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MICHELE PALADINO
Uno sguardo tra cielo e terra,
sacro e profano

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Mostra e catalogo a cura di:
Edoardo Maffeo

InterventI criticI:
Mariangela Maritato
Giuseppe Castelli
Giuseppe Vico

In collaborazione con:

Con il patrocinio di:

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Tenere in equilibrio il mondo in piena coscienza, lamiera di ferro, 2011 (part.)

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Tra cielo e terra, tra sacro e profano

Malleabile, ma resistente, manipolabile ma mai radicalmente modificabile nell’essenza, il


metallo sembra vibrare quando l’artista lo piega al suo volere disegnando traiettorie morbide o
spigolose. La luce scivola sulla ruvida scorza del ferro dipingendovi suggestioni, delineando
superfici, definendo piani in perenne movimento. Come la personalità umana, le forme della
materia sembrano mutare al mutare dell’angolo percettivo, oppure si rinnovano sotto lo
sguardo indagante dello spettatore, reagiscono alla curiosità, allo sprezzo, alla rabbia e alla
dolcezza di chi guarda. Si trasformano e si rimodulano se sottoposti al gioco volubile del tempo
e dello spazio, reagiscono come elementi variabili, quasi un’allegoria delle tante ed
imperscrutabili vie che i nostri pensieri possono percorrere.
Celandolo dietro un’apparente ed estraniata semplicità, Michele Paladino tutto questo lo sa da
tempo, forse da sempre, sicuramente da quando ha scoperto la sua, straordinaria aggiungo io,
capacità di riportare l’artista alla dimensione dell’homo faber che, nel dare forma alla materia,
vive contemporaneamente la conoscenza e l’interiorità sacrale del passato ma non si stanca di
indagare con stupita curiosità le profane miserie del quotidiano.
Il risultato, anche nell’opera di piccola misura, è una forma imponente, a volte
scenograficamente barocca, una presenza che rimanda alle sue profonde radici di uomo del sud
e ad una cultura ricca di valori antichi e misteriosi saperi.
Pur nel loro aspetto severo, le sue sculture riescono a trasmettere un forte senso di dinamicità
spirituale, sono gravide di una primordialità che consente all’arcano della vita di insinuarsi,
silenzioso, tra gli strati della materia e donarle valenze fortemente simboliche. I simboli, d’altra
parte, sono da sempre le porte che permettono all’umanità di accedere alla sfera del sacro e,
benché la nostra società secolarizzata sembri sempre più distante dai problemi dello spirito,
anche oggi non perdono il loro potere evocativo e conservano inalterato tutto il fascino di un
linguaggio prezioso che fa risuonare echi profondi in una contemporaneità troppo spesso
assordata da chiacchiericci senza testa e senza peso.
Sacro e profano possono esistere l’uno senza l’altro? No, ma devono convivere in uno stato di
perfetto equilibrio. Da sempre l’uomo è andato alla ricerca del punto di sintesi tra dicotomie
apparentemente inconciliabili, un punto impossibile da trovare se non osservando il
movimento oscillatorio di un pendolo che, perennemente sospeso tra cielo e terra, percorre e
ripercorre la stessa traiettoria in versi opposti. Esattamente come in qualsiasi ricerca del sapere,
della verità e del bello.

Edoardo Maffeo

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Dedico questa mostra a mia madre. Percorrendo i tortuosi sentieri
mano nella mano le dico: “Mamma, sei la dea della mia arte”.

Uno sguardo tra cielo e terra,


sacro e profano
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La scultura come spazio del sacro

Fin dai tempi di Aristotele l'arte è funzione della natura, strumento con cui la natura stessa
finisce per ripristinare, confermandola, la propria reale intrascendibilità. Il fare umano consente
il semplice "venire alla luce" di ciò che si può definire "il cuore stesso della cosa". E tutto nelle
cose si muove. Tutto l'esistente diviene, come avrebbe ripetuto alla fine del Diciannovesimo
secolo Nietzsche. Per Aristotele parlare di natura significa riferirsi a "ciò che si muove da sé",
che ha in sé stesso il principio del proprio movimento.
Il concetto di "natura" allude all'orizzonte trascendentale in cui l'uomo stesso, così come ogni
altra cosa, è indubitabilmente iscritto. Da ciò deriva un principio fondamentale per il fare
artistico: quello secondo cui il ruolo dell'arte, ossia della "tecnica poietica", sarebbe
riconducibile alla possibilità di rendere manifesta la vera naturalità "da" ed "in" ogni artificio.
Scopo del vero artista, come già Kandinskij voleva mettere in forma attraverso la cosiddetta
verità dell'"astrazione", è il movimento puro. Un movimento che tutto avvolge e che si svela,
rendendosi visibile.
Il ricco corredo iconografico delle sue opere in ferro attinge infatti all'arte sacra e alla
simbologia medievale mescolandosi con una visione tragica della realtà indagata in tutti i suoi
aspetti sociali.
Finestrelle ritagliate nella lamiera, porte, scale, vortici. Lo studio dell'arte classica, pompeiana,
del teatro della Bauhaus e della teoria della similarità strutturale tra arte della costruzione e arte
scenica ha condotto l'artista ad una ricerca originale sulle possibilità espressive della scultura
intesa come forma d'arte pura, con una propria architettura interna, fino al concepimento di
forme e strutture i cui vuoti invitano lo spettatore ad entrare nell'opera e a viverla in maniera
partecipata.
L'acutezza degli angoli delle sue sculture manifesta un moto disperato verso l'alto in una
tensione di mistica elevazione.
Ritorna in esse l'idea di "centro" che ha grande importanza in tutte le tradizioni antiche. Il
centro rappresenta il "principio" e lo spazio che si crea dal suo irradiamento è il mondo nel
senso più ampio della parola. Il centro si esprime anche attraverso il simbolo del "sole",
nell'ordine fisico il cuore del mondo e principio divino.
Ritroviamo inoltre l'uso del simbolo assiale della "scala" che evoca il perpetuo movimento
ascendente e discendente dell'universo.
E' la natura inscritta in tutti gli artifici di cui è costellata la terra che, nella sua arte, si svela.

Mariangela Matitato

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Tenere in equilibrio il mondo in piena coscienza, lamiera di ferro, 2011

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L’incontro, lamiera di ferro, 2008

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La lunga attesa, lamiera di ferro, 2008

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Toccare il sole con le mani, lamiera di ferro, 2010

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La bambina e l’aquilone, ferro, 1968

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Copricapi processionali, lamiera di ferro, 2018

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Salirò quella scala, lamiera di ferro, 2009

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La magica scala nel percorso della vita, ferro con interventi di colore, 2009

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Crocifissione ieri e oggi, ferro con interventi di colore, 1973

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Andata senza ritorno, ferro con interventi di colore, 2008

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Finestre sull’universo, ferro con interventi di colore, 1980

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Sguardi alle finestre, compreso il mio, nel mondo di’oggi, lamiera di ferro con inserti di tecnica mista su tavola, 1982

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La grande attesa dell’anima passeggera, ferro con interventi di colore, 1975

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Come la luce di una candela la vita si consuma e si innalza, lamiera di ferro, 1980

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Il segreto nel teatrino dei sogni, ferro, 2018

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Con il tempo si riempiranno i nidi e liberi voleranno nell’azzurro cielo, lamiera di ferro con inserti di tempera su tavola, 2018

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La prima condizione che si viene a creare tra me e
Paladino e quella della sorpresa e dello stupore. Sul
piano quantitativo e su quello qualitativo: ha creato
tantissimo, le sue opere sono ovunque. In molte
Chiese, per le quali ha fatto cose belle, quasi
sospese tra l’esigenza della modernità e il bisogno
di non perdere il contatto con la tradizione.
Paladino sa indurre a gustare anche ciò che non si
vede ancora. Il problema che lo tormenta
positivamente è la complessità, per uscire dalla
quale occorrono scelte, studio, trasporto spirituale
e quei benedetti martello e pennello che riescono a
inseguire e, al tempo stesso, a sfuggire al richiamo
dell’arte. Proprio a quell’arte che, forse, prima di
trovare ispirazioni e incarnazioni nel cielo e nella
terra, affonda le radici in un mondo onirico tutto
particolare. Sembra andare contro corrente proprio
attraverso quella sua classicità inquieta ed elabora
vie sue per ascoltare la chiamata che gli viene da
mondi apparentemente lontani per colmare quella
insoddisfazione e quel desiderio di cose alte che
portano sempre anche il segno di una nostalgia di
ciò che ci costituisce e che non conosciamo ancora
nella sua pienezza.
L’espressività aiuta l’uomo a manifestarsi. E vede la
vita sempre con una visione d’insieme: alla vita puoi
solo aggiungere ma non togliere. Ha studiato, come
allievo di bravi Maestri a Brera, e tanto come
autodidatta. Ha coltivato a modo suo l’esercizio
della memoria sull’arte del passato e ha incarnato in
sé una specie di principio, di paradigma di
riferimento: difficile fare arte senza vivere e rivivere
i sottili intrecci di senso del rapporto tra l’uomo e il
Cielo, tra l’uomo e la Terra, tra l’uomo e il
sottosuolo. E su queste realtà si concentra affinché
il cielo non sia troppo lontano, la terra troppo arida
e spenta, il sottosuolo troppo ingombrante.
Giuseppe Vico

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Racchiuse nel magico tempo 1, lamiera di ferro con inserti di tempera su tavola, 2018

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Racchiuse nel magico tempo 2, ferro con inserti di tempera su tavola, 2018

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Racchiuse nel magico tempo 3, ferro con inserti di tempera su tavola, 2018

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La nascita del mondo oggi, ferro, 1989

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Natività, scagliola di gesso, 1972

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Nudo, scagliola di gesso. 1972

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Stanca nell’umana indifferenza, ferro con interventi di colore, 1970

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L’ultimo sguardo, (particolare), ferro, 1984

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Il linguaggio di Michele Paladino contiene l’austerità e
il senso di mistero propri di una società antica, che sta
alle radici della civiltà. Dalla sua terra, il Sannio, l'artista
ha portato con sé tutti gli echi della millenaria
tradizione artistica campana, la commozione religiosa
dei bronzetti votivi di quelle terre e il senso
monumentale delle grandi sculture in pietra, appena
mediati dalla spontaneità espressionistica della
primitiva arte cristiana. Espressività, naturalismo e
candore caratterizzano una produzione che nasce
sotto il segno di una tumultuosa ispirazione,
temperata soltanto dalla costante e dura lotta con la
materia informe da parte dell'ar-tista, che la modella
ancora con la forza del braccio e la potenza del
martello. I materiali preferiti dall'artista sono brandelli
di me-tallo, quasi sempre di recupero, sui quali il
tempo ha già inciso il suo segno profondo. Una tecnica
difficile da classificare, spesso molto vicina al
bassorilievo, in cui l'artista ottiene effetti attraverso
una lotta sfibrante con la materia, un lento e
progressivo logo-ramento del metallo, che viene
tagliato, martellato, cosparso di acidi, fino a condurlo
al risultato voluto. Le opere scabre e ruvide non
concedono nulla ad una ricerca inutilmente estetica
ma van-no dritte allo scopo, quello di suscitare
emozioni forti, echi di un tempo passato tanto lontano
da essersi trasformato in mito, un tempo antico in cui
le immagini legavano indissolubilmente culto e forze
della natura. Oggi i suoi frequenti ritorni al messaggio
evangelico e alle sue simbologie, i suoi angeli stanchi e
angosciati, quasi che le incombenti forze del male
possano da un momento all'altro travolgerli, ci
restituiscono un artista animato da una fede semplice
e schietta, come semplice, schietto ed im-mediato è il
messaggio che lega le sue opere all'attenzione dello
spettatore.
Giuseppe Castelli
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Per la recita di un opera, ferro con inserti colorati, 1978

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La tragica convivenza, ferro, 1980
Rivivere, ferro, 1972

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Piccolo monumento alla coscienza, ferro, 1984
L’ultimo sguardo, ferro, 1984

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Oltraggio a venere, ferro, 1975

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Tempere
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La città fantasma, tempera su carta, 1992

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Stati d’animo in movimento, tempera su carta, 1995

Sognando la luce, tempera su carta, 1995

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Osservando le nuvole, tempera su carta, 1995

Sognando, tempera su carta, 1995

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Stati d’animo in tormento, tempera su carta, 1998

Guardando all’infinito, tempera su carta, 1998

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Il teatrino che risveglia
gli animi
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MICHELE

Schivo e gentile
nei tuoi occhi il lampo
indomito percorri l’ignoto,
nella forza delle tue mani
il ferro cerca la luce,
schivo e gentile
nell’anima il sogno.
Il tumulto del tuo cuore
attraverserà il tempo.

Annamaria Vitali

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Il teatrino che risvegli gli animi, lamiera di ferro e stoffa, 2009

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Foto by Iviana Borissova

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NOTA BIOGRAFICA

Michele Paladino è nato a Montesano


Scalo (Sa) nel 1950. Pittore, scultore e
grafico, ha studiato a Vigevano (Scuola di
Grafica) e Milano (Scuola degli Artefici di
Brera, diploma al Liceo Artistico e
all'Accademia di Brera). Ha tenuto
personali a Milano, Vigevano, Pavia e
partecipato a numerose rassegne a
Cremona, Novara, Brescia, Bergamo e
Montecarlo, ottenendo riconoscimenti
ed importanti premi. Di lui hanno scritto
R. De Grada, P. Fiori, G. Castelli, T.
Martucci, A. Musiari, L. Teruggi, G.
Martucci, L. Crippa ed altri, su giornali,
riviste e volumi d'arte. Sue opere si
trovano in numerose collezioni private,
chiese ed edifici religiosi, prestigiose
istituzioni pubbliche.
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Ringrazio Edoardo Maffeo che è riuscito ad aprire la porta
dei miei sogni magici, partecipando con me a quel gioco
meraviglioso che è l'arte

Michele Paladino

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