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I REGIMI TOTALITARI

Il termine "totalitarismo" fu inventato nella prima metà degli anni '20. Inizialmente veniva usato
in "positivo" e stava ad indicare un'identificazione totale fra Stato e società. Nel secondo
dopoguerra, il termine fu adottato per designare la forma di potere tipica della società di massa,
infatti, secondo H.Arendt (Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1967, lo. 427; 431-33) i
movimenti totalitari mirano ad organizzare le masse. Il termine "massa" si riferisce soltanto a
gruppi che, per l'entità numerica non possono inserirsi in un' organizzazione basata sulla
comunanza di interessi. Infatti il totalitarismo nel secondo dopoguerra non si accontenta di
controllare la società, ma pretende di trasformarla dal profondo in nome di un'ideologia
onnicomprensiva, attraverso l'uso del tenore e della propaganda: quel potere che cerca di
mobilitare i cittadini attraverso proprie organizzazioni, attraverso il monopolio dell'educazione e
dei mezzi di comunicazione di massa. I regimi totalitari sono delle AUTOCRAZIE che
rappresentano storicamente una novità sui generis. I regimi totalitari sono, per organizzazione e
modi di azione, sostanzialmente simili. In primo luogo significa che non sono completamente
simili. Tutte le dittature totalitarie, come è stato identificato da C.J. Friedrich (C.J. Friedrich, Z.K.
Brezezinskj. Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, a c. di R. De Felice,
Laterza, Bari 1970, lo. 526-35), hanno le seguenti caratteristiche:

(1)IDEOLOGIA ELABORATA: un corpo ufficiale di dottrine che abbraccia tutti gli aspetti vitali
dell'esistenza umana, proiettata verso uno stadio finale perfetto dell'UMANITÀ.

(2)UN PARTITO UNICO DI MASSA giudicato da un solo uomo, il DITTATORE.


(3) SISTEMA DI TERRORE: sia fisico che psichico, realizzato attraverso il controllo esercitato dal
partito e dalla POLIZIA SEGRETA, che sfrutta la SCIENZA MODERNA, e la PSICOLOGIA
SCIENTIFICA.

(4)MONOPOLIO DI TUTTI I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA: stampa, radio, cinema.

(5) MONOPOLIO completo di tutti gli strumenti di lotta ARMATA.

(6)Controllo centralizzato dell'INTERA ECONOMIA attraverso il COORDINAMENTO BUROCRATICO


di ATTIVITÀ IMPRENDITORIALI.
Perché, per milioni di persone, per decenni, il totalitarismo è potuto sembrare più seducente
della democrazia? La prima risposta che ci offre T. Todorov (Il secolo delle tenebre, in M. Flores(a
c. Di), Storia, verità è giustizia. I crimini del XX secolo, Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 1-8) è
la "TERZA VIA": il totalitarismo contiene una promessa di pienezza, di vita armoniosa, di felicità.
Il totalitarismo è UTOPISTICO, come una forma di MILLENARISMO (credenza nell'avvento di un
sistema definitivo per tutta l'umanità). Secondo tale visione non è più il caso di mantenere
distinzioni fittizie: la VERITÀ è una e anche il mondo umano deve diventarlo. I regimi totalitari
hanno alla base come al vertice lo SCIENTISMO che esige un atto di FEDE. Tali società esigono di
far tacere ogni OBIEZIONE e di praticare la SOTTOMISSIONE cieca.

IL FASCISMO

Fra i regimi totalitari del '900, il fascismo italiano ful il primo a costrursi e a imporsi come
modello, anche se il suo totalitarismo rimase per molti aspetti incompiuto. Fu il fascismo a
proporre l'idea di uno ''stato nuovo'', basato sul coinvolgimento forzato delle masse (e non solo
sulla repressionde del dissenzo), e un nuovo quadro di riferimento ideologico, lontano sia dal
socialismo sia dalla democrazia liberale. In Italia, al di sopra di tutti si esercitava il potere
incontrastato di Mussolini: capo del governo e duce del fascismo. Renzo De Felice, uno tra i primi
storici che ha applicato al fascismo la ricerca documentaria, tocca, all' interno de ''Le
interpretazioni del fascismo'' (Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 254-65) una serie di temi, come per
esempio, gli elementi per comprendere tale fenomeno:

1) l'elemento geografico cronologico, secondo cui il fascismo è stato un fenomeno europeo


racchiuso dalle due guerre mondiali, a causa del fatto che la ''grande crisi'' investì tutto l'assetto
sociale;

2) Il secondo elemento è relativo alla base sociale. I fautori del fascismo si trovano nella piccola
borghesia. Il rapporto con i ceti medi è essenziale per l'affermazione del fascismo.

Infatti dopo la Prima Guerra Mondiale, in vari paesi europei i ceti medi entrarono in una grave
crisi, la quale si manifestò in forme diverse, a seconda che si trattasse di ceti medi tradizionali o
più recenti; sul piano psicologico-politico si manifestava in uno stato di frustrazione sociale e il
fascismo venne inteso come MOTO RIVOLUZIONARIO PROPRIO, contro il proletariato e la grande
borghesia. Per alcuni venne interpretato come terza forza che si opponesse alla democrazia
parlamentare e al comunismo. Ma qual è l'effettivo carattere della dottrina fascista? Giovanni
Gentile in ''Origine e dottrina del Fascismo'', spiega che la dottrina fascista è una politica
integrale che perciò non si distingue dalla morale, dalla religione e da ogni concezione della vita.
Il fascismo però, non è sorto come un programma preciso e determinato, per questo motivo la
figura del duce è considerata come ''tempista'', ovvero in grado di agire in modo diverso ad ogni
evenienza. Per il fascismo stato e individuo, sono un tutt'uno, per cui la monarchia riguarda il
presente.

La manifestazione più seria e più aberrante della stretta totalitaria voluta da Mussolini fu una
serie di leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei. Il 6 ottobre del 1938 il Gran consiglio del
fascismo approva una Dichiarazione sulla razza. Nel documento di R. De Felice ''La dichiarazione
sulla razza'' (Mussolini il duce, Lo Sato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, pp. 914-17), si
indica l'aberrante obiettivo del ''miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana''
minacciati da ''incroci e imbastardimento''. Un mese prima all'approvazione del documento
erano già stati presi una serie di provvedimenti discriminatori. Il Gran Consiglio del Fascismo
dichiara la necessità di una COSCIENZA RAZZIALE. Essa stabilisce:

a) il divieto ad italiani e italiane si sposarsi con appartenenti alle razze camita, semita ed altre
razze non ariane;

b) il divieto ai dipendenti dello Stato e Enti pubblici di sposarsi con donne straniere di qualsiasi
razza;

c) il matrimonio con stranieri anche di razza ariana, dovrà avere il consenso del Ministero
dell'Interno;

d) misure contro chi attenta al prestigio della razza.


L'AVVENTO DEL NAZISMO
Fino al '29, il partito nazista con al centro la figura di Adolf Hitler rimase un gruppo minoritario e
marginale, si serviva della violenza contro gli avversari politici tramite una robusta organizzazione
armata: la SA (sigla di STRUM-ABTEILUNGEN, cioè "reparti d'assalto"). Hitler temeva l'autonomia
delle SA, per cui avrebbe provveduto a formare una sua milizia personale: le SS, sigla di SCHUTZ-
STAFFELN, ''squadra di difesa''. Le azioni repressive di queste ultime venivano ''giustificate''. Le
SS, in particolare, come riporta N. Frei ne ''Lo stato delle SS'' (Lo stato nazista, Laterza, Roma-Bari
1992, pp.143-55), si muovevano contro gli asociali, gli omosessuali, criminali abituali e testimoni
di Geova. Le SS non si accontentavano di limitare la loro azione ad alcune sfere determinate,
così, si servirono di informatori infiltratiall'interno del partito. La conquista del potere da parte di
Hitler inaugurò un nuovo stile politico fatto di discorsi, cerimonie pubbliche e sfilate militari.
Tutto ciò rientra in quella che si può definire la ''liturgia Hitleriana'' della quale ci parla G.L.
Mosse (La nazionalizzazione delle masse, il Mulino, Bologna 1975, pp. 209; 205-29). All'interno
dell'opera, l'autore dice che la propaganda mostra i piani del regime in modo indiretto: la folla
non è attenta al contenuto. I discorsi di Hitler comprendevano più che slogan e frasi fatte,
duravano un periodo molto lungo, erano esposizioni di programmi. Insistevano sulla chiarezza ,
non lasciavano luogo alle ambiguità. I discorsi di Hitler furono delle vere azioni, non erano
didattici, inoltre egli stesso era un simbolo vivente, faceva parte di una totalità e non si poneva al
di fuori di essa.

Il nucleo centrale del programma di Hitler prevedeva: la denuncia del trattato di Varsailles, la
riunione di tutti i tedeschi in una nuova "grande Germania", l'adozione di misure discriminatorie
contro gli ebrei, la fine del "parlamentarismo corruttore" Tuttavia, i suoi progetti a lungo termine,
Hitler li racchiude nel "MEIN KAMPF" (la mia battaglia). Come riporta R. Piperno (L'antisemitismo
moderno, Cappelli, Bologna 1964, pp. 192-202), Hitler sosteneva che la giudaizzazione della
nostra vita mutò l'antico rispetto per il lavoro manuale in un disprezzo per ogni attività fisica.
L'ebreo si avvale dell'operaio contro i borghesi; si avvicina all'operaio e guadagna la sua fiducia,
riesce a stimolare quell'esigenza per una giustizia sociale: in realtà nascondono scopi diabolici.
Nega la personalità, per cui distrugge i fondamenti elementari della cultura umana. Con la
distruzione della personalità e della razza, cade, l'essenziale barriera che si oppone alla signoria
di un genio inferiore-gli ebrei. Con tutti i mezzi egli cerca di rovinare i fondamenti razziali dei
popoli soggetti, e quando raggiunge il potere politico, getta la maschera: si mostra ebreo
sanguinario e tiranno del popolo. La causa vera e definitiva della catastrofe tedesca è il mancato
riconoscimento del problema razziale. Ogni cosa su questa terra è migliorabile, purchè il sangue
sia conservato puro.

Ma cosa ha indotto i suoi concittadini a convertirsi al suo pensiero? Con lo scoppio della grande
crisi economica, la maggioranza dei tedeschi perse ogni fiducia nella repubblica e nei partiti che
in essa si identificavano, dunque, Hitler offriva loro non solo la prospettiva della riconquista di un
primato della nazione tedesca e l'indicazione rassicurante di una serie di capri espiatori cui
addossare la colpa, ma anche, l'immagine tangibile di una forza politica in grado di ristabilire
l'ordine contro traditori e nemici interni.

Shoah è una parola ebraica che significa ''distruzione'', ''catastrofe''. La si usa oggi per definire il
genocidio del popolo ebraico operato dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, mai in
precedenza si era organizzato e perseguitato, in maniera deliberata, lo sterminio di un intero
gruppo etnico. Uno storico tedesco Hans Momsen (La soluzione finale. Come si è giunti allo
sterminio degli ebrei, il Mulino, Bologna 2003, pp. 160-68; 172-73) ci spiega, come si giunse allo
sterminio. L'attacco all'Unione Sovietica rappresentò una cesura fondamentale in merito alle
concrete azioni da intraprendere per risolvere la questione ebraica. I dirigenti tedeschi
ritenevano possibile, dopo aver sconfitto i sovietici, iniziare la deportazione degli ebrei,
utilizzando all'occorenza gli stessi campi di lavoro forzato che il regime stalinista aveva fatto
costruire per i suoi oppositori. Hitler evitò di emanare una direttiva generale sullo sterminio
ebraico, dando un tacito consenso. Tutti gli ''addetti al lavoro'' erano d'accordo sull'espellere gli
ebrei una volta per tutte dal territorio del Reich, ma sul ''che cosa e come'' non c'era un'identità
di vedute. L'iniziativa di Himmler (capo delle SS), avviata nel 1941 interessò in un primo tempo
solo gli ebrei sovietici. Fu l'andamento del conflitto mondiale ad accelleare e a mutare lo
sterminio. La maggior parte degli ebrei fu infatti sterminata nel lager di Auschwitz-Birkenau. Le
deportazioni di massa prevedevano la divisione in una parte che sarebbe destinata al lavoro e in
una parte che sarebbe stata eliminata seduta stante. In seguito al 1942, sistematicamente
migliaia di ebrei furono deportati dalle varie nazioni, a partire dalla Francia, Olanda e Belgio. Il
problema del coinvolgimento della popolazione tedesca nel genocidio è ricostruito attraverso le
opposte letture dei due protagonisti di un recente dibattito, gli storici americani Daniel
Goldhagen e Christopher Browning. Ogni spiegazione fondata sull'idea che i realizzatori agissero
su costrizione esterna, va subito scartata: dai documenti dei tribunali delle SS e della polizia, non
risulta che nessuno venisse mai condannato a morte o al campo di concentramento per essersi
rifiutato di uccidere gli ebrei. Molti assasini ripiegavano su una versione secondo la quale,
indipendentemente da come stavano davvero le cose, essi avevano creduto in buona fede, che il
rifiuto di eseguire un ordine sarebbe stato suicida e si erano comportati in conformità di questa
convinzione. Anche questa versione è falsa, perchè molti cernefici tedeschi sapevano bene di
non essere costretti ad uccidere. Inoltre si sostiene spesso, che i tedeschi erano particolarmente
rispettosi dell'autorità dello stato. In realtà, come tutti gli altri popoli, rispettano l'autorità e i
suoi ordini quando li considerano legittimi, anche loro tengono conto della provenienza e del
significato di un ordine prima di decidere come e se eseguirlo. L'idea che il desiderio di non
deludere i propri camerati possa indurre un individuo a compiere azioni che non approva, è
plausibile, ma solo per spiegare la partecipazione di pochi individui alla realizzazione
dell'olocausto, e non può valere per periodi di tempo prolungati. Un'ulteriore spiegazione
presuppone, che i compiti dei realizzatori fossero a tal punto parcellizzati da impedire la
comprensione del significato reale delle azioni individuali. In realtà erano quasi tutti
perfettamente informati, e non c'è alcun motivo per ritenere che chi non lo fosse avrebbe agito
in modo diverso se lo fosse stato. Uno degli aspetti più impressionanti del genocidio è costituito
dalla facilità con cui i tedeschi compresero per quale motivo si chiedeva loro di ammazzare gli
ebrei: se un governo comunicasse a un gruppo numeroso di cittadini la propria intenzione di
sterminare un altro popolo, questo annuncio verrebbe accolto come il delirio di un pazzo,
mentre l'antisemitismo dei tedeschi era tale che quando fu loro comunicato che si dovevano
uccidere gli ebrei, la risposta non fu l'incredulità bensì la comprensione. Quindi Daniel
Goldhagen è fautore della tesi di una speciale responsabilità colletiva del popolo tedesco.
Differentemente da quest'ultimo Christopher Browning non riteneva possibile una spiegazione
monocasuale e sosteneva invece una spiegazione pluricasuale: a trasformare degli uomini
comuni in sterminatori fu sufficiente una combinazione di fattori di condizionamento sociale e di
fattori ideologici, che insieme concorsero a vedere nelle vittime l'immagine del nemico e della
razza inferioriore.

LO STALINISMO
Sorretto da un onnipotente apparato burocratico e poliziesco ma anche dal consenso spontaneo
di milioni di lavoratori, Stalin era il padre e la guida infallibile del suo popolo, assunse il ruolo di
capo assoluto. Ogni critica, assumeva i caratteri del tradimento. Le stesse attività culturali
dovevano ispirarsi alle direttive del capo e dei suoi interpreti autorizzati.

La letteratura, il cinema, la musica e le arti figurative furono sottoposte ad un regime di rigida


censura. La storia recente fu riscritta per mettere meglio in luce il ruolo di Stalin. L'ironia risiede
nel fatto che una tirannide così totale scaturisse da una rivoluzione che aveva suscitato tante
speranze di libertà. Molti hanno cercato di spiegare lo stalinismo, per esempio, collegandolo al
regime zarista; al dispotismo industriale: una scorciatoia funzionale all'esigenza di un rapido
sviluppo economico; nelle teorie di Lenin, e nella prassi antidemocratica. Ognuna di queste tesi
contiene elementi validi. Lo stalinismo, infatti, è un fenomeno profondamente inserito nella
storia della Russia e nella sua tradizione imperiale; ma è anche inseparabile da quella traumatica
esperienza modernizzatrice che fu l'industrializzazione forzata.

Stalin sviluppò, portandole alle estreme conseguenze, alcune premesse autoritarie che
esistevano già nel pensiero di Lenin e nel sistema sovietico. L'azione di governo di Stalin si basava
sulla macchina del terrore, della quale ci parla V. Zaslavsky in ''Terrore Staliniano'' (Storia del
sitema sovietico, l'ascesa, la stabilità, il crollo, Carocci, Roma 2001, pp.199-24). Il ruolo del
terrore è fondamentale nella società di tipo sovietico. Esso costituisce lo strumento essenziale di
tutte le rivoluzioni dall'alto. Lenin nel 1922 scrisse: ''I tribunali non devono eliminare il terrore,
esso va radicato e legalizzato.'' Se tuttavia il terrore nel periodo leniniano si giustificava come un
fatto per colpire i nemici della rivoluzione, il periodo staliniano colpì la stragrande maggioranza
della popolazione del paese. Ciò fu frutto della crudeltà del tiranno e calcolo razionale, al fine di
ricostruire fin dalle fondamenta la società. Il terrore di massa fu rivolto contro: i contadini, gli
operai dell'industria, contro una burocrazia statale, gli amministratori locali e contro le èlite
politiche nazionali. Il terrore era una strategia fondamentale per l'amministrazione staliniana che
voleva attuare l'industrializzazione forzata. Nel terrore staliniano si fusero l'aspetto irazzionale e
l'assurdità del terrore. Il terrore permise di distruggere in breve tempo la società contadina.
Permise di creare nel paese un'atmosfera di paura generalizzata, di diffidenza, ansia e insicurezza
permanenti. Determinò l'atomizzazione della società, rese impossibile l'insorgere di qualunque
opposizione organizzata.
In conclusione, il totalitarismo è considerato moderno e attuale, poichè come abbiamo visto
trova un terreno fertile nella società di massa. Appartiene alla modernità poichè sostiene che la
società debba ricevere le proprie leggi dagli uomini, ciò comporta l'esistenza della scienza:
sapere che è conquistato dalla sola ragione umana. Utilizzando una citazione di E. Nolte (da
Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l'identità tedesca, Einaudi, Torino 1987):
''Il passato che non vuole passare'', si indica la tesi che ogni passato di solito passa, e che in
questo non passare c'è qualcosa di affatto eccezionale. D'altra parte il normale passare del
passato non va inteso come scomparsa, tuttavia, questi passati hanno perso l'urgenza che
avevano per i contemporanei, mentre, a quanto pare il passato nazionalsocialista non soggiace a
questo processo di indebolimento, ma sembra, al contrario diventare sempre più vivo e vigoroso:
non come modello bensì come spauracchio.

Le atrocità delle quali si macchiarono i regimi totalitari mai dovranno essere dimenticate al fine
di non cadere mai in orrori come questi. STORIA MAGISTRA VITAE

Gruppo numero 5