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Storia Moderna- Simona Mauro.

1-Il sogno dell’impero, la realtà di monarchie e repubbliche.


All’inizio del XVI secolo Carlo D’Asburgo riunisce sotto il suo potere un gran numero di possedimenti. Dal
padre Filippo il Bello, eredita i domini della casa D’Asburgo (Austria, Franca Contea e Paesi Bassi); dalla
madre Giovanna La Pazza eredita le corone di Castiglia e Aragona (Sardegna, Sicilia, Napoli e le nuove
colonie americane); inoltre nel 1519, succede al nonno Massimiliano I d’Asburgo nel titolo di imperatore del
Sacro Romano impero della Nazione germanica, dunque controlla anche indirettamente gran parte
dell’attuale Germania e la Boemia.
Si può dire che nella prima metà del Cinquecento sembra realizzarsi la cosiddetta restauratio imperii, ovvero
la rinascita dell’impero. Nella fase tarda l’impero romano era stato un impero cristiano e l’imperatore era
considerato come colui che doveva assicurarsi che si eseguisse la volontà divina. Quando l’impero romano si
dissolse, il regno dei Franchi considerò l’impero romano come un modello da imitare.
Tra l’VIII e il IX secolo, il sovrano franco Carlo Magno, con l’appoggio del papato, aveva tentato di fare
rinascere l’antica istituzione universale adattandola all’Europa Medievale: il giorno di Natale dell’800, papa
Leone III incoronò Carlo Magno, attribuendogli il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero. Nel corso
del Basso Medioevo gli imperatori tedeschi Federico I detto il Barbarossa e Federico II di Svevia si
scontrarono con il papato che si sentiva minacciato dal grande potere dell’autorità imperiale. Nonostante ciò
il sogno dell’Impero (monarchia universale che realizzasse i valori cristiani), rimase a lungo vivo e Carlo
Magno possiede teoricamente risorse economiche e forze in grado di assoggettare l’intero continente
europeo, ma alla fine dovrà riconoscere l’incapacità di superare le difficoltà legate alla complessità della
politica europea e alla complessità di tenere uniti i propri domini.
Al figlio Filippo II, Carlo Magno lascia le corone di Castiglia e Aragona, mentre al fratello Ferdinando
garantisce la successione al trono imperiale (tradizionali possedimenti asburgici e corone di Boemia e
Ungheria).  la fine dell’unità religiosa cristiana, i nuovi equilibri territoriali determinati dall’avanzata
dell’impero ottomano nel Mediterraneo, l’inizio dello sfruttamento delle Americhe e il consolidamento nel
continente europeo di forti poteri monarchici porterà al tramonto dell’idea di un unico impero romano
cristiano europeo.
Le nuove monarchie dispiegano la loro autorità su territori di ampie dimensioni. Il loro potere (grazie alla
creazione di efficaci strutture burocratiche che si occupano del controllo della vita religiosa e civile,
dell’amministrazione di giustizia, della riscossione delle tasse, di armare un esercito) si esercita in modo più
forte rispetto al passato.
Tradizionalmente i sovrani erano visti come dei severi detentori della virtù della giustizia, ma erano anche
visti come gli unici in grado di promuovere e innalzare i sudditi ai principali onori materiali e spirituali; le
principali qualità del sovrano erano equanimità e magnanimità.
Tra il Quattro e Cinquecento i sovrani aumentano le loro capacità di controllo dei vasti possedimenti
territoriali e ciò comporterà anche l’aumento della capacità di prelievo fiscale. Grazie alle maggiori entrate
sarà possibile finanziare apparati burocratici stabili e esercitare flotte sempre più potenti e pagate in maniera
continuativa.
Si manifesta, da una parte, l’inclinazione dei sovrani a liberarsi di ogni struttura di potere che minacci o
condizioni quello della corona (come per esempio i grandi feudatari, abituati ad essere quasi pari al re, o le
città autonome abituata all’autogoverno e all’indipendenza), in modo da tenere a freno le forze centripete;
dall’altra parte, la crescita del potere dei re, porta anche a porre la loro sovranità come indipendente da ogni
altro potere esterno e a considerarla come voluta direttamente da Dio  questa tendenza comporta, nel
migliore dei casi, a subordinare le strutture ecclesiastiche al controllo della corona, mentre nel peggiore dei
casi, la totale separazione dalla Chiesa di Roma.
Il rafforzamento delle monarchie si lega anche alla formazione delle identità protonazionali: l’insediamento e
la stabilizzazione di monarchie territoriali contribuisce allo sviluppo di tradizioni e costumi comuni e alla
consapevolezza delle classi dirigenti di far parte di un unico organismo politico.
Lo storico svizzero Jacob Burckhardt afferma che i processi di accentramento politico delle «nuove»
monarchie hanno le loro radici nella cultura rinascimentale.
Nel corso del Novecento, la creazione di un’entità superiore quale la monarchia, è apparsa agli storici come
il presupposto necessario per l’affermazione di un positivo e progressivo principio di tendenziale
uguaglianza dei sudditi. Recentemente, è però emerso dagli studi come la maggioranza delle esperienze
monarchiche europee della prima età moderna non sia affatto caratterizzata dall’affermazione sicura dei
principi di superamento dei particolarismi amministrativi, culturali e politici nel segno di una sempre
crescente omogeneizzazione. Al contrario, la costruzione delle nuove monarchie viene vista come un
processo molto più complesso. Lo storico inglese J. Elliott parla a questo proposito di «monarchie
composite» un agglomerato politico-territoriale, tenuto insieme dalla sola persona del sovrano e dagli
appartenenti alla sua dinastia.
La prima e più importante monarchia sulla scena europea è quella di Francia, erede del regno franco e retta
dalla monarchia dei Valois che nella lunga guerra contro l’Inghilterra – guerra dei Cent’anni 1337/1453 -
riuscì a cementare l’unità del regno nella difesa dalle pretese di dominio inglese. I sovrani sono anche molto
attenti ad attaccare ed eliminare i domini feudali autonomi, potenziali pericoli per la stabilità della corona. Il
ducato di Borgogna (comprendente la Borgogna, la Piccardia, l’Artois, la Franca Contea, il Lussemburgo, il
Brabante e la Fiandra) aveva raggiunto una grande fame europea per splendore e mecenatismo. Il re Luigi XI
di Valois, al fine di accrescere il proprio potere in Francia favorisce la disintegrazione del ducato, dopo avere
sconfitto l’ultimo duca Carlo il Temerario. In seguito Luigi XI annette anche le regioni dell’Angiò, del
Maine e della Provenza. Il suo successore, Carlo VIII, sposa Anna di Bretagna e annette anche la Bretagna.
Questo processo di aggregazione è sostenuto da un rafforzamento dell’esercito, dall’imposizione di nuove
tasse, da un crescente controllo sulla Chiesa francese e dalla creazione di un’amministrazione e dalla
riorganizzazione degli apparati giudiziari. Luigi XII d’Orléans, Francesco I ed Enrico II seguiranno la stessa
direzione, ma in un contesto internazionale molto mutato poiché avevano la necessità di limitare il potere
degli Asburgo.
In Inghilterra, in seguito alla sconfitta della Guerra dei Cent’anni, si verificano una serie di conflitti, animati
dalle due casate degli York e dei Lancaster(che si contendono il diritto alla successione del trono inglese) ,
che indeboliscono l’autonomia della corona.) Guerra delle Due Rose (1455-85).
Soltanto con Enrico VII, (1485/1509) erede dei Lancaster e marito di Anna di York, la monarchia inglese
ritrova la sua capacità di azione politica riorganizzando il sistema fiscale, istituendo un tribunale di diretta
dipendenza regia, e favorendo con una potente flotta militare, una notevole espansione commerciale e
marina.
Questa strategia sarà ripresa anche dal figlio Enrico VIII Tudor, che vorrà rendere l’Inghilterra la
protagonista dello scenario europeo e che separerà la Chiesa d’Inghilterra da quella di Roma, dando vita al
protestantesimo, con la creazione della Chiesa Anglicana.
I processi di ricomposizione politico-territoriale sotto autorità monarchiche interessano anche la penisola
iberica, divisa in quattro grandi aree: regno di Portogallo, regno di Castiglia, Regno di Navarra e la Corona di
Aragona
In Portogallo, la dinastia degli Aviz, tra il Quattro e Cinquecento, darà il via all’esplorazione, per scopi
commerciali, della costa atlantica africana creando basi lungo le coste e sviluppando una rete marittima di
scambi Europa/Africa. Gli altri stati iberici, a seguito del matrimonio di Ferdinando II d’Aragona con
Isabella di Castiglia, si uniscono mantenendo però leggi ed istituzioni distinte. Ferdinando ed Isabella (i re
cattolici) creano un potente esercito comune per condurre a termine il processo di riconquista della Castiglia
meridionale ancora sotto il dominio arabo/mussulmano. Dopo la conquista di Granada -1492- i re cattolici si
trovano a governare una popolazione composta anche da ebrei e mussulmani. Grazie alla creazione nel 1478
di uno speciale tribunale ecclesiastico – Inquisizione spagnola - riusciranno ad imporre, con la forza,
l’uniformità religiosa cristiana. Nel 1492 vengono espulsi gli ebrei, poi si cerca di convertire al cattolicesimo
la popolazione di fede mussulmana. Ciononostante rimane relativamente alta la percentuale di ebrei
convertiti e di musulmani convertiti e questa è la ragione dell’esplodere del timore per la “contaminazione”
etnica. Si giunge sino all’idea razzista della cosiddetta purezza di sangue cristiana dall’assenza di antenati di
religione ebraica e mussulmana Solo dopo l’acquisizione del regno di Navarra si incomincia a parlare di
Spagna.
La crescita delle «nuove» monarchie – Francia/Inghilterra/Spagna – avviene in un continente caratterizzato
da un minor tasso di innovazione istituzionale, una variegata galassia composta da regni, principati
indipendenti, città autonome, repubbliche, ma anche da ampi territori soggetti all’autorità del Sacro Romano
impero della nazione germanica e di quelli che fanno parte dello Stato della Chiesa.
L’universo delle organizzazioni statali appare frammentato e multiforme, una realtà sfrangiata e complessa,
un puzzle. In questo periodo la Germania, formalmente sotto la sovranità del Sacro romano impero, si
presenta come una confederazione di entità territoriali e politiche diverse: piccole città Stato affiancate da
grandi principati laici ed ecclesiastici, come il Ducato di Sassonia e l’arcivescovado di Brema.
Due le principali differenze tra l’impero e le «nuove» monarchie: - il carattere elettivo e non ereditario del
titolo imperiale (l’imperatore viene eletto), l’esistenza in tutto il territorio dell’impero di poteri autonomi,
solo formalmente soggetti all’autorità imperiale, ma in sostanza svincolati dal suo potere. Di fatto
l’imperatore è sempre più una entità formale con limitati poteri reali. Ma la forza del «nuovo» modello regio
si fa sentire anche nelle terre dell’impero. La carica imperiale da elettivo diventa quasi - ereditaria; dal 1438
l’imperatore vien eletto fra i membri di una sola dinastia: Asburgo. Massimiliano I d’Asburgo, grazie al
matrimonio con Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario, riesce ad acquisire la sovranità sulla Franca
Contea e sui Paesi Bassi.
Gli Asburgo puntano a mantenere il titolo imperiale all’interno della famiglia e ciò, unito ad una accorta
politica di alleanze matrimoniali, crea un forte blocco territoriale nell’Europa centro-orientale capace di
arginare l’impero ottomano ad oriente ed il peso politico/economico della repubblica di Venezia. Ma anche i
sovrani della Russia pretendono di essere i legittimi eredi dell’impero romano affermando che la loro
sovranità deriva dall’impero romano d’Oriente, sopravvissuto a lungo dopo la caduta dell’impero romano
d’Occidente (476 d.C.). Nel 1453, con la conquista di Costantinopoli da parte degli ottomani, anche l’impero
romano d’Oriente era scomparso e i sovrani russi ne rivendicarono l’eredità, indicando nella propria nuova
capitale, Mosca, la terza Roma.
A Costantinopoli, ribattezzata Istanbul si sono insediati sultani ottomani che governano sul mediterraneo
orientale e sui Balcani; l’impero ottomano è di fede mussulmana, ma tollera sudditi di religione diversa e
perfino culti differenti.
Nell’impero ottomano sono però presenti delle debolezze strutturali che affliggeranno sia il Sacro romano
impero sia la Russia.  difficoltà a governare grandi estensioni territoriali molto diverse al loro interno,
territori abitati da popoli di diversa radice etnica (con lingue, culture e fedi diverse).
Al di là degli imperi, la grande maggioranza dei poteri pubblici che governano le società europee sono
organizzati in regni o principati. Molti regni dell’Europa orientale e settentrionale, come la Polonia, non
presentano le caratteristiche delle nuove monarchie (no monarchia ereditaria).
Molti signori europei non possono fregiarsi del titolo di re, ma solo di principe, duca o marchese. Questi
principi esercitano lo stesso potere di un re in domini di dimensioni ridotte e in alcuni casi i territori che
formano principati o signorie raggiungono una discreta estensione di scala regionale.
In Italia vi sono una varietà di entità politiche diverse: città indipendenti che si reggono in forma di
repubbliche eredi dei liberi comuni medievali  i governanti delle repubbliche sono eletti da liste di cittadini
che comprendono solo la parte della popolazione più prestigiosa.
Le più importanti repubbliche sono: Venezia che ha costruito un ampio impero commerciale e si è espansa
territorialmente in parte del Veneto, della Lombardia e del Friuli; Firenze che aveva dato vita ad uno Stato di
dimensioni regionali. Genova che aveva creato una serie di basi commerciali sparse nel mediterraneo. Fuori
dall’Italia, in Svizzera, i cantoni – piccole repubbliche – si sono unite in una confederazione -1499 – che si
occupa essenzialmente della politica estera comune. Però la repubblica viene considerata una forma di
governo adatta solo a comunità cittadine o Stati di piccole dimensioni in quando esempio di democrazia
diretta difficilmente applicabile in governi di grandi Stati. Si considera adatta al governo dei grandi Stati, la
monarchia.
Dal 1494 al 1554, l’Italia divenne un vero e proprio campo di battaglia, in cui i contendenti sono le nuove e
vecchie monarchie europee. Questo momento è stato definito come lo sciagurato periodo del dominio
straniero, della perdita della cosiddetta “libertà d’Italia”. Le guerre d’Italia queste possono essere considerate
le prime vere guerre europee perché l’Italia non era solo una delle nazioni più colte e ricche dell’epoca, ma
era anche la sede della massima autorità spirituale del mondo cristiano: il papa. Chi avesse dominato la
penisola avrebbe di conseguenza avuto l’egemonia sull’intero continente. Alla fine del Quattrocento l’Italia
risulta divisa in numerosi stati di piccoli e medie dimensioni, incapaci di assoggettarne altri, ma capaci di
evitare di essere assorbiti dagli altri (nell’Italia settentrionale ci sono per esempio il ducato di Savoia, la
repubblica di Genova, il ducato di Milano, la repubblica di Venezia; nell’Italia centrale ci sono la signoria di
Firenze, lo Stato della Chiesa; nell’Italia meridionale, infine, vi è il Regno di Napoli).
Con la pace di Lodi (1454) i maggiori stati della penisola aveva siglato un accordo che mirava al rispetto del
principio di equilibrio, dello status quo esistente. Tutto cambia nel 1494 quando, il re di Francia, Carlo VIII,
scende in Italia, chiamato dal signore di Milano Ludovico Sforza detto il Moro, con l’intento di acquisire il
regno di Napoli che egli rivendica in quanto erede della estinta casata degli Angiò. Nel 1495 Napoli viene
occupata senza che vi sia alcuna resistenza contro il potente esercito francese, successivamente il pontefice
Alessandro VI promuove un’alleanza antifrancese che include Venezia, Milano, Imperatore, Re cattolici che
costringe Carlo VIII a ritirarsi. La spedizione francese evidenzia comunque l’instabilità e debolezza della
realtà italiana dovuti ai contrasti fra i potentati locali, ed accentuata anche dalla conflittualità creato nello
Stato della Chiesa dallo spregiudicato papa Alessandro VI il quale mira ad istituire nella Stato della Chiesa
una vera e propria dinastia a favore del figlio Cesare. L’improvvisa morte di Alessandro VI stronca le
ambizioni di Cesare A Firenze, intanto, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, il potere dei Medici viene
rovesciato da una rivolta di impronta repubblicana che faceva leva sulla predicazione di Girolamo
Savonarola. Girolamo Savonarola, predicando un ritorno allo spirito del vangelo e alla purificazione dai
peccati della Chiesa corrotta, riesce ad influenzare il governo repubblicano della città spingendola ad allearsi
con la Francia. Alessandro VI scomunica Savonarola che privo di appoggi viene condannato al rogo nel
1498. In un secondo tempo, nel 1512, le forze ispano-pontificie travolgono la repubblica fiorentina e
ristabiliscono la signoria dei Medici. Nel 1499, il nuovo re di Francia, Luigi XII, si accorda con Ferdinando
il Cattolico per spartirsi il Regno di Napoli. Tuttavia ben presto scoppia la guerra fra i due sovrani che viene
vinta dagli spagnoli. Intanto il papa Giulio II tenta di salvaguardare il potere temporale della Santa Sede
minacciato dalla repubblica di Venezia in Romagna. Egli dà vita con l’imperatore Massimiliano e
Ferdinando il Cattolico alla lega di Cambrai che infligge una pesante sconfitta alle forze veneziane, ma poi
con la cosiddetta Lega Santa costituisce una alleanza per scacciare i francesi dell’Italia. Nel 1513 Luigi XII è
costretto ad abbandonare Milano e la penisola. Nel 1515, il nuovo re francese, Francesco I, torna in Italia per
conquistare Milano e Con il trattato di Noyon, Milano viene assegnata alla Francia e Napoli alla Spagna. Nel
1521 Carlo d’Asburgo, divenuto imperatore con il nome di Carlo V, muove nuovamente guerra alla Francia
sconfiggendola nella battaglia di Pavia, 1525 e il re francese, Francesco I, rinuncia ad ogni pretesa sull’Italia
con il trattato di Madrid. A questo punto papa Clemente VII (1523/34), resosi conto che il maggiore pericolo
per i potentati italiani era costituito dagli ispano-imperiali, opera un rovesciamento delle alleanze e dà vita ad
una lega antiasburgica con Francia, Venezia, Milano, Genova e Firenze. L’esercito di Carlo V torna in Italia
e riesce ad occupare Roma e i suoi mercenari tedeschi, lanzichenecchi, saccheggiano la città eterna. L’orrore
e lo sconcerto per il sacco di Roma alimenta ansie apocalittiche e di fatto suggella l’egemonia spagnola
sull’Italia, sancita dalla Pace di Cambrai, con cui Francesco I deve riconoscere il ritorno del Ducato di
Milano al duca Francesco II Sforza, e l’assegnazione a Carlo V del regno di Napoli, delle Fiandre e
dell’Artois.
Ma il conflitto franco-asburgico per il controllo della penisola non è ancora concluso: nuove campagne
militari hanno luogo nel 1535-37 e 1542/44. Solo nel 1559 i francesi vengono definitivamente espulsi
dall’Italia che finisce sotto l’egemonia politica spagnola (il figlio e successore di Carlo V, Filippo II, sui troni
iberici governa direttamente Milano, Napoli, Sicilia e Sardegna etc.).
Nel 1530, a Bologna, con l’incoronazione da parte di Clemente VII, Carlo V, eletto imperatore nel 1519,
ottiene il decisivo riconoscimento del suo ruolo grazie alla potenza dei suoi eserciti temuti in tutta Europa. In
seguito alla morte del nonno, l’imperatore Massimiliano, Carlo aveva dovuto affrontare la competizione del
re di Francia Francesco I. Carlo riuscì a farsi nominare elargendo ai grandi elettori una somma maggiore di
quella di Francesco. Governare su territori così vasti ed eterogenei risulta un’impresa molto ardua. In Spagna
la sua ascesa (essendo figlio di Giovanni la Pazza) suscita timori e resistenze e viene contrastata sino a dar
vita ad una divisione politica che degenera in una guerra civile  le comunità urbane castigliane si
riuniscono in una confederazione, Comuneros, che mina le basi di rappresentatività dell’aristocrazia feudale
 la guerra è vinta però dai lealisti, truppe dell’aristocrazia castigliana.
A questo punto Carlo V sembra in grado di dar vita ad un impero europeo che si richiami al modello della
Roma imperiale e all’impero carolingio medioevale, ma anche segnato dalla forte impronta degli Asburgo.
Tuttavia diversi fattori minano alla base questo sogno. Il primo elemento è l’espansionismo ottomano nel
mediterraneo che grazie all’abile ed intraprendente sultano Solimano II porta le truppe mussulmane
all’assedio di Vienna 1529, e a conquistare Rodi nel 1522. Le truppe di Carlo V, pur ottenendo significative
vittorie contro gli ottomani e contro i corsari arabi loro alleati, non riescono mai a raggiungere successi
decisivi. Di fatto Solimano II non viene mai definitivamente sconfitto. Il secondo elemento sono le continue
guerre contro la Francia, il vero bastione contro cui si infrange il sogno di egemonia continentale degli
Asburgo. Il terzo elemento è la nascita a la diffusione della Riforma protestante in Germania che dà vita ad
una dura conflittualità religiosa e politica in ampi territori del suo impero. Di fronte a tale situazione Carlo V
si rende conto dell’impossibilità di realizzare nel corso della propria vita l’egemonia continentale.
Anche l’ipotesi di proseguire nel suo progetto, ovvero instaurare un ordine imperiale europeo, affidando al
proprio figlio, Filippo, unico erede, l’insieme dei propri domini, viene osteggiata da suo fratello Ferdinando
che pretende la successione. Tutto ciò porta Carlo V a credere che il mancato trionfo su tutti gli avversari sia
conseguenza della volontà divina e lo spinge a ritirarsi in uno sperduto monastero spagnolo. Col la Pace di
Augusta del 1555 viene sancita la convivenza del cattolicesimo e del luteranesimo nell’impero el regno viene
diviso fra il figlio; a Filippo II: Castiglia ed Aragona, Paesi Bassi, domini italiani; mentre al fratello
Ferdinando: Austria, Boemia ed Ungheria. E con questa divisione muore il progetto di un unico impero
europeo.

2-Ordini, ceti e forme della rappresentanza politica.


Alle soglie dell’età moderna, nell’Europa cristiana, l’universo naturale si ritiene sia preordinato e predisposto
da Dio per la salvezza dell’uomo.  anche il mondo sociale entra in un disegno divino e la società è
organizzata in tre parti che dipendono l’una dall’altra e creano un equilibrio (oratores, ovvero il clero,
bellatores, i guerrieri, e i laboratores, il resto della popolazione.) La funzione sociale più importante è
attribuita al ruolo religioso e coloro che fanno da tramite con la sfera del sacro sono i membri del clero che si
occupano di garantire all’intera comunità la benevolenza.
Gli uomini di Chiesa devono essere curati a spese della società. Il clero è nella società europea di antico
regime, ovvero il primo ordine o primo stato. Il clero (sia quello secolare che regolare), governa in prima
persone città e territori, gestisce istituzioni educative, sanitarie ed assistenziali, consiglia e guida le coscienze
di politici e sovrani, si troverà presente nelle principali nelle istituzioni politiche rappresentative dei vari ceti.
Anche i guerrieri svolgono una funzione vitale, quella di proteggere, mediante le armi, le vite ed i beni di
tutti. Come il clero, i guerrieri devono essere mantenuti ed anche ad essi vanno riservati particolari onori.
Diversamente dal clero, i guerrieri sono un gruppo sociale che si riproduce e quindi perpetua i propri beni e
privilegi. Esiste quindi una barriera, non invalicabile ma tangibile, tra loro e gli altri.
Anche la nobiltà affianca ben presto all’originale proprio ruolo militare, compiti di direzione politico-
amministrativa. Si tratta di una delega da parte del sovrano di funzioni di governo, politiche, amministrative
e giudiziarie ai vari feudatari. Tale delega finisce per diventare perpetua ed il potere del sovrano si riduce di
molto perché i vari feudi, non essendo proprietà private, si trasmettono in via ereditaria e l’eventualità di
confisca del feudo da parte del sovrano è molto remota. Si afferma nell’universo mobiliare una scala
gerarchica: principi, duchi, marchesi, conti e baroni. Di fatto l’universo nobiliare non è mai stato
completamente a disposizione del potere del re. I re possono concedere titoli o crearne dei nuovi, ma ci sono
tre fattori che limitano la pretesa regia di disegnare la scala della dignità: i vari nobili rivendicano una
discendenza comune con il re dagli antichi conquistatori barbari e questo comporta un’ideologia, ovvero, il
sovrano è solo un primus inter pares; si è tanto più nobili quanto più la discendenza è riconosciuta
universalmente ; la nobiltà nasce non soltanto dalla concessione, ma anche dall’esercizio concreto del potere
signorile e questo spesso sfugge al potere del re. L’ordine nobiliare nella società europea occidentale non è
stato un gruppo sociale chiuso ed impermeabile: nobili si nasce, ma lo si può anche diventare sia attraverso
l’esercizio di alte cariche politiche, amministrative o in campo militare, sia attraverso la ricchezza. A partire
dal XVI secolo i sovrani (per bisogni finanziari) incominciano a vendere massicciamente titoli nobiliari e
onorificenze. La nobiltà è l’insieme dei discorsi che esprimono la preminenza sociale.
Ogni città d’antico regime europea è popolata da una quantità di gruppi definiti rispetto al lavoro che
svolgono. Centrale è il ruolo sociale ed economico delle corporazioni. Non tutti i lavoratori fanno parte di
delle corporazioni, esistono artigiani che lavorano nelle aree rurali e non fanno parte di esse; vengono anche
definite arti, collegi, compagnie, corpi, matricole, scuole o università nella penisola italiana. Gli artigiani ed i
mercanti dello stesso settore produttivo si uniscono per difendere i rispettivi interessi ed impedire che
qualcuno di essi diventi troppo ricco e potente a danno degli altri. Le corporazioni vengono distinte in arti
maggiori e arti minori. Le corporazioni mirano ad acquisire anche il monopolio nei diversi ambiti
manifatturieri e commerciali controllando i rispettivi settori di attività. Dal XIV secolo si incrina il
meccanismo tradizionale di ricambio all’interno delle corporazioni con l’ingresso di nuovi membri; l’accesso
alle corporazioni diventa più rigido. La struttura interna delle associazioni è gerarchica: all’apice i maestri
che eleggono i capi della corporazione i quali fissano le regole; il rispetto delle norme può essere verificato
mediante ispezioni da parte dei maestri. Le corporazioni sono spesso affiancate da organizzazioni religiose
laiche: le confraternite, che aiutano a costruirne o a cementarne l’identità; e da società di mutuo soccorso che
gestiscono un fondo comune destinato ai momenti di bisogno dei vari membri (ciascuno dei membri versa
una quota.). Col passare degli anni le corporazioni acquistano sempre più un notevole grado di controllo
sulle attività produttive delle varie regioni europee riuscendo ad influenzare le autorità cittadine: possono
assumere la tutelare l’ordine pubblico, ma anche destabilizzare. In sostanza le corporazioni, organizzano,
distinguendola e gerarchizzandola, una parte importante dello spazio sociale dei non nobili e dei non
ecclesiastici.
Alla funzione religiosa e militare corrispondono gruppi sociali separati, con una propria gerarchia e che
fanno riferimento al potere religioso (il papa) e a quello politico (il re). Distinguere il resto degli individui
che fanno parte della società di antico regine e che non sono né membri della chiesa né nobili è più
complicato: il cosiddetto Terzo Stato si differenzia a secondo del ceto di appartenenza (un gruppo sociale
specifico, giuridicamente riconosciuto). In ordine crescente dai meno prestigiosi: artigiani (suddivisi in
corporazioni); titolari di professioni (avvocati, medici, notai); titolari di uffici pubblici; infine mercanti. Solo
attraverso l’appartenenza ad uno di questi gruppi istituzionalizzati, che gode di riconoscimento giuridico, un
individuo può avere una voce pubblica ed essere tutelato. È una società in cui la legge non è uguale per tutti,
ma è diversa a seconda dell’appartenenza ad un determinato ceto, che gode di determinati privilegi. Il clero e
la nobiltà sono considerati i grandi i ceti privilegiati per eccellenza. Vi sono vari tipi di privilegi: privilegi
giurisdizionali (attinenti alle caratteristiche, ai confini e ai limiti di estensione dell’autorità giudiziaria; vi
sono perciò tribunali speciali detti “fori” anche per soldati o membri di corporazioni), privilegi economici
(non pagare certe imposte e godere di particolari beni) I privilegi contribuiscono a determinare il rango di un
gruppo sociale, ovvero la posizione sociale in rapporto con gli altri gruppi. La conflittualità dell’antico
regime è originata dalla tendenza dei vari ceti a difendere la propria posizione e le proprie preminenze e la
conflittualità si estende anche agli individui: è evidente che, laddove la legge non è uguale per tutti, ma
diversa a seconda dei ceti, tutte le questioni di precedenza diventano cruciali. Nell’ordine nobiliare, che
coltiva l’ideologia del proprio ruolo militare, le questioni di precedenza sfociano spesso in duelli perché i
nobili si sentono obbligati a difendere il loro status, noblesse oblige: l’essere nobili, obbliga. Il linguaggio
che esprime questo sottile gioco della reputazione è il linguaggio dell’onore. Il processo di inflazione dei
ranghi nobiliari, dovuto alla vendita dei titoli da parte dei sovrani, a partire dal XVI secolo, portò ad una
distinzione tra antica e nuova nobiltà. Questa funzione di distinzione dai folti ranghi della nobiltà minore
viene svolta dagli antichi ordini militari e cavallereschi: sorti spesso nel Medioevo per combattere gli infedeli
e svolgere le funzioni connesse all’immagine del guerriero generoso e caritatevole servono per venire
incontro alla richiesta sociale di distinzione, creando una sorta di aristocrazia internazionale. I più prestigiosi
e antichi: Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (XII sec) che stabilitosi a Malta diventa Ordine di Malta;
Ordine del Toson d’oro (1430); ordini castigliani: Santiago, Calatrava, Alcántara. Nel corso del XVI e XVII
secolo tutte le monarchie europee si dotano di nuovi ordini militari e cavallereschi: Ordine di Santo Stefano
(1562); Ordine San Maurizio e Lazzaro (1572).
In questa società che pensa a sé stessa come parte di un ordine dato, immutabile in quanto divino, un
individuo partecipa alla vita politica non in quanto tale, come persona, ma in quanto parte di un ordine o
ceto. La società politica nasce perciò dalla composizione di questi corpi sociali, gerarchicamente disposti, ma
anche funzionalmente legati l’uno all’altro in modo da comporre un organismo unitario. Nelle monarchie
europee tali idee comportano la presenza di corpi rappresentativi più o meno ampi che richiamano alla
Magna Curia, l’assemblea dei rappresentanti dell’antico regno franco. In tutte le principali monarchie
europee il re è affiancato da un’assemblea dei rappresentati del regno; non è una assemblea elettiva, ma
composta da rappresentati di ciascun ordine. Il sovrano decide sulle più importanti questioni, pace e guerra,
solo dopo aver ascoltato il parere dei rappresentanti degli ordini del regno. In Inghilterra, Scozia, Napoli e
Sicilia queste assemblee si chiamano parlamenti. Il parlamento inglese è diviso in Camera dei Lord (Camera
alta) composta da nobiltà e clero e Camera dei Comuni, i rappresentanti sono abitanti delle città e terre non
infeudate. In Francia e Paesi Bassi questa assemblea, riunita molto di rado, si chiama «Stati Generali»;
questo perché è composta dai tre Stati che rappresentano i tre ordini sociali. In Castiglia questa assemblea si
chiama Cortes. Queste assemblee non sono permanenti, ma periodiche e in genere si riuniscono solo
all’occorrenza: per richieste o rimostranze dei vari rappresentanti o per approvare nuovi tributi per il re
(permanenti o temporanei). In cambio della approvazione di nuove imposte i rappresentanti chiedono al
sovrano un contraccambio. Nel farlo ci si appella a due delle principali caratteristiche della sovranità: la
munificenza (capacità del sovrano di elargire titoli, pensioni, privilegi, riconoscimenti) e la giustizia (il
sovrano è pensato come il garante ultimo dell’equità). Spesso queste procedure comportano un lavoro di
mediazione che fa sì che le sedute parlamentari si prolunghino anche per mesi. Viste queste difficoltà di
gestione il re tende a convocarle solo in caso di necessità. Durante le assemblee il sovrano usa stare seduto
sul trono per sottolineare la sua superiorità in quanto designato da Dio a governare il regno. Anche in assenza
del re, il trono rimane, vuoto, a legittimare il proprio potere superiore, che essendo legato a Dio, può
giustamente essere tramandato ai suoi successori. Di fatto il re è l’incarnazione della respublica, cioè
l’incarnazione della cosa pubblica. L’innalzamento sacrale della monarchia regnante ha lo scopo preciso di
allontanare lo spettro della monarchia elettiva, un re eletto da nobili e magnati; il sistema elettivo esisteva
solo per l’imperatore e per il papa. Il regno del sovrano viene inteso come parte di una missione affidatagli
direttamente da Dio, e la sua sovranità è ammantata da tratti soprannaturali: credenza che i re di Inghilterra e
Francia potessero guarire con un tocco della mano la scrofola; la teoria della monarchia che prevede
sdoppiamento della figura del sovrano, ad imitazione delle due nature di Cristo (la figura del re, dunque il
suo corpo fisico e mortale, e una figura spirituale, ovvero il corpo immateriale ed immortale che cinge tutto il
suo regno. Questo secondo corpo abbraccia e raccoglie, con continuità, in sé la comunità politica.)

3-La Scoperta dell’America e gli imperi coloniali.


Nel corso del XV secolo l’intensificarsi dei traffici marittimi fra i maggiori centri mercantili del tempo
(Venezia, Genova, porti Europa settentrionale) favorisce lo sviluppo di alcune città iberiche affacciate
sull’oceano atlantico: Cadice, Lisbona. Le navi genovese e veneziane, percorrendo le rotte prossime alle
coste atlantiche della penisola iberica e dalla Francia, raggiungono Londra, Bruges ed Anversa. Barcellona
diventa un importante snodo commerciale del mediterraneo. Nel corso del XIII e XIV secolo i navigatori
genovesi e catalani hanno cercato di circumnavigare l’Africa per sottrarsi ai controlli dei veneziani ed alle
tensioni politiche fra i regni mussulmani. Per tutta l’età medievale i mercanti arabi del Nord Africa
gestiscono il commercio dell’oro dalle miniere del Senegal e del Niger verso l’Europa e Mediterraneo. Tra il
1336 e 1341 due navigatori genovesi al servizio della corona portoghese scoprono le Canarie. Di rivelante
importanza sono sia lo sviluppo delle tecniche navali, per affrontare le onde dell’atlantico occorrono navi
più grosse e con un sistema di vele più complesso e non basta semplicemente utilizzare più i remi che le vele
come si verificava per solcare il Mediterraneo (vengono ora concepite navi più complesse come le caracche e
le caravelle); sia degli strumenti di navigazione, la bussola per individuare il nord e l’astrolabio per
misurare l’altezza della stella polare o del sole rispetto all’orizzonte, triangolazioni e che permettono di
stabilire la latitudine in cui si trovano i navigatori rispetto alla nave.. Anche la cartografia, partendo da
mappe rudimentali e poco attendibili, si sviluppa notevolmente: l’avvio delle esplorazioni atlantiche produce
una vera e propria domanda di rappresentazioni efficaci di terre e rotte (sono la riscoperta e la traduzione de
la “Geografia” di Tolomeo a fornire nuovi elementi alla cartografia).
In Portogallo, nella seconda metà del Trecento, la crisi demografica causata dalla peste nera e delle guerre
civili ha consentito l’ascesa sociale dei ceti mercantili a danno dell’aristocrazia feudale. La stessa dinastia
degli Aviz favorisce tutela i ceti mercantili. Il principe Enrico il Navigatore investe molto in attività
marittime commerciali e esplorative. Nel 1415 i portoghesi occupano Ceuta, in Africa settentrionale, di
fronte a Gibilterra. Vengono poi colonizzate le isole di Madera (a Madera viene introdotta la coltivazione
della canna da zucchero), le isole Azzorre e Porto Santo. Successivamente le navi portoghesi si spingono più
a sud approdando alle isole di Capo Verde, Sierra Leone e nel golfo di Guinea, fondando nuove basi
commerciali costiere. Queste esperienze nautiche e geografiche permetteranno a Bartolomeo Diaz (1487) di
doppiare il Capo di Buona Speranza. Nel 1497 Vasco de Gama, raggiunge l’India con una flotta di quattro
navi. Il commercio delle spezie rimane comunque problematico a causa del monopolio che i mercanti arabo-
mussulmani continuano ad esercitare sulle regioni. Per imporre i loro commerci e fondare basi commerciali, i
portoghesi finiscono con l’entrare in guerra con i sovrani locali riuscendo a controllare le rotte commerciali.
Il sultanato d’Egitto cerca di tutelare gli interessi dei mercanti arabi ma negli scontri militari i portoghesi
riescono a sconfiggerlo arrivando ad imporre un monopolio delle spezie che vengono da essi vendute a
prezzi inferiori. Con l’importante porto di Malacca i portoghesi si affacciano sul Mar della Cina insediandosi
a Macao (1557). Nel 1570 la corona portoghese fonda la Casa da India che gestisce in monopolio ogni
commercio tra Asia ed Europa. Ma nel 1520, l’alleanza di Venezia con il nascente impero ottomano, riesce
infine a forzare il monopolio dei portoghesi.
Mentre le navi portoghesi costeggiano l’Africa, la regina Isabella di Castiglia finanzia la spedizione di
Colombo per arrivare in Cina navigando verso occidente. Il 12 ottobre 1492 le navi spagnole approdano
all’isola di San Salvador, credendo di essere giunti a Cipango (Giappone) ne prendendo possesso in nome
della regina spagnola Tra la corona portoghese quella casigliana sorse il problema della delimitazione dei
rispettivi diritti. Nel 1493, papa Alessandro VI stabilisce una linea di demarcazione, poi rinegoziata nel 1494,
che porta ad una spartizione dei territori scoperti. Solo con Amerigo Vespucci (1501) prende corpo l’idea che
le terre scoperte da Colombo sia un vero e proprio Nuovo Mondo. Nel 1519 Magellano, dopo due anni di
navigazione, riesce nell’impresa di circumnavigare per la prima volta il mondo. Intanto nelle terre scoperte
da Colombo inizia un disumano sfruttamento delle popolazioni indigene - per la brama dell’oro – che porterà
ad una progressiva estinzione delle popolazioni autoctone ed al successivo sviluppo del commercio degli
schiavi, tale commercio raggiungerà le dimensioni di una vera e propria tratta nel XVIII sec. Nel Nuovo
Mondo gli europei entreranno in contatto con popolazioni diverse e diversamente sviluppate ed organizzate
ma nessuna capace di resistere a conquistatori Vengono annientati l’impero azteco in Messico e quello Inca
in Perù che inizialmente non si oppongono a questi nuovi venuti credendoli portatori di una nuova vita.
Gli europei annientano le popolazioni indigene non solo grazie alle armi da fuoco ed all’uso dei cavalli che
solo loro possedevano, ma anche perché tali popolazioni sono prive di difese immunitarie alle nuove malattie
arrivate dall’Europa. La colonizzazione del Brasile da parte dei portoghesi inizierà solo dopo il 1530;
dapprima la corona portoghese istituisce feudi concessi all’aristocrazia lusitana; solo successivamente decide
di riacquistare il controllo diretto con un governatore generale.
Prima conseguenza della conquista è la distruzione dell’universo religioso e culturale delle popolazioni
americane. La distruzione dei templi e delle divinità locali operata dai conquistatori comporta non solo
l’azzeramento delle credenze religiose, ma anche un vero e proprio trauma psicologico per la perdita dei
tradizionali punti di riferimento religiosi, culturale e mentali. Successivamente anche la Chiesa si aggiungerà
ad estirpare le loro credenze tradizionali imponendo i valori religiosi e culturali degli europei. Nella così
detta lotta all’idolatria e alle superstizioni degli indigeni, i primi missionari si comportano con uno zelo
fanatico dagli esiti disastrosi: stravolgimento del mondo sociale, dei valori e della mentalità indigena.
A fronte di religiosi che giustificano i massacri degli indigeni vi è pero chi, come Bartolomé de las Casas,
primo sacerdote ordinato in America, che conduce una battaglia a favore dei diritti umani degli indios e
contro il loro sfruttamento e l’occupazione delle loro terre. Le denunce di Casas rimangono inascoltate
perché vanno contro i cospicui interessi economici dei conquistatori. Superata la fase di esplorazione ha
inizio nei decenni centrali del XVI secolo il consolidamento della corona castigliana per mezzo della
creazione di istituzioni proposte al governo dei territori dell’America Centrale e Meridionale. Nella seconda
meta del XVI, in seguito alla loro diminuzione, gli indios vengono raggruppati con forza in villaggi e si
procede alla vendita dei loro terreni ai nuovi coloni. Il lavoro forzato degli indigeni viene utilizzato nelle
fattorie dove si alleva bestiame e si coltiva banane, tabacco, caffè, canna da zucchero. Il pagamento delle
tasse, basato prima in prestazioni di lavoro o fornitura di prodotti, viene forzatamente monetizzato,
obbligando gli indios ad adeguarsi. I conquistadores cercano di dar vita in America a forme di
organizzazione del territorio secondo gli schemi della loro terra di origine: essi organizzano città e villaggi e
si istituiscono municipi che assumono notevoli poteri. La monarchia castigliana cerca di ottenere un certo
controllo della vita coloniale istituendo l’istituto giuridico dell’encomienda de indios –affidamento degli
indios-. Tale strumento consente di regolare i rapporti fra i conquistatori, inoltre con l’encomienda il sovrano
affida a ciascun colono un certo numero di indios ai quali insegnare la fede cattolica. Gli indios sono tenuti a
prestare il proprio lavoro, obbligatorio e non retribuito, nelle terre e nelle miniere degli encomenderos che di
fatto diventano i loro padroni. Gli encomenderos sono obbligati a fornire alla corona castigliana il proprio
servizio militare. Nascono, contemporaneamente alla colonizzazione della Antille, tensioni fra la società
coloniale ed il sovrano poiché quest’ultimo teme la nascita di una aristocrazia nel Nuovo Mondo, nel quale
l’autorità regia è debole. Nel 1512-1513 Ferdinando d’Aragona promulga le leggi di Burgos con le quali
accetta l’encomienda, ma la corona non possiede gli strumenti per attuare queste leggi: quei lontani
possedimenti e quelle terre sono di fatto sotto il controllo dei conquistadores e dei loro discendenti. Carlo V e
Filippo II cercano di ridimensionare il potere degli encomenderos, ma solo il tracollo demografico delle
popolazioni indigene riuscirà ad erodere tale potere. La corona castigliana istituisce a Siviglia, porto
sull’Atlantico che diviene il maggior snodo economico/ finanziario per i commerci col Nuovo Mondo, la
Casa de Contrataciòn, un ufficio regio che ha il monopolio dell’organizzazione dei traffici commerciali con
le colonie, e provvede ad esigere le imposte sulle merci in partenza e in arrivo dall’America. La corona non
solo stabilisce i prezzi e le quantità delle merci inviate in America, ma anche i prezzi delle derrate che da
essa provengono ricavandone enormi profitti. Le navi che viaggiano fra il Vecchio ed il nuovo Mondo, per
ridurre i rischi legati alla pirateria inglese e francese, si riuniscono in convogli (che si muovo due volte
l’anno da Siviglia alla volta di Vera Cruz e di Portobelo) scortati da vascelli da guerra. Dall’Europa partono
farina, olio, vino, armi, utensili, tessuti e strumenti nautici, mentre dall’America arrivano oro, perle,
zucchero, legnami pregiati e cuoio. Successivamente la tipologia delle merci cambia perché le Colonie sono
sempre più indipendenti per prodotti e merci normali, mentre, grazie alla loro crescente ricchezza, richiedono
tessuti di lusso, vini e alimentari pregiati, calzature, orologi e quando le manifatture castigliane non sono in
grado di far fronte alla domanda di tali merci si rivolgono a mercanti portoghesi, francesi e inglesi che
violano il monopolio castigliano ricevendo in pagamento argento.
4-Umanesimo e Rinascimento.
Umanesimo e Rinascimento possono essere considerati momenti successivi di un medesimo processo
culturale che nasce e si sviluppa in Italia fra il Tre e Quattrocento e che assume dimensioni europee nel
secolo successivo. L’Umanesimo è un movimento intellettuale caratterizzato da un atteggiamento nuovo nei
confronti del mondo antico, cioè della Grecia e di Roma. Il poeta Francesco Petrarca (1304/74) invita allo
studio ed analisi dei testi latini. Nelle biblioteche monastiche in tutt’Europa si riscoprono opere di autori
dell’antichità da tempo dimenticati. Si cerca anche di restituire purezza al latino e si pongono le basi della
filologia, grazie alla quale si restituiscono alla forma originale testi tramandati in maniera scorretta. Altro
aspetto essenziale dell’umanesimo è il ritorno della cultura della Grecia antica in Europa, autori come
Aristotele vengono studiati in greco e non in traduzioni latine. Nel 1438-42, a Ferrara si tiene un concilio per
superare lo scisma fra la chiesa Cattolica e quella Ortodossa, questo da modo a molti studiosi greci di
stabilirsi in Italia contribuendo alla diffusione della conoscenza del greco antico. Il contributo più grande in
filologia fu quello di Poliziano che espone i criteri principali dell’esame erudito dei manoscritti nella sua
Miscellanea. Lorenzo Valla (1405/57) analizza con il metodo filologico, e attraverso l’uso di diverse
espressioni linguistiche, del documento che tradizionalmente segna la nascita dello Stato della Chiesa,
mediante la cessione di Roma e del Lazio fatta dall’imperatore Costantino a papa Silvestro I (314-335)
dimostra che si tratta di un falso redatto successivamente. Erasmo da Rotterdam (1466.536) fu una rilevante
figura nella cultura umanistica europea, si impegna a conciliare le istanze della fede con il rigore
intellettuale. Considera la traduzione della Bibbia, la Vulgata, un testo costellato di errori: si dedica, dunque,
ad elaborare una edizione critica del testo greco del Nuovo Testamento, con traduzione latina a fronte.
L’invenzione della stampa a caratteri mobili ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione e circolazione delle
idee umanistiche e rinascimentale in tutta Europa. Precedentemente i testi erano realizzati a mano da
amanuensi, trascritti da copisti, prima su pergamena e poi su carta. Dapprima la diffusione in Europa di
cartiere e poi l’invenzione dei caratteri mobili, tradizionalmente attribuita a Gutenberg (1400/68), consenti di
abbassare notevolmente il prezzo dei libri favorendone la diffusione. Fra il 1445 e 1455, a Magonza, sono
stampati il Messale e la Bibbia di Gutenberg. In Italia le prime tipografie nascono a Venezia, Roma, Subiaco,
Foligno; in poche ore vengono stampati testi che prima richiedevano la fatica di mesi di lavoro. «La fioritura
della cultura alto-rinascimentale nell’Italia del Cinquecento dovette molto ai primi stampatori.». L’editore
veneziano A. Manunzio (1447/1516) ebbe una notevole importanza nella diffusione in Europa dei classici:
Aristotele, Aristofane, Erodoto, Platone, Virginio, Orazio, Ovidio Giovenale.
La riflessione dei testi antichi porta ad elaborare una visione diversa del mondo. Nel medioevo, la centralità
della figura di Dio aveva portato all’ideale ascetico, alla vita contemplativa, alla rinuncia dei beni, al distacco
dalle passioni. L’esempio dei classici sottolineava invece l’importanza dell’individuo e delle sue azioni nel
mondo per il raggiungimento della gloria. La cultura umanistica elabora un nuovo ideale; mettendo in risalto
la dimensione pubblica, politica e sociale dell’individuo. L’uomo con il contatto dei propri simili, svolgendo
le sue attività politiche/militari/ culturali, sviluppa le qualità della propria natura, diventa artefice del proprio
destino. Leonardo da Vinci (1452/1519) – pittore/scultore/architetto/ingegnere/scrittore - uno dei maggiori
protagonisti dell’epoca rinascimentale, è l’esempio di questo nuovo ideale. Egli nutre grande fiducia nelle
capacità dell’uomo ed è spinto da una curiosità insaziabile verso ogni aspetto della realtà che lo circonda; per
lui l’uomo deve perseguire la conoscenza attraverso l’osservazione diretta della natura. Nel mondo
rinascimentale l’artista conquista rispetto e prestigio all’interno della società.
Precedentemente, il professare un’arte manuale era considerato avvilente. A partire dal XVI secolo si
afferma il concetto che l’artista debba lavorare in solitudine seguendo la propria espirazione, il suo lavoro
assume un alto valore intellettuale. Ai giovani promettenti apprendisti, oltre ai rudimenti dell’arte a cui vuole
dedicarsi, viene impartita una educazione umanistica e liberale. Agli artisti serve anche maggior
qualificazione per realizzare le grandi opere desiderate. Grande esempi di artisti rinascimentali:- Filippo
Brunelleschi (1377/1446) , - architetto, ingegnere, scultore; -- Michelangelo Buonarroti (1475/1564) –
pittore, scultore,architetto, ingegnere, poeta.
Il quadro politico del rinascimento italiano è caratterizza da notevoli tensioni e conflitti; grande il contrasto
tra valori politici dell’antichità e realtà contemporanea. Nicolò Machiavelli (1469/1527), medita sugli scritti
storici dell’antichità classica riflettendo sulle modalità che consentono ai governati di conquistare e
conservare uno Stato. Fondamentale è lo studio del passato perché può fornire soluzioni ai problemi che si
presentano. Tutte le forme di Stato vanno incontro a processi di trasformazione decadimento;
Monarchia/Tirannia -Aristocrazia/Oligarchia -Democrazia/Demagogia. Il Principe (1513: per giungere al
potere si deve essere furbi come una volpe e spietato come un leone; per Machiavelli esemplare è la figura di
Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI, che dopo essersi ricavato, con astuzia e spietatezza, un’ampia
signoria territoriale, non riesce a consolidarla alla morte del padre Alessandro VI. Anche Francesco
Guicciardini elabora le sue opere –I Ricordi e Storia d’italia - partendo da esperienze personali ed
esaminando le azioni dei governanti coetanei.
I centri di cultura Rinascimentale sono le corti principesche: Visconti/Sforza a Milano, Este a Ferrara,
Gonzaga a Mantova, Medici a Firenze, Montefeltro a Urbino. Diversi pontefici sono i committenti delle
opere d’arte del, XV e XVI secolo. La figura umana a cui aspirare per ottenere i favori dei vari signori è il
cortigiano. Il Cortigiano, libro di successo di Baldassarre Castiglione suggerisce agli uomini di lettere il
modo di comportarsi alla corte di un principe, ed agli aristocratici che frequentano le corti l’esempio ideale
dei comportamenti da tenere in pubblico. Galateo, libro di Giovanni Della Casa dello stesso periodo, detta le
buone maniere.
Nella visione cristiano medioevale la natura è semplicemente la raffigurazione della potenza e della volontà
di Dio da ammirare nella sua bellezza, mentre gli eventi straordinari (terremoti, siccità, inondazioni) sono i
segni dell’ira di Dio. Con l’Umanesimo la natura viene vista come soggetto relativamente autonomo, dotato
di proprie regole da studiare ed indagare e questo avviene dopo la riscoperta di testi filosofici e scientifici
classici. Di particolare importanza è la figura di Marsilio Ficino che appronta la prima edizione della
traduzione latina delle opere di Platone. Però, gli stessi intellettuali dediti alla riscoperta della cultura classica
a volte visti quali figure precorritrici delle novità scientifiche seicentesche, sono anche affascinati da dottrine
e idee occulte ed esoteriche quali la magia, l’astrologia, l’alchimia (l’arte di manipolare pietre e metalli che si
suppone posseggano virtù magiche, terapeutiche e spirituali). Figure quali Paracelso (1493/1541), Cardano
(1501/76), Della Porta (1535/1615) sono chiari esempi della singolare mescolanza di cultura e magia -
alchemica ed interessi scientifici che mostrano fino a che punto i saperi magici siano connessi alla cultura
scientifica successiva. Anche la qabbalah, dottrina mistica ebraica esamina la possibilità di ritornare a Dio
attraverso molteplici mediazioni. Pico della Mirandola, particolarmente influenzato dallo studio della
qabbalah, è una notevole figura intellettuale dell’epoca, giunge a parlare di vera e di falsa scienza. Queste
teorie si scontrano spesso con la rigida posizione della Chiesa.

5-Solo la grazia salva: la Riforma protestante.


Durante la prima metà del XVI secolo si diffondono in Europa idee cristiane sulla religione e sulla vita
diverse da quelle insegnate dalla Chiesa cattolica. Già precedentemente la Chiesa aveva dovuto affrontare
sostenitori di idee contrarie a quelle ufficiali, ma aveva bollato queste persone come eretici, che dopo essere
state definite scomunicate, venivano di norma sterminate con la forza. Il sorgere di queste idee eterodosse è
dovuto alla grande distanza tra la visione del mondo proposta dai testi sacri e la realtà ecclesiale: le nuove
idee cristiane sottolineano che l’insegnamento di Cristo propone un’etica della donazione e del sacrificio
molto lontana dalla pratica della Chiesa interessata all’accumulazione di beni materiali e di potere. Nasce il
richiamo ad una riforma della Chiesa per farla ritornare alla spiritualità tipica delle origini e fare sì che la
Chiesa si conformi alla volontà espressa da Gesù Cristo. Erasmo da Rotterdam, nel secondo Quattrocento,
critica con il suo testo “L’elogio della pazzia” (1509), la ricchezza smodata della Chiesa ed il potere
temporale del pontefice. Nonostante questa sua aspra critica del papato, Erasmo rimase cattolico. Quando nel
1517, Martin Lutero (1483/1546), diffonde 95 tesi teologiche sospette di eresia nessuno della Curia si
allarma particolarmente perché si ritiene di poter farlo ravvedere, o farlo condannare dalla Santa Inquisizione
Ma le tesi diffuse da Lutero, in breve tempo, sconvolgono il mondo cattolico distruggendo per sempre l’unità
della Chiesa. Le sue idee porteranno ad una profonda spaccatura fra Chiesa cattolica e protestanti. La
riflessione teologica di Lutero confronta il messaggio di Cristo con il sapere ufficiale tramandato dalla
tradizione ecclesiale. Egli asserisce che nelle Sacre Scritture viene affermato che l’unica salvezza per l’uomo
discende dalla grazia di Dio che dona al singolo la vita eterna, stando alle Sacre scritture la Chiesa non
svolge alcun ruolo ed il papa non è nominato. Per Lutero l’opera di mediazione tra l’uomo e Dio che la
Chiesa pretende di esercitare è del tutto inutile, se non addirittura dannosa. Il tradizionale insegnamento
cattolico affermava che solo attraverso la Chiesa potevano veder accompagnata la loro anima verso il
Paradiso, il più delle volte dopo un lento passaggio in Purgatorio dove i peccati venivano scontati ed
annullati. Il Purgatorio era considerato una prigione provvisoria per ridurre la pena bisognava, non solo
svolgere opere di carità, ma anche fare offerte in denaro alla Chiesa: in questo modo la Santa Sede può
rastrellare denaro. La pratica delle indulgenze che garantiva la cancellazione dei propri peccati e lo sconto di
pena per i defunti, assume i tratti di una compravendita Nel 1517, Leone X, per rastrellare ancora più denaro,
bandisce un’indulgenza plenaria. Il 31 ottobre 1517 Lutero invia le sue 95 tesi prima a Hohenzollern e poi ad
alcuni suoi teologi. La posizione luterana può essere riassunta nell’affermazione che solo la grazia salva, e
solo la fede autentica sottrae l’uomo alla schiavitù del peccato originale; le indulgenze sono quindi
un’impostura: esse significano spacciare un credito che non si possiede e fare mercimonio di un bene divino,
la grazia. La critica radicale di Lutero mette in discussione il ruolo stesso della Chiesa, è una vera è propria
rivoluzione nella Chiesa.
Grazie alla stampa gli scritti di Lutero hanno una sorprendente circolazione in Germania. La straordinaria
diffusione delle idee luterane evidenzia il fatto che esse interpretano bisogni largamente diffusi nella società
del tempo, un desiderio di critica ed esigenze di mutamento rispetto all’ordinamento sociale ed ecclesiale. In
primo luogo, vi è una profonda necessità di rinnovamento degli ordinamenti ecclesiali, inoltre il rapporto
diretto fra Dio e l’uomo, proprio della teologia luterana, è un passo importante verso una religiosità popolare
più comprensibile, meno magico/misterica. In secondo luogo alcuni sovrani trovano nelle idee luterane la
possibilità di ridurre l’influenza della Chiesa non solo in campo religioso, ma anche politico e mirano,
attraverso il controllo delle strutture ecclesiastiche, ad impadronirsi degli ingenti beni della Chiesa. Infine le
dottrine di Lutero appaiono a molti come lo strumento per ottenere maggiore libertà per tutti. Egli,
dichiarando che solo la Sacra Scrittura è l’unica autorità legittima a cui il cristiano deve fare riferimento nella
sfera religiosa, nega qualunque valore al ruolo sacro del sacerdozio e del papato. Nel 1518, Lutero viene
citato a comparire a Roma per essere processato, ma viene difeso dal principe di Sassonia, Federico il Saggio
(1486/1525). Nel 1520, il papa Leone X condanna esplicitamente la dottrina di Lutero. Lutero prosegue con
la sua predicazione asserendo che ogni cristiano è chiamato ad un rapporto diretto con Dio e
conseguentemente tutti i fedeli possono amministrare i sacramenti e predicare la parola di divina. Gli unici
sacramenti riconosciuti da Lutero sono il battesimo e l’eucarestia.
Siccome egli continua a attaccare l’autorità del papa, l’avidità della Chiesa e la sua ingerenza nel potere
terreno viene scomunicato quale eretico. Ma le sue idee si diffondono, con grande successo in tutta la
Germania. L’imperatore Carlo V si adopera per raggiungere un compromesso fra la Santa Sede e Lutero, il
quale però si rifiuta di rinnegare la propria dottrina e trova rifugio presso Federico il Saggio che continua a
sostenerlo. Lutero traduce in tedesco il Nuovo Testamento con l’intento di renderne disponibile a tutti la
lettura. Questo suo lavoro ottiene una straordinaria diffusione ed accoglienza in tutta la Germania. In molte
città i fedeli esigono l’applicazione della Riforma non esitando a ricorrere all’uso della forza contro chi si
oppone. Principi a governati aderiscono alla riforma luterana incamerando e vendendo i beni della Chiesa. I
numerosi violenti disordini – condannati dallo stesso Lutero - vengono duramente repressi. Anche nelle
campagne esplodono numerose rivolte dei contadi che, in nome del vangelo, invocano la comunanza dei beni
e la ridistribuzione del potere su base egualitaria. Le agitazioni si diffondono in tutta la Germania, in
Svizzera e Tirolo; ancora Lutero condanna questi tumulti -stroncati nel sangue- preoccupato che il suo
pensiero sia travisato
Grazie alla presa di distanze delle interpretazioni radicali del suo pensiero Lutero mantiene la solida alleanza
con i principi tedeschi, mentre si va strutturando una vera e propria Chiesa luterana. L’imperatore Carlo V,
contemporaneamente impegnato nella guerra con la Francia e con l’impero ottomano, tenta ripetutamente la
mediazione. Ma il suo tentativo fallisce e si chiude la fase del dialogo per ritrovare l’unità; quattordici città
rifiutano di sottomettersi all’imperatore e stilano un documento di «protesta», - da qui il nome di
«protestanti» -. I principi protestanti si riuniscono in una lega della di Smalcalda, che, nonostante sia
sconfitta dall’esercito imperiale, ottiene, nella pace di Augusta (1555), il riconoscimento dell’esistenza della
confessione luterana nel loro territori. Viene sancito il principio: «cuius regio eius religio» ; i sudditi devono
praticare la religione scelta dal proprio sovrano, o emigrare.
La diffusione dello spirito protestante nella Svizzera e Alsazia porta alla nascita di forme di organizzazione
confessionali diverse. A Zurigo la città si trasforma in una sorta di democrazia a base teocratica, grazie
all’azione di Swingli validità battesimo e eucarestia. Gli anabattisti, il cui impulso è dato da Zwingli, che
sostengono il battesimo come scelta adulta e consapevole. A Basilea prima e poi a Ginevra opera il
riformatore Giovanni Calvino che accentua l’idea della predestinazione: solo il Signore conosce quali anime
saranno salvate, però gli uomini sono chiamati ad operare con zelo nella società in quanto verranno giudicati
in base al buon esito delle loro azioni. I calvinisti non tollerano il dibattito delle loro idee e si chiudono nel
recinto delle proprie certezze teologiche, i dissenzienti sono espulsi e condannati al rogo. Accade così che le
Chiese riformate riproducano l’intolleranza contro la quale avevano originariamente protestato. Ginevra,
sotto la guida di Calvino, divenne un esempio di città cristiana per tutti i protestanti di lingua francese. Viene
formato il Concistoro, un’istituzione formata dai magistrati del Consiglio cittadino e dai pastori e deve
sovrintendere l’andamento della Chiesa riformata e reprimere le idee non conformi alla nuova ortodossia. I
dissenzienti e gli eterodossi sono condannati a morte mediante rogo. In tutta Europa centro-settentrionale la
diffusione del movimento protestante procede con grande rapidità; i luterani in Svezia, Danimarca,
Norvegia, Islanda; i calvinisti in Francia –vengono chiamati ugonotti - , nei Paesi Bassi, in Polonia, in Italia,
in alcune valli piemontesi, si fondono con i valdesi - seguaci di Valdo di Lione (1140/1207) già perseguitati.
Inizialmente il sovrano d’Inghilterra si schiera apertamente contro le idee luterane e viene insignito dal papa
Leone X del titolo di defensor fidei.
Ma ben presto Enrico VIII avverte l’importanza dell’occasione che la diffusione delle idee protestanti gli
offre: ridurre l’influenza del papato sulla politica e sulla società inglese. Nel caso specifico
dell’annullamento del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona, di fatto il papa controllava la
politica dinastica. Vista l’atteggiamento attendista sulla sua richiesta di divorzio da parte di Clemente VII, il
sovrano inglese ne approfitta per spezzare il legame di sudditanza spirituale alla Chiesa romana. Nel 1534
con l’Atto di supremazia, egli si proclama unico e supremo capo della Chiesa d’Inghilterra affidando
all’arcivescovo di Canterbury il governo degli affari ecclesiastici. Mentre viene introdotta la Bibbia in
inglese, il re procede ad incamerare e vendere le ingenti proprietà degli ordini religiosi della Chiesa Romana
rimpinguando le sue casse e dando vita ad un ceto di piccoli/medi nobili proprietari terrieri. Enrico VIII
mantiene la gerarchia ecclesiastica ed è solo con Edoardo VI Tudor che la Chiesa d’Inghilterra inizia un
avvicinamento al movimento protestante. Il movimento protestante diffusosi in Europa a partire da istanze
dal basso, si afferma in uno dei più importanti regni del continente sulla base di una decisione presa dall’alto,
dal sovrano, per ragioni politiche ed economiche. La sfera religiosa diventa un ambito aperto allo scontro
politico.

6-La frontiera mediterranea e l’impero ottomano.


Alla metà del Cinquecento la grande espansione ottomana nel mediterraneo, cominciata nel 1453 con la
conquista di Costantinopoli, può dirsi conclusa. Grazie a Maometto II, Bayezid II e Solimano il Magnifico (il
legislatore) il dominio dei sultani si estende dal Marocco alla Persia. L’impero ottomano è una potenza sia
territorialmente, sia politicamente. La società cristiana guarda con paura alla potenza del sultano di Istanbul
ed ai corsari nord-africani, suoi tributari, autori di scorrerie sulle coste italiane/ iberiche. Alla base della
potenza ottomana vi è una efficace organizzazione amministrativa e militare che si consolida tra
Quattrocento e Cinquecento grazie all’azione legislativa dei diversi sultani; a capo di un impero vastissimo
ed abitato da popolazioni diverse, unite sola dalla fede mussulmana, vi è il sultano che ha un potere assoluto.
La sua reggia è il palazzo di Topkapi a Istanbul, dove ha sede anche la scuola dei paggi di corte Il Gran
Consiglio – il governo – è presieduto dal gran visir (scelto personalmente dal sultano e detiene un potere pari
a quello del sovrano-, e composto da funzionari che dirigono i singoli settori del governo e controllano i
governatori delle varie provincie. Nell’esercito spiccano, oltre ad una potente flotta, anche i giannizzeri,
speciali corpi di fanteria fedeli in modo assoluto al sultano. Dai membri del divan si diparte
l’amministrazione che si estende a tutte le province dell’impero.l La religione ufficiale è quella mussulmana-
sunnita; la base del diritto è costituita dal Corano, il muftì di Istanbul, la più alta autorità religiosa.
Nondimeno nell’impero vige una grande tolleranza religiosa. Pur avendo trasformato diverse chiese in
moschee, i mussulmani non hanno interesse a far convertire chi professa una fede diversa, ne intendo
cancellare le diversità - lingua, tradizioni – delle varie popolazioni che essi governano. La popolazione è
divisa in due gruppi; una costituita da chi è al servizio del sultano: militari, autorità civili e religiose esentati
dalle imposte; l’altra dai contadini, artigiani, mercanti che sono obbligati al pagare le tasse.
Con la morte di Carlo V, il suo impero è diviso fra il fratello, Ferdinando, a cui vanno, oltre la Boemia e
l’Ungheria, i territori dell’area austriaca; ed il figlio Filippo II: Castiglia, Aragona, Paesi Bassi, Contea
Franca, Stato di Milano, regno di Napoli e quello di Sicilia. Gli unici elementi comuni della monarchia
composita di Filippo sono la sua persona e la religione cattolica Prioritaria è la lotta all’eresia protestante che
è portata avanti dal tribunale dell’Inquisizione spagnola (1478) – un inquisitore generale, affiancato da un
consiglio, di fatto controlla le coscienze e il comportamento dei sudditi. L’inquisizione spagnola opera in
modo crudele e la sua estensione in Italia viene duramente osteggiata dalle autorità locali. Nel 1516, Filippo
II stabilisce la sua corte a Madrid da dove comanda i suoi territori con grande circospezione - rey prudente -.
Alla penisola italiana egli assegna il ruolo di suo bastione nello scacchiere mediterraneo. In Italia continuano
ad esistere numerosi piccoli stati che conservano una propria autonomia: Repubbliche di Genova e di
Venezia, ducati di Savoia, di Mantova, di Parma Piacenza, di Modena, Stato Vaticano. – L’Italia si presenta
come una sorta di sistema di Stati che riconoscono il loro legittimo sovrano in Filippo II, ma che conservano
una propria autonomia istituzionale e sociale.
A partire dal 1560 Filippo II cerca di fermare l’espansione dei mussulmani nel Mediterraneo sferrando un
attacco contro la pirateria araba dell’Africa del nord, l’esito di questa sua azione militare è però limitato nel
tempo. Nel 1571, l’impero ottomano si annette l’isola di Cipro, possedimento della repubblica veneziana e
importante snodo commerciale e strategico. La Santa Sede vede nell’avanzata ottomana una minaccia
mortale all’esistenza stessa della religione cattolica e papa Pio V si fa promotore di una crociata contro «il
pericolo turco» . Inizialmente, Filippo II, impegnato a sedare una rivolta nelle Fiandre ed una vera e propria
insurrezione dei moriscos, - discendenti delle popolazioni di fede mussulmana costretti a convertirsi al
cristianesimo -, nei territori di Granada, appare renitente all’appello del papa. Solo nel 1571 prende vita la
Lega Santa a cui aderiscono: Filippo II, le repubbliche di Venezia e di Genova, i ducati di Savoia e di
Toscana, Malta, ma non la Francia.
Il 7 ottobre 1571, a Lepanto, la flotta cattolica ottiene una importante vittoria contro quella ottomana; ma
questa vittoria non viene sfruttata perché la Lega Santa si dissolve a causa di dissensi tra Venezia e la
Spagna, che hanno diversi interessi strategici. Venezia conclude una pace separata con gli ottomani,
rinunciando a Cipro per garantirsi la sicurezza dei propri commerci, le forze asburgiche, invece, concentrano
i propri sforzi sulla riconquista di Tunisi. L’evento di Lepanto non costituisce l’evento epocale propagandato
dal mondo cattolico, - come già era successo con la vittoria dei franchi sugli arabi a Poitiers nel VIII secolo,-
. la perdita della flotta fu un duro colpo per gli ottomani, ma l’esaurimento del conflitto nel Mediteranno fu
essenzialmente dovuto al riaccendersi della guerra fra impero ottomano e la Persia. Filippo II e Selim III
siglano una tregua (1581) perché entrambi sono costretti a spostare i loro eserciti su altri teatri bellici. Molto
denaro viene sfruttato dalla corona spagnola per la guerra contro l’Inghilterra e per la costruzione della
Invencible Armada, che subirà una grande sconfitta nel 1588. Il mediterraneo torna ad essere il mare dei
commerci che continuano però ad essere minacciati da una pirateria endemica sia da parte dei saraceni ai
danni delle navi cristiane, sia anche da parte dell’ordine di Malta e di Santo Stefano che giustificano le loro
azioni come risposta agli attacchi subiti. Da entrambe le parti, oltre ad impossessarsi delle merci, i vincitori
riducono i vinti in schiavi che utilizzano sulle loro galere.
A partire dalla fine del Cinquecento il Mediterraneo non è più teatro di scontri tra europei e ottomani: al di là
dei conflitti e della diffidenza che le differenze religiose vanno alimentando, la tradizionale fitta rete di
scambi rimane intatta. Si diffonde anche un fenomeno di conversione di europei cattolici all’Islam.

7-La Chiesa in armi: l’Europa delle Controriforma.


Una delle vie per risolvere il problema protestante sarebbe stata la convocazione di un concilio ecumenico, la
riunione straordinaria di tutti i vescovi eletti dalle singole comunità, l’unica istanza in grado di porre rimedio
alla frattura della cristianità. Ma né Leone X, né Clemente VII, nonostante la richiesta di Carlo V, si
muovono in questa direzione, soprattutto per la decisa opposizione degli ambienti curiali, preoccupati di
essere i primi bersagli delle istanze riformatrici. Solo papa Paolo III convoca il concilio, prima a Mantova,
poi a Trento (1544). La scelta di Trento come sede del concilio ha un duplice significato: è una città italiana
dal punto di vista geografico, ma fa parte del Sacro romano impero  ciò dà garanzie adeguate sia al
pontefice sia all’imperatore. La vicinanza di Trento ai paesi di lingua tedesca costituisce un segnale di
apertura verso il mondo protestante. Con il concilio il Papa vuole imporre l’autorità della Chiesa ed
intraprendere la lotta contro gli eretici; l’imperatore punta ad una soluzione di compromesso che gli consenta
di salvaguardare la sua autorità in Germania. Ma vi è anche chi spera in una vera ricucitura della frattura
della Chiesa. A causa della complicata situazione politica, il Concilio si svolge senza continuità, lentamente.
Il concilio si apre il 13 dicembre 1545 sotto lo stretto controllo del Papa che, in contrasto con Carlo V, è
contrario a qualunque concessione ai protestanti. A causa di guerre tra il Papa e l’imperatore il concilio viene
più volte sospeso; di fatto la maggioranza dell’’episcopato italiano non vuole rinunciare ai propri privilegi
tradizionali legati alla carica di vescovi che permette grandi entrate e carriere politiche. Sul piano dottrinale
sono riconfermati: i sette sacramenti, l’esistenza del Purgatorio, il culto dei santi e delle reliquie, la capacità
della Chiesa di ridurre le pene ultraterrene tramite le indulgenze. In seguito viene diffuso un nuovo
catechismo che, con una ristrutturazione delle Chiesa stessa, avvia una sorta di ricristallizzazione del mondo
cattolico che si chiude in difesa delle proprie idee.
La struttura della Chiesa viene ricondotta strettamente sotto il controllo dell’autorità papale. Alla sua
conclusione il concilio di Trento si dimostrerà essere stato un’assise esclusivamente cattolica volta a
riformare per rafforzare le strutture della Chiesa di Roma. Questa imponente reazione della Chiesa cattolica
alla Riforma protestante, denominata Controriforma, influirà enormemente sulla fisionomia dell’Europa nei
secoli successivi.
Con una bolla papale, nel 1542, Paolo III riorganizza il tribunale dell’inquisizione, istituzione medievale, per
la lotta all’eresia in tutta la cristianità. Una vera e propria rete di tribunali per la repressione dell’eresia ed il
controllo dei comportamenti opera in tutta l’Italia ed eccezione della Sardegna e della Sicilia sottoposte
all’inquisizione spagnola; viene edificato un solido impianto istituzionale poliziesco e giudiziario che decide
in materia di fede. La Congregazione del Sant’Ufficio, il cui raggio d’azione è limitato all’Italia è presieduta
dal pontefice e formata da cardinali che reclamano l’adozione della linea repressiva, tra cui anche Gian
Pietro Carafa. Nel mirino dell’inquisizione entrano figure di primo piano del Collegio cardinalizio, come
Reginald Pole, sensibili alle istanze valdesiane (Juan de Valdés  ricerca di una via interiore alla salvezza,
basata sull’illuminazione del singolo da parte dello spirito divino), ed entrano nel suo mirino anche le
persone che, seppur cattoliche, sono disponibili ad un dialogo coi protestanti. Anche Ignazio di Loyola,
prima che la Compagnia di Gesù divenga uno dei più potenti strumenti della Chiesa, finisce sotto inchiesta
da parte dell’Inquisizione. Di norma vengono raccolte denunce anonime e si opera nell’assoluto segreto, si
usano violenze psicologiche e fisiche contro chi è considerato eretico. Nei primi decenni si opera con
estrema spietatezza contro singoli individui o intere comunità, come per esempio la comunità valdese della
Calabria viene completamente sterminata (1561). Per controllare e reprimere la circolazione delle idee viene
istituito l’Indice dei libri proibiti nel 1559: in esso finiscono anche libri di Erasmo da Rotterdam, mentre
Galileo Galilei viere processato e costretto all’abiura per aver aderito alla teoria eliocentrica copernicana, la
terra rotonda gira attorno al sole; Tommaso Campanella, filosofo, incarcerato per molti anni e Giordano
Bruno condannato al rogo. La censura e l’azione violenta dell’inquisizione hanno un effetto depressivo sulla
vita intellettuale, vengono anche colpite tutte le pratiche, le idee, e le feste che si rifanno a riti di origine
pagane, e il teatro.
L’applicazione delle riforme tridentine incontra all’interno delle varie nazioni europee notevoli resistenze
perché tende a mutare comportamenti e pratiche ben radicate nelle società cattoliche europee che devono
subire un crescente rafforzamento del potere della Chiesa: nel 1564 Filippo II autorizza la pubblicazione nei
regni iberici dei decreti del concilio con una clausola di salvaguardia a favore dei diritti della corona; la
Francia invece si rifiuterà di accettarli. Anche i sovrani temono la crescente ingerenza del papato nelle
Chiese locali dovuto alle rigide normative tridentine applicate come un vero e proprio strumento di
affermazione del potere pontificio a scapito di quello dei vescovi locali. Dopo la conclusione del concilio,
una nuova generazione di vescovi, sostenuti dai papi, inizia a modellare la vita religiosa delle diocesi sulla
base dei decreti della Controriforma. Carlo Borromeo, nipote di Pio IV, incarna un nuovo modello di
vescovo, rigido sostenitore dell’ortodossia, fermo interprete dei dettami tridentini; egli però si scontra con il
potere politico che governa Milano. Già nel corso del Medioevo, gli Ordini religiosi mendicanti –
domenicani, francescani, carmelitani, agostiniani – sono venuti sostituendosi ad un clero secolare ignorante
ed impreparato. Essi rappresentano, grazie un’imponente rete di conventi, una presenza molto radicata
soprattutto in virtù delle opere caritatevoli ed esistenziali che svolgono a favore delle popolazioni locali. Sin
dagli ultimi anni del Quattrocento gruppi di laici e religiosi, spinti dall’esigenza di rinnovamento spirituale,
diedero vita a confraternite laicali, dette Oratori del divino Amore, che nascono a Roma, Napoli, Brescia,
Venezia e Milano.
La grande novità nel modo dei regolari è rappresentata dagli Ordini di chierici regolari che vanno nascendo a
partire dal terzo decennio del Cinquecento: i barnabiti, i somaschi, i gesuiti, i camilliani, i caracciolini e gli
scolopi  si distinguono per un’organizzazione più efficiente rispetto agli ordini dei Mendicanti e per una
vocazione all’assistenza dei malati, orfani, poveri, prostitute, predicazione, catechesi etc.
La Compagnia di Gesù – i gesuiti – fondata dal nobile spagnolo Ignazio di Loyola, è il più importante tra i
nuovi Ordini; la forte struttura gerarchica e l’elevato livello di istruzione fanno dei gesuiti il più importante
Ordine missionario nelle nuove terre dell’America Latina e Estremo Oriente.

8-Cristianesimo lacerato: l’età delle guerre di religione.


All’indomani del Concilio di Trento la riscossa della Chiesa cattolica si manifesta in uno scenario di grandi
tensioni politiche e religiose. La Chiesa può contare sulle armi degli Asburgo, sia di Spagna che di Austria.
A differenza del padre Carlo V, che aveva tenuto distinta la causa della riunificazione della fede cattolica da
quella della egemonia degli Asburgo, Filippo II si erge come difensore della vera fede. Carlo V, infatti, pur
essendo cattolico, aveva tenuto distinta la causa della riunificazione della fede cristiana da quella
dell’egemonia dinastica della casa Asburgica prospettiva più o meno remota, di un ordine universale. Egli
pensa, come già era avvenuto in Castiglia (liberata dai mussulmani nei secoli precedenti) di difendere la
cristianità dalla minaccia ottomana e di riportare alla vera fede l’Europa caduta nell’eresia. Il suo programma
prevede: ricongiungere l’Inghilterra al mondo cattolico superando lo scisma anglicano; sostenere il ramo
degli Asburgo d’Austria sia contro gli ottomani, sia contro i principi protestanti; finanziare in Francia un
partito ultracattolico che si opponga agli ugonotti (calvinisti), evitando però di rafforzare la monarchia
francese; arrivare a controllare la Santa Sede influenzandone le scelte mediante l’elezione di papi favorevoli
alla politica spagnola. Filippo II dispone della maggior potenza militare del tempo e di ingenti risorse
economiche provenienti dalle colonie americane; inoltre riesce ad impossessarsi del trono del Portogallo
(1581) rimasto senza altri eredi legittimi, ampliando in questo modo i propri domini e giura di fronte alla
Cortes di rispettare le leggi e i privilegi del regno Però contro il successo delle sue strategie agiscono forze
potenti: l’insostenibilità degli enormi costi militari contro gli ottomani unito al voler finanziare la lotta al
protestantesimo; la difficoltà di unificare le forze cattoliche contro obbiettivi comuni; la lotta al calvinismo,
molto più combattivo ed agguerrito del luteranesimo, che si propaga nei Paesi Bassi .
Alla morte di Enrico VIII l’Inghilterra entra in una crisi di successione dinastica che è anche una crisi
religiosa. Nel 1553, sale al trono Maria Tudor, la moglie che Enrico aveva ripudiato per sposare Anna
Bolena. Ma questa regina cattolica, che l’anno dopo sposerà Filippo II, suscita la reazione da parte degli
anglicani i quali, appoggiati dai puritani, di fede calvinista, vorrebbero sul trono, la figlia di Enrico e di Anna
Bolena, ovvero Elisabetta. La regina chiude la sorellastra nella torre di Londra e tenta di rintrodurre il
cattolicesimo con una violenta repressione, motivo per il quale verrà detta Maria la Sanguinaria. Alla sua
morte (1558) i cattolici puntano sulla regina di scozia, Maria Stuart, cugina di Enrico VIII, sostenendo
l’illegittimità del matrimonio da cui era nata Elisabetta, sostenuta dagli anglicani. Il parlamento inglese
risolve la successione a favore di Elisabetta. L’Irlanda rimane cattolica e anche in Inghilterra permane una
forte minoranza cattolica. Elisabetta nel 1559 promulga l’atto di uniformità, con cui viene riformata la
liturgia della Chiesa anglicana, reintroducendo un libro comune ufficiale; cerca di mediare tra le ancora vaste
fasce di rito cattolico della popolazione e le posizioni più radicali dei puritani/calvinisti che mirano ad
indebolire la sua autorità. Intanto Maria Stuart, scacciata dalla Scozia da una rivolta puritana, viene
incarcerata a Londra. Sul piano politico, la regina favorisce i commerci attraverso lo sviluppo della marineria
e della flotta militare; cresce l’ostilità inglese, sul piano diplomatico, nei confronti della potenza spagnola,
contro la quale la regina utilizza la guerra di corsa. Sir Francis Drake, pratica una fiorente e sistematica
azione di pirateria ai danni dei galeoni spagnoli. L’Inghilterra diventa campione dell’antispagnolismo e
dell’anticattolicesimo finanziando ogni movimento di rivolta contro la monarchia di Filippo II, come nei
Paesi Bassi. Quando nel 1587 Elisabetta fa decapitare Maria di Stuart, Filippo II decide di invadere
l’Inghilterra ed invia la sua grande flotta, l’Invincibile Armata, che però, in parte distrutta da una burrasca,
viene poi battuta dalle navi inglesi e olandesi. A questo punto i cattolici inglesi diventano sempre più una
minoranza mal sopportata, ad eccezione dell’Irlanda, dove rimangono ancora maggioranza.
Dopo essere stata estromessa dalla corona asburgica dall’Italia (1559) con la pace di Cateau-Cambrésis, la
Francia entra in una grave crisi politica. Dopo la morte di Enrico II, la corona viene retta dalla vedova
Caterina de’ Medici per conto dei figli: Francesco II (1559/60) e poi Carlo IX (1560/74). Il principale
problema di Caterina è la diffusione dei calvinisti/ugonotti che si concentrano in alcune città del sud (Lione e
La Rochelle) ed in aree del Centro e Nord dove raccolgono adesioni fra artigiani, professionisti e nobiltà
come i Borbone. I protestanti cercano di sostituire la regina con Luigi I Borbone principe di Condé; Caterina
non si schiera mai completamente a favore delle due parti in contesa - cattolici/ugonotti- nel tentativo di
difendere l’autorità della sua corona sempre più debole. Nel 1567, la contesa sfocia in una vera guerra civile
che si concluderà con l’ammissione al Consiglio di Stato di una dei capi ugonotti, Gaspard de Cologny. Ma
la crescente influenza di Cologny (riesce quasi a convincere Carlo IX a favorire la causa protestante nei Paesi
Bassi; contribuisce ad organizzare un matrimonio pacificatore tra uno dei capi del partito ugonotto, Enrico di
Borbone, e Margherita di Valois, sorella del re) spinge Caterina a cercare di farlo uccidere e poi ad eliminare
in un sol colpo lo stato maggiore della nobiltà ugonotta, la notte di San Bartolomeo 23 agosto. Nei giorni
seguenti i cattolici intransigenti uccidono nelle varie provincie più di 12.000 ugonotti dando inizio alla fase
più violenta della guerra civile religiosa con un’estrema radicalizzazione dello scontro. La Lega cattolica,
vero e proprio partito politico-religioso, inizia un lungo e sanguinoso scontro contro i Borbone perché
pretendono entrambi di designare il successore alla corona  Lega cattolica designa Carlo di Guisa, il
cardinale; Enrico di Borbone è invece il parente più prossima della famiglia di Valois. Dopo alterne vicende,
sale al trono Enrico di Borbone che, di fronte ad un paese profondamente spaccato ed in guerra con la
Spagna, finisce per rinnegare il calvinismo e aderire al cristianesimo (1593). Questo atto consente la sua
incoronazione a re di Francia nella cattedrale di Chartres con il nome di Enrico IV. Anche il papa Clemente
VIII, concede l’assoluzione ad Enrico IV. Gli ugonotti ottengono comunque libertà di coscienza e di culto in
luoghi prestabiliti con l’editto di Nantes nel 1598.Nello stesso anno Spagna è costretta a siglare un accordo
di pace. Conclusa la lunga fase di lotte religiose Enrico IV può dedicarsi a ripristinare la sua autorità e a
risanare le disastrose finanze della Francia; ma nonostante il suo buon operato a favore del suo paese egli
rimane, per gli oltranzisti cattolici, un eretico convertitosi per ragioni opportunistiche e verrà assassinato nel
1610 da un estremista cattolico.
Durante il periodo delle guerre di religione due sovrani francesi vengono assassinati. È una pratica estrema di
lotta politica dovuta alla contrapposizione della spaccatura tra cattolici e protestanti. Cade l’idea della
sacralità dei sovrani considerati come rappresentati di Dio in terra, anzi un sovrano nemico della vera fede
viene ritenuto un pericolo e può essere combattuto ed ucciso. Si afferma il tema della liceità dell’uccisione di
un sovrano eretico; dottrine «monarcomache». Si tratta del recupero della teoria politica greco romana della
tirannia: la monarchia tende naturalmente a degenerare in regime tirannico; Cesare finisce per trasformarsi in
Nerone. I primi ad elaborare queste idee sono gli ugonotti francesi; si deve obbedienza al sovrano solo se è
un re di grazia e di giustizia (testo anonimo, Vindiciae contra tyrannos). Egli deve mettere d’accordo le
diverse parti del suo regno, ma se si schiera con una delle parti, cessa di essere re e diventa un tiranno a cui
non si deve obbedienza. Successivamente queste tesi vengono teorizzate da entrambi le parti in lotta,
cattolici/protestanti. Queste idee minano il fondamento sacro dell’autorità regia, il ruolo di rappresentate di
Cristo. Conseguentemente, in Francia, si elabora una teoria politica che consente di sottrarre l’autorità
sovrana allo scontro religioso; i portatori di queste idee sono vicini alle posizioni della reggente Caterina de’
Medici e vengono definiti politiques. Loro sostengono un rafforzamento dell’autorità regia e della
concessione di una certa libertà di culto come unico rimedio alla divisione religiosa. Nel 1576, Jean Bodin
nei “Six livres de la république” sostiene la sovranità unitaria, indivisibile e perpetua dello Stato,
conseguentemente al principe detentore della sovranità spetta la pienezza del potere legislativo senza alcun
vincolo. Si apre così la strada alla teorizzazione del potere «assoluto» del re; non è ammesso il diritto di
resistenza, né di reazione contro i sovrani. La radicalizzazione promossa dallo scontro religioso tende a
spingere sia il papa, che i capi delle sette protestanti a pretendere di intervenire nelle questioni religiose degli
Stati: un esempio è quello della Santa Sede contro la Repubblica di Venezia tra il 1605 e il 1607: problema
del patrimonio ecclesiastico nel territorio della repubblica veneziana.

9-La rivolta dei Paesi Bassi e la nascita delle Province Unite.


Prima dell’ascesa di Carlo al trono i Paesi Bassi sono terre fiorenti e popolate; una agricoltura ricca si
accompagna ad un florido artigianato tessile. Il fulcro della ricchezza risiede nelle Fiandre e Anversa
importante piazza commerciale e finanziaria. Dopo l’Italia, i Paesi Bassi sono un centro nevralgico dello
sviluppo europeo non solo economico, ma anche culturale: un esempio sono la pittura fiamminga e realistica
( realistica Rembrandt, Bruegel); pensatori e teologi quali Erasmo da Rotterdam. L’inserimento nella
monarchia di Carlo V giova grandemente ai Paesi Bassi; sviluppo delle industrie tessili di Liegi e di Bruges,
Borsa commerciale e finanziari di Anversa. Però a partire dalla seconda metà del Cinquecento cresce la
concorrenza inglese sia nel tessile, sia nei commerci internazionali; pure gli olandesi aumentano la
concorrenza dei traffici marini. Anche su piano politico sorgono difficoltà perché ogni provincia ha proprie
leggi e ordinamenti. Ulteriore elemento di tensione è dato dai problemi religiosi perché la normativa contro i
protestanti era stata inasprita e la persecuzione contro i luterani e gli anabattisti era stata brutale.
Negli anni sessanta il calvinismo penetra in questi territori facendo breccia nei settori artigianali, fra i
mercanti e gli uomini d’affari delle città. Contemporaneamente la guerra commerciale con l’Inghilterra crea
sacche di disoccupazione e di malcontento popolare. Anche le relazioni tra la corte di Filippo II e
l’aristocrazia locale, che chiede una diminuzione delle imposte, diventano critiche. Infine, Filippo II rifiuta di
mitigare la repressione dell’eresia calvinista. La crisi esplode.
Nel 1565 l’opposizione alla politica religiosa della corona si fa intensa. Un gruppo della nobiltà minore
chiede l’espulsione dai Paesi Bassi dell’Inquisizione e di rivedere la politica religiosa. Il 5 aprile 1566 una
folla di confederati si presenta in armi al cospetto di Margherita di Parma, governatrice in nome
dell’imperatore, decide di cedere con un editto invita le autorità ad una minor rigidità ad attuare la
repressione, con conseguente aumento dei calvinisti. Le tensioni sociali si fa preoccupante; i calvinisti
attaccano le chiese cattoliche. Alla corte spagnola prevale la linea dura dei falchi che chiedono l’invio di un
esercito guidato dal duca d’Alba per una dura repressione. Il duca d’Alba agendo duramente proprio contro
la classe dirigente locale alla quale si appoggiava Margherita per ottenere il consenso al proprio governo;
Margherita si dimette ed il duca diventa il governatore generale. Il governo di Alba è rimasto tristemente
famoso per la violenza della repressione: vengono eseguite oltre mille sentenze capitali, molte anche fra la
nobiltà locale. Inoltre per il mantenimento del suo esercito il duca impone nuove tasse che fa crescere
l’opposizione. Si giunge alla ribellione aperta motivata con il diritto alla resistenza al sovrano che compie
azioni tiranniche. Nel 1575 le due province di Olanda e Zelanda si legano in un’unione per difendere le
proprie autonomie e la libertà di culto: le deliberazioni, firmate dagli Stati e Orange, abbozzano un primo
esempio di potere condiviso tra un’assemblea rappresentativa e un’istanza esecutiva. Guglielmo d’Orange,
detto il Taciturno, costituisce un punto di contatto tra calvinisti olandesi e ugonotti francesi, diventando poi il
punto di riferimento di una rivoluzione condotta in nome della difesa della libertà costituzionale e religiosa.
L’incapacità del duca di Alba a sconfiggere i ribelli, «i pezzenti del mare», spinge Filippo II a sostituirlo. Il
successor, Luis de Requesens, pone fine alla politica del terrore e cerca un accordo con le province ribelli. Si
ripropone il grave problema del finanziamento della guerra; nel 1575, mentre Filippo II dichiara bancarotta,
muore il nuovo governatore dei Paesi Bassi a cui segue l’ammutinamento dell’esercito che compie saccheggi
ed eccessi di ogni tipo contro la popolazione. I dirigenti delle provincie leali prendono in mano la situazione
e avviano trattative con le province ribelli d’Olanda e con il principe di Orange per espellere le truppe
straniere e congelare la questione religiosa. Nel 1576 si ha la pacificazione di Gand, in seguito al saccheggio
di Anversa da parte delle truppe spagnole ammutinate. Filippo II invia come governatore il fratellastro
Giovanni d’Austria, vincitore di Lepanto, il quale in cambio del ritiro delle truppe e del rispetto delle leggi
delle province, ottiene il riconoscimento della propria autorità e il ripristino del cattolicesimo come religione
ufficiale. Ovviamente le provincie a maggioranza calvinista, Olanda e Zelanda, reagiscono e riprende la
guerra: esplodono rivolte guidate dai calvinisti che si uniscono sotto Guglielmo d’Orange. Le province, che
rimangono di fede cattoliche non puntano all’indipendenza, ma al rispetto delle proprie libertà e privilegi,
offrono il posto di governatore al nipote di Filippo II, Mattia d’Asburgo, ma anche questa soluzione fallisce.
I Paesi Bassi sono ormai divisi in due aree: quelle delle Provincie Unite ribelli, a egemonia olandese e
calvinista; la seconda, quelle delle provincie lealiste, vallone e cattoliche. Le provincie ribelli dichiarano
Filippo II spergiuro e tiranno, e cercano un nuovo sovrano nel fratello del re di Francia, duca d’Angiò, che
però non si dimostra all’altezza. Alla morte del principe d’Orange nel 1584, assassinato da un fanatico
cattolico, il vuoto di potere viene occupato dal conte di Leicester, fiduciario di Elisabetta d’Inghilterra con
cui esisteva un’alleanza antispagnola. Alla fine gli stati generali delle provincie ribelli decidono di evocare a
se la piena sovranità proclamandosi autorità suprema della nuova entità statale delle Province Unite. (1589).
Negli anni successivi, nelle Province Unite (Groninga, Frisia, Gheldria, Olanda, Overjissel, Utrecht e
Zelanda, Drenthe) prende una forma più definita il regime di tipo repubblicano con un’ampia assemblea in
cui ogni provincia gode di un solo voto. Si afferma l’egemonia dell’Olanda, la provincia più ricca e
popolosa; alla famiglia Orange viene riconosciuto il comando dell’esercito; e per motivi commerciali viene
siglata una tregua con la corona spagnola, nonostante la contrarietà di Maurizio Nassau, figlio di Guglielmo
d’Orange. Nei primi anni del Seicento si ripresentano gli scontri fra i fautori di una versione più tollerante
della fede calvinista e i sostenitori intransigenti del riformatore di Ginevra (scandalizzati dalla posizione di
Arminio sulla salvezza); nonostante questo le Province Unite riescono a trovare una sostanziale stabilità sino
al 1612 quando scade l’armistizio con la Spagna.
Riprende una lunga fase di guerra; le Province Unite colpiscono la monarchia cattolica nei possedimenti
coloniali e nei suoi interessi commerciali. Si giunge infine al trattato di Munster in cui la corona spagnola
rinuncia alle sue pretese di sovranità sulle Province Unite. -1648-

10-Economia e finanze nel secolo dei genovesi.


Nei primi decenni del XVI secolo si registra in Europa una crescita della popolazione; la crescita è diversa da
regione a regione. Aumenta anche la popolazione urbana grazie all’afflusso di persone dalle campagne: vi è
un grande sviluppo di Londra, Siviglia, Lisbona, Palermo, Napoli, Milano, Venezia. Alla base della crescita
demografica vi è sia la flessione della mortalità (le epidemie di peste e di altre malattie non hanno il
medesimo grado di virulenza e diffusione avuto in precedenza), sia l’aumento della natalità dovuto al fatto
che le persone tendono a sposarsi più giovani. L’aumento della popolazione comporta un notevole aumento
della domanda di derrate alimentari ed una conseguente crescita dei prezzi dei prodotti agricoli; in Francia il
prezzo grano cresce di 6 volte In Europa si arriva ad una «cerealizzazione» dell’agricoltura. Vengono
bonificate varie zone in Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, in Italia regioni del Veneto da parte delle
Repubblica di Venezia e del Polesine del duca di Ferrara. I cereali riguadagnano anche il terreno destinato
all’allevamento ed altre coltivazioni (Inghilterra  tendenza ad cerealicoltura; Francia  regredisce il
terreno destinato all’allevamento). La Sicilia diventa il vero e proprio granaio d’Europa. Ma nel 1590 una
nuova carestia, causata da un peggioramento del clima, si abbatte sull’Europa.
Anche la produzione manifatturiera si espande sia nel settore tessile, Castiglia a Segovia e Toledo, sia nella
metallurgia per la produzione del ferro (Inghilterra, Svezia e a Liegi  maggiori produttori di ferro) - e
dell’allume usato per tingere li tessuti – viene scoperta una importante miniera a Tolfa nello Stato della
Chiesa, il pontefice Pio II affida l’appalto a compagnie di fiorentini (la maggiore miniera in precedenza era
quella in Asia Minore, controllata dai genovesi). In Italia centro-settentrionale si ha un notevole sviluppo nel
settore laniero, a Bergamo, Venezia, Firenze; e nel settore serico, la produzione nello Stato di Milano, e nelle
manifatture seriche di Genova, Bologna, Mantova, ma anche nei centri del Mezzogiorno, Napoli, Reggio
Calabria, Catanzaro e Cosenza. I tessuti di produzione italiana sono di alta qualità e non temono la
concorrenza di quelli di lana.
Il mediterraneo resta il cuore dei commerci cinquecenteschi; grano, materie prime, manufatti tessili e
metallici, spezie, transitano dai porti di Venezia e Genova. Venezia rimane lo snodo più importante nord/sud.
Tuttavia crescono di importanza anche i porti della Castiglia e dei Paesi Bassi (Anversa in particolare diventa
la principale piazza finanziaria e commerciale del continente europeo fino agli anni Settanta del
Cinquecento). In Europa centrale e orientale, l’aumento della popolazione comporta una crescita della
domanda di manufatti tessili e metallici e di derrate alimentari provenienti dal Mediterraneo. Incomincia a
farsi sentire l’importanza delle colonie americane per esportazione/importazioni. Purtroppo la rivolta dei
Paesi Bassi contro la corona spagnola finirà col danneggiare Anversa (1576).
In tutta Europa, dalla metà del XV secolo si registra un aumento della pressione fiscale dovuta: -sia alla
crescita dei prezzi, la quale spinge alla necessità di adeguare le entrate all’inflazione; - sia alla voce
principale della spesa pubblica: la guerra; nuovi armamenti, introduzioni delle armi da fuoco, aumento del
numero degli eserciti con conseguente necessità di pagare, armare ed equipaggiare molti mercenari. Dal
momento che le entrate ordinarie sono troppo esigue, i governi incrementano la tassazione straordinaria pur
incontrando notevoli resistenza da parte della popolazione e dei ceti privilegiati, vi sono difficoltà anche nel
riuscire ad accertare la vera ricchezza. I governi -monarchici o repubblicani- appaltano la riscossione delle
imposte a compagnie bancarie. Contemporaneamente i sovrani ricorrono all’indebitamento a breve; i
banchieri senesi e fiorentini sono specializzati nel trasferire il denaro nelle regioni scelte dai clienti. Gli
interessi sono elevati. In Germania e nelle Fiandre nasce il debito consolidato: emissione di titoli pubblici
con rendita fissa – 7/10%- sottoscritto da mercanti, imprenditori, enti ecclesiastici, aristocratici; gli interessi
provengono da tasse le quali gravano sulle spalle dei ceti umili che vivono di salari. In Italia, Genova,
Venezia, Firenze sono i primi comuni ad istituzionalizzare questo debito pubblico. Il debito è connesso alle
vicende politiche e militari. La corona di Castiglia, Carlo V e suo figlio Filippo II, ricorrono massicciamente
a gruppi bancari tedeschi/genovesi/portoghesi- che forniscono denaro ai suoi eserciti nei luoghi desiderati.
Vista l’enorme somma raggiunta -8 milioni di ducati- dal debito della sua corona, nel 1557, Filippo II
converte in modo forzoso il debito in titoli pubblici al 5%; a causa della crescita continua del debito questa
operazione verrà più volte ripetuta sino ad arrivare alla sospensione dei pagamenti Anche in Francia
l’indebitamento della corona è in continuo aumento e viene finanziato con titoli pubblici i cui interessi
gravano sul gettito delle imposte sui consumi. Ma anche in Francia si finisce col consolidare il debito,
sospendere i pagamenti (nel 1558) e Enrico IV, nel 1599, cancella d’autorità i debiti senza rimborsi o
interessi, alla stregua della corona castigliana. Solo lo Stato della Chiesa, caso atipico, pur consolidando il
suo debito, riesce a mantenere la fiducia degli investitori continuando a pagare regolarmente gli interessi.
Altro modo per finanziare le loro esigenze usato dai sovrani è la vendita di incarichi militari, amministrativi
e finanziari al miglior offerente; l’acquirente ottiene la remunerazione e i diritti legati a quell’incarico.
Un’altra importante forma di indebitamento è la venalità degli uffici: molti incarichi militari, amministrativi
e finanziari sono infatti venduti dalla corona al miglior offerente. In Francia, nel 1604, sotto Enrico IV,
queste vendite crescono sempre più e nel caso di uffici tradizionalmente appannaggio di nobili, l’acquisto
conferisce anche titolo di nobiltà. Questo tipo di nobiltà –noblesse de robe- rimane distinta dalla nobiltà
militare o di spada.
La venalità degli uffici, l’attività creditizie con prestiti ai monarchi, e gli appalti delle imposte ottenuti in
cambio, consentono a molti finanzieri di acquistare feudi e titoli nobiliari. I finanzieri, grazie alla credibilità e
capacità, raccolgono denaro liquido da molti soggetti, e poi lo trasferiscono laddove sia richiesto. Con un
accordo, chi versa una determinata somma di denaro ad un banchiere ottiene l’impegno (lettera di cambio
accordo privato in cui il traente ottiene la promessa di pagamento a farsi pagare tale somma nella moneta
della località straniera da lui indicata da parte di un altro banchiere. In questo modo si evita il trasporto
materiale del denaro contante lungo itinerari allora assai pericolosi in tutta Europa. Sin dal Quattrocento
grandi compagnie bancarie – i Medici a Firenze, i Fugger ad Augusta – hanno creato una rete di agenzie in
tutt’Europa. Grazie a Fugger, Carlo d’Asburgo riesce a «comprarsi» il titolo di Sacro Romano Imperatore -
1519-. Le lettere di cambio dei vari banchieri vengono scambiate in apposite fiere quali quella di Lione
prima  la fiera di Lione è la maggiore del tempo, grazie alla sua collocazione geografica al crocevia fra il
polo finanziario della Castiglia, quello della penisola italiana Europa settentrionale; poi di Genova –dove
operano i banchieri Centurione, Pallavicino, Grimaldi – che danno vita anche la fiera di Besançon in Francia.
Successivamente però il ruolo dei banchieri genovesi diminuisce per la loro esposizione nei confronti delle
corone sempre più indebitate ed a rischio di insolvenza.
L’afflusso di metalli preziosi americani nella seconda metà del Cinquecento è un fatto rilevante per la storia
dell’economia europea. Dapprima si tratta di oro, poi a partire dal 1570, soprattutto di argento che viene
estratto in ricchi giacimenti del Perù e del Messico. Fino al 1660, dalla Castiglia l’oro e l’argento americano
defluiscono verso altre aree dell’europea per poter importare manufatti da inviare nelle colonie e per
finanziare la politica e gli eserciti di Carlo V e dei suoi successori. Alla grande diffusione dell’argento
americano in Europa viene attribuito il deprezzamento della moneta e l’aumento dei prezzi soprattutto del
grano e altri cereali; una «rivoluzione dei prezzi». Il tasso di inflazione cinquecentesco, in realtà, non è
affatto drammatico, anzi si tratta di un dato più moderato in confronto ai tassi dei secoli successivi; inoltre si
deve tenere presente che l’economia cinquecentesca è meno legata all’uso della moneta di quanto si è
ritenuto alcuni decenni fa. Una più attenta analisi mette in evidenza che la tendenza inflazionistica in Europa
era già in atto prima della scoperta dell’America ed era da ricondurre alla crescita demografica che
aumentava la richiesta di derrate agricole. L’afflusso di metalli preziosi accentuò solo la crescita
dell’inflazione. Sono soprattutto i salariati a subire gli effetti più pesanti degli aumenti dei prezzi; braccianti
agricoli, operai manifatturieri ed edili. Sono colpiti anche i proprietari fondiari che hanno stipulato contratti
di enfiteusi, affitto perpetuo o a lunghissima scadenza, non potendo rinegoziare i canoni. Ad essere
avvantaggiati sono i commercianti e gli imprenditori manifatturieri i quali posso contare su una notevole
disponibilità di manodopera a basso costo, e contemporaneamente possono aumentare i prezzi di merci e
prodotti che essi vendono. Anche i proprietari fondiari che hanno affittato le loro terre con contratti a breve
scadenza possono aumentare gli affitti ad ogni scadenza.

11-L’affermazione del barocco.


L’etimologia della parola «barocco» è controversa; secondo alcuni definisce una figura atipica del sillogismo
aristotelico, secondo altri deriva dalla parola portoghese barroco, che indica una perla difettosa, dalla forma
irregolare. In entrambi i casi col termine barocco si può intendere una strutturale infrazione a regole date.
L’irregolarità, la ricerca dell’insolito, la volontà di stupire sono i tratti che definiscono il gusto barocco che si
diffonde in Europa fra il 1580 e il 1680. Il barocco non investe solo le arti visive, la letteratura e la musica,
ma anche la religiosità, la politica, il costume. Quasi per reazione alle forme di controllo e coercizione che la
Chiesa contro-riformista e gli Stati esercitano sugli individui, gli artisti cercano l’originalità. La loro ricerca
di quanto è trasgressivo, capriccioso, strano, alternativo, è tollerato e a volte incoraggiato, in ambito artistico
e letterario, sia dai sovrani e dall’aristocrazia, sia dalla Chiesa cattolica, soggetti che sono soliti combattere
ogni tentativo di eversione in campo religioso, politico, filosofico e scientifico. Grazie al suo ingegno
l’artista deve avvicinare oggetti fra loro distanti ed inconciliabili, creando nessi inediti che li apparentino.
L’obbiettivo dell’artista è quello di stupire chi fruisce della sua opera. Gianbattista Marino (1569/1625) «…
è del poeta il fin la meraviglia…». Il dovere dell’artista è di proporre, utilizzando materiali rari/pregiati, è
creando paragoni inconsueti recepiti solo da chi ha una cultura raffinata ed esclusiva, di creare l’effetto della
meraviglia nello spettatore. Gli artisti elaborano un linguaggio iniziatico e misterioso, costellato di simboli
ed emblemi. La Chiesa controriformista cerca di operare un controllo sulla produzione artistica con la
censura. Paradossalmente, mentre si sviluppa un movimento culturale che sembra rifiutate ogni regola,
cresce il tentativo di arginare e ricondurre entro certi limiti le libertà artistiche che si diffondono. Questo
governo delle arti evidenzia come in un’epoca in cui vengono messi in discussioni valori
religiosi/politici/scientifici/filosofici ritenuti intangibili via sia bisogno di nuovi punti di riferimento.
L’intervento del potere politico nella sfera della cultura è finalizzato ad ottenere il consenso dei sudditi. Per
questo, pontefici e sovrani, quando si tratta di arricchire le proprie collezioni personali si mostrano
estremamente raffinati; mentre, quando l’opera è destinata alla fruizione pubblica, prediligono oggetti
artistici che impressionino per la loro magnificenza. Il teatro, in particolare è il frutto dell’armonica sinergia
fra molteplici arti: pittura, scultura, letteratura, musica. La spettacolarità del teatro diviene un elemento anche
della vita pubblica. Nel Rinascimento lo spettacolo teatrale era una festa riservata alle corti signorili,
nell’epoca barocca festeggiamenti e celebrazioni si svolgono nelle strade e nelle piazze coinvolgendo l’intera
società. Diventano momenti spettacolari non solo rappresentazioni teatrali, ma processioni, cortei, giostre,
tornei, persino gli autos da fé (atti di fede, ovvero cerimonie pubbliche in cui le persone giudicate colpevoli
di eresia dall’Inquisizione fanno pubblica abiura delle loro opinioni). L’intera città diviene teatro dove si
svolge l’azione spettacolare. In questo periodo molte città vedono modificata la loro struttura ai fini di
modellare lo spazio in modo da migliorare la resa visiva delle feste, che acquistano sontuosità. Roma è la
città dove l’intervento strutturale/decorativo di gusto barocco è maggiormente deciso. La Chiesa
controriformistica cerca di affascinare quanti vi giungono per attuare la propria propaganda e contrastare la
diffusione di idee protestanti.
Fra i Cinquecento e Seicento anche le monarchie europee organizzano in maniera pubblica e rituale i distinti
momenti della vita del sovrano, non solo l’incoronazione, le nozze, i battesimi, i funerali, ma anche i
momenti della vita privata e quotidiana, vengono solennizzate con cerimonie pubbliche, cui assistono folle di
sudditi. Il cosiddetto «cerimoniale borgognone» introdotto da Carlo V, si diffonde nelle regge europee e fissa
i ruoli e le mansioni dell’aristocrazia che vive a corte, il tutto finalizzato a sottolineare la sacralità del
sovrano. L’esistenza del monarca diviene spettacolo, la figura del sovrano per diritto e per volontà divina
appare rarefatta e preziosa.
La propaganda controriformista non si esaurisce nel tentativo di affascinare i fedeli con il fasto delle
cerimonie e degli spazi in cui esse si svolgono. La Chiesa cattolica, che svolge un ruolo pedagogico, cerca
anche di plasmare le coscienze tanto degli analfabeti, o quanto meno la maggioranza, con linguaggi artistici e
arti visive; quanto degli alfabetizzati, attraverso collegi ed istituti di istruzione in cui opera con l’arma della
censura. L’ultima sessione del Concilio di Trento (1562-1563), aveva riaffermato la legittimità del culto
delle immagini sacre pur vietano ogni abuso, tuttavia l’interpretazione del relativo decreto conciliare dà
avvio alla discussione sul ruolo dell’arte sacra. Nel 1577, Carlo Borromeo, cardinale di Milano, pubblica un
trattato in cui sostiene che l’arte deve essere al servizio di Dio e che questo principio deve essere trasmesso
ai fedeli. Giovanni Molano dedica un’opera alla storia delle immagini sacre. Nel 1594 il cardinale Gabriele
Paleotti rimprovera gli errori di rappresentazione degli episodi sacri da parte dei pittori che ignorano le Sacre
Scritture ed esalta la funzione didattica della pittura i cui prodotti però devono nascere da una stretta
collaborazione tra artisti ed ecclesiastici. Sempre per contrastare la diffusione delle idee protestanti, la Chiesa
dà vita anche a numerosi istituzioni educative, scuole di villaggio gestite dai parroci o da ordini religiosi. La
Compagnia di Gesù –gesuiti- spicca per l’opera pedagogica rivolta ai ceti dirigenti. I collegi dei gesuiti, a cui
vengono ammessi gli appartenenti alle più alte fasce sociali, ottengono un enorme successo e si distinguono
per la pianificazione di orari e programmi, la progressione degli studi. L’ordinamento dell’insegnamento si
basa sulla divisione degli alunni in classi di apprendimento, sulla progressione degli studi, sulla
pianificazione di orari e programmi; sollecitano la competizione tra gli allievi mediante premi e castighi. Il
numero di questi collegi cresce rapidamente (dai 150 del 1580 ai 444 del 1626) anche perché da essi escono i
giovani educati e seriamente preparati, che andranno a servire i vari sovrani in mansioni civili e militari.
Conseguenza di questo successo è l’enorme crescita del patrimonio della Compagnia dovuto a lasciti
testamentari e a donazioni raccoglie un enorme patrimonio; accanto alle scuole sorgono convitti per i
rampolli aristocratici. Grande è anche l’influenza della Compagnia sulle università di cui a volte assumono il
controllo.
Nel corso dei Seicento la riflessione politica non insiste più sull’autorità e sovranità del principe, bensì sulla
macchina del potere, sui segreti dello Stato. Con la Controriforma si fa strada un’idea politica cristiana che
tenga conto del ruolo centrale dei sovrani per il mantenimento dell’ordine sociale e politico. Nel 1589,
Giovanni Botero nell’opera Della ragion di Stato, in contrasto con Machiavelli, afferma che ragione di Stato
è la conoscenza «dei mezzi atti a fondare, conservare ed amministrare un dominio.». Per lui il principe deve
guadagnarsi il consenso dei sudditi ed è fondamentale il rapporto fra il potere del sovrano e la Chiesa; cerca
di proporre ai principi europei un modello di governo sostanzialmente antitetico, di cui “Il Principe” di
Machiavelli è considerato il modello. Il re deve essere un buon cristiano e sapere utilizzare l’appoggio della
Chiesa per la stabilità del proprio potere. Altro tema trattato è quello della prudenza, non intesa
machiavellicamente come cautela nelle azioni di governo, ma come timore di Dio secondo l’ottica cristiana,
o alla cautela rispetto alle passioni nocive, nella prospettiva del neostoicismo (neostoicismo  scaturisce
dalla rilettura delle opere di Tacito e Seneca, da cui discende una visione della realtà basata sui principi di
autoconservazione e di equilibrio); un esempio è “I discorsi sopra Cornelio Tacito” di Scipione Ammirato.
Rimane comunque la difficoltà di coniugare i principi della religione cattolica con il rigore e la crudeltà
indispensabili nell’esercizio del potere; la sincerità con la necessità di dissimulare le proprie recondite
intenzioni per poter governare. Machiavelli aveva sostenuto la necessità per il principe di essere un gran
simulatore e dissimulatore; ora, sull’onda della Controriforma, l’occultamento delle proprie intenzioni è
giustificato solo da una situazione di pericolo, negli altri casi la dissimulazione è da disapprovare. Nel
Seicento, l’attenzione dei pensatori si concentra non sulle regole generali della politica, ma su quelle
appropriate ad affrontare ogni singola situazione o a raggiungere determinati fini caso degli arbitristas
spagnoli, cioè gli autori di arbitrios indirizzati al sorano al fine di suggerire specifici provvedimenti per far
fronte ai diversi problemi della monarchia; in Francia la produzione intellettuale assume caratteri
propagandistici.,

12-Un mondo di numeri: la nascita della scienza moderna.


All’inizio del XVI secolo la visione del cosmo è quella fondata sulla centralità della terra -geocentrismo-
immobile al centro dell’universo. Essa deriva dalle teorie del filosofo greco Aristotele e dal matematico
Tolomeo di Alessandria; grazie a Tommaso d’Aquino e dottrina ufficiale della Chiesa  ogni cosa ha il
proprio luogo naturale in base alla minore/maggiore perfezione della sua essenza. Niccolò Copernico
(1463/1543) formulò una nuova ipotesi, ispirata da Pitagora, in cui il sole era al centro dell’universo e la
terra ruotava circolarmente attorno. La teoria eliocentrica proposta da Copernico mantiene molti elementi di
contatto con la tradizione: da una parte, la centralità del sole richiama la concezione ermetica e neoplatonica
del mondo, dall’altra parte Copernico afferma che i movimenti orbitali non seguano traiettorie matematiche,
ma avvengano grazi a sfere cristalline reali. Copernico innesca nelle scienze fisiche ed astronomiche un
processo rivoluzionario che si concluderà solo con l’opera dello scienziato inglese Isaac Newton. Ma la
rivoluzione copernicana, a causa delle sue potenzialità eversive viene osteggiata dalla Chiesa, sia Cattolica,
sia Protestante. Le idee di Copernico trovano ulteriore sviluppo nelle teorie di Giovanni Keplero sulle orbite
celesti, che giunge alla conclusione che le orbite celesti siano di forma ellittica e che il sole si trovi in uno dei
due fuochi; Tycho Brahe invece dubiterà dell’immutabilità e dell’incorruttibilità del cielo,
In Italia, Galileo Galilei (1564/1642), matematico dell’università di Pisa, si muove sulle orme di Copernico e
Keplero. Egli, convinto che per studiare la natura sia necessario osservarne le caratteristiche primarie e reali,
che sono quantificabili, basa il suo metodo di ricerca sulla formulazione di un’ipotesi e nella sua verifica
sperimentale, con una costante attenzione alla misurazione numerica e geometrica dei fenomeni osservati 
esperimenti sul moto dei gravi e la scoperta della legge delle piccole oscillazioni del pendolo (isocronia)
sono frutto del suo studio metodico. Per poter verificare le sue ipotesi egli fabbrica anche nuovi strumenti: il
più straordinario è il telescopio, con questo strumento può osservare e studiare i satelliti di Giove, le fasi di
Venere, l’anello di Saturno e anche i mari della Luna; Galileo, venuto a conoscenza dell’invenzione del
cannocchiale da parte di un fabbricante di occhiali olandese. Questi suoi studi consolidano la teoria
eliocentrica a scapito di quella geocentrica sostenuta dalla Chiesa. Galileo è molto considerato dagli altri
studiosi per le sue scoperte astronomiche che però si scontrano con l’interpretazione ufficiale della Bibbia da
parte della Chiesa. Negli anni 1613-15 Galileo scrive una serie di lettere private, che hanno una grande
circolazione manoscritta: afferma che natura e scrittura hanno una comune origine in Dio, tuttavia la natura
delle verità che esse affermano è distinta; le verità scientifiche assodate devono diventare la base per una
corretta interpretazione di pasi biblici. Nel 1616 l’Inquisizione condanna le teorie copernicane in quanto
contrarie alla verità bibliche, anche Galileo è ammonito. Egli cerca di convincere gli studiosi della
fondatezza delle sue teorie, però senza riuscirci. Nel 1633, viene ammonito dal cardinale Roberto
Bellarmino, processato dall’Inquisizione e condannato alla pubblica abiura, ritrattazione dell’eliocentrismo, e
alla carcerazione a vita che sconterà presso Firenze; dove peraltro continuerà la sua opera di ricerca e
scrittura gettando le fondamenta di una scienza del moto. Nel “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo,
copernicano e tolemaico”, Galileo si sforza di offrire una prova fisica in favore delle teorie copernicane e
quindi avvalora la tesi secondo la quale l’eliocentrismo non è una semplice ipotesi, ma la verità fisica.
Anche in campo medico, tra Cinque e Seicento, si registrano scoperte che modificano l’idea del corpo umano
che si è sviluppata nella cultura europea. Partendo dalla rilettura dei testi del greco Galeno (129/201), Andrea
Vesalio (1514/64) docente dell’università di Padova, elabora un testo che attraverso le tavole allegate,
dimostra di voler studiare direttamente i corpi, senza pregiudizi filosofici e religiosi. Anche Girolamo Fabrici
(1533/1619), che segue il metodo vesaliano, combinando lezioni teoriche con ricerca pratica, crea il primo
teatro anatomico nel quale si operano la dissezione dei cadaveri sotto gli occhi degli studenti. Fabrici si
concentra sulle valvole venose che fanno affluire il sangue venoso al muscolo cardiaco. Un suo studente
inglese, William Harvey si dedica allo studio del cuore giungendo ad illustrare i meccanismi della
circolazione, e la centralità del cuore nel sistema circolatorio. Harvey compie una serrata opera di
sperimentazione attraverso la dissezione dei cadaveri e la vivisezione di animali; compie una serrata opera di
sperimentazione e costruisce una nuova fisiologia circolatoria
Le esperienze compiute in campo fisico, astronomico e medico concorrono alla nascita del «meccanicismo»;
una concezione del mondo contraria sia all’aristotelismo, sia al naturalismo. Thomas Hobbes, Martin
Mersenne, Pierre Gassendi, sono i principali intellettuali secondo i quali la conoscenza delle leggi del moto è
sufficiente a spiegare l’intero universo. L’universo è composto da corpi che si muovono continuamente,
conoscere le leggi matematiche del moto consente di far comprendere nella sua realtà la struttura
cosmologica. Il filosofo Cartesio (1596/1650) afferma “Nei principi di filosofia” che il mondo naturale è
composto essenzialmente da materia in movimento, l’universo è uno spazio dove i corpi si urtano in un
continuo movimento di traslazione; le sue idee non derivano dall’osservazione delle realtà, ma da una
deduzione logica a partire da presupposti filosofici che egli crede indubitabili (esistenza dell’estensione, il
movimento, l’immutabilità di Dio). Egli invita lo scienziato a chiedersi come i corpi danno vita agli
avvenimenti in natura e non perché. L’universo è un’enorme macchina i cui ingranaggi sono tutti ugualmente
importanti e necessari. Una tale visione si contrappone decisamente alle gerarchie che strutturano l’universo
aristotelico-tolemaico e comporta una serie di conseguenze di notevole rilievo: la prima, è la svalutazione di
delle capacitò conoscitive dell’uomo (l’uomo può conoscere solo ciò di cui ha costruito gli ingranaggi; la
seconda conseguenza è il materialismo  il pensiero meccanicistico conduce al materialismo di Hobbes per
il quale i concetti morali di bene e male non derivano dai comandamenti divini, ma dal movimenti dei
corpuscoli materiali che incontrandosi col corpo umano generano le passioni del piacere (bene) e del dolore
(male). Il vero punto di svolta nel pensiero filosofico e scientifico europeo è dato dall’opera di Isaac Newton
(1642/1727): per lui non è importante studiare la causa ultima del moto, ma analizzare il modo in cui una
forza opera e descriverla in termini di legge matematica. Egli giunge ad elaborare e dimostrare la legge di
gravitazione universale  fisica terrestre e celeste vengono così riunite, cancellando ogni separazione fra
cielo e terra. A questo punto l’universo può essere concepito come del tutto indipendente dall’ordine divino;
solo la perfezione dell’universo prova l’esistenza di Dio.
Sin dal basso Medioevo l’università è il principale luogo di trasmissione dell’alta cultura. Nel cinquecento il
loro numero cresce; le principali sono: Bologna/Padova/Parigi/Oxford/Salamanca. Si studia Diritto,
Filosofia, Medicina; la lingua di comunicazione del sapere resta il latino. Gli studenti devono apprendere
mnemonicamente conoscenze, spesso obsolete, nozionistiche, al fine di superare gli orali, L’università non è
un luogo di ricerca, i docenti stessi spesso non lo amano, considerandolo un posto dove ci si guadagna da
vivere; anche Galileo, docente all’università di Padova, conduce altrove i suoi studi e le sue ricerche private
sull’eliocentrismo. Il luogo del vero confronto intellettuale è l’accademia, una struttura informale dove si
incontrano periodicamente appassionati di una determinata disciplina per discutere di singole questioni. In
Italia: Accademia dei Lincei, a cui si affilia anche Galileo (fondata nel 1603, dopo essere stata sciolta per
eterodossia, viene rifondata nel 1605 con lo scopo di rinnovare il sapere scientifico in opposizione alla
dominante tradizione aristotelica); Accademia del Cimento; Accademia degli Investiganti a Napoli. Questi
sodalizi però sono a volte minati dagli attacchi dell’Inquisizione, che è contro ogni forma di sapere che
potesse apparire eversivo dell’ordine sociale e religioso. In Francia: Académie Royale des Sciences, fondata
per volere di Luigi XIV, nel 1666, i cui componenti percepiscono un salario dalla corona per dedicarsi alla
sperimentazione delle scienze. In Inghilterra: Royal Society of London, fondata come sodalizio privato nel
1660: non è un luogo di sperimentazione, ma un luogo di confronto e verifica dei risultati scientifici che
vengono otenuti altrove.

13-Tra guerre e rivolte: la crisi politica di metà Seicento.


Durante gli anni Quaranta del XVII secolo un terremoto politico investe le grandi monarchie europee. In
Spagna, Filippo IV mentre torna alla guerra contro le Province Unite, per la mai risolta crisi nei Paesi Bassi;
scoppia la ribellione della Catalogna e Portogallo che vogliono la secessione; nel 1647 esplodono ribellioni a
Palermo, Sicilia e poi a Napoli dove viene proclamata la repubblica. In Francia, Anna d’Austria, reggente per
conto del futuro Luigi XIV, si trova a fronteggiare una rivolta, chiamata Fronda, cappeggiata dal parlamento
di Parigi che vuole allontanare il primo ministro il cardinale Giulio Mazzarino. Ne deriverà una lunga e
pericolosa guerra civile. In Inghilterra, Carlo I che governa dispoticamente introducendo nuove tasse si
scontra con il Parlamento, una rivolta che porterà alla decapitazione del sovrano a alla repubblica inglese.
Tutte queste crisi, che si risolveranno con esiti diversi, presentano però tratti comuni.
A partire dagli anni Settanta, il Sacro Romano impero è attraversato da profondi conflitti religiosi. La
controffensiva del cattolicesimo, è guidata dalla Compagnia di Gesù nella formazione spirituale e nella
formazione di élites. Mentre nella Germania centro-settentrionale la nobiltà è in maggioranza luterana, nella
parte meridionale rimane/ritorna cattolica - Baviera, Austria. Anche il calvinismo crea nuova instabilità.
L’imperatore Massimiliano II d’Asburgo aveva rispettato le diversità confessionali e anche il suo successore
Rodolfo II. All’iniziale libertà di confessione religiosa, vista l’aggressiva intransigenza dei gesuiti, i principi
e le città luterano/calviniste costituiscono la lega Unione evangelica, sotto Federico IV del Palatinato. Anche
i principi cattolici danno vita alla Lega cattolica, sotto la guida di Massimiliano di Baviera. La tensione è
alimentata anche dal fatto che l’imperatore Mattia d’Asburgo, privo di eredi, designa successore Ferdinando
di Stiria, cattolico intransigente. Il 23 maggio 1618 la città di Praga insorge di fronte al tentativo di Mattia di
imporre limitazioni al culto calvinista. Alla morte di Mattia d’Asburgo, i boemi rifiutano di riconosce
Ferdinando come loro sovrano ed eleggono Federico V, capo dell’Unione evangelica. Però, nel 1620, le
truppe imperiali e quelle della Lega cattolica sconfiggono i boemi, impongono il cattolicesimo con
saccheggi, confische, rieducazione forzata invadendo il Palatinato. La minaccia militare degli Asburgo, che
preoccupa le potenze europee protestanti, di distruggere chiunque si opponga all’egemonia cattolica si ha sia
in Germania, sia in Italia settentrionale. Ma l’affermazione delle truppe asburgiche porta ad un mutamento
degli equilibri religiosi nell’impero; Ferdinando II con l’editto di restituzione (1619/37) ordina ai principi
protestanti di restituire i beni ecclesiastici confiscati cercando di accrescere il suo potere. Battuta anche la
Svezia, sebbene l’imperatore rinunci poi alla restituzione dei beni da parte dei principi protestanti, sembra
che gli Asburgo abbiano di fatto vinto la partita dell’egemonia politica europea. A questo punto è la Francia
che decide di intervenire con le armi a sostegno dei rivali dell’impero. Con l’intervento della Francia, in un
conflitto che dura dal 1618, gli equilibri militari mutano a sfavore degli Asburgo fino alla sconfitta
dell’esercito spagnolo da parte dell’esercito francese a Rocroi nel 1643. Si giunge alla pace di Vestfalia -
1648- che sancisce il tramonto del disegno egemonico degli Asburgo. La Spagna è costretta a firmare la pace
con le Province Unite. Inoltre vengono riconosciute come Stati regionale la Confederazione svizzera e la
Svezia. Successivamente la pace con la Francia, - Pirenei 1659- ridimensiona ulteriormente il ruolo di
Madrid nella competizione per l’egemonia europea. Inizia il periodo del predominio continentale francese a
cui si sottraggono sole le potenze navali e commerciali: Inghilterra e Province Unite.
La crisi politica di metà Seicento è conseguenza della lunga guerra e della divisione religiosa. Il lungo
conflitto costringe le finanze statali a una disperata ricerca di denaro necessario ad armare gli eserciti, spinge
le corone ad imporre nuove tasse ed a ricorrere ai finanziamenti dei banchieri; anche la lotta tra cattolici e
protestanti è importante, rispetto al quale si orientano i comportamenti politico-diplomatici e le conseguenti
azioni militari. Va però sottolineato che non è tanto la fiscalità in quanto tale che dà vita alle ribellioni,
quanto piuttosto la sua legittimità, i motivi per cui vi si ricorre, l’uso che si fa dei soldi raccolti; anche i vari
conflitti non sono tutti da imputare alla rivalità cattolici/protestanti - es. rivolte di Napoli e Catalogna o
Francia- quanto piuttosto una condanna dei metodi assolutistici dei governi, condanna presente anche i tutte i
le guerre cattolici/protestanti. La figura del favorito, un amico del sovrano che riceve, in cambio dei suoi
consigli, speciali onori, esisteva già nel medioevo, ma nella prima metà Cinquecento viene a perdere peso
perché i sovrani cercano di garantire stabilità alla loro corona assegnando a ciascuna delle varie fazioni
cortigiane un qualche riconoscimento. Questa prassi viene per la prima volta modificata da Filippo III
(1598/1621) che concede al suo favorito Francisco Gomez, duca di Lerma, un enorme potere, in pratica
governa al suo posto. L’esempio spagnolo viene imitato in Inghilterra  a fianco di Giacomo I si installa un
membro della piccola nobiltà, George Villiers; in Francia Maria dei Medici, vedova di Enrico IV, reggente
per il figlio Luigi XIII / Concino Concini. Il potere autocratico dei sovrani va diminuendo,
contemporaneamente il controllo delle decisioni politiche da parte di una sola persona che non è il re
polarizza il sistema politico in due fronti. Gli esclusi tendo a coalizzarsi per dimostrare di essere in grado di
sostituire validamente il favorito, l’opposizione attua una resistenza o renitenza che rende problematica
l’attuazione di certe politiche. Per il sovrano diventa necessaria una mutazione di governo.
All’ascesa al trono di Filippo IV -critico nei confronti del padre- vi è un nuovo cambiamento nella corte
spagnola; il nuovo sovrano si circonda di uomini intenzionati a difendere la monarchia cattolica dal declino.
Nella nuova classe dirigente emerge il conte di Olivares, detto poi conte-duca (si propone di ripristinare in
punta di spada la monarchia spagnola rinvigorendo l’attitudine bellica). La Spagna riprende la guerra nei
Paesi Bassi e interviene militarmente a sostegno degli Asburgo d’Austria nella guerra dei Trent’anni.
Olivares “il valido” nel 1624 lancia un piano volto a rendere la monarchia spagnola più efficiente nella
raccolta dei tributi  questo piano si chiama Union de Armas (unione degli eserciti con lo scopo di imporre
tributi anche fuori dalla Castiglia, agli altri territori). Ma sono gli stessi aristocratici della Castiglia che
ostacolano questo progetto, temendo di perdere potere; una condivisione degli oneri avrebbe portato anche
quella degli onori. Il Conte - Duca, per evitare che l’opposizione della classe dirigente esistente, ricorre a
mezzi straordinari cercando di creare nuovi luoghi decisionali: giunte speciali di ministri, e per assicurare la
concreta esecuzione di quanto deciso, colloca suoi uomini di fiducia nei punti strategici
dell’amministrazione. Non si tratta più della tradizionale fedeltà al sovrano, ma di una fedeltà al suo Valido
ed alle sue direttive. Il favorito, alter ego del sovrano di cui ha plagiato la volontà, dispone, di un potere
dispotico. Questo stile di governo straordinario e di guerra: un favorito dotato di tutti i poteri, pur essendo
bollato dai contemporanei come arbitrario e illegittimo, diventa comune alle grandi monarchie. In
Inghilterra, il duca di Buckingham, il favorito di Carlo I, viene accusato di essere un usurpatore. In Francia,
Maria dei Medici si affida al duca e cardinale Richelieu (già consigliere della reggente e segretario di Stato
nel 1616 e ottiene nel 1622 il cappello cardinalizio e in questo modo può coniugare il primato derivante dalla
supremazia religiosa alla delega di potere derivata dalla fiducia di Luigi XIII) che contemporaneamente
combatte gli ugonotti in Francia e all’estero, finanzia i protestanti nella guerra dei Trent’anni, pur
mantenendo la libertà di culto; sul piano della politica interna Richelieu manda gli intendenti, a sorvegliare
l’azione dei governatori; crea anche una potente rete di legami personali e familiari che gli consente di
governare con efficacia; si giova della teorizzazione del potere assoluto del re, quindi in circostanza speciali
può violare i normali vincoli.
Le profonde innovazioni nel rapporto tra il sovrano e i sui sudditi e nella distribuzione del potere provocano
resistenze da chi non approva i nuovi metodi, e non di rado la ribellione popolare. Nei territori iberici della
monarchia cattolica, l’ostilità nei confronti di Olivares induce l’aristocrazia a progettare congiure; nel 1640,
Catalogna e Portogallo si ribellano, accusando Olivares di continue violazioni delle proprie libertà e
privilegi; i catalani dichiarano rotto il vincolo di fedeltà agli Asburgo cercando aiuto presso il sovrano
francese. Solo dopo una lunga guerra Filippo IV pone fine alla ribellione. I ribelli portoghesi si richiamano
alla tradizione dinastica autoctona, prima della conquista del Portogallo da parte di Filippo II; la nobiltà
decide di affidare il trono a Giovanni IV di Braganza e a favore di questa scelta si schiera un forte
movimento popolare, caratterizzato da una forma di rimpianto. A seguito di queste ribellioni, Filippo II
allontana Olivares ed allarga la cerchia del governo alle famiglie aristocratiche contrarie al Duca - Conte. Ma
la pressione fiscale continua a crescere e causa la rivolta popolare di Palermo nel 1647; inizialmente a Napoli
il popolo si scaglia contro la nobiltà accusata di essere filo francese; poi il popolo, dapprima guidato dal
pescivendolo Masaniello, accusa i ministri spagnoli di aver violato un contratto implicito tra governati e
governati garantito da Carlo V. Quando Masaniello viene ucciso dai suoi stessi compagni, la rivolta si
estende alle campagne. La flotta spagnola bombarda Napoli che, rotta la fedeltà alla corona, proclama la
repubblica che; però cade nei mesi successivi, a causa di rivalità interne alla repubblica, e di azioni militari
spagnole.
In Francia: il nuovo ministro-favorito della regina madre Anna d’Austria è il cardinale Mazzarino che
incontra la resistenza dalle corti riunite del Parlamento di Parigi appoggiato dal popolo cittadino. Il
Parlamento decide l’abolizione di norme che consentono l’arresto arbitrario, aumento del prelievo fiscale,
invio di commissari straordinari, creazione di giunte speciali di governo. I rivoltosi vengono definiti con
disprezzo frondeurs, quelli che scagliano pietre con la fionda; essi però vanno orgogliosi di questo epiteto
perché richiama l’immagine biblica di Davide che uccide Golia. Mazzarino, fuggito da Parigi con la reggente
nel 1648, invia l’esercito contro i rivoltosi della capitale; ne deriva una lunga e sanguinosa guerra civile che
si complica con l’ingresso nel fronte antimazziniano del principe di Condé; tutti coloro che hanno subito il
regime straordinario si oppongono. Alla fine, la maggior potenza finanziaria di Mazzarino, unita
all’incapacità dei rivoluzionari di ottenere la convocazione degli Stati Generali, portano alla conclusione
della rivolta (1653). Resta, in un paese devastato, la lezione che l’uso del potere arbitrario esercitato da una
autorità ritenuta illegittima ha un preciso limite, oltre il quale provoca inevitabilmente la rivolta dei sudditi.

14-La rivoluzione inglese.


Nel 1603, alla morte di Elisabetta I, si estingue la dinastia dei Tudor; la corona passa al nipote Giacomo
Stuart (1566/1625) re di Scozia. Giacomo - IV di Scozia e I d’Inghilterra - era figlio di Maria Stuart - la
regina cattolica di Scozia fatta imprigionare e poi giustiziare da Elisabetta I. Giacomo si trova a governare
sia sulla Scozia, - paese convertito al calvinismo, dedito all’allevamento e governato dal una forte nobiltà, da
un Parlamento e dalla chiesa calvinista - ; sia sull’Inghilterra, - paese con una ricca agricoltura, un
artigianato attivo e un commercio marittimo in espansione, governato da un Parlamento in cui la camera dei
Lord rappresenta la nobiltà e l’alto clero; la camera dei Comuni il resto della popolazione; la religione è
anglicana. - la situazione religiosa ed ecclesiastica è particolarmente complessa: Elisabetta I aveva cercato di
non radicalizzare la differenza tra anglicani e cattolici ancora molto presenti in Irlanda, in cui nella regioni
del nord -Ulster - si erano insidiate comunità presbiteriane; come in Scozia il calvinisti.
Introdurre un’uniformità religiosa appare un dovere imprescindibile perché la compresenza di diverse fedi
potrebbe condurre alla sedizione ed alla distruzione dei regni - Inghilterra e Scozia. -. Di fatto Giacomo I, pur
cercando di aumentare il suo controllo nel campo religioso, evita di aprire gravi contenziosi su questo terreno
tollerando la coesistenza di religioni diverse, anche la cattolica. Anche il progetto di fondere la due corone,
unendone le istituzioni, viene respinto dal Parlamento. Innegabile la profonda differenza tra il mondo
scozzese e la grande metropoli di Londra; il re stesso e la sua corte di giovani dediti alla caccia ed ai bagordi
suscita diffidenza nell’aristocrazia inglese; solo la riconferma di Robert Cecil, ministro prediletto di
Elisabetta, è una garanzia per l’aristocrazia Pure in Inghilterra si impone lo stile suntuoso e economicamente
caro delle altre corti europee. Le entrate finanziare della corona sono: rendite di terre regie, tariffe doganali,
proventi feudali. Solo in caso di guerra il Parlamento può autorizzare nuove tasse. Ma sia l’inflazione, sia la
propensione alle spese di Giacomo rendono le entrate statali insufficienti. Si ricorre alla vendita di uffici e di
titoli nobiliari, riuscendo però a sanare solo parzialmente la grave situazione finanziaria. Il sovrano è
obbligato chiede nuove tasse al Parlamento, sempre molto restio a concederle. Sotto Elisabetta, l’Inghilterra
era stata il principale alfiere della lotta antiasburgica e il sostenitore della resistenza anticattolica in
tutt’Europa. Giacomo I preferisce il ruolo di mediatore e pacificatore La Francia, pur rimanendo in paese
cattolico, uscita dalle guerre di religione appariva più tollerante. Contemporaneamente in Francia con la
stabilizzazione politica, risorge lo spirito di rivalità nei confronti con la Spagna; questo atteggiamento e ben
visto da Giacomo che spera di sfruttarlo- Il Parlamento inglese è però più propenso ad un netto impegno
anticattolico in politica estera. La posizione attendista del sovrano inglese nella guerra dei Trent’anni in cui i
protestanti, guidati da Federico V del Palatinato, vengono sconfitti dall’imperatore Ferdinando II e dalla
Lega cattolica, risulta incomprensibile; proprio mentre la Spagna riprende la guerra contro le Provincie
Unite. I calvinisti inglesi - i puritani - tornano ad intensificare la loro campagna anticattolica in seguito alla
prospettiva di un matrimonio con una principessa spagnola. Anche il matrimonio dell’erede Carlo con
Enrichetta Maria, sorella del re di Francia, e la conseguente concessione della libertà di culto cattolico a
Londra per la corte della regina, introduce un elemento di scarsa sintonia con gli umori della Nazione
espressi dal Parlamento inglese.
La fulminea scesa a corte dei George Villiers (1592/1628), - nobile minore e uno dei più ricchi signori
d’Inghilterra, divenuto duca di Buckingham suscitò diffusa avversione fra gli aristocratici. Dotato di
indubbie qualità, Villiers era riuscito, grazie alla sua posizione privilegiata nell’entourage del sovrano, a
raggiungere una posizione di primato sul piano politico. L’emergere anche in Inghilterra di un sistema
cortigiano dominato da un’unica fazione dominante, come già succedeva nelle altre corti europee, deve tener
conto di una particolarità inglese: il controllo della corte non garantisce automaticamente quello del
Parlamento.
Alla morte di Giacomo I, e con la successione di Carlo sul trono inglese, (1625) cade anche la speranza di
un’alleanza con la Francia in funzione antispagnola con la pace firmata da francesi. La prospettiva di un
trionfo cattolico si sovrappone all’avvezione per lo strapotere di Buckingham. Il Parlamento è favorevole ad
una guerra navale che colpisca la Spagna nelle sue ricche colonie. Carlo I scioglie il parlamento che era
entrato in aperto contrasto con Buckingham il quale impone un prestito ai sudditi abbienti; la Camera dei
Comuni richiede al re -in cambio dei sussidi richiesti - di firmare una Petition of right, che proibisca per il
futuro nuove tassazioni da essa non autorizzate. Il successivo assassinio di Buckingham, accolto con
manifestazioni di gioia, aggrava la situazione. Il sovrano decide di prendere in mano la situazione e torna a
sciogliere il Parlamento (1629).
Durante gli undici anni di governo diretto da parte di Carlo I (1629/40), si verifica un progressivo
scollamento fra la corte (the Court) e il paese (the Country). Il re, non volendo convocare il Parlamento,
ricorre a banchieri/mercanti per finanziarsi concedendo privilegi e monopoli commerciali, e imponendo
anche ai sudditi imposte e dazi e reprimendo duramente ogni dissenso. In campo religioso, il sovrano
appoggia l’arminianesimo, giunto in Inghilterra dall’Olanda e rappresenta una versione moderata del
protestantesimo; William Laud, arminiano, viene nominato dal sovrano Arcivescovo di Canterbury;
l’arminianesimo in versione inglese appare come un criptocattolicesimo e si deduce anche dalle scelte di
Carlo I in politica estera. Carlo I tenta
la via della mediazione nel complicato puzzle religioso dei suoi regni; ma questo provoca una reazione da
parte dei gruppi puritani che porta alcune sette ad emigrare in America del Nord. In politica estera -guerra
dei Trent’anni -, la posizione defilata se non filo spagnola di Carlo I, che rovescia il tradizionale appoggio
alle Province Unite ed ai principi protestanti tedeschi crea disorientamento e timori nella corte inglese,
rimarcati dall’arrivo di Maria de Medici -regina madre-. Anche le Chiese d’Irlanda e di Scozia si ribellano al
tentativo del re di uniformarle all’anglicanesimo (in Scozia Carlo I vuole fare adottare una forma rivista del
Common Prayer Book;). Di fronte all’aperta ribellione della Chiesa presbiteriana Scozzese, Carlo I arriva ad
inviare una spedizione militare che viene però sconfitta, il re è obbligato a recedere. Nel 1640, Carlo I è, suo
malgrado, obbligato a convocare il Parlamento per finanziare la guerra.
Appena convocato il Parlamento chiede di discutere prima sulle proprie rimostranze alla corona e solo dopo
delle richieste finanziare per la guerra agli scozzesi. E così, dopo appena tre settimane, il sovrano decide di
licenziare il Parlamento (Short Parlament) e far arrestare alcuni componenti. Le trattative con gli scozzesi si
complicano poiché essi pretendono un elevato risarcimento finanziario per i loro costi di guerra. Carlo I è
costretto a riconvocare il Parlamento che di fatto non si sarebbe più fatto sciogliere (Long Parlament).
L’azione del Parlamento ha il sostegno popolare. Viene chiesto al re di firmare un decreto di colpevolezza
per tradimento contro il conte di Strafford suo primo ministro; sotto la pressione dell’opinione pubblica
londinese Carlo I cede, finendo col firmare la condanna a morte di Strafford che verrà decapitato nel 1641.
Successivamente il Parlamento ribadisce l’incostituzionalità ed illegalità di ogni tassazione senza consenso
parlamentare ed ordina lo smantellamento di tutto l’apparato di governo volto alla repressione. A questo
punto però il Parlamento incomincia a dividersi su come affrontare altri provvedimenti, mentre vi è accordo
sul limitare il potere del sovrano, sorgono disaccordi su come procedere nel governare il Paese. Vi è chi
sostiene che il Parlamento deve tornare a svolgere solo una funzione di controllo sull’operato di governo
esercitato dal sovrano e dai suoi consiglieri; altri propendono per una più stretta tutela da parte del
Parlamento sul sovrano che ha mostrato ripetutamente di voler accrescere la sua autorità sottraendosi ai
controlli previsti e assumendo posizioni filocattoliche. Nel 1641, un’improvvisa rivolta cattolica nell’Irlanda
sconvolge gli equilibri politici del paese. L’opposizione parlamentare, guidata da John Pym e forte di un
sostegno extraparlamentare, vota una proposta di sussidio alla spedizione repressiva in Irlanda
condizionandola però al controllo sulla scelta del comando militare non fidandosi delle reali intenzioni del
re. A questo punto, Carlo I tenta l’azione di forza ordinando l’arresto dei leader dell’opposizione che
riescono però a fuggire e a dar vita ad agitazioni popolari e a manifestazioni di protesta. Il re si ritira a York,
coi suoi fedeli. Nel 1642, con il reclutamento di un esercito di volontari da parte di Carlo I, inizia la guerra
civile. Il Paese si spacca in due: le regioni del Nord e del Sud-Ovest con il sovrano; Londra, l’Est ed il Sud-
Est con il Parlamento. Da un punto di vista sociale, la maggioranza dei Lord e della piccola nobiltà rurale
rimane fedele al re; gli artigiani e i ceti professionali sostengono il Parlamento. Gli scontri militari tra le
forze realiste e quelle parlamentari, alleate con gli scozzesi, hanno un esito incerto: le seconde, a nord, grazie
all’aiuto scozzese, controllano le province settentrionali; mentre le truppe regie guadagnano terreno a Sud-
Ovest.
Nel 1645, l’esercito regio viene sbaragliato a Naseby, dall’esercito avversario che nel frattempo è stato
riorganizzato e messo sotto il comando di Oliver Cromwell (1599/1658); l’esercito di Cromwell è costituito
sulla base di una partecipazione volontaria, dunque esso è attraverso da un forte senso di corresponsabilità e
di impegno in una missione che molti credono voluta da Dio; il re si arrende alle truppe scozzesi che, nel
1647, lo consegnano al vittorioso schieramento parlamentare. Il panorama politico appare ora ben diverso
dall’inizio della guerra civile. Vi è una partecipazione alla vita politica da parte di forze e soggetti che ne
erano tradizionalmente esclusi. Anche l’esercito, attraversato da forti correnti radicali, è uno di questi nuovi
soggetti politici con cui confrontarsi.
Tra i soldati, come tra gli artigiani, si discute liberamente della forma di governo e dei rapporti Stato/Chiesa;
delle radici e della legittimità dell’autorità. Per quanto riguarda la Chiesa si confrontano tre posizioni: - la
prima, propone una purificazione da riti cattolici; -la seconda, presbiteriana, sostiene l’omologazione della
chiesa inglese a quella scozzese; - la terza, propone di lasciare spazio alle autonomie delle libere assemblee,
pur nel quadro di una Chiesa nazionalista. Nascono gruppi religiosi antitetici come quaccheri o battisti, un
variegato universo di idee anticonformiste capaci di mettere il mondo alla rovescia.; i ranters, caratterizzati
da atteggiamenti eccentrici; seekers, propugnatori di una ricerca individuale e critica della verità. Il dibattito
religioso arriva ai limiti della tolleranza religiosa. A Londra, gruppi radicali, come i livellatori, non solo
propongono tolleranza religiosa, ma anche l’elezione di un nuovo Parlamento a suffragio generale maschile,
sull’esempio olandese, con una evoluzione in senso democratico ed antiautoritario, propugnano radicali
riforme economiche/sociali. Un movimento radicale, detto degli indipendenti, chiede lo scioglimento del
Parlamento, la sua totale riforma ed il mantenimento della linea di fermezza nelle trattative con il re. La
maggioranza parlamentare è invece favorevole a una conciliazione con Carlo I, che intanto cerca di prendere
tempo nel tentativo di riorganizzarsi militarmente anche alleandosi con gli scozzesi. Nel 1647, la decisione
parlamentare di sciogliere l’esercito suscita l’ammutinamento delle truppe; la protesta è guidata da Oliver
Cromwell; nell’infuocato dibattito che ne segue vengono avanzate idee che ancor oggi sorprendono per la
loro modernità: tutti i cittadini hanno uguali diritti politici e la conseguente facoltà di eleggere i loro
rappresentanti, la sovranità risiede nel popolo, il potere della corona va molto limitato e la Camera dei Lord
addirittura abolita. Nel 1647, Carlo I riesce a fuggire; mentre il parlamento soffoca le insubordinazioni
nell’esercito e limita molto il potere dei livellatori. Nel 1648, un esercito scozzese invade l’Inghilterra, ma
viene sconfitto dalle forze parlamentare che hanno ritrovato una temporanea unità di intenti. Però subito
dopo questa vittoria, lo schieramento inglese torna a dividersi: l’esercito vuole processare il sovrano, mentre
il Parlamento cerca nuovamente una possibile mediazione. Un reggimento dell’esercito «purga» il
Parlamento espellendone gli elementi più conservatori; il sovrano viene processato, condannato a morte e
decapitato, in nome del popolo il 30 gennaiona1649. Tre mesi dopo, il 13 maggio, la Camera dei Lord è
abolita e proclamata la repubblica, il Commonwealth.

15-Il Seicento fra crisi e trasformazione.


Sul finire del Cinquecento una serie di cattivi raccolti causa una gravissima carestia che sfocia in un aumento
del tasso di mortalità ed una diminuzione del tasso di natalità. Anche le epidemie di peste mietono numerose
vittime, soprattutto nelle varie città europee. - Genova, Barcellona, Londra - Nel 1618, lo scoppio della
guerra dei Trent’anni, che interessa Germania, Boemia, Danimarca, Francia e Italia, con il suo seguito di
devastazioni ed epidemie aggrava la crisi demografica (per esempio in Germania si ha un calo della
popolazione che, a seconda delle varie regioni, oscilla dal 10 al 50 %). Per tutto il Seicento vi è un calo
demografico in tutto il continente ad eccezione delle isole britanniche, paesi scandinavi e Province Unite.
Anche in Italia si registra una notevole diminuzione; l’Italia subisce un calo medio del 13 %. La stagnazione
demografica è legata anche all’abbassamento dell’età al matrimonio: questo fenomeno accomuna Inghilterra,
Francia e Province Unite.
Per analizzare la stagnazione/diminuzione della popolazione nel Seicento bisogna partire dalle vicende
dell’agricoltura europea. L’economista inglese Robert Malthus (1766/1834) mette in rilievo i limiti di
un’espansione della produzione agricola basata sulla mera estensione dei terreni coltivati: la scarsità dei
raccolti è da imputare all’arretratezza delle conoscenze tecniche e alla scarsezza di terra di buone qualità; si
estendeva l’estensione dei terreni coltivati, ma si trattava di terre povere; per quanto riguarda le tecniche
agrarie, la rotazione continua e la stretta integrazione fra allevamento e agricoltura sono note sin dal tardo
Medioevo , ma non si diffondono fino al XVIII e XIX secolo. Secondo altri studiosi bisogna piuttosto
guardare ad altri fattori di natura sociale e culturale come la polarizzazione della ricchezza, la sua
concentrazione nelle mani di alcuni gruppi sociali. Le popolazioni urbane e rurali costrette a spendere per
alimentarsi buona parte del loro reddito a causa dell’inflazione che ha fatto lievitare il prezzo delle derrate
agricole. In campagna alla diminuzione dei redditi reali si aggiunge un aumento dei canoni di affitto dei
terreni. Ad arricchirsi sono i medi e grandi proprietari terrieri i quali però non investono per aumentare la
produzione. I ceti aristocratici, preoccupati di salvaguardare la propria preminenza sociali, cercano di
mantenere integri i loro patrimoni; ricorrono al fedecommesso: un istituto giuridico che stabilisce la linea
successoria, con divieto di vendita. I nobili sono più impegnati ad edificare palazzi e chiese e a costituire doti
per le figlie. La scarsa diversificazione delle colture aumenta i rischi che uno scarso raccolto si trasformi in
carestia, la diversità, invece, avrebbe potuto produrre una compensazione tra colture colpite da eventi
atmosferici e altre meno colpite; la riduzione dell’allevamento, che diminuisce la disponibilità di concime
per i campi, impoverisce il suolo = meno raccolto. Inoltre, il raffreddamento del clima iniziato alla fine del
Cinquecento, e che si protrarrà sino a metà dell’Ottocento, - una piccola era glaciale - rende più frequenti le
cattive annate agricole. Le rese agricole restano stazionarie o diminuiscono per tutto il Seicento. Si innesca
un circolo vizioso: caduta della domanda / diminuzione dei prezzi delle derrate invendute, si torna anche
all’allevamento, i pascoli, i boschi ed anche i terreni incolti aumentano.
Nel Seicento si verificano mutamenti negli equilibri economici europei: non tutte le regioni reagiscono allo
stesso modo alla crisi causata dalla diminuzione di domanda. In alcune regioni vi è un vero e proprio tracollo
produttivo: manifatture tessili della Castiglia e della Catalogna a causa della concorrenza inglese e italiana;
in Francia entrano in crisi le industrie laniere di Lione e Lilla. Nei Paesi Bassi, specialmente Bruges e Gand,
ci si specializza in fabbricazione di tessuti di buona qualità e nella produzione del lino, mentre nel resto del
paese si ha un declino demografico e produttivo della città manifatturiere. L’Inghilterra accresce
notevolmente le proprie esportazioni di manufatti di lana colpendo notevolmente la produzione tessile
dell’Italia.  in particolare a Venezia cala da una media di 16.600 panni a 7979; cala anche a Milano e
Firenze. La diminuzione del reddito di chi poteva comprare le stoffe di alta qualità italiane restringe la
domanda che si sposta verso stoffe di bassa qualità e prezzo contenuto. Anche le manifatture seriche entrano
in grave crisi ovunque, a Napoli così come a Lucca; tra le ragioni della crisi vi sono la diminuzione della
quota di reddito che le famiglie abbienti possono destinare all’acquisto di panni di alta qualità italiani che
causa una contrazione della loro domanda. Si rafforzano i produttori che riescono a diminuire i costi, specie
quello della manodopera, -magari a scapito della qualità - Le manifatture italiane, che producevano stoffe di
qualità, perdono competitività e diminuiscono. Di conseguenza, i pubblici poteri impongono misure
protettive per salvaguardare le produzioni locali.
Lo sviluppo delle manifatture inglesi e olandesi, e la crisi di quelle fiamminghe ed italiane ridisegna la
gerarchia economia europea, non con un tracollo improvviso, ma con una progressiva perdita di un primato
produttivo e commerciale. Elemento importante di questo mutamento è il quadro demografico; nell’Europa
nord-occidentale cresce sia la popolazione, sia l’urbanizzazione; mentre nell’area mediterranea calano
entrambi questi dati portando ad una contrazione della domanda urbana delle derrate agricole e conseguente
a minor commerci. Venezia perde la sua centralità anche nel commercio delle spezie con il Levante; olandesi
ed inglesi cominciano a circumnavigare l’Africa, violando il monopolio dei portoghesi, per raggiungere
l’India e l’Estremo Oriente ed intensificano così i commerci con l’Asia. La guerra dei Trent’anni, bloccando
il flusso di merci, dà il via al lento declino di Venezia. Anche Genova subisce gli effetti della stagnazione dei
commerci mediterranei. Solo Livorno, grazie a sgravi fiscali, diventa un centro commerciale di olandesi,
inglesi, francesi, che conquistano l’egemonia dei traffici mediterranei. Le esportazioni italiane sono sempre
più rappresentate da derrate agricole e da materie prime, non più da manufatti. In questo periodo assume
particolare importanza l’esportazione di seta grezza o semilavorata legata al largo sviluppo della
gelsibachicoltura (grazie alle condizioni climatiche particolarmente propizie) e di alcuni centri manifatturieri,
non più urbani, ma operanti nelle campagne (la materia prima viene dalle stesse zone rurali  manodopera
basso costo).

16-Divisione dei poteri, libertà, ricchezza: il modello di società


olandese e inglese.
Tra il 1566 ed il 1648, la monarchia Asburgo di Spagna viene tenuta in scacco dalla rivolta dei Paesi Bassi;
la vittoriosa resistenza delle Province Unite rappresenta una sconfitta delle ambizioni egemoniche europee
degli Asburgo, confermando anche l’impossibilità di imporre la restaurazione del cattolicesimo. Nelle
Province Unite, l’organizzazione dei poteri pubblici è basata sulla compartecipazione alle decisioni politiche
dei vari corpi rappresentativi e delle élites locali degli Stati provinciali. Questo nuova repubblica non si basa
sul modello di quelle tradizionali, Genova e Venezia, ma su quello più radicale delle cittadine protestanti e
delle confederazioni ad esse legate - Ginevra -. I lunghi decenni di guerra antispagnola, consolida un
sentimento anti dispotico, ed il desiderio di libertà di coscienza, a cui si affianca il principio della tolleranza
religiosa. In Inghilterra, la nascita della repubblica, seguita alla guerra civile che ha contrapposto la
monarchia degli Stuart al Parlamento, è il primo caso in cui il sistema repubblicano si instaura per via
violenta - decapitazione di Carlo I in nome della volontà del popolo - in un grande paese europeo. Malgrado
l’esperimento repubblicano inglese venga presto interrotto con la restaurazione degli Stuart, produce una
consolidata e diffusa opposizione all’incremento dei poteri della corona, sottolineando la necessità di un
nuovo equilibrio tra i poteri che salvaguardi i diritti fondamentali. Al contrario, in Francia il modello statuale
punta al rafforzamento delle prerogative regie, all’imposizione di un modello religioso cattolico,
all’accentramento amministrativo con nuove tasse
La «nuova» repubblica inglese - Commonwealth - e la «vecchia» repubblica delle Province Unite,
presentano tratti in comune. Entrambe accanto ad un organo rappresentativo - Parlamento / Stati generali -,
va emergendo un potere esecutivo fondato sulla forza militare. Nelle Province Unite il legame Stati
generali/forza militare ha origine nella lunga guerra contro la corona spagnola e al prestigio che in questo
modo hanno saputo conquistare. Lo stadhouder Federico Enrico aveva assunto il ruolo di una sorta di
monarca non ufficiale, tendendo a rafforzare il proprio potere a scapito degli Stati Generali; i dissidi nelle
società degli Stati Generali sfociano in un conflitto che poi si risolverà con una pace con la corona spagnola e
che farà riconoscere l’indipendenza delle Province Unite. La compresenza di questi due poteri esprime
tendenze differenti: religiose (protestanti moderati /puritani); geografiche (Olanda/altre province);
radicamenti sociali (nobiltà rurale/plebe urbana). Tuttavia è la forza del modello, pur richiamandosi
all’esempio monarchico, che sottolinea la vitalità e la capacità della repubblica di garantire una
partecipazione politica estrae al sistema monarchico. Una dialettica simile si manifesta, nella seconda metà
del Seicento, anche in Inghilterra. Nel 1653, viene eletto un nuovo parlamento, «Parlamento dei Santi», in
cui esponenti radicali si stringono attorno a Oliver Cromwell e lo eleggono Lord protettore della repubblica.
Però l’equilibrio tra Parlamento e potere esecutivo/militare, del nuovo regime risulta precario. La carica di
Lord protettore, legata alla personalità carismatica di Cromwell, mancava di una vera legittimità; alla morte
di Cromwell (1658), il tentativo di trasferirla al figlio Richard ebbe breve durata. Nel 1660 viene ripristinato
il parlamento sciolto nel 1653 e si apre la trattativa con la corona inglese: Carlo II torna sul trono. Questo
compromesso porta alla restaurazione della monarchia, della camera dei Lord, e della Chiesa anglicana, ma
garantisce anche la sopravvivenza di molte conquiste repubblicane. Rimane in vigore parte della legislazione
del 1641/42; ma soprattutto il Parlamento vede riconosciuto il proprio ruolo di garanzia e di controllo,
nonché la competenza in materia fiscale. Sul piano religioso, con l’Atto di uniformità, si cerca di riportare
omogeneità di culto entro la Chiesa d’Inghilterra; si approvano leggi contro sette radicali, che restringono la
libertà religiosa. L’idea di un ‘unica Chiesa inglese, che raccolga tutti i sudditi, è comunque ormai
tramontata.
A partire dal 1600 la crescita economica delle Province Unite è notevole. La repubblica diviene la maggior
potenza marittima e commerciale, alla borsa di Amsterdam vengono valutati i prodotti che giungono da tutti
gli scali mondiali. Il territorio delle Province Unite comprende il delta di tre importanti fiumi dell’Europa
nord-occidentale - Schelda –Mosa- Reno - arterie di comunicazioni e di traffici fra territori tedeschi, francesi,
fiamminghi ed il Mare del Nord e Mar Baltico. Prende vita una grande cantieristica navale all’avanguardia in
Europa. Gli olandesi realizzano una vera egemonia nei commerci nei Mar del Nord e Baltico; esportano
verso nord pesce, vino, sale e i prodotti coloniali provenienti dalla penisola iberica, dal baltico importano
legname e grano che poi rivendono nell’Europa occidentale e meridionale. La fortuna dei mercanti olandesi
sta nella loro capacità di riesportare, dopo aver riconfezionato, quanto avevano importato dagli angoli del
globo. Il sistema finanziario e creditizio costituisce, grazie anche ad un elevato livello di monetizzazione, un
altro punto di forza del primato economico delle Province Unite. Nella capitale olandese sorge la Banca dei
Cambi - monete/banconote -, e la Borsa dove sono quotate merci di ogni genere e luogo. Nel settore
manifatturiero si sviluppa la produzione di tessuti di lana e di seta; sorgono saponifici, fabbriche di mattoni,
segherie, cartiere tutte alimentate dall’energia eolica fornita da molti mulini. La crescita demografica è
alimentata anche dall’immigrazione di protestanti di terre occupate dagli spagnoli, di puritani inglesi e
ugonotti francesi; questo grazie al clima di relativa tolleranza che vige nella repubblica olandese e che
consente un afflusso di manodopera qualificata ed intraprendente.
Dopo aver cominciato spingersi nel Mediterraneo esportando il grano polacco in Italia, gli olandesi
diventano protagonisti di una rapita penetrazione economia nel Levante. Ma la vera svolta mercantile è il
commercio delle spezie orientali. Nel 1591, Filippo II aveva stipulato un contratto di esclusiva coi mercanti
tedeschi, spagnoli e italiani che gli assicurava l’esclusiva sulla commercializzazione del pepe importato a
Lisbona. Quindi, gli olandesi cercano contatti diretti con le terre di produzione di questa preziosa spezia, in
Asia. Nel 1596, fondano la loro prima base commerciale a Giava in Indonesia; negli anni successivi sorge la
Compagnia Unita delle Indie Orientali, - VOC - una struttura di tipo federativo divisa in sei camere che
rappresentano i sottoscrittori del capitale inziale e che ottiene dal governo olandese non solo il monopolio dei
commerci nell’area fra Africa ed Asia, ma anche una propria autonomia politico/militare per difendere i
propri interessi. La VOC stabilisce un saldo controllo non solo sul commercio, ma anche sulla produzione
delle spezie imponendo nei suoi vari insediamenti coloniali monocultura specializzate e obbligando le
popolazioni indigene a lavorarvi in schiavitù; nel resto dell’Asia, la politica della Compagnia passa per la
stipula di accordi con le autorità locali. Dopo aver insediato numerose basi commerciali e militari la VOC
stipula accordi con vari Stati - Persia, Giappone - che le assicurano il monopolio. Nel 1621, viene fondata la
Compagnia delle Indie Occidentali - WIC - che ha come scopo quello di condurre un’aggressiva politica
commerciale e coloniale ai danni della monarchia spagnola in Africa occidentale ed in America. Le navi
della WIC danno luogo ad una autentica guerra di corsa contro i galeoni spagnoli che trasportano l’argento
americano; poi conquistano buona parte delle colonie portoghesi in Brasile tra il 1630 e 1641. Però con il
distacco del Portogallo dalla corona spagnola (1640) i portoghesi riconquistano tutte e le loro colonie e la
WIC inizia la sua parabola discendente.
Alla base del successo economico delle Province Unite vi è una società con caratteristiche particolari,
insolite per quei tempi. Accanto all’aristocrazia locale che non costituisce più il fulcro della vita sociale,
crescono ricche borghesie cittadine che cominciano a prosperare. All’interno della società predomina il
metodo degli accordi tra soggetti autonomi che si riconoscono reciprocamente di pari livello, non vi sono
subordinati o vassalli. La società appare aperta e tollerante, la classe dirigente - i reggenti - integra tra le
proprie file gruppi professionali, impiegati pubblici, gruppi di artigiani, ma anche la nobiltà rurale che finisce
per aprirsi, con matrimoni, alla ricca borghesia. La classe dirigente ha saputo contemperare particolarismi e
privilegi con la necessaria apertura al mercato. In questa repubblica si contestano le pretese spagnole e
portoghesi del monopolio della navigazione e si rivendica la libertà di navigazione, di pesca e di commercio
gettando le basi di un diritto originario e naturale delle nazioni; lo scrittore Thomas Mun inizia una vera e
propria campagna antiolandese, ribadendo le tradizionali tesi del dominio delle nazioni sui propri mari nel
Mare clausum. Anche gli inglesi guardano alle Province Unite con un misto di gelosa ammirazione e irritata
invidia. Nel campo della cultura e dell’arte, l’attenzione per la vita di tutti i giorni rappresentata dai quadri
famosi di Rembrandt o di Vermeer esprime i gusti della ricca borghesia mercantile, mentre l’uso della
matematica e della geometria sostiene la diffusione della scienza e delle tecniche. L’evoluzione di telescopi e
microscopi consentono all’astronomia ed all’anatomia nuove scoperte, la fiorente industria della stampa
contribuisce alla diffusione della cultura e delle notizie. L’industria della stampa è fiorente in Olanda, dove si
pubblicano insieme una grande quantità di opuscoli, gazzette.
Nella seconda metà del Seicento, le Province Unite cominciano a risentire la presenza di un serio
competitore economico: l’Inghilterra che ha accresciuto le proprie capacita commerciali/ industriali A
Londra sono nate: la Compagnia del Levante (1581) e la Compagnie inglese delle Indie (1600) a cui la
corona ha concesso il monopolio commerciale in determinate aree del globo.
Nel 1651, il Parlamento promulga una legge -Navigation Act - allo scopo di favorire e proteggere lo sviluppo
della marina e i traffici inglesi che sono ancora deboli a confronto con quelli olandesi. In questo periodo
storico si parla di mercantilismo. Le misure volte a proteggere gli spazi interni dalla concorrenza estera e
quelle volte a promuovere lo sviluppo economico cercano di coniugare politica di potenza e benessere della
comunità. Le politiche mercantilistiche di Francia ed Inghilterra mettono in difficoltà l’economia olandese;
tutti i settori economici- finanziario, commerciale e manifatturiero - subiscono una contrazione. Anche la
piccola repubblica finisce coll’adeguarsi alla politica protezionistica europea. In ultimo, la politica
espansionistica del re di Francia Luigi XIV verso i Paesi Bassi spagnoli, spinge le Provincie Unite ad allearsi
con Svezia ed Inghilterra (1668). Quando la Francia invade la Province Unite nel 1672 esplodono rivolte
contro il governo, un terremoto politico interno.
La struttura sociale inglese si presenta, alla metà del XVII secolo, più complessa di quella olandese. Al
vertice una articolata nobiltà - titolati, cavalieri, scudieri - divide una ricchezza che permette loro di dedicare
il tempo allo svago o al servizio della comunità; nelle campagne proprietari non nobili e piccoli proprietari
terrieri, poi i lavoratori agricoli ed i servi. Nella città esistono, Londra, comunità mercantili, uomini di
professione ed un complesso e combattivo universo artigianale. Nel tardo Seicento incomincia a delinearsi
una distinzione di interessi terrieri e rurali e quelli commerciali ed urbani. La vendita delle terre della Chiesa
anglicana e dei possedimenti della corona aveva dato vita ad una disponibilità fondiaria che finì per favorire
il ceto dei possidenti medio - alti, danneggiando invece i piccoli proprietari e affittuari. Inoltre una pesante
tassazione sulla terra svolge un ruolo di selezione dell’investimento terriero a favore delle terre ben coltivate.
La crescita della ricchezza avviene in contemporanea con l’espansione navale cresce la ricchezza di chi ha
interessi commerciali e manifatturieri. Cresce l’importanza dei porti e delle comunità mercantili di Londra,
Glasgow, Bristol, Liverpool. I proprietari terrieri chiedono di spostare la tassazione sulle nuove ricchezze
mobili. Il ventennio rivoluzionario 1640/60, costituisce per la società inglese uno spartiacque: la rottura degli
schemi autoritari e delle rigidità sociali. L’affermarsi della lingua inglese al posto di quella latina,
contribuisce all’ampliamento della possibilità di lettura, anche grazie alle gazzette, giornali.Anni di libera
sperimentazione creano un clima positivo nei confronti di cambiamenti e novità. Si giunge a rifondare le basi
della convivenza civile; con Thomas Hobbes, lo Stato perde il suo fondamento di diritto divino per rivelarsi
un prodotto umano, un male necessario. Esso si fonda sul monopolio della forza che i cittadini cedono
all’autorità in cambio della difesa delle proprie persone e dei propri beni. L’assolutismo trova così
giustificazione razionali, mentre perde il suo fondamento di legittimità sacrale.

17-La monarchia di Luigi XIV: l’Europa all’epoca della


preponderanza francese.
Alla morte del cardinale Mazzarino ( 10 marzo 1661), Luigi XIV - Re Sole - dichiara di voler governare
direttamente; finisce il governo tramite un ministro fiduciario dotato di pieni poteri. La decisione del sovrano
francese sarà imitata da tutte le principali monarchie perché i regimi a fazione unica, quella che governa in
nome del re di cui gode la fiducia, metteva a rischio la monarchia stessa. Nel mezzo secolo in cui regna Luigi
XIV, viene forgiato un sistema di governo in cui si evidenzia la potenza assoluta della volontà sovrana,
sistema di potere che verrà poi chiamato «assolutismo». Le azioni di Enrico IV e Luigi XIII raggiungono il
culmine con Luigi XIV. La scelta di Re Sole di governare direttamente è solo una delle novità introdotte dal
sovrano.
Al centro della politica di Luigi XIV sta il disegno di sostituire all’egemonia asburgica sull’Europa quella
francese ergendosi a difensore della fede cattolica per legittimare questa azione politica. A tale disegno,
articolato e complesso, il Re Sole si dedicherà con tenacia per decenni. Primo passo è la creazione, da parte
del ministro della guerra François Le Tellier, di un esercito stabile e ben armato da usare sia contro il nemico
esterno, sia contro eventuali ribellioni di sudditi francesi. Prospettando la pacificazione interna e l’espansione
militare esterna, Luigi XIV riesce ad ottenere il consenso dei ceti dirigenti del paese. Tale politica però causa
un sempre più gravoso carico fiscale sulla popolazione francese  si verificano fenomeni di renitenza e
diserzione. La prima direttrice della politica espansiva francese è quella verso est e verso nord-est. Il sovrano
francese rivendica il diritto di successione al trono asburgico sia in quanto figlio di Anna d’Asburgo -sorella
di Filippo IV- sia per aver sposato Maria Teresa, - figlia di Filippo IV -. Alla morte di Filippo IV d’Asburgo
(1665), la reggenza passa a Marianna d’Austria madre di Carlo II ancora bambino; Luigi XIV cerca di
approfittare di questo momento di incertezza e divisione interna alla monarchia spagnola facendo occupare
dalle proprie truppe i Paesi Bassi spagnoli e la Franca Contea. Le Province Unite però non accettano
l’espansione francese preferendo appoggiare la corona spagnola; nasce un’alleanza con Inghilterra e Svezia
che costringe il Re Sole alla pace di Aquisgrana (1668) in cui ottiene solo alcuni territori delle Fiandre.
L’espansionismo francese dà vita ad una reazione internazionale: nel 1672, dopo essersi assicurato la
neutralità dell’imperatore, il Re Sole fa invadere le Province Unite dalle truppe francesi; a difesa delle
Province Unite intervengono l’impero e la corona spagnola. il Alla fine la Francia ottiene la Franca Contea,
la l’integrità territoriale delle Province Unite è salvaguardata. Nel 1680/83, Re Sole annette al suo regno
Alsazia e Strasburgo. Solo l’assedio delle truppe ottomane a Vienna sospende questa politica di annessione;
però nel 1684 la flotta francese bombarda Genova - che sosteneva finanziariamente la corona spagnola - per
convincerla ad accettare la protezione francese in funzione anti spagnola. Nel 1685, si forma un’alleanza
antifrancese: la Lega di Augusta, a cui aderiscono: l’Impero, la monarchia spagnola, la Svezia, le Province
Unite, l’Inghilterra e il ducato di Savoia. Dopo una lunga guerra (1688 al 1697) la Francia deve cedere i
territori annessi/ e conquistati, mantenendo solo Strasburgo.
Nel 1700, alla morte di Carlo II d’Asburgo Luigi XIV cercherà di imporre al trono spagnolo il nipote Filippo
Borbone duca d’Angiò - Filippo V (1700/46) -. La politica di espansione francese con le conseguenti guerre,
aggrava la situazione del debito finanziario dello stato a cui si cerca di porre rimedio riorganizzando il
sistema di riscossione delle imposte e aumentandole contemporaneamente; tuttavia l’indebitamento statale
non diminuisce. Jean-Baptiste Colbert (1619/83), controllore generale delle finanze, ha il compito di
razionalizzare e riorganizzare il sistema finanziario e tributario del regno- periodo del colbertismo - sostiene
la pratica mercantilistica concedendo monopoli ai privati per rafforzare settori ritenuti strategici per
l’economia; nutre fiducia nel commercio internazionale come mezzo per attrarre metalli preziosi in Francia;
tassa i costosi prodotti lavorati provenienti dall’estero, nel contempo riduce i dazi doganali sulle materie
prime importante per favorire le lavorazioni interne. Con questa sua politica protezionistica egli vuole
scoraggiare l’acquisto di prodotti esteri; a tal fine sostiene anche la creazione di numerose manifatture
interne che portino al Francia all’autosufficienza; uffici regi appositamente creati sono incaricati di
controllare la lavorazione e di denunciare le eventuali contravvenzioni alle norme. Ma spesso queste
manifatture hanno vita stentata e non corrispondono alle aspettative di Colbert, le uniche manifatture che
prosperano producono armamenti per l’esercito e materiale per la marina. Il settore navale è fortemente
sostenuto perché solo la creazione di una marina in grado di competere con quella inglese e olandese può
imporre la Francia nei traffici internazionali. Nel 1664, vengono costituite la Compagnia delle Indie Orientali
e quella delle Indie Occidentali che ottengono il monopolio dei commerci nelle rispettive zone di
competenza ( Capo di Buona Speranza, Canada, Antille, America Meridionale, Africa Occidentale). Queste
compagnie sono autorizzate dal sovrano a concludere accordi diplomatici ed azioni militari. A differenza
però delle altre simili compagnie europee formate esclusivamente da mercanti, fra gli azionisti di quelle
francesi ci sono il sovrano, membri della famiglia reale, ministri, aristocratici, cortigiani. Sono in sostanza
sotto il diretto controllo della corona francese.
Luigi XIV si propone come un re guerriero circonfuso da un’aura di vittoria; ma Re Sole vuole anche essere
un re cattolico la cui azione è volta a restaurare una identificazione tra potere politico e potere religioso,
aspirando a diventare, nei fatti, il capo della Chiesa francese. Riscoprire la tradizione sacra dei sovrani di
Francia, significa restituire al trono una fonte di legittimazione. Questa sua posizione, ovvero non accettare
alcuna subordinazione al papato, provoca durissimi contrasti con la Curia papale. Nel 1681, convoca un
sinodo gallico che approva i Quattro articoli con cui viene stabilito: il sovrano e i governanti laici non sono
soggetti all’autorità ecclesiastica negli affari temporali; - la superiorità dei concili sui pontefici, - come era
stato stabilito del Concilio di Costanza; - il sovrano deve esercitare la sua autorità in conformità delle
tradizioni galliche; - le decisioni del Papa possono esser considerate definitive solo se approvata dalla Chiesa
tutta. Nel 1688, Luigi XIV viene, in segreto, scomunicato; e solo nel 1692 viene raggiunto ad un
compromesso fra il sovrano ed il nuovo papa, Innocenzo XII (1691/1700). Negli anni precedenti, a partire
dal 1679, Luigi XIV aveva anche incoraggiato soprusi e danni alle comunità protestanti: espulsione degli
ugonotti dagli uffici pubblici, demolizione degli edifici di culto e divieto di cerimonie pubbliche e private
degli ugonotti. Tutto ciò causerà l’esilio di circa 200.000 ugonotti verso l’Olanda, la Svizzera, l’Inghilterra e
la Germania; però questo priverà la Francia di intelligenze/capacità professionali essendo la maggior parte
degli espulsi ottimi artigiani. L’intransigenza del sovrano francese nel riaffermare l’ortodossia cattolica lo
porterà anche a cercare di reprimere una corrente interna alla Chiesa cattolica francese: il giansenismo, che
prende il nome da Cornelio Giansenio, che predicava il ritorno ad una spiritualità personale ed austera, ad un
più puro ritorna al cattolicesimo delle origini. Contro i giansenisti, il Re Sole si mostrerà più intransigente del
Papa, il quale comunque scomunicherà poi il movimento giansenista come eretico con la bolla papale
Unigenitus nel 1713.
Luigi XIV è molto attento a eliminare quei poteri che possono essere concorrenti all’autorità sovrana.
Stabilito il ritorno al governo diretto del sovrano, egli cerca di integrare l’aristocrazia offrendole maggiori
occasioni di servizio nell’esercito, nella marina e nell’amministrazione. La reggia di Versailles diviene un
notevole polo di attrazione per tutti i nobili; -una gabbia dorata -; ma il sovrano più che costringere cerca di
convincere la nobiltà ad assecondare la sua politica. Luigi XIV favorisce famiglie dedite da generazioni al
servizio della corona valutate più affidabili. Con Bretagna e Linguadoca, territori che conservano ampia
autonomia amministrativa, il re mantiene una politica di trattativa mirando ad ottenere il massimo di
contributo finanziario. Nei confronti del Parlamento parigino, il sovrano si mostra inflessibile nell’impedire
forme di ingerenza nelle sue scelte politiche, su altre questione adotta una strategia duttile, di mediazione e
nel 1673 toglie ai Parlamenti del regno diritto di rimostranza. Però di fronte a atti di insubordinazione
vengono presi provvedimenti molto severi, esemplari. Il modello di monarchia realizzato in Francia viene
presto adottato anche da altri sovrani. Nel ducato Brandeburgo Prussia sorto nel 1525, sotto Federico
Guglielmo, la nobiltà terriera viene strettamente coinvolta nella creazione di un esercito permanente e nel
rafforzamento degli apparati statali; tale tendenza viene accentrata dal figlio Federico. Anche in Russia, sotto
Pietro I Romanov detto il Grande, si assiste al rafforzamento ed ammodernamento dell’esercito e della
marina e sul piano interno, lo zar cerca di coinvolgere, seppur con scarso successo, l’aristocrazia sia nel
nuovo esercito sia nell’apparato statale per renderlo efficiente. Anche il controllo della monarchia sulla
Chiesa ortodossa rimane ferreo arrivando all’allontanamento e persecuzione dei religiosi che non voglio
sottomettersi all’autorità dello zar. Infine, grazie all’intervento diretto dello Stato, viene dato un forte
impulso all’attività estrattiva e metallurgica nella regione degli Urali.

18-La seconda rivoluzione inglese e l’affermazione della


potenza britannica.
In Inghilterra, a partire dagli anni settanta, ritorna una diffidenza, a causa di questioni religiose e politiche,
tra Carlo II Stuart e il Parlamento. Il Parlamento sospetta che il sovrano voglia riafferrare una politica filo
cattolica; quando Giacomo duca di York, successore al trono, si converte al cattolicesimo, riprende una sorda
ostilità. Nel 1673, il Parlamento approva il Test Act, una legge che esclude per150 anni i cattolici da tutte le
cariche civili e militari, - Giacomo Stuart deve abbandonare la carica di grande ammiraglio-; poi una seconda
legge che esclude i lord cattolici dalla Camera alta. Una presunta congiura papista per assassinare il sovrano
accentua le tensioni e viene sfruttata dai whig (termine che indicava originariamente i presbiteriani scozzesi
che rifiutavano di sottometterti agli Stuart). In Parlamento l’opposizione Whig - mercanti ed aristocratici che
si oppongono a Carlo II - cerca di far approvare una legge per escludere Giacomo dalla successione (atto di
esclusione); la legge viene però respinta dai Tory (che significava originariamente “bandito”) - il partito di
corte-. Nel 1683, dopo aver scoperto una congiura per assassinarlo da parte di estremisti Whig, Carlo II dà
vita ad una dura repressione degli oppositori politici. Con la salita al trono di Giacomo II, che nomina
ufficiali dell’esercito di fede cattolica, i contrasti con i lord puritani cresce ulteriormente;
contemporaneamente Luigi XIV revoca l’editto di Nantes avviando una nuova fase di conflitto religioso. La
rottura definitiva avviene quando la corona abolisce il Test Act, concedendo ai cattolici libertà di culto
(Dichiarazione di Indulgenza). Per superare ogni opposizione Giacomo II scioglie il Parlamento. A questo
punto sia i whig che i tory chiedono soccorso a Guglielmo III d’Orange d’Olanda che aveva sposato Maria
Stuart, figlia di Giacomo II, ma di fede protestante. Giacomo II fugge in Francia, mentre nel frattempo, nel
1689, Guglielmo III sbarca in Inghilterra e raggiunge Londra dove viene proclamato sovrano assieme alla
moglie; Sia i Whig che i Tory ritengono che Giacomo II abbia infranto il contratto tra monarchia e popolo.
Guglielmo e Maria, accettando il Bill of Rights - Dichiarazione dei diritti - in base al quale il Parlamento
diventa l’organo rappresentativo con piena podestà legislativa e facoltà esclusiva di imporre tasse -,
rafforzano la stabilità della nuova corona, confermata dalla sua tenuta nel reprime nel sangue sia
l’insurrezione in Scozia, dei seguaci di Giacomo II, sia quella dei cattolici in Irlanda. Il cambio di dinastia,
caduta degli Stuart / ascesa di Guglielmo e Maria d’Orange, viene definita come «rivoluzione gloriosa e
pacifica» , essendo stato relativamente consensuale e non violento.
Con la cosiddetta «seconda rivoluzione inglese » si stabilizza l’idea di un potere condiviso tra popolo,
rappresentato dal Parlamento, ed il sovrano. Al re non è consentito di sciogliere le Camere; cade l’idea di
sovranità per diritto divino e di potere assolutistico, mentre si afferma quella di un patto tra il re e i cittadini
inglesi che sancisca la separazione dei poteri legislativo/esecutivo, la libertà di parola, di stampa e di culto.
Con il Toleration Act del 1689: - si abrogano le leggi contro conformisti, puritani e quaccheri, -ma non
contro i cattolici; - si sancisce l’intangibilità della proprietà privata e l’inammissibilità di un esercito
permanente in tempo di pace. Il sovrano mantiene: - il diritto di veto sulle leggi approvate dal Parlamento,
controbilanciata dall’approvazione del bilancio di Stato da parte del Parlamento; - la direzione della politica
estera e la nomina dei ministri, che sono però soggetti al giudizio politico del Parlamento. Il Parlamento
con l’Act of settlement (1701) esclude i cattolici (Giacomo Edoardo) dalla successione dinastica. Alla morte
di Guglielmo sale al trono Anna, altra figlia di Giacomo II, poi il trono passa agli Hannover. Guglielmo I di
Hannover, (1660/1727) si trova ad affrontare nel 1715, l’insurrezione della Scozia che contesta
l’incorporazione/fusione del 1707 con l’Inghilterra (Union Act); l’aristocrazia ha ottenuto solo una
rappresentanza minoritaria nel Parlamento di Londra,16 posti fra i lord, 45 nella camera bassa. Inizia un
lungo periodo di predominio dei Whig nel Parlamento inglese dove i raggruppamenti politici, antenati dei
moderni partiti, si contendono l’egemonia. Giorgio I, tedesco estraneo alla politica inglese, delega
largamente il potere esecutivo ai ministri scelti tra i Whig; il più importante è Robert Walpole (1675/1745);
egli diventa il solo contatto fra il sovrano e gli altri ministri riscendo così ad influire fortemente sulle
decisioni del consiglio; il governo diventa un’istituzione distinta dalla corona, che ne mantiene il diritto di
nomina, ma anche di fronte al Parlamento, che deve votargli la fiducia. Nasce in questo modo la figura del
primo ministro che non è solo amico personale e fiduciario del sovrano ma anche capo della maggioranza
parlamentare da cui deve ottenere la fiducia per poter governare. Ora il re regna, ma non governa: è garante
delle istituzioni e simbolo dell’identità nazionale. Durante il XVIII secolo Whigs e Tories cominciano ad
alternarsi al governo; i Whig appoggiati dai ceti più dinamici, i Tory dall’aristocrazia fondiaria più
tradizionale; tutto questo in un sistema elettorale ancora molto imperfetto -vota solo che ha un reddito,
manca proporzionalità elettori/eletti. Comincia a prendere vita la dialettica parlamentare moderna: una
maggioranza che governa -in accordo con il sovrano- attraverso il primo ministro ed il suo governo; una
minoranza che esercita una funzione di controllo; l’accettazione da parte di tutti delle regole del gioco. I
membri del partito contrario non sono più nemici, ma soltanto avversari con cui competere per governare.
Contro la giustificazione razionale dell’assolutismo elaborata da Hobbes nel 1688/89, John Locke nel 1690
contrappone uno Stato con poteri limitati, che deve innanzi tutto garantire i diritti fondamentali
dell’individuo: libertà di stampa, di parola, di religione; diritto alla proprietà ed eguaglianza di tutti di fronte
alla legge. Il compito dello stato è di difendere questi diritti. La ribellione contro l’assolutismo è giustificata
e per evitare questo occorre che i poteri siano separati - legislativo, esecutivo, giudiziario - e posti in mani
diverse che si contrappongano e si bilancino a vicenda. Anche la religione non sfugge a questa ondata
razionalistica e la Bibbia stessa viene sottoposta ad una nuova severa analisi che porta ad accettarne delle
parti, a criticarne o rifiutarne delle altre. Nel XVIII secolo, il Regno Unito, unico Stato in cui esista una
simile dialettica politica, diventa uno Stato a cui guardare con ammirazione, sia per il suo sistema di poteri
divisi, sia per le libertà garantite, sia per la rappresentatività bicamerale. Quando, nel Regno Unito, al
particolare sistema politico si unirà anche il fascino della grande potenza commerciale, marittima e militare,
l’anglomania dilagherà in Europa. Nel continente sono sempre più in disuso le antiche istituzioni
rappresentative dei ceti, la pressione dell’opinione pubblica incomincia a farsi sentire attraverso i libri,
le gazzette e la diffusione di pamphlets (fogli a stampa volanti, anonimi); mentre la discussione politica
avviene in luoghi informali quali i caffè ed i salotti in cui si confrontano le opinioni di gruppi sociali.
Prendono vita anche società segrete tra cui si distingue la Massoneria, - nata a Londra nel 1717 e
formalizzata con la promulgazione della “Constitutions of the Freemasons” nel 1723- si richiama alla
tradizione delle corporazioni di mestieri del Medioevo. Si tratta di una associazione di eletti dello spirito, che
rifiuta discriminazioni di nascita, si ispira ad idee di pace, fratellanza, tolleranza e pratica una mutua
solidarietà tra i propri membri. Risulta divisa in varie sette con ideologie diverse, ma accumunate da rituali di
stampo religioso. La massoneria si diffonde ampiamente in tutta l’Europa con l’apertura di varie logge; poi
raggiunge l’America. Dove non esiste la libertà di stampa e di associazione la sua attività si svolge
nascostamente, venendo a volte tollerata, a volte repressa e qualche volta utilizzata dalle autorità per i suoi
fini.

19-Il gioco delle dinastie: i nuovi assetti politici europei nella


prima metà del Settecento.
Il XVIII secolo si apre con una lunga e quasi interrotta serie di conflitti politici. Lo scopo non era più quello
di difendere «la vera fede», ma mantenere l’equilibrio fra i diversi attori politici europei. Queste guerre
rispondono all’esigenza di mantenere o stabilire interessi territoriali e dinastici. 1) Nel teatro continentale la
presenza della Francia va a sostituire quella della Spagna, che non è più la potenza di riferimento, ma un
paese in declino sociale e politico; in seguito alla pace dei Pirenei la Spagna è diventata il grande malato
dell’Europa. 2) Appaiono anche altre aggressive potenze: Inghilterra, Province Unite, Russia, Svezia,
Prussia. 3) L’instabilità politica di quegli anni è alimentata anche dal conflitto tra il principio di legittimità
dinastica, della potenza assoluta, e la resistenza dei poteri territoriali. Da un lato i sovrani tendono ad
intervenire maggiormente sui propri complessi dinastici, sulle forme istituzionali; dall’altro i vari territori
esigono che vengano rispettate le proprie esigenze e prerogative. L’idea che un sovrano, anche se non nato in
quello Stato, deve rispettare le tradizioni, i costumi le tradizioni del territorio.
Essendo Carlo II d’Asburgo privo di discendenza vengono siglati accorti per la spartizione del suo regno tra
gli Asburgo d’Austria e la Francia di Luigi XIV. Ad Inghilterra e Province Unite interessano i mercati delle
colonie americane della Spagna, ma le potenze europee non riescono ad accordarsi nella spartizione dei
territori. Quando però, nel 1700, Carlo II designa proprio erede Filippo d’Angiò, - Filippo V di Spagna,
nipote di Luigi XIV, si realizza un asse franco-spagnolo; contro questo schieramento Leopoldo I d’Asburgo,
che rivendica la corona di Spagna, convince Inghilterra e Province Unite a formare con lui una coalizione,
l’Aja contraria all’insediamento sul trono iberico di Filippo V, a cui aderiranno anche Prussia, Portogallo,
ducato di Savoia e principi tedeschi. Le operazioni belliche, iniziate nel 1702, volgono a favore dello
schieramento antifrancese. In Catalogna scoppia una ribellione contro Filippo V; in Italia gli austriaci
sconfiggono le truppe franco-spagnole; la flotta inglese occupa Gibilterra, l’isola di Minorca e consente
l’occupazione asburgica della Sardegna. Quando però muore Giuseppe I, -1711- e sale al trono Carlo VI,
candidato anche al trono spagnolo, la coalizione che combatte i Borbone si sfalda perché molti sono contrari
al ruolo egemone che Carlo VI potrebbe assumere in Europa. Gli alleati abbandonano Carlo VI e concludono
con i Borbone e con i trattati di Utrecht e di Rastadt -1713/14- , la Spagna, e le sue colonie americane,
vengono assegnate a Filippo V Borbone che si impegna a non riunire i territori spagnoli alla corona francese,
l’Inghilterra ottiene Gibilterra, importanti territori nell’America settentrionale – Terranova e Nuova Scozia
(Canada Atlantico), oltre al lucroso asiento: appalto del commercio degli schiavi nelle Americhe. All’impero
austriaco vanno i Paesi Bassi meridionali, il regno di Napoli, il regno di Sardegna, lo stato di Milano; il
ducato di Mantova viene annesso al milanese ed inizia il periodo dell’egemonia austriaca in Italia, finisce
quella spagnola. Il duca di Savoia ottiene il regno di Sicilia, e può quindi ora fregiarsi del titolo regio. Ma
questa radicale nuova spartizione dell’Europa, viene poco dopo rimessa in discussione; Filippo V tenta la
riconquista dell’Italia, cercando di occupare Sardegna e Sicilia. Una violenta reazione internazionale stronca
questo tentativo spagnolo e tutto viene riconfermato. L’unica novità, data l’incapacità dei Savoia a difendere
la Sicilia, è l’assegnazione della Sicilia all’imperatore, mentre ai Savoia viene ceduta la Sardegna.
Il caso della rivolta in Catalogna mostra bene come esistano possibilità di resistenza dei territori; d’altra parte
in uno Stato conquistato con la forza, il principe dispone di una maggior libertà di intervento perché il così
detto diritto di conquista lo esime dal rispettare i privilegi e i contratti stipulati dai suoi predecessori. Tutto
può essere rinegoziato premiando chi lo ha sostenuto. In Spagna, Filippo V decide di avviare un processo di
unificazione politico amministrativa delle corone di Castiglia e d’Aragona riducendo il grado di autonomia
dei due singoli regni cattolici (Nueva planta); questo favorirà il sorgere di due schieramenti: l’uno che
sostiene il modello di Stato centralizzato, - élites castigliane - l’altro - gruppi dirigenti provinciali - che cerca
di tutelare le autonomie locali. Anche in Inghilterra, Anna Stuart avvia un processo di integrazione di Scozia
e Inghilterra, dall’unione dei due regni nascerà la Gran Bretagna. Tale unificazione comporta l’annessione
della Scozia che perderà la propria autonomia giuridico amministrativa -anche il Parlamento, con adesione al
quello britannico; per molti scozzesi questa apparirà come un sopruso inaccettabile. La Scozia si ribellerà
due volte in trent’anni - 1714 e 1745 - in nome dei propri diritti e di una identità separata.
Anche in Irlanda si verificano episodi di ribellione contro il dominio inglese, che getterà le basi necessarie a
dar vita al movimento indipendentista irlandese del XIX secolo.
Anche per il controllo del Mar Baltico, un’area importante per i traffici commerciali marini dell’Europa
nord-orientale, si susseguono guerre. Dal 1655 al 1660 l’egemonia in quest’area era stata assunta dalla
Svezia sotto la dinastia Vasa. Ma la nobiltà della Livonia - Estonia/Lettonia - mal sopportava la corona
svedese e chiese aiuto allo Zar, Pietro il Grande, il quale, alleandosi con Danimarca e Polonia, attacca la
Svezia. A sorpresa, il giovane sovrano svedese Carlo XII, con il sostegno di Gran Bretagna e Province Unite,
riesce a sconfiggere la Danimarca ed invade la Polonia. Ma viene sconfitto dalla nascente potenza militare
russa; così, mentre la Russia entra a far parte delle grandi potenze europee, la Svezia vede declinare il suo
controllo del mar Baltico, ed il suo ruolo politico-militare nell’area. Anche la guerra di successione polacca
evidenzia l’instabilità politica di questa zona dell’Europa. La Svezia con la pace di Nystadt si trova costretta
a cedere i suoi possedimenti in Germania all’Hannover, alla Prussia e alla Danimarca. La morte di Augusto
II (1733), Stanislao Leszczynski, che era già stato sostenuto dalla Svezia, avanza nuovamente pretese di
successione al trono appoggiato dalla nobiltà polacca e dalla Francia - Luigi XV ha sposato la figlia di
Stanislao (1725) -; contro di lui si pone Augusto III, figlio del defunto sovrano, appoggiato dalla Russia che
invade la Polonia. I Borbone di Francia e di Spagna si alleano contro gli Asburgo; i francesi invadono la
Lorena e Milano, gli spagnoli la Sicilia, Napoli. La successiva pace di Vienna (1738) stabilisce: - il trono
polacco viene attribuito ad Augusto III; - a Stanislao Leszczynski viene riconosciuto, solo a titolo vitalizio -
alla morte toccherà alla figlia -, il ducato di Lorena; - a Francesco, marito di Maria Teresa figlia di Carlo VI,
in cambio del ducato di Lorena, viene dato il granducato di Firenze, - estintasi la dinastia dei Medici -; - a
Carlo Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, vengono attribuiti i regni di Napoli e di Sicilia.
Nel 1740, alla morte di Carlo VI, l’erede designato al trono degli Asburgo era Francesco di Lorena, marito di
Maria Teresa, figlia di Carlo VI; a Maria Teresa sarebbero spettate Austria, Boemia, Ungheria. Ma i sovrani
di Sassonia e Baviera avanzavano pretese sui territori austriaci e rifiutano di riconoscere la “Prammatica
sanzione” (proclamata da Carlo VI con cui aveva modificato la legge di successione, privilegiando la
discendenza diretta), con l’appoggio di Francia, Spagna, Prussia e Sardegna sostenevano al trono Carlo
Alberto di Baviera. A questo punto i prussiani occupano la Slesia, i francesi e bavaresi la Boemia. Per
dividere la coalizione avversa Maria Teresa concede la Slesia alla Prussia; mentre con abile diplomazia
riesce ad ottenere l’appoggio di Inghilterra, Province Unite e regno di Sardegna. Poi ottiene successi militari
in Germania e nei Paesi Bassi. In Italia, mentre il regno di Sardegna deve fronteggiare l’offensiva francese,
l’Austria occupa la repubblica di Genova, alleata con la Francia; scoppia la rivolta popolare della
popolazione genovese. - Il lancio di una pietra da parte di un ragazzo, Gian Battista Perasso detto il
Balilla, contro gli invasori austriaci, in seguito sarà considerato come uno dei primi segni di risveglio di una
coscienza nazionale italiana. Tutte le principali potenze europee cercano di bilanciare e controbilanciare
continuamente le forze dei contendenti per evitare che una singola potenza prenda decisamente il
sopravvento sulle altre. Con la pace di Aquisgrana (1748) si conclude la guerra di successione austriaca: - la
Prussia conquista la Slesia; vi sono alcuni piccoli vantaggi territoriali per il regno di Sardegna; il ducato di
Parma e Piacenza viene affidato al secondogenito di Filippo V di Spagna; Maria Teresa attiene la
successione ai domini asburgici e la contemporanea elezione del marito Federico al trono imperiale. Va
infine sottolineato che episodi come la rivolta genovese evidenzino come certe logiche dinastiche contrastino
con l’identificazione delle popolazioni in istituzioni territoriali. Nasce una sorta di consapevolezza diffusa
della diversità territoriale; la base della futura coscienza nazionale.

20-L’espansione europea e le nuove gerarchie economiche


internazionali.
Negli ultimi due decenni del XVII e per tutto il XVIII secolo sulla sia delle Provincie Unite due nuove
potenze Inghilterra e Francia si presentano sullo scenario dei traffici internazionali. Le compagnie
commerciali europee tessono una tela d’interessi e scambi su scala mondiale. Comincia una agguerrita
concorrenza fra inglesi, francesi e olandesi, tutti impegnati a scardinare il monopolio esercitato da Spagna e
Portogallo sulle economie dei rispettivi imperi coloniali. Nella seconda metà del Settecento questa
concorrenza in India ed in America settentrionale si trasforma in vera guerra -la guerra dei Sette anni
(1756/63) - per il primato commerciale mondiale. A uscire vittoriosa è la Gran Bretagna: dominatrice dei
mari grazie alla maggior marina mondiale alla fine del XVIII secolo. Inizia il dominio politico-commerciale
delle compagnie commerciali europee; aumentano gli insediamenti coloniali, soprattutto in America
settentrionale; si intensificano le relazioni economiche fra paesi europei ed il resto del mondo; non si tratta
però di rapporti paritetici perché la gerarchia mondiale dei rapporti commerciali, politici ed umani ha al
proprio centro l’Europa. Tutto ciò sfocerà nel colonialismo del XIX secolo.
Nella seconda metà del Seicento gli imperi coloniali del Portogallo e della Spagna risentono del declino delle
rispettive corone nella scena politica europea.
Nel 1662, i portoghesi cedono agli inglesi l’importante basa indiana di Bombay -come dote alla principessa
lusitana che sposa Carlo II Stuart -; però riprendono il controllo del Brasile (lì viene fondata la Compagnia
generale del commercio del Brasile) cominciando a colonizzarlo ed a sfruttarne gli ampi spazi coltivando la
canna da zucchero. Per lavorare queste ampie piantagioni si ricorre all’importazione degli schiavi
dall’Africa. Successivamente vengono scoperti grandi giacimenti d’oro (1697) e di diamanti (1729)
spostando verso sud - Rio de Janeiro - l’asse economico della colonia e causando un afflusso sempre più
numeroso di coloni - alla fine del Settecento risiedono in Brasile 2 milioni di portoghesi, tanti quanti vivono
nella madrepatria. L’oro e le derrate agricole brasiliane alimentano i traffici con la Gran Bretagna, - maggior
alleato politico, ma anche principale partner commerciale -, da cui giungono tessuti, manufatti, grano.
L’impero coloniale della Spagna si concentra in America centrale e meridionale dove continua il monopolio
dei traffici con quelle sue terre. Di fatto le grandi distanze con il Nuovo Mondo e gli attacchi corsari dei
nemici inglesi corrodono questo monopolio spagnolo. A questo si aggiunge l’incapacità delle manifatture
spagnole a soddisfare la domanda di prodotti delle sue colonie. Si sviluppa il contrabbando dei mercanti
olandesi, francesi ed inglesi che inviano prodotti europei. Gli inglesi, grazie alla complicità delle colonie
portoghesi in Brasile, riecono a penetrare con i loro manufatti in America Meridionale. Per quanto riguarda
la tratta degli schiavi africani verso le sue colonie la Spagna ricorre ad una sorta di appalto con monopolio, -
«l’asiento de negros» - che nel 1700 viene aggiudicato alla Francia. Il trattato di Utrecht (1713) attribuisce
però alla Gran Bretagna l’esclusiva della fornitura degli schiavi africani alle colonie spagnole ed un primo
permesso di inviare anche carichi di merci inglesi. A poco a poco l’America spagnola diventa una vera e
propria colonia commerciale inglese.
Nel corso del XVIII secolo l’Inghilterra diventa la prima potenza commerciale del globo. Grazie allo
sviluppo dell’industria navale e al formarsi di una potente marina le compagnie commerciali inglesi tolgono
agli olandesi il primato nell’intermediazione e commercio conto terzi. Anche la Francia conosce una
notevole crescita dei traffici commerciali, soppiantando gli olandesi nei traffici con le Americhe; ma subisce
la supremazia navale e commerciale della Gran Bretagna. Inizialmente, in Gran Bretagna, nel ventennio
1721/42, la classe dirigente dei Whig, guidata da Walpole, ritiene che la politica economia britannica sia
meglio tutelata dalla pace e si astiene dai conflitti politici continentali. Successivamente, sotto la guida di
William Pitt il governo ritiene di doversi impegnare nella difesa e nell’espansione dei possedimenti coloniali.
Nella guerra dei sette anni (1756/63) la Gran Bretagna si allea con la Prussia contro Francia, Austria e
Russia. Per gli inglesi si tratta di sconfiggere la concorrenza francese nell’espansione coloniale in America e
India. I francesi, alleati con tribù indigene locali, si sono spesso scontrati con gli inglesi per il controllo dei
territori canadesi orientali. Dopo una serie di alterne vicende le truppe inglesi conquistano importanti
roccaforti francesi - Québec, Montreal -; si giunge alla pace di Parigi (1763) che assegna alla Gran Bretagna
sia il Canada e i territori a est del Mississippi, sia la Florida, sottratta alla Spagna. Il continente americano è
diventato un importante mercato per le merci europee essendo aumentata la domanda di manufatti da parte di
una popolazione in continua crescita - emigrati d’Europa e schiavi d’Africa; si ha un aumento della domanda
di manufatti che devono essere importati dall’Europa. Grazie al commercio di tessuti di cotone e lino
provenienti dall’India, la Gran Bretagna assume una incontrastata posizione di primo piano nei traffici
marittimi fra le varie colonie del mondo. Di fatto, le compagnie commerciali britanniche pagano le merci
acquistate con merci provenienti da altri territori; un sistema di scambi multilaterali con ben quattro
continenti, ma che ha il proprio cuore finanziario a Londra. I manufatti di cotone provengono dall’India; gli
schiavi, l’avorio e l’oro dall’Africa; zucchero, legnami, tabacco e cotone grezzo dalle Americhe; seta, the,
caffè e spezie dall’Estremo Oriente, tutte queste merci vengono commercializzate in tutto il mondo da
Londra. Va sottolineato il particolare ruolo del commercio degli schiavi dall’Africa orientale alle varie
colonie europee nel continente americano: tra il 1701 e il 1800, vengono comprati e commercializzati in
America oltre 6 milioni di schiavi per opera di mercanti europei; nel corso del XVIII secolo la tratta degli
schiavi verso le colonie americane rappresenta una delle direttrici dei commerci triangolari tra Europa,
Africa e America. Le compagnie britanniche occupano il primo posto nella classifica del commercio degli
schiavi; solo nel 1808, il Parlamento di Londra decreterà l’abolizione di questa tratta nelle colonie inglesi,
aprendo una campagna internazionale a tale scopo.
Nel tardo Seicento e nel Settecento i rapporti coi mercati asiatici conoscono significativi cambiamenti. In
primo luogo si riduce il valore delle importazioni di spezie ed aumenta quello dei manufatti tessili -cotone
indiano / seta cinese; si verifica un’inversione di tendenza nella composizione delle merci vendute sulla
piazza di Amsterdam dalla Compagnia olandese delle Indie orientali; il cotone viene scoperto dalla moda
europea, anche i piantatori delle colonie del Centro/Sud America richiedono di tessuti leggeri ed economici.
Il principale produttore di manufatti di cotone è il Bengala - India nord/orientale- dove sono sorte basi
commerciali inglesi e francesi. Nel 1690 viene fondata a Calcutta l’agenzia EIC che di fatto controlla
l’esportazione dei tessuti indiani verso l’Europa con accordi coi mediatori locali. L’invasione del mercato
britannico di tessuti di cotone a basso prezzo spinge gli industriali lanieri a ottenere dal Parlamento, nel 1701
e nel 1721, leggi che scoraggiano l’importazione dei calicò indiani, e fa sì che vengano adottati
provvedimenti a favore delle manifatture inglesi col risultato di aumentare la produzione interna di tessuti di
bassa qualità, ma con prezzi competitivi, che vengono riesportati in Europa ed in America.
Conseguentemente cresce l’importazione di cotone grezzo da lavorare in Inghilterra. Altro importante
prodotto che i mercanti britannici introducono in Europa è il the cinese. Si inizia a pagare questo prodotto
con una merce illegale assai richiesta sul mercato cinese: l’oppio. Grazie alla produzione di quest’ultimo in
Bengala, regione dove hanno instaurato ottimi rapporti, gli inglesi riescono ad assumere il controllo del
redditizio commercio del the dalla Cina. I manufatti tessili e il the favoriscono lo spostamento delle attività
della compagnia inglese sulla costa orientale dell’India: sede principale Calcutta da dove inizia una
progressiva penetrazione nella vita politica indiana per tutelare i consistenti interessi commerciali.
Nel 1744, la rivalità economica tra Francia e Gran Bretagna si trasforma in scontro aperto nel quale sono
coinvolti anche i principi indiani; gli accordi finali mirano a rendere neutrali tutti i territori al di là del Capo
di Buona Speranza. Di fatto però la supremazia navale inglese rimane incontrastata. Anche nel corso della
guerra dei Sette anni, le forze britanniche sconfiggono quelle francesi. Il trattato di pace afferma l’egemonia
britannica in India con il controllo dei territori del Bengala. La Compagnia francese delle Indi orientali
comincia a declinare; sarà soppressa nel 1790. Gli inglesi assumono il monopolio del salnitro necessario per
fabbricare la polvere da sparo che finiscono per pagare con merci europee di cui loro stessi fissano i prezzi
con enormi guadagni. Giungono infine a fornire prestiti in denaro ai principi indiani e ad assumere il
controllo della riscossione delle imposte e dell’amministrazione delle finanze di territori sempre più vasti.
L’intermediazione dei mercanti indiani viene superata con una trattativa diretta coi produttori; inoltre avendo
ottenuto il controllo sulle entrate pubbliche del ricco Bengala possono servirsi dell’attivo di bilancio per
acquistare the e seta in Cina e coprire le proprie spese amministrative. Dal 1757 al 1780, Londra preleva in
Bengala e trasferisce in Inghilterra oltre 38 milioni di sterline: è il primo passo verso la nascita del sistema
coloniale britannico in India che solleva forti discussioni in Inghilterra a causa del monopolio esercitato dalla
EIC. Nel 1773 il Parlamento inglese, viste le rimostranze contro il monopolio commerciale della EIC,
nomina il primo governatore generale del Bengala arrivando poi a porre la compagnia sotto il controllo
politico, finanziario e militare delle autorità di Londra abolendo infine il monopolio stesso mediante due
leggi l’India Act e il Charter Act.
Nel corso del XVIII secolo il Mediterraneo cessa di essere l’area commerciale più intensa e profittevole. I
traffici dell’Atlantico sono diventati più importanti e sono comparse nuove mercanzie. Inoltre alcuni paesi
come l’Italia e la Spagna, sino ad allora all’avanguardia nella produzione manifatturiera, hanno visto
declinare le proprie attività economiche ed hanno perduto il controllo della commercializzazione dei loro
prodotti. Ora sono le flotte olandesi, inglesi e francesi che dominano gli scambi nel bacino del mediterraneo:
vendita di prodotti coloniali (esempio: zucchero), approvvigionamento di metalli. Solo le correnti di traffici
marittimi a breve distanza sono ancora gestite da città di tradizione mercantile come Genova, Marsiglia,
Barcellona. Il mezzogiorno d’Italia conosce una notevole penetrazione economica britannica. La Sicilia
esporta grano, vino, seta greggia, sale, sodio; ed importa manufatti inglesi, francesi e tedeschi, spezie
orientali. Grazie al notevole incremento della coltivazione del gelso nelle campagne italiane la penisola
italiana produce ben 75% di tutta la seta greggia e di filato di seta europea che però viene esportata verso le
manifatture della Francia, della Germania meridionale e dell’Inghilterra. La parte centro - settentrionale
dell’Italia si specializza nella produzione e vendita di filato di seta - ossia un prodotto semilavorato -; mentre
il Mezzogiorno si dedica soprattutto all’esportazione di seta greggia.

21-Vita urbana e mondo rurale.


A partire dall’ultimo decennio del Cinquecento le condizioni della maggioranza delle popolazioni europee
peggiorano. La crescita demografica si traduce in un aumento dell’offerta di manodopera che porta ad una
riduzione dei salari con conseguente aumento dei profitti per i proprietari terrieri. L’ampia domanda di
prodotti agricoli destinati alla vendita dei mercati cittadini spinge i proprietari ad aumentare l’estensione
delle coltivazioni pagando bassi salari ai braccianti. Nel contempo l’aumento dei prezzi riduce ulteriormente
il potere di acquisto dei salari percepiti. Altra ragione di impoverimento delle popolazioni e la progressiva
eliminazione della piccola proprietà dovuta all’indebitarsi dei contadini coi grandi proprietari terrieri - per
superare il momento di crisi, -, ed al successivo sequestro delle piccole proprietà vista la loro diffusa
insolvenza. Molti contadini diventano braccianti salariati. Per molti anni le condizioni economiche delle
popolazioni contadine non migliorano, mentre le rendite dei grandi proprietari terrieri sono alte. «Il sistema
economico sembra muoversi in una sorta di equilibrio di stagnazione» P. Malanima.
Nell’area del Mediterraneo - Spagna ed Italia meridionale -, contrassegnate: - dalla pratica del maggese, (un
anno ogni tre un terzo dei campi riposano); - dalle presenza dei latifondi con contratti di affitto di
lunghissima durata le esportazioni delle derrate agricole sono possibili per l’estensione delle terre coltivate e
con la stagnazione demografica. Però in Catalogna e Italia centro- settentrionale la situazione è diversa
perché, grazie all’abbondanza di acqua, si sviluppa lo sfruttamento intensivo della terra. Con l’investimento
di capitali si realizzano canali, si impiantano alberi da frutta e vigneti, si introducono nuove colture, come il
mais. Un lento, costante progresso. In Germania si diffondono la coltura della patata e delle piante foraggiere
per l’allevamento. In Russia le tecniche di coltivazione sono assai arretrate, medievali; nei grandi latifondi la
cerealicoltura si basa sullo sfruttamento della manodopera legata alla terra che lavora, -servi gleba - Diversa
è la situazione nelle Province Unite; qui le colture si alternano (i campi sono suddivisi in tre parti seguendo
cicli di tre o quattro anni): grano/avena/riposo; in questo modo si cerca di limitare l’impoverimento dei
campi visto che l’unico concime utilizzato è quello di provenienza animale con la conseguente necessità di
sviluppare anche gli allevamenti. Le piante foraggiere, - erba medica, trifoglio, rape, leguminose -, che
vengono alternate alla coltivazione dei cereali, permettono di ripristinare la capacità produttiva dei campi. La
connessione fra agricoltura e allevamento non solo mantiene i terreni più fertili, ma produce latticini da
esportare. Tuttavia le campagne olandesi non raggiungono i tassi di sviluppo delle coltivazioni inglesi i
rendimenti non aumentano in maniera significativa.
L’Inghilterra adotta le nuove tecniche agricole dei Paesi Bassi sviluppandole ulteriormente: nel corso del
XVIII secolo viene abolito il maggese  sistema di Norfolk. I terreni vengono divisi in quattro parti in cui si
alterna la coltivazione di: grano / rape / orzo / trifoglio; in questo modo. - scompare il maggese; - si
ricostruisce la fertilità dei campi con piante - rape, trifoglio, leguminose- capaci di fissare elementi azotati al
terreno e che forniscono nutrimento al bestiame dal quale si ricava letame per concimare e latticini da
commercializzare. Questa rivoluzione agricola porta ad una crescita dei rendimenti grazie all’integrazione
tra allevamento e agricoltura; l’Inghilterra diventa esportatrice di cereali, reinvestendo poi i profitti. Prende il
via il processo della recinzione dei terreni (enclosures) che sempre più limita i diritti comunitari - raccolta di
legna ed altri prodotti - sui terreni aperti - open fields. coltivati secondo criteri stabiliti dalla comunità
I grandi proprietari terrieri per massimizzare i guadagni riescono ad ottenere leggi che permettono
l’accorpamento e la recinzione delle proprietà (accorpamento delle terre e distribuzione delle terre
comunitarie, ovvero un proprietario che possiede il 10 % delle terre in una comunità ha il diritto di venderle
accorpate e riceve un quota dei beni comuni corrispondente all’ammontare delle sue terre) danneggiando sia
piccoli proprietari, sia le comunità. Nel nome dell’affermazione dei diritti di proprietà privata della terra,
favorito da nuove leggi, il processo di recinzione assume ritmi vertiginosi. Dal punto di vista economico
le enclosures portano a condizione ottimali per coltivare grandi estensioni di terreni che produco per la
vendita dei prodotti e non più per l’autoconsumo. Gli incrementi della produzione sono in parte dovuti anche
all’introduzioni di strumenti agricoli migliorati: - aratro più legger e maneggevole grazie alle ruote e
invenzione della seminatrice. - Dal punto di vista sociale la recinzione dei terreni causa gravi
sconvolgimenti: - riduzione dei piccoli proprietari terrieri che sono anche coltivatori diretti; - drammatiche
condizioni di vita di chi viveva sulle terre delle comunità, queste persone diventano semplici braccianti o
migrano verso le città; in ogni caso le loro condizioni di vita peggiorano notevolmente sino alla povertà.
L’abbandono della cerealicoltura verso l’introduzione di nuove coltura provenienti dall’America - mais,
patata, peperone, fagiolo - avviene in modo lento, ma costante in diverse zone europee. La fortuna del mais
parte dalla penisola iberica e si impone come alimento abituale a partire dal 1650  costa la metà del grano.
La coltivazione del mais, iniziata in Spagna, si estende in Provenza, Italia, Slovenia, Ungheria; in Italia
questa coltivazione ha il vantaggio di adattarsi a condizioni diverse: in alcune regioni viene utilizzato per
l’autoconsumo dei produttori permettendo a questi di vendere il grano più ricercato; il mais diventa la base
alimentare della popolazione contadina e di quella più povera delle città. Più lenta è l’introduzione della
patata, dapprima considera solo una curiosità botanica, poi utilizzata come mangime per l’allevamento degli
animali, e solo nell’Ottocento coltivata intensamente. Anche altri alimenti coloniali -cacao, caffè, the, -
incominciano ad essere consumati in Europa. Cresce anche il consumo di alimenti europei: burro, olio, carne
e pesce: soprattutto arringhe e merluzzo pescati nell’Oceano Atlantico che, -baccalà o stoccafisso-, arriva a
nuove regioni europee.
Gli studiosi individuano tre forme di produzione manifatturiera presenti sin dal basso Medioevo: -
1) produzione domestica: manufatti destinati all’autoconsumo familiare ed è presente nelle campagne, dove
nei momenti liberi dal lavoro nei campi si può dedicare tempo alla fabbricazione dei tessuti 2) produzione
artigianale: avviene nelle botteghe ad opera di lavoratori specializzati che producono oggetti destinati alla
vendita; questo tipo di produzione che richiede investimenti di capitali per l’acquisto di materi prime, di
attrezzi , si svolge nelle città dove esistite la possibilità di commercializzare questi beni. Esistono diversi
livelli di questo tipo di produzione: dai piccoli artigiani - fabbri/calzolai - alle grandi officine con salariati. I
lavoratori rappresentano la manodopera stipendiata dal maestro artigiano titolare della bottega e le loro
condizioni di lavoro sono spesso pesanti. A volte la produzione artigianale evolve in lavorazioni a domicilio:
un mercante imprenditore, che ha provveduto ad acquistare la materia prima, gestisce le varie fasi di
lavorazione non in una sua struttura, ma nelle case dei lavoratori stipendiati, vendendo alla fine del ciclo
produttivo la merce. Inizialmente questo tipo di produzione è urbana, successivamente si sviluppa anche
nelle campagne dove i contadini possono dedicarsi a questa attività nei periodi di minor occupazione nel
lavoro dei campi, riuscendo così ad integrare i loro magri redditi. In alcune regioni europee, come le fiandre,
questo tipo di produzione finisce col divenire l’attività principale delle popolazioni: Alcuni studiosi a
proposito di questo evento parlano di un fenomeno di proto industrializzazione che avrebbe preparato la
rivoluzione industriale addestrando i lavoratori all’ attività manifatturiera. Un esso tra realtà proto industriale
e sviluppo industriale è che l’allargamento della produzione in ambito rurale non può procedere
indefinitamente a causa dei costi crescenti che il mercante-imprenditore deve sostenere. Ciò spinge
l’imprenditore a seguire la produzione accentrata. - 3) produzione accentrata: la manodopera salariata si
concentra in un solo luogo sotto un’unica direzione. Si tratta del settore edilizio, cantieristico, estrattivo o di
complessi procedimenti produttivi. Spesso questo tipo di produzione sono promosse dal potere politico per
produrre navi o armamenti.
22-Famiglia, genere, individuo.
La prima area di socialità di un individuo è costituita dalla famiglia. Con il termine famiglia si può intendere
sia: - gruppo di persone che risiedono sotto lo stesso tetto; sia: - gruppo di persone legate da relazioni di
parentele, anche se non vivono insieme. La famiglia è il luogo dove si strutturano le prime differenze
dell’identità individuale. L’identità sessuale, maschi o femmine, è inserita in un contesto culturale che porta
a ruoli diversi e in parte contrapposti. Queste due identità diverse, identità di genere, sono alla base di ruoli
sociali distinti. Inoltre la famiglia riproduce i valori gerarchici che fondano le strutture sociali. In essa si
trovano insieme individui adulti già formati e bambini/adolescenti da formare alla vita sociale. Attraverso il
processo chiamato educativo, ragazze e ragazzi apprendono le regole fondamentali del gioco sociale
Contemporaneamente essi imparano le differenze legate al loro esser maschi o femmine. Le varie Chiese
hanno svolto un controllo sulle norme fondamentali di comportamento delle famiglie.
Le forme di famiglia, intese come forme di co-residenza, sono varie; - nucleare: una copia con figli; -
allargata: “ “ “ “ + uno o più famigliari (nipote / zio / ecc.); - multipla: coppia di nonni + famiglia di uno dei
figli; oppure nuclei familiari di due fratelli, ( frequente dove un patrimonio indiviso, come un gregge,
richiede la collaborazione di entrambi). Nell’Ottocento la famiglia tradizionale europea era quella allargata e
patriarcale -figura dominante: maschio adulto anziano -; successivamente la famiglia evolve verso quella di
tipo nucleare. Secondo alcune teorie, con l’inizio dell’industrializzazione viene meno la necessità tipica della
società contadina di un grande gruppo famigliare convivente disciplinato da regole precise e adibito
all’attività agricole. Conseguentemente il modello di famiglia varia col variare dei contesti culturali. Anche
le forme di famiglia, intesa come gruppi di parenti, varia passando da una struttura parentale strettamente
coesa, ad una struttura più semplificata debolmente legata a reti parentali esterne. Tra le famiglie nobili
esisteva la consuetudine di coltivare il mito delle origini famigliari antiche. Questa passione per le origini
famigliari - accertate o inventate - spiega la supremazia assegnata a ciò che dura nel tempo (fermezza,
stabilità, valore di Dio) rispetto a ciò che muta nel tempo (volubilità, fragilità, deviazione da un ordine
stabilito). La centralità del matrimonio, soprattutto per le famiglie nobili, è legato al fatto che con esso si
tendeva ad affermare una relazione di alleanza, da rinsaldare o creare, con un’altra famiglia.
Il matrimonio, che in epoca precristiana era un semplice contratto privato, nella società europea occidentale
d’antico regime diventa un sacramento; per questo la Chiesa ha esercitato per secoli un’influenza decisiva
sulla vita famigliare. Ha imposto un modello preciso di matrimonio, monogamico, eterosessuale,
indissolubile; ha proibito unioni fra parenti troppo vicini (zio/nipote); ha difeso la libertà di sposarsi
liberamente, ma anche senza il consenso della famiglia. La libertà di scelta del coniuge incontrò molte
resistenze perché precedentemente si tendeva a matrimoni con amici, vicini conosciuti per tutelare il
patrimonio e le alleanze nel tempo. Se sul principio di libertà della scelta del coniuge la Chiesa si urta con le
tradizioni precedenti, sull’ordine gerarchico e sui ruoli sociali all’interno della famiglia la Chiesa rinsalda
antichi principi. Il ruolo decisivo del padre, il capo di casa; l’ubbidienza dei figli, la subordinazione
femminile. Ai maschi le attività lavorative rilevanti; alle donne l’educazione dei figli, la cura della casa e
lavori secondari. Il tradizionale dominio maschile è però mitigato dalla possibilità per la donna di ereditare
(in mancanza di figli maschi), e di esercitare attraverso le doti di un ruolo patrimoniale.
Uno degli elementi che ha mutato, durante il XVIII secolo, gli assetti della famiglia in Europa è la
modificazione degli equilibri demografici. La popolazione dell’antico regime era: giovane e segnata da alti
livelli di mortalità e natalità.Nel Settecento iniziano a rarefarsi (maggior capacità di difendersi da morbi,
sistemi di limitazione dei contagi) le grandi epidemie che periodicamente abbassavano i livelli della
popolazione; contemporaneamente si riduce la mortalità infantile. La diminuzione dei livelli di mortalità si
traduce in un netto aumento demografico. Successivamente però diminuiscono anche i livelli di natalità e la
popolazione tende a stabilizzarsi. Un regime a bassa pressione demografica ( bassi livelli di natalità e di
mortalità) si sostituisce al precedente ad altra pressione demografica ( alti livelli di natalità e di mortalità);
questo permette alle famiglie di accumulare capitali e di metterli a disposizione dei propri membri. Grazie
anche alle nuove conoscenze e tecniche agricole.
Nelle aree protestanti la religione tende ad attribuire all’individuo la responsabilità delle proprie scelte
accentuando la libertà di scelta del coniuge. Si fa strada un universo femminile autonomi ed al di fuori delle
vecchie cerchie cortigiane. Il matrimonio tende ad essere vissuto sempre più come una scelta individuale
svincolata da strategie familiari e dalla precettistica ecclesiastica.

23- Diradare le tenebre: il mondo al lume della ragione.


Il Settecento europeo appare segnato da un fermento intellettuale nuovo e dirompente a cui viene dato il
nome di Illuminismo; dove prima imperavano le tenebre della superstizione, dell’ignoranza, del fanatismo
ideologico occorre introdurre il lume della ragione. Si viene imponendo una diversa atmosfera intellettuale;
più libera, ostile al sapere concezionale, al dogmatismo clericale; nemica del principio di autorità. Questo
mutamento prende il via in Inghilterra e nelle Province Unite dove esiste una relativa tolleranza religiosa, si
incoraggiano la ricerca scientifica, il dibattito fra tesi diverse e si promuove la circolazione di libri e giornali.
Le esperienze politico-sociali di questi Paesi basate sulla divisione dei poteri, in contrasto con la
legittimazione sacrale assolutistica e dispotica della monarchie europee settecentesche, consente di pensare
ad una perfettibilità dei sistemi sociali sia sul piano politico, sia su quello economico, con crescita della
ricchezza collettiva Due i filoni intellettuali fondamentali su cui basi si è venuta costruendo la stagione
illuministica: - il giusnaturalismo olandese di Grozio, Altusio, Spinosa, con la critica del fondamento biblico
dell’autorità politica e l’introduzione di un diritto naturale e razionale alla base dei sistemi sociali. Si
giungerà, con John Locke, non solo alla critica delle commistione del potere sacrale e di quello statale,
all’affermazione del principio della libertà di coscienza, ma anche a considerare lo Stato come quella
istituzione sociale che riconosce e garantisce i diritti naturali propri di ogni uomo. - il deismo: si tratta della
contestazione del concetto di religione rivelata, e perciò imposta dall’alto, a favore dell’idea di una religione
naturale che va scoperta ed analizzata alla luce della ragione. La verità, non più rivelata, va perciò cercata
con gli strumenti di cui l’uomo si dota. La ragione deve prendere il posto della rivelazione; i nuovi filosofi
devono sostituire i vecchi teologi.
«Crisi della coscienza europea» : in questo modo lo studioso francese Paul Hazard, nel 1935, definisce il
periodo - ultimo ventennio del XVII secolo/fine regno di Luigi XIV (1715) - in cui
identificare la fase di trasformazione della vita intellettuale e sociale europea. Ad una società basata sul
principio di autorità e sulla deferenza verso il potere politico e religioso si sostituirà una società basata sul
diritto, la tolleranza, l’indipendenza della molare dalla religione, la libertà di ricerca. Nasce un nuovo
atteggiamento critico e scettico verso le autorità costituite, accompagnato dalla curiosità per i viaggi, le
popolazioni, i cibi e le bevande delle nazioni extraeuropee. Fin dall’Umanesimo e dal Rinascimento il mondo
classico aveva rappresentato per la cultura europea una fonte di autorità preziosissima e alternativa alla
Bibbia. Non era mai stata posta in discussione la superiorità del mondo antico, una sorta di età dell’oro in cui
la cultura e le arti avevano raggiunto livelli di perfezione altissimo. Ora però si incomincia a pensare che le
realizzazioni dell’età classica devono cedere il passo a quelle dell’età attuale «moderna». Gli autori moderni
anche se inferiori ai grandi pensatori ed artisti classici hanno il vantaggio di conoscerne i testi e le
opere; nani sulle spalle di giganti, sono in condizione di vedere più lontano. Grazie alla conoscenza del
passato, la società moderna può superare i confini classici precedenti. Fino ad allora la vicenda dell’umanità
era stata immaginata e letta sulla base di uno schema ciclico; ora si fa strada una concezione evolutiva di tipo
lineare e cumulativo della storia umana, un processo di tipo qualitativo e quantitativo senza fine e senza
limiti chiamato progresso. La questione della ricerca morale individuale, svincolata dalla religione
tradizionale, caratterizza il filone intellettuale noto come libertinismo. Nato all’interno della Riforma
protestante, il libertinismo originariamente identifica un atteggiamento alieno dall’ubbidienza ad ogni Chiesa
, soggetto solo alla devozione allo Spirito Santo. Questo libertinismo religioso, combattuto da Calvino, si
estingue per dar luogo ad un atteggiamento più complesso degli spiriti liberi - spiriti forti , sostanzialmente
atei-, che ritengono la saggezza un cibo prelibato adatto solo a palati raffinati capaci di giovarsene; la
disprezzata superstizione rimane il pasto ineluttabile del volgo. Questo atteggiamento di superiorità conduce
alla teorizzazione dell’assoluta libertà del pensiero in contrasto con i vincoli intellettuali imposti dalle
autorità civili e religiose. Successivamente il libertinismo, inteso come individuale ricerca di libertà interiore,
finisce per influenzare i costumi di vita nella ricerca di un piacere svincolato dalle norme religiose e di
costume sociale. Per questo il termine «libertino» finisce per identificare un individuo dai comportamenti
licenziosi, amorale.
Con la morte di Luigi XIV (1715), inizia per la Francia un’epoca di allargamento degli orizzonti culturali. A
Parigi si respira una nuova atmosfera resa possibile dagli intensi rapporti con la Gran Bretagna e da una
maggior libertà di stampa che consente la diffusione di idee eterodosse. Giungono testi di libertini, a volte
provocatori, come quello di Bernard de Mandeville: La favola delle api - un alveare prospera finché i suoi
membri mantengono costumi viziosi, mentre va in rovina quando essi assumono comportamenti virtuosi;
morale: comportamenti eticamente criticabili, diventano utili al benessere economico collettivo; vizi privati
diventano pubbliche virtù - L’attrazione per l’Inghilterra, testimonia l’insoddisfazione degli intellettuali
francesi per le condizioni del regno. Nel 1721, Montesquieu nel libro Lettere persiane, evidenzia le
condizioni di arretratezza in cui si trova la Francia. Con vena polemica antidispotica si denuncia la
superstizione, il dogmatismo religioso, a cui si contrappone la libertà di pensiero e la tolleranza religiosa.
Anche nelle successive opere di Montesquieu, ed in particolare nel Lo spirito delle leggi (1748), pietra
miliare del pensiero Illuministico europeo, aleggia lo spirito liberale. Tre sono gli universi politico-sociali
descritti: la monarchia, la repubblica, il dispotismo. L’autore, pessimista sulla natura profonda delle passioni
umane, propone la divisione dei poteri come strumento per la conservazione della libertà. La monarchia
parlamentare/costituzionale «all’inglese» viene considerato il miglior sistema politico per la conservazione
delle libere istituzioni.
Nel 1734, con la pubblicazione delle Lettere inglesi di Voltaire, la Gran Bretagna diviene per i francesi il
modello alternativo a quello francese ed al suo dispotismo, intolleranza, arretratezza. Per Voltaire,
l’Inghilterra rappresenta ciò che la Francia non è: libera e aperta alle discussioni filosofiche ed alle teorie
newtoniane, lontana dalla rigidità dell’antico regime. La pubblicazione delle Lettere inglesi procurò
all’autore problemi con la giustizia a causa delle teorie esposte, ma anche un’enorme notorietà in
tutt’Europa. Con Voltaire l’Illuminismo diventa un movimento intellettuale, caratterizzato dalla volontà di
esercitare un’influenza sulle scelte dei governi , che si batte in ogni parte del continente per il progresso
civile. Lo stesso Voltaire diventa per alcuni anni il consigliere di Federico II di Prussia; poi, disilluso da
Federico II, si ritira a Ginevra dove, oltre a celebri romanzi, scrive due opere storiche fondamentali: Saggio
sui costumi e lo spirito delle nazioni, - ricostruzione della storia europea da Carlo Magno a Carlo V
d’Asburgo -, e Il secolo di Luigi XIV - storia della Francia dall’avvento di Luigi XIII alla morte di Re Sole -.
In questi testi Voltaire non si sofferma solo sugli avvenimenti bellici e vicende dinastiche, ma cerca di
analizzare i fenomeni sociali complessi per coglierne i tratti essenziali. Includendo anche vicende
extraeuropee. Vengono illustrati i vizi del fanatismo religioso, dell’intolleranza ideologica per indicare la
strada di un futuro migliore. Il secolo di Luigi XIV appare a Voltaire un’epoca di splendore nazionale con
realizzazione culturali ed artistiche, progresso economico e civile, stabilizzazione politica. Delineando gli
splendori del secolo passato, appaiono più evidenti i mali presenti, e cioè la povertà materiale e morale della
nazione.
L’Illuminismo appare come un movimento intellettuale coeso grazie al fatto che un gruppo
di philosophes riesce nella difficile impresa di raccogliere il nuovo sapere in un’opera a stampa aperta al
contributo dei più originali pensatori del tempo. Il filosofo/scrittore Denis Diderot (1713/84), e il matematico
Jean-Baptiste Le Rond (1717/83) sono gli ideatori dell’Encyclopédie, progenitrice delle moderne
enciclopedie, che raccoglie subito un grande consenso arrivando ad una tiratura per l’epoca elevatissima:
oltre 4.000 copie. Un’impresa editoriale senza precedenti:- 60.000 voci distribuite in 17 volumi e 11 tavole
illustrate -, che può giovarsi del lavoro di opere antecedenti quali il Dizionario filosofico di Voltaire . La
pubblicazione di quest’opera, iniziata nel 1751, subisce interruzioni a causa di attacchi e condanne dal
mondo conservatore e clericale; solo nel 1772 la gigantesca impresa è compiuta. Caratteristica saliente
dell’Encyclopédieè l’attenzione riservata alla scienza ed alle tecniche; alla luce della ragione il pensiero
scientifico-matemat. porta alla scoperta delle leggi che regolano la vita Nel XVIII secolo vi è una veloce
crescita delle discipline scientifiche: - classificazioni delle specie vegetali e animali - analisi dei
microorganismi - ricerche chimiche e per riconoscere e riprodurre le correnti elettriche - accumulazione
dell’elettricità, pila - Franklin / Galvani / Volta - . La fiducia nelle capacità delle ragione si estende anche
all’analisi del mondo umano: sensismo - ricondurre la conoscenza umana ai dati dei sensi -; materialismo -
visione di tipo meccanicistico della natura e dell’umanità, escludendo i principi dogmatici, come l’esistenza
dell’anima o di Dio. Questo nuovo tipo di impostazioni filosofiche sono estese anche alla comprensione dei
fenomeni sociali, con conseguenze di enorme rilievo sulla percezione della società.
Buona parte dello sforzo intellettuale dei cosiddetti illuministi è diretta a fondare su basi nuove la visione
della società. Esclusa l’impostazione di tipo metafisico - l’organizzazione sociale dipende dalla volontà
divina. - si cerca di stabilire su presupposti diversi la morale collettiva. Per gli utilitaristi , l’uomo va
guardato per quello che è e non per quello che dovrebbe essere,
le sue azioni sono mosse dal desiderio di massimizzare il proprio utile e il proprio piacere. Questo desiderio
non va demonizzato, ma indirizzato a vantaggio del bene collettivo. La realtà sociale va studiata alla luce di
leggi e regole che determinano il comportamento umano. Per François Quesnay (1694/1774) anche
l’economia va studiata come una formazione naturale dotata di proprie leggi. Solo dalla natura deriva il
valore delle merci e non dalla loro trasformazione e commercializzazione; le derrate agricole devono poter
circolare liberamente, deve esserci la maggior libertà d’azione possibile; «laissez faire, laissez passer »
lasciare fare, lasciare passare . Così in cosiddetti fisiocratici espongono la prima dottrina economica
dichiaratamente liberalista; per loro l’unica leva legittima in mano al governo è quella fiscale: la rendita
terriera va tassata. Successivamente per Adam Smith (1723/90) - il padre dell’economia politica moderna -
coniuga il pensiero dei fisiocratici con quello utilitaristico che vede nell’egoismo la base del benessere
sociale. Secondo Smith, ciò ch rende utile collettivamente le azioni egoistiche degli individui è l’esistenza
del mercato, la «mano invisibile» che regola, ordina e distribuisce la ricchezza. Però a differenza dei
fisiocratici egli ritiene che il valore delle merci sia frutto del lavoro umano - attività artigianali, industriali,
commerciali -. Per lui quanto più si lascia il mercato libero di esprimere l’efficienza del suo meccanismo,
tanto più si rende possibile accrescere la ricchezza della nazione. Però, mentre per Smith la divisione sociale
del lavoro, la ripartizione di mansioni specifiche nelle nascenti fabbriche, costituisce la chiave di volta del
progresso umano; per il pensatore ginevrino Jean-Jacques Rousseau (1728/78) questa divisione è un grave
arretramento della condizione di felicità dell’uomo. Da questa degenerazione, iniziata con l’instaurarsi della
proprietà privata, era derivata la diseguaglianza sociale. Nel Contratto Sociale (1762) Rousseau tratteggia
una repubblica ideale basata su un contratto sociale stretto fra gli individui che ne fanno parte. Questo
contratto non si base su presupposti utilitaristici, ma sulla condivisione di uno stesso comune sentire che
consente il superamento delle singole volontà individuali, giungendo alla nascita di una unica volontà
generale. Merito di Giuseppe Beccaria (1837/94) -Dei delitti e delle pene - l’aver evidenziato il carattere
inumano di pratiche giudiziarie quali la tortura e pena di morte. Per lui la pena non deve essere una vendetta
sociale, ma deve essere indirizzata tanto all’espiazione, quanto al recupero del reo.

24-Il dispotismo riformatore.


Nella seconda metà del XVIII secolo si registra una tendenza dei sovrani a modificare gli assetti giuridici,
economici e politico-sociali dei loro regni. Questa riforma delle regole amministrative ed economiche
rappresenta una novità. Per secoli il sovrano è stato il difensore degli equilibri stabiliti, a lui è stata
riconosciuta una funzione restaurativa, non riformatrice, intervenendo per ripristinare l’antico ordinamento
voluto da Dio che la corruzione della vita sociale ha guastato. La nuova tendenza riformatrice mira a
migliorare l’efficienza della macchina statale a fini bellici. Per ingrandire i propri domini a spese delle
dinastia concorrenti occorrono forti eserciti che, essendo formati da mercenari, comportano notevoli spese;
da qui l’esigenza di nuovi introiti fiscali. Bisogna quindi: vincere la resistenza dei popoli ottenendo l’assenso
delle assemblee rappresentative a nuove tassazioni; eliminare esenzioni concesse negli ani precedenti a città
e regioni privilegiate. Vista la difficoltà ad ottenere il consenso delle assemblee a nuove tasse i sovrani
iniziarono a governare senza convocare i vari tipi di rappresentanza dei sudditi. Essi cercano di aumentare le
imposte legittime, di ridurre le esenzioni, e di ottimizzare i redditi dei loro patrimoni personali. In questo
periodo prendono il via gli studi di quelle che oggi sono la scienza delle finanze e scienza
dell’amministrazione che si connettono con la politica economica, fiscale e monetaria. Nel corso del
Seicento cresce la consapevolezza che la potenza politica e militare è legata alla forza economica degli Stati:
derrate alimentari sufficienti a sfamare i sudditi, attività manifatturiere e commerciali in crescita capaci di
attrarre investimenti anche dall’estero, aumento della popolazione.
Le rivoluzioni di metà Seicento danno il via ad un dibattito sulle questioni fondamentali della vita pubblica;-
in particolare al ruolo della Chiesa e della religione-, anche in strati sociali diversi dai gruppi dirigenti.
Successivamente vi sarà però un ridimensionamento di questa tendenza di apertura. La diffusione
delle gazzette - progenitori dei giornali - aumenta; questi fogli raccontano i principali avvenimenti
politici/bellici/ carattere sociale, dando il via ad una riflessione sui difetti della società. Anche i sovrani, che
sempre più tendono ad usare una podestà straordinaria, si trovano obbligati a spiegare ai propri sudditi come
mai utilizzino una prerogativa così speciale. In mancanza di tali chiarimenti essi potrebbero apparire come
tiranni. Il loro operare non è solo più giustificato dalla presunzione che sia Dio a volerli sul trono, ma anche
dalla necessità di darsi da fare per il bene della comunità, per alleviare le sofferenze degli oppressi e dei
poveri. Si apre una contraddizione fra queste nuove dottrine volte a legittimare il fondamento della sovranità
e il concetto di diritto divino. Inizia anche un’analisi dei risultati ottenuti dalle politiche dei Paesi stranieri
confrontandoli. Nasce anche la figura dell’intellettuale come consigliere del principe. Concorrono a dar
forma a questa nuova figura personaggi di diversi ceti: sacerdoti, funzionari, professionisti; persone
culturalmente influenti che tendono con le loro proposte a scardinare l’ordinamento esistente.
La così detta guerra dei Sette anni, - il primo conflitto bellico planetario - muta i rapporti di forza tra le
potenze europee. Nei due secoli precedenti la rivalità era stata tra gli Asburgo titolari della corona imperiale-
spagnoli e austriaci -, e i sovrani di Francia - Valois/Borboni -. Con la guerra dei Sette anni la Francia si allea
con gli Asburgo per fronteggiare la crescente potenza della Gran Bretagna alleata alla Prussia. All’origine
del conflitto vi sono le rivalità fra Francia e Gran Bretagna per i possedimenti coloniali in America e India; e
l’occupazione della Slesia da parte della Prussia in contrasto con gli Asburgo. Nel 1756, gli schieramenti
sono: Francia, Russia, Svezia e impero asburgico, contro Prussia e Gran Bretagna. Dopo alterne vicende la
preponderanza dello schieramento Francese/Asburgico finisce per prevalere. Però nel 1762, Russia e Svezia
si ritirano e la Prussia sconfigge l’esercito imperiale. Anche nei territori coloniali, dopo gli iniziali
insuccessi, la Gran Bretagna riesce a vincere. Con la pace di Parigi del 1763, la Gran Bretagna ottiene
consistenti territori in India e America settentrionale - Canada/Florida -; la Slesia rimane alla Prussia. Si
affermano così due modelli politici diversi: da una parte la Gran Bretagna, - retta da una
monarchia/parlamentare - prima potenza navale e coloniale europea in cui la preponderanza militare si
unisce al successo commerciale; dall’altra la Prussia - sistema di governo assolutistico/ dispotico - prima
potenza militare continentale grazie alla forza del suo esercito terrestre.
Federico II di Prussia, il Grande, rappresenta il modello di sovrano assolutistico sensibile alla cultura
illuministica, ha propensione per le lettere e la musica, si circonda di intellettuali illuminato, (sarà amico
personale di Voltaire); però continua le tradizioni assolutistiche e la politica di potenza. Il suo esercito,
rafforzato e migliorato, diverrà uno dei più potenti d’Europa anche perché riuscirà a coinvolgere la nobiltà
sostituendo al vecchio concetto di fedeltà personale al sovrano, una nuova devozione nei confronti dello
Stato di cui lui stesso si dice «il primo servitore».
Abile propagandista di se stesso, Federico II costruisce la sua leggenda di sovrano tollerante e permissivo;
contemporaneamente con misure protezionistiche migliora la vita economica proteggendo la produzione
agricola. Rafforza inoltre gli apparati statali, strumenti di ordini centrali. La sua politica di allargamento lo
prima porta a concordare con la Russia il nuovo sovrano polacco , poi alla spartizione della Polonia:
Bielorussia e Lituania alla Russia, Prussia occid. alla Prussia. Federico II verrà ricordato per la sua azione
tendente a costruire il senso di appartenenza nazionale. Anche Caterina II, zarina di Russia, verrà detta la
Grande. Di origini tedesche ella sposa l’erede al trono russo , Pietro III, e poi grazie ad un colpo di stato
assume il potere. La zarina guarda alle esperienze dei paesi sviluppati dell’occidente per copiarne le riforme
economiche e sociali. Caterina II si impossessa di buona parte del potere e della ricchezza della Chiesa
ortodossa, - sopprime 500 dei 900 conventi esistenti - trasformando i sacerdoti in stipendiati dallo Stato.
Tuttavia le condizioni delle popolazioni contadine rimangono miserevoli. Il malcontento causato dallo
sfruttamento senza scrupoli dei proprietari terrieri causa, nel 1773, una ribellione contadina guidata dal
mitico Pugacev; inviando il proprio esercito Caterina stroncherà del sangue la rivolta. Negli anni successivi
la zarina introduce l’istruzione elementare statale gratuita, solo nelle città; una relativa libertà di stampa e
regole di autogoverno locale. Ma contemporaneamente con la Carta della nobiltà vengono stabilite esenzioni
fiscali e garanzie a favore del privilegiato ceto nobiliare. Questa politica di riforme ha però vita breve perché,
col sopravvenire della rivoluzione francese, la zarina torna ad una politica culturale di segno
tradizionalistico. Nel contempo prende vita il progetto imperiale diplomatico-militare con la spartizione della
Polonia e le guerre contro l’impero ottomano; il tutto cercando di restaurate l’impero romano d’Oriente con
Mosca nuova capitale.
Maria Teresa d’Austria, moglie dell’Imperatore Francesco I, si serve della spinta all’efficienza del prelievo
fiscale e del miglioramento della macchina statale per stimolare la crescita economica. Tenta di uniformare
gli ordinamenti dei domini diretti della corona asburgica - Austria e Boemia - per assoggettare la nobiltà al
pagamento delle tasse. Rende obbligatoria l’istruzione e pone sotto il controllo statale scuole superiori ed
università. Fondamentale è lo smantellamento dell’universo ecclesiastico tradizionale: vengono soppressi
ordini religiosi, incamerati i beni ecclesiastici per ripianare l’enorme debito statale, stipendiati sacerdoti e
vescovi come è avvenuto in Russia. Con l’associazione al trono del figlio Giuseppe II, (1741/90), agli ebrei
viene concesso il godimento di tutti i diritti civili concessi agli altri cittadini, accordata anche la libertà di
culto delle professioni cristiane non cattoliche; abolita la tortura. La libertà di stampa rimane però assai
limitata. Il sovrano decide di limitare la propria autorità assoluta, ma la corona tende a definire e
regolamentare in modo autocratico dei propri diritti intangibili, senza alcun controllo della società. Peraltro
Giuseppe II è affascinato dal modello statale prussiano, ma non riesce ad imitarlo perché il suo potere in
parte dipende dai principi su cui governa e che egli cerca di assoggettare di più. In campo economico
vengono adottati provvedimenti protezionistici per l’agricoltura e la manifattura; nelle campagne viene
abolita la servitù della gleba e l’obbligo per i contadini di fornire prestazioni lavorative gratuite; inoltre si da
vita alla mappatura delle proprietà terriere: il catasto. Viene istituita un’imposta fondiaria unica valida per
tutti i sudditi, ma questo provvedimento scatena l’opposizione dei ceti aristocratici per cui Leopoldo II,
successore di Giuseppe II, annulla tali riforme e ripristina la situazione precedente.
Uno dei terreni sui quali si misura la capacità dei sovrani di attuare decisi interventi di riforma è quello dei
rapporti con la Chiesa cattolica. Acquistano peso gli interventi del potere politico: gestione dei beni
ecclesiastici, nomina ai vescovadi, formazione e controllo degli ordini religiosi. Di grande rilievo è la
vicenda della Compagnia di Gesù - argine della Chiesa cattolica contro le idee protestanti; - i gesuiti -
diventati ricchissimi grazie a lasciti testamentari - erano divenuti strumento dell’intromissione del papato
negli affari di Stato sia perché culturalmente influenti, sia per la
benevolenza di sovrani di cui erano diventati consiglieri spirituali. I gesuiti, alle strette dipendenza del
pontefice, divengono il bersaglio delle polemiche illuministiche e delle politiche riformatrici. La prima
espulsione dei gesuiti si verifica in Portogallo nel 1759, dove il sovrano punta sia alle ricchezza fondiarie di
quest’ordine religioso, sia a ridimensionare il ruolo di clero e di nobili. Il provvedimento portoghese viene
imitato in Francia (1764), in Spagna, a Napoli, Sicilia, Parma. L’accusa principale indirizzata alla
Compagnia, e che può essere estesa a qualunque componente del clero, è quella di essere portatrice di un a
doppia fedeltà politica: al papa ed al sovrano. Nel 1773, papa Clemente XIV decide lo scioglimento della
Compagnia di Gesù; solo in alcune città della Svizzera, e in Prussia i gesuiti ottengono la protezione
di Federico I, I sovrano illuminista.
Sotto Maria Teresa e Giuseppe II, la Lombardia austriaca diventa un laboratorio per la sperimentazione delle
nuove politiche pubbliche. Nel 1760, prende il via il catasto geometrico che mette a disposizione del governo
non sola una mappatura della proprietà fondiaria - presupposto per una equa distribuzione del carico fiscale -,
ma anche uno strumento conoscitivo del territorio indispensabile per attuare interventi di riqualificazione
agraria, costruzione e regolazione di canali. Nel 1765, viene istituita la «giunta economale» per le materie
ecclesiastiche che produce limitazioni e smantellamento delle esenzioni fiscali dei beni della Chiesa. Anche
in Toscana, sotto la guida del granduca Pietro Leopoldo, fratello minore di Giuseppe II, si avviano riforme
economiche e giuridiche. Per primo in Europa viene abbandonata la politica protezionistica e si da avvio al
libero scambio mercantile, viene liberalizzato il commercio di grani. Poi si sopprimono le corporazioni delle
arti e dei mestieri; si incentiva la diffusione della piccola proprietà terriera per favorire lo sviluppo agricolo
della Toscana ( questa riforma fallirà perché i grandi proprietari terrieri si accaparrano gli appezzamenti
messi all’asta). Importante anche la riforma del codice penale ispirate alla idee di Cesare Beccaria,
abolizione della pena di morte e tortura. Si giunge sino a promuovere la redazione di un progetto di una
Costituzione che prevede l’istituzione di una assemblea legislativa - formata su base rappresentativa - senza
il cui consenso il sovrano non è in grado di governare. Tale Costituzione non verrà attuata. Per altri Stati
italiani le cose si sviluppano diversamente: - nel regno di Sardegna si attuano politiche di stampo
mercantilistico; nel regni di Napoli e Sicilia, gli interventi riformatori al fine di limitare il potere nobiliare ed
ecclesiastico, incontrano enormi resistenze e producono quindi scarsi risultati.
25-Niente tasse senza rappresentanza: la nascita degli Stati
Uniti d’America.
La rivolta delle colonie americane contro il dominio britannico (1775/83), da cui nacquero gli Stati Uniti
d’America, è un evento centrale della storia mondiale. Come già era successo nei Paesi Bassi che si
ribellarono alla corona spagnola dando vita alle Province Unite, una popolazione conduce una guerra
vincente per l’autodeterminazione scegliendo poi il proprio sistema di governo. Questa rivolta si basa su
principi repubblicani, sull’idea che l’origine della sovranità risieda nel popolo. L’assetto politico/istituzionale
che deriva dal questa rivoluzione è di stampo liberal-democratico. Una Costituzione scritta (1787/89)
riconosce una serie di diritti individuali ed afferma il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla
legge, regolando anche l’equilibrio fra i vari Stati nati
dalle ex colonie in un nuovo governo federale di tipo presidenziale. Questo assetto socio-politico è molto
diverso da quelli degli Stati settecenteschi europei dove primeggiano monarchie, ceti e privilegi, retaggi
feudali, assenza di libertà. Agli osservatori europei in questa nuova società la ricchezza è molto più livellata,
la giustizia meglio distribuita, le libertà individuali garantite. Da questa rivoluzione nascerà una nazione che
assumerà un ruolo di primo piano sulla scena mondiale.
In America settentrionale la penetrazione inglese comporta la creazione di una serie di basi commerciali
lungo la costa atlantica per scambi con le popolazioni indigene. Questi insediamenti sono formati da artigiani
e commercianti a cui si aggiungono deportati ed indesiderati in madrepatria. Una popolazione giovane in
costante crescita spinta dal desiderio di benessere. Le colonie americane sono una società meno portata ad
attribuire valore alle tradizioni e gerarchie. Gli abitanti sono accomunati dal professare un credo riformista di
tipo calvinista che ritiene inadeguata la Chiesa anglicana considerata troppo vicina all’aborrito papato
romano. Nelle città prevalgono comportamenti più liberi, nelle campagne le comunità religiose controllano la
vita. Le colonie godono di ampi margini di autonomia amministrativa, incentrati sulle assemblee
rappresentative elettive; il controllo del governo inglese è di natura economica. Le colonie sono obbligate a
commerciare con la madrepatria la quale assoggetta le diverse merci a tassazione varie. I governatori, inviati
dalla corona, nelle varie colonie adottando una pragmatica politica di compromesso con le assemblee
rappresentative degli abitanti , evitando scontri.
All’origine dei dissidi fra le colonie e la Gran Bretagna vi sono contrastanti interessi economici e fiscali.
Oltre a tassare le merci il governo di Londra pone dei vincoli allo sviluppo economico delle colonie; la
disparità di trattamento fra le imprese della madrepatria e quelle coloniali alimenta il malcontento dei coloni.
Un altro punto di contrasto è di natura politica: la partecipazione popolare alle scelte governative e i limiti
del potere sovrano. Mentre nella madrepatria chi paga le tasse può eleggere proprie rappresentati in
Parlamento, questo diritto e negato ai coloni americani; inoltre nelle colonie possono essere imposte misura
di natura giuridica/ fiscale senza contattare l’assemblee Vittoriosa nella guerra dei Sette anni, la Gran
Bretagna si trova a governare su territori molto estesi, ma le colonie sono consapevoli di avere interessi
propri, a volte distinti da quelli della madrepatria. Il governo di Londra, volendosi rifare degli enormi costi
della guerra appena vinta, vara una serie di provvedimenti miranti ad esercitare un maggior controllo
economico su quei vasti territori. Oltre ad un accresciuto prelievo fiscale, Londra introduce un’apposita tassa
- Stamp Act - per finanziare i costi amministrativi in America. Il fatto che questa tassa - votata dal
Parlamento inglese in cui i coloni non sono rappresentati - sia stata imposta senza approvazione delle
assemblee locali viene considerato un atto di dispotismo che attacca la libertà e la proprietà dei sudditi.
Alcune assemblee coloniali dichiarano illegali le tasse imposte senza il loro consenso. Si reclama un netto
legame tra cittadinanza e pagamento delle imposte: - no taxation without rapresentation -; niente tassazione
senza rappresentanza. Negli anni 1760/70, esplodono tensioni per nuove imposizioni fiscali nelle colonie.
Inoltre nel 1773, il governo britannico assegna il monopolio del commercio del tè nelle colonie americane
alla Compagnia inglese delle indie orientali. Contro questa nuova imposizione scoppia la protesta nel porto
di Boston che viene ricordata come Boston Tea Party , un gruppo di coloni gettano in mare il carico di tè di
una nave della Compagnia.
La reazione di Londra è durissima; il porto di Boston viene chiuso e un governatore assume ampi poteri. Nel
1774, una nuova legge - Quebec Act - istituisce nell’ex colonia francese un governo senza rappresentanza
legale, procedure giudiziarie senza la giuria e libertà di culto ai cattolici. La risposta dei coloni fu la
convocazione di un congresso dei rappresentati delle tredici colonie a Philadelphia che assunse una linea
moderata e di conciliazione cercando un compromesso. Re Giorgio III decide però di reagire con la forza a
quella che considera una ribellione. Nel 1775, inizia la guerra di indipendenza. Le colonie organizzano un
esercito comune sotto il comando di George Washington. Inizialmente il più esperto esercito inglese ha la
meglio sulle mal equipaggiate milizie coloniali. In Europa Benjamin Franklin sensibilizza l’opinione
pubblica che si schiera a fianco degli insorti americani; partono anche numerosi volontari. Nel 1776, il
Congresso americano approva la Dichiarazione d’indipendenza di Thomas Jefferson in cui sono definite le
ragioni della ribellione: diritto naturale dei popoli alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità. Questi
diritti sono inalienabili; un governo che li ostacoli deve essere abbattuto Nel 1777 l’esercito americano
consegue la prima vittoria a Saratoga. Negli anni successivi, aiuti militari e rifornimenti arrivano dalla
Francia e Spagna che sono entrati in guerra contro Londra. Dopo tre anni (1781) l’esercito britannico viene
sconfitto definitivamente a Yorktown. Con il trattato di Versailles (1783), la Gran Bretagna riconosce
l’indipendenza delle sue ex colonie.
Sotto la spinta delle esigenze belliche nel 1781. le ex colonie britanniche avevano ceduto parte della loro
sovranità ad un governo centrale di tipo confederale. Gli Articoli di confederazione costituiscono la prima
Costituzione degli Stati Uniti e si configura come un trattato fra Stati sovrani ognuno dei quali è
rappresentato da un delegato al Congresso federale, in pratica si tratta di un coordinamento fra i vari Stati
senza alcuna autonomia in materia finanziaria. Successivamente si afferma l’idea di dotare gli Stati Uniti di
una vera e propria costituzione scritta che regoli il costituendo potere centrale. Nel 1787, si redige la
costituzione che delinea una repubblica di tipo federale, con un forte potere federale dotato di una propria
sovranità, parallela a quella dei singolo Stati. Si da vita ad un Congresso formato da due Camere: Camera dei
Rappresentati eletti direttamente dai cittadini americani sulla base di una ripartizione proporzionale; Senato
composto da due rappresentati nominati dai singoli Stati. L’equilibrio e la separazione dei poteri - secondo la
lezione di Montesquieu - sono parte fondante del nuovo sistema istituzionale. Potere legislativo: Congresso.
Potere esecutivo: Presidente. Potere giudiziario indipendente: Corti di giustizia dei singoli Stati e quelle
Federali. Viene anche istruita una apposita Corte Suprema incaricata di interpretare il testo costituzionale,
proteggere i diritti dei cittadini e dirimere i conflitti fra le diverse istituzioni federali e statali. Nel 1791, a
completamento della costituzione viene approvato il Bill of Rights, atto che ribadisce i diritti individuali alla
vita, alla libertà di pensiero, parola e culto,alla proprietà, alla ricerca della felicità. Purtroppo
indigeni/pellerossa, schiavi/ africani e donne restano esclusi dai diritti di cittadinanza del nuovo Stato.

26-La rivoluzione francese.


Nel decennio 1789/1799 la Francia conosce la più straordinaria trasformazione politica mai realizzata nella
storia dell’Europa occidentale. L’universo politico tradizionale -«antico regime» - viene spazzato via
creando una nuova cultura politica che è ancora oggi la base della società contemporanea. La società di
ordini e ceti viene sostituita da una società democratica e egualitaria. Il potere monarchico viene sostituito da
un potere repubblicano esercitato dai rappresentati eletti dal nuovo potere sovrano: il popolo come nazione.
Questa enorme trasformazione costituisce uno dei pilastri su cui è stata costruita la società dei secoli XIX e
XX.
Il sistema politico assolutistico creato da Luigi XIV presentava due limiti: 1) - la decisone di non convocare
più gli Stati generali privava la monarchia di una camera di compensazione e della possibilità di cogliere gli
umori dei gruppi sociali più dinamici del paese. Questa mancanza di un canale di collegamento tra la corte e
la società, finisce per consentire al Parlamento di Parigi (suprema corte di giustizia civile e penale) di
assumere un ruolo di supplenza nel rappresentare gli interessi del paese. Ma il Parlamento parigino finisce
col non essere capace di far voce all’intera società francese; 2) - la volontà di Luigi XIV di incrementare
ulteriormente il prelievo fiscale, senza il consenso dei ceti del regno, incontra evidenti ostacoli sia nella
nobiltà che da tempo gode di un’ampia immunità fiscale, sia da parte della Chiesa, anch’essa esentata dal
pagamento di imposte sui suoi beni. Una parte della nobiltà accetta l’ipotesi di una condivisione del carico
fiscale chiedendo in cambio la partecipazione al processo decisionale, prospettiva che Re Sole esclude
fermamente. In quegli stessi anni il finanziere scozzese John Law, tenta di risanare le disastrate finanze della
corona emettendo cartamoneta. La banca reale emette un’enorme quantità banconote; contemporaneamente i
titoli di Stato vengono cambiati in azioni della Compagnia delle Indie occidentali; dapprima questa
operazione gonfia il valore della azioni della Compagnia, ma poi visto il basso dividendo offerto da queste
azioni il loro prezzo crolla, la Compagnia viene sciolta, la corona ritira la banconote e le obbligazioni
cartacee, il debito è di 4 miliardi di lire: è la bancarotta. Sotto Luigi XV (1726/74) vi è un ritorno
all’autocrazia monarchica, senza una ricerca di soluzioni per un allargamento della partecipazione politica.
Per risolvere la penuria dei mezzi finanziari nelle casse dello stato si cerca di imporre misure straordinarie
che però incontrano l’opposizione del Parlamento parigino. Anche il tentativo di istituire il catasto fondiario,
strumento necessario per tassare tutte le proprietà terriere, viene ostacolato. A questo punto il ministro della
giustizia, propone una riforma giudiziaria che prevede la riduzione del ruolo dei Parlamenti, promettendo di
ritornare a convocare gli Stati generali. Questa proposta non viene accettata. Con l’ascesa al trono
di Luigi XVI (1754/93), vengono ripristinati e tradizionali poteri dei Parlamenti; la ricerca di soluzioni al
difficile problema del disavanzo del bilancio stata viene affidata a intellettuali riformatori - Jacques Turgot /
Jacques Necker - che coltivano le teorie di Montesquieu della necessità di una divisione dei poteri e
guardano con ammirazione alla monarchia parlamentare inglese e alle nuove idee dei coloni nord-americani.
All’indomani della crisi del 1774/75 - una carestia produce una serie di rivolte popolari «guerra delle farine»
-, si ripresento il problema del debito pubblico aggravato dalle spese dovuto all’appoggio alle colonie
americane nella guerra contro la Gran Bretagna. Per cercare di ottenere consenso alla sua politica di
risanamento il responsabile delle finanze Jacques Necker rende pubblico il disastrato bilancio statale con
l’unico risultato di essere costretto a dimettersi. Il Paese si divide: da un lato vi è chi punta ad una
trasformazione delle monarchia in senso costituzionale; dall’altro i conservatori della nobiltà e del clero
cercano di avvantaggiarsi dall’indebolimento della monarchia. Per superare questa situazione di stallo il
sovrano nel 1788 decide di convocare gli Stati Generali, unica istituzione in grado di autorizzare nuove tasse.
Gli Stati generali francesi sono divisi in tre ordini o Stati: la nobiltà; il clero; il cosiddetto Terzo Stato, che
rappresenta la stragrande maggioranza della popolazione. La nomina dei vari rappresentati avviene tra
difficoltà e discussioni anche perché erano 175 anni che non avveniva. Altro motivo di forte discussione e la
modalità di voto degli Stati generali: ciascun ordine, dopo una votazione interna, esprime un solo voto (voto
per ordine); oppure ciascun deputato degli Stati generali, prescindendo dall’ordine di appartenenza, esprime
un singolo voto (voto per testa) ? Adottando il voto per testa, avrebbe prevalso l’opinione della maggioranza
del Terzo Stato a cui si sarebbero aggiunte le minoranze delle nobiltà e del clero; accettando il voto per
ordine avrebbero vinto gli orientamenti filo assolutistici dei conservatori prevalenti nei primi due Stati.
L’atteggiamento ondivago del debole e inetto Luigi XVI che concede il raddoppio dei rappresentati del
Terzo stato ma non il voto per testa - atto che vanifica il precedente, quasi una beffa - aggravano una
situazione già potenzialmente esplosiva. Riunitisi a Versailles nel maggio 1789, gli Stati generali non
riescono a risolvere il problema delle modalità di votazione; nel mese di giugno il Terzo stato si proclama
Assemblea nazionale, ossia rappresentanza della nazione. Luigi XVI risponde ordinando di sbarrare le sale
dove si tengono le seduta; i deputati del Terzo Stato si riuniscono allora nell’attiguo salone della pallacorda e
giurano di non sciogliersi sino a quando non saranno riusciti a dare alla Francia una Costituzione. Il
ricongiungimento delle minoranze della nobiltà e del clero all’Assemblea costringe Luigi XVI a riconoscere
la trasformazione degli Stati generali in Assemblea nazionale costituente. Lo scontro tra i due schieramenti
pare evitato.
Nei giorni successivi alla nascita dell’Assemblea nazionale truppe militari furono ammassate dal sovrano
attorno a Parigi nel tentativo di stroncare il nascente regime rappresentativo. Il 14 luglio 1789, il popolo della
capitale insorse attaccando la Bastiglia, odiato carcere, simbolo del dispotismo. Si manifesta così quello che
sarà uno degli aspetti più caratteristici della rivoluzione: il protagonismo popolare. Le discussioni
dell’Assemblea vengono rese pubbliche e ampie quote delle popolazione prendono, per la prima volta, parte
alle vicende politiche.
Il confronto si radicalizza, gli esponenti della nobiltà reazionaria fuggono da Parigi -conte Artois -; il
sovrano, tentennante ed incerto, è accusato di voler stroncare il nascente regime costituzionale. A Parigi si
insedia un nuovo governo municipale, espressione del movimento rivoluzionario, dotato di una milizia
armata, - la guardia nazionale - guidata dal marchese La Fayette , eroe riv. Americana Nelle campagne i
contadini per sventare la reazione aristocratica, assaltano castelli bruciando archivi e documentazione relativi
ai diritti signorili, distruggono tutti i simboli del potere feudale. L’Assemblea nazionale, sotto la spinta degli
avvenimenti, proclama l’abolizione del potere feudale. Le decisioni dell’Assemblea nazionale sono
condizionate da ciò che succede nel paese e viceversa, l’azione delle masse popolari, spesso violenta,
diventa il terzo soggetto politico - sempre più autonomo - che si affianca all’assemblea ed alla corte. A Parigi
questo movimento popolare è rappresentato dai sanculotti (sans-culottes). Mentre l’Assemblea, a livello
legislativo, smonta le fondamenta dell’antico regime cercando di dar vita ad un nuovo regime costituzionale,
la corte rimane tentata di dar vita ad un colpo di Stato militare per ritornare all’antico regime. Il 29 agosto
1789, viene proclamata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che - analogamente alla
dichiarazione dei diritti della rivoluzione americana- riconosce come naturali e imprescrittibili i diritti
individuali - libertà/proprietà/sicurezza/ uguaglianza di tutti i cittadini e diritto alla resistenza all’oppressione
-. Nell’ottobre del 1789, la piazza interviene duramente, più volte, per difendere la rivoluzione e accelerare il
mutamento istituzionale; il popolo marcia si Versailles costringendo poi il sovrano e l’Assemblea nazionale a
trasferirsi a Parigi. Successivamente l’Assemblea, che aveva sin a quel momento operato in un clima di
sostanziale concordia, comincia a dividersi su proposte di più drastiche riforme riguardanti il ruolo del
sovrano nella nuova costituzione e il provvedimento della confisca dei beni del clero per risanare la grave
situazione finanziaria dello Stato; si vorrebbe anche dar vita ad una Chiesa nazionale francese. Altri
aristocratici e religiosi che decidono di non prestare il giuramento richiesto dal nuovo regime vanno ad
ingrossare le file degli oppositori all’estero. Anche Luigi XVI, sentendosi sotto scacco, decide di
abbandonare la Francia per ritornarvi in armi. Nel giugno 1791 fugge da Parigi, ma viene intercettato e
ricondotto nella capitale con la sua famiglia. Nonostante questo l’Assemblea nazionale decide il
mantenimento della forma di governo monarchico-costituzionale. Il 17 luglio una manifestazione
repubblicana presso Campo di Marte viene brutalmente repressa nel sangue. Nel mese di settembre viene
proclamata la Costituzione; la Francia diventa una monarchia costituzionale: al sovrano spetta il potere
esecutivo attraverso la nomina dei ministri, il potere legislativo tocca a una Camera eletta con sistema
elettorale a doppia livello: gli aventi diritto al voto -maschi adulti che pagano le tasse- eleggono dei
rappresentati ai quali spetta di designare i deputati.
I primi due anni della rivoluzione videro importanti mutamenti del sistema politico segnati da eventi
tumultuosi. Il sovrano si vede sempre più isolato e spera in un intervento delle potenze straniere; il fratello
del re, conte di Artois, cerca di convincere l’imperatore Leopoldo II ed il re di Prussia, Federico Guglielmo
II, ad intervenire per soffocare la rivoluzione e ripristinare l’antico regime. In Francia l’Assemblea
legislativa è dominata dal gruppo politico delle nobiltà liberale detto dai «giacobini» -così chiamati perché si
riuniscono in un ex convento dei frati giacobini - . I giacobini assumono via via posizioni più rigide
arrivando all’emarginazione dei più moderati guidati da La Fayette i quali danno vita al gruppo dei foglianti -
si riuniscono in un ex monastero dei foglianti . Accade così che in una Assemblea in cui vi è una maggiorana
di orientamento moderato, sono le componenti repubblicane guidate dai deputati girondini, provenienti dalla
Gironda, ad emergere.
Nell’aprile del 1792, l’assemblea dichiara guerra la nuovo imperatore Francesco II d’Asburgo sperando di
rafforzare il nuovo regime. Ma gli eserciti imperiale e prussiano invadono la Francia, la rivoluzione sembra
sul punto di essere spazzata via. A questo punto ancora una volta è la piazza a determinare una accelerazione
al processo rivoluzionario; la folla assale il palazzo reale costringendo l’Assemblea ad ordinare la
deposizione e l’arreso di Luigi XVI accusato di tradimento Un Comitato esecutivo guidato da Danton, chiede
una nuova assemblea - chiamata Convenzione - con il compito di dare alla Francia una nuova costituzione
repubblicana. Vengono emarginati i componenti originari del gruppo che ha dato vita alla rivoluzione ed
emergono Robespierre, leader dei giacobini e Brissot capo dei girondini. Questo nuovo gruppo dirigente
riesce a galvanizzare il paese riorganizzando l’esercito, fronteggiando la penuria alimentare, confiscando i
beni degli emigrati. Contemporaneamente. in un clima di enormi tensioni, vengono istituiti dei tribunali
straordinari per processare quelli che si crede abbiano tramato o tramino contro la rivoluzione. Anche grazie
alla leva obbligatoria di massa l’esercito francese sconfigge gli imperiali/prussiani. La Convenzione
proclama la prima Repubblica Francese, settembre 1792; poi condanna Luigi XVI a morte. Il sovrano verrà
giustiziato il 21 gennaio 1793.
La morte di Luigi XVI spinge le potenze europee a formare una vasta coalizione antifrancese A Parigi le
masse popolari dominano la Convenzione tramite i sanculotti; nella regione della Vandea sotto la guida della
nobiltà locale e del clero prende vita una rivolta di stampo monarchico cattolico. Nella Convenzione la
maggioranza girondina viene pressata dai gruppi più radicali, la fazione detta della Montagna e dalle
agitazioni di piazza dei sanculotti;- deputati girondini arrestati- Il sopravvento dei montagnardi porta
all’approvazione della Costituzione detta dell’anno I, assai avanzata in senso democratico - divisione dei
poteri, suffragio universale maschile, riconoscimento del diritto al lavoro e all’assistenza -; però questa
costituzione non entrerà mai in vigore. A questo punto mentre le forze della coalizione antifrancese invadono
il paese, in diverse province esplodono sollevazioni girondine contro il soffocante potere dei giacobini e di
Parigi. Il potere viene assunto dal Comitato di salute pubblica, organo straordinario di 12 membri fra i quali
emergono Robespierre e Saint-Just; questo Comitato, dichiarando di voler arginare la guerra civile che sta
minando la repubblica, decide l’eliminazione fisica e sistematica di tutti gli avversari politici Inizia la
fase del Terrore: dopo processi sommari cadono sotto i colpi della ghigliottina magliaia di veri o presunti
avversari del nuovo regime; fra i tanti la regina Maria Antonietta, il duca d’Orleans, intellettuali e studiosi,e
anche famosi leader della rivoluzione stessa come Brissot, Danton, Hebert. Il nuovo regime rivoluzionario
adotta un nuovo calendario, lancia campagne di scristianizzazione, con la creazione del culto della Ragione,
cerca di fronteggiare la pesante situazione economica calmierando i prezzi e controllando la produzione dei
beni. Però lo strapotere arbitrario e repressivo del Comitato di salute pubblica finisce per causare una
reazione da parte dei sopravvissuti della Convenzione che, appoggiata da un’opinione pubblica scandalizzata
e terrorizzata dagli eccidi, organizza un colpo di Stato. Nella notte tra il 26 e 27 luglio 1794 vengono arrestati
Robespierre e Saint-Just che vengono subito ghigliottinati. Vengono poi abrogate le leggi speciali e aboliti i
tribunali rivoluzionari. L’eliminazione della classe politica radicale riporta sulla scena i filo monarchici che
si abbandonano a vendette cruente contro gli esponenti giacobini e sanculotti; questo periodo è ricordato
come «Terrore bianco» . Successivamente lo smantellamento di norme di protezione sociale, come il
calmiere dei prezzi, accompagnate da un inverno assai rigido aumentano le difficoltà economiche della
popolazione facendo esplodere una rivolta a Parigi nel maggio 1795 che però viene repressa nel sangue. La
Convenzione vara una nuova Costituzione, detta dell’anno III, improntata all’esigenza sia di sottrarre
l’attività legislativa alle pressioni delle masse popolari, sia una restaurazione realista.
Questa Costituzione è di orientamento assai moderato: limita la libertà di stampa e di associazione, prevede
l’istituzione di un Parlamento bicamerale, tende a restituire sicurezza al potere legislativo. Due terzi dei
componenti del nuovo Parlamento devono però essere già stati membri della Convenzione al fine di
assicurare la continuità repubblicana della rappresentanza, evitando la possibilità di una vittoria elettorale dei
filo monarchici. La Costituzione assegna poi il potere esecutivo a un Direttorio, composto da cinque membri.

27-L’erede imperfetto: Napoleone Bonaparte.


La figura di Napoleone Bonaparte (1769/1821) occupa un posto di assoluto rilievo nella storia e
nell’immaginario europeo tra il XVIII e XIX secolo. Grande condottiero, abile politico, eccellete stratega
egli inaugura un periodo di preponderanza francese sulla scena politico/militare del continente europeo, fatta
salva la Gran Bretagna, in virtù del proprio primato economico e navale. Napoleone nasce in una famiglia
della classe media, in Corsica, dopo essere stato un generale di modeste origini acquista un potere
monocratico che si trasforma poi in potere monarchico. Come per Oliver Cromwell, nella rivoluzione
inglese, deve la sua ascesa a sconvolgimenti politici di vasta scala: le uniche due rivoluzioni europee che
hanno visto la condanna a morte di due sovrani - Carlo I Stuart e Luigi XVI Borbone. - . Napoleone si
proclamerà prima re e poi imperatore dei francesi e non della Francia per indicare che la sua legittimità
discendeva dal consenso popolare, non da una presunta volontà divina. Da una parte egli sa di essere l’erede
della rivoluzione e contro le potenze europee legittimiste afferma il diritto dei francesi scegliersi il proprio
governo, diritto che è frutto della rivoluzione. D’altra parte, Napoleone sa di rappresentare la forza di un
principio monarchico che, dopo la rivoluzione, va riacquistando influenza e prestigio. Molti francesi, stanchi
di faide e violenze della guerra civile, desiderano affidare le redini del governo ad un uomo forte che sappia
imporsi opponendosi alle due posizioni estreme esistenti nel paese: - i filo monarchici, che desiderano la
restaurazione dei Borbone ed il ritorno all’antico regime; - i cosi detti «giacobini» - in ricordo della famosa
fazione di rivoluzionari - che vogliono costituire una salda repubblica ispirata ai principi della rivoluzione.
Napoleone riesce nella difficile impresa di farsi accettare dalla maggioranza di questi due opposti
schieramenti; è capace di presentarsi come erede della monarchia assoluta e, nel contempo, della rivoluzione.
Un erede straordinario, ma ambiguo, imperfetto.
Nel 1795, l’entrata in vigore della costituzione dell’anno III a causa della clausola per la quale i due terzi dei
membri delle nuove Camere tra i membri della precedente Convenzione suscita la protesta dei monarchici
che danno vita ad una insurrezione repressa nel sangue da un oscuro generale di sicura fede repubblicana:
Napoleone Bonaparte. Viene poi nominato un Direttorio formato dagli ex membri repubblicani della
Convenzione, quelli che avevano votato per la condanna a morte del re. Il Direttorio deve affrontare una
situazione assai difficile: - sul piano interno assume misure repressevi sia nei confronti dei monarchici, sia
dei repubblicani radicali (giacobini) che non accettano la normalizzazione moderata che sta prendendo vita; -
congiura degli eguali -; - sul piano internazionale, le truppe francesi, dopo la pace separata con Prussia e
Spagna, rimangono in guerra con Gran Bretagna, Impero e regno di Sardegna. Si decide un attacco a nord
contro le forze dell’impero e di invadere il Piemonte per minacciare la Lombardia. Mentre l’armata che
muove su Reno viene costretta a ripiegare, la spedizione inviata in Italia, sotto la guida di Napoleone
Bonaparte, ottiene una serie di successi straordinari (1796). Lo stato di Sardegna si arrende, viene invasa la
Lombardia e alcuni territori dello Stato della Chiesa. Con la pace di Campoformio (1797), i francesi
ottengono la sovranità sui Paesi Bassi, la Lombardia, Nizza e Savoia; l’impero austriaco ottiene la repubblica
di Venezia, che perde la sua indipendenza.
Buona parte degli italiani appoggia gli ideali repubblicani francesi. Bologna, Ferrara, Modena e Reggio
Emilia danno vita alla repubblica Cispadana - primo tricolore italiano -, poi con la Lombardia nasce la
repubblica Cisalpina; in Liguria nasce la repubblica ligure. Nel 1798, sotto i colpi dell’invasione francese,
nasce la repubblica romana e poi la repubblica partenopea; Ferdinando IV di Borbone si rifugia in Sicilia
protetto dalla flotta britannica. Solo più la Gran Bretagna si oppone alla Francia repubblicana e il Direttorio
decide di inviare in Egitto le armate di napoleone nel tentativo di ostacolare gli inglesi nei loro commerci.
Bonaparte sconfigge gli egiziani nella battaglia delle Piramidi (1798), ma la flotta francese viene annientata
dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson. Napoleone decide di ritornare in Francia (1799). Sul piano interno il
Direttorio, sconfitto dai monarchici nelle elezioni del 1797, con un colpo di Stato annulla i risultati delle
elezioni ed epurando i filo monarchici. Mentre nelle campagne il banditismo è ormai fuori controllo, il
quadro politico rimane instabile perché nelle nuove elezioni del 1798 vincono i giacobini. Il Direttorio
annulla le elezioni con un nuovo colpo di Stato. A questo punto, l’abate Sieyes, famoso protagonista della
prima Assemblea nazionale, in accorto Bonaparte organizza un nuovo colpo di Stato; dopo aver sciolto il
Direttorio, Sieyes, Bonaparte e Ducos si autoproclamano consoli della repubblica cercando di dare stabilità
alla Francia garantendo l’ordine pubblico. Di fatto però il potere esecutivo è nelle mani di Bonaparte che
controllando l’esercito ha la forza delle armi. Una nuova costituzione, detta dell’anno VIII, assegna il
controllo delle due assemblee legislative al triunvirato dei consoli. Napoleone, con la carica di primo
console, ossia di capo dello Stato, si assicura un sostanziale predominio.
La decisone di affidare le sorti della repubblica ad «un uomo forte» è dovuta: - all’incapacità del Direttorio a
«terminare la rivoluzione» e ad assicurare la stabilità politica; - all’emergenza bellica creatasi con la
formazione della seconda coalizione antifrancese - Gran Bretagna/Russia/Prussia/ecc Tra il 1788/89, in Italia
vengono abbattute le varie repubbliche costitute sul modello francese. Napoleone decide di varcare
nuovamente le Alpi; a Marengo (1800) infligge una dura sconfitta alle forze sarde ed imperiali. La Russia
abbandona ala coalizione; si firma la pace con le altre nazioni. Sul piano interno il nuovo regime sigla un
concordato con la Santa Sete che riconosce la repubblica francese in cambio dell’affermazione del
cattolicesimo come religione della maggioranza dei francesi; il papato ristabilisce il controllo sulla Chiesa
francese con autorità finanziare/amministrat. Avendo consolidato la propria posizione, nel 1802 Napoleone
si fa proclamare primo console a vita, primo passo per la trasformazione del consolato in monarchia. Nel
maggio 1804, viene approvata la costituzione dell’anno XII, che trasforma la carica di primo console in
quella, ereditaria, di imperatore dei francesi, il tutto sancito da un plebiscito. Il 2 dicembre 1804, Pio VII,
nella cattedrale di Notre Dame di Parigi, consacra Napoleone imperatore porgendogli la corona che egli
stesso si pone sul capo. Per legittimare la nuova situazione vengono creati nuovi titoli nobiliari assegnati a
militari e funzionari fedeli all’imperatore. Napoleone procede anche al riordino: - della finanza pubblica
coniando una nuova moneta, il franco d’argento, garantita dalla Banca di Francia; - del sistema giudiziario (
controllo da parte del governo sui giudici, reazione dei tribunali d’appello Nel 1804 viene promulgato il
Codice civile, che riassume molte delle conquiste della rivoluzione (libertà individuale, laicità dello Stato,
uguaglianza di fronte alla legge, abolizione del feudalismo). Rassicurati i gruppi dirigenti del paese sul
rispetto assoluto del diritto di proprietà, Napoleone rafforza gli apparati di sicurezza creando una potente
polizia che si dedica sia alla tutela dell’ordine pubblico per dare sicurezza alle attività economiche e
commerciali, sia alla repressione di ogni forma di dissenso, anche grazie ad un’efficace censura.
Napoleone realizza per la prima volta nella storia europea il regime di un uomo che fonda il proprio potere
sul controllo dell’esercito preoccupandosi nel contempo di legittimare il proprio ruolo tramite il consenso,
espresso con il plebiscito, della maggioranza della popolazione. Gli storici hanno chiamato questo
periodo cesarismo con riferimento alla dittatura imposta a Roma da Giulio Cesare che aveva imposto
anch’egli fine all’esperienza di un regime repubblicano. Napoleone rappresenta per i francesi una
normalizzazione che promette di conservare parte delle conquiste della rivoluzione. Si realizza una rottura
dei diritti e privilegi dell’antico regime. Il perno del mutamento introdotto da Napoleone è la riforma
amministrativa, la macchina statale viene impostata in modo strettamente gerarchico e piramidale. L’intero
territorio francese, diviso in dipartimenti, viene controllato attraverso la nomina governativa di
amministratori, prefetti, sotto prefetti con funzioni di controllo e direzione di tutti gli aspetti della vita
collettiva. Lo Stato tende ad avere un ruolo sempre più incisivo producendo in questo modo un
miglioramento nelle condizioni sanitarie, istruzione, efficienza amministrativa e finanze statali;
contemporaneamente la società e sottoposto ad un potere centrale che ricorre ad un serrato controllo
poliziesco militare. Prende il via la formazione di personale addestrato a lavorare nelle nuove strutture
pubbliche, personale in cui cresce la consapevolezza del proprio ruolo al servizio delle Stato. Si afferma il
principio di fedeltà al ruolo ed agli obblighi che comporta il far parte delle strutture pubbliche. Queste nuove
regole di organizzazione dello Stato verrà chiamata «monarchia amministrativa». La quantità delle direttive
emanate è notevole perché si ritiene che una legge scritta e pubblica possa impedire la rinascita di poteri
particolari e di privilegi; in realtà essendo troppe le norme da rispettare i burocrati hanno un notevole spazio
di manovra nell’eseguire prima una o un’altra norma Sono i burocrati i veri protagonisti della monarchia
amministrativa, che verrà esportata dai francesi come modello di gestione della cosa pubblica, a conferma
dei principi egualitari della rivoluzione. A questo fine Napoleone riforma il sistema dell’istruzione superiore;
le grandi scuole pubbliche d’eccellenza diverranno vere fucine di quadri per l’amministrazione pubblica,
militare e civile.
Nel 1805, la Gran Bretagna, preoccupata per la forza del nuovo regime napoleonico, promuove una terza
coalizione antifrancese: Impero austriaco, Russia, Svezia, Regno di Napoli. L’ammiraglio britannico Nelson,
a Trafalgar, sgomina la flotta francese, ma l’armata napoleonica, a Austerlitz, sconfigge l’esercito austro-
russo. Con il successivo trattato di pace l’Austria cede Veneto, Dalmazia e Istria al neonato regno d’Italia il
cui sovrano è Napoleone. Bonaparte ridisegna la cartina europea creando una serie di Stati satellite della
Francia sui quali insedia propri congiunti: Regno d’Olanda al fratello Luigi Bonaparte; Regno di Napoli al
fratello Giuseppe; in Germania viene istituita la confederazione del Regno che riunisce Stati satelliti della
Francia. In un nuovo scontro, gli eserciti prussiano e russo sono ancora una volta sconfitti da Napoleone che
crea il Regno di Vestfalia affidandolo al fratello Girolamo. Solo l’Inghilterra resiste e Napoleone,
impossibilitato ad invaderla, decide di isolarla economicamente per distruggere la sua principale fonte di
potenza economica: i commerci. Francia ed i suoi Stati satellite decretano un blocco commerciale, ma questo
isolamento mercantile non risulta efficace sia perché è difficilmente applicabile visto il grande contrabbando
di merci inglesi, sia perché l’economia francese non è in grado di sostituire la produzione britannica. Nel
1809, Napoleone occupa lo Stato Pontificio e deporta Pio VII - che lo scomunica - a Savona, dopo un
tentativo di invadere la Spagna, viene spodesto il re di Spagna e sul trono sale Giuseppe Bonaparte, sostituito
nel regno di Napoli da Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte. Dopo la sconfitta di una quinta
coalizione antifrancese, Napoleone impone all’Austria la perdita di numerosi territori che verrà sancita con il
matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore d’Austria. Nel 1811 nasce
Napoleone Francesco, l’erede al trono francese. Con l’affermazione dell’egemonia francese si diffondono in
Europa dei nuovi principi politici, modelli amministrativi e giuridici, modelli culturali, tutti diversi da quelli
tradizionali. Ma proprio questi nuovi modelli culturali più liberi ed innovativi vengono usati da chi nei vari
Stati occupati considerano l’influenza francese un sopruso ed una violazione delle loro tradizioni.
Prima in Tirolo, poi in Spagna scoppiano rivolte nazionalistiche che soprattutto in Spagna dimostrano una
violenza ed una determinazione straordinaria. Gli spagnoli attuano un tipo di resistenza nuova basata su
scontri sporadici, ma con continue, logoranti azioni di sabotaggio; tale inedita forma di «piccolo guerra» ,
che evita battaglie in campo aperto e preferisce le imboscate e che coinvolge anche le popolazioni le quali
appoggiano i ribelli, viene chiamata «guerrilla».
La decisione russa di riprendere i commerci con la Gran Bretagna rompe l’alleanza tra Francia e Russia; nel
giugno 1812, Napoleone invade la Russia con un esercito di 700.000 uomini, sconfigge le truppe zariste a
Borodino e riesce ad occupare Mosca. I russi abbandonano la città dandola alle fiamme; privo di rifornimenti
e vedendo che lo zar non chiede la pace, Napoleone ordina la ritirata. La sua armata, ripetutamente attaccata
ai fianchi, stremata dal gelo e dalla fame, colpita da epidemie giunge in Francia con meno di 50.000 uomini.
Le potenze europee tornano ad organizzare una coalizione antifrancese; a Lipsia (16/19 ott.1813) le forze
antifrancesi sconfiggono Napoleone, poi invadono la Francia e occupano Parigi. Bonaparte viene costretto ad
abdicare, viene restaurata la monarchia dei Borbone, Napoleone viene esiliato all’isola d’Elba , datagli come
possedimento. La restaurazione dei Borbone in Francia non è affatto facile, cozza contro i grandi
cambiamenti avvenuti in seno alla società francese creando una miscela di scontento e insofferenza. A febb.
1815, Napoleone fugge dall’Elba e sbarca in Francia, accolto entusiasticamente raggiunge Parigi. Le potenze
europee danno vita alla settima (e ultima) coalizione antifrancese; il 18 giugno 1815, nella battaglia di
Waterloo, in Belgio, gli eserciti britannico e prussiano sconfiggono Napoleone. Finisce così la nuova breve
stagione napoleonica - i cento giorni - ; Luigi XVIII rientra a Parigi, Napoleone viene mandato in esilio
nell’isola di Sant’Elena, sperduto possedimento britannico in pieno oceano Pacifico, dove, controllato a
vista, morirà il 5 maggio 1821. - Ei fu. - .

28-La prima rivoluzione industria.


L’espressione «rivoluzione industriale» definisce una trasformazione epocale e irreversibile che subiscono le
strutture produttive europee a partire dalla seconda metà del Settecento. Il primo paese europeo a
sperimentare questa trasformazione e l’Inghilterra, dal 1760 al 1830; si parla di «prima rivoluzione
industriale» per distinguerla dalla trasformazione industriale che avvenne in Europa occidentale nel terzo
decennio del XIX secolo. Recentemente si è messo in discussione che si sia trattato di una vera
«rivoluzione», una «frattura» con i sistemi produttivi precedenti; alcuni studiosi ritengono che sarebbe più
esatto parlare di una lenta evoluzione nel segno della continuità rispetto al passato. Questa nuova
interpretazione è legata alle ricerche e allo studio relativi agli incrementi produttivi, modesti e certo non
rivoluzionari, verificatisi in Inghilterra in questo periodo. Peraltro se la crescita economica britannica non
sembra essere rilevante, rimane il fatto che è caratterizzata da una costante accelerazione rispetto al passato.
Il primo settore in cui vengono apportate significative innovazioni produttive è quello tessile ed in particolare
quello dei cotonifici. Questo settore è stimolato dalla rapida espansione di questi tessuti sul mercato europeo
dei manufatti provenienti dall’India; nel XIX secolo le nuove tecniche produttive porteranno la Gran
Bretagna a diventare esportatici di manufatti in cotone verso l’India. Per incrementare la produzione si
doveva adottare tecniche in grado di velocizzare la produzione, riducendo contemporaneamente i costi. La
maggior resistenza del cotone, fibra vegetale, rispetto alla lana, fibra animale, permette l’introduzione di
nuovi macchinari nella vari fasi della produzione: - preparazione/filatura/tessitura/finitura – ; filatoi e telai
meccanici capaci di aumentare sempre più la produzione si susseguono; ogni progresso in una determinata
fase della produzione stimola l’introduzione di nuove macchine nelle altre fasi che diversamente resterebbero
indietro,
incapaci di adeguarsi alle accresciute capacità produttive. Un «botta e risposta» nelle varie fasi. L’industria
cotoniera assume un ruolo primario nel processo di industrializzazione in Inghilterra. La meccanizzazione
non solo consente un miglioramento della produttività, ma anche una migliore qualità dei filati realizzati che
riescono così a competere e a sostituire anche la seta e il lino. Seppur con maggior lentezza le innovazioni
entrano anche in altre attività di produzione; nel settore siderurgico in seguito a diverse innovazioni delle fasi
produttive si riesce a conseguire dapprima leghe di ghisa e poi di ferro sempre più pure e malleabili che si
prestano a realizzare nuove strutture L’aumento della richiesta di carbone legata allo sviluppo della
siderurgia, comporta uno sfruttamento in profondità delle miniere di carbone. Anche in questo settore
vengono sperimentate nuove macchine in grado di ottimizzare la produzione e di diminuire la quantità di
energia utilizzata La diffusione delle macchine in tutte le industrie diventa il simbolo stesso della rivoluzione
industriale consentendo un risparmio di lavoro e di combustibile ed un aumento della produttività.
L’impiego del vapore quale principale fonte di energia e l’adozione delle innovazioni tecniche nella
produzione cambiano profondamente il paesaggio e la società inglese. Concentrare le macchine e i lavoratori
sconvolge la geografia ed i costumi di vita. In precedenza le unità produttive avevano carattere familiare e
eseguivano tutte le fasi di lavorazione, dalla materia prima al prodotto finito. Ora le macchine a vapore
possono essere impiantate ovunque si voglia e chi investe i capitali impone che la produzione sia concentrata
dove vi è maggior convenienza economica. Anche le vie di comunicazione sono migliorate; inizia il
trasporto su rotaie che si rafforza man mano che vengono perfezionate le varie applicazioni del motore a
vapore; contemporaneamente i canali che collegano i diversi fiumi navigabili vengono ampliati e moltiplicati
arrivando a costituire una fitta ragnatela che permette di raggiungere località prima isolate e difficilmente
raggiungibili. La trasformazione nella struttura della produzione industriale determina un importante
cambiamento nel paesaggio e nelle gerarchie urbane. Sorgono nuove popolose città laddove vi erano solo
piccoli villaggi (Birmingham, Liverpool, Manchester), una struttura urbana caratterizzata dall’assenza di
continuità rispetto al passato. Le città industriali sfuggono al controllo politico e sociale dell’aristocrazia
terriera, nascono contrasti fra aristocratici e borghesi relativamente al mutato peso elettorale delle varie
regioni: zone rurali semi spopolate, città sempre più popolose. Nelle periferie delle città industriali fabbriche
a capannoni si affiancano a caseggiati fatiscenti, - gli slum -, dove alloggiano le famiglie degli operai; i
quartieri centrali, abitati dalla nuova ricca borghesia industriale, si abbelliscono proprio grazie alle industrie
circostanti.
I mutamenti delle strutture produttive in Inghilterra del primo Ottocento coinvolgono anche l’insieme delle
gerarchie dei valori e dei rapporti sociali. I nuovi centri manifatturieri nascono e si dilatano grazie alla forte
migrazione interna dalle aree rurali del paese. L’elevata concentrazione della forza lavoro in correlazione ai
nuovi ritmi produttivi, cambiano le abitudini, la mentalità e gli stessi modi di vita della nuova popolazione
urbana. Si tratta di un fenomeno che si accentuerà nella seconda metà dell’Ottocento. Accanto ad un
personale qualificato - proveniente dall’artigianato - e dotato di stabilità sociale e lavorativa, vi sono operai
privi di preparazione -ex contadini - ed infine donne e bambini sfruttati. Più si scendono i gradini di questa
gerarchia interna della classe operaia peggiori diventano le condizioni di lavoro. I lavoratori privi di
qualifica, le donne e i bambini non hanno alcuna forza contrattuale, passano fino a quindici/sedici ore al
giorno nelle fabbriche. Soltanto nel 1831 una legislazione statale vieta di impiegare nelle fabbriche ragazzi di
età inferiore ai 9 anni ed introduce il tetto di dodici ore di lavoro giornaliero per i minori di 18 anni.
Anche la manodopera qualificata è minacciata dall’introduzione di macchinari sempre più efficienti che
determinano un risparmio di forza lavoro con conseguente disoccupazione. I sempre più numerosi
disoccupati vedono nella meccanizzazione il loro nemico; da qui divampano azioni terroristiche e sommosse
popolari volte alla distruzione di macchine e fabbriche. Questo fenomeno noto come luddismo - si dice sia
stato Ned Ludd il primo operaio a distruggere un telaio meccanico- è però privo di caratteristiche unitarie. In
alcune regione si protesta per la disoccupazione, in altre per le dure condizioni di lavoro. In ogni caso le
autorità non esitano ad utilizzare l’esercito per reprimere a schiacciare ogni tipo di protesta. Si giunge a
vietare qualunque forma di organizzazione e rivendicazione operaia; lo sciopero è rigorosamente vietato.
Nell’agosto 1819 un raduno di operai presso Manchester viene disperso dalla cavalleria che uccide 11 operai
e ne ferisce 500. Ad ogni modo, in questi anni, sorgono le prime associazioni di mutuo soccorso per far
fronte alla durezza ed ai rischi delle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Nel 1824 viene
autorizzata dalle autorità la creazione delle Trade Unions, le prime associazioni operaie, organizzazioni metà
strada fra associazioni di mutuo soccorso e i futuri sindacati moderati.