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QUESTO VOLUME, PARTE DI UN’OPERA INDIVISIBILE,

Antonio Desideri

Desideri - Codovini Storia e Storiografia  1A. Dall’anno Mille alla crisi del Trecento
è DA CONSIDERARSI “FUORI COMMERCIO” IN QUANTO
SPROVVISTO DI PREZZO, E NON CEDIBILE SEPARATAMENTE
DAGLI ALTRI COMPONENTI DELLA CONFEZIONE
Giovanni Codovini

Storia e Storiografia PLUS

Art Library/Archivi Alinari, Firenze


del Monastero del Sacro Speco, XIV secolo. © De Agostini Picture Library/G. Nimatallah/The Bridgeman
In copertina: Uomo che legge un libro, particolare dell’Ascesa al Calvario. Subiaco, Chiesa Superiore
Per la scuola del terzo millennio
1A. Dall’anno Mille alla crisi del Trecento

Storia e Storiografia
Per la scuola del terzo millennio
Profilo storico e ampia antologia di documenti e passi storiografici
Le voci dei personaggi che hanno fatto la storia e le opinioni di coloro
i quali hanno fatto dello studio della storia la loro professione.
Da questa pluralità di accenti nasce il corso Storia e storiografia
per la scuola del terzo millennio: un manuale per conoscere il passato
e imparare a comprendere il presente.

Libro in digitale: download gratuito incluso

PLUS
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QUESTO VOLUME NON è CEDIBILE SEPARATAMENTE DAGLI ALTRI NELL’ELENCO DEI LIBRI DI TESTO
COMPONENTI DELLA CONFEZIONE INDICARE L’INTERO CODICE ISBN

D4981
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Desideri
Codovini
storia e storiografia plus
1A. dall’anno mille alla crisi del trecento
+ 1B. Dalla nascita dello stato moderno alla Rivoluzione inglese
+ cittadinanza e costituzione
+ dvd

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130

LA CIVILTÀ MEDIEVALE
unità

AL SUO APICE

2 1152
1176
Battaglia di
Legnano, scontro
militare tra i comuni
della Lega lombarda,
appoggiati da papa
1183
La Pace di Costanza
fra l’imperatore e
le città della Lega
lombarda certifica la
vittoria dei comuni
Con l’elezione a re di Germania di Federico Alessandro III (1159- e il riconoscimento
Hohenstaufen di Svevia (1152-1190), 1181), dai normanni, dell’autonomia e
passato alla storia col nome di Barbarossa, ha dai bizantini e delle libertà cittadine.
fine l’aspra contesa che aveva diviso la nobiltà dai veneziani, e I comuni giurano
tedesca tra guelfi e ghibellini e prende avvio l’imperatore Federico comunque fedeltà
il programma di restaurazione del potere I, che viene sconfitto. all’imperatore.
universale imperiale in Italia.

1202-1204 1220
Durante la quarta crociata, indetta Federico II di
da papa Innocenzo III (1198-1216) Svevia riceve
per liberare i luoghi santi ricaduti in la corona
mano ai turchi, i crociati, guidati dai imperiale e
veneziani, saccheggiano e conquistano avvia il suo
Costantinopoli, e vi fondano l’Impero progetto di
latino d’Oriente, che sopravvive fino unificazione
al 1261, quando Michele VIII Paleologo in senso
riconquista Costantinopoli. universalistico.

1096-1099
Prima crociata in Terrasanta, indetta da papa
Urbano II (1088-1099) per liberare il Santo Sepolcro,
dopo l’occupazione da parte dei turchi selgiúchidi
di Gerusalemme, della Siria e di altri territori 1266
bizantini in Asia Minore. Con la sconfitta
a Benevento
1215 di Manfredi
Innocenzo III indice il IV Concilio del Laterano, (1254-1266), figlio
durante il quale stabilisce l’istituzione delle prime di Federico II,
commissioni di laici e religiosi incaricati di Carlo d’Angiò
individuare e punire gli eretici, primo nucleo del conquista il
tribunale dell’Inquisizione, che sarà costituito da Regno di Sicilia
papa Gregorio IX tra il 1227 e il 1231; rafforza inoltre e la dinastia
l’antigiudaismo, invitando a osservare le misure angioina assume il
discriminatorie antiebraiche. potere nell’Isola.

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131

I N Q U E S TA U N I TÀ

◗ capitolo 5  Universalismo e particolarismo


medievale. XII-XIV secolo
◗ capitolo 6  L’ extra-Europa dall’XI al XV secolo:
popoli, geografie e civiltà
◗ capitolo 7  La crisi del Trecento

1415
L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo
(1410-1437) convoca a Costanza un
concilio che porta alla ricomposizione
dello Scisma d’Occidente. La bolla Haec
sancta sancisce la superiorità del concilio
1300 1302 sul papa.
Bonifacio VIII bandisce a Roma il Con la bolla Unam sanctam
primo giubileo o Anno Santo. Bonifacio VIII riafferma l’ideale
teocratico della Chiesa, secondo cui
il potere temporale è soggetto a
quello spirituale. Filippo IV convoca
gli Stati generali, che riconoscono
e legittimano l’autorità del sovrano
francese, senza bisogno della
mediazione del papa.
1296
Inizio del conflitto tra Filippo 1378
IV il Bello (1285-1314), che ha Il Grande scisma o Scisma
deciso di sottoporre anche il clero 1309 d’Occidente sancisce la frattura
francese al pagamento dei tributi, Filippo IV di Francia sposta la sede nel mondo cattolico a seguito
e papa Bonifacio VIII (1294-1303), papale ad Avignone, dove rimarrà fino dell’elezione di due papi: Urbano
che risponde con la scomunica al 1377. VI, riconosciuto da Germania,
attraverso la bolla Clericis laicos Inghilterra, Stati italiani (a eccezione
(1296). del Regno di Napoli), Polonia e
Fiandre; Clemente VII, riconosciuto
1348 da Francia, Regno di Napoli, Regni
Data simbolo della «crisi del Trecento»; iberici e Scozia.
corrisponde all’anno di maggior
contagio dell’ondata di peste nera che
investí l’Europa tra il 1347 e il 1350.
1282
Vespri siciliani, insurrezione popolare
a Palermo contro la dominazione
angioina e richiesta di aiuto da parte
degli insorti a Pietro III d’Aragona, che
dà inizio al conflitto tra angioini e 1356
aragonesi per il possesso della Sicilia. Il Carlo IV di Boemia-Lussemburgo (1355-
conflitto si chiude nel 1302 con la Pace 1378) promulga la Bolla d’Oro, con
di Caltabellotta, che riconosce agli la quale si conferma la consuetudine
aragonesi il Regno di Sicilia e conferma di affidare l’elezione imperiale a sette
agli angioini il dominio sul Regno di grandi elettori: tre signori ecclesiastici
Napoli. e quattro príncipi laici.

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132 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

capitolo
UNIVERSALISMO
E PARTICOLARISMO

5
MEDIEVALE.
XII-XIV SECOLO

Oc
Atla

I
l conflitto tra il potere universale dell’imperatore e quello locale dei
comuni caratterizzò il XII e il XIII secolo, condizionando anche lo
scontro tra papato e impero.
Federico I (1152-1190) cercò infatti di ridurre i diritti esercitati dai comuni
e di ribadire la supremazia dell’autorità imperiale su quella papale. Una
parte dei comuni e la Chiesa si allearono perciò in funzione anti-
imperiale: solo nel 1183 il rapporto tra impero e comuni fu regolato
dalla Pace di Costanza.
Alla fine del XII secolo il conflitto con il papato si riaprí con
Federico II (1194-1250), che si scontrò con le ambizioni teocratiche
di papa Innocenzo III (1198-1216). Il papa mirò a rafforzare la
Chiesa, affermando il suo diritto di intervenire nelle vicende
dell’impero, sostenendo la lotta all’eresia e il movimento
crociato, cioè la riconquista di Gerusalemme intrapresa dalla fine
dell’XI secolo da gruppi di cavalieri cristiani.
Le relazioni altalenanti tra il papato e Federico II rappresentarono
una lunga contesa tra due poteri con aspirazioni universali
inconciliabili: la morte dell’imperatore, però, segnò la fine del
carattere universale dell’impero. In seguito, la Chiesa trovò un
oppositore nel re di Francia: lo scontro tra Bonifacio VIII (1294-
1303) e Filippo IV (1285-1314) dimostrò come alla fine del
Medioevo il potere ecclesiastico si contrappose ad una nuova
forma di potere particolaristico, cioè la monarchia nazionale.
Indagare il rapporto tra i poteri universali e tra questi e i poteri
particolari ed evidenziare i diversi progetti politici che si
scontrarono è di fondamentale importanza per comprendere
i secoli centrali del Medioevo.

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133

UNIVERSALISMO E PARTICOLARISMO IN EUROPA

1 Dopo la prima crociata (1096), in


Medio Oriente nacquero i 2 Dopo aver stabilito che solo
l’autorità imperiale era 3 Nel 1209 Federico II di Svevia
salí al trono di Sicilia. Grazie alla
Regni latini d’Oriente. Al loro interno legittima e che le regalie concesse ai sua politica accentratrice, trasformò un
crebbe il potere degli ordini militari- comuni italiani erano nulle, Federico I regno feudale in una moderna
religiosi (Templari, Ospitalieri, scatenò la guerra contro l’alleanza monarchia; nel 1212 Federico ottenne
Teutonici), che univano etica anti-imperiale della Lega lombarda: anche il titolo imperiale, ma decise di
cavalleresca e missione religiosa, l’imperatore, sconfitto a Legnano nel mantenere separate le corone di Sicilia
poiché il loro compito era difendere i 1176, fu costretto a riconoscere le e Germania, affidando quest’ultima al
luoghi sacri dagli infedeli. regalie concesse prima della guerra. figlio Enrico.

Regno d’Inghilterra
Londra Principati russi

Bruges Regno di Polonia

Regno Canato dell’Orda d’Oro


Parigi di Germania
Buglione
Ratisbona
Regno
Oceano di Francia
Atlantico Vienna

Buda Pest
Lione 2 Regno
Legnano Regno di Ungheria
(1176) d’Italia
4 Alby
Roncaglia
Venezia
Tolosa Rep. di Belgrado
Béziers Genova Venezia Mar Nero
Assisi
Regno
di Aragona Stato
della Chiesa
Roma
5 Anagni 7 Bari
Costantinopoli
Durazzo Impero dei Selgiúchidi
Nicea
Regno
normanno Brindisi Salonicco
di Sicilia Contea
3 Iconio di Edessa
6 Palermo Edessa
Atene Aleppo
Caltabellotta Antiochia
Tunisi Principato
di Antiochia

Cipro Contea
Tripoli
Mar di Tripoli
Creta
Mediterraneo
Regno
Tripoli di Gerusalemme
Gerusalemme 1
Damietta
Alessandria
Sacro romano impero Il Cairo
Regni latini d’Oriente

4 Nel XIII secolo le città di


Alby e Béziers furono 5 Nel XIII secolo
Francesco d’Assisi 6 Nel 1282 a Palermo
scoppiarono i Vespri 7 Anagni fu il simbolo
dell’ultimo conflitto per
teatro di terribili massacri, a fondò un nuovo ordine siciliani. I siciliani, con un progetto politico
causa della crociata voluta da religioso che si richiamava alla l’appoggio degli aragonesi, si universalistico: papa
papa Innocenzo III contro gli povertà della Chiesa delle sollevarono contro il re di Bonifacio VIII vi fu fatto
albigesi. Questi eretici origini. Francesco riuscí a Francia che aveva destituito gli prigioniero dal re di Francia
vivevano soprattutto nella evitare la persecuzione della Svevi. La guerra continuò per Filippo IV il Bello (1303). Il
Francia del Sud e Chiesa ottenendo nel 1223 vent’anni; la Pace di Caltabellotta papa sosteneva ancora la
contestavano la corruzione l’approvazione della regola sancí il passaggio dell’isola dai teocrazia papale contro il re
della Chiesa. da papa Onorio III. francesi agli aragonesi. di Francia.

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134 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

5.1 Il programma di restaurazione imperiale di Federico I

Il progetto universalistico  La lunga crisi in cui precipitò la Germania dopo la morte sen-
za eredi di Enrico V di Franconia (1125) ritardò l’intervento dell’impero volto a riportare i
comuni italiani sotto il proprio controllo. I territori dell’Italia centro-settentrionale in cui si
stavano affermando le autonomie cittadine, infatti, erano ancora nominalmente soggetti
all’imperatore, che deteneva anche il titolo di re d’Italia; ma l’aspra contesa che aveva diviso
la nobiltà tedesca in due fazioni, capeggiate rispettivamente dai duchi di Baviera (guelfi) e
da quelli di Svevia (ghibellini), aveva determinato in Italia un’assenza di potere, di cui le
massime autorità cittadine avevano approfittato per usurpare i diritti regi.
La pacificazione Solo nel 1152 le parti guelfa e ghibellina si accordarono per la spartizione della Germania
in Germania in due sfere d’influenza, che si realizzò con l’elezione a re di Germania del duca di Svevia
Federico Hohenstaufen (1152-1190), passato alla storia col nome di Barbarossa, e il rico-
noscimento al cugino Enrico il Leone della signoria feudale sulla Sassonia e la Baviera.
Forte di questo accordo, Federico si accinse a pacificare il Paese, facendo valere i suoi di-
ritti sovrani sul clero tedesco, per quanto concesso dal Concordato di Worms (1122), e raf-
forzando il suo potere sui príncipi elettori.
Le ambizioni Dopo la Germania, fu la volta dell’Italia, dove Federico si propose di attuare un programma
sull’Italia di integrale restaurazione, sottoponendo i comuni a effettivo controllo, e di tentare la con-
quista del Meridione, in mano ai normanni.

GLOSSARIO Si profilava, in questo modo, un conflitto tra il potere universale dell’impera-


Impero tore – che pretendeva di porsi come autorità sovranazionale – e il governo par-
ticolare dei comuni e del Regno di Sicilia, che esercitavano autonomamente,
attraverso le loro libere istituzioni, il potere politico.

Si trattava di un programma di non facile attuazione, per la prevedibile resistenza dei co-
muni, ma anche per l’opposizione del papato e del Regno normanno di Sicilia, che del papa
era vassallo e alleato.
Le condizioni Tuttavia, la situazione politica italiana si presentava in quel particolare momento storico fa-
politiche vorevole all’impero:
favorevoli
❚❚ i maggiori signori feudali (tra i quali figuravano i marchesi di Monferrato, i conti di
Savoia, il patriarca di Aquileia, il vescovo di Trento), impotenti di fronte alla forza cre-
scente dei comuni, invocavano la presenza del nuovo sovrano per recuperare gli anti-
chi diritti e i privilegi sulle terre;

◗◗ L’incoronazione
di Federico I
Barbarossa a
imperatore nel
1155. Chantilly,
Musée Condé, XV
secolo.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 135

❚❚ le città lombarde minori, minacciate dalla progressiva espansione politico-territoriale


del comune di Milano, erano pronte a schierarsi al suo fianco;
❚❚ anche il papato sollecitava l’intervento del re di Germania per limitare la crescita della
potenza normanna e soprattutto porre fine alla ribellione dei propri sudditi romani,
che, infiammati dalla predicazione di un monaco agostiniano, Arnaldo da Brescia, ave-
vano dato vita a un libero comune mettendo fine al potere temporale dei papi.

Lo scontro con i comuni italiani  Nella primavera del 1154, Federico I scendeva in Ita-
lia, presentandosi come il legittimo «signore» che viene a restaurare l’ordine sconvolto e a
ristabilire la giustizia e la pace. Egli era spinto dall’ambizioso progetto di riprendere il con-
trollo del territorio italiano, ma anche di cingere la corona imperiale e inserirsi nei ricchi
traffici mediterranei.
La prima Dieta Giunto in Italia, convocò, nel dicembre dello stesso anno a Roncaglia (tra Lodi e Piacen-
di Roncaglia za), una dieta, in cui dichiarava nulli tutti i diritti di spettanza regia (le regalie) usurpati
nel tempo al potere imperiale e ribadiva gli obblighi dei vassalli e delle città verso gli an-
tichi signori.
Molti comuni rifiutarono i deliberati della Dieta di Roncaglia, che rappresentavano un
passo indietro inaccettabile verso istituzioni e ordinamenti ormai superati, provocando da
parte di Federico Barbarossa la messa al bando di Milano e la distruzione di alcuni comuni
minori, tra cui Asti, Chieri e Tortona.
La corona Poi mosse verso Roma, dove catturò il monaco Arnaldo da Brescia e lo consegnò al papa,
imperiale che lo fece ardere sul fuoco con l’accusa di eresia. Ristabilita l’autorità del papa a Roma, nel
giugno del 1155 Federico I riceveva l’incoronazione imperiale in San Pietro da papa
Adriano IV (1154-1159).
A causa di una rivolta popolare, però, Federico I fu costretto a tornare in Germania e
a rinunciare alla spedizione contro i normanni che aveva progettato con il papa. Questo
mancato appoggio indusse papa Adriano IV a mutare alleanze, riavvicinandosi ai norman-
ni, ai quali riconobbe con l’accordo di Benevento (1156) il diritto sui feudi di Sicilia, Puglia
e Capua.
L’idea imperiale L’imperatore, d’altronde, non poteva accontentarsi del ruolo strumentale che il papa inten-
di dominium deva attribuirgli.
mundi
Il suo progetto politico implicava l’idea imperiale di dominium mundi, di «dominio del
mondo», che comprendeva oltre ai Regni di Germania e Italia, anche il papato e le monar-
chie europee. L’Impero germanico, secondo le teorie elaborate ad hoc dai giuristi dell’Uni-
versità di Bologna, poteva legittimamente avanzare la pretesa di superiorità e universalità
sugli altri poteri perché diretto continuatore dell’Impero romano.
Proprio in questa prospettiva, nel 1157 Federico I convocò a Besançon, in Borgogna,
una dieta, alla quale furono invitati anche i re di Francia e d’Inghilterra; in quell’occasione
espresse la sua concezione universale della sovranità imperiale: ne derivò un acceso scontro
con il legato pontificio Rolando Bandinelli, futuro papa Alessandro III, che non intendeva
riconoscere la supremazia dell’imperatore sul papa.
La seconda Dieta Per restaurare l’idea imperiale in Italia, però, era essenziale piegare l’«arroganza» dei comu-
di Roncaglia ni italiani e soprattutto di Milano. Nel 1158 Federico I scese di nuovo in Italia, accompagna-
to da un forte esercito. Prima di procedere contro i ribelli, indisse una seconda dieta a Ron-
caglia, alla quale convennero, insieme ai vescovi, agli abati, ai grandi feudatari laici, i
rappresentanti delle città comunali. Furono convocati anche i maggiori giuristi dell’Univer-
sità di Bologna che, sulla base del diritto romano, codificato da Giustiniano, stabilirono
esattamente le regalie che spettavano al sovrano: emanare leggi, nominare magistrati, ar-
mare eserciti, coniare monete, imporre tasse.
Stabilendo che l’imperatore era l’unica fonte legittima dell’autorità, Federico poteva cosí
dettare le sue condizioni:
❚❚ le regalie usurpate dovevano essere restituite; esse non riguardavano solamente i di-
ritti politici e giudiziari, ma anche quelli fiscali, che comportarono per il fisco regio
un notevole afflusso di denaro dalle ricche città lombarde;

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136 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Le città della Lega lombarda


Regno di Germania
Bormio Bolzano
Chiavenna
Regno Bellinzona Belluno
di Arles Locarno Gravedona
Trento Feltre Udine
Ceneda
Lecco Rovereto Marca
Como Aquileia
Pontida di Bassano
Aosta Legnano Verona Treviso Trieste
1176 Bergamo Grado
Ivrea Milano Vicenza Capodistria
Novara Brescia Verona
Lombardia Crema Padova Venezia
Vercelli Lodi
Torino Cremona Mantova Chioggia Repubblica
Susa Pavia
Tortona Roncaglia di Venezia
Asti Piacenza
Pola
Alessandria Ferrara
Alba Parma Reggio
Saluzzo Modena
Acqui Bobbio
Savigliano
Canossa Bologna
Genova Imola R Ravenna
o
Savona Pontremoli Faenza ma Zara
Noli Forlí Cervia

gn
Bertinoro Rimini

a
Massa
Albenga Pistoia Cesena Pesaro
Lucca Prato Urbino Senigallia
Ventimiglia Mar Pisa
Firenze Ancona
Ligure Porto Pisano
Ma
Volterra rc
Arezzo
Gubbio

ad
Siena Macerata

iA
nc
Toscana Perugia Fermo Mare

on
Confine del Sacro romano impero Assisi

a
Chiusi Adriatico
Ducato Ascoli Piceno
Città che aderiscono alla Lega lombarda Grosseto Orvieto di Spoleto
Città della Lega veronese Spoleto
Narni
Città fedeli a Federico Barbarossa Regno
Mar Patrimonio di Sicilia
Battaglie principali Tirreno di San Pietro

❚❚ ogni guerra tra città e città, tra città e signorie feudali doveva cessare;
❚❚ in ogni comune i magistrati cittadini dovevano cedere il posto ai messi o podestà im-
periali, anche nei territori della Chiesa.
Solo ai comuni che fino a quel momento si erano dimostrati collaborativi con l’imperatore
(ad esempio, Pavia e Lodi) furono riconosciute condizioni piú favorevoli.
La resa di Milano Contro questi provvedimenti insorsero Crema e Milano. Crema fu piegata e distrutta, Mi-
lano dopo due anni di duro assedio dovette arrendersi: la città fu rasa al suolo e la popola-
zione dispersa (1162). A questo scempio parteciparono in prima linea le milizie delle città
lombarde: Lodi, Cremona, Pavia, Novara e Como.
Il blocco anti- Con l’elezione al soglio pontificio del cardinale Bandinelli, fiero oppositore dell’imperatore
imperiale e campione della teocrazia, i rapporti tra papato e impero si fecero piú tesi, tanto che Fe-
derico gli oppose un antipapa, Vittore IV (1159-1164), costringendo Alessandro III (1159-
1181) a fuggire da Roma.
Nel frattempo, nell’Italia settentrionale, le resistenze dei comuni alle imposizioni di
Roncaglia sfociavano nella formazione di una lega difensiva, la Lega lombarda, sancita
dal giuramento di Pontida nel 1167: essa riuniva le città di Cremona, Brescia, Bergamo e
Mantova, cui si unirono anche le città venete della Lega veronese (Verona, Padova, Vicen-
za e Treviso).
A questo punto il papa si schierò dalla parte dei comuni: appoggiò le leghe anti-
imperiali e scomunicò l’imperatore, sciogliendo di fatto i sudditi cristiani dall’obbligo di
obbedienza.
Milano venne ricostruita e per sbarrare la strada all’imperatore fu fondata una nuova cit-
tà, posta strategicamente al centro della Pianura Padana, alla quale fu dato il nome di Ales-
sandria, in onore del pontefice che sosteneva le sollevazioni dei comuni.
Alla lega si unirono, oltre al papa, i normanni di Sicilia, minacciati dalla politica italia-
na e mediterranea di Federico, i bizantini e i veneziani, che cercarono cosí di contrastare
le aspirazioni dell’imperatore a inserirsi nei traffici mediterranei che ruotavano attorno alle
crociate.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 137

Lo scontro Lo scontro armato avvenne a Legnano il 29 maggio 1176 e si risolse con la vittoria dei co-
militare muni. Protagonista della battaglia fu il carroccio , che entrò con forza nella propaganda
comunale e nell’immaginario collettivo. Federico I fu costretto a rivedere il suo progetto
universalistico e a cercare un accordo con le parti in campo.

Le conseguenze dello scontro  La riconciliazione con il papa fu siglata già nel 1176, con
l’accordo di Anagni: con esso Federico I rinunciava a qualsiasi pretesa sulla città di Roma
e confermava il suo sostegno ad Alessandro III, abbandonando l’antipapa; Alessandro III,
da parte sua, ritirava la scomunica.
La Pace Con i comuni, invece, fu pattuita una tregua, cui seguí nel 1183 la Pace di Costanza [  T3],
di Costanza con la quale si stabiliva che:
❚❚ Federico riconosceva molte delle regalie e delle libertà di cui godevano i comuni
prima delle diete di Roncaglia (eleggere i propri magistrati, battere moneta, riscuotere
le imposte, concludere fra di loro alleanze);
❚❚ l’imperatore si riservava però il diritto di convalidare l’elezione dei magistrati cittadini,
consoli o podestà;
❚❚ i comuni dovevano prestare un giuramento di fedeltà all’imperatore, che doveva es-
sere rinnovato ogni 10 anni, e garantirgli il diritto di fodro .

Si ribadiva in questo modo la fedeltà all’imperatore, che restava il fondamento


di ogni potere pubblico; tuttavia, i comuni uscivano di fatto vincitori dalla lot-
ta, vedendo riconosciuta la propria autonomia di governo in materie importanti
come il fisco, la giustizia e la difesa.

La politica Federico I morí nel 1190 in Asia Minore durante la terza crociata. Prima della morte, però,
matrimoniale riuscí a suggellare l’accordo con la corte normanna di Sicilia, combinando nel 1186 il
matrimonio del proprio figlio, il futuro Enrico VI, con Costanza d’Altavilla, l’erede dei do-
mini normanni a nord e a sud dello Stretto di Messina. Si trattò di un successo diplomatico
di enorme portata che realizzava l’antica aspirazione degli imperatori del Sacro romano
impero e compensava l’insuccesso della lotta contro i comuni dell’Italia settentrionale.
Enrico VI salí sul trono di Germania e d’Italia alla morte del padre (1190), e, dopo la
morte di Guglielmo il Buono, su quello di Sicilia (1194), ma la morte prematura (a soli
trentadue anni) gli impedí di costituire, sotto la dinastia sveva, un’unità politica grandiosa e
forse utopistica, che avrebbe compreso tutte le terre tra il Mare del Nord e il Mare di Sicilia,
un impero mai visto dai tempi di Roma.

Lo scontro tra Federico I e i comuni

Prima Dieta di Roncaglia (1154): Federico dichiara nulle le regalie.

Seconda Dieta di Roncaglia (1158): Federico dichiara sospesi i diritti dei comuni.

Si forma la Lega lombarda (1167);


papato e comuni formano un blocco anti-imperiale.

Scontro militare tra comuni e impero (Battaglia di Legnano, 1176).

La Pace di Costanza (1183) certifica la vittoria dei comuni,


che acquistano autonomia e libertà.

LESSICO
Carroccio: macchina da guerra costituita campo di battaglia e riportava le insegne del Diritto di fodro: possibilità per l’imperato-
da un carro trainato da buoi sul quale si po- comune e una campanella, con la quale ve- re di esigere denaro e vettovaglie qualora si
nevano gli arcieri; veniva posto al centro del niva dato il segnale d’assalto. trovasse con il suo seguito in Italia.

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138 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

5.2 Le crociate: valori ideali e interessi materiali

L’idea di crociata tra motivazioni spirituali e motivazioni materiali  Le crociate costi-


tuirono un aspetto significativo dell’espansione dell’Occidente cristiano nel Mediterraneo.
Furono innanzitutto dei pellegrinaggi armati verso la Terrasanta che, nel corso del tem-
po, assunsero il significato di «guerre sante», intraprese dal mondo cristiano per liberare i
luoghi sacri dal giogo musulmano.
La mancanza Le crociate si svolsero nell’arco di tempo di circa due secoli, dalla fine dell’XI alla fine del
di un progetto XIII, e furono principalmente otto; la storiografia piú recente è concorde nel ritenere che
unitario
non si trattò di un fenomeno unitario, cioè di episodi distinti di un unico progetto militare,
quanto piuttosto degli esiti di molteplici e contrastanti interessi economici e aspirazio-
ni politiche, legittimati a posteriori dalla motivazione religiosa. Nonostante la predomi-
nanza degli interessi materiali, il fenomeno delle crociate non può essere compreso se non
si indagano le motivazioni di carattere spirituale, legate alle questioni di fede [  T10].

Ciò che caratterizzò le crociate fu la loro ampiezza: in un mondo ancora domi-


nato dal particolarismo, esse riuscirono a coinvolgere e riunire volontari di tutte
le nazioni cattoliche in un’impresa di carattere universale.

L’avanzata turca A creare lo spirito di crociata contribuirono le difficoltà, enfatizzate dai cronisti dell’epoca,
che incontrarono i pellegrini cristiani nei loro viaggi verso Gerusalemme, dopo che i turchi
selgiúchidi avevano affermato il loro dominio in Siria, Palestina e in Asia Minore [  Capi-
tolo 2].
I pellegrinaggi La pratica del pellegrinaggio era da tempo molto diffusa, e non solo in ambito cristiano:
esso «rispondeva a un bisogno della ricerca del sacro» (G. Piccinni) caratteristico anche del-
la religione musulmana e giudaica. Anche quando Gerusalemme era diventata musulma-
na, diversi accordi politici avevano garantito a tutti i pellegrini l’accesso ai luoghi sacri. Nel
corso del tempo, a Gerusalemme si erano aggiunte come mete sante anche Roma, sede
della tomba dell’apostolo Pietro, Costantinopoli, dove erano conservate importanti reli-
quie della Passione di Cristo, e Santiago di Compostela, nella Penisola iberica, dove c’era
la tomba dell’apostolo Giacomo.
In concomitanza del rinnovamento spiri-
tuale che visse la Chiesa tra il X e l’XI secolo,
ispirata dai movimenti riformatori monasti-
ci, anche questa pratica conobbe un risve-
glio devozionale: il pellegrinaggio costituiva
un modo di manifestare la propria fede e un
esercizio di purificazione e penitenza.
La guerra santa Con la pubblicazione, da parte di papa Ales-
sandro II (1061-1073), di una bolla papale
con la quale si concedeva l’indulgenza, ov-
vero la remissione dei peccati, a chi avesse
partecipato alla lotta di reconquista contro i
musulmani di Spagna, per la prima volta si
legittimò ufficialmente l’idea di difendere ed
espandere la fede cristiana con le armi, af-
fermando cosí gradualmente il motivo della
guerra santa necessaria e legittima.

◗◗ Mappa della città di Gerusalemme e della Terrasanta.


Uppsala, Biblioteca dell’Università, XIII secolo.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 139

La realtà storica Le violenze inaudite perpetrate ai danni dei pellegrini cristiani dai turchi selgiúchidi, che,
secondo le cronache del XII secolo, avrebbero anche impedito l’accesso al Santo Sepolcro,
non trovano tuttavia conferma nella storiografia, che può riferire invece di un continuo au-
mento del numero dei pellegrini a Gerusalemme.
Anche l’avanzata dei turchi selgiúchidi, dopo l’occupazione di alcuni territori bizan-
tini in Asia Minore, della Siria e di Gerusalemme, strappati ai califfi fatimidi d’Egitto, si
era arrestata ai confini piú orientali dell’Impero bizantino, senza intraprendere una vera
offensiva al mondo cristiano.
Piú che alla minaccia costituita dagli «infedeli», le circostanze che portarono alle crociate
vanno in realtà ricondotte a motivazioni interne alla cristianità, tra le quali le piú impor-
tanti furono:
❚❚ l’aspirazione della nobiltà feudale, che soprattutto in terra di Francia era animata
dagli ideali cavallereschi, a conquistare nuove terre per sedare l’inquietudine dei ca-
detti di questa stessa nobiltà esclusi dall’eredità dei feudi;
❚❚ la possibilità di un riavvicinamento tra Roma e Bisanzio che avrebbe potuto portare il
pontefice a recuperare il controllo sulla Chiesa bizantina e il ruolo di guida del-
la cristianità, in un momento di debolezza della Chiesa orientale, dopo lo scisma del
1054 [  Capitolo 2];
❚❚ l’ansia di riscatto della servitú feudale, che agitava le masse contadine e le spingeva
verso i territori d’Oriente;
❚❚ il calcolo interessato dei mercanti e dei marinai delle città marinare che, dopo una
fase iniziale in cui si erano mostrati ostili nei confronti di una spedizione militare che
avrebbe potuto sconvolgere i rapporti commerciali avviati coi Paesi d’Oriente, finirono
per vedervi il loro tornaconto per la collaborazione da prestare ai crociati.
In questo contesto, le crociate assunsero piú l’aspetto di un «attacco» al mondo musulmano
che quello di una difesa da esso.
L’appello Il progetto di una spedizione armata in Asia, già vagheggiato da Gregorio VII, fu ripreso da
di Urbano II papa Urbano II (1088-1099), che, in un momento di tregua nella lotta per le investiture,
accolse la richiesta che l’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno aveva rivolto ai cristiani
d’Occidente di intervenire contro il comune nemico e frenare l’avanzata turca che minac-
ciava Costantinopoli.
Urbano II, durante un sinodo tenutosi a Clermont, in Francia, nel 1095, esortò i cristiani
a intraprendere il viaggio per la liberazione del Santo Sepolcro: esso assumeva il significa-
to di un pellegrinaggio e di una spedizione in soccorso alla Chiesa d’Oriente [  T1], come
conferma il lessico delle fonti che definisce il viaggio con parole generiche come iter, pere-
grinatio, passagium, e non con il termine «crociata», apparso solo nel Duecento e adottato
in modo definitivo nel secolo successivo.
L’insegna dei combattenti per la fede, chiamati significativamente milites Christi, «soldati
di Cristo», sarebbe stata una croce rossa su campo bianco, disegnata o cucita sulla veste
e sullo scudo. Dall’espressione latina cruce signati, cioè «segnati con la croce», sarebbe cosí
derivato il termine «crociati».
Per incoraggiare i fedeli al pellegrinaggio, il papa assicurò a tutti coloro che avessero perduto
la vita l’indulgenza plenaria, ossia l’immediata remissione di tutti i peccati, nonché vantaggi di
carattere economico ai sopravvissuti («Anche le ricchezze dei nostri nemici saranno le vostre»).
L’appello di Urbano II sommosse gli animi delle moltitudini, facendo accorrere sotto le
insegne di Cristo uomini d’ogni razza, lingua, classe sociale.
La «crociata Prima che le forze feudali si raccogliessero e si organizzassero in quella che è considerata
dei pezzenti» la prima crociata, una massa disordinata di uomini, che comprendeva avventurieri, con-
tadini, mendicanti, «cavalieri poveri» (membri della piccola nobiltà o secondogeniti in cer-

LESSICO
Fatimidi: dinastia sciita originaria della Tu- settentrionale, in Egitto, Siria e Palestina, tan- diterraneo.
nisia, i cui domini si estendevano nell’Africa to da costituire il maggiore califfato del Me-

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140 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

ca di terre) e perfino donne, si mise in marcia alla volta di Gerusalemme, spinta dal fervore
religioso e in alcuni casi da vero fanatismo: vi erano molti tedeschi, al seguito di Gualtieri
Senza Averi, nobile squattrinato, e molti francesi, al seguito di Pietro l’Eremita.
Questa spedizione, passata alla storia come «crociata dei pezzenti», fu un vero falli-
mento: la massa «devota» che la componeva commise saccheggi e massacri nelle terre che
attraversò, Germania meridionale, Austria e Balcani. L’intolleranza fanatica dei pellegrini
si scatenò contro tutti coloro che apparivano nemici della cristianità, ma soprattutto contro
gli ebrei orientali, che subirono veri e propri pogrom . La reazione delle popolazioni un-
gare, serbe e bulgare non poté che essere l’attacco e la decimazione. I pochi «crociati» che
nel 1096 raggiunsero l’Asia Minore furono massacrati dai turchi o deportati come schiavi.

La prima La prima crociata e l’organizzazione delle terre conquistate  La prima vera crociata
crociata (1096-1099) fu organizzata da Urbano II, che riuscí a coinvolgere nel pellegrinaggio la no-
biltà feudale francese e normanna. I feudatari francesi della zona renana erano guidati
da Goffredo di Buglione; quelli della Francia meridionale da Raimondo di Tolosa; i norman-
ni del Mezzogiorno d’Italia erano al seguito di Tancredi d’Altavilla e Boemondo di Taranto.
Si trattava di circa 200.000 uomini, divisi in gruppi secondo la nazionalità e la provenienza,
ma privi di un comando supremo. Non stupisce che i vari condottieri, dopo i primi succes-
si contro i turchi in Asia Minore, si preoccuparono di insediarsi nelle terre conquistate piut-
tosto che proseguire alla volta di Gerusalemme, che fu conquistata solo nel luglio del
1099, dopo un mese di assedio, sanguinosi combattimenti e massacri di popolazioni inermi.
I regni cristiani L’organizzazione delle terre strappate ai turchi non sollevò controversie, dato che ogni con-
dottiero conservò le conquiste fatte. Si formarono di conseguenza tanti piccoli Stati di
tipo feudale (la Contea di Tripoli fu affidata a Raimondo di Tolosa, il Principato di Antiochia
a Boemondo di Taranto, la Contea di Edessa a Baldovino di Fiandra), legati da tenui vinco-
li di vassallaggio al Regno di Gerusalemme, che fu assegnato a Goffredo di Buglione, col
titolo di «Difensore del Santo Sepolcro» [  T8].
Gli ordini militari Per assicurare la difesa dei luoghi santi, quando i crociati fossero tornati in patria, si provvi-
religiosi de alla creazione di ordini monastico-cavallereschi, una speciale milizia di monaci guer-
rieri, che esprimevano la sintesi tra l’etica dell’aristocrazia cavalleresca e l’afflato religioso;
a essi fu affidata la difesa permanente dei territori conquistati e la protezione dei pellegrini.
I piú importanti ordini religiosi militari furono quello dei Templari, che stabilí la propria
sede presso il Tempio di Salomone (1119); l’ordine dei Cavalieri di San Giovanni (1113) o
Ospitalieri, divenuto in seguito ordine dei Cavalieri di Malta (ancora oggi esistente); l’or-
dine dei Cavalieri teutonici (1198), formato da cavalieri tedeschi.
Con l’appoggio del papa, questi ordini eressero molti monasteri-fortezze a difesa della
Terrasanta e, in seguito, lungo i cammini europei dei pellegrinaggi. Da queste postazioni,
lanciarono nuove «crociate» per la cristianizzazione armata di altre popolazioni di «infede-
li», soprattutto nell’area slava dell’Europa del Nord.

La controffensiva turca e le altre crociate  La controffensiva turca non si fece attende-


re a lungo. Essa era inevitabile, dal momento che contee e principati cristiani in Asia si
dimostrarono subito incapaci di sostenersi da soli e di stabilire rapporti durevoli con le
popolazioni sottomesse, alle quali si volle imporre un sistema politico (il feudalesimo) as-
solutamente estraneo alla loro storia e al loro ambiente sociale.
Le altre crociate Nell’arco di neppure un secolo, i piccoli Stati cristiani caddero ingloriosamente uno a uno.
Nel tentativo di frenare l’avanzata turca, nel corso del XII e del XIII secolo, i cristiani intra-
presero piú volte spedizioni in Terrasanta, senza tuttavia conseguire risultati apprezzabili:
❚❚ la seconda crociata (1147-1149) fu promossa dopo la caduta di Edessa (1144) da Ber-
nardo di Chiaravalle, che esortò Luigi VII, re di Francia, e l’imperatore Corrado III di
Svevia ad assumerne il comando: fallí miseramente di fronte a Damasco;

LESSICO
Pogrom: termine russo che significa «devastazione» e indica i massacri delle comunità ebraiche che sono avvenuti nel corso della storia.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 141

L’itinerario della prima crociata e i Regni cristiani d’Oriente


Londra
Regno d’Inghilterra I regni latini d’Oriente
Bruges Sacro Regno di Polonia
romano Contea di Edessa
impero Principato di Antiochia
Parigi Buglione Contea di Tripoli
Ratisbona
Regno Regno di Gerusalemme
Oceano di Francia Vienna
Atlantico
Buda Pest
Lione Regno
di Ungheria
Tolosa Genova Belgrado
Mar Nero

Roma
Costantinopoli
Bari Durazzo
Nicea
Brindisi Impero dei Selgiúchidi
Salonicco

Iconio Edessa
Atene Aleppo
Antiochia
Tunisi

Cipro
Mar Tripoli
Creta
Gli itinerari seguiti Mediterraneo
dai grandi feudatari
Raimondo di Tolosa Tripoli
Baldovino di Fiandra Gerusalemme
Damietta
Goffredo di Buglione Alessandria
Boemondo di Taranto Il Cairo
Percorso comune

❚❚ la terza crociata (1189-1192) fu organizzata per riprendere Gerusalemme, caduta


nel 1187 nelle mani di Salah-ad-Din, noto in Occidente come Saladino. Al comando
dell’impresa si pose Federico Barbarossa, coerente con l’idea di un impero universale
che dovesse riunire tutti príncipi cristiani. Dopo la sua morte, Gerusalemme fu con-
quistata da Filippo Augusto, re di Francia, e Riccardo Cuor di Leone, re di Inghilterra,
che concluse una tregua con Saladino, ottenendo la promessa che i pellegrinaggi a
Gerusalemme non sarebbero stati contrastati;
❚❚ la quarta crociata (1202-1204) fu indetta da papa Innocenzo III nel 1198; benché aves-
se come obiettivo la riconquista dei luoghi santi, i motivi religiosi che avevano accom-
pagnato la prima crociata si erano attenuati fino quasi a scomparire, tanto che i crociati,
esortati da Venezia a dirigersi verso Costantinopoli, la conquistarono e saccheggiarono
nel 1204, costituendovi un effimero Impero latino d’Oriente [  Capitolo 2];
❚❚ la quinta crociata (1217-1221) fu organizzata dal papa Onorio III; vi prese parte anche
Federico II di Svevia, ma fu di secondaria importanza;
❚❚ la sesta crociata (1228-1229) fu guidata da Federico II di Svevia, che, grazie ad un accor-
do con il sultano d’Egitto, ottenne che i luoghi santi fossero liberati per circa dieci anni; il
trattato, tuttavia, non fu riconosciuto dalla Chiesa, che non tollerava accordi con i pagani;
❚❚ la settima (1248-1254) e l’ottava crociata (1270) furono guidate dal sovrano francese
Luigi IX il Santo, il quale, giunto in Africa settentrionale, morí di peste.

Gli aspetti Il bilancio delle crociate  Le crociate ebbero un esito fallimentare se si considera che, come
fallimentari ha sostenuto lo storico Jacques Le Goff, nessuno degli scopi piú o meno dichiarati dai pro-
motori delle crociate fu realizzato:
❚❚ i luoghi santi furono effettivamente conquistati ma rimasero sotto il controllo cristiano
meno di un secolo; in seguito a questa esperienza, si acuirono i conflitti religiosi e il
fanatismo, nonché l’intolleranza verso gli «altri», che prese la forma di un antigiu-
daismo virulento;

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142 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

❚❚ papato e nobiltà feudale non riuscirono a realizzare l’unificazione della cristianità, a


causa delle troppe rivalità personali fra i capi dei crociati, che spesso si accompagna-
vano a rivalità nazionali tra tedeschi e francesi, inglesi e francesi, nonché a rivalità
sociali tra ecclesiastici e laici;
❚❚ i nobili cavalieri, che si erano recati in Terrasanta per conquistare nuove terre e mi-
gliorare la propria condizione, spesso si videro costretti a vendere gran parte delle
proprie terre e risorse per pagarsi il viaggio, l’equipaggiamento e il mantenimento in
zone d’oltremare; oppure dovettero concedere a molti servi di affrancarsi e a molte
città di liberarsi dai vincoli feudali.
I vantaggi Chi trasse i maggiori vantaggi dalle crociate furono i ceti borghesi delle repubbliche ma-
economici rinare di Pisa, Venezia e Genova, che ai crociati avevano assicurato con le loro navi i con-
tatti e i rifornimenti, e che furono largamente ripagate con l’esenzione da ogni dazio per le
loro merci e con la concessione di colonie e di interi quartieri in tutti i porti del Levante ca-
duti in mano ai crociati.
Tuttavia, la tesi secondo cui l’Occidente avrebbe tratto grandi vantaggi dalle crociate è
stata contestata dalla storiografia piú recente che ha sottolineato come i mercanti cristiani
avessero continuato a fare i loro migliori affari a Bisanzio, Alessandria d’Egitto, nel Maghreb,
e non in Siria e Palestina o comunque nei territori conquistati dalle armi crociate.
Il risvolto Uno degli aspetti piú interessanti fu che grazie alle crociate, la prima esperienza di cultura
culturale di massa del Medioevo, gli uomini uscirono dai loro piccoli borghi per gettarsi nelle scon-
volgenti avventure oltremare; videro
cosí dilatarsi i loro angusti orizzon-
ti culturali e si aprirono a nuove
esperienze che li portarono ad affron-
tare con uno spirito nuovo, lo spirito
di conquista, di avventura, di guada-
gno, viaggi verso terre inesplorate e
civiltà sconosciute.

◗◗ Cavaliere templare alla carica con il


gonfalone recante la croce. Cressac-Saint-
Genis, Cappella Templare, XII secolo.

5.3 I modelli teocratici di Innocenzo III e Bonifacio VIII


Il progetto teocratico di Innocenzo III  All’inizio del XIII secolo, mentre l’impero dopo la
morte di Federico I si avviava verso il declino, il papato parve raggiungere il culmine della
potenza con il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), che rilanciò il progetto dell’uni-
versalismo papale, sul modello del programma teocratico di Gregorio VII [  Capitolo 1].
Lotario dei conti di Segni, assunto al pontificato a soli trentotto anni con il nome di Inno-
cenzo III, fu uno dei grandi papi del Medioevo. Teologo, diplomatico, giurista insigne, gover-
nò la Chiesa animato da un grande fervore religioso, dedicandosi all’ambizioso progetto di

fare della Chiesa romana una teocrazia, che avrebbe dovuto subordinare tutti i
poteri politici dell’Occidente (imperatori, monarchie nazionali, comuni) al papato.

La dottrina La dottrina ierocratica sulla quale Innocenzo III basò la legittimazione della sua autorità
ierocratica politica attribuiva al pontefice il diritto e il dovere di guidare la cristianità [  T9] poiché,
come dichiarò in occasione dell’elezione nel 1198, Dio lo aveva posto «al di sopra dei po-
poli e dei regni». Egli inoltre poteva decidere di intervenire nelle questioni che riguardava-
no i feudatari, intendendo con questa espressione lo stesso imperatore e i sovrani delle
nascenti monarchie nazionali, sulla base del principio della «ratio peccati ».

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 143

La similitudine Per esprimere chiaramente questa concezione della supremazia del pontefice, Innocenzo III
del sole ricorse a metafore e similitudini molto efficaci, come quella riportata nella lettera Sicut uni-
e della luna
versitatis conditor («Come il fondatore dell’universo») del 1198, in cui il potere spirituale
era paragonato al sole e il potere temporale alla luna: come la luna riceveva la luce dal
sole e a esso era inferiore, cosí il potere regio derivava dall’autorità papale, alla quale il so-
vrano doveva inchinarsi [  T2].
La politica Con questi presupposti teorici, Innocenzo III tentò di intervenire ovunque fossero in gioco
papale gli interessi religiosi e politici della Chiesa.
Come prima cosa, si dedicò a recuperare il controllo sui territori che appartenevano
di diritto al «patrimonio di San Pietro», costringendo al giuramento di fedeltà i feudatari
della campagna e le città comunali sorte nell’Umbria, nelle Marche e nelle Romagne. Anche
nella città di Roma limitò i poteri del senatore che era a capo del comune di Roma.
In secondo luogo, volle intervenire nelle vicende dell’impero, schierandosi, durante le
lotte riaccesesi in Germania tra guelfi e ghibellini per la successione imperiale. Nonostan-
te, infatti, fosse stato nominato tutore del piccolo Federico di Svevia, figlio di Enrico VI e
Costanza d’Altavilla, il pontefice aveva preferito appoggiare la candidatura (1201) di Ottone
di Brunswick, per evitare che la casata degli Svevi «accerchiasse» la Santa Sede, una volta
che la corona imperiale e quella siciliana si fossero riunite nella figura di Federico di Svevia.
Quando però il pontefice incoronò imperatore Ottone (1209), questi non rispettò gli ac-
cordi presi e tentò di conquistare l’Italia meridionale. Innocenzo III, allora, lo scomunicò
(1210) e sostenne la candidatura al trono imperiale del giovane Federico di Svevia, che, da
parte sua, si impegnò a non unire la corona imperiale e quella del Regno di Sicilia.
La partita decisiva tra i due rivali si giocò in terra di Francia, a Bouvines (1214), dove sce-
sero in campo, in uno scontro di proporzioni europee, le nascenti forze degli Stati nazionali:
Giovanni Senzaterra, re d’Inghilterra, alleato di Ottone di Brunswick, e Filippo Augusto, re
di Francia, alleato di Federico di Svevia. La vittoria toccò a Filippo Augusto e quindi a Fe-
GLOSSARIO derico, che fu perciò coronato re di Germania e d’Italia.
Eresia La lotta Il progetto di riaffermazione del primato della Chiesa fu portato avanti da Innocenzo III
alle eresie anche sul piano della fede e della lotta alle eresie che minacciavano l’unità dell’ortodossia.
Poco dopo la sua assunzione al soglio pontificio, egli promosse la quarta crociata in
Terrasanta, che, come già osservato, mancò i suoi obiettivi e si risolse a vantaggio esclusivo
degli interessi commerciali di Venezia e delle mire territoriali della nobiltà feudale francese.
Al fine di estirpare con la forza la rigogliosa eresia càtara, forse quella che aveva avuto piú
seguito popolare tra i numerosissimi movimenti ereticali (càtari, valdesi, pàtari e gioachimiti)
che si erano sviluppati tra il XII e il XIII secolo, nel 1208 Innocenzo III bandí una vera e propra
crociata contro gli albigesi di Provenza, nel Sud della Francia. La spedizione, condotta da
Simone di Montfort e sostenuta da un gran numero di feudatari del Nord della Francia, avi-
di di nuove terre, si risolse, al di là dei propositi di Innocenzo, in un orrendo massacro. Nella
sola città di Béziers nel 1209 persero la vita 7.000 persone, tra cui molte donne e bambini.
In questo modo il papa non solo legittimava ancora una volta la guerra e la violenza per
annientare gli oppositori della Chiesa, ma consegnava al re di Francia le regioni meridionali
che fino a quel momento erano state di fatto autonome.
Con lo stesso spirito di crociata, Innocenzo III promosse la liberazione delle terre di
Spagna (la reconquista) da secoli soggette ai mori, e inviò i cavalieri dell’ordine teutonico e
i cavalieri Portaspada a sottomettere e cristianizzare le popolazioni slave del Baltico.
L’apertura verso Nei confronti degli ordini mendicanti, invece, Innocenzo III manifestò un atteggiamento di
francescani apertura: non solo approvò gli ordini dei francescani e dei domenicani, ma li incoraggiò per
e domenicani
soddisfare l’esigenza di rinnovamento spirituale che cresceva nella Chiesa. Si assicurò tut-

LESSICO
Ratio peccati: espressione che significa teva esserci un’occasione di peccato. Poiché pio equivaleva ad affermare il controllo del
«motivo di peccato», con la quale il ponte- esse includevano i matrimoni, le successio- papa su tutti i fedeli, compresi in particolare
fice intendeva intervenire giudicando tutte ni, ma anche le motivazioni sottostanti a i sovrani.
quelle circostanze nelle quali, appunto, po- scelte politiche, richiamarsi a questo princi-

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144 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

tavia che essi rimanessero nell’ambito dell’ortodossia cattolica e si attenessero alla regola
dell’obbedienza.

Il IV Concilio lateranense  A coronamento di questa instancabile attività, Innocenzo III


convocò a Roma per il 1215 un grande concilio ecumenico, il IV Concilio del Laterano,
al quale convennero, insieme a 404 vescovi e a circa 800 abati, tutti i príncipi e i re della cri-
stianità, o almeno i loro rappresentanti.
I decreti In questa occasione furono emanati alcuni decreti che avevano lo scopo di fornire ai sacer-
doti maggior controllo sulle coscienze dei fedeli, come l’imposizione a ogni cristiano di
confessarsi almeno una volta l’anno e di comunicarsi almeno a Pasqua.
Furono inoltre istituite delle commissioni di laici e religiosi incaricate di individuare
e punire gli eretici, vale a dire il nucleo istituzionale dal quale Gregorio IX – tra il 1227
e il 1231 – formerà il tribunale dell’Inquisizione , affidando la repressione del dissenso
religioso, fino a quel momento di competenza dei vescovi, a ispettori di nomina pontificia.
La loro gestione fu affidata nel 1235 in esclusiva all’ordine dei domenicani, ma nel 1246
Innocenzo IV estese il privilegio ai francescani. Alla metà del secolo, con la bolla Ad Extir-
panda di Innocenzo IV, i poteri dell’Inquisizione furono ampliati: fu autorizzata la tortura
per ottenere la confessione degli inquisiti (1252) e furono pubblicati manuali sulle regole
da osservare nei processi.
L’antigiudaismo La rigida difesa dell’ortodossia religiosa perseguita nel IV Concilio lateranense si espresse
anche nei confronti dell’ebraismo. Con la bolla Etsi Iudaeos del 1205 Innocenzo III aveva già
fornito una base teorica alla discriminazione, facendo riferimento alla dottrina della «per-
petua schiavitú» degli ebrei, secondo la quale essi erano inferiori ai cristiani e destinati a
una «soggezione giuridica» in quanto popolo responsabile della morte di Gesú e «ostinato»
a non riconoscerne la divinità.
Durante le sedute del concilio Innocenzo III rafforzò l’antigiudaismo, richiamando il
clero, le autorità civili e i fedeli al rispetto rigoroso delle tradizionali misure discriminato-
rie nei loro confronti: agli ebrei era vietato assumere cariche pubbliche, avere serve e balie
cristiane, frequentare i bagni pubblici, uscire di casa nel periodo pasquale; a essi fu imposto
inoltre di portare un segno di riconoscimento sugli abiti e versare una tassa alla Chiesa pari
alla decima parte dei loro beni (la «decima» per antonomasia).
In occasione del concilio, Innocenzo III ricevette l’omaggio feudale dei príncipi del-
la terra, che si dichiararono vassalli della Santa Sede: cosí fece Giovanni Senzaterra, re
d’Inghilterra, cosí i re di Portogallo, Castiglia, Ara-
gona e i sovrani dei regni di Bulgaria, Polonia e Un-
gheria che si erano recentemente costituiti nell’Est
europeo. Sembrò in quei giorni che la potenza del
papato avesse raggiunto il suo progetto universa-
listico.

◗◗ Fin dal XII secolo, in varie regioni d’Europa, si richiedeva agli


ebrei di indossare degli indumenti che li distinguessero dai
cristiani: il cappello a punta, per esempio, era distintivo degli
ebrei italiani. Altro elemento di distinzione era una rotella
colorata che veniva cucita sugli abiti. Parigi, Bibliothèque de
Sainte-Geneviève, XIV secolo.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 145

Il progetto teocratico di Bonifacio VIII  L’estremo tentativo teocratico fu portato avanti da


papa Bonifacio VIII (1294-1303), l’ultimo grande papa dell’età medievale. Nato da nobile
famiglia romana, quella dei Caetani, ebbe natura orgogliosa e superba.
Le circostanze Salí al pontificato dopo l’abdicazione di Celestino V (agosto-dicembre 1294), un uomo pio
dell’elezione ma privo di esperienza di governo, che, dopo pochi mesi di pontificato, si era ritirato, non
riuscendo a reggere il peso delle pressioni politiche provenienti dalle potenti famiglie ro-
mane e dai sovrani del Regno di Napoli, che gli chiedevano la nomina di cardinali francesi.
Appena eletto, Bonifacio, che aveva probabilmente fornito al suo predecessore le giu-
stificazioni normative della scelta dell’abdicazione, dovette contrastare la forte opposizio-
ne della famiglia baronale dei Colonna, che infine capitolò, e dei gruppi piú intransigenti
dell’ordine francescano degli spirituali, che avevano riposto grandi speranze per un rin-
novamento della Chiesa in Celestino V. Dopo, poté dedicarsi al progetto della teocrazia
papale, secondo l’esempio dei suoi predecessori, Gregorio VII e Innocenzo III.
Tuttavia i tempi erano mutati, e l’ideale teocratico era destinato a infrangersi contro la
possente realtà della monarchia francese di Filippo IV il Bello.
Lo scontro Il conflitto tra Bonifacio VIII e il re di Francia scoppiò nel 1296, quando Filippo IV il Bello
tra Bonifacio VIII (1285-1314), volendo distruggere le giurisdizioni feudali ed edificare lo Stato burocratico
e Filippo IV
il Bello moderno (che richiedeva ingenti somme per istituirlo e mantenerlo), aumentò le imposi-
zioni fiscali, sottoponendo anche il clero francese al pagamento dei tributi. Si trattava di un
atto rivoluzionario, che sanciva il rifiuto, da parte del sovrano francese, di riconoscere la
validità di privilegi di cui il clero aveva goduto per secoli.
Le bolle papali La risposta del papa, che rivendicava la pienezza del proprio potere (plenitudo potestatis), arrivò
e il giubileo attraverso la bolla Clericis laicos (1296), che prevedeva la scomunica di qualsiasi potere laico
che, senza la preventiva autorizzazione del papa, sottoponesse a tributo gli ecclesiastici. Poi,
per un breve periodo, il conflitto tra le due «sovranità» raggiunse una tregua: Bonifacio
autorizzò il clero francese a pagare le imposte, in cambio della canonizzazione del re Luigi IX,
che diveniva cosí simbolo della superiorità dell’autorità spirituale su quella temporale.
Nel 1300, il papa proclamò per la primavera un grande giubileo o Anno Santo, il primo
della storia della Chiesa, che vide accorrere a Roma da ogni parte d’Europa due milioni di
fedeli, ai quali era promessa la remissione di tutti i peccati. Si trattò di un grande successo
politico e religioso insieme che rilanciò la pratica del pellegrinaggio penitenziale e valoriz-
zò il ruolo della Chiesa.
Rafforzato dal buon esito del giubileo, Bonifacio VIII riprese il conflitto con Filippo IV, ema-
nando prima la bolla Ausculta, fili (1301), con
la quale denunciava l’oppressione della Chiesa
in Francia, e poi la celebre bolla Unam Sanctam
(1302), con la quale riaffermava solennemente le
note tesi teocratiche della subordinazione del po-
tere civile a quello spirituale e dichiarava eretici
quanti si fossero schierati a favore dell’autonomia
del potere politico da quello religioso [  T4]. Per
spiegare il suo ideale teocratico, il pontefice ricorse

◗◗ L’episodio del cosiddetto «schiaffo di Anagni»: a sinistra,


Sciarra Colonna e un altro congiurato tengono in ostaggio
Bonifacio VIII; a destra Sciarra Colonna viene cacciato dalla città.
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, XIV secolo.

LESSICO
Inquisizione: dal latino inquirĕre, «ricerca- sizione si occupava di valutare le posizio- prevedeva una redistribuzione della terra
re», è un’istituzione nata nel Medioevo per ni dottrinali e di comportamento, ma non e una remissione dei debiti ogni cinquanta
rendere incisiva la lotta all’eresia, in prece- eseguiva le condanne, affidate ai tribunali anni. Il termine deriva dall’ebraico yobel, che
denza condotta a livello locale dai vescovi, civili. indica il «corno di montone», il cui suono an-
senza un coordinamento generale. L’Inqui- Giubileo: istituto di origine mosaica che nunciava l’apertura del periodo di giubileo.

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146 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

alla metafora delle due spade, secondo la quale Dio aveva consegnato la spada che rappre-
senta simbolicamente il potere temporale nelle mani dei re e dei cavalieri, mentre aveva affidato
la spada del potere spirituale nelle mani della Chiesa; tuttavia poiché è necessario che «l’au-
torità temporale sia soggetta a quella spirituale», la prima spada poteva essere maneggiata dai
laici solo con il consenso degli ecclesiastici.
Il sostegno Il re Filippo IV, sostenuto dal parere di insigni giuristi, che si richiamavano al diritto giusti-
degli Stati nianeo, si appellò alla nazione nel 1302; convocò un’assemblea rappresentativa dei vari or-
generali al re
dini e stati della società francese (nobiltà, clero e ceti produttivi, principalmente borghesi),
che da allora prese il nome di Stati generali, e sottopose al loro giudizio la vertenza con il
papa. La nazione rispose schierandosi compatta a fianco del sovrano e dichiarando che nel-
le questioni temporali il re di Francia non aveva sopra di sé altra autorità che quella di Dio.
Per la prima volta era l’assemblea dei rappresentanti della nazione a legittimare il
re nel suo esercizio, senza la mediazione del papa, e a rafforzare dal basso il potere sovrano,
in opposizione a ogni modello universalistico.
La morte Di fronte alla fermezza del sovrano e alla compattezza del suo popolo, la bolla pontificia
di Bonifacio VIII cadde nel vuoto; a nulla valse la scomunica notificata al re, che scioglieva i francesi dal giu-
ramento di fedeltà: a differenza degli imperatori del Sacro romano impero, il re di Francia
non aveva dietro di sé feudatari malfidi, pronti a cogliere ogni occasione per sottrarsi al giu-
ramento di fedeltà.
A questo punto Filippo IV, anche al fine di prevenire ogni successiva mossa del pontefi-
ce, inviò in Italia il suo cancelliere Guglielmo di Nogaret affidandogli il compito di far de-
stituire il pontefice. Con l’aiuto della famiglia romana dei Colonna, acerrima nemica dei
Caetani, Nogaret sorprese Bonifacio ad Anagni (1303) e lo tenne prigioniero tre giorni.
Una tradizione vuole che in quell’occasione papa Bonifacio ricevesse in modo oltraggioso
uno schiaffo da Sciarra Colonna. Fu il popolo del borgo, levatosi in tumulto, a liberarlo dal-
le mani dei suoi nemici e a ricondurlo salvo a Roma, dove però morí, dopo solo un mese.

Lo Stato nazionale, sostituitosi all’impero nella lotta contro le pretese teocratiche


della Chiesa, affermava la vittoria del potere particolaristico sugli ideali uni-
versalistici incarnati dalle due grandi istituzioni.

Sulle rovine del potere imperiale, il papato vedeva crollare con il suo prestigio la sua stessa in-
dipendenza: l’imminente trasferimento della sede pontificia ad Avignone significherà per qua-
si un secolo l’aggiogamento della Chiesa agli interessi della monarchia francese [  Capitolo 7].

IL MODELLO TEOCRATICO DI BONIFACIO VIII E LO SCONTRO CON FILIPPO IV


I princípi della politica Le mosse del papa Le mosse di Filippo IV
teocratica nello scontro con Filippo IV nello scontro con il papa

Metafora delle «due Bolla Clericis laicos Convocazione


spade»: l’autorità (1296) per rifiutare degli Stati generali
temporale è soggetta l’imposizione delle (1302) per legittimare
a quella spirituale. tasse agli ecclesiastici. il potere regio.

Bolla Unam Sanctam Apertura del primo Deposizione e arresto


(1302) per sintetizzare giubileo (1300) (1303) del papa.
la superiorità per esaltare il ruolo
del pontefice. della Chiesa romana.

5.4 Il progetto politico di Federico II e il Regno di Sicilia

La complessa figura di Federico II  Federico II di Svevia è una delle personalità piú com-
plesse e affascinanti della storia. Pupillo di Innocenzo III e nipote di Federico Barbarossa,

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 147

egli fu l’ultimo interprete dell’idea di un impero universale. Il suo progetto si intrecciò,


dando luogo a scontri dagli esiti alterni, con i disegni teocratici della Chiesa, con lo svilup-
po in senso autonomo dei comuni dell’Italia centro-settentrionale e con le nascenti mo-
narchie nazionali.
La sua figura è ricca di aspetti contrastanti e contraddittori che hanno spinto gli storici
a dibattere a lungo sulla sua modernità o, al contrario, sul suo legame ancora molto forte
con il mondo medievale. La sua politica di governo dovette risentire delle diverse «eredi-
tà» che Federico ricevette nel corso della sua vita.
Le «eredità» Figlio di padre tedesco (Enrico VI di Svevia) e di madre normanna (Costanza d’Altavilla),
di Federico dal primo ereditò l’aspirazione politica all’unificazione imperiale in senso universalisti-
co; dalla seconda la tradizione di governo normanna basata sul rafforzamento del potere
centrale in senso antifeudale e anticomunale e sulla cura particolare per la macchina
amministrativa, che era stata già prerogativa dei governi dei bizantini e degli arabi in quel-
le stesse terre e che sarebbe diventata una caratteristica fondamentale dei nuovi Stati mo-
derni.
Certamente fu influenzato anche da papa Innocenzo III, che era stato suo tutore, e dalla
terra in cui crebbe e fu educato, la Sicilia, che era stata il luogo d’incontro di civiltà diverse
per razza, lingua e religione:
❚❚ Federico si mostrò tollerante nei confronti di ogni cultura e fede religiosa, accogliendo
indifferentemente alla sua corte dotti cristiani, ebrei, musulmani; tuttavia perseguitò
duramente gli eretici (càtari, pàtari, valdesi), come ribelli della Chiesa;
❚❚ condusse una crociata in Terrasanta (1228), dopo averne ripetutamente rinviata l’e-
secuzione coi piú vari pretesti tanto da venire scomunicato da papa Gregorio IX; ma,
a differenza di altri re e príncipi cristiani, invece di combattere raggiunse un accordo
con il sultano d’Egitto (1229), grazie al quale musulmani e cristiani poterono convivere
pacificamente a Gerusalemme.

Federico re e imperatore  Finché visse Innocenzo III, Federico si mostrò docile ai suoi vo-
leri, ma, una volta scomparso il potentissimo tutore e succedutogli Onorio III (1216-1227),
non esitò a esercitare la sua autorità per mettere in pratica l’agognato progetto politico.
Tuttavia, a differenza del padre Enrico, Federico rivolse ogni sua cura al Regno di Sicilia,
che nelle sue intenzioni doveva diventare il centro dell’impero. Cosí, dopo essere stato in-
coronato re di Germania (1215) e aver nominato il figlio Enrico coreggente (1220), strinse
un accordo con i feudatari tedeschi, concedendo loro l’esercizio di alcune prerogative regie
(come l’emissione della moneta e la costruzione di fortezze) in cambio della loro fedeltà.
Poteva cosí tornare in Italia per ricevere la corona imperiale (1220) in San Pietro da papa
Onorio III, che gli imponeva contestualmente di rinnovare la promessa fatta a Innocenzo III
di non unire le corone dell’impero e del Regno di Sicilia.
La Stabilita la sua sede a Palermo, il sovrano si impegnò nell’opera di riordinamento del regno,
riorganizzazione che ebbe come obiettivo fondamentale l’accentramento del potere nelle proprie mani e si
del Regno
di Sicilia concretizzò:
❚❚ nella lotta contro il particolarismo feudale, che comprendeva i baroni, le minoranze
arabe, il clero e le città;
❚❚ nella costruzione di istituti razionali ed efficienti, vale a dire uffici deputati ad am-
ministrare il regno, a capo dei quali mise funzionari competenti, indipendenti dalla
Chiesa e dalla pratica militare;
❚❚ nel potenziamento del prelievo fiscale, necessario a garantire allo Stato sempre
maggiori entrate per mantenere la macchina burocratica;
❚❚ nella sostituzione dell’esercito feudale, che esponeva il re ai ricatti dei grandi vassalli,
con un forte esercito mercenario, costituito per la maggioranza da milizie saracene.
Le Costituzioni Il progetto di trasformare il Regno di Sicilia in uno Stato unitario, di concezione moderna,
di Melfi ebbe il suo coronamento nel Liber Augustalis, un codice di leggi noto col nome di Costitu-
zioni melfitane (1231), che riuniva leggi ispirate al diritto giustinianeo e alle tradizioni giu-
ridiche locali [  T5].

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148 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Con le Costituzioni melfitane, Federico si proponeva di costituire una legislazione


unificata per tutto il regno che, superando il diritto consuetudinario e afferman-
do la certezza della legge, avrebbe portato pace e ordine nel regno e avrebbe
colpito sia l’anarchia feudale dei grandi vassalli, che avevano riacquisito poteri
durante gli anni della sua minorità, sia l’autonomismo cittadino.

Per riorganizzare l’amministrazione della giustizia, suddivise il regno in circoscrizioni e po-


se al loro interno tribunali presieduti da funzionari regi. Organizzò anche un archivio del
regno.
L’amore Nel campo della cultura, Federico ebbe il merito di aver fondato, nel 1224, l’Università di
per la cultura Napoli, allo scopo di offrire una preparazione giuridica e culturale ai futuri funzionari del
regno, e di aver raccolto attorno a sé, nella splendida corte di Palermo, una schiera scelta di
rimatori provenienti da ogni parte d’Italia, che dettero vita alla Scuola poetica siciliana.
Fu egli stesso uomo colto, autore di un celebre trattato, De arte venandi cum avibus, dedi-
cato alla tecnica di cacciare con i falconi.
Amò circondarsi di uomini dotti, cultori di ogni scienza, dalla medicina alla geometria,
dall’astronomia alla zoologia, senza tuttavia promuoverne un’applicazione pratica volta a
innovare, per esempio in agricoltura, le tecniche di produzione [  T13].
Lo scontro Dopo aver riorganizzato il Regno di Sicilia, il progetto universalistico di Federico II con-
con i comuni templava il recupero dell’autorità imperiale sull’Italia settentrionale e sui territori della
Chiesa.
I maggiori comuni del Regno d’I-
L’impero di Federico II talia erano però divenuti delle vere
Regno Mar Baltico potenze economiche grazie al sem-
Mare di Danimarca
del Nord pre piú largo sviluppo dei commerci,
Ritratto di Federico II
di Svezia Pomerania
delle industrie e delle attività banca-
Regno rie. Anche se la vita cittadina era pe-
Frisia
di
Brandeburgo Polonia rennemente agitata da contrasti di
Sassonia fazione e di classe sociale, anche se le
Bassa
Meissen Bautzen lotte tra comuni rivali si rinnovavano
Turingia Slesia
Lorena di continuo, il programma di Fede-
Regno
Boemia rico sembrava di difficile attuazione.
Franconia di Germania
Alta Moravia
o di Francia

Lorena
Baviera Austria
Alsazia Svevia
Stiria
Salisburgo
Regn

Contea di
Borgogna Tirolo
Carinzia Regno
Friuli
Marca di
Contea di
Savoia Veronese Ungheria
Lombardia
Contea Regno d’Italia Repubblica
d’Arles di Venezia
Contea
di Provenza Toscana
Stato
della Mare
Chiesa Adriatico

Regno
Mar normanno
Tirreno di Sicilia

Sacro romano impero Mar


L’Impero di Federico II: Ionio
Regno di Germania
Regno d’Italia
◗◗ Federico II di Svevia con il falcone, dal De
arte venandi cum avibus. Città del Vaticano,
Regno normanno di Sicilia
Biblioteca Apostolica Vaticana, XIII secolo.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 149

Quando infatti richiamò le città del Nord-Italia all’esatta osservanza dei patti stabiliti a
Costanza, i comuni posero fine alle loro contese e si strinsero ancora una volta in lega di-
fensiva.
Tuttavia, grazie all’accordo con alcuni comuni ghibellini e con Ezzelino da Romano, si-
gnore di Verona, le forze imperiali riuscirono a conseguire un significativo successo nel
1237, nella Battaglia di Cortenuova, presso Bergamo.
Lo scontro Ma già all’indomani di Cortenuova, il papato stringeva intese con i comuni dell’Italia del
con il papato Nord, dove Milano, Brescia e Como resistevano. Il nuovo papa Gregorio IX (1227-1241),
sceso in lotta contro Federico, gli lanciò la scomunica e convocò a Roma un grande concilio
di vescovi per dichiararlo deposto. Tuttavia il concilio non si tenne, per l’intervento armato
di Federico II che fece catturare i prelati francesi che si stavano recando a Roma.
Quello che non era riuscito a Gregorio IX, riuscí a Innocenzo IV (1243-1254), che con-
vocò un nuovo concilio a Lione (1245), in Francia, e fece dichiarare deposto l’imperatore
dalle sue funzioni, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà.
In Germania i grandi feudatari nominarono un nuovo sovrano, mentre in Italia Fe-
derico subí due gravi sconfitte a Parma (1248) e a Fossalta (1249), dove il figlio Enzo fu
catturato.
Rattristato e stanco, Federico II morí presso Castel Fiorentino, in Puglia, il 13 dicembre
1250. Con lui moriva l’idea di una autorità sovranazionale che potesse estendersi dai prin-
cipati tedeschi fino alla Sicilia e si disgregava la stessa forma politica imperiale.
Dopo la morte di Corrado IV (1250-1254), successore legittimo di Federico II, iniziò infatti
un lungo periodo di «interregno» che durò quasi vent’anni (fino al 1273), durante il quale
nessun re riuscí a esercitare concretamente il potere imperiale.

IL PROGETTO POLITICO DI FEDERICO


Origine
Federico si ripropose Sviluppo
il rafforzamento ❚ Cercò di affermare Strumenti
dell’unità imperiale il proprio potere sul Per attuare questa Esito
universalistica papato e sui comuni. politica modernizzò Fu contrastato dalla
e al contempo ❚ Lottò contro tutti i il diritto del Regno Chiesa, dai comuni e
l’accentramento particolarismi feudali. di Sicilia (Costituzioni dai feudatari tedeschi: la
dell’amministrazione melfitane) e favorí il sua morte segnò la fine
del Regno di Sicilia. pluralismo culturale del carattere universale
(università e centri di dell’impero e lasciò
studio). aperti conflitti in tutte
le aree.

Le sorti del Regno di Sicilia  Dopo la morte di Federico II di Svevia (1250), la corona pas-
sò al figlio naturale Manfredi (1254-1266), che riprese il programma politico di Federi-
co, intervenendo nelle lotte tra i comuni e le fazioni cittadine e inviando aiuti ai ghibellini
dell’Italia settentrionale, tanto da sconfiggere la guelfa Firenze nella celebre Battaglia di
Montaperti (1260).
La minaccia di un rinnovato predominio svevo sull’Italia indusse il pontefice Clemen­
te IV (1265-1268), originario della Francia, a offrire l’investitura del Regno di Sicilia a Carlo
d’Angiò, già signore di Provenza e di vaste terre del Piemonte, figlio del re di Francia Luigi VIII
e fratello di Luigi IX.
La fine Coronato in Roma re di Puglia e di Sicilia, Carlo d’Angiò mosse alla conquista del Regno.
della dinastia Manfredi, abbandonato da una parte dei suoi stessi baroni, fu sconfitto presso Beneven-
sveva
to (1266), dove trovò la morte. Dopo due anni, il giovane Corradino tentò di recuperare il
regno degli avi, ma fallí miseramente: battuto a Tagliacozzo (1268), fu fatto prigioniero e
decapitato sulla piazza del mercato, come un volgare avventuriero.

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150 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

I Vespri siciliani La nuova dinastia angioina non riuscí tuttavia a consolidare il suo potere in Sicilia: le pre-
potenze soldatesche e le esorbitanti imposizioni fiscali provocarono continui scontri con i
baroni e i funzionari, e il malcontento nell’isola crebbe in seguito alla decisione di spostare
la capitale da Palermo a Napoli.
La reazione delle popolazioni al governo francese esplose la sera del 30 marzo 1282, un
lunedí di Pasqua, in occasione di uno scontro tra dei giovani siciliani e dei soldati francesi
che avevano oltraggiato una nobildonna di Palermo, dando poi luogo a un moto insurre-
zionale al quale parteciparono nobili e popolani, passato alla storia con il nome di Vespri
siciliani (dall’ora del «Vespro», la preghiera serale).
La pace I capi dell’insurrezione, temendo di non poter sostenere un eventuale ritorno in forze di
e la divisione Carlo, invocarono l’aiuto di Pietro III d’Aragona, che aveva sposato una figlia di Manfre-
del regno
di, Costanza.

L’intervento di Pietro III provocò una lunga guerra tra aragonesi e angioini, che si
concluse nel 1302 con la Pace di Caltabellotta, in base alla quale agli aragone-
si fu riconosciuto il possesso della Sicilia, mentre il Regno di Napoli rimase in
mano agli angioini.

L’assorbimento della Sicilia nell’orbita aragonese significò, oltre che il dissanguamento fi-
scale, l’isolamento dal resto d’Italia e la provincializzazione della sua cultura.

5.5 I mutamenti culturali e i nuovi ordini religiosi

Una cultura in fermento  Gli scontri tra impero e papato, nonché le guerre esterne tra co-
muni e comuni e tra leghe di comuni e imperatore non impedirono né ritardarono la rina-
scita culturale che investí l’Europa tra l’XI e il XIII secolo. Anzi, le città medievali furono
caratterizzate da profonde trasformazioni culturali che coinvolsero gli studi teologici, giu-
ridici e filosofici, nonché il campo piú propriamente letterario.
I litterati Il cambiamento piú significativo avvenuto nel corso del XII secolo fu l’aumento delle per-
e gli illitterati sone alfabetizzate che portò a una maggiore circolazione della cultura. Da questo mo-
mento cambiò anche il significato della contrapposizione tra litterati e illitterati
(H. Grundmann), che fino a quel momento aveva distinto i «litterati», cioè i chierici, che
padroneggiavano la scrittura in lingua latina, dagli «illitterati», cioè i laici che non conosce-
vano il latino e non padroneggiavano la scrittura.
Il volgare Questa svolta fu resa possibile dall’affermazione dell’uso del volgare, soprattutto attraver-
so l’esperienza letteraria dei poemi epici nazionali – la Chanson de Roland fu scritta alla fine
dell’XI secolo nell’antico francese della lingua d’oïl – delle prime liriche in lingua d’oc
e della letteratura trobadorica che fiorí sempre in Francia e di cui furono protagonisti poeti
e cantori (i «trovatori» o «trovieri»), di varia estrazione sociale (aristocratici, piccoli vassalli,
ma anche fornai e commercianti).
Il volgare, che è attestato anche in documenti non letterari in Inghilterra e Germania,
diede impulso alla cultura laica, in contesti che andavano oltre le cattedrali, le scuole e le
università.
Anche in Italia comparvero, alla fine del XII secolo, i primi componimenti religiosi in vol-
gare, tra cui il celebre Cantico delle creature (1224) di Francesco d’Assisi. Durante il regno
di Federico II, la Scuola siciliana della corte di Palermo riprese i temi della poesia proven-
zale. A sua volta, l’esperienza dei poeti siciliani ispirò la nascita dello stil novo fiorentino,
il cui massimo esponente fu Dante Alighieri.

LESSICO
Lingua d’oïl e d’oc: famiglie linguistiche zali e Oïl (da hoc illud, «proprio questo»), francese «oui».
distinte in base al modo di dire «sí». Oc (dal soprattutto nelle regioni del Nord, da cui
latino hoc, «questo») nei dialetti proven- deriva, attraverso vari passaggi, il moderno

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 151

Il pensiero La rinascita culturale riguardò anche gli uomini di cultura della Chiesa, chiamati ad andare
teologico oltre le auctoritates costituite dalle Sacre Scritture e dalle opere dei Padri della Chiesa: con
e filosofico
Anselmo d’Aosta (1033-1109) e Tommaso d’Aquino (1225-1274) si tornò a dibattere dei
grandi problemi dell’uomo e dei suoi rapporti con Dio, nell’intento di elaborare una giusti-
ficazione filosofica delle questioni di fede, come l’esistenza di Dio.
Determinante per il pensiero filosofico occidentale del XII secolo fu la riscoperta di Ari-
stotele e dei classici greci, che cominciarono a circolare nelle traduzioni dal greco, dall’a-
rabo e dall’ebraico.
Sebbene Aristotele non fosse mai stato totalmente sconosciuto, il mondo occidentale po-
té conoscere i suoi libri della Fisica e della Metafisica attraverso le traduzioni dei commenta-
tori arabi ed ebrei, soprattutto Avicenna e Averroè, che vivevano nella Spagna musulmana;
allo stesso modo cominciarono a circolare i trattati medici di Galeno e Ippocrate, l’Almage-
sto di Tolomeo (il principale testo di astronomia antica), gli Elementi di Euclide. Per la prima
volta la mentalità medievale poteva tentare un’interpretazione dei fenomeni naturali che
andasse oltre le spiegazioni religiose, come nel caso di Alberto Magno (1206 ca.-1280) che
affermò l’indipendenza delle scienze naturali dalla teologia [  T14].
Il dibattito La conoscenza dei testi di Aristotele influí anche sul pensiero politico, che nel corso del
politico XIII secolo portò alla formulazione di teorie radicalmente nuove.
Per Aristotele, infatti, l’uomo era naturalmente portato all’esercizio della politica, cioè alla
ricerca dei modi per regolare la vita comunitaria, e la forma ideale per fare ciò era delibera-
re nell’assemblea sovrana formata dall’insieme dei cittadini. Questa dottrina si poneva in
netto contrasto con la tradizione medievale e le teorie teocratiche allora dominanti, secon-
do le quali il potere era nelle mani di chi, ricevutolo direttamente da Dio, lo amministrava
senza dover rendere conto a nessuno. Al contrario, per Aristotele, poiché l’uomo era spon-
taneamente in grado di gestire la vita terrena in modo autonomo, non era necessario alcun
riferimento alla sfera religiosa.
La circolazione e il commento delle opere politiche di Aristotele aprirono dunque un
fronte di discordia tra chi sosteneva che gli individui fossero innanzitutto «sudditi» e chi
pensava che gli individui fossero «cittadini», che potevano legittimare l’esercizio del potere.
Gli studi I concetti di cittadino (civis) e cittadinanza (civitas) erano centrali anche nel diritto romano,
di diritto il cui studio si rianimò proprio a partire dall’inizio del XII secolo: il diritto romano, creato per
regolare la giustizia dell’Impero romano, rinacque al servizio delle tesi imperialistiche e rega-
listiche che intendevano affermare l’indipendenza del potere temporale da quello spirituale.
Il pensiero La piú compiuta espressione di queste tesi fu il celebre trattato Defensor pacis, pubblicato
di Marsilio nel 1324 da Marsilio da Padova (1275-1343), rettore dell’Università di Parigi [  T6]. In
da Padova
quest’opera, considerata una delle prime espressioni del pensiero politico moderno, Mar-
silio rivendicava l’origine laica dello Stato; l’autorità regia, a suo giudizio, è legittima di per
sé, senza bisogno di investitura ecclesiastica, in quanto riceve una specie di investitura
dall’insieme dei cittadini (universitas civium), an-
che se si tratta non di tutto il popolo ma della parte
piú influente (pars valentior). Il pensiero di Marsilio
conteneva in embrione il principio della partecipa-
zione popolare, che anticipava il costituzionalismo
moderno.
Applicando gli stessi princípi della investitu-
ra dal basso alla Chiesa, Marsilio sosteneva che i
vescovi derivano la loro autorità dalla libera scelta
dei fedeli, per cui il supremo governo della Chiesa
non può spettare al papa, ma al concilio generale
dei vescovi, che rappresentano nel loro insieme la
universitas fidelium, la «totalità dei fedeli».

◗◗ Due trovatori in una miniatura del XIII secolo.


El Escorial, Biblioteca Reale del Monastero.

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152 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Il rinnovamento I nuovi ordini religiosi  La stessa esigenza di rinnovamento morale e spirituale che aveva
dal basso dato vita ai movimenti ereticali nel corso del XII secolo, animò due grandi movimenti reli-
giosi che si affermarono all’inizio del XIII secolo: quello dei domenicani e dei francescani.
Come gli eretici albigesi, domenicani e francescani uscirono dai conventi e scesero in mez-
zo al popolo; ma la loro predicazione non si svolse contro l’ortodossia cristiana e non mi-
rò a soppiantare la gerarchia ecclesiastica. Per questo motivo tanto Innocenzo III quanto
Onorio III vollero accogliere i due movimenti all’interno della Chiesa.
L’impostazione L’ordine dei domenicani fu fondato nel 1206 dal sacerdote castigliano Domenico di
dei domenicani Guzmán (1175 ca.-1221) con l’originale scopo di contrastare le eresie che si erano diffuse
nella Francia meridionale. Esse, a suo parere, nascevano innanzitutto dall’ignoranza dei
princípi del cristianesimo: per fronteggiarle, dunque, era necessaria una profonda cultura
teologica, che avrebbe dovuto accompagnarsi ad uno stile di vita ascetico.
I domenicani iniziarono la loro opera come predicatori itineranti, poi l’ordine, stabilitosi
a Tolosa, ricevette l’approvazione di Onorio III nel 1216. A seguito del riconoscimento isti-
tuzionale, i domenicani si diffusero in tutta Europa, affiancando all’attività della predica-
zione quella dell’insegnamento nelle scuole e nelle università e, a partire dalla sua costitu-
zione, l’attività di indagine per i tribunali dell’Inquisizione. Noti come «frati predicatori»
per antonomasia, i domenicani si attenevano alla regola della povertà, in base alla quale
vivevano solo di elemosine, e ricevettero per questo motivo la definizione di «ordine men-
dicante», condivisa con i francescani [  T12]. Furono però anche estremamente colti: molti
dei pensatori della scolastica, come il filosofo e teologo Tommaso d’Aquino, appartennero
all’ordine dei domenicani.
La spiritualità L’ordine francescano nacque dall’esperienza di Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), che,
francescana dopo una gioventú passata nel benessere (era figlio di un ricco mercante), scelse di rompe-
re con la famiglia, rinunciare ai suoi beni e dedicarsi alla predicazione itinerante della pe-
nitenza, proponendo un modello di vita di povertà assoluta.
La sua figura carismatica e il suo esempio evangelico stimolarono la nascita di un movi-
mento di religiosità popolare rivolto in particolare ai piú poveri ed emarginati. Per testimo-
niare l’umiltà che contraddistingueva il loro stile di vita, i confratelli francescani si definiro-
no «frati minori», cioè i piú piccoli (minores) tra tutti.
L’approvazione Nel 1210, Francesco ottenne da papa Innocenzo III l’autorizzazione verbale a continuare la
della regola sua predicazione, ma solo nel 1223 Onorio III approvò ufficialmente la regola dell’or-
e la diffusione
dine francescano inserendolo a pieno titolo nell’organizzazione della Chiesa. Per raggiun-
gere questo riconoscimento, la regola, detta Regula bullata, ovvero «approvata», dovette
rinunciare agli aspetti piú radicali del francescanesimo originario [  T11].
La diffusione della confraternita fu testimoniata, nel 1213, dalla formazione di un gruppo
femminile guidato da Chiara d’Assisi, che assunse il nome di «clarisse». Dal 1217 i fran-
cescani si organizzarono in province, iniziando a predicare in Francia, Germania, Spagna
e Ungheria, benché in questi Paesi fossero spesso scambiati per eretici e perseguitati. Nel
1219 Francesco andò a testimoniare pacificamente la sua fede cristiana davanti ai musul-
mani.
I francescani Dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1226, all’interno dell’ordine francescano emer-
dopo Francesco sero due tendenze contrapposte:
❚❚ la tendenza rigorista condannava qualsiasi cedimento rispetto all’ideale della com-
pleta povertà, sia sul piano individuale sia su quello collettivo; i frati, presto definiti
«spirituali», dovevano vivere solo dei frutti del lavoro manuale e della mendicità;
questo francescanesimo, influenzato dalle teorie di Gioacchino da Fiore, ruppe con le
autorità della curia e fu perseguitato come eretico;
❚❚ la tendenza moderata, invece, era favorevole a un’interpretazione meno severa della
regola francescana e piú aperta rispetto alla pratica delle attività intellettuali; ricevette
il sostegno del papato che, in occasione del Concilio di Lione (1274), soppresse tutti
gli ordini mendicanti a eccezione dei domenicani e dei francescani moderati, definiti
«conventuali» [  T11]; ai conventi fu consentito il possesso dei beni e l’obbligo della
povertà fu prescritto solo ai singoli frati.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 153

Il successo dei nuovi ordini domenicani e francescani fu dovuto al fatto che essi ebbero
un impatto enorme sulla vita cittadina (diversamente dal monachesimo benedettino, che
si era sviluppato nelle campagne). Essi, infatti, si legarono spesso ai governi cittadini di im-
pronta popolare e riuscirono a coinvolgere laici in attività religiose.

GLI ORDINI MENDICANTI


Domenicani Francescani

Frati predicatori. Frati «minori».

Grande importanza attribuita allo Imitazione della vita apostolica


studio e al sapere. ed evangelica.

Attivi nelle università e nell’Inquisizione. Impegnati nell’evangelizzazione


popolare.

T E N D E N Z E   La vita quotidiana nel Medioevo

I
secoli studiati sin qui determinarono la storia politica, menti al pianterreno erano selciati o lastricati a mattoni
economica e istituzionale dell’Occidente. Accanto ai in cocciopesto; al piano superiore erano di legno, o a
grandi eventi storici deve essere però ricordata an- mattonelle grezze o maiolicate. A seconda dei casi vi si
che la vita privata degli uomini, che appartiene alla co- stendevano stuoie e tappeti o vi si spargevano fronde
siddetta microstoria. e fiori freschi. Naturalmente accanto ai palazzi signorili
La vita quotidiana nel Medioevo era differenziata a se- c’erano abitazioni miserevoli. La gente modesta si lavava
conda dei soggetti (laici, ecclesiastici ecc.) e degli in- in cucina nell’acquaio, il cui scarico finiva nell’orto o nel
numerevoli livelli (città, campagna ecc.), ma è possibile pozzo nero, che serviva anche da latrina.
fissare per essa alcuni caratteri comuni. Per quanto riguarda il cibo, l’abitudine generale era di
In questi secoli si smise di usare il fuoco all’aperto, grazie mangiare in comune, «a tagliare». Il cibo, cioè, era posto
all’invenzione e alla diffusione del camino, che riscal- su una fetta di pane o su un tagliere in legno usato da
dava a distanza, a differenza di quanto avveniva con il due commensali contemporaneamente, e cosí spartito.
braciere. Anche il lessico può aiutarci a comprendere Sulle tovaglie pochi erano i bicchieri e i coltelli; comin-
l’importanza attribuita al focolare: il termine «fuoco» en- ciarono a vedersi le forchette a due rebbi, ma gli uomini
trò in uso per definire lo stesso gruppo familiare che si di Chiesa avversavano questa posata, ritenendola stru-
riuniva accanto al camino (da qui la tassa del focatico, mento di mollezza.
versata da ogni famiglia). Pur con una certa varietà a seconda dei luoghi e delle abi-
La scansione del tempo aveva una base religiosa e alle tudini, vi furono alcuni alimenti base. Il maiale fu l’animale
campane spettava il compito di portarla a conoscenza da carne per eccellenza, la pecora l’animale da latte o, per
di tutti: la giornata era divisa in scansioni di tre ore, rag- meglio dire, da formaggio, mentre rimase scarsa la pre-
gruppate in 12 ore diurne e 12 notturne. Il succedersi senza di bovini (M. Montanari). Tra i prodotti vegetali, il
delle ore era legato al ritmo naturale: la prima ora veniva ruolo di base alimentare spettò ai cereali. Agli inizi del Me-
battuta al sorgere del sole, mentre il suono della dodice- dioevo entrarono in coltivazione due nuove piante, la se-
sima (chiamata vespro), segnava il calare della sera. gale e l’avena, che guadagnarono terreno rispetto a pian-
Il suono della campana alla terza ora (attorno alle 9) era il te tradizionali come il frumento e il farro. Nel XII secolo
segnale della colazione, cui seguiva la ripresa del lavoro iniziò a diffondersi, dalla Sicilia, l’esportazione della pasta
fino alla sesta ora. Le funzioni serali (i vespri) ponevano secca. Nella regione mediterranea la castagna, dalla quale
termine all’attività lavorativa, anche perché la mancanza si ricavava una sostanziosa farina, fu utilizzata come alter-
di illuminazione pubblica la rendeva impossibile. nativa ai cereali. La coltivazione delle leguminose, invece,
Per quanto riguarda le abitazioni restò fondamentale era imperniata su tre prodotti: il cece, la fava, il fagiolo, uti-
l’uso del legno per muri e tetti: la pietra non fu utilizza- lizzati in zuppe. Il repertorio delle verdure comprendeva
ta prima del XII secolo. Nei palazzi del Duecento, i pavi- cavoli, rape, radici, insalate, cipolle e aglio.

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154 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

A R C H I V I O
T1 | Il discorso di Urbano II a Clermont: la prima crociata
Da Fulcherio di Chartres, Historia Hierosolymitana, in Il movimento crociato, a cura di F. Cardini, Sansoni, Firenze, 1972, pp. 73-74.

L’appello lanciato alla fine del 1095 da papa Urbano II nel concilio di Clermont-Ferrand è stato considerato
il manifesto delle crociate, benché non ne esistano resoconti diretti e ufficiali, ma quattro versioni discor-
danti. Nel documento riportiamo le parole di Urbano II per come sono state tramandate dal cronista della
crociata, Fulcherio di Chartres. Si deve tenere presente che il discorso fu messo per iscritto anni dopo la
conquista di Gerusalemme: alcuni aspetti del discorso di Urbano II possono essere stati enfatizzati, attri-
buendogli dei significati che in origine non aveva. Le diverse fonti concordano comunque sulla sollecita-
zione del pontefice al pellegrinaggio in Terrasanta, visto come un itinerario spirituale oltre che come una
spedizione in aiuto dei cristiani d’Oriente, minacciati dagli infedeli. Nel 1095, infatti, i turchi erano padroni
dell’Anatolia orientale, della Siria e della Palestina, conquistate dopo la vittoria di Manzikert (1071).

Poiché, o figli di Dio, gli avete promesso di osservare tra Che vergogna sarebbe se gente cosí turpe, degenere, serva
voi la pace e di custodire fedelmente le leggi con maggior dei demoni, sconfiggesse uomini forniti di fede in Dio e resi
decisione di quanto siate soliti, è il caso d’impegnare la fulgidi dal nome di Cristo! E quante accuse il Signore stesso
forza della vostra onestà (ora che la correzione divina vi vi muoverà, se non aiutate chi come voi si trova nel novero
ha rinvigoriti) in qualche altro servizio a vantaggio di Dio dei cristiani! Si affrettino alla battaglia contro gli infedeli, che
e vostro. È necessario che vi affrettiate a soccorrere i vostri avrebbe già dovuto incominciare ed esser portata felicemen-
fratelli orientali1, che hanno bisogno del vostro aiuto e lo te a termine, coloro che prima erano soliti combattere illeci-
hanno spesso richiesto. Infatti, come a molti di voi è già tamente contro altri cristiani le loro guerre private! Diventi-
stato detto, i Turchi, gente che viene dalla Persia e che or- no cavalieri di Cristo, quelli che fino a ieri sono stati briganti!
mai ha moltiplicato le guerre occupando le terre cristiane Combattano a buon diritto contro i barbari, coloro che prima
sino ai confini della Romania2 uccidendo molti e renden- combattevano contro i fratelli e i consanguinei! Consegua-
doli schiavi, rovinando le chiese, devastando il regno di no un premio eterno, coloro che hanno fatto il mercenario
Dio, sono giunti fino al Mediterraneo cioè al Braccio di San per pochi soldi! Quelli che si stancavano danneggiandosi
Giorgio3. Se li lasciate agire ancora per un poco, continue- anima e corpo, s’impegnino una buona volta per la salute
ranno ad avanzare opprimendo il popolo di Dio. di entrambi! Poiché quelli che sono qui tristi e poveri, là sa-
Per la qual cosa insistentemente vi esorto – anzi non sono ranno lieti e ricchi; quelli che sono qui avversari del Signore,
io a farlo, ma il Signore – affinché voi persuadiate con con- là gli saranno amici. Né indugino a muoversi: ma, passato
tinui incitamenti, come araldi di Cristo4, tutti, di qualunque quest’inverno, affittino i propri beni per procurarsi il neces-
ordine (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano sario al viaggio e si mettano risolutamente in cammino.
subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre
quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando 1. fratelli orientali: i cristiani della Chiesa ortodossa d’Oriente.
agli assenti, ma è Cristo che lo vuole. Per tutti quelli che 2. Romania: i territori dell’Impero bizantino, i cui abitanti si definivano
partiranno, se incontreranno la morte in viaggio o durante «romani».
3. Braccio di San Giorgio: lo Stretto del Bosforo.
la traversata o in battaglia contro gli infedeli, vi sarà l’im-
4. araldi di Cristo: i sacerdoti. Il pontefice intende la crociata come una
mediata remissione dei peccati: ciò io accordo ai partenti militanza (soldati di Cristo). In questo contesto Urbano II si rivolge agli
per l’autorità che Dio mi concede. ecclesiastici presenti a Clermont.

T2 | Il modello teocratico: la similitudine del sole e della luna


Da Innocenzo III, Sicut universitatis conditor, in M. Maccarone, Chiesa e Stato nella dottrina di papa Innocenzo III, a cura della Facoltà
teologica del Pont. Ateneo del Laterano, Roma, 1940, p. 106.

Innocenzo III, nella lettera Sicut universitatis conditor (Come il fondatore dell’universo) del 30 ottobre
1198, afferma il primato dell’autorità papale ricorrendo alla famosa similitudine del sole e della luna.
Come la luna riceve la sua luce dal sole ed è quindi a esso inferiore, cosí il potere regio è inferiore all’au-

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 155

torità pontificia, dalla quale deriva la sua dignità. Ciò è valido soprattutto per l’Italia, ove è posta la Sede
Apostolica: il pontefice richiama dunque l’imperatore a sottomettersi al volere del papa, poiché ogni-
qualvolta egli si allontana dalle disposizioni papali anche il suo potere temporale risulta indebolito.

Come Dio, creatore dell’universo, ha creato due grandi lu- si adorna, e quanto piú ne è distante tanto meno acquista
ci nel firmamento del cielo, la piú grande per presiedere al in splendore. Ambedue questi poteri hanno avuto collocata
giorno e la piú piccola per presiedere alla notte, cosí egli ha la sede del loro primato in Italia, il qual paese quindi otten-
stabilito nel firmamento della Chiesa universale, espressa ne la precedenza su ogni altro per divina disposizione. E
dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presie- perciò, se pure noi dobbiamo estendere l’attenzione della
dere – per cosí dire – ai giorni cioè alle anime, e la mino- nostra provvidenza a tutte le province, tuttavia dobbiamo
re a presiedere alle notti cioè ai corpi. Esse sono l’autorità con particolare e paterna sollecitudine provvedere all’Italia,
pontificia e il potere regio. Cosí, come la luna riceve la sua dove furono poste le fondamenta della religione cristiana e
luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità dove l’eccellenza del sacerdozio e della dignità si esalta con
e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio la supremazia della Santa Sede [...].
deriva dall’autorità papale lo splendore della propria digni- Data in Laterano il terzo giorno prima delle calende di
tà e quanto piú è con essa a contatto, di tanto maggior luce novembre.

T3 | La Pace di Costanza tra Federico I e i comuni


Da Monumenta Germaniae Historica, Leges, VI/1, in Documenti e testimonianze, a cura di F. Gaeta, P. Villani, Principato, Milano, 1971,
pp. 185-187.

La Pace di Costanza del 1183 segnò la riconciliazione tra il potere particolaristico dei comuni e quel-
lo universalistico dell’impero. Dalla premessa del documento emerge l’atteggiamento clemente di
Federico Barbarossa, ma la pace rappresentò nei fatti una vittoria dei comuni sull’imperatore. Ad essi,
infatti, furono riconosciuti i diritti a esercitare le regalie, a creare i propri magistrati e a battere moneta.
La legittimazione dell’autonomia comunale fu inquadrata nel rispetto della sovranità dell’imperatore,
ma a lui rimase solo il diritto di esigere dai comuni il fodro.

In nome della santa e individua Trinità. Federico per grazia e munita del Nostro sigillo. Il testo è il seguente:
di Dio imperatore e il figlio Enrico VI augusto re dei Roma- [1] Noi [...] concediamo a voi, città, terre e persone della
ni1. La mansuetudine e serenità della Clemenza imperiale2 Lega i diritti regali3 e i vostri statuti [consuetudines] tanto
suole distribuire il favore della sua grazia tra i sudditi in nell’ambito della città quanto nel contado [...] per sempre;
guisa che, pur dovendo e potendo punire con stretta seve- cioè: restino immutati, nella città, tutti i diritti che fin qui
rità i delitti eccessivi, tuttavia preferisce governare l’Impero avete esercitato ed esercitate; nel contado, possiate eserci-
nella pace che dà una gradita tranquillità e nei sentimenti tare tutti i diritti consuetudinari [statutari] che avete eser-
di una affettuosa mitezza; e ricondurre i ribelli dalla loro citati ab antiquo; come fodro, usi su boschi, pascoli, ponti,
protervia alla fede e all’ossequio dovuti. acque, mulini, diritto di raccogliere eserciti e far difese del-
Pertanto sappiano tutti i fedeli, tanto quelli dei nostri gior- le città; per quanto riguarda la giurisdizione, l’abbiate tan-
ni quanto i posteri, che per sola grazia della Nostra bontà, to nelle cause criminali che nelle civili, in città e nel conta-
aprendo il nostro cuore naturalmente pietoso alle [proffer- do; e tutti gli altri diritti che toccano la vita economica
te di] fedeltà e devozione dei Lombardi, che pur avevano delle città. [...]
offeso Noi e il nostro impero, accogliamo nella piena no- [5] Restino ferme le concessioni, a qualsiasi titolo, fatte pri-
stra grazia essi, la loro Lega e i loro fautori; con clemenza ma della guerra da Noi o da nostri predecessori a vescovi,
rimettiamo ad essi tutte le offese e colpe che ci avevano
mosso ad ira; per i fedeli e devoti servizi, che siamo sicuri 1. re dei Romani: titolo attribuito al principe designato come erede
dell’Impero.
di avere da loro, li numeriamo tra i nostri fedeli. Perciò ab-
2. della Clemenza imperiale: dell’imperatore, che si dimostra clemente
biamo ordinato che questa pace da Noi per nostra clemen- nei confronti dei sudditi.
za concessa loro sia trascritta in questo foglio e sottoscritta 3. diritti regali: regalie.

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156 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

chiese, città o a persone, laiche o ecclesiastiche; si conti- rispondere il fodro consueto quelli che sogliono e debbo-
nuino a prestare i servizi feudali, per esse, ma non si presti no corrisponderlo, al tempo debito. E tanto per il nostro
tributo in danaro. [...] viaggio di andata che per quello di ritorno ci restaureranno
[8] In quei Comuni nei quali il vescovo è conte per privi- ponti e vie lealmente, senza inganni e in modo sufficien-
legio imperiale o regio, se i consoli sogliono essere inve- te; cosí come in buona fede e senza inganni ci forniranno
stiti del consolato dai vescovi, si continui nell’usanza; al- sufficienti approvvigionamenti. [...]
trimenti, l’investitura venga da Noi, per mezzo dei nostri [36] Sono compresi in questa pace i seguenti Comuni: Ver-
inviati con validità quinquennale. Tutte le investiture siano celli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova,Ve-
gratuite. [...] rona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena,
[11] I consoli dei Comuni, prima di entrare in carica, pre- Reggio, Parma, Piacenza. [...]
stino giuramento di fedeltà a Noi. [...] [41] Questi sono i Comuni che accettarono, sotto garanzia
[16] Non ci fermeremo mai piú del necessario in un Co- della Lega dei Lombardi, e giurarono la pace: Pavia, Cre-
mune per non danneggiarlo. mona, Crema, Tortona, Asti, Cèsara, Genova, Alba e altri
[17] I Comuni potranno fortificare città e contado. [...] Comuni, terre e persone che furono e sono nostri parti-
[29] Quando Noi veniamo in Lombardia, ci dovranno cor- giani.

T4 | La bolla Unam Sanctam


Da Bonifacio VIII, Unam Sanctam, in S.Z. Ehler, J.B. Morral, Chiesa e Stato attraverso i secoli, Principato, Milano, 1958,
pp. 122-125.

La bolla Unam Sanctam (1302) è un testo classico dell’analisi storiografica sul papato medievale e, per molto tem-
po, ha rappresentato l’unico testo sul quale si sono concentrati gli storici per comprendere il pensiero di Bonifa-
cio VIII. Benché in seguito si sia riscontrato che alcune affermazioni contenute in questo testo fossero comparse
prima della bolla nelle pagine di altri autori, ad esempio Egidio Romano e Tommaso d’Aquino, la Unam Sanctam
Ecclesiam (questo il titolo completo) piú di ogni altro scritto riassume la visione universalista e teocratica del pa-
pato, portandola alle sue estreme conseguenze. La Chiesa è definita senza dubbio dal pontefice l’unica detentri-
ce legittima del potere spirituale e di quello temporale, che solo per sua delega può essere conferito ai príncipi.
Notevole appare il fatto che Bonifacio VIII ribadisca con forza questa dottrina, che si radicava nella riforma gre-
goriana, in un momento storico in cui le autorità politiche di stampo universalistico – Chiesa e impero – erano
in realtà già in declino, rispetto alle nascenti monarchie nazionali.

C
he ci sia una ed una sola Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica
noi siamo costretti a credere ed a professare, spingendoci a ciò
la nostra fede, e noi questo crediamo fermamente e con sem-
plicità professiamo, ed anche che non ci sia salvezza e remissione dei
nostri peccati fuori di lei [...].
In questa unica e sola Chiesa ci sono un solo corpo ed una sola testa,
non due, come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro; perché il Si-
gnore disse a Pietro: «Pasci il mio gregge». «Il mio gregge» Egli disse,
parlando in generale e non in particolare di questo o quel gregge; cosí
è ben chiaro, che Egli gli affidò tutto il suo gregge. Se perciò i Greci od
altri affermano di non essere stati affidati a Pietro e ai suoi successori,
essi confessano di non essere del gregge di Cristo, perché il Signore
Il pontefice si richiama al dice in Giovanni che c’è un solo ovile, un solo e unico pastore. Bonifacio VIII fa ricorso alla
testo evangelico per dare metafora delle due spade
fondamento ed esporre
Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo per esemplificare la pre-
delle motivazioni alla sua potere ci sono due spade, perché, quando gli Apostoli dissero: «Ecco senza di due poteri: pote-
teoria. re spirituale e potere tem-
qui due spade» – che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apo- porale.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 157

stoli a parlare – il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano
sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha
È un’estremizzazione del malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: «Rimetti la
preteso universalismo
papale: entrambi i poteri tua spada nel fodere». Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la
sono affidati dal Signore spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata
alla Chiesa. L’autorità po-
litica, pertanto, riceve il per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la prima dal clero, la seconda dalla
suo potere solo tramite È il consenso.
mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del
l’intercessione del ponte-
fice, che ne è il legittimo clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’au-
detentore.
torità temporale sia soggetta a quella spirituale [...].
È la formulazione chiara
Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il dell’ideale teocratico, che
stabilisce la superiorità
potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se dell’autorità spirituale su
erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato sola- quella temporale.

mente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l’Apostolo:


«L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato
da alcun uomo», perché questa autorità, benché data agli uomini ed
esercitata dagli uomini, non è umana, ma senz’altro divina, essendo
stata data a Pietro per bocca di Dio e fondata per lui ed i suoi succes-
sori su una roccia, che egli confessò, quando il Signore disse allo stes-
so Pietro: «Qualunque cosa tu legherai...». Perciò chiunque si oppone
a questo potere istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio, a meno
che non pretenda, come i Manichei, che ci sono due principii; il che
noi affermiamo falso ed eretico, poiché – come dice Mosè – non nei
principii, ma «nel principio» Dio creò il cielo e la terra. Quindi noi di-
chiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente
necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sotto-
messa al Pontefice di Roma.
Data in Laterano, nell’ottavo anno del nostro Pontificato.

ANALISI GUIDATA DELLA FONTE


◗◗Comprendere secolo prima, che esprime con una similitudine la superiorità del
1. Fai la schedatura del documento, seguendo lo schema propo- pontefice sull’autorità politica. Di quale documento si tratta e
sto nell’Introduzione. chi ne fu autore? Rintraccialo nell’Archivio e sottolinea la similitu-
dine mediante la quale in esso viene espresso l’ideale teocratico.
2. Che cosa si afferma nella bolla?
6. Quale altra elaborazione teorica, di cui si è parlato nei capitoli
3. A quali fonti autorevoli si rifà il pontefice per sostenere la sua
precedenti, aveva portato avanti la stessa concezione?
teoria?
7. Contrapposta a queste teorie che affermavano la superiori-
◗◗Analizzare tà dell’autorità papale, si sviluppa nel Medioevo la cosiddetta
4. In quale contesto storico-politico si inserisce la promulgazione «teoria dei due soli», a favore della quale si schiera, tra gli altri,
del documento da parte del pontefice? Che cosa intendeva Dante Alighieri. Che cosa sosteneva? Fai una ricerca che appro-
contrastare? Esiste, a tuo parere, una connessione tra il conte- fondisca l’argomento, rifacendoti anche a quanto studiato con
sto storico in cui nasce il documento e la forza delle sue affer- l’insegnante di italiano e corredandola di opportuni riferimenti
mazioni, sicuramente piú estreme di quelle contenute in altri ai testi danteschi. Dopo aver fatto ciò, inserisci in una tabella a
documenti dello stesso tipo? doppia entrata i dati in tuo possesso per istituire un confronto
schematico tra le tre immagini che hai individuato, mettendo
◗◗Stabilire relazioni
in evidenza quale concetto vogliono esprimere e chi sono i
5. Il testo che hai appena letto si presta a un parallelo immediato loro autori/sostenitori.
con un altro documento di elaborazione papale redatto circa un

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158 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

T5 | Le Costituzioni melfitane


Da Federico II, Liber Augustalis, in Historia diplomatica Friderici Secundi, in Documenti e testimonianze, a cura di F. Gaeta, P. Villani,
Principato, Milano, 1971, pp. 248-253.

Nell’agosto 1231, il parlamento del Regno di Sicilia riunito a Melfi promulgò le Costituzioni melfitane,
raccolte nel Liber Constitutionum Regni Siciliae (detto poi Liber Augustalis). Furono redatte dal ministro
di Federico II, Pier delle Vigne, e dall’arcivescovo di Capua Iacopo. Scopo delle Costituzioni era trasfor-
mare il Regno di Sicilia da Stato feudale a Stato moderno, razionale ed efficiente, secondo la concezio-
ne accentratrice del sovrano. Il documento che segue mette in evidenza proprio la centralizzazione
del governo del regno siciliano e la limitazione di poteri baronali e autonomie locali.

Proemio so pubblica guerra nel regno, abbia confiscati i suoi beni e


[...] Pertanto, poiché il regno di Sicilia [...] sia per la debo- sia punito con la morte. Chi poi avrà compiuto presaglie o
lezza della nostra età, sia per la nostra assenza, è stato fi- rappresaglie, sia condannato alla perdita di metà di tutti i
nora lacerato dall’impeto delle passate turbolenze, abbia- suoi beni. [...]
mo ritenuto degno provvedere con ogni cura alla sua pace
[I, 31] dell’osservanza della giustizia
e all’osservanza della giustizia. Perciò disponiamo che solo
I Quiriti5 [...] trasferirono il diritto di legiferare e il potere di
le presenti disposizioni emanate in nostro nome abbiano
governare al principe Romano, affinché dalla stessa persona
vigore nel nostro regno di Sicilia, e ordiniamo che – cassa-
che dal fastigio della fortuna imperiale a lei affidata gover-
ta1 ogni altra legge e consuetudine in contrasto con queste
nava i popoli con la propria autorità e dalla quale procede-
nostre costituzioni, come ormai superata – esse siano d’o-
va la difesa della giustizia procedesse anche l’origine della
ra innanzi da tutti inviolabilmente osservate. Nelle presenti
giustizia medesima. È pertanto evidente che, non tanto per
disposizioni abbiamo ordinato che fossero incluse le norme
utilità, ma per necessità, fu provveduto a che, unendosi nella
vigenti in precedenza nel regno di Sicilia e quelle da noi
stessa persona queste due cose: la fonte del diritto e la sua
promulgate, affinché non abbiano alcun vigore né alcuna
tutela, la forza non fosse separata dalla giustizia né la giu-
autorità, in giudizio e non in giudizio, quelle che non sono
stizia dalla forza. L’imperatore deve dunque essere padre e
comprese nel presente corpo delle nostre costituzioni. [...]
figlio, signore e ministro della giustizia. [...]. Ammaestrati
[I, 4] che nessuno si occupi delle azioni o delle decisioni pertanto da questa ponderata considerazione, noi, che dal-
del re la mano di Dio abbiamo ricevuto lo scettro dell’impero e il
Non bisogna discutere del giudizio, delle decisioni e delle governo del regno di Sicilia, annunciamo le decisioni della
disposizioni del re. Rientra infatti nella fattispecie del reato nostra sovrana volontà a tutti i nostri fedeli del regno pre-
di lesa maestà discutere dei suoi giudizi, delle sue azioni, detto: e cioè che ci sta a cuore di amministrare tra loro – a
delle sue decisioni e delle sue disposizioni e se chi egli ha tutti e ad ognuno, senza eccezione alcuna di persone – la
scelto e nominato [ad un ufficio] sia degno o no. [...] giustizia con pronto zelo, in modo che essi possano ovun-
que largamente ottenerla dai nostri ufficiali cui ne abbiamo
[I, 8] dell’osservanza della pace e della conservazione del-
affidata l’amministrazione. Ordiniamo che le loro compe-
la pace generale nel regno
tenze siano distinte e ne preponiamo alcuni alle cause civili,
L’osservanza della pace, che non può essere disgiunta dalla
altri ai procedimenti penali. [...]
giustizia e dalla quale la giustizia non può essere separa-
ta, ordiniamo che sia praticata da tutte e da ognuna delle [I, 49] che nessun prelato, conte o barone eserciti l’ufficio
parti del nostro regno, sicché nessuno d’ora innanzi debba di giustiziere
vendicare con la propria autorità le offese e i danni ricevuti Non vogliamo che nessuno usurpi con illegittima presunzio-
o che gli dovessero esser arrecati, né esercitare presaglie e ne ciò che spetta allo specifico onore e alla piena sovranità
rappresaglie2 né muovere guerra nel regno, ma secondo della nostra celsitudine6. Con questo editto della nostra pia
la regolare procedura giudiziaria porti la sua causa dinan-
zi al maestro giustiziere e ai giustizieri delle varie regioni 1. cassata: eliminata, cancellata.
o davanti ai camerari3 delle diverse località o ai baili4 o ai 2. presaglie e rappresaglie: azioni di offesa o di ritorsione.
signori, secondo che ad ognuno di essi compete la cogni- 3. camerari: pubblici ufficiali che controllavano il fisco e gestivano le con-
troversie sulle finanze.
zione della causa stessa. [...]
4. baili: pubblici ufficiali incaricati di varie mansioni, tra cui alcune giu-
diziarie.
[I, 9] di coloro che abbiano mosso guerra nel territorio del
5. Quiriti: i cittadini dell’antico Impero romano, dal quale l’imperatore
regno e della punizione delle rappresaglie medievale ricava il titolo di re dei Romani.
Il conte, il barone, il cavaliere e chiunque altro avrà mos- 6. celsitudine: eccellenza (in senso onorifico).

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 159

maestà, che avrà perpetua validità, proibiamo pertanto asso- che ci si rivolga invece al maestro giustiziere ed ai giustizieri
lutamente ai prelati, ai conti, ai baroni e ai militi e alle locali da noi nominati. Coloro che agiscano contro la presente no-
università di esercitare o di conferire nelle proprie terre ad stra proibizione e che nominino o che si facciano nominare
alcuno perché lo eserciti l’ufficio di giustiziere, e ordiniamo giustizieri, condanniamo alla confisca delle loro terre.

T6 | Il popolo come fonte della legge


Da Marsilio da Padova, Il difensore della pace, Utet, Torino, 1960, pp. 168-170.

Il Defensor pacis (Il difensore della pace) di Marsilio da Padova fu la maggiore opera di teoria politica del
Medioevo. Composto di tre parti, rappresenta la certificazione della fine dei poteri universali (impero
e Chiesa). Infatti, per Marsilio la sovranità risiedeva nel popolo, nella sua pars valentior, cioè la «parte
prevalente». Molto si è discusso sul valore che ebbe in Marsilio il concetto di pars valentior: secondo al-
cuni, ha un valore numerico, come se Marsilio anticipasse il moderno principio maggioritario, l’odierna
democrazia e il costituzionalismo. Piú specificamente, nell’opera, lo Stato ideale è pensato come entità
politica unitaria, la cui sovranità è esercitata su tutto il territorio e i sudditi, compresi gli ecclesiastici e i
nobili. Lo Stato, pertanto, deve agire solo attraverso la legge che origina dal popolo. Da ciò consegue
la concezione del rapporto tra Chiesa e Stato: la Chiesa è custode della legge divina e non ha potere
temporale. Essa è compresa nello Stato e subordinata alla sua legge: pertanto non ha ragione d’esi-
stere alcun primato del papa, che ha origine storiche e non divine.

D’accordo con la verità e l’opinione di Aristotele, nella Poli- leggi e alle altre cose stabilite per mezzo di elezioni, debbo-
tica, libro III, capitolo VI, diciamo che il legislatore, o la causa no essere apportate aggiunte, sottrazioni, mutamenti totali,
prima ed efficiente della legge1, è il popolo e l’intero cor- interpretazioni e sospensioni, solo da parte di questa stessa
po dei cittadini o la sua «parte prevalente» (pars valentior2) autorità, e solo in quanto le esigenze di tempo e di luogo o
mediante la sua elezione o volontà, espressa con le parole le altre circostanze rendano opportuna qualcuna di queste
nell’assemblea generale dei cittadini, che comanda che qual- azioni per il vantaggio comune. E le leggi debbono essere
cosa sia fatto o non fatto nei riguardi degli atti civili umani, promulgate e proclamate dopo la loro istituzione, sempre da
sotto la minaccia di una pena o punizione temporale. Con il parte di questa autorità, che nessun cittadino o straniero che
termine «parte prevalente», intendo prendere in considera- manchi di osservarle possa esser scusato per la sua ignoran-
zione non solo la quantità ma anche la qualità delle persone za. Chiamo «cittadino», secondo quanto dice Aristotele nella
in quella comunità per la quale viene istituita la legge; e il Politica, libro III, capitoli I, III e VI, colui che partecipa secondo
suddetto corpo dei cittadini o la sua parte prevalente è ap- il proprio rango alla comunità civile, al governo o alla funzio-
punto il legislatore, sia che faccia la legge da se stesso o inve- ne deliberativa o giudiziaria. Ma questa definizione esclude
ce ne attribuisca la funzione a qualche persona o persone, le appunto dal novero dei cittadini i fanciulli, gli schiavi, gli stra-
quali però non sono né possono essere il legislatore in senso nieri e le donne, sebbene questa esclusione avvenga secondo
assoluto, ma lo sono invece solo in senso relativo e per un un modo diverso. Difatti i figli dei cittadini sono anch’essi
periodo di tempo particolare e secondo l’autorità del primo cittadini in prossima potenza, perché manca loro soltanto il
legislatore. E dico poi, in conseguenza di questo, che le leggi requisito dell’età.
e qualsiasi altra cosa stabilita per mezzo di elezione devono
ricevere la loro necessaria approvazione da parte della stessa 1. causa prima ed efficiente della legge: ciò che è fondamento diretto
autorità prima e non di qualche altra3, al di là di certe cerimo- della legge.
nie o solennità che non sono necessarie per l’«essere» (esse) 2. pars valentior: la maggior parte dei cittadini e i migliori tra essi; l’e-
spressione ha valore al contempo quantitativo e qualitativo.
delle cose elette, ma soltanto per il loro «esser bene4» (bene
3. qualche altra: sottintende l’autorità religiosa.
esse), poiché l’elezione non sarebbe certo meno valida an- 4. esser bene: le cerimonie religiose hanno solo un carattere simbolico,
che se non venissero compiute queste cerimonie. Inoltre, alle che non costituisce di per sé l’autorità, ma la accompagna soltanto.

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160 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

E C O N O M I A   E   S O C I E TÀ
T7 | La vita quotidiana nel Medioevo: la cucina povera e ricca
Da M. Montanari, Gusti del Medioevo. I prodotti, la cucina, la tavola, Laterza, Bari-Roma, 2012, pp. 183-188.

tesi L’analisi del comportamento alimentare degli uomini medievali ci restituisce una fotografia dei
rapporti tra i diversi ceti: viene cosí meno il rigido schema ideologico che caratterizza la vita
sociale del Medioevo come costante opposizione tra livelli non comunicanti.

argomentazioni Nel Medioevo la cucina popolare e la cucina dei signori si contaminavano a vicenda, con alcuni
ingredienti comuni che venivano utilizzati anche in modi simili, magari con nomi diversi.

conclusioni I ricettari medievali, a partire dal XIV secolo, possono essere utilizzati come una utile fonte di
storia sociale, perché anche la cucina ha una valenza simbolica e ideologica.

La storia dell’alimentazione ha una forte valenza sociale, Sabadino degli Arienti, l’aglio «sempre è cibo rusticano», ma
che le fonti testimoniano in maniera piú o meno evidente «alle volte artificiosamente civile se fa, ponendose nel corpo
[...]. A tale valutazione sono giunto analizzando i libri di de li arostiti pavari1». Nel momento in cui l’aglio è conficca-
ricette, che compaiono in Italia a iniziare dal XIV secolo. to in un papero arrosto, la sua natura contadina «artificiosa-
Si tratta [...] di due principali famiglie di ricettari, una di mente» si modifica. Perciò l’agliata, la salsa a base di aglio
origine meridionale, che ha il suo capostipite nel Liber de pestato nel mortaio, tipica della cucina contadina, può com-
coquina prodotto alla corte angioina di Napoli (presumi- parire anche nei ricettari delle classi alte: un libro veneziano
bilmente su un archetipo siciliano di età sveva) e successi- del Trecento la propone «a ogni carne». Analogamente, la
vamente copiato, con aggiunte e varianti, in varie zone del ricetta dei «cavoli delicati a uso dei signori» contenuta nel
Centro e del Nord della penisola; una di origine toscana, Liber de coquina non manca di precisarne la destinazione
probabilmente senese, anch’essa diffusa in molte regioni d’uso come contorno delle carni: cum omnibus carnibus.
con adattamenti anche di tipo linguistico. [...] Il secondo segno della nobilitazione, oltre al gioco degli ac-
Il piú antico ricettario della penisola, il Liber de coquina, co- costamenti, consiste nell’arricchire il prodotto povero con
mincia dalle verdure e lo fa di proposito, intenzionalmente: un ingrediente prezioso – soprattutto le spezie. Si consi-
«Volendo qui trattare della cucina e dei diversi cibi, per pri- deri questa ricetta di un libro toscano del Trecento: «Togli
ma cosa cominceremo dalle cose piú facili e cioè dal genere raponcelli, bene bulliti in acqua, e poni a soffriggere con
delle verdure». Seguono dieci diverse ricette di cavolo, prima oglio, cipolla e sale; e quando sono cotti et apparecchiati,
di passare agli spinaci, ai finocchi e alle «foglie minute», e mettivi spezie in scudelle». [...]
piú oltre alle preparazioni a base di legumi: ceci, piselli, fave, Se la centralità delle verdure è uno dei caratteri dominanti
lenticchie, fagioli. Tutti cibi che nelle rappresentazioni lette- della cucina popolare [...] i cibi poveri per eccellenza sono le
rarie – nell’ideologia alimentare del Medioevo – appartengo- polente e le minestre di cereali inferiori, legumi, castagne,
no all’universo contadino. Ci troviamo dunque di fronte a elemento chiave di una cucina contraddistinta dal bisogno
un libro di cucina «popolare»? Certo che no: quella del Liber di riempire la pancia per garantirsi la sopravvivenza quoti-
è una cucina espressamente destinata alla classe signorile: diana. Eppure, anche questa cucina povera ha lasciato tracce
«prepara i cavoli delicati a uso dei signori», vi leggiamo, op- importanti nei ricettari rivolti alle classi alte. Le «fave infran-
pure: «le piccole foglie odorose si possono dare al signore». te» proposte agli inizi del Trecento dal napoletano Liber de
Lo scarto fra codici alimentari «pensati» e usi «reali» è evi- coquina non sono altro che una polenta di fave, come quel-
dente. Il contrasto è forte e necessita di segni altrettanto for- la che, talvolta sotto il nome di macco, un’ampia letteratura
ti per uscire dall’ambiguità, per rientrare nell’ambito di im- ci attesta tipica dell’alimentazione contadina. [...] I ricettari
magini «ideologicamente corrette». Il primo segno è quello medievali suggeriscono anche polente a base di avena, or-
degli accostamenti e delle modalità d’uso, che chiariscono zo, miglio, presentate talvolta come vivande «per malati»,
la destinazione sociale della vivanda. Il prodotto umile viene ossia semplici, essenziali, senza spezie aggiunte; e tuttavia,
nobilitato facendolo partecipe di un diverso sistema gastro- proprio per questo, vicine al modello di consumo popolare.
nomico e simbolico, quale semplice ingrediente – non pro-
tagonista – di vivande di pregio. Come si legge ancora in 1. pavari: giovani oche.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 161

T8 | Ambizioni ed economia nel regno crociato di Gerusalemme


Da G. Ligato, Sibilla, regina crociata, Bruno Mondadori, Milano, 2005, pp. 4-7.

tesi Nella fondazione del Regno di Gerusalemme confluirono istanze religiose e aspirazioni di
successo economico, che tuttavia furono solo parzialmente soddisfatte.

argomentazioni La città di Gerusalemme esercitava da secoli un forte fascino sulla religiosità medievale e fu
ricondotta sotto la tutela cristiana quando si verificarono le circostanze adeguate.
Nel complesso, le crociate furono un fenomeno estremamente costoso per gli europei.

conclusioni Nonostante la sua scarsa importanza economica, Gerusalemme godeva di un enorme prestigio.

L’idea di un ritorno a Gerusalemme era nata con la pro- corte monarchica sui vari fronti di guerra [...].
messa di giustizia finale fatta da Gesú e con l’annuncio Compresso fra un mare ostile (tanto che a chi moriva lungo
del giudizio che i cristiani avrebbero affrontato nella Città la navigazione il papato accordava gli stessi benefici spiri-
Santa; dopo la prima crociata si era giunti persino a ma- tuali previsti per i caduti in combattimento) e gli estremi
nipolare il Vangelo, attribuendo a Cristo la rivelazione che castelli-avamposto desertici, il regno aveva anche le sue at-
dopo un migliaio d’anni schiere di cavalieri sarebbero trazioni: anche se oggi è facile sostenere, come fa lo storico
giunte da Occidente per vendicare la sua Passione [...]. Ma francese Jacques Le Goff, che dalle crociate l’Occidente ha
al desiderio di porre i luoghi santi sotto sovranità cristiana ricavato solo l’albicocca, per molti europei quel «Far-West»
per tanto tempo non si era associata un’effettiva disponi- mediterraneo significò l’uscita dal sottosviluppo e da un si-
bilità di mezzi e neanche una mentalità adatta. [...] stema produttivo e politico privo di prospettive, con possibi-
Ma l’idea era rimasta, e con il passare delle generazioni l’at- lità di aperture commerciali e di benessere precedentemen-
tesa della fine dei tempi aveva contribuito a sostenere la te neppure concepite. Non tutti vi trovarono il paradiso sulla
visione di una Gerusalemme tolta agli infedeli, nella quale terra, e anzi le forme di sfruttamento delle risorse furono per
il popolo cristiano avrebbe aspettato il ritorno del Messia. molti aspetti ancora piú severe di quanto si era già visto in
Poiché l’attesa del Giudizio finale non bastava per affrontare Europa; dietro certe descrizioni idilliache di fortune create
le piú prosaiche esigenze materiali, si era dovuto attendere rapidamente e di patrimoni che gli antenati non avevano
anche lo sviluppo di istituzioni politiche e militari adegua- potuto nemmeno sognare si intravedono i segni di una so-
te, e soprattutto di un bisogno di andare verso Oriente, che cietà coloniale con leggi improntate al piú bieco apartheid
mettesse insieme l’ansia spirituale e le strutture politiche e nei riguardi delle minoranze etniche e soprattutto religiose,
tecniche necessarie: fu cosí che alla cristianità da sempre eppure per certi aspetti anche piú libera e tollerante rispetto
assetata di perdono e salvezza si affiancarono poco a poco all’Occidente, un nuovo mondo dove i rischi delle periodi-
un dinamismo economico e una pressione demografica che che controffensive islamiche erano compensati da un tenore
avrebbero moltiplicato la spinta di una spiritualità incande- di vita relativamente elevato [...]. I porti e gli scali commer-
scente, orientata verso la fine dei tempi che vasti strati della ciali, soprattutto Acri, rigurgitavano di articoli di ogni gene-
popolazione europea sentivano come imminente. [...] re, importati ed esportati: profumi, zafferano, cassia, carda-
Lontana dalle vie di commercio marittime e carovaniere, momo, mastica (la sostanza gommosa che fu l’antenata del
nel mezzo del pietroso deserto della Giudea e a circa metà dentifricio), allume, indaco, cotone, cuoio grezzo e lavorato,
strada fra il Mediterraneo e la depressione del Mar Morto, pepe, chiodi di garofano, borace, frutta secca, cotogne, mie-
Gerusalemme dovette il proprio sviluppo al ruolo di capi- le, oro, avorio, vetro, ferro, rame, marmo; la raffinata cerami-
tale religiosa prima ancora che politica; e sotto il dominio ca dipinta islamica era nel pieno della moda importata dalle
crociato la sua economia fu legata essenzialmente ai beni e repubbliche marinare, come attestano ancora oggi le chiese
ai servizi destinati ai pellegrini. Sul piano economico c’era italiane che ne recano, incastonati nelle proprie architetture,
molto piú da fare a Giaffa, a Tiro o ad Acri, dove i commer- superbi esemplari. Flotte da pesca solcavano i mari, soprat-
cianti italiani mantenevano attivo il cordone ombelicale tutto davanti a Tiro e ad Acri dove il monopolio era esercita-
che collegava il regno al resto della cristianità latina e cer- to dai pisani; le carovane dei mercanti musulmani, cariche
cavano di attirare sulle rispettive comunità i favori della dei prodotti dell’Africa e dell’Asia interne, in particolare la
corona; per non parlare delle esigenze belliche, che con seta, durante le tregue viaggiavano tranquillamente nelle
l’Egitto a sud-est, la Siria a nord e l’Oltregiordano a est regioni del regno franco [...].
reclamavano frequentemente la presenza dell’itinerante Ma il prestigio di Gerusalemme restava incomparabile.

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162 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

ISTITUZIONI POLITICHE E CULTURA
T9 | I diversi punti di vista del cristianesimo: il modello ierocratico
Da W. Ullmann, Il pensiero politico del Medioevo, Laterza, Roma-Bari, 1984, pp. 123-124.

tesi Nel pieno Medioevo i papi agirono come monarchi universali, sulla base del principio secondo il
quale i sovrani ricevevano il loro potere da Dio, per mezzo di Pietro, e dunque erano subordinati
all’autorità papale, proprio in quanto cristiani.

argomentazioni Il modello ierocratico o teocratico fu elaborato nei secoli XI-XIII con una serie di documenti
papali e teorie politiche.
La ierocrazia si basava sull’affermazione che il pontefice, nell’esercizio della sua giurisdizione,
emanasse leggi aventi valore universale e indispensabili per garantire l’ordine della società.
Il primo a teorizzare l’ideale ierocratico fu Gregorio VII, che infatti accentuò l’importanza del
governo della Chiesa attraverso le leggi.
La teocrazia bassomedievale trovava il suo antecedente nella concezione di papa Gelasio I (492-
496), secondo la quale i titolari del potere spirituale dovevano rispondere davanti al tribunale
divino anche delle azioni dei sovrani temporali.

conclusioni La dottrina teocratica si specificò nel corso del Medioevo, attribuendo progressiva importanza
all’elaborazione e all’applicazione della legge: essa divenne a tutti gli effetti una concezione
politica.

Può essere utile esporre nelle sue linee essenziali la dot- caratteristica preminente della dottrina ierocratica; in altri
trina ierocratica1, secondo la quale il pontefice, in quanto termini, il principio della divisione dei compiti costituiva
successore di san Pietro, aveva il diritto e il dovere di gui- una componente fondamentale di questa concezione. Il su-
dare la comunità dei fedeli. I mezzi per assolvere questo premo controllo direttivo, l’autorità suprema – o sovranità –
compito erano le leggi da lui emanate nell’esercizio della spettava al pontefice, il quale, collocato com’era al di fuori e
sua suprema funzione giurisdizionale, di cui si rivendicava al di sopra della comunità dei fedeli, le dava le direttive e ne
l’universale validità, e che riguardavano tutto ciò che aveva guidava il cammino, come un «pilota» (gubernator).
a che fare con gli interessi vitali e la struttura della socie- In questa dottrina è altresí degno di nota il modo allegori-
tà cristiana. Naturalmente, dal punto di vista ierocratico, co di esprimere il rapporto tra il clero e i laici; si faceva co-
spettava al pontefice stabilire che cosa si dovesse intendere stantemente ricorso alla metafora dell’anima e del corpo.
per interesse della società, quali fatti, circostanze, azioni e L’allegoria anima-corpus era continuamente chiamata in
situazioni fossero per essa di importanza vitale. Egli era il campo per dimostrare l’inferiorità dei laici e la superiorità
«giudice ordinario» e rivendicava a sé la capacità specifica del clero, per sostenere che, proprio come l’anima governa
di giudicare quando si richiedeva un atto legislativo. Il ruolo il corpo, il clero doveva governare i laici, con la conseguen-
del pontefice era quello di un vero monarca che esercitava za che – come affermò per esempio il cardinale Umberto2
il governo della comunità a lui affidata. Un altro carattere verso la metà del secolo XI – i re erano il braccio secolare
essenziale di questa dottrina era la graduazione gerarchica del clero, perché quest’ultimo rappresentava l’occhio della
degli uffici, che avrebbe dovuto assicurare l’ordine e il buon Chiesa, che giudicava ciò che era opportuno fare. [...]
funzionamento della vita sociale. Essa affermava che l’or- L’ideologia ierocratica, che raggiunse la sua piena matura-
dine sarebbe stato mantenuto se nessuno avesse varcato i zione a partire dal pontificato di Gregorio VII (1073-1085),
limiti del campo che gli era stato assegnato. Sia i re che i tendeva ad accentuare l’importanza della legge; in effetti il
vescovi avevano i loro compiti specifici: se gli uni o gli altri papa arrivò al punto di affermare dogmaticamente che era
si fossero immischiati o avessero interferito nelle faccende
che non competevano loro, l’ordine sarebbe stato compro- 1. dottrina ierocratica: deriva dal greco hieròs («sacro») e si riferisce al go-
verno politico degli ecclesiastici. La teoria ierocratica afferma la legittimità
messo e al suo posto sarebbe subentrato il disordine. La dell’autorità politica del pontefice e dei sacerdoti.
delimitazione delle attività in base alle competenze era la 2. Umberto: si riferisce a Umberto di Silva Candida.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 163

stata la «disciplina della legge» a guidare i re sul sentiero giudicare quali fossero gli atti peccaminosi.
della salvezza. [...] [...] La stessa idea che i re avevano di se stessi – «re per
Il programma ierocratico nella sua forma piú matura speci- grazia di Dio» – costituiva una conferma della dottrina pa-
ficava che il pontefice riteneva di dover esercitare la propria pale: infatti, secondo la vecchia concezione gelasiana3, i
giurisdizione soltanto quando tale intervento fosse richie- papi dovevano rendere conto di come i re assolvevano il
sto da fondamentali e vitali interessi della comunità dei loro compito e perciò il pontefice, se a suo giudizio es-
fedeli. Innocenzo III ha espresso questo principio meglio si abusavano del loro potere, si considerava autorizzato a
di chiunque altro, nell’incisivo linguaggio che gli è proprio: intervenire, o addirittura rimuovendo il re dalla sua carica,
egli affermava che le questioni feudali in sé non riguarda- oppure infliggendogli una censura ecclesiastica.
vano la giurisdizione del pontefice, che si esercitava invece
di pieno diritto nei confronti di qualsiasi atto peccaminoso. 3. concezione gelasiana: propria di papa Gelasio I (492-496). Secondo la
Ratione peccati («ove vi sia colpa») era l’espressione tecnica dottrina di Gelasio, vi sono due «poteri»: quello spirituale e quello tempo-
rale; nel reciproco rapporto il primo è piú importante, in quanto i titolari
usata per indicare il campo della giurisdizione preminente del potere spirituale devono rispondere davanti al tribunale divino anche
del pontefice. Naturalmente, spettava allo stesso pontefice dell’operato dei sovrani temporali.

T10 | Le motivazioni delle crociate


Da J. Flori, Le crociate, il Mulino, Bologna, 2003, pp. 75-76.

tesi Le crociate ebbero motivazioni materiali e spirituali. Tuttavia le sole ragioni materiali non sono
sufficienti a spiegare la grande adesione alla prima crociata.

argomentazioni I grandi feudatari avevano ben poco da guadagnare dalle terre dei luoghi santi e solo pochi
individui non altolocati ebbero modo di arricchirsi.
Le motivazioni spirituali furono piú convincenti: ci fu chi partí per ottenere la remissione dei
peccati, chi legò la fede al giuramento vassallatico, mentre altri pensarono di guadagnarsi la
salvezza eterna con il martirio.

conclusioni Proprio l’attesa escatologica (il destino dopo la morte e la fede nella salvezza eterna) fu la spinta
principale delle crociate, in coerenza con lo spirito del tempo.

Ci può essere un insieme di motivazioni. Né possiamo tutto o in parte i suoi possedimenti. I príncipi, come Gof-
escludere che ci siano state anche motivazioni di carattere fredo, Stefano di Blois, Raimondo di Saint-Gilles e Roberto
materiale, perfino durante la prima crociata, nonostante il di Normandia, che affida per 5 anni al fratello il governo
costo elevatissimo del viaggio e dell’equipaggiamento, che del suo ducato, in cambio di 10.000 marchi d’argento, han-
costringe la famiglia del crociato a vendere o impegnare in no ben poco da guadagnare nelle terre d’Oltremare. Ma le
persone che non sono altolocate possono anche accarez-
zare l’idea di acquisire delle proprietà e salire di grado. E
alcune ci riescono, ne abbiamo la prova. Altre ancora, sem-
plici soldati, possono sperare di arricchirsi col bottino. Ma
si tratta di motivazioni secondarie. Gli interessi materiali
non spiegano l’adesione alla crociata.
I motivi di ordine spirituale sono sicuramente maggiori:
ci sono alcuni che partono come pellegrini penitenti, per
imposizione ecclesiastica, al fine di ottenere la remissione
dei peccati. Dopo il 1095, come abbiamo visto, la crociata
si sostituisce a ogni altra penitenza, sebbene non si possa
ancora parlare di indulgenza, un concetto che si definisce
◗◗ I monaci benedicono la partenza dei cavalieri crociati un po’ piú avanti.
per la Terrasanta. Londra, The British Library, XIV secolo. Altre motivazioni sono l’attrazione esercitata dall’Oriente

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164 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

e il gusto dell’esotismo, anche se discutibile, e soprattutto sepolcro profanato. I soldati che servono in questo modo
l’amicizia, il cameratismo, la fedeltà vassallatica che porta il loro Signore danno la vita per amor Suo e del prossimo,
il vassallo ad accompagnare il suo signore. Ed è prepon- per amore dei loro fratelli cristiani, in una guerra santa che
derante poi la fede, che viene vista dai soldati come un merita una ricompensa: e ne deriva naturalmente il con-
amoroso legame di tipo vassallatico, un impegno dei fedeli cetto di martirio per ogni soldato morto in combattimento,
verso il loro Signore che li ha salvati dalla morte e si aspet- anche se tale concetto, al tempo della prima crociata, non è
ta un impegno armato capace di vendicarlo, di ristabilire il ancora apertamente dichiarato nella dottrina della Chiesa.
Suo onore a fronte del disprezzo degli infedeli Suoi nemici, E non dobbiamo dimenticare un ultimo elemento, che è
di ripristinare i Suoi diritti su un’eredità spogliata e su un stato spesso trascurato: l’attesa escatologica [...].

T11 | I cambiamenti del cristianesimo: dai monaci ai frati


Da R. Bordone, G. Sergi, Dieci secoli di Medioevo, Einaudi, Torino, 2009, pp. 324-326.

tesi Nel XIII secolo l’inquadramento degli ordini mendicanti si inserí in un’importante spinta alla
gestione dei fermenti religiosi e comportò una vera semplificazione per il fedele, che poté
distinguere bene tra monaci, preti e frati.

argomentazioni Il Concilio di Lione del 1274 accettò nel corpo della Chiesa gli ordini francescani e domenicani.
L’aggettivo «ecclesiastico» diventò sinonimo esclusivo di chi curava le anime istituzionalmente.

conclusioni Dal XIII secolo l’introduzione di termini distinti ha permesso di comprendere meglio i concetti
religiosi.

L’impegno di Innocenzo [III] e dei vertici della Chiesa era Cristo era ricondotto alle pratiche evangeliche e apostoli-
duplice: repressione nei confronti dello spontaneismo re- che. Questo ordine di frati minori (poi francescani) non si
ligioso, ma parallela disponibilità a tollerare – regolamen- forgiò con la lotta antiereticale (a differenza dei domeni-
tandola – la pratica della mendicità itinerante da parte di cani), né con la contestazione dell’apparato sacerdotale (a
ordini che rinunciavano a proventi fondiari e signorili, pre- differenza dei movimenti pauperistici). [...] Innocenzo III
dicando la povertà non soltanto dei singoli religiosi ma scelse, per inquadrare il movimento, di imporre a France-
anche dei loro enti d’appartenenza. sco obblighi di stabilitas di origine monastica (il centro di-
Queste spinte dei mendicanti – che si collocavano ai mar- venne la chiesa della Porziuncola, presso Assisi) e di dare
gini dell’ortodossia contestandola solo occasionalmente appoggio a iniziative di evangelizzazione (fra gli irrequieti
– si manifesta­rono in forme varie. Lo spagnolo Domenico fedeli transalpini e fra i musulmani del Vicino Oriente),
di Guzmán, duro avversario dei càtari e collaboratore del decise in un capitolo generale dei frati minori del 1217.
vescovo di Tolosa, si con­vinse che la lotta antiereticale do- Una prima «regola» redatta da Francesco (1221) non in-
veva trarre forza dall’esempio: doveva essere esemplare contrò il favore di Roma, mentre una Regula bullata del
la condotta di vita dei religiosi e doveva essere solida la 1223 fu ratificata da papa Onorio III. Quando Francesco
loro cultura teologica; la predicazione preventiva, dotta morí, nel 1226, l’istituzionalizzazione dell’ordine aveva
e convincente, poteva essere piú efficace della repressio- forse messo fra parentesi alcune delle tensioni originarie,
ne, o almeno doveva affiancarla. Si andò strutturando un che certamente divennero secondarie nei decenni suc-
ordine dei frati predicatori (poi definiti domenicani), rico- cessivi: tuttavia occorre riconoscere che una propensione
nosciuto da papa Onorio III nel 1216 e poi organizzato all’ammorbidimento della predicazione era già implicito
in due capitoli generali tenutisi a Bologna nel 1220 e nel nella convinta adesione del fondatore all’idea del rispetto
1221. e dell’«obbedienza» alla gerarchia ecclesiastica.
Negli stessi anni ebbe efficacia la predicazione di France- Il secolo XIII contiene due momenti molto significativi del
sco d’Assisi, figlio di un mercante, che coinvolse vari se- processo di inquadramento delle irrequietezze religiose.
guaci nel praticare e predicare ideali di povertà, di peniten- [...]. In un concilio di Lione del 1274 si stabilí che, fra i di-
za e di contemplazione, con un umanissimo interesse per versi movimenti d’ispirazione critica e animati da spirito di
gli umili e per i malati, attraverso i quali il colloquio con il ricerca di una piú pura religiosità, potevano essere accettati

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 165

solo quelli per cui erano stati ritagliati un posto e funzione clesiastici, ma non escludendo monasteri e altri centri spi-
nel corpo complessivo della Chiesa: fra questi soprattutto rituali). Nel considerare gli anni dal secolo XIII in poi sono
domenicani e francescani. necessarie ulteriori distinzioni terminologico-concettuali:
L’inquadramento degli ordini mendicanti è all’origine del- i frati non sono monaci (le regole monastiche in generale e
le semplificazioni con le quali i fedeli hanno poi guardato, benedettina in particolare non sono la loro norma di vita),
per secoli, alle forme organizzate della religiosità: è diffi- i conventi sono soltanto quelli dei frati, che anche nel de-
cile chiedere al cattolico «semplice» di distinguere fra loro finire le residenze al centro della loro pratica di itineranza
preti, monaci e frati. L’aggettivo «ecclesiastico» deve essere (di predicazione e di mendicità) hanno abbandonato le
riferito solo a chi ha istituzionalmente il compito di «cura nozioni di «abbazia» e di «monastero». Anche da questi
d’anime»; si devono definire enti ecclesiastici solo le sedi segnali si può giudicare l’impegno piú sociale dei frati, per
vescovili, le pievi, le parrocchie, le chiese con altare e fonte cui erano secondarie le componenti monastiche di separa-
battesimale; i luoghi in cui è esercitata la preghiera devono tezza dal mondo, di ricerca della perfezione e di preghiera
essere definiti enti religiosi (comprendendo cosí gli enti ec- per se stessi e per i benefattori.

T12 | La specificità degli ordini mendicanti


Da L. Hertling, A. Bulla, Storia della chiesa, Città Nuova Editrice, Roma, 2001, pp. 218-219.

tesi Gli ordini mendicanti costituirono una radicale innovazione nel rapporto tra la Chiesa e i fedeli.

argomentazioni Gli ordini mendicanti affermarono per la prima volta il principio della povertà dei conventi e
abbandonarono il principio della stabilità del luogo, caratteristico degli ordini monastici.
Gli ordini mendicanti si rivolsero a fasce sociali prima escluse o marginalizzate (contadini, donne,
bambini, carcerati ecc.) e lo fecero con mezzi innovativi (i laici coinvolti nella cura d’anime).

conclusioni Gli ordini mendicanti furono la risposta, in ambito religioso, alle trasformazioni che la società
medievale stava attraversando nel campo politico e socio-economico.

Dopo appena un secolo dalla loro fondazione, i domeni- corrispondeva alle esigenze dei mutamenti sociali in cor-
cani contavano 21 province e 562 case. Quanto ai france- so. I mendicanti vivevano tra la gente, non piú come so-
scani, benché intralciati dal conflitto per la povertà e dalle lenni ecclesiastici, signori feudali, ma come fratelli tra i
divisioni interne che ne seguirono, a metà del XV secolo il loro pari. Esercitavano la cura d’anime valendosi non di
piú forte dei loro rami, gli osservanti, contava oltre 20.000 diritti, bensí di reciproca fiducia. La gente non aveva piú
membri e 1.400 conventi. [...] bisogno di recarsi da loro, perché erano loro stessi a recar-
Ciò che di sostanzialmente nuovo presentavano gli ordini si dalla gente. Con loro, perciò, la predicazione acquista
mendicanti non era la povertà personale dei singoli mem- un posto importantissimo fin dagli inizi: essi non voglio-
bri. Tutti gli ordini precedenti avevano praticato un rigido no costringere, ma convincere e istruire. Di qui anche la
sistema di vita e la rinuncia alla proprietà privata; questo molteplicità dei loro mezzi pastorali. I mendicanti vanno
era avvenuto in misura eccezionale anche in epoca recen- verso la gente di campagna, verso i bambini, i soldati, si
te, con la regola dei cistercensi. La novità stava nel fat- recano nelle prigioni, affrontano gli eretici e i pagani. Si
to che anche il convento non doveva possedere nulla. Il apre una pagina completamente nuova nella storia del
convento degli ordini mendicanti non è un’abbazia con ministero pastorale. Fin allora il pastore d’anime veniva
foreste, stagni per la pesca, campi, fattori e contadini di- stimato e forse anche temuto, ora cominciava anche ad
pendenti, ma un essenziale riparo sotto un tetto, quanto è essere amato.
necessario perché un uomo possa vivere: un paio di stan- Il mezzo principale di cui si servivano per la cura d’anime
zette presso una chiesa, forse un piccolo giardino, e nulla furono i cosiddetti Terzi ordini per i laici; con essi comincia
di piú. La stabile dimora del mendicante non è il convento, nella Chiesa la storia delle associazioni religiose, senza le
ma il suo ordine. [...] quali sarebbe impensabile, anche oggi, una qualsiasi azio-
In questo modo fu creato il tipo di religioso che meglio ne pastorale efficace.

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166 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

SCIENZA  E TECNOLOGIA
T13 | L’arretratezza delle tecniche agricole nella Sicilia federiciana
Da F. Porsia, Indirizzi della tecnica e della scienza in età federiciana, in «Archivio Storico Pugliese», XXXI, 1978, pp. 96-108.

tesi Durante il regno di Federico II, in Sicilia lo sviluppo dell’apparato burocratico e delle scienze a
corte non ebbe impatto nell’innovare le tecniche agricole, condannando la campagna a uno
stato di arretratezza.

argomentazioni I documenti ufficiali dell’epoca riflettono la convinzione di Federico II che l’agricoltura dovesse
essere praticata con l’uso dei buoi e non dei cavalli come nel resto d’Europa.
I maggiori costi gravanti su chi deteneva un cavallo ne scoraggiarono la diffusione tra i
contadini.
Federico II e gli scienziati di corte erano esperti nell’allevamento dei cavalli, ma li riservavano agli
usi dell’aristocrazia.
L’innovazione in campo agricolo fu scoraggiata perché si volevano garantire rese costanti sulle
quali imporre le tasse piuttosto che sperimentazioni.
Anche nelle altre scienze, si può notare uno iato tra le conoscenze degli intellettuali di corte e le
ricadute in termini di innovazioni tecniche dei processi di produzione.

conclusioni Durante il regno di Federico II, la scienza fu stimolata e raggiunse importanti traguardi, ma
rimase un sapere elitario, incapace di mutare la società meridionale.

Uno sguardo d’insieme sui settori produttivi del Regno1 cattive rese agricole. Anche la costituzione sui buoi dome-
e, principalmente, su quello agricolo, in riferimento alle stici parla della forza bovina come unica e insostituta e, del
condizioni tecniche in cui si svolgeva la produzione, con- resto, la Constitutio super massariis curie3 (luogo deputato
ferma i dati e i giudizi già raccolti sulla politica economi- ad ogni probabile ed eventuale sperimentazione tecnica)
ca federiciana. Giudizi ormai nettamente negativi [...] dal non accenna, nemmeno in maniera teorica, alla utilizza-
momento che il «regno» del Mezzogiorno fu considerato zione della forza equina nel lavoro agricolo. [...]
«come collaudato sistema di procacciamento, a sua volta Altre destinazioni avevano i cavalli nel Regno. La cura e
suscettibile di essere sfruttato». E, sfruttato, con metodi l’interesse del sovrano per l’allevamento nelle marescallie4
tradizionali e sperimentati [...]. Cosí, ai vari mandati per- sono dimostrati da numerosi documenti che fanno luce sia
ché i contadini facessero agricolturas copiosas, è evidente sulla competenza tecnica sua e dei suoi esecutori, sostenu-
che non corrispose una particolare cura nei confronti delle ta da basi teoriche di mascalcia5 e di veterinaria, sia sulle
piú importanti innovazioni tecniche. Anche negli statuti iniziative sperimentali tentate in Puglia. Ma a questa vera
delle varie imprese produttive reali, l’attenzione piú co- e propria passione per i cavalli non corrispondeva un al-
stante fu rivolta all’efficienza e alla regolarità della nor- trettanto forte impegno nella loro utilizzazione sociale. [...]
male amministrazione, alla tenuta burocratica dei registri Il regime di effettivo monopolio esercitato dal sovrano
e dei quaderni, piú che allo slancio innovativo. con le marescallie e lo jus stalle6, contribuiva a scoraggia-
Se i dati della storia europea ci informano della grande re, d’altro canto, l’impiego del cavallo nell’agricoltura li-
importanza dell’utilizzazione del cavallo in agricoltura, i
documenti riguardanti il Regno sono pertinacemente eva- 1. Regno: il Regno di Sicilia.
sivi a questo riguardo. E le ragioni non mancano. Il 3 lu- 2. boves ... deputatos: i buoi [sono] nati per i lavori agricoli e sono depu-
tati a portare vantaggio alla natura.
glio 1238, al giustiziario di Terra di Bari, Federico esprime 3. Constitutio super massariis curie: insieme di leggi emanate da Fe-
in chiare lettere, quasi teorizzando, la considerazione che derico II per regolamentare i lavori agricoli, organizzando il sistema delle
ha dei buoi quale strumento insostituibile della produzio- masserie.
4. marescallie: allevamenti di cavalli dell’imperatore.
ne agricola: boves agrorum servicio natos et nature beneficio
5. mascalcia: attività del maniscalco, che consiste nel produrre e applicare
deputatos2; ed ascrive proprio al mancato acquisto di buoi, i ferri per i cavalli.
oltre, naturalmente, che all’infingardaggine contadina, le 6. jus stalle: tassa sulle scuderie.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 167

bera. Utilizzato, invece, nell’esercito, dall’aristocrazia laica storia di antichi interessi latini e di traduzioni e traduttori
e prelatizia, nella diplomazia e nella rappresentanza, esso dall’arabico e dal greco, vi8 ebbero cultori zelanti e com-
costituiva uno dei piú importanti beni di lusso che il Regno petenti. [...]
fosse in grado di produrre per i bisogni interni: ma rima- La portata di certe imprese scientifiche con le quali Federi-
neva nel ciclo del puro consumo, non entrava nella catena co venne a contatto e che favorí è innegabile: la diffusione
degli investimenti. delle opere naturalistiche di Aristotele, ad esempio [...]; la
Ed è questo il segnale di un ben preciso indirizzo. Il so- nascita della matematica occidentale moderna [...]. Ma gli
vrano non percepiva il problema delle tecniche innovati- indirizzi verso i quali le orientò sono quanto meno limitati.
ve agricole come problema di sviluppo, ma, in una logica [...] Come le imprese tecnico-economiche private del so-
interamente feudale e latifondistica, come puro problema vrano danno l’impressione di essere gli schedari suoi e dei
di convenienza fiscale, e lo inquadrava nella sua politica suoi scienziati, invece che, al contrario, le imprese a bene-
economica tesa a ricavare, da un’agricoltura estensiva, rese ficio delle quali la speculazione scientifica tendesse, cosí la
costanti e sicure, piú che progressive rese elevate [...]. Uno scienza è sempre a un passo dall’assumere [...] l’aspetto di
sviluppo delle tecniche produttive agricole avrebbe intral- una grande e proclamata coreografia atta a sostenere e dar
ciato gli indirizzi generali della sua politica agricola. [...] lustro alle ragioni della monarchia e dei suoi burocratici
Simili indirizzi nell’ambito delle attività tecniche trovano sostenitori. Il tutto, senza togliere alcun merito alle ogget-
la loro corrispondenza nell’attività scientifica. [...] La me- tive qualità dell’imperatore e dei suoi dotti [...].
dicina, la zoologia, l’astronomia e l’astrologia, la matema-
tica e la geometria, la chimica, la mantica7, l’idrologia, la 7. mantica: arte della divinazione.
geologia, la fisiognomica, scienze che hanno ciascuna una 8. vi: alla corte di Federico II a Palermo.

T14 | Tra scienza e fede: l’interpretazione delle catastrofi naturali


Adatt. da G.J. Schenk, Dis-astri. Modelli interpretativi delle calamità naturali dal Medioevo al Rinascimento,
in Le calamità ambientali nel tardo Medioevo europeo: realtà, percezioni, reazioni, a cura di M. Matheus, G. Piccinni, G. Pinto,
G.M. Varanini, Firenze UP, Firenze, 2010, pp. 27-40.

tesi Nel Medioevo convissero spiegazioni religiose e morali delle calamità naturali con tentativi di
ipotizzare cause naturali dei fenomeni.

argomentazioni Nel caso dei terremoti, la terminologia usata dalle fonti rimanda sia a elementi naturali (il
movimento della terra), sia a interpretazioni allegoriche (la «commozione» della terra di fronte a
qualche evento).
I predicatori diffondevano, oralmente e con immagini, l’idea di un collegamento tra l’ira divina e
i terremoti.
Le reazioni e le azioni preventive rispetto ai terremoti fanno pensare che essi non fossero
considerati indicatori della fine del mondo, come scritto nella Bibbia.
Lo sviluppo e la popolarizzazione della cultura, in particolare di quella aristotelica, favorirono la
diffusione di ipotesi «scientifiche», anche se errate, di spiegazione dei terremoti.
Si diffusero diversi modelli razionali di spiegazione dei terremoti, sintetizzati nel XIII secolo
nell’interpretazione del canonico tedesco Konrad di Megenberg.

conclusioni La mentalità medievale appare in grado di svincolarsi almeno parzialmente dall’interpretazione


religiosa della natura: considerare Dio causa remota degli eventi ma al contempo individuare
delle cause dirette permette progressivamente agli studiosi di concentrarsi nell’indagine
scientifica di queste ultime.

Per terremoto [gli scrittori latini] assunsero le parole ter- il movimento della terra, per definire linguisticamente il
rae motus [...]. Il termine utilizza un elemento essenziale, fenomeno [...].

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168 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

In alcuni casi si può constatare, in base a variazioni dei terremoti. I modelli interpretativi provenienti dalle scien-
concetti del fenomeno terremoto, uno spostamento da ze naturali si basavano su conoscenze trasmesse dall’an-
una descrizione a un’interpretazione religiosa. Isidoro di tichità. [...] L’idea di base del primo modello è che il mo-
Siviglia nel VII secolo dice «terrae commotio1» e Saba Ma- vimento dell’acqua all’interno della terra provoca scosse
laspina nel XIII secolo «orbis concussa2»; sono concetti che telluriche [...]. Un secondo modello ipotizza che i terremoti
indicano una interpretazione allegorica del terremoto co- siano causati dai venti all’interno della terra che creano
me segno dell’ira di Dio. In altre occasioni ci si riferiva a una pressione e cercano di fuoriuscire [...]. Stando al terzo
passi della Bibbia secondo i quali il terremoto sarebbe stato modello, infine, all’interno della terra si trovano delle cavi-
inteso come visitatio dei3. [...] L’interpretazione dei terre- tà che crollano e quindi causano le scosse [...]. Si aggiunge
moti come segni dell’ira divina e come ammonimento alla infine un quarto modello interpretativo: l’opinione, docu-
penitenza è stata enfatizzata dai predicatori, mediante ma- mentata anche nella Bibbia, che i corpi celesti influiscano
nifesti; tale interpretazione trovò anche chi la raffigurasse o siano in relazione con gli avvenimenti celesti. [...]
per esempio in trittici e xilografie [...]. Una certa precisione acquisirono i modelli provenienti
Dal punto di vista pratico, di solito in occasione di un terre- dall’ambito delle scienze naturali con la ricezione di Ari-
moto la gente fuggiva dalla città che stava crollando verso stotele nel pieno Medioevo, mediata dall’arabo, e la sua
la campagna, si accampava in tende finché il pericolo non acquisizione scolastica [...]. Ma queste conoscenze rima-
fosse passato. In ossequio ai princípi della caritas cristiana sero per il momento qualcosa di arcano e di erudito [...].
veniva organizzato l’aiuto da parte di parenti e vicini, da Nel tardo Medioevo questi modelli interpretativi si diffu-
corporazioni religiose e laiche e da città alleate all’insegna sero anche al di fuori delle ristrette cerchie accademiche.
della solidarietà politica. Di solito veniva deciso di rico- In particolare la credenza nell’influenza esercitata da de-
struire la città e venivano anche intraprese misure di pre- terminate posizioni degli astri, partita da una discussione
venzione, ad esempio il divieto di elementi che avrebbero tutta interna all’accademia, entrò trionfalmente nella com-
favorito il crollo, come balconi, camini e coronamenti del munis opinio della cultura diffusa e delle lingue volgari. [...]
tetto. [...] Queste misure di ricostruzione e di prevenzione In un capitolo intitolato von der ertpidem («sui terremoti»)
sembrano costituire altrettante implicite testimonianze a del diffuso e ben noto buoch von den naturleichen dingen («li-
sfavore di un’idea fatalistica del terremoto quale una del- bro delle cose naturali») ad opera del canonico del duomo di
le avvisaglie della fine del mondo. Nella loro concretezza Regensburg Konrad di Megenberg (1309-1374) si trova un
e operatività fanno pensare a un modello interpretativo interessante modello interpretativo per i terremoti. Konrad
pragmatico della catastrofe quale calamità che si doveva respinge la spiegazione popolare che il terremoto fosse cau-
piú o meno superare insieme. sato da un enorme pesce di nome Celebrant, che si morde
All’idea di dover accettare la catastrofe quale causa mora- la pinna caudale e si muove di tanto in tanto. [...] Di seguito
lis4 di peccati fanno invece pensare reazioni quali prediche Konrad fornisce la propria interpretazione in una combi-
(di esortazione), messe (di supplica), preghiere comuni e nazione originale di modelli interpretativi del suo tempo:
processioni [...]. i vapori provenienti dall’interno della terra, e addensatisi a
Diffusa era l’opinione che esistesse una causa naturalis5 dei causa dell’influsso di certi astri (per esempio come risultato
della congiunzione di astri «caldi» quali Marte con Giove
e Saturno), provocherebbe i terremoti prorompendo fuori
dalla terra a causa della pressione alta. [...] Dunque anche
per Konrad la prima causa dell’avvenimento rimane Dio,
ma a un livello inferiore, come causa seconda, egli pensa a
una concatenazione naturale di causa ed effetto.

1. terrae commotio: la commozione della terra.


2. orbis concussa: poiché la terra era scossa, turbata.
3. visitatio dei: visitazione divina.
4. causa moralis: causa morale; il terremoto era cioè considerato una
punizione.
5. causa naturalis: causa naturale.

◗◗ Un astronomo tiene in mano un astrolabio e osserva le stelle


del cielo. Reims, Bibliothèque Municipale, XIV secolo.

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 169

S I N T E S I
Lo scontro tra comuni e impero: Federico I blea di rappresentanti della nazione. Con la bolla Unam
Dopo la sua elezione a imperatore (1152), Federico I di Sanctam (1302), il papa subordina il potere temporale a
Svevia, detto Barbarossa, scende in Italia e nella Dieta di quello spirituale (teoria delle due spade), ma Filippo il Bel-
Roncaglia (1154) annulla le prerogative dei comuni. Do- lo fa arrestare Bonifacio VIII ad Anagni (1303). Lo scontro
po aver sedato alcuni tentativi di ribellione, nel 1155 viene tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello rappresenta il primo con-
incoronato re d’Italia e imperatore (1155). Dopo la secon- flitto tra la Chiesa e una monarchia nazionale.
da Dieta di Roncaglia (1158), che sospende i diritti dei co-
muni, papa Alessandro III scomunica Barbarossa che, per Il progetto politico di Federico II e il Regno di
rappresaglia, distrugge Crema e Milano. I comuni setten- Sicilia
trionali formano la Lega lombarda (1167) e nella Battaglia Dopo la sconfitta di Ottone di Brunswick, Federico II di Sve-
di Legnano (1176) sconfiggono l’imperatore. La Pace di via (discendente degli imperatori tedeschi e della dinastia
Costanza (1183) riconosce i diritti dei comuni in materia di normanna) viene eletto re di Germania (1215). Tornato in
fisco e giustizia e concede loro il diritto di stabilire alleanze. Italia è eletto imperatore (1220) e stabilisce la sua corte a
Nel 1190 Barbarossa muore, ma riesce a combinare il ma- Palermo. Federico limita il potere dei baroni e rafforza il
trimonio tra il figlio Enrico VI e Costanza d’Altavilla, unica potere centrale grazie alla nomina di funzionari regi; fonda
erede del regno normanno di Sicilia. l’Università di Napoli (1224), emana le Costituzioni di Melfi
(1231) e promuove la coesistenza tra culture. A causa della
Le crociate: valori ideali e interessi materiali sua politica Federico II si scontra con il papato e con i comu-
In seguito alla conquista turca della Terrasanta, al concilio ni, sconfitti nella Battaglia di Cortenuova (1237). Quando
di Clermont (1095) papa Urbano II esorta i cristiani a recar- Innocenzo IV scioglie i sudditi dell’impero dal giuramento di
si in pellegrinaggio a Gerusalemme, inaugurando l’epoca fedeltà, Federico è costretto a combattere sia contro i feuda-
delle crociate. Tra le cause vi sono la volontà di contrastare tari tedeschi sia contro i comuni italiani: sconfitto nelle bat-
l’espansione turca e l’esigenza di trovare terre per la picco- taglie di Parma (1248) e Fossalta (1249), muore nel 1250.
la nobiltà feudale. Dopo la fallimentare «crociata dei pez- Il Regno di Sicilia passa a Manfredi di Svevia, che sconfig-
zenti», la prima crociata (1096-1099) è guidata dai grandi ge i guelfi nella Battaglia di Montaperti (1260). Clemente
feudatari francesi e normanni che, al comando di Goffredo IV chiama in Italia Carlo d’Angiò, figlio del re di Francia, che
di Buglione, conquistano Gerusalemme (1099). Per poco sconfigge i ghibellini nella Battaglia di Benevento (1266),
meno di un secolo i cristiani danno vita a regni feudali, in in cui muore Manfredi. La Sicilia passa alla dinastia angio-
cui è fondamentale il ruolo dei nuovi ordini militari-reli- ina, ma in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani (1282) ai
giosi. Dopo la caduta di Gerusalemme (1187), le successive francesi subentrano gli aragonesi. La Pace di Caltabellotta
crociate non ottengono risultati di rilievo (tranne la quarta (1302) assegna la Sicilia agli aragonesi e il Regno di Napoli
crociata, detta «dei veneziani», che dà origine all’Impero la- agli angioini.
tino d’Oriente). Tra gli effetti duraturi delle crociate vi sono il
rafforzamento delle repubbliche marinare, l’indebolimen- I mutamenti culturali e i nuovi ordini religiosi
to dei legami feudali, ma anche la crescita dell’intolleranza Nel Duecento grazie alla diffusione delle lingue volgari
religiosa e dell’antisemitismo. si afferma una cultura laica, che si esprime principalmen-
te nella letteratura (poesia in lingua d’oc, Scuola siciliana,
I modelli teocratici di Innocenzo III e Bonifacio VIII Stil novo). Fondamentali sono anche la filosofia scolastica,
Innocenzo III (1198-1216) persegue un progetto teocrati- che si diffonde nelle università (Tommaso d’Aquino), e il
co fondato sulla supremazia del potere papale (teoria del pensiero politico, che teorizza la separazione del potere
sole e della luna). Nominato tutore di Federico di Svevia temporale e spirituale (Marsilio da Padova).
(1198), fa eleggere imperatore Ottone di Brunswick, ma nel Agli inizi del Duecento si formano nuovi ordini religiosi
1210 lo scomunica e lo sconfigge nella Battaglia di Bouvi- ispirati al Vangelo («ordini mendicanti»). I principali so-
nes (1214). Con l’appoggio del re di Francia, Innocenzo III no l’ordine domenicano (fondato nel 1206 da Domenico
promuove la crociata contro gli albigesi (1208-1229) e raf- di Guzmán), attivo nella predicazione, nell’insegnamento
forza la lotta all’eresia con l’Inquisizione. e nella lotta all’eresia, e l’ordine francescano (fondato nel
Bonifacio VIII (1294-1303) si scontra con il re di Francia 1210 da Francesco d’Assisi), basato sulla completa povertà.
Filippo il Bello, denunciando l’oppressione della Chiesa Alla morte di Francesco l’ordine si spacca in due correnti: gli
francese. Filippo convoca gli Stati generali e per la prima spirituali e i conventuali, fautori di un’interpretazione me-
volta il potere del sovrano viene legittimato da un’assem- no rigida della regola.

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170 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

OFFICINA D I D AT T I C A
AREA DELLE CONOSCENZE
Collocare eventi e fenomeni nel tempo
◗◗Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.
1. Federico I convocò la seconda Dieta 6. L’Inquisizione fu istituita da Gregorio IX
di Roncaglia nel 1158 e dichiarò che tutti tra il 1227 e il 1231. V F
i diritti dei comuni e dei feudi dovevano
considerarsi sospesi. V F
7. Nella bolla Unam Sanctam del 1302, Bonifacio VIII
affermò l’ideale teocratico. V F
2. La Pace di Costanza fu stabilita nel 1176. V F
8. Nel 1231, Federico II promulgò
3. L’appello di papa Urbano II per la prima crociata le Costituzioni melfitane. V F
avvenne a Clermont nel 1099. V F
9. La Pace di Caltabellotta del 1302 stabilí
4. La IV crociata avvenne tra il 1202 e il 1204. V F il possesso della Sicilia agli angioini
e del Regno di Napoli agli aragonesi. V F
5. Il IV Concilio lateranense fu indetto nel 1215
da Bonifacio VIII. V F 10. Francesco d’Assisi visse tra il 1182 e il 1226. V F
10 punti max; 1 punto per ogni risposta esatta; 0 per ogni risposta non data; -0,5 per ogni risposta errata.  ◗ Punti . . . . . . .

Utilizzare il lessico disciplinare


◗◗Spiega, con la maggiore precisione possibile, il significato dei seguenti termini e concetti.
1. Pars valentior in Marsilio da Padova. 3. «Albigese».
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

2. La similitudine del «sole e della luna» in Innocenzo III. 4. Ordini mendicanti.


.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Positivo 8 punti; 2 punti per ogni definizione esatta.  ◗ Punti . . . . . . . . . . .

Localizzare eventi e fenomeni nello spazio


◗◗Traccia sulla carta il percorso della prima crociata. Indica poi con un colore i Regni cristiani d’Oriente
ed evidenzia i domini del Regno di Sicilia di Federico II.

Oceano
Atlantico

Mar Nero

Cipro
Mar Creta
Mediterraneo

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Capitolo 5  Universalismo e particolarismo medievale. XII-XIV secolo 171

AREA METODOLOGICA
Lavorare con gli strumenti di base
1. Scrivi un ipertesto di 4 parole chiave (max 5 righe per ogni 2. Analizza e scheda la lettera di Innocenzo III [  T2]. Costrui­
parola) sul modello teocratico, avendo cura di trovare i links sci una tabella a doppia entrata: in una colonna inserisci le
tra esse. posizioni di Innocenzo III e nell’altra quelle di Bonifacio VIII.

AREA LOGICO-ARGOMENTATIVA
Problematizzare scrivendo no per il mondo a predicare la pace. Concludi la scheda con
una tua valutazione personale (di condivisione o di critica) sul
Rileggi attentamente il capitolo, la lettura di G. Ligato [  T8] e film e sulla tesi di Rossellini.
quella di J. Flori [  T10] sulle crociate e l’appello di Urbano II Ricorda che i destinatari della scheda sono i tuoi compagni d’i-
ai fedeli [  T1]. stituto.
Immagina di essere un cronista dell’epoca che segue la prima
crociata. Analizzare e spiegare i documenti e i concetti
Annota le vicende di un personaggio (feudatario, cavaliere, ec- Rileggi il documento che riporta le concessioni di Federico I ai
clesiastico ecc.), i suoi stati d’animo e il contesto storico in cui comuni dopo la Pace di Costanza [  T3].
opera. Prendi in considerazione l’ultimo anno della prima cro-
ciata (1098-1099), chiudendo con la presa di Gerusalemme. La Trascrivi nella tua scheda di lettura le proposizioni che indi-
cronaca non deve superare le 10.000 battute di word. cano il successo dei comuni sull’imperatore e concludi con le
proposizioni riguardanti le regalie dell’imperatore.
Esercitare l’interdisciplinarità
Spiegare la storia secondo la logica
Riprendi lo studio della letteratura italiana su san Francesco e
guarda attentamente il film del regista Roberto Rossellini Fran-
continuità/discontinuità
cesco giullare di Dio (1950). Il film fa di Francesco un modello «Federico II: ultimo sovrano medievale o primo monarca mo-
di religiosità «laica», fondata cioè sulla rivalutazione della vita derno?». Fornisci un’interpretazione dell’opera di Federico II,
terrena e su una fede vissuta come amore verso gli uomini. aiutandoti con la lettura delle Costituzioni melfitane [  T5], del-
la valutazione storiografica sull’arretratezza agricola della Sici-
Componi una scheda di lettura del film, tenendo presente la
lia sotto il suo regno [  T13].
collocazione storica e le diverse interpretazioni letterarie della
religiosità di san Francesco. In particolare analizza e interpreta Registra la tua spiegazione e tieni conto che l’esposizione non
la sequenza finale, nella quale i suoi seguaci si dividono e van- può superare i dieci minuti di tempo.

Stabilire nessi
1.
◗◗Individua la risposta esatta.
1. Federico I favorí: 3. Federico II nella sua visione accentratrice dello Stato:
a   l’autonomia dei comuni italiani a   indebolí le istituzioni culturali
b   l’alleanza con la Chiesa b   rafforzò la cultura religiosa
c   la concezione universalistica del potere c   favorí il pluralismo culturale
2. Nelle crociate ebbe un peso rilevante: 4. La concezione politica di Marsilio da Padova può essere
a   l’attesa escatologica collegata:
b  l’Inquisizione a   a una visione universalistica dei poteri
c   il ruolo dell’imperatore b   a una visione particolaristica dello Stato
c   a una visione moderna e costituzionale dello Stato

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172 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

capitolo
L’EXTRA-EUROPA
DALL’XI AL XV SECOLO:

6
POPOLI, GEOGRAFIE
E CIVILTÀ

L
a pax mongolica fu un lungo periodo di tranquillità e vivaci scambi
economici tra Occidente ed Estremo Oriente reso possibile, tra XIII e
XIV secolo, dalla conquista mongola dell’Asia.
Tra il 1210 e il 1221, infatti, sotto la guida di Gengis Khan (1155 circa-1227),
le tribú mongole diedero vita ad uno dei piú estesi imperi del mondo, che
garantí notevole sicurezza ai traffici euroasiatici lungo le vie terrestri.
Alla morte di Gengis Khan l’impero si suddivise in quattro Stati, detti
Khanati, corrispondenti a grandi linee
alla Cina, alla Persia, ai territori tra
l’Afghanistan e il Kazakistan (Chagatai)
e alla Russia centro-meridionale. Il Khanato
del Chagatai conobbe un periodo di prosperità
nel XIV secolo, quando fu rivitalizzato da Tamerlano
(1370-1405): alla sua morte, però, si sgretolò.
L’espansionismo mongolo ebbe effetti anche sull’Impero
bizantino, già in declino: favorí la migrazione verso l’Anatolia del
popolo degli ottomani, che nel XIV secolo conquistò la maggior
parte dei territori bizantini.
In Cina, dove l’arrivo dei mongoli aveva posto fine al regno
jurchen (nel Nord) e a quello song (nel Sud), dopo un secolo di
tesa coabitazione tra conquistatori e popolazioni locali nel 1368
prese il potere la dinastia Ming, che avrebbe controllato il Paese
fino al XVII secolo.
Questi secoli videro anche un’evoluzione interna del Giappone e
dei regni africani, che avvenne però attraverso contatti sporadici
con l’Europa.
Indagare le vicende del mondo extraeuropeo è di fondamentale
importanza per comprendere il Medioevo in un’ottica sincronica.

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173

FUORI DALL’EUROPA (XV-XVI SECOLO)

1 Nel XIII secolo gli almohadi


conquistarono l’Africa 2 Quando l’Asia era controllata dal
Mediterraneo al Pacifico dal 3 Nel XV secolo i turchi ottomani,
stanziati al centro dell’Anatolia,
mediterranea e posero la loro capitale a mongolo Gengis Khan, la via della avanzarono a Occidente conquistando
Marrakech. La religione islamica seta divenne una delle strade Costantinopoli nel 1453 e
divenne il tratto unificante dei popoli che carovaniere piú frequentate dai ribattezzandola Istanbul. La loro
abitavano quest’area. L’Africa mercanti d’Occidente. Il veneziano espansione continuò verso i Balcani fino
mediterranea fu inoltre protagonista di Marco Polo raggiunse Pechino lungo al Danubio, mentre a Oriente furono
una rinascita culturale di tutti i campi questa rotta nel 1271. Nel XV secolo fermati dall’avanzata di Tamerlano,
del sapere. il traffico lungo la via della seta era in fondatore di un vasto impero nel cuore
declino. dell’Asia.

Regno di Saraj
Tana Sarajcik
Francia
Genova Venezia 2
Mar Nero Otrar Turfan
Marsiglia
Istanbul
Impero
Samarcanda
Suchou 5 Pechino
ottomano 3Iraq
Khotan
Algeri Giappone
Kabul
Tunisi Mar M
editerraneo Siria
Baghdad Xi’an
Nanchino 6
1 Marrakech Tripoli Alessandria Esfahan Nagasaki
Delhi Lhasa
Impero
Egitto cinese Fuchou
Impero moghul
Arabia
S a h a r a
4 Surat Calcutta Canton Oceano
Regno La Mecca
India Pacifico
del Songhai Impero di Pegu
Kanem-Bornu
Impero 7 Sennar Goa Filippine
del Mali Regno Siam Saigon
El Fasher di Etiopia
Benin Ceylon
Brunei
Elmina Malacca
Mogadiscio
Borneo
Sumatra
Nuova
Regno Zanzibar Guinea
del Oceano
Congo Indiano
Oceano Impero di
Atlantico Monomotapa Madagascar
7
Australia

Via della seta

Città del Capo Aree islamizzate nel XV secolo

4 Dopo la disgregazione
dell’Impero di 5 Nel XIV secolo i cinesi
della dinastia Ming 6 Nel XV secolo il
Giappone era 7 Tra il XIV e il XVI secolo,
nel cuore dell’Africa
Tamerlano, il mongolo Babur cacciarono i mongoli, governato di fatto dallo Nera si costituirono alcuni
avviò da Kabul una serie di restaurando l’impero. shogun, il «signore dei Stati indipendenti che
campagne militari L’incremento demografico e guerrieri», che riuscí a prosperarono grazie ai
spingendosi nel Punjab e della produzione agricola esautorare l’imperatore e a contatti commerciali con i
penetrando nell’India favorí la nascita di un ceto di imporsi sui signori locali. mercanti arabi.
settentrionale: gettò cosí le nuovi ricchi. Pechino fu la Fu una fase economicamente I piú importanti furono il
basi dell’Impero moghul che nuova capitale e lo Stato fu vivace: nacquero nuovi centri Regno del Songhai e il
avrebbe conosciuto suddiviso in province e commerciali e si Regno del Mali.
prosperità nel XVI secolo. prefetture da cui intensificarono i commerci
l’imperatore esigeva la marittimi, nonostante la
riscossione di un tributo. chiusura della Cina ming.

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174 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

6.1 Europa ed extra-Europa: il mercato Oriente-Occidente

Europa ed extra-Europa  Alla fine dell’Età medievale, le popolazioni europee avevano la


percezione di costituire un’unità geografica e culturale che si esprimeva nel concetto di Eu-
ropa e si basava, nonostante le differenze politiche, sulla condivisione di tradizioni sociali e
religiose comuni [  Tendenze]. Tale identità si fondava anche nella consapevolezza che esi-
stevano civiltà «estranee» all’Europa, che comprendevano, oltre ai bizantini ortodossi, gli
slavi, gli arabi e i turchi, le civiltà maggiori della lontana Asia.
Fin dall’antichità, infatti, le merci piú preziose che giungevano in Europa provenivano
dall’Asia, e anche durante i periodi piú oscuri del Medioevo i commerci con l’Estremo
Oriente, pur essendosi ridotti, non si erano mai interrotti.
Il fascino La natura di questi traffici, che si svolgevano quasi esclusivamente da est verso ovest e tra-
leggendario sportavano merci rare e pregiate, aveva ingigantito, nella fantasia degli europei, l’immagine
dell’Oriente
dell’Asia, rendendola tanto piú straordinaria quanto meno era nota. Gli uomini di cul-
tura avevano un atteggiamento di superstiziosa reverenza nei confronti di tutto ciò che pro-
veniva dall’Oriente: da quei Paesi sterminati erano giunti gli antichi magi, le antiche sapien-
ze; in quei territori i poemi medievali avevano posto reami e città straordinari, donne di
ineguagliabile bellezza; per secoli attraverso la «via della seta» erano giunti in Occidente le
armi, le stoffe, gli arredi piú splendidi, insieme ai temi culturali delle civiltà esotiche di cui
si ritrova traccia nella letteratura, nelle arti e nelle decorazioni medievali.
Parte della suggestione esercitata dalla cultura orientale sul Medioevo cristiano proveniva
dalla convinzione, non del tutto infondata, che esistessero oltre l’islam altre genti cristia-
ne, che la diffusione del Vangelo avesse cioè toccato addirittura gli ultimi Paesi d’Oriente.
Tanto che i primi viaggi verso est furono organizzati proprio dai missionari che speravano
di trovarvi tolleranza e apertura al cristianesimo [  T9].

Tuttavia, la motivazione principale che spinse gli europei a intraprendere lunghi e


pericolosi viaggi in Oriente fu la necessità di attingere piú facilmente alle pre-
giate merci, per alcuni aspetti considerate indispensabili, e di stabilire contatti
piú frequenti e piú sicuri con i popoli dell’Asia.

Anche l’incontro con il mondo ignoto delle Americhe, alla fine del Quattrocento, sarebbe
nato dalla stessa esigenza [  Capitolo 11].

Le origini Il sistema dei traffici commerciali  Fino al X secolo, i rapporti economico-mercantili tra
della rete Oriente e Occidente erano stati gestiti dagli arabi e dai bizantini, egemoni questi ultimi
commerciale
nel Mediterraneo e nell’Egeo. Nella seconda metà del X secolo, il trasporto delle merci tra
l’Europa e l’Oriente era passato nelle mani dei mercanti italiani [  Capitolo 3].
Gli itinerari seguiti erano molteplici e variabili a seconda delle condizioni climatiche e
storico-economiche dei Paesi attraversati. La «via della seta», conosciuta fin dal I secolo,
comprendeva i percorsi carovanieri di terra che da Pechino attraversavano l’Asia Centrale e
giungevano al Mar Nero e al Mediterraneo, oppure, seguendo una deviazione che passava
a nord del lago di Aral e del Mar Caspio, arrivava a Tana, nella foce del Don.
Quando, nel corso dell’XI secolo, le scorribande dei qarmati, pirati che avevano occupa-
to le isole del Bahrein, resero difficile la navigazione nel Golfo Persico, il punto di transito
favorito per gli scambi tra Asia ed Europa divenne l’Egitto: le navi provenienti dall’In-
dia e dalla Cina preferivano infatti dirigersi verso il Mar Rosso, facendo fiorire i commerci
dei fatimidi d’Egitto entro i confini del califfato, ma lasciando i trasporti internazionali ai
mercanti stranieri.

LESSICO
Ortaq: associazioni di mercanti asiatici ana- XIII secolo e riunivano mercanti in prevalen- banchi di cambio e centri religiosi.
loghe alle corporazioni e alle gilde europee. za turchi, persiani e siriani. Mamelucchi: dinastia, i cui membri deri-
Si costituirono in Cina nell’ultimo quarto del Fondachi: porti attrezzati di magazzini, vavano da gruppi di miliziani islamici al ser-

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 175

Le principali vie commerciali del Medioevo

Saraj
Regno di Tana Sarajcik
Francia
Genova Venezia Turfan
Marsiglia Mar Nero Otrar
Costantinopoli
Samarcanda Pechino
Suchou
Impero Khotan
Algeri ottomano Iraq Giappone
Tunisi Mar M Kabul
dall’India:
editerra
ne o Siria Baghdad Ilkhanato pepe, cotone, dalla Cina: Xi’an
Nanchino Nagasaki
Marrakech Tripoli pietre preziose, seta, porcellana,
Alessandria Esfahan di Persia spezie, profumi
Egitto Impero zucchero, tinte Impero
Lhasa cinese Fuchou
Bahrein moghul Delhi
Sahara Canton
Arabia Surat Calcutta
Oceano
La Mecca India
Timbuctú
Agadez Pegu Pacifico
St. Louis
Gao Kanem-
Bornu Sennar Goa
Songhai Etiopia Siam Saigon
Fort Mali Filippine
James El Fasher
Benin Ceylon
Brunei
Elmina Mogadiscio da Ceylon: Malacca
avorio, spezie, Borneo
pietre preziose Sumatra
dall’Africa occidentale: Regno dall’Africa orientale: Nuova
oro, schiavi del Congo Zanzibar oro, avorio, schiavi Guinea
Oceano
Indiano
Oceano dalle Indie orientali:
spezie, canfora
Atlantico Madagascar
Sofala
Australia
Vie della seta
Vie dell’oro
Città del Capo Vie delle spezie

I mutamenti nel Nel XIII secolo, a seguito della formazione del vasto Impero mongolo di Gengis Khan, la
XIII secolo via della seta tornò a essere l’arteria principale dei traffici commerciali a lungo raggio: la
stabilità economica e politica assicurata dalla pax mongolica, nonché il carattere multietnico
della loro amministrazione, aveva infatti determinato il miglioramento delle vie di comu-
nicazione (pedaggi minimi e piú sicurezza), favorendo cosí i contatti tra Asia ed Europa.
Lo scambio delle merci provenienti da Oriente e da Occidente avveniva nei centri prin-
cipali attraversati dalla via della seta ed era gestito in modo esclusivo dalle ortaq musul-
mane dell’Ilkhanato, il principato mongolo di Persia.
I viaggiatori Sul versante europeo, le Repubbliche marinare di Genova e Venezia sostennero l’espan-
europei in Cina sione dei commerci con l’Asia, assicurandosi un oligopolio dei mercati mediorientali ed
europei. Tuttavia, il costo dell’intermediazione delle ortaq indusse presto i mercanti italiani
a cercare di stabilire contatti diretti con i produttori orientali: a questo scopo furono inzial-
mente fondati degli scali commerciali nel Mediterraneo orientale, ai capolinea della via
della seta; in un secondo tempo, i mercanti europei aprirono fondachi nei centri di scam-
bio della Persia e dell’Asia; da ultimo intrapresero viaggi in Cina.
I viaggi dei fratelli Niccolò e Matteo Polo, che raggiunsero la remotissima Cina attraver-
so la Persia e l’India, vanno compresi nell’ambito di questa ricerca. Dopo il secondo viaggio
(1271-1294), a cui prese parte anche il figlio di Niccolò, Marco (1254-1324), i racconti sui viag-
gi compiuti nel territorio mongolo e la descrizione delle stazioni di posta spinsero i mercanti
italiani a fare meno uso delle basi della Siria e della Palestina.
L’Egitto: un Tuttavia le vie della seta e, soprattutto, l’Oceano Indiano furono dominati dai mercanti
ponte verso musulmani. Dopo aver respinto l’attacco mongolo (1260), l’Egitto della dinastia turca dei
l’Oriente mamelucchi conobbe una forte espansione economica: essi occuparono i fondachi

vizio dei califfi abbasidi di Baghdad, che alla rabo mamluk («schiavo»), perché originaria- aumentò fino a permettere loro il controllo
metà del secolo impose il proprio dominio mente i mamelucchi erano schiavi impiegati sui califfati.
sull’Egitto e la Siria. Il termine deriva dall’a- nell’esercito; successivamente il loro potere

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176 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

degli Stati latini diventando l’unico punto di contatto fra i mercati occidentali e orientali. La
città di Alessandria fu per lungo tempo il piú grande terminale del commercio delle spezie
e di prodotti preziosi provenienti dall’Asia; aumentarono anche i contatti con i territori
dell’Africa Nera, che riguardavano soprattutto il commercio di oro e avorio e la tratta degli
schiavi.

6.2 Bisanzio e i turchi ottomani

La crisi di Bisanzio  Bisanzio si trovava proprio sulla linea di confine tra l’est e l’ovest, in
una fascia economico-culturale intermedia che costituiva il punto d’incontro tra mondo
cristiano e mondo musulmano. A svolgere questa funzione mediatrice, tuttavia, non erano
i bizantini, ma le repubbliche marinare, e Venezia in particolare, che aveva tratto i maggiori
vantaggi dall’esito della IV crociata [  Capitolo 2].
L’indebolimento Quando nel 1261 la caduta dell’Impero latino d’Oriente riportò sul trono la dinastia dei
politico Paleologi, con Michele VIII (1261-1282), l’Impero d’Oriente non era che l’ombra dell’an-
tico: fortemente ridimensionato territorialmente a nord dai bulgari, che sin dal 1185 ave-
vano costruito un proprio regno, e a ovest dai veneziani e dai crociati che, dopo la conquista
di Costantinopoli (1204), avevano occupato molte isole dell’Egeo e alcune regioni della
Grecia, esso comprendeva, degli antichi domini, solo la Tracia, la Macedonia, il Peloponne-
so e l’area intorno al Bosforo e ai Dardanelli.
L’indebolimento Le frequenti crisi finanziarie che colpirono l’Impero di Bisanzio risentivano delle conces-
economico sioni fatte ai genovesi, loro alleati, della gestione dei traffici commerciali e delle risorse che
ne derivavano, nonché della concentrazione delle terre in mano a una ristretta classe nobi-
liare; anche i pochi grandi monasteri esercitavano una crescente influenza sullo Stato e
avevano provocato un processo di impoverimento delle popolazioni rurali.
Gli imperatori, inoltre, per rimediare al crescente indebitamento dello Stato, causato dalle
spese militari sostenute per difendere i precari confini, imposero tasse sempre piú esose,
che gravarono principalmente sui piccoli e medi proprietari, abbassandone il tenore di vita.

Pressato a est dall’espansione di un popolo di etnia turcomanna, gli ottomani,


che erano giunti in Asia Minore nella prima metà del XIII secolo, l’Impero di
Bisanzio si avviava verso lo sfaldamento territoriale ed economico e la definitiva
scomparsa.

◗◗ Bizantini raccolti
in preghiera nella
basilica di Hagia
Sofia. XIII secolo.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 177

L’espansione dell’Impero ottomano all’inizio del XV secolo


Principato Khanato
di Moldavia di
Regno d’Ungheria Crimea Caffa

Principato
Belgrado di Valacchia
Bosnia
Serbia Mar Nero Georgia
Danubio
Sarajevo Trebisonda
Nicopoli
Erzegovina (1396)
Ragusa Sofia Bulgaria
Kossovo
Rep. di Polje
Ragusa (1389) Adrianopoli Costantinopoli Ankara
Albania (1362) (1402)
Durazzo Tracia
Salonicco
Anatolia
Macedonia Mar di Bursa
Larissa Marmara
Mar Impero Sultanato dei mamelucchi
Tessaglia ottomano
Egeo
Patrasso Atene
Territori ottomani nel 1326
Peloponneso Espansione ottomana
Rodi alla metà del XV secolo
Regno di
Mar Cipro Territori veneziani
Creta
Mediterraneo Principali battaglie

L’avanzata ottomana  Fino all’XI-XII secolo, l’espansione dell’islam da parte dei turchi
selgiúchidi aveva comportato per Bisanzio la perdita di molti territori dell’Asia Minore,
ma si era sviluppata lungo la traiettoria che portava al Golfo Persico e all’Oceano Indiano,
lasciando il Mediterraneo in una posizione periferica. Fu con la dinastia degli ottomani che
si avviò la penetrazione islamica verso occidente.
La fondazione Gli ottomani erano una popolazione nomade di turchi musulmani che, spinti probabilmen-
della dinastia te dall’avanzata mongola in Oriente, avevano lasciato il Turkestan e si erano stabiliti in Asia
Minore occupando un emirato al servizio del Sultanato di Rum dei selgiúchidi [  Capitolo
2]. Nel 1301, dopo essersi proclamato sultano, il principe Othman (1281-1326) fondò l’Im-
pero ottomano, dando il nome a tutto il popolo, e avviò una politica di ampliamento terri-
toriale ai danni dei popoli occidentali.
Con il suo successore Orkhan (1326-1359), i turchi ottomani giunsero ad affacciarsi sul
Mar di Marmara, istituendo la capitale a Bursa, a 250 km da Costantinopoli; dopo l’occu-
pazione di Gallipoli (1349), primo possedimento in Europa, invasero la Tracia e da lí, sotto
Murad I (1359-1389) nel corso della seconda metà del Trecento, conquistarono Adrianopoli
(1362).

Nonostante il tentativo di resistenza dei popoli balcanici, nel 1374 i turchi otto-
mani entrarono nel cuore dell’Europa, stanziandosi in Macedonia, Bulgaria e
Serbia.

La Grande Furono soprattutto i serbi a opporsi alla preponderanza islamica, nel tentativo di difendere
Serbia la religione e la cultura cristiano-ortodossa contro gli infedeli musulmani. La Serbia era di-
ventata una potenza balcanica nei primi decenni del Trecento, quando, approfittando della
crisi di Bisanzio, aveva esteso il suo dominio anche sui territori bulgari e greci: il condottie-
ro Stéfano Dušan (1331-1355) aveva fondato così la «Grande Serbia», proclamandosi nel
1346 imperatore dei serbi e dei greci.
La battaglia decisiva fu combattuta nel 1389, a Kosovo Polje (ora vicino a Pristina), do-
ve le truppe musulmane guidate dal sultano Bayazid I (1389-1402) si scontrarono con l’e-
sercito cristiano formato da serbi, bulgari, croati e albanesi, e lo travolsero. Nonostante la
sconfitta, in seguito alla quale la nobiltà serba fu sterminata e la Serbia venne assoggettata
all’Impero ottomano, la «Battaglia della Piana dei merli» (traduzione di Kosovo Polje) ri-
mase nella memoria collettiva del popolo e fu assunta come momento fondativo dell’iden-
tità nazionale serba.

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178 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Cionondimeno, la sconfitta del Regno serbo e la sottomissione di Bosnia e Bulgaria


(1393) aumentarono il senso d’insicurezza e pericolo di alcuni regnanti europei. Cosí il re
d’Ungheria e futuro imperatore Sigismondo di Lussemburgo fu spinto a indire una crociata
e fu sconfitto nel 1396 dai turchi a Nicopoli (in Ungheria); in seguito, gli ottomani conti-
nuarono ad avanzare, occupando Patrasso, Larissa e Atene (1397).
Lo scontro Bisanzio sembrava prossima a cadere, ma la sua conquista fu ritardata dall’invasione sul
con i mongoli fronte orientale di Timur i Lang (1336-1405) che, alla guida dell’Impero mongolo, affron-
tò e sconfisse le truppe di Bayazid ad Ankara (1402), imponendo una battuta d’arresto all’a-
vanzata ottomana tanto verso oriente quanto verso occidente.
Costantinopoli sarebbe caduta nel 1453, schiacciata dalle forze soverchianti del sovrano
turco Maometto II, che porrà così fine all’Impero romano d’Oriente [  Capitolo 12].

6.3 L’Impero mongolo di Gengis Khan e l’ascesa di Tamerlano

I ruolo delle Gengis Khan e la creazione dell’Impero mongolo  Molte guerre in Asia e in Europa non
migrazioni furono che l’estrema conseguenza delle migrazioni dei popoli nomadi che abitavano le
nomadi
steppe centrali dell’Asia: si pensi alle crociate e alla caduta di Costantinopoli in relazione
alla discesa dei turchi selgiúchidi e ottomani.
GLOSSARIO Tra queste migrazioni, le invasioni dei mongoli ebbero forse le conseguenze piú signi-
Impero ficative sulla storia dei popoli stanziali. Essi facevano parte di una piú grande comunità di
nomadi che abitavano le steppe settentrionali, in un’area compresa tra il deserto del Gobi
e il lago Bajkal. Occupavano una zona ristretta dell’attuale Mongolia, nei pressi del fiume
Onon, ai confini dell’area abitata da aggressive tribú turco-mongole. I cinesi li chiamavano
tata, mentre in Europa essi erano piú noti col nome di «tatari» o «tartari», a causa della fe-
rocia che veniva loro attribuita e che aveva spinto i contemporanei a immaginare che pro-
venissero dagli inferi, che gli antichi Greci chiamavano «tartaro» [  T1].
Il leggendario Da secoli vagavano senza meta nell’Asia centrale. Piú volte i loro capi o khan avevano dato
Gengis Khan vita a domini che si erano dissolti nel corso di una generazione. Alla fine del XII secolo, do-
po venticinque anni di durissime battaglie interne,

il leggendario Temujin (nato tra il 1155 e il 1162 e morto nel 1227) assunse il tito-
lo di Gengis Khan, ovvero «imperatore degli oceani», e unificò nel 1206 le tribú
mongole, turche e tartare che si integrarono, formando all’inizio del Duecento
un solo popolo.

◗◗ Gengis Khan
guida l’attacco della
cavalleria mongola.
Parigi, Bibliothèque
Nationale de
France, XVI secolo.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 179

La suddivisione dell’Impero mongolo in khanati (XIII secolo)

Principati russi
Cracovia
Buda Pest

Kiev
a
lg
Vo Mongolia
Tana Khanato dell’Orda d’Oro
Caffa
Karakorum Giappone
Mar Nero
Khanato della Cina Corea
Ma

Mar
rM

Pechino
ed

Cau Caspio
ite

an cas

Fiume
o
rr

Khanato di Chagatai

o
eo

all
Gi
Samarcanda
Baghdad
Khanato degli Ilkhan Oceano
T i b e t Pacifico
Hima
laya

Mar Sultanato di Delhi


Rosso
Mare
Arabico

Confine dell’Impero mongolo


Impero di Kubilai Khan Khanato di Chagatai Khanato della Cina alla fine del XIII secolo
Khanato degli Ilkhan Khanato dell’Orda d’Oro Stati vassalli Grande Muraglia

L’espansione I mongoli erano dediti alla pastorizia e alla caccia ed erano impegnati prevalentemente nello
dell’impero sviluppo dell’allevamento degli equini: l’esigenza di avere pascoli piú vasti li spinse ad esten-
dere i loro territori. Essi avevano anche una lunga tradizione militare che, unita alle conoscen-
ze nel campo della metallurgia, permise loro di dotarsi di elmi, armature in maglie di ferro,
armi come la lima e la scure, che si aggiungevano ad archi doppi con gittata lunga e potente.
Dopo aver sottomesso popoli nomadi a occidente e a sud della Mongolia, tra il 1210 e il
1220 i mongoli di Gengis Khan dilagarono in oriente fino al Mar del Giappone, invadendo
la Cina settentrionale e, varcata la Grande Muraglia, occupando Pechino (1215).
Poi si volsero verso occidente, raggiungendo Samarcanda e la regione afghana (1217),
conquistarono l’altopiano iranico e invasero la Russia del Sud (1222).
Il potere d’impatto della cavalleria mongola si basava sulla perfetta organizzazione delle
manovre, rese compatte ed efficaci da una ferrea disciplina, e sulla strategia di massacri e
saccheggi che terrorizzava i popoli invasi [  T2].
Il grande condottiero morí nel 1227 durante una campagna nella Cina nord-occidentale,
mentre a ovest i suoi generali occupavano la penisola di Crimea.

L’organizzazione L’impero sotto i successori di Gengis Khan  Alla morte di Gengis Khan, l’immenso do-
dei khanati minio mongolo che si estendeva dall’Oceano Pacifico al Mar Nero perse la sua unità: esso
fu diviso in quattro organismi statali, chiamati «khanati», che mantennero tuttavia la coe-
sione delle tribú:
❚❚ il Khanato della Cina, che comprendeva la Cina settentrionale fino alla Corea;
❚❚ il Khanato degli Ilkhan , nella regione corrispondente all’attuale Iran (l’antica Persia);
❚❚ il Khanato di Chagatai, situato fra l’Afghanistan e il Kazakistan;
❚❚ il Khanato dell’Orda d’Oro, collocato fra il Caucaso e il Volga.

LESSICO
Ilkhan: titolo attribuito al sovrano del Kha- «Khan inferiore», per ribadire la sua subor- lagu, nipote di Gengis Khan e fratello di Ku-
nato mongolo di Persia, il cui significato era dinazione al Gran Khan. Fu istituito da Hu- bilai Khan.

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180 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Nonostante le divisioni, o favoriti da esse, i mongoli ottennero una nuova serie di con-
quiste militari: nel 1236 attraversarono gli Urali, invasero le fertili pianure dell’Ucraina e
distrussero Kiev (1240); tra il 1237 e il 1242 saccheggiarono Cracovia e giunsero a Budapest
(1241), attaccando poi i principati russi. Nel 1258, Hulagu Khan (1251-1265), nipote di Gen-
gis Khan, giunse a occupare Baghdad, dopo aver sconfitto i selgiúchidi e conquistato l’Iran.
In Medio Oriente soltanto i mamelucchi ostacolarono l’avanzata mongola, bloccandola ai
confini con Siria e Palestina (1260).

La conquista della Cina fu completata da Kubilai (1258-1294), nipote di Gen-


gis Khan e ultimo dei Grandi Khan, nel 1279: egli fondò la dinastia Yuan (no-
me cinesizzato), destinato a regnare sulla Cina per circa un secolo (1280-1368).

La tolleranza L’Impero mongolo si estendeva dall’Ungheria sino alle coste della Cina, coprendo una su-
religiosa perficie di 25 milioni di km2 (piú di due volte la superficie dell’Impero islamico e otto vol-
te quello romano). Se all’inizio, ovunque avanzavano, seminarono il terrore, in seguito, con
straordinaria capacità di assimilazione, accolsero e fecero loro la civiltà dei popoli sottomes-
si, dimostrandosi tolleranti nei confronti di tutte le etnie e religioni.
Tra i cristiani si diffuse la voce che i mongoli erano nemici dei seguaci di Allah e che al-
cune popolazioni cristiane dell’Armenia erano state trattate con favore dal Gran Khan. Di
Kubilai Khan, il «Gran Can» incontrato da Marco Polo, si disse addirittura a Roma che si
era convertito al cristianesimo e che avesse incaricato proprio Niccolò e Matteo Polo, dopo
il loro primo viaggio in Cina, di chiedere al papa l’invio di vescovi e missionari per cristia-
nizzare l’impero.
Si rafforzò il mito che i mongoli discendessero dal prete Gianni, o Giovanni, che in qual-
che misterioso e profondo luogo dell’Est aveva fondato un regno cristiano [  T6], e molti
missionari e monaci francescani si recarono in «Tartaria», dove costruirono chiese e fondaro-
no vescovadi. La testimonianza piú nota è quella di Giovanni da Pian del Carpine (1182-
1252), un frate francescano, autore di una preziosa Historia Mongalorum (Storia dei mon­goli),
ricca di informazioni sulla forza e sull’organizzazione sociale e militare dei mongoli.
La pax Le relazioni sempre piú frequenti che si intrecciarono fra l’Europa e l’Estremo Oriente
mongolica posero il problema della strada piú breve per raggiungere l’India e la Cina, allo scopo di
aprire all’Europa le vie commerciali dell’Asia e permettere insieme il congiungimento con
i cristiani d’Oriente. Molti mongoli posero fine al loro nomadismo, ebbe inizio un lungo
periodo di pace e prosperità economica, e in un vastissimo territorio dell’Asia centrale si
instaurò quella che gli storici moderni chiamano «pax mongolica». Ebbe cosí fine quella
opposizione insanabile che da millenni contrapponeva i popoli vaganti e i popoli seden-
tari, provocando conseguenze significative anche sull’evoluzione del continente europeo:
la sicurezza garantita dai mongoli sulle vie di comunicazione terrestri rese gli scambi tra
l’Oriente e l’Occidente piú intensi, fatta esclusione dell’area ottomana, e favorí l’in-
contro tra la cultura nomade asiatica e la civiltà europea dei commerci e dell’agricol-
tura.
La disgregazione Dopo la morte di Kubilai, l’Impero mongolo incominciò a disgregarsi: i quattro khanati, pur
dell’impero riconoscendo formalmente la suprema autorità del Gran Khan, erano di fatto Stati indipen-
denti e, a partire dalla metà del XIV secolo, l’identità mongola subì gradualmente l’attra-
zione delle civiltà autoctone:
❚❚ la dinastia mongola regnante in Cina avviò un profondo processo di sinizzazione;
❚❚ gli Ilkhan di Persia abbracciarono l’islam, nel tentativo di favorire le popolazioni non
mongole che erano la maggioranza [  T8];
❚❚ i mongoli del Khanato dell’Orda d’Oro, pur non assimilando la civiltà russo-bizan-
tina, si trovarono costretti a cedere il controllo di molti territori orientali al Principato
di Mosca che, approfittando dei ripetuti conflitti interni tra i clan e dell’attacco disgre-
gante di Timur i Lang (1390-1395), riuscirà a liberarsi definitivamente del giogo dei
tartari intorno al 1480;
❚❚ l’unità del Khanato di Chagatai era profondamente minata, oltre che dalle questioni

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 181

L’impero di Tamerlano agli inizi del XV secolo


1395 Khanato dell’Orda d’Oro
Tana Astrakhan 1389
Impero
1396 1389 cinese
Caffa
Georgia Urgenc
Mar Nero
Tiflis Mar Buhara Tashkent
Trebisonda 1379
Costantinopoli Ankara Samarcanda
(1402) Caspio
Anatolia Malatya
Impero
ottomano 1381
1400 Kabul
Mosul
Aleppo Herat
Baghdad 1383
1398 1399
Mar Isfahan Persia Punjab
Sistan
Mediterraneo Damasco 1401 Kandahar
Bassora 1387
Alessandria
Delhi
Shiraz
Sultanato Hormoz Sultanato di Delhi
dei
mamelucchi
Mar Arabia Ahmadabad

Rosso
Mar Arabico
Impero di Tamerlano La Mecca

Campagne militari
di Tamerlano

di stirpe e di eredità, dalla divisione etnica tra i mongoli e i sudditi, in maggior parte
turchi-islamici.

L’ascesa di Timur L’impero di Tamerlano  Intorno al 1360, un gruppo di mongoli ancora non pervenuti alle
i Lang condizioni stanziali, scesero dal Nord sotto la guida di Timur i Lang, ossia «Timur lo Zop-
po»; egli era il capo di una tribú turchizzata di Samarcanda che, proclamatosi restauratore
dell’Impero mongolo, impose di fatto la sua autorità sul Khanato di Chagatai e fece della
regione la base del suo impero. Trasformò Samarcanda in un centro di raffinata cultura isla-
mica, incoraggiò le arti e le scienze.
L’Impero In Europa era conosciuto col nome «Tamerlano il Terribile», a causa delle pratiche sangui-
timuride narie che adottava durante le sue conquiste. Invase prima l’India (1398-1399), dove devastò
sia le città convertite all’islamismo sia quelle di fede induista. Dopo la distruzione di Dama-
sco e Aleppo (1400), appartenenti ai sultani mamelucchi di Siria, infierí allo stesso modo in
Asia Minore, dove nel 1402 sconfisse i turchi ottomani nella Battaglia di Ankara, ritar-
dando di alcuni decenni la loro avanzata verso Costantinopoli.
La morte, sopravvenuta nel 1405, gli impedí di intraprendere la «guerra santa» contro la
Cina e realizzare il suo progetto di convertirla all’islam.
Dopo trent’anni di devastanti campagne militari, l’Impero di Tamerlano si estendeva
dall’India al Mar Nero. Tuttavia, le lotte dinastiche tra i suoi successori (i timuridi) deter-
minarono il declino dell’impero nato dalle steppe e la sua disgregazione in regni separati.

6.4 La Cina delle grandi dinastie

L’importanza delle tradizioni  Come in Egitto e in Mesopotamia, anche in Cina la pre-


senza di grandi fiumi favorí lo sviluppo di vaste comunità sociali, che furono in grado di
dare origine a una civiltà profondamente radicata nelle tradizioni e capace di mantenere
la propria identità culturale e sociale pressoché immutata nel corso di quasi due millenni.
Il ruolo del L’ideologia portante del costume cinese fu il confucianesimo, l’insieme cioè delle dottrine
confucianesimo morali, sociali e politiche elaborate da Confucio (la cui nascita è posta nel 551 a.C.) e dai
suoi successori. Da esso derivavano:

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182 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

❚❚ la concezione della società come organismo fondato sul rispetto dell’autorità dello
Stato;
❚❚ la sostanziale immobilità dei rapporti sociali, per cui ciascuno doveva «aderire al
proprio modello»: i nobili detenevano il potere e potevano imporsi sulle classi subal-
terne; chi serviva doveva obbedire ai propri superiori;
❚❚ la considerazione della religione come strumento civile per regolare, attraverso il ce-
rimoniale, ogni grado di dipendenza;
❚❚ l’ammirazione per i princípi che venivano tramandati dal passato;
❚❚ il rispetto dei contadini per conservare l’ordine sociale.
Nel corso dei secoli, ogni serio tentativo di rinnovare la struttura statale cinese ha assunto
l’aspetto di una «rivoluzione culturale» contro le dottrine di Confucio e si è risolta tutte le
volte con un fallimento, a causa dell’opposizione delle masse contadine. Nel caso, invece,
delle invasioni degli unni e dei mongoli,

i cinesi riuscirono a mantenere immutati tanto la cultura quanto l’organiz-


zazione statale anche durante la dominazione straniera; furono gli invasori a
inserirsi nella civiltà dei popoli vinti, con una capacità di assimilazione sorpren-
dente [  T10].

Tra il V e il XII secolo, l’Asia centro-orientale, e in particolare l’Impero cinese, visse un pe-
riodo di sviluppo ricco d’iniziative commerciali e manifatturiere, tanto che, secondo gli sto-
rici, intorno al 1200 la Cina era economicamente e tecnicamente piú progredita dell’Europa.

L’unificazione Dalla dinastia Qin alla dinastia Tang  Il primo dei rinnovatori della struttura sociale, colui
imperiale che per la prima volta abolí alcuni dei piú odiosi privilegi dei nobili fu Shih Huang-ti, il qua-
le, dopo essersi proclamato imperatore, attuò l’unificazione imperiale (221 a.C.), annetten-
do al proprio Stato gli Stati minori cinesi. Il territorio abitato era compreso tra la pianura del
Fiume Giallo (Huang He) e la valle del Fiume Azzurro (Yangze). La dinastia Qin (221-206
a.C.), a cui la Cina deve il suo nome, fu breve ma affermò l’idea dell’unità imperiale come
unità culturale.
Tuttavia fu sotto la dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) che l’impero strutturò la sua orga-
nizzazione militare e burocratica centralizzata, ripristinando certe strutture politiche del
passato e ponendo le basi per la costruzione del Paese quale oggi è.
Dopo il crollo della dinastia Han, tra III e VI secolo lo Stato cinese si frammentò sotto
il peso delle invasioni unne e turche (nella Cina del Nord) e a causa delle lotte dinastiche
(nella Cina del Sud). Fu in questo periodo che il buddhismo si diffuse per tutta la Cina, in-
fluenzando l’arte e la letteratura.
La dinastia Tang Nel 589, l’Impero cinese si riunificava sotto la dinastia Sui (581-618) e si avviava a raggiun-
gere il massimo splendore sotto la dinastia Tang (618-907).
Il periodo Tang fu caratterizzato da progresso e prosperità: furono varate riforme agrarie
che consolidarono l’agricoltura irrigua e riforme fiscali che diedero grande impulso all’eco-
nomia; cominciò l’espansione verso occidente; la poesia cinese raggiunse la sua massima
fioritura; furono istituiti gli esami imperiali, attraverso i quali lo Stato reclutava i funzionari
– i «mandarini » – destinati ad amministrare l’impero e le province piú lontane. Essi dove-
vano dimostrare di essere in possesso di conoscenze scientifiche, matematiche e giuridiche
accanto alla conoscenza degli scritti del maestro Confucio. Fu anche grazie alla preparazio-
ne e all’efficienza dei mandarini, che gli imperatori cinesi riuscirono a mantenere unito per
lunghissimo tempo un impero di oltre 6 milioni di km2.

LESSICO
Mandarini: responsabili della pubblica portoghese. I mandarini, dotati di una soli- l’uso di una lingua diversa dal resto della po-
amministrazione dell’Impero cinese, definiti da cultura tradizionale, esercitavano anche polazione, il cantonese.
dagli europei attraverso l’uso di un termine le funzioni di giudici e si distinguevano per

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 183

Tuttavia, le lotte intestine della classe dirigente avviarono la Cina dei Tang verso la de-
cadenza; lo strapotere esercitato da proprietari fondiari, funzionari, mercanti e monasteri
buddhisti che si erano impossessati delle terre riducendo i contadini in miseria provocò
continue rivolte rurali, cui seguirono ripetute crisi politiche. Alla fine del IX secolo la dinastia
Tang fu travolta dal caos e il Paese conobbe un lungo periodo di anarchia militare, durante
il quale si frammentò in numerosi regni.

La dinastia Song  L’unità politica della Cina fu restaurata quando la dinastia Song prese
il potere nel 960. Nella prima fase del loro dominio, i Song erano radicati nelle regioni set-
tentrionali, la cui capitale era Kaifeng, per questo sono generalmente indicati come Song
del Nord (960-1127).
Lo sviluppo Si espansero verso sud, colonizzando vaste aree agricole in cui era maggiormente diffusa la
agricolo e coltivazione del riso. L’abbondanza delle risorse determinò un notevole aumento della po-
commerciale
polazione, che nell’XI secolo superò i 120 milioni di abitanti (nello stesso periodo l’Europa,
esclusa la Russia, contava circa 35 milioni di persone). Contemporaneamente, la Cina si aprí
al commercio con la Corea e il Giappone, con l’Indonesia e con la Penisola indocinese; nac-
que una nuova classe di mercanti che contribuí allo sviluppo di centri commerciali e ma-
nifatturieri slegati dal controllo imperiale, che avevano nella seta e nella porcellana i pro-
dotti di punta [  T7]. Fu sotto la dinastia Song che per la prima volta nella storia del mondo
un governo emise cartamoneta, il cui uso fu descritto da Marco Polo [  T3].
Le innovazioni Dal punto di vista culturale, il buddhismo cominciò a essere marginalizzato; molti mona-
culturali e steri furono chiusi, e i monaci buddhisti privati della loro influenza religiosa ed economica,
tecniche
basata su estese proprietà terriere. Si affermò il neoconfucianesimo, sintesi di taoismo e
confucianesimo.
Gli imperatori promossero anche la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche,
che portarono a importanti invenzioni come la bussola, il timone di poppa [  T12], la stam-
pa a caratteri mobili e la polvere da sparo, che rivoluzionò l’arte della guerra.
I Song del Sud In seguito all’invasione degli jurchen, un popolo originario della Manciuria che nel 1126
penetrò nel Nord della Cina e conquistò la capitale (Kaifeng), le forze sopravvissute della
dinastia Song furono costrette a trasferirsi a sud del fiume Yangze, prima a Nanchino e poi
a Hangzou, restringendo i propri domini al cosiddetto Impero dei Song del Sud (1127-
1279), mentre gli jurchen costituirono un impero autonomo, il Regno Chin, con capitale
Pechino.
Nel 1215, come si è già detto, i
mongoli di Gengis Khan sotto-
misero gli jurchen nella Cina del
Nord e nel 1279 completarono la
conquista dell’Impero dei Song
meridionali.
Il peso Tuttavia, nonostante l’assimilazio-
delle rivolte ne delle leggi, dei costumi e della
rurali
religione dei vinti, i mongoli non
riuscirono mai a integrarsi con le
tradizionali élites cinesi; inoltre non
possedevano la sensibilità per i
problemi dell’agricoltura che era
indispensabile per reggere la Cina.
Nuove insurrezioni rurali, guida-

◗◗ L’imperatore Shen Tsung, della dinastia Song (rappresentato


in alto a destra) ordina al suo ministro di descrivere le sofferenze
patite dal suo popolo, inclusa la riscossione dei tributi da parte
dei mandarini (evento raffigurato in basso a sinistra). Collezione
privata, XIII secolo.

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184 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

te da Zhu Yuanzhang, un agri- La Cina all’epoca dei Ming (dal 1368 al XV secolo)
coltore del Sud, e sostenute dal L’Impero ming nel XIV secolo
popolo e dalle élites cinesi, riget- S i b e r i a
Espansione dell’Impero ming Sakhalin
nel XV secolo
tarono i mongoli nelle steppe e
Campagne militari dei ming
portarono sul trono una nuova Spedizioni commerciali dei ming T a r t a r i
dinastia indigena, quella dei Attacchi mongoli e giapponesi Mancesi
Ming (1368-1644). del XVI secolo (Manciú)

Lo sviluppo La dinastia Ming  Divenuto im- Karakorum


Giappone
agricolo e peratore con il nome di Hongwu M o n g o l i

commerciale Seoul
(1368-1398), Zhu Yuanzhang si Pechino Corea
Deserto Hami
impegnò per favorire l’espansio- di
Taklamakan
Mar
Giallo
ne produttiva dell’agricoltura, Suchou
Kaifeng
G a n s u Lanzhou S h a a n x i
diversificando le colture, e mi- Xi'an
Nanchino
Mar Cinese
gliorare le condizioni di vita dei Wuhan
Ningpo Orientale

contadini, distribuendo loro ap- T i b e t Chengdu


Fuchou
pezzamenti da coltivare. Per re- Lhasa

Y
Formosa
Quanzhou

u
golamentare il prelievo fiscale, H i m a l a y a

n
Guiyang (Port.) Zeelandia

n
y
(Ol.)

add

a
Gange Oceano
creò un catasto generale delle

n
Macao

w
Kunming

Irra
(Port.) Pacifico
terre. Hanoi

Salwe
Ava
Manila
Tra le conseguenze di questo (Sp.)

A
en
Filippine

n
Golfo
sviluppo agricolo vi fu un ulte-

n
del Bengala Mar Cinese

a
M
m
Meridionale

ek
riore aumento della popola-

on
Siam

g
zione e la nascita di un nuovo
ceto sociale che comprendeva i
Verso l’India,
ricchi proprietari terrieri e i mer- l’Arabia e l’Africa
orientale
canti.
Nonostante una fase di espansione e di apertura commerciale a Giappone, Tibet e
Ceylon, che raggiunse il suo apice nel XV secolo, i Ming si impegnarono a restaurare in
tutto gli antichi princípi dettati dalle dottrine di Confucio e assunsero sempre nei confronti
dei commerci un atteggiamento di rifiuto e di condanna morale che durò fino a tutto l’Ot-
tocento. I traffici furono riservati agli stranieri, per questa stessa loro attività considerati
uomini inferiori.
L’amministra­ Il potere centrale fu rafforzato, attraverso il controllo diretto da parte dell’imperatore della
zione burocrazia civile, del corpo militare e dei censori, incaricati di supervisionare l’ammini-
centralizzata
strazione a livello centrale e locale. Per controllare il vasto territorio dell’impero furono isti-
tuite le province, le prefetture e le sottoprefetture. La residenza imperiale fu fissata defini-
tivamente a Pechino, cioè nelle prossimità della Grande Muraglia.
Da allora la cultura cinese mirò solo a riprodurre se stessa, a trasmettere piuttosto che a
rinnovare. Ai funzionari che aspiravano alla carica di governatore si richiedeva non la co-
noscenza dell’amministrazione ma della poesia, e l’esercizio perfetto della calligrafia e una
prova di pittura (quella straordinaria pittura di paesaggi che è sempre stata una prerogativa
dei cinesi). La pittura divenne per la Cina quello che in Europa era il latino: uno strumento
di distinzione, di appartenenza ad una casta, in un modo se possibile ancora piú esclusivo.

Il dibattito storiografico  L’ammirazione che gli intellettuali dell’antichità e del Medio-


evo nutrivano nei confronti della lontana e leggendaria Cina trovò conferma nei racconti
dei missionari e soprattutto nella descrizione che Marco Polo fece del «Cataio» nel Milione.
La superiorità della Cina apparve evidente al viaggiatore europeo nonostante egli fos-
se venuto in contatto non con le dinastie dei Tang o dei Song, ma con la Cina predata dai
mongoli.
La superiorità Tale superiorità si espresse soprattutto nell’ambito tecnologico: numerose innovazioni
tecnologica tecniche erano comparse in Cina con secoli, a volte con millenni, di anticipo: dalla produ-
zione dell’acciaio temperato alla produzione della seta, ad una velatura efficiente per la na-

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 185

vigazione, ai mulini a vento, al telaio per la tessitura, alla bussola magnetica, alla carta, fino
alla stampa. Tuttavia, nonostante questa fecondità di invenzioni, il popolo cinese sembrò
rimanere, dopo l’epoca delle scoperte, sostanzialmente arretrato nei confronti dell’Occi-
dente. Tanto che l’Europa sembrava aver superato l’Oriente dal punto di vista economico
e tecnologico soprattutto alla vigilia della Prima rivoluzione industriale. Se la storiografia
non è unanime nello stabilire i termini di tale primato, concorda nell’affermare che il po-
polo cinese si chiuse in se stesso e finí per assumere, nei secoli a noi piú vicini, un atteggia-
mento di disprezzo nei confronti di ogni nuovo traffico o tecnica che si proponesse di mu-
tare il passato.

LE PRINCIPALI DINASTIE CINESI

Dinastia Tang Dinastia Song del Nord Dinastia Ming


(618-907) (960-1127) e del Sud (1368-1644)
(1127-1279)

L’impero raggiunge la Si afferma uno L’impero si apre a


massima estensione Stato burocratico nuove riforme e al
e il culmine della sua centralizzato. commercio con i
potenza. Paesi d’oltremare.

Viene fondata Si sviluppano La capitale viene


l’Accademia Han-lin agricoltura e trasferita a Pechino.
per la formazione dei commercio (seta e
funzionari statali. porcellana).

La poesia si esprime Le innovazioni Graduale chiusura


ai massimi livelli. tecnologiche portano della corte imperiale
a straordinarie nei propri confini.
invenzioni (stampa
a caratteri mobili,
polvere da sparo,
timone di poppa).

6.5 L’origine del Giappone e lo Shogunato ashikaga


La società Il Giappone feudale  La storia unitaria del Giappone ebbe inizio nel periodo compreso tra
feudale il III e il VI secolo d.C., quando la società giapponese era organizzata in forme feudali, per
molti aspetti simili a quelle occidentali, dal vassallaggio, che faceva leva sui signori locali, i
daimyo (termine che significa «grande nome»), all’investitura e alla cavalleria feudale, con
la classe militare dei samurai (termine che significa «colui che serve»). Tale sistema portò,
per secoli, a continue guerre feudali, determinando tra i daimyo uno stato di anarchia che
non impedí tuttavia lo sviluppo di quelle tradizioni che hanno caratterizzato la società del
Giappone sino alla fine dell’Ottocento.
Culturalmente i giapponesi vantarono sin dalle origini un’orgogliosa coscienza della
propria insularità, cioè la consapevolezza di essere posti all’estremo del mondo, là dove
nessun invasore sarebbe mai giunto, e perciò si caratterizzarono per il loro forte naziona-
lismo. Nonostante questo, essi ebbero la capacità di riconoscere ciò che all’esterno poteva
esserci di valido, di far propri cioè alcuni valori esistenti fuori delle loro isole, senza venir
meno alle loro tradizioni.
La scoperta della Cina fu a questo proposito fondamentale per la storia del Giappone,
che con una serie di spedizioni culturali a Changan, riuscì a far proprie le tecniche e le scien-
ze cinesi e a colmare la propria inferiorità. Accolse anche la dottrina buddhista.

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186 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Dall’impero Tra il VII e l’VIII secolo, in seguito a importanti riforme, l’antico regime dei clan fu sostituito
allo shogunato da una struttura imperiale di tipo centralizzato, sul modello di quello cinese; nel corso
dei secoli successivi, però, il potere dell’imperatore si indebolì mentre le famiglie dell’ari-
stocrazia militare acquisirono sempre piú autonomia. In questo contesto cominciarono le
lotte tra le maggiori famiglie per assicurarsi la carica di supremo capo militare e di mae-
stro di palazzo, che i giapponesi chiamavano «shogun ».
All’inizio del XII secolo, il capo di uno dei piú importanti clan, Minamoto Yoritomo, si fece
nominare shogun (1192) e fondò il primo shogunato della storia del Giappone (Shogu-
nato Kamakura). Rendendo il titolo di shogun ereditario, esautorò di fatto l’imperatore che
ricoprì da quel momento un ruolo di sostanziale rappresentanza: considerato una figura
essenzialmente religiosa, legata agli dèi della religione scintoista [  T11], la sua funzione
si limitava a dover esprimere l’ordine del mondo, anche dal punto di vista politico, senza la
necessità di una reale azione di governo.
Nel XIII secolo, il dualismo tra l’istituzione dello shogunato e la figura dell’imperatore
si affermò definitivamente come sistema di potere del Paese.
Alla fine del XIII secolo, mentre gli eserciti di samurai respingevano i tentativi d’invasio-
ne dei mongoli (1274 e 1281), il potere dei daimyo, i grandi signori feudali, andava raffor-
zandosi.

La Lo Shogunato ashikaga Nel 1338 Ashikaga Takauji, uno dei piú forti capi militari, si
periodizzazione autoproclamò shogun e diede vita a una famiglia shogunale che mantenne il potere fino al
1573. Takauji trasferí la capitale a Kyoto e riunificò il Paese, senza tuttavia riuscire a porre
fine ai conflitti tra i daimyo per la conquista del potere locale.
La crescita Durante lo Shogunato di Ashikaga, la produzione agricola aumentò grazie all’uso dei ferti-
economica e le lizzanti e all’impiego di animali; i commerci con la Cina consentirono l’acquisizione di nuo-
organizzazioni
commerciali ve tecniche artigianali, per esempio per la lavorazione del cotone e della seta; furono create
delle corporazioni chiamate «za», che elevarono lo status sociale di artigiani e mercanti, e
incrementarono anche le entrate fiscali della corte imperiale; l’economia in generale crebbe,
grazie soprattutto ai commerci con la Cina e all’accettazione, nel 1402, del «sistema dei tri-
buti» imposto dalla dinastia Ming. Esso consisteva nel pagamento di un tributo, in segno di
riconoscimento della supremazia dell’imperatore cinese, in cambio della possibilità di com-
merciare con la Cina. La pirateria giapponese diminuí in conseguenza di questi accordi.
Durante il periodo ashikaga sorsero nuovi centri commerciali ed economici, soprattutto
nelle vicinanze di porti (come Sakai, antenata dell’odierna Osaka) e lungo le strade principali.
Nel corso del XV secolo lo Shogunato ashikaga crollò a causa delle lotte fra due rami rivali
della famiglia dello shogun in carica. I daimyo divennero cosí padroni assoluti dei loro territori,
tanto che alla fine del XVI secolo i viaggiatori europei li chiamavano «re» o «príncipi».

6.6 L’India dal Sultanato di Delhi all’Impero moghul

L’induismo La questione religiosa La struttura sociale rigidamente ordinata in caste che persiste
e la divisione ancora oggi tra il popolo che occupa la Penisola indiana risale al II millennio a.C., quando
in caste
alcune popolazioni ariane provenienti dall’Asia centrale, gli arya, si insediarono nell’India
nord-occidentale e attuarono questa spietata tecnica di governo per assicurarsi, in un ter-
ritorio vastissimo, la sottomissione dei vinti.
Il fondamento ideologico che ha consentito la sopravvivenza nei secoli di questa struttu-

LESSICO
Shogun: tra l’VIII e il XII secolo, titolo che Shogunato: termine con il quale Minamoto «la via degli dèi», è una religione basata sul rap-
l’imperatore del Giappone conferiva ai mi- Yoritomo indicò inizialmente il suo palazzo di porto con la natura, considerata l’ispirazione di
gliori comandanti delle spedizioni militari. Kamakura, in cui aveva stabilito la residenza, ogni forma di bellezza, e sul culto degli antena-
A partire dalla fine del XII secolo il titolo di- ma che assunse poi il significato generale di ti. Gli scintoisti ritengono le forze naturali ma-
venne ereditario, sancendo la fine del potere centro militare e di governo retto dallo shogun. nifestazioni della divinità (kami) e, fino al 1945,
politico dell’imperatore. Religione scintoista: dal giapponese shinto, l’imperatore era considerato un dio vivente.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 187

ra, nonostante l’abolizione dello stato di paria da parte dei governi postcoloniali, è la fede
nel karman, nella reincarnazione, secondo la quale ogni esistenza deriva da un’esistenza
precedente e la casta di appartenenza non è casuale, ma commisurata alle azioni compiute
nell’altra vita, e quindi per questo «meritata». La reincarnazione è il principio essenziale
dell’induismo, una religione fondata sulla celebrazione delle forze creatrici, del vitalismo
e della procreazione, che si esprime nell’adorazione di moltissimi dèi e che giustifica l’esi-
stenza di una gerarchia immutabile fra le caste: fu per questo che divenne la religione dei
vincitori.
L’affermazione Al vitalismo dell’induismo si oppose nel VI secolo a.C. la voce di un nuovo predicatore,
del buddhismo Buddha (la cui nascita è posta nel 563 a.C.), persuaso che la verità consistesse nel contrario
del vitalismo, nell’ascesi, nella rinuncia a ogni desiderio, nell’immobilità: solamente in
questo modo l’uomo, divenuto saggio, avrebbe potuto sottrarsi alla legge piú terribile, alla
condanna della reincarnazione.
Il buddhismo si diffuse dall’India in gran parte del continente asiatico, dalla Cina al Giap-
pone, all’Indonesia, al Tibet, a Ceylon,

instaurando nel piú profondo dell’animo asiatico un’aspirazione alla saggezza,


all’equilibrio, al distacco che ha sempre esercitato una profonda suggestione
sugli spiriti piú aperti dell’Occidente, e ancora oggi si propone con il suo fascino
alternativo alla società derivata dalla Rivoluzione industriale.

La diffusione Il Sultanato di Delhi  Quando all’inizio del XIII secolo nel subcontinente indiano si formò
dell’islam il Sultanato di Delhi (1206-1526), il primo regno musulmano dell’India, la popolazione
era ancora in gran parte induista e buddhista. Si trattava di una vasta aggregazione politica
che gradualmente sottomise tutti i potentati locali tradizionali.
Il processo di islamizzazione del subcontinente era stato avviato fin dall’VIII secolo da-
gli arabi, e nell’XI secolo si era formato il primo sultanato turco nella parte settentrionale
dell’India; tuttavia solo in seguito alle conquiste di Muhammad di Ghur (1160-1206), della
dinastia turca dei ghuridi, ebbe inizio la «guerra santa» contro gli hindu idolatri.
Muhammad, muovendo da Kabul, sconfisse i potenti signori indú dell’India settentrio-
nale e conquistò la pianura del Gange (1206); ma fu presto assassinato da un suo luogo-
tenente, un ex-schiavo turco della dinastia dei mamelucchi, che si fece eleggere sultano e
proclamò l’indipendenza dei territori indiani dal resto dei domini dei ghuridi. Nel 1211 il
califfo di Baghdad riconobbe formalmente il sultanato.
Il dualismo Ma tra il rigido monoteismo musulmano delle élites militari e il politeismo esasperato delle
religioso religioni indiane non poteva esserci incontro. Anche se molti appartenenti alle caste infe-
riori accolsero l’islamismo come uno strumento di salvezza, di liberazione, l’opposizione
delle caste superiori fu irriducibile.

Il dualismo fra islamismo e tradizione induista diede origine a una implaca-


bile guerra di religione che dalla fondazione del Sultanato di Delhi ha lacerato
e continua a lacerare l’India.

Questo dissidio insanabile, che dopo il periodo coloniale ha portato alla costituzione di due
Stati diversi, l’Unione indiana e il Pakistan, spiega almeno in parte la facilità con cui gli eu-
ropei riuscirono a ridurre a colonia una terra che vantava una civiltà millenaria.

Caste: classi gerarchiche in cui era divisa sudra, discendenti dei dravida, le popolazio- complesso di idee e pratiche chiamate in-
la società indiana. Le caste principali erano ni sottomesse dagli arya, destinate a servire. dudharma, o induismo, legate alla cultura
quattro: i bramana, i sacerdoti interpreti dei Paria: gli «intoccabili», indegni di apparte- dell’India arcaica e basate su testi sanscriti.
libri sacri; i ks.atriya, i nobili e guerrieri protet- nere a qualsiasi casta e il cui lavoro era con- I turchi usavano questo termine per indica-
tori del popolo; i vaisya, coloro che si dedi- siderato impuro. re tutti coloro che non si convertivano alla
cavano al commercio e al lavoro della terra; i Hindu: popolazioni che si attengono a un loro religione.

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188 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

L’inizio dell’Impero moghul  Agli inizi del Cinquecento, negli stessi anni delle grandi sco-
perte, vi fu un tentativo di trovare un incontro, di giungere a un sincretismo religioso
capace di realizzare una convivenza pacifica tra induisti, buddhisti e musulmani.
Dopo la dissoluzione dell’Impero di Tamerlano, che nel 1398 aveva ferocemente sac-
cheggiato Delhi e aveva occupato il Punjab, Babur il Conquistatore (1483-1530), uno
dei discendenti di Gengis Khan e sovrano di una regione di confine, nel 1504 conquistò
Kabul e si rivolse in direzione dell’India settentrionale, dove riuscì a fondare nel 1526
l’ultimo impero indipendente nella storia dell’India: l’Impero moghul (da «moghul»,
mongolo) [  T4].
Il tentativo Babur, e soprattutto il suo successore e nipote Akbar (1556-1605), riunirono piú volte i
di pacificazione «maestri del sapere», imponendo loro di studiare una riforma religiosa che accogliesse il
religiosa
meglio delle varie dottrine e si fondasse sulla tolleranza di ogni credo [  Capitolo 12].

6.7 L’Africa musulmana e l’Africa Nera: Stati e civiltà

L’Africa del Nord  L’Africa mediterranea ebbe nel corso della storia un rapporto privilegiato
con le grandi civiltà mediterranee dei Greci, dei Romani e dei bizantini: si pensi ai regni dei
faraoni in Egitto, a Cartagine e agli arabi.
La dominazione Alla fine dell’Età medievale, l’Africa settentrionale era dominata dai berberi almohadi che
almohade avevano diffuso l’islam dal Maghreb alla Spagna [  Introduzione]. Tuttavia esso non costitui-
va un’unità politica: al suo interno, soprattutto nell’Africa nord-occidentale, esistevano già
dal IX secolo emirati autonomi che, pur riconoscendo l’autorità del Califfato di Baghdad,
di fatto erano indipendenti. Con la sconfitta subita nel 1212 a Las Navas de Tolosa da parte
delle forze cattoliche [  Capitolo 2], l’impero perse i suoi possedimenti nella Spagna musul-
mana e cominciò a disgregarsi.
La regione del Maghreb si suddivise in tre zone: a est la regione di Ifriqiya (l’attuale Tu-
nisia), a ovest il Marocco (governata dai merindi), in mezzo le terre corrispondenti all’at-
tuale Algeria, governate dalla dinastia di Abd al-Wahid.
Nell’Africa nord-orientale, invece, a metà del XIII secolo, l’esercito dei mamelucchi as-
sunse di fatto il potere in Egitto, che si trovava in una posizione strategica in quanto ponte
tra Africa e Medio Oriente. Solamente l’affermazione dei turchi ottomani in Asia Mino-
re e la nuova via per le Indie aperta da Vasco da Gama nel 1498 avrebbero portato al crollo
mamelucco.

L’Africa Nera  Ma all’interno del continente africano, oltre il Sahara? Oggi è noto che nel-
la regione subsahariana, chiamata anche «Africa Nera» (per il colore della pelle della sua
popolazione), esistevano civiltà con cui il Medioevo cristiano era entrato in contatto solo
sporadicamente, e per questo motivo erano del tutto ignote o considerate leggendarie dai
contemporanei europei.

Il pregiudizio per cui per molto tempo si è pensato all’Africa come a un «conti-
nente senza storia» è stato ormai superato dagli storici, che non soltanto confer-
mano l’indubbia esistenza di strutture associate nelle regioni dell’Africa cen-
trale, ma parlano anche di regni e organizzazioni statali.

Le fonti storiche Le fonti che hanno permesso la ricostruzione della storia dell’Africa Nera sono rappresen-
tate, oltre che da manufatti artistici e resti fittili, dalle leggende dinastiche tramandatesi
oralmente, integrate con le fonti scritte arabe. Gli arabi, che chiamavano la regione a sud

LESSICO
Sincretismo religioso: tendenza a conci- nenti cioè a due o piú culture che, incon- mescolanze e fusioni.
liare elementi religiosi eterogenei, apparte- trandosi, danno origine a contaminazioni,

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 189

L’Impero moghul alla morte di Akbar


Hotan
Gilgit

Kabul Kashmir
Peshawar
Srinagar
Afghanistan

Kandahar Lahore Tibet


Punjab
Multan Lhasa

o Delhi Audh H i
Belucistan Ind m a
l a
y a
Jaipur Agra
Sind Bihar
Jodhpur Gang
Tatta e Assam
Allahabad Patna

Chanderi
Ahmadabad Bengala

Cambay Chandernagor Calcutta


Gujarat Gondwana
Surat
Mare Nagpur
Damao Orissa
Arabico
Ahmadnagar
Bombay Golfo
Poona Golconda del Bengala
Bidar
Bijapur
Goa

Bangalore
Mangalore Madras

Pondicherry
Calicut
Campagne militari
di Babur Cochin
L’Impero moghul Polygar
◗◗ L’imperatore Akbar, famoso per la sua nel XVI secolo
tolleranza religiosa, assiste a un confronto Espansione Ceylon Oceano
dell’Impero moghul Indiano
fra studiosi musulmani e i gesuiti missionari nel XVII secolo Colombo
portoghesi. Collezione privata, XVI secolo.

del Sahara Bilad as-Sudan, ovvero «Terra dei neri», poterono descrivere i caratteri delle
città e delle formazioni statali che l’abitavano [  T5], grazie ai rapporti commerciali che sep-
pero sviluppare con i regni sudanesi, che controllavano gli scambi soprattutto del pregiato
oro.
Il Regno Il primo regno dell’Africa Nera con cui gli arabi vennero in contatto fu l’antico Ghana, fio-
del Ghana rito tra il bacino del Senegal e quello del Niger a partire dal IV secolo dell’era cristiana. Il
Regno del Ghana, che non va confuso con l’attuale Stato del Ghana che occupa un territo-
rio piú a sud, era noto ai viaggiatori arabi per l’abbondanza dell’oro, tanto che il re del
Ghana era considerato «il piú ricco della terra». In realtà il regno svolgeva soprattutto una
funzione commerciale controllando gli scambi tra il sale e l’oro, che veniva prodotto piú a
sud. I traffici col mondo arabo, attraverso le vie carovaniere del Sahara, diffusero e amplia-
rono a tal punto le notizie sui «sovrani dell’oro» che nell’XI secolo i monaci-guerrieri al-
moravidi, da tempo convertiti all’islamismo, invasero il regno e lo distrussero.
L’Impero Nel XIII secolo, fiorí il secondo impero dell’Africa Nera, il Mali. Fu costituito sotto la guida
del Mali di Sundiata Keita, capo delle popolazioni nere di etnia mande (o mandingo), che proveni-
vano dall’area compresa tra gli attuali Mali e Guinea. Sundiata fece convertire il suo popo-
lo all’islamismo e ottenne il monopolio del commercio dell’oro e del sale; occupò la valle
del Niger, dove si trovavano i nuovi capolinea meridionali dei commerci transahariani, os-
sia le città di Timbuctú e Gao, e si impadronì delle regioni aurifere sul fiume Senegal, dove
sorgeva l’antico Ghana. Nel XIV secolo il Mali divenne uno dei principali esportatori di oro,
che commercializzava soprattutto col mondo arabo-berbero. Proprio una fonte araba rac-

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190 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

I regni africani nel XV secolo

Mar
Mediterraneo

Berberi Egitto dei


mamelucchi

Tuareg

lo
Ni
Nubiani

Timbuctú
Regno Gao
Kanem-
Impero del Songhai Bornu
Axum

Ni
del Mali Regno

ge
r
di Etiopia
Dancali
Yoruba
Regno del Somali
Bantu
Benin Nilotici
go
Con Mogadiscio
Pigmei

Masai
Oceano
Oceano
Indiano
Atlantico Regno del
Congo

Bantu

Zone islamizzate
alla fine del XV secolo
Principali prodotti Bantu Impero di Madagascar
Oro Monomotapa
Khoisan
Rame
Sale
Avorio
Banane
Bestiame
Schiavi

conta che durante il suo pellegrinaggio alla Mecca il sovrano Musa spese tanto oro che il
nome del Mali divenne noto non solo nel mondo arabo, ma anche in quello europeo.
Nel periodo di massima espansione l’Impero del Mali comprendeva anche il Regno del
Songhai, fondato nel VII secolo e formato da popolazioni non mande, che controllavano
la navigazione del fiume Niger. Quando nel XV secolo il Mali cominciò a perdere potere,
il Songhai, che aveva creato un esercito di professionisti, riaffermò la propria autonomia.
Seguirono continui scontri religiosi tra i songhai, pagani, e le popolazioni musulmane del
regno, che favorirono, alla fine del XVI secolo, la conquista marocchina di Timbuctú e Gao.
Le altre Testimonianze di altri regni, posizionati piú a sud dei regni del Sudan e non raggiunti dall’i-
formazioni slam, riguardano il Regno del Benin, con il quale i portoghesi entrarono in contatto nel
politiche
1485, e alcune formazioni politiche fondate da popoli yoruba, tra i quali la piú nota fu,
dal XVI secolo, il Regno di Oyo.
Nei territori dell’attuale Angola settentrionale, Repubblica del Congo e parte della Re-
pubblica Democratica del Congo, sorse alla fine del XIV secolo il Regno del Congo, di et-
nia bantu, con il quale i portoghesi entrarono in contatto alla fine del XV secolo, interessati
soprattutto a sviluppare il traffico di schiavi.
Nell’Africa meridionale si sviluppò l’Impero di Monomotapa, fondato intorno al 1440
da popolazioni bantu, ed esteso tra il Kalahari e la costa dell’Oceano Indiano. Si possono

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 191

ancora ammirare i resti delle grandi torri coniche di Zimbabwe la Grande, la città dove il
«sovrano delle miniere», o monomotapa, appunto, conservava i minerali preziosi destinati
ai commerci con l’Asia.
Il Regno etiope Nell’Africa orientale, la formazione statale piú significativa fu il Regno cristiano d’Etiopia,
che nel XIII secolo, dopo un periodo di isolamento dal mondo mediterraneo, rifiorí con una
nuova dinastia, chiamata «salomonica restaurata». Secondo la tradizione, infatti, in Etiopia,
ad Axum, sin dal I millennio a.C. era sorto un regno i cui sovrani si vantavano di essere i
successori del re biblico Salomone. La fama di un regno cristiano esistente oltre gli arabi,
nella regione del Mar Rosso, si era conservata in Europa per tutto il Medioevo, cosí come il
nome del re-sacerdote d’Etiopia, «Prete Gianni», con cui era conosciuto e che ricorreva sul-
le mappe dell’Africa.
Nel XVI secolo, il nuovo Regno d’Etiopia riuscí a resistere all’avanzata ottomana grazie
al sostegno della flotta portoghese, giunta al seguito dell’esploratore Pêro da Covilhã, che
alla fine del XV secolo aveva intrapreso un lungo viaggio proprio per raggiungere la corte
del «Prete Gianni» e consegnargli un’importante missiva.
Lungo le coste dell’Eritrea sorsero invece regni musulmani, dovuti al proselitismo dei
mercanti arabi.

T E N D E N Z E  Il concetto di Europa dal IX al XV secolo

I
l concetto di «Europa» non era univoco nel Medioe- si sentivano affini, ma dimostravano consapevolezza e
vo. Esso poteva essere letto in due accezioni: secon- ribadivano le distinzioni interne ai vari popoli.
do un significato geografico poteva riferirsi all’area Nel X secolo, in concomitanza con la riforma gregoriana
continentale; secondo una prospettiva storico-cultura- [  Capitolo 1], si rafforzò il legame tra Europa e Chiesa
le poteva riguardare un insieme di popoli che avevano di Roma, che, pur non abbandonando mai la sua visio-
stabilito rapporti culturali ed economici profondi, tali da ne universalistica, si venne sempre piú identificando con
dar loro la percezione di costituire una unità. l’Occidente. L’Europa politica e religiosa di questi seco-
Fu in questa seconda accezione che il termine comparve li non poteva, pertanto, riconoscersi nella definizione
per la prima volta nelle regioni settentrionali del conti- geo­grafica: essa escludeva gran parte della Penisola
nente: gli esponenti delle culture non latine lo utilizzaro- iberica «islamica», l’Europa slava e, naturalmente, i Bal-
no per identificare una tradizione comune, che poteva cani «bizantini» (cioè ortodossi).
essere distinta da altre (ad esempio, quelle orientali). Dopo un periodo di appannamento, il prestigio dell’Eu-
La necessità di un nuovo concetto – e, di conseguenza, ropa aumentò nuovamente nei secoli XIV e XV: con la
di una nuova terminologia – emerse quando le popola- crisi delle istituzioni universali – papato e impero – il
zioni dell’Impero romano si fusero con altri popoli pro- concetto riemerse per indicare un insieme di popoli le-
venienti dall’esterno, dando origine alle sperimentazioni gati da tradizioni sacre e profane comuni, benché or-
dei regni romano-germanici. Un monaco irlandese, Co- mai organizzati in sistemi politici differenti. Fu in questo
lombano, si serví dell’espressione «chiese dell’Europa contesto che alcuni intellettuali iniziarono nuovamente
tutte» proprio per includervi le popolazioni germaniche a parlare anche di «europei», sulla spinta di un nuovo
cristianizzate. universalismo culturale promosso dall’Umanesimo. Si
Nel IX secolo, con Carlo Magno, si rafforzò l’idea che i espressero in questo senso Giovanni Boccaccio e il papa
concetti di Europa e di Occidente coincidessero, co- umanista Pio II, Enea Silvio Piccolomini (1458-1464), che
struendo un’identità europea dalla quale erano esclusi si fece paladino della comune identità culturale e reli-
Bisanzio, il suo impero e i suoi popoli «satelliti». L’epite- giosa dell’Europa. Un’Europa che, in un’epoca di esplo-
to di «padre d’Europa» fu assegnato per la prima volta razioni geografiche e di rinnovate relazioni culturali, fu
proprio a Carlo Magno, in un poema composto da un «allargata» anche all’Impero bizantino, minacciato dall’e-
autore anonimo immediatamente prima o subito dopo spansione turca. Ricomparve in questo contesto il termi-
l’incoronazione imperiale. Tuttavia, è fondamentale te- ne «europei», usato «per designare tutti i membri della
nere presente che anche in quest’epoca l’Europa non comunità politica, religiosa e culturale europea, al di
era considerata una totalità indifferenziata: gli europei sopra delle distinzioni nazionali» (P. Delogu).

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192 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

A R C H I V I O
T1 | Chi sono i tartari
Da Giovanni da Pian del Carpine, Historia Mongalorum, in A. T’Serstevens, I precursori di Marco Polo, Garzanti, Milano, 1960, pp.
162-164.

Giovanni da Pian del Carpine (1182-1252) nacque a Pian del Carpine, l’odierna Magione, sul Lago
Trasimeno (Perugia), e fu uno dei primi seguaci di Francesco d’Assisi. Nel 1245 fu incaricato da papa
Innocenzo IV (1243-1254) di recarsi presso i mongoli (tartari) per consegnare al Gran Khan la lettera
Cum non solum homines, data a Lione il 13 marzo 1245. Il testo conteneva l’esortazione a interrompere
l’avanzata armata nelle regioni dell’Europa centrorientale e, dietro minaccia della collera divina, l’invito
a concludere una pace con la cristianità. La missione affidata al religioso s’inseriva in una piú articolata
strategia diplomatica del pontefice che, attraverso diverse ambascerie, cercava un contatto con quel
popolo estraneo rispetto all’Occidente cristiano. I risultati politici del viaggio non furono rilevanti, ma
il frate ne scrisse uno straordinario resoconto nella Historia Mongalorum (1247), che forní all’Europa
un’approfondita descrizione della corte del Khan mongolo e dell’Asia medievale.

1. Dell’aspetto dei tartari latto, fatte al modo che segue: sono spaccate dall’alto in
Il loro aspetto fisico è diverso da tutti gli altri uomini. So- basso, e le ripiegano sul petto, e le attaccano con un cor-
no, tra gli occhi e le guance, piú larghi degli altri uomini, e done, dalla parte sinistra, e tre dalla parte destra. Sono
le guance sporgono sulle mascelle. Hanno il naso piatto e spaccate, sul lato sinistro, fino al braccio. Le pellicce, di
corto, gli occhi piccoli, e le palpebre che salgono sino alle so- qualsiasi specie, sono fatte allo stesso modo, ma quella per
pracciglia. Sono assai sottili di cintura, con poche eccezioni. sopra ha il pelo all’esterno, ed è aperta dietro, con una pic-
Quasi tutti sono di statura mediocre. La maggior parte han- cola coda che scende fino ai popliti2. Le donne sposate
no pochissima barba; alcuni tuttavia hanno sul labbro supe- hanno una tunica molto ampia, aperta davanti, dall’alto in
riore e sul mento qualche rado pelo che non tagliano mai. basso. Sulla testa, hanno qualcosa di tondo, fatto di canna
Sulla cima del cranio, hanno una corona di capelli, alla ma- o di scorza, che si eleva di un’auna3 allargandosi dal basso
niera dei chierici; e da un orecchio all’altro, su una larghez- in alto, e che termina in cima a quadrato. Sulla cima è
za di tre dita, tutti si radono i capelli alla stessa maniera, ma piantata una piccola verga lunga e sottile, d’oro, d’argento
lasciano crescere sino alle sopracciglia i capelli che sono tra o di legno, e talora una piuma. Tutto ciò è posato su un ber-
la corona e la rasatura; e da una parte all’altra della fronte, retto che scende fino alle spalle. Tanto il berretto che l’ap-
hanno i capelli tagliati piú che a metà; per il resto, li lascia- parecchio descritto, sono coperti di bucherame, o di por-
no crescere, alla maniera delle donne, e ne fanno due trecce pora, o di scarlatto. Senza quell’apparecchio, le donne
che annodano dietro l’orecchio. Hanno i piedi piccolissimi. sposate non appaiono mai dinanzi agli uomini, ed è ciò
2. Dei loro matrimoni che le fa riconoscere in mezzo alle altre donne. Le vergini
Ciascuno può avere tante mogli quante può mantenerne: e le giovani donne non sposate possono difficilmente es-
cento, cinquanta, dieci, gli uni piú, gli altri meno; e possono sere distinte dagli uomini, perché sono vestite del tutto
sposare non importa quale parente, ad eccezione della ma- come loro. Essi portano acconciature del capo cosí diverse
dre, delle figlie e delle sorelle della stessa madre. Ma pos- da quelle delle altre nazioni, che saremmo incapaci di de-
sono sposare le loro sorelle dello stesso padre, e anche la scriverne intelligibilmente la forma.
moglie del padre, dopo la morte di questi. Dopo la morte di 4. Delle loro abitazioni
un fratello, un fratello piú giovane, o un altro della stessa pa- Hanno abitazioni rotonde, costruite a forma di tenda, e
rentela, è tenuto a sposare la moglie del fratello morto. Per le fatte con canne e sottilissimi bastoncini. Nel centro del sof-
altre mogli, possono sposarle senza fare un’altra distinzio- fitto, si apre una finestra tonda da dove entra la luce, e che
ne, e le acquistano piuttosto care dai loro genitori. Dopo la può lasciar uscire il fumo, perché fanno sempre il fuoco in
morte del marito, esse non convolano volentieri in seconde mezzo alla tenda. Le pareti e il tetto sono coperti di feltro.
nozze, se non quando un uomo vuole sposare sua suocera.
3. Dei loro vestiti 1. bucherame: panno trasparente, probabilmente ricamato e proveniente
dalla città di Bukhara, in Asia orientale.
I vestiti, tanto degli uomini che delle donne, sono fatti allo
2. popliti: parte posteriore dell’articolazione del ginocchio.
stesso modo. Non usano scarpe, mantelli, cappucci né pel- 3. auna: antica misura di lunghezza. In Francia, all’epoca, corrispondeva
li, ma portano tuniche di bucherame1, di porpora o di scar- a 1,2 metri.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 193

Alcuni di tali edifici sono grandi, altri piccoli, secondo la dezza. Dovunque vadano, alla guerra o altrove, li traspor-
dignità o l’umiltà dei proprietari. Alcuni si smontano e si tano sempre con sé.
rimontano molto velocemente, e possono essere caricati 5. Dei loro beni
su bestie da soma. Ve ne sono che non si possono smonta- Sono molti ricchi in animali: cammelli, buoi, pecore, ca-
re ma sono portati su un carro; per i piú piccoli, un carro a pre e cavalli. Hanno una tale moltitudine di giumente, che
un solo bue basta per trasportarli; per i piú grandi, occor- non credevamo ve ne fossero tante nel mondo intero. Non
rono tre o quattro buoi, o anche piú, secondo la loro gran- hanno né maiali né altre bestie.

T2 | La guerra mongolica


Da Izz ad-din al Athír, Storia perfetta, in F. Gabrieli, La letteratura araba, Sansoni, Firenze-Milano 1967, pp. 211-213.

L’espansione mongola ebbe il riferimento fondamentale e leggendario in Temujin, che dal 1206 fu
chiamato Gengis Khan (ovvero «capo universale»). Egli sottomise la Cina settentrionale (nel 1215 con-
quistò Pechino), la Manciuria, gli Stati musulmani dell’Asia anteriore. Nel 1224, un reparto mongolo
distrusse anche le forze dei principi ucraini. Nel corso di tali conquiste i mongoli adottarono una stra-
tegia sistematica di massacri e saccheggi. I caratteri delle guerre mongoliche e le loro devastazioni
sono stati raccontati dal cronista arabo Izz ad-din al Athír, morto nel 1233, che a partire dal 1220 de-
scrisse nel libro Storia perfetta la tragica vicenda dei popoli islamici investiti dalla furia dei mongoli. Il
documento di seguito riportato testimonia l’impressionante forza dei mongoli e l’estensione del loro
impero, restituendoci cosí un’immagine del popolo di Gengis Khan.

Per piú anni ho repugnato dal parlare di quest’evento trop- alla terra degli alani e dei lesghi2, con i diversi popoli che
po grave ed odioso, e mettevo innanzi un piede e tiravo in- l’abitavano, e che misero a ferro e fuoco e saccheggio. Di
dietro l’altro; giacché per chi sarebbe facile scrivere l’annun- qui ai paesi dei Qipgiàq, tra i piú numerosi dei Turchi, e uc-
cio di morte dell’Islàm e dei Musulmani, chi potrebbe di cisero chi li attese a pie’ fermo, e i rimanenti fuggirono alle
questo parlare a cuor leggero? Non mi avesse mai generato paludi e alle vette dei monti e lasciarono il loro paese, di
mia madre, fossi morto prima, e divenuto cosa obliata! Ma cui i Tartari si resero padroni in un lampo, il tempo neces-
un gruppo di amici mi esortava a registrare questi eventi, e sario al loro passaggio e non piú.
io, dapprima esitante, vidi che l’ometter ciò non sarebbe sta- Intanto un’altra schiera puntava su Ghazna e provincia, e
to di alcun giovamento. Diciamo dunque che il far ciò impli- sui paesi vicini d’India, Sigistàn e Kirmàn, dove compirono
ca il parlare della somma sciagura e della massima calamità uguali e peggiori prodezze. Sono queste gesta inaudite; ché
cui i giorni e le notti ripugnano, che ha abbracciato tutto il Alessandro stesso, che per concorde riconoscimento degli
genere umano, e in particolare i Musulmani. [...] storici si rese padrone del mondo, non se ne insignorí con
La scintilla di questa calamità balenò improvvisa, e il suo tale rapidità, bensí in circa dieci anni, e non uccise nessuno,
danno si diffuse per la terra con la velocità di una nube so- contentandosi dell’obbedienza dei popoli; mentre costo-
spinta dal vento: una gente uscita dai confini della Cina ro si impadronirono della maggiore e piú bella parte della
mosse sui paesi del Turkestan come Kashghar e Balasa- terra abitata, della piú culta e popolosa e civile, in circa un
ghún, e di qui alle terre della Transoxiana1 come Samar- anno. E nessuno rimase dei paesi da coloro non tocchi, se
canda e Bukhara, impadronendosene e trattando gli abi- non sbigottito, in attesa e in ansiosa vedetta del loro arrivo.
tanti come diremo. Di qui una loro schiera passa nel Costoro non abbisognavano di approvvigionamenti e ri-
Khorasàn, e fa piazza pulita soggiogando e devastando, fornimenti, avendo essi con sé bestiame, buoi e cavalli e
uccidendo e predando; poi passano a Rayy e Hamadhàn e altri quadrupedi, di cui mangian la carne senza toccare al-
il Gibàl fino ai confini dell’Iràq; poi all’Azerbaigiàn e Arràn, tro cibo. Le cavalcature che essi montano scavano la terra
devastandoli e stermi­nando la maggior parte della popo- con gli zoccoli e ne mangiano i fili d’erba, senza conoscere
lazione, salvo rari fuggiaschi [...]. E tutto questo in meno orzo; sicché quando calano in un luogo non han bisogno
d’un anno, cosa inaudita! Liquidato Azerbaigiàn e Arràn,
si diressero al passo dello Shirwàn e ne sottomisero le cit- 1. Transoxiana: l’odierno Uzbekistan.
tà, tra cui sola si salvò la rocca del loro re. Di qui passarono 2. terra ... lesghi: la regione a nord del Caucaso.

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di nulla dal di fuori. Come religione, adorano il sole al suo Noi chiediamo a Dio di voler agevolare una vittoria all’Islàm
sorgere, e nulla considerano vietato: mangiano di tutti gli e ai Musulmani col Suo aiuto: giacché non v’è ora chi soc-
animali, persino i cani e i porci, e non conoscono nozze, corra, aiuti e difenda l’Islàm, e quando Dio vuol mandare un
ma la donna ha rapporti con piú d’un uomo, e il bambino malanno a un popolo non c’è modo di scongiurarlo, e niun
che nasce non conosce suo padre. altro può aiutarlo se non Lui. Questi stessi Tartari riusciro-
L’Islàm e i musulmani furono davvero provati in questo no a tanto per non esserci chi facesse loro fronte; e questo
tempo da calamità quali nessun altro popolo ebbe a soffrire. perché Khuwarizm Shah Muhammad4 si era impadronito
Anzitutto questi Tartari, cui Iddio confonda, che vennero da di tutti i territori (orientali), e ne aveva ucciso e annienta-
Oriente e perpetrarono enormità da far inorridire chiunque to i sovrani, restando lui solo sultano di tutto il paese. Cosí
le oda; le vedrai esposte in seguito, a Dio piacendo. Altra quando egli fu volto in fuga dai Tartari, non restò nessuno
sciagura fu la venuta dei Franchi, Dio li maledica, dall’Occi- nel paese che li affrontasse, e difendesse la terra. Ciò per-
dente in Siria, il loro attacco all’Egitto, e il loro impadronirsi ché Iddio desse compimento a un suo decreto già stabilito.
della marca confinaria di Damiata3 quando Egitto e Siria
furon sul punto di cadere in loro dominio, se non fosse sta- 3. Damiata: Damietta, occupata dai crociati, i «Franchi», nel 1217.
ta la misericordia di Dio e la vittoria che Egli ne concesse, e 4. Khuwarizm Shah Muhammad: si riferisce al regno corasmio, un
abbiam ricordato all’anno 614. Altra sciagura ancora fu che regno persiano musulmano sunnita. Le origini dell’impero corasmio si
fanno risalire al 1077 e, nel massimo splendore con Khuwarizm Shah
chi scampò a quelle due schiere si trovò in preda alla guerra Muhammad, si estese dalla Transoxiana fino a Baghdad, raggiungendo
e lotta civile, ciò che anche abbiam ricordato. il Mar Caspio a ovest.

T3 | La moneta di carta cinese


Da Marco Polo, Rustichello da Pisa, Il Libro di Marco Polo detto Milione, a cura di D. Ponchiroli, Einaudi, Torino, 1979, pp. 98-100.

I libri di viaggio d’epoca medievale sono spesso il prodotto della collaborazione di due distinti autori: il viaggia-
tore e il letterato. Il Milione non fa eccezione a questa tendenza: esso nacque infatti dalla cooperazione di un
viaggiatore-narratore, il veneziano Marco Polo, e di un letterato-estensore, il toscano Rustichello da Pisa. I due,
prigionieri di guerra dei genovesi, lavorarono alla stesura del testo negli anni 1298-1299. L’opera fu originaria-
mente composta in un francese contaminato da italianismi: un’«immagine» attendibile, per quanto già dete-
riorata, di questa redazione originaria è conservata nel manoscritto della Bibliothèque Nationale de France, da
cui si desume anche la dicitura «Devisement du monde», che rappresenta con ogni probabilità l’intitolazione
primitiva dell’opera. Nel brano riportato, Marco Polo descrive uno straordinario strumento finanziario circolante
in Cina: la moneta cartacea.
È la zecca (tavola) della cit-

E
tà di Pechino (Camblau).
gli è vero che in questa città di Camblau è la tavola del gran si- Durante il Basso Medioe-
re: e è ordinato in tal maniera, che l’uomo puote ben dire che vo molte città si dotano
infatti di una zecca, per-
’l gran sire hae l’archinmia perfettamente, e mostrerollovi in- ché la moneta diviene il
L’alchimia. principale strumento di
contanente. Or sappiate ch’egli fa fare una cotale moneta, com’io vi pagamento.
Sta per immediatamente.
dirò. E’ fa prendere iscorza d’uno albore c’ha nome gelso; e è l’albore le
cui foglie mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia
sottile, ch’è tra la buccia grossa e l’albore (o vogli tu legno dentro), e di
quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quan-
do queste carte sono fatte cosí, egli ne fa delle piccole, che vagliono una Le banconote che vengo-
medaglia di tornesello piccolo, e l’altra vale un tornesello, e l’altra vale no immesse nel mercato
È il tornese, moneta battu- hanno tra loro valori dif-
ta in Francia. un grosso d’argento da Vinegia, e l’altra un mezzo, e l’altra due grossi, ferenti.
e l’altra cinque, e l’altra dieci, e l’altra un bisante d’oro, e l’altra due, e È la moneta d’oro bizan-
l’altra tre; e cosí va infimo in dieci bisanti. E tutte queste carte sono su- tina.
gellate col sugello del gran sire, e hanne fatte fare tante, che tutto il suo
tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte son fatte, egli ne fa fare
tutti gli pagamenti, e fagli ispendere per tutte le provincie e regni e terre

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 195

dov’egli hae signoria; e nessuno gli osa rifiutare, a pena della vita. E sí
vi dico che tutte le genti e regni che sono sotto sua signoria sí pagano di
questa moneta, d’ogni mercatanzia di perle, d’oro e d’ariento e di pietre Uno degli aspetti positi-
preziose, e generalmente d’ogni altra cosa. E sí vi dico che la carta che si vi della cartamoneta è la
piú agevole trasportabili-
La spendibilità della mo- mette per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sí vi dico che gli mercatanti tà rispetto al metallo, de-
neta è uno degli elementi terminata dal suo peso
che ne influenzano mag- le piú volte cambiano questa moneta a perle o a oro e altre cose care. esiguo.
giormente l’accettazio-
ne, in quanto chi deve ri-
E molte volte è recato al gran sire per gli mercatanti tanta mercatanzia
ceverla si mostrerebbe in oro e in ariento, che vale quattrocentomilia di bisanti; e ’l gran sire fa
certamente piú restio a
prenderla nel caso in cui tutto pagare di quelle carte, e’ mercatanti le pigliano volentieri, perché
pensasse di non poterla le spendono per tutto il Paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane
riutilizzare con altrettanta Ci si riferisce a Kubilai
facilità. che ogni uomo che hae oro e ariento o perle o pietre preziose o alcu- Khan, signore di origine
mongola della Cina, fon-
na altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata alla datore della dinastia Yuan,
il cui regno durò dal 1264
tavola del gran sire, ed egli lo fa pagare di queste carte, e tanto gliene al 1294. Sotto di lui si in-
viene di questa mercatanzia, ch’è un miracolo. E quando ad alcuno si tensificarono gli scambi
tra Oriente e Occidente,
rompe o guastasi niuna di queste carte, egli va alla tavola del gran sire, favoriti da un periodo di
In questa affermazione tranquillità e prosperità
è contenuta l’idea della e incontanente gliele cambia, e ègli data bella e nuova; ma sí gliene la-
economica.
corrispondenza tra valo- scia tre per cento. Ancora sappiate che, se alcuno vuol fare vasellamen-
re della banconota ed ef-
fettiva quantità di metallo ta d’ariento o cinture, egli va alla tavola del gran sire, ed ègli dato per
prezioso che se ne può ri-
cevere in cambio. Ciascu- queste carte ariento quant’e’ ne vuole, contandosi le carte secondo che
no può richiedere al Gran si ispendono. E questa è la ragione perché il gran sire dee avere piú oro
Khan la riconversione del-
la propria cartamoneta in e piue ariento che signore del mondo. E sí vi dico che tra tutti gli signori
metallo prezioso.
del mondo non hanno tanta ricchezza quanto hae il Gran Cane solo.

ANALISI GUIDATA DELLA FONTE


◗◗Comprendere 3. Quali caratteristiche hanno le monete descritte da Marco Polo?
1. Fai la schedatura del documento secondo lo schema proposto 4. Quali sono i pregi della moneta cartacea enucleati nel testo?
nell’Introduzione.
◗◗Analizzare
2. Durante quale periodo, in quale area e sotto quale domina-
5. Per quale ragione, secondo Marco Polo, «il gran sire dee avere
zione si colloca la circolazione di cartamoneta di cui si parla
piú oro e piue ariento che signore del mondo»?
nel testo?

T4 | La marcia attraverso l’Hindu Kush


Da Babur, Le vicende di Babur (Babur-name), in A. Bombaci, La letteratura turca, Sansoni, Firenze-Milano 1969, pp. 167-168.

Babur fu il fondatore della dinastia Moghul in India. Discendente diretto di Gengis Khan, riuscí a fondare
uno degli imperi piú potenti nella storia dell’India. L’opera storica e autobiografica di Babur, oltre che uno
dei massimi capolavori della letteratura turca, è la fonte principale per ricostruire le vicende della sua vita
e del suo regno. Nel documento seguente, l’autore racconta l’epico attraversamento delle alte vette della
catena montuosa Hindu Kush, compiuto nel dicembre 1506, tornando verso Kabul da un viaggio a Herat.

Noi dunque, marciando a piedi, pestavamo la neve. Ogni aver avanzato una quindicina di passi, affondando fino alle
uomo [...] che moveva un passo pestava la neve, affondan- staffe e alla sella, non ce la faceva piú. Lo si traeva di lato e
do fino alla vita od al petto. Dopo qualche passo chi era se ne faceva passare un altro. In tal guisa noi, una ventina di
avanti rimaneva spossato, si fermava, ed un altro passava al persone, pestammo la neve, e furono tratti avanti i cavalli di
suo posto. Dopo che noi, dieci, quindici o venti persone, a altrettante persone. Tutti gli altri guerrieri scelti e i coman-
piedi, avevamo pestato la neve, in modo che potesse esser danti, senza nemmeno scendere da cavallo, imboccando la
condotto un cavallo scarico, lo si conduceva. Il cavallo, dopo strada pronta, battuta e pestata, avanzavano, a capo chino.

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196 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

[...] Quel giorno infuriava una tormenta. Tutti temevano di mi proponessero di rifugiarmi nella grotta rifiutai: «Mentre
morire. [...] Quando giungemmo alla grotta la tormenta era tutti eran sotto la neve, nella tormenta, io me ne sarei stato
al culmine. Smontammo innanzi alla grotta; [...] gli altri in caldo rifugio comodamente e mentre tutti eran fuori in
continuarono a venire fino all’imbrunire e alla notte. Cia- disagio e pena io avrei dormito dentro spensierato. Sareb-
scuno smontò dove si trovava. Molti rimasero in sella fino be stato inumano, mancanza di solidarietà verso gli altri.
al mattino. La grotta sembrava piuttosto angusta. Io, spa- Avrei provato ogni disagio e pena. Come sopportano gli al-
lando la neve con una vanga, mi preparai un posto tanto tri sopporterò anche io». Cosí pensai. [...] Fino all’imbruni-
da adagiarmi, innanzi a essa. Scavai la neve fino all’altez- re cadde tanta neve che, mentre me ne stavo rannicchiato,
za del petto, senza raggiungere il suolo. Era in certo qual sul dorso, sulla testa, sulle orecchie, se ne ammucchiarono
modo un riparo contro il vento e mi ci accoccolai. Benché quattro spanne. Quella notte mi si gelarono le orecchie!

T5 | In viaggio nei regni del Sudan


Da Ibn Battuta, Voyages, La Découverte, Parigi 1990, in AA.VV., Geografie della storia, Vol. 1, Cappelli Editore, Bologna, 1998, p. 140.

Il grande esploratore marocchino Ibn Battuta (Tangeri, 1304-1368/9) era figlio di una ricca famiglia di
commercianti. Conclusi gli studi di diritto decise di compiere un pellegrinaggio verso la Mecca. Restò
fino al 1332 in Medio Oriente e percorse poi l’Arabia del Sud e giunse fino a Sofala, l’avamposto arabo
piú meridionale sulle coste africane. Tornato nel Mediterraneo, si diresse in Ucraina, Iran, Afghanistan,
India, Ceylon, Sumatra, Cina. Nel 1349 sostò in patria, ma subito dopo si recò in Mali. Rimase sette mesi
a Timbuctú e, ritornando, visse con i Tuareg del Sahara, fino a far rientro, nel 1354, in Marocco. Impiegò
due anni per scrivere le sue memorie di viaggio, con l’ausilio del poeta andaluso Ibn Juzayy. Nei brani
seguenti, egli ci offre una dettagliata testimonianza della vita e delle principali città dei regni sudanesi.

Il regno del sale: taghàza di incontrare in questo deserto molta acqua, in stagni crea-
Dopo aver viaggiato 25 giorni, arrivammo a Taghàza, che è ti dalla pioggia. Un giorno scorgemmo uno stagno fra due
un borgo senza cultura e povero di risorse. Una delle cose colline di pietre e roccia, dove l’acqua era dolce e buona. Ci
curiose che ho notato è che le sue case e la sua moschea dissetammo e lavammo le nostre bardature. Vi è una gran
sono edificate con pietre di sale o di salgemma; i loro tetti quantità di parassiti nel deserto, gran numero di pidocchi,
sono fatti di pelle di cammelli. Non c’è nessun albero. Il al punto che i viaggiatori sono obbligati a portare al collo
terreno è sabbioso, e vi si trova una miniera di sale. Scava- fili contenenti mercurio, che uccide tali parassiti. [...]
ta nel terreno, se ne traevano grandi tavole di salgemma Timbuctú e gao
messe l’una sull’altra, come se fossero state tagliate e poi Giungemmo a Timbuctú, città posta a 4 miglia dal fiume
poste sotto terra. Un cammello di solito non può portare Niger, abitata principalmente da Messoufiti che indossa-
che due di queste tavole o spesse lastre di sale. no il lithàm, velo o benda che copre la parte inferiore del
Taghàza è abitata unicamente da schiavi [...] che si occu- viso. Il governatore è chiamato Ferbà Mouccà. Mi trovai
pano dell’estrazione del sale. Vivono di datteri, di carne di accanto a lui un giorno che egli nominava un Messoufita
cammello e di anli, una specie di miglio importata dalla comandante di una truppa; lo rivestí di una divisa, di un
terra dei negri. Questi ultimi arrivano qui dai loro paesi per turbante, di calzoni, il tutto in stoffe colorate, e lo fece se-
importare il sale. Un carico di cammello di tale minerale dere su uno scudo. Gli adulti della tribú di quel Messoufita
costa qui dagli otto ai dieci dinari d’oro; nella città di Mali lo sollevarono sopra le loro teste. Vidi a Timbuctú la tomba
il prezzo sale da 20 a 30 dinari e a volte a 40. I negri usano del famoso poeta Abou Ishàk Assàhily Algharnàthy, origi-
il sale come moneta, come altri fanno con l’oro e l’argento. nario di Grenada, e conosciuto nel suo paese col nome di
Tagliano il sale a pezzi e lo usano per gli scambi. Malgrado Atthouwaidjin. Vidi anche la tomba di Siràdj Eddin, figlio
la scarsa importanza della città di Taghàza, vi si commer- di Alcouwaic, uno dei principali mercanti di Alessandria.
ciano parecchi quintali d’oro o in talenti o in polvere. [...] Partii per Gao, grande città situata sul Niger. È una
Passammo a Taghàza 10 giorni in mezzo alle sofferenze e delle piú belle città dei negri, una delle piú vaste e delle
ai disagi; infatti l’acqua è salmastra, e nessun altro luogo piú ricche. Io trovai abbondanza di riso, latte, polli, pesce;
ha tante mosche come questo borgo. Eppure è da Taghàza mi procurai una specie di cetriolo chiamato inany, di cui
che si importano le provvigioni d’acqua per inoltrarsi nel non esiste da noi nulla di simile. Le compravendite con gli
deserto che viene dopo questo luogo, e che dura 10 giorni abitanti avvengono per mezzo di piccole conchiglie invece
di marcia e in cui non si trovano rifornimenti d’acqua se che di monete, cosí come a Mali. Dimorai a Gao all’incirca
non molto raramente. Nondimeno noi avemmo la fortuna un mese. [...]

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 197

STORIOGRAFIA

E C O N O M I A   E   S O C I E TÀ
T6 | Favole e commerci stimolano la ricerca di vie per l’Oriente
Da W. Reinhard, Storia dell’espansione europea, Guida, Napoli, 1987, pp. 22-32.

tesi Tra XI e XIV secolo le notizie favolose che circolavano sull’Oriente e la ricerca di prodotti pregiati
stimolarono l’istituzione di vie di scambio, culturali e commerciali, tra l’Europa e i Paesi asiatici.

argomentazioni Tra XI e XIII secolo erano diffuse in Europa notizie imprecise e leggendarie sull’India: non se ne
conoscevano precisamente i confini geografici e si credeva all’esistenza di una «terza India» in
Africa occidentale, per raggiungere la quale fu tentata la circumnavigazione dell’Africa.
L’idea di un regno cristiano oltre i confini musulmani, rafforzata dalle lettere di un sedicente re
Giovanni inviate al papa e all’imperatore, favorí la mobilità dei cristiani verso oriente.
Nel XIII secolo i mongoli erano considerati dagli europei discendenti del re Giovanni o
addirittura identificati con lui.
Durante il dominio mongolo, nelle fasi di pace, ritornò sui mercati europei la seta cinese.
Nel XIII secolo il sistema commerciale gestito dai mercanti italiani permetteva di collegare anche
regioni remote dell’Europa con la Cina.
Il manuale del XIV secolo La pratica della mercatura descrive dettagliate abitudini dei
commercianti europei negli affari con gli asiatici tra il 1310 e il 1340.

conclusioni I rapporti tra l’Europa e l’Estremo Oriente si intrecciarono con i maggiori successi economici
dell’Occidente: nel XIII secolo si legarono alla «rivoluzione commerciale» e quando, nel XIV
secolo, si interruppero bruscamente, le informazioni raccolte non vennero dimenticate,
diventando la base delle successive esplorazioni europee verso l’Oceano Indiano.

L’interesse del mondo occidentale per le crociate scaturí La leggenda del prete Giovanni determinò certamente l’im-
soprattutto dalla scarsa informazione che l’Occidente ave- magine che si aveva dell’India nel XII secolo. Essa ha a che
va dei paesi orientali. È comprensibile perciò che nell’im- fare con la presunta presenza di Cristiani all’interno del
magine che l’Europa si era fatta dell’Asia facesse da sfon- mondo musulmano che si verificò forse con l’espansione
do una forte componente fantasiosa. [...] Cosicché, per del Cristianesimo nestoriano attraverso l’Asia centrale fino
esempio, per l’Europa medievale l’India è [...] il paese del- alla Cina. Nel 1441 l’Impero del Kara-Kitai del Turkestan
le favole per antonomasia, favole che, in parte, derivano orientale inflisse una spettacolare sconfitta ai Musulmani
proprio dall’India. Possediamo, infatti, quanto a quest’e- locali presso Samarcanda. Questa sconfitta generò un gran-
poca, fonti precise sulla trasmissione di favole e leggende de afflusso di fedeli tra i Cristiani siriani. [...] Lo storiografo
dall’Oriente all’Occidente. L’India era, insomma, una sorta Otto von Freising incontrò nel 1145 a Viterbo un vescovo
di paese della cuccagna sempre piú simile a un paradiso siriano, il quale gli raccontò che un re-sacerdote di nome
terrestre [...]. E diventa perciò sempre piú comprensibile Giovanni, di un paese al di là della Persia, avrebbe sconfitto
come concetti e rappresentazioni geografiche acquistas- i Musulmani marciando poi alla volta di Gerusalemme per
sero contorni sempre piú sfocati. difenderla, ma non sarebbe riuscito a superare il Tigri con il
Perfino il domenicano Jordan, che aveva viaggiato parec- suo esercito. Tra il 1165 e il 1170 il Papa, l’Imperatore roma-
chio raccogliendo preziose informazioni, distingue – sia- no e quello greco ricevettero una lettera nella quale questo
mo nella prima metà del XIV secolo – una piccola India Giovanni descrive le virtú del suo regno e le ben note mera-
da una Grande India, e si dice certo dell’esistenza di una viglie della solita fantastica India. Nonostante questa lettera
terza India in Africa orientale. Proprio qui si ritiene che venga considerata dagli studiosi odierni come appartenente
fosse, d’altra parte, il leggendario regno del cristiano re- ad un genere letterario utopico, essa venne interpretata [...]
sacerdote Giovanni, il che è molto importante ai fini di una seriamente dai contemporanei [...].
comprensione degli scopi della circumnavigazione dell’A- Nessuna meraviglia, dunque, che i Mongoli, che nel XIII
frica da parte dei Portoghesi. secolo avevano eretto il loro impero sotto Gengis Khan e

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198 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

i suoi successori, [...] venissero identificati con il re-sacer- bargo papale contro gli Egiziani stimolò vieppiú ad aggi-
dote Giovanni o col suo seguace David. [...] rare il mercato egiziano cercando una via piú diretta per
Nel 1211 Gengis Khan aveva iniziato la conquista della Ci- l’Oriente; ed è da connettere con questo fenomeno il pri-
na; nel 1234 il suo successore aveva sottomesso il regno Kin mo tentativo – avvenuto proprio nel 1291 – di raggiungere
della Cina settentrionale. Tra il 1267 e il 1279 fu conquistato l’India circumnavigando l’Africa. Artefici di questa impresa
anche il Regno meridionale di Song. [...] Sebbene l’impero furono i fratelli genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi, appog-
mongolo fosse diviso in questo periodo in quattro regni ab- giati economicamente dalle personalità piú autorevoli del-
bastanza indipendenti tra loro [...] quando fra i vari principi la repubblica. La loro intenzione era quella di «raggiunge-
dell’Impero regnava la pace, diveniva relativamente poco re l’India attraverso l’Oceano e di barattare lí merci utili».
problematico e sicuro il viaggio da una estremità all’altra Purtroppo non riuscirono nell’intento. [...]
dell’Asia. Il che comportava, naturalmente, immediate con- Francesco Balducci Pegolotti ci ha lasciato uno stringato
seguenze economiche: dal 1257 per esempio ricomparve di manuale del commerciante generico, La pratica della merca-
nuovo sul mercato del Mediterraneo la seta cinese. tura, scritto proprio nel periodo piú fiorente del commercio
Nello stesso periodo la cosiddetta «rivoluzione commer- con l’Asia, cioè dal 1310 al 1340 [...]. La via di Tana in Cri-
ciale» raggiungeva in Italia il suo apice. Mediante nuove mea viene indicata come la piú sicura per la Cina; si consi-
forme organizzative [...] e nuove tecniche [...], le città ita- glia inoltre al mercante di portare con sé del lino da vendere
liane crearono un sistema commerciale per merci di diver- lungo la strada in cambio d’argento, utile poi in Cina. Qui
sa natura. Un sistema che, grazie alle condizioni favorevoli infatti tutto l’argento viene incamerato di diritto dallo sta-
del momento, permetteva di collegare Newcastle o perfino to e al mercante viene dato il controvalore in cartamoneta,
la Groenlandia con Pechino. [...] con la quale si poteva acquistare la tanto desiderata seta. [...]
Nel 1291, Akkon, l’ultimo caposaldo dei Crociati, cadde Questo prospero sistema commerciale, l’attività missio-
nelle mani dei Mamelucchi egiziani, unici musulmani ad naria e quasi tutti i diretti rapporti dell’Europa con le piú
essersi imposti ai Mongoli. E con ciò si ripristinarono i rap- lontane contrade dell’Asia scomparvero repentinamente
porti commerciali in vigore prima delle crociate. Un em- intorno alla metà del XIV secolo.

T7 | Seta e porcellana: i prodotti di punta della Cina


Da A.C. Messner, M. Siebert, Scienza e tecnologia, in La Cina, a cura di M. Scarpari, vol. II, Mondadori, Milano, 2011, pp. 937-943.

tesi Le piú importanti produzioni per il commercio e l’esportazione cinesi, seta e porcellana, furono
condizionate dall’intervento dello Stato durante tutto il Medioevo.

argomentazioni Nel IX secolo esistevano colorifici e stabilimenti tessili statali, controllati da un apposito ufficio.
Le produzioni di industrie private erano alimentate dalla richiesta della corte imperiale,
sottoposta a restrittivi vincoli.
I produttori di seta dovevano versare diversi tipi di tributo in beni all’imperatore.
Sotto la spinta dei setifici statali, nel XVI secolo la regione dello Jiangnan era la piú ricca della Cina.
Fino al XVI secolo l’utilizzo della seta nel vestiario era regolamentato da leggi.
La piú importante industria della porcellana cinese fu fondata dall’imperatore nel X secolo e
conobbe un’immediata fioritura.
In epoca Song la lavorazione della porcellana si spostò nel Sud del Paese in concomitanza con il
trasferimento della corte imperiale.

conclusioni Seta e porcellana costituirono i prodotti tipici dell’industria cinese e incrementarono la ricchezza
delle regioni dove si svilupparono: per questo furono sostenute dagli imperatori.

4.3 La lavorazione della seta in pochi altri setifici privati o gestiti da comunità religiose
Fino al X secolo, i tessuti di seta venivano prodotti princi- in tutto l’impero. [...]
palmente in ambito familiare, presso la corte imperiale e È stato provato che nel IX secolo esistevano colorifici e sta-

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 199

bilimenti tessili statali e un «ufficio per la produzione del La fine stoffa satinata con motivi ornamentali dipinti con
broccato» (jin guan) nella città di Chengdu, nella provincia colori naturali, caratteristica dell’epoca Ming, fu utilizza-
del Sichuan, che si distingueva dalle altre regioni dell’im- ta prevalentemente per l’abbigliamento. La seta ricamata
pero per la sua particolare autonomia politica ed economi- fu impiegata a scopi raffigurativi analogamente agli arazzi
ca. I Song fondarono altri setifici imperiali al di fuori della kesi. Il broccato di Suzhou veniva venduto sia ai funzionari
capitale Kaifeng. Importanti centri statali si svilupparono di corte sia al di fuori del palazzo. [...]
nelle città di Hangzhou, Nanchino e Suzhou nel Jiangnan, La seta portava prosperità economica alle regioni. E infatti,
dove l’industria serica si era già affermata. insieme alla produzione di cotone, nel XVI e XVII secolo
In realtà, la produzione statale a quell’epoca costituiva sol- trasformò il Jiangnan nella regione piú ricca, piú urbaniz-
tanto una piccola percentuale. Erano infatti numerose le zata e con la massima densità di popolazione di tutta la
imprese private, indipendenti dai setifici statali, che forni- Cina. [...]
vano su commissione allo stato e alla corte imperiale tes- Le potenzialità e le molteplici applicazioni della seta furo-
suti con motivi standard ufficialmente autorizzati. Queste no scoperte gradualmente. Venne usata per avvolgere og-
sete si differenziavano notevolmente da quella piú sem- getti importanti all’interno delle tombe e fu uno dei primi
plice, ad armatura tela, consegnata in quantità prestabilite supporti per scrittura e pittura; di seta erano le lenze e le
come tributo alla corte imperiale da tutte le regioni in cui corde degli strumenti musicali, suonati durante le cerimo-
esistevano piantagioni di gelso. I tributi servivano per pa- nie rituali, e degli archi. Tuttavia il primo posto per impor-
gare i funzionari e alimentare il commercio statale. I capi tanza spetta naturalmente al vestiario [...].
con motivi imperiali, invece, non potevano uscire dal pa- La regolamentazione dei motivi dei tessuti di seta si ac-
lazzo, e nemmeno potevano essere copiati i loro disegni, compagnava a una sorta di gerarchia sociale dell’abbiglia-
alcuni dei quali si diffusero fin dall’epoca Tang. Nonostan- mento. Ufficialmente, ai commercianti era fatto esplicito
te le sanzioni e i rigidi controlli, si verificarono comunque divieto di indossare abiti in seta. Queste disposizioni uffi-
ripetute violazioni. ciali furono ribadite nel 1393 e nel 1521, ma dalla metà del
Al di là dei regolamenti imperiali, la varietà dei motivi e dei XVI secolo persero gradualmente validità.
colori della seta lasciava comunque molta libertà. Mentre 4.5 Porcellana e vasellame
nel periodo Han le categorie di colori erano una ventina, [...] In epoca Tang furono scritti numerosi testi sul valore
in epoca Tang tintori e tessitori ne avevano a disposizione estetico della ceramica, e in particolare del celadon di Yue.
ben 43. Le tipologie di tessuto a quell’epoca comprende- In epoca Song la ceramica raggiunse il culmine dal punto
vano l’armatura a spina, broccati, damaschi, arazzi e gar- di vista tecnico: nello Hebei fu elaborata la procedura della
za. [...] cottura sottosopra, in cui i vasi venivano inseriti capovol-
ti su apposte scanalature orizzontali a gradini all’interno
delle muffole poi accatastate nella fornace. In questo mo-
do veniva sfruttato molto meglio lo spazio nelle cassette di
cottura. A Jingdezhen nel Jiangxi iniziò a fiorire una gran-
de industria della porcellana, fondata nel 1004 dall’impe-
ratore Jingde (1004-1007) e successivamente promossa
dalla corte imperiale. [...] Dopo il trasferimento della corte
Song a Hangzhou, nel Sud, nel 1127, furono creati nuovi
laboratori di vasai che avrebbero dovuto realizzare gli stes-
si manufatti prima prodotti presso la corte settentrionale.
I materiali erano però differenti. Nacque cosí il vasella-
me Guan (letteralmente «ufficiale») del Sud, celebre per la
spessa vetrina simile a giada caratterizzata da un motivo
simile a ghiaccio incrinato. Durante il dominio mongolo si
aggiunsero anche le influenze islamiche, riscontrabili nei
motivi ornamentali dipinti con ossido di cobalto e di ra-
me sotto vetrina trasparente. Da qui nacquero le famose
combinazioni di bianco e blu e di rosso e bianco tipiche
dell’epoca Ming. Nel XIII secolo fecero la loro comparsa le
smaltature sui vasi grès. Nel periodo Ming fu adottata una
combinazione di smalto e di blu sotto alla vetrina.

◗◗ La tessitura della seta da una porcellana cinese di epoca Ming.


Teheran (Iran), Palazzo del Golestan, XV secolo.

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200 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

ISTITUZIONI POLITICHE E CULTURA
T8 | I mongoli e l’islamismo
Da G. Tabacco, Grado G. Merlo, Medioevo. V-XV secolo, Il Mulino, Bologna 1981, pp. 522-523.

tesi L’avanzata mongola verso il Mediterraneo fu bloccata dai mamelucchi, che salvaguardarono la
comunità musulmana.

argomentazioni L’islamismo prese vigore nell’ilkhanato di Persia, dove si raccolsero nel tempo due schieramenti
turcomanni: i Montoni neri (sciiti) e i Montoni bianchi (sunniti).
Sul finire del XIII secolo, il Khan mongolo si convertí all’islam.

conclusioni I conquistatori mongoli che si convertirono, tuttavia, non riuscirono a esprimere un centro
culturale e dottrinale egemonico dell’islamismo.

L’immenso impero asiatico delle tribú mongole, pervenute nell’ilkhanato di Persia, dopo la conversione all’islamismo
nel corso del secolo XIII alla conquista della quasi totalità del khan mongolo sul finire del secolo XIII e con la pro-
di un continente sotto la guida di grandi condottieri qua- gressiva integrazione delle aristocrazie locali nel governo
li Genghiz khan e i suoi successori, si estese sul mondo dell’ilkhanato. Uno sciismo imamita che diventerà pecu-
musulmano turbandone non poco gli equilibri. Nel 1258 liare della Persia, affermatosi attraverso asperrime lotte nel
la caduta di Bagdad, la fantastica capitale dell’Islàm sun- corso del secolo XV tra i Turcomanni raccolti nei due op-
nita, sotto gli attacchi dei Mongoli rappresentò la brusca posti schieramenti dei Montoni neri (sciiti) e dei Montoni
interruzione di un lungo periodo di fiorente civiltà iranico- bianchi (sunniti), tanto da essere ufficializzato come «dog-
islamica. Il prestigioso califfato di Bagdad venne compreso ma» dello stato persiano safavide4 tra i secoli XVI e XVII.
all’interno di un vastissimo territorio – l’ilkhanato di Persia Il dominio mongolo, là dove i conquistatori si convertiro-
– estendentesi dall’Indo al Caucaso. Sul sultanato selgiu- no, non riuscí ad esprimere un centro egemonico dell’isla-
chide di Rum, in Anatolia, l’ilkhan esercitava invece una mismo: operazione d’altronde difficile da realizzare tenen-
sorta di protettorato – all’interno del quale fu possibile il do conto, oltre che della indifferenza dei capi mongoli per
rafforzamento di emirati turcomanni –: la strada verso la le questioni dottrinali, della vastità raggiunta dalla presen-
Siria e l’Egitto era aperta. Ma in queste terre alla metà del za musulmana nei secoli XIII e XIV [...] e delle fratture sul
secolo XIII un re mamelucco aveva posto fine alla dina- piano politico e religioso.
stia ayyubide (discendenti e collaterali di Saladino). Muta-
mento decisivo ai vertici del potere, perché i Mamelucchi,
schiavi turchi e circassi reclutati per esigenze militari, era-
no guerrieri formidabili, una potente casta militare nella
società egiziana. Rapidamente saliti al potere, poco dispo-
nibili a fondersi con la maggioranza araba, si rinnovavano
acquistando schiavi dalle tribú nomadi dell’Asia centrale
e del Caucaso. Dopo la caduta di Bagdad i Mamelucchi
impedirono ai Mongoli, sconfitti in battaglia1, di accedere
al Mediterraneo. Il Cairo, capitale della vigorosa domina-
zione mamelucca che inquadrava stabilmente l’Egitto e la 1. sconfitti ... battaglia: si tratta della battaglia di Ayn Jalut del 1260.
Siria – qui erano state riconquistate quasi del tutto le terre 2. sunnismo: corrente maggioritaria dell’islam, il cui nome deriva dall’a-
rabo sunna («consuetudine»), che indica la tradizione interpretativa del
«latine» –, divenne il centro della comunità musulmana a
Corano. È l’orientamento dell’islam secondo il quale la guida della co-
salvaguardia di un sunnismo2 interpretato in senso rigo- munità deve essere attribuita in modo elettivo. Si separò dallo sciismo
rosamente tradizionalista. nel VII secolo.
Lo sciismo3 di tradizione imamita – da distinguersi dal- 3. sciismo: è il ramo minoritario dell’islam, cui appartengono coloro che
sostengono che il ruolo di guida dell’islam (imam/califfo) debba essere
lo sciismo ismailita per un diverso computo della legit- attribuito solo ai discendenti del profeta Maometto.
tima discendenza califfale da Ali – invece prese vigore 4. safavide: si riferisce a una dinastia di lingua e cultura turca.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 201

T9 | Oltre i Polo: racconti di viaggio dall’Oriente


Da G. Caraci, Viaggi ed esplorazioni fino alla scoperta dell’America, in AA.VV., Nuove questioni di storia medioevale, Marzorati,
Milano, 1984, pp. 446-448.

tesi Dal 1307, quando Pechino divenne la base dei cattolici in Asia, prese vigore l’espansione religiosa
cristiana in Oriente, affidata all’attività di francescani e domenicani.

argomentazioni Il domenicano Ricoldo da Montecroce pubblicò poco dopo la comparsa del Milione la sua
relazione di viaggio in Cina, risalente a prima dell’arrivo dei Polo.
Il primo vescovo di Pechino, Giovanni da Montecorvino, ha lasciato tre lettere sull’Estremo Oriente.
Il francescano Odorico da Pordenone viaggiò per dodici anni e descrisse regioni del tutto ignote,
quali Borneo, Giava e Tibet.

conclusioni I viaggi verso Oriente furono oggetto, parallelamente ai resoconti legati all’attività missionaria,
anche di letteratura d’invenzione e delle guide dei mercanti, che tuttavia non servirono a
sviluppare una vera cultura geografica.

I contatti stabilitisi, grazie ai Polo, tra i sovrani mongoli di fronte alle relazioni di viaggio di Marco Polo e dei suoi
e la corte papale impressero nuovo vigore all’espansione arditi precursori: religiosi o diplomatici che fossero, que-
religiosa. Nel 1307 Cambalech1 divenne sede metropoli- sti pionieri non furono solo grandi viaggiatori, ma anche
tana della gerarchia cattolica, alla testa di 7 sedi suffraga- grandi osservatori. A parte le inevitabili implicazioni nel-
nee, coprenti una larga parte dell’estrema Asia orientale, la moda letteraria o nella educazione religiosa del tempo,
affidata all’attività di francescani e domenicani. Fra i nu- essi riflettono con istintivo candore le loro straordinarie
merosi frati che lasciarono ricordo delle loro esperienze esperienze, fra l’altro in contrasto con la palese preferenza
meritano almeno menzione non foss’altro il domenicano dei contemporanei verso forme di narrativa dove troppo
Ricoldo da Montecroce, che si trovava in Cina prima anco- è sacrificato a fantasie senza scrupoli e spesso lontane da
ra che vi giungesse Marco Polo e scrisse, poco tempo dopo ogni verisimiglianza [...].
la comparsa del Milione, Il libro della peregrinazione nelle Numerosi furono anche, naturalmente, nello stesso periodo,
parti d’Oriente; il francescano Giovanni da Montecorvino i viaggi condotti a scopo commerciale: ma anche di questi
[1267-1328], primo vescovo di Pechino e legato apostolico poco o nulla ci è rimasto, essendo fuor del comune che mer-
in Estremo Oriente, che visitò anche l’India, e del quale ci canti fermassero ricordo delle loro peripezie3. Eppure, sin
rimangono tre lettere; il fiorentino Giovanni da Marignolle dalla prima metà del sec. XIV, le vie che menavano dall’Eu-
[1289-1359], che viaggiò in Asia non meno di sedici anni, ropa nel cuore dell’Asia, sino ai suoi estremi limiti orientali,
tre dei quali trascorsi a Pechino, e rientrò in Italia ripetendo erano cosí note, e cosí frequenti su di esse traffici e scam-
[...] l’itinerario seguito da Marco nel suo viaggio di ritorno. bi, che nel 1340 il fiorentino Francesco Balducci Pegolotti,
Di anche maggior spicco, peraltro, la figura del francescano agente della casa Bardi, poteva, senza muoversi dal suo ta-
Odorico da Pordenone [?-1331], la cui Relatio o Descriptio volino, redigere una vera e propria guida commerciale – l’u-
orientalium partium, o De mirabilibus, godette di una dif- nica del genere che ci sia rimasta – la Pratica della mercatura
fusione che non sfigura troppo nei confronti di quella del – dove trovan posto fin le indicazioni relative ai pedaggi, ai
Polo. Nelle sue peregrinazioni, durate dodici anni, visitò e prezzi delle merci, ai pesi, ed alle misure correnti.
descrisse regioni anche del tutto ignote; fra l’altro, Borneo, Com’è stato giustamente avvertito, la contraddizione che
Giava ed il Tibet, dov’egli fu il primo, e per tre secoli l’unico si rivela tra il vigore dei rapporti commerciali ed il modesto,
europeo che riuscisse a penetrare. incerto beneficio che ne trae la cultura geografica dei secoli
Codesti quattro nomi possono riassumere e simboleggiare XIII e XIV si compone, quando si rifletta che la geografia
un complesso di eventi tanto piú degno di nota, in quan- non rientrava allora nei concreti interessi dell’Occidente,
to, come ben sappiamo, delle missioni veniva di regola quale attività speculativa e pratica a sé stante. Sarebbe un
conservato ricordo in relazioni che, seppur in parte presto errore ritenere che lo scambio delle merci implicasse in pa-
smarrite o dimenticate, dovettero anch’esse contribuire ad ri tempo uno scambio di cultura e di nozioni.
allargare ed approfondire la conoscenza, e ad acuire la cu-
1. Cambalech: Pechino.
riosità, sul continente asiatico. Codesta piú recente lette- 2. letteratura odeporica: raccolta di notizie intorno a un viaggio.
ratura odeporica2, tuttavia, rimane giustamente in ombra 3. peripezie: avventure.

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202 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

T10 | La Cina dei Ming


Da P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989, pp. 37-39.

tesi Pur avendo subito alcune colonizzazioni, la Cina ebbe sempre la capacità di trasformare i propri
conquistatori piú di quanto non fosse trasformata da loro, rimanendo nel corso del Medioevo la
civiltà piú progredita.

argomentazioni La dinastia Ming sorse nel 1368 e sconfisse i mongoli: il vecchio ordinamento sociale e la cultura
cinesi erano rimasti immutati, nonostante la dominazione straniera.
La capacità di sviluppare scienza e applicazioni tecnologiche fu una grande forza dell’impero e
della civiltà cinese.

conclusioni Anche l’atteggiamento coloniale dei cinesi si distinse da quello europeo: quando i cinesi
estesero i propri domini attraverso i mari (1405-1433) non usarono la violenza (saccheggi e
uccisioni), al contrario degli europei.

Di tutte le civiltà dell’epoca pre-moderna nessuna appa- composto da piú di un milione di uomini, era da solo un
riva piú progredita, nessuna veniva giudicata piú raffinata mercato enorme per i prodotti in ferro. [...]. I cinesi furono
di quella della Cina. La sua notevole popolazione – 100- probabilmente anche i primi a inventare la vera polvere
130 milioni nel quindicesimo secolo in confronto ai 50-55 da sparo; e furono i cannoni che permisero ai Ming di ro-
dell’Europa –; la sua straordinaria cultura; le sue pianure vesciare la dominazione mongola alla fine del quattordi-
eccezionalmente fertili e irrigate, collegate fin dall’undice- cesimo secolo.
simo secolo da un meraviglioso sistema di canali; e il suo Considerato questo notevole grado di sviluppo culturale
compatto e gerarchizzato apparato amministrativo diretto e tecnologico, non sorprende scoprire che i cinesi si erano
da una colta burocrazia confuciana diedero alla società ci- dati al commercio e all’esplorazione via mare. La bussola
nese una coesione e una raffinatezza tali da suscitare l’in- era un’altra invenzione cinese, alcune delle loro giunche
vidia dei visitatori stranieri. È pur vero che questa civiltà erano grandi come i piú recenti galeoni spagnoli, e il com-
aveva subito gravi interferenze da parte delle orde mon- mercio con le Indie e le isole del Pacifico era potenzial-
gole, e perfino la dominazione in seguito all’invasione di mente fonte di altrettanto gu­dagno che quello lungo le
Kublai Khan. Ma la Cina aveva l’abitudine di trasformare vie carovaniere. Parecchi decenni addietro lo Yangtze era
i propri conquistatori piú di quanto non fosse trasformata stato teatro di una guerra navale (tra il 1260 e il 1270, Ku-
da loro, e quando la dinastia Ming sorse nel 1368 per riuni- blai Khan era stato costretto a costruire una grande flotta
re l’impero e sconfiggere finalmente i mongoli, vecchio or- di navi da battaglia, armate di catapulte, per avere ragione
dinamento e cultura erano rimasti in gran parte immutati. dei vascelli della Cina Sung) e il commercio di cereali lun-
Per chi è cresciuto nel rispetto della scienza «occidenta- go la costa era in rapida espansione all’inizio del quattor-
le», la caratteristica piú sorprendente della civiltà cinese dicesimo secolo. Nel 1420, la marina Ming possedeva uffi-
è il suo avanzamento tecnologico. Grandi biblioteche esi- cialmente 1350 navi da guerra, tra cui 400 grandi fortezze
stevano in epoca molto remota. I caratteri da stampa ap- galleggianti e 250 vascelli progettati per la navigazione a
parvero già nella Cina dell’undicesimo secolo, e ben pre- largo raggio. [...].
sto vennero stampati libri in gran numero. Il commercio Le piú note spedizioni ufficiali oltremare furono le sette cro-
e l’industria erano egualmente sviluppati, stimolati dalla ciere a largo raggio intraprese tra il 1405 e il 1433 dall’am-
costruzione di canali e dall’incremento demografico. Le miraglio Cheng Ho. Composte a volte da centinaia di navi
città cinesi erano molto piú grandi delle loro equivalenti e decine di migliaia di uomini, queste flotte toccarono por-
dell’Europa medievale, e le vie del commercio altrettan- ti dalla Malacca a Ceylon, fino all’ingresso del Mar Rosso
to sviluppate. La carta-moneta aveva presto accelerato il e a Zanzibar. Offrivano doni ad accomodanti signori locali
flusso del commercio e l’espansione dei mercati. Fin da- mentre allo stesso tempo costringevano i recalcitranti a rico-
gli ultimi decenni dell’undicesimo secolo era esistita una noscere la presenza di Pechino. [...] È necessario comunque
grandissima industria del ferro nella Cina settentriona- sottolineare che per quanto ci è noto i cinesi non si diedero
le, in grado di produrre circa 125 mila tonnellate annue, mai a saccheggi e uccisioni – al contrario dei portoghesi, de-
principalmente per scopi militari e governativi – l’esercito, gli olandesi e di altri invasori europei dell’Oceano Indiano.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 203

T11 | La religione giapponese: dai kami al buddhismo


Da G. Renondeau, Il sincretismo giapponese, in H. Rotermund, G. Renondeau, B. Frank, Storia delle religioni. 17 Il Giappone, Laterza,
Roma-Bari, 1978, pp. 12-16, 73-76.

tesi Nel Medioevo in Giappone si sviluppò una religione sincretica, che fondeva elementi shintoisti
con dottrine proprie del buddhismo.

argomentazioni I kami appartenevano alla religione tradizionale del Giappone antico e rappresentavano le forze
naturali dalle quali dipendeva la buona riuscita delle pratiche agricole.
Attorno al VII secolo iniziò un’assimilazione dei kami agli spiriti inferiori del buddhismo, che
potevano raggiungere il Nirvana con l’aiuto dell’uomo: i buddhisti pertanto frequentavano i loro
templi per «aiutarli».
A partire dal IX secolo i kami furono progressivamente assimilati agli spiriti superiori del
buddhismo e considerati delle guide per gli esseri umani.

conclusioni Nei secoli centrali del Medioevo in Giappone si diffuse velocemente la nuova concezione dei kami.

Fin dagli avvii del pensiero religioso giapponese, le forze e o se tali le avessero dichiarate gli shamani [...].
i fenomeni naturali, tutto quello, insomma, che era grande Molto presto (e con ciò si intende verso il VII secolo e forse
e straordinario, si venerò come kami; lo stesso per gli albe- anche prima), i buddhisti presero a considerare i kami come
ri, gli animali, i monti ecc. Concezioni shintoiste successive se fossero degli esseri viventi (shujo). Per questo motivo, do-
hanno dotato i kami di qualità etiche, li hanno addirittura vettero catalogarli in una delle categorie in cui si collocano
personificati, ma l’idea originaria è piuttosto vicina a una gli esseri coinvolti nel ciclo della trasmigrazione, secondo
concezione di tipo animistico. L’intera natura era vivente; la legge che vuole che il destino di ciascuno sia determina-
essa costituiva la manifestazione delle diverse forme – i to dal suo karma, cioè dai suoi meriti o dalle sue colpe. [...]
kami, appunto – superiori rispetto all’uomo. [...] In questo lungo elenco di esseri, dove si collocano i kami
Fin dai tempi piú remoti, le credenze e le pratiche religiose dello shinto? [...]
del Giappone furono strettamente connesse all’agricoltu- I kami vennero in un primo momento considerati come
ra. Questo dato rivela un rapporto naturale degli uomini degli esseri che ogni buddhista aveva il dovere di aiutare
con i fenomeni della natura, con la pioggia e il vento. L’ac- a progredire sulla via della liberazione [...] leggendo loro
qua, indispensabile per la coltivazione del riso, proveniva dei sutra, depositando nei loro templi copie delle scritture,
dall’alto dei monti; se ne può dedurre che la venerazione statue del Buddha, costruendo, in prossimità dei loro tem-
delle montagne non dipende (o non dipende solamente) pli, santuari buddhisti dove si sarebbero celebrati servizi in
dal confronto degli uomini con un fenomeno della natura loro favore. [...]
(montagna elevata = degna di essere venerata), ma piut- I kami furono dapprima considerati – come si è detto so-
tosto (com’è probabile) dall’esperienza pratica della vita e pra – degli esseri appartenenti a una classe molto inferiore
dalle necessità dell’agricoltura. agli dèi coinvolti nel mondo della trasmigrazione e ai qua-
Lo yama no kami – la divinità della montagna (che spesso li bisognava prestare i soccorsi del buddhismo; in cambio,
non ha nome, in contrasto con i kami mitologici, la cui ge- essi proteggevano i buddhisti. Un passo avanti si sarebbe
nealogia è stata fissata secondo l’ordine del clan regnante) compiuto a partire dal IX secolo, quando si cominciò – cer-
– occupa un posto preminente, rispetto alle varie specie di tamente con la semplice intenzione di esprimere venera-
kami; il suo culto costituisce un aspetto importante del san- zione – ad applicare ai kami il titolo di bodhisattva. La tesi
gaku shinko (credente riferentisi ai monti). [...] secondo cui i kami erano dei bodhisattva o addirittura dei
Prossima alla venerazione dei monti e al loro culto è la ve- buddha si fece strada a poco a poco. [...] Questa concezio-
nerazione dell’acqua, o della divinità dell’acqua. L’acqua ne invertiva i ruoli: per l’uomo non vi era piú spazio per
rivestiva una grande importanza non solo per l’agricoltu- aiutare i kami a raggiungere la loro salvezza [...]. Spettava
ra, ma anche per la vita quotidiana. Il mare, i fiumi, i laghi ai kami, nella loro qualità di bodhisattva, assicurare agli uo-
erano noti come luoghi dove dimoravano i kami. [...] mini un aiuto spirituale.
Vediamo, di qui, come si potesse dichiarare kami – essere [...] La concezione dell’identità dei kami con gli esseri su-
superiore – qualsiasi persona o cosa desse prova di una periori buddhisti, in germe negli anni, si sviluppò rapida-
capacità sovrannaturale, attirasse l’attenzione della gente, mente.

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204 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

SCIENZA  E TECNOLOGIA
T12 | L’arte della navigazione in Cina
Da A.C. Messner, M. Siebert, Scienza e tecnologia, op. cit., pp. 924-926.

tesi La tecnologia cinese ebbe uno sviluppo molto antico, che si protrasse nel corso del Medioevo.

argomentazioni Già nel III secolo a.C. iniziarono imponenti opere pubbliche per la costruzione di canali
navigabili, proseguite nel corso del Medioevo, i cui risultati sono in uso ancora oggi.
La costruzione di canali diede impulso all’invenzione e alla costruzione di nuove tipologie di
ponti.
La cantieristica cinese nel Medioevo era la piú progredita del mondo, con piú di un migliaio di
modelli di barche.
Le barche cinesi prevedevano una diversa attrezzatura, funzionale all’uso cui erano destinate.

conclusioni La Cina medievale può essere definita una «nazione di naviganti».

Una rete di trasporti e comunicazioni era fondamentale Fiume Azzurro, il cuore dell’impero alle regioni coltivate a
per il mantenimento dell’unità cinese. [...] Già nel III se- riso. Nel VII secolo l’imperatore Sui Yangdi (604-618) am-
colo a.C. lo stesso Qin Shi Huangdi ordinò la realizzazione pliò verso sud la rete di canali già esistente, raggiungendo
di una via d’acqua, il cosiddetto «Canale di trasporto ma- Hangzhou. Il Grande Canale ebbe effetti immediati sulla
gico», che collegando due fiumi univa il bacino del Fiume prosperità economica dell’impero. Finalmente, un sistema
Azzurro con Guanzhou (Canton), a ovest. Questo passag- di canali esteso, in cui il livello dell’acqua venne regolato a
gio viene utilizzato ancora oggi, 2200 anni dopo. Duran- partire dal X secolo per mezzo di chiuse, collegava cinque
te il periodo Han fu avviata la costruzione di altri canali grandi fiumi per una lunghezza totale di 2000 chilometri.
per facilitare i collegamenti [...]. Tuttavia, il canale piú im- Le imbarcazioni venivano trainate, sospinte con una per-
portante e piú celebre della Cina è sicuramente il Grande tica oppure condotte a remi contro corrente. La loro tipo-
Canale o Canale imperiale, che unisce il Fiume Giallo al logia cambiava in base alle diverse aree: le barche che si
spostavano lungo il Grande Canale erano completamente
diverse da quelle costruite per percorrere lunghi tratti di
mare. Una conseguenza dell’ampliamento delle vie navi-
gabili interne fu lo sviluppo del sistema dei ponti. Ponti a
travi di legno o di pietra con almeno una campata si al-
ternavano a ponti ad arco che consentivano il passaggio
delle barche. In alcune zone furono realizzati anche ponti
sospesi, fissati con catene di ferro anziché con funi. [...]
Nel periodo compreso tra l’XI e il XV secolo, la Cina era la
piú grande potenza marittima del mondo. I suoi navigato-
ri attraversarono l’Oceano Indiano e giunsero fino al Mar
Rosso, al Golfo di Hormuz e alla costa orientale dell’Afri-
ca. Fondamentali per raggiungere questi traguardi furono
gli importanti progressi tecnici nella costruzione navale e
l’impiego della bussola magnetica. Le fonti collocano ad-
dirittura in epoca Han l’invenzione del timone sul dritto
di poppa, che poteva essere alzato o abbassato a seconda

◗◗ Imbarcazioni cinesi che affrontano un fiume in piena. Parigi,


Bibliothèque Nationale de France, XVI secolo.

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 205

della profondità dell’acqua. A questo si aggiunse l’introdu- fino alla tarda epoca Qing poteva essere considerata una
zione dei compartimenti a tenuta stagna, che aiutavano a nazione di naviganti, poiché in quel periodo esisteva quasi
contenere i danni in caso di falla. Le navi cinesi non ave- un migliaio di modelli di barche differenti. [...]
vano ossatura né ordinate, e in genere le tavole dello scafo A partire dal XII secolo furono adottate enormi navi a ruo-
erano unite tra loro grazie a paratie trasversali fisse a prua ta, con decine di remi ai lati dello scafo manovrati da altret-
e a poppa. Le vele erano costituite da stuoini di bambú, re- tanti vogatori. Durante la dinastia Ming si diffusero navi da
lativamente resistenti agli strappi e leggere da ammainare. guerra «a due teste», formate da due giunche accoppiate,
Le giunche erano costruite in modi diversi. Se il grado di che venivano chiamate «millepiedi». La parte anteriore,
specializzazione delle singole tipologie di imbarcazione è carica di esplosivo, poteva essere sganciata e indirizzata
segno di uno stadio di sviluppo avanzato, allora la Cina contro le navi nemiche.

S I N T E S I
Bisanzio, i turchi ottomani pa, cartamoneta). Nel 1126 gli jurchen penetrano nel Nord
e il mercato Oriente-Occidente della Cina e la dinastia Song si sposta nel Meridione; ma a
Nel 1261 cade l’Impero latino d’Oriente e sale al trono Mi- metà del XIII secolo il Paese è conquistato dai mongoli, che
chele VIII Paleologo; l’Impero bizantino è territorialmente governano la Cina fino alla metà del Trecento. Con la dina-
molto ridotto e impoverito per la mancanza di una classe stia Ming (1368-1644) nasce un ceto «borghese» che com-
imprenditoriale e la concentrazione della terra nelle mani prende proprietari terrieri e grandi mercanti, e la capitale
di poche famiglie nobili. viene spostata a Pechino; nonostante la suddivisione del
Dalla prima metà del XIII secolo i turchi ottomani avan- territorio, la struttura del governo è centralizzata.
zano verso occidente, conquistando nel giro di pochi de-
cenni i Balcani (Battaglia di Kosovo Polje, 1389) e la Gre- L’origine del Giappone e lo Shogunato ashikaga
cia (1397). Nonostante l’avvento dell’Impero turco, i traffici A metà del Duecento lo shogunato riesce a porre fine all’a-
commerciali con l’Oriente rimangono molto attivi. Il centro narchia feudale riconducendo all’obbedienza i daimyo,
di transito delle merci è l’Egitto, ma la creazione dell’Impero i grandi signori feudali. Nel 1338 ha inizio lo Shogunato
mongolo di Gengis Khan favorisce la ripresa dei commerci ashikaga: in questo periodo l’economia progredisce, na-
terrestri tra Europa e Asia (via della seta, viaggio di Marco scono associazioni di artigiani e mercanti e si intensifica il
Polo). commercio marittimo. Nel 1467, in seguito alle lotte inter-
ne allo shogunato, il potere torna nelle mani dei daimyo.
L’Impero mongolo di Gengis Khan
e l’ascesa di Tamerlano L’India dal Sultanato di Delhi all’Impero moghul
Gengis Khan penetra in Cina e nel 1215 conquista Pechi- Nel XII secolo Muhammad di Ghur completa l’islamizzazio-
no, creando un vasto impero che si estende fino alla Russia ne dell’India. Alla fine del Trecento l’India settentrionale è
meridionale. L’Impero mongolo viene suddiviso in khana- conquistata da Tamerlano; nell’India centrale si succedono
ti e i successori di Gengis Khan proseguono l’espansione regni islamici e induisti. Agli inizi del Cinquecento Babur
territoriale. Kubilai Khan completa la conquista della Cina conquista le regioni settentrionali e crea le basi dell’Impe-
(1279) e assicura all’impero un lungo periodo di pace, inten- ro moghul.
sificando i rapporti con l’Occidente, grazie anche a viaggia-
tori come Marco Polo e Giovanni da Pian del Carpine. L’Africa musulmana e l’Africa Nera: Stati e civiltà
Alla fine del Trecento Tamerlano conquista l’Asia meridio- L’Africa settentrionale è influenzata dai rapporti con le ci-
nale, ma dopo la sua morte (1405) il suo impero si sgretola viltà mediterranee e, a partire dal VI secolo, dalla penetra-
rapidamente. zione araba, mentre l’Africa subsahariana sviluppa civiltà
che entrano solo saltuariamente in contatto con gli europei.
La Cina dalla dinastia Song alla dinastia Ming Tra XII e XIII secolo l’Africa mediterranea è dominata dai
Con la dinastia Song (960-1279), che avvia la riunificazione berberi almohadi; a metà del Duecento l’Egitto viene con-
del Paese, la Cina vive un periodo di sviluppo economico e quistato dai turchi mamelucchi.
demografico e di innovazioni scientifiche (bussola, stam-

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206 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

OFFICINA D I D AT T I C A
AREA DELLE CONOSCENZE
Collocare eventi e fenomeni nel tempo
◗◗Metti in ordine cronologico gli eventi nei seguenti gruppi, numerandoli da 1 a 3
1. I turchi ottomani entrano nel cuore dell’Europa, in particolare in Macedonia, Bulgaria e Serbia
La Battaglia di Kosovo Polje
Lo scontro ad Ankara tra le armate di Tamerlano e quelle ottomane
2. Kubilai Khan fondò la dinastia Yuan
Gengis Khan conquistò Pechino
I mamelucchi respinsero l’attacco mongolo
3. Dinastia Ming in Cina
Dinastia Tang in Cina
Dinastia Song in Cina
10 punti max; 1 punto per ogni risposta esatta; 0 per ogni risposta non data; -0,5 per ogni risposta errata.  ◗ Punti . . . . . . .

Utilizzare il lessico disciplinare


◗◗Completa le seguenti frasi e giustifica l’opzione che scegli.
1. Il fondaco era una moneta di scambio con l’Oriente. 3. Il titolo di khan ha origine araba.
Vero, perché. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Vero, perché. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Falso, perché.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Falso, perché.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2. I mandarini rappresentavano la casta religiosa cinese. 4. Lo scintoismo rappresentava la tradizione religiosa e
rituale giapponese.
Vero, perché. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vero, perché. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Falso, perché.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Falso, perché.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Localizzare eventi e fenomeni nello spazio


◗◗Colloca sulla carta l’Impero ottomano, l’Impero moghul e l’Impero cinese tra il XV e il XVI secolo.
Individua poi le città di Istanbul, Pechino e Delhi.

Mar Nero

Mar M
edi terraneo

Hima
laya

Oceano
Mare Pacifico
Arabico Golfo
del Bengala

Oceano
Indiano

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Capitolo 6  L’extra-Europa dall’XI al XV secolo: popoli, geografie e civiltà 207

AREA METODOLOGICA
Lavorare con gli strumenti di base
1. Costruisci uno schema a processo (che puoi trovare nelle 2. Costruisci tre slides con Power Point sul documento di Ibn
SmartArt di Word) sullo sviluppo della civiltà cinese duran- Battuta che trovi nell’Archivio [  T5mn]. Devi mettere in evi-
te la dinastia Ming. Ti puoi aiutare anche con la lettura dei denza i caratteri fondamentali dell’Africa.
testi T6, T10 e T12.

AREA LOGICO-ARGOMENTATIVA
Problematizzare scrivendo Analizzare e spiegare i documenti e i concetti
Rileggi attentamente il box Tendenze. Metti in evidenza, nella tua scheda di lettura, i concetti prin-
cipali del tema del viaggio e dei viaggiatori. Fai riferimento ai
Componi una scaletta sul tema I rapporti tra Oriente e Occiden-
testi T6 e T9.
te. La scaletta deve essere divisa in tre blocchi: tesi principale,
argomentazione e conseguenze. I tre blocchi vanno connessi
con delle brevissime specificazioni. Spiegare la storia secondo la logica
continuità/discontinuità
Esercitare l’interdisciplinarità Rileggi attentamente il box Tendenze. Trova i caratteri perma-
Confronta la scienza/tecnica in Occidente e in Oriente, produ- nenti nell’idea di Europa nel Medioevo.
cendo una tabella generale dei dati fondamentali. Poi, con il Registra la tua spiegazione e tieni conto che non può essere
tuo insegnante di matematica costruisci una tavola storico- minore di tre minuti e non può superare i sei minuti di tempo.
comparativa della matematica degli arabi, dei cinesi e degli
europei.

Stabilire nessi
◗◗Completa il testo inserendo le parole o le espressioni corrette, scelte tra quelle sotto elencate.
Stai attento, però: alcune di esse sono in piú e pertanto non vanno utilizzate.
Infine, sul tuo quaderno spiega a cosa si riferiscono e qual è il contesto delle parole/espressioni
non utilizzate.

Nel secolo IX, con  , prese il via una tradizione che fece coincidere i concetti di Europa e di
Occidente. Allo stesso tempo si rafforzò il legame tra Europa e Chiesa di Roma, tra Europa e  . Ciò fu tanto piú
evidente quando nel   i turchi ottomani entrarono nel cuore dell’Europa. L’avanzata turca ottomana fu
bloccata, però, non dall’Occidente, ma dall’ di  . Lo scontro decisivo tra le armate
di quest’ultimo e quelle ottomane avvenne ad   nel  : la disfatta degli ottomani
fu la causa della momentanea disgregazione dei loro domini.
cristianesimo ❚ 1374 ❚ Impero mongolo ❚ Tamerlano ❚ Gengis Khan ❚ Carlo Magno ❚
Impero mamelucco ❚ Bisanzio ❚ Ankara ❚ 1402

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208 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

capitolo
LA CRISI
DEL TRECENTO

7 L
a crisi che attraversò l’Europa tra la metà del Trecento e la metà del
Quattrocento segnò il tramonto del Medioevo.
Fu l’esito di una pluralità di fattori, ebbe effetti a diversi livelli ed
è interpretata in modi opposti: per alcuni storici è stata un momento di
decadenza, mentre per altri di trasformazione e riconversione.
Tra le cause della crisi si possono elencare: la diffusione di epidemie,
in particolare di peste, le guerre, annate sfavorevoli all’agricoltura,
l’eccessiva pressione della popolazione sulle risorse. Questi
fattori provocarono un crollo demografico, che, a sua volta,
causò la diminuzione del prezzo dei cereali, e questi due elementi
contribuirono al calo delle rendite signorili. Ciò produsse una
reazione della nobiltà, che tentò di sfruttare maggiormente
i contadini: lo scontro tra proprietari terrieri e contadini,
che si espresse anche in ondate di rivolte rurali, ebbe però
esiti differenziati. In alcune aree l’indebolimento del potere
signorile favorí nuove forme di conduzione, di proprietà e di
produzione.
Dal punto di vista politico, sia la Chiesa sia l’impero nel
Trecento si indebolirono: la sede apostolica fu trasferita ad
Avignone (1309-1377) e subí i condizionamenti della Francia,
mentre la nomina dell’imperatore fu attribuita, nel 1357, a
sette príncipi tedeschi, che acquisirono cosí grande potere.
Indagare le cause della crisi del Trecento ed
evidenziarne gli effetti è di fondamentale
importanza per comprendere perché nel secolo
successivo l’Europa apparve profondamente
cambiata.

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209

LA CRISI DEL XIV SECOLO

1 Uno dei fattori


determinanti della crisi del 2 Dopo Bonifacio VIII, il
nuovo pontefice si 3 Nel 1356 l’imperatore
Carlo IV di Lussemburgo
Trecento fu il dilagare di avvicinò al re di Francia. Il papa fu costretto all’emanazione della
un’epidemia di peste bubbonica. trasferí nel 1309 la curia ad Bolla d’Oro, che stabiliva che
La malattia ebbe probabilmente Avignone, dove rimase fino al l’elezione imperiale spettava a
origine ai piedi dell’Himalaya e 1377. I papi di questo periodo príncipi laici ed ecclesiastici. Con
da qui, lungo la via della seta, si furono francesi; il papato fu questo atto l’impero diveniva
diffuse rapidamente verso accusato di amoralità e di un’entità puramente laica, non
Occidente. subordinare gli interessi della ereditaria e limitata al solo
Chiesa a quelli della Francia: si mondo tedesco.
parlò allora di «cattività
avignonese».

Scandinavia
1349

Moscovia
1351
Inghilterra
1348 Germania
6 Oxford 1349
Sacro
Rivolta 5 romano 3
dell’Île-de-France Francia impero Ungheria Crimea
1348 1346
Genova 1348
Avignone 4 Caffa

Spagna
2 Italia
1347-48 Costantinopoli
1348 Pechino
Messina Samarcanda

Damasco
1347 Baghdad

Himalaya 1 Cina
Arabia 1333

Africa

India

Oceano Indiano

Oceano
Atlantico Nucleo di origine della peste bubbonica
Area d’inizio del contagio
Aree di contagio
Direttrici della diffusione del contagio
Rivolte contadine

4 L’Italia centro-settentrionale
godeva di una situazione 5 Nel 1358, nell’Île-de-France, un
gruppo di contadini saccheggiò i 6 Nel 1381 scoppiò la rivolta dei
lollardi che, a differenza di altre
economica migliore rispetto al resto castelli nobiliari, dando inizio a un ribellioni contadine, assunse una
d’Europa: i prezzi dei cerali salirono, i movimento di rivolta che si allargò connotazione politico-religiosa. I lollardi
signori locali investirono in produzioni di rapidamente verso altre regioni francesi. infatti si ispirarono agli ideali di John
lusso (vino, olio, canapa, seta) e i salari dei Queste rivolte, prive di connotazioni Wycliffe, che chiedeva maggior giustizia
lavoratori urbani aumentarono. ideologiche, presero il nome di jacqueries, sociale e un’emancipazione dal clero
dal soprannome Jacques Bonhomme, cattolico, che giudicava corrotto. La
con cui i nobili indicavano i contadini. rivolta venne soffocata nel sangue.

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210 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

7.1 La crisi del Trecento: aspetti e interpretazioni


Gli aspetti Una crisi generale  Tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, con il venir meno degli idea­
politici, li universalistici e con la crisi delle istituzioni che li avevano incarnati (papato e impero),
economici
e sociali l’Europa si avviò verso la fine del Medioevo.
Il Trecento, che si era aperto con i toni trionfalistici del Giubileo del 1300, fu segnato da
una serie di carestie ed epidemie – tra le quali la piú grave fu l’ondata di «peste nera» che
si diffuse tra il 1347 e il 1350 –, da guerre piú vaste e atroci che nel passato, regresso de-
mografico e profonde trasformazioni economiche e sociali.
Si trattò di un’età in netta controtendenza rispetto al lungo periodo di crescita ed espan-
sione che aveva caratterizzato l’Europa occidentale dal IX all’inizio del XIII secolo, che vi-
de la drastica contrazione delle industrie e dei commerci, la svalutazione delle monete, la
diminuzione del gettito delle imposte, il crollo delle banche e, da un punto di vista sociale,
l’aumento dei contrasti e dei tumulti nelle città e la diffusione delle rivolte contadine, so-
prattutto nelle campagne di Francia.

GLOSSARIO L’insieme di questi cambiamenti viene oggi indicato con l’espressione «crisi del
Crisi Trecento» e denuncia lo stato di profondo malessere che caratterizzò l’intera
società europea dalla fine del XIII alla metà del XV secolo.

Il riferimento al «Trecento» è una convenzione accettata dagli storici che confermano che
questo periodo di trasformazione si protrasse sicuramente fino alla metà del Quattrocento.
L’autunno Per molto tempo si è indicato il periodo di transizione tra il Medioevo e l’Età moderna, che
del Medioevo comprende Trecento e Quattrocento, con l’espressione «autunno del Medioevo», dal ti-
tolo di una celeberrima opera (pubblicata nel 1919) dello storico olandese Johan Huizinga
(1872-1945), che con essa intendeva sottolineare la continuità temporale tra la civiltà me-
dievale, al suo tramonto, e quella rinascimentale, in piena «rinascita».
Le Oggi, per spiegare come si è chiuso il Medioevo, gli storici preferiscono parlare di «crisi»,
interpretazioni anche se non tutti concordano sul significato da attribuire a questa parola:
della crisi
❚❚ alcuni infatti sostengono essa indichi un periodo di decadenza, contraddistinto dal
crollo demografico, cui fecero seguito la contrazione della domanda di beni, la riduzio-
ne della produzione e dei commerci e poi la depressione economica; questa tesi, defi-
nita «depressionista», fu formulata per la prima volta da Wilhelm Abel (1904-1985),
ed è rappresentata da studiosi come Roberto Sabatino Lopez (1910-1986) e Ruggiero
Romano (1923-2002);
❚❚ altri invece sostengono che la crisi, con l’insieme delle difficoltà che la caratterizzarono,
sia stata all’origine di un periodo di trasfor-
mazione positivo, poiché ha dato l’avvio a
un processo di riconversione, stimolando
produttori e mercanti a trovare soluzioni al-
ternative e dando luogo ad attività spesso
piú efficienti; questa tesi, nota anche come
tesi «ottimista», fu sostenuta dall’inglese
Michael M. Postan e dall’italiano Carlo Ma-
ria Cipolla (1922-2000).
L’esito principale di questo dibattito storiogra-
fico, tuttora in corso, è stato favorire lo studio
dei singoli casi, dal momento che la storiogra-
fia piú recente è giunta a evidenziare come a
seconda del contesto la crisi del Trecento ab-
bia presentato caratteri originali (R. Epstein).

◗◗ Allegoria della peste di Giovanni di Paolo. Berlino,


Kunstgewerbemuseum, Staatliche Museen, 1437.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 211

I fattori della crisi  Anche i fattori che condussero alla crisi del Trecento sono ancora oggi
oggetto di dibattito.
La peste Alcuni storici hanno attribuito all’epidemia di peste nera che investí l’Europa a partire dal
1347 la responsabilità maggiore, anche se oggi si tende a ricercare piú indietro le origini del
malessere, all’inizio del XIV secolo, quando la popolazione smise di crescere e cominciò
a diminuire e una serie di fattori negativi si combinarono aggravando un quadro socia-
le ed economico già deteriorato.
È interessante a questo proposito considerare la percezione che i contemporanei ebbero
dei mali che li affliggevano, attraverso l’invocazione che, dopo l’età dell’espansione, tornò a
risuonare drammaticamente nelle chiese d’Oriente e d’Occidente (R.S. Lopez): «a peste, fa-
me et bello libera nos, domine» («Liberaci, o Signore, dalla peste, dalla fame e dalla guerra»).
Dunque la peste, in primo luogo, ma anche la fame e le guerre.
La fame La mancanza di cibo è ampiamente testimoniata nelle cronache medievali insieme alla di-
sperazione e allo sconforto che essa portava nella popolazione. Essa dipese in gran parte
dalle ripetute carestie che si abbatterono in tutta Europa: tra il 1315 e il 1317 su Inghilter-
ra, Germania, Fiandra, Danimarca e Scandinavia; nel 1333 nella Penisola iberica; nel 1335-
1337 in Linguadoca; nel 1339-1342 in tutta Italia; fino ad arrivare alla carestia del 1347, che
precedette e probabilmente favorí la diffusione della peste. È facile comprendere infatti che
non mangiare rendeva piú deboli, e quindi piú vulnerabili alle epidemie; inoltre se si per-
deva il tempo della semina o della mietitura, a causa della malattia, il rischio di rimanere
senza raccolto aumentava.
Le principali cause esterne delle carestie sono state individuate nel peggioramento del
clima (piovve di piú, molti terreni furono allagati, fece piú freddo), in calamità naturali
episodiche, come l’invasione di insetti (locuste, bruchi), e anche nelle guerre.
Le guerre Le guerre, infatti, ebbero un ruolo fondamentale nella crisi generale, da diversi punti di vi-
sta. Il permanente stato di belligeranza – Francia e Inghilterra si scontrarono nella Guer-
ra dei Cent’anni, cui seguí nell’isola la Guerra delle due rose [  Capitolo 8], la Penisola ibe-
rica fu attraversata da duri contrasti dinastici e quella italiana dalle continue lotte tra
comuni – rese sempre piú frequenti:
❚❚ i saccheggi sistematici da parte delle milizie mercenarie di passaggio nei territori, che
spesso erano esse stesse responsabili della trasmissione di malattie;
❚❚ il blocco delle strade, che ostacolava la circolazione delle merci;
❚❚ il dispendio di molto denaro per armare gli eserciti, con la conseguenza di forti in-
debitamenti, per pagare le milizie straniere affinché non saccheggiassero le terre e le
città, per edificare fortificazioni a protezione dei villaggi.
Quando alla metà del XIV secolo comparve la peste nera in Europa, il rapporto tra epide-
mie e carestie era già consolidato. Tuttavia il suo impatto fu devastante: decimò la popola-
zione e acuí le problematiche sociali ed economiche. Per questo motivo essa è diventata il
simbolo della crisi del Medioevo e il 1348, l’anno del maggior contagio, è stato assunto
come data periodizzante.

7.2 Il crollo demografico e la peste del 1348

Le cifre Il crollo demografico  Secondo le stime piú autorevoli, all’inizio del Trecento l’Europa con-
e le cause tava circa 70 milioni di abitanti, che si ridussero nel giro di cinquant’anni a 50 milioni, crol-
lando a 35 alla metà del Quattrocento: nel corso di poco piú di un secolo, la popolazione
europea dimezzò. Questa catastrofe demografica è un aspetto imprescindibile per com-
prendere la trasformazione dell’Europa alla fine del Medioevo.
Lo squilibrio Le carestie e le epidemie che furono, insieme alle avverse condizioni climatiche, all’origine
tra popolazione dei cattivi raccolti aggravarono una già difficile situazione in cui il rapporto tra la popola-
e risorse
zione, fino a quel momento in aumento, e le risorse si era squilibrato: la popolazione non
era eccessiva in assoluto, ma lo era rispetto alle capacità produttive dell’agricoltura di quel
tempo.

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212 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

L’andamento della popolazione europea (in milioni) La combinazione degli scom-


Area geografica 1340 1450 pensi dell’economia agricola (po-
Italia 10 che risorse alimentari) e l’evoluzio-
7,5
Spagna 9 7 ne demografica (eccessivo numero
Area balcanica 6 di uomini da sfamare) aveva pro-
4,5
Francia e Paesi Bassi 19 12 vocato già all’inizio del XIV seco-
Isole Britanniche 5 3 lo sempre piú acute crisi di sussi-
Germania e Scandinavia 11,5 stenza in varie regioni europee,
7,5
Russia 8 6 che si accompagnavano alla crisi
Polonia e Lituania 3 2
annonaria divenuta ormai strut-
Ungheria 2
turale.
1,5
Totale 73,5 51
Questo squilibrio tra fabbisogno
alimentare e crescita demografica
(impetuosa fino al XIII secolo), che i demografi chiamano «sovrappopolazione relativa», fu
la causa anche dell’aumento dei prezzi dei cereali, fino a dieci volte, che rese proibitivo
l’acquisto del pane [  T8]. La sottoalimentazione indebolí le difese immunitarie e rese gli
uomini piú esposti alle malattie, accrescendo la mortalità.
Le condizioni Le condizioni che permisero al contagio di assumere le devastanti proporzioni di una pan-
favorevoli demia furono legate anche al contesto sociale e materiale in cui si affermò la malattia:
al contagio
città sovrappopolate, in cui erano la norma la scarsa igiene – si pensi che Londra non di-
sponeva di una rete fognaria –, la mancanza di acqua corrente, la promiscuità con gli
animali, la sporcizia [  T10]. A questo si aggiungevano la mancanza di competenze me-
diche e di una vera e propria organizzazione sanitaria, la mentalità legata alla religione,
alla magia e alla superstizione.

LA DIFFUSIONE DELLA PESTE IN EUROPA


Situazione generale prima dell’inizio Condizioni favorevoli alla diffusione
del contagio del contagio

Squilibrio tra popolazione e risorse. Scarsa igiene.

Guerre. Promiscuità con gli animali.

Carestie e crisi di sussistenza. Sporcizia.

Aumento del prezzo dei cereali e del pane. Incompetenza medica e sanitaria.

Accentuazione della sottoalimentazione.

Diminuzione delle difese immunitarie.

I caratteri La peste e i suoi effetti  Il termine «peste», dal latino peius («peggiore»), era utilizzato nel
della malattia Trecento per indicare una serie di malattie epidemiche, come il tifo, il colera e, appunto, la
malattia infettiva che oggi indichiamo come peste: i contemporanei le definivano le «ma-

LESSICO
Crisi di sussistenza: condizione nella namento alimentare nelle città. Il termine zione e la distribuzione, a prezzi controllati,
quale i beni di consumo, specialmente ali- deriva dal latino annona, che nell’antica Ro- delle vettovaglie indispensabili a sostenere
mentari, diponibili non sono piú sufficienti ma era utilizzato per indicare l’insieme delle le città.
a garantire la sopravvivenza della popola- derrate alimentari distribuite periodicamen- Pandemia: una malattia contagiosa tanto
zione. te al popolo; nel Medioevo apposite magi- diffusa da coinvolgere in numero considere-
Crisi annonaria: difficoltà di approvvigio- strature sovrintendevano la commercializza- vole abitanti di piú aree geografiche.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 213

La diffusione della peste in Europa (1333-1350)

Focolaio permanente
Area e data d’inizio del contagio
Scandinavia
1349 Direttrici della diffusione del contagio
Aree di contagio
Moscovia Crimea
1351 1346
Inghilterra
1348 Germania
1349
Oceano Francia Crimea
Ungheria
Atlantico 1348 Genova 1348 1346
Caffa
Italia
Spagna 1347-48 Costantinopoli Pechino
1348
Messina Samarcanda

Damasco Baghdad
1347
Himalaya Cina 1333
Arabia
Africa Oceano
India Pacifico

Oceano Indiano

lattie peggiori» a causa dell’alta mortalità. Dalla descrizione dei sintomi che i testimoni e i
cronisti del tempo fecero dell’epidemia del 1347-1350 è stato possibile identificare con pre-
cisione i caratteri della peste nera: bubboni (ossia rigonfiamenti) alle ascelle, all’inguine o
al collo, macchie scure e livide (da cui il nome per indicare il morbo), vomito, convulsioni e
febbre [  T1].
La causa patogena della malattia era ed è il bacillo Yersinia pestis (dal nome dello scien-
ziato Alexandre Yersin, che lo isolò nel 1894), un’infezione del ratto, che si trasmette all’uo-
mo attraverso le pulci (avendo succhiato sangue infetto, quando mordono l’uomo, lo con-
tagiano).
Nell’uomo la malattia si manifesta nella forma polmonare negli ambienti freddi, nella
forma bubbonica in quelli caldi e umidi.
La diffusione La peste che giunse in Europa ebbe origine a Oriente, da un focolaio permanente ai pie-
in Europa di dell’Himalaya, fra l’India, la Cina e la Birmania. In Cina fu attestata nel 1333 e probabil-
mente si diffuse verso Occidente attorno al 1338-1339 lungo la via di Samarcanda (la via
della seta e carovaniera;  Capitolo 6). Da qui avrebbe raggiunto la colonia genovese di Caf-
fa, in Crimea, importante emporio affacciato sul Mar Nero, nel 1346. Pare che nel 1347,
durante l’assedio della colonia da parte dei mongoli, questi avessero catapultato al suo in-
terno i cadaveri di alcuni appestati. Quando le navi di alcuni mercanti genovesi ripartirono,
esse portarono con sé la peste trasmettendo il contagio in tutti i porti in cui sostarono: Co-
stantinopoli, Trebisonda, Messina e infine Genova.
A metà del 1348 l’epidemia si era diffusa in tutta Italia, buona parte della Francia, della
Spagna e dell’Ungheria; alla fine dell’anno in Inghilterra; fu poi la volta di Germania,
Belgio, Olanda, Svizzera e Austria; a metà del 1349 era in Scandinavia e nel 1350 in
Svezia; nel 1351 in Russia.
Il calcolo Si calcola che, nella sua prima ondata, la peste falcidiò circa un terzo della popolazione
delle perdite europea, con forti differenze tra regioni e fra campagna e città. L’incidenza, per esempio,
fu minore nelle campagne, dove l’isolamento in cui viveva la popolazione rendeva piú dif-
ficile il contagio. Il contrario accadde nelle città: Londra perse il 30% degli abitanti, Brema
e Firenze persero quasi il 50%. Proprio per questa ragione, la mortalità piú elevata si registrò

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214 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

in Italia, poiché era l’area piú urbanizzata d’Europa: i continui contatti tra persone malate
e con i topi, in una condizione di igiene insufficiente, favorirono il contagio. Le altre aree
maggiormente colpite furono le coste mediterranee della Francia.
La ciclicità In molti casi le città si sforzarono di ridurre il contagio (botteghe e taverne chiuse, divieto
delle epidemie di assembramenti per funerali o processioni, quarantene), ma le misure si rivelarono poco
efficaci, tanto che la peste rimase endemica in Europa fino al XVIII secolo (l’ultima epide-
mia avvenne a Marsiglia nel 1720-1721). Dopo la peste nera del 1347-1350 vi furono ricor-
renti ondate di contagio, a cadenza di 8-12 anni: le piú virulente furono quelle del 1363-
1364 (detta la «peste dei bambini» perché colpí chi era nato dopo il 1348 e non era
immunizzato), del 1371-1374, del 1398-1400, e, nel corso del Quattrocento, del 1420-1421
e del 1438-1440. Ma continuarono anche nel corso del Cinquecento e del Seicento, come
la peste di Milano (1629-1630) narrata da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.
La ricorrenza delle epidemie spiega il calo continuo e progressivo della popolazione
che, nei primi decenni del XV secolo, raggiunse il punto piú basso. Barcellona, per esempio,
stimata sui 45.000 abitanti nel 1335-1340, calò a 19.000 nel 1405; Milano, stimata nel 1300
sui 150.000 abitanti, a metà del Quattrocento ne contava 85.000 (-43%).
Le conseguenze L’impatto della peste sulla popolazione determinò nel lungo periodo conseguenze econo-
miche, sociali e culturali importanti.
Prima di tutto, però, si assistette a una ristrutturazione dell’ambiente naturale e ur-
bano, che si concretizzò nelle seguenti trasformazioni:
❚❚ intere regioni, come per esempio l’Andalusia e la Maremma, una volta spopolate,
non furono piú coltivate e di conseguenza tornarono a essere boscaglie o acquitrini;
❚❚ molti villaggi furono abbandonati (dando luogo al fenomeno dei villages désertés in
Francia, lost villages in Inghilterra e Wüstungen in Germania);
❚❚ la popolazione, di conseguenza, si trasferí nelle città, concentrandosi all’interno delle
mura urbane.

7.3 Caratteri e problemi del sistema economico dopo il crollo demografico


La crisi della proprietà signorile  La crisi del XIV secolo si distinse dalle crisi congiuntu-
rali che l’avevano preceduta e che si erano succedute in modo ricorrente. Essa, infatti, si
configurò come un momento di svolta, che rimise in discussione l’intero sistema econo-
mico feudale, contribuendo a diminuire il potere signorile e padronale nelle campagne.
Gli effetti Tra i primi effetti del crollo demografico vi furono:
del crollo ❚❚ il calo del prezzo dei cereali, per cui, alla diminuzione dei consumatori di cereali,
demografico
base essenziale della dieta degli europei, seguí una sempre minore domanda, con il
conseguente declino dei prezzi;
❚❚ la diminuzione delle rendite (che derivavano dagli affitti e dai censi), in conseguen-
za dello spopolamento delle campagne e della perdita di valore delle vecchie monete
locali in cui erano stati stabiliti i canoni d’affitto;
❚❚ l’aumento dei salari, dovuto essenzialmente alla difficoltà di reperire manodopera
tanto nelle città che nelle campagne.
La nuova È interessante soffermarsi sulle circostanze che favorirono la nascita di nuove aziende rurali:
condizione non tutti i coloni o salariati che abbandonarono le grandi proprietà si recarono in città alla ricer-
dei contadini
ca di migliori condizioni; spesso si trasferirono su terre lasciate libere dalle famiglie morte di
peste, diventando «di fatto» possessori delle terre e coltivatori indipendenti. Questa mutata
condizione favorí l’emergere di una vocazione commerciale dell’azienda rurale, per cui i nuovi
contadini iniziarono a produrre per il mercato, mirando al profitto, e a monetizzare i guadagni.
In questo quadro cambiato, proprio la grande proprietà signorile risentí degli effetti della
crisi e mutò la sua struttura.
LESSICO
Crisi congiunturali: situazione economi- determinata da un insieme di fattori, che co- tura» del momento.
ca di un Paese nel breve periodo di tempo, stituiscono appunto la particolare «congiun-

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 215

◗◗ L’aratura dei campi.


Trento, Castello del
Buonconsiglio, XIV secolo.

I cambiamenti della proprietà signorile  Per arginare le perdite dovute alla diminuzio-
ne delle rendite della proprietà signorile [  T9] – legata alla mortalità e alle distruzioni, agli
abbandoni dei villaggi, al crollo dei prezzi dei cereali, all’aumento del prezzo della mano-
dopera e degli attrezzi agricoli – i nobili tentarono di prendere delle contromisure, che fu-
rono diverse da regione a regione e che risentirono della presenza o assenza di un potere
centralizzato costituito dalle nascenti monarchie nazionali.
I provvedimenti In Inghilterra il governo emanò uno statuto dei lavoratori che vietava l’aumento dei sala-
verso i lavoratori ri (1351); lo stesso avvenne nei principali comuni d’Italia, da Bologna a Firenze a Trapani.
Nelle regioni in cui il potere centrale era piú debole (Germania e Paesi dell’Est), i nobili
aumentarono i canoni di affitto, introdussero nuove imposte e aumentarono le corvées.
Questi stessi provvedimenti, in Paesi come la Francia e l’Inghilterra, provocarono la protesta
e le rivolte contadine, che caratterizzarono il secolo.
La gestione In molti territori dell’Europa occidentale, i signori feudali introdussero forme di conduzio-
indiretta ne indiretta che prevedevano la divisione delle grandi imprese agricole in lotti, ciascuno
dei patrimoni
dei quali veniva assegnato a un contadino in cambio di un canone pagato, almeno parzial-
mente, in natura. Una forma di conduzione indiretta fu la mezzadria, diffusa soprattutto
nell’Italia centro-settentrionale (Toscana, Emilia), in Provenza e Aquitania. Con lo sviluppo
della mezzadria la proprietà fu riorganizzata in unità a coltura mista, i poderi, ciascuno dei
quali fu affidato a una singola famiglia di mezzadri (detti «coloni»).
L’inurbamento Molti signori in difficoltà preferirono inurbarsi, inserendosi nella rete amministrativa del-
le corti o dei nascenti Stati nazionali, in posizioni piú remunerative; molti vendettero le
proprietà agricole oppure le affidarono in gestione a nuove intraprendenti figure di conta-
dini arricchiti, che sarebbero state protagoniste dell’economia dei secoli successivi. Altri
cominciarono ad assumere le funzioni ecclesiastiche piú prestigiose e lucrative, impa-
dronendosi in questo modo dei beni della Chiesa.
Il brigantaggio In alcuni casi, da ultimo, come ci narrano la letteratura e le cronache dell’epoca, comparve
la figura del bandito nobile, che si dava al brigantaggio.

La riconversione La ristrutturazione agraria  Tra coloro che scelsero di continuare l’attività produttiva, mol-
delle colture te grandi aziende che si reggevano sulla manodopera salariata, per contrastare gli effetti di-
sastrosi del calo dei prezzi dei cereali e dell’incremento dei salari che seguirono il drastico
crollo demografico, decisero di riconvertire completamente l’attività agricola, destinando
molti campi, a seconda dell’area geografica e dello sviluppo industriale, ai seguenti usi:
❚❚ l’allevamento, dato che i prezzi dei prodotti di origine animale, come latte, burro,
carne, resistevano meglio alla recessione, e visto che esso richiedeva un minor impie-
go di manodopera, rispondendo meglio alle esigenze dettate dalla crisi demografica;
❚❚ la produzione di prodotti di nicchia, come il vino, l’olio;
❚❚ la coltivazione di piante per l’uso «industriale», come la canapa, il luppolo, il cotone,
il lino, la seta (nell’Italia del Centro-Nord), e piante coloranti, quali il guado e la robbia.

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216 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Il paesaggio cambiò notevolmente e questa trasformazione non fu sempre un sintomo di


decadenza, anzi molte attività industriali legate alle nuove colture agricole furono orienta-
te verso una produzione specializzata che ebbe un mercato sempre piú importante. Ad
esempio, i centri tessili italiani diminuirono la produzione, ma ne aumentarono la qualità; i
centri tessili inglesi, invece, preferirono produrre merce piú scadente ma in grandi quantità.
La recinzione In Inghilterra il passaggio dall’arativo all’allevamento determinò la diffusione dei pascoli
dei terreni recintati, chiamati enclosures in inglese. Si trattò di un fenomeno di ampie dimensioni che
comuni
consisteva nella privatizzazione degli incolti comuni e nella conseguente delimitazione dei
campi aperti (open fields), che fino a quel momento erano stati patrimonio comune della
collettività rurale, che vi aveva sempre esercitato il diritto di pascolo e di caccia. Esso rap-
presentò un passo importante per il rafforzamento della proprietà privata, ma ebbe un im-
patto dannoso sui contadini che furono protagonisti di frequenti proteste e in molti casi
furono costretti ad abbandonare le proprie terre.
L’artigianato Nello stesso tempo, a seguito dell’indebolimento del potere signorile, tutte le attività che
facevano capo alla feudale pars dominica, i servizi connessi al forno, al mulino o alla forgia,
non furono piú controllate dai signori, ma furono gestite in proprio dai contadini, che die-
dero vita a esperienze di artigianato rurale.

Ristrutturazione agricola e mutamenti sociali

Perdita del valore dei censi.

Crollo delle rendite agricole.

Profondi mutamenti economici e sociali.

Reazioni alla crisi della proprietà terriera:


consolidamento dei rapporti feudali immobilismo;
aumento delle imposte rivolte rurali;
estensione della conduzione indiretta nascita della mezzadria;
inurbamento;
istituzione di nuove forme di proprietà, come le enclosures rivolte rurali,
abbandono delle terre;
nuove forme produttive e sviluppo dell’allevamento produzione
specializzata.

◗◗ Produttori di vino
intenti a ripulire
una botte e a
separare la vinaccia
dai graspi per
ottenere un vino
di qualità migliore.
Collezione privata,
XIV secolo.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 217

7.4 Le rivolte contadine e i tumulti cittadini

I caratteri dei conflitti sociali  Dopo un breve periodo in cui l’aumento dei salari aveva de-
terminato un leggero miglioramento delle condizioni dei salariati rurali e cittadini, i provve-
dimenti presi da molti governi a favore dei datori di lavoro accrebbero il malcontento delle
plebi contadine e cittadine.
I fattori Nelle campagne, la tensione sociale, già al limite per le continue carestie e le difficoltà eco-
del malcontento nomiche, fu aggravata dalla richiesta di tasse sempre piú alte, imposte dal potere centra-
le delle monarchie o dalla nobiltà in declino per affrontare il periodo di crisi e sostenere le
spese per le tante guerre che si combattevano per l’assestamento politico dell’Occidente.
Anche la nuova borghesia cittadina, divenuta proprietaria di terre, cercò di trarne il maggior
profitto possibile, aumentando i canoni d’affitto ed esigendo che venissero corrisposti in
denaro.
Sorsero cosí, in tutta Europa, dalla Francia all’Inghilterra, dall’Italia alla Germania movi-
menti di protesta, tumulti cittadini e moti contadini che si differenziarono dalle rivolte che
si erano verificate fino all’inizio del Trecento, per due aspetti caratteristici nuovi:
❚❚ la spinta antifeudale, che spesso sconfinava nel disprezzo;
❚❚ la richiesta di migliori condizioni di lavoro, evidente in moti urbani come quello dei
Ciompi [  Capitolo 4].

Le rivolte rurali Le jacqueries contadine e cittadine Nel 1358, nell’Île-de-France un gruppo di contadini


in Francia assaltò le case dei nobili e i castelli, dando vita ad un movimento impetuoso e violento, pro-
vocato probabilmente dalla penuria alimentare. La rivolta, che prese il nome di jacquerie
dal soprannome Jacques Bonhomme, ossia «Giacomo Buondiavolo», con cui i nobili già da
un secolo indicavano i contadini, si estese alle regioni della Normandia, della Champagne
e della Piccardia, raccogliendo anche il sostegno della borghesia parigina.
La sollevazione Proprio a Parigi alla protesta di contadini, commercianti e artigiani si aggiunse quella dei
borghese seguaci di Étienne Marcel, uno dei rappresentanti piú in vista della corporazione parigina
di Marcel
dei mercanti, che chiedeva una maggiore rappresentatività dei mercanti nel governo e un
controllo pubblico sulle finanze, dopo l’imposizione di nuove tasse, necessarie al sovrano
francese per finanziare la Guerra dei Cent’anni.
Nonostante l’appoggio della borghesia cittadina, la protesta fu soffocata dai nobili nel
giro di pochi giorni, con un bilancio di 20.000 morti. Lo stesso Marcel venne ucciso dai po-
polani parigini.
La rivolta In Inghilterra, la rivolta contadina scoppiò nel 1381 in due regioni dell’Inghilterra, il Kent
contadina e l’Essex, in seguito all’introduzione della poll-tax, una tassa personale su tutti gli abitanti
in Inghilterra
di età superiore ai 15 anni, con l’unica eccezione per i mendicanti.
Nel giugno del 1381 decine di migliaia di contadini marciarono su Londra, trascinati
dalla predicazione di un prete ribelle, John Ball (seguace di John Wycliffe), che proclama-
va l’assoluta uguaglianza fra gli uomini e il comunismo dei beni [  T3]. Tra essi figuravano
i contadini poveri, privi di terra, che chiedevano la confisca delle terre ecclesiastiche e la
ricostituzione delle terre e dei diritti comuni, e i contadini agiati, che lottavano solo per
la diminuzione dei censi e l’alleggerimento dei carichi fiscali dovuti ai signori.
Dopo un breve successo iniziale, la ribellione fu sanguinosamente repressa dai soldati
del re e dai nobili; John Ball fu impiccato con i capi della rivolta.
I movimenti Mentre in Francia la rivolta contadina non aveva avuto alcun risvolto religioso, nel caso in-
religiosi glese l’intervento della predicazione dei lollardi ebbe un peso determinante. I lollardi
di protesta
(dall’olandese lollaerd, «che prega a bassa voce») erano originariamente una setta religiosa
popolare dei Paesi Bassi. In Inghilterra, il termine passò a designare i seguaci delle tesi di
John Wycliffe (1330 ca.-1384), professore di teologia a Oxford, che sosteneva la povertà
evangelica e negava qualunque ruolo al clero, dato che ciascun uomo poteva stabilire un
rapporto diretto con Dio.
Nel corso della protesta del 1381, i lollardi, rifacendosi alle posizioni di Wycliffe, sosten-
nero le richieste di giustizia sociale, senza tuttavia ottenere alcun risultato: Wycliffe – che

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218 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Le jacqueries e le rivolte contadine nelRegno di


XIV secolo Regno di
Scozia Mare Svezia
Regno di del Nord Regno di
Scozia Mare SveziaRivolte
Regno del Nord in Scandinavia
d’Irlanda (1349)
Scarborough Regno di Copenaghen Rivolte
Regno Beverley Danimarca Mar
in Scandinavia
d’Irlanda Regno Kent, Essex (1349)Baltico
d’Inghilterra Scarborough (1381) Regno di Copenaghen
Beverley Danimarca Lubecca Mar
Regno
Cambridge
Brema Danzica
Baltico
d’Inghilterra BuryKent, Essex
St.(1381)
Edmunds Stettino
Bridgewater Oxford
CambridgeLondra Amsterdam BrunswickLubecca
Canterbury BuryBruges
St. Edmunds Brema RegnoDanzica
di
Bridgewater Oxford
Rivolte delle Fiandre Gand Stettino
Polonia
Magdeburgo
(1378-1382) Londra
Ypres Douai Amsterdam Brunswick
Canterbury Colonia Regno di
Amiens Bruges Erfurt
Rivolte delle FiandreRouen St.-Quentin GandLiegi Coblenza Magdeburgo Polonia
St.-Malo
(1378-1382) Ypres
Parigi LaonDouai Colonia Sacro
Oceano Amiens
Île-de-France Treviri Magonza Erfurt
romano impero
Rouen
(1358) St.-Quentin
Provins Liegi Coblenza Cracovia
Atlantico St.-Malo Parigi Laon Spira Norimberga Sacro
Oceano Regno di
Île-de-France Treviri Magonza romano impero
Strasburgo Cracovia
Atlantico (1358)
Francia Provins Augusta
Spira Norimberga Regno
Regno di d’Ungheria
Strasburgo
Zurigo Buda Pest
Francia Augusta Regno
Lione d’Ungheria
Cahors Le Puy Zurigo Buda Pest
Milano Rep. di Venezia
NîmesLione Piacenza Venezia
TolosaCahors Le Puy
Montpellier Arles Milano Parma
Avignone Genova Rep. di Venezia
Regno di Béziers Nîmes Bologna
Regno di Regno di Piacenza Venezia
Portogallo Castiglia Aragona
Tolosa Montpellier Arles Marsiglia
Rivolte ParmaFirenze
in LinguadocaAvignone GenovaSiena Bologna
Saragozza
Regno di Béziers(1381-1384) Perugia
Regno
Lisbonadi Regno
Toledodi
Portogallo Castiglia Aragona Barcellona Rivolte Marsiglia Corsica
Firenze
Viterbo Stato Ragusa
in Linguadoca
Saragozza Siena Perugia Chieti
Lisbona Toledo
(1381-1384) Roma della
Rivolta Catalana
Barcellona Chiesa
(1349) Corsica Viterbo Stato Ragusa
Siviglia Chieti
Napoli
Roma della
Rivolta Catalana Sardegna Chiesa
(1349) Regno
Siviglia Napolidi Napoli
Sardegna Regno
Mar Mediterraneo di Napoli
Palermo
Mar Mediterraneo Regno
di Sicilia
Palermo
Rivolte contadine Regno
di Sicilia
Rivolte urbane
Rivolte contadine
Rivolte urbane

anticipava di quasi due secoli gli argomenti della Riforma protestante che scuoteranno la
Chiesa e la cristianità tutta [  Capitolo 14] – fu messo al bando dalla Chiesa d’Inghilterra
(1382) e poi dal Concilio di Costanza (1414-1418), che decise addirittura di riesumarne la
salma e arderla sul rogo.
La rivolta Nel corso del Trecento, le proteste popolari coinvolsero anche le città. Esemplare è il caso
dei popolani dei popolani parigini che nel marzo del 1382 assalirono un deposito d’armi in cui erano
parigini
custodite 3.000 mazze ferrate (in francese maillets) di cui si servirono per portare avanti la
rivolta al grido «abbasso le imposte». Da questo gesto vennero denominati «maillotins». Il
movimento si espanse a macchia d’olio, ma fu domato dal governo francese.
Benché le fonti medievali tendano a parlare di tumultus o commotio a proposito dei moti
parigini, per un certo periodo ci si riferí alle rivolte popolane urbane anche con il termine
jacqueries.
Le frequenti rivolte delle plebi contadine e cittadine furono l’espressione del malessere
sociale che colpí l’Europa durante il XIV secolo.

Nonostante la miseria comune, i gruppi che guidarono i tumulti cittadini e le


sollevazioni contadine non stabilirono alcun rapporto né intesa; anche per
questo, le rivolte si esaurivano in breve tempo senza riuscire a propagarsi su
larga scala.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 219

7.5 Le interpretazioni culturali e simboliche della peste

Le interpretazioni della peste  La peste nera suscitò enorme impressione tra i contem-
poranei per la rapidità del suo diffondersi, per l’ignoranza delle cause scatenanti e per la
mancanza di rimedi adeguati.
Il terrore Le cronache del tempo riferiscono del terrore scatenato dalla peste, talmente profondo da
della morte compromettere le regole della convivenza civile e il senso dei vincoli familiari:
❚❚ i malati erano lasciati soli ad attendere la morte con il cibo vicino al letto;
❚❚ i morti erano depredati dai becchini;
❚❚ la ritualità sacra che fino a quel momento aveva accompagnato il momento del tra-
passo e reso la morte piú familiare, veniva abbandonata, lasciando il posto a funerali
semideserti, cadaveri gettati nelle fosse comuni e coperti di calce.
Il trionfo Il rapporto dell’uomo medievale con la morte cambiò connotazione: da evento naturale,
della morte dettato dalla volontà divina, la morte divenne tragica e dolorosa presenza nella vita quoti-
diana [  Sic et non].
Una diversa sensibilità collettiva aveva già investito l’arte sacra anche prima dell’arrivo
della peste del 1348; la crisi dell’economia, della società e della spiritualità aveva portato allo
sviluppo del tema della morte, rappresentata come scheletro o cadavere putrefatto, come
La Morte trionfa nel Trionfo della morte, dipinto per la prima volta nel Camposanto di Pisa (1336), oppure,
sui vivi
successivamente, esaltata nella rappresentazione della Danza macabra, nel cimitero degli
Innocenti di Parigi [  Sic et non].
Le I contemporanei cercarono di individuare le cause della peste, e alcuni credettero di trovar-
interpretazioni le, elaborando le spiegazioni che meglio si addicevano alla loro cultura o alla loro sensibi-
religiose-morali
lità.
La risposta piú immediata fu quella di interpretare la peste come un castigo di Dio per i
peccati degli uomini (guerre, omicidi, corruzione politica e, addirittura, moda frivola) [  T2].
In molte cronache, la peste, come altri eventi catastrofici che l’anticiparono (l’alluvione che
colpí Firenze nel 1333, le invasioni delle cavallette nel 1346 in Germania o il terremoto del
1348 sulle Alpi austriache), fu interpretata come un segno apocalittico che annunciava la
prossima fine del mondo [  Capitolo 3].
Le pratiche Si diffusero, di conseguenza, pratiche di penitenza, individuali e collettive, che compren-
di penitenza devano processioni, pellegrinaggi, digiuni, canti e anche pratiche di autoflagellazione. Di-
venne uno spettacolo frequente quello di gruppi di penitenti che andavano di città in città
mortificandosi in pubblico per placare l’ira divina. Famosi furono in particolare i flagellan-
ti, che dall’Italia – dove erano peraltro presenti dal 1260 – dilagarono in Germania e in
Francia [  T4].
Nel 1399, si diffuse in Italia la devozione cosiddetta «dei Bianchi», per il colore delle ve-
sti indossate dai flagellanti, e negli stessi anni si sviluppò il culto della Passione di Gesú
Cristo e si intensificò quello dei santi, come Sebastiano e Rocco, ritenuti protettori contro
la peste.
Le C’è chi tentò di ipotizzare altre cause della pestilenza, tra cui le piú diffuse furono la corru-
interpretazioni zione dell’aria, secondo la cosiddetta «teoria miasmatica», che individuava nella pratica
«scientifiche»
del salasso il rimedio universale; le influenze degli astri, secondo la «teoria astrologica»,
che riconosceva nella congiunzione di tre pianeti, Saturno, Marte e Giove, l’origine dell’e-
pidemia.
I rimedi Nonostante l’ignoranza delle cause e l’incapacità dei medici di proporre rimedi efficaci, fu-
rono presi dei provvedimenti volti a prevenire il contagio nelle città e arginare l’impatto
della peste sulla popolazione:
❚❚ si procedette ad una sorta di blocco della vita politica ed economica, come testi-
moniato anche da Giovanni Boccaccio che nel Decameron raccontò la paralisi della
vita cittadina conseguente alla diffusione della peste; le botteghe rimanevano chiuse,
i consigli comunali non venivano convocati, i mercanti e le merci non potevano spo-
starsi e nei porti le navi provenienti dagli scali asiatici erano obbligate alla quarantena;
❚❚ furono istituite apposite magistrature con il compito di regolamentare le sepolture

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220 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

e far rispettare l’obbligo di isolamento per individui e quartieri colpiti; dal XIV secolo,
in zone fuori dalle mura cittadine, furono creati dei lazzaretti dove confinare gli infetti
[  T14].
Si trattò di provvedimenti insufficienti, se si considerano le pessime condizioni igieniche e
il fatto che gli stessi ospedali medievali non erano attrezzati per fronteggiare un’epidemia
come quella trecentesca: come indica il termine, che deriva dal latino hospitalitas, che signi-
fica semplicemente «ospitalità», gli ospedali erano strutture generiche destinate ad acco-
gliere allo stesso tempo malati, poveri o chi si trovasse in condizioni di sofferenza materiale.

Le reazioni collettive: la ricerca del capro espiatorio  Di fronte alla violenza e all’irrazio-
nalità della peste, per placare l’angoscia, la collettività dovette cercare un responsabile, un
colpevole verso il quale riversare la propria rabbia. La peste proveniva da Oriente, quindi
i cristiani erano vittime innocenti; i colpevoli dovevano essere coloro che, per religione,
stile di vita e comportamento, erano «diversi» dalla maggioranza dei membri della comu-
nità: il capro espiatorio fu individuato quindi nei musulmani, ma soprattutto negli ebrei.
L’antigiudaismo Nella storia dell’Europa cristiana gli ebrei avevano da sempre rappresentato una contesta-
ta «diversità», a essi venivano attribuiti crimini quali il deicidio, la dissacrazione dell’ostia,
l’assassinio rituale dei bambini. In occasione della peste l’ostilità cristiana nei loro confron-
ti si manifestò con maggior violenza: essi furono accusati – ingiustamente – di avvelenare i
pozzi, di provocare la morte del bestiame, di essere i responsabili diretti del contagio.
La reazione popolare fu il linciaggio, incitato soprattutto dai flagellanti, mentre persecu-
zioni, violentissime, si scatenarono in Francia, nelle Fiandre, in Ungheria, in Catalogna e,
soprattutto, in area germanica, dove vi furono almeno 96 pogrom [  T11]. Lo stesso papa
Clemente VI invitò con due bolle alla moderazione, ricordando che gli ebrei morivano di
peste come i loro simili [  T5].
L’antisemitismo Secondo alcune interpretazioni, la peste del Trecento fu determinante per il consolidamen-
to dell’antigiudaismo, ma soprattutto per la sua trasformazione in antisemitismo [  Ten-
GLOSSARIO denze]. Lo stereotipo antisemita
Antisemitismo nacque perché l’ebreo venne «de-
finito in base non piú alla sua
credenza religiosa, ma alla sua
natura fisica» (A. Foa) [  T12].
Le streghe In alcuni Paesi, soprattutto in area
germanica e inglese, anche le don-
ne e le ragazze furono accusate di
provocare la peste con incontri se-
greti con il demonio: furono dun-
que condannate e uccise come
«streghe».

◗◗ Una pagina del Tractatus de Pestilencia


che illustra i rimedi piú popolari per
curare gli appestati, come il salasso, la
quarantena, l’incisione e la scarificazione
dei bubboni. Praga, Biblioteca Universitaria
Nazionale, XV secolo.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 221

7.6 Il papato avignonese e la crisi della Chiesa

La crisi della concezione universalistica  Nell’Europa occidentale, il Trecento rappresentò


un periodo di crisi profonda che coinvolse, come si è detto, la società, l’economia e le isti-
tuzioni universalistiche rappresentate da impero e papato.
Le cause Si trattò di una crisi di valori e di istituzioni in cui ebbe un peso significativo lo sfaldamen-
della crisi to del quadro politico europeo in riferimento al quale sia l’impero sia il papato volevano
imporre la propria supremazia. L’estremo tentativo teocratico di Bonifacio VIII si era infran-
to contro la forza degli Stati nazionali, personificati dalla monarchia francese di Filippo IV
il Bello [  Capitolo 5], mentre il tentativo di restaurazione imperiale di Enrico VII di Lussem-
burgo falliva miseramente di fronte all’opposizione degli Stati signorili e comunali italiani.
In aggiunta a questo, il conflitto tra papato e impero aveva favorito la crisi dell’unità
politica cristiana.

Il trasferimento La crisi politica del papato: la «cattività» avignonese  Dopo la morte di Bonifacio VIII, il
del papa re di Francia riuscí a far eleggere papa, nel 1305, il suo candidato, Bertrand de Got, arcive-
scovo di Bordeaux, che assunse il nome di Clemente V. Il nuovo pontefice non mise mai
piede in Italia e, per compiacere Filippo IV il Bello, nel 1309 fissò la sua sede ad Avignone,
dove sarebbe rimasta fino al 1377. Inoltre, assecondando i desideri di Filippo IV, abolí nel
1312 l’ordine dei Templari, senza riuscire a evitare che una parte dei loro beni fosse incame-
rata dalla Corona e dai governi locali.
Le polemiche Durante questo periodo, definito «esilio avignonese» o, con espressione biblica, «cattività
e le accuse avignonese», si succedettero sul soglio pontificio sette papi, tutti francesi e tutti legati al re
alla curia
di Francia, cosí come la maggior parte dei cardinali (112 francesi su 134).

La subordinazione degli interessi della Chiesa alla Corona di Francia, tuttavia,


non fu totale come pensarono i contemporanei, primo fra tutti Dante, che nella
Commedia condannò aspramente Clemente V e lanciò una violenta invettiva con-
tro i papi francesi.

Ciò che pesò sul prestigio del papato furono le accuse crescenti di amoralità e mondanizza-
zione rivolte alla curia, che, per sostenere l’aumento delle spese politiche e amministrative, ri-
corse a un inasprimento dei tributi e delle decime e alla pratica, sempre piú diffusa, della ven-
dita delle cariche e delle indulgenze [  T13]. Le entrate di cui i papi poterono disporre, però, ne
fecero la quarta potenza finanziaria d’Europa (dopo Inghilterra, Francia e Regno di Napoli).
Di fronte alla perdita di autorità morale del papato, molte personalità cristiane, come
Brigida di Svezia e Caterina da Siena, o uomini di cultura, come Francesco Petrarca e Co-
luccio Salutati, cercarono di sollecitare il ritorno a Roma del papa.
Il tentativo L’assenza dei papi da Roma aveva determinato in tutte le province d’Italia soggette alla
repubblicano Chiesa la nascita di comuni e signorie. Nella città di Roma, invece, le prepotenze dei nobi-
di Cola di Rienzo
li, non piú frenate dalla presenza della curia, provocarono dei moti popolari, mentre in mez-
zo a tanti disordini la città decadeva e si impoveriva. Nel 1343 il popolo trovò il suo capo in
un giovane popolano, Cola di Rienzo, che nel 1347 si fece proclamare dal popolo «tribuno
della libertà, della pace e della giustizia e liberatore della sacra repubblica romana». Il suo
proposito era quello di restaurare a Roma l’antica repubblica, intorno alla quale avrebbero
dovuto stringersi in federazione tutte le libere città italiane. I suoi ideali di classicità e di cri-
stianesimo erano in armonia con i tempi, col nascente classicismo, quali si esprimevano nel
pensiero di Petrarca, suo seguace e ammiratore.

Si trattava di un progetto tanto affascinante quanto utopistico, un sogno di rin-


novamento politico e morale assolutamente anacronistico, che rispondeva in
qualche modo alle attese di un’età inquieta e smarrita di fronte al crollo degli an-
tichi valori e degli istituti che li incarnavano, l’impero e il papato.

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222 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

Il riordino L’idea di una Repubblica romana estesa a tutta la penisola, tuttavia, era avversata dai nobi-
della città li romani, e preoccupava il papa. Cola, abbandonato anche dal popolo romano, fu costretto
a fuggire dalla città. Giunto presso l’imperatore Carlo IV di Boemia, al quale intendeva
esporre il suo programma, fu imprigionato e consegnato a papa Clemente VI nel 1350. L’av-
ventura del tribuno romano non era però finita.
Papa Innocenzo VI (1352-1362) decise di sfruttare l’ascendente di Cola sulla plebe roma-
na, e lo inviò in Italia con il cardinale Egidio di Albornoz (1310-1367), incaricato di pre-
parare il suo ritorno in Roma. L’ostilità dei nobili e gli arbitri e i soprusi che Cola commise
nell’esercizio dei suoi poteri, tuttavia, lo fecero cadere in disgrazia presso quella stessa plebe
che in passato lo aveva acclamato. Morí trucidato ai piedi del Campidoglio l’8 ottobre 1354,
nel corso di una sommossa popolare.
La Il compito di ristabilire l’autorità del papa nei territori della Chiesa fu affidato all’abile car-
riorganizzazione dinale di Albornoz, che nel 1357 emanò le cosiddette Costituzioni egidiane, con le quali
dello Stato
pontificio si regolavano i rapporti tra il potere centrale della curia e le autonomie signorili e cittadine.
Si trattava di una rielaborazione della legislazione anteriore che prevedeva anche norme
sull’istituzione di «parlamenti», cioè assemblee consultive in materia militare e fiscale.
Il rafforzamento territoriale della curia romana e le Costituzioni emanate da Albornoz
costituirono un contributo fondamentale alla formazione dello Stato della Chiesa, che
tra il XIV e il XV secolo vantava l’apparato burocratico e amministrativo meglio organizzato
d’Europa.
Questo non impedí che, al suo interno, persistessero o si incrementassero pratiche quali
la vendita degli uffici della Cancelleria, che divenne sistematica nel Quattrocento, e il ne-
potismo , un fenomeno che rendeva i papi piú simili ai signori laici.
Il ritorno a Roma Finalmente, nel 1377, con il mutamento delle condizioni politiche – travolta dalla Guerra
dei Cent’anni, la monarchia francese non poteva piú esercitare il suo predominio sulla
Chiesa – papa Gregorio XI (1371-1378) cedette alle numerose sollecitazioni che si levava-
no verso di lui (primi fra tutti Caterina da Siena e Petrarca) e riportò definitivamente la sede
pontificia da Avignone a Roma. Mentre si chiudeva uno dei periodi piú oscuri della Chie-
sa, se ne apriva un altro non meno doloroso e drammatico.

Dal Grande scisma al Concilio di Costanza  Dopo solo un anno dal ritorno a Roma del
pontefice avignonese, la cristianità fu lacerata da una profonda frattura, passata alla storia
col nome di «Grande scisma» o «Scisma d’Occidente», per distinguerlo da quello d’Orien-
te, che all’inizio dell’XI secolo aveva diviso la Chiesa greca da quella di Roma [  Capitolo 2].
La doppia Alla morte di Gregorio XI il popolo romano, temendo l’elezione di un nuovo papa francese,
elezione fece pressione intorno ai Palazzi Vaticani affinché dal conclave uscisse un papa romano o
almeno italiano. In questo clima di disordini e di minacce, la scelta dei cardinali cadde
sull’arcivescovo di Bari Bartolomeo Prignano, che assunse il nome di Urbano VI (1378-
1389); ma i prelati francesi, che costituivano la maggioranza del sacro collegio, invalidarono
l’elezione e, riunitisi a Fondi, elessero un altro papa, il francese Clemente VII, che, dopo
uno scontro armato con le milizie di Urbano, fissò la propria sede ad Avignone.
La cristianità Il mondo cristiano si divise allora nell’obbedienza all’uno o all’altro dei due papi, che si sco-
divisa municarono a vicenda: Francia, Regno di Napoli, regni iberici e Scozia si schierarono dalla
e il dissenso
ereticale parte di Clemente VII; Germania, Inghilterra, Stati italiani (ad eccezione del Regno di Na-
poli), Polonia e Fiandre si espressero a favore di Urbano VI.
La situazione fu aggravata dalla diffusione di nuovi movimenti ereticali, che conte-
stavano il principio stesso della gerarchia ecclesiastica, l’autorità dei pontefici, il culto dei
santi, le indulgenze e alcuni sacramenti. Tra essi si distinsero il movimento dei lollardi, nato
dall’elaborazione del pensiero di John Wycliffe in Inghilterra, e le tesi ereticali di Jan Huss
(1369-1415), che, fondandosi sulla critica alle autorità ecclesiastiche e sulla condanna della

LESSICO
Nepotismo: dal latino nepos, «discenden- affidare ai membri della propria famiglia la siastica, trattando i beni della Chiesa come
te», indica la prassi da parte dei pontefici di signoria di un territorio o una carica eccle- possesso personale da lasciare in eredità.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 223

ricchezza, incontrarono in Boemia uno straordinario favore presso tutti i ceti. Il movimento
hussita assunse anche una connotazione nazionalista, in senso antiecclesiastico e antiger-
manico.
Il terzo papa Le vicende dello scisma e il pullulare delle eresie resero sempre piú evidente la necessità di
porre fine alla contesa. Nel 1409, a Pisa, un concilio di vescovi dichiarò deposti il papa ro-
mano e quello avignonese, procedendo all’elezione di un nuovo papa. Ma invece dell’au-
spicata concordia, si ebbero tre papi, tre curie e tre collegi cardinalizi.
Il Concilio Lo scisma si avviò a composizione solo nel 1415 per iniziativa dell’imperatore Sigismondo
di Costanza di Lussemburgo (1410-1437), che riuscí nell’intento di convocare a Costanza un concilio
generale di tutti i vescovi della cristianità.
A Costanza furono deposti tutti e tre i papi ed eletto nel 1417, per comune consenso, un
unico papa, Martino V (1417-1431), della famiglia romana dei Colonna. Roma tornò a es-
sere la «capitale della fede» e il Vaticano la residenza stabile del pontefice.
Il Concilio di Costanza condannò le dottrine di Wycliffe e di Huss, che, dopo una
accorata difesa delle proprie idee di fronte ai padri conciliari, fu arrestato e condannato al
rogo (1415). Tuttavia non propose alcuna riforma disciplinare della Chiesa che desse vita a
un rinnovamento della vita cristiana e del clero.
Il conciliarismo Nel concilio si scontrarono due tendenze, quella tradizionalista, che sosteneva il primato
del papa su ogni altro vescovo, e quella conciliarista, che rivendicava al concilio la suprema
direzione della Chiesa e perciò la superiorità del concilio sul papa.

La tesi conciliarista – enunciata quasi un secolo prima da Marsilio da Padova –


prevalse a larga maggioranza e fu consacrata nel decreto Haec Sancta («Questa
Santa», cioè la Chiesa), con cui il concilio legittimava la propria onnipotenza e
tentava di dare maggiore stabilità alla Chiesa [  T6].

Martino V si impegnò quindi a convocare ogni cinque anni il concilio generale dei vescovi.
Il Piccolo scisma In occasione del concilio previsto per il 1430, e aperto a Basilea l’anno successivo (1431-1447),
il nuovo papa Eugenio IV (1431-1447) si oppose alle pretese dei vescovi, che volevano limi-
tarne l’autorità, e, sospeso il concilio, lo ri-
convocò prima a Ferrara, poi a Firenze (1439).
La sospensione del Concilio di Basilea aprí
un nuovo fronte di frattura nella Chiesa, co-
nosciuto come Piccolo scisma d’Occidente
(1439-1449): la maggior parte dei padri con-
ciliari non si sottomise alla volontà del papa
ed elesse papa Amedeo VIII di Savoia [  Capi-
tolo 9], che prese il nome di Felice V.
Il Piccolo scisma fu ricomposto solo nel
1449, sotto papa Niccolò V (1447-1455), che
riuscí a riaffermare il principio della supe-
riorità del papato sul concilio e la sua totale
autonomia rispetto agli organi interni della
Chiesa.
Il problema della riforma della Chiesa ri-
mase irrisolto, rassegnato all’immobilismo,
finché lo scoppio della Riforma protestante,
all’inizio del XVI secolo, non porrà la Chiesa
di fronte al pericolo della sua stessa disgre-
gazione [  Capitolo 14].

◗◗ Raffigurazione allegorica della fede cristiana,


fortezza assediata dagli eretici e difesa dal papa e dai
membri della gerarchia ecclesiastica. XV secolo.

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224 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

7.7 Il declino dell’impero

Il «grande L’ideologia imperiale  Alla morte di Federico II di Svevia (1250) e del suo successore legit-
interregno» timo, seguí un periodo di «interregno» (1254-1273), durante il quale la nobiltà tedesca non
riuscí ad accordarsi sulla nomina del successore. La Germania non cadde tuttavia nell’anar-
chia: nella seconda metà del Duecento essa era costituita di forti potentati (laici ed eccle-
siastici) del tutto autonomi, anche se nominalmente soggetti all’imperatore. L’impero con-
tinuava a chiamarsi «sacro» e «romano», ma era divenuto di fatto solo l’Impero della
nazione germanica e non assolveva piú ai compiti per i quali era stato costituito.
Il «grande interregno» si chiuse con l’elezione di Rodolfo d’Asburgo (1273-1291), che,
impegnato nelle questioni tedesche e dinastiche, si disinteressò completamente dell’Italia.
Altrettanto fece suo figlio Alberto, che gli succedette nel trono imperiale.
L’ideale L’elezione di Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313), invece, segnò un brusco ritorno al
universale passato: egli volle riprendere il programma di restaurazione imperiale caro agli Svevi, fa-
cendo rivivere per breve tempo gli ideali universalistici, che trovavano ancora in Italia fer-
vidi fautori. Scese in Italia nel 1310, presentandosi come il restauratore della pace e della
giustizia in una penisola lacerata dalle lotte comunali. Tra i suoi sostenitori vi fu Dante Ali-
ghieri, che, critico nei confronti della teocrazia pontificia (il trattato De monarchia fu scrit-
to tra il 1310 e il 1313, al tempo appunto della discesa di Enrico VII in Italia), era convinto
che solo un sovrano universale, la cui autorità derivasse direttamente da Dio, avrebbe agito
per il bene del mondo.
L’imperatore poté contare sul sostegno dei ghibellini italiani, ma le forze militari di cui
disponeva erano troppo esigue perché egli potesse imporre la propria linea politica. I suoi
tentativi di assediare Firenze e piegare con le armi le altre città guelfe della Toscana furono
vani. Dopo tre anni di tentativi e insuccessi, decise di attaccare il Regno angioino, autenti-
ca roccaforte del guelfismo in Italia, ma morí improvvisamente nei pressi di Siena (1313),
mentre si preparava all’impresa.
L’ideale Con il suo successore, Ludovico il Bavaro (1314-1347), l’ideale imperiale trovò ancora il
imperiale sostegno di un vasto movimento d’idee, i cui teorici furono il francescano inglese Guglielmo
di Guglielmo
di Ockham da Ockham e il rettore dell’università di Parigi Marsilio da Padova, entrambi suoi consiglie-
ri. Ockham sosteneva che l’autorità imperiale fosse precedente e superiore a quella papale,
mentre Marsilio aveva espresso la sua idea della separazione tra Stato e Chiesa nel Defensor
pacis (1324) [  Capitolo 5]. Forte di questo appoggio, Ludovico di Baviera si fece incoronare
a Roma (1328), ma non dal papa: scelse un rappresentante del popolo romano, quello
Sciarra Colonna già protagonista dell’episodio dello schiaffo di Anagni [  Capitolo 5].

La Bolla d’Oro e l’elezione imperiale Nel 1338, di fronte al perdurare dell’opposizione


papale, Ludovico convocò a Rense, presso Coblenza, una riunione dei príncipi elettori, du-
rante la quale fu negata la necessità dell’approvazione o consacrazione da parte del papa
all’elezione del re, poiché la dignità imperiale derivava direttamente da Dio.
Si trattava di una svolta per l’impero, che poneva l’imperatore direttamente nelle mani
dei feudatari laici ed ecclesiastici tedeschi.
La Bolla d’Oro Quando Carlo IV di Boemia-Lussemburgo (1346-1378) salí al trono, dovette prendere
atto della condizione di grande debolezza della figura imperiale. Nel 1356 fu costretto a
sancire solennemente la dichiarazione di Rense, promulgando la cosiddetta Bolla d’Oro,
con la quale veniva regolata l’elezione imperiale [  T7].

La Bolla d’Oro confermava la consuetudine di affidare la designazione regia a set-


te grandi elettori: tre signori ecclesiastici (gli arcivescovi di Treviri, Magonza e
Colonia) e quattro príncipi laici (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marchese
di Brandeburgo, il conte palatino del Reno).

La specificità L’impero diventava cosí una forza politico-militare specificamente tedesca, laica e so-
tedesca prattutto non ereditaria. La Germania risultava definitivamente divisa in principati terri-

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 225

toriali, ognuno con una forma statale autonoma, in modo analogo a quanto accadeva nei
territori dell’Italia centro-settentrionale.
La mancanza di continuità dinastica, le lotte civili, la consuetudine di concedere terre e re-
galie in cambio del voto resero sempre piú difficile coordinare stabilmente le forze politiche
del regno, tanto che la Germania non poté entrare nel novero delle grandi monarchie europee.
Gli imperatori della casa di Lussemburgo – alla quale il figlio di Enrico VII aveva assicu-
rato anche la Corona di Boemia – riuscirono tuttavia a legare ai destini dell’impero anche
la Corona d’Ungheria (1387) e ad assicurarsi una successione interna alla propria famiglia.
L’ascesa Alla morte di Sigismondo, senza eredi diretti, le Corone ereditarie di Boemia e Ungheria
degli Asburgo andarono al genero Alberto II d’Asburgo (1438-1439), che riuní l’intero patrimonio e fu
designato come successore alla carica di imperatore.
Da questo momento ininterrottamente per tutta l’Età moderna, gli Asburgo conser-
veranno il titolo imperiale, rendendo la carica di fatto ereditaria. Il prestigio, il potere e
l’influenza degli Asburgo all’interno del Reichstag (l’organo federale che riuniva i príncipi
tedeschi) saranno legati ai domini territoriali ereditati e a quelli acquisiti attraverso ac-
cordi politici e una saggia politica matrimoniale, come quella che porterà Massimiliano I
(1493-1519) a sposare Maria di Borgogna, erede del territorio piú ricco d’Europa.

T E N D E N Z E   Antigiudaismo e antisemitismo

L’
atteggiamento ostile nei confronti degli ebrei le all’antigiudaismo, imponendo agli ebrei di distinguersi
e dell’ebraismo ha caratterizzato fino ai nostri dai cristiani in base al modo di vestire.
giorni la storia non solo europea e ha avuto Nel XIII secolo la separazione tra cristiani ed ebrei fu san-
come massima conseguenza, durante la Seconda guer- cita anche dalla redistribuzione degli spazi destinati alle
ra mondiale, la tragedia della Shoah. Tale atteggiamento diverse comunità urbane, con una embrionale indivi-
ostile ha preso le forme, nel corso del tempo, dell’anti- duazione di ghetti in Spagna e in Francia. Nel 1290 e nel
giudaismo e dell’antisemitismo. 1322, inoltre, provvedimenti di espulsione colpirono gli
Il termine «antigiudaismo» indica l’atteggiamento della ebrei in Inghilterra e in Francia.
dottrina cristiana nei confronti degli ebrei che, per moti- Tuttavia, secondo alcuni storici, tra cui Anna Foa, il salto
vazioni religiose, sono stati accusati sia di non aver ricono- nella discriminazione si ebbe con la peste del Trecento,
sciuto il Messia, sia di averlo messo a morte. L’antigiudai- allorquando l’antigiudaismo si trasformò in antisemiti-
smo – che è stato superato dalla Chiesa cattolica solo in smo [  T11, T12], con la costruzione di un nuovo stereo-
occasione del Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) tipo di discriminazione. Le false tesi di un complotto
– si è nutrito dell’accusa di deicidio (la condanna a morte ebraico, che avrebbe fatto ricorso addirittura alla peste
di Gesú), che il popolo ebraico avrebbe dovuto scontare contro la cristianità, in un clima di tensione e di esaspe-
con la diaspora (l’esilio e la dispersione). L’antigiudaismo rata ricerca di un colpevole della crisi europea, alimen-
è dunque un fenomeno di origine prevalentemente tarono l’idea di una responsabilità collettiva di tutti gli
cristiana, che ha alimentato la percezione negativa dell’e- ebrei. L’antisemitismo si originò, sul solco dell’antigiudai-
breo, soprattutto durante il Medioevo e l’Età moderna. A smo, quando, nel corso del Trecento, maturarono «tutte
partire dall’Alto Medioevo, esso si configurò come aperta le fantasie della cristianità che attribuivano agli ebrei
discriminazione e persecuzione: la prima crociata (1096) l’assassinio rituale dei bambini cristiani, la dissacrazione
scatenò la violenza diretta esplicitamente contro degli dell’ostia, carne di Cristo, come pure l’avvelenamento
ebrei. I pogrom dell’XI secolo furono giustificati con il ri- dei pozzi» (A. Foa). Questi infondati pregiudizi, si raffor-
chiamo al principio secondo cui bisognava distruggere gli zarono fino a definire l’ebreo su base etnica e non piú
infedeli piú vicini prima di sconfiggere quelli piú lontani. La religiosa: l’ebreo era tale per i suoi connotati fisici e non
marginalizzazione degli ebrei fu sancita anche dal diritto piú per la sua adesione ad una fede. Da quel momento
canonico medievale, che trovò i suoi riferimenti principali l’antisemitismo si alimentò, soprattutto nel XIX e nei pri-
nella bolla di Callisto II, Sicut Judaeis (del 1121) e in quel- mi anni del XX secolo, di visioni laiche e pseudoscienti-
la di Innocenzo III, Etsi Iudaeos (1205), nella quale lo stato fiche che definivano l’identità ebraica senza riferirsi alla
dell’ebreo fu definito meritevole di «perpetua servitú». Il pratica religiosa (antigiudaismo), ma in base a presunte
Concilio lateranense IV (1215), forní una definizione forma- considerazioni razziali (antisemitismo).

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226 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

S I C   E T   N O N
Il lungo Medioevo: «trionfo della morte»?
a Perché gli uomini del Medioevo consideravano la morte cosí normale?
b Quali rappresentazioni ebbe la morte dal Trecento e dopo la peste?
Una componente essenziale e costante della sensibilità e della vita quotidiana degli uomini medie-
vali era la morte.
L’uomo medievale vi era abituato, vuoi perché essa aggrediva con brutalità e rapidità intere po-
polazioni, visti gli scarsi strumenti medici e igienici a disposizione, vuoi per la diffusione dei racconti
popolari e per le raffigurazioni che trasmettevano la convinzione che la morte fosse frutto della vo-
lontà divina. La morte appariva cosí come una necessità da accogliere, quasi da addomesticare, per
usare le parole dello storico Philippe Ariès.

a
Ineluttabilità e familiarità della morte

« Attraverso la morte [...] il Destino si rivela, e allora il morente lo accetta in una cerimo-
nia pubblica il cui rito è fissato dalla consuetudine. La cerimonia della morte è almeno
altrettanto importante di quella dei funerali e del lutto».
(P. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano, 1978, p. 82)

L’abbandono di fronte all’ineluttabilità della morte, tuttavia, di per sé non avrebbe potuto spiegare
l’accettazione serena, quasi distaccata di questo evento. Solo la comprensione del ruolo della religio-
ne nella vita può darne ragione.

« La morte significa riconoscimento, da parte di ognuno, di un Destino in cui la propria


personalità non è annientata, certo, ma addormentata – requies. Questa requies presup-
pone una sopravvivenza».
(ibidem)

Questo atteggiamento davanti alla morte, dipendeva, inoltre, dalla familiarità con essa: la morte era
un evento consueto, codificato attraverso una cerimonia pubblica alla quale, paradossalmente, il mo-
ribondo non poteva sottrarsi, perché il trapasso era concepito come una circostanza

« Organizzata dal moribondo stesso che la presiede e ne conosce il protocollo. Se dimen-


ticava o barava, toccava agli astanti, al medico, al prete richiamarlo ad un ordine insieme
cristiano e consuetudinario».
(ivi, p. 24)

La presenza continua della morte nel Medioevo si può cogliere dal significato attribuito al corpo del
defunto. Addirittura, l’opera d’arte maggiore del XIV secolo, può essere considerata, come ha soste-
nuto Georges Duby, la tomba: le pietre tombali lastricavano i dintorni e gli interni delle Chiese; fare
testamento significava scegliersi un sepolcro.

« Questi monumenti sono a misura di ogni fortuna. Nella tomba, nessuna eguaglianza: la
società dei morti è divisa, gerarchizzata, quanto quella dei vivi; l’umanità passa nell’al-
dilà cosí com’è, con i suoi gradi le sue dignità, le sue cariche».
(G. Duby, L’Europa nel Medioevo, Laterza, Bari, 1991, p. 252)

La morte era dunque considerata familiare.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 227

Nei secoli centrali del Medioevo, prima che la sensibilità collettiva fosse profondamente colpita
dall’apparizione della peste, la morte era concepita e rappresentata soprattutto come il momento
culminante della lotta fra Bene e Male, fra Cielo e Inferno. Come emerge dai testi dell’Ars moriendi
(Arte di morire), era una lotta tra due società soprannaturali, cui il fedele non poteva venir meno. Il rito
collettivo che la accompagnava esprimeva precisamente la consapevolezza della tensione tra la po-
tenza del soprannaturale e la piccolezza degli uomini: ne è un esempio tipico il particolare dell’In-
ferno del Giudizio universale del battistero di Firenze, dove i defunti condannati alla dannazione sono
preda delle torture dei demoni e appaiono minuscoli esseri impotenti di fronte a Satana che li sbrana.

◗◗ L’Inferno di Coppo di Marcovaldo, con Satana al centro che divora i dannati. Firenze, Cupola del
Battistero, 1225-1285 circa. Particolare del Giudizio finale.

b
La morte dopo la peste: disprezzo del mondo o amore per la vita?

Solo dal Trecento, la morte assunse una sua autonoma personificazione; con la peste, infatti, Dio le
aveva concesso di esercitare autonomamente i suoi poteri. La morte dominava quale «nera signora».
Dall’impatto traumatico e apocalittico della peste del 1348 nacque allora il tema della Danza ma-
cabra, con lunghi riflessi nel XV e XVI secolo. La morte fu rappresentata come annientamento fisico,
decomposizione del corpo, scheletro; diventò ironica e irridente danza, confermando un elemento
ricorrente della mentalità medievale: la vanità delle cose terrene.
Il disprezzo del corpo e la concezione pessimistica della natura umana caratterizzarono, del resto,
la cultura religiosa europea, nella quale la tradizione ascetica ebbe notevole influenza proprio con la
concezione del contemptus mundi («disprezzo del mondo»). Ma, come è stato giustamente rilevato
da alcuni storici (A. Tenenti, P. Ariès), in quest’orrore della morte è possibile riconoscere anche e soprat-
tutto il segno dell’amore per la vita e dello sconvolgimento dello schema cristiano.
Su questa linea lo storico Michel Vovelle ha affermato che

« l’intensità dell’investimento psicologico risulta evidente dalla lettura della letteratura


dell’epoca, in specie della poesia profana. Vi si riflettono la vita breve, la melanconia ed
il lutto, ma anche, in contrappunto, l’avidità di vivere: un’avidità che sconfina nella crudel-
tà e in una conturbante complicità con la morte. Tutti questi tratti hanno chiaramente un
denominatore comune: la presa di coscienza crescente della fine come avventura tragica e
individuale. È un’evoluzione [...] – è una morte egoistica».
(M. Vovelle, La morte e l’Occidente, Laterza, Bari-Roma, 1986, pp. 76-77)

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228 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

A R C H I V I O
T1 | La peste a Siena
Da Agnolo di Tura del Grasso, Cronaca senese, in Rerum Italicarum Scriptores, vol. XV, VI, a cura di A. Lisini e F. Iacometti, Zanichelli,
Bologna 1931-39, pp. 555-556.

Poco sappiamo di Agnolo di Tura detto il Grasso se non che stese una cronaca trecentesca in volgare
degli eventi accaduti a Siena. In particolare Agnolo scrisse degli anni dal 1329 circa al 1351. La Cronica
Sanese fu edita, sotto il titolo latino di Chronicon Senense, dal filologo ed erudito senese Uberto Benvo-
glienti nel volume XV dei Rerum Italicarum Scriptores (Mediolani 1729, coll. 11-128). Il documento ripor-
tato è esemplare poiché si attestano fatti che accaddero durante la peste nera anche in molti altri luoghi.

La mortalità cominciò in Siena di magio, la quale fu oribil E io Agnolo di Tura, detto il Grasso, sotterai 5 miei figliuoli
e crudel cosa, e non so da qual lato cominciare la crudeltà co’ le mie mani; e quelli che rimasero erano come disperati e
che era e modi dispiatati1 che quasi a ognuno pareva che di quasi fuore di sentimento; e abandonarsi molte muraglie6 e
dolore a vedere si diventavano stupefatti; e non è possibile altre cose, e tutte le cave dell’ariento7 e ora e rame, che erano
a lingua umana a contare la orribile cosa, che ben si può di- in quel di Siena, s’abandonarono come si vede; inperoché
re beato a chi tanta oribilità non vidde. E morivano quasi di nel contado morí molta piú gente, che molte tere e ville s’a-
subito, e infiavano sotto il ditello e l’anguinaia2 e favellando bandonaro che non vi rimase persona. Non scrivo la crudel-
cadevano morti. El padre abandonava el figliuolo, la moglie tà che era nel contado, che i lupi e le fiere selvatiche si man-
el marito, e l’uno fratello l’altro: e gnuno fugiva e abando- giavano i corpi mal sotterati, e altre crudeltà che sarebbe
nava l’uno, imperoché3 questo morbo s’attachava coll’alito troppo dolore a chi le legiesse. La città di Siena pareva quasi
e co’ la vista pareva, e cosí morivano, e non si trovava chi disabitata, ché non si trovava quasi persona per la città.
seppellisse né per denaro né per amicitia e quelli de la casa
propria li portava meglio che potea a la fossa senza prete, né 1. dispiatati: spietati.
uffitio4 alcuno, né si suonava campana; e in molti luoghi in 2. il ditello e l’anguinaia: l’ascella e l’inguine.
Siena si fe’ grandi fosse e cupe per la moltitudine de’ mor- 3. imperoché: per il fatto che, in quanto, poiché.
4. uffitio: rito funebre.
ti, e morivano a centinaia il dí e la notte, e ognuno gittava
5. s’enpiavano: si riempivano.
in quelle fosse e cuprivano a suolo a suolo, e cosí tanto che 6. muraglie: abitazioni, costruzioni.
s’enpiavano5 le dette fosse, e poi facevano piú fosse. 7. ariento: argento.

T2 | La peste a Firenze: un castigo divino


Da M. Villani, Cronica, con le continuazioni di Matteo e Filippo, a cura di G. Aquiliecchia, Einaudi, Torino, 1979, pp. 292-295.

Il cronista Giovanni Villani fu una delle vittime della peste e le sue informazioni si fermano alla fine del
gennaio 1348. Il suo racconto fu ripreso dal fratello Matteo che scrisse fino al 1363, quando morí a
causa di una nuova epidemia. La Cronica fu poi continuata dal figlio di Matteo, Filippo, che vi aggiunse
un ultimo libro, fino al 1364. Nei brani riportati, Matteo Villani s’interroga sul problema, che tormentò
i coevi, delle cause della peste. Egli individua nel castigo di Dio sull’umanità la vera ragione della pe-
stilenza e introduce una visione apocalittica della realtà. Infatti, allo stato delle conoscenze dell’epoca,
nemmeno la teoria astrologica, secondo la quale la putrefazione dell’aria era prodotta dalla congiun-
zione di tre astri, spiegava un evento tanto straordinario.

Della inaudita mortalità stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pi-
Trovasi nella Santa Scrittura che, avendo il peccato corrotto stolenze3, fami e molti altri mali che Iddio ha permesso ve-
ogni via della umana carne1, Iddio mandò il diluvio sopra nire sopra gli uomini per li loro peccati. [...] Ma per quello
la terra: e riservando per la sua misericordia l’umana car-
ne in otto anime2, di Noè e di tre suoi figliuoli e delle loro
1. umana carne: umanità.
mogli nell’arca, tutta l’altra generazione nel diluvio som- 2. otto anime: otto persone.
merse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono 3. pistolenze: pestilenze.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 229

che le a trovar si possa per le scritture, dal generale diluvio per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la in-
in qua, non fu universale giudicio4 di mortalità che tanto fluenzia per altri particolari accidenti10 non parve cagione11
comprendesse l’universo, come quella che ne’ nostri dí5 di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposi-
avvenne. Nella quale mortalità, considerando la moltitu- zione dell’assoluta volontà di Dio.
dine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano
in vita al tempo del generale diluvio, assai piú ne morirono
4. giudicio: castigo.
in questa che in quello [...]. 5. dí: giorni.
6. catuno: ciascuno.
Quando durava il tempo della moría in catuno6 paese
7. salutevole incarnazione: a Firenze si computavano gli anni dell’era
Videsi negli anni di Cristo, della sua salutevole incarnazio- cristiana dal 25 marzo (incarnazione di Cristo) e non dal 25 dicembre,
ne7, 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti nel se- data della nascita.
gno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli 8. astrologhi: astrologi.
9. novitadi: novità.
astrologhi8 che Saturno fu signore: onde pronosticarono al 10. accidenti: eventi, accadimenti.
mondo grandi e gravi e novitadi9; ma simile congiunzione 11. cagione: causa.

T3 | La rivolta contadina inglese: il sermone di John Ball


Da Jean Froissart, Cronache, in N. Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano, 1976, pp. 263-264.

La rivolta dei contadini inglesi del 1381 fu appoggiata da numerosi predicatori itineranti, denominati lollardi, che
sostennero con argomentazioni di tipo religioso la necessità di un radicale cambiamento dell’assetto sociale esi-
stente. L’insurrezione fu giustificata facendo appello a un remoto passato, in cui tutte le terre erano in comune
e non esistevano differenze sociali. Tra questi predicatori, uno dei piú popolari fu John Ball, che solitamente si
rivolgeva la domenica con parole di fuoco ai contadini davanti alla cattedrale di Canterbury. Il seguente sermone
è incentrato sul tema dell’eguaglianza sociale e fu riportato dal cronista francese Jean Froissart (1337 ca.-1404).
La rivendicazione che

E
se siamo tutti discesi da un padre e da una madre, Adamo ed John Ball vuole portare
avanti viene rivestita dal
Eva, come fanno i signori a dire o a dimostrare che essi sono piú motivo religioso di un’u-
guaglianza primigenia fra
signori di noi – se non perché ci fanno vangare e zappare la terra tutti gli uomini.
per poter dissipare quanto noi produciamo? Sono vestiti in velluto e
raso, ornati di pelliccia di scoiattolo, mentre noi abbiamo addosso mi-
seri panni. Essi hanno vini, spezie e pane raffinato, e noi non abbiamo
che segala, farina avariata e paglia, e solo acqua da bere. Essi hanno
magnifiche residenze e manieri, mentre noi abbiamo i guai e il lavoro,
sempre nei campi sotto la pioggia e la neve. Ma è da noi e dalla nostra
fatica che viene ogni cosa con cui mantengono il loro lusso. [...] Buona
gente, le cose non possono andar bene in Inghilterra, né lo andranno
È l’oggetto del sermone
del predicatore, che chie- mai, fino a quando tutto non sarà in comune e non ci saranno piú né
de uguaglianza sociale e
comunione dei beni. villani né nobili, ma saremo tutti di un’unica condizione.

ANALISI GUIDATA DELLA FONTE


◗◗Comprendere 4. In quale contesto sociale si inserisce la sua protesta?
1. Fai la schedatura del documento secondo lo schema proposto 5. Quali sono le condizioni di vita di nobili e contadini che emer-
nell’Introduzione. gono dalla lettura del testo?
2. Quali sono le rivendicazioni portate avanti da John Ball? ◗◗Analizzare
3. A quale motivazione religiosa si appella il predicatore per so- 6. Perché, a tuo parere, i motivi religiosi accompagnavano molto
stenere la sua posizione? spesso le rivendicazioni contadine?

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230 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

T4 | I flagellanti e la caccia agli ebrei


Da Jean de Preis d’Outremeuse, Ly Myreur des Histors, vol. VI, Bruxelles, 1880, p. 387, cit. in L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo.
Da Cristo agli ebrei di corte, vol. I, La Nuova Italia, Firenze, 1974, p. 120.

L’autoflagellazione era una pratica assai frequente nei monasteri e tra gli asceti del Medioevo. Essa si
diffuse poi anche tra i laici, nella convinzione che fosse efficace per allontanare o far cessare epidemie,
carestie, guerre, o suscitare la clemenza di Dio. Pare che fossero sufficienti 34 giorni di autoflagellazio-
ne per ottenere da Cristo la remissione dei peccati. Durante la peste del 1348 e le diverse epidemie del
Trecento, il movimento dei flagellanti si diffuse rapidamente, in modo particolare nell’Europa centrale
(Germania e Boemia), ma anche in Francia e Inghilterra. Le loro esibizioni pubbliche finivano di solito
con un massacro di ebrei. Nel brano che segue il cronista Jean d’Outremeuse descrive le accuse e l’o-
stilità nei confronti degli ebrei da parte dei flagellanti di Germania e Francia.

Le buone città erano piene di questi «flagellanti», e le dei gran veleni nelle fontane e nei pozzi, in tutto il mon-
strade anche; e si chiamavano tutti fratelli a mo’ di alle- do, per appestare e avvelenare la cristianità. Ecco perché
anza [...], e cominciarono a dimenticare il servizio e gli i grandi e i piccoli ebbero molta collera contro gli Ebrei,
uffizi della Santa Chiesa, e restavano nella loro follia e che furono presi ovunque fu possibile e messi a morte e
presunzione [...]. Al tempo in cui questi «flagellanti» an- bruciati, in tutte le marche2 in cui i « flagellanti» andava-
davano per il paese, avvenne un gran miracolo che non no e venivano, dai signori e dai balí3.
va dimenticato, ché quando si vide che la mortalità e la
pestilenza non cessavano dopo le penitenze che questi
1. battitori: si riferisce ai flagellanti.
battitori1 facevano, si diffuse ovunque una voce, e si di-
2. marche: territori, soprattutto di confine.
ceva comunemente e si credeva con certezza, che l’epi- 3. dai signori ... balí: erano i signori terrieri e chi amministrava la giustizia
demia veniva dagli Ebrei, e che gli Ebrei avevano gettato a condannare gli ebrei.

T5 | L’antigiudaismo a Vienna nel 1349


Da Konrad von Megenberg, Das Buch der natur, (1350 circa), Gräfswald 1897, p. 92, cit. in L. Poliakov, op. cit., p. 121.

Le molte testimonianze che ci tramandano come gli ebrei fossero accusati in modo infamante di pro-
vocare la peste confermano il clima di antigiudaismo diffuso nell’Europa cristiana del Trecento. Esso
generava feroci pogrom, tanto che la stessa Chiesa dovette intervenire pronunciandosi a favore degli
ebrei. Nel brano che riportiamo, il cronista tedesco Konrad von Megenberg fa emergere intorno al
1350, con tono dubitativo e obiettivo, le fandonie sugli ebrei.

In molti pozzi furono trovati sacchetti pieni di veleno, e un nessuna città tedesca contava tanti Ebrei quanto Vienna,
numero incalcolabile di Ebrei fu massacrato in Renania, ed essi soccombettero in cosí gran numero al flagello che
in Franconia, e in tutti i paesi tedeschi. Ignoro, in verità, dovettero allargare grandemente il loro cimitero e acqui-
se sono stati gli Ebrei. Se cosí fosse stato, ciò avrebbe cer- stare due immobili. Sarebbero stati dei begli stupidi ad av-
tamente fatto peggiorare il male. Ma d’altra parte so che velenare se stessi.

T6 | Il conciliarismo: dal decreto Haec Sancta


Da Decreti dei concili ecumenici, a cura di G. Alberigo, Utet, Torino, 1978, p. 364.

Già prima del Concilio di Costanza molti autori, come il frate domenicano Giovanni da Parigi nel suo
Tractatus de potestate regia et papali (1303) o Marsilio da Padova, avevano messo in dubbio il modello
teocratico. A Costanza la discussione riprese proprio a partire dall’eccezionalità della situazione: l’assem-
blea conciliare doveva giudicare i tre pontefici dello Scisma d’Occidente, che rivestivano l’autorità pa-
pale senza legittimità. Il decreto del 6 aprile 1415 Haec Sancta, cosí denominato dalle sue prime parole,
giustificò il principio della superiorità del concilio sul papa con l’affermazione che il concilio riceveva il

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 231

proprio potere direttamente da Cristo e che le sue deliberazioni in materia di fede e riforma della Chiesa
erano vincolanti. Chiunque rifiutasse di obbedirvi sarebbe stato «debitamente punito».

In nome della santa ed indivisa Trinità, Padre, Figlio e Spi- condizione e dignità, compresa quella papale, è tenuto ad
rito Santo, amen. Questo santo sinodo di Costanza che è obbedirle in ciò che riguarda la fede e l’estirpazione del-
un concilio generale, riunito legittimamente nello Spiri- lo scisma ricordato e la riforma generale nel capo e nelle
to Santo a lode di Dio onnipotente, per l’estirpazione del membra della stessa Chiesa di Dio.
presente scisma, per la realizzazione dell’unione e della Inoltre, dichiara che chiunque, di qualunque condizione, sta-
riforma nel capo e nelle membra della Chiesa di Dio, or- to, dignità, compresa quella papale, rifiutasse pertinacemen-
dina, definisce, stabilisce, decreta e dichiara ciò che segue te1 di obbedire alle disposizioni, decisioni, ordini o precetti
allo scopo di ottenere piú facilmente, piú sicuramente, piú presenti o futuri di questo sacro sinodo e di qualsiasi altro
soddisfacentemente e piú liberamente l’unione e la rifor- concilio generale legittimamente riunito, nelle materie in-
ma della Chiesa di Dio. dicate o in ciò che a esse attiene, se non si ricrederà, sia sot-
In primo luogo dichiara che esso, legittimamente riunito toposto ad adeguata penitenza e sia debitamente punito, ri-
nello Spirito Santo, essendo concilio generale ed espres- correndo anche, se fosse necessario, ad altri mezzi giuridici.
sione della Chiesa cattolica militante, riceve il proprio po-
tere direttamente dal Cristo e che chiunque, di qualunque 1. pertinacemente: con ostinazione.

T7 | Le modalità di elezione dell’imperatore


Da Carlo IV, Bolla d’Oro, in S. Gasparri, F. Simoni, Antologia di fonti medievali, Sansoni, Firenze, 1992, edizione digitale http://
rm.univr.it/didattica/.
La Bolla d’Oro promulgata da Carlo IV regolò l’elezione dell’imperatore nei territori tedeschi dal 1356
al 1806 e, nel XIV secolo, sancí in modo incontestabile il declino del ruolo imperiale, favorendo l’insor-
genza di forti poteri locali che avrebbero caratterizzato la Germania fino al XIX secolo. Della Bolla d’Oro
non si avvantaggiarono solo i príncipi piú importanti, ai quali fu affidata l’elezione, ma anche molteplici
signori che esercitavano la propria autorità su territori di piccole dimensioni. Favorendo le ostilità tra
questi ultimi e le città per il controllo dei territori limitrofi, la Bolla di fatto provocò un aumento dello
stato di conflittualità interno al Paese.

Quando i detti elettori1 o i loro rappresentanti saranno en- l’aiuto di Dio, il capo temporale del popolo cristiano cioè
trati nella città di Francoforte, immediatamente, il giorno il re dei Romani, destinato a diventare Cesare, in quanto
dopo, la mattina all’alba, essi faranno cantare, nella chiesa adatto a tale compito, per quanto la mia prudenza e il mio
di S. Bartolomeo apostolo, alla presenza di tutti loro, la mes- intelletto mi ispireranno e in base a questa promessa; e da-
sa dello Spirito Santo perché esso illumini i loro cuori e le rò il mio voto per questa elezione senza patti, ricompense
loro menti per cui, da esso ispirati, riescano ad eleggere un o sussidi o qualsiasi altro nome abbia tale genere di lavori.
uomo giusto, buono e adatto come re dei Romani e futuro Cosí mi assistano Dio e tutti i santi».
Cesare, per la salvezza del popolo cristiano. Finita la messa, Poi, dopo che gli elettori o i loro rappresentanti avranno pre-
tutti gli elettori o i loro rappresentanti si accosteranno all’al- stato giuramento nella forma e nel modo suddetto, proce-
tare sul quale è stata celebrata la messa e lí i principi elet- deranno all’elezione – né potranno lasciare la città di Fran-
tori ecclesiastici con il Vangelo di S. Giovanni «In principio coforte prima che a maggioranza non sia stato eletto il capo
erat verbum»2 aperto davanti incroceranno le mani sul petto temporale del mondo, cioè del popolo cristiano, il re dei Ro-
in segno di devozione; poi i principi elettori laici porranno mani, destinato a diventare Cesare. Se non saranno riusciti
le mani sul Vangelo; tutti dovranno essere completamen- a procedere all’elezione entro trenta giorni dal giuramento,
te disarmati assieme a tutto il loro seguito. L’arcivescovo di allora, trascorso il trentesimo giorno, essi non potranno nu-
Magonza darà loro la formula del giuramento ed assieme trirsi che di pane e d’acqua, né potranno lasciare la città fin-
a lui tutti gli elettori o i rappresentanti degli elettori assenti ché essi tutti o la maggioranza non avranno eletto il capo e
presteranno giuramento in lingua volgare secondo la se- la guida dei fedeli secondo le modalità sopra esposte.
guente formula: «Io arcivescovo di Magonza, arcicancelliere
dell’impero romano per la Germania e principe elettore giu- 1. elettori: i tre príncipi ecclesiastici e i quattro laici incaricati di eleggere
ro sul santo Vangelo di Dio posto qui davanti a me di voler l’imperatore.
eleggere, nei limiti della mia prudenza e intelligenza, con 2. «In principio ... verbum»: «In principio era il Verbo».

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232 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

E C O N O M I A   E   S O C I E TÀ
T8 | Il rapporto tra crisi economica e crollo demografico
Da A. Bellettini, La popolazione italiana dall’inizio dell’era volgare ai giorni nostri. Valutazioni e tendenze, in Storia d’Italia, vol. V,
Einaudi, Torino, 1973, pp. 505-506.

tesi La crisi del Trecento fu determinata dallo squilibrio creatosi fra lo sviluppo della popolazione e il
volume dei mezzi di sussistenza prodotti dall’agricoltura, già prima del 1348.

argomentazioni La caduta dei prezzi agricoli si registrò dall’inizio del Trecento e generò una depressione economica.
Nel corso del secolo si verificarono frequenti carestie. La mortalità ebbe un determinante rialzo
come conseguenza di una situazione di sovrappopolamento relativo pressoché generale.

conclusioni La peste non fu la causa esclusiva del crollo demografico del secolo XIV, ma può invece essere
considerata una conseguenza della crisi economica.

Gli anni attorno al 1300 segnano il punto culminante della anche accompagnata in numerose zone da acute manife-
popolazione medievale; ma in quegli stessi anni sono già stazioni epidemiche.
presenti le condizioni storiche di una inversione di ten- In questo stesso periodo deve essere collocato il punto di
denza, con la quale si apre la profonda e drammatica crisi svolta nell’andamento della popolazione. L’inversione di
economica e demografica del secolo XIV. Al fondo, la causa tendenza fu causata essenzialmente dal forte rialzo della
essenziale della crisi fu determinata dallo squilibrio che si mortalità prodottosi come inevitabile conseguenza di una
era venuto creando fra lo sviluppo della popolazione e il situazione di sovrappopolamento relativo divenuta ormai
volume dei mezzi di sussistenza prodotti dall’agricoltura. pressoché generale. E quando verso la metà del secolo la
Se durante il secolo XI e nella prima metà del XII popo- peste bubbonica esplose con una violenza senza prece-
lazione e produzione agricola avevano potuto progredire denti, investendo rapidamente tutta l’Europa, la popola-
in condizioni di relativo equilibrio, nel periodo successivo zione era già entrata nella fase di declino.
l’incremento demografico, stimolato dalle migliorate con- La peste dunque non fu la causa esclusiva del crollo de-
dizioni di vita di vaste masse umane, assunse una rapidità mografico del secolo XIV. Anzi, almeno in parte essa può
che eccedeva obiettivamente le possibilità di accrescimen- essere considerata una conseguenza della crisi economica
to delle disponibilità alimentari. che si era aperta attorno al 1300. Il contagio si abbatté su
Nelle condizioni di arretratezza tecnica dell’agricoltura del popolazioni già da alcuni decenni duramente provate da
tempo la crescente domanda ed il conseguente aumento condizioni di grave disagio, e la sua diffusione fu favorita
dei prezzi dei cereali e delle derrate agricole ebbero l’ef- dallo stato generale di deperimento e di sottoalimenta-
fetto di spingere la utilizzazione dei suoli alle terre di mi- zione in cui erano stati ridotti gli abitanti di gran parte dei
nor rendimento e di piú rapido esaurimento produttivo. paesi europei. La peste, è ben vero, agí come un fattore di
La messa a coltura di terre «marginali», attuata in misura accelerazione ed aggravò le dimensioni quantitative della
sempre piú ampia durante il XIII secolo, finí in tal modo caduta demografica. Ma la recessione non si arrestò con il
per aggravare la instabilità e la precarietà di uno svilup- passare della grande epidemia. La popolazione continuò
po produttivo che, evolvendosi a rendimenti decrescenti, a diminuire fino alla fine del secolo, e in taluni paesi pro-
recava in sé i presupposti di una inevitabile interruzione. babilmente fino alla metà del Quattrocento.
Come è stato dimostrato, attorno al 1300 o, al piú tardi, Nel corso di questo periodo la peste ricomparve frequen-
nel corso dei venti anni successivi, la crisi dell’agricoltura temente, anche se in misura piú circoscritta, in numero-
era già in atto nella maggior parte dei paesi d’Europa. La se zone d’Europa, sommando i suoi effetti agli sconvolgi-
caduta dei prezzi agricoli, che seguí ad un lungo periodo menti dovuti alle guerre di nuovo dilaganti. Furono in tal
di ascesa, offre una evidente conferma della portata gene- modo ridotte o annullate le possibilità di colmare anche
rale della depressione economica. Ma ne sono un segno solo in parte i vuoti spaventosi lasciati dalla calamità del
significativo anche le frequenti carestie dei primi decenni 1348. Ma fu soprattutto il perdurare della crisi economi-
del secolo XIV, fra le quali occorre ricordare, per la sua ec- ca ad alimentare e impedire fin verso la metà del secolo
cezionale gravità, quella occorsa negli anni 1315-17, che fu successivo una nuova ripresa dello sviluppo demografico.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 233

T9 | Il declino della proprietà terriera


Da J. Topolski, La nascita del capitalismo in Europa, Einaudi, Torino, 1979, pp. 120-130.

tesi Gli effetti della peste nera del 1348 si riverberarono nel XV secolo, quando la mancanza di
qualsiasi profonda ristrutturazione dell’agricoltura causò il declino dei proprietari terrieri.

argomentazioni I proprietari terrieri videro diminuire le loro rendite: introdussero cosí nuove imposte oppure
cercarono nuovi patrimoni e cambiarono stile di vita. L’aumento delle imposte da parte dei
feudatari scatenò una serie di rivolte contadine.

conclusioni Alla fine del XV secolo, tutti i sistemi messi in atto dalla nobiltà per mantenere il proprio potere
risultarono inefficaci: il Medioevo si chiuse cosí per la nobiltà «con un bilancio deficitario».

Si cercava di aumentare i canoni degli affitti, d’introdurre dei suoi redditi, che è probabilmente la piú peculiare del
nuovi gravami e nuove imposte senza operare una ristruttu- periodo del tardo Medioevo, e cioè il brigantaggio nobile,
razione vera e propria. Tenendo, però, conto della continua che comprendeva sia le azioni individuali di brigantaggio
lotta dei contadini contro questo tipo di pretese, i successi e di saccheggio, sia le piú vaste attività belliche. Anche in
dei signori non potevano essere grandi e neppure sufficienti guerre che coinvolsero interi Paesi l’elemento stimolante
a contrastare il trend decrescente dei redditi. Le sommos- era costituito dallo spirito del brigantaggio. [...] La guerra
se contadine del secolo XV e in parte anche quelle del XVI dei Cento anni offre esempi pittoreschi, ma anche dram-
(inclusa la guerra contadina del 15251) rappresentano prima matici di brigantaggio. Per un vastissimo numero di nobili,
di tutto una risposta a questo tentativo dei feudatari di au- la firma di un trattato di pace significava il ritorno a un’e-
mentare i loro redditi decrescenti. Come si sa anche le lotte sistenza dello stesso livello dei contadini. Poiché questa
precedenti, fra le quali la piú importante fu l’insurrezione di degradazione non piaceva a nessuno, non rimaneva alta
Wat Tyler2, sono una risposta di questo genere. via che «courir les routes5». [...] Il brigantaggio non poteva,
Contemporaneamente alla continua lotta con i contadini ovviamente, risolvere il problema della crisi dei redditi del-
per strappar loro ogni denaro o grosz3, i feudatari cercavano la nobiltà. Anzi, sconvolgendo la vita economica, esso in-
altri sistemi per aumentare le loro entrate. Era infatti pos- direttamente determi­nava una diminuzione delle entrate
sibile ingrandire il volume della rendita di cui si appropria- nobiliari. Bisogna inoltre tener presente che in una situa-
vano, aumentando le dimensioni dei propri possedimenti zione in cui infuriavano il banditismo politico e il caos, la
soprattutto a scapito degli altri feudatari. Questo metodo lotta delle classi oppresse contro i feudatari aveva modo di
era però possibile soltanto per pochi nobili piú ricchi, e svilupparsi piú agevolmente. Che le cose si presentassero
cioè per coloro che disponevano dei mezzi per acquistare effettivamente in questa maniera, è testimoniato dal coesi-
nuove proprietà. Sappiamo che a questo metodo si riface- stere di due fenomeni: un’intensificazione della lotta con-
vano talvolta gli higher noble4 inglesi. dotta dai contadini e un aumento del caos in campo feu-
Non era facile neppure appropriarsi di una quota dei red- dale. Fino alla fine del secolo XV tutti i sistemi della nobiltà
diti della borghesia. Prescindendo dal brigantaggio, l’unica per opporsi al decremento dei redditi non portarono ad
strada che rimaneva era quella d’imparentarsi con i rap- apprezzabili risultati su larga scala. Il Medioevo si chiudeva
presentanti della classe borghese (attraverso matrimoni). per la nobiltà con un bilancio deficitario. Esso aveva però
I prestiti eliminavano solo temporaneamente le difficoltà, dato il via a nuove e piú efficaci soluzioni relativamente
sostanzialmente però le aumentavano. [...] al decremento dei redditi nobiliari. Queste soluzioni sono
Grande fu l’accanimento con cui la nobiltà laica di molti collegate all’aumento dell’attività in campo economico da
Paesi europei si rivolse verso le entrate della Chiesa. La parte della nobiltà. Era necessario pervenire a un aumen-
lotta interna per accaparrarsi i redditi della Chiesa attra- to o della rendita feudale, o del reddito proveniente da
verso l’assunzione delle funzioni ecclesiastiche (quelle piú
elevate, e quindi piú redditizie, cominciarono a essere ri­
1. guerra ... 1525: si riferisce alla sollevazione dei contadini tedeschi du-
servate alla nobiltà) e la tendenza sempre piú imperiosa rante la riforma luterana [  Unità 14].
ad appropriarsi direttamente delle proprietà (e dei redditi) 2. Wat Tyler: capo della rivolta contadina scoppiata in Inghilterra nel
della Chiesa, andavano di pari passo [...]. L’attacco contro i 1381.
3. grosz: moneta d’argento.
possedimenti della Chiesa fu in una certa misura collegato 4. higher noble: alta nobiltà.
con l’altra forma di lotta della nobiltà contro il decremento 5. courir les routes: battere le strade, ossia darsi al brigantaggio.

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234 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

un’attività propria sia economica che extraeconomica (piú duale dissoluzione della mentalità medievale e la nascita
efficace però del brigantaggio). La sensibile ristrutturazio- di comportamenti di nuovo tipo facilitarono il passaggio
ne interna della nobiltà (attraverso l’infiltrazione di forze della nobiltà a nuove forme di lotta per il conseguimento
nuove inclini all’accumulazione e all’investimento), la gra- dei redditi.

T10 | Gli spazi urbani: la convivenza, l’igiene e l’immigrazione


Da J. Rossiaud, Il cittadino e la vita di città, in L’uomo medievale, a cura di J. Le Goff, Laterza, Roma-Bari, 1993, edizione digitale 2014.

tesi Una caratteristica fondamentale delle città nel XIV secolo era la promiscuità.

argomentazioni Le abitazioni avevano ambienti molto ristretti e, anche quando ci si poteva permettere piú
stanze, rimaneva inevitabile condividere spazi essenziali come il pozzo o la cucina.
La chiusura della città per mezzo delle mura comportò problemi igienici, come il mancato
accesso all’acqua potabile e la sporcizia di alcune aree.
Nelle città si arrivò a una sorta di claustrofobia collettiva, che agí sulla folla condizionandone
reazioni subitanee e irrazionali, sia di angoscia (nel caso di guerre, epidemie) sia di gioia.

conclusioni Gli spazi urbani si restrinsero ulteriormente nel XIV secolo a causa dell’immigrazione, che
divenne progressivamente piú ad ampio raggio e che suscitò reazioni contrastanti, a seconda
degli interessi in gioco.

Abitare in città, se si è poveri, significa in primo luogo sciose che si propagano con la stessa rapidità delle malat-
occupare in due o tre una camera in alto, una tana senza tie. «Spaventi», «emozioni», atrocità collettive procedono
luce o una soffitta che dà su un cortile posteriore; stabi- spesso da questo complesso claustrofobico, da questa pau-
lirsi alla locanda, se si ha qualche soldo; disporre di una ra che coglie la folla, cosí pronta, d’altra parte, a esprimere
o due stanze se si ha famiglia, ma sempre dover divide- la sua gioia o il suo dolore all’annunzio di una pace o alla
re con altri l’uso di un pozzo e di una cucina; l’artigiano, morte di un re. Condizione preliminare di ogni cultura ur-
certo, abita la propria casa, dove ha il suo focolare, la sua bana: imparare a vivere nella promiscuità, e in primo luogo
cantina e il suo granaio, ma coi servi e gli apprendisti. Bi- accettare il confronto con gente estranea al proprio costu-
sogna dunque abituarsi, solo una minoranza fa eccezio- me e alla propria lingua. [...]
ne, a vivere circondati da vicini di condizioni e mestieri Questi due caratteri: ampliamento dell’area migratoria,
molto diversi. squilibrio in favore dei nuovi venuti, furono ancora accen-
Essere cittadino è anche, per due abitanti su tre, dipendere tuati dalle calamità del lungo secolo XIV. [...]
dal mercato, del tutto o per una parte dell’anno: compra- Per i magistrati, come per la frazione piú stabile ed opulen-
re il pane, il vino, il companatico. È infine, per tutti, subire ta della società cittadina, i nuovi venuti rappresentavano a
gl’inconvenienti dell’essere rinchiusi tra le mura; manca- un tempo una necessità e un pericolo: per gli imprenditori
re talvolta d’acqua potabile quando i pozzi sono inquina- e per i venditori di generi alimentari l’interesse era di apri-
ti; vivere in mezzo agli escrementi, perché nel corso degli re; ma nell’artigianato la minima recessione contribuiva a
anni difficili molte porte sono state murate e i rifiuti che si sviluppare vecchi sentimenti di ostilità, o ad accrescere la
ammucchiano alimentano infezioni e malattie endemiche. distanza tra i neo-cittadini e gli altri. Il danaro, certo, faci-
La municipalità ha potuto relegare i lebbrosi negli ospedali litava l’integrazione, ma non risolveva tutto. A ugual livello
fuori delle mura, pubblicare dei regolamenti sanitari, ma è finanziario un immigrato non disponeva delle reti di rela-
del tutto incapace di lottare efficacemente contro la peste zioni, delle possibilità di assunzione, di ammissione in un
che, quando le condizioni climatiche diventano favorevo- mestiere, di partecipazione politica di cui beneficiavano i
li, colpisce i quartieri centrali e i sobborghi industriali in cittadini che s’ingegnavano a moltiplicare davanti a lui le
modo fulmineo. barriere giuridiche e fattuali.
In questi spazi d’incontro e di folle, il contagio può esse- È «il fetore degli immigrati rapaci», la «confusione delle
re anche mentale: per mesi e per anni, in occasione di un persone» che, secondo Dante, provoca la decadenza mo-
assedio, di una guerra o di una epidemia di peste, la città rale di Firenze. P. Villani si burla di questi contadini che
si ripiega su se stessa, sensibile alle voci, alle ansie ango- appena abbandonano l’aratro reclamano delle cariche.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 235

STORIOGRAFIA

ISTITUZIONI POLITICHE E CULTURA
T11 | La peste e l’antisemitismo. Il contesto storico e le accuse
Da M. Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, Bruno Mondadori, Milano, 2002, pp. 101-102.

tesi Nella generale crisi trecentesca, gli ebrei divennero il capro espiatorio di una tragedia – la fame,
la povertà e la peste – non spiegabile razionalmente.

argomentazioni Nel clima di crisi le minoranze furono accusate di essere responsabili di tutte le disgrazie.
La paura del complotto ebraico si estese da Toledo alla Svizzera, alla Francia e all’Italia, e molti
furono i pogrom antisemiti: gli ebrei furono ritenuti i diffusori della pestilenza.

conclusioni La giustificazione di questi massacri trovò nel vittimismo dei carnefici la sua origine. I cristiani
approfittarono, però, della carneficina per saccheggiare i beni degli ebrei e non pagare i debiti
contratti.

La destrutturazione dell’insieme sociale economico e politi- flagello, che in breve tempo uccise un terzo degli abitan-
co in Europa portò a un peggioramento generale delle con- ti europei, scatenò ansie e paure e suggestionò profonda-
dizioni di vita degli ebrei, perché la cristianità, sommersa da mente la mentalità popolare. Poiché la medicina dell’epoca
continue calamità e in preda a una grave crisi psicologica e non aveva cure appropriate e non conosceva le cause del
morale generata dalla paura, cercò dei capri espiatori su cui morbo, la gente, alla ricerca di una causa esplicativa, co-
sfogare le proprie angosce. In questo contesto tutte le mino- minciò a fantasticare e a credere che fosse un castigo divino
ranze, che a causa di alcune loro caratteristiche erano rece- o opera del demonio; e, di fronte al dilagare della malattia
pite come «diverse» [...] furono via via accusate di essere le e all’incapacità di arginarla, rispose alle proprie esigenze di
re­sponsabili delle disgrazie; tra queste la piú colpita fu quella spiegazione dell’origine del devastante fenomeno con l’ir-
ebraica. Le ragioni dell’accanimento antiebraico possiamo razionale colpevolizzazione degli ebrei. Corsero voci che
individuarle nel ruolo negativo in cui le vicissitudini storiche avessero organizzato un complotto per avvelenare tutti i
in campo religioso e in campo sociale avevano oggettiva- cristiani. Si assicurava che il centro del complotto fosse la
mente confinato gli ebrei: etichettati come «deicidi», «infe- comunità ebraica di Toledo [...]. La notizia di un «complot-
deli», «figli del demonio», «nemici» del cristianesimo, usurai to» ebraico per far morire i cristiani si diffuse ben presto in
«sanguisughe», erano il gruppo sociale di minoranza piú vi- molte contrade europee. Massacri e saccheggi avvennero
sibile e diffamato. Come esempio citiamo solo alcune delle in quasi tutte le città tedesche; nonostante il tentativo delle
principali manifestazioni antiebraiche di questo periodo. autorità cittadine di salvare gli ebrei, la plebaglia scatenata
In Francia nel 1320, a causa della carestia, masse di conta- li assassinò e saccheggiò le loro case. In altre città, come già
dini affamati abbandonarono i loro villaggi e si diressero nel ducato di Savoia, furono le autorità stesse a condannar-
verso il sud nella speranza di sfuggire alla fame. Lungo il li. A Strasburgo, per esempio, nel 1349 la municipalità fece
cammino a essi si unirono disperati e miserabili di ogni bruciare vivi duemila ebrei nel loro cimitero, e successiva-
risma; dei monaci itineranti si occuparono di qualificare e mente distribuí i loro beni alla popolazione.
organizzare il movimento in senso mistico-ideologico. In In questo caso come in centinaia di altri lungo i secoli, il
seguito al sogno di un ragazzo, che raccontò di aver rice- vittimismo dei carnefici era determinante. Essi giustifica-
vuto dal cielo l’ordine di guidare un esercito in Terrasanta, vano le proprie azioni come «legittima difesa» in risposta
diffusero l’idea di una crociata contro gli infedeli. In realtà a un’inesistente «minaccia ebraica»: il loro vittimismo era
questa crociata (chiamata dei «pastorelli») si tramutò in pari a quello del lupo della fiaba verso l’agnello che gli in-
una crociata contro gli ebrei. Nel suo cammino la torma di torbidiva l’acqua. Il motivo principale degli eccidi era che
affamati, oltre a saccheggiare i villaggi, massacrava tutti gli gli ebrei erano ritenuti, falsamente, i diffusori della pesti-
ebrei che incontrava, talvolta con il tacito compiacimento lenza. Infatti non furono posti, come in altre occasioni, di
della popolazione locale e senza che i poteri pubblici in- fronte all’alternativa fra la morte o il battesimo, ma furo-
tervenissero in loro difesa [...]. no semplicemente eliminati. Lotta ai diffusori della peste
Alla metà del secolo, su una popolazione già indebolita e dunque, ma anche buon motivo per saccheggiare i loro
decimata dalle carestie si abbatté la peste (1348). Il nuovo beni e non pagare piú i debiti contratti con i trucidati.

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236 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

T12 | La costruzione dello stereotipo antisemita


Da A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione, XIV-XIX secolo, Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 13-15.

tesi Durante la peste lo stereotipo antiebraico si rafforzò: l’ebreo venne definito in base alla sua
natura fisica, non piú alla sua religione. L’antigiudaismo si risolse in antisemitismo.

argomentazioni La cristianità potenziò lo stereotipo del complotto giudaico: fu imputata agli ebrei la
responsabilità della peste e l’immagine dell’avvelenatore fu collegata a quella del deicida.

conclusioni Ciò che avvenne nel 1348 è simile a quanto accaduto nel Novecento: l’idea che gli ebrei fossero
esseri diversi, per definizione inferiori, spostò l’attenzione sulle loro qualità razziali.

Il Trecento rappresenta una soglia significativa non solo della Crociata quale riconquista del Santo Sepolcro [...].
per la storia della presenza ebraica, ma anche per quel- Connesso a questa ideologia era naturalmente il fatto che,
la della costruzione e del consolidamento dello stereotipo nell’XI secolo, gli ebrei avevano avuto la scelta tra la con-
antisemita [...]. È in questo periodo, infatti, che giungono versione o la morte, anche se essi scelsero per lo piú il
a maturazione tutte le fantasie della cristianità che attri­ martirio [...]. Ma nel Trecento, gli ebrei non furono posti
buivano agli ebrei l’assassinio rituale di bambini cristiani davanti alla scelta della conversione, tranne che in casi li-
e la dissacrazione dell’ostia, carne del Cristo, come pu- mitati, come a Strasburgo. [...] Nel 1348 gli ebrei erano
re l’avvelenamento dei pozzi e delle sorgenti. Ciò che ac- massacrati per restaurare un ordine violato – la violazione
comuna queste accuse, collegando l’immagine dell’ebreo che aveva scatenato il morbo – e non in quanto ebrei che
avvelenatore a quella dell’ebreo intento al sacrificio rituale rifiutavano la conversione. Il male da loro rappresentato
di un bambino, è il fatto che l’ebreo viene definito in base non poteva in realtà essere cancellato nemmeno dal bat-
non piú alla sua credenza religiosa, ma alla sua natura fisi- tesimo. Questo indica una trasformazione dello stereotipo,
ca. Il che non toglie che poi, in questi secoli, anche questa una sua accentuazione negativa e l’insistenza su una sorta
venisse letta e interpretata dai suoi detrattori in chiave es- di naturale malvagità dell’ebreo, che era fonte di perturba-
senzialmente religiosa. mento dell’ordine naturale, di contaminazione del mondo
Il parallelo tra i pogrom del 1348 in Germania e quelli del cristiano. [...] In termini recenti, l’idea che gli ebrei fossero
1096 può essere indicativo di un processo di trasforma- esseri diversi, per natura inferiori, in grado di contamina-
zione dello stereotipo. Nell’XI secolo, gli ebrei erano stati re in quanto ebrei chi li avvicinava è stata definita con il
attaccati come deicidi e massacrati come uccisori di Cristo, termine di antisemitismo. Antisemitismo e antigiudaismo,
in una prima drammatica sottolineatura di questo elemen- cioè l’odio teologico verso gli ebrei da parte del mondo cri-
to dello stereotipo antiebraico, legata all’ideologia stessa stiano, hanno cosí una storia comune e intrecciata.

T13 | L’oppressione fiscale del papato e l’elaborazione del conciliarismo


Da G. Falco, La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medioevo, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli, 1936, edizione
digitale 2014.

tesi Durante la cattività avignonese si inasprirono le accuse rivolte alla Curia e all’amministrazione
pontificia, facendo crescere il malcontento nei confronti della teocrazia papale.

argomentazioni Nel periodo avignonese la Chiesa aumentò numerose forme di imposte e incrementò le entrate
fiscali con la vendita delle cariche.
Per cercare di arginare il disagio del clero, Clemente V invitò i vescovi ad esprimere delle
proposte di riforma, che li stimolò a formulare precise critiche all’amministrazione papale.

conclusioni Le teorie conciliariste ebbero i loro antecedenti nelle lettere dei vescovi che, senza mettere in
dubbio l’autorità papale, chiedevano un minore accentramento del potere.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 237

Fra il malcontento dei vescovi e dei collatori ordinari si pale, con le esenzioni, le riserve, le aspettative, la pluralità
moltiplicarono le esenzioni e s’accrebbe in maniera ver- dei benefici, per cui i collatori ordinari venivano defraudati
tiginosa il numero dei benefici riservati alla Santa Sede. del loro diritto, il clero locale, anche se meritevole, deluso
Oltre i diritti pagati da vescovi ed abati in occasione della nelle sue legittime speranze, allontanato dal servizio divi-
loro nomina o della loro conferma da parte del papa, oltre no e inimicato alla Chiesa, i benefici ripartiti iniquamente,
gli elevati diritti di cancelleria dovuti dai destinatari delle gli uffici sacri lasciati scoperti dai migliori, viventi in Curia
bolle, si levarono decime straordinarie sui redditi dei beni e alle corti, o affidati a stranieri incapaci, che s’eran com-
ecclesiastici, si percepirono a vantaggio della Curia i frutti prata l’aspettativa.
dei benefici riservati vacanti, e, in seguito alla loro collazio- Guglielmo Durand, vescovo di Mende, consegnava le sue
ne, i frutti della prima annata. Si convertirono in una tassa proposte a un vero trattato, il De modo generalis Concilii ce-
a favore della Camera Apostolica le procurationes, cioè le lebrandi1, e con tutta la sua fede nel primato romano e nella
somministrazioni dovute ai vescovi in occasione delle visi- plenitudo potestatis2, andava molto piú in là del suo collega
te pastorali; si misero le mani, con sempre maggior avidità d’Angers. La riforma doveva compiersi al piú presto, tanto
e con sempre piú larghe pretese, sull’eredità dei beneficia- nel capo, quanto nelle membra, soprattutto nel capo, altri-
ri, che venivano a morte; si riscossero sussidi caritativi, ma menti «da fedeli e infedeli si sarebbe detto che nei prelati
non per questo meno obbligatori, ora per una, ora per altra e nelle persone ecclesiastiche la fede era perduta», le cose
ragione: la Terra Santa, le necessità della Chiesa, la lotta sarebbero andate di male in peggio e ne sarebbe stata get-
contro gli eretici e i ribelli. La grandiosa organizzazione tata la colpa sul papa, sui cardinali e sul Concilio. Anche
delle collettorie, diramate per tutte le province del mondo per il Durand la maggior parte dei disordini deriva dall’ac-
cattolico e facenti capo all’amministrazione centrale, rac- centramento e dal fiscalismo papale, che nel caso dei ser-
colse implacabilmente d’ogni parte e convogliò ad Avigno- vitia viene molto semplicemente e chiaramente designato
ne il denaro dei fedeli. col nome di simonia [...].
Effettivamente la fiscalità ecclesiastica doveva suscitare Piú o meno ricco e vivace, in fondo il quadro offerto dal
l’immagine di un’enorme piovra distesa coi suoi tentacoli trattato non ci direbbe sostanzialmente nulla di nuovo, se
a succhiare il sangue della Cristianità. Ne soffriva il cle- non fosse della vigorosa coscienza del vescovo, che si ri-
ro, taglieggiato senza tregua, impedito e sminuito nel suo sente dell’umiliazione e dell’offesa inflitte al proprio or-
stesso ministero spirituale; ne soffrivano popoli e principi, dine e reagisce contro l’onnipotenza papale. Primato sí;
che vedevano portate oltre confine e destinate ad altri usi ma conveniva definire con esattezza quale fosse l’ambi-
le ricchezze del paese; ne risentiva l’intera vita religiosa to delle sue attribuzioni nello spirituale e nel temporale,
abbassata e rilassata dalle guerre e dai gravami, dall’assen- non usarne senza certe cautele, cioè senza il consiglio dei
za dei titolari e dalle lunghe vacanze, dalle cattive elezioni cardinali, non dare al papa il titolo di Universalis Ecclesiae
da parte della Curia e dalla sempre piú scarsa sorveglianza Pontifex3, restituire ai vescovi, successori degli Apostoli, il
esercitata dai vescovi sul clero diocesano. [...] dovuto onore e l’antico diritto. [...]
Per una dinamica fatale la Chiesa d’Avignone, material- Le richieste, come si vede, sono ancora lontane dall’espli-
mente e moralmente impoverita, fronteggiata dalla nuova cita affermazione della supremazia conciliare; tuttavia il
Europa, era costretta a cercare la sua salvezza là, dove ri- papa è messo in stato d’accusa, la sua plenitudo potestatis,
siedeva la sua rovina. Quanto piú s’allargava e s’infittiva la ammessa come principio, viene di fatto vincolata da mille
rete dei suoi interessi temporali, quanto piú essa aderiva restrizioni e riserve, s’accenna l’ideale della Chiesa primiti-
alla terra per trarne il succo vitale, tanto piú s’impoveriva va, s’avvia quel processo d’inversione per cui l’autorità e il
la sua sostanza religiosa e si abbassava il suo prestigio. [...] potere, anziché irradiare dal centro o dal vertice del papa-
Quando Clemente V metteva all’ordine del giorno del to, deriverebbero ad esso dalla comunità dei fedeli.
Concilio ecumenico di Vienne (1311-1312) la riforma ec-
clesiastica e chiedeva ai vescovi di esprimere liberamente
il loro avviso, pensava senza dubbio a rimuovere sempli-
cemente qualche abuso nell’alto e nel basso clero, senza
che per ciò dovessero venir intaccate l’autorità pontificia o
la costituzione della Chiesa.
Se non che vi fu chi prese alla lettera l’invito e non ebbe
scrupolo di dire tutta la verità. Il vescovo d’Angers, Gu-
glielmo Lemaire, nel suo memoriale non si limitava a la-
mentare in generale lo scadimento della vita religiosa per
la corruzione del clero e l’ingerenza dello stato; egli se-
1. De modo ... celebrandi: Come si debba celebrare il Concilio universale.
gnalava quella, che, a suo modo di vedere, era la ragione 2. plenitudo potestatis: pienezza di potere.
prima di tanti mali, cioè il sistema dell’accentramento pa- 3. Universalis Ecclesiae Pontifex: Pontefice universale della Chiesa.

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238 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

STORIOGRAFIA

SCIENZA  E TECNOLOGIA
T14 | L’impatto della peste sull’evoluzione della scienza medica
Da G. Cosmacini, L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2011, edizione digitale 2014.

tesi La peste costituí un punto di svolta nella storia della medicina, perché causò un ripensamento
del ruolo del medico e delle strutture ospedaliere.

argomentazioni All’inizio del Trecento l’incapacità di spiegare e curare le epidemie di peste causò un discredito
della medicina e dei medici, che impose loro di ripensare la propria professione dopo il XIV secolo.
La peste richiese l’istituzione di nuove strutture di cura: sorsero cosí i lazzaretti, che si
configurarono in modo simile agli ospedali moderni, come luoghi di cura di malattie acute.

conclusioni Anche rispetto alla scienza medica il Trecento fu un periodo di crisi, che può essere vista come
destabilizzazione negativa ma anche come spinta positiva alla trasformazione.

Gestito da congregationes clericali o da laiche fraternitates1, portando a morte e putrefazione grandi masse di pesci. [...]
il sistema ospedaliero della carità si caratterizzava, agli ini- Astri e clima erano peraltro le sole presenze naturali e ra-
zi del Trecento, per la sua estensione pressoché ubiquitaria. zionali in grado di dare plausibilità non teologica, ma lo-
Si caratterizzava inoltre per la sua incipiente medicalizza- gica, alla tesi medica dell’unica causa possibile, probabi-
zione. Tutto lasciava presagire che l’ingresso di chirurghi le, certa: quella dell’aere corrotto [...]. Un mal’aere sparso
«istruiti» e di medici «addottorati» nei luoghi religiosi e dappertutto, come sparsa dappertutto, cioè diffusa ed epi-
pii dell’assistenza caritatevole avrebbe portato questa, nel demica, era appunto la peste.
corso dello stesso secolo, a trasformarsi definitivamente in Questo era quanto capiva e sapeva, o credeva di capire e
un’assistenza curativa comprensiva di valenza terapeuti- sapere, la scienza medica, allibita davanti all’insulto biolo-
ca. E invece no: «il sistema ospedaliero dei secoli XII e XIII, gico, al contagio inarrestabile, alla malattia inguaribile, al
sotto la dominazione e il controllo della Chiesa, non resisté decorso morboso fulminante. [...]
alla crisi del Trecento» (Racine). [...] Il trauma mentale indotto dalla paura della peste era vio-
La moria è la peste. [...] La peste appariva «appiccarsi da lento. Nella sensibilità collettiva e nel senso comune, la
uno ad altro» e «non solamente [dal] l’uomo all’uomo», buona morte, porta d’ingresso felice nella vera vita, si de-
ma anche da questo agli animali e viceversa (Boccaccio). ritualizzava circondandosi di orrore e terrore. La ragione
In un’epoca che precedeva di molto l’osservazione micro- medica non era piú attrezzata del senso comune, né meglio
scopica dell’infinitamente piccolo e di parecchio le prime orientata. Essa assisteva impotente. [...] La medicina ufficiale
congetture sul «contagio vivo», i bacilli non potevano tro- appariva come colta da capogiro davanti al vuoto scientifico
vare posto nello schema interpretativo della peste. E nem- spalancato improvvisamente dall’interrogativo inquietante:
meno potevano trovarvi posto i topi e le pulci, nonostante la peste, cos’era? Nonostante le illazioni astrologiche e «ae-
che la loro presenza fosse un dato macroscopico. Però non riste», l’incubazione brevissima, il rapido propagarsi, l’acu-
era un dato fuori dalla norma, la loro presenza non era pa- zie del quadro clinico, la prognosi infausta, facevano della
tologica; era anzi fisiologica a un metabolismo cittadino in peste una malattia rivoluzionaria, che veniva improvvisa,
continuo svolgimento tra magazzini e cloache, tra granai dopo sette secoli di silenzio, a irrompere nella rete dei con-
e canali di scolo, tra approvvigionamento di cibo e smal- cetti medici, scompigliandola. [...] Dall’insipienza e dalla
timento dei rifiuti. Medici e non medici non prestavano incomprensione derivava l’impotenza. [...]
attenzione a questa fauna domestica, che non rappresen- L’apocalisse esorcizzata dall’invocazione a fame, peste, bello,
tava un’anomalia da spiegare. Non si poteva pensare a es- libera nos, Domine, che affidava di nuovo al Divino protet-
sa come a una possibile causa o concausa esplicativa. [...] tore e guaritore la difesa del male, si rifletteva in una crisi
Piú esplicativi di pulci e topi apparivano gli astri e il clima. della medicina che vedeva i medici esautorati da ogni capa-
[...] Le straordinarie cause astrali si prolungavano in straor- cità di tutela e di guarigione. [...]
dinarie cause telluriche e marine: nel terremoto capace di
sprigionare dalle viscere della terra fumi e vapori inferna- 1. congregationes ... fraternitates: congregazioni religiose o confrater-
li, nel maremoto capace di sollevare ingenti masse d’acqua nite laiche.

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 239

Il duro impatto con la peste aveva esautorato la medicina te, non mortale. Era morte civile, non fisica. La peste era
dal ruolo, in via di acquisizione, di teoria convalidata e di una malattia acuta [...], mortale. [...] Conseguentemente la
pratica efficace. Parallelamente aveva scalzato i medici dal lebbra era destinata a una struttura ospedaliera che aveva
ruolo, acquisito per tradizione e convenzione, di curanti piú del cronicario, del nosocomio2 per sempredegenti. La
disinteressati e partecipi. In tal modo faceva bruscamente peste invece era destinata a una struttura ospedaliera per
rinculare l’inoltrato processo di laicizzazione della scienza malati acuti, dove questi o morivano o, se fortunati, scam-
medica, da un lato, e, dall’altro, l’avviato processo di se- pavano alla morte e venivano dimessi, guariti. Il luogo del-
colarizzazione dell’arte salutare all’interno degli ospedali. la lebbra, il lebbrosario, era piú simile al vecchio ospizio; il
Pur se gli ospedali erano ancora luoghi piú di religiosi che luogo della peste, il lazzaretto, era piú simile all’ospedale
di medici, la trecentesca crisi della medicina era anche una moderno, che, di fatto, in certo qual senso, anticipava.
crisi ospedaliera. [...] La peste era dunque un agente non solo destrutturante a
Erano l’epidemiologia e la clinica della lebbra e della peste piú livelli, ma anche mutante, in positivo.
a determinare le rispettive valenze e metafore, a condizio-
narne le rispettive istituzioni e strutture, create a difesa. 2. nosocomio: da nósos, «malattia», e comèo, «curo», è un termine oggi
La lebbra era una malattia cronica, subcronica, invalidan- poco usato per «ospedale».

S I N T E S I
Un secolo di crisi Il declino del papato e dell’impero
Il Trecento è considerato un’età di crisi, ma vi sono due op- Nella prima metà del Trecento papato e impero si indebo-
poste interpretazioni: la tesi «depressionista» considera il liscono, ponendo cosí le premesse per il consolidamento
Trecento un secolo di decadenza; la tesi «ottimista» lo in- delle monarchie nazionali e per una crisi dell’unità reli-
terpreta come un secolo di trasformazione. La crisi è allo giosa europea. Nel 1308, su pressione di Filippo IV il Bello,
stesso tempo politica, con il crollo delle istituzioni univer- Clemente V trasferisce la sede papale ad Avignone, aprendo
sali che avevano dominato il Medioevo (papato e impero), la fase della Cattività avignonese (1309-1377). A Roma Co-
ed economico-demografica, con carestie, epidemie, guerre. la di Rienzo guida una rivolta repubblicana che si conclu-
de tragicamente (1347-1349); alcuni anni dopo, le proteste
La peste e le sue conseguenze socio-economiche
del popolo vengono affrontate con le Costituzioni egidiane
L’evento che innesca la crisi del Trecento è la grande epi-
(1357). Nel frattempo la crescente corruzione della Chiesa
demia di peste che colpisce l’Europa tra il 1348 e il 1350,
provoca movimenti di protesta (lollardi, hussiti) che auspi-
provocata da vari fattori come lo squilibrio tra popolazione
cano un ritorno alla povertà evangelica.
e risorse, la sottoalimentazione, la scarsa igiene, le molte
Dopo il ritorno del papato a Roma e l’elezione di un papa ita-
guerre che si svolgono sul continente. Le conseguenze a
liano, i cardinali francesi eleggono un antipapa con sede ad
medio-lungo termine sono un forte calo demografico (che
Avignone, dando il via al Grande scisma (1378-1417), chiuso
continua fino alla metà del secolo XV), lo spopolamento di
dal Concilio di Costanza (1414-1418): su pressione dell’impe-
vaste aree rurali, il crollo delle attività produttive, una no-
ratore Sigismondo di Lussemburgo viene indetto un concilio
tevole diminuzione del prezzo dei cereali (grazie al minor
che elegge un unico nuovo papa, condanna i movimenti di
numero di consumatori che provoca un calo della doman-
protesta e promuove il conciliarismo.
da) e un aumento dei salari (i pochi lavoratori disponibili
Dopo le lunghe lotte tra impero e papato, che avevano carat-
vengono contesi offrendo compensi piú alti). Tutti questi
terizzato la prima metà del XIII secolo, vi è una fase di relativa
fenomeni provocano alcuni importanti mutamenti sociali:
tranquillità fino agli inizi del Trecento. Lo scontro si riaccende
■■la crisi della proprietà fondiaria nobiliare: la diminuzio-
nel 1328, quando Ludovico il Bavaro rifiuta di riconoscere
ne dei canoni d’affitto causa il crollo delle rendite agri-
l’autorità papale e si fa incoronare a Roma da un rappresen-
cole e costringe molti nobili a spostarsi nelle città o a
tante del popolo romano.
entrare nell’orbita della monarchia, che provvede alle
Nel 1356 Carlo IV di Boemia-Lussemburgo emana la Bolla
esigenze economiche in cambio della loro fedeltà;
d’Oro, con cui la carica imperiale diventa elettiva (7 grandi
■■la nascita di nuove forme di piccola proprietà (mezza-
elettori tedeschi, 3 ecclesiastici e 4 laici) ed è definitivamen-
dria): i contadini vengono incentivati a coltivare la terra
te circoscritta al mondo germanico. Agli inizi del Quattro-
anche in cambio di maggiori agevolazioni;
cento Sigismondo di Lussemburgo (1410-1437) si imparen-
■■rivolte contadine (jacqueries), che si scagliano contro l’im-
ta con la casata Asburgo, che diviene detentrice del titolo
posizione di nuove tasse, e proteste dei salariati urbani,
imperiale.
che chiedono rappresentanza nel governo delle città.

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240 Unità 2 La civiltà medievale al suo apice

OFFICINA D I D AT T I C A
AREA DELLE CONOSCENZE
Collocare eventi e fenomeni nel tempo
◗◗Ricostruisci una breve cronologia della diffusione della peste e del crollo demografico che ne seguí.
1. Nel un focolaio di peste venne attestato 4. Negli anni si verificò un’altra ondata
in Cina. di peste, chiamata «peste dei bambini».

2. La peste raggiunse la colonia genovese di Caffa nel 5. Nel l’Italia aveva una popolazione di circa
. 10 milioni di abitanti.

3. Nel la peste arrivò in Svezia 6. Nel l’Italia aveva una popolazione di circa
e Russia. 7,5 milioni di abitanti.

◗◗Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


1. Il trasferimento della curia papale ad Avignone 3. Nel 1356, Carlo IV imperatore emanò la Bolla d’Oro
durò dal 1309 al 1377. V F per regolare l’elezione imperiale. V F
2. Il Concilio di Costanza (1414-1418) provocò il Piccolo 4. Il tentativo di Cola di Rienzo a Roma avvenne
scisma d’Occidente. V F dopo il rientro dei papi da Avignone. V F
10 punti max; 1 punto per ogni risposta esatta; 0 per ogni risposta non data; -0,5 per ogni risposta errata.  ◗ Punti . . . . . . .

Utilizzare il lessico disciplinare


◗◗Esegui secondo la consegna data.
1. Definisci il concetto di congiuntura e fai un esempio 3. Spiega il termine «open fields».
storico studiato in questo capitolo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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4. Spiega che cosa si intende per pandemia.
2. Descrivi il principio del conciliarismo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Positivo 8 punti; 2 punti per ogni definizione esatta.  ◗ Punti . . . . . . . . . . .

Localizzare eventi e fenomeni nello spazio


◗◗Localizza
sulla carta
i principali
porti del
Mediterraneo
Oceano colpiti dalla
Atlantico
pestilenza
fin dal 1347,
scrivendone
i nomi. Traccia
poi il percorso
della peste
Oceano
Pacifico dall’origine a
Caffa e da qui
a Messina.

Oceano Indiano

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Capitolo 7  La crisi del Trecento 241

AREA METODOLOGICA
Lavorare con gli strumenti di base
1. Scrivi un ipertesto di 3 parole chiave (max 5 righe per ogni 3. Riporta in una scaletta le accuse ricorrenti nei confronti de-
parola) sul tema Potere imperiale dal grande interregno a gli ebrei. Questa scaletta ti serve come primo lavoro meto-
Massimiliano I. dologico per il seguente esercizio di scrittura creativa.
2. Analizza e scheda le letture [  T4 e T5] sulla caccia agli
ebrei durante la peste.

AREA LOGICO-ARGOMENTATIVA
Problematizzare scrivendo fossero una guida per una lezione che devi svolgere per i
tuoi compagni.
Rileggi attentamente il capitolo, i testi storiografici sull’antigiu-
daismo e l’antisemitismo durante la crisi del Trecento [  T11, 2. Dopo aver analizzato le diverse risposte sull’origine e sulle
T12] e la scaletta che hai elaborato in precedenza. cause della peste date al tempo, aiutandoti con il T14, defini-
sci insieme al tuo insegnante di Scienze le caratteristiche del
Immagina di essere un giovane ebreo della tua età all’epoca
bacillo Yersinia pestis. Individua gli elementi fondamentali del-
della peste del 1348.
la malattia e costruisci un tabellone, da usare in classe, con
Annota in un diario le vicende che stanno accadendo, le accu- la storia e le tappe della cura della peste. In un altro tabello-
se che vengono rivolte alla comunità ebraica nella quale vivi, i ne individua le possibili pandemie degli ultimi cinquant’anni.
modi con cui le accuse vengono portate. Indica le risposte che
potresti dare a quelle accuse infondate soffermandoti, in par- Analizzare e spiegare i documenti e i concetti
ticolare, sugli stati d’animo che provi.
Scrivi nella tua scheda di lettura le proposizioni chiave del ser-
Le annotazioni del diario non devono superare le 6.000 bat-
mone di John Ball [  T3] e indica quale concezione di ugua-
tute di Word.
glianza esso esprime.

Esercitare l’interdisciplinarità Spiegare la storia secondo la logica


1. Riprendi le letture presenti nell’Archivio riguardanti la de- continuità/discontinuità
scrizione della peste [  T1, T2] e confrontale con le pagine Fornisci un’interpretazione del tema «La ristrutturazione eco-
iniziali del Decameron di Giovanni Boccaccio. Evidenzia af- nomico-sociale dopo la peste del 1348: le trasformazioni della
finità e differenze tra i vari documenti. Componi una sche- proprietà signorile, della condizione dei contadini e della pro-
da dei diversi documenti (autore, anno, tipo di fonte e ar- duzione». Registra poi la tua spiegazione, tenendo conto che
gomenti sintetici), poi elabora una serie di slides, come se l’esposizione non può superare i dieci minuti di tempo.

Stabilire nessi
◗◗Completa la tabella relativa alle due scuole di pensiero in disaccordo sulla crisi del Trecento,
poi scegli una delle due tesi, argomentando la tua posizione. Tieni in considerazione anche i recenti
risultati del dibattito in merito alla differenziazione regionale dell’impatto della crisi.
Tesi depressionista Tesi ottimista La mia tesi
Definizione Definizione

Individuazione dei nessi Individuazione dei nessi

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