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A

Nicoletta Vitali
I rovesci della coscienza
Mondo mentale e mondo sociale
nella dialettica della violenza secondo Freud e Fromm

Prefazione di
Roberto Mancini
Aracne editrice

www.aracneeditrice.it
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via Sotto le mura, 


 Canterano (RM)
() 

 ----

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I edizione: dicembre 


A mia nonna
Indice

 Prefazione. La lucidità della psicanalisi nell’epoca della banalizza-


zione
di Roberto Mancini

 Introduzione
 Capitolo I
Il “rivolgimento” psichico
.. Oltre il visibile: l’altra causa,  – .. Sine Ratio: l’apparente espres-
sione deforme di una vita psichica insonne,  – .. Sprazzi di inconscio
nel pensiero ordinario,  – .. Costituzione sessuale della vita psichica:
dalla perversione polimorfa alla sessualità “normale”,  – .. L’ambi-
valenza pulsionale,  – .. Il distacco dalla realtà e il “rivolgimento”
oggettuale,  – .. Principio e termine del rovesciamento epistemico:
la scoperta del dualismo pulsionale, .

 Capitolo II
Forme e dinamiche del disumano
.. Proscioglimento del dualismo freudiano: l’eredità univoca della
pulsione di morte,  – .. Quando una pulsione si storicizza: con-
figurazioni comportamentali di Thanatos,  – .. Natura o cultura?
La semantica della “distruttività”,  – .. Contro l’istintivismo: l’in-
natismo giustifica il male,  – .. Potenziali umani di distruttività a
confronto,  – .. L’esperienza prima della violenza: il trauma, il dolore,
l’aggressività, .

 Capitolo III


Pratiche della negazione
.. Struttura del carattere sociale e funzione dell’individuo,  – .. Esclu-
sività inclusiva: quale riconoscimento?,  – .. La dialettica delle liber-
tà,  – .. Tra dolore e negazione: la sociologia del diniego,  –
.. Tra sapere e non–sapere: Io scissi e strutture perverse,  – .. Alle-
nare il diniego: i media e il doppio del reale, .


 Indice

 Conclusioni
 Ringraziamenti
 Bibliografia
Prefazione
La lucidità della psicanalisi
nell’epoca della banalizzazione
R M∗

Come possiamo riconoscere, analizzare e affrontare il male? E so-


prattutto, come presentarci a una sfida simile quando esso ci abita
e, stoltamente, ne facciamo una sorta di nostro alleato, come se il
male non fosse veramente tale, bensì fosse una risorsa? La domanda
più rappresentativa della mentalità contemporanea globalizzata non
è “come liberarsi dal male?”, ma, nel fare qualsiasi cosa, “che male
c’è?”. Per contro, sin dall’inizio della sua storia, la psicanalisi — vorrei
dire: la conoscenza psicanalitica — si è rivelata preziosa nell’elevare il
nostro grado di consapevolezza degli aspetti più oscuri dell’esistenza
e nel combattere l’azione della distruttività radicata in ciascuno.
Questo lucido e rigoroso saggio di Nicoletta Vitali sull’opera di
Freud, e sull’apporto dato da Erich Fromm nello sviluppo dell’eredità
freudiana, è un ottimo strumento di approfondimento critico nella
prospettiva del rinnovamento culturale oggi più urgente per noi. In-
tendo il rinnovamento che dovrà portare al superamento di quella
confusione antropologica che sta tra le cause del degrado sistematico
tipico della stagione storica attuale. Alludo a un tipo di confusione che,
in effetti, consiste in un’autentica ignoranza rispetto a noi stessi.
Singoli, popoli e istituzioni, in molti casi, mostrano di essere fermi
a un livello di coscienza fortemente inadeguato, anzi male orienta-
to. Il senso della dignità umana, della fragilità e insieme del valore
di ogni persona è stato oscurato da ideologie quali l’individualismo,
il neoliberismo, il nazionalismo, la fascinazione per la tecnologia e
la celebrazione del post–umano, nonché il ritorno del neofascismo

Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Macerata e
insegna Economia umana presso l’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera
Italiana a Mendrisio.


 Prefazione

e del razzismo. Ciò significa che di volta in volta contano l’io auto-
referenziale, il mercato, la nazione intesa come gruppo etnico a sé
stante, la potenza tecnologica, il capo politico del momento, il ri-
fiuto della relazione con chi è straniero e in condizioni di maggiore
vulnerabilità. Non contano né la persona, né il legame universale di
fraternità–sororità che abbraccia tutti e neppure la relazione vitale
con il mondo naturale, finalmente riconosciuto nel suo valore e non
ridotto a materia illimitatamente sfruttabile.
Questa micidiale confusione antropologica scaturisce da un doppio
oblio: quello della comune dignità umana e quello della permanente
insidia del male, che fa piombare non nell’animalesco, come banal-
mente si dice, bensì nel disumano, in forza di una dinamica realmente
perversa e distruttiva. Così la dignità è oscurata e i diritti sovente sono
evocati semmai solo in chiave di rivendicazione egocentrata da parte
di soggettività in espansione che pensano a se stesse, ma non alla
tutela di chi è più ferito e tanto meno del legame interumano che
include tutti.
La sfida del male a sua volta viene rimossa, già semplicemente per
l’abitudine a ritenere inesistente o impraticabile la differenza tra be-
ne e male, con il consueto corollario dell’invito a non “demonizzare”
niente, come se di qualsiasi cosa o esperienza si dovesse dire sempre
che ha un lato positivo e uno negativo. Il male diventa normale. La
banalità in cui sprofonda la coscienza quando non si fa più domande
sulla legittimità morale delle scelte e dei comportamenti, a suo tempo
esemplarmente denunciata da Hannah Arendt, è diventata una strategia
sistematica di banalizzazione, come ha rilevato lo psichiatra francese
Christophe Dejours. La violenza e l’ingiustizia vengono “naturalizza-
te”, i loro effetti sembrano dati di natura o comunque casuali e privi di
responsabili, mentre la possibilità di trovare un rimedio sembra legata
all’abilità del singolo oppure direttamente alla fortuna. Il risultato è che
il male può trionfare in molte situazioni sociali, economiche e politiche
attuali perché neppure viene riconosciuto come tale e quindi non ci si
attiva per contrastarlo, anzi spesso lo si aiuta con ottusa “buonafede”.
Di conseguenza non si percepisce che l’umanità e il male, lungi dall’es-
sere connaturati come voleva la funesta dottrina teologica del peccato

. Cfr. H. A, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano .
. Cfr. C. D, L’ingranaggio siamo noi, il Saggiatore, Milano .
Prefazione 

originale, sono inversamente proporzionali, in una contraddizione che


non è certo puramente logica, ma esistenziale e storica.
A fronte di questo scenario segnato dall’ignoranza antropologica,
la ricerca appassionata e affidabile di Nicoletta Vitali affronta a occhi
aperti la questione del male riprendendo la lezione di Sigmund Freud,
purtroppo velocemente archiviata come espressione di un dualismo
mitologico e romantico tra Eros e Thanatos. Vitali sa mostrare come
Freud stesso riesca a sostenere l’indagine sul male mantenendo la
memoria della dignità umana, con una fedeltà che tiene l’analisi freu-
diana lontana sia dall’idealizzazione che dal disprezzo nei confronti
dell’umanità. Tutta la paziente e coraggiosa indagine freudiana sulla
pulsione di morte è ripercorsa attentamente dall’autrice nell’ottica
che tiene conto dell’interazione tra il mentale e sociale, nonché tra il
biologico e il culturale. Tale prospettiva ermeneutica viene sviluppata
includendo nel discorso l’apporto conoscitivo di Erich Fromm, riletto
non solo in quanto interprete di Freud ma anche come autore che ha
originalmente contribuito nel Novecento alla gestazione di una teoria
critica della distruttività umana.
L’impostazione di questo libro è contraddistinta dalla lealtà erme-
neutica nella ripresa dei testi, dall’intelligenza euristica che sa trovare
vie nuove di comprensione e dalla passione etico–politica che porta
a guardare verso la liberazione degli esseri umani dal loro antichis-
simo nemico, quel male che non cessa di organizzarsi nelle forme
più subdole e pervasive. Vitali mette in guardia dalle teorie innatiste,
che lo presentano come un dato “naturale” della storia, e da ogni
negazionismo, che appunto riveste il male di normalità e di ovvietà.
In una stagione culturale italiana nella quale “psicanalisi” significa
quasi soltanto Lacan o tutt’al più Jung, la riproposizione dell’eredità di
Freud e di Fromm serve a cogliere meglio la complessità e la fecondità
della conoscenza psicanalitica. E aiuta in particolare nel compito di
elaborare un’ampia ricerca integrata, nella quale le differenti teorie
critiche del male e l’apporto delle diverse culture del mondo potranno
accrescere la nostra consapevolezza della condizione umana e di ciò
che rischia di stravolgerla. Per queste ragioni il prezioso lavoro di
Nicoletta Vitali è in grado di coinvolgere intensamente chi lo leggerà,
mostrando una via lungo la quale sensibilità, ragione, coscienza mora-
le e azione responsabile diventano una stessa forza per l’integrità delle
persone, così come per una vera coralità della storia umana.
Introduzione

L’interesse filosofico che anima questa ricerca prende spunto da alcuni


semplici ma impellenti interrogativi di natura tutt’altro che speculati-
va, tratti dall’osservazione del mondo sociale nel quale siamo immersi
e dalla risposta psichica con cui ci adattiamo ad esso. Capita molto
spesso di trovarsi coinvolti nell’attuazione di automatismi mentali o
comportamentali, che tradiscono il più totale disinteresse rispetto
al significato e alla qualità della loro natura, poiché soltanto la con-
suetudine e la “normalità” ne convalidano la sussistenza. Ancor più
le esigenze personali e le condotte volte a soddisfarle si formulano
e si esplicano entro i soli confini della realtà sociale di riferimento,
lasciando insondata la costituzione di tali bisogni.
Tuttavia alla ripetitiva scansione quotidiana delle attività e all’au-
tomatica ricezione percettiva, corrisponde un inconscio bisogno di
liberarsi di esperienze, immagini, voci che fungono da pungoli per
la coscienza pacificata e impongono un’urgente revisione dell’assetto
funzionale entro cui siamo perfettamente inseriti. Questi elementi
di disturbo non di rado si configurano in una veste contraddittoria,
oscura, disumana e si infiltrano nelle pieghe dell’esistenza scalzando
la serena convinzione dell’imperturbabilità del consolidato sistema
di vita. Accade però che nel momento in cui la coscienza, facoltà
che presiede i processi di pensiero derivati dall’organizzazione per-
cettiva, dovrebbe rispondere a tali situazioni di crisi intraprendendo
un percorso critico ed ermeneutico di comprensione del reale, si
defili fugacemente e allestisca una serie di rifrazioni cognitive volte
a rinnegare la problematicità dei fatti. In questa maniera si finisce
con l’assorbire e commutare le contraddizioni logiche e la gravità di
eventi che disumanizzano gli individui in inevitabili compromessi che
tuttavia garantiscono l’efficienza del funzionamento sistemico.
Perché la civiltà contemporanea non è a conoscenza di questo an-
damento antinomico che strutturalmente la caratterizza? Qual è la
consistente realtà che la routine cognitiva ha imparato ad ignorare?


 Introduzione

Possiamo, in qualche modo, comprendere la natura dei meccanismi


mentali che conducono l’uomo a realizzare una serie di “innocenti”
negazioni psichiche della realtà, le quali possono estendere la loro por-
tata cognitiva alla linea d’azione sistematicamente distruttiva, tipica di
un carattere “necrofilo”, devoto alla morte? In altre parole, la dialet-
tica della compresenza e della co–implicazione di mondo mentale e
mondo sociale nei fenomeni che esemplificano il “disumano”, quali
la distruttività, l’aggressività, l’anonimato conformistico, la violenza
dell’autoritarismo “invisibile”, il diniego e l’ottundimento morale,
può rivelare un “doppio fondo” della coscienza, latente ma agente nei
processi di pensiero, capace di strutturare la personalità psichica e il
carattere sociale al contempo? E ancora, il contesto socio–culturale
nel quale ci muoviamo può essere considerato il prodotto psichico del
“rovescio” non manifesto della coscienza “normale” e normativa?
Tutte queste domande sono state organizzate intorno ad un per-
corso che a partire dal pensiero clinico di Sigmund Freud approda al
pensiero critico della Scuola di Francoforte, secondo il costante riferi-
mento alle opere del suo più eminente rappresentante psicoanalitico,
Erich Fromm, passando attraverso i contributi di altri autori contem-
poranei che si sono confrontati con la dinamica psico–sociale della
negazione e della dialettica dei “rovesciamenti” della coscienza, come
Horkheimer, Adorno, Ricoeur, Felicity de Zulueta, Stanley Cohen,
Franco Lolli. Ognuno di questi filosofi, sociologi e psicoanalisti ha
declinato, secondo la propria prospettiva, l’analisi del rapporto tra
meccanismi psichici e meccanismi sociali, giungendo a delineare le
soglie di mistificazione della coscienza del soggetto a diversi livelli
antropologici. Svelare la realtà occulta che causa e motiva “il disagio
della civiltà” è l’impegno che grava, oggi più che mai, sulle coscien-
ze assuefatte alla rapidità, alla frenesia e al parossismo dell’industria
contemporanea dei legami sociali.
La dialettica è lo strumento speculativo che sovverte la trama della
ratio dominante per svelarne le premesse contraddittorie e gli inten-
ti distruttivi, il rovesciamento la sua metafora clinica e critica. La
comprensione e la (ab)reazione sono gli scopi di una “controinterpre-
tazione” orientata a rivelare le rimozioni e gli spostamenti in atto nella
strutturazione della logica sistemica. Seguendo un profilo d’indagine
epistemologico, il primo capitolo approfondisce la descrizione clini-
ca degli assunti psicoanalitici freudiani, dalla nascita del metodo agli
Introduzione 

sviluppi concernenti la topica delle istanze psichiche, fino a giungere


alla revisione “economica” della teoria pulsionale, particolarmente
interessante nello stabilire lo statuto epistemico del “rivolgimento psi-
chico”. Con Freud si scoprono, per così dire, due livelli di “ordine del
discorso”, uno manifesto e presieduto dalla coscienza riflessiva di sé,
logica e coerente nelle sue forme espressive, un altro latente, custode
di cause e strutture di personalità. Quello che avviene entro questi
due (dis)ordini psichici definisce la dialettica sottostante ed inerente
ad ogni fenomeno psico–somatico codificato in maniera cosciente. Il
rovescio della coscienza che presenta l’idea “chiara e distinta” opera,
in realtà, la dissimulazione inconscia del conflitto interiore che essa
stessa genera: “normale” è quanto di più “patologico” l’Io conscio
possa manifestare e viceversa. Questa ambiguità cognitiva derivereb-
be infine da un “impasto” originario di due tendenze pulsionali al
contempo uguali e contrarie, cioè Eros e Thanatos, pulsioni di vita e
pulsioni di morte, le quali contribuirebbero, ognuna a suo modo, alla
conservazione dell’economia libidica e della vita psichica. L’impianto
teoretico formulato e riformulato da Freud risulta indispensabile per
intraprendere un’analisi critica sulla mistificazione, sulla negazione e
sul misconoscimento, in quanto fornisce gli strumenti metodologi-
ci necessari a definire una chiave interpretativa delle suddette realtà.
Per questa ragione il primo capitolo risulterà molto descrittivo, poco
critico e interrelato ai posteriori e ulteriori sviluppi della disciplina
psicoanalitica. Una volta descritto il metodo si profila un orizzonte
euristico capace di stabilire una linea direttrice nell’indagine critica,
che verrà mantenuta nel costante raffronto psicologico con i temi
analizzati.
Nel secondo capitolo verranno portate in luce le aporie del duali-
smo freudiano e confrontate con la ricca lettura critica proposta da
Fromm in alcune delle sue opere più conosciute. La prima nota apo-
retica si riscontra nel problema di mantenere un equilibrio psichico
fondato sul compromesso di tensioni pulsionali contrapposte. Questa
tensione sembra risolversi a favore di quell’unico termine psichico
capace di ricapitolare in sé la funzione filogenetica dell’organismo
vivente, cioè la tendenza alla quiete, la morte. Con essa il carattere
conservativo si trasfigura nel perseguimento fisiologico e naturale
dello scopo estremo, relegando la tendenza vitale a perdurare in un
differimento continuo dalla meta finale, il ripristino dell’inorganico. Il
 Introduzione

decorso concettuale degli assunti psicoanalitici sembra così decretare


il proscioglimento del dualismo a favore di una univocità pulsionale
sostanziale alla comprensione e legittimazione di logiche e condotte
mortifere e mortificanti. Solo la giustificazione biologica della “nega-
zione costitutiva” dell’umano può lasciare in eredità le condizioni e i
mezzi idonei al compimento storico della pulsione di morte, struttu-
rando una serie di configurazioni comportamentali degne di segnare
le frontiere del disumano. Intorno alla semantica della “distruttivi-
tà” verranno presentate alcune argomentazioni critiche proposte da
Fromm circa le due modalità, istintivista e comportamentista, di inter-
pretare l’implicazione logica dell’univocità pulsionale, formulata nei
termini dell’alternativa tra natura o cultura. Si scopre molto presto che
anche nell’approccio teoretico che privilegia una sola di queste due
costanti, l’egemonia di Thanatos non viene messa in dubbio, né viene
posta in essere quella tensione vitale che costituisce e propriamente
esemplifica l’umano.
Insieme a Fromm, la psicoanalista Felicity de Zulueta rintraccia il
“contenuto latente” del disimpasto pulsionale recepito e riadattato alle
dinamiche sociali contemporanee, evidenziando l’“assenza” costituti-
va tipica dell’aggressività e della violenza, cioè l’integrità relazionale;
quando il dolore di un’esperienza traumatica lacera le strutture dei rap-
porti intersoggettivi, la “perdita” e la “deprivazione” si codificano in
una risposta “negativa” fortemente disadattiva, in grado di annientare
la coscienza di sé e dell’altro.
Il terzo capitolo problematizza ancor più la questione della ne-
gazione “manifesta”, esplorando il rovesciamento imposto dai con-
dizionamenti sociali “normalizzanti”, al solo scopo di mantenere e
consolidare l’anonimo potere dell’imperante logica sistemica. Quando
l’impersonalità, l’oggettivazione, la neutralizzazione dell’aspirazione
vitale del soggetto si assopiscono interiorizzando una violenza dialet-
ticamente normalizzata si avvera il connubio dei contrari (conscio–
inconscio) e si consolidano i più temibili “stati di negazione” che
preludono, nella consapevolezza di ignorarlo, un nuovo orizzonte
disumano. Grazie ai dettagliati resoconti clinici e sociologici di Franco
Lolli e Stanley Cohen siamo in grado di attualizzare una prospettiva
teoretica che ha criticamente illuminato le condizioni e le manifesta-
zioni del sottile e dissimulato stato di violenza, inteso come negazione
della prosperità e dell’integrità dell’umano, che rifrange dialettica-
Introduzione 

mente un rapporto deviato tra psiche e società. Lo scopo di questa


ricerca è quello di rintracciare un punto di raccordo concettuale che
possa spiegare il silente connubio di mondo mentale e mondo sociale
nella dialettica della negazione e della violenza. Nel fare ciò terremo
presente che il funzionamento psichico e la sua “proiezione oggettiva”
suggeriscono di premettere un sostanziale “rovesciamento” all’eviden-
za di ogni fatto mentale o sociale. Quello che emerge è uno scenario
umano contraddittorio, ma di una coerenza agghiacciante, perfetta-
mente strutturato e logicamente sostenuto, plasmato a misura di vita
e formulato secondo le direttive della coscienza, almeno per quello
che essa, al rovescio, rappresenta.
Capitolo I

Il “rivolgimento” psichico

[. . . ] un’indagine di questo genere dovreb-


be dimostrare che l’odierna malattia consiste
proprio nella normalità.

Theodor W. A∗

.. Oltre il visibile: l’altra causa

L’indagine medica rivolge lo sguardo analitico sulla difformità e sul-


l’anomalia fisiologica al fine di comporre una configurazione di para-
metri più o meno stabili entro i quali individuare lo “stato normale”
dell’organismo vivente. Un quadro dettagliato e interrelato che di per
sé vorrebbe sussistere quale modello della condizione ottimale della
vivibilità umana si rivela presto un’ambizione razionale destinata a far
emergere il decorso del suo stesso presupposto: il difetto, il limite,
l’anormale.
La presunta validità universale della diagnostica è un meccanismo
indirizzato a ripristinare l’ordine fisiologico turbato che conferma così
il primato della “normalità”, quale manifestazione evidente di salute
psicofisica. In tal modo l’errore nella diagnosi è sempre bilanciato e
corretto dalla contropartita fenomenica della sintomatologia manifesta
del paziente.
Eppure, in un sistema di cura tanto efficace sembra lasciata indi-
sturbata la natura dell’elemento patogeno: essenziale per rilevare il
grado di salute del paziente, una volta sovrastato dal corrispettivo te-
rapeutico, defluisce in un’anamnesi di “incidenti di percorso” di un

T.W. A, Minima Moralia. Reflexionem aus dem beschädigten Leben, Suhrkamp
Verlag, Frankfurt am Main , trad. it. di R. Solmi, Minima moralia. Meditazioni della vita
offesa, Einaudi, Torino , p. .


 I rovesci della coscienza

organismo sostanzialmente sano. La comprensione della manifesta-


zione sintomatica della malattia si arresta a quegli anelli più recenti e
prossimi della catena causale, situati poco distanti dall’insorgenza del
disturbo e immediatamente correlati alle modificazioni fisiologiche
del sistema in esame. Scoprire l’esistenza di due “ordini del discorso”
alla fine del XIX secolo significava sovvertire non soltanto l’impostazio-
ne clinica tradizionale, ma anche l’impianto teoretico di riferimento.
L’emergere di disfunzioni, disturbi, patologie regressive apparente-
mente autonome rispetto agli apparati fisiologici correlati dichiarava
l’urgenza di ridefinire i piani di prognosi nella loro estensione analitica
eziologica, causale. Ad un mutamento nell’osservazione diagnostica
doveva accompagnarsi una trasformazione della prospettiva teoreti-
ca: l’interesse esclusivo per l’“ordine del corpo” doveva ammettere e
dischiudere la possibilità del fondamentale disordine psichico.
Le ricerche in campo neurologico condotte da Charcot dal ,
nella clinica parigina di Salpêtrière, risultavano estremamente inno-
vative sia nelle elaborazioni concettuali sia nei metodi: proponendo
una rivoluzione prospettica delle malattie nervose croniche, il me-
dico francese ridefiniva anche i loro fondamenti anatomopatologici.
Predisponendo un terreno idoneo alla relazione di cura, Charcot ela-
borava una sorta di teoria della sintomatologia isterica, estrapolata
da lunghi studi concernenti le nevrosi, attraverso spiegazioni medi-
che che tuttavia non attingevano soltanto al vocabolario fisiologico,
pur garantendo piena aderenza ad esso. Le multiformi innervazioni
dell’agente patogeno isterico ponevano il medico di fronte all’insor-
montabile evidenza dello scollamento causale in termini sintomatici,
ovvero l’impossibilità di ascrivere la manifestazione del disturbo alla
causa fisiologica immediatamente corrispondente. Come descrivere
in termini medici un’anestesia degli arti in corrispondenza di alcuna

. Jean Martin Charcot (–), medico all’ospedale della Salpêtriére, Parigi. Re-
sponsabile dal  del reparto delle convulsionarie, sviluppa grande interesse per i casi
di isteria, avendone riconosciuta la differenza rispetto all’epilessia. Nel  viene istituita
per lui una cattedra di neurologia, avendo contribuito notevolmente con i suoi studi ad
ampliare le conoscenze in merito alla fisiologia e patologia del sistema nervoso. Dal 
la malattia mentale è annoverata tra gli studi neurologici e distinta da altre disfunzioni
fisiologiche concernenti lo “spirito”. Non fu il primo a testare il metodo ipnotico per la cura
delle presunte degenerazioni del sistema nervoso, ma riponendo particolare attenzione
alle alterazioni fisiologiche indotte nello stato ipnoide aprì la strada al suo allievo Sigmund
Freud per la definizione del funzionamento delle strutture psichiche.