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Università degli Studi di Palermo

Facoltà di Scieanze della Formazione


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Corso di Laurea in Discipline della comunicazione

Dalle “convergenze parallele”


alla Guerra al terrore
Un approccio multidisciplinare allo studio
del linguaggio e del discorso politico

Tesi di laurea di:

Fabrizio Colimberti

Relatore:

Prof.ssa Francesca Piazza

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Anno Accademico 2005-2006


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Indice

Introduzione » Pag. 4

1. Il linguaggio ed il discorso politico » Pag. 6

1.1 Il linguaggio politico


1.2 Il discorso politico
1.3 Concetti politici
1.4 Opposizioni
1.5 Il potere costituente
1.6 Il linguaggio delle helping professions
1.7 Autorità, controllo e creatività
1.8 La lingua istituzionalizzata è una partita a scacchi

2. Dalle ideologie ai media » Pag. 25

2.1 Ideologie
2.2 Il contesto extralinguistico: morotese e dorotese
2.3 La crisi, le rivoluzioni ed i totalitarismi
2.4 Gli stili e la funzione retorica
2.5 Persuadere chi?
2.6 Posizionamenti
2.7 Media

3. Metafore e genitori » Pag. 43

3.1 La metafora
3.2 Il paradigma cognitivista e la metafora

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3.3 Il frame
3.4 Soldi, verità ed accordi
3.5 L’11 settembre e la War On Terror

4. Aristotele e la prospettiva retorica » Pag. 65

4.1 Retorica
4.2 L’atto oratorio
4.3 Le prove retoriche

Conclusioni » Pag. 76

Bibliografia » Pag. 78

Abstract (English) » Pag. 84

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Introduzione

Lo studio del linguaggio politico come discorso risale agli anni ’60. Grazie
soprattutto al lavoro del filosofo Michel Foucault, in quegli anni si iniziò ad
utilizzare tale approccio per analizzare il linguaggio delle istituzioni e degli agenti
politici. L’intera attività istituzionale cominciò quindi ad essere studiata
cercandone finalità specifiche, quelle della ricerca del consenso e della gestione
del potere. Del linguaggio politico non si studiarono più semplicemente le
costruzioni semantiche o sintattiche, ma anche i simboli ed i riti. Da questo
spunto, ebbero successivamente impulso gli approcci alla materia in senso
linguistico e politologico.

Come spesso accade, alla conseguente fioritura di studi seguirono profonde


divergenze fra gli studiosi. Secondo Giorgio Fedel [1999], nella letteratura
specifica prevalgono due dimensioni. La prima, detta panpolitica, intende l’intero
linguaggio naturale come interazione tra almeno due individui e quindi come
politico: è la prospettiva del discorso politico come istituzione sociale, non
discernibile dagli altri linguaggi, ed inteso come parte dei processi di potere,
consenso e legittimazione propri della politica [Cedroni e Dell’Era, 2002]. L’altra
dimensione, quella patologica, considera invece il discorso politico come
semirazionale o irrazionale e orienta il proprio percorso di analisi sulla base della
lontananza rispetto alla cosiddetta argomentazione razionale. Si tratta del
linguaggio tipico dei regimi totalitari o di quello derivante dalle distorsioni
comunicative evidenti in alcuni dei moderni regimi democratici. A tali due
dimensioni, come sottolineano Lorella Cedroni e Tommaso Dell’Era, occorre
aggiungerne una terza, quella del linguaggio politico come linguaggio settoriale,
legato alla lingua comune e ad altri linguaggi speciali e contestuale ad un proprio
ambito di pertinenza dai confini non sempre ben definibili.

Ci troviamo di fronte dunque a tre possibili alternative: una che elimina il proprio
oggetto di studio, un’altra che vede il linguaggio politico come mancante delle
essenziali funzioni linguistiche (siano esse la qualità, la chiarezza, la
precisione…), ed infine un’ultima, per molti versi ormai antiquata, che prova a

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spiegare i meccanismi di intersezione tra linguaggio e politica nelle moderne
società occidentali.

Appare opportuno in questo senso riorientare le ricerche in direzione


multidisciplinare, ricercando le corrispondenze tra la dimensione linguistica e
quella istituzionale, cercando di capire che tipo di codici prevalgono in questo
particolare ambito della vita sociale e servendosi di diversi paradigmi di studio. È
infatti ormai indubbio che tra la prassi politica ed il suo linguaggio esista una
precisa corrispondenza, e che prassi e linguaggio si influenzano e si modificano
vicendevolmente. La politica orienta gli attori nello scegliere il proprio
linguaggio, e la lingua non si limita ad una mera funzione strumentale, bensì ad
un’attiva opera di cambiamento e di modificazione della realtà.

Scopo di questo lavoro è quello di contribuire alle ricerche sul linguaggio e sul
discorso politico con un’attenzione particolare ad una problematica specifica,
quella retorica, intersezione ideale negli studi tra l’impostazione della scienza
politica e quella della filosofia del linguaggio; ciò ha richiesto una selezione della
letteratura che tenesse in conto soprattutto i discorsi ed i prodotti linguistici delle
istituzioni e degli agenti politici, ma contemporaneamente anche i problemi posti
dalle problematiche illustrate da Foucault e dalle riflessioni rispetto alla
dimensione politica insita nel linguaggio stesso. Rispetto ai problemi propri della
via retorica, anticipiamo qui un’intenzione di base, quella di esplorare la funzione
persuasiva del linguaggio politico: prospettiva che rifiuta di scindere gli aspetti
razionali e quelli irrazionali di un processo persuasivo e che cerca di far quadrare
il cerchio tra emozione, logica, stile e verità. Per far ciò abbiamo pensato un
percorso che partendo da un’ottica più teorica e ricca di complessi paradigmi
interpretativi si confrontasse con il ricorso ad una sempre più feconda tradizione
di studi aristotelici che vede nella teoria centrale della persuasione del filosofo di
Stagira una pietra angolare per la comprensione dei fenomeni retorici.

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Primo capitolo: Il linguaggio ed il discorso politico

«Every ideology is only the false mask for schemes in behalf of the strongest»
Chaim Perelman, The New Rethoric and Humanities, p. 143

«When I use a word, it means what I want it to mean, neither more nor less…
The question is who is to be the master, that’s all»
Lewis Carroll, Alice Through The Looking Glass, p. 190

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1.1 Il linguaggio politico

Secondo i politologi Cedroni e Dell’Era [2002], i campi di analisi del linguaggio


politico sono essenzialmente tre: il linguaggio della teoria politica, il linguaggio
della ricerca politica ed il linguaggio della prassi politica. Secondo i due studiosi,
il primo è il momento essenzialmente speculativo, di studio; il secondo è quello
operativo, ed il terzo è quello maggiormente pratico, concreto.

Ciò che ci interessa principalmente in questo senso, non è tanto una distinzione,
bensì al contrario un’attenzione a quello che accomuna questi linguaggi. Esiste,
secondo i due studiosi, una struttura socialmente determinata, dipendente dai
diversi contesti ideologici, culturali e storici che danno vita a «comportamenti
linguistici altamente differenziati, utilizzati per il posizionamento dei partiti e dei
leader o per attivare processi di identificazione e mobilitazione». Questa è un’idea
importante, proprio perché è il primo elemento di legittimazione di uno studio in
un ambito di ricerca contrassegnato da una così vasta mole di materiale da
prendere in considerazione.

Paul E. Corcoran sostiene che «il linguaggio politico come paradigma in scienza
politica è tutt’altro che chiaramente definito» [1990, p. 66]. È un’affermazione
quasi unanimemente (e tacitamente) condivisa dagli studiosi consultati per questo
lavoro. Sicuramente esiste un secondo elemento che funge da collante rispetto ai
diversi campi proposti come elementi fondamentali dell’analisi, ed è la
caratteristica destinazione pubblica del linguaggio, sia essa intesa come
riguardante le idee sia i progetti o anche le semplici opinioni. Definire il concetto
di linguaggio politico in realtà serve maggiormente a denotare una diversità
esistente rispetto al discorso politico, anche se molti studiosi sembrano
confondere i due concetti. È proprio per questo che all’interno del significato di
discorso politico Cedroni e Dell’Era propongono una definizione del solo
linguaggio politico, visto come «l’insieme di costruzioni linguistiche
rappresentative o denotative, semantiche o connotative, pragmatiche o razionali»
[2002, p. 56].

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Sicuramente però, esistono altri elementi di interesse su questo stesso concetto. Il
politologo americano Edelman si spinge ad affermare che «il linguaggio politico è
la realtà politica» [1992, p. 98]. Con questo si vuole fare riferimento non solo ad
un’idea di linguaggio come parte integrante e costituente del discorso politico, ma
anche ad un altro problema: che tipo di esperienze ha l’opinione pubblica della
politica? Escludendo infatti i cosiddetti addetti ai lavori, cioè coloro i quali
«fanno» la politica, anche chiunque non si limiti soltanto alle dichiarazioni verbali
dei politici, ma si informi e ottenga anche altri prodotti degli stessi (leggi o
prodotti di altre istituzioni politiche, per esempio), sarà sempre caratterizzato da
un’esperienza «sul linguaggio degli eventi politici, piuttosto che sugli eventi
stessi» [ibid.]. Ecco perché il linguaggio politico riveste una grande rilevanza per
l’intera società: seguire la politica per un comune cittadino è un’esperienza
linguistica, che spesso può comportare numerose difficoltà; a questo proposito si
pensi ad esempio a quando si incontrano la politica ed il burocratese.
Cos’è invece il discorso politico, dunque?

1.2 Il discorso politico

Riprendendo il filosofo Michel Foucault, Chris Weedon definisce come discorso


«i modi di costruzione della conoscenza insieme alle pratiche sociali, alle forme di
soggettività e alle relazioni di potere inerenti a tali conoscenze, e alle relazioni tra
loro. I discorsi sono più che dei semplici modi di pensare e di produrre significato.
Costituiscono la natura del corpo, della mente (incosciente e cosciente) e della
vita emozionale dei soggetti che cercano di governare» [Weedon, 1987, p. 108,
trad. mia]

Qui c’è tutta la grande attenzione che Foucault rivolge alla storia, con un precipuo
senso archeologico (o genealogico) [1969] di uno studio della produzione di
conoscenza nel corso dei secoli; con ciò egli intende guardare alle continuità e alle
discontinuità dell’epistéme prodotta nel tempo, laddove per epistéme intende il
sistema di costruzione delle conoscenze che primariamente influenzano il

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pensiero durante ogni diverso periodo storico e ai contesti sociali nei quali alcuni
comportamenti erano desiderabili o proibiti. Per il filosofo, conoscenza e potere
sono inestricabilmente connessi, inscindibili. Sempre secondo l’interpretazione
che Weedon dà di Foucault, il potere non è altro che «un controllo dinamico ed
allo stesso tempo una mancanza di controllo tra il discorso ed i soggetti, costituiti
dai discorsi, che sono di questi gli agenti. Il potere è esercitato attraverso i discorsi
proprio con il loro costituire e governare i soggetti individuali» [p. 113, trad. e
corsivo miei]. Alcuni discorsi avrebbero creato e definito i sistemi attualmente
definibili come veri, che strutturano come noi definiamo ed organizziamo sia noi
stessi che il mondo sociale, marginalizzando e soggiogandone altri di diversa
origine ed impostazione, cui comunque sono permessi spazi di contestazione e
sfida verso lo status quo. Foucault spiega tutto questo con le proprie ricerche
focalizzate sul come la sessualità, le punizioni e la follia siano state viste nel corso
dei secoli; la formazione delle identità e delle pratiche sociali, in definitiva, sono
correlate storicamente a dei discorsi specifici.

Un concetto come quello di campo discorsivo, secondo il quale esisterebbe, per


esempio, un ambito discorsivo proprio della legge o della famiglia, serve a
spiegare come possono esistere all’interno di uno stesso ambito anche una serie di
discorsi in contraddizione ed in competizione tra loro, che in maniera diversa
contribuiscono all’organizzazione sociale e a dare un senso stesso ai processi
sociali. La volontà di verità è un sistema di esclusione che forgia il discorso e che
esercita una pressione rispetto ad altri discorsi. «Cos’è in gioco nella volontà di
verità, nella volontà di edificare un discorso come vero, se non il potere ed il
desiderio?» [Foucault, 1984, p. 113-4, trad. mia]

Accertato dunque che nello stesso complesso sociale troviamo un discorso


dominante ed altri non dominanti e che producono conoscenza, quello che rimane
da chiederci è il perché alcune voci, riescono ad essere «udite» mentre altre no,
chi ne beneficia e come. Il filosofo suggerisce dunque di orientare la ricerca
proprio verso lo studio della concreta traduzione o riproduzione degli ordini
presenti nel discorso politico delle pratiche istituzionali sovrastanti la società.

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Il livello di analisi proposto è proprio quello delle relazioni che definiscono il
discorso, dunque, e non le semplici analisi lessicali, grammaticali o semantiche.
La chiave per comprendere il concetto è l’influenza che l’enunciatore ha nei
confronti dell’ascoltatore, identificando come evento in sé il discorso stesso.
Come suggerisce Francesca Santulli [2005], ciò che preme a Foucault è la
caratteristica interazione all’interno dell’evento discorsivo e del manifestarsi di
tutti gli elementi che lo compongono. Il discorso è la lingua utilizzata in situazioni
concrete ed utilizzata per arrivare a determinati scopi, essendo al tempo stesso sia
struttura che processo, analizzabile sia nell’analisi dei propri enunciati che delle
proprie funzioni. Il discorso diventa, come si è già visto, una pratica sociale.

1.3 Concetti politici

Come si creano nella mente umana i concetti politici? Lev Semenovich Vygotsky,
studioso russo nato nel 1896, tra i più influenti psicologi del XX secolo, dedicò i
suoi maggiori lavori allo studio della relazione tra lo sviluppo del linguaggio e
quello del pensiero, ed in particolare alla relazione esistente nel formulare un
discorso (sia esteriormente sia interiormente), lo svilupparsi dei concetti mentali e
la metacognizione individuale, cioè la capacità dell’individuo di riflettere sul
proprio modo di pensare e sulle proprie percezioni, prevedendo le proprie reazioni
o quelle altrui, secondo le diverse circostanze. Secondo la prospettiva di Vygotsky
[1934], un concetto di qualsiasi tipo può diventare un elemento linguistico
utilizzabile con consapevolezza e controllabile solo quando è parte di un sistema
in cui ad un concetto di ordine superiore ne corrispondono altri di ordine inferiore.
Questi concetti nascono con la socializzazione all’interno di una comunità, che
perpetua le proprie modalità di trasmissione e costruzione dei significati; ciò vuol
dire, in realtà, che non esiste nulla di inevitabile o innato nella trasmissione ed
acquisizione del linguaggio in società, ma che tutto viene determinato dal ruolo
della scuola e dell’insegnamento in generale.
Il problema posto dalla maniera in cui un concetto viene effettivamente messo in
relazione ad altri per essere recepito presenta comunque questa fondamentale
caratteristica di cui si è già parlato: la tendenza alla gerarchizzazione. Lo studioso

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parla in questo senso di relazioni di iponimia ed iperonimia, a proposito del
rapporto che si stabilisce tra alcuni elementi dalla diversa ampiezza semantica in
uno stesso schema mentale, la cui chiarezza o opacità risulterà determinante nella
costruzione dei concetti propriamente politici.

Risulta al riguardo particolarmente interessante il lavoro del professore di


pedagogia, filosofo e politologo Trevor Pateman [1975] proprio per i legami che
stabilisce tra questi studi ed i problemi sull’analisi della creazione dei concetti in
questo ambito. Pateman ci ricorda come i linguisti generalmente concordino su
alcune caratteristiche del linguaggio naturale, che non è un sistema ordinato,
tutt’altro. Per John Lyons, il vocabolario del linguaggio naturale tende ad avere
molti gap, asimmetrie e indeterminatezze, e rimane lontano dunque da «una
tassonomia scientifica e dalle sue caratteristiche di comprensibilità e
sistematicità» [1968, p. 456, trad. mia]. Si pensi soprattutto alle riflessioni di
Ludwig Wittgenstein [1958], in questo senso.
Secondo Pateman dunque, i vocaboli politici soffrono in maniera particolare di
una disorganizzazione gerarchica e sistematica riguardante gli schemi linguistici
delle persone, che porta i concetti stessi a rimanere parzialmente a-concettuali, e
comporta una conseguente diminuzione della possibilità da parte degli stessi
individui di comprendere i discorsi che fanno uso di questo tipo di vocaboli.
L’esempio di Pateman è illuminante. Egli utilizza vocaboli quali anarchia o
anarchismo, definibili come vocaboli attinenti all’idea di costruire una società
senza governo; il diagramma ad albero che comprenderà alcuni termini quali
anarchia, governo, un vocabolo di più ampio respiro come società e gli iponimi
del vocabolo governo (per esempio monarchia, democrazia, aristocrazia), si
presenta come un diagramma (vedi fig. 1) in cui solo alcuni vocaboli sembrano
avere una base concreta (anche per un problema di referenza nella realtà): saranno
questi gli iponimi della parola governo; i vocaboli ad un più alto livello sembrano
invece rimanere più astratti. Va da sé che vocaboli come monarchia, democrazia
ed aristocrazia che secondo Vygotsky sono definibili come complessi (vocaboli
per i quali non esiste un set finito di caratteristiche sufficienti o necessarie, pur

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essendovi comunque un legame tra le varie definizioni), rappresentano un classico
esempio di somiglianza di famiglia alla Wittgenstein.

Figura 1 [Pateman, 1975, p. 131]

Così, il termine società ed il termine governo secondo Pateman non sono


effettivamente legati tra loro nelle menti dei parlanti, mentre lo sarebbero governo
ed i suoi iponimi, essendo ad un livello più semplice da comprendere. La parola
governo diventa dunque una sorta di nome famigliare per un gruppo di altri
vocaboli e non un’idea compresa in un orizzonte concettuale più esteso. Maggiori
problemi presenta un termine come anarchia; non essendo infatti possibile
riferirsi ad alcun esempio concreto di applicazione politica del concetto, la sua
distanza rispetto al termine società appare allo studioso abbastanza grave; l’unico
vero aggancio può avvenire solo rispetto ai suoi co-iponimi quali monarchia,
aristocrazia e democrazia.

In sostanza il discorso di Pateman si rivolge polemicamente allo strutturalismo


saussuriano; secondo lo studioso, questi tipi di vocaboli non si possono capire
adeguatamente con la semplice opposizione di termini ad uno stesso livello.
Probabilmente è più immediato trasporre il problema secondo schemi di studio
propri della psicologia sociale. Potremmo dire infatti che il processo di ancoraggio
del termine anarchia, cioè «l’integrazione cognitiva (funzionale) dell’oggetto
rappresentato nel sistema di pensiero preesistente» [Jodelet, 1984] sembra soffrire
per una mancanza di senso e comunicabilità già propri della categoria delle

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rappresentazioni politiche (i problemi di distanza dal vocabolo fondante dello
schema, società). Questo probabilmente dipende anche da alcuni caratteri tipici
della stessa modernità. Serge Moscovici parla del fatto che in una società aperta e
pluralista gli universali simbolici sono molteplici e spesso contraddittori. I media
hanno sicuramente contribuito anch’essi ad accelerare il massiccio processo di
circolazione di informazioni, idee e concetti non facenti parte del cosiddetto
«senso comune» [1988]. Secondo Pateman in questo senso i media sono
imputabili dell’abuso di parole ad un livello talvolta eccessivamente astratto e
talvolta eccessivamente concreto. Mancherebbe quindi il livello intermedio.
Progresso, reazione, ordine, disordine sono alcuni esempi di termini astratti
utilizzati per spiegare i fenomeni politici, che andrebbero invece più
adeguatamente spiegati con concetti di tipo intermedio, come classe, status, ceto:
termini in grado di rappresentare le aree più controverse del dibattito politico e
quelle meno evidenziabili a livello propagandistico.

Quali, dunque, le conseguenze di tutto questo per i destinatari del discorso


politico? Sicuramente, come si è già detto, una certa difficoltà ad analizzare i
fenomeni politici, a categorizzarli, a capirli. Ma ci sarebbe anche una
generalizzata tendenza alla nascita di ideologie spontanee, che sarebbero il
risultato di una riflessione piuttosto immediata delle circostanze ordinarie della
vita del singolo individuo, che tende a non trascendere le proprie esperienze e a
prendere le apparenze della realtà come realtà stessa, non filtrandola, e le
contingenze materiali come teoria esplicativa della stessa. Non si farebbe altro
così che reificare l’esistente rinunciando a costruire delle vere e proprie teorie
politiche o delle analisi storiche condivisibili o accurate: il presente diventerebbe
il frutto inevitabile di un processo immutabile, il cambiamento sociale non
dipenderebbe dall’agire umano, fosse esso collettivo o individuale e i bisogni e gli
interessi che potrebbero stimolare l’azione sociale sarebbero repressi o verrebbero
sublimati. In definitiva, gli individui troverebbero difficoltà a diventare dei veri e
propri soggetti politici, anziché meri oggetti. È questo il caso tipico di alcune
teorie sull’ordine sociale di tipo religioso o tecnocratico, secondo lo studioso. Ed è
da notare inoltre come idee come quelle appena esposte fanno spesso da base

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teorica per quella visione patologica accennata nell’introduzione. Le fallacie, le
anomalie, addirittura le ampollosità e la pregnanza ideologica dei discorsi politici
sarebbero il segnale delle loro ineliminabili carenze teoriche e del vizio
dell’imporre degli schemi preconcetti della realtà ai cittadini. La sterilità di
approcci come quello patologico è evidente: è infatti impossibile valutare la
fallacia o meno del linguaggio politico semplicemente perché in realtà non esiste
un modello di linguaggio ideale cui riferirsi. Inoltre, cercare di evidenziare le
caratteristiche negative dell’oggetto in questione non serve a spiegare
efficacemente le differenze che intercorrono tra politico e politico e tra sistemi
diversi.

Comunque, riflessioni come quella appena esposta che non degenerano in


considerazioni apocalittiche sulla natura del linguaggio politico, sono ricche di
potenzialità. Si potrebbe per esempio prendere in considerazione lo studio da un
lato dei concetti mentali (ed il loro funzionamento) e dall’altro lo studio
dell’etimologia del vocabolario politico, scoprendone differenze, affinità,
incompatibilità. Inoltre, si ricordi che la prospettiva di Vygotsky è legata alla
scuola storico-culturale e dunque costituisce un approccio specifico al problema,
ma non l’unico.
Si pensi per esempio all’importanza data da Jürgen Habermas, nella teoria detta
dell’agire comunicativo [1986], del problema etimologico dei termini della sfera
politica. Il filosofo suggerisce infatti come il livello di trasparenza del processo di
discussione democratica dipenda anche dalla condivisione dei diversi significati
dati dai astanti politici alle parole utilizzate. Così facendo, il filosofo tocca un
tasto dolente, se consideriamo non solo la naturale diversità di interpretazione e
significato dati da ogni parlante ad ogni termine (in questo senso, si rimanda
anche alla trattazione del rapporto tra linguaggio ed ideologie nel prossimo
capitolo), ma anche al fatto che non esistendo una dimensione cristallizzata ed
atemporale della lingua, trovare un accordo sul significato attribuito alle diverse
parole è un’ardua impresa.

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1.4 Opposizioni

Sempre a proposito dell’opposizione tra termini come quella proposta nello


schema di Pateman, possiamo citare Richard Jackson [2005] che ricorda come
diventi assodato, con i primi antropologi e linguisti, che il linguaggio abbia una
struttura essenzialmente binaria, che fa sì che ogni nome, aggettivo o verbo abbia
un proprio opposto. Questo tipo di costruzione porta necessariamente anche ad
una «svalutazione di uno dei due termini in favore dell’altro» [Llorente, 2002,
trad. mia]. Amore/odio, buono/cattivo, moderato/radicale. Il linguaggio trova un
esempio concreto della propria non neutralità e della propria influenza sulle
strutture cognitive a partire dal vocabolario e dagli usi che se ne fanno
nell’influenzare le emozioni, le percezioni, le conoscenze. L’opposizione
saussuriana non sfugge a questa valutazione di positività o negatività. Il 12
settembre 2001 il Corriere della sera titolava «Attacco all’America e alla civiltà»,
anticipando la retorica presidenziale statunitense sullo scontro barbari/civili,
insito nell’idea di scontro nell’opposizione civiltà/inciviltà. È ovviamente anche il
caso di governo/non governo dello schema precedente, molto semplicemente.
Positivo o negativo, a seconda del punto di vista.

Secondo Edelman [1984], ancor più tipico del linguaggio utilizzato dalla politica è
lo sfruttare i termini che determinano opposizione piuttosto che unione. Una
parola come tirannia, suggerisce lo studioso, non vuole semplicemente descrivere
qualcosa, ma opporsi (o fare opporre qualcuno) rispetto a qualcos’altro, cioè alla
parola autorità. Nel caso invece di alcuni vocaboli della prassi politica definiti
dallo studioso come pubblici, il discorso è ancora più complesso. Sono questi dei
termini certamente politici, ma più velatamente. Si differenziano infatti dagli
ultimi perché mentre questi sono funzionali alla creazione del consenso, quelli
pubblici al contrario devono mascherare la propria funzione politica. Un esempio
è l’utilizzo del termine aiuto. Questo termine non viene utilizzato alla stessa
maniera se rivolto alle élite economiche o a chi appartiene agli strati sociali più in
basso della sfera sociale. Gli aiuti ai ceti medioalti ed alti infatti non sono mai
presentati all’opinione pubblica come aiuti veri e propri, ma come stanziamenti

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atti al conseguimento di un obiettivo: la produzione agricola, il miglioramento dei
trasporti, l’incremento del volume commerciale, ecc… Non si indicano come
beneficiari di un aiuto coloro per i quali questi non sono un mezzo per un
obiettivo di natura diversa, ma un fine vero e proprio. Sarebbe certamente un
azzardo in termini di consenso politico rivelare come la spesa governativa sia
spesso un semplice incentivo a chi di questo non avrebbe bisogno per il proprio
sostentamento. Se i destinatari di una certa azione di governo sono invece classi
basse o mediobasse della scala sociale, gli aiuti di carattere economico o
assistenziale sono sempre sottolineati come tali. Una riprova di
quest’osservazione è data dal fatto che con l’apparire di questo tipo di aiuto si
affacciano sulla scena anche nuovi attori e nuovi ruoli sociali. I beneficiari non
sono messi a fuoco, ma rimangono astratti in quanto categoria sociale le cui
difficoltà vengono anche dalla gestione della cosa pubblica. Avremo così i poveri,
i nullatenenti, coloro che non arrivano a fine mese che diventeranno coloro i quali
non pagheranno una determinata tassa, per esempio; sono coloro che
ragionevolmente hanno bisogno di aiuto, un aiuto che sia spiegabile all’opinione
pubblica, ma la cui entità sarà ragionevole sia in termini monetari che di status
sociale o di autonomia. È una caratteristica conservatrice delle istituzioni preposte
a gestire questo tipo di fondi quella di evidenziare sempre i confini ed i limiti di
aiuto fornito ai beneficiari; l’intento di conservazione è evidente e spiegato
tramite l’ausilio di termini detti, appunto, pubblici. L’eterogeneità dell’uso di
questi termini è chiaramente dettata dalla funzione politica che se ne fa.

1.5 Il potere costituente

Alla luce di queste prime considerazioni, così si può dunque dire sulla materia,
data la propria eterogeneità?

Secondo Dell’Era e Cedroni [2002], data l’alta incidenza del discorso politico
sulla realtà, il suo fondamentale intento è pragmatico nelle intenzioni persuasive,
ed in attesa di una qualche azione conseguente (in senso perlocutivo). Dunque,
anche ammettendo una certa fallacia propria del linguaggio politico in sé

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derivante dai concetti stessi di cui si farebbe portatore (specie a livello di teoria
politica), ne rimane comunque questa forza discorsiva. Edelman [1976] sostiene
che aumentando sempre più la distanza tra leadership e cittadini nelle società
contemporanee, aumenta maggiormente la necessità di costruire i significati più
che di tradurli semplicemente, come invece volevano dimostrare le pionieristiche
ricerche di Harold Lasswell e Nathan Leites negli anni ’50. La forza costituente
del linguaggio politico sta nella sua capacità di rendere credibili e concepibili
alcune rappresentazioni provenienti dalla sfera politica, in maniera complessa e
non unidirezionale. Pateman sottolinea come il ruolo del singolo politico abbia
senza dubbio una funzione positiva nel processo di formazione della lingua della
politica, ma non necessariamente positivo anche nella creazione nelle menti dei
singoli dei concetti di cui sopra, dato che ogni agente politico sembra interessato
più che a fornire informazioni sul sistema stesso, a darne sulla propria posizione al
suo interno: ognuno pensa alla propria visibilità, insomma.

Anche per questi motivi, si cercherà adesso di allargare il discorso in senso come
si è detto panpolitico perché una prospettiva di questo tipo, se non abusata, serve
per potere operare una discussione completa sulla terminologia, sulla sintassi e
sulle strategie argomentative all’interno del discorso politico. Si cercherà così di
integrare una componente di linguistica critica e di analisi critica del discorso agli
studi presi in esame, per focalizzare l’analisi sulla sua pertinenza rispetto
all’ideologia, al potere e alla realtà, mettendo in luce come l’analisi del discorso
politico sia pertinente rispetto a tutto ciò ed anche sul come esso ricostruisca e
modifichi la realtà stessa.

1.6 Il linguaggio delle helping professions

Secondo Edelman [1984], il linguaggio politico è anche «lo strumento attraverso


cui si esprime una relazione di potere» [ivi, p. 45, trad. mia]. Si è già accennato ai
suoi studi sul linguaggio politico, che possono essere tacciati di panpoliticismo
per molte considerazioni, ma che presentano numerosi punti di interesse per le
idee proposte. Fondamentalmente, secondo questo tipo di prospettiva, l’azione ed

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il linguaggio si determinano a vicenda ed il linguaggio è sempre intrinseco
rispetto all’agire sociale; esso non è mai neutro. Come è già stato affermato
precedentemente, considerandolo un semplice strumento, ne nascondiamo
l’importanza strategica nel creare relazioni sociali, nell’affinare i ruoli e nel
contribuire alla costruzione del sé. Uno degli studi condotti da Edelman è quello
sulle professioni di servizio (helping professions) usate come indicatori per
evidenziare in quale modo il loro uso dei termini linguistici serve a categorizzare i
«clienti» e a giustificare alcune restrizioni morali e fisiche, attraverso un utilizzo,
definibile come politico, del linguaggio. Un termine, una metafora o una forma
sintattica dalle connotazioni politiche possono infatti evocare o giustificare una
gerarchia di potere nella persona che le usa e nella persona (o nel gruppo di
persone) che la recepisce.
È un paragone interessante in tal senso quello esistente tra il comportamento di un
qualsiasi governo di un paese, che rifiuta di trattare con chiunque contesti il
sistema stesso facendo uso di strumenti di lotta illegali, nocivi, violenti, e il
comportamento dello staff ospedaliero nei confronti di pazienti affetti da alcune
categorie di disturbi mentali, che per motivi terapeutici non sono assecondati nel
rinforzare i comportamenti devianti, e sono contraddetti o ignorati da medici ed
infermieri. Tutto questo ovviamente secondo alcune decisioni terapeutiche
ineccepibili, con il risultato aggiunto però di rafforzare le relazioni di potere nella
relazione tra i pazienti e lo staff della struttura medica. Anche in classe avviene la
stessa cosa: si ignorano o si puniscono alcuni studenti con l’intento di non
assecondare il loro comportamento quando deviante. Il linguaggio professionale
in questi esempi rinforza le convinzioni sociali sul valore sociale di alcune
categorie di persone, su chi è ritenuto meritevole e chi no dalle istituzioni, e
dunque viene premiato o punito; Edelman auspica che grazie a questi studi si
possa arrivare a ragionare sugli status, sulle ricompense, su come siano
influenzate la distribuzione delle ricchezze e della povertà, sui rapporti tra i sessi,
sul conformismo e l’anticonformismo, e così via.

Se, dunque, è possibile vedere sia le pratiche sociali che quelle governative come
pratiche che possono essere entrambe viste come politiche, pur se di specie

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diversa, conseguentemente sembra sia possibile vedere anche gli atti politici come
atti terapeutici. L’autore riporta gli esperimenti condotti negli anni ’60 dal Law
Enforcement Assistance Administration che, studiando in quale modo alcune
forme di protesta politica estrema come l’esposizione di comportamenti rabbiosi o
depressi fossero non distanti da quelli di alcuni malati di mente, ipotizzò una
risposta non solamente politica quanto in realtà clinica. Una riprova di questo
parallelo tra contesti diversi, è la trasformazione di alcuni soggetti in oppositori ed
altri in alleati attraverso l’uso che facciamo di un concetto di derivazione politica
in un contesto non politico; si pensi ad esempio alla possibilità di descrivere la
gestione dei rapporti di lavoro come una tirannia.

Non è difficile trovare delle imprecisioni, delle debolezze o dei punti di


discussione critica sul lavoro di uno studioso come Edelman, specialmente data
l’ampiezza dell’argomento e l’utilità di tracciare in questo senso i confini del
linguaggio politico (o di non tracciarli, probabilmente); sta di fatto che esso
rappresenta l’esempio di un filone di ricerca che ha avuto (e continua ad avere)
una larga fortuna, soprattutto tra gli scienziati politici nel loro approccio allo
studio del discorso e del linguaggio politico. Probabilmente identificare una
particolare forma-funzione (che Cedroni e Dell’Era intendono come
l’identificazione del modo in cui il discorso politico provoca degli effetti) che lo
spieghi come attinente non solo alla sfera politica in senso stretto, serve ad
evidenziare i motivi stessi che ci spingono ad interessarci a esso, pur se con una
prospettiva che studia solo parte di ciò che interessa; di ciò si riparlerà nel
prossimo capitolo.

1.7 Autorità, controllo e creatività

Continuiamo a sfruttare l’idea panpolitica e la prospettiva politologica per


presentare altre interessanti riflessioni sulla lingua, sui concetti e sulla società
contemporanea in generale.

19
Dalle idee proposte al paragrafo precedente, sembra evidente dover passare al
problema del rapporto tra il discorso politico e l’autorità. La nostra intenzione è di
affrontare il problema caso per caso, ma tuttavia conviene accennare che la
predisposizione a rispettare le figure di autorità è naturale; per quanto ci riguarda
si pensi all’attribuzione di potere conferita da Aristotele alla figura del retore.
Secondo lo psicologo americano Robert Cialdini [1984], la nostra abitudine
all’autorità dipende dall’organizzazione della società umana, talmente dipendente
dalla presenza di un’autorità al proprio interno da garantire una grande forza
persuasiva a chi di potere materiale già dispone. Essa è un prerequisito della vita
sociale, una condizione necessaria che come estremo opposto trova uno stato di
natura di tipo hobbesiano, del «tutti contro tutti», per intenderci. È un’abitudine,
questa all’obbedienza, legata ai principali momenti di apprendimento infantile ed
ai rapporti in età adulta. Chiaramente nessuno studioso potrebbe negare
l’esistenza di un meccanismo di convenienza al rispettare le figure di autorità:
conformarsi, seguire i dettami dell’autorità conviene sempre, ma appunto, è anche
una risposta quasi fisiologica da parte dell’agente sociale. L’autorità ha un certo
«scatto naturale» in più nel riuscire a persuadere, dunque.

Per affrontare un'altra problematica connessa con i problemi di autorità, il


politologo William E. Connolly [1984] va oltre nel radicare l’importanza della
terminologia politica nella società. Suggerisce al riguardo che la somiglianza di
famiglia esistente tra alcuni termini che rientrano in un immaginario vocabolario
del lessico politico (per esempio: persuasione, coercizione, forza ecc…) sia
diversa da società a società. Una concezione dell’individuo come agente capace di
agire autonomamente, in maniera autocontrollata e coerente e degno di essere
trattato come agente responsabile, è generalmente tipica di una società in cui è
stato raggiunto un livello di condivisione valoriale tale che il linguaggio delle
relazioni sociali esprimerà concetti più profondi, specificando in maniera più
particolareggiata determinati contesti e differenziando in maniera più complessa
relazioni e azioni che raggiungono certi standard rispetto invece ad altre società
che non lo fanno. Le relazioni di differenziazione sociale che inibiscono la
capacità di esprimere giudizi autonomi da parte dei singoli o addirittura che

20
tendono a limitare la capacità di agire, saranno distinte da quelle che invece la
incoraggiano. In altre parole, lo studioso cerca di avanzare una spiegazione del
fatto che in una società in cui sono tracciabili differenze tra ciò che consideriamo
una minaccia o un’offerta, un tentativo di persuasione o una manipolazione, allora
lì riusciamo ad articolare in maniera più complessa ed articolata la concezione del
nostro sé e della responsabilità del nostro agire sociale.
Il linguaggio del potere presenta dunque indubbiamente più di un contesto d’uso
in questo senso, ma avrebbe alcune caratteristiche basilari. Come abbiamo visto
prima con Edelman, anche secondo Connelly chi esercita un potere limita o
impedisce le scelte o le azioni di chi quel potere subisce. Non si tratta,
ovviamente, di una prospettiva apocalittica sull’argomento, ma di una riflessione
ragionata proprio su quei concetti di autorità già citati. Le connessioni tra le
istituzioni di potere, le agenzie, le responsabilità e gli agenti sociali, non indicano
che non esistono giustificazioni possibili alle limitazioni in questione, ma
inducono a una considerazione più fine, e cioè che il comportamento del singolo
nel trattare gli altri agenti sociali comporta una presunzione che si tradurrà nella
grammatica del potere (non necessariamente linguistica, bensì discorsiva),
proprio nella presunzione di trattare con altri agenti responsabili.

Così come già suggerito anche da altri studiosi, anche secondo questo autore il
potere del discorso politico, che abbiamo definito come costituente, è evidente nel
passaggio verso una sempre maggiore intersezione tra i poteri, le agenzie, le
istituzioni e verso una sempre maggiore creatività linguistica, oltre che teorica. È
interessante notare come ad una necessità politico-istituzionale ne sopraggiunge
una linguistica: quote rosa, affermative actions, Partito democratico, sono
costruzioni linguistiche introdotte da chi detiene parti del potere all’interno di un
quadro sociopolitico di una società complessa in mutamento. Si rimanda ai
prossimi capitoli per un’analisi di alcune caratteristiche del dopo 11 settembre in
ambito linguistico, ma alcuni riferimenti sempre inerenti all’analisi
dell’evoluzione della cosiddetta War on Terror possono essere utili. Secondo
Jackson [2005], in un crescendo di inventività linguistica, due saranno le
caratteristiche dominanti del discorso politico dopo l’attentato alle Twin Towers.

21
La prima è l’alta riflessività. La Guerra al terrore ha implicato l’introduzione di
alcuni accorgimenti linguistici riguardanti l’uso di alcuni termini. La guerra, per
esempio, diventa una guerra al terrore perché non è una guerra «classica» in
senso territoriale e diplomatico; e ancora, si è creata una nuova nozione, quella di
civile combattente, per poter trovare uno status giuridico nuovo ai prigionieri
militari presunti terroristi. Questo perché condurre una guerra contro il terrore
significa condurre una guerra contro una tattica, contro una strategia violenta,
quella di Al-Qaeda e dei suoi sostenitori, piuttosto che contro uno stato come in
passato. E ciò spiega anche la necessità di affiancare ai nuovi microgruppi
terroristici sparsi in varie regioni e stati del mondo anche una categoria di nemici
storici della politica estera americana: gli stati cosiddetti canaglia. Il discorso
politico su questo argomento dunque non è mai stato statico, piuttosto è sempre
stato in fase di reinvenzione ed evoluzione, proprio per fronteggiare quelle
instabilità e contraddizioni che necessariamente incontra.

Seconda caratteristica fondamentale sarà l’opacità della lingua. Questa


caratteristica fa sì che non si arrivi mai ad una completa definizione o spiegazione
di molti termini, che spesso devono essere assunti o dedotti dal contesto. Come
abbiamo già visto in Pateman [1975], altri studiosi suggeriscono che sia un
problema di astrattezza di alcuni termini, come peraltro suggerisce anche Suman
Gupta [2001]. Nel caso della guerra al terrore l’esempio più facile è quello dei
termini bene e male: è difficile da osservatori neutrali conciliare con l’idea di bene
le invasioni militari, le torture ai prigionieri politici. Eppure sono termini usati di
continuo dalla classe politica (americana, soprattutto). Lo stesso si potrà dire dei
termini vittoria, civilizzazione, libertà, da cui alcuni importanti fraintendimenti
riguardo le conseguenze degli attacchi in Afghanistan ed Iraq negli ultimi anni e
le critiche alle probabilmente troppo precipitose dichiarazioni di vittoria nella
seconda Guerra del golfo.

22
1.8 La lingua istituzionalizzata è una partita a scacchi

Rispetto alla lingua della sfera politica, sia essa quella della teoria, della ricerca o
della prassi politica, esiste una comunità di parlanti con alcune regole linguistiche
cui conformarsi e che si sono formate nel corso dei secoli. Sono regole condivise,
comprensibili agli altri parlanti, che accettiamo implicitamente quando iniziamo
ad utilizzare la lingua della politica. Questa è un’altra idea di derivazione
saussuriana, che lo storico neozelandese John G. A. Pocock [1984] applica
dunque anche al linguaggio politico, con alcuni sviluppi. Parlare vuol dire essere
sottoposti ad un qualche potere esterno al parlante ma appartenente alla comunità.
Un atto di potere come quello del singolo atto linguistico è di conseguenza
mediato e mitigato. E risulta istituzionalizzato per sua stessa natura, pur non
essendo controllato da alcuna singola ed isolata agenzia. Concretamente, un atto
linguistico significa sempre al tempo stesso sia più che meno di ciò che avevamo
in mente. Si comunica sempre volontariamente con un impegno a sottoporsi ad un
processo che implica necessariamente più e meno di quello che viene percepito e
ciò comporta necessariamente una visione non neutrale del linguaggio, come si è
già detto precedentemente, che conduce a considerazioni però diverse.
Paragonando l’espressione linguistica all’idea di guerra clausewitziana, cioè ad
una sfida d’intelligenza e politica possibile solo grazie alla specifica non
conducibilità dell’unica (e sola!) maniera in cui una guerra può essere condotta,
Pocock sostiene che una frizione di questo tipo tra l’intenzione e la performance
effettiva del primo atto del parlante, sono seguite generalmente da un
comportamento in qualche maniera ragionato del secondo attore, che risponde con
una reazione egualmente prodotta per contrastare il tentativo di influenza nei
propri confronti, impegnandosi in quella che sembra una vera e propria partita a
scacchi. Detto questo, va da sé che i mezzi di comunicazione, in particolare,
compiono atti di potere e che niente di tutto questo sarebbe stato possibile in
questo modo se i parlanti avessero avuto un potere performativo immediato sulle
proprie azioni linguistiche. In sostanza, dalle frizioni proprie del medium
conseguono frizioni nelle azioni, e dato che le limitazioni sia del primo che delle
seconde sono osservate e utilizzate da due intelligenze percettive, diventano poi

23
vere e proprie modalità di comunicazione; nessuna delle due intelligenze può
escludere l’altra dalla mediazione che ne consegue. Come suggerisce ancora
Habermas [1986], con l’aumentare della libera circolazione tra i livelli del
discorso da parte delle persone, aumenta anche il consenso autentico all’interno
della società, e ciò ci porta dunque a distinguere tra impedimenti esterni al
processo comunicativo ed impedimenti invece che dalla stessa struttura del
processo di comunicazione originano.
Secondo Pocock, in conclusione, il linguaggio comporta un potere, che non può
essere controllato integralmente e che non si può evitare che gli altri controllino,
data la sua istituzionalizzazione. In quanto medium per la comunicazione politica
e per l’azione, il linguaggio ha un’effettività politica proprio per questa sua
caratteristica. Imporre direzioni e strategie al discorso politico è fondamentale, per
spiegare il funzionamento del punto di intersezione tra il linguaggio e la politica,
quella «messa in comune» [Arendt, 1987] da parte di alcuni individui di alcune
forme dell’esperire quotidiano per agire di concerto in vista del conseguimento di
un determinato scopo (comune o meno), che può avvenire solo con l’esperienza
comunicativa.

24
Secondo capitolo: dalle ideologie alla persuasione

«A week is a long time in politics»


Harold Wilson

25
2.1 Ideologie

Studiare le ideologie significa osservare come funziona il linguaggio politico sul


piano concettuale. Quentin Skinner [1988], professore inglese di storia moderna,
conduce la propria analisi illocutiva, anche se finalizzata al far fare del linguaggio
politico, rispetto due problemi:

1. Lo studio delle variazioni di uso subite da ogni concetto politico, tramite


l’analisi delle convenzioni caratterizzanti l’uso che di esso è stato fatto, in
modo da individuare lo scarto tra le intenzioni dell’autore e la pratica
effettiva del concetto nel proprio contesto storico.

2. La conoscenza delle credenze, delle convinzioni e della mentalità


dell’oratore o scrittore politico di cui ci si occupa, in maniera da coglierne
l’intenzione di criticare, contestare o al contrario approvare la tradizione
vigente.

Le ideologie servono dunque come substrato storico e sociale per comprendere il


discorso politico, specialmente se viste strutturalmente come nelle analisi del
politologo Michael Freeden [1996]. Nell’interpretazione di Dell’Era e Cedroni
[2002] dell’autore, «le ideologie servono a conferire un certo ordine a un
determinato gruppo di concetti politici, i quali a loro volta ordineranno un
determinato gruppo di fenomeni politici» [p. 61]. Ciò permette di individuare uno
spazio nel quale gli autori del discorso politico si muoveranno: l’ideologia sarà un
principio che organizza, regola ed uniforma i propri concetti. Va da sé che rispetto
alle riflessioni proposte nel primo capitolo, quello che qui si intende esplorare è la
creazione e l’uso, da parte dei parlanti, del linguaggio politico. Si cambia dunque
prospettiva, rispetto a quella precedentemente adottata, che era riferita anche ai
parlanti comuni e non ai «produttori» di politica.

Chiaramente, si ripropone il problema dell’analisi storica del valore semantico dei


concetti politici. Essi, secondo Freeden, presentano due dimensioni: una

26
valutativa (positiva o negativa) ed un’altra descrittiva (con elementi che
potenzialmente diverranno valori). I concetti possono essere contestati non solo
nelle conseguenze normative e valutative che comportano, ma anche nelle
intenzioni e nelle estensioni dell’uso. Si riprende dunque l’idea dei concetti
politici come essenzialmente contestabili, ovverosia come controversi in sé per
natura (secondo la definizione introdotta nel 1956 da Walter Bryce Gallie).
Sempre secondo lo studioso, esiste una larga parte legata alle scelte, ai giudizi,
alle preferenze culturali; il singolo si crea quindi una vera e propria topografia
concettuale, caratterizzata da un forte senso di arbitrarietà. L’analisi del concetto
di uguaglianza, ad esempio, è utile a comprendere concretamente di che cosa si
tratta. Nella pratica, si deve infatti decidere se considerarla come eguaglianza
delle opportunità, oppure se indicare all’interno del concetto di uguaglianza,
un’ulteriore scelta, tra la sua identificazione come eguaglianza formale e legale
oppure socioeconomica.

Per i concetti caratterizzati da una certa complessità interna, Freeden introduce la


nozione di concetto grappolo (cluster concept). Si tratta di concetti atti a fungere
da ponte verso altri concetti, grazie alla propria naturale apertura. Il termine
democrazia, per esempio, non può logicamente indicare un solo ed unico
significato. Popolo e governo, cioè i due termini che a rigor di logica dovrebbero
quasi matematicamente fornire la base concettuale per spiegare il concetto in
questione, risultano insufficienti a chiarirlo senza lasciare margini di dubbio o
discussione. Tutto questo contribuisce alla possibilità che avvengano fenomeni
come quello del framing, di cui si parlerà nel prossimo capitolo. Inoltre, rimane da
chiederci come funzionino le ideologie. Se esse sono per Freeden dei «campi
semantici nei quali ogni componente interagisce con tutte le altre e viene cambiata
al mutare di ognuna di esse» [1996, p. 67, trad. mia], la loro funzione essenziale
sarà quella di oltrepassare il problema della contestabilità dei concetti utilizzati;
assegnare a questi un significato univoco sarà infatti fondamentale per ordinare
l’universo concettuale di cui sopra. La politica è un processo decisionale che deve
scegliere come e dove agire secondo una gerarchia ben definita; le ideologie
serviranno proprio a questo, definendo per prima cosa un’identità politica.

27
Ovviamente, ragioni di convenienza politica da un lato e già esplorati motivi di
ambiguità del linguaggio politico dall’altro, fanno sì che non si realizzi mai una
scelta definitiva e determinata del linguaggio; inoltre, il discorso propagandistico
(si pensi, per esempio, ai più svariati esempi di comunicazione politica in ambito
elettorale: locandine, programmi di partito, spot televisivi…) saranno tipicamente
indeterminati in molti dei loro significati, proprio per permettere una maggiore
libertà di interpretazione volta alla cattura del consenso elettorale.

2.2 Il contesto extralinguistico: morotese e dorotese

Da Roman Jakobson in poi, si è andata consolidando l’idea che il linguaggio


naturale sia influenzato dai diversi contesti extralinguistici in cui viene prodotto, e
questo avviene ovviamente anche con il linguaggio politico. Come già evidente da
alcune riflessioni esposte nel primo capitolo, la struttura istituzionale, sociale e
politica di una società è un elemento fondamentale per costruire un’analisi di esso,
e viceversa. In questo senso, si deve anche gettare un po’ di luce su ciò che
avviene prima dell’atto comunicativo (e persuasivo); ciò spiegherà a posteriori un
altro aspetto delle riflessioni fatte prima sulle ideologie. Un’analisi efficace, per
potere avere una qualche utilità scientifica deve tenere conto del contesto
preesistente e specifico in cui il discorso viene prodotto ed utilizzato. Il politologo
Fedel [1999], per esempio, propone un’analisi delle diversità dei discorsi
programmatici di presentazione del nuovo esecutivo in tre paesi, differenti nelle
modalità di formazione di esso per via dei diversi assetti costituzionali,
evidenziando come tra Gran Bretagna, Germania e Italia esista una grande
influenza delle differenze extralinguistiche che si avverte nei contenuti simbolici
dei rispettivi discorsi di insediamento. È chiaro come in questo senso si operi un
altro leggero spostamento dell’osservazione: dall’oggetto del linguaggio politico
si passa alla sua funzione. Ma solo così ci possiamo spiegare alcuni fondamentali
aspetti della materia cui si accennava nel primo capitolo a proposito del
patologismo. Si pensi, a questo punto, ad un semplice problema: perché negli Stati
Uniti il linguaggio presidenziale (e non solo) è estremamente semplice e

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comprensibile alla gente comune (anche se non in tutte le sue conseguenze
politiche) ed in Italia invece la politica si esprime in maniera così complessa, tanto
da dover coniare il termine politichese?

Un esempio ormai classico a tal proposito (ricorrente come materiale di studio in


letteratura), è infatti quello del linguaggio della DC durante la cosiddetta Prima
repubblica, sulla cui aderenza rispetto alle caratteristiche del sistema politico in
molti studiosi concordano. Secondo il politologo Osvaldo Croci [2001] sembra
plausibile ipotizzare infatti che i cosiddetti linguaggi morotese e dorotese, nella
loro complessità bizantina e nel loro stile criptico, siano legati alle restrizioni e ai
requisiti di un regime politico che evidenzia un certo numero di differenze
all’interno delle coalizioni governative dovute alla sua struttura multipartitica.
Una situazione di questo tipo presenta due necessità fondamentali: la
contrattazione tra le élite politiche, con l’obiettivo di riconciliare le posizioni
divergenti senza alterare ognuna la propria struttura distintiva e la ricerca della
limitazione e del controllo della partecipazione politica di massa. Il politichese (di
cui il morotese con la celebre frase sulle «convergenze parallele», pur essendo
probabilmente mai stata veramente pronunciata da Aldo Moro, è stata
l’espressione più alta) è stato uno dei mezzi per raggiungere entrambi i risultati.
Questo linguaggio è infatti riuscito a perpetuare una struttura politica che è stata
insieme una commistione ed un'addizione di identità e di programmi di partiti
diversi, specialmente quando al governo le differenti posizioni riportavano le
posizioni politiche e decisionali originali mentre il «prodotto» finale ne presentava
di nuove. Joseph La Palombara [1987] parla del politichese come del linguaggio
della curia, cioè di una lingua che non deve per natura essere interamente
comprensibile a chiunque. In analogia al latino nelle chiese, considerato come una
sorta di strumento esoterico al servizio di chi lo sapeva utilizzare, il politichese fu
un mezzo efficace per chi, dovendo amministrare il potere e trovandosi in
difficoltà, lo usò per trasformare da un giorno all’altro i nemici politici di sempre
in alleati strategici.

29
Al contrario, il linguaggio della Seconda repubblica, il cosiddetto gentese, era una
sorta di linguaggio nuovo, caratterizzato da spontaneità, chiarezza e semplicità.
Tale linguaggio è stato tipico di molti partiti, specialmente quelli di nuova
generazione, come Forza Italia e Lega Nord, ma è stato soprattutto il primo
linguaggio di un unico personaggio, Silvio Berlusconi. Esso si collocava sulla scia
linguistica di un altro grande oratore del XX secolo italiano: Benito Mussolini. In
un diverso contesto politico, Berlusconi come il duce, si proponeva di mobilitare
le masse attraverso un rapporto diretto, rivendicandone, al pari di Mussolini, le
proprie caratteristiche di novità rispetto al passato. Come sottolinea Erasmo Leso
[1972], laddove Mussolini ha usato espressioni tratte da tre principali campi
semantici estranei al campo politico (religioso, militare, rivoluzionario), così
Berlusconi ha attinto anch’egli a quello religioso, ma ha sostituito gli altri due con
immagini e parole derivanti dal linguaggio calcistico e da quello pubblicitario.
Dunque, per tornare alla questione posta in precedenza, a parte queste due figure
che costituiscono un’eccezione, è evidente che l’assetto istituzionale italiano e
statunitense sono completamente diversi; tra le caratteristiche del linguaggio
presidenziale statunitense ci sono per esempio la semplicità e l’immediatezza di
chi, essendo stato eletto direttamente dal popolo, ha una maggiore libertà ed un
rapporto di immediatezza con i cittadini maggiore rispetto quello mai avuto da un
qualsiasi Presidente del consiglio italiano.

2.3 La crisi, le rivoluzioni ed i totalitarismi

A partire dal riferimento a tre elementi (l’ideologia, il contesto ed il referente),


presentiamo una prima tipologia dei fondamentali linguaggi politici che Dell’Era
e Cedroni [2002] hanno recentemente elaborato. L’analisi in questione riguarda il
lessico tipico, il contesto di nascita e l’illustrazione del quando nella storia questi
linguaggi sono stati usati.

1. I linguaggi rivoluzionari. Sono linguaggi che orientano il cambiamento


politico e sociale. Non sono meramente determinati dagli interessi di un

30
gruppo socioeconomico, ma tendono a indirizzarne le scelte materiali ed
ideali. L’idea è interessante perché il momento rivoluzionario è sempre un
momento creativo. I due studiosi ricordano, secondo la celebre espressione
di Hobbes, il «potere di dare nomi alle cose», che si manifesterebbe con
grande potenza nel momento costituzionale. Le rivoluzioni inglese,
americana e francese sono i chiari riferimenti storici degli studiosi, ognuna
di loro con un proprio tracciato lessemico specifico: la provvidenza, la
prudenza e l’eredità per la prima, l’equilibrio, l’interesse e la virtù per la
seconda, la costituzione, la nazione e l’elezione per la terza. Gli
ordinamenti politici dei tre paesi non a caso sono diversi, e per molti versi
riflettono ancora oggi alcune di queste esigenze.

2. I linguaggi totalitari. L’indirizzo di una determinata politica e la messa a


fuoco di una particolare azione di governo sono gli obiettivi dei linguaggi
totalitari; questi fanno sempre riferimento ad un referente scorto nella
realtà politica. Dunque, esiste una pluralità di linguaggi totalitari, ognuno
caratterizzato dalla differente realtà politica che esprime. Il termine
totalitario in questo senso rappresenta per gli studiosi un topos vero e
proprio. Fu per la prima volta proposto in senso negativo dal socialista
Lelio Basso durante la secessione aventiniana nel gennaio del ‘25, a
sottolineare la sovrapposizione tra il partito fascista e lo stato italiano. Il
termine fu rapidamente riutilizzato in senso positivo dallo stesso
Mussolini. Questa fu una mossa vincente sia in termini descrittivi che
normativo-valoriali, ovviamente con un rovesciamento del valore proposto
inizialmente. Il termine si configura come un esempio particolarmente
interessante non solo per lo studio sui linguaggi totalitari, ma anche per
quanto riguarda gli studi sul totalitarismo; va sottolineato che anche per
ciò che riguarda questi ultimi, la positività o negatività del termine viene
continuamente discusso.

3. I linguaggi della crisi. Sono i linguaggi della frattura politica. Creano,


rinforzano, rinnovano i codici correntemente utilizzati. In Italia l’esempio

31
è dato dal linguaggio della Lega Nord all’inizio degli anni ’90: un
linguaggio di sofferenza e rottura, ricco di inflessioni dialettali che
esprimevano al meglio le pulsioni interne al movimento. La lingua della
politica in questo senso è la crisi stessa, che non esisterebbe senza questo
apporto linguistico specifico, secondo una prospettiva evidentemente
costruttivista come suggerisce Giampietro Mazzoleni [1998].

Ciò che bisogna però aggiungere riguardo questa prospettiva (ma anche quella di
Fedel [1999], per esempio, ed altri lavori di politologia) è la loro caratterizzazione
in senso sociologico e storico. Questo sembrerà a prima vista necessario, ma si
considerino qui le conseguenze. La prospettiva linguistica, come sottolinea
Santulli, studiosa di filosofia del linguaggio, non muove dall’idea ma dall’evento
e prima di cercare di osservare le conseguenze dell’enunciazione cerca di
comprenderne le ragioni; ciò che fanno Fedel, Cedroni e Dell’Era è l’opposto.
Come si è visto, questi partono dalle funzioni intendendo il contesto come sfondo
storico piuttosto che situazione concreta dell’atto comunicativo, preoccupandosi
delle conseguenze piuttosto che delle ragioni del discorso politico e pensando le
scelte linguistiche come naturalmente legate ad un determinato contesto, in modo
tutt’altro che analogo rispetto alla prospettiva linguistica.

2.4 Gli stili e la funzione retorica

Si vedrà adesso un’altra tipologia altrettanto interessante ma sicuramente


differente, pur rimanendo nella sfera politologica degli approcci alla materia. Gli
stili costituiscono la forma ed il modo di funzionamento del discorso politico; in
essi, l’influenza dell’ideologia preesistente di riferimento è infatti evidente.
Dunque, Edelman [1976] propone all’interno del linguaggio politico una
differenziazione di tipologie linguistiche: il linguaggio giuridico (soprattutto
inteso come comunicazione tra istituzioni), quello amministrativo (strettamente
imparentato con quello giuridico), quello della contrattazione (che rappresenta
quello utilizzato negli incontri privati degli attori politici, e che risponde ad

32
evidenti necessità pratiche) e quello esortativo (di cui si parlerà a breve più
diffusamente). Queste diversificazioni non sono altro che il risultato della
combinazione dei diversi aspetti stilistici che possiamo trovare.

L’autore caratterizza la differenziazione degli stili in base a tre diverse variabili: la


prima è l’emittente, secondo le forme di espressione ed i contesti indicanti il
carattere pubblico o privato di chi produce il discorso; la seconda è l’audience,
tramite le risposte date da chi ascolta o subisce il discorso; la terza è
l’argomentazione, cioè i «comandi, le definizioni, la formulazione di premesse, di
induzioni e di conclusioni» [ivi, p. 201]. Risulta evidente anche in questa
classificazione il rilevante ampliamento e la molteplicità di diversificazioni
dell’argomento proposto. Si pensi solamente alle critiche che si possono muovere
all’ambito del linguaggio della contrattazione; si può ancora considerare questo
come un ambito politico pur eliminando le proprie caratteristiche pubbliche? Lo si
è detto nell’introduzione e lo si ribadisce adesso: il linguaggio ed il discorso
politico hanno un ambito incerto di appartenenza. Considerando i destinatari del
discorso politico infatti, che tipo di confini vi si potrebbero tracciare attorno?
Probabilmente, tenuto conto anche la natura non esclusivamente linguistica di
questo lavoro, si propone di considerare le relazioni tra soggetti come partecipanti
ad un discorso definibile come politico quando in esso agiscono in qualità di
soggetti politici, come suggeriscono Santulli [2005] e Teun A. van Dijk [1997], e
conseguentemente di considerare il discorso politico «più che come un genere
compatto, come una costellazione di generi (o “sotto-generi”) che comprendono
forme e situazioni molto diverse in cui si esplica l’attività politica» [Santulli,
2005, p. 21]. Ciò appunto vorrebbe dire escludere quelle forme di discorso (anche
su argomenti politici) indipendenti rispetto ad una qualsiasi forma di azione
politica.

Tornando alla classificazione edelmaniana, tra i linguaggi sopra esposti uno è


molto interessante per i nostri fini: il linguaggio esortativo. Dato infatti il suo
carattere pubblico, è quello che caratterizza gli appelli rivolti direttamente
all’uditorio per cercarne l’appoggio, come nelle campagne elettorali e nei dibattiti

33
parlamentari. Tale linguaggio rappresenta una parte consistente della produzione
comunicativa degli emittenti politici.
Il suo principale scopo è quello di integrare le intenzioni concrete e le esigenze
ideologiche di chi produce il discorso. Per quanto riguarda le sue funzioni,
praticamente è quello le cui caratteristiche retoriche (in senso persuasivo) sono
maggiormente evidenti. Si presenta come un linguaggio fortemente emotivo,
largamente finalizzato a suscitare emozioni nell’uditorio. L’evidenza è tutta sui
risultati da ottenere e sulla drammaticità della competizione politica e chi ascolta
avrà reazioni differenti alle stesse espressioni. Concetti politici quali democrazia,
giustizia, uguaglianza, già citati per il loro significato ambiguo, sono in questo
caso largamente utilizzati. Il collegamento con le problematiche della via retorica
è a questo punto più che evidente.

La funzione retorica nel discorso politico è infatti sin dagli antichi Greci legata
alle finalità persuasive. Questa funzione non è l’unica; seguendo le ricerche più
moderne, a seconda dei criteri utilizzati, nel linguaggio politico esistono una
funzione rituale, una simbolica, una legittimante. Come più volte ripetuto, il
problema retorico rimane particolarmente rilevante, data l’impostazione
complessiva della discussione e gli indubbi vantaggi di questo tipo di analisi. La
classica suddivisione in cinque parti di un atto retorico (inventio, dispositivo,
elocutio, actio, memoria) è ancora oggi estremamente utile, nonostante si tenda a
nasconderla sotto altre definizioni (propaganda, pubblicità o marketing politico,
per esempio). È infatti ben noto che esiste un certo fraintendimento a livello
teorico, ma anche secondo il cosiddetto «senso comune», tra l’argomentare ed il
dimostrare, scindendo comunque il problema dell’adesione rispetto a quello della
verità dell’argomentazione (un problema inesistente nella prospettiva aristotelica).
Saranno citati alcuni esempi sull’attualità dell’analisi retorica nel discorso politico
anche nei prossimi capitoli, ma almeno un aspetto è da analizzare subito:
l’efficacia della funzione retorica ed il suo ruolo, data l’importanza dell’aspetto
persuasivo nell’interazione discorsiva. Fino a che punto infatti si può pensare che
il linguaggio ed il discorso politico abbiano influenza durante una campagna

34
elettorale, in situazioni politiche di forte dissenso ideologico o in presenza di una
pluralità di interessi in un paese, cioè in condizioni, diciamo, ordinarie?

2.5 Persuadere chi?

Francesco Fattorello [1964] elabora una teoria interessante, anche se datata,


basandosi su una distinzione tra informazione contingente ed informazione non
contingente. Si tratta molto semplicemente della distinzione tra l’informazione
che si riceve dalla pubblicità, dai mezzi di comunicazione ed in generale dagli
stimoli che riceviamo quotidianamente e le conoscenze e la cultura di sfondo che
abbiamo indipendentemente da questi; la nostra cultura e la nostra educazione,
dice Fattorello, sono distinte in quanto opinione non limitata nel tempo, profonda
e duratura. La propaganda in questo senso sarebbe proprio la tecnica da utilizzare
quando si ha la necessità di organizzare le informazioni e le opinioni contingenti
verso determinati destinatari dell’azione propagandistica. Aldilà dei suggerimenti
anacronistici (come l’idea di spezzettare in compartimenti stagni il destinatario,
l’emittente, la forma dell’oggetto «informazione», nonché gli strumenti utilizzati
per comunicare), la prospettiva è interessante perché anticipa la prospettiva
discorsiva nella quale nell’evento comunicativo il destinatario partecipa
interpretando a sua volta l’evento stesso, aderendo rispetto un contenuto, diciamo
«informativo» (seguendo il percorso di Fattorello), che era stato espresso in forma
soggettiva. È una vera e propria distinzione tra materia e forma dell’opinione.
Conseguente è per l’autore il suggerimento che la propaganda esiste proprio
perchè nella società esistono narrazioni diverse ed in conflitto tra loro, che
vengono prodotte da diversi gruppi in competizione. L’informazione contingente
si avvale di un’aderenza allo stereotipo che invece l’informazione non contingente
non presenta; quest’ultima si avvale invece di un’adesione diversa, di natura
valoriale. Lo stereotipo rappresenta per lo studioso un simbolo comunicabile con
immediatezza e non caratterizzato in profondità: è un’immagine «svelta» della
realtà, cioè molto schematizzata.

35
Altri spunti vengono da questo punto di vista rispetto il problema della
polarizzazione delle opinioni in una società democratica. Il fattore di conformità è
l’opinione che deriva dal processo di modificazione del testo fatto dall’emittente
allorquando deve rimaneggiare il testo da proporre adattandolo a chi dovrà
usufruirne, senza ovviamente snaturare il contenuto da veicolare. A seconda della
forma fisica che il testo può assumere (il diverso mezzo utilizzato) e del fattore di
conformità, si può arrivare a convincere qualcuno; in questo senso, persuadere
vuol dire veicolare un’opinione. La prospettiva di Fattorello è quindi tesa a
sottolineare come i gruppi e gli individui in questione si trovino a metà strada tra
il gruppo socialmente determinato e la moltitudine indistinta, con elementi da un
lato di natura razionale, dall’altro irrazionale. Si pensi ad esempio ai casi di
aderenza rispetto a un’idea non condivisa all’interno del proprio gruppo di
appartenenza, possibili grazie alla prospettiva non deterministica di potersi
disporre in maniera conforme o meno rispetto la maggioranza. Oltre la rilevanza
che la cultura personale di ognuno è particolarmente importante, così anche
l’attitudine lo è: essa è la disposizione mentale che predispone verso determinati
oggetti e situazioni contingenti ed è frutto di alcuni processi di socializzazione
obbligati nel processo di crescita, come ad esempio l’imitazione, e fa riferimento
alle esperienze individuali di ognuno. Il fattore di conformità presenta cinque
categorie differenti: della ragione, del valore morale, degli interessi comuni, delle
opinioni della maggioranza e infine dello stereotipo. Per poter parlare di fattore di
conformità i testi devono essere costruiti per interessare la totalità delle persone e
dei gruppi (ovviamente tenendo conto che molti gruppi in questo senso si
escludono a vicenda, secondo una categoria o di un’altra). Si può facilmente
pensare anche ad un’altra caratteristica, quella dell’unificazione degli argomenti
(si pensi al classico esempio sociologico del capro espiatorio, tanto comune nelle
vicende storico-politiche di ogni tempo), e anche ad altre come la semplificazione
degli argomenti (per molti versi necessaria nei confronti di una qualsiasi «platea»
di riferimento), l’accessibilità dei termini e l’aderenza alle attitudini precostituite
di cui si parlava poc’anzi; come suggerisce Fattorello «la propaganda non si crea
dal nulla» [ivi, p. 112]. Questo studioso, professore di Storia del giornalismo
all’Università di Roma durante e dopo il ventennio fascista, utilizzò le teorie

36
prima accennate per orientare le ricerche su alcune campagne del regime. In
particolare Fattorello indagò sulla «convergenza» di interessi operata tra il
comune sentire morale e l’aggregazione sociale del regime fascista e la volontà di
perseguitare gli ebrei, certamente meno radicata nella mentalità degli italiani
rispetto ad altre esigenze culturali e di identità più forti.

In conclusione, se parliamo di inclinazioni, influenza ed attitudini, le recenti


ricerche in campo persuasivo sembrano confermare alcune delle intuizioni di
Fattorello appena esposte. L’influenza che i mass media e la tv in generale hanno
durante le campagne elettorali, sembra dipendere dal livello di coinvolgimento
che hanno le persone «colpite» dalla pubblicità politica rispetto ai temi trattati
[Cavazza, 1997]. Chi ha un interesse per la politica (ha partecipato o partecipa ai
processi decisionali di un partito, di un’istituzione o di una qualsiasi aggregazione
o anche chi è semplicemente interessato ed informato su ciò che avviene sulla
scena politica per semplice interesse personale), è proprio chi segue con maggiore
assiduità le trasmissione televisive dedicate alla politica e segue con maggiore
continuità la cronaca politica, ponendosi tuttavia in maniera altamente critica e
selettiva e tendendo a seguire e ad accettare con maggiore attenzione i messaggi
provenienti dalla parte politica nella quale si riconosce; di conseguenza, trova con
maggior facilità argomentazioni critiche nei confronti delle opinioni della parte
avversa. Al contrario, le persone che sono scarsamente interessate alle questioni
politiche sono quelle che seguono meno i programmi di informazione politica e
hanno un orientamento di voto poco stabile; la loro decisione in merito, si forma
in base a scelte non critiche, è il risultato di conoscenze personali, del consiglio di
una persona di fiducia o delle proprie passate preferenze (Richard E. Petty and
John T. Cacioppo [1981] parlano di indici periferici, in questo caso). Sono
tuttavia persone determinanti nei sistemi elettorali di tipo maggioritario in cui
pochi punti percentuali sono decisivi per il risultato generale delle elezioni. In
definitiva, la maggior parte degli studiosi concorda sul come sia difficile che i
media agiscano in maniera diretta sul comportamento di voto (nel breve periodo).
Si può allora pensare ad un’influenza invece sul lungo periodo, soprattutto in
relazione a come intervengono sulla percezione che gli individui hanno rispetto ad

37
alcune questioni (la classica teoria dell’agenda setting). Peraltro, la crescita
d’importanza e rilevanza del voto d’opinione rispetto quello d’identità, che ormai
caratterizza l’elettorato italiano (e non solo, ovviamente) non fa che spiegare i
sempre maggiori investimenti da parte del sistema politico in questo tipo di
comunicazione. Però, come si vedrà anche grazie ad Aristotele, seguire un sistema
di classificazione degli indici periferici in questo ambito come quello di Petty e
Cacioppo non ha molto senso data la natura arbitraria dell’argomento e la
molteplicità di posizioni che può comportare. La politica è un campo che per
definizione è fatto di cose sulle quali si deve necessariamente deliberare per
arrivare a una verità condivisa, grazie anche ad elementi non necessariamente
interni al contenuto di ciò di cui si parla, come anche Fattorello in qualche
maniera aveva intuito.

2.6 Posizionamenti

Abbandonando temporaneamente il problema della persuasione in generale,


torniamo adesso ad un problema più squisitamente linguistico. Esaminate alcune
problematiche relative all’ideologia, agli stili e alla strutturazione del sistema
politico e al come si venga persuasi, rimane ancora un aspetto particolarmente
interessante: cosa fanno i partiti in tutto questo? E soprattutto, come si
differenziano l’uno dall’altro? Storicamente, l’origine dei termini destra e
sinistra, è una metonimia originata dalla disposizione dei rappresentanti della
società francese alla convocazione degli Stati generali nella Francia pre-
rivoluzionaria: i sostenitori del re sedevano alla sua destra mentre gli avversari
alla sinistra. L’origine del termine centro la si deve invece alla necessità di
indicare le posizioni di coloro i quali si trovavano «in mezzo» ai due schieramenti,
spesso in uno stato di vera e propria oscillazione e contrattazione tra i due poli.
Inutile dire che le etichette e le definizioni al giorno d’oggi sono sempre più
superficiali e che appartenere ad uno schieramento non vuol dire assumere in
maniera deterministica una posizione invece che un’altra. Generalmente, nell’aula
parlamentare, a sinistra si trovano i partiti radicali e socialisti; a destra quelli

38
conservatori e nazionalisti. Tuttavia ciò non sempre aiuta a capire i movimenti e le
azioni dei partiti; l’opposizione tra conservazione e progresso, non neanche più
tanto chiara rispetto l’orientamento e le decisioni delle ali più esterne degli
schieramenti politici. È un dato di fatto ad esempio che la sinistra radicale di tutta
Europa adotti delle visioni e sponsorizzi delle politiche di conservazione nei
confronti, per esempio, delle caratteristiche dello stato sociale.

Ovviamente, tutto questo ha delle conseguenze. Sulla scena mediatica dello


scontro politico, la battaglia dei nomi è frequentissima. Ogni rilancio politico che
si rispetti (anche solo nelle apparenze), comporta molto spesso anche un rilancio
linguistico. È il caso del New Labour nel 1997. Questa nuova denominazione è
servita ad oltrepassare le caratteristiche etichette della sinistra inglese, che
consistono nel descrivere i radicali e i progressisti del partito laburista come
esponenti soft o hard, usando cioè delle categorie legate allo stato di consistenza.
Una definizione come quella del New Labour oltre ad avere una caratteristica
positiva (New) cerca anche di aggirare le connotazioni del «solo» termine Labour.
Non solo: i «vecchi» del partito, per opposizione, si sono autonominati Old
Labour, sfruttando chi, nell’elettorato e nei quadri dirigenziali stessi, non vedesse
una connotazione negativa nell’aggettivo Old bensì una di nobiltà, di onestà e di
tradizione. Un discorso simile si può fare anche per l’Italia; basti pensare a tal
proposito alla mutazione che il PCI ha subito trasformandosi in PDS. Chiaramente
rimane il dubbio su cosa succede veramente all’interno di un partito, quando
cambia un aspetto fondamentale come il nome. Il passaggio dal PCI AL PDS ha
comportato infatti una scissione tra progressisti e radicali, cosa che se a molti
sembrò evitabile, a noi, da un punto di vista strettamente linguistico, appare
invece inevitabile: passare dalla definizione di comunista a quella di democratico
per una parte del partito non fu così semplice come lo fu al contrario per alcuni
dei suoi esponenti e per molti elettori e militanti. L’identità, per un partito di
massa come il PCI, rappresentava una componente fondamentale dell’elettorato,
che non a caso è via via mutato per estrazione sociale nelle elezioni seguenti.
Stesso discorso per il New Labour; il partito degli operai è diventato il partito del
ceto medio e, a proposito delle policies seguite dal partito in circa dieci anni di

39
governo ininterrotto, queste ondeggiano tra scelte di estremo progressismo (libertà
di sperimentazione scientifica) e scelte di stampo centrista o liberali (in campo
economico). Peraltro, nel 2006 il nome stesso New Labour non ha più quella
connotazione positiva che aveva nel 1997, e ha perso parte di quel fascino che gli
fece assumere un ruolo chiave nei confronti delle sinistre di tutta Europa nei suoi
primi anni di vita. Altro esempio di come non ci si possa fidare delle definizioni di
posizionamento nello schieramento politico dei partiti è quello della guerra
irachena, e non solo per quanto riguarda il partito di Tony Blair, ma anche gli altri
partiti. L’appoggio a questa guerra in Europa è venuto sia da paesi guidati da un
partito o da una coalizione di centrodestra che di centrosinistra; proprio il governo
di Blair che si autodefinisce socialista vi ha contribuito come primo alleato,
mentre lo stesso non ha fatto il governo conservatore francese di Jean-Pierre
Raffarin.

2.7 Media

Un ultimo aspetto del problema riguarda uno dei temi più esplorati dalle moderne
teorie sulla comunicazione politica: i media. Si accennava brevemente a come i
media producano l’effetto denominato di dipendenza cognitiva, un effetto di
dipendenza che subisce un soggetto nei confronti dei mezzi di informazione. Tutto
ciò è normale, perchè i media non solo aiutano a pensare qualcosa sui temi che
propongono, ma appunto forniscono i temi stessi sui quali pensare qualcosa. È il
fenomeno detto di agenda setting. Riguardo ciò, esistono alcuni problemi ed
alcune osservazioni interessanti. Pateman [1975], a proposito della generale
mancanza di memoria, o anche sulla falsa memoria o sulla facile dimenticanza,
parla della crescente disparità esistente tra il volume di informazioni cui la gente è
sottoposta, spesso in modalità random (di impatto dissociato), e la capacità di
ricezione e di analisi che sembra invece rimanere uguale o addirittura declinare. In
particolar modo, è possibile individuare due aspetti del problema, uno
principalmente concettuale, l’altro verbale. Nel primo caso, è la mancanza della
capacità teorica di interpretare e organizzare schemi atti ad una corretta

40
appropriazione delle forme: la Bibbia è l’esempio di ciò che gli americani spesso
utilizzano (abusandone) come fonte di interpretazione di eventi politici e sociali;
nel secondo caso, la mancanza riguarda l’organizzazione verbale e la
classificazione linguistica di cui si parlava nel primo capitolo. Inoltre, la non
strutturata successione di news, offerte al pubblico come fossero parte di un lungo
tempo presente collegate tramite un continuum spaziale, da un lato effettivamente
fornisce un servizio peggiore alla memoria dell’utente, mentre dall’altro funge da
evidente prova del perché la memoria collettiva sembri in deficit. In questo senso,
non è una richiesta assurda quella di Pateman (anche se estremamente remota
nelle possibilità di essere accolta dal sistema mediale odierno), in favore di una
più corretta copertura mediatica di un qualsiasi intervento politico. La «classica»
estrapolazione di una sola frase dell’intervento in questione, ad esempio, è
fuorviante o almeno insufficiente per comprendere il senso del discorso nella sua
totalità. Essa è una decisione delle varie redazioni in tutto e per tutto, giustificata
dalle modalità di produzione delle news al giorno d’oggi e che però rende un
servizio negativo a chi usufruisce del servizio di informazione; in fondo, gli uffici
stampa di un qualsiasi politico forniscono al giorno d’oggi l’intero discorso agli
organi d’informazione, e non solo una parte di esso.

Denis McQuail [1997], esperto di comunicazioni di massa, evidenzia come esista


sempre una disuguaglianza in termini di potere tra emittente e destinatario; inoltre,
nella sua interpretazione, il potere detenuto dai media in termini propagandistici è
tradizionalmente stato utilizzato nell’interesse di chi produce il discorso piuttosto
che da parte di chi lo riceve. Certo, in questa sede non si vuole scivolare in
predizioni ed analisi apocalittiche del sistema mediale nelle società occidentali,
anche perché storicamente si è sopravvalutato fin troppo il potere di influenza dei
media (come giustamente sostiene lo stesso McQuail). Fatto sta che almeno una
posizione di critica rispetto al sistema mediale generale va riportata, perché
anch’essa tesa, come altri studi già presi in considerazione per questo lavoro, ad
esplorare le connessioni esistenti tra la produzione linguistica della politica (e
delle descrizioni dei fatti politici) e ciò che ne determina le scelte. Abbiamo, tra le
tante, scelto quella di Noam Chomsky, celebre linguista ed intellettuale di grande

41
(e spesso controversa) fama, proprio per la sua radicalità. La posizione
ultralibertaria di questo intellettuale è nota: l’individuo è secondo Chomsky
fortemente influenzato a livello mentale dalle élites economiche dominanti e la
compromissione delle sue capacità gnoseologiche (e linguistiche, dunque) è,
secondo lo studioso, evidente. Insieme a Edward S. Herman [1988] ha anche
spiegato più articolatamente le proprie idee elaborando un modello di analisi che
spiega come i media selezionino e alterino le informazioni presentate al pubblico.
L’idea di base è molto semplice: giornali, tv ed altri mezzi di informazione fanno
parte di conglomerati industriali quotati in borsa e non possono rischiare dunque
la diffusione di notizie che potrebbero danneggiare la loro stessa proprietà.
Discorso simile può essere fatto a proposito degli introiti pubblicitari e dei
rapporti di reciproca utilità che intercorrono tra le istituzioni, che contribuiscono a
fornire le notizie, ed i media. Il discorso in quest’ultimo caso non sarebbe solo
economico, ma anche di reciproco rispetto.

42
Terzo capitolo: Metafore e genitori

«Abbiamo un problema di comunicazione, non di idee»


Romano Prodi

43
3.1 La metafora

Questa è la definizione di metafora tratta da Il Devoto-Oli. Vocabolario della


lingua italiana 2007:

metafora <me.tà.fo.ra> s.f. 1. Sostituzione di un termine proprio con uno figurato,


in seguito a una trasposizione simbolica di immagini: le spighe ondeggiano (come
se fossero un mare); il mare mugola (come se fosse un essere vivente); il re della
foresta (come se il leone fosse un uomo). 2. estens. (generic.). Traslato; fam. :
parlare per m., copertamente o con allusioni suggerite dall’opportunità e dalla
buona creanza; fuori di m. , senza mezzi termini, esplicitamente.
◊ Dal lat. metaphŏra, dal gr. metaphorá, der. di metaphérō ‘trasferisco’ || sec.
XIV.

Questa invece è tratta dall’ultima edizione del De Mauro, Il dizionario della


lingua italiana per il terzo millennio:

me|tà|fo|ra s.f. 1 TS . ref., ling., figura retorica che consiste nel trasferire il
significato di una parola o di un’espressione dal senso proprio a un altro figurato
che abbia con il primo un rapporto di somiglianza( per es.: sei un leone, sei forte
come un leone) . 2 CO estens., parola, espressione figurata S 2 ¹traslato (19) [.a.v.
1375; dal lat. metaphŏra (m), dal gr. metaphorá, der. di metaphérō ‘trasferisco,
trasporto’]  in, per metafora loc.avv. CO in modo allusivo, sotto metafora.

La metafora è uno degli elementi più interessanti all’interno del discorso politico
ed anche uno dei più utilizzati. Certo, esistono altre figure retoriche molto
utilizzate (si pensi al continuo uso di figure metonimiche: Palazzo Chigi per
indicare la Presidenza del Consiglio dei ministri o la Casa bianca per indicare la
Presidenza degli USA), ma la ricchezza degli studi sulla metafora (soprattutto
nell’ultimo mezzo secolo) e l’importanza ad essa data dalla linguistica cognitiva
odierna suggeriscono che approfondire questo argomento potrebbe risultare molto
utile.

44
Francesca Piazza [2004], professoressa di filosofia e teoria dei linguaggi,
sottolinea come nella Retorica aristotelica, in cui la metafora riveste un ruolo
fondamentale, una delle peculiarità sia quella di evidenziare la compatibilità tra le
istanze di piacevolezza e quelle di veridicità in uno stesso discorso persuasivo.
Secondo la studiosa, il problema posto nel corso dei secoli da tanti filosofi, logici
e retori sulla scelta tra ingannare (piacevolmente) e persuadere (con la verità) è
una scelta non necessaria, e l’idea che Aristotele ha dell’uso delle metafore ne è la
prova: le metafore, così come le antitesi di cui si è parlato precedentemente senza
però citare il filosofo, sono il veicolo di quell’apprendimento rapido e piacevole
che Aristotele suggerisce essere particolarmente efficace. Le caratteristiche della
metafora sono tre: «la chiarezza, la piacevolezza e un che di esotico» [Rh., 1405a,
8], tre elementi tutt’altro che semplici da sommare. Non è facile infatti «vedere
ciò che è simile» [Poet. 1459a, 8-9] in argomenti differenti, cioè «osservare il
simile nelle cose distanti» [Rh. 1412a, 13-4]. Come indicano George Lakoff e
Mark Johnson [1980], la metafora è l’abilità di mettere in relazione realtà distanti
tra loro dando vita a nuove intuizioni. Questa peraltro è un’abilità umana in
generale, non semplicemente retorica; ed è il ragionare ciò che procura piacere ad
entrambe le parti coinvolte nella persuasione, secondo Aristotele, ed è dunque il
«rendere <le cose> davanti agli occhi di chi ascolta» [Rh. 1411b, 23] l’obiettivo
del retore. Si pensi, ancora a proposito delle metafore, a come questi suggerisca
che «la stragrande maggioranza delle espressioni brillanti è dovuta a metafore e
all’avere aggiunto un inganno, dal momento che quello che <l’uditore> ha
imparato diventa maggiormente chiaro per il fatto di trovarsi in una condizione
contraria, e la <sua> anima sembra dire: “così è in realtà, io invece sbagliai”» [Rh.
1412a, 19-24].

Muovendoci più in particolare verso l’utilizzazione delle metafore in ambito


politico, Lakoff e Johnson prima e successivamente Andrew Goatly [1997], hanno
stilato un elenco di metafore utilizzate in quest’ambito e hanno sottolineato che
sono due i campi dai quali sono maggiormente prese in prestito: quello sportivo e
quello militare. Studiosi cognitivisti (si rimanda al prossimo paragrafo per

45
approfondimenti in questo senso), hanno trovato la ragione principale di ciò nel
fatto che vi sia implicata l’idea che in entrambi questi ambiti vi sia l’idea di una
qualche sorta di scontro fisico. In realtà, bisogna anche aggiungere che si tratta di
contesti d’azione in cui sono particolarmente ben definite le appartenenze dei
giocatori a due (o più) diversi gruppi, fattore che aiuta chi le crea a definire e
spiegare le alleanze e le discordanze, e chi le «riceve» a comprenderle. Ne fanno
uso sia i politici che i commentatori. Nei paesi anglosassoni ad esempio, la boxe,
che ha un buon livello di diffusione, offre molti spunti in questo senso. To throw
in the towel, a blow below the belt, the gloves are off sono espressioni ricorrenti
spesso anche nel linguaggio comune e sono molto utilizzate nel linguaggio
politico e dell’informazione. In particolare, negli USA si utilizza molto il
linguaggio del baseball: to play ball, a whole new ball game, a ball park figure,
back at first base, mentre in Gran Bretagna quello del cricket: to keep your eye on
the ball, batting on a sticky ticket, to play a straight bat on a question. Adrian
Beard [2000] osserva come nel 1997 Blair, parlando del suo primo governo,
utilizzò l’espressione hit the ground running, immagine che ricorda l’idea dei
soldati che corrono rapidamente verso il combattimento. In politica, i leader si
sconfiggono, e si vincono le campagne elettorali. È interessante la notazione dello
stesso studioso rispetto al fatto che paradossalmente (anche se neanche troppo) la
politica rinuncia ad utilizzare termini d’origine militare a proposito delle guerre
vere e proprie; durante la prima guerra del Golfo si parlò di effetto collaterale
riguardo ai civili caduti durante i bombardamenti, così come si parlò di pulizia
etnica nel 1994 a proposito per lo sterminio di massa kosovaro. Come sembra
evidente, non è dunque un caso che gli stessi linguaggi sportivo e militare si
influenzino tra loro.

Ora, a parte il linguaggio utilizzato per commentare e descrivere gli avvenimenti


che avvengono nel campo politico, la stessa teoria politica ha sempre fatto uso del
linguaggio metaforico. Questo secondo Harald Weinrich [1976], perché la
metafora serve a comprendere le realtà complesse, poco concrete e dai termini
astratti (di cui si è già parlato nel primo capitolo). Addirittura lo studioso parla di
una vera e propria tradizione metaforica nel discorso politico, fatta di un dialogo

46
tra langue e parole nell’utilizzo storicamente determinato delle metafore. In
questo senso, Gianluca Briguglia [2006] suggerisce addirittura di considerare
alcune tradizioni metaforiche come veri e propri linguaggi politici, in senso
wittgensteiniano. Si pensi adesso alla metafora dello stato come corpo vivente. Le
idee proposte al riguardo sono diverse. Anzitutto l’idea che il corpo statale nella
sua unitarietà abbia un valore maggiore rispetto a quello dato dalla somma delle
singole parti; inoltre, vi è implicita l’idea di differenziazione di ciascuna delle
singole parti e infine la ricerca della parte «dominante» nell’organismo può essere
suscettibile di più risposte: il cuore, la testa, l’anima, lo stomaco. John of
Salisbury per esempio pensava il corpo statale come risultato della connessione
tra parti diverse tenute insieme da un principio universale di giustizia; espediente
interessante peraltro per cercare di risolvere eventuali dispute tra parti diverse. Gli
esempi sul dibattito teorico in ambito politico che Briguglia fornisce sono tanti: da
Marsilio da Padova che attribuiva al governo dello stato le funzioni cardiache, a
Nicola Cusano che sottolinea la funzione olistica della metafora, volendo
contribuire al dibattito sul rinnovo delle gerarchie ecclesiastiche, da John
Fortesque che contrappone la testa del paese (il governo) al cuore (il popolo) a
Thomas Hobbes, con l’idea di costruire il corpo statale grazie alla somma dei
singoli cittadini. Da tutto questo ecco l’idea di pensare questa tradizione come
linguaggio politico in sé, dato che sembra possedere forza costituente e creatrice
ed essere un linguaggio aperto, contraddittorio, estremamente mutevole.

3.2 Il paradigma cognitivista e la metafora

Gli scienziati cognitivi studiano la mente umana partendo dal presupposto che
essa sia paragonabile ad una macchina di elaborazione dei dati provenienti
dall’esterno secondo alcuni schemi neurofisiologici prestabiliti. Rientrano dunque
nei campi di studio in questione l’assimilazione, la trasformazione, il recupero, lo
stoccaggio e tutti i processi che riguardano appunto l’interazione tra l’ambiente
circostante e la mente. Questo paradigma interpretativo nato negli anni ’50 negli
Stati Uniti ha conosciuto nel tempo alterne fortune presso gli studiosi di vari
campi, dalla psicologia alle neuroscienze, alla linguistica alla filosofia,

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all’informatica ed altre aree. Attualmente è uno dei paradigmi dominanti in
ambito scientifico pur essendo criticato da molti soprattutto del non tenere conto
della soggettività delle esperienze della mente umana e per le difficoltà nel
ricondurre il comportamento di essa a quello di una macchina.

Nei suoi testi sul linguaggio politico [Moral Politics, 1996; Don’t Think Of An
Elephant!, 2004], il già citato Lakoff, professore di linguistica cognitiva, fa
riferimento al problema della coerenza nel linguaggio politico. Esiste una
diversità di vedute politiche tra i due modelli ideologici centrali (quello
conservatore e quello progressista), rispetto ai quali poi esistono numerose
variazioni singole ma che rivestono un ruolo dominante nel sistema politico (ed
anche culturale) statunitense, in quanto blocchi di pensiero coerenti all’interno dei
quali esistono posizioni estreme o moderate. La differenza fondamentale tra questi
modelli nasce secondo lo studioso da due differenti metafore che
organizzerebbero le due ideologie: quella del Padre severo (Strict Father
Morality) e quella del Genitore premuroso (Nurturant Parents Morality).
L’azione degli ideologi politici e dei politici stessi è quella in questo senso di
ricondurre ad una visione più unitaria possibile le idee e le inclinazioni
dell’elettorato, incoraggiandoli a seguire un unico modello strettamente
conservatore o progressista rispetto al maggior numero possibile di temi. Per
chiarire meglio l’ambito di applicazione di queste idee bisogna anzitutto dire che
l’inclinazione politica non determina necessariamente l’orientamento educativo e
comportamentale dei genitori nei confronti dei figli: esisteranno infatti genitori
premurosi con idee conservatrici (che votano tendenzialmente per il GOP) e
genitori severi con idee progressiste (che invece alle urne si schierano con i
democratici). Sicuramente esiste una differenza di linguaggio, evidente in diversi
termini ricorrenti quali carattere, virtù, disciplina, forza, responsabilità
individuale, intraprendenza, libertà, punizione, ricompensa e molti altri che sono
tutti vocaboli «conservatori» (cioè frequenti nei discorsi dei repubblicani) e alcune
parole come forza sociale, responsabilità sociale, diritti umani, uguali diritti,
aiuto, sicurezza, dignità, oppressione, alienazione, ecc… che appartengono
invece alla sfera liberal. In realtà non si tratta tanto di parole ricorrenti quanto di
parole che diventano centrali nelle scelte dell’organizzazione del discorso che gli

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oratori e gli scrittori politici fanno. È semplice vedere il collegamento tra questi
insiemi di parole e i ruoli di comportamento parentali. L’immagine della famiglia
del resto non è affatto nuova nell’essere utilizzata come analogia in politica: per
trasmettere al paese le proprie preoccupazioni sulle spese statali, Margareth
Tatcher le paragonava a quelle sul bilancio familiare; gli economisti
rabbrividivano, ma la sensibilità dei cittadini in relazione al problema aumentava.

Quali sono le caratteristiche dei due modelli a confronto? Il Padre severo deve
proteggere la famiglia dai pericoli esterni, sostenerla e perpetuarla nel tempo
come istituzione, adoperandosi nell’insegnare ai figli ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato, con una disciplina severa che sottolinei il collegamento tra la riuscita
etica e quella economica e legando l’interesse personale al corretto sviluppo del
comportamento e del carattere (e facendo coincidere la felicità con l’interesse
materiale). I risvolti «pratici» dal punto di vista politico sono, per Lakoff,
abbastanza evidenti. Si pensi all’avversione verso l’assistenzialismo statale e la
previdenza in generale e, d’altro canto, all’attenzione agli incentivi alle grandi
industrie, alle spese militari, alla giustizia, al commercio estero. Da un punto di
vista conservatore, questa attenzione verso chi fa «il bene della società» (si pensi
alle corporation con migliaia di dipendenti, per esempio) e chi invece no (chi non
lavora e dunque non produce ricchezza) è un problema di equità, e non è neanche
impossibile pensare in tal senso a delle reminiscenze smithiane, nonostante
l’evidente discrepanza teorica che potrebbe notarsi rispetto all’idea stessa di
incentivo statale. Lo studioso fa notare come per l’uditore conservatore tutto
questo sia sensato logicamente ed economicamente, oltre che giusto. Esiste, in
merito all’argomento, un esempio interessante sulla politica estera, fornito dallo
studioso. Durante lo Stato dell’unione del 2004, il presidente George W. Bush si
riferì alla non disponibilità a richiedere «un permesso scritto» [ivi, p. 19] all’ONU
per l’invasione dell’Iraq; dietro questa semplice espressione, è possibile
rintracciare la metafora morale che sostiene la distinzione tra repubblicani e
democratici: il permesso scritto risulta un’offesa per una nazione che si considera
detentrice di un potere politico e morale paragonabile nella società a quello dei
presidi, delle insegnanti, dei genitori severi, dei controllori e non certo a quello

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degli alunni (cioè i «controllati», come le altre nazioni viste come inferiori). È
scattato il meccanismo metaforico, secondo Lakoff.
Diversa è invece la metafora del Genitore premuroso, legata ad una maggiore
equità nei rapporti tra padre e madre e che si lega a concetti diversi da quelli tipici
conservatori; forti sono i sentimenti di empatia ed il senso di responsabilità e,
dunque, l’atteggiamento diverso nei confronti sia del mondo che dei figli. Anche
tra questi infatti vige un‘idea di accompagnamento e protezione piuttosto che di
semplice insegnamento o trasmissione valoriale e vige pure un’idea di opportunità
e felicità collettive oltre che individuali. Il problema dei progressisti starebbe
secondo lo studioso nei troppi diversi modelli di progressisti, ognuno dei quali
caratterizzato da una modalità di pensiero differente dall’altro; si va così dagli
ambientalisti ai progressisti identitari, dagli ambientalisti ai difensori delle libertà
civili, dagli spiritualisti agli antiautoritari. Ciascun gruppo, pur avendo
prerogative diverse l’uno dall’altro , condividerebbe la stessa impostazione
«genitoriale» fondamentale.

3.3 Il frame

L’idea di Lakoff, dunque, oltre a reggersi sul paradigma delle scienze cognitive,
utilizza il concetto di frame. Secondo i neuroscieniziati cognitivi (psicologi
cognitivi che studiano la biologia cerebrale a più livelli), i concetti mentali di ogni
individuo sono impressi nelle sinapsi del nostro cervello, e sono la base
significativa per il ragionamento umano. Il frame è la cornice di idee, immagini e
conoscenze di ogni tipo che secondo questi studiosi inquadra i fatti che
recepiamo, i discorsi che sentiamo, gli stimoli esterni che riceviamo. I due modelli
di diversa scelta politica illustrati precedentemente sono due diversi frame, due
visioni del mondo che non possono coesistere nello stesso individuo: ogni singolo
individuo è in grado di accettare solo una delle due proposte. Come accennato
precedentemente, Lakoff e Johnson [1980] pensano che esista una vera e propria
mappatura, all’interno del cervello umano, che include le corrispondenze che la
mente costruisce a partire da alcuni domini concettuali (detti sorgenti) per

50
comprenderne altri (detti bersagli o obiettivi). Negli esempi forniti dai due
studiosi, un dominio bersaglio (astratto) segue generalmente uno sorgente
(maggiormente concreto). Così, il concetto di tempo viene reso maggiormente
accessibile con il riferimento spaziale («i giorni a venire») oppure con l’idea della
solidità («offrire il proprio tempo»). Altri esempi di immediata comprensione
sono la metafora dell’amore visto come viaggio o guerra, oppure le forme di
aggregazione sociale come piante. La particolarità degli autori sta nel parlare del
concetto di mente incorporata (embodied mind), che serve loro a far discendere le
realtà mentali da quelle fisiche (cioè dal sistema motorio-sensoriale). Ancora,
secondo Lakoff e Rafael E. Núñez [2000], solo con le stimolazioni neuronali si
possono capire non solo i suddetti esempi linguistici ma anche alcuni concetti
come le relazioni spaziali oppure la percezione dei colori. I due sostengono inoltre
come sia un’ennesima riprova delle loro idee il disordine di ogni categoria
interpretativa della realtà propri dell’uomo, data la complessità e molteplicità dei
punti di stimolazione fisici. In realtà, nonostante le premesse siano assolutamente
diverse, le conclusioni cui Lakoff arriva (in campo politico e non solo) non sono
troppo distanti da quelle cui giunge anche chi non condivide l’assunto di fondo,
come si vedrà.

Infatti, a che cosa arriva Lakoff utilizzando un percorso del genere studiando la
sfera politica? Viene proposto un esempio. Negli USA non tutti credono che il
presidente Bush abbia mentito invadendo l’Iraq in risposta ai fatti dell’11
settembre 2001: ancora oggi molte persone pensano che Saddam Hussein sia
stato corresponsabile di parte del terrorismo mondiale come Al-Qaeda, e dunque
non recepiscono quello che invece secondo alcune commissioni parlamentari,
parte dei media ed alcuni opinionisti politici è ormai assodato (peraltro, al
momento in cui si scrive questa sembra un’idea preistorica, forse non per ogni
cittadino statunitense ma sicuramente per chi si occupa di politica anche negli
Stati Uniti, anche grazie ad alcune «ammissioni» della stessa Casa bianca). Lakoff
trova il fondamento della propria teoria nel sistema morale che sostiene le due
differenti visioni politiche; secondo gli scienziati cognitivi infatti gli aspetti non
metaforici del sistema morale costituiscono la base per l’esistenza di queste

51
ultime. Si prenda un altro esempio. La nostra idea di benessere risulta
dall’esperienza che abbiamo personalmente o grazie ad altri individui, essa è la
condizione che ovviamente ricerchiamo per noi stessi, sia essa il benessere fisico,
mentale, economico. Non prendendo in considerazione esempi di eccesso di
libertà (che potrebbe anche essere nociva per lo sviluppo comportamentale
dell’individuo), di eccessiva salute fisica (che potrebbe per assurdo comportare la
trascuratezza dei genitori verso il figlio), ma teorizzando invece una sorta di
clausola ceteris paribus per gli individui comuni, otteniamo le condizioni per il
ragionamento morale a base metaforica; la prosperità economica intesa come
valore morale valuta come un valore positivo la ricchezza invece che la povertà;
fisicamente, la forza fisica avrà un valore maggiore della debolezza, così come in
generale lo star bene fisicamente sarà considerato positivo mentre lo star male
negativo e così via. Il sistema metaforico è tutt’altro che arbitrario dunque e dalle
differenti visioni morali, o più propriamente da una diversa strutturazione delle
priorità individuali, ecco emergere le due diverse figure familiari che Lakoff
utilizza per comprendere le diverse adesioni politiche, i due diversi frame.

È interessante tutto questo in un raffronto rispetto alle intuizioni aristoteliche di


cui, come si è già detto, si parlerà diffusamente nel prossimo capitolo. Come si è
già notato nel secondo capitolo a proposito del problema del coinvolgimento e
dell’interesse nel processo persuasivo, le verità politiche, sono verità che
dipendono dall’adesione e dalle preferenze personali; «si persuade mediante il
discorso, quando da ciò che è persuasivo in ordine ad ogni argomento mostriamo
una verità o una verità apparente» [Rh., 1356a, 20-22]. In linea di massima, l’idea
aristotelica è compatibile anche con il paradigma cognitivista, pur costituendo una
prospettiva completamente diversa. La verità retorica, cioè la verità probabile
della retorica non cambia la propria essenza fondamentale in questo contesto
interpretativo, vale a dire continua a dipendere dall’essere accettata o meno
dall’uditorio. Come si è già più volte detto, l’approccio cognitivista è molto
diverso da quello aristotelico, dato il diverso presupposto di partenza (cioè le
neuroscienze). Inoltre, si deve anche registrare il fatto che porre l’accento sui
valori e sull’identità è una scelta che non tutti gli scienziati politici

52
condividerebbero, ed in effetti Lakoff sminuisce (sulla base di alcune ricerche di
economisti cognitivisti che hanno messo in discussione il fondamento delle
scienze economiche, cioè l’idea di homo economicus) l’importanza che «il
portafoglio» ha sulle scelte soprattutto di coloro che hanno un atteggiamento
distaccato verso la politica e che oscillano a seconda della convenienza o di coloro
i quali sono semplicemente «neutrali» fino a che non si trovano nell’urna (come si
è detto nel precedente capitolo); ciò che interessa rilevare qui è che anche questa è
un’idea perfettamente riscontrabile nel pensiero che Aristotele avanza sul giudizio
rispetto a ciò di cui si parla.

3.4 Soldi, verità ed opinioni

In ambito politico dunque non esiste dunque una verità assoluta che come tale sia
dimostrabile e comunicabile, come si è già più volte detto. Ecco perché negli
ultimi quaranta anni, negli USA il partito repubblicano ha investito
massicciamente per riempire quel vuoto concettuale che aveva caratterizzato la
campagna del GOP nelle elezioni successive alla prima guerra mondiale. Si è
investito nella ricerca della verità, potremmo dire. Si è trattato sostanzialmente di
investimenti economici talmente cospicui da permettere oggi ai repubblicani di
usufruire di un’efficiente organizzazione ideologica e organizzativa. Si prendano
in considerazione alcuni esempi: i parlamentari repubblicani intitolano «Cieli
puliti» leggi a favore della grande industria per un maggior sfruttamento
ambientale oppure, con una strategia perfettamente comprensibile anche nel
contesto italiano odierno, parlano di sgravi fiscali per indicare il taglio delle
imposte ed indirizzare un minore quantitativo di introiti alla cosa pubblica;
fondamentale nella strategia discorsiva di promozione della legge in questione
sarà l’accennare ad una situazione gravosa per il contribuente ed al conseguente
alleggerimento di questa. Ad un certo punto del proprio mandato, Bill Clinton
annunciò che «l’era dei grandi interventi dello stato è finita» [ivi, p. 41] ed anche
se le politiche che adottava non sempre riflettevano questa idea, sicuramente
rubava una formula linguistica o un linguaggio ai propri nemici, sfruttando un

53
meccanismo di persuasione esterna (per dirla con Massimo Piattelli Palmarini
[1995], sfruttando dati, atteggiamenti e strategie discorsive della parte avversa.

Da parte dei democratici invece, secondo Lakoff, non è stato fatto molto in questo
senso. È possibile addirittura parlare di un problema di ipocognizione. Questa è
«l’assenza di un frame relativamente semplice e consolidato che può essere
evocato con una o due parole» [2004, p. 45]. Concetto questo, introdotto da Bob
Levy [1973], che indica l’assenza di concettualizzazione o semplice nominazione
di uno stato d’animo, di una sentimento, di una volontà. Per rendere più concreta
quest’idea, basta sottolineare come non esista una sola idea di parte progressista
sulle tasse che risulti condivisa, un accordo strategico atto a mettere d’accordo
l’ala riformista e quella radicale. Lakoff parla per gli USA, ma l’idea non è della
tutta estranea alla situazione italiana, dove, rispetto ai due principali partiti
americani, esiste anche un disaccordo maggiore all’interno delle coalizioni sui
programmi politici da attuare. In questo senso nel 2001, nonostante il meccanismo
elettorale abbia funzionato bene e abbia portato la coalizione di centrodestra al
governo, vi è comunque stato una certa diversità tra alcuni proposti in campagna
elettorale ed i diversi interessi della coalizione. Si pensi ad esempio ai distinguo
degli alleati di centrodestra rispetto al problema dell’ordinamento statale, durante
la campagna referendaria del giugno 2006 per la conferma della riforma
costituzionale varata dal governo durante gli ultimi mesi di legislatura. Gli slogan
forzisti della campagna elettorale furono efficaci, ma la prova referendaria non
venne superata perchè gli interessi in ballo erano troppo diversi e non fu
adeguatamente supportata da tutti i partiti. Si dovrebbe a questo punto verificare
se nello schieramento di centrodestra e in quello di centrosinistra, esistano delle
basi valoriali, identitarie ed ideologiche comuni anche se non è detto che le 2
coalizioni in Italia possano oggi presentarle, dal momento che sembrano resistere
legami di logica principalmente elettorale e governativa.

Ritornando agli USA, è facilmente riscontrabile una maggiore tendenza alla


reattività piuttosto che all’attività da parte del partito democratico e dunque una
certa passività di fronte al linguaggio tipicamente conservatore. Come si diceva

54
poc’anzi, l’espressione sgravi fiscali ormai è parte del vocabolario politico
generale, in USA come in Italia. Qui, sembra diventare sempre più una
prerogativa politica generale di chiunque sia al governo e non del solo
schieramento che ne ha fatto una delle leve della propria forza elettorale («Meno
tasse per tutti»). Il risultato è che la possibilità tra i due schieramenti di essere
veramente credibili al riguardo è di una sola delle due fazioni, ovviamente quella
di centrodestra. Non interessa in questa sede se poi sia una prerogativa anche della
coalizione di centrosinistra farlo, ma certamente da un punto di vista linguistico è
molto facile rintracciare non solo alcuni esempi di dichiarazioni dei principali
esponenti della coalizione progressista favorevoli agli sgravi fiscali, ma anche i
conseguenti «svarioni» e le numerose disattenzioni nelle stesse dichiarazioni,
segno questo di una certa mancanza di pianificazione rispetto al come e al chi
favorire con il taglio delle tasse, di una certa improvvisazione strategica e anche di
una probabile incompatibilità ideologica di alcune delle forze alleate con l’idea
stessa di sgravio fiscale. In realtà, il linguista americano sembra non accorgersi (o
non volerlo fare) che si potrebbe pensare che sia una caratteristica ontologica
degli schieramenti politici non conservatori di avere delle posizioni meno
omologate e maggiormente differenziate al loro interno, forse a causa di
un’identità di riferimento estremamente frastagliata e alle moltitudini di posizioni
propositive cui rifarsi. Del resto, lo stesso studioso intravede sei possibili gruppi
di riferimento per la sinistra americana, come si è detto in precedenza.

Ed ecco un altro esempio, a noi più vicino, in cui viene utilizzata la tecnica del
frame. Croci [ 2001] sostiene che in italiano l’aggettivo illiberale stia per opposto
ai principi del liberalismo, ma che viene tuttora principalmente recepito nella sua
vecchia accezione di nemico della libertà, autoritario, reazionario. Un retore
esperto come Berlusconi ha spesso utilizzato questo termine, anche se molte volte
riferendosi alla semplice accezione di contrario alle procedure democratiche, per
potere continuare a denunciare gli avversari con un appellativo per certi versi
«alto» (e maggiormente complesso rispetto il ricorrente «comunisti»). Ciò gli ha
anche permesso di suggerire per cosa egli parteggiasse, senza che si dovesse
inoltrare nei dettagli; peraltro, la definizione di Forza Italia come partito di

55
ispirazione liberale non è mai stata troppo chiara e neanche esplicitata fino alla
diffusione del manifesto del partito in occasione della campagna elettorale del
2001 nel quale si auspicava «un’Italia liberale» cioè «libera dallo statalismo e
dalla soffocante burocrazia». Nel ‘96 e nel ’94 infatti non vi è traccia di
spiegazione, almeno nei programmi elettorali, se non come aggettivo e peraltro
solo nella seconda campagna di cui Berlusconi è stato protagonista, quella del ’96.
Questo tipo di operazione linguistica non è una procedura inusuale per Berlusconi.
Si pensi all’idea di «buon governo», slogan presentato nell’ultima campagna
elettorale di Forza Italia, che richiama all’operato del secondo e del terzo governo
Berlusconi. Anche in questo caso si tratta del recupero di un modo di dire di
tradizione liberale ottocentesca, che lo studioso Croci lega ad un’altra espressione
come buon senso degli italiani, anch’essa espressione tipica della quale
Berlusconi si è spesso servito per cercare di stabilire ancora una volta un legame
diretto tra uomo della strada e leader. In realtà, proprio sullo stesso significato del
termine liberale, anche negli USA esiste una certa confusione; questo è ormai di
uso comune nella terminologia politica contemporanea, per indicare gli esponenti
più a sinistra all’interno del Partito Democratico. Essere definito liberal negli Stati
Uniti del XXI secolo significa (per il grande pubblico) sostenere delle posizioni
favorevoli al riconoscimento delle unioni omosessuali, mantenere delle posizioni
in generale soft sul crimine, accusare la destra religiosa americana di odio ed
appartenere ad un élite ricca, privilegiata e spesso proveniente da hollywoodiana:
è la potenza del framing da un lato, della macchina ideologica conservatrice
dall’altro. Come ricorda Giancarlo Bosetti [2007], quando il candidato
democratico Michael Dukakis alle elezioni presidenziali del 1988 si presentò
come «liberal nella tradizione di Roosevel, Truman e Kennedy» scoppiò un
finimondo sui media repubblicani proprio perché si autodefinì con la L-word («la
parola che comincia per l» [ivi]).

Dunque come si diceva, uno dei punti di forza della teoria lakoffiana sta nel non
assimilare il comportamento elettorale (l’esprimere la propria preferenza in un
senso o in un altro) a quello genitoriale. Dunque, si è anche già detto che essere
permissivi con i propri figli non vuol dire necessariamente essere progressisti in

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politica e viceversa. Questo, rispetto ai suggerimenti che ci proponiamo di dare
circa un eventuale raffronto tra USA e Italia sul paradigma in questione, è un
aspetto che sicuramente aiuta e va tenuto in considerazione. È utile in tal senso
utilizzare alcune indicazioni delle ultime elezioni. Dal 1994 ad oggi sono stati ben
pochi gli spostamenti di elettori da un lato all’altro dello schieramento: da
un’elezione all’altra, non più del 3-4% di elettorato infatti ha cambiato la
coalizione cui aveva precedentemente assegnato la propria preferenza [Diamanti,
2006]. La considerazione che possiamo trarre da questo dato è che sicuramente il
peso del voto di opinione conta molto, ma quello di appartenenza rappresenta
ancora la parte fondamentale dell’elettorato ed è probabilmente su quello che si
deve puntare l’attenzione.

A partire dunque da queste considerazioni, cosa si deve prendere in osservazione


per verificare o meno la possibile aderenza del modello proposto alla realtà
italiana? L’impostazione dello studioso (e la logica di una discussione in ambito
retorico) suggerisce di partire dai leader, cioè i rappresentanti delle «due Italie».
La loro diversità appare evidente, quasi estrema nella campagna elettorale per le
elezioni politiche del 2006, specialmente se si pensa agli appelli conclusivi
durante i duelli televisivi tra i due (14 marzo e 3 aprile). Dall’analisi dei due
discorsi, risultano evidenti alcune osservazioni. A livello valoriale ed ideale i due
frame di Lakoff hanno un sicuro riscontro nei riferimenti di Prodi e Berlusconi: il
primo infatti utilizza spesso il richiamo a dei valori tipicamente progressisti; il
secondo invece mostra un orientamento più tipicamente conservatore.
Nell’appello finale del secondo scontro, quest’ultimo si appella ad alcune ragioni
che chiama «concretissime» e che però includono alcune riflessioni di carattere
valoriale, legando, come è tipico del Padre severo, la ripresa economica a quella
morale; così ecco gli appelli alle tasse, la proposta di abolizione dell’ICI perché
«la casa è sacra come è sacra la famiglia», il richiamo al «vostro risparmio» e
infine la stessa idea dell’Italia intesa come «azienda» che è una metafora che ben
si adatta alla figura del Padre severo. Per Romano Prodi si prenda ad esempio
invece il discorso conclusivo del primo discorso: l’appello a «mobilitarci, tutti
assieme», al «senso di solidarietà», i riferimenti all’equità, alla giustizia

57
distributiva, alla difesa dei più deboli, al merito individuale. Il discorso suggerisce
l’importanza della collettività come presupposto del benessere anche individuale,
che addirittura diventa la premessa per la possibilità di «organizzare anche un po’
di felicità per noi». Pur utilizzando l’oratore un termine senza dubbio improprio,
trasmette l’idea di accompagnamento, guida e attenzione quale il genitore
premuroso presuppone. Certamente in ambito linguistico, le differenze tra i due
sembrano evidenti, forse in misura maggiore che in altri contesti.

3.5 L’11 settembre e la War On Terror

Il periodo seguito all’11 settembre è stato per gli Stati Uniti un periodo di grande
fermento politico. Numerosi sono gli studi condotti in ambito politico, sociologico
e linguistico, al riguardo. Cercheremo di prendere in considerazione elementi da
tutti i campi suddetti, per cercare di ampliare il problema della metafora familiare
ed altri ancora.

L’interesse su questo particolare periodo, sta nel fatto che non pochi studiosi
hanno parlato di esso come di un momento ricostituente e ricostruente per
l’immagine e l’idea stessa dello stato americano. Una nazione è, per il politologo
americano Benedict Anderson [1983], una comunità politica immaginata (e nel
caso statunitense una molto vasta). Questo perché essa è una comunità di
individui, che ovviamente non si conoscono tra loro, ma che vive nell’immagine
comunitaria di legami che nella pratica risultano frastagliati e stressati. Per citare
alcune tendenze si pensi agli attuali fenomeni di globalizzazione e disembedding.
Il primo discorso alla nazione del presidente Bush l’11 settembre, dallo studio
ovale, è in questo senso già molto esplicativo dell’operazione di ricostruzione
retorica che la Casa Bianca ha cominciato ad operare poche ore dopo l’attacco alle
torri.

«Good evening. Today, our fellow citizens, our way of life, our very freedom
came under attack in a series of deliberate and deadly terrorist acts. The victims
were in airplanes, or in their offices; secretaries, businessmen and women,

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military and federal workers; moms and dads, friends and neighbours. Thousands
of lives were suddenly ended by evil, despicable acts of terror. The pictures of
airplanes flying into buildings, fires burning, huge structures collapsing, have
filled us with disbelief, terrible sadness, and a quiet, unyielding anger. These acts
of mass murder were intended to frighten our nation into chaos and retreat. But
they have failed; our country is strong. A great people has been moved to defend a
great nation. Terrorist attacks can shake the foundations of our biggest buildings,
but they cannot touch the foundation of America. These acts shattered steel, but
they cannot dent the steel of American resolve. America was targeted for attack
because we're the brightest beacon for freedom and opportunity in the world. And
no one will keep that light from shining. Today, our nation saw evil, the very
worst of human nature. And we responded with the best of America -- with the
daring of our rescue workers, with the caring for strangers and neighbors who
came to give blood and help in any way they could. […]

America and our friends and allies join with all those who want peace and security
in the world, and we stand together to win the war against terrorism. Tonight, I
ask for your prayers for all those who grieve, for the children whose worlds have
been shattered, for all whose sense of safety and security has been threatened.
And I pray they will be comforted by a power greater than any of us, spoken
through the ages in Psalm 23: "Even though I walk through the valley of the
shadow of death, I fear no evil, for You are with me […].»

Convergere attraverso la differenza è ciò che il Presidente Bush cerca di fare


secondo la studiosa di linguistica, di origini statunitensi, Sandra Silberstein [2002,
trad. mia]. Unire gli americani in occasione di un momento di contrasto contro un
nemico comune. Il male è fuori, tutto ciò che è dentro la nazione è bene, sottolinea
il già citato politologo neozelandese Richard Jackson [2005]. «Despicable acts»,
«mass murder» da un lato e «the greatest beacon of freedom», «justice» e
«peace». La dimensione pedagogica del discorso presidenziale è ben evidente;
storicamente, sostituisce anche la prima retorica della presidenza Bush, definibile
secondo le tipologie di Roderick Hart [1984] come motivazionale, dimensione
caratterizzata da un maggiore ottimismo ma di tipo meno realistico e simbolico. Si

59
noti la citazione biblica, estremamente familiare al grande pubblico americano.
Nello stesso discorso peraltro era anche evidente l’assunzione di poteri come
Commander in Chief nella guerra a venire: «I appreciate so very much the
members of Congress who have joined me in strongly condemnig these attacks».
«And on behalf of the American people, I thank the many world leaders who have
called to offer their condolences and assistance», aggiunge Bush, e non è un caso
che parli dell’America e dei suoi «amici» e «alleati» in terza persona («America
and our friends and allies…»), costruendo un’immagine ben strutturata di una
famiglia-nazione e dei suoi amici-alleati: anche le scelte grammaticali esaltano
questo aspetto. I discorsi immediati offrono svariati esempi. «Those folks who
committed this act», riferito al nemico esterno. «We’ve had a national tragedy»,
un’unica nazione unita. «Terrorism against our nation will not stand», ancora.
Non è escluso che alla creazione dell’immagine nazione-famiglia contribuisca
anche una consueta nota religiosa di chiusura, un semplice «God bless», o «God
bless America». L’espressione «war against terrorism» ricorre da subito nei
discorsi presidenziali, e diventa successivamente il nome ufficiale (Global War on
Terrorism, GWOT) delle operazioni militari statunitensi connesse alla campagna
antiterroristica successiva a quegli eventi. L’espressione non è peraltro nuova, in
quanto utilizzata spesso dai governi americani o inglesi, fin dal XIX secolo, per
descrivere le proprie contromosse rispetto gli attentati rivoluzionari più volte
subiti (ovviamente da parte di vari soggetti).

Ecco un estratto da un discorso di pochi mesi successivo all’11 settembre: il


discorso sullo Stato dell’unione del gennaio 2002.

«[…] Everyday, a retired firefighter return to Ground Zero, to feel closet to his
two sons who died there. At a memorial in New York, a little boy left his football
with a note for his lost father […]. Beyond all differences of race and creed, we
are one country, mourning together and facing danger together […].»

Ancora riferimenti ad un bambino, ad un padre, ad un dolore e ad un lutto


collettivi che non riguardano solo degli individui ma una nazione intera, con una

60
sorta di procedimento di accumulazione induttiva fondato da alcuni esempi mirati.
Sempre secondo Jackson in realtà la base ideologica che rende efficace questa
costruzione retorica sta nell’implicito riferimento al mito fondativo americano, ai
Padri pellegrini ed alla loro fuga verso la terra promessa. Si tenga anche in
considerazione un altro elemento portato dallo stesso Jackson, quello delle
caratterizzazioni di genere nella retorica post 11 settembre. Queste sembrano
essere profondamente stereotipate: da un lato avremo vigili del fuoco, poliziotti,
soldati e guerrieri, dall’altro la soldatessa Jessica Lynch e le donne afgane e
irachene oppresse dai rispettivi regimi. In realtà questo non è uno stile
necessariamente legato alle problematiche dell’11 settembre quanto una tendenza
dominante che adotta un comportamento forte e muscolare in risposta alle
minacce e alle crisi cui la Casa Bianca deve rispondere; un comportamento
dipendente dalla capacità delle donne di influire sulle scelte politiche e che
nonostante alcune figure femminili particolarmente rilevanti durante la presidenza
Bush, rimane tuttavia molto basso (si pensi ai modelli di femminilità «mascolina»
incarnati da Hillary Clinton, Condoleeza Rice e Nancy Pelosi).

Ed ecco alcuni stralci dal discorso in occasione del quinto anniversario della
strage, l’11 settembre 2006.

« […] On 9/11, our nation saw the face of evil. Yet on that awful day, we also
witnessed something distinctly American: ordinary citizens rising to the occasion,
and responding with extraordinary acts of courage. We saw courage in office
workers who were trapped on the high floors of burning skyscrapers -- and called
home so that their last words to their families would be of comfort and love. We
saw courage in -- and then charged the cockpit. And we saw courage in the
Pentagon staff who made it out of the flames and smoke -- and ran back in to
answer cries for help. On this day, we remember the innocent who lost their lives
-- and we pay tribute to those who gave their lives so that others might live. […]

Since the horror of 9/11, We have learned that they are evil and kill without mercy
-- but not without purpose. We have learned that they form a global network of
extremists who are driven by a perverted vision of Islam -- a totalitarian ideology

61
that hates freedom, rejects tolerance, and despises all dissent. And we have
learned that their goal is to build a radical Islamic empire where women are
prisoners in their homes, men are beaten for missing prayer meetings, and
terrorists have a safe haven to plan and launch attacks on America and other
civilized nations. In the first days after the 9/11 attacks I promised to use every
element of national power to fight the terrorists, wherever we find them. One of
the strongest weapons in our arsenal is the power of freedom. […]

Earlier this year, I traveled to the United States Military Academy. I was there to
deliver the commencement address to the first class to arrive at West Point after
the attacks of September the 11th. That day I met a proud mom named RoseEllen
Dowdell. She was there to watch her son, Patrick, accept his commission in the
finest Army the world has ever known. A few weeks earlier, RoseEllen had
watched her other son, James, graduate from the Fire Academy in New York City.
On both these days, her thoughts turned to someone who was not there to share
the moment: her husband, Kevin Dowdell. Kevin was one of the 343 firefighters
who rushed to the burning towers of the World Trade Center on September the
11th -- and never came home […].»

Lo stile pedagogico, come si è detto, è ancora quello degli esempi utilizzati: la


contrapposizione semantica in chiave ideologica, il saluto finale e il riferimento
biblico («passengers aboard Flight 93, who recited the 23rd Psalm -- and then
charged the cockpit», «thank you, and may God bless you»), la distinzione,
fortemente pedagogica come il discorso stesso in generale «Us vs. them»
(«Nineteen men attacked us», «we've learned a great deal about the enemy»), la
(ri)costruzione dell’identità («we must put aside our differences and work
together», «winning this war will require the determined efforts of a unified
country»).

È possibile individuare in queste strategie retoriche della presidenza corrente il


modello del Padre severo? È possibile individuare un legame tra lo stile
presidenziale di George W. Bush ed il suo orientamento conservatore, cioè la sua
aderenza al modello del Padre severo? Probabilmente no. La costruzione di

62
genere, i riferimenti al mito fondativo, il ruolo del Comandante in capo e altri
passaggi evidenti appena illustrati non sono particolarmente significativi in questo
senso. Non si trovano particolari differenze con i caratteristici stili di altri
presidenti in circostanze simili; Jackson sottolinea in questo senso la straordinaria
somiglianza con la dichiarazione di guerra al Giappone dopo Pearl Harbour fatta
da Franklin Delano Roosevelt, che sembra decisamente fare da modello per il
discorso fatto la sera dell’11 settembre 2001. La retorica del periodo posteriore
all’attacco rimane però comunque una retorica che si potrebbe leggere in chiave
«familiare», fortemente dipendente dal ruolo del padre (o del Genitore, per meglio
dire). Va da sé che in questo caso perdendo la connotazione di democratica o
conservatrice, la figura genitoriale può semplicemente essere assimilata a quella
del capo carismatico, del leader, del condottiero. Ancora una volta, è ancora da
sottolineare inoltre il legame tra struttura politica e linguaggio, perché una delle
spiegazioni più evidenti a permettere questo tipo di retorica (l’unica che si possa
dare a questo livello di approfondimento) è che sia la stessa base costituzionale
della figura presidenziale a permettere un certo tipo di retorica e di
comportamento linguistico. Altra considerazione da fare è che le implicazioni
politiche e storiche rappresentano tutto un altro problema. Ed inoltre, va da sé che
l’ipotesi lakoffiana non viene danneggiata, data la natura straordinaria del tema
trattato, anche in considerazione della tradizione cui essa attinge, né conservatrice
né democratica.

Conclusivamente, un altro appunto sulla Guerra al terrore è d’obbligo. Si è evitato


fin qui di porlo, ma è anche questo di capitale importanza per quel che riguarda il
tropo in questione nel discorso politico. La metafora, nel caso della War On
Terror, è nel nome stesso; peraltro, non è neanche la prima volta che ciò accade.
Si pensi ad esempio alla definizione di Guerra Fredda che, come hanno già notato
in molti, è semplicemente sbagliata, o almeno inadeguata. Una guerra al terrore,
una guerra sui generis come questa, comporta numerosi problemi dal punto di
vista linguistico e già nel primo capitolo si è parlato ad esempio dell’attribuzione
di uno status giuridicamente adatto per i prigionieri di guerra, e tuttavia questo
non è l’unico problema. Poniamoci allora una domanda: se questa è una vera e

63
propria guerra, quando la si potrà definire conclusa? Timothy Garton Ash [2006],
storico e politologo inglese già responsabile di avere sollevato questa questione
linguistica sul piano internazionale, ha addirittura provato a rivolgere la domanda
ad un funzionario dell’amministrazione statunitense, ottenendo la quasi scontata
risposta che la guerra prevede l’eliminazione dei terroristi antiamericani ed
antioccidentali e che finirà con la completa eliminazione di essi. Una prospettiva
ovviamente impossibile. In ambito militare, uno dei problemi delle guerre che si
sono succedute dopo l’11 settembre è infatti stato proprio questo: la
contrapposizione tra un esercito tradizionalmente pesante, un esercito nel classico
senso della parola, ed uno leggero (sempre che di esercito si possa parlare). Si può
pensare che in realtà l’errore nel nominare così l’invasione irachena non sia stato
involontario (il condurre una guerra interminabile per quanto estrema potrebbe
anche essere una scelta), ma ricondurre ad un termine più familiare avrebbe
aiutato a gestire una «normale» guerra sul suolo afgano ed iracheno, con tutti i
vantaggi e gli svantaggi (politici e militari) del caso. Certo, si può anche obiettare
che nominarla in modo diverso non avrebbe cambiato il risultato in Iraq; ma è
certamente difficile negare che non sarà semplice per l’amministrazione
americana risolvere questa guerra. E ciò solo per colpa di una metafora mal
riuscita. Nel dicembre 2006, il Ministero degli esteri britannico ha ufficialmente
chiesto ai restanti ministri del governo in carica di non continuare ad utilizzare
l’espressione in questione data le crescenti controversie ad essa legate; un
portavoce ha infatti dichiarato che esso è «Un linguaggio che, se utilizzato fuori
contesto, potrebbe essere controproducente» [Burke J., 2006, trad. mia]. Lo stesso
ex Segretario alla difesa Donald Rumsfeld, nella sua prima uscita pubblica dopo
essere stato costretto a rinunciare al proprio incarico nel novembre 2006, alla
domanda su cosa cambierebbe del proprio operato rispetto la guerra in Iraq ha
risposto: «Non credo la chiamerei guerra al terrore […]. Ha dato l’idea che la
vittoria e la fine sarebbero arrivate nei 30 o 60 minuti di una soap opera»
[Thomas, 2006].

64
Quarto capitolo: Aristotele e la prospettiva retorica

«Da che cosa deriva tutto questo? Dalla naturale cattiveria del genere umano».
Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, p. 15

65
4.1 Retorica

L’importanza della prospettiva retorica si lega alla possibilità di un suo recupero


in quanto «sistema unitario di riflessione sul discorso persuasivo» [Piazza, p.
140]. L’utilizzazione del sistema retorico classico di cui si è già parlato nei
precedenti capitoli, è infatti particolarmente utile come strumento dell’analisi dei
diversi linguaggi persuasivi anche in un ambito particolarmente ricco di paradigmi
e contrapposizioni teoriche tra diversi strumenti interpretativi come il linguaggio
politico. Inoltre, come sostiene Piazza, parlare della retorica come semplice
strumento di comunicazione di oggetti e verità trovate «altrove», cioè all’infuori
dell’argomentazione retorica oppure quale diabolico strumento di seduzione come
nel corso dei secoli si è sempre più fatto, è in fondo uno stesso modo di
contribuire alla svalutazione della stessa; affiancare invece il metodo aristotelico a
quelli già presentati in questa sede è un modo di suggerire un’ulteriore prospettiva
sulla materia in questione, peraltro in senso linguistico. Occorre quindi puntare i
riflettori sulla situazione oratoria intesa come momento fondamentale delle
vicende politiche di una qualsiasi comunità umana.

Il punto di partenza per cercare di capire perché vi sia bisogno di una prospettiva
retorica è proprio rappresentato dall’ambito di studio in questione. Chaim
Perelman [1979] sostiene, al pari di molti altri studiosi, una semplice ma
fondamentale differenza tra verità scientifiche e verità che riguardano altri campi;
la valutazione delle scelte di natura valoriale, per esempio, oppure la valutazione
come positività o come negatività di alcuni comportamenti, secondo lo studioso è
evidente in ambito politico. E si pensi nuovamente al rapporto tra retorica ed
ideologie: in definitiva il compito di queste ultime è quello di fornire
legittimazione ad un’autorità grazie all’accordo tra l’ideologia dominante,
collettiva, e le procedure legali di nomina ed elezione dei rappresentanti del potere
politico, i quali diventano in questo modo responsabili per la direzione di una
comunità politica organizzata, che tuttavia difficilmente potrà essere efficace se la
forza rappresenterà la sola causa di obbedienza; da qui appunto la necessità della

66
condivisione di uno sfondo integratore ideologico, in politica così come in campo
religioso o filosofico, che possa fornire la necessaria legittimazione ad operare.
Seguendo questo ragionamento, Perelman propone un altro esempio della retorica
in politica, che servirà a capire come le ideologie si combattono tra loro;
esisterebbe infatti un collegamento evidente tra una critica filosofico-politica alla
ideologia dominante e l’atto di natura rivoluzionaria: la critica alla ideologia
dominante rivela «i paralogismi ed i sofismi che legittimano un potere
fondandone l’autorità» [ivi, p. 143] e sembra evidente che serva (o perlomeno sia
potenzialmente utile) ad andare oltre la mera opposizione al sistema di forze
dominante, propugnando un «ordine nuovo», superiore per giustizia ed umanità a
quello corrente. Il dibattito filosofico in questo senso è giustamente definito da
Perelman come «una permanente lotta tra ideologie che cercano di dominarsi l’un
l’altra, nel nome della verità» [ibid.]: è questo che dunque, in molti casi, serve a
giustificare una violenza rivoluzionaria, cioè l’atto concreto di natura
rivoluzionaria. La domanda che sorge spontanea è in che senso tutto questo
sarebbe determinato dalla diversità di ambiti. Perelman risponde sostenendo che
la verità scientifica può semplicemente aiutare a determinare i fatti, ma non a
considerare questi come una ragione per esprimere una preferenza o un
comportamento e, in questo senso, sembra di sentire quello che Aristotele
sosteneva duemila anni prima (e del resto, la La nouvelle rhétorique di Perelman e
Olbrechts-Tyteca [1970] è in forte debito con il filosofo greco). Si veda in questo
senso la distinzione aristotelica tra «ciò che non può essere diversamente da ciò
che com’è» e «ciò che può essere diversamente da com’è, cioè ciò che accade per
lo più» [Met. 1026b, 28 ss.], cioè la distinzione tra l’ambito matematico e
teologico rispetto ad un ambito più vasto costituito, come sottolinea Piazza, da
tutto ciò «che dipende da noi, ossia che abbiamo il potere di modificare» [p. 143],
cioè comprendente tutto ciò che l’ambito umano modifica, ripensa e costruisce,
proprio come fa la politica. È forse superfluo sottolineare come in questa basilare
differenza la parte debole dell’idea aristotelica non è l’idea che la conoscenza
umana risulti in un certo modo imperfetta rispetto all’oggetto politica, data la sua
natura variabile e dipendente da troppi fattori, bensì la possibilità che esistano
verità teologiche e scientifiche immutabili. Ma paradossalmente, questo non fa

67
che rafforzare la convinzione che il carattere di alcune verità e soprattutto la
conoscenza di queste sia una strada proficua da seguire. Beard ricorda a questo
proposito, come in una qualsiasi argomentazione, i filosofi distinguono tra validità
e verità: un’argomentazione valida è un’argomentazione corretta dal punto di
vista logico, ma non deve necessariamente arrivare a una conclusione vera. Allo
stesso tempo però un’argomentazione vera può provenire da un’argomentazione
scorretta. Piattelli Palmarini si dilunga sulle diverse possibilità in questo senso:
«Verità (logica) e persuasività prendono sovente cammini diversi» [p. 80],
sostiene, confermando quello che Aristotele sosteneva alcuni millenni fa.

4.2 L’atto oratorio

Secondo Fedel [1999], «L’atto oratorio può essere definibile come un discorso
formulato da un singolo attore (l’oratore) a fronte di numerosi altri attori
(l’uditorio)» [pp. 25-6]: questo non vuole significare, come sostiene lo studioso,
che gli elementi pertinenti alla comprensione dell’evento persuasivo siano da
ricercare solo nell’evento immediato; al contrario, vanno anche integrati con la
preparazione ed il contesto di conoscenze e caratteristiche caratterizzanti le due
parti in questione. Diversi sono gli studi, anche contemporanei, che
contribuiscono a determinare un canone di approcci utile allo studio dell’oggetto
in questione.

Paolo Mancini [1981] sottolinea l’importanza dello scopo, dell’obiettivo o degli


obiettivi, che l’atto oratorio si prefigge. È interessante nella sua analisi
l’attenzione rivolta all’identità, concetto cui abbiamo già fatto riferimento più
volte. Secondo questo autore, Il riconoscimento in una identità comune in politica
avviene grazie ad il messaggio trasmesso, ed è utile a rafforzare la fiducia e ad
incoraggiare la mobilitazione dei propri sostenitori. Un aspetto particolarmente
interessante è in questo senso l’accreditamento dell’enunciatore, perché sono il
suo prestigio personale e la sua autorità a risultare in gioco in questo senso.
Ovviamente, si deve evidenziare che il discorso è rivolto ad una moltitudine di

68
destinatari, e non ai soli parlamentari che anzi sono i meno influenzabili in questo
senso: si parla a chi è fuori dall’aula parlamentare, in un continuo appello alla
ricerca del consenso. Si pensi a questo proposito, ai discorsi parlamentare che
hanno preceduto una qualsiasi campagna elettorale; essi servono ai due
schieramenti per assicurarsi il consenso degli alleati da un lato e provvedere anche
ad un’altra funzione fondamentale, quella del convincimento degli indecisi, che
come abbiamo visto risulta un compito difficile, oltre che importante. Il
linguaggio quindi assume una doppia valenza: enfatizzando la figura del
destinatario con una gamma di significati ampia e prevedibilmente varia per
moltiplicare i processi di riconoscimento e di riferimento a immagini e temi di
senso comune ed ampliando anche il numero di ricettori del messaggio. La
ratifica dei fatti compiuti è poi secondo Mancini l’ultima modalità linguistica ed è
quella che interessa nel momento in cui l’oratore deve far approvare una decisione
già presa, come nel corso di un’assemblea di partito, in cui si ricorre
maggiormente alla rappresentazione negativa dell’antagonista per cercare di
soddisfare le richieste dell’uditorio. Bengt-Erik Borgström [1982] invece si
concentra maggiormente sullo status di autorità che il retore riveste presso
l’uditorio e di conseguenza il controllo che può esercitare su esso. Egli sottolinea
una distinzione tra la funzione di autolegittimazione, richiamando le credenze di
legittimità che vedono il personaggio protagonista e alle quali l’uditorio partecipa
(formalizzazione) e quella in cui da una posizione di non autorità l’oratore prova a
convincere l’uditorio ad accettare le tesi da lui proposte (persuasione). Questo
tipo di distinzione è interessante perché sottolinea le possibili differenze
linguistiche tra chi può far leva sulla propria autorità e chi solo sulla forza delle
proprie argomentazioni ed ovviamente la propria eventuale autorità di natura non
istituzionale, bensì morale o culturale. Il primo tipo di discorso tende alla ritualità
e alla stereotipia, nonché ad un uso rigido e limitato di vocaboli e formule, mentre
il secondo attinge maggiormente alla creatività personale ed è maggiormente
vincolato ai soli contenuti che cerca di evidenziare. Per molti versi, Frederick
George Bailey [1969] insiste sulla stessa scia di Borgström. Secondo Bailey
infatti, l’oratore politico deve pianificare ed anticipare ciò che l’uditorio può
comprendere ed accettare, attraverso una vera e propria valutazione preventiva

69
delle proprie asserzioni. Di conseguenza, la cooperazione altro non è che ciò che
l’autore precedentemente citato chiamava persuasione. Questo terzo aspetto della
retorica politica, cioè la percezione che il retore ha del proprio rapporto con
l’uditorio appare dunque in tutta la sua importanza, ed è da evidenziare insieme al
rapporto tra l’oratore e l’uditorio ed i particolari tratti linguistici utilizzati per
persuadere. Da ciò deriva addirittura una tipologia tripartita a seconda delle
correlazioni possibili tra i tre ambiti. Il primo tipo di discorso è detto piano, ed è
caratterizzato dall’attesa da parte dell’oratore della piena condivisione del proprio
discorso da parte di chi ascolta: i valori sono condivisi, così come i corsi d’azione
individuati dal retore, le parole di conseguenza sono caratterizzate da una scelta
non-emotiva e l’argomentazione risulta concreta e dettagliata. Opposto al discorso
piano vi è il discorso detto ideologia. Si preferisce, quando non esistono elementi
necessari per aspettarsi un atteggiamento così agilmente cooperativo da parte
dell’uditorio così come nel primo caso: i valori infatti sono da istillare presso il
pubblico, le scelte da giustificare, il linguaggio è fortemente emotivo e
tipicamente ricco di metafore, slogan, principi e formulazioni vaghe. Ultimo tipo
di discorso possibile è infine quello detto programma: una tipologia di discorso
intermedia tra i due fin qui proposti. L’oratore presume che l’oratorio concordi su
alcuni valori fondamentali e tuttavia sente permanere un’area d’incertezza circa
l’accettabilità delle proprie proposte e decisioni. Sarà allora caratteristica
un’azione detta dall’autore giustificativa, cioè esplicativa del proprio operato, che
trae origine da quella base valoriale condivisa grazie anche all’uso di moduli
linguistici emotivi.

4.3 Le prove retoriche

Tornando agli studi aristotelici, una delle esigenze maggiormente interessanti che
qui si vogliono prendere in considerazione è quella della necessità di provare il
tipo di verità contenuta nei discorsi politici. Data la natura variabile di questa
verità, diventa essenziale nella trattazione dell’argomento ciò che in un discorso
politico è adeguato o conveniente; il verosimile, anzi, diventa il punto

70
fondamentale su cui dibattere. Nella Retorica, il filosofo dice che la techne
retorica si fonda su tre aspetti complementari del processo persuasivo, che sono
vere e proprie prove della dimostrazione. Come sottolinea Piazza, il termine prova
va ricondotto alla radice greca, pistis, per poter essere compreso appieno. L’area
semantica è infatti quella dei verbi peíthomai e peitho, che rispettivamente
significano obbedisco, mi lascio persuadere e persuado. Pistis si può dunque
tradurre con fiducia, confidenza e per estensione credenza e persuasione. Dato
che sulle questioni retoriche si delibera, è possibile esibire le ragioni per orientare
l’ascoltatore verso una certa scelta piuttosto che un’altra, proprio secondo un
modello che ricalca quello giudiziario, come lo stesso termine esibire peraltro
suggerisce. Le prove di cui parla Aristotele sono anche dette tecniche, data la loro
origine non naturale bensì discorsiva; sono prove legate ad una dimostrazione che
sarà non esclusivamente soggettiva, bensì condivisibile, da esibire. Sono tutte e tre
le prove in questione a servire egualmente alla costruzione di un’argomentazione
persuasiva efficace; queste prove sono l’ethos, il pathos ed il logos. La prima,
l’ethos, riguarda il carattere dell’oratore e secondo Aristotele è la prova più
efficace delle tre, se realizzata linguisticamente. Consiste nella competenza, nella
benevolenza e nella credibilità dell’oratore. La seconda, il pathos, si realizza
quando l’interlocutore proverà un’emozione per mezzo del discorso. Si è già detto
a proposito della metafora di come si possano far combaciare piacere ed
apprendimento e in questo caso Aristotele pone l’accento sul quanto sia
importante la capacità degli stati emotivi nell’orientare i giudizi umani, essendo
questi ultimi intimamente legati ai primi. La terza prova, il logos, è invece proprio
quello che si dice, cioè l’insieme di argomentazioni che al pari delle prime due
prove costituisce l’ossatura del discorso persuasivo. L’efficacia del logos sta nella
cultura generale del retore e nella sua conoscenza particolare dell’argomento o per
meglio dire «quando da ciò che è persuasivo in ordine ad ogni argomento
mostriamo una verità o una verità apparente» [Rh., 1356a, 20-22], secondo una
citazione che avevamo già riportato precedentemente.
In seguito, la trattazione aristotelica si dilunga nello spiegare come costruire
argomentazioni retoriche efficaci, ottenute tipicamente tramite l’utilizzo di uno
strumento particolarmente efficace, l’entimema. Questo viene detto anche

71
sillogismo retorico, importante anche perché capace di racchiudere l’altro mezzo
a disposizione di chi argomenta, cioè l’esempio, detto invece induzione retorica.
Come scrive lo stesso Aristotele, «da un lato, il mostrare su molti casi simili che è
così, là è un’induzione, qui un esempio; dall’altro, il fatto che, essendoci alcune
cose, in virtù di queste segue qualcosa di diverso al di là di queste, per il fatto che
ci sono queste cose, o universalmente o per lo più, là è chiamato sillogismo, qui
entimema» [ivi, 1356b, 16-9]. Si arriva così a costruire un ragionamento
sillogistico partendo da un altro sillogismo che a questo fa da premessa. Rispetto
«le cose che nella maggior parte dei casi possono essere in modo diverso, è
necessario che vi siano l’entimema e l’esempio […] e che essi derivino da poche
<premesse> e, sovente, da un numero di <premesse> minore di quelle delle quali
deriva il primo sillogismo. Ché, se una di esse sia nota, neppure bisogna
enunciarla. Infatti, la pone l’ascoltatore stesso: per esempio <non bisogna dire>
che Dorieo ha vinto una gara il cui premio è una corona. In effetti, è sufficiente
dire che ha vinto le Olimpiadi; invece, che il vincitore delle Olimpiadi ha come
premio una corona, neppure bisogna aggiungerlo, giacché lo sanno tutti» [Rh.,
1357a, 13-23]. Inutile dire che, nella retorica, le premesse sono verosimili, per lo
più, e di conseguenza lo saranno anche gli entimemi. Questi si costruiranno grazie
a delle vere e proprie regole, dette luoghi, che potranno essere propri o comuni. I
primi riguarderanno solo ambiti specifici (regole valide per i soli argomenti
concernenti per esempio la fisica o la politica), mentre i secondi riguardano invece
regole applicabili a più contesti e dunque ne costituiranno la struttura formale.
Rispetto ai luoghi propri Aristotele si produce in un vero e proprio elenco di
esempi atti a costruire delle argomentazioni accettabili. La «virtù del corpo è la
salute» [ivi, 1361b, 1], a proposito dell’argomento ricerca della felicità; oppure, a
proposito dell’argomento sentimento della paura, si afferma che essa può derivare
da «l’inimicizia e l’ira di persone che sono in grado di fare qualche <male> (è
chiaro infatti che vogliono e possono, per cui sono vicine al fare)» [ivi, 1381b, 33-
5]. Invece, per quanto riguarda i luoghi comuni Aristotele mostra, ad esempio,
uno dei possibili schemi da utilizzare per costruire le argomentazioni, il luogo dei
contrari. In questo caso, egli suggerisce di cercare nell’argomentazione «se al
contrario appartiene il contrario: <a> quando si distrugge <la tesi>, se non

72
appartiene, <b> quando invece la si costruisce, se appartiene. Per esempio, <b>
che l’essere moderato è un bene: infatti l’essere incontinente è dannoso; <b>
oppure, come nel <discorso> per i Messeni: ché se la guerra è causa dei mali
presenti, bisogna raddrizzarli con la pace» [ivi, 1397a, 9-14]. Il procedimento
antitetico risulta così essere estremamente efficace per l’oratoria in generale,
ovviamente anche politica. Ancora una volta, il ruolo delle opinioni personali (e
dunque contestabili) è fondamentale.

Il contributo implicitamente fornito da Aristotele, e non è difficile trovare esempi


a conferma di ciò, è proprio nell’attribuzione di eguale importanza a tutte e tre le
prove precedentemente elencate; come si può leggere infatti un qualsiasi discorso
politico prendendo in considerazione i due soli aspetti (ethos e logos) e
tralasciando la prova emotiva? Peraltro l’idea aristotelica risulta molto utile anche
nell’osservare da un’angolazione diversa le proposte lakoffiane senza dover
abbracciare le scienze cognitive, come si è detto nel precedente capitolo. In questo
senso, le considerazioni sulla metafora familiare risultano maggiormente
condivisibili; la stessa analisi dell’intreccio tra desideri, emozioni, identità e scelte
elettorali risulta più chiare, anche nell’analisi dello scontro tra Prodi e Berlusconi.
Se si prendono in considerazione altri esempi di oratoria politica si troverà sempre
molto forte la compenetrazione tra ragione ed emozione, in molti ambiti. Si
prenderà adesso in considerazione un esempio solo apparentemente «estremo» di
retorica politica, il Mein Kampf di Adolf Hitler, uno dei testi politici
simbolicamente più rilevanti del XX secolo, su cui lo studioso americano di
letteratura e retorica Kenneth Burke [1984] si concentra. L’analisi, che si
concentra sulle strutture retoriche generali del testo e sulla ricerca dell’adesione
del lettore alle tesi esposte, intreccia le convinzioni e i propositi politico-sociali
del suo autore con quelli della nazione tedesca degli anni ’20. L’analisi mostra
infatti come la persuasione hitleriana non nasce dal nulla, ma si lega
profondamente ad alcuni bisogni e sentimenti comuni preesistenti rispetto alla
nascita dell’ideologia nazista e questo si può evincere da diversi punti del testo.
L’idea da cui parte l’autore è quella di indicare in Munich il centro geografico
(dalla tradizione storica e politica giustificabile) che raggruppa ed unifica l’intero

73
popolo tedesco. Questa costruzione retorica dell’identità ovviamente sarà anche
edificata sulla differenza rispetto a qualcos’altro di ben specifico, che sarà trovato
nelle attività (di carattere prevalentemente economico) ebraiche. L’ispirazione
religiosa hitleriana della prosperità morale in un regime di povertà materiale, si
traduce nella conversione delle sofferenze e delle privazioni in una sorta di
escatologia salvifica che mal si concilia con l’accumulo di beni tipico di molte
elite ebree tedesche o centroeuropee. L’idea di base del futuro dittatore non è
dunque tacciabile di non essere razionale, al contrario essa è invece condivisibile
(per il popolo tedesco) perché parte da un presupposto comune: il desiderio di
pace e di non arrivare ad una fine apocalittica più volte predetta come inevitabile,
e che data la drammatica situazione storica del paese sembrava prossima ai più. Il
futuro dittatore diventa grazie al suo testo il nuovo salvatore della patria, capace di
risanarla e di allontanare lo spettro delle fratture politiche e sociali del periodo;
non per nulla a proposito degli scontri parlamentari evidenziava solo gli aspetti
sintomatici piuttosto che quelli causali. Un altro esempio più recente risale al
settembre 2006, quando ad un congresso laburista, Tony Blair enunciava i
successi ottenuti nel corso dei suoi mandati di governo e proclamava ancora vitale
e attuale la cosiddetta Terza via della propria gestione del Labour. Come molti
altri discorsi del leader, tipici dei congressi di partito, esso è tipicamente piano
(per usare la terminologia di Bailey), fatto da colui che sa bene come temi quali la
giustizia sociale, il progressismo e la sicurezza sono condivisi all’interno del
proprio partito. Ma esso è interessante soprattutto perché nella sua ordinarietà
mostra il comportamento del retore che vuole recuperare benevolenza e
credibilità, caratteristiche che sa di dover possedere. Dalla assunzione del merito
(«Il New Labour è il risultato del lungo lavoro svolto da noi per elaborare non
solo le idee e la politica ma anche la struttura filosofica in cui un moderno partito
laburista potrebbe governare»), alla difesa del proprio operato («Abbiamo
dimostrato alla gente che potevamo sposare l’efficienza economica con la
giustizia sociale»), alla ricomposizione della frattura con il proprio partito e con il
proprio paese («Sento spesso dire in giro che l’unica persona che è veramente
New Labour, nel New Labour, sono io. Balle […] il partito laburista oggi è
fondamentalmente ancorato a questa posizione modernizzatrice […]. La grande

74
maggioranza della gente preferisce quella posizione progressista modernizzatrice.
»). Come risulta evidente, fenomeni come quelli della leadership in un qualsiasi
ambito, che contano proprio sull’influenza dell’uno sui tanti, devono poter
avvalersi di una minima analisi retorica, che trova proprio in queste basi
aristoteliche le basi dalle quali iniziare.

Ovviamente, non bisogna dimenticare che le caratteristiche peculiari della cosa


politica (in tutti i suoi aspetti) erano diverse ai tempi di Aristotele; inoltre, non si
vuole qui ricadere in un semplicistico adattamento delle intuizioni del filosofo alla
realtà contemporanea, ma non si deve neanche commettere l’errore inverso,
sopravvalutandone la distanza temporale. In questo senso, sono preziose le
considerazioni sullo stato, la parola e la capacità deliberativa. Si pensi, tra le idee
di Aristotele maggiormente citate nella cultura occidentale, alla considerazione
sull’uomo come zóon politikón [Politica, I, 2, 1253a], che proprio nella capacità
di esprimersi trova la conseguenza della capacità di ragionare e la naturale
possibilità di tradursi in una comunità politica che preesistente al singolo e da cui
naturalmente egli non può essere escluso, secondo la visione finalistica del
filosofo. Risulta dunque più che legittimo utilizzare il paradigma aristotelico per
comprendere le dinamiche del discorso persuasivo politico così come lui lo
utilizzava in relazione alle riflessioni sulla natura dello stato.

75
Conclusioni

In questo lavoro sono stati descritti e analizzati alcuni dei più rilevanti contributi
all’analisi del linguaggio e del discorso politico comparsi (recentemente e non) in
letteratura. La vastità dei contributi dei diversi studiosi e l’intrinseca connotazione
multidisciplinare dei vari approcci ha reso arduo il compito di pervenire ad
un’esposizione che fosse allo stesso tempo completa e sintetica.

Il panorama bibliografico che si è presentato all’inizio del lavoro, non è apparso


né semplice né facile da valutare. Sono infatti molteplici gli strumenti di analisi,
almeno tanto quanto i diversi ambiti sottoposti a valutazione. E’ frequente il
ricorso agli strumenti della sociolinguistica, dell’antropologia e dell’analisi
storica, sociologica, semiologica. I metodi si affastellano e vengono spesso
integrati tra loro; si rimanda di frequente ad altri lavori in un continuum che
prova, seppur con difficoltà, a riassumere come i piani concettuale, descrittivo e
discorsivo siano stati di volta in volta integrati.

Nonostante la rilevante quantità di strumenti di lavoro, il dibattito tra gli studiosi


rimane ancora aperto, per alcuni motivi fondamentali. Il fatto che alcuni approcci
utilizzati siano ancora relativamente poco esplorati, comporta ancora
indeterminatezze e incertezze nella strada da percorrere; vi sono inoltre difficoltà
ineliminabili e palesi a tutti nella materia trattata, quali la volatilità e la
mutevolezza del linguaggio politico. Si pensi ad esempio al recente dibattito
apparso sul quotidiano La Repubblica sul significato del termine socialismo [cfr.
Loyd, Reichlin, Lazar et alii, 2006]. La sensibilità riguardo al problema è forte, e
tuttavia persiste una certa mancanza di chiarezza presso il grande pubblico. Si
pensi, per quanto riguarda l’Italia, ai numerosi riferimenti ai presunti problemi di
comunicazione degli ultimi governi. Non è un caso che questi abbiano
costantemente lamentato un problema di comunicazione piuttosto che di
progettazione ed accordo politico, problema del quale si continua a discutere
senza affrontare alcune componenti essenziali del problema, se è vero che, come

76
sostiene Annamaria Testa [2000], quattro italiani su cinque non riescono a seguire
per intero il telegiornale (e ciò non solo per quanto riguarda la politica).

Ultimo problema poi è proprio l’ottica alla materia proposto da molti studiosi.
Nonostante le dichiarazioni di intenti siano costantemente aperte alla
multidisciplinarietà di cui si parlava prima, in realtà non tutti gli autori si
avvalgono correttamente di tutte le prospettive di cui dovrebbero tenere conto, ed
in particolar modo i politologi. Si tende purtroppo a sottovalutare troppo spesso la
funzione persuasiva ed in particolare la prospettiva retorica, sottovalutando quindi
il peso che nel policy making rivestono i problemi posti dalla filosofia del
linguaggio e dalla sociolinguistica. Si pensi al fatto che la retorica viene spesso
liquidata semplicemente sulla base della sua (presunta) contingenza rispetto al
fatto linguistico, con un accenno alla centralità del concetto di ornatus retorico
oppure alla Nouvelle Rhétorique, con un immancabile accenno alle degenerazioni
della retorica. Si rimanda al già citato lavoro di Santulli [2005] per un esemplare
lavoro di sintesi sulla materia, in questo senso.

In conclusione, quello che qui si ritiene opportuno è in definitiva un ulteriore


sforzo di sintesi; uno sforzo che auspichiamo avvenga su entrambi i fronti
principali dediti allo studio del linguaggio della politica, quello comunicativo e
quello politologico, con l’auspicio che essi, integrandosi, riescano ad offrire
soluzioni a problematiche non solo strettamente linguistiche bensì di carattere
politico e comunicativo più generali. Si pensi, in ultimo, ai problemi riguardanti il
rapporto tra il linguaggio, il discorso politico e le ideologie, l’autorità, l’identità, i
valori, la rappresentanza, i media ed altro ancora. Questi sono problemi che
meritano di essere compresi in una prospettiva che tenda adeguatamente conto di
tutte le angolazioni possibili in merito, e che ci auguriamo una discussione come
quella proposta possa contribuire a mettere in luce.

77
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83
Abstract (English)

From “Converging Parallels”


to “War On Terror”
A multidisciplinary approach to
language of politics and political discourse

84
The aim of this work is to explore current research of language and
discourse in politics, drawing examples from politics, linguistics and rhetoric.
More specifically, this examination focuses on how different researches use
varied paradigms, and that their results can only be effective when keeping in
mind the objectives, the means and the empirical methods when eliciting a
multidisciplinary approach. The main fields of interest are substantiated by vital
examples of how political language and political discourse function today,
especially in Europe and in the USA.

The first chapter focuses on the differences between the fundamental


notions of political language and political discourse, between which the
distinction is not always clear. The areas of study are theoretic politics, political
research and political praxis. In these fields of study a lot of significance is
naturally given to defining the borders of the controversial concept of what we
mean by ‘political’. According to Lorella Cedroni e Tommaso Dell’Era [2002],
the language of politics is a «cluster of linguistic constructions: denotative or
representative, semantic or connotative, pragmatic or rational» [ivi, p. 56]. For
this examination, however, the definition of ‘political discourse’ is of particular
importance to us. First introduced by Michel Foucault, the term deals with the
relations that define the actual interaction between two subjects, usually actors or
institutions. Chris Wheedon [1987] defines the term discourse as «ways of
constituting knowledge, together with the social practices, forms of subjectivity
and power relations which inhere in such knowledges and relations between them.
Discourses are more than ways of thinking and producing meaning. They
constitute the 'nature' of the body, unconscious and conscious mind and emotional
life of the subjects they seek to govern» [ivi, p. 108]. Communicative intention
and its characteristics define why the term discourse is utilised when studying
how language works in actual situations with precise intent. It is both a structure
and a process that permeates society.
Keeping these sources in mind, this work develops a pathway that
addresses contributions from Lev Semyonovich Vygotsky [1934] and Trevor
Pateman [1975] to enlighten how and why language of politics often appears to be

85
both too abstract and complex to be correctly understood by the receiver. Terms
such as monarchy, democracy and aristocracy, for example, are used with
reference to their family resemblance (Ludwig Wittgenstein [1958]), but they are
often (for instance: order, disorder, reaction, conservative) not well enough
connected to their actual concrete meaning or place in a political community. The
receiver’s assimilation of a pre-existent cognitive system of political occurrences
is problematic and can lead to a passive relationship with political issues. One of
the various examples provided in the text is the frequent use of opposite terms
made by politicians. For instance: us/them, moderate/radical, conservative/
progressive.
Picking up from the post-Foucauldian theories on political discourse,
Giorgio Fedel [1999] defines as panpolitical the perspective that sees the entire
language as political. Works from Murray Edelman [1976, 1984], Paul Corcoran
[1990], John G. A. Pocock [1984], and William E. Connolly [1984] are consulted
to further explore this perspective. Studies that compare the language of the
Helping Professions with the language of politics, examples of how authorities
use creativity to take advantage of the pragmatic strength of the language used in
the political environment, as well as examples from American and Italian politics,
are widely employed throughout the whole chapter.

Assuming a more restricted view than the panpolitical proposed in chapter


one, chapter two begins with discussion on how the language and the discourse of
politics develops from ideologies. With reference to Quentin Skinner [1988] and
Walter Bryce Gallie [1956], ideologies are essentially presented as contested
concepts and are particularly significant as cluster concepts (Michael Freeden
[1996]); certain concepts are intentionally linked to others to form an ideology.
The relationship between context and language is presented with various
examples taken from the Italian political scene from the sixties to the present. For
example, the classic reference to the «convergenze parallele» is included. The
idea of «converging parallels» (common political goals between different parties
in charge of the government at the same time) demonstrates how politicians in
Italy used a complicated and not easily understandable language that depended on

86
the electoral multiparty and the governmental system. This and other perspectives
are useful when considering a sociological and political perspective that is, in
many ways, different from the linguistic one. In fact, a linguistic perspective
should consider the communicative event as creating the context rather than
considering it as a precondition of the event itself. Other typologies are more
appropriate when reflecting on how to classify the possible varieties of political
language (Edelman [1976], for instance) and the necessity of keeping in mind its
reception. It is important to reflect on the persuasive process that is vital for
politics. In particular, it seems to be especially necessary to make a distinction
between the knowledge previously known by the public and the contingent
information they acquire (amongst others, Francesco Fattorello [1964]). All this is
confirmed by contemporary tendencies in the electorate’s behaviour. Its relevance
will become clearer in the fourth chapter when discussing the rhetorical
construction of political discourse. Again, several examples are drawn from the
characteristics of British and Italian politics in recent years – precisely, how the
problems of identity influence the actors in determining linguistic strategies. The
chapter concludes with a brief essay on how media agendas and news cycles are
involved in the process of creating the language of politics and how we should
consider various approaches (Denis McQuail [1997] and Pateman [1975] and
even some which are deemed controversial, such as Noam Chomsky and Edward
S. Herman [1988]).

The third chapter is entirely dedicated to a fundamental and widely


recurrent item in political discourse: metaphors. The number of examples
(especially from American, British and Italian politics) provided in the text
explain why an entire section of this work is entirely dedicated to this particular
aspect. Throughout history, from ancient Greek to contemporary cognitive
approaches, many have stressed how metaphors have been used to explain
immaterial and complex realities. According to Gianluca Briguglia [2006], a
metaphor can even be considered a political language itself. Selected works from
George Lakoff [1996; 2004] as well as with Mark Johnson [1980] are used to
explain how the cognitive paradigm and some of its fundamental tools (such as

87
the concept of framing or the theory of the embodied mind) is particularly useful
when explaining the language adopted by politicians, even if the results are not
extremely far from a non cognitive approach, based on current researches in
neurosciences. In the chapter, the two fundamental Parental Models that Lakoff
sees in the USA as dominant (the Strict Father Morality and the Nurturant
Parents Morality) are fully explained with several references to contemporary
Italian politics and the rhetorical discourse of the War On Terror. In more detail,
what is explored here is how, on the one hand Parental Models are used
successfully to explain some electoral behaviours but on the other, they are
insufficient in clarifying why certain linguistic choices do not change according to
the political positioning (as during wars). It is even documented which pathways
are particularly used in order to achieve certain political achievements (such as the
reconstruction of a national identity after 9/11 in the USA) and again, how context
always has a strong influence on political decisions. Here, particular attention is
paid to the analysis of several speeches by George W. Bush. This section presents
extracts from Sandra Silberstein [2002], Benedict Anderson [1983], Roderick
Hart [1984], Richard Jackson [2005] and Timothy Garton Ash [2006].

Lastly, the fourth chapter is entirely dedicated to rhetoric analysis. This is


particularly appropriate in relation to the rediscovery of the Aristotelian tradition,
explored with acknowledgement of current studies. Rhetoric analysis reveals it’s
importance when underlining that the matter of political arguments cannot be
declared as true or false but can only be accepted, or not, from a political
community. The nature of the argument does not allow the search for a logical
revelation but is rather dependent on how the oratory act in political discourse
deals not only with the content it presents, but relies on other elements; such as
the credibility and reputation of the speaker and the emotional aspect of his action.
Several texts are consulted in this chapter, ranging from British, German and
Italian politics. This time, a reconstruction of how linguistic analysis looks at
political discourse will prove the necessity of integrating tools coming from
sociology and politics. The chapter includes contributions from Francesca Piazza
[2004], Chaim Perelman [1979], Aristotele [De Arte Poetica Liber, Ars Retorica,

88
Politica], Frederick George Bailey [1969], Paolo Mancini [1981], Bengt-Erik
Borgström [1982].

89
90