fra
le due successioni) una serie così costituita:considerava solo insiemi bene ordinati, cioè linearmente ordinati
e tali per cui ogni loro sottoinsieme non vuoto aveva un primo elemento, e per questi astraeva solo dalla
natura degli elementi. Otteneva così l’”ordinale” di quegli insiemi. Il primo ordinale infinito era quello
ottenuto dall’insieme dei numeri naturali (che è bene ordinato dall’usuale relazione “<”). Rispetto alla
successione ordinata dei numeri naturali, che non ha un elemento massimo, questo è il primo numero
maggiore di essi e che non appartiene all’insieme (che, chiaramente, è fatto solo di ordinali finiti). Dice
Cantor, che esso può essere pensato come “limite” della successione, così come il numero reale era pensato
come il limiti di una successione infinita di numeri razionali (anche se in quel caso si aggiungeva la
condizione che la successione dovesse essere convergente al limite). A questo numero ordinale, o, meglio,
all’insieme da cui lo si astrae corrisponde un numero cardinale: il solito 0. Procedendo a sommare 1 a tale
insieme, si ottiene un ordinale diverso e così via sommando ancora 1 … n volte. Tutti questi ordinali, però,
avranno medesimo cardinale (perché, ricordiamolo, la cardinalità prescinde dall’ordine degli elementi
dell’insieme). Se, però, si prende l’insieme di tutti questi ordinali a cardinalità 0, si può fare il passaggio al
limite, cioè ottenere il primo ordinale maggiore di tutti gli ordinali dell’insieme ma che non appartiene ad
esso: è l’ordinale che si ottiene da quell’insieme. Che cardinale avrà questo insieme? Sicuramente un
cardinale maggiore di quello degli elementi dell’insieme, e Cantor riesce a dimostrare che è il cardinale
immediatamente successivo ad esso. Lo chiama, dunque, 1. E così via: sommando 1 n volte a questo
ordinale e riunendo gli ordinali che si ottengono, passando al limite si ha un nuovo ordinale e
corrispondentemente un nuovo cardinale. Cantor si domanderà che rapporto abbiamo le due serie di cardinali

così ottenute (0, 20, 22 0, ecc. e 0, 1, 2, ecc.) e ipotizzerà una soluzione: 1 = 20 e, in generale, n+1 =
2n. Si tratta della cosiddetta “ipotesi del continuo6” di Cantor, che l’autore, però, non riuscì mai a
dimostrare. Nel 1947 Goedel riuscì a far vedere che tale ipotesi è compatibile con il resto della teoria degli
insiemi (all’epoca ormai formalizzata) e nel 1963 Cohen fece vedere che anche la negazione di tale ipotesi è
compatibile con il resto della teoria degli insiemi.
Con la produzione dei numeri transfiniti, comunque, Cantor aveva dato una risposta alle critiche tradizionali
all’infinito attuale. Egli ricordò anche un’altra storica obiezione: l’annientamento del finito che sarebbe
causato da un’ipotetica esistenza dell’infinito (aggiungere un numero finito ad uno infinito non cambia nulla
nell’infinito) e dimostrò che ciò non vale per gli ordinali, ma dipende dall’ordine in cui viene effettuata
l’addizione: 1 + = , ma  +1in quanto quest'ultimo insieme ammette un massimo).
Cantor indicò in Spinoza, Leibniz e, soprattutto, Bolzano i precursori del suo punto di vista, che remavano
contro l’ “horror infiniti”. In Spinoza e Leibniz, però, vedeva dei tentennamenti, laddove essi sembravano
pronunciarsi da un lato a favore dell’infinito attuale e dall’altro contro l’esistenza di numeri infiniti, mentre
di Bolzano apprezzava sia l’idea della possibilità di superare i problemi (i paradossi) che sorgevano
dall’infinito, sia l’abbozzo di concettualizzazione di numeri infiniti, anche se esso non fu poi ulteriormente
sviluppato.
Cantor riteneva che gli insiemi o molteplicità (come li denominò inizialmente) fossero “ogni Molti che si
possa pensare come uno, cioè ogni classe di elementi distinti che possa essere unita in un tutto mediante una
legge” e associò l’operazione di astrazione che si compie nel formare l’insieme all’”eidos” platonico del
Filebo. Un’altra precisazione (per così dire, perché comunque queste descrizioni fanno riferimento al
concetto di classe o di collezione, cioè ancora al concetto stesso di insieme) fu data in una lettera a Dedekind

6
Il nome “continuo” è dovuto al fatto che Cantor ha dimostrato che è la cardinalità del continuo, cioè dell’insieme dei
numeri reali, è 20. Per capire grosso modo come mai, senza seguirne in dettaglio tutti i passaggi, consideriamo
semplicemente i numeri reali compresi fra 0 e 1 (poi sarà possibile estendere il risultato a tutti i numeri reali, che sono
in corrispondenza bi-iettiva con quelli del suddetto intervallo). Essi possono essere rappresentati con una scrittura
binaria (detta “espansione binaria”) costituita dall’accostamento infinito delle sole cifre 0 e 1. Se, dunque, pensiamo a
quale operazione compiamo per scriverli a uno a uno, ci rendiamo conto che consiste nel passare in rassegna gli infiniti
“posti” da riempire nell’espansione e nel decidere per ognuno se va riempito da 0 oppure da 1. Quindi, l’insieme di tutte
le rappresentazioni possibili (cioè di tutte le scelte possibili) è l’insieme di tutti i modi possibili di andare dagli infiniti
posti da riempire in un’espansione binaria ai due numeri 0 e 1. In simboli insiemistici, questo è l’insieme di tutte le
possibili funzioni dall’insieme dei numeri naturali all’insieme {0,1}, cioè , per definizione, è 20.
16
del 28/7/1899: “Se la totalità degli elementi di una pluralità può essere pensata senza contraddizione con
‘essente insieme’, cosicché è possibile unificarla in “una cosa”, la chiamo pluralità consistente o insieme.
Nella sua opera è presente un misto di idealismo e di realismo, che egli ritiene di poter conciliare riferendosi
all’infinito assoluto che è in Dio. Egli, infatti, dichiara che i numeri hanno una realtà intra-soggettiva, nello
spirito umano, ma anche una trans-oggettiva. L’interconnessione tra le due realtà si fonda “nell’unità del
Tutto al quale noi stessi apparteniamo”. Ciò consente, dice Cantor, la più completa libertà al matematico:
occorre solo essere certi della non contraddittorietà del concetto che si definisce. Poi, a garantirne la realtà,
penserà Dio. In questo modo Cantor da un lato si metteva al riparo dalle accuse ecclesiastiche di panteismo:
assegnando a Dio un’infinità diversa, quella assoluta, Cantor elimina il problema. Dall’altro lato, rispondeva
così a quei vari matematici che si erano mostrati scettici di fronte all’introduzione dei numeri irrazionali e,
ancor più, dei numeri ideali – ad esempio il suo maestro Leopold Kronecker - e che poi sono stati visti come
antesignani del costruttivismo. Forse per questo motivo non nomina Descartes, che pure aveva fondato ogni
certezza in Dio, per la fiducia nell’intuizione.
La richiesta di non-contraddittorietà perché una pluralità possa essere accettata come insieme permise a
Cantor di risolvere in modo “naturale” le antinomìe che derivavano dalla sua teoria: quella del massimo
ordinale e quella del massimo cardinale. La prima si forma come segue: se si prende la classe di tutti gli
ordinali, essa è bene ordinata; quindi le spetta un ordinale, chiamiamolo Ω., che è l’ordinale massimo. Ma
per ogni ordinale , ce n’è uno più grande: +1. Quindi Ω +1 sarà maggiore di Ω, che non è l’ordinale
massimo, mentre l’avevamo definito tale: contraddizione. La seconda antinomìa viene così formulata:
l’insieme di tutti i cardinali ha cardinalità massima – chiamiamola A, ma, per il teorema di Cantor, per ogni
insieme di cardinalità , l’insieme dei suoi sottoinsiemi ha cardinalità (2) maggiore di , quindi si avrà
anche 2A>A, da cui si ottiene che A non è il massimo cardinale, mentre l’avevamo definito tale:
contraddizione. Cantor risolve il problema nel primo caso affermando che se una molteplicità è
contraddittoria non è un insieme (cioè che la classe di tutti gli ordinali non può esistere), nel secondo caso
che non si deve credere nell’esistenza di un massimo cardinale.

Frege

Nell’opera di rigorizzazione dell’Analisi, i numeri reali erano stati definiti a partire dai numeri razionali, cioè
da (coppie ordinate di) numeri naturali. Non tutti i matematici, però, ritenevano che i numeri naturali fossero
la base più semplice che si potesse trovare per i numeri reali. In particolare, il matematico tedesco Gottlob
Frege pensava che essi potessero essere a loro volta definiti in termini logici. Egli, infatti, criticò opinioni
precedenti sulla natura delle leggi aritmetiche e dei numeri naturali a trecentosessanta gradi. A coloro, come
Kant, che vedevano nell’intuizione l’origine del numero, Frege rispondeva che ciò non può spiegare l’origine
dello 0 come pure di numeri molto grandi (ad es. 777864). A coloro, come Mill, che ritenevano l’esperienza
come l’origine della definizione dei numeri naturali, obiettò, oltre che la medesima critica opposta a Kant,
che ad un medesimo oggetto osservato possono essere fatti corrispondere numeri diversi (ad esempio, lo
stesso aggregato di oggetti può essere considerato come “20 scarpe” o come “10 paia di scarpe”) e che la
generalità del numero – corrispondente ai trascendentali medioevali – non può essere spiegata se l’origine è
empirica. A coloro che, come Thomae, definivano il numero come una molteplicità, Frege contestò da un
lato il fatto che, in questo modo, lo 0 e l’1 rimarrebbero esclusi, dall’altro che l’espressione “molteplicità” è
troppo vaga e imprecisa. A coloro che, come Lipschitz, sostenevano che il numero fosse una
rappresentazione mentale, ribattè che ciò è inaccettabile, se si ritiene che i giudizi dell’aritmetica debbano
essere comunicabili. Il numero, tuttavia, precisò Frege, non è reale, cioè non occupa spazio, ma è oggettivo,
cioè indipendente dalle rappresentazioni ma non dalla ragione. Si tratta, chiaramente, di un atteggiamento
antipsicologistico e, in quest’ottica, Frege si confrontò con la terminologia kantiana, modificandola, per
sottolineare come ciò che conti in aritmetica sia la giustificazione delle proposizioni e non il modo in cui si
arriva a coglierne il contenuto. Così “analitico” viene a significare “dimostrato secondo le pure leggi della
logica” e “sintetico” “dimostrato con l’uso di assiomi specifici”, e il suo impegno di ricercatore si indirizzò a
far vedere che l’intera aritmetica poteva essere esprimibile logicamente, cioè senza far uso di assiomi
specifici per la disciplina. Conseguentemente,si impegnò, nell’ambito del programma detto, appunto,
“logicista”, a costruire un linguaggio simbolico per evitare che qualsiasi somiglianza col linguaggio
quotidiano potesse interferire sull’oggettività della dimostrazione. E’ la cosiddetta “Ideografia”
(Begriffsschrift 1789). In essa, Frege individua nella coppia funzione-argomento il modo più opportuno di
esprimere i rapporti tra componenti della frase nel linguaggio naturale. Dopo secoli di accettazione della

17
strutturazione soggetto-predicato, in cui il soggetto veniva ad assumere un ruolo distinto e prioritario rispetto
alle altre componenti quali il complemento oggetto e i complementi indiretti, Frege descrive il predicato (o
“concetto”) come una funzione che ha “tanti posti”, cioè si applica a tanti argomenti, quanti sono
rispettivamente il soggetto e i vari complementi necessari per quel predicato. Per esempio, “Antonio porge
una matita a Giuditta” viene letto come una funzione (“porge”) che ha tre posti, uno per “Antonio”, uno per
“una matita” e uno per “Giuditta”, e può essere espresso come p(a, m, g), dove p(x, y, z) è la funzione
“porge” a tre argomenti, in cui le variabili individuali x, y, z possono essere sostituite dai nomi Antonio,
matita, Giuditta (tecnicamente si dice che la funzione è “insatura” e può essere “saturata” dai tre argomenti).
Il risultato dell’applicazione della funzione a quegli argomenti sarà sempre uno dei due valori di verità, Vero
o Falso: un enunciato atomico (cioè della antica forma “soggetto-predicato”), in cui non ci sia riferimento
alla quantificazione (cioè ad operatori del tipo “Tutti” o “qualche”) è, per Frege, una funzione applicata a
uno o più argomenti e che porta su uno dei due valori di verità. (che Frege considerava come due oggetti).
Una funzione può avere come argomento un’altra funzione e così via. Per esprimere il riferimento alla
quantificazione, Frege si limita a quella universale, cioè al “tutti”, dal momento che quella cosiddetta
esistenziale (il “qualche”) può essere espressa come negazione dell’universale (“non tutti non”: qualche
uomo è mortale equivale a “non tutti gli uomini non sono mortali”). Per questo istituisce un apposito simbolo
(nel suo caso era un cuneo, ma la successiva tradizione l’ha trasformato nel più agevole ) seguito da una
variabile individuale e da una funzione in cui un argomento non sia saturo ma abbia presente quel simbolo di
variabile. Ad esempio, “Tutti gli uomini sono mortali”, posto che “essere mortale” sia m(x), diventa xm(x).
Si noti che per Frege la quantificazione poteva avvenire anche su funzioni: quindi la sua era una logica “del
secondo ordine”. Per quanto, poi, riguarda l’espressione di proposizioni contenenti connettivi, Frege si limita
alla negazione e all’implicazione, in quanto gli altri connettivi sono derivabili da questi. Definisce la
negazione come la funzione che porta il vero al falso e tutti gli altri oggetti al vero; il condizionale come la
funzione a due argomenti (l’antecedente e il conseguente) che porta la coppia al falso se il primo è vero e il
secondo è falso, e tutte le altre coppie al vero.
Frege introduce anche un apposito segno (una linea orizzontale) da apporre dinanzi ad ogni enunciato sulla
cui verità ci si vuole impegnare: quello che egli chiama “giudizio”.
Usando questa notazione, Frege definisce il numero naturale. Come meglio preciserà nei Grundgesetze der
Arithmetik (1893), per comprendere la natura del numero fa ricorso al principio del contesto, considera cioè
le proposizioni in cui esso compare e nota che “numero” è sempre “numero di un concetto”: più
precisamente, per evitare il bizzarro caso di non sapere se “Giulio Cesare” possa essere considerato un
numero oppure no, il numero va considerato come estensione di tutti i concetti che sono “equinumerosi” ad
un concetto dato, ossia che sono in corrispondenza bi-iettiva con esso. Si pensi di prendere la classe di tutte
le classi e la relazione “essere in corrispondenza bi-iettiva”. Questa relazione è riflessiva, simmetrica e
transitiva, quindi istituisce sulla classe una partizione, cioè una suddivisione in parti contenenti ciascuna tutte
le classi che sono in corrispondenza biiettiva tra loro, cioè ci sarà la parte contenente le classi vuote, quella
contenente le classi con un solo elemento, e così via. Per parlare, poi, dei singoli numeri naturali, Frege
partirà dal numero zero definito come estensione di tutti i concetti equinumerosi al concetto “essere diverso
da se stesso”: infatti, l’estensione di questo concetto è la classe vuota. Poi – detto in termini semplificati - si
definirà il numero “uno” come estensione di tutti i concetti equinumerosi al concetto “identico a 0”, il
numero 2 come estensione di tutti i concetti equinumerosi al concetto “identico a 0 o a 1”, e così via. Infatti,
“identico a zero” è una cosa sola (lo 0, appunto), quindi l’estensione del concetto “identico a 0” è la classe
contenente come unico membro lo 0. Di conseguenza, 1 sarà la classe di tutte le classi che sono estensioni di
concetti sotto cui cadono un solo elemento. Cioè, l’1 contiene {0}, {Pluto}, {Aosta}, ecc., che possono
essere viste come le classi (equinumerose tra loro) che sono rispettivamente estensioni dei concetti “identico
a 0”, “cane di Topolino”, “capoluogo della Val d’Aosta”. Analogamente, poiché “identico a 0 o a 1” sono
solo lo 0 e l’1, l’estensione del concetto “identico a 0 o a 1” sarà la classe contenenti esattamente lo 0 e l’1.
Così, il 2 sarà la classe di tutte le classi che sono estensioni di concetti sotto cui cadono due soli elementi.
Cioè: il 2 contiene {0,1}, {Tip, Tap}, {Bolzano, Trento}., ecc., che possono essere viste come le classi
(equinumerose tra loro) che sono rispettivamente estensioni dei concetti “identico a 0 o a 1”, “nipote di
Topolino”, “capoluogo di provincia del Trentino-Alto Adige”. E così via.
Data questa definizione, Frege elenca gli assiomi dell’aritmetica e le regole (tra cui il modus ponens, cioè la
regola che da AB e A inferisce B, e la transitività) per ottenerne i vari teoremi, e precisa il concetto di
dimostrazione come sequenza finita di formule che sono o assiomi o ottenute da formule precedenti

18
applicando le regole. La logica formale da Frege in poi assume l’aggettivo “matematica” proprio per questa
sua originaria finalità di descrizione dell’aritmetica.
Il problema che sorge in questa costruzione, al di là della difficoltà intrinseca della notazione offerta da
Frege, e che fu rilevato da Russell, risiede nel fatto che nel sistema è possibile derivare una contraddizione.
Per vedere come, è necessario tenere presente che del sistema fa parte quello che successivamente è stato
chiamato “principio di comprensione”, che afferma che per ogni concetto (proprietà) esiste ed è un’unica
l’estensione (cioè la classe) formata da tutti i soli gli oggetti che cadono sotto quel concetto. Infatti, posto
questo principio, data la proprietà “essere la classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse”, il
principio di comprensione garantisce che essa ha un’estensione. Di questa, essendo essa un oggetto, ci si può
domandare se gode della proprietà “appartenere a se stessa”. Se si appartiene, per come è definita, non si
appartiene; se non si appartiene, per come è definita, si appartiene; poiché vale il principio del terzo escluso
(e, quindi, o si appartiene o non si appartiene) in entrambi i casi possibili si ottiene una contraddizione, cioè
che la classe si appartiene e non si appartiene.
Il principio di comprensione non è espresso direttamente da Frege in questi termini, ma viene da lui derivato
dal V assioma, che definisce l’estensione di un concetto (detta da Frege “decorso di valori”): “il decorso dei
valori del concetto f è identico al decorso dei valori del concetto g se e solo se f e g concordano sul valore di
ogni argomento” (più precisamente, il principio di comprensione viene derivato da quel lato del V assioma
che dice che se due concetti f e g concordano sul valore di ogni argomento allora il decorso dei valori del
concetto f è identico al decorso dei valori del concetto g). Tale assioma è indispensabile nell’aritmetica,
perché il numero, come abbiamo visto sopra, viene definito proprio come estensione e viene dato in termini
di identità, perché per Frege è necessario determinare per ogni oggetto le condizioni di verità degli enunciati
di verità che li riguardano.
Per dissolvere quell’antinomìa e le numerose altre che erano date tradizionalmente (quella del mentitore) o
che venivano prodotte all’epoca (quelle di Berry7, di Richard8, ecc), e salvare nel contempo il programma
logicista9, Russell, tra le varie soluzioni, accogliendo parzialmente un suggerimento di Poincaré, propose di
vietare la costruzioni di classi che vengano prodotte da definizioni “impredicative”, ossia che facciano
riferimento ad una totalità cui l’ente stesso appartiene. Questo divieto venne da lui stesso denominato
“principio del circolo vizioso”, in quanto, appunto, vuole evitare il circolo vizioso, ossia l’autoriferimento, e
viene messo in atto concretamente attraverso la teoria dei tipi ramificati, presentata nel 1908 in
“Mathematical logic as based on the theory of types” e poi nel 1910 nei Principia Matematica scritti assieme
a Whitehead. In essa, Russell opera una stratificazione dell’universo in tipi10, partendo da sostanze
individuali (che hanno tipo 0), ponendo come condizione per la formazione di classi che si possano usare
solo sostanze precedentemente acquisite, cosicché risulti impossibile ottenere insiemi che contengano se
stessi come elementi: si possono solo avere individui (tipo 0), poi classi di individui (tipo 1), poi classi di
classi di individui (tipo 2), e così via. Nella sua terminologia, egli afferma che le funzioni proposizionali
(quali “x è saggio”) si possono classificare in tipi secondo le entità che ammettono come loro argomenti e
ogni attributo è di tipo superiore alle entità delle quali si può asserire o negare. In questo modo, la
costruzione della sua antinomìa veniva bloccata, perché ad una classe di tipo n possono appartenere solo
classi di tipo n-1, quindi, in particolare, la classe n non può appartenere a se stessa. Per altre antinomie, quali
quella antica del mentitore, il principio del circolo vizioso deve richiedere qualcosa di più che non la mera
stratificazione in tipi: Russell, allora, interviene ”ramificando”la teoria, cioè, aggiungendo alla distinzione
verticale tra “tipi” , per ogni tipo, anche una distinzione orizzontale fra “ordini” diversi, che specifica a quali
enti si riferiscono le variabili quantificate eventualmente presenti nella definizione di una classe. In generale,
una proposizione è di ordine n-esimo se in essa occorre una variabile vincolata di ordine n-1-esimo.

7
Si consideri il più piccolo ordinale non definibile con un numero finito di parole: esso è definito con un numero finito
di parole.
8
Si mettano in forma decimale tutti i numeri reali definibili con un numero finito di parole. Essi formano un insieme
numerabile I, i cui membri sono a1, a2,ecc. Noi possiamo costruire un numero reale N non in E ponendo che la sua n-
esima cifra sia 1 se l’n-esima cifra di an è 9, altrimenti aumentando di 1 l’n-esima cifra di an. N differirà così in ogni sua
cifra n dall’n-esima cifra di an, perciò non può appartenere ad E. Quindi E non contiene N, numero reale definito con un
numero finito di parole, mentre per definizione E contiene tutti i numeri decimali definibili con un numero finito di
parole.
9
Per ciò che concerne Frege, va notato che nell’ultima parte della sua vita sembra aver optato per una fondazione
dell’aritmetica non più sulla logica ma sulla geometria.
10
Questa era già stata da lui abbozzata nel 1903, ma poi accantonata come insoddisfacente.
19
Le antinomìe si dissolvono, perché nella teoria dei tipi ramificati occorre specificare a quale ordine
appartiene ogni espressione. Nel caso, per esempio, dell’antinomìa del mentitore (“io mento”, che , Russell
chiarisce, equivale a dire: “Io asserisco p e p è falsa”), p ha un ordine inferiore a quello dell’espressione che
la contiene (“Io asserisco p e p è falsa”), e, quindi, p non può essere esemplificata con quell’espressione.
Tale distinzione, tuttavia, si scontra con la finalità logicista di offrire un sistema logico in grado di esprimere
(e dimostrare) l’aritmetica. Ora, nella teoria ramificata è impossibile (è vietato), per esempio, parlare di tutti i
numeri che soddisfano una certa condizione, ma solo di tutti i reali di un determinato ordine che soddisfano
la condizione. Per ovviare a questo problema, Russell introdusse l’“assioma di riducibilità”, il quale afferma
che, data una qualsiasi classe di tipo n e di ordine m-esimo, esiste un insieme di tipo n e ordine 0-esimo che
contiene gli stessi elementi. E’ chiaro, però, che in questo modo la ramificazione della teoria viene annullata.
Successivamente, negli anni Venti, Frank Plumpton Ramsey distinse le antinomie in due categorie: quelle
“logiche” (di Russell e del massimo ordinale) e quelle “epistemologiche” (mentitore, Richard, ecc), notò che
solo le prime riguardano direttamente il matematico (mentre le altre sono dovute all’ambiguità del
linguaggio naturale), e precisò che per esse basta la semplice stratificazione in tipi, senza la ramificazione in
ordini. Tuttavia, ciò non risolve il problema di eliminare le antinomie senza rinunciare al progetto logicista,
perché comunque, già con la semplice introduzione dei tipi, venivano bloccate definizioni che sono
essenziali per la matematica. In particolare, non si riesce più a definire la successione dei numeri naturali alla
Frege. Infatti, non si può più affermare che 2 sia l’estensione di tutti le classi equivalenti all’insieme i cui
membri sono 0 e 1, perché 1 è di tipo superiore a quello di 0 (è una classe che contiene un individuo,non è il
semplice individuo), e quindi 1 e 0 non possono appartenere entrambi alla stessa classe. Per questo, Russell
era stato costretto a postulare un insieme infinito (di individui) e non riuscì ragionevolmente a qualificare
questo postulato come verità logica, mentre il programma logicista prevedeva espressamente che ogni
assioma dell’aritmetica fosse una verità logica.

Hilbert

A fine Ottocento, un altro tipo di studio della logica formale si affacciava all’orizzonte, ad opera del
matematico tedesco David Hilbert. La sua ricerca ebbe avvio dalla fisica teorica, dove egli, anche dietro
stimolo del fisico Heinrich Hertz, mise in rilievo come l’introduzione di assiomi ad hoc, strada facendo, per
far quadrare man mano i conti con l’esperienza porti a “sciocchezze”. Questo fatto gli fece comprendere il
ruolo definitorio della rete degli assiomi: non il singolo assioma definisce, ma l’insieme degli assiomi che
vengono dati, e ogni aggiunta di assiomi comporta un riassestamento definitorio. Da qui le caratteristiche
dell’assiomatica hilbertiana (che l’autore stesso mise a fuoco progressivamente, anche in seguito ad uno
scambio di lettere col critico Frege): 1) è essenziale elencare una volta per tutte gli assiomi e controllare che
siano indipendenti gli uni dagli altri; 2) va controllata la loro coerenza; 3) è possibile che più aspetti della
realtà possano esemplificare le relazioni intessute dagli assiomi stessi (pluri-interpretabilità del sistema); 4)
“esistenza matematica” significa “coerenza”, come “pensabilità”; 5) occorre verificare che il sistema sia
completo, cioè che tutti gli asserti veri del sistema (cioè gli asserti veri in tutti i modelli del sistema) siano
derivabili dai suoi assiomi. In aggiunta a questo, dal momento che a Hilbert sembrava un espediente per
snellire la ricerca di non-contraddittorietà, si ricerca la formalizzazione della teoria assiomatica, cosicché
verificarne la non-contraddittorietà significasse controllare “semplicemente” che 11 non comparisse tra le
conseguenze degli assiomi. Questo era il programma di ricerca del primo Hilbert, programma che richiedeva,
quindi, l’elaborazione della simbologia più opportuna per formalizzare la matematica, dall’aritmetica 11
all’Analisi. Hilbert era anche cosciente della presenza di antinomìe nella teoria degli insiemi, e una delle

11
Ricordiamo qui che tra fine Ottocento e inizio Novecento, un’opera volta a liberare la matematica da ogni riferimento
all’intuizione, senza però adesione a istanze formaliste o logiciste, era venuta alla luce, da parte del torinese Giuseppe
Peano (Formulaire de mathématiques 1895-1908). Questi, dopo aver dimostrata l’esistenza di una curva continua che
riempie, contrariamente all’intuizione, tutta una superficie piana, si dedicò a riformulare le varie branche della
matematica, in modo che ciascuna di essa possa essere sviluppata in maniera puramente deduttiva, senza riferimenti
all’intuizione. Per quanto riguarda l’aritmetica, presentò i suoi famosi cinque assiomi (0 è un numero, il successore di
un numero è un numero, due numeri diversi non hanno mai lo stesso successore, 0 non è il successore di nessun
numero, qualunque classe contenga 0 e che se contiene n contiene n+1, include la classe di tutti i numeri) che dovevano
definire i numeri naturali. Introdusse una simbologia particolare della quale l’uso della  per indicare l’appartenenza
sopravvive tuttora. La sua formalizzazione, comunque, non era così “pulita” come mirava ad essere quella di Hilbert (ad
esempio, non sono esplicitate tutte le regole logiche usate).
20
attività di ricerca del suo gruppo, specificamente ad opera di Ernst Zermelo (1908), fu proprio di tentarne
un’eliminazione assiomatica (di cui parleremo più in dettaglio nel paragrafo sulla teoria degli insiemi).
Seguì, dunque, un lungo periodo di studi di logica di parte della comunità di Gottinga dove Hilbert
“regnava”. Il testo principale di studio divennero i Principia Matematica, di Russell e Whitehead. Da essi
Hilbert importò direttamente gli assiomi per la logica proposizionale, mentre dalla grande, unica logica in
essa contenuta in modo indistinto, Hilbert individuò già nelle sue conferenze del 1917 la logica del primo
ordine (cioè la logica che contiene variabili individuali e quantificazioni

su di esse), specificandone in modo preciso la sintassi. Della logica proposizionale, l’allievo di Hilbert, Paul
Bernays, dimostrò nel 1918 la completezza. Nel 1921, indipendentemente da lui, l’americano E. Post
dimostrò la completezza e pure la decidibilità della logica proposizionale, cioè l’esistenza di un algoritmo
per decidere in un numero finito di passi, data una sua formula, se è teorema o no. K. Goedel nel 1930
dimostrò la completezza della logica del primo ordine, mentre A. Church nel 1936 fece vedere che l’insieme
delle formule valide della logica del primo ordine non è decidibile, cioè che non è possibile stabilire in modo
meccanico, data una qualunque formula della logica del primo ordine, se essa è teorema.
Nel frattempo, stimolato dall’intuizionismo di Brouwer, ma assolutamente non disposto ad accettare i tagli
che esso imponeva alla matematica laddove si aveva classicamente un riferimento all’infinito attuale,
Hilbert delineava un nuovo programma di ricerca (Neubegründung der Mathematik 1922). Egli, infatti,
concordava con Brouwer sul fatto che la matematica dotata di contenuto sia solo la matematica finitaria, cioè
quella che tratta di manipolazioni finite di segni, ma riteneva di poter continuare ad utilizzare tutto il resto
della matematica (etichettato come “ideale” in senso kantiano, dove per “idea” si intende “un concetto della
ragione che va al di là di qualunque esperienza e integra il finito nel senso della totalità”) purché essa venisse
dimostrata non-contraddittoria a partire dalla matematica finitaria, usando dimostrazioni finitarie. In realtà,
va precisato da un lato che la matematica finitaria di Hilbert era perfino più ristretta di quella intuizionista,
che ammetteva l’induzione, e dall’altro che con l’espressione “segno” Hilbert, mentre sembra identificare
qualcosa di materiale e visibile, in realtà intende la brouweriana capacità di individuare, di mettere a fuoco
unità. Da un punto di vista filosofico, nella prima fase della sua produzione, Hilbert aveva semplicemente
nominato l’”apriori dei filosofi” in una lezione del 1905 a proposito del cosiddetto “assioma del pensiero”:
“Io ho la facoltà di pensare cose, e di indicarle tramite semplici segni (a,b, …X, Y) in modo da caratterizzarle
completamente cosicché io le possa riconoscere sempre in modo univoco: il mio pensiero opera con queste
cose così determinate in un certo modo secondo determinate leggi e sono capace di riconoscere e descrivere
completamente queste leggi tramite auto-osservazione”. Successivamente, invece, influenzato dai seminari
del neo-kantiano
Leonard Nelson, egli prese una posizione filosofica più precisa relativamente alle fonti della conoscenza,
concordando con lui sul fatto che esista una terza fonte di conoscenza oltre alla logica e all’esperienza: essa
sarebbe data (e qui viene il contributo diretto di Hilbert) appunto da ciò che è, per lui, a priori, ossia quella
capacità di individuare per la quale, in risposta a Brouwer, usa proprio la parola “segno”, escludendo, così,
chiaramente ogni riferimento all’aspetto materiale di questo.
Il secondo programma di Hilbert si rivelò fallimentare, allorché Goedel, coi suoi teoremi di incompletezza
sintattica del 1931 mise in luce che in ogni sistema formale F coerente e sufficientemente espressivo12 esiste
sempre un enunciato A tale che il sistema F non dimostra né A né la sua negazione. (Questo significa, in
particolare, che nessun sistema formale è in grado di dimostrare tutte le proprietà vere dei numeri naturali.)
Sostanzialmente con le stesse ipotesi su F, Gödel provò anche che F non è in grado di dimostrare la propria
coerenza: occorrono sistemi più forti, dunque, a maggior ragione, non sarà possibile dimostrare
nell’aritmetica finitaria la coerenza del resto della matematica. In questo senso, la ricerca successiva ha
recuperato il primo programma hilbertiano, usando uno stile dimostrativo diverso e cercando di scoprire
“quanta” matematica occorresse per dimostrare la contraddittorietà delle singole parti della matematica
(Gentzen).

Brouwer e l’intuizionismo

Nel frattempo, in aggiunta al logicismo e al formalismo-finitismo, una terza corrente fondazionale si era
affacciata all’orizzonte: l’intuizionismo del matematico olandese L.E.J. Brouwer (On the foundations of

12
Cioè in grado di esprimere una certa parte dell’aritmetica.
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mathematics 1907). Riferimenti all’intuizione nella storia della filosofia della matematica non mancano, con
accezioni diverse di “intuizione”: Descartes, Kant, Kronecker sono solo alcuni tra i nomi più noti. In
particolare, e più vicino all’epoca di Brouwer, occorre ricordare la concezione di Poincaré, che aveva
individuato tre tipi d’intuizione in matematica: una sensibile-immaginativa, una generalizzante e quella del
numero puro. La prima è utile per avere una visione d’insieme delle dimostrazioni (essenziale per farle e
anche solo per capirle), la seconda è
quella che permette induzioni nel campo delle scienze della natura e l’ultima, solo l’ultima, dà certezza. Essa
fonda il procedimento d’induzione matematica, che, infatti, è sintetico a priori in quanto non è analitico
(perché non si riduce ad un concetto non contraddittorio) né viene dall’esperienza, ma si basa sulla
possibilità che lo spirito umano ha di ripetere indefinitamente la stessa operazione. Attraverso l’induzione,
poi, secondo Poincaré si può dimostrare la non contraddittorietà degli enti matematici, che è per lui garanzia
d’esistenza.
Brouwer propose una forma di intuizionismo peculiare. Egli partiva da una Weltanschauung mistica, che gli
faceva vedere nella chiusura nell’interiorità l’unica possibilità di felicità per l’uomo. La matematica, per
essere giustificata moralmente, doveva essere un’esperienza alinguistica (perché il linguaggio è strumento di
persuasione e, quindi, peccaminoso e, comunque, non c’è mai certezza che trasmetta l’esatta comunicazione
che si intende passare), non applicativa, e svilupparsi da qualcosa di interiore: l’intuizione del tempo gli
sembrò la fonte da cui partire, poiché da essa era possibile astrarre lo schema della duo-unità, cioè della
nostra capacità di individuare unità e conservarle nella memoria. In esso vide anche contenuta la capacità di
raggruppare enti matematici, cioè la capacità di formare insiemi, e di costruire alberi (in incessante crescita),
partendo da un punto per successive biforcazioni. Quest’ultima possibilità, se si pensa di associare ad ogni
ramo dell’albero un opportuno numero razionale, consente di produrre tutti i numeri reali, cioè di produrre il
continuo. La matematica, poi, deve svilupparsi dalla duo-unità per successivi passaggi mentali, che devono
andare da evidenze a evidenze. Non ci sono regole di dimostrazione fissate, ma semmai nuove vie che la
mente sperimenta per passare da intuizione a intuizione. Per questo motivo, la logica, considerata comunque
negativamente da Brouwer per la sua natura intrinsecamente linguistica, deve subire un riassestamento
piuttosto forte. Essa diventa la raccolta delle regolarità presenti nelle espressioni del pensiero umano. Quindi,
sapere se qualcosa è una legge logica richiede in primis di sapere se quel qualcosa rispecchia un pensiero,
cioè una realtà mentale. Perciò ogni termine presente in una legge logica andrà letto come esprimente una
realtà di pensiero, cioè un’evidenza. Per la congiunzione e la disgiunzione, ciò viene in modo naturale,
mentre la negazione è più complessa. Brouwer ritiene di aver individuato nel “portare a contraddizione, cioè
far vedere che la costruzione ipotizzata non può essere portata a termine” la definizione più opportuna. Così,
il principio del terzo escluso viene inteso affermare che “per ogni ente e per ogni proprietà o si ha una
costruzione che prova che l’ente gode della proprietà o si porta a contraddizione tale costruzione”, cioè, il
principio affermerebbe che ogni problema matematico è risolto. Basta, dunque, un problema matematico
aperto per sospendere la validità del principio (Brouwer dimostrerà addirittura la contraddittorietà del
principio). Sempre per la ridefinizione di negazione, cade il principio (AA) in quanto “portare a
contraddizione il portare a contraddizione una costruzione” non significa “avere effettuato la costruzione”, e
con esso si vanifica l’ultimo passo della dimostrazione per assurdo, che utilizza tale principio per inferire la
tesi dalla dimostrazione della contraddittorietà della sua negazione. In positivo, il cadere di questo principio
fa sì che le nozioni positive o contenenti doppia negazione, che classicamente erano equivalenti, qui debbano
essere mantenute separate, dando quindi origine ad un’analisi più sottile dei concetti.
I sacrifici, comunque, imposti al matematico classico non furono visti di buon occhio, e la componente
mistica da cui tali suggerimenti scaturivano aggravava la situazione. Per cercare forme di collaborazione,
l’allievo di Brouwer Arend Heyting nel 1930, approfittando di un premio che era stato bandito dalla Società
Matematica di Amsterdam delineò la prima proposta di formalizzazione delle logica e della aritmetica
intuizioniste, precisando come egli condividesse di Brouwer l’idea del carattere alinguistico della matematica
ma come, invece, non avesse le sue stesse remore nei confronti del linguaggio simbolico, il cui uso, anzi, gli
sembrava opportuno per cercare un terreno comune di collaborazione coi formalisti. Inoltre, Heyting cercò di
far dissolvere le perplessità relative al misticismo brouweriano proponendo di vedere l’intuizionismo
semplicemente come un tentativo di esaminare fin dove si spingessero i limiti umani nel costruire entità
matematiche con le sole nostre forze: fare ricerca nel campo del costruttivismo sarebbe così giustificato
come modo per vedere quanta matematica l’uomo riesce a fare tendendo conto dei propri limiti (evitando,
dunque, ogni riferimento all’infinito attuale). Col tempo, poi, la posizione di Heyting sul linguaggio diventò
ancora più “permissiva”: dichiarò apertamente, nel 1953, che il carattere alinguistico della matematica è solo

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un’idealizzazione e che, invece, il linguaggio è una componente essenziale dell’attività del matematico. Ma
questo non fu il colpo di scena definitivo di Heyting. Quello più significativo venne
in seguito al suo ripensamento sui contributi che un altro matematico olandese , G.F.C. Griss, aveva dato a
cavallo degli anni ’50 e ’60. Questi era pervenuto alla “fede” intuizionista da una concezione idealista del
mondo, che vedeva nell’autocoscienza del soggetto il punto di partenza per la conoscenza del mondo e
sottolineava l’impossibilità di tenere in essa nettamente separati il soggetto dall’oggetto. Per questo motivo
anche in matematica occorre pensare l’oggetto, cioè l’ente matematico, collegato, dipendente dal soggetto e
quindi suo prodotto. Griss era arrivato all’intuizionismo da questo punto di vista, che era senz’altro più
solare e aperto verso gli altri esseri umani rispetto alla Weltanschauung brouweriana, in quanto il
collegamento soggetto-oggetto fondava per Griss anche la responsabilità morale che ciascuno deve avere
verso il prossimo. Una volta accettato l’intuizionismo, egli ne aveva messo in luce una debolezza: la
definizione brouweriana di negazione. Se, infatti, l’intuizionismo deve procedere da evidenze a evidenze,
come può essere accettabile una definizione di negazione in termini di costruzione che non si può portare a
termine? Che tipo di evidenza può avere il suo punto di partenza? Di fronte a questa critica, Brouwer si
limitò a far notare quanto si perderebbe se si rinunciasse ad essa, ma una simile risposta è poco credibile da
parte di un autore che non si era fatto scrupoli a sfrondare parecchi rami dall’albero della matematica.
Heyting, invece, aggiungerà alle critiche di Griss le proprie perplessità relativamente ad altre nozioni
intuizioniste: i numeri naturali grossi, le successioni di libera scelta, la quantificazione universale,
precisando, inizialmente, che si trattava comunque di discussioni interne fra intuizionisti e che era ben
diverso criticare l’intuizionista da una prospettiva logicista o formalista. Alla fine , però, negli anni Sessanta,
Heyting si rese conto che discussioni intorno all’evidenza di nozioni comportavano necessariamente la
messa in dubbio della validità dell’evidenza come criterio di accettabilità per gli enti matematici e ne
concluse che tutte e tre le scuole fondazionali si erano rivelate fallimentari per aver assolutizzato, cioè
considerato come uno criterio fondante, ciascuno di quelli che in realtà sono componenti paritarie della
matematica: l’aspetto formale, l’aspetto logico e l’aspetto intuitivo. Per Heyting, la ricerca fondazionale
doveva proseguire nella messa in luce, nella presa di consapevolezza, del ruolo che ciascuno di questi aspetti
ha nella pratica matematica quotidiana.

Tarski

Alfred Tarski faceva parte di quel gruppo di ricerca polacco che ebbe avvio nel 1895 ad opera di Kasimirz
Twardowski, quindi con matrice fortemente filosofica, a Leopoli e che successivamente, con la nomina del
suo allievo Jan Łukasiewicz a professore a Varsavia, si estese a questa università, che ne divenne il centro
trainante, in stretta collaborazione con la locale scuola di matematica, in cui un altro allievo di Twardowski,
Stanislaw Leśniewski, fu nominato professore nel 1919 (la teoria degli insiemi e la topologia erano le loro
aree di maggiore interesse). Tarski fu allievo di Leśniewski, ed incentrò la propria attività di ricerca sulla
semantica, cioè in quell’ambito della logica che si occupa dell’interpretazione dei sistemi. L’impegno
prioritario di Tarski è stato di precisare la nozione di verità per linguaggi formalizzati (Die Wahrheitsbegriff
in den formalisierten Sprachen, 1936). Egli partì dalla definizione corrispondentista aristotelica della
Metafisica, secondo cui “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso, mentre dire di ciò che
è che è o di ciò che non è che non è, è vero” e cercò di precisarne il contenuto intuitivo, che gli appariva più
convincente di altre teorie alternative (ad esempio di quella pragmatica o di quella coerentista). In generale,
preso ad esempio l’enunciato “La neve è bianca”, Tarski stabilì che ogni definizione di verità – che egli
intende essere sempre riferita ad enunciati (“vero” è un predicato di enunciati) – deve avere sempre la forma:
“A” è vera se e solo se A (dove A sta per un enunciato).
Questo si chiama “criterio di adeguatezza materiale”, che lascia, ovviamente non toccato il problema di come
stabilire il fatto A, proprio perché la verità logica è qualcosa che si riferisce a enunciati.
Per esempio, sarà una definizione di verità.
(1) “La neve è bianca” è vera se e solo se la neve è bianca
Per vedere quali sono gli esempi di definizione di verità all’interno di un sistema formale, si supponga che
sia dato nel linguaggio del primo ordine e che abbia negazione, disgiunzione e quantificatore esistenziale
come costanti logiche. Tarski definisce un’”interpretazione” del linguaggio come la coppia costituita da un
dominio non vuoto di individui (quelli di cui il linguaggio parla) e da una funzione che associa ad ogni
costante del linguaggio (sia individuale che predicativa che funzionale) un’entità del dominio: a una costante
individuale assegna un individuo, ad una costante predicativa di “arietà 1” (come “bianco”, “coraggioso”,

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“stanco”…) un insieme di elementi del dominio; ad una costante di predicativa di “arietà 2” (come “ama”,
“mangia”, “controlla”,…) un insieme di coppie di elementi del dominio, e così via. Similmente, ad ogni
simbolo di funzione assegna un’operazione (con un numero opportuno di argomenti) tra elementi del
dominio. Poi Tarski introduce la nozione di “soddisfacibilità” per formule. Una formula atomica R(x 1, x2,
x3) è soddisfatta dalla successione s di individui del dominio se, dato R come il significato assegnato a R e
b,c,d come significato assegnato a x1, x2, x3 nella successione s, la terna bcd appartiene a R. Una successione
soddisfa nonA se e solo se non soddisfa A, soddisfa A o B se e solo se o soddisfa A o soddisfa B. Soddisfa
Exi se e solo se esiste una successione s’ che differisce da s al più per l’i-esimo posto e s’ soddisfa A.
A questo punto, A sarà vera in un’interpretazione se tutte le successioni soddisfano A. Una formula sarà
logicamente vera se risulta vera in tutte le interpretazioni.
Di Tarski è il teorema di indefinibilità della verità per teorie formalizzate: “non c’è una formula nel
linguaggio dell’aritmetica che esprima il predicato ‘essere vero’ per l’aritmetica”, ossia non è possibile
definire le verità di una teoria nella teoria stessa, ma occorre un metalinguaggio più ricco. Questo teorema
mette al sicuro le teorie formalizzate dalla formazione delle antinomie semantiche, in quanto il predicato
“essere vero”è collocato in modo chiaro al livello del metalinguaggio, mentre nel linguaggio comune la
distinzione non è chiara e, quindi, si possono formare le antinomie quali quella di Epimenide.
Con questo tipo di studio Tarski apre la strada a quella che egli stesso nel 1954 denominerà “teoria dei
modelli”, definita come la ricerca dei rapporti fra formule del linguaggio formale e loro interpretazioni, e che
vede un primo contributo antesignano nei risultati di Löwenheim e Skolem del 1915-1919 (“qualunque teoria
del primo ordine con identità se ha un modello infinito ha un modello numerabile”), poi arricchiti da Tarski
stesso “verso l’alto” (cioè mostrando che se c’è un modello numerabile, ce ne sono altri di ogni cardinalità
maggiore).

La formalizzazione della teoria degli insiemi

La teoria degli insiemi, sia nella forma cosiddetta “ingenua” di Cantor, sia nella sistemazione di Frege dà
luogo, come si è visto, ad antinomie. Varie soluzioni sono state proposte nel XX secolo, a seconda di quale
fra le loro cause il singolo autore fosse disposto a modificare. Si ricordi che all’origine di queste antinomie
risiede il principio di comprensione, che afferma l’esistenza e l’unicità dell’estensione, data qualunque
proprietà.
L’intuizionismo evita a monte il problema, in quanto non ammette l’infinito attuale e considera enti
matematicamente ammissibili solo quelli che possono essere costruiti dalla mente umana: quindi, la classe di
tutte le classi che non appartengono a se stesse (insieme che sarebbe infinito) non è neppure ammessa.
“Insiemi” (o, meglio, con terminologia brouweriana, “specie”) sono raggruppamenti di enti matematici già
costruiti: non ci può essere riferimento a totalità di cui si ignora la composizione. La trattazione complessiva,
poi, degli insiemi è differente in ogni caso da quella classica per le richieste che l’intuizionismo pone in
generale sulla matematica. Non sarà ammesso l’assioma di scelta, cioè quello che afferma che, dato un
insieme di insiemi, è sempre possibile comporre un nuovo insieme prendendo un elemento da ciascuno di
essi: solo nei casi in cui sia specificamente indicato come la scelta deve avvenire, cioè sia indicata la regola
per estrarre l’elemento dal singolo insieme, sarà intuizionisticamente possibile comporre l’insieme finale.
Naturalmente, ove classicamente si parla genericamente di “appartenenza” o di “uguaglianza”, qua è sempre
da intendersi come provata appartenenza” e “provata uguaglianza”. Inoltre, anche le definizioni di
“diversità” fra insiemi si articolerà in quella di differenza (è provato assurdo che ciascun elemento dell’uno
sia uguale a un elemento dell’altro e viceversa) e di “scarto” (è individuato un elemento dell’uno che
differisce da ciascun elemento dell’altro).
Se, invece, si rimane all’interno della matematica classica, il problema delle antinomie insiemistiche ha
avuto due linee principali di soluzione. La prima è consistita nel vedere come causa (modificabile) delle
antinomie proprio il principio di comprensione, cioè l’ammissione di esistenza di un insieme in
corrispondenza di qualunque proprietà. Secondo questo approccio si sono percorse, poi, due vie diverse.
Una, dovuta a Russell, che abbiamo già visto nel paragrafo su Frege, l’altra, originariamente dovuta a
Zermelo, nel 1908, all’interno della scuola hilbertiana, sostituisce il principio di comprensione con una serie
di principi generatori particolari. Essi prima fissano l’esistenza di insiemi elementari (vuoto, unità, coppia) e
dell’insieme infinito, poi individuano quelle operazioni che consentano di formare nuovi insiemi a partire da

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insiemi già dati, e cioè l’operazione di isolamento (formare un sottoinsieme da un insieme dato), di potenza
(formare l’insieme di tutti i sottoinsiemi di un insieme dato), di unione (raccogliere in un unico insieme gli
elementi di più insiemi), di scelta (formare un insieme a partire da un insieme di insiemi, prendendo un
elemento a ciascun insieme). A questi saranno aggiunti gli assiomi di “fondazione” e di “rimpiazzamento”
per evitare alcuni problemi che sorgevano dal primo abbozzo di assiomi.
Un secondo tipo di soluzione consiste, invece, nell’ammettere un’estensione in corrispondenza di ogni
proprietà, ma di non considerare l’estensione automaticamente come un oggetto, cioè come qualcosa di cui ci
si possa domandare se gode o no di una proprietà: solo le estensioni “abbastanza piccole” saranno
considerate oggetti, cioè potranno godere di proprietà e, quindi, appartenere ad altre estensioni. Le diverse
modalità di definizione del “sufficientemente piccolo” hanno caratterizzato le diverse realizzazioni di
quest’approccio, da parte di autori quali von Neumann e Bernays.

Il platonismo

Se le scuole fondazionali nel loro programma di garanzia assoluta alla matematica vengono dichiarate
fallimentari, la riflessione intorno alla natura degli enti matematici, che costituiva un tema costante in tutte e
tre, prosegue nella seconda metà del Novecento intorno alla tematica del platonismo. Questo aveva fatto la
sua comparsa in Francia agli inizi del XX secolo come riflessione seria sull’eredità platonica nella filosofia
della matematica: Léon Brunschvicg nel 1912 (Les étapes de la philosophie mathématique) aveva, infatti
messo in luce quello che gli appariva l’aspetto sempre valido del pensiero di Platone sulla matematica, cioè il
carattere di auto-dispiegamento della ragione nella matematica, e l’aspetto meno convincente, cioè il
rapporto subordinato nei confronti della dialettica e la correlata trattazione dei numeri ideali.
Il termine, però, fu poi utilizzato dal collaboratore di Hilbert, Paul Bernays nel 1935 (“Sur le platonisme dans
les mathématiques”), nella presentazione delle differenze fra logicismo, intuizionismo e formalismo,
per indicare la fiducia logicista nell’esistenza oggettiva degli enti matematici, come realtà autonome
dall’uomo che le studia. In quest’accezione il termine passò nella letteratura, senza preoccupazioni di
correttezza filologica di interpretazione dei testi di Platone, e caratterizzò il dibattito fondazionale
successivo. Tappe fondamentali sono state il pensiero di Gödel da un lato e le critiche di Paul Benacerraf
dall’altro. Gödel, infatti, nelle varie stesure del suo scritto “What is Cantor’s Continuum Hypothesis?” non
solo parla degli insiemi come realtà che hanno proprietà ben definite, ma anche fa menzione di una facoltà
umana, che denomina “intuizione”, che è analoga a quella che, in aggiunta alla percezione, ci permette di
cogliere gli oggetti del mondo fisico. L’”intuizione” ci permette di cogliere gli insiemi della matematica e,
quindi, di precisarne le caratteristiche tramite l’aggiunta di ulteriori assiomi.
Paul Benacerraf, negli anni fra il 1965 e il 1973 (“What numbers could not be” e “What is mathematical
truth?”) in primo luogo, in riferimento al logicismo/platonismo fregeano, fa notare che se i numeri sono
oggetti, in particolare se sono insiemi, occorre saper dire a quale insieme corrisponde ciascun numero. Ora,
la ricerca insiemistica ha portato ad almeno due differenti assiomatizzazioni: quella di von Neumann e quella
di Zermelo Fraenkel. Per l’una, l’universo insiemistico, partendo dall’insieme vuoto, procede per successive
formazioni di un insieme che ha come unico elemento l’insieme precedente (si ha , cioè: , {}, {{}},
{{{}}},…); per l’altra, l’universo insiemistico, sempre partendo dall’insieme vuoto, procede per
successive formazioni dell’insieme potenza, cioè dell’insieme di tutti i sottoinsiemi dell’insieme precedente
(cioè si ha , {}, {,{}}, {{,{}},,{}, {{}}}, …). Quindi, per l’una al numero 2 corrisponde
l’insieme {{}}, mentre per l’altre al numero 2 corrisponde {,{}}. Perciò, la condizione di plausibilità
del platonismo fregeano, secondo cui il numero è un oggetto, non è soddisfatta.
Un’altra obiezione che Benacerraf ha rivolto al platonismo è stata più di carattere epistemologico (mentre la
prima era più di carattere ontologico) e si riferisce in particolare al platonismo goedeliano: se si considerano
gli enti matematici indipendenti dall’uomo ma capaci di essere conosciuti tramite l’“intuizione”, si deve
ipotizzare una causalità tra loro e noi: e come potrebbe mai esserci?
Su questi temi si è intrattenuta la filosofia della matematica tra fine Novecento e inizio del nuovo secolo.

Bibliografia generale di storia della logica

R. BLANCHE’ La logique et son histoire, d'Aristotle à Russell. Paris: Armand Colin 1970
J. BOCHENSKI "Formale Logik" (1956)

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M. BORGA – D. PALLADINO Oltre il mito della crisi. Fondamenti e filosofia della matematica nel XX secolo ,
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A.DUMITRIU History of logic, Abacus Press: Tunbridge Wells
F. ENRIQUES, Per la storia della logica, Zanichelli 1922.
W.E M. KNEALE The development of logic. Oxford: Clarendon Press 1962, 2. ed. 1975, trad. It. Storia della
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I. GRATTAN.GUINNESS The Search for Mathematical Roots 1870-1940, Princeton UP 2004.
L. HAAPARANTA The Developments of Modern Logic, Oxford University Press 2005.
C. MANGIONE – S. BOZZI Storia della logica. Da Boole ai giorni nostri. Garzanti 1993.
ROUTLEDGE ENCICLOPEDIA OF PHILOSOPHY – voce “logic”- disponibile anche on-line
D. GABBAY- J. WOODS Handbook of the history and philosophy of logic. Elsevier, dal 2004 (sono previsti
10 volumi)
H. SCHOLZ “Geschichte der Logik", Alber (1931; trad it.: "Breve storia della logica" Milano, Silva Editore 1967
N.I. STIAZKIN From Leibniz to Peano: a concise history of mathematical logic, MIT Press 1969

Bibliografia di opere in lingua italiana

Traduzioni di opere di autori


L.E.J. Brouwer “Lezioni sull’intuizionismo”, Boringhieri, Torino 1983
R. Dedekind “Scritti sui fondamenti della matematica”(c/di F. Gana), Bibliopolis, Npaoli 1983
G. Frege “Logica e aritmetica” (c/di C. Mangione), Boringhieri, Torino 1965
K. Gödel “Opere”, Boringhieri, Torino 2000.
D. Hilbert “Ricerche sui fondamenti della matematica” (c/di V.M. Abrusci), Bibliopolis, Napoli 1978

Studi sugli autori


M. Franchella “L.E.J. Brouwer pensatore eterodosso”, Milano 1994
G. Rigamonti “La formazione della teoria degli insiemi: saggi 1872-1883” Sansoni, Firenze 1992

Storie della logica


Borga-Palladino “Oltre il mito della crisi” La Scuola, Brescia 1997
W.e M. Kneale “Storia della logica” Einaudi, Torino 1972
S. Bozzi – C. Mangione “Storia della logica. Da Boole ai giorni nostri”, Garzanti, Milano 1994.
H. Scholz “Storia della logica”, Laterza, Bari 1983

Antologie
A. Cantini”I fondamenti della matematica”, Loescher, Torino 1990
E. Casari “Dalla logica alla metalogica”, Sansoni, Firenze 1979
E. Casari “La logica del ‘900”, Loescher, Torino 1981
C. Cellucci “La filosofia della matematica”, Laterza, Bari 1967
C. Cellucci “Il paradiso di Cantor”, Laterza, Bari 1967
V. Celluprica “La logica antica”, Loescher, Torino 1978
Mangione-Franchella “Letture di logica”, Led, Milano 1992
M. Mugnai “La logica da Leibniz a Frege”, Loescher, Torino 1978

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