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Jette Sandhal: «Il museo?

È un luogo
inclusivo». Ma viene attaccata
- Marco Assennato, 27.08.2019

IL CASO. All’Icom infuria la polemica per la nuova definizione ritenuta ideologica

Cosa è un museo? Nel 2007 l’Icom (Consiglio Internazionale dei Musei) – l’organizzazione, legata
all’Unesco che promuove l’attività museale a livello globale – ha adottato la seguente definizione: «Il
museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo,
aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del
suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di
studio, educazione e diletto». Nell’agosto del 2017, Jette Sandahl, direttrice del Museo di
Copenaghen, ha proposto di rivedere tale definizione per adeguarla al «linguaggio del XXI secolo»
ed è stata nominata chair di un apposito comitato, il Mdpp (Standing Commitee for Museum
definition prospects and potentials). Nell’intento di Sandahl le istituzioni museali dovrebbero aprirsi
alle crescenti “richieste di democrazia culturale”, facendo del patrimonio materiale e immateriale
accumulato una occasione di critica – e autocritica – delle politiche culturali dominanti. In tal senso,
secondo Sandahl, «la definizione di museo deve essere storicizzata, contestualizzata, denaturalizzata
e decolonizzata».

A LUGLIO di quest’anno il board dell’Icom ha approvato una nuova definizione: «I musei sono spazi
democratizzanti, inclusivi e polifonici per un dialogo critico sul passato e sul futuro. Riconoscendo e
affrontando i conflitti e le sfide del presente, conservano oggetti per conto della società,
salvaguardano diverse memorie per future generazioni, e garantiscono eguali diritti e eguale
accesso alle tradizioni per tutti i popoli. I musei sono organizzazioni non profit, lavorano in
partnership attiva con le diverse comunità per raccogliere, preservare, ricercare, interpretare e
mostrare, aumentando la comprensione del mondo e con lo scopo di contribuire alla giustizia sociale
e alla dignità umana, l’eguaglianza globale e il bene del pianeta».

Ma su questo testo si è scatenata una violentissima polemica: 25 comitati nazionali su 115 hanno
chiesto di mettere ai voti la proposta di Sandahl nel corso della riunione plenaria che si terrà il 7
settembre a Kyoto. Inaccettabile, secondo i critici, è l’idea di museo come spazio «inclusivo,
partecipativo, polifonico», mentre ideologici sarebbero i richiami alla «dignità umana, alla giustizia
sociale, all’uguaglianza e al bene del pianeta» come anche l’obiettivo di «un dialogo critico sul
passato e sul futuro».

Secondo la francese Juliette Raoul-Duval, la nuova proposta sarebbe più vicina a un «manifesto» che
alla compunta fraseologia necessaria alle istituzioni internazionali. Secondo la delegazione francese,
seguita da quella italiana, spagnola, canadese, tedesca e russa, la nuova definizione è «ideologica» e
ignora «le missioni essenziali che caratterizzano da sempre il lavoro dei musei». Nulla in comune,
insomma, tra il Louvre di Parigi e il laboratorio polifonico e democratico immaginato da Sandahl.

ESSENZIALI, per la fronda che ha sollevato la polemica, sono politiche patrimoniali incentrate
sull’accumulazione e lo scambio di opere trattate come sublimazioni della merce, finalizzate alla
buona educazione dei cittadini. Si incontrano qui il peggio del marketing neoliberale e del
conservatorismo culturale: musei come spazi di identità nazionale in frantumi, da vendere ad un
tanto al chilo sul mercato dell’intrattenimento o da usare come strumenti per l’anestetica del
pubblico pagante. Roba da fare impallidire Quatremère de Quincy il quale, nell’inventare l’idea
moderna di patrimonio, aveva avuto almeno il buon gusto di denunciare i saccheggi coloniali che
stavano alla base dei musei europei, aprendo uno squarcio sul sangue e i conflitti che macchiano il
mondo delle belle arti.
Lex mercatoria e orgoglio identitario, sembrano qui raddoppiare sul piano delle politiche culturali la
convergenza tra sovranisti e neoliberisti che avvelena il mondo. D’altra parte, non è un caso se a
smuovere le acque paludose della museologia internazionale sia stata una figura come Jette Sandahl.
Direttrice e fondatrice di due istituzioni pionieristiche come il Museo delle Donne, in Danimarca e il
Museo delle Culture del Mondo, in Svezia, Sandahl si è sempre battuta per pensare i musei come
delle piattaforme d’emancipazione e di giustizia sociale, ribadendo così la possibilità di una politica
culturale all’insegna dell’autonomia e della critica. Dovremmo esser grati a questa donna coraggiosa
che ci permette di immaginare il museo come spazio comune, in cui ciò che era oggetto di culto,
perde ogni aura e viene messo a disposizione del dibattito libero tra uguali. Uno spazio per la critica
collettiva, dunque, che riorganizzi la nostra percezione e ci aiuti a immaginare nuovi mondi possibili.

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