Sei sulla pagina 1di 46

Publications de l'École française

de Rome

Congiure «contro alla patria» e congiure «contro ad un principe»


nell'opera di Niccolò Machiavelli
Elena Fasano Guarini

Riassunto
La congiura è un tema trasversale nell'opera del Machiavelli. All'analisi del discorso 'pedagogico' sulle congiure del cap. 6 del III
libro dei Discorsi, l'autrice ha accostato quella delle notazioni pratiche delle Legazioni e Commissarie e poi quella dei racconti di
congiure delle Istorie fiorentine : ha rilevato così continuità e differenze di lessico, linguaggio e punti di vista. Alla luce del
confronto, da un lato, con altri scritti di contemporanei, dall'altro con le fonti cui il Machiavelli attinge, ha cercato di esaminare lo
sviluppo della sua riflessione sulle forme e le prospettive della lotta politica del suo tempo. Ne ha ravvisato un esito significativo
per un verso nella sua critica dei topoi retorici del repubblicanesimo antitirannico ; per un altro nella contrapposizione tra la
congiura propria del mondo comunale, larga e 'tumultuaria' e quella 'ristretta' del '400-'500, destinata a fallire perché ormai priva
del supporto popolare. In ciò si manifesta la presa di coscienza, da parte del Machiavelli, delle nuove condizioni in cui si svolge
la lotta politica nel Cinquecento italiano.

Citer ce document / Cite this document :

Fasano Guarini Elena. Congiure «contro alla patria» e congiure «contro ad un principe» nell'opera di Niccolò Machiavelli. In:
Complots et conjurations dans l’Europe moderne. Actes du colloque international organisé à Rome, 30 septembre-2 octobre
1993. Rome : École Française de Rome, 1996. pp. 9-53. (Publications de l'École française de Rome, 220);

https://www.persee.fr/doc/efr_0223-5099_1996_act_220_1_4975

Fichier pdf généré le 26/05/2018


3

ELENA FASANO GUARINI

CONGIURE «CONTRO ALLA PATRIA»


E CONGIURE «CONTRO AD UNO PRINCIPE»
NELLOPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI

1. In un convegno in cui il tema delle cospirazioni viene


affrontato in un'ottica europea, secondo una periodizzazione che dalla
metà del secolo XVI conduce fino alla fine del XVII, la presenza di
un pensatore del primo Cinquecento come Niccolo Machiavelli può
sembrare fuori tempo.
Si tratta tuttavia di una presenza ineludibile, e non soltanto per
la rilevanza che egli ha avuto in generale nella storia del pensiero e
del linguaggio politico moderno. L'analisi specifica che egli ha fatto
delle congiure come forma particolare di lotta politica, in termini
che successivamente da alcuni autori furono accettati, da altri
contraddetti, ha costituito un punto di riferimento di lunga durata : una
storia dell'idea e della rappresentazione della congiura nell'età
moderna non può perciò ignorare i testi machiavelliani in proposito.
Questi testi, d'altra parte, ci introducono nel mondo di cui
Machiavelli è stato osservatore critico e storico : quello dei piccoli Stati
rinascimentali, cittadini, signorili e principeschi, che più
precocemente di altri conobbero una propria 'età delle congiure'1, segnata,
con il mutare dei sistemi e dei rapporti di potere, dal declinare di
vecchie forme di lotta e dall'emergere di nuovi comportamenti
politici, destinati ad ulteriori e diverse fortune. È certo utile aprire uno
scorcio, alla ricerca di affinità e differenze, su questo mondo che
precede nel tempo ed in qualche modo prepara quello di cui qui ci si
occupa; e Machiavelli ci può fornire una guida alla sua conoscenza,

1 L'espressione è nel titolo di un saggio di R. Fubini, L'Età delle congiure : i


rapporti tra Firenze e Milano dal tempo di Piero a quello di Lorenzo de' Medici
(1464-78), in Id., Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia nell'età di Lorenzo il
Magnifico, Milano, 1994. Fubini offre in tutto il volume un importante contributo
alla ricostruzione delle attività cospirative nella seconda metà del secolo ed alla
loro contestualizzazione nelle relazioni politiche del tempo. Ovviamente il
periodo preso in considerazione dal Machiavelli, che pure nelle Istorie fiorentine da
grande rilievo agli eventi del 1476-78, è più lungo; ma gli inizi del '500 sono
ancora età di frequenti congiure.
10 ELENA FASANO GUARINI

parziale ed ovviamente non affidabile per quanto riguarda come le


cose siano 'eigentlich gewesen', ma preziosa per mostrarci secondo
quali paradigmi e codici esse siano state viste, pensate e
rappresentate, e capace poi di ricondurci, tramite le rappresentazioni, ai
contesti che le spiegano e motivano.
Nel discorrere di congiure Machiavelli ha usato, come era sua
abitudine, materiali e modelli appartenenti a tradizioni consolidate
e risalenti nel tempo, prima - ma non unica, come avremo
occasione di vedere - quella classica, connaturata all"umanesimo
repubblicano' su cui hanno insistentemente richiamato l'attenzione John
Pocock e Quentin Skinner2. Ma nella scelta che di quei materiali ha
fatto e nel modo in cui se ne è servito si manifesta il suo sforzo - non
facile e non sempre, forse, pienamente riuscito - di piegarli ed
adeguarli all'analisi di una realtà che li trascende : quella a lui
contemporanea, sulla quale egli misura con passione i propri strumenti di
analisi, passando, come ha scritto in anni ormai lontani Delio Canti-
mori, dalla «retorica» alla «politica»3. Nei risvolti e nelle tensioni
interne, ed anche nelle discontinuità ed aporie del suo discorso si
possona dunque cogliere i problemi sollevati dal nuovo contesto
politico, e, al di là dei modelli di rappresentazione, la forza e la
natura profonda delle cose rappresentate4. Il tema delle congiure è
stato spesso sfiorato dalla critica machiavelliana, benché mai gli sia
stato dato un particolare rilievo. Esso, tuttavia, rappresenta a mio
avviso un nodo non trascurabile della riflessione politica del
Machiavelli, a partire dal quale si possono anche riconsiderare
alcuni aspetti problematici della sua opera, evitando i rischi insiti in

2 J.G.A. Pocock, The Machiavellian Moment. Florentine Political Thought and


the Atlantic Republican Tradition, I, Princeton, 1975 (trad. it. Bologna, 1980); Q.
Skinner, The foundations of Modem Political Thought. The Renaissance,
Cambridge, 1978 (trad. it. Bologna, 1989); Id., Machiavelli, Oxford, 1987 (trad,
francese Paris, 1989). A questi studi possono essere accostati e contrapposti F. Chiap-
pelli, Studi sul linguaggio del Machiavelli, Firenze, 1952, e Nuovi studi sul
linguaggio del Machiavelli, Firenze, 1969, ove, su base eminentemente linguistica,
alla tradizione latineggiante fecondata dagli umanisti viene affiancata quella «del
toscano 'pratico', che si radica e fiorisce nella civiltà comunale» (Nuovi studi,
p. 7-8) : tradizioni di cui il Chiappelli rileva non lo «scontro», ma 1'«
interpenetrazione» nel linguaggio machiavelliano.
3 D. Cantimori, Rhetoric and Politics in Italian Humanism, in The Journal of
Warburg Institute, 1, 1937-38, oggi edito in appendice a Id., Eretici italiani del
Cinquecento, a cura di A. Prosperi, Torino, 1992, p. 485-511. Il Cantimori tuttavia
include Machiavelli interamente nel mondo della politica.
4 Anche per Q. Skinner, Machiavelli, del resto, il rapporto di Machiavelli con
la tradizione repubblicana non è privo di contraddizione e gli aspetti più originali
della sua concezione della politica sono da considerare «comme autant de
réactions polémiques - parfois sur le mode de la satyre - à l'égard des valeurs huma-
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 11

una lettura troppo sistematica, in chiave repubblicana ο in chiave


tendenzialmente medicea.
Il titolo da me scelto - Congiure contro alla patria e congiure
contro ad uno principe - richiama lo scritto più famoso del
Machiavelli su questo tema, il sesto capitolo del terzo libro dei Discorsi sulla
prima Deca di Tito Livio. È questo il capitolo più lungo dell'opera,
quasi un trattatello autonomo, di ampio impianto e denso tessuto
narrativo ed analitico. Esso è sostenuto da una vasta
esemplificazione storica per così dire recente, che dagli agitati tempi del duca di
Atene, passando per le grandi cospirazioni ordite nel tardo
Quattrocento contro i Medici, gli Sforza e gli Aragona, ci conduce fino ad
anni ed eventi che Machiavelli ha vissuto : alla «congiura di Arezzo»
del 1502; alla trama ordita a Ferrara, contro Alfonso d' Este, nel
1506; al tentativo compiuto da Giulio Bellanti contro Pandolfo
Petrucci a Siena nel 1508. Ricchissima anche Γ esemplificazione
classica : in nessun capitolo dei Discorsi, infatti, il ventaglio delle
fonti usate è più ampio e più vario. Accanto alle fonti machiavelliane
usuali, qui tutte presenti, da Livio a Tacito e, come è ovvio in
materia di congiure, da Plutarco a Sallustio, ne compaiono altre, più
raramente ο mai impiegate altrove : Giustino, Giovenale, Erodiano,
Curzio Rufo, Erodoto5.
Il capitolo, nel quale dunque la riflessione su eventi recenti ed il
dialogo con gli antichi sono sostenuti da uno sforzo eccezionale di
raccolta e elaborazione di materiali e dalla composizione degli stessi
entro un'ampia architettura, non soltanto fu oggetto di lettura
pubblica, e verosimilmente di plauso, agli Orti Oricellari, che il
Machiavelli frequentava, come è noto, negli anni in cui scriveva i Discorsi,
tra il 1516 ed il 15 196. Ma prima dell'edizione dei Discorsi ebbe anche

nistes dont il avait hérité et auxquelles il continua fondamentalement de


souscrire», (cito dalla trad, francese, p. 8).
5 Cfr. P. Larivaille, La pensée politique de Machiavel. Les «discours» hur la
première décade de Tite Live, Nancy, 1982, p. 179. Assai utili anche le note a
N. Machiavelli, Le grandi opere politiche a cura di G.M. Anselmi e C. Varotti, con
la collaborazione di P. Fazion e E. Menetti, ν. Π, Discorsi sopra la prima deca di
Tito Livio, Torino, 1993. Cfr. anche le note delle precedenti edizioni dei Discorsi a
cura di C. Vivanti (Torino, 1983), ed a cura di G. Inglese (Milano, 1984); nonché
L.J. Walker, The Discourses of Niccolo Machiavelli, Londres e Boston, 1975.
6 Non mi addentro qui nella complessa questione della cronologia dei
Discorsi, aperta da F. Gilbert, The composition and structure of Machiavelli's
Discorsi, «Journal of the History of Ideas», 14, 1953, ora in Id., Machiavelli e il suo
tempo, Bologna, 1964, sulla quale cfr. S. Bertelli, Nota introduttiva ai Discorsi, in N.
Machiavelli, // Prìncipe e i Discorsi, Milano, 1960; G. Inglese, Premessa a N.
Machiavelli, Discorsi, ed. 1984; Id., Ancora sulla data di composizione dei
«Discorsi», in La Cultura, 24, 1986; nonché P. Larivaille, La pensée politique, cit. La
questione non ha comunque mai investito il sesto capitolo del EQ libro, da tutti
12 ELENA FASANO GUARINI

qualche circolazione come manoscritto a se stante7; ed in seguito


conobbe una sua autonoma fortuna. Sotto il titolo di Traité des
conjurations fu edito a Parigi nel 1575 insieme alla Histoire de la
conjuration de Catiline di Sallustio, come «fort bonne instruction tant
pour les princes que pour les sujets»8 : a monito, dunque,
ambiguamente rivolto sia ai principi che ai cospiratori, cui unitamente
pareva rivolgersi, in tempi di lotte civili e religiose, l'epigrafe biblica
del volumetto, «ceux qui usurperont le glaive périront par le glaive».
Fu fortemente presente a Tommaso Contarini, ambasciatore a
Firenze nel 1588, quando scrisse delle numerose congiure progettate
ο effettuate, con scarso successo, contro i Medici tra '400 e '500, e
delle ragioni per cui esse erano state tentate ed erano fallite; e gli
offrì lo spunto per lodare l'avvedutezza politica dei granduchi,
capaci di premunirsi contro di esse di quell'essenziale usbergo che
era il favore popolare9. Si tratta senza dubbio di un capitolo di
notevole rilievo nei Discorsi. Vale la pena di ricordare che ad un lettore
fortemente ideologizzato ed assai poco sensibile alla dimensione
storica, ma acuto come Leo Strauss, questo capitolo, con la sua
grande ampiezza, la sua collocazione relativamente isolata e le par-

considerato appartenente alla fase più matura di elaborazione dell'opera, e cioè


agli anni in cui il Machiavelli frequentava gli Orti Oricellari.
7 Copie manoscritte del capitolo sono conservate nelT Archivio di Stato di
Firenze, Dieci di Balia, Carteggio, Resp. 119 (filza di lettere del 1502-1503) e nella
Biblioteca Nazionale di Firenze, Palatini 1104 (insieme alle copie di altri capitoli dei
Discorsi) : cfr. N. Machiavelli, Le grandi opere politiche. II. Discorsi, cit. p. 386 η. 4.
8 Traité des conjurations extraict du troisième livre des Discours pubblicato in
L'Histoire de la conjuration de Catiline. Ceux qui usurperont le glaive périront par le
gfaive, trad, di J. Chomedey, Paris, pour Abel L'Angelier, 1575. L'edizione,
ricordata anche in N. Machiavelli, Opere, XI, Bibliografìa, a cura di S. Bertelli e P.
Innocenti, Verona, 1982, p. 174, è dedicata in termini non privi di ambiguità ad
Enrico III. «J'ai adjousté à la presente traduction - scrive l'autore - un discours de
Machiavel touchant les conjurations, pourceque là dedans y a une fort bonne
instruction tant pour les Princes que pour les sujets, accompagnée d'une infinité de
beaulx exemples entre lesquels celuy de Catilin n'est pas oublié». La
pubblicazione si colloca in un periodo segnato in Francia da una vivace ripresa di
interesse per il Machiavelli, ovviamente correlata agli eventi che segnano la vita del
paese. I Discorsi, dopo la condanna della Chiesa del 1558-59, ebbero più di una
riedizione in Francia tra il 1571 ed il 1572. Nel 1576 avrebbe d'altra parte visto la
luce il Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un
Royaume di J. Gentillet, opera, come è noto violentemente antimachiavelliana :
cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, Roma 1965, dove tuttavia
l'edizione del Traité des conjurations non è ricordata. Sulla fortuna specifica del
capitolo cfr. anche le indicazioni di O. Tommasini, La vita e gli scritti di Niccolo
Machiavelli, II, parte I, Roma, 1911, p. 192-193.
9 Relazione delle cose di Toscana di Tomaso Contarini ambasciatore al
cardinale granduca, 1588, in Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, a cura di A.
Segarizzi, Bari, 1916, v. Ili, parte Π, p. 77-79.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 13

ticolarità della sua struttura, è parso la chiave ed il momento


risolutivo dell'opera, che egli ha considerato (in modo, certo, assai
discutibile, almeno per il secondo termine dell'espressione) come una
anticristiana 'pedagogia del male'10.
Di attività cospirative, tuttavia, Machiavelli ha parlato anche
altrove : non soltanto in una serie di passi, per la verità non molto
numerosi, dei Discorsi, ma nel capitolo 19 del Principe, qui pure
diffusamente; ed in altri scritti, precedenti e successivi, rispondenti,
come direbbe Quentin Skinner, ad altre intenzioni - ad una diversa
'illocutionary
soggetti ad altre regole;
force' -,e appartenenti
riferibili a contesti
cioè ad diversi.
altri generi
Si pensi
letterali,
alla fitta
presenza che congiure e, insieme, contro-congiure - le ardite e
violente contromosse del principe, che Gabriel Naudé avrebbe
chiamato 'coups d'état' - hanno negli scritti delle Legazioni e commis-
sarie del periodo della Segreteria repubblicana e nei testi ad esse
connessi, primo fra tutti il breve ma intenso scritto più tardo su //
modo che tenne il duca Valentino per amazar Vitellozzo Oliverotto da
Fermo il Signor Paolo e il Duca di Gravina Orsini a Senigaglia11. Si
pensi allo spazio che le congiure - da quella antipapalina di Stefano
Porcari ali' assassinio di Galeazzo Sforza ed all'impresa antimedicea
dei Pazzi - occupano nell'opera della più avanzata maturità e della
riconciliazione con i Medici, le Istorie fiorentine. Si tratta dunque di
un tema trasversale, che va seguito, per quanto possibile, proprio
nella sua trasversalità, per porre in luce, all'interno dell'opera del
Machiavelli, continuità e differenze di linguaggio e di punti di vista;
e per indagare, di quelle continuità come di quelle differenze, il
senso e le ragioni. Non si tratta, tuttavia, di ricostruire la genesi e lo
sviluppo lineare di un'idea - sviluppo che, a mio avviso, nel
complesso degli scritti machiavelliani sarebbe difficile da rintracciare -
bensì di individuare un fascio di varianti che ne esplicitano i risvolti
e talvolta le riposte contraddizioni, ed indicare semmai, attraverso

10 L. Strauss, Thoughts on Machiavelli, Washington, 1958; trad. it. Milano


1970. Sulla stessa linea di Strauss cfr. H.C. Mansfield Jr., Machiavelli's new
modes and orders, A study of the Discourses on Livy, Ithaca e Londra, 1979, dove
la lunga analisi testuale di III. 6 occupa le p. 317-343. Le due analisi, tendenti a
dimostrare, attraverso indizi strutturali e formali, le finalità «anticristiane»
dell'opera di Machiavelli, non possono essere qui discusse. Sulla loro contrastata
recezione nel mondo degli studi machiavelliani offre elementi S. Ruffo Fiore, An
Annotated Bibliography of Modern Criticism and Scholarship, New York-Westport
Connecticut-Londra, p. 147-148 (Strauss), 506-508 (Mansfield).
11 Per la questione della datazione cfr. la nota al testo di S. Bertelli, in N.
Machiavelli, Opere complete a cura dello stesso, voi. 2, L'Arte della guerra e scritti
minori, Verona, 1982, p. 375-380. Bertelli, sulla scia di Gerber e Ghiglieri,
propende per una datazione tarda (1514-1517).
14 ELENA FASANO GUARINI

di esse, la direzione di un cammino. Si può dunque partire proprio


da quello che è il tentativo di analisi e rappresentazione dei
fenomeni cospiratorii più completo e formalizzato, il capitolo già
ricordato dei Discorsi; ed usare poi gli altri testi, precedenti e successivi,
come in un gioco di specchi, per chiarire le immagini che essi
riflettono accostandole e ponendole a contrasto.

2. Come spesso è accaduto alle opere politiche del Machiavelli,


il sesto capitolo del III libro dei Discorsi è stato oggetto di letture
contrastanti. Si è già detto come alcuni (in primo luogo Leo Strauss)
vi abbiano scorto un intento 'pedagogico', e dunque l'espressione di
un sostanziale favore per le congiure come forma di lotta politica,
oltre che di altri più riposti messaggi. Altri invece (ad esempio
Corrado Vivanti, nelle sue note all'edizione da lui curata dei Discorsi) lo
hanno considerato come una prova dell'« avversione di Machiavelli
per questo genere di imprese»12.
Questa disparità di interpretazioni è senza dubbio da porre in
relazione alle diverse letture che vengono complessivamente date
dell'opera machiavelliana. Ma è giustificata anche dal carattere solo
apparentemente sistematico del capitolo; e dall'ambiguità, ο almeno
dalla cautela del linguaggio adottatto.
Che fossero momenti da usar cautela il Machiavelli aveva
imparato a proprie spese in occasione della congiura di Pier Paolo
Boscoli nel 1513, nella quale, come è noto, era stato coinvolto grazie
alla sventataggine del suo giovane promotore, sino a subire l'arresto,
la tortura e, sia pur per breve periodo, la prigione13; e dalla quale
aveva
de' Medici
poi preso
in occasione
le distanze
dell'esecuzione
nell'impietoso
capitale
sonettodei
inviato
principali
a Giuliano
accusati14. «Spero non incorrere più, - scrisse appena scarcerato a
Francesco Vettori, a proposito della 'disgrazia' in cui era incappato - sì
perché sarò più cauto sì perché i tempi saranno più liberali et non
tanto sospettosi»15. E Γ« aurea» massima di Tacito citata all'inizio

12 N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Torino, 1983, a


cura di C. Vivanti, p. 372, nota 1.
13 II Boscoli aveva annotato il nome del Machiavelli, insieme a quelli di altre
persone con le quali, a suo dire, prevedeva di poter avere consonanze politiche,
su un foglio di appunti, successivamente perduto. Cfr. P. Villari, Niccolo
Machiavelli e i suoi tempi, Milano, 1895, ν. Π, p. 198-200; O. Tommasini, La vita e gli
scritti di Niccolo Machiavelli, v. II parte I, p. 67-70. Sulle congiure antimedicee
all'inizio del Cinquecento cfr. J.N. Stephens, The Fall of the Florentine Republic,
1512-1530, Oxford, 1983, p. 75-6, 120-123.
14 N. Machiavelli, Capitoli, introduzione, testo critico e commentario di G.
Inglese, Roma, 1981, p. 21-22; R. Ridolfi, Vita di Niccolo Machiavelli, Roma,
1954, p. 208.
15 N. Machiavelli, Lettere, Milano, 1961, p. 232.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 15

del capitolo, «che gli uomini hanno ad onorare le cose passate e ad


ubbidire alle presenti, e debbono desiderare i buoni prìncipi, e
comunque ei si sieno fatti, tollerargli»16, può anche suonare come un
principio cui l'autore intende conformare la propria condotta
personale. Alla prudenza - una prudenza, si badi, da esercitare
verosimilmente su fronti ed in direzioni diverse - il Machiavelli doveva essere
indotto anche dal carattere composito del suo pubblico e dei suoi
referenti : da un lato i Medici, ai quali negli anni in cui scriveva
cercava di riavvicinarsi e guardava con speranza, sia pur percorsa da
dubbi e ripensamenti17; dall'altro i giovani aristocratici frequentatori
degli Orti Oricellari, negli stessi anni suoi grandi estimatori e
modesti mecenati : filosofi e letterati, ma anche cospiratori in
formazione, che fin dopo il 1520 non furono certo in urto con i Medici,
tanto da poter fungere da tramite tra costoro e Niccolo; ma che già
si dilettavano dello studio delle cose antiche, e dalla storia di Roma,
sotto la sua guida, amavano trarre esempi esaltanti di virtù
repubblicane18. Ma non si tratta soltanto di cautela : il capitolo è venato da
tensioni e, se vogliamo, da contraddizioni più profonde.
Della «aurea» massima di Tacito (e non mi sembra escluso che
l'aggettivo contenga un velo di ironica amarezza) il Machiavelli
sembra in qualche misura negare proprio la realistica applicabilità.
Molte e forti ragioni gli sembrano infatti spingere gli uomini a
congiurare contro il principe; e se tra di esse non poco pesano, come si
tornerà a vedere, i desideri di vendetta contro le ingiurie ricevute,
specie nel sangue e nella roba, e le ambizioni personali, ragione
«grandissima» e «nobile» è «il desiderio di liberare la patria, stata
da quello occupata». È questo il motivo che ha mosso Bruto e Cassio
a congiurare contro Cesare, l'«omore» da cui nessun tiranno può

16 Discorsi, ΠΙ. 6.1. Sul passo tacitiano in questione e l'uso che ne fa


Machiavelli, cfr. K.C. Schellhase, Tacitus in Renaissance Political Thought, Chicago
e Londra, 1976, p. 72-77.
17 Come ha suggestivamente spiegato C. Dionisotti, Dalla repubblica al
principato, in Id., Machiavellerie, Torino, 1980, p. 101-153.
18 Sugli Orti Oricellari ed i rapporti che Machiavelli ebbe con essi, oltre a P.
Villari, Niccolo Machiavelli, cit., ΙΠ, p. 45 sq.; O. Tommasini, La vita e gli scritti
di Niccolo Machiavelli, cit., Π, parte I, p. 199-200; D. Cantimori, Rhetorics cit.,
cfr. H. Hauvette, Luigi Alamanni (1495-1556). Sa vie et son œuvre, Paris, 1903,
p. 12-33; F. Gilbert, Bernardo Ruceüai e gli Orti OriceUari, in Id., Niccolo
Machiavelli e il suo tempo, Bologna, 1969, p. 7-58; R. Von Albertini, Firenze dalla
repubblica al principato. Storia e coscienza politica, Torino, 1970, p. 67-85 (ed.
originale Berna, 1955); C. Dionisotti, Machiavellerie, cit., p. 137-153. Superfluo
ricordare il ruolo poi avuto da Zanobi Buondelmonti, dedicatario, insieme a Cosimo
Rucellai, dei Discorsi, e da Luigi Alamanni, dedicatario insieme, di nuovo, al
Buondelmontii, della Vita di Castruccio Castracani, nella congiura antimedicea
del 1522, nella quale il Machiavelli non fu tuttavia implicato. Cfr. P. Villari,
Niccolo Machiavellii, HL, p. 133-138; J.N. Stephens, The Fall, loc. cit.
16 ELENA FASANO GUARINI

«guardarsi, se non con diporre la tirannide»19. Il capitolo, dunque,


appare lontano da una condanna radicale del fenomeno cospirativo.
Ma, benché sia collocato all'interno di un'opera vigorosamente anti-
cesariana, esso non si dilunga neppure sulla celebrazione della
'virtù' di Bruto, secondo moduli largamente diffusi nell'umanesimo
quattrocentesco20, ripresi ai tempi del Machiavelli nei loro termini
letterali da Cosimo Rucellai21; vigorosamente presenti, fino alla
morte, a Pier Paolo Boscoli, il congiurato puro e nobile ma sventato
del 151322, ed evocati ancora, dopo l'assassinio del duca Alessandro,
da Lorenzino de' Medici, alla cui più tarda apologia si deve la loro
compiuta consacrazione23.
Il piano su cui si muove il Machiavelli è in realtà un altro. Ad
evitare gli equivoci di lettura in cui sono caduti taluni degli studiosi
che, soffermandosi su queste pagine, le hanno strettamente
commisurate alla tradizione antitirannica, è bene osservare che il tema che
qui Machiavelli affronta non è propriamente quello del tirannicidio,
trasmesso dalla letteratura umanistica e familiare ai giovani
frequentatori degli Orti Oricellari. Egli non si chiede, cioè, se sia bene
uccidere il tiranno e se rivendicare così la libertà procuri gloria
imperitura, come erano andati sostenendo gli umanisti
repubblicani : non entra nel dibattito che, in questi termini, aveva percorso il
secolo appena conclusosi. Tantomeno si pone (e pare affatto
superfluo notarlo) il quesito già sollevato da San Tommaso d'Aquino,
ripreso ad esempio agli inizi del '400 nel serrato discorso giuridico

19 Discorsi, III. 6.2


20 Oltre alle note pagine di J. Burchkhardt, La civiltà del Rinascimento in
Italia, ed. Firenze, 1968, p. 55-60 e 144-145, ed a quelle di H. Baron, La crisi del
primo Rinascimento italiano, Firenze, 1970, p. 51-56 e passim (ed. originale
Princeton, 1966), cfr. le recenti riprese del tema di F. Martini, Lorenzino de' Medici e
il tirannicidio nel Rinascimento, Roma, 1972; M. Piccolomini, The Brutus'
Revival. Parricide and Tyrannicide during the Renaissance, Carbondale, 1991; F.L.
Ford, Political murder from Tyranicide to Terrorisme, Cambridge, Mass., 1985,
p. 201-211; (trad, franc, con introd. di P. Chaunu, Parigi, 1985).
21 Autore di un sonetto in cui si celebrava l'insegnamento di Bruto,
apparentemente dimenticato come la sua statua coperta di edera, ma in realtà,
come questa, durevolmente presente. Cfr. C. Dionisotti, Machiavellerie, p. 148.
22 Al suo consolatore, Luca Della Robbia, il Boscoli, come è stato spesso
ricordato, chiedeva «Deh! Luca, cavatemi dalla testa Bruto acciò che io faccia
questo passo da buon cristiano». Cfr. Narrazione del caso di Pietro Paolo Boscoli e
di Agostino Capponi, in Archivio storico italiano, I, 1, 1842. Sul Boscoli, fra
tradizione repubblicana e religiosità rinascimentale, cfr. D. Cantimori, // caso del
Boscoli e la vita del Rinascimento, in Giornale critico della filosofìa italiana, Vili,
1927, p. 241-55.
23 Lorenzino de' Medici, Apologia e lettere, a cura di F. Erspamer, Roma,
1991.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 17

di Jean Petit, difensore di Giovanni Senza Paura duca di Borgogna24,


e destinato poi a grande fortuna nel periodo delle guerre di religione
e fino alla seconda scolastica : se il tirannicidio sia lecito, ed a quali
condizioni. Analizza invece, nei loro moventi e nel loro svolgimento,
le congiure in quanto pratiche politiche diffuse, ad alto rischio per
principi e privati. «Ei non mi è parso da lasciare indietro il
ragionare delle congiure - è il piano inizio del capitolo - essendo cosa
tanto pericolosa ai principi ed ai privati; perché si vede per quelle
molti più principi avere perduta la vita e lo stato che per guerra
aperta. Perché il poter fare aperta guerra ad uno principe è
conceduto a pochi; il poterli congiurare contro, è concesso a ciascuno»25.
Che parlare di congiura non equivalga a parlare di tirannicidio,
nonostante l'ovvio intreccio dei due temi, Machiavelli percepisce e
dice con chiarezza. Da un lato si può congiurare «contro alla
patria», oltre che «contro ad uno principe»26. Dall'altro «quegli che
congiurano, ο ei sono uno, ο ei sono più. Uno, non si può dire che
sia congiura - egli osserva, con precisa consapevolezza etimologica27
- ma è una ferma disposizione nata in uno uomo di ammazzare il
principe». Esistono dunque anche disegni solitali di vendetta e di
tirannicidio, che «qualunque uomo, di qualunque sorte, grande,
piccolo, nobile, ignobile, familiare e non familiare al principe» può
nutrire, passando talvolta all'atto. Sono i casi del nobile Pausania,
imprevisto assassino di Filippo di Macedonia mentre questi era
circondato dalla folla dei suoi soldati; dell'accoltellatore «povero ed
abietto» di Ferdinando d'Aragona; dell'ignoto derviscio che sfoderò
la scimitarra contro Bayazid II, il sultano «padre del presente
Turco». Ma questi non sono, agli occhi di Machiavelli, fenomeni di
rilievo; non rispecchiano comportamenti significativi e perciò
meritevoli di attenzione. Ciò che gli preme analizzare è altro : «lasciamo
andare queste uniche volontà, e veniamo - scrive - alle congiure
intra i più»28.
Nell'ambito dello schema adottato - un esempio degli schemi
dualistici e dilemmatici che egli predilegeva -29 alle «congiure
contro ad uno principe», Machiavelli dedica, è vero, ben diciassette

XVe siècle, 24 A. Coville,


Genève, Jean
Slatkine
Petit.reprints,
La question
1974 (Ia
du ed.
tyrannicide
Parigi, 1932).
au commencement du
25 Cfr. anche la conclusione di III. 5, che lega i due capitoli.
26 Discorsi, ΠΙ. 6.2.
27 L'importanza, all'inverso, del giuramento politico nelle sue forme
pubbliche ed istituzionali come strumento di coesione è sottolineata e celebrata dal
Machiavelli nei Discorsi : cfr. P. Prodi, // sacramento del potere. Il giuramento
politico netta storia costituzionale dell'Occidente, Bologna, 1992, p. 235-237.
2*Ibid., III. 6.3.
29 F. Chabod, Metodo e stile di Machiavelli (1955), in Id., Scritti su
Machiavel i, Torino, 1964, p. 371-388.
18 ELENA FASANO GUARINI

paragrafi dopo quello introduttivo, contro uno solo - il penultimo -


consacrato alle «congiure contro alla patria». Alle prime torna
infine nel paragrafo conclusivo. Si può vedere in questo squilibrio
manifesto un riflesso delle propensioni culturali e politiche del
giovane pubblico degli Orti e della sua sensibilità - una sensibilità
condivisa dall'autore - a motivi e modelli offerti dalla tradizione
classica; ma vi si può forse anche cogliere, a ben guardare, la traccia di
una valutazione realistica, da parte del Machiavelli, del momento
politico e delle dinamiche in atto, segnate a Firenze dal
consolidamento del potere mediceo, sia pure in forme ancora aperte a
soluzioni costituzionali diverse, e lontane da quella, poi diventata
irreversibile, del principato. Su questo sfondo il principe, in effetti,
poteva ben apparire anche a chi avesse nostalgie repubblicane e non
avesse rinunciato a propositi di restaurazione del 'vivere civile', non
solo come il polo concreto di tensioni e conflitti, di ambizioni e di
interessi, di desideri di vendetta e rivendicazioni di libertà, ma come
figura inevitabilmente centrale, ben più della 'patria' soggetto ed
oggetto della lotta politica, suo protagonista e suo bersaglio. Tale il
principe non solo era apparso al Machiavelli nel trattato del 1513;
ma tale appare, con i congiurati che gli ruotano intorno, anche nel
sesto capitolo del libro III dei Discorsi. Sulle «congiure contro alla
patria» all'autore pare invece sufficiente scrivere poche parole,
accorate ed improntate ad un sostanziale pessimismo. Le «congiure
contro alla patria» sono meno pericolose, ed hanno maggior
possibilità di riuscita. Più difficile è essere scoperti durante la fase
preparatoria. Pericoloso, certo, è il momento esecutivo, il passaggio alla
sedizione, per la quale non di rado sono necessarie «forze
forestiere» - talché «molte congiure ο sono riuscite ο sono rovinate nella
esecuzione», come in primo luogo mostra l'esempio di Catilina. Ma
«esequite che le sono, ancora non portano altri periculi che si porti
la natura del principato in sé : perché divenuto che uno è tiranno, ha
i suoi naturali ed ordinali pericoli che gli arreca la tirannide, alii
quali non ha altri rimedi che si siano di sopra discorsi». «Possono
adunque i cittadini per molti mezzi e molte vie aspirare al
principato, dove e' non portano pericolo di essere oppressi : sì perché le
repubbliche sono più tarde che uno principe, dubitano meno, e per
questo sono manco caute; sì perché hanno più rispetto ai loro
cittadini grandi, e per questo quelli sono più audaci e più animosi a fare
loro contro». Ed una volta cadute, esse non trovano facilmente «chi
le voglia vindicare»30.
A partire dal materiale antico e moderno raccolto, Machiavelli,

30 Ibid., III. 6.19.


CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 19

fedele all'abito mentale, deprecato invece dal Guicciardini, di


«parlare delle cose del mondo indistintamente, assolutamente e per così
dire per regole»31, delle congiure antiprincipesche analizza tipologie,
modalità ed aspetti ricorrenti. Di esse discorre in modo pragmatico
e quasi tecnico, con un tono che non è abusivo definire 'pedagogico',
ma in primo luogo richiama la figura ed il ruolo del 'virtuoso', nel
senso in cui il termine è stato recentemente usato da H.G. Koenig-
sberger32; dell'esperto della politica, che trasfonde la propria
passione in rigore d'analisi ed attento esercizio della propria 'arte'. Un
ruolo - quello di 'virtuoso' - in cui il Machiavelli si era esercitato e
riconosciuto ai tempi della cancelleria, e pienamente ritrovato nello
scrivere il Principe; e al quale come autore dei Discorsi non aveva
certo abdicato.
Dopò essersi chiesto33 chi congiuri contro il principe e quali
ragioni possano muovere a congiurare - un nodo sul quale
torneremo a conclusione dell'analisi del capitolo - Machiavelli, delle
congiure, discute dunque le possibilità di riuscita ed i rischi che le
accompagnano, dal momento dell'ideazione e preparazione a quello
dell'esecuzione e fin dopo il loro compimento34. Che le prime fossero
assai scarse ed i secondi molto elevati, innanzitutto per l'estrema
facilità con cui simili trame potevano trapelare, doveva essere
convinzione diffusa ai suoi tempi ed anche prima. Negli stessi anni
questa convinzione emergeva nei Ricordi di Francesco Guicciardini.
Ma già l'autore di una cronaca rimata tardo-quattrocentesca sulle
imprese di Federico di Montefeltro, Giovanni Santi, proprio a
proposito della congiura dei Pazzi e del ruolo attribuito da alcuni (a
torto, secondo lo scrivente) al duca di Urbino nel suo svolgimento,
aveva affermato che troppo spesso simili maneggi «'nante el caso
sono appalesati», onde molto è «se riesce de muli l'una in tal
confusione»35. Non è dunque nella ripresa di simili affermazioni, a deter-

31 F. Guicciardini, Ricordi, n. 6, ed. a cura di E. Scarano, Torino, 1991, p. 7.


Che il Machiavelli tendesse a «porre» le sue affermazioni «troppo
assolutamente» Guicciardini osserva nelle Considerazioni intomo ai Discorsi del
Machiavelli : cfr. appendice a N. Machiavelli, Discorsi, ed. a cura di C. Vivanti cit.,
p. 526.
32 H.G. Koenigsberger, Politicians and Virtuosi. Essays in early modern
History, Londra, 1986. Sull'interesse 'tecnico' del Machiavelli per il fenomeno
politico, cfr. R. De Mattei, Dal premachiavellismo all'antimachiavellismo, Firenze,
1969, in particolare p. 60-62, dove viene letto in questa chiave proprio il cap. 6
del III libro. Rinvio anche alle osservazioni da me fatte in Machiavelli and the
crisis of the Italian republics, in Machiavelli and Republicanism, a cura di G. Bock -
Q. Skinner - M. Viroli, Cambridge, 1990, p. 17-22 ed ai riferimenti bibliografici là
indicati
33 Discorsi, ΙΠ. 6.4.
34 Ibid., paragrafi 5-18.
35 G. Santi, La vita e le gesta di Federico di Montefeltro Duca d'Orbino. Poema
20 ELENA FASANO GUARINI

rente di chi voglia congiurare, la peculiarità dell'impostazione


machiavelliana. Ma il Santi - per continuare con gli esempi già
portati - alla denuncia della pericolosità delle congiure aggiungeva
ancora quella della profonda «viltade» di questa arma politica, ed in
entrambe queste considerazioni trovava un motivo per difendere il
duca da sospetti infamanti. Quanto al Guicciardini, egli non era
meno pragmatico del Machiavelli, e meno alieno di lui da giudizi
moralistici. Ma a lui non solo l'entrare «in compagnia d'altri» per
congiurare appariva troppo rischioso, «essendo la più parte degli
uomini ο imprudenti ο cattivi». Impossibile sembrava anche
escogitare precauzioni ed espedienti per tutelarsi, quando ci si
immischiasse in cospirazioni : cercare di procurarsi «più uomini, più
tempo e più opportunità» era infatti «via da farle scoprire» poiché
«le cose che arrecano sicurtà negli altri casi, in questi arrecano
pericolo». Le congiure, egli scriveva, erano per loro natura imprese
aleatorie; e «credo.... la fortuna che in quelle ha gran forza, si sdegni
contro a chi fa tanta diligenza di cavarle della sua potestà»36. Quasi -
verrebbe fatto di dire - una sotterranea polemica con il
Machiavelli37 : questi infatti, da 'virtuoso' della politica, - una volta
esaminati i rischi attraverso un'analisi ampia ed articolata, nutrita di
esempi antichi e moderni - si impegnava invece proprio a
prospettare i «rimedi», come egli diceva con termine a lui caro, significati-

in terza rima, a cura di L. Michelini Tocci, Città del Vaticano, 1985, p. 495-96. Le
riflessioni del Santi, «di sapore pre-machiavelliano», sono ricordate da R. Fubini,
Federico da Monteféltro e la congiua dei Pazzi : immagine propagandistica e realtà
politica, in Id., Italia quattrocentesca, cit., p. 253.
36 F. Guicciardini, Ricordi, nn. 19 e 20, ed. cit. p. 10.
37 II Guicciardini ebbe modo di accedere al manoscritto completo dei
Discorsi sulla prima Deca nel 1530, mentre i due ricordi citati sono già presenti in una
prima stesura nella redazione del 1525. Ma non si può escludere che prima di tale
data egli avesse avuto occasione di leggere il capitolo machiavelliano sulle
congiure, che ebbe, come si è detto, circolazione autonoma. È interessante
notare che nella redazione definitiva del 1530 i due ricordi appena richiamati sono
preceduti da una riflessione su Tacito analoga a quella da cui prende avvio il
capitolo del Machiavelli : «Insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto ai
tiranni el modo di vivere e governarsi prudentemente. Così come - aggiunge
tuttavia il Guicciardini - insegna a' tiranni e' modi di fondare la tirannide» (n. 18). Qui
in ogni caso interessa rilevare non l'eventuale rapporto tra i due ricordi guicciar-
diniani ed il testo del Machiavelli, ma la diffusione del motivo della alcatorietà e
perciò della rischiosità delle congiure. Sulle diverse redazioni dei Ricordi e per un
loro raffronto, cfr., oltre all'edizione di E. Scarano citata, M. Gagneau, Reflets et
jalons de la carrière d'un homme politique : les trois rédactions des pensées de
François Guichardin, in Réécritures : II. Commentaires, parodies, variations dans la
littérature italienne de la Renaissance, Parigi, 1984, p. 69-99; E. Lugnani Scarano,
La redazione dei «Ricordi» e la storia del pensiero guicciardiniano dal 1512 al 1530,
in Giornale storico della letteratura italiana, 1970, p. 189-259.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 21

vamente ricorrente nei suoi scritti. E, pur convinto, non meno del
Guicciardini, dell'importanza della fortuna, e dell'alcatorietà delle
attività cospirative, da un lato indicava ai congiurati le tecniche
della prudenza e dell'agir segreto - procedere entro un numero il più
ristretto possibile di persone fedeli (la sottolineatura è mia e su di
essa tornerò), celare i piani fino all'ultimo a coloro stessi che
dovevano esserne gli esecutori -; dall'altro insegnava ai principi le vie
della prevenzione non meno prudente e della repressione
tempestiva. Questo - la tesa ricerca dei 'rimedi' - il tratto peculiare,
propriamente 'machiavellico', del capitolo.
In diversi casi i 'rimedi' proposti, più che trasmettere regole
effettive di prudenza, sembrano rappresentare in realtà la
giustificazione della narrazione di fatti storici di per sé appassionanti, eretti
ad exempL· di politiche virtù. Alla narrazione, in effetti, il
Machiavelli, che stava anche diventando un letterato e come tale iniziava ad
essere apprezzato dai suoi lettori38, concede forse spesso più che alla
'pedagogia'. Si veda, per fare un solo esempio cui molti altri se ne
potrebbero aggiungere, il racconto tratto da Erodiano, della
tempestiva uccisione di Commodo da parte della concubina Marzia e dei
capi pretoriani Leto ed Eletto, allorché la prima viene casualmente a
sapere che la notizia della congiura è trapelata : racconto animato e
suggestivo, ma in verità assai poco atto, per la straordinarietà degli
eventi narrati, a suggerire regole assolute di comportamento39. Ma
in altri casi i 'rimedi' proposti ai congiurati hanno un sapore
accentuatamente tecnico ed una precisione che verrebbe fatto di definire
di ordine legale, per quanto ciò possa apparire incongruo in un
personaggio considerato lontano dal mondo dei giuristi come
Machiavelli. Non «comunicare mai la cosa, se non necessario ed in sul
fatto»; e non mai a più persone. «Se pure la vuoi comunicare,
comunicarla ad uno solo... perché da alcuno prudente (un esperto di
diritto, vien fatto di chiedersi, buon conoscitore del sistema delle
prove?)40 ho sentito dire che con uno si può parlare di ogni cosa,
perché tanto vale, se tu non ti lasci condurre a scrivere di tua mano,
il sì dell'uno quanto il no dell'altro». Mai mettere, a maggior
ragione, nulla per iscritto : «dallo scrivere ciascuno debbe guardarsi
come da uno scoglio, perché non è cosa che più facilmente ti
convinca che lo scritto di tua mano»41. Anche tra i rimedi proposti al

38 Sui Discorsi come esempio di «scrittura storiografica» cfr. le osservazioni


di A. Matucci, Machiavelli netta storiografia fiorentina. Per la stona di un genere
letterario, Firenze, 1991, p. 161-192.
39 Discorsi, m. 6.10.
40 Sul quale cfr. G. Alessi, Prova kgale e pena tra evo medio e moderno,
Napoli, 1979.
41 Discorsi, III. 6.9
22 ELENA FASANO GUARINI

principe nel paragrafo conclusivo del capitolo, mentre alcuni hanno


carattere generale e si potrebbe dire generico (evitare, ad esempio,
di «essere odiato dall'universale»), altri paiono investire questioni
più specifiche e concrete di tattica politica. Reprima il principe
«sanza rispetto» la congiura debole, scrive Machiavelli; ma non
intervenga senza essersi debitamente premunito quando essa sia
«grossa e potente»; e prima di passare all'azione, si curi sempre di
«cercare ed intendere molto bene la qualità di essa» e di misurare le
forze proprie e degli avversali42. Non a caso tra gli esempi addotti in
proposito, contro quello, positivo, tratto da Livio, della prudente
condotta del console Rutilio nei confronti delle legioni romane
potenzialmente ribelli insediate a Capua, vi è quello, negativo, della
«congiura» tramata ad Arezzo e nella Val di Chiana con la
complicità dei Vitelli nel 1501 : congiura riuscita, e ciò anche in
conseguenza di un'errata valutazione delle forze implicate e di un
intervento mal calcolato ed intempestivo da parte dell'improvvido
commissario di Firenze. Storia, questa, di cui Machiavelli aveva
avuto diretta esperienza e sulla quale aveva non poco meditato43.
Non si potrebbe, tuttavia, definire il capitolo come una sorta di
piccolo manuale di tecnica delle congiure se non amputandolo e
travisandolo gravemente. Delle congiure Machiavelli, come si è già
accennato, offre anche una ampia analisi tipologica e quasi
anatomica; e proprio su questo piano il suo discorso acquista respiro
politico, sia pure a prezzo di alcune discontinuità e contraddizioni, di
alcune significative rotture di linguaggio, sulle quali è utile
richiamare l'attenzione.
Non soltanto lo schema adottato dal Machiavelli - «congiure
contro alla patria» ο «congiure contro ad uno principe» - deve
piegarsi, per seguire lo sviluppo del discorso, ad una ripartizione
interna, come si è visto, poco equilibrata. Vi è altro da osservare. La
contrapposizione dei due possibili oggetti delle congiure richiama la
contrapposizione di fondo tra 'tirannia' e 'vivere libero' propria
dell'umanesimo civile, nella quale diversi studiosi, da Pocock e Skinner
a Maurizio Viroli44, hanno visto un paradigma centrale del pensiero
machiavelliano. Essa è dunque forte e significativa. E tuttavia non
fornisce un quadro adeguato ad una compiuta sistemazione logica

42 Discorsi, III. 6.20


43 Fin dallo scritto giovanile Del modo di trattare i popoli della Valdichiana
ribellati (in JJ. Marchand, Niccolo Machiavelli : i primi scritti politici (1499-1512).
Nascita di un pensiero e di uno stile, Padova, 1975).
44 M. Viroli, Machiavelli and the republican ideas of politics, in Machiavelli
and Republicanism, p. 143-173. Cfr. anche Id., From Politics to Reason of State :
the Acquisition and Transformation of the Language of Politics - 1250-1600,
Cambridge, 1992; trad. ital. Dalla politica alla ragion di Stato. La scienza del governo tra
XIII e XVI secolo, Roma, 1994, p. 83-108. Per Pocock e Skinner, cfr. nota 2.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 23

delle diverse forme di macchinazione che l'autore prende in


considerazione qui e altrove nella pluralità e complessità dei loro moventi;
né, dunque, offre uno strumento sufficiente di analisi delle
dinamiche politiche che Machiavelli si propone di osservare. Restano
intanto escluse dal quadro le congiure «che si fanno per dare una
terra a nimici che la assediano, ο che abbino, per qualunque
cagione, similitudine con questa» : le espugnazioni «per violenza
furtiva», le «ispedizioni fraudolente e notturne» aiutate da
connivenze interne - da «trattato di quelli di dentro» - che tanta parte pur
avevano nella prassi politico-militare del tempo, dopo averne avuto
in quella nota ai Romani e da essi seguita. Di simili imprese, è vero,
si «è parlato di sopra a sufficienza», in un capitolo del secondo
libro45, non privo di notazioni divertite sulle «mille difficultà» che
potevano disturbarle e condurle al fallimento : «uno romore fortuito
come le oche del Campidoglio», le «tenebre della notte» e
l'inesperienza del paese, per cui i silenziosi attaccanti sopravvenuti da fuori
«si confondono, inviliscono ed implicano per ogni minimo e fortuito
accidente». Ma questa è esile giustificazione quando ci si accinga ad
elaborare tipologie di carattere generale. Sfuggono in effetti alla
classificazione dualistica del capitolo 6 del III libro quei modi di
procedere cospirativi che non erano immediatamente diretti né
«contro ad uno principe» né «contro alla patria», ma si
intrecciavano frequentemente ai conflitti tra principi e tra città. E di essi,
tuttavia, come vedremo, Niccolo ebbe esperienza diretta fin dal tempo
delle sue legazioni e commissarie. Di essi si sarebbe ben ricordato
ancora, in termini spregiudicatamente positivi, quando, poco dopo
aver portato a termine i Discorsi, celebrò Castruccio Castracani, il
condottiero poi sconfitto dalla fortuna, che «mai potette vincere per
fraude che e' cercasse di vincere per forza; perché ei diceva che la
victoria, non el modo della victoria ti arrecava gloria»46.
Ma anche in materia di congiure interne, come già aveva
insegnato Aristotele, che a Machiavelli, in modo diretto ο indiretto, era
senza dubbio presente, i moventi che armavano contro il principe
potevano essere assai vari47. Si poteva trattare, come si è già
indicato, di «desiderio di liberare la patria» (il che, in verità, Aristotele,
pur condannando la tirannide, non dice); ma anche di risentimento
e desiderio di vendetta contro offese ricevute «nella roba, nel

45 Discorsi, ΙΠ. 6.2. Il capitolo in cui se ne è già parlato è Π. 32.


46 N. Machiavelli, La vita di Castruccio Castracani da Iucca, ed. crìtica a
cura di R. Bralabee, Napoli, 1986, p. 104.
47 Sulle ragioni delle congiure contro monarchi e tiranni cfr. Politica, libro V,
3111a-3U2a. Il riferimento testuale è suggerito nelle note di L.J. Walker, The
Discourses.
24 ELENA FASANO GUARINI

sangue, nell'onore», da principi violenti ed intemperanti. Le


congiure, d'altra parte, potevano scaturire dai benefici eccessivi
concessi da principi ed imperatori ai propri uomini «constituiti in tanta
ricchezza, onore e grado che non pareva che mancasse loro, alla
perfezione della potenza, altro che lo imperio». Esse potevano cioè
rispecchiare conflitti e tensioni che né muovevano contro la patria,
né, in nome di questa, mobilitavano contro il tiranno; ma avevano le
loro radici nelle stesse cerehie di potere e ne esprimevano gli
interessi contrastanti, le frustrazioni e le ambizioni, le rivendicazioni ed
il desiderio di ascesa, la sete di potere fino a sostituirsi al principe -
un intrico di moventi contrastanti, sfuggenti in realtà alla
schematica contrapposizione machiavelliana, e rispondenti invece alle
logiche concrete dei nuovi sistemi di potere.
Ciò che unifica, nel capitolo dei Discorsi, questo mondo vario di
cospiratori e connota le congiure - quelle di cui merita parlare, di
più persone e dirette contro il principe - come specifica forma di
lotta, è semmai significativamente la natura delle forze che in esse
trovano espressione. «Dico trovarsi nelle istorie - scrive non senza
solennità Machiavelli all'inizio del quarto paragrafo, quasi a
sottolineare l'importanza e novità dell'affermazione - tutte le congiure
essere fatte da uomini grandi ο familiarissimi del principe». Solo
«gli uomini grandi e che hanno l'entrata facile», solo coloro che
trovano «riscontro di chi abbia loro fede» possono impegnarsi in simili
imprese. «Gli altri, se non sono matti affatto, non possono
congiurare : perché gli uomini deboli e non familiari al principe mancano
di tutte quelle speranze e di tutte quelle commodità che si richiede
alla esecuzione d'una congiura». I deboli, «quando egli hanno a noia
uno principe, attendono a bestemmiarlo, ed aspettano che quelli
(che) hanno maggior qualità di loro gli vendichino»48.
Anche dietro l'idea che le congiure siano proprie dei 'grandi' è
possibile, come ha suggerito il Walker, risalire ad Aristotele, che
nella Politica49 vede una delle possibili cause di cospirazione contro i
tiranni nelle ambizioni di chi già ha grandi profitti e grandi onori.
Ma vai la pena di osservare che nel passo aristotelico l'accento batte
poi sulla diversa natura che possono avere queste ambizioni : rivolte
per lo più all'acquisto del potere supremo ed a personale profitto, ed
in un numero infimo di casi al perseguimento della gloria. Nel testo
machiavelliano, invece, è centrale ed insistente (ed espressa con
vivacità vernacolare) la contrapposizione, ribadita ancora all'inizio
del paragrafo successivo50, tra coloro cui l'elevata condizione e la

48 Discorsi III. 6.4.


49 Libro V 1312a
50 «Dico che, avendo ad essere, quelli che congiurano, uomini grandi e che
abbino l'adito facile al principe...», Discorsi, III. 6.5.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 25

prossimità al principe aprono le strade della congiura e coloro che,


per la loro fragilità sociale, devono limitarsi a «bestemmiarlo». Che
le congiure fossero opera di 'grandi' aveva detto anche Polibio, in
pagine a Machiavelli ben note, che qui è utile richiamare, per meglio
indicare la profonda differenza di tono del capitolo che ci interessa.
Spiegando, in relazione alla teoria déìl'Anacyclosis, in quale modo
avvenisse il passaggio dalla tirannia all'aristocrazia, Polibio aveva
affermato che «l'irritazione» e «la fiammata d'odio e di ostilità»
provocate dal tralignare della monarchia in tirannide e dagli eccessi del
tiranno e destinate a «partorire gli inizi di un movimento
rivoluzionario e dar luogo ad una cospirazione contro il potere», non si
manifestavano «nelle persone più vili, ma nei più nobili ed i più
magnanimi, che erano inoltre i più audaci : è agli uomini di
carattere che gli eccessi di chi governa sono meno tollerabili.» Questi
erano i nuovi capi, cui «il popolo univa le proprie forze», dando
origine al sistema aristocratico che doveva subentrare a quello «reale e
monarchico»51. Anche Machiavelli, seguendo Polibio nel secondo
capitolo del primo libro dei Discorsi, aveva affermato che le «rovine
cospirazioni e congiure contro a' principi» divenuti tiranni non
erano fatte «da coloro che fussono ο timidi ο deboli, ma da coloro
che per generosità, grandezza d'animo, ricchezza e nobiltà
avanzavano gli altri... La moltitudine adunque seguendo l'autorità di questi
potenti, s'armava contro al principe e, quello spento, ubbidiva loro
come a suoi liberatori». Ma i 'grandi' chiamati in causa nel quasi
trattato sulle congiure, dove la teoria cede all'analisi ed al
pragmatismo, non sono 'magnanimi' e non suscitano grandi movimenti
di popolo contro i tiranni. Sono invece connotati sociologicamente
dall'essere «familiarissimi del principe»; dall'avere «l'entrata facile
presso di lui» : sono 'grandi' in quanto membri della cerchia di
potere. Lungi, inoltre, dall'essere capaci di trascinare le folle,
possono incorrere in un isolamento gravido di minacce. Estraneo al
mondo delle congiure, perché non può che 'bestemmiare', il 'popolo'
è infatti in certo modo l'arbitro supremo del loro esito. Guai al
principe che ne è odiato, ma guai ai cospiratori, se il popolo è 'amico del
Principe'52. Come già Bruto, essi vanno allora incontro ad una certa
sconfitta. Ed è d'altra parte proprio per l'importanza del giudizio
delT'universale' che «non hanno... i principi il maggiore nimico che
la congiura, perché, fatta che è una congiura loro contro, ο la gli
e'
ammazza ο la gli infama. Perché, se la riesce, muoiono; se la si
scuopre, e loro ammazzino i congiurati, si crede sempre che la sia

51 Polybe, Histoires, libre VI, Texte établi et traduit par Raymond Weil avec
la collaboration
52 Discorsi, ΙΠ.
de Claude
6.18. Nicolet, Parigi, 1977, p. 77 (VI. 7.8-9 e VI. 8.1)
26 ELENA FASANO GUARINI

stata invenzione di quel principe, per isfogare l'avarizia e la crudeltà


sua contro al sangue e la roba di quegli che egli ha morti»53. A
repentaglio, dunque, non è solo la loro vita, ma il favore popolare che, a
più lungo termine, ne garantisce la sicurezza.
Che il rapporto tra il principe, i 'grandi' - le cerehie ristrette che
partecipano ο aspirano all'esercizio del potere - ed il 'popolo', cioè il
corpo di tutti i cittadini54, sia per Machiavelli un nodo politico
centrale è stato ampiamente sottolineato dalla critica, tanto a proposito
del Prìncipe che dei Discorsi. Sulla essenzialità di questo rapporto, a
proposito delle congiure, egli si era del resto già soffermato nel
capitolo XDC del Prìncipe, De contemptu et odio fugiendo, un capitolo
affine a quello che abbiamo ora esaminato, benché ovviamente
destinatario degli insegnamenti fosse allora soltanto il principe. Il
ricordo del testo aristotelico trapela in questo caso con evidenza
ancora maggiore che nei Discorsi, nella precisa enumerazione dei
moventi delle congiure, e nell'accostamento immediato, tra di essi,
del disprezzo all'odio, presente anche in Aristotele55. Ma non meno
che nei Discorsi l'impegno, proprio del 'virtuoso' rinascimentale
della politica e invece assente nei testi aristotelici, è poi quello di
indicare i 'rimedii'. Perché «e' sudditi... non coniurino secretamente» il
principe deve dunque evitare di essere odiato, astenendosi
dall·« esser rapace et usurpatùre della roba e delle donne de'
sudditi». Deve guardarsi dal disprezzo, badando a non «esser tenuto
vario, leggieri, effeminato, pusillanime, irresoluto». Ma soprattutto
deve tenere «el populo satisfatto di lui», evitare di «essere odiato
dallo universale». Sempre infatti «chi congiura crede con la morte
del principe satisfare al populo», e se pensa invece di «offenderlo,
non piglia animo a prendere simile partito». E ciò avviene, afferma
ancora solennemente Machiavelli, perché «dalla parte del coniu-
rante non è se non paura, gelosia, sospetto di pena che lo
sbigottisce, ma dalla parte del principe è la maestà del principato, le leggi,
le difese delli amici e dello stato che lo difendano»; il che basta a
protegger il principe da ogni possibile congiura quando egli goda
della «benevolenza popolare».
Vale la pena di notare che il richiamo alla figura pubblica del
principe ed alla sua maestà - un richiamo forse non sufficiente-

53 Discorsi, III. 6.20.


54 Sul valore dei due concetti in Machiavelli cfr. A. Bonadeo, The Role of the
People in the Works and Times of Machiavelli, in Bibliothèque d'Humanisme et
Renaissance, 32, 1970, p. 351-377; Id., The Role of the «Grandi» in the political World
of Machiavelli, in Studies in the Renaissance, 16, 1969, p. 2-29; nonché C. Dioni-
sotti, Machiavellerie, p. 112.
55 Aristotele, Politica, loc. cit., indica tra le cause di congiura la vendetta
contro oltraggi subiti, il risentimento contro cattivi trattamenti, la paura, il
disprezzo, l'ambizione volgare, il desiderio di gloria.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 27

mente sottolineato dai commentatori - è non meno forte, e forse


ancora più concreto nel lungo capitolo ο piccolo trattato che dir si
voglia sulle congiure. «È tanta la maestà e la riverenza che si tira
dietro la presenza d'uno principe - scrive Machiavelli a proposito
delle ragioni che possono far 'mancar l'animo' ai congiurati al
momento di passare all'atto - ch'egli è facil cosa ο che mitighi ο che
gli sbigottisca uno esecutore. » E dopo aver evocato l'esempio plutar-
chiano di Mario catturato dai Minturnesi, la cui presenza incute al
servo incaricato di ammazzarlo tanto rispetto e timore da togliergli
la forza di farlo, aggiunge : «E se questa potenza è in un uomo
legato e prigione, ed affogato nella mala fortuna, quanto si può
tenere che la sia maggiore in uno principe sciolto, con la maestà
degli ornamenti della pompa e della comitiva sua!»56. Accostare i
due passi può essere utile non solo a provare ulteriormente la
continuità tra il Principe ed i Discorsi su cui diversi studiosi hanno
insistito; ma anche a chiarire in quale modo consapevole ed attento
Machiavelli, anche nel momento 'repubblicano' del suo commento a
Tito Livio, guardasse ai processi che stavano trasformando, sotto i
suoi occhi, la Firenze medicea, entro il quadro complessivo
dell'Italia dei principati. Fino a cogliere con fuggevole tratto di penna
anche l'importanza del cerimoniale e della corte, della nuova
simbologia di un nuovo potere.

3. Nuovi strumenti di indagine consentono oggi di affrontare


l'analisi del lessico machiavelliano con rigore quantitativo,
limitatamente almeno ai testi più importanti57. Non intendo ora procedere
ad una indagine esauriente di questo genere, che esorbiterebbe dalle
mie competenze specifiche. Ma può essere utile osservare che il
termine 'congiura/congiure' ricorre 61 volte nei Discorsi, 48 delle quali
sono nel sesto capitolo del III libro ed è accompagnato da 35
ricorrenze di voci del verbo 'congiurare' e da 32 ricorrenze del sostantivo
'congiurato/congiurati', delle quali rispettivamente 22 e 13 si trovano
nel capitolo in questione. Nel resto dei Discorsi di congiura/congiure
si parla solo altre 13 volte, e ci è già capitato di ricordare i non
numerosi contesti in cui ciò avviene in modo significativo; spesso, in
altri casi, si tratta semplicemente di rinvii al capitolo indicato. Nel
Principe il termine (nella grafìa 'coniura/coniure') ricorre 5 volte nel
capitolo XLX, insieme a (3
'coniurante/coniuranti' voci
volte).
del verbo
Non compare
'coniurare'
in (5
nessun
ricorrenze)
altro capi-
ed a

56 Ibid., ΙΠ. 6.14. Il passo relativo a Mario è tratto da Plutarco.


57 Cfr. Liz - Letteratura Italiana Zanichelli - CD ROM dei testi della letteratura
italiana, Bologna, 1993. 1 testi di Machiavelli presi in considerazione, oltre ad
alcuni scritti letterari che per noi hanno scarsa rilevanza, sono i Discorsi, il
Prìncipe, la Vita di Castruccio Castracani, L'Arte della Guerra, le Istorie fiorentine.
28 ELENA FASANO GUARINI

tolo, neppure nel VII, che riguarda la vicenda di Cesare Borgia, né in


quello successivo, dedicato a coloro che pervengono al principato
per scelera, dove pure intrighi e macchinazioni segrete hanno largo
spazio. Qui Machiavelli parla invece, una volta, di 'cospirazione',
termine a lui peraltro assai meno familiare, chiedendosi come mai i
cittadini non abbiano mai 'cospirato' contro Agatocle, pur
macchiatosi di innumerevoli crudeltà e delitti. Sono 27 le ricorrenze di
'congiura/congiure', 30 quelle di 'congiurati', 6 le voci del verbo
congiurare nelle Istorìe fiorentine, dove i racconti di congiure, come si
vedrà, sono in effetti molti e lunghi, tesi e appassionati. Raramente
il termine compare altrove : una volta nell'Arie della Guerra, quattro
nella Vita di Castruccio Castracani.
Si spiega, questa frequenza irregolare, con la semplice assenza ο
presenza del tema della congiura? In parte naturalmente sì, ma non
si tratta soltanto di questo. Di congiure e cospirazioni (complotto è
parola assai tarda in italiano, di calco francese, affatto assente dai
testi cinquecenteschi) ο di eventi che a ciò molto assomigliano
Machiavelli racconta in verità anche con altri termini : parla di
'leghe', 'sette', 'trattati', 'pratiche', 'ragionamenti', 'intelligenze',
'macchinazioni'58. Gli strumenti di analisi lessicale cui si è alluso
non ci soccorrono per le legazioni e gli scritti giovanili di
cancelleria. Ma sono questi ultimi i termini di cui, a scorrerne le lettere,
Macchiavelli pare servirsi come segretario e legato, per ragguagliare
quanto più precisamente e perspicuamente possibile i suoi destina-
tari - allora i Dieci di Guardia e Balia della Repubblica -, sugli
sfuggenti ed oscuri conflitti del mondo che va percorrendo per dovere
d'ufficio, e peraltro con grande curiosità personale : quello dei
piccoli Stati dell'Italia centrale, aspramente conteso da piccoli e grandi
feudatari ed infidi capitani di ventura e sovrastato dalla figura di
Cesare Borgia. Sono 'trattati' e 'pratiche' quelle che intessono
segretamente gli Orsini, i Vitelli e gli altri «collegati» contro il Valentino
prima di «venire allo scoperto» nella dieta della Magione59; e con

58 Nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca,


Venezia, 1612, fondata, come è noto, sulla lingua letteraria trecentesca, compaiono i
termini «congiura», «cospirazione» «macchinazione» e «trattato» nel senso di
«macchinazione»; non «pratica» né «intelligenza» nei significati in cui li
abbiamo ora trovati. Manca anche la voce «complotto», non ancora registrata neppure
da N. Tommaseo - G. Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino 1865, per la
quale le prime attestazioni fornite da S. Battaglia, Grande dizionario della lingua
italiana, Torino, ed. in corso, risalgono agli inizi del secolo XLX.
59 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, a cura di F.
Chiappelli, II, Bari, 1973, seconda legazione al Valentino (ottobre-dicembre
1502), p. 192-400 passim; ed in particolare lettere del Machiavelli ai Dieci di
Guardia e Balia del 5 ottobre, p. 193-194; del 12 ottobre, p. 201 e 218; del 27
ottobre, p. 245 e 248.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 29

segrete, e nel loro caso simulate, «pratiche di accordo» il Valentino


ed il papa cercano di fronteggiarli finché non sia possibile il decisivo
contrattacco. «Macchinationi» e «pratiche infino dentro Perugia»
tramano nel 1505 i Colonnesi e gli «altri suoi nimici» contro Giam-
paolo Baglioni, ponendolo in «manifesto periculo di perdere lo
stato»; ed egli contrattacca con una «intelligentia con Pandolfo,
lucchesi et casa Orsina et sua factione», di cui ben poco Machiavelli
riesce a sapere se non «che si praticha assai cose», in un andirivieni
notturno di cavallari ed in un annodarsi di segreti incontri dei capi
«sott'ombra di caccia»60. 'Trattato' è l'azione (poi nei Discorsi, si
noti, chiamata 'congiura') segretamente concertata tra forze interne
alla città e nemici esterni, in primo luogo l'odiato e temuto Vitel-
lozzo Vitelli, che porta nel 1501 Arezzo a ribellarsi a Firenze61;
'trattato'
quella, anch'essa poi altrove chiamata 'congiura', che nel 1502
consente al duca di Urbino di insignorirsi della Rocca di San Leo
con la connivenza di alcuni suoi abitanti e contadini62.
Possiamo riconoscere in questa terminologia il segno di quella
«tradizione del toscano 'pratico' che si radica e fiorisce nella civiltà
comunale» nella quale si è vista «una delle componenti del
linguaggio machiavelliano», accanto alla «tradizione latineggiante
fecondata dagli umanisti»63. In effetti la stessa terminologia,
predominante nelle cronache · e storie trecentesche, compare anche in
molti scritti di autori contemporanei del Machiavelli, dei quali
alcuni sono legati alla pratica politica non meno delle lettere di
legazione, ο costituiscono semplici e quasi private registrazione di
eventi, estranee ai codici retorici propri dell'umanesimo
repubblicano; ma altri hanno ambizioni storiografiche ο letterarie. Di
«rumori con assai pratiche», di «pratiche e ragionamenti» scrive ad
esempio nel suo Diario Biagio Buonaccorsi, del Machiavelli
collaboratore ed amico, a proposito dei piani orditi dentro e fuori dalla città
tra il 1501 ed il 1502 per «rimettere de' Medici in Firenze ο ridurre lo
stato in pochi ο nettarlo di qualche cattiva herba, che così si usava
dire». 'Trattato' ο 'congiura' è indifferentemente definito anche nelle

60 Legazioni. Commissarii, IV, Bari, 1985, p. 78-79 e 82, lettera del


Machiavelli ai Dieci, 11 aprile 1505.
61 Legazioni. Commissarie, II cit., lettera del Machiavelli ai Dieci, 23 giugno
1501, p. 121.
62 Legazioni. Commissarie, Π cit., lettera del Machiavelli ai Dieci, 7 ottobre
1502, p. 198. Machiavelli chiama «congiurati» gli urbinati che organizzano
l'occupazione della Rocca di San Leo in // modo che tenne il duca Valentino per ama-
zar Vitellozzo, Oliverotto da Fermo, il signor Paolo e il duca di Gravina Orsini in Se-
nigaglia, cfr. N. Machiavelli, Opere complete a cura di S. Bertelli, Π, Verona,
1979, p. 365-374.
63 F. Chiappelli, Nuovi studi, p. 7. Cfr. anche Id., Studi, p. 9.
30 ELENA FASANO GUARINI

sue pagine quello che conduce alla ribellione aretina64. La stessa


esplicita sinonimia ricorre nei Ricordi coevi di Bartolomeo
Cerretani, a proposito della vasta trama («più che 200 persone») scoperta
nel 1503 a Siena «contra al tiranno Pandolfo Petruci»,
sanguinosamente repressa a furia di decapitazioni65. Tenevano 'pratiche',
secondo Piero di Marco Parenti, anche i Pazzi e gli altri 'congiurati'
(di nuovo i due termini sono affiancati) che nel 1478 tramavano
contro Lorenzo e Giuliano de' Medici66. A termini come 'trattati' e
'pratiche', 'leghe', 'disegni' ed 'intelligenze' - che possono essere
'semplici', miranti ad esempio ad indirizzare e condizionare la
distribuzione delle cariche, ma anche, in altri casi, «più tosto (aver)
natura di mutazione di stato» e dar luogo a «tumulto» - ricorre
anche Francesco Guicciardini, per raccontare prima la storia della
Firenze medicea nel Quattrocento, poi quella d'Italia nel periodo
delle guerre franco-spagnole67. E sembra preferirli a quelli di
'congiurazione' e 'cospirazione', scarsamente presenti nelle sue opere, a
quanto ci consentono di sapere i soliti strumenti di indagine
lessicale68 : quasi che la loro stessa maggiore precisione concettuale lo
inducesse a considerare questi ultimi meno adeguati a definire
eventi intricati e sfuggenti, ed a coglierne, come egli intendeva fare,
le peculiarità e le ambiguità, al di fuori di ogni formalizzazione
troppo assoluta.

64 B. Buonaccorsi, Diario de' successi più importanti seguiti in Italia et


particolarmente in Fiorenza dall'anno 1498 in fino all'anno 1512, Fiorenza, 1568, p. 42,
55, 58, 61 e passim. Sul Buonaccorsi cfr. D. Fachard, Biagio Buonaccorsi,
Bologna, 1976.
65 B. Cerretani, Ricordi, a cura di G. Berti, Firenze, 1993, p. 69. Cfr. anche
p. 11, dove si parla dei «tractati» contro il Baglioni. È invece decisamente
«congiura» quella promossa nel 1513 da Pietro Paolo Boscoli e Agostino di Luca
Capponi contro Giuliano de' Medici (p. 299), per la quale cfr. anche Id., Dialogo
della mutatione di Firenze, a cura di G. Berti, Firenze, 1993, p. 52-53.
66 Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina. 1, 1476-78, 1492-96, a cura di A.
Matucci, Firenze, 1994, p. 12-20.
67 F. Guicciardini, Storie fiorentine, ed. a cura di E. Scarano, Torino, 1991
p. 218 (donde è tratta la citazione), 157, 161, 227, 231, 265 e passim; Id., Storia
d'Italia, ed. a cura di S. Seidel Menchi, Torino, 1971, p. 248, 895, 1392.
68 L.I.Z cit., (dove il corpus guicciardiniano analizzato include solo i Ricordi
e la Storia d'Italia), oltre ai due casi dei Ricordi 19 e 20 cui ci si è già riferiti,
indica cinque sole ricorrenze di 'congiura/congiure' in Storia d'Italia, cui si
affiancano dieci ricorrenze di 'congiurazione/congiurazioni', termine di più
i'cmonmegiudriatia' derivazione
e 13 di vociclassica,
del verbo
che congiurare.
il Guicciardini
Trepreferisce;
sono infine7 ricorrenze
nella Storia
di d'Italia le
ricorrenze di 'cospirazione/cospirazioni' (II. 2.2, ed. cit. p. 144 e 147, dove però
«cospirazioni e intelligenze» mirano a «distribuire le degnità e le autorità»,
ossia le cariche pubbliche, e XIII. 2.1, ed. cit. p. 1303); due quelle di voci del verbo
cospirare.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 31

Intorno al concetto ed al termine di congiura si può dunque


ricostruire l'esistenza, nel primo Cinquecento, di una più vasta e
complessa area semantica che a quel concetto si richiama, con
significativi intrecci lessicali. Si potrebbe notare che essa coincide in
parte, se non del tutto, con quella cui attingeranno tra Cinque e
Seicento i giuristi, per definire le diverse species di congiure nel quadro
del critnen lesae majestatis69; e ciò potrebbe servire a rilevare
l'osmosi esistente tra linguaggio giuridico e linguaggio politico, al di
là delle reciproche specificità. Ma la forte istanza classificatoria
propria del primo pare affatto assente e quasi contraddetta, agli inizi
del secolo, dal secondo. Il ricorso a quell'area semantica più ampia
nel linguaggio politico comporta invece l'adozione di categorie
ancora fluide ed incerte. 'Congiura', e 'cospirazione' hanno valore
sempre negativo e sempre implicano condanna ο almeno indicano
comportamenti contrari agli ordini ed alle leggi in quanto rivolti
contro il potere costituito. Gli altri termini possono invece anche
applicarsi a forme diffuse di lotta politica, riprovate, ma in qualche
misura ordinarie, come possono essere le «intelligenze», vale a dire
le intese di parte anche a semplici fini elettorali, vietate ma sempre
risorgenti lungo il Quattrocento ed il primo Cinquecento70. Ο
possono addirittura designare istituti di governo legittimati benché
straordinari, come erano a Firenze le 'pratiche', organi consultivi
convocati dalla Signoria quando ritenuto opportuno, e luogo di
discussione e di preparazione delle decisioni al di fuori dei
consigli71. Possono infine anche designare - trattati, leghe, accordi - atti
ufficiali della diplomazia e della politica internazionale. Vi è
dunque, ancora agli inizi del Cinquecento, un lessico, del quale
sarebbe facile trovare molte attestazioni risalenti nel tempo,
comune a modi di procedere istituzionali ed extra-istituzionali,
legittimi ed occulti, pubblici e privati ο di parte, che non segna tra
gli uni e gli altri netti confini; e non indica, a maggior ragione, come
e quando dall'ambiguità delle trattative riservate e ristrette e degli

69 Cfr. M. Sbriccoli, Crìmen laesae majestatis, Milano, 1974, in particolare


p. 71 sq. e 339 sq.
70 Sulle «intelligenze» («aperte intelligenze», «mezze intelligenze»,
«intelligenze in spirito») nella storia fiorentina del Quattrocento, cfr. N. Rubinstein,
Politics and Constitution at the End of the fifteenth Century, in Italian Renaissance
Studies, ed. E. F. Jacob, Londra, 1960, p. 168 ss.
71 Ν. Rubinstein, II governo di Firenze sotto i Medici (1434-1494), Firenze,
1971 (ed. originale Oxford, 1966), passim; S. Bertelo, II potere nascosto : i Consi-
lia sapientium, in Forme e tecniche del potere neue città (secc. XTV-XVII), «Annali
della Facoltà di Scienze politiche di Perugia - a.a. 1979-80, 16 - Materiali di storia
4»; G. Guidi, Lotte, pensiero e istituzioni politiche netta Repubblica fiorentina dal
1494 al 1512. I. Tra politica e diritto pubblico, Firenze, 1992, p. 76-96.
32 ELENA FASANO GUARINI

accordi segreti si sconfini in vere e proprie attività cospirative. È un


lessico appropriato agli usi ed ai comportamenti di un mondo in cui
quei procedimenti erano ordinali, connaturati a rapporti di potere
ancora fluidi, a carattere ancora parzialmente fazionario; a forme
istituzionali incerte, proprie di Stati non pienamente consolidati. E
ben poteva servire a definire proprio quella larga fascia di trame,
caratterizzate dalla confluenza di forze interne ed esterne e poste in
atto da principi contro altri principi e città, che sfuggivano allo
schema dualistico del capitolo III.6 dei Discorsi, ma delle quali il
Machiavelli aveva fatto diretta esperienza negli anni del suo
segretariato. Fuori Firenze, nel mondo dei piccoli principi che circondava
lo Stato fiorentino, ma anche dentro le mura cittadine : qui la
minaccia dell'incombente attacco del «gran rebel» Piero de' Medici,
era stata accompagnata in effetti, come Niccolo ricorda nel
Decennale primo e più esplicitamente è detto nei pressoché coevi Estratti
di lettere di cancelleria, da oscuri e mal fondati sospetti di connivenze
interne, seguiti da sanguinose repressioni, fino a giungere alla
condanna capitale dei cittadini che da quei sospetti erano stati investiti;
una condanna génératrice di ulteriori divisioni, odii e vendette72.

72 Alla vicenda qui ricordata Machiavelli riserva in realtà solo un breve cenno
nel Decennale primo, w. 151-153, dove tuttavia egli sembra soprattutto deprecare
i traumatici esiti interni delle accuse mosse a più cittadini : «e quel condusse in
su le vostre mura/ il vostro gran rebel, onde ne nacque/ di cinque cittadini la
sepoltura» (in Opere letterarie, a cura di L. Blasucci, Milano, 1964, p. 240). Non
meno stringato, e redatto pressoché con le stesse parole, il passo relativo agli eventi
del 1497 nei più tardi Frammenti storici. Assai più ampia è invece la ricostruzione
dell'episodio in Estratto di lettere ai Dieci di Balia, pubblicato (insieme ai
Frammenti) in N. Machiavelli, Le opere, ed. Cambiagi, 1742, v. II, e quindi ed. Fanfa-
ni-Passerini-Milanesi, Firenze, 1873-77, ν. Π, sulla cui attribuzione a Machiavelli
ο ad altri membri della Cancelleria, peraltro a lui strettamente legati, come Bia-
gio Buonaccorsi, cfr. A. Gerber, Niccolo Machiavelli. Die Handschriften,
Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke im 16. und 17. Jahrhundert, Gotha, 1912, 1,
p. 13-23; G. Pieraccioni, Note su Machiavelli storico. I- Machiavelli e Giovanni di
Carlo, in Archivio storico italiano, CXLVI, 1988, p. 635-639. Qui le responsabilità
di coloro che furono accusati «come conscii e fautori del pensiero ed ordine de'
Medici di tornare in Firenze» sono esplicitamente ridotte ali' «avere ricevuto
lettere e scritto a Piero per mezzo di un frate», nonché «riso e motteggiato» sulle
prospettive dischiuse dai progetti medicei; e sono invece sottolineate le gravi
conseguenze dell'esecuzione capitale dei cinque maggiori indiziati, voluta da
Francesco Valori : «rimasene la città intenebrata e pregna di vendetta, la quale
poi si sfogò nella morte del Valori l'aprile seguente». Di altri disegni di
restaurazione medicea e delle loro connessioni internazionali il Machiavelli dovette
occuparsi, come è noto, nella sua legazione in Francia, luglio-novembre 1500. Se
grande appare nelle sue lettere, così come in quelle dei Dieci di Balia, la
preoccupazione in
'trattando' perproposito,
quanto il mai
Re di
si parla
Francia,
in quel
il Papa
contesto
ed i Veneziani
di connivenze
andavano
interneallora
ο di
congiure. Cfr. N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie cit., I, Bari, 1971, p. 335-
465.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 33

Da questo lessico Machiavelli - refrattario a qualsiasi «bifron-


tismo linguistico» ed incline invece ad integrare linguaggio classi-
cheggiante e linguaggio più familiare di tradizione comunale -73 non
si liberò mai completamente. Un po' oscurato dalle forti concettua-
lizzazioni del Principe e dei Discorsi, esso torna ad aquistare
rilevanza nella Vita di Castruccio Castracani e nelle Istorie. Qui contro le
27 ricorrenze di 'congiura/congiure', 29 sono quelle di 'pratica/
pratiche' nel significato che ci interessa : vi è chi tiene «pratiche...
contro allo Stato», chi «con i ribegli»; vi sono «nimici» che «senza
rispetto... praticavano contro»; vi sono «pratiche secrete» che
possono generare «sospetto grandissimo».74 Quattro volte si incontra
'trattato/trattati', sempre nel senso che qui ci interessa75; sei 'intelli-
genzia/intelligenzie', termine significativamente accostato a 'lega' (I,
39), a 'nascosto inganno' (V, 37), ο alla descrizione di azioni occulte,
di accordi segreti tra gruppi interni e coalizioni esterne alle città. Ma
nelle opere della maturità, dal Prìncipe alle Istorìe passando per i
Discorsi ed in particolare per il capitolo che si è appena esaminato, è
anche frequente ed anzi predominante, come si è visto, il termine di
'congiura'.
Termine 'forte' di fronte a termini 'deboli', si potrebbe dire; non
certo termine nuovo. Esso, al contrario, ha una storia lunga e
complessa. «Congiura : unione di più contro a chi domina, quasi giurare
insieme», scriveranno gli Accademici della Crusca nel loro
Vocabolario poco meno di un secolo dopo Machiavelli. Essi richiameranno
allora, sovrapponendole, le voci latine 'coniuratio, conspiratio'; ma
anche l'impiego intrecciato, nel Trecento, di 'congiura', 'giura' e
'cospirazione', citando in primo luogo la Nuova cronica di Giovanni
Villani, una delle grandi fonti delle Istorie machiavelliane76. Anche
nell'uso che ne fa Machiavelli, in effetti, 'congiura' sembra termine e
concetto bipolare. Da un lato esso, nei testi machiavelliani non
meno che in quelli degli umanisti che ne scrivono nel Quattrocento,
è carico di echi classici; dall'altro richiama pratiche e formule
proprie della tradizione comunale, e di quella che Paolo Prodi ha
recentemente definito 'società giurata'77. Se nel Principe e nei Discorsi il
confronto tra modelli e schemi concettuali propri di diverse
tradizioni politiche è oscurato dalla ricerca pragmatica di regole assolute
alla luce degli insegnamenti degli antichi, questo confronto emerge

73 F. Chiappelli, Nuovi studi e Studi, loc. cit.


74 Rispettivamente ffl 20; m 25; IV 11; VI 11; VI 3.
75 Cfr. in particolare m 28; V 31.
76 Vocabolario degli Accademici della Crusca, Ia ed., Venezia, 1612, voci
«congiura» e «cospirazione».
77 P. Prodi, // sacramento del potere, p. 161 sq.
34 ELENA FASANO GUARINI

invece con forza nella narrazione e nella riflessione delle Istorìe,


l'opera commissionata nel 1520 dai Medici al letterato ormai esperto
ed affermato, cui egli pose mano poco più tardi, nel segno di una
conciliazione non facile e tutt'altro che acritica, non esente da
scosse ma tenacemente perseguita78.

4. Non che nelle Istorie venga meno l'intento del 'virtuoso' di


ricavare dai fatti, e dunque anche dalle congiure, norme e massime
pratiche; né tanto meno scompaia la passione politica che a ciò si
accompagna. Spesso, a proposito di congiure, tornano le
considerazioni del capitolo dei Discorsi, puntualmente esemplificate dalla
materia narrativa, in parte la medesima, del resto, che in quel
capitolo era stata oggetto di riflessione 'pedagogica' e politica. Ma il
carattere dell'opera - i vincoli imposti dal genere e dalla richieste dei
commissionari, nonché le scelte compiute in questo quadro
dall'autore79, lo stesso dilatarsi della narrazione su un arco
plurisecolare di eventi - incanalano quella passione e quegli intenti
pragmatici verso la strada di un racconto e di un'analisi che, nonostante
l'insistenza sempre naturalistica e polibiana dell'autore sull'eterno
salire e scendere delle umane cose80, sono attenti al tempo ed alle
differenze, capaci in qualche misura di periodizzare. Ciò è in
qualche modo evidente già nel proemio, verosimilmente scritto in
corso d'opera, e nella scansione dei libri lì proposta. Ancor più
evidente è in alcuni dei capitoli che introducono i libri successivi. Così
nel primo capitolo del libro III si sottolinea il diverso carattere delle
vicende che dalla nascita di Firenze avevano condotto «al principio
della sua libertà» e di lì alle divisioni e conflitti tra «le parti de'
nobili e del popolo», e di quelle alla cui narrazione si da ora inizio,
«le inimicizie intra il popolo e la plebe, e gli accidenti varii che
quelle produssono». Così nel breve capitolo iniziale del libro Vili, di

78 Sulla stesura delle Istorie fiorentine in relazione al contesto politico del


tempo e sui rapporti tra il Machiavelli ed i Medici negli anni 1520-1525 cfr. M.
Marietti, Machiavel historien des Médicis, in Les écrivains et le pouvoir en Italie à
l'époque de la Renaissance, Parigi, 1974, p. 81-148. Cfr. anche C. Dionisotti,
Machiavelli storico, in Id., Machiavellerie, p. 365-409; G. Sasso, Niccolo Machiavelli,
II. La storiografia, Bologna, 1993, p. 7 sq.; E. Garin, Machiavelli tra politica e
storia, Torino, 1993.
79 G. Sasso, Niccolo Machiavelli. II. La storiografìa, loc. cit. Sugli aspetti
letterali delle Istorie, nel quadro delle opere più tarde del Machiavelli, cfr., oltre agli
studi linguistici di F. Chiappelli cit., le osservazioni di P. Trovato, Premessa a N.
Machiavelli, La vita di Castruccio Castracani da Lucca, cit.; nonché A. Matucci,
Machiavelli nella storiografìa fiorentina, p. 212-240.
80 Istorie fiorentine, V. 1
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 35

cui torneremo a parlare, si sottolinea fortemente il mutamento del


quadro politico avvenuto a Firenze con la vittoria riportata dai
Medici contro i loro nemici nel 1466 ed il decisivo consolidarsi del
loro potere e del loro regime.
Al dialogo con gli antichi si affianca e si sovrappone d'altra parte
ora quello, di assai diversa natura, ma altrettanto serrato anche
quando non sia esplicito, con gli autori per così dire moderni. E ciò
non comporta soltanto un mutamento della materia e dell'ottica del
discorso, volto non più, come Machiavelli stesso scrive, a fornire agli
«spiriti liberali», con la conoscenza delle «antiche cose», esempi di
virtù e grandezza da seguire, ma stimolo a «fuggire» e «spegnere» le
dinamiche ed i comportamenti perversi del «guasto mondo» che a
quello antico è succeduto81. Quel dialogo è in realta anche un
confronto con tradizioni storiografiche diverse, che si svolge in termini
non soltanto letterali, ma storico-politici; riguarda non soltanto il
modo di narrare, ma i contenuti, i punti di vista espressi, i metri di
giudizio adottati82. Ed esso non investe soltanto i prossimi
precursori quattrocenteschi, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini, gli
«eccellentissimi istorici» che Machiavelli assume fin dal proemio a
proprio idolo polemico per non essersi essi occupati «delle civili
discordie ed intrinseche inimicizie», salvo poi servirsi anche dei loro
scritti nel narrare conflitti e congiure83; ma in altro modo riguarda
tutte le fonti cui egli attinge, mutuandone ο alterandone lo spirito.
In materia di congiure riguarda ad esempio Dino Compagni,
Giovanni Villani e Marchionne di Coppo Stefani, Giovanni Cavalcanti e
Giovanni di Carlo, Bernardino Corio, e per altro verso Leon Battista
Alberti e il Poliziano; ο infine le Storie fiorentine di Francesco Guic-
ciardini, che, benché non pubblicate, Machiavelli verosimilmente
conobbe84. Cronache e storie comunali e vernacolari e memorie
umanistiche; opere ufficiali ed opere scritte per uso privato; storie
che nella Firenze medicea ebbero un'esistenza quasi clandestina85.

81 Ibid.
82 Cfr. in proposito soprattutto, con attenzione tuttavia prevalente
all'evoluzione del genere letterario, A. Matucci, Machiavelli netta storiografìa fiorentina e
G.M. Anselmi, Ricerche su Machiavelli storico, Pisa, 1979 e Prolegomeni al
Machiavelli storico, in Id., Le frontiere degli umanisti, Bologna, 1988.
83 Sul complesso rapporto del Machiavelli con L. Bruni, cfr. M. Cabrini, Per
una valutazione delle 'Istorie fiorentine' del Machiavelli. Note sulle fonti del II libro,
Firenze, 1985.
84 Come ha dimostrato G. Pieraccioni, Note su Machiavelli storico. IL
Machiavelli httore delle 'Storie fiorentine' di Guicciardini, in Archivio storico italiano,
CXLVn, 1989, p. 63-97.
85 Oltre a G. M. Anselmi, Ricerche sul Machiavelli storico, p. 117-155
(fondamentale ai nostri fini), cfr., sulla rilevanza dei rapporti del Machiavelli con la
storiografia vernacolare fiorentina, le osservazioni di M. Phillips, Machiavelli,
36 ELENA FASANO GUARINI

Nelle Istorie le congiure sono parte integrante della storia di


Firenze, città sempre discorde e divisa, tanto che di questa storia
costituiscono, ha scritto Nicolai Rubinstein, uno dei fili
conduttori86. Rappresentano una manifestazione ricorrente della
conflittualità disgregatrice, non incanalata nelle istituzioni, ma esterna ad
esse e tesa a sovvertirle, che, secondo Machiavelli, segna
durevolmente la vita della città, determinandone il destino. E ben
esprimono la logica profonda di scontri i cui protagonisti non sono
soltanto, come nell'antica Roma, 'nobili' e 'popolo', ma 'parti' ed
'ordini', fazioni e gruppi ottimatizi, che agiscono non «per vie
pubbliche» ma per «modi privati»87. Congiure accompagnano,
illuminandoli, anche quei processi più generali che riguardano l'intera
storia d'Italia e che costituiscono nell'opera lo sfondo quasi
invadente di quella fiorentina a partire dalla metà del Quattrocento.
Machiavelli storico non si sofferma tuttavia sugli aspetti
prevalentemente ripetitivi dei fenomeni cospirativi : pare, al contrario,
raccontarli ed analizzarli come eventi singoli, dotati di un proprio profilo.
Non sembra dunque confermata, da questo punto di vista, la tesi
sostenuta da Felix Gilbert in un saggio classico, e peraltro
vivacemente discusso, secondo il quale le Istorie esprimerebbero un
interesse predominante «in recurrent patterns and regularities and in a
demonstration of the repetitiveness of history»88. Le congiure, al
contrario, offrono un filo per seguire e scandire un racconto
dominato da un senso crescente di crisi e di declino, ma attento anche
alla diversità dei momenti storici e degli 'umori' predominanti in
una città che non fu mai, secondo Machiavelli, né interamente
repubblica né interamente principato89, e sempre oscillò tra i due
poli negativi del ciclo polibiano, la licenza e la tirannia90; un rac-

Guicciardini and the tradition of vernacular historiography in Florence, in The


American Historical Review, 84, 1979, p. 86-105.
86 N. Rubinstein, Machiavelli storico, in Annali della Scuola Normale
Superiore di Pisa, s. Ili, v. XVII, 3, 1987, p. 706.
87 N. Rubinstein, Machiavelli storico, p. 695-733; G. Sasso, Niccolo
Machiavelli, v. II, La storiografìa, p. 169 sq. Cfr. anche A. Bonadeo, Corruption, conflict
and power in the works and times of Niccolo Machiavelli, Berkeley-Los Angeles-
Londra, 1973; G. Bock, Civil discord in Machiavelli's 'Istorie fiorentine', in
Machiavelli and republicanism, p. 181-201.
88 F. Gilbert, Machiavelli's «Istorie fiorentine». An essay in interpretation, in
Studies on Machiavelli, a cura di M. P. Gilmore, Firenze, 1972, pp. 75-97. Cfr. le
osservazioni sul saggio di Gilbert di C. Dionisotti, Machiavelli storico, p. 383-
391.
89 Cfr. Discursus florentinarum rerum post mortem junioris Laurentii Medices,
in N. Machiavelli, Arte della guerra e scritti politici minori, a cura di S. Bertelli,
Milano, 1961, p. 261.
90 Istorie fiorentine, IV. 1.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 37

conto teso a cogliere - all'interno di una visione sempre critica e ten-


denzialmente pessimistica - il mutare ed il deteriorarsi delle
condizioni e dei comportamenti politici, le 'crisi' nella 'crisi'. Emergono
così, nelle Istorie, tipologie diverse di congiure, che Machiavelli
consapevolmente rappresenta ed analizza nella loro diversità,
correlandole a più generali condizioni politiche.
È già 'congiura', ο più esattamente atto denunciato ai Priori
dalla parte avversa «come una congiura contro al vivere libero» (e la
differenza non è, forse, senza rilievo) la grande «ragunata e
deliberazione» tenuta da Corso Donati e dagli altri capi neri nel 1301,
nell'intento di sollecitare l'indiretto intervento del Papa nella riforma degli
uffici fiorentini e legittimare così l'invio già avvenuto di Carlo di
Valois91. Ed è 'congiura' quella poco dopo «tenuta dai bianchi con
messer Piero Ferrante barone di Carlo, con il quale praticavano di
esser rimessi al governo»92. Sono dunque per Machiavelli 'congiure',
ο come tali possono essere considerati, gli accordi privati che
aggregano il mondo fazionario due-trecentesco e ne dominano i conflitti,
sfociando, quando questi si inaspriscano, nel 'tumulto' e nella
espulsione dalla città della parte sconfitta. Sono 'congiure' quei grandi
accordi di molti cittadini (mi si consenta una seconda
sottolineatura), nobili e popolari, sanciti da giuramento, che l'autore delle
Istorie aveva ad esempio incontrato nel racconto che Dino
Compagni fa delle accese lotte tra fazioni che contraddistinguono la
agitata storia della città tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento.
Trentadue erano stati allora i «giurati», il Compagni racconta, che si
erano raggnippati intorno al capo nero nel 130493; ed assai più
numerosi coloro che pochi anni più tardi parteciparono a quella che
in città si chiamò la sua «congiura» e fuori, anche in Toscana, la sua
«guerra»94. Congiura ο guerra tesa - scriverà Machiavelli - ad
«occupare la tirannide» della città, stando almeno alle voci allora
disseminate contro Corso «per torgli il favore popolare»95.
Simile per la vastità delle forze implicate, ma ispirata questa
volta da desiderio di libertà, oltre, peraltro, che dalla superbia delle
grandi famiglie fiorentine - nota Machiavelli, quasi sfumando le

91 Ibid., Π. 18.
91 Ibid., Π. 20.
93 D. Compagni, La cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, RR.H.SS,
nuova ed., ν. ΓΧ parte II, a cura di I. Del Lungo, Città di Castello, 1907, p. 169. Sulle
congiure cfr. anche p. 40, 207- 12 e passim.', e per il significato del termine nel
Compagni le note del Del Lungo a p. 169 e 209.
94 1. Del Lungo, Dino Compagni e /a sua cronica, 4 w., Firenze, 1879-89, 1,
parte Π, p. 596-97 (il rinvio è a D. Compagni, Cronica, Hi, 19, ed. cit. p. 209-210).
95 Istorie fiorentine, Π 22 : voce non diffìcile da diffondere a proposito del
Donati, osserva il Machiavelli, che pare tuttavia manifestare un certo scetticismo
in proposito, «perché il suo modo di vivere ogni civile misura trapassava».
38 ELENA FASANO GUARINI

rigide contrapposizioni dualistiche del capitolo dei Discorsi - è la


'congiura' organizzata nel 1340 dai Bardi e dai Frescobaldi, con la
partecipazione di «molte famiglie nobili con alcune di popolo... ai
quali la tirannide di chi governava dispiaceva»96. Congiura scoperta
(e qui torna uno dei motivi 'pedagogici' del capitolo 6 del III libro dei
Discorsi) perché troppo lungamente dilazionata; poi domata con
«parole modeste e gravi», dicono le Istorie sulla scia della Cronica di
Giovanni Villani97, dal podestà allora in carica, promotore
coraggioso e prudente della pacificazione della città, contrapposto, come
già nel testo ora citato, ai pavidi e faziosi protagonisti del
malgoverno. Ancora più ampie sono le tre congiure parallele, di «grandi,
popolani e artefici», mossi ad un tempo da interessi distinti e
contrastanti e da «cause universali», che tre anni più tardi conducono
alla rapida fine della tirannia del Duca d'Atene, aprendo, dopo quel
periodo cruciale, una effimera speranza di palingenesi cittadina.
Congiure grosse, dunque, capaci di occupare la piazza e scatenare
'tumulti' in questo caso vittoriosi, grazie alla larga base di uomini in
armi ed alle estese reti di fedeltà su cui esse possono contare;
congiure ancora pienamente comunali, cementate dal comune
giuramento di mutua difesa e di morte al duca, prestato «da tutti i capi
delle famiglie nobili e popolane» al di fuori delle poche che, insieme
alla plebe, lo avevano aiutato ad insignorirsi di Firenze, unendo le
proprie sorti alla sua98.
Altra cosa, certo, sono i «romori», «tumulti» e «furori» dei
Ciompi che trentacinque anni dopo, nel 1378, segnano la radicaliz-
zazione del conflitto sociale e lo scontro aperto tra 'popolo' e 'plebe'.
È ben vero che nel discorso eversivo, posto dall'autore in bocca ad
un anonimo capo plebeo per spiegare le motivazioni profonde e la
logica interna di quei moti si può, come è stato osservato, sentire
l'eco delle grandi invettive attribuite da Sallustio a Catilina, lontano
capo - si direbbe oggi - della madre di tutte le congiure99. Il Machia-

96 Ibid., II 32.
97 «Con savie parole e cortesi minacce», aveva scritto G. Villani, Nuova
cronica, XII 118 (ed. critica a cura di G. Porta, Parma, 1991, v. Ili, p. 235).
98 «Tutti i capi delle famiglie così nobili come popolane convennono e la
difesa loro e la morte del duca giurorono», scrive Machiavelli, Istorie, II 37. G.
Villani, Nuova cronica, XIII 17, ed. cit. ν. Ill, p. 332, descrive anche il rituale del
giuramento : «quelli del Sesto d'Oltrarno, grandi e popolani, si giurarono insieme
e baciarono in bocca».
99 U. Dotti, Niccolo Machiavelli. La fenomenologia del potere, Milano, 1979,
p. 9. Sul senso del discorso in questione cfr. tuttavia l'ampia analisi di G. Sasso,
Niccolo Machiavelli. IL La storiografìa, p. 312-330. Il discorso del Ciompo
anonimo del Machiavelli può avere qualche spunto anche nella magniloquente
confessione resa dal Ciompo Bugigatto, primo ad essere convocato davanti ai Signori e
poi sottoposto a tortura, in G. Capponi, Tumulto dei Ciompi, in D.M. Manni, Cro-
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 39

velli, restio anche in altri casi a trasformare voci e sospetti in realtà


'effettuali', qui appare del tutto estraneo all'ossessione del 'trattato',
così evidente, invece, nelle pagine di un cronista più vicino agli
eventi ed a lui noto, quale è Marchionne di Coppo Stefani100. E
tuttavia nel suo racconto anche dietro alle violente rivendicazioni ed al
sollevamento dei lavoratori della lana e del popolo minuto affiorano
trame segrete ed antiche forme di congiura; Vi sono da un lato il
complesso gioco dei grandi cittadini già esclusi dagli uffici, gli
'ammuniti', e la ambigua presenza di Salvestro de' Medici, che
Machiavelli, per la verità, rispetto alle sue fonti, in proposito ben più
esplicite, prudentemente lascia nell'ombra101. Si ripresenta dall'altro
ancora una volta l'immagine - pur spoglia, nel testo machiavelliano,
degli antichi rituali ricordati dalle sue fonti - della 'congiura'
'tumulti'
interna, del patto segreto che lega i protagonisti diretti dei
e quanti, spinti dal timore delle conseguenze delle «ruberie ed
arsioni di case» che avevano commesso ed infiammati dal discorso
dell'anonimo Ciompo, «deliberarono prendere le armi»,
impegnandosi con solenne giuramento a soccorrersi reciprocamente «quando
accadessi che alcuno di loro fusse dai magistrati oppresso»102.
Lo scenario muta bruscamente con il racconto della congiura
dei «mali contenti dentro» e degli «sbanditi fuori», organizzata per
uccidere Maso d'Albizzi e «chiamare il popolo alle armi» nel 1397, al
compiersi del processo di ricomposizione sociale e politica avviatosi
dopo la sconfitta dei Ciompi. Ora il «romore» levato dai congiurati
al grido di «popolo, arme, libertà» e «muoiano i tiranni» non trova
risposta nella pur grande moltitudine, assembratasi intorno a loro
«più per vedergli che per favorirgli». A poco giova che essi cerchino
di incitare i presenti, pur avversi al nuovo regime, a ribellarsi finche
è tempo, e non aspettare «come stupidi... che i motori della
liberazione loro fussero morti e loro nella servitù raggravati». «Ancora
che vere», queste parole non muovono «in alcuna parte la moltitu-

nichette antiche di varj scrittori del buon secolo della lingua italiana, Firenze, 1733,
p. 230 sq.
ìoo Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca fiorentina, a cura di N. Rodolico,
RR. II. SS., nuova edizione, XXX, parte I, Città di Castello, 1903, p. 799 sq.
101 La fonte principale di Machiavelli sui Ciompi è G. Capponi, Tumulto dei
Ciompi : cfr. su Salvestro de' Medici p. 219, 234 e passim.
102 N. Machiavelli, Istorie fiorentine, HI 13-14. Cfr. con G. Capponi, Tumulto
dei Ciompi, dove il rituale del patto segreto stretto «fuori porta San Piero Gattoli-
ni» tra molti dei «rubaldi e gente minuta» che avevano partecipato alle
precedenti «arsioni e ruberie» in città è evocato in termini simili a quelli già usati da G.
Villani per le congiure contro il duca d'Atene (cfr. nota 92), ma con maggior
dovizia di particolari : «quivi (essi) con grande sagramento e leghe si collegarono
insieme e baciaronsi in bocca d'essere alla morte e alla vita l'uno con l'altro... e die-
rono ordine d'andare a tutti i loro pari alle case, dove dimoravano, a dare il
sagramento e ricevere promessione» (p. 227).
40 ELENA FASANO GUARINI

dine». Ed agli improvvidi congiurati, oggetto di una facile


repressione, non resta che rendersi conto di «quanto sia pericoloso volere
fare libero uno popolo che voglia in ogni modo essere servo»103.
Diverso anche «l'accidente... di maggiore importanza» accaduto nel
1400 : il «trattato», promosso per ragioni di politica internazionale
da un principe esterno, Giangaleazzo Visconti, con fuoriusciti e
«congiurati di dentro», affinchè essi, prendendo le armi,
rovesciassero il regime albizzesco e «riformassero secondo la volontà loro la
repubblica». Anche questo, come il precedente, è un disegno fallito :
svelato anzi tempo, da uno dei nuovi adepti reclutati per allargare le
file del complotto; finito, prima di passare all'atto, con la fuga di
molti «de' consapevoli» e la cacciata degli altri, dichiarati ribelli da
una commissione di più cittadini, incaricati - in un clima in cui pare
prender forma l'idea del crimen laesae majestatis - di cercare «i
delinquenti» ed «assicurare lo Stato».
Questi racconti di congiure fallite e perseguite con più forte e
diverso rigore nel corso delle vicende che dall'instaurazione
dell'oligarchia conducono alle soglie dell'avvento del regime mediceo,
accompagnano la prima percezione di una svolta profonda, che, pur
senza annullare il perenne ondeggiamento della città tra stato
tirannico e licenzioso104, con il consolidamento di nuovi poteri politici
investe le forme complessive della vita cittadina ed al tempo stesso
gli equilibri della penisola, condizionati dalla crescente forza dei
principi. In ciò forse è la ragione dello spazio che occupano nelle
Istorie i due episodi, cui la storiografia precedente non aveva dato
altrettanto rilievo. È interessante notare come in questi casi le
pagine machiavelliane sviluppino alcuni spunti marginali offerti
dalle fonti, conferendo loro nuovo rilievo e significato. Così,
raccontando il «gravis et horrendus casus» accaduto «intra moenia» nel
1397, mentre fuori imperversa la guerra, Leonardo Bruni, da cui
Machiavelli sembra attingere in primo luogo le proprie
informazioni, si sofferma assai più di quanto egli farà sulle ragioni del
generale malcontento contro il governo cittadino. Ma dello svolgersi dei
fatti da solo un resoconto asciutto, ricordando come gli «octo
iuvenes» (tanti erano) penetrati in armi a Firenze, dopo aver
arringato la folla, «cum multitudo ad eos visendos concurreret, nulli
tarnen arma sumerent nec se illis coniungerent, abire constitue-
runt.»105 : i commenti e le ricche variazioni sul tema qui adombrato

103 Istorie fiorentine, III. 27. Cfr. anche l'episodio «di maggiore importanza»
avvenuto nel 1400, che conduce al bando degli Alberti raccontato ibid., III. 28.
Per le fonti del Machiavelli, cfr. G.M. Anselmi, Ricerche, p. 117.
104 Ancora evocato in IV. 1.
105 L. Bruni, Historiarum fiorentini populi libri XII, a cura di E. Santini,
RR. IL SS., nuova ed., tomo XLX, parte 3, Città di Castello, 1914-1926, p. 273. De-
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 41

sono interamente machiavelliani. Così è ancora Machiavelli che, pur


sfrondando il racconto, da forma asseverativa e centralità alla voce
trasmessa dalla Cronica già attribuita al Minerbetti, ma non
esplicitamente dagli Historiarum libri del Bruni e dalla Historia fiorentina
di Piero Buoninsegni, sul ruolo svolto dal Duca di Milano
nell'organizzazione della congiura del 1400. «Furono alcuni che dissero - là
era scritto - che questo trattato di certo avea saputo e parte ordinato
il Duca de Melano...»106.
Emergono così motivi destinati a ripresentarsi, con evidenza e
forza maggiore, nel seguito delle Historie. Il modello della congiura
di molti, per tornare alle sottolineature già introdotte nel testo,
disgregatrice perché risultato e causa di divisione, ma radicata nel
gioco delle forze sociali e dei grandi fronti fazionari, e perciò capace
di ingrossarsi, diventar 'tumulto', ed in taluni casi di imporsi
vittoriosamente, nel corso del Quattrocento, sembra, sia pur lentamente,
cedere il passo ad un modello diverso. Non a torto chi abbia
concentrato la propria attenzione, oltre che sul capitolo dei Discorsi, sulla
sola analisi, nelle Istorie, dei drammatici episodi della seconda metà
del secolo, ha potuto affermare che, se Machiavelli e Guicciardini
sono assai più attenti degli storici che li hanno preceduti alle
connessioni interstatali, nei loro scritti «la congiura resta un
avvenimento che si svolge tutto nell'elite politica : il problema dei legami
con gli strati della popolazione quasi non si pone»107. Nelle Istorie,
tuttavia, questo non è, a ben guardare, un tratto attribuito alle
congiure in generale, bensì un tratto peculiare attribuito a quelle
quattrocentesche : congiure per lo più ristrette, tenute a restare quanto
più a lungo possibile tali, affidate al segreto; e sempre, quando si
manifestino, facili ad essere represse perché isolate; perché incapaci
di espandersi e di tradursi in azione decisa e possente. Non vi sono
più, nel Quattrocento, congiure vincenti; e per questa ragione nella
sua ultima grande opera, Machiavelli pare aver maturato verso

riva dal Bruni il resoconto dello «spiacevole caso» degli «otto giovani sbanditi»
di P. Buoninsegni, Historia fiorentina, Firenze, 1581, p. 742-44, dove però manca
lo spunto bruniano sviluppato dal Machiavelli. Tace sull'episodio la Cronica
volgare di anonimo fiorentino dall'anno 1385 al 1409 già attribuita a Piero di
Giovanni Minerbetti, a cura di E. Belloni, RR. IL SS., nuova ed., XXVII, parte 2, Città di
Castello, 1915-1918. Tace pure G. Dati, Istoria di Firenze dall'anno 1380 all'anno
1405, Firenze, 1735.
106 Cronica volgare, p. 254. La Cronica racconta che il duca avrebbe dato ai
congiurati «grande quantità di moneta» e inviato a Pisa «grande quantità di
gente d'arme e balestrieri» per soccorrerli. A sottolineare la pericolosità e
l'orribilità del «trattato», la Cronica poi afferma che se esso fosse riuscito Firenze
sarebbe caduta sotto Milano e si sarebbe verificato «lo sterminio della città di
Firenze e 1 guastamente e Ί disfacimento di tutto il paese di Toscana».
107 A. La Penna, Brevi note sul tema della congiura netta storiografia moderna,
in Id., Sallustio e la «rivoluzione romana», Milano, 1968, p. 435.
42 ELENA FASANO GUARINI

simili forme di lotta, alimentate, oltre che da ragioni pur sempre


politiche, da stereotipi classici, un distacco ben più netto ed
esplicito che nei Decorsi.
La percezione del mutamento complessivo dell'orizzonte
politico fiorentino si accentua nel seguito delle Istorie, e non può essere
disgiunta dalla visione critica del regime mediceo, cui gli ultimi libri
danno corpo. Non è qui il caso di ridiscutere le letture che sono state
date a questo proposito del testo machiavelliano e delle sue
scansioni interne dagli studiosi, in stretta connessione con le ipotesi
formulate sui tempi della sua stesura e sul suo rapporto con gli eventi
che, tra il 1520 ed il 1525, modificarono, insieme al quadro politico,
le aspettative del Machiavelli ed il suo giudizio, politico e storico, sui
Medici108. Tra quegli eventi, certo, fu anche una congiura, pure essa
fallita : quella già ricordata del 1522, cui Niccolo restò estraneo, ma
che segnò il distacco dal nuovo regime e l'emarginazione, con le
condanne e gli esili, di ambienti a lui profondamente legati. Sarebbe
tuttavia semplicistico istituire un collegamento diretto tra questo
singolo accadimento ed il rilievo assunto negli ultimi libri delle
Istorie dai grandi e ripetuti episodi cospirativi che segnano la storia
fiorentina ed italiana nella seconda metà del Quattrocento109. Vale
invece la pena di soffermarsi ancora sul modo in cui questi episodi
sono rappresentati e valutati, e di risalire di qui ai caratteri attribuiti
dall'autore alla vita politica del suo tempo, ο di tempi a lui vicini,
che egli sentiva ancora come suoi. Senza dimenticare che, se delle
congiure più recenti - come quella dei Pazzi - Machiavelli poteva
avere, oltre ad informazioni tratte dagli archivi110, memoria
personale ο trasmessa da tradizioni orali ben vive, anche queste erano già
state oggetto di narrazione storica e, più delle precedenti, di valuta-
zioni divergenti. Su questi racconti Machiavelli operò in primo
luogo, compiendo scelte significative, ed aprendosi la strada di una
valutazione politica, tra le condanne moralistiche e le celebrazioni
classicheggianti.
Sono in realtà ancora grandi conflitti di 'parti' e larghi
movimenti di fronti armati di 'amici' quelli che, nella narrazione del
Machiavelli, promuovono le prime fortune medicee e poi conducono

108 M. Marietti, Machiavel historiographe, p. 115-118; Ν. Rubinstein,


Machiavelli storico, p. 712-13; G. Sasso, Niccolo Machiavelli. IL La storiografia, p. 23-
25.
109 Come pure fa nel suo bel saggio, M. Marietti, Machiavel historiographe,
p. 118. Sulla congiura del 1522, oltre a H. Hauvette, P. Villari, e oggi J. N.
Stephens,
de' Medici citati
nela1522,
n.18, acfr.
curaDocumenti
di C. Guasti,
sullaGiornale
congiurastorico
fatta contro
degli archivi
il cardinale
toscani,
Giulio
III,
1859 e oggi G. Silvano, « Vivere civile» e governo misto a Firenze nel primo
Cinquecento, Bologna, 1985, p. 157-161.
110 Una delle fonti utilizzate per la narrazione della congiura dei Pazzi è stata
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 43

al deciso consolidamento del regime. Machiavelli in verità non parla


di congiure né di trame segrete (termini forse impropri, al suo
orecchio, quando si parli dell'instaurazione del potere dei Medici) a
proposito degli eventi che nel 1433, nella città divisa e percorsa da
«umori maligni», conducono all'urto frontale tra Rinando degli
Albizi e Cosimo de' Medici111. Non parla di «occulte sinagoghe»
foriere di timori di «pericolosi e mortali agguati», come nel suo
aspro vernacolo scriveva Giovanni Cavalcanti, lo storico a tutti
nemico, che per la ricostruzione di questi eventi fu la sua fonte
primaria112; né ricorre ad espressioni semanticamente affini che gli
siano intellettualmente e stilisticamente più congeniali. Non
considera, ovviamente, congiura il 'coup d'état' ante litteram della
Signoria, ispirato dall'Albizzi, che porta alla cacciata del Medici.
Non usa questi termini neppure quando sarebbe più logico farlo, a
proposito dell'azione armata promossa nel 1434 da Rinaldo per
impedire il richiamo di Cosimo da parte della Signoria, ora
favorevole a quest'ultimo ed incline a cedere alla pressione popolare;
un'azione a proposito della quale il Cavalcanti parlava della «congiura»
e delle «pratiche» del capo albizzesco e di coloro con cui egli «si
restrinse»113. Anche in questo caso, tuttavia, di fronte ad eventi che
esorbitano, ai suoi occhi, dal quadro delle attività cospirative in
senso stretto, ed esprimono le logiche più ampie delle lotte tra le
fazioni - sia pure ora tra fazioni tutte interne al ceto dominante -
interessa al Machiavelli riflettere sul fallimento dell'impresa. Da un
lato egli analizza le cause di questo fallimento : le esitazioni e le
divisioni dei partecipanti, il decisivo intervento del papa Eugenio IV,
anch'esso tipico dei tempi nuovi e dell'intreccio, ora determinante,
tra conflitti interni e condizionamenti, spinte, interessi che vengono
da fuori. Dall'altro ne rileva le drammatiche conseguenze : il
definitivo trionfo di Cosimo e del suo casato, con il suo seguito di
sanguinose proscrizioni e di favori agli 'amici'114; l'irrimediabile sconfitta di

la cosiddetta confessione di Giambattista Montesecco, allora inedita, poi


pubblicata in G. Capponi, Storia detta repubblica di Firenze, Firenze, 1875. Cfr. inoltre
Congiura de' Pazzi notata di propria mono da Filippo di Matteo Strozzi, quale si
trovò presente, in L. Strozzi, Vita di Filippo Strozzi il vecchio scritta da Lorenzo
Strozzi suo figlio a cura di G. Bini e P. Bigazzi, Firenze, 1851, p. 55.
111 Istorie fiorentine, IV 26-33.
112 G. Cavalcanti, Istorie fiorentine, a cura di F. Polidori, Firenze, 1838, I,
p. 385. Dello stesso cfr. Nuova opera (chronique florentine inédite du XVe siècle), a
cura di A. Monti, Parigi, 1989. Sul Cavalcanti cfr. M.T. Grendler, The «Trattato
politico-morale» di Giovanni Cavalcanti (1381-1451) , introduzione, Ginevra, 1973.
113 Ibid., p. 565 : «...messer Rinaldo... con messer Palla e con Niccolo Barba-
doro ed altri si ristrinse.... Devi tu, lettore, immaginare che molti furono quelli
che in sì fatta congiura intervenissero... Insieme praticavano per trovare insieme
dove fusse la loro difesa».
114 Istorie fiorentine, V 4.
44 ELENA FASANO GUARINI

Rinaldo, nobile cittadino che poco stimava «vivere in una città dove
possino meno le leggi che gli uomini»115, costretto a diventare esule
inquieto ed a perseguire inutili sogni di ritorno, con l'appoggio
esterno dei nemici di Firenze; la perdurante divisione della città.
Di 'congiura' e di 'congiurati' (e di 'pratiche', accordi,
'convenzioni') le Istorie invece parlano a proposito delle complesse vicende
che, nel 1466, condussero al pronunciamento contro Piero de'
Medici, nuovo momento nodale nell'evoluzione del regime, che esse
ricostruiscono sulla base dei Libri de temporibus suis di Giovanni di
Carlo, altro storico antimediceo, non tenero, tuttavia, nel giudicare
quell'azione, «pernitiosissima... res civitati»116. Congiura ambigua,
inizialmente ispirata, secondo il lungo e particolareggiato racconto
del Di Carlo, a cui Machiavelli da credito, dall'ambizioso, potente e
subdolo Dietisalvi Neroni, uomo di fiducia già di Cosimo e poi del
figlio, uno di coloro, dunque - potremmo dire con le parole dei
Discorsi - che avevano «l'entrata facile» presso il Signore e ne
avevano goduto e godevano i favori. Fu costui che, dopo aver suscitato
con i propri malintenzionati consigli lo sfavore popolare e
mercantile contro l'erede mediceo, «si restrinse», scrive Machiavelli, con
altri 'grandi', Luca Pitti, Agnolo Acciaiuoli e Niccolo Soderini,
nell'intento di «tórre a Piero la reputazione e lo stato». Se
nell'impetuoso Niccolo Soderini, il desiderio «che la città più liberamente
vivesse e che secondo la voglia de' magistrati si governasse»117 era
reale, dagli altri esso era assunto a pretestuosa bandiera, e
confluivano nella congiura «umori» assai diversi : ambizioni, interessi e
risentimenti privati. Non è, tuttavia, l'ambigua natura dei moventi la
ragione primaria del giudizio negativo implicito nel racconto

115 Ibid., TV 33 (discorso attribuito a Rinaldo degli Albizi.). Per le successive


vicende di Rinaldo degli Albizzi, cfr. V 8, 27, 32. Un giudizio finale sull'Albizzi,
«uomo veramente in ogni fortuna onorato; ma più ancora stato sarebbe, se la
natura lo avesse in una città unita fatto nascere, perché molte sue qualità in una
città divisa lo offesono che in una unita lo arebbono premiato», è in V 34.
116 Ibid., VII, 10-20. Machiavelli usa in particolare il termine 'congiurati' nel
cap. 13. I Libri de temporibus suis di Giovanni di Carlo, tuttora inediti, ebbero a
Firenze agli inizi del Cinquecento circolazione quasi clandestina. Ma furono noti
a Machiavelli, che li riassunse parzialmente nei cosiddetti Estratti di lettere dei
Dieci di Balia, con una serie di appunti probabilmente risalenti al 1505, poi
utilizzati nelle Istorie. Cfr. la puntuale analisi di G. Pieracciont, Note su Machiavelli
storico. I. Machiavelli e Giovanni di Carlo, nonché R. Hatfield, A source for Ma-
chiavelli's account of the regime of Piero de' Medici, in Studies on Machiavelli,
p. 317-333 e G.M. Anselmi, Fonti e problemi degli ultimi due libri delle «Istorie
fiorentine», in Studi e problemi di critica testuale, XVII, 1978, p. 63-76. Ho potuto
consultare i Libri de temporibus suis (secondo e terzo libro) nella trascrizione di
Gaia Pieraccioni, che ringrazio. Su Giovanni di Carlo cfr. S. Camporeale,
Giovanni di Carlo e le 'Vitae fratrum S.M. Novellae' : Umanesimo e crisi religiosa, in
Memorie domenicane, n.s., 12, 1981, p. 14-268.
117 Istorie fiorentine, VII 11.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 45

machiavelliano, bensì la divaricazione implicita delle spinte che ne


provenivano : pura illusione, quella dei congiurati, di «avere la
vittoria in mano, perché la maggior parte de' cittadini, ingannati da
quel nome della libertà che costoro per adonestare la loro impresa
avevono preso per insegna, gli seguivano»118. Ancora ampio, in
questo caso, il fronte degli oppositori e di coloro che, pur facili a
cambiar parere, avevano «sottoscritto» contro Piero, se questi, al
sentire «le pratiche tenute da' suoi nimici» ed al ricevere «la listra
de'
congiurati e de' soscritti... sbigottissi vedendo il numero e la
qualità dei cittadini che gli erano contro»119. Fitte «le convenzioni
notturne, le soscrizioni, le pratiche di torgli la città e la vita»,
contrastate dagli 'amici' dei Medici con strumenti anch'essi di parte, le
proprie 'compagnie' ed adunanze segrete. Eppure nel fronte dei
congiurati erano insiti fattori insuperabili di fragilità e divisione.
Inevitabili le discussioni sulle strade da seguire, le esitazioni perniciose;
l'incapacità di mobilitazione e la rinuncia finale allo scontro aperto,
allorché Piero, passando al contrattacco, si presentò infine in città
con un proprio seguito di armati; la scelta tardiva e vana, da parte di
molti, della strada degli accordi personali con il suo regime. Anche
questa vicenda si conclude con il rafforzamento e l'irrigidimento del
regime. Ed attraverso i contrasti che si manifestano tra i
componenti del fronte antimediceo, e tra questi e chi, pur ad essi vicino,
non ne condivide lo spirito sedizioso e resta schierato a fianco dei
Medici - in primo luogo tra Niccolo Soderini, il puro alfiere della
legalità repubblicana, e suo fratello Tommaso, uno dei rari profeti di
pace nella lunga storia della città lacerata120 - la congiura sembra
porre in discussione se stessa, denunciare la propria sterilità come
strumento di lotta politica.
Questa valutazione critica, fondata su presupposti non etici ma
politici, è ancora più netta e più esplicita nei confronti delle altre
congiure poste in atto nella seconda metà del secolo non solo a
Firenze, ma negli altri stati italiani : congiure in più casi ispirate a
modelli antichi, dal cui uso improprio e velleitario Machiavelli
sembra pure prendere distanza; quelle congiure che Jacob Burck-
hardt, sulla base delle rappresentazioni che ne sono state date dai
contemporanei, ha considerato come ideal-tipiche della civiltà del
Rinascimento. Machiavelli non contesta, si badi, la nobiltà degli
intenti di chi cospira contro il tiranno. Nobile di spirito, oltre che di
origine, è Stefano Porcari, «cittadino romano, per sangue e per dot-

mIbid.
119 Ibid., Vìi 13
120 Sul contrasto tra Niccolo e Tommaso Soderini ed il suo significato
politico, cfr. C. Dionisotti, Machiavellerie, p. 398-99; G. Sasso, Niccolo Machiavelli. IL
La storiografìa, p. 448 sq.
46 ELENA FASANO GUARINI

trina, ma molto più per eccellenza d'animo, nobile». Nobile


l'impresa che egli si propone «secondo il costume degli uomini che
appetiscono gloria» e perciò intendono fare cose degne di essere
ricordate : quella - i cui fini il Machiavelli non era certo alieno dal
condividere - di «trarre la patria sua delle mani de' prelati e ridurla
nello antico vivere». L'autore delle Istorie è dunque lontanissimo
dalla cupa tavolozza usata da Leon Battista Alberti per
rappresentare il «facinus... quo a vetere hominum memoria in hanc usque
diem neque periculo horribilius neque audacia detestabilius neque
crudelitate tetrius a quoquam perditissimo uspiam excogitatum sit»
ed il terrore con cui fu esso fu vissuto nella Roma dell'ottimo papa
Niccolo121. Ma il suo rapido schizzo del personaggio non è neppure
vicino, a ben guardare, al ritratto dell'«huomo da bene amatore
dello bene et libertà di Roma» tracciato dallinfessura, testimone
simpatetico della sua impresa e della sua morte122. E se riprende il tono
delle sobrie note del Platina - egli stesso già partecipe di ideali
repubblicani e sospettato di attività cospirative antipontificie - sul
«vir... in dicendo materna lingua eloquentissimus, multa liberandae
patriae indicia prae se ferens»; ma «maioris animi quam potentiae»,
non lo fa senza accentuarne lo spunto velatamente critico123. È
ancora una volta il confronto tra le premesse ideali ed i risultati
effettivi a guidare il giudizio del Machiavelli, e a indurlo a scrivere
che, se «veramente puote essere da qualcuno la costui intenzione
lodata... da ciascuno sarà sempre il giudicio biasimato, perché
simili imprese, se le hanno in sé nel pensarle alcuna ombra di gloria,
hanno nello essequirle quasi sempre certissimo danno»124.
Anche gli intenti dei tre giovani cortigiani, già evocati nel
capitolo dei Discorsi125, che nel 1476 uccidono Galeazzo Sforza, principe
«libidinoso e crudele», appaiono purissimi al Machiavelli. Egli è
lettore attento del racconto preciso ed equilibrato, per quanto alieno
dall'illustrare le radici sociali e politiche della congiura, di
Bernardino Corio, a sua volta uomo di corte ma non storico cortigiano, e
del testo, là incluso, della confessione resa da uno dei congiurati,
Girolamo Olgiati. Ma anche in questo caso la rappresentazione
machiavelliana va al di là della fonte nell'attribuire all'impresa una

121 L.B. Alberti, De Porcaria coniuratione, RR. IL SS., XXV, Milano, 1751,
p. 309-314.
122 S. Infessura, Diario della città di Roma, nuova ed. a cura di O. Tommasi-
ni, Roma, 1890, p. 45 e 53-57. Il passo citato è a p. 54.
123 Platynae Historici, Liber de vita Christi ac omnium pontiftcum, a.a. 1-
1474, a cura di G. Gaida, RR. IL SS. nuova ed., Ili, parte 1, Città di Castello, 1913-
24, p. 329 e 336.
124 Istorie fiorentine, VI 29.
125 Discorsi, ΙΠ. 6.18.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 47

connotazione astrattamente letteraria e velleitaria126. Autentico è


l'amore dei tre giovani per le antiche virtù repubblicane ed il loro
odio per il tiranno, che Galeazzo sembra incarnare; ma questi
sentimenti sono stati instillati loro da un maestro «litterato e ambizioso»
(il che il Cono non dice), Cola Montano. A loro l'autore delle Istorie
non rimprovera le imprudenze, le avventatezze ο le esitazioni che
troppo spesso hanno fatto fallire le congiure : questa congiura era
stata «secretamente trattata e animosamente esequita», e facilmente
Galeazzo, pur allertato da segni premonitori, era caduto in chiesa
sotto i colpi oculatamente programmati. Tuttavia anche in questo
caso - tanto più esemplare perché la sua conduzione è perfetta - vi è
come una sorta di irrimediabile peccato originale : l'illusione dei
giovani «qualunque volta riuscisse loro lo ammazzarlo, di essere
non solamente da molti de' nobili, ma da tutto il popolo seguiti»; la
loro mal fondata speranza di sollevare la «plebe» e trascinare
facilmente il popolo mediante la promessa della libertà e la più concreta
distribuzione dei beni dei «principi del governo». Affatto diversa è
in effetti la conclusione della vicenda : il «romore» e «tumulto»
della folla disorientata, scatenatasi «sanza avere alcuna certezza ο
cagione della cosa» contro gli uccisori del duca; lo scempio fatto di
due di essi sul luogo; la successiva cattura del terzo, Girolamo
Olgiati, datosi alla fuga. E a poco vale che questi, «animoso» nonché
letterato fino alla morte, impersoni coerentemente il ruolo classico
dell'eroico tirannicida, tanto da pronunciare davanti al carnefice
«queste parole in lingua latina, perché litterato era : 'Mors acerba,
fama perpetua, stabit vetus memoria facti'127. L'insegnamento,
amaramente realistico, tratto dall'episodio non è molto diverso da quello
già suggerito dagli eventi fiorentini del 1397, «quanto quel pensiero
sia vano che ci faccia confidare troppo che una moltitudine, ancora
che male contenta, ne' periculi tuoi ti seguiti ο ti accompagni»128.
Anche a proposito dell'ultima grande congiura delle Istorie,
quella dei Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici, anch'essa già
evocata nel capitolo dei Discorsi,! toni adottati dal Machiavelli non
hanno ovviamente niente a che fare con quelli usati alcuni anni

126 B. Corio, Storia di Milano, a cura di A. Molisi Guerra, II, Torino, 1978,
p. 1398-1408. Sulla congiura, vista a partire dai carteggi di Lorenzo il Magnifico,
e dunque da un osservatorio ben più privilegiato di quelli di cui disponeva il
Machiavelli, cfr. oggi R. Fubini, La crisi del ducato di Mihno nel 1477 e la riforma del
Consiglio Segreto ducale di Bona Sforza, in Id., Italia quattrocentesca, p. 107-135.
127 II Corio (Storia di Milano, p. 1408) si limita a ricordare le parole, ben più
solenni nell'assenza di commenti, che il giovane Olgiati avrebbe pronunciato in
un ultimo eroico sussulto, «alquanto resumendo lo spirito» dopo essere stato
tramortito dai primi colpi infertigli dal boia «con il ferro che mal tagliava» : «Col-
lige te, Hyeronime, stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua».
128 Istorie fiorentine, VII. 33-34.
48 ELENA FASANO GUARINI

prima dal Poliziano nel suo ricordo umanistico, decisamente


filomediceo e guidato da gusto letterario assai più che da attenzione
storica129. Là si insisteva sugli «ingentia vitia» del capo della famiglia,
Jacopo, uomo profondamente invidioso dei Medici, al tempo stesso
avaro e prodigo, gran giocatore di dadi, prossimo a perdere il
patrimonio familiare e perciò desideroso di «uno incendio sese suamque
omnem patriam concremare» : vizi e desideri impressi anche nella
sua figura, pallida ed esangue e sempre inquieta. Ci si soffermava
altrettanto sulla vanità, arroganza, empietà degli altri «principes
coniurationis», trasparenti anch'esse nel «colore sublivido» e nei
connotati fisionomici di alcuni130. Dei Pazzi il Machiavelli ricorda
invece «le ricchezze e nobilita», lo splendore, superiore a quello di
ogni altro casato fiorentino, ed insieme l'emarginazione politica di
cui erano stati oggetto sotto Lorenzo, legittimandoli pienamente
come umani seppur improvvidi protagonisti di motivati (ed in
questo caso non letterali) conflitti cittadini131. Di Jacopo non tace i
vizi del giuoco e della bestemmia, evocati anche dal Guicciardini
nelle Storie fiorentine, chiaramente presenti a Niccolo a proposito
della congiura del 1478, benché, come si è già detto, al tempo in cui
egli scrisse inedite132. Ma, così come il Guicciardini aveva, ciò
nonostante, formulato su di lui un giudizio positivo, di «uomo assai
riputato e tutto da bene, se gli fussi levato il vizio di giucare e
bestemmiare», il Machiavelli contrappone a quei vizi da «perduto uomo» le
abbondanti elemosine da lui fatte ai poveri ed ai luoghi pii. Quasi in
voluto contrasto con la tesi già espressa per la parte medicea dal
Poliziano, ricorda come, la vigilia del giorno fissato per l'impresa,
Jacopo avesse provveduto a saldare i suoi debiti e consegnare le
mercanzie in sua mano ai legittimi proprietari, «per non fare
partecipe dell'avversa sua fortuna alcuno altro»133. Tutta politica è in
effetti nelle Istorie, come nel testo guicciardiniano, e del resto già
nella lunga e paticolareggiata narrazione di Giovanni de Carlo,
anch'essa ben presente al Machiavelli134, l'ottica in cui è ricostruita la
congiura, con le sue ampie ramificazioni interstatali (il conflitto tra
il papa, il re di Napoli e Lorenzo) e le sue cause interne, vicine e
remote, connesse con la condotta dei Medici verso le grandi famiglie

129 A. Poliziano, Della congiura dei Pazzi (Coniurationis commentarium) , a


cura di A. Perosa, Padova, 1958.
130 Ibid., p. 5-18.
131 Istorie fiorentine, Vili 2.
132 F. Guicciardini, Storie fiorentine dal 1378 al 1509, a cura di R. Palmaroc-
chi, Bari, 1931, p. 30-31. Cfr. i confronti testuali fatti da G. Pieraccioni, Note su
Machiavelli storico. II. Machiavelli lettore delle 'Storie fiorentine' di F. Guicciardini,
p. 87-88.
133 Istorie fiorentine, Vili 9.
134 Liber III de temporibus suis, VI 8-9.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 49

fiorentine, se non con i loro rapporti con le varie componenti della


società cittadina135. E, al di là degli errori dei congiurati, già
richiamati nei Discorsi -136 il mutamento dei piani attuato all'ultimo
momento, il mal calcolato spostamento del luogo previsto per
l'assassinio da una villa ad una chiesa - interamente politica è la loro
sconfitta. Sconfitta iniziata con la violenta reazione dei presenti
all'uccisione di Giuliano ed al ferimento di Lorenzo; proseguita con
il deciso contrattacco dei cittadini contro il tentativo dei congiurati
di impadronirsi del Palazzo della Signoria; pienamente consumata
con la drammatica uscita finale a cavallo di Jacopo de' Pazzi,
pronto, «ancora che vecchio e in simili tumulti non pratico», a fare
«ultima esperienza della fortuna loro», occupando la piazza con il
suo seguito armato e «chiamando in suo aiuto il popolo e la libertà»;
suggellata infine dal silenzio e dal vuoto in cui quell'invito cade.
Essendo il popolo «dalla fortuna e liberalità de' Medici fatto sordo»
e la libertà a Firenze sconosciuta, «non gli fu risposto da alcuno»137.
E come era già avvenuto nel 1466, alla sconfitta segue una
repressione durissima, ora ancora più spietata per l'ampia partecipazione
popolare; l'annientamento dei Pazzi; il consolidamento e
l'allargamento, ora ancora più definitivo, del potere mediceo138.

5. Sul tema generale proposto attraverso la rappresentazione di


questa lunga serie di congiure fallite, l'autore si sofferma, come è
noto, nel breve capitolo iniziale del libro Vili delle Istorie. In esso è
ricordata l'ampia trattazione dei Discorsi : se si può ora non
dilungarsi sulla «qualità delle congiure» e sulla «importanza di esse» -
scrive Machiavelli - è perché lo si è già fatto altrove. Ma traspare al
tempo stesso la consapevolezza che l'argomento potrebbe e
dovrebbe essere ripreso e meriterebbe ulteriore e approfondita
riflessione. Non solo perché la si è già trattata, ma· anche perché è
«cosa che desidera assai considerazione», materia che non si può
«con brevità passarla», conviene ora lasciarla da parte. Nel volgere
degli anni, densi di eventi, che separano i Discorsi dalle Istorie, e nel
corso della stesura di queste, l'autore aveva in effetti maturato
prospettive e valutazioni storico-politiche che, senza contraddire quelle

135 Ovviamente, anche in questo caso come in quello della precedente


congiura anti-sforzesca, ben più privilegiato è l'osservatorio costituito dal
carteggio di Lorenzo de' Medici : cfr. R. Fubini, La congiura dei Pazzi : radici politico-
sociali e ragionamenti di un fallimento, in Id., Italia quattrocentesca, p. 87-106.
136 Discorsi, VI. 3.13.
137 Istorie fiorentine, Vili 7-8.
138 Ibid., VU! 9-10.
50 ELENA FASANO GUARINI

precedentemente adottate, le sviluppavano, chiarendole in parte ed


in parte modificandole. A ciò era servita l'esperienza stessa della
stesura delle Istorie.
Tra il sesto capitolo del III libro dei Discorsi, da cui si è preso
l'avvio ed a cui si può ora tornare per alcune brevissime
osservazioni conclusive, ed il primo del libro Vili delle Istorie, e più
generalmente tra il modo in cui nelle due opere si parla delle congiure,
vi sono in effetti assonanze e dissonanze che meritano di essere
sottolineate. Se si legge il capitolo dei Discorsi alla luce delle
Istorie, acquista evidenza un aspetto che ad una considerazione
isolata del testo potrebbe sfuggire : e cioè il carattere storicamente
definito delle congiure che là sono oggetto di un'analisi
apparentemente volta a stabilire regole assolute alla luce degli insegnamenti
degli antichi. Con il loro carattere elitario, di azioni promosse da
chi è vicino al principe e condotte da pochi, in un segreto tanto
più sicuro quanto più impenetrabile, esse in effetti ben
corrispondono al modello di congiura che nelle Istorie sembra affiorare
nell'Italia quattrocentesca come prodotto storico del consolidamento
del potere oligarchico ο principesco; ed a Firenze, più
concretamente, come frutto del rafforzamento del potere mediceo, cui esse
peraltro, secondo il Machiavelli, hanno fortemente contribuito. Di
questo genere di congiure egli denuncia nei Discorsi, come si è
visto, da un lato i rischi - onde non solo «i principi imparino a
guardarsi da questi pericoli», ma «i privati più timidamente vi si
mettino'
-; dall'altro l'inevitabilità, perché insopprimibile è, tra le
ragioni che le ispirano, «il desiderio di liberare la patria» che il
principe abbia occupato.
Anche nel primo capitolo del libro Vili delle Istorie, «posto in
mezzo di due congiure», quella contro Galeazzo Sforza e quella
contro Lorenzo e Giuliano de' Medici, ma tutto centrato sulle
condizioni specifiche della Firenze medicea, l'inopportunità ed anzi
vanità delle congiure è posta a contrasto con la loro inevitabilità.
Ma i rischi, legati nei Discorsi in primo luogo all'imprudenza ed
agli errori dei congiurati, ai quali il 'virtuoso' con la sua arte deve
proporre 'rimedi', nell'opera più tarda e più matura si trasformano
nella certezza politica della sconfitta. E l'inevitabilità non è più
argomentata con il riproporsi di un desiderio indomabile di
libertà contrapposto alla tirannia - parole d'ordine, queste, che sia
nella bocca di Stefano Porcari che in quella dei congiurati
antisforzeschi sembrano anzi assumere nelle Istorie un sapore
letterario, rilevato dal Machiavelli con occhio critico ben più che
ammirativo. Essa discende invece dalla concreta logica del sistema
di potere dei Medici : dal «restringersi» dello «stato tutto» nelle
loro mani e dallo smisurato estendersi della loro «autorità»; dalla
conseguente necessità, per chi non voglia sopportare con pazienza
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 51

«quel modo del vivere» ed intenda «spegnerlo», di agire «per via


di congiure e secretamente». Nella forza di quel potere, ormai
accettato dall'« universale», oltre che nella alcatorietà dell'unica via
ancora aperta a chi voglia contrastarlo, è d'altra parte la ragione
del carattere perdente di quelle forme di opposizione, destinate a
partorire «il più delle volte a chi le muova rovina, e a colui contro
al quale sono mosse, grandezza». E dalla dialettica che così si
instaura tra i nuovi signori ed i loro oppositori interni discende il
risultato ultimo delle congiure, del tutto contrastante con gli
intenti di chi le intraprende. Da essa deriva il fatto «che quasi
sempre uno principe di una città, da simili congiure assalito, se
non è come il duca di Milano ammazzato, il che rare volte
interviene, saglie in maggiore potenza»; e che spesso, spinto dal
proprio timore e dal proprio desiderio di sicurezza, dalla necessità di
colpire i propri nemici e dall'odio di ritorno che ciò genera,
«sendo buono, diventa cattivo», fino ad essere egli stesso condotto
alla rovina. «E così queste congiure - conclude l'autore -
opprimono subito chi le muove, e quello a chi le son mosse in ogni
modo con il tempo offendono».
In questa concisa analisi di una dinamica perversa il
Machiavelli della Istorie può sembrare più vicino al Guicciardini, con il
suo amaro bilancio della congiura dei Pazzi e del successivo
rafforzamento del potere di Lorenzo, che non al Machiavelli dei
Discorsi. Non solo l'antico tono 'pedagogico' sembra cedere il
passo ad una analisi più distaccata; ma nella considerazione
primaria delle conseguenze delle congiure, la logica dei Discorsi
appare parzialmente ribaltata. All'asserzione, là fatta con forza,
che, nonostante i rischi connessi con simili imprese, i principi
«non hanno... il maggiore nimico che la congiura : perché fatta
che è una congiura loro contro, ο la gli ammazza ο la gli infamia»
subentra ora la convinzione, di netta impronta guicciardiniana,
che essa possa invece rafforzarli. Né fa gran differenza che il
Machiavelli continui a contemplare la possibile «rovina» finale del
principe, proiettandola peraltro in un futuro indefinito e lontano,
mentre, con più coerente e lucido pessimismo, il Guicciardini
ipotizza come esito dei processi generati dalle discordie civili lo
sterminio della parte perdente e l'insignorimento del capo di quella
vincente - la creazione di uno «stato» ereditario ed il suo possibile
passaggio, dalle mani di «uno savio» a quelle di «uno pazzo che
poi da l'ultimo tuffo alla città»139.

139 F. Guicciardini, Storie fiorentine, p. 38.


52 ELENA FASANO GUARINI

Non si può certo parlare di un distacco del Machiavelli storico


dal mondo repubblicano fiorentino, di cui nei Discorsi egli faceva
propri, pur con qualche ambiguità, parametri e linguaggio. La
critica del sistema di potere dei Medici non è meno decisa nelle
Istorie; e non meno forti l'adesione ai valori del 'vivere civile' e
l'esortazione alla concordia cittadina. E tuttavia il punto d'arrivo
della lunga riflessione machiavelliana sulle congiure è la coscienza
non solo della loro sterilità come forma di lotta politica, ma anche
della necessità di cambiare le logiche complessive di potere e la
natura dei rapporti che le generavano. Un anno prima di por
mano al suo lavoro di storiografo, nel Discursus florentinarum
rerum scritto nel quadro delle discussioni e delle proposte
politiche stimolate dal cardinale Giulio de' Medici, allora capo liberale
ed aperto del casato a Firenze140, Machiavelli aveva espresso la
speranza, in lui non nuova, ma formulata ora nei termini di un
preciso progetto di riforma politica, che un buon principe
restaurasse i «buoni ordini» e la «maestà dello Stato», instaurando una
solida e ben equilibrata costituzione di tipo repubblicano, aperta
alle diverse componenti sociali, ai «primi» come ai «mezzani» ed
agli «ultimi»; e che non fosse più consentito l'esercizio del potere
al di fuori delle istituzioni, «in luoghi transversali» e da parte
degli «uomini privati». Sarebbero così stati preclusi anche gli
spazi offerti alle divisioni ed alle congiure. Questa speranza, la cui
realizzazione era delegata al principe, era forse irrealistica, e tale
potè apparire allo stesso Machiavelli dopo il 1522, con
l'accentuarsi degli aspetti autoritari del regime mediceo dopo
l'assunzione del cardinale Giulio al soglio pontificio : negli anni, cioè, in
cui scriveva gli ultimi libri delle Istorie e traeva l'amara lezione
delle congiure del tardo Quattrocento. Ma evocarne la forte
presenza e poi il probabile tramonto, significa illuminare l'orizzonte
entro il quale si colloca la lunga riflessione del Machiavelli
sull'universo delle trame occulte, e chiarire la sua direzione di marcia
tra il momento teorico-pragmatico dei Discorsi e l'analisi storico-
politica delle Istorie con le sue complesse valenze critiche.

140 Sulla composizione del Discursus ed il contesto in cui essa ebbe luogo cfr.
la nota introduttiva di S. Bertelli al Discursus florentinarum rerum post mortem
iunioris Laurentii Medices, in N. Machiavelli, Opere complete, II, Verona, 1979,
p. 419-424; R. von Albertini, Firenze dalla repubblica al principato, p. 20 sq.; G.
Guidi, Niccolo Machiavelli e i progetti di riforma costituzionali a Firenze nel 1522,
in Machiavellismo e antimachiavellici nel Cinquecento, Firenze, 1969, p. 252-268;
G. Silvano, Vivere civile e governo misto a Firenze, p. 93 sq. Sui rapporti con le /5-
torie cfr. M. Marietti, Machiavel historiographe, p. 107-109.
CONGIURE NELL'OPERA DI NICCOLO MACHIAVELLI 53

Quanto il senso e la direzione di questo cammino siano


apparsi chiari a coloro che poi lesserò i testi machiavelliani in
contesti affatto diversi, in cui le congiure tornarono spesso ad
intrecciarsi (come nella Francia delle guerre di religione) a
«tumulti» e furori» e che, stando almeno al numero delle edizioni
e traduzioni delle due opere141, preferirono i Discorsi alle Istorie, è
altra questione, che qui non si può in alcun modo affrontare.

Elena Fasano Guarini

141 N. Machiavelli, Opere, XI, Bibliografìa a cura di S. Bertelli e P. Innocenti.