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Introduzione allo strato limite

turbolento

Matteo Rosellini

19 febbraio 2019
ii
iii

A volte uno si sente incompleto


e alla fine è soltanto giovane
Italo Calvino

Ai miei fantastici genitori


e ai miei incredibili nonni
iv
Indice

1 Introduzione alla turbolenza 1


1.1 Il determinismo delle equazioni di Navier Stokes . . . . . . . . 2

2 Le equazioni RANS 7

3 Il tensore degli sforzi di Reynolds 11


3.1 Eddy viscosity . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
3.2 Interpretazione fisica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

4 Equazione di trasporto degli sforzi di Reynolds 17


4.1 Interpretazione dei vari termini . . . . . . . . . . . . . . . . . 20

5 Lo strato limite turbolento 25


5.1 La legge di parete . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31

6 Il meccanismo della transizione 39


6.1 Le strutture coerenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
6.2 Modello ciclico di Hinze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

7 Le scale della turbolenza 49


7.1 La cascata di energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53
7.2 Le ipotesi di Kolmogorov . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57

8 Bibliografia 61

A Le equazioni di Navier Stokes 63

B Flusso incomprimibile 65

v
vi INDICE

C Il tensore degli sforzi viscosi 69

D Calcolo di y+ in un problema pratico 73


Capitolo 1

Introduzione alla turbolenza

L’osservazione dei flussi turbolenti è un’esperienza quotidiana che identifi-


chiamo con il moto non stazionario, irregolare e apparentemente caotico di
un fluido. Uno studio più attento e più approfondito mostrerà invece che i
moti turbolenti sono l’effetto di una dinamica molto complessa che coinvolge
principalmente i termini non lineari delle equazioni di Navier-Stokes. Espe-
rienze di laboratorio sul flusso all’interno di tubi circolari sono state condotte
per la prima volta in maniera sistematica da Osborne Reynolds nel 1883 il
quale introdusse una streakline di inchiostro all’interno di un tubo in cui scor-
reva un certo fluido e, osservandone il comportamento, notò che variando la
velocità media del flusso U , il diametro del tubo d o la viscosità cinematica
ν si poteva suddividere la dinamica del flusso in 3 categorie differenti. Il
fattore U d/ν venne successivamente indicato, in suo onore, come numero
di Reynolds e riferendoci ad esso, le categorie del flusso risultavano essere:

1. Per Re < 2100 il flusso si manteneva stazionario e si comportava come


se delle lamine rettilinee (da cui il termine flusso laminare) scorressero
le une sulle altre interagendo solo attraverso degli sforzi tangenziali: la
linea di colorante, in effetti, si manteneva rettilinea diffondendo molto
debolmente mentre si allontanava dalla sorgente.

2. Per 2100 < Re < 4000 la linea di colorante perdeva la sua stazionarietà
e si propagava lungo una traiettoria ondulata con caratteristiche dipen-
denti dal tempo. In questo regime di transizione, tuttavia, la traccia
del colorante preservava perlomeno la sua coerenza spaziale, rimanendo
confinata entro una linea sottile.

1
2 CAPITOLO 1. INTRODUZIONE ALLA TURBOLENZA

3. Per Re > 4000, dopo un tratto iniziale con oscillazioni di ampiezza cre-
scente, la traccia dell’inchiostro veniva diffusa vigorosamente in tutta
la sezione trasversale del tubo fino a distribuirsi omogeneamente in tut-
to il flusso. Questo regime di flusso è detto regime turbolento ed è
caratterizzato da un moto disordinato, completamente tridimensionale
e non stazionario accompagnato da delle fluttuazioni di velocità con
caratteristiche non deterministiche.

Figura 1.1: sintesi dell’esperimento di Reynolds

1.1 Il determinismo delle equazioni di Navier


Stokes
Un tipico esempio di un segnale turbolento è mostrato in figura, da cui si
può vedere che la velocità oscilla attorno ad un valore medio senza alcuna
frequenza specifica; un’altra caratteristica dei segnali turbolenti, inoltre, è il
fatto che se si ripete lo stesso esperimento e se si misura la stessa quantità
1.1. IL DETERMINISMO DELLE EQUAZIONI DI NAVIER STOKES 3

nello stesso punto e per lo stesso intervallo temporale si ottengono dei segnali
notevolmente differenti se confrontati istante per istante, pur conservando le
stesse caratteristiche statistiche, come il valor medio e la deviazione standard:

Figura 1.2: campionamenti dello stesso segnale turbolento in due istanti


diversi

Questa osservazione sembra a prima vista inconciliabile con la natura


delle equazioni che governano il fenomeno, cioè le equazioni di Navier-Stokes
(descritte in Appendice A): essendo queste, infatti, di tipo assolutamente
deterministico ed avendo condizioni iniziali e al contorno definite si ha che
anche la soluzione deve essere deterministica sia nello spazio che nel tempo.
In realtà, questo dilemma è stato risolto da Lorentz nel 1963: egli dimo-
strò che alcuni sistemi non lineari possono manifestare una tale sensibilità
alle condizioni iniziali che perturbazioni inapprezzabili sui parametri di par-
tenza possono determinare rapidamente soluzioni completamente differenti.
Ad esempio, consideriamo un sistema fisico in cui siano presenti 3 variabi-
li di stato x (t) , y (t) , z (t) la cui evoluzione nel tempo sia completamente
caratterizzata dal seguente sistema non lineare di equazioni differenziali:

 ẋ = σ (y − x)
ẏ = ρx − y − xz
ż = −βx + xy

In cui:
8
σ = 10 β = 3
ρ = 28
4 CAPITOLO 1. INTRODUZIONE ALLA TURBOLENZA

Per riuscire a risolvere questo sistema di equazioni differenziali di primo grado


abbiamo bisogno di fornire 3 condizioni iniziali, le quali potrebbero essere,
ad esempio:
[x (0) , y (0) , z (0)] = [0.1, 0.1, 0.1]
Integrando numericamente si ottiene la soluzione nel tempo mostrata in
figura:

Figura 1.3: soluzione del sistema originale

Perturbando di un fattore 10−6 la prima condizione iniziale, e cioè risolvendo


lo stesso problema con le condizioni iniziali:

[x (0) , y (0) , z (0)] = [0.100001, 0.1, 0.1]

Si ottiene invece la soluzione mostrata in figura:

Figura 1.4: soluzione del sistema perturbato

Già ad occhio si riesce a notare un certo scostamento tra le due soluzioni


x (t) e x̂ (t). In effetti, la differenza tra le due è meglio indicata nella figura
1.5.
Si noti che dopo un certo intervallo iniziale in cui la soluzione del sistema
perturbato coincide con la soluzione del problema esatto, le due soluzioni
iniziano ad essere diverse istante per istante anche di un fattore per nien-
te trascurabile e possono essere confrontate solo nei valori statistici e cioè
considerando i valori medi e l’ampiezza delle fluttuazioni. Quando si studia
1.1. IL DETERMINISMO DELLE EQUAZIONI DI NAVIER STOKES 5

Figura 1.5: differenza tra le due soluzioni

un problema reale con un numero di Reynolds caratteristico sufficientemen-


te alto, dunque, il sistema fisico inizia a mostrare una sensibilità esagerata
alle condizioni iniziali, le cui perturbazioni possono essere diminuite ma mai
eliminate: è per questo che l’evoluzione del moto di un fluido risulta esse-
re estremamente suscettibile di cambiamenti impercettibili nelle condizioni
iniziali, nelle condizioni al contorno o nelle proprietà dei materiali interes-
sati. Considerando ancora l’esperienza di Reynolds, tra i parametri iniziali
delle equazioni di Navier-Stokes possiamo annoverare sicuramente il campo
di velocità, la pressione, la geometria del condotto, la distribuzione iniziale
di temperatura (che determina la viscosità del fluido), la presenza di even-
tuali impurità e le condizioni di finitura superficiale del tubo. Questi ultimi
parametri non possono essere misurati e controllati in modo arbitrariamen-
te e infinitamente preciso e ciò determina, attraverso la non linearità delle
equazioni, la dinamica non deterministica della soluzione del problema pre-
cedentemente descritta. In altre parole, per quanto si possa cercare con
attenzione e precisione di mantenere controllati tutti i parametri al contorno
di un esperimento fisico, è impossibile che due realizzazioni successive del-
lo stesso fenomeno abbiano le condizioni iniziali replicate con una precisione
esatta e ciò porta, per numeri di Reynolds caratteristici sufficientemente gran-
di, a soluzioni che divergono nel tempo l’una dall’altra. Questo porta alla
configurazione tipica e intuitiva della turbolenza, ovvero un flusso apparente-
mente caotico e disorganizzato che dà luogo ad un contorno non stazionario
e frastagliato.
Un altro aspetto interessante dei flussi turbolenti è quello di essere molto
più dissipativi rispetto ai flussi laminari. Questa è una conseguenza dei gra-
dienti di velocità molto elevati dovuti ai vortici di piccola scala, che causano
6 CAPITOLO 1. INTRODUZIONE ALLA TURBOLENZA

grandi aumenti locali di sforzi di taglio e perciò di dissipazione. Cosı̀ dicen-


do, la grande quantità di energia cinetica dissipata dai vortici di piccola scala
deve essere reintrodotta nel flusso a livello delle scale più grandi delle strut-
ture vorticose: se questo non succede, la turbolenza lentamente si ristabilizza
e il flusso torna ad essere laminare. Un’ultima importante caratteristica di
tutti i flussi turbolenti è che sono altamente diffusivi: nei flussi laminari, il
trasporto di quantità di moto, di massa o di energia tra strati adiacenti di
fluido era dovuto al moto caotico molecolare che era alla base del processo
diffusivo viscoso. Questo, però, è un processo abbastanza lento per fluidi dal-
la piccola viscosità cinematica, come ad esempio l’aria o l’acqua: in un flusso
turbolento, allora, si capisce che questi fenomeni di trasporto sono molto più
forti, dal momento che sono causati dalle fluttuazioni macroscopiche delle
particelle di fluido, che migrano in diverse regioni di flusso trasportando le
quantità fisiche di interesse. La conseguenza è che nei flussi turbolenti la
diffusione può essere anche 2 o 3 ordini di grandezza più grande rispetto ai
flussi laminari.

Consideriamo, ad esempio, l’accensione di una sigaretta in una stanza.


Data la diffusività k del fumo in aria, in assenza di turbolenza (aria a ripo-
so), il tempo impiegato dal fumo per diffondere su una lunghezza L = 4m
sarebbe t = L2 /k = 8 giorni e mezzo, mentre in realtà sappiamo bene che
bastano pochi istanti per avvertire il fumo ad una tale distanza. In effetti,
sono le fluttuazioni turbolente che incrementano notevolmente la velocità di
diffusione: alla punta della sigaretta, la temperatura raggiunta di 400/600
gradi fa aumentare la viscosità cinematica dell’aria di 7 volte rispetto al valo-
re a temperatura ambiente. Questo giustifica il fatto che vicino alla sigaretta
il fumo si genera laminare e stazionario (il numero di Reynolds è basso perché
è grande il contributo fornito dalla viscosità cinematica ν al denominatore),
mentre mano a mano che il fumo si allontana dalla sigaretta, mentre la tem-
peratura locale diminuisce, il numero di Reynolds inizierà ad aumentare fino
a che non si raggiungerà il regime turbolento e il fumo inizierà ad assumere
il tipico comportamento che tutti noi abbiamo presente, con ampie volute
dalla dinamica impredicibile. Nelle applicazioni pratiche, quando è richiesta
una buona miscelazione tra due fluidi (ad esempio il processo di combustione
tra combustibile e ossidante in camera di combustione per un motore ae-
ronautico) si ricorre molto spesso a soluzioni progettuali che favoriscano la
formazione di flussi turbolenti, tramite ugelli a spruzzo e vorticatori.
Capitolo 2

Le equazioni RANS

Abbiamo visto in precedenza che in un flusso turbolento, anche con condizio-


ni al contorno stazionarie, il campo di velocità non è stazionario e presenta
oscillazioni non deterministiche attorno ad un valore medio che, eventual-
mente, può dipendere anch’esso dal tempo. Questa dinamica cosı̀ complessa
è, comunque, contenuta per intero all’interno del paradigma delle equazioni
di Navier-Stokes che sono in grado di descrivere il moto e l’interazione di tutte
le scale del moto; purtroppo, però, dal punto di vista pratico, l’estremo det-
taglio con cui queste equazioni descrivono il flusso costituisce al tempo stesso
la debolezza del modello in quanto le risorse necessarie per la risoluzione di
queste equazioni crescono con la terza potenza del numero di Reynolds, e
considerando che nei problemi pratici si raggiungono tranquillamente numeri
di Reynolds dell’ordine di 106 − 109 e quindi va da sé che una soluzione del
problema con un metodo diretto è tecnicamente impossibile. D’altra parte,
è anche vero però che per parecchie applicazioni pratiche la sola conoscenza
delle grandezze medie può essere sufficiente: diventa quindi prioritario riusci-
re a “scomporre” le equazioni di Navier-Stokes in maniera tale da separare la
descrizione del flusso medio da quella del flusso oscillante. A tal fine, è utile
considerare che comunque dato un qualunque segnale dipendente dal tempo
(e tra questi è ovviamente inclusa la velocità) è sempre possibile decomporlo
in un termine che si riferisce al valor medio e in un termine che si riferisce
alla fluttuazione:

u (x, t) = U (x, t) + u0 (x, t)

7
8 CAPITOLO 2. LE EQUAZIONI RANS

Dove, se la velocità media è statisticamente stazionaria:


Z T
1
U (x) =< u (x, t) >= lim u (x, t)dt
T →∞ 2T −T

Mentre, se la velocità media risulta anch’essa funzione del tempo allora l’ope-
razione di media non va effettuata per un tempo infinito ma su un intervallo
finito che risulti molto grande rispetto alle scale temporali delle fluttuazioni
ma che sia allo stesso tempo abbastanza breve se confrontato con i tempi di
variazione del campo medio:
Z t+T
1
U (x, t) =< u (x, t) >= lim u (x, t)dt
T →∞ 2T t−T

Figura 2.1: decomposizione di un segnale in valor medio e parte fluttuante

La decomposizione appena illustrata può naturalmente essere effettuata an-


che per tutte le grandezze contenute delle equazioni di Navier-Stokes. Con-
sideriamo le equazioni del moto dei fluidi scritte in forma non conservativa:

+ ρ div (→−

Dt
v)=0





Dv
ρ = ρ f − ∇p + div (τ V )
 De Dt
ρ = −p div (→
Dt
−v ) + Φ − div(→ −
q)

Facendo l’ipotesi di flusso incomprimibile e considerando la viscosità µ


praticamente costante, dato che la temperatura varia poco, tali equazioni si
modificano nelle seguenti:

div (→


 v)=0
 −
∂→ →

v
∂t
+ v · ∇ v = f − ρ1 ∇p + ν ∇2 →

− →
− −v
 ∂T + →
 − 1 2
v · ∇T = ρcV (Φ − k ∇ T )
∂t
9

Il bilancio della massa e il bilancio di quantità di moto risultano sotto queste


ipotesi disaccoppiati dall’equazione di bilancio dell’energia, con la temperatu-
ra che diventa uno scalare passivo. Trascurando le forze di volume, possiamo
allora scrivere i primi due bilanci in componenti:
( P3 ∂ui
i=1 ∂xi = 0
∂ui
P3 ∂ui ∂p P3 ∂ 2 ui
∂t
+ j=1 uj ∂xj = − ρ1 ∂x i
+ν i=1 ∂x2 i

Considerato che la pressione e l’i-esima componente della velocità sono fun-


zioni del tempo, possiamo applicare la decomposizione di Reynolds e ottenere:
P3 ∂U ∂u0i (t)

 i=1 ∂x + ∂xi h
=0
P3 i
 i
∂u0i ∂u0i

∂U 0 ∂Ui
∂t
+ ∂t
+ j=1 [Uj + u j ] ∂xj
+ ∂xj
=
h i h i
 − 1 ∂P + ∂p0 + ν P3 ∂ 2 u0

 ∂ 2 Ui
ρ ∂xi ∂xi i=1 ∂x2i
+ i
∂x2i

Introducendo l’operatore media temporale, definito come:


Z t0 +T
1
u= udt
2T t0 −T
Se A = A (x, t) e B = B (x, t) sono due funzioni e C è una costante, le
proprietà di tale operatore possono riassumersi in questo modo:

A=A (1)
CA = CA (2)
A+B =A+B (3)
A ·B =A·B (4)
∂A ∂A
∂xk
= ∂xk
(5)
A0 = A − A = 0 (6)
Andiamo ad applicare questo operatore alle equazioni del moto. Per quanto
riguarda l’equazione di continuità di massa, mediando avremo:
3
X ∂U
=0
i=1
∂xi
E sottraendo questo risultato all’equazione non mediata, avremo:
3
X ∂u0 i
=0
i=1
∂xi
10 CAPITOLO 2. LE EQUAZIONI RANS

Da cui scopriamo che sia il flusso medio che quello oscillante sono solenoidali.
Per quanto riguarda l’equazione di bilancio della quantità di moto, invece,
ricordando che come al solito la media temporale di una fluttuazione tempo-
rale, in accordo con la proprietà (6) della pagina precedente, è nulla, allora
si annulleranno diversi termini:
∂u0i ∂ 0
∂t
= u =0
∂t i
∂p0 ∂ 0
∂t
= ∂t
p =0
∂ 2 u0i ∂ 2
∂t2
= u0 = 0
∂t2 i

Non ci resta che riscrivere il prodotto:

∂Ui ∂u0i ∂u0i 0


 
0 ∂Ui 0 ∂Ui 0 ∂ui
[Uj + uj ] + = Uj + Uj + uj + uj
∂xj ∂xj ∂xj ∂xj ∂xj ∂xj

Mediando, avremo:

∂U i ∂u0i ∂U i ∂u0 ∂Ui ∂u0


Uj + Uj + u0j + u0j i = Uj + u0j i
∂xj ∂xj |{z} ∂xj ∂xj ∂xj ∂xj
|{z} 0
0

L’ultimo termine a destra si può riscrivere come:

∂u0i ∂  0 0 ∂u0j
u0j = ui uj − u0i
∂xj ∂xj ∂xj
|{z}
0

Dove l’ultimo termine è nullo in virtù della solenoidalità del flusso oscillante
dimostrata poco sopra. Semplificando la notazione, le equazioni di Navier
Stokes mediate alla Reynolds risultano allora essere:
( P3 ∂Ui
i=1 ∂xi = 0
∂Ui
P 3 ∂Ui 1 ∂p
P3 ∂ 2 Ui P3 ∂ (u0i u0j )
∂t
+ j=1 Uj ∂xj
= − ρ ∂xi
+ ν i=1 ∂x2 − j=1 ∂xj
i
Capitolo 3

Il tensore degli sforzi di


Reynolds

Abbiamo visto che le equazioni di Navier-Stokes mediate alla Reynolds risul-


tano essere:
( P3 ∂Ui
i=1 ∂xi = 0
P3 ∂ 2 Ui P3 ∂ (u0i u0j )
∂Ui
+ 3j=1 Uj ∂U ∂p
= − ρ1 ∂x
P
+ν i=1 ∂x2 −
i
∂t ∂xj i i
j=1 ∂xj

In cui l’ultimo termine a secondo membro rappresenta la componente nella


direzione i−esima della forza risultante connessa con un particolare tensore
aggiuntivo rispetto a quello già incontrato degli sforzi viscosi, detto tensore
degli sforzi di Reynolds. Se non fosse presente l’ultimo termine a destra
nell’equazione di bilancio della quantità di moto, il tensore degli sforzi di
Reynolds, questo sistema di equazioni sarebbe identico al sistema di parten-
za, considerando il flusso medio: questa differenza che intercorre potrebbe
sembrare marginale ma mentre il sistema originale è chiuso dato che abbia-
mo 4 incognite (tre per la velocità e una per la pressione) in 4 equazioni
scalari, la stessa cosa non può dirsi del sistema attuale, che pur presentando
lo stesso numero di equazioni scalare annovera stavolta 10 incognite (3 per
la velocità, una per la pressione e altre ulteriori 6 incognite per il tensore
di Reynolds). Inoltre, se, come abbiamo fatto, si considera la velocità in un
punto del campo di moto u come somma di una velocità del flusso medio
U e di una velocità delle fluttuazioni u0 , allora la media del prodotto delle
componenti della velocità di fluttuazione è un tensore del secondo ordine, che
inquadrato in un particolare sistema di riferimento diventa una matrice sim-
metrica 3 × 3 che viene chiamata, appunto, tensore degli sforzi di Reynolds e

11
12 CAPITOLO 3. IL TENSORE DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

che ha componenti u0i u0j , espressione del prodotto diadico tra le componenti
della velocità fluttuante:
 0 0
u1 u1 u01 u02 u01 u03

τijt = −ρu0i u0j = −ρ  u02 u01 u02 u02 u02 u03 


u03 u01 u03 u02 u03 u03

L’equazione mediata alla Reynolds di bilancio della quantità di moto diventa


perciò:
3 3 
∂Ui X ∂Ui 1 ∂P 1 X ∂ τij + τijt
+ Uj =− +
∂t j=1
∂xj ρ ∂xi ρ j=1 ∂xj

Dove, in pratica, gli sforzi di Reynolds sono considerati come degli sforzi
aggiuntivi incaricati di sottrarre energia dal flusso medio e di trasferirla alle
fluttuazioni di velocità. E’ utile sottolineare ancora una volta che le equa-
zioni di Navier-Stokes sono già da sole assolutamente complete e sufficienti a
descrivere la dinamica di un flusso turbolento: quando detto finora, dunque,
non aggiunge nulla come conoscenza del moto, ma serve piuttosto a snelli-
re il problema da risolvere, limitandoci al moto medio: se, in pratica, nelle
equazioni di Navier-Stokes esatte appariva il solo termine dovuto agli sforzi
viscosi, in quelle approssimate alla Reynolds scritte per il moto medio, si
considera un contributo aggiuntivo agli sforzi viscosi che sia capace di trasfe-
rire energia dal moto medio al moto fluttuante. Nell’equazione scritta poco
sopra, inoltre, τij rappresenta il tensore degli sforzi viscosi del flusso medio,
che per un flusso incomprimibile con ipotesi di Stokes è definito come:

2 ∂U ∂U1 ∂U2 ∂U1 ∂U3


 
  1
∂x1 ∂x2
+ ∂x1 ∂x3
+ ∂x1
∂Ui ∂Uj
τij = µ + = µ  ∂U2
∂x1
+ ∂U 1
∂x2
2 ∂U2
∂x2
∂U2
∂x3
+ ∂U3
∂x2

∂xj ∂xi ∂U3
∂x1
+ ∂U 1
∂x3
∂U3
∂x2
+ ∂U 2
∂x3
2 ∂U
∂x3
3

3.1 Eddy viscosity


A volte si usa indicare il tensore di Reynolds introducendo una viscosità
turbolenta (eddy viscosity), indicandolo come:
 
∂Ui ∂Uj
u0i u0j = −νT +
∂xj ∂xi
3.2. INTERPRETAZIONE FISICA 13

In questo caso, allora:


 
∂Ui ∂Uj
τijt = µT +
∂xj ∂xi

E cosı̀, gli sforzi totali saranno:


 
∂Ui ∂Uj
τijt = (µ + µT ) +
∂xj ∂xi

Dove abbiamo dunque definito una viscosità totale:

µ∗ = µ + µT

Questa espressione potrebbe sembrare attraente data la sua semplicità, ma è


bene sottolineare che nascono diverse insidie, sia matematiche che fluidodi-
namiche. Infatti, mentre la viscosità cinematica ν è una proprietà molecolare
del fluido e nell’ipotesi di flusso incomprimibile (ρ = cost) è costante in tutto
il campo, νT è invece una proprietà del flusso il cui valore cambia in ogni
punto del campo e nel tempo:

νT = νT (~x, t)

In effetti, νT varia da problema a problema: a seconda che si stia studiando


un flusso a valle di un’ostacolo, uno strato limite o un getto turbolento esi-
stono delle leggi empiriche, spesso corredate con correzioni sperimentali su
misura, che permettono di calcolare νT dalla geometria del problema o dalle
caratteristiche del flusso medio e quindi di chiudere il sistema di equazioni.

3.2 Interpretazione fisica


E’ utile aver fatto questo parallelo con il tensore degli sforzi viscosi, dato che
a questo punto possiamo studiare le differenze che sussistono tra l’appena
citato tensore degli sforzi viscosi e il tensore degli sforzi di Reynolds:

1. Gli sforzi viscosi derivano dal trasporto di quantità di moto a livello


molecolare, causato cioè dalla migrazione di molecole fra due particelle
fluide aventi diverse velocità per il moto di agitazione termica.
14 CAPITOLO 3. IL TENSORE DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

2. Gli sforzi di Reynolds, per analogia, possono interpretarsi come dovu-


ti ad un trasporto medio di quantità di moto a livello macroscopico,
causato cioè dalla migrazione di particelle fluide fra zone a diversa ve-
locità media. La misura di tale trasporto è data dalle correlazioni fra
le componenti di velocità fluttuante sovrapposte alla velocità media.

A riprova del fatto che entrambi questi tensori, quello degli sforzi viscosi e
quello degli sforzi di Reynolds, sono responsabili dello scambio di quantità
di moto tra particelle fluide, consideriamo il volume di controllo riportato in
figura:

Figura 3.1: volume di controllo

Trascuriamo il contributo non stazionario e consideriamo il flusso di quantità


di moto attraverso la superficie:
ZZ
Q̇ = ρu (−u · n̂)dA
A

E consideriamo la componente lungo j:


ZZ
Q̇j = ρuj (−u · n̂)dA
A

Allora, introducendo la solita decomposizione della velocità:


ui = Ui + u0i uj = Uj + u0j

Avremo che: ZZ
Uj + u0j (Ui + u0i ) ni dA

Q̇j = −ρ
A
3.2. INTERPRETAZIONE FISICA 15

E cioè: ZZ
Ui Uj + Ui u0j + Uj u0i + u0i u0j ni dA

Q̇j = −ρ
A
Effettuiamo una media alla Reynolds per ottenere:
 
ZZ
Q̇j = −ρ Ui Uj + Ui u0j + Uj u0i +u0i u0j  ni dA
A |{z} |{z}
0 0

E cioè: ZZ

Q̇j = −ρ Ui Uj + u0i u0j ni dA
A
Infine, dal teorema della divergenza segue che:
!
∂ u0i u0j
ZZZ
∂ (Ui Uj )
Q̇j = −ρ −ρ dV
V ∂xi ∂xi

E cosı̀ risulta subito chiaro che il tensore degli sforzi di Reynolds è re-
sponsabile dello scambio di quantità di moto all’interno del volume V a causa
della presenza di una velocità fluttuante u0 sulla superficie A. Consideria-
mo a questo punto un profilo di velocità mediato nel tempo e due superfici
parallele al piano x = z:

Figura 3.2: fluttuazioni di velocitá in uno strato limite

Si consideri un elemento di fluido che, grazie ad una fluttuazione positiva


0
v > 0 si sposti dalla superficie 1 alla 2. Poiché in media la velocità degli
elementi fluidi della superficie 1 è inferiore a quella degli elementi della 2,
l’elemento di fluido avrà velocità lungo x inferiore a quella media, cioè u0 < 0.
In media si avrà:
τijt = −ρu0 v 0 > 0
16 CAPITOLO 3. IL TENSORE DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

0
Allo stesso modo, considerando una fluttuazione di velocità negativa v <0
che traporti una particella fluida dalla superficie 2 alla superficie 1, avremo
che in media la velocità fluttuante sulla superficie 2 era maggiore di quella
sulla superficie 1 e dunque tale particella indurrà una fluttuazione positiva a
indurrà una fluttuazione positiva u0 > 0. Anche in questo caso, quindi:

τijt = −ρu0 v 0 > 0


Capitolo 4

Equazione di trasporto degli


sforzi di Reynolds

Vale la pena, a questo punto, cercare un’equazione che definisca la dinamica


del tensore degli sforzi di Reynolds. Andremo ad analizzare i contributi dei
diversi termini che vi appariranno. Per ricavare tale equazione, seguiremo
questo procedimento:
h i h  i
RSij = u0j N S (Ui + u0i ) − N S (Ui + u0i ) +u0i N S Uj + u0j − N S Uj + u0j

In cui RSij indica la componente ij dell’equazione di trasporto degli sforzi


di Reynolds (Reynolds Shear Stress Trasport Equation) e N S (. . . ) indica
l’applicazione dell’equazione di Navier-Stokes del bilancio della quantità di
moto per un flusso incomprimibile sotto le ipotesi usate finora.
Seguendo lo schema descritto poco sopra, consideriamo allora la componen-
te i-esima dell’equazione di bilancio della quantità di moto a cui è stata
applicata la decomposizione di Reynolds:
∂(U + u0i ) ∂(Ui + u0i ) 1 ∂(P + p0 )
+ (Uk + u0k ) =− + ν ∇2 (Ui + u0i )
∂t ∂xk ρ ∂xi
E sottraiamo a questa l’i-esima componente della stessa equazione, mediata:
∂Ui ∂Ui ∂ 1 ∂P
+ Uk + (u0i u0k ) = − + ν ∇2 Ui
∂t ∂xk ∂xk ρ ∂xi
Per ottenere:
∂u0i ∂u0 ∂Ui ∂ 1 ∂p0
+ Uk i + u0k u0i u0k − u0i u0k = − + ν∇2 u0i

+
∂t ∂xk ∂xk ∂xk ρ ∂xi

17
18CAPITOLO 4. EQUAZIONE DI TRASPORTO DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

A questo punto moltiplichiamo per u0j :

∂u0i ∂u0 ∂Ui ∂ u0j ∂p0


u0j + u0j Uk i + u0j u0k + u0j u0i u0k − u0i u0k = − + u0j ν∇2 ui

∂t ∂xk ∂xk ∂xk ρ ∂xi
E mediamo termine a termine. Per il primo termine, avremo:

∂u0i
u0j
∂t
Per il secondo termine, invece:

∂u0i ∂u0
u0j Uk = Uk u0j i
∂xk ∂xk

Dove si è usata la proprietà (4) con B = Uk . Proseguendo:

∂Ui ∂Ui
u0j u0k = u0j u0k
∂xk ∂xk
Dove ci siamo serviti ancora una volta della stessa proprietà. Continuando:

∂  ∂(u0i u0k ) ∂ u0i u0k
u0j u0i u0k − u0i u0k = u0j − u0j
∂xk ∂xk ∂xk
E cioè:  
∂(u0i u0k ) ∂ u0i u0k 0 0
0 ∂ (ui uk )
∂ u0i u0k
u0j − u0j = uj 0
− uj
∂xk ∂xk ∂xk |{z} ∂xk
0

A destra dell’uguale, consideriamo il contributo della pressione:

u0j ∂p0

ρ ∂xi
E infine:
u0j ν∇2 u0i
Abbiamo dunque ottenuto l’equazione mediata:

∂u0i ∂u0 ∂Ui ∂ (u0i u0k ) u0j ∂p0


u0j + Uk u0j i + u0j u0k + u0j =− + u0j ν∇2 u0i
∂t ∂xk ∂xk ∂xk ρ ∂xi
19

Teniamo a mente la relazione:


∇2 u0i u0j = u0j ∇2 u0i + 2∇u0i ∇u0j + u0i ∇2 u0j


A questo punto ripetiamo il procedimento considerando la componente j-


esima dell’equazione di bilancio della quantità di moto, moltiplicando per ui
e mediando; in sostanza, quello che dobbiamo fare è sommare alla relazione
mediata ottenuta la sua corrispondente ottenuta invertendo i pedici i e j.
Quindi avremo:

0 ∂uj
∂u0j 0 0 ∂Uj
∂ u0j u0k u0 ∂p0
ui 0
+ Uk ui + ui uk 0
+ ui =− i + u0i ν∇2 u0j
∂t ∂xk ∂xk ∂xk ρ ∂xj
A questo punto, sommiamo membro a membro:

∂u0 ∂u0j ∂ u0i u0j
u0j i + u0i =
∂t ∂t ∂t
Poi:
" # 
0 0 0 0 0 0
∂u i
∂u j ∂u i
∂u j ∂ ui u j
Uk u0j + Uk u0i = Uk u0j + u0i = Uk
∂xk ∂xk ∂xk ∂xk ∂xk

Continuando:
∂Ui ∂Uj
u0j u0k + u0i u0k
∂xk ∂xk
E ancora:
0 0

0 ∂ (u0 0
i uk ) 0
∂ uj u k 0 0 ∂uk
0
0 0 ∂ui
0
0 0 ∂uk
0
0 0
∂u0j
uj + ui = ui uj + uj uk + ui uj + ui uk
∂xk ∂xk ∂xk ∂xk ∂xk ∂xk
|{z} |{z}
0 0

E cioè, tenendo conto che il flusso oscillante è solenoidale, sommando un


termine nullo, avremo:
0 0 0 0

0 ∂u 0 ∂ u u u
∂u i j ∂u k i j k
u0j u0k + u0i u0k + u0i u0j =
∂xk ∂xk ∂xk ∂xk
|{z}
0

Quindi:
u0j ∂p0 u0 ∂p0 ∂p0 ∂p0
 
1
− − i =− u0i + u0j
ρ ∂xi ρ ∂xj ρ ∂xj ∂xi
20CAPITOLO 4. EQUAZIONE DI TRASPORTO DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

E infine:
2
 ∂u0i ∂u0j
u0i ∇2 u0j + u0j ∇2 u0i =∇ u0i u0j −2
∂xk ∂xk
Mettendo tutto insieme, abbiamo quindi ottenuto:

∂ (u0i u0j ) ∂ (u0 u0 ) ∂Ui 0 0 ∂Uj ∂ (u0i u0j u0k )


∂t
+ Uk ∂xi k j + u0j u0k ∂x k
+ ui uk ∂x k
+ ∂xk
=
0
  0
∂p0 ∂p0 ∂u ∂u
− ρ1 u0i ∂x

j
+ u0j ∂x i
+ ν∇2 u0i u0j − 2ν ∂xki ∂xkj

Che è l’equazione di trasporto degli sforzi di Reynolds.

4.1 Interpretazione dei vari termini


Riorganizzando alcuni termini avremo:
0 0 0

∂ (u0i u0j ) ∂ (u0 u0 ) ∂U i ∂U j ∂ ui u j uk
∂t
+ = − u0j u0k
Uk ∂xi k j − u0i u0k −
∂xk ∂xk ∂x
| {z } | {zk }
Pij dij
0 0 0 ∂u0
 
1 ∂p ∂p ∂u j
+ν∇2 u0i u0j − 2ν i

− u0i + u0j
ρ ∂xj ∂xi ∂x ∂x
| {z } | {zk k}
φij εij

E cioè: 
D u0i u0j
= Pij + dij + φij − εij
Dt
Essa si presta bene ad una interpretazione delle quantità che la compon-
gono: i primi due termini a primo membro sono assimilabili a una derivata
materiale in cui, però, l’accelerazione convettiva è dovuta solo alla velocità
media del flusso e non alla velocità totale. I due termini successivi, invece,
sono spesso indicati con Pij e rappresentano il tasso di produzione di ener-
gia cinetica turbolenta: essi hanno un ruolo fondamentale nella evoluzione
del tensore di Reynolds in quanto rappresentano l’interazione tra il tensore
stesso e il campo medio; per esempio, nel caso di turbolenza omogenea e
isotropa, il gradiente del campo medio è nullo e questi termini di interazione
sono perciò anch’essi nulli. Al contrario, in prossimità di pareti solide, dove
per la condizione di aderenza alla parete i gradienti di velocità sono grandi,
questi termini causano sia la produzione che la successiva orientazione delle
4.1. INTERPRETAZIONE DEI VARI TERMINI 21

varie componenti del tensore di Reynolds. Il termine dij , invece, rappresenta


il trasporto del tensore di Reynolds da parte della componente fluttuante
della velocità. I termini φij rappresentano le interazioni velocità-pressione
che conferiscono una natura non locale al fenomeno: in effetti, questi termini
non hanno nessun impatto sulla generazione di energia turbolenta, piuttosto
si occupano di ridistribuire l’energia turbolenta che si forma in eccesso nel-
la componente lungo la direzione del flusso verso le altre componenti nello
spazio. Il termine εij , infine, è il termine dissipativo e tiene conto della diffu-
sione e della dissipazione delle fluttuazioni turbolente attraverso la viscosità
con una dinamica particolare che coinvolge diverse scale del moto e che sarà
discussa più avanti In un flusso di taglio, come può essere uno strato limite
mostrato in figura sotto:

Figura 4.1: strato limite classico

Supponiamo che ci interessi calcolare come varia il termine di produzione di


energia cinetica turbolenta lungo la direzione k = 2. Allora, data la:
∂Ui ∂Uj
Pij = −u0j u0k − u0i u0k
∂xk ∂xk
Avremo che:

P11 = −2u01 u02 ∂U


∂x2
1
P12 = −u02 ∂U1
2 ∂x2 P22 = P33 = 0

Dato che per la maggior parte dei flussi, il termine di produzione è positivo,
allora si vede bene che:
∂U1 ∂U1
∂x2
> 0 → u01 u02 < 0 ∂x2
< 0 → u01 u02 > 0

E dunque il tensore di Reynolds risulta essere di segno opposto al gradien-


te di velocità quando il termine di produzione è positivo, cosa che accade per
22CAPITOLO 4. EQUAZIONE DI TRASPORTO DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

la maggior parte dei flussi turbolenti salvo casi particolari: una tra le eccezio-
ni potrebbe essere quella di flussi soggetti a forze fortemente stabilizzanti, ad
esempio flussi sottoposti a notevoli accelerazioni centrifughe. Scrivendo l’e-
quazione di trasporto del tensore di Reynolds lungo le tre direzioni principali
avremo:  2
Du01 0 0 ∂U1
 Dt = −2u 1 u2 ∂x2 + φ11 − ε11 + d11


2
Du02
Dt
= φ22 − ε22 + d22
2

Du03

= φ33 − ε33 + d33

Dt

Si vede che tra le componenti lungo le direzioni principali è solo la com-


ponente fluttuante lungo la direzione caratteristica del moto u01 ad essere
direttamente generata dal termine di produzione di energia turbolenta. I
processi dissipativi rappresentati dai termini εii entrano in gioco solo alle
0
piccole scale del moto turbolento, e considerando che, in generale, anche u2
0
e u3 non sono nulli, allora sarà compito del termine φij ridistribuire l’energia
dalla componente lungo la direzione del moto verso le altre componenti nello
spazio. Considerando che:

D u01 u02 0 ∂U1
= P12 + φ12 − ε12 + d12 = −u22 + φ12 − ε12 + d12
Dt ∂x2

Allora si può vedere che il processo di ridistribuzione dell’energia turbolenta


per mezzo delle fluttuazioni di velocità espresse nel tensore di Reynolds può
essere schematizzato come un processo triangolare:

Figura 4.2: meccanismo di ridistribuzione dell’energia turbolenta


4.1. INTERPRETAZIONE DEI VARI TERMINI 23

In pratica, il tensore degli sforzi di Reynolds è generato dai gradienti di


velocità a livello macroscopico delle particelle fluide: ad esso, è associato un
tensore di produzione di energia cinetica turbolenta che produrrà fluttuazioni
lungo una direzione privilegiata, che è quella caratteristica del flusso. A que-
sto punto, sarà compito del temine di pressione ridistribuire questa energia
cinetica turbolenta anche verso le altre componenti della velocità fluttuante,
alle quali, infine, sarà di nuovo associato un tensore di produzione che andrà
a rinforzare le fluttuazioni del tensore degli sforzi di Reynolds.
E’ interessante anche vedere come cambia la generazione della turbolenza
quando il flusso investe una parete curva: in particolare, ci chiediamo se
esista una diversa risposta nel comportamento del flusso a seconda che la
curvatura sia concava o convessa. Esaminiamo dunque il caso seguente:

Figura 4.3: strato limite su parete concava

In cui abbiamo un gradiente di velocità ∂U1 /∂x2 dovuto alla condizione di


aderenza ma anche un altro gradiente, ∂U2 /∂x1 dovuto al fatto che la su-
perficie su cui scorre il flusso è concava. Sappiamo dunque, dal teorema di
Bernoulli, che la pressione statica dell’infinito a monte sarà maggiore della
pressione statica mano a mano che si affronta la curva e allora la velocità
del flusso dovrà necessariamente aumentare lungo il moto: ciò rende anche
il gradiente di velocità ∂U2 /∂x1 > 0. In questo caso, allora, avremo:

P11 = −2u01 u02 ∂U


∂x2
1
P12 = −u02 ∂U1 02 ∂U2
2 ∂x2 − u1 ∂x1 P22 = −u01 u02 ∂U
∂x1
2

In virtù delle considerazioni fatte sui gradienti di velocità, allora, siamo sicuri
che quando la curvatura è concava entrambi i termini per l’espressione di
24CAPITOLO 4. EQUAZIONE DI TRASPORTO DEGLI SFORZI DI REYNOLDS

P12 siano dello stesso segno. Inoltre, possiamo sicuramente dire che per
curvature piuttosto deboli e non accentuate, il gradiente di velocità lungo la
direzione normale alla parete sia molto maggiore di quello lungo la direzione
tangenziale:
∂U1 ∂U2

∂x2 ∂x1
Allora, si capisce bene che quando la parete è concava entrambi i gradienti
avranno lo stesso segno e saranno maggiori le fluttuazioni di velocità prodot-
te; quando invece la parete è convessa, avremo che il gradiente di velocità
del flusso medio lungo la direzione del moto avrà segno opposto rispetto a
quello lungo la direzione normale alla parete, e questo aiuta a far diminuire
il tasso di produzione dell’energia cinetica turbolenta.
Possiamo anche visualizzare il bilancio dei vari termini dell’equazione di
trasporto degli sforzi di Reynolds in uno strato limite. Si noti che, come
ci aspettiamo, produzione e dissipazione di energia cinetica turbolenta sono
più o meno uguali in tutto il flusso, cosa che però non si verifica alla parete:
infatti, la condizione di aderenza implica che la produzione sia nulla e che
i termini viscosi siano molto più importanti di quelli inerziali, mentre la
dissipazione ha un massimo alla parete e poi decresce quasi monotonicamente.

Figura 4.4: bilancio di produzione e dissipazione in uno strato limite


Capitolo 5

Lo strato limite turbolento

La maggior parte dei flussi turbolenti sono delimitati da una certa parete
solida: l’esempio più famoso e anche più versatile nel senso che bene di
adatta alla descrizione di numeri fenomeni fisici è sicuramente quello dello
strato limite su una lastra piana. In un problema di questo tipo, un flusso non
turbolento scorre dall’infinito a monte su una lastra piana liscia di lunghezza
L e posta a incidenza nulla rispetto al flusso creando uno strato limite che
si sviluppa continuamente nella direzione del flusso, con lo spessore dello
strato limite δ (x) che cresce mano a mano che aumenta la distanza dal
bordo di attacco x; inoltre, gli sforzi di taglio alla parete non sono noti a
priori. Consideriamo un sistema di riferimento per cui l’asse x1 , parallelo alla
direzione del flusso, coincide con la lunghezza L della lastra piana di spessore
infinitesimo e l’asse x2 , normale a x1 è diretto verso l’alto. La direzione del
flusso asintotico, come già detto, è quella dell’asse x1 e la velocità del flusso
è indicata con U0 (x1 , x2 , x3 ) = (U0 (x1 ) , 0, 0). Le componenti della velocità
del flusso nello strato limite saranno u (x1 , x2 , x3 ) = (u (x1 , x2 ) , v(x1 , x2 ), 0) e
la pressione statica all’infinito a monte p0 (x) è legata alla velocità del flusso
esterno mediante il teorema di Bernoulli:

dp0 dU0
− = ρU0
dx dx

Lo spessore dello strato limite δ (x) è definito come il valore della distanza
normale alla parete per cui la velocità u (x, y) eguaglia il 99% della velocità
asintotica U0 (x). Questa grandezza non è facilmente misurabile, quindi a

25
26 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

volte si preferisce tener conto dello spessore di spostamento:


Z δ(x)  
∗ u (x, y)
δ (x) = 1− dy
0 U0 (x)
Oppure dello spessore di quantità di moto:
Z δ(x)  
u (x, y) u (x, y)
θ (x) = 1− dy
0 U0 (x) U0 (x)
In relazione a questo problema, definiamo dunque alcuni numeri di Rey-
nolds caratteristici, prendendo come lunghezza di riferimento la lunghezza
dell’intera lastra piana o la distanza x dal bordo di attacco:
U0 L U0 x
ReL = ν
Rex = ν

Il problema consiste in un flusso che investe la lastra e che si mantiene


laminare fino a che il Reynolds locale non supera un certo valore di soglia
(all’incirca ReCR = 5 × 105 ) per cui si ha l’inizio della transizione e il flusso
diventa turbolento. Le equazioni di strato limite, allora, sono:
(
∂u ∂v
∂x
+ ∂y =0
2
∂u
∂t
+ u ∂x + v ∂y = − ρ1 dp
∂u ∂u
dx
0
+ ν ∂∂xu2

La soluzione semi-analitica a questo problema fu trovata da Blasius nel 1908:


egli introdusse una variabile adimensionale η, cosı̀ definita:
q
η = ∆y ∆ = Uνx0

E cercò soluzioni del tipo:


u = U g (η)
Assumere che la soluzione ad ogni stazione x abbia la forma u = U g (η)
significa assumere che i profili di velocità siano autosimili, e cioè che abbiano
sempre la stessa forma per ogni valore di x, solo riscalata in direzione y in
quanto ∆ varia, come visto, lungo x. Introducendo la funzione di corrente
e dopo qualche manipolazione Blasius arrivò ad un’equazione differenziale
ordinaria che si può risolvere numericamente e fornisce il profilo di velocità
di Blasius. Finché il numero di Reynolds non diviene successivamente ele-
vato, la soluzione analitica risulta essere in completo accordo con i risultati
27

sperimentali. Ricordando gli spessori tipici dello strato limite definiti poco
sopra, Blasius ottenne con la sua teoria questi risultati fondamentali:

δ (x) = 5.2x

Rex
; δ ∗ (x) = 1.72x

Rex
; θ (x) = 0.664x

Rex
; cF (x) = 0.664

Rex

Dove cF (x) rappresenta il coefficiente di attrito locale, definito come:

τW (x)
cF (x) =
1/2ρU02

E il numero di Reynolds considerato in queste espressioni è un numero di


Reynolds locale, definito cioè:
U0 x
Rex =
ν
A questo punto la domanda sorge spontanea: come mai a partire da un
certo numero di Reynolds in poi la soluzione sperimentale si discostava da
quella analitica? La risposta sta nell’insorgere del fenomeno della turbolenza,
di cui ci preoccupiamo adesso di descrivere la dinamica. Innanzitutto, la
prima osservazione che deve essere fatta è che anche per uno strato limite
turbolento l’ipotesi di Prandtl secondo cui la pressione statica in direzione
normale alla parete solida resta costante all’interno dello strato limite. In
ogni modo, però, ci sono delle differenze sostanziali rispetto ad uno strato
limite laminare, e infatti un confronto visivo è mostrato in figura:

Figura 5.1: visualizzazione di uno strato limite turbolento

Si vede chiaramente già dall’immagine che sono presenti svariate strut-


ture vorticose, le quali sono inclinate nella direzione del flusso e sono capaci
di trasportare verso l’interno il flusso potenziale esterno, che coincide con lo
sfondo bianco in figura. La figura ci restituisce subito anche un’idea immedia-
ta della capacità di mescolamento tipica dei flussi turbolenti e che giustifica
28 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

un maggior scambio di quantità di moto tra il flusso esterno e lo strato limite.


Inoltre, la figura ci mostra chiaramente che il contorno di uno strato limite
turbolento è sicuramente più frastagliato e meno regolare rispetto a quello
laminare, dove il flusso scorreva su falde parallele. Consideriamo allora l’e-
quazione di bilancio della quantità di moto per uno strato limite su lastra
piana: mediando alla Reynolds, avremo allora:

∂U ∂U 1 dp0 ∂ 2U ∂ u0 v 0
U +V =− +ν 2 −
∂x ∂y ρ dx ∂y ∂y
Che si può anche riscrivere:
∂U ∂U 1 ∂τ dU0
U +V = + U0
∂x ∂y ρ ∂y dx
Dove τ (x, y) è il tensore degli sforzi totale, cioè la somma degli sforzi alla
parete e degli sforzi di Reynolds:
∂U
τ =µ − ρ(u0 v 0 )
∂y
Alla parete, per la condizione di aderenza, l’equazione del bilancio della
quantità di moto si semplifica in:
∂ 2 U

1 dp0
ν 2 =
∂y y=0 ρ dx

Cioè:
∂ 2 U

1 dp0
2
=
∂y y=0 µ dx

In cui il termine di secondo grado rappresenta la curvatura del profilo della


velocità alla parete. Si vede inoltre, come nello strato limite laminare, che le
forze di pressione bilanciano le azioni viscose alla parete. Conseguentemente,
gli sforzi totali alla parete saranno espressi da:

∂U 
0v0
∂U
τW = µ − ρ u = µ
∂y y=0 | {z y=0} ∂y y=0
0

Grazie alla presenza delle fluttuazioni di velocità racchiuse e descritte all’in-


terno del tensore di Reynolds e che sappiamo essere collegate ad un maggior
29

trasporto di quantità di moto, ci accorgiamo allora che le particelle fluide


che non si muovono più per falde parallele l’una sopra all’altra, a causa delle
fluttuazioni di velocità, tenderanno a modificare il proprio valore di velocità
media, spostandosi da strati inferiori a strati superiori o viceversa. Abbiamo
visto che le particelle che si muovono da strati superiori a strati inferiori (più
vicini alla parete) tenderanno a far aumentare la velocità media degli strati
inferiori. Le particelle che percorrono il cammino inverso, viceversa, avranno
l’effetto opposto. Statisticamente, l’effetto globale è quello di far aumentare
la velocità media degli strati inferiori proprio a causa di questo scambio ma-
croscopico di quantità di moto promosso dalle oscillazioni di velocità tipiche
dei moti turbolenti: il profilo di velocità media in uno strato limite turbolen-
to sarà dunque caratterizzato da valori di velocità più alti vicino alla parete
rispetto al caso laminare:

Figura 5.2: confronto tra i profili di velocità di uno strato limite laminare e
di uno turbolento

Questa differenza può essere quantificata confrontando le formule seguen-


ti, ottenute empiricamente da dati sperimentali, con quelle ottenuta dalla
soluzione di Blasius:

δ (x) = 0.37x
Re0.2
; δ ∗ (x) = 0.046x
Re0.2
; θ (x) = 0.036x
Re0.2
; cF (x) = 0.0592
Re0.2
;
x x x x

In effetti, lo spessore di strato limite aumenta più rapidamente lungo la lastra


nel caso turbolento rispetto al caso laminare, dato che nel caso turbolento
δT (x) ≈ x0.8 mentre nel caso laminare δL (x) ≈ x0.5 . La stessa cosa si può dire
anche a proposito del coefficiente di attrito, che in flusso laminare è propor-
zionale a Re−0.5 mentre in un flusso turbolento risulta essere proporzionale
a Re−0.2 . Dunque, lo schema che si usa per descrivere il passaggio da un
30 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

regime laminare ad un regime turbolento su una lastra piana con gradiente


di pressione nullo è il seguente:

Figura 5.3: schematizzazione della transizione in uno strato limite

Il parametro fondamentale che regola il meccanismo della transizione è sicu-


ramente il numero di Reynolds: mano a mano che il flusso scorre sulla lastra
piana, infatti, il numero di Reynolds, che ci dà un’indicazione preziosa sul
peso dei contributi viscosi rispetto a quelli inerziali, inizia ad aumentare ma-
no a mano che ci si allontana dal bordo d’attacco: all’aumentare del numero
di Reynold i termini inerziali iniziano a diventare preponderanti finché non si
giunge ad un numero di soglia, chiamato numero di Reynolds critico per cui
i termini viscosi non riescono più a smorzare le perturbazioni inevitabilmen-
te presenti nel campo di moto. Queste ultime perturbazioni, anzi, vengono
amplificate dai termini non lineari delle equazioni di Navier-Stokes come de-
scritto in precedenza e portano ad una condizione di flusso instabile, che ci
restituisce l’idea visiva di un flusso apparentemente caotico e disordinato. Il
punto in cui si ha transizione si può determinare mediante la relazione:
U 0 xT ν
= ReCR → xT = ReCR
ν U0
E’ comune attribuire un’origine virtuale x∗ allo strato limite turbolento, che
si riesce a ricavare eguagliando gli spessori di quantità di moto dovuto al
flusso laminare in x = xT e dovuto al flusso turbolento in x = xT − x∗ come
segue:
θL (xT ) = θT (xT − x∗ )
5.1. LA LEGGE DI PARETE 31

E cioè:
0.664 0.036 ∗
0.5 xT = h
U0 xT
i0.2 (xT − x )
U0 (xT −x∗ )
ν ν

In cui si deve risolvere per l’origine virtuale x∗ .

5.1 La legge di parete


Insomma, da un punto di vista pratico l’effetto dello strato limite turbolento,
in virtù del maggior scambio di quantità di moto a livello molecolare favorito
dalle fluttuazioni di velocità non più impedite dai termini viscosi, è quello di
rendere più elevate le azioni alla parete rispetto ad uno strato limite laminare
a parità di condizioni esterne. Si vede chiaramente dalla:

∂U
τW = µ
∂y y=0
che, dunque, alla parete, la viscosità ν e lo sforzo alla parete τW sono para-
metri molto importanti. A partire da queste quantità, si definiscono di solito
delle scale viscose tra cui la velocità di attrito (friction velocity):
r
∗ τW
u =
ρ
E la lunghezza viscosa (viscous lenghtscale):
r
ρ ν
δν = ν = ∗
τW u
Si nota che il numero di Reynolds basato sulle scale viscose risulta essere
unitario:
u ∗ δν
Reδν = =1
ν
Il numero di Reynolds di attrito, invece, è definito come:
u∗ δ δ
Re∗ = =
ν δν
La distanza dalla parete misurata in lunghezze viscose, o unità di parete
(wall units), è indicata dal fattore:
y u∗ y
y+ = =
δν ν
32 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

Si noti che y + è molto simile a un numero di Reynolds locale, e cosı̀ il


suo valore può essere un indice della relativa importanza dei termini viscosi
rispetto a quelli turbolenti. Si vede sperimentalmente che il contributo delle
azioni viscose risulta essere il 100% alla parete y = y + = 0, si dimezza
all’incirca intorno a y + = 12 ed è minore del 10% intorno a y + = 50. Sulla
base del parametro y + si possono allora definire diverse regioni, o livelli, nella
zona di flusso vicino alla parete:
1. Come già visto, nella regione in cui il valore di y + si mantiene al di sotto
di 50, il contributo delle forze viscose sugli sforzi di taglio è rilevante:
tale zona è detta viscous wall region;
2. viceversa, le regioni di flusso in cui y + supera il valore di 50 sono carat-
terizzate dal fatto che il contributo della viscosità è trascurabile rispetto
alle azioni inerziali: tale zona prende il nome di outer layer.
All’interno della viscous wall region a sua volta esiste uno strato sottile,
localizzato nella regione di flusso in cui y + < 5, detto viscous sublayer, in
cui gli sforzi di Reynolds sono trascurabili rispetto a quelli viscosi.
Alla luce di quanto abbiamo visto finora, all’interno dello strato limite,
possiamo scrivere che il profilo medio di velocità sarà una funzione di queste
variabili:
U = f (ρ, ν, τW , δ, y)
Serviamoci adesso del teorema di Buckingham. Consideriamo il fatto che
la nostra funzione ha 6 parametri in 3 dimensioni fisiche: allora è possibi-
le studiare il problema attraverso solamente 3 parametri adimensionali. In
effetti:
[L] [M ] [L]2 [M ]
[u] = [t]
; [ρ] = [L]3
; [ν] = [t]
; [τW ] = [L][t]2
; [δ] = [L] ; [y] = [L] ;

Decidiamo adesso di adimensionalizzare la velocità u, lo spessore dello strato


limite δ e la distanza dalla parete y. Allora avremo, per la velocità:
[L] [M ]α [L]2β [M ]γ
Π1 = U γ
ρα ν β τW = · 3α · β · γ 2γ = [L]1+2β−3α−γ ·[M ]α+γ ·[t]−1−β−2γ
[t] [L] [t] [L] [t]
Da cui ricaviamo il sistema:
 
 1 + 2β − 3α − γ = 0  α = 21
α+γ =0 → β=0
−1 − β − 2γ = 0 γ = − 12
 
5.1. LA LEGGE DI PARETE 33

E allora otteniamo:
−1/2
Π1 = U ρ1/2 τW
Cioè: r
ρ U
Π1 = U = ∗
τW u
Invece, per quanto riguarda lo spessore dello strato limite avremo:

[L] [M ]α [L]2β [M ]γ
γ
Π2 = δ ρα ν β τW = · · · = [L]1+2β−3α−γ · [M ]α+γ · [t]−β−2γ
[t] [L]3α [t]β [L]γ [t]2γ

Che dà luogo al sistema:


 
 1 + 2β − 3α − γ = 0  α = − 12
α+γ =0 → β = −1
−β − 2γ = 0 γ = 12
 

E allora avremo:
1/2
Π2 = δ ρ−1/2 ν −1 τW
Cioè:
u∗ δ
r
δ τW δ
Π2 = = = Re∗ =
ν ρ ν δν
Infine, per quanto riguarda la distanza alla parete avremo:

[L] [M ]α [L]2β [M ]γ
γ
Π3 = y ρα ν β τW = · 3α · β · γ 2γ = [L]1+2β−3α−γ ·[M ]α+γ ·[t]−β−2γ
[t] [L] [t] [L] [t]

Che dà luogo al sistema:


 
 1 + 2β − 3α − γ = 0  α = − 21
α+γ =0 → β = −1
−β − 2γ = 0 γ = 12
 

E allora avremo:
1/2
Π2 = y ρ−1/2 ν −1 τW
Cioè:
u∗ y
r
y τW y
Π3 = = = y+ =
ν ρ ν δν
34 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

A questo punto, definiamo una velocità “più” come fatto con la distanza
alla parete, come il rapporto tra il valor medio della velocità e la velocità di
attrito:
U
u+ = ∗
u
E non ci resta che notare che, allora:
 
+ ∗ +
 u δ y
(Π1 , Π2 , Π3 ) = u , Re , y = , ,
u ∗ δν δν
Allora possiamo scrivere che il profilo medio di velocità nella regione dello
strato limite sarà data da:
 
U y δ
=f ,
u∗ δν δν
Notiamo che le due espressioni y/δν e y/δ sono legate dalla definizione del
numero di Reynolds di attrito e si possono quindi usare in maniera equivalente
due fra queste tre quantità:
δ y δ
Re∗ = = ·
δν δν y
Ci torna dunque più comodo riferirci a queste due quantità dato che ci si
aspetta che δν sia la scala appropriata nella regione viscosa di parete y + < 30
e che δ sia la scala appropriata nello strato esterno. Allora il profilo di velocità
si potrà equivalente scrivere come:
 
U y y
=f , (5.1)
u∗ δν δ
Passando al gradiente di velocità, avremo che:
u∗
 
dU y y
= Φ , (5.2)
dy y δν δ
Prandtl (1925) postulò che, per numeri di Reynolds sufficientemente ele-
vati e in regioni sufficientemente vicine alla parete (y/δ  1) il profilo
medio di velocità risulta essere determinato solamente dalle scale viscose,
indipendentemente dal valore di U0 e dello spessore dello strato limite δ.
Matematicamente, questo implica che:
   
y y y
lim f , = fW
y/δ→0 δν δ δν
5.1. LA LEGGE DI PARETE 35

E dunque l’equazione (5.1) si modifica, per valori y/δ  1, nella seguente


espressione:  
U y

= fW (5.3)
u δν
E cioè il problema di definire il profilo medio della velocità nella zona più
vicina alla parete dello strato limite si può risolvere in funzione di questi due
parametri adimensionali che non dipendono né dalla velocità asintotica U0 né
dallo spessore δ dello strato limite. Questo ci porta a ricavare la cosiddetta
legge di parete (law of the wall ):

u+ = fW y +

(5.4)

Che è importante perché ci permette di capire che finché y/δ  1 il valore


di u+ e cioè della velocità scalata con un fattore che dipende dalla viscosità
dipende solamente da y + e da nessun’altra variabile esterna che non abbia
a che fare con i fenomeni viscosi. Esistono moltissime prove sperimentali
che testimoniano che questa legge, oltre ad essere ben verificata, è anche
universale e cioè non vale solo per gli strati limite, ma anche, ad esempio,
per flussi in condotti. Allo stesso modo avremo anche che:
   
y y 0 y
lim Φ , =Φ
y/δ→0 δν δ δν
E allora il gradiente di velocità diventa:
u∗
 
dU y
= Φ0
dy y δν
E cioè, riconoscendo u+ e y + e separando le variabili:
du+ 1
= + Φ0 y +

+
(5.5)
dy y
Il cui integrale ci permette di scoprire quanto vale la legge di parete:
Z y+
1 0 0
+
fW (y ) = 0
Φ (y ) dy 0 (5.6)
0 y
Finché y + è molto piccolo, si può usare l’espansione in serie di Taylor e
scrivere che:
fW y + = y + + o y 2
 
36 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

E quindi, semplicemente, sostituendo nella (5.4), si può scrivere:

u+ = y +

Che risulta essere sperimentalmente verificata finché y + < 5.

Figura 5.4: legge di parete nel sottostrato viscoso

E’ possibile fare qualche analisi anche considerando, stavolta, valori di


+
y molto grandi. Sempre restando nella regione per cui y/δ  1, ma allon-
tanandoci un po’ dalla parete, sappiamo che all’aumentare di y + e cioè per
y +  1 l’effetto dei termini viscosi sarà trascurabile rispetto a quelli turbo-
lenti e dunque, anche la variazione di Φ0 (y/δν ) diventa trascurabile e si può
assumere costante:  
0 y 1
Φ = Φ0 (y + ) = (5.7)
δν k
Sostituendo l’equazione (5.7) nella (5.5) avremo:
du+ 1
+
= + (5.8)
dy ky
Separando le variabili e integrando otteniamo la legge logaritmica, anche
nota come log-law, che risulta essere verificata nella regione di spazio 30 <
y + < 300:
1
u+ = ln y + + B (5.9)
k
Simulazioni numeriche hanno mostrato che k e B non sono esattamente co-
stanti, ma la loro variazione in svariati casi resta comunque minore del 10%:
5.1. LA LEGGE DI PARETE 37

in particolare, k è nota come costante di Von Karman e vale k = 0.41


mentre di solito B = 5.2.

Figura 5.5: legge di parete nella zona logaritmica

La regione compresa tra il sottostrato viscoso e la zona logaritmica, cioè


la regione 5 < y + < 30, è detta buffer layer e rappresenta la zona di
transizione tra le regioni del flusso dominate dalla viscosità e quelle dominate
dai fenomeni turbolenti.

Figura 5.6: suddivisione delle zone all’interno di uno strato limite


38 CAPITOLO 5. LO STRATO LIMITE TURBOLENTO

Klebanoff (1954) ha mostrato che per y/δ > 0.2 il profilo di velocitá media
non seguiva piú la legge logaritmica:

Figura 5.7: risultati dell’esperimento di Klebanoff

Qualche anno più tardi (1956) Coles dimostrò che il profilo di velocità
media per uno strato limite su una lastra piana con gradiente di pressione
nullo era ben approssimato dalla somma di due funzioni:
 
U y Π y 
= fW + w (5.10)
u∗ δν k δ

Dove il primo termine a secondo membro si riferisce alla legge logaritmica,


mentre il secondo termine rappresenta il cosiddetto contributo di scia. Si as-
sume che la funzione di scia sia universale per tutti gli strati limite; basandoci
su dati sperimentali si ottiene:
y  π y 
w = 2 sin2
δ 2δ
Capitolo 6

Il meccanismo della transizione

Come abbiamo visto, finché ci troviamo a bassi numeri di Reynolds, le forze


viscose sono abbastanza forti da riuscire a smorzare piuttosto rapidamente
ogni perturbazione presente nel campo di moto e per questo lo strato limite
riesce a rimanere laminare. Mano a mano che il numero di Reynolds aumen-
ta, il contributo delle forze inerziali diventa sempre più dominante fintanto
che, superato un certo numero di Reynolds che corrisponde ad un valore di
soglia ed è chiamato numero di Reynolds critico, anche se il disturbo iniziale
era di ampiezza infinitesima e di natura apparentemente casuale (cioè se non
si manifestano picchi di frequenza discreti e riconoscibili nello spettro del
segnale di disturbo), il contributo delle forze viscose non riuscirà a smorzare
l’effetto instabile provocato dalle forze inerziali: questa instabilità si verifi-
cherà per mezzo delle cosiddette onde bidimensionali di Tollmien-Schlichting,
dirette lungo la direzione media del flusso se la comprimibilità non è rilevan-
te. Queste onde sono il risultato di un fenomeno di instabilità convettiva, nel
senso che la loro ampiezza cresce mentre che si procede a valle dello strato
limite. Tuttavia, l’ulteriore amplificazione dei disturbi ha come conseguenza
che il fenomeno si trasforma molto presto in tridimensionale dato che l’in-
stabilità viscosa dovuta alla forza di attrito alla parete provoca fluttuazioni
tridimensionali di velocità e pressione che provocano la formazione di vortici
a gomito (hairpin vortices). Questi vortici accrescono, si inclinano approssi-
mativamente di un angolo pari a 45 gradi misurato a partire dalla superficie
e iniziano una scomposizione a cascata in unità più piccole, fino a quando
le frequenze di oscillazione non sono più distinguibili; quindi, grazie a questi
vortici fluttuanti si verificano intense modificazioni locali del flusso in istan-
ti e posizioni casuali nello strato di vorticità vicino alla parete che possono

39
40 CAPITOLO 6. IL MECCANISMO DELLA TRANSIZIONE

in alcuni casi anche provocare la formazione di alcuni veri e propri pun-


ti turbolenti, e cioè regioni tridimensionali ma limitate nello spazio in cui il
comportamento del flusso è tipicamente turbolento, che possono espandersi o
addirittura scoppiare in direzione dell’infinito a valle finché il fenomeno della
transizione non è completato e il regime di flusso non è diventato turbolento.

Figura 6.1: transizione da regime laminare a turbolento in uno strato limite

6.1 Le strutture coerenti


La caratteristica comune dei flussi turbolenti è la presenza di fluttuazioni
irregolari, nello spazio e nel tempo, che riguardano tutte e tre le componenti
della velocità: per questo si può dire che ogni flusso turbolento è sempre non
stazionario e tridimensionale. Comunque, non è del tutto appropriato dire
che le fluttuazioni turbolente sono completamente casuali, dato che si riesce
a distinguere la presenza di alcuni tipi di strutture ripetitive, dette vortici
(eddies) che sono presenti in diverse classi di flussi turbolenti. Tra le varie
strutture coerenti possiamo riconoscere:

1. I vortici a forcella (hairpin vortex ): secondo il Modello di Theodor-


sen, un filamento vorticoso con asse in direzione perpendicolare al flusso
viene perturbato da un flusso diretto verso l’alto; parte del filamento
che si allontana dalla parete (la testa) ha una velocità media maggiore
6.1. LE STRUTTURE COERENTI 41

e quindi è trasportato a valle più velocemente delle parti che rimango-


no vicino alla parete. Le gambe, allora, si allungano e intensificano la
loro vorticità, il che causa un ulteriore allontanamento della testa dalla
parete. Il fenomeno quindi si autoamplifica:

Figura 6.2: vortici a forcella

La figura mostra un processo di auto-generazione di vortici a forcella,


che può condurre alla formazione di una schiera di vortici. Mentre i
“cappi” dei vortici si sollevano dalla parete, essi vengono stirati e al-
lungati dalle forze di taglio formando delle gambe più o meno lunghe a
seconda del numero di Reynolds e si vanno, infine, a richiudere forman-
do la testa e dando luogo alla tipica struttura a forcella. In un flusso
parallelo su lastra piana, il tensore degli sforzi viscosi sarà:
   
∂u1 1 ∂u1 ∂u2
+ 0 ∂u
 
∂x1 2 ∂x2 ∂x1 µ 1
∂x2
τV = µ     =
1 ∂u1
+ ∂u2 ∂u2 2 ∂u 1
∂x2
0
2 ∂x2 ∂x1 ∂x2

Che ha autovettori proporzionali a (1, 1) e (−1, −1), che sono vettori


nel piano inclinati di 45 gradi rispetto alla superficie: in effetti, l’orien-
42 CAPITOLO 6. IL MECCANISMO DELLA TRANSIZIONE

tazione delle gambe di questi vortici a forcella risulta essere all’incirca


di 45 gradi rispetto alla direzione del flusso e il fatto che questi vortici
di larga scala siano orientati lungo le direzioni principali degli sforzi
viscosi suggerisce che essi riescano ad estrarre efficacemente energia dal
flusso medio. In ogni modo, questa orientazione dei vortici richiede che
sia verificato un bilancio tra le forze agenti, dato che la forza di attrito
alla parete tenderà a curvare una linea materiale finché non sarà orien-
tata parallelamente alla parete: ad opporsi a questa forza “di richiamo”
verso la parete è il meccanismo di sollevamento autoindotto da parte
di questi vortici. Mano a mano che il vortice a forcella si solleva e si
allontana dalla parete, gli sforzi viscosi faranno aumentare la quantità
di vorticità presente nelle gambe del vortice.

Figura 6.3: regioni striate di bassa e alta velocità in uno strato limite

2. Le strutture striate (streaks): esse sono vere e proprie strisce all’in-


circa allineate con la direzione del flusso medio in cui la velocità è più
bassa di quella media (low-speed streaks) alternate a strisce in cui la
velocità è più alta di quella media (high-speed streaks). Tali streaks esi-
stono nella regione vicina alla parete per y + < 40. Gli streaks hanno un
comportamento caratteristico conosciuto come bursting, letteralmen-
te ”scoppio”, attraverso il quale queste strutture striate si allontanano
dalla parete mano a mano che aumenta la distanza orizzontale e si in-
nalzano per mezzo di eruzioni (che saranno descritte tra poco), dando
6.1. LE STRUTTURE COERENTI 43

luogo a rapide oscillazioni seguite da un breakdown in scale più piccole


del moto.

3. Gli sweep e le ejections: questi due fenomeni rappresentano altri due


eventi caratteristici dello strato limite turbolento. Si parla di sweep
quando il flusso ad alta velocità si insinua dall’esterno, vicino alla pa-
rete; si parla, al contrario, di ejections quando la vorticità preceden-
temente concentrata vicino alla parete viene espulsa all’esterno e gli
eventi eruttivi forniscono una nuova vorticità alla regione esterna dove
vengono creati strati con sforzi di taglio con successivi avvolgimenti in
nuovi vortici a forcella. Mentre il fluido vicino alla parete viene espul-
so tramite le eruzioni, necessariamente si deve verificare un ricambio
di fluido che si sposta verso la parete da altre regioni dello spazio per
mezzo degli sweeps. Questi processi possono essere studiati attraverso
la cosiddetta analisi per quadranti, proposta da Willmarth e Lu: con
questo metodo il comportamento locale del flusso è suddiviso per qua-
dranti, in funzione del segno delle componenti fluttuanti della velocità.
I più importanti sono il secondo e il quarto quadrante, cioè quelli in cui
il prodotto delle componenti delle velocità fluttuanti è negativo:

(a) Nel secondo quadrante avremo u0 < 0 e v 0 > 0, dunque questa con-
figurazione sta ad indicare un evento in cui fluido a bassa velocità
si muove verso il centro del flusso, cioè una espulsione (ejection);
(b) Nel quarto quadrante, invece, avremo u0 > 0 e v 0 < 0, dunque
l’evento che viene descritto è stavolta un fluido ad alta velocità
che si muove verso la parete, in un meccanismo di sweep.

Gli eventi di sweep ed ejection possono essere considerati la conseguen-


za della dinamica delle strutture vorticose dello strato limite o, allo
stesso modo, possono essere interpretate come gli eventi principalmente
responsabili della produzione degli sforzi di Reynolds.

4. Vortici controrotanti in direzione del flusso medio: vicino alla pare-


te, e più precisamente nella regione y + < 100, si trovano delle coppie
di vortici controrotanti allineati più o meno con la direzione del flusso
medio, per questo anche detti quasi-streamwise vortices; questi vortici
hanno il merito di fornire una componente di velocità indotta verso l’al-
to alle strutture che vi stanno in mezzo: in particolare, il fluido vicino
44 CAPITOLO 6. IL MECCANISMO DELLA TRANSIZIONE

alla parete in mezzo ai due vortici viene spinto verso l’esterno dando
luogo ad una espulsione (ejection) e viene soggetto ad una riduzione
della propria velocità assiale, creando una zona striata a bassa velocità
(low speed streak ). Il contrario accade invece per il flusso al loro ester-
no, che viene richiamato verso la parete ed è soggetto ad un aumento
di velocità assiale, che determina la formazione di una struttura striata
ad alta velocità (high speed streak ).

Figura 6.4: vortici controrotanti e profilo di velocità indotta

5. Intermittenza: il flusso nella regione pi esterna dello strato limite,


quella che si affaccia con il flusso potenziale, risulta essere intermit-
tente, nel senso che esiste un fronte non stazionario, detto viscous
superlayer che separa la regione dello strato limite turbolento dalla
regione di flusso irrotazionale esterna. Si possono notare valli di flusso
non turbolento che si insinuano nello strato limite, alternate a vortici
di larga scala e protuberanze (bulges) che sono inclinati ad un angolo
caratteristico di 20-25 gradi.

6.2 Modello ciclico di Hinze


J. O. Hinze (1975) propose un modello ”ciclico” semplificato per la compren-
sione di questi processi:
6.2. MODELLO CICLICO DI HINZE 45

Figura 6.5: interfaccia intermittente tra strato limite turbolento e flusso


potenziale

1. Un disturbo su larga scala (proveniente dalla regione esterna o dalla


parte esterna della regione del parete) provoca la formazione di un
vortice a ferro di cavallo (horseshoe) sulla parete, che deve la sua energia
a quella del flusso esterno;

2. Il vortice viene deformato dal flusso e diventa più allungato nella dire-
zione della corrente, cio tende a diventare un vortice a forcella (hairpin
vortex ), disponendosi all’incirca a 45 gradi rispetto alla direzione del
flusso. Il fatto che le gambe del vortice siano orientate lungo le direzioni
principali di tensione ci fa capire che questa configurazione sia efficace
nell’estrarre energia dal flusso esterno;

3. La testa del vortice si allontana dalla parete a causa dell’autoinduzione


entrando in regioni di velocità crescente, che la trasportano a valle più
velocemente delle gambe, che si allungano. La vorticità aumenta a
causa dell’aumentato allungamento delle gambe del vortice;

4. La vorticità provoca una componente di velocità indotta verso regioni


più lontane dalla parete al flusso che scorre tra le gambe del vortice,
causando una decelerazione locale del fluido tra il vortice e la parete e
creando, in questo modo, una zona striata di bassa velocità (low speed
streak );

5. L’espulsione (ejection) del fluido a bassa quantità di moto dalla pa-


rete fornisce un contributo positivo allo sforzo di taglio. In effetti, la
quantità di moto verrà trasportata dalla parete (y + = 0) verso regioni
più esterne, causando la formazione di un punto di flesso nel profilo
46 CAPITOLO 6. IL MECCANISMO DELLA TRANSIZIONE

di velocità locale, che sarà meno pendente alla parete e più panciuto
in regioni più esterne 5 < y + < 30 aumentando gli sforzi di taglio in
queste ultime regioni di spazio;

6. Prendendo in considerazione l’analisi sulla stabilità, il criterio di Fjørtoft


ci dice che un punto di flesso nel profilo di velocità può portare (se tale
punto corrisponde ad un massimo della vorticità, cosa che spesso acca-
de) ad una instabilità che causa il collasso della struttura vorticosa e
quindi uno scoppio turbolento;

7. Secondo la teoria sull’instabilità di Kelvin-Helmholtz, la vorticità ini-


zialmente presente nel campo si riversa in regioni ristrette dello spazio;

8. Conseguentemente, grumi (letteralmente, blob) di flusso turbolento ven-


gono trasportati a valle e lontano dalla parete: essi possono dare luo-
go ad una coalescenza mediante la quale si uniscono e aumentano di
dimensioni;

9. Contemporaneamente al fenomeno dell’espulsione di flusso lontano dal-


la parete descritto al punto 5, ci sarà anche un ricambio di fluido che
si sposta, tramite un evento di sweep, verso la parete;

10. Nel frattempo, però, come abbiamo visto in precedenza, il vortice a


forcella era avanzato in direzione orizzontale: il richiamo di fluido verso
la parete dovuto allo sweep causerà dunque un aumento di vorticità
vicino alla parete in una zona più a valle rispetto al punto in cui si era
formato il vortice a ferro di cavallo precedente;

11. L’accumulo di vorticità contribuisce alla formazione di un altro vortice


a ferro di cavallo, e cosı̀ il processo riparte dal punto 1;

A valle degli scoppi turbolenti, le strutture vorticose di larga scala che sono
state rilasciate nel flusso in zone distanti dalla parete sono soggette all’azione
dei termini inerziali e inizieranno un processo di scomposizione in strutture
sempre più piccole, alle quali trasferiranno l’energia turbolenta fino a che le
loro dimensioni non diventeranno cosı̀ piccole rispetto a quelle di partenza che
i termini viscosi non riusciranno a dissipare questa energia, trasformandola
in calore. Questo processo, che verrà descritto nel prossimo capitolo, prende
il nome di cascata di energia.
6.2. MODELLO CICLICO DI HINZE 47

Figura 6.6: schematizzazione del modello di Hinze.

Figura 6.7: meccanismo di formazione di vortici a forcella. Le zone puntinate


sono low speed streaks
48 CAPITOLO 6. IL MECCANISMO DELLA TRANSIZIONE

Figura 6.8: ulteriore immagine sulla formazione dei vortici a forcella

Figura 6.9: una perturbazione crea un vortice a ferro di cavallo, che viene
allungato e innalzato dai vortici controrotanti e diventa un vortice a forcella
Capitolo 7

Le scale della turbolenza

Mettendo insieme quello che abbiamo visto finora, dunque, è possibile fa-
re una sintesi della descrizione dei moti coerenti nella regione di parete dello
strato limite turbolento. Il campo di velocità nel viscous sublayer e nel buffer
layer è organizzato in fasce alternate di fluido ad alta e bassa velocità, stabili,
e distribuite casualmente; la parte più rilevante del processo turbolento di
produzione nell’intero strato limite avviene nel buffer layer, quando si verifi-
cano espulsioni verso l’esterno di fluido a bassa velocità (secondo quadrante)
e afflussi di fluido ad alta velocità verso la parete (quarto quadrante).
Più nello specifico, le fluttuazioni turbolente sono impredicibili, nel senso
che non è possibile fare una previsione sull’esatto valore della velocità in un
istante futuro rispetto a quello osservato. L’unica cosa che si riesce a fare
è stimare la probabilità che tale velocità sia compresa entro un intervallo,
utilizzando quello che si definisce un approccio statistico. Una caratteristi-
ca significativa dei flussi turbolenti è il fatto che l’energia associata con il
campo di fluttuazioni viene trasferita istante per istante da strutture aven-
ti dimensioni coerenti con le dimensioni caratteristiche del flusso, come lo
spessore dello strato limite o l’ampiezza di un’onda, verso strutture sempre
più piccole, in un processo che viene di solito indicato come cascata di ener-
gia cinetica. Questo si può intuitivamente visualizzare anche partendo dallo
studio del coefficiente di resistenza in funzione del numero di Reynolds per
un cilindro circolare. La forza aerodinamica di resistenza può dunque essere
scritta come:
1
D = ρU 2 SCD (Re)
2
Dove, in generale, il coefficiente di resistenza è funzione del numero di Rey-

49
50 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA

nolds. Si può però osservare che, plottando il coefficiente di resistenza in


funzione del numero di Reynolds, a partire da un certo numero di Reynolds
in poi il coefficiente di resistenza diviene costante e non varia più:

Figura 7.1: andamento del cD in funzione del numero di Reynolds

Questo comportamento è caratteristico di quasi tutti i flussi in regime tur-


bolento ed è noto sin dal diciannovesimo secolo quando Hagen e Poiseuille
effettuando i loro esperimenti sui flussi nei tubi a sezione circolare notarono
che una parte delle perdite di carico risultava proporzionale al quadrato della
velocità del flusso ed indipendente da ν. La potenza meccanica dissipata dal
flusso attorno ad un cilindro sarà allora:
1
P = DU = ρU 3 SCD (Re)
2
Ad alti numeri di Reynolds (dell’ordine di 107 − 108 ), abbiamo visto che CD
non dipende più dal numero di Reynolds e dunque possiamo concludere che
la potenza dissipata non dipende dalla viscosità e sarà allora costante:
1 ∗
P = ρU 3 SCD
2
Questo comportamento può sembrare paradossale in quanto abbiamo visto
che l’unico termine in grado di dissipare energia era quello dissipativo, scritto
come:
ε = ν∇2 (u0 )
Integrando su tutto il volume di fluido si ottiene:
ZZZ ZZZ
P = ρεdV = ρν ∇2 (u0 )dV
V V
51

Si evince allora che al tendere a zero della viscosità, cioè per alti nume-
ri di Reynolds (Re → ∞) l’unico modo per mantenere costante la potenza
dissipata è far crescere il gradiente di velocità. In altre parole, se la potenza
dissipata rimane costante quando ν → 0 è necessario che il campo di velo-
cità produca variazioni su scale spaziali sempre più piccole fino a divenire un
campo continuo nello spazio ma in nessun punto differenziabile. Fenomeni
con caratteristiche di questo tipo vanno sotto il nome di frattali e costitui-
scono una classe di problemi molto diffusa nella scienza e nella tecnologia
che solo recentemente è stata reinterpretata come conseguenza natura delle
equazioni della dinamica di un sistema. Si supponga di avere N0 segmenti
di lunghezza `0 e di dividerli in n parti uguali; ne risulteranno un nume-
ro Nn = N0 n di segmenti ognuno di lunghezza `n = `0 /n. La dimensione
dell’oggetto considerato si definisce a questo punto:
 
ln NN0
n

D=−  
ln ``n0

Il dover ricorrere ad una espressione come questa per calcolare la dimen-


sione di un oggetto potrebbe sembrare una complicazione inutile in quanto
è noto dalla geometria elementare che una linea, una superficie od un solido
hanno dimensioni pari, rispettivamente, a 1, 2 e 3. In realtà, però, esisto-
no particolari costruzioni che possono portare anche a dimensioni diverse da
quelle conosciute. Ad esempio, consideriamo la costruzione di Koch, otte-
nuta prendendo un segmento inizialmente lungo `0 e, dopo averlo diviso in
3 parti, se ne sostituisce il segmento centrale con altri 2 di pari lunghezza,
creando una successione come quella mostrata in figura:

Figura 7.2: costruzione frattale di Koch

Per questa curva il calcolo della dimensione fornisce:

D = 1.2818 . . .
52 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA

Che suggerisce quanto la figura geometrica considerata sia più complessa


di una curva regolare monodimensionale ma ancora non abbastanza com-
plessa da riempire completamente uno spazio a due dimensioni. Questa
curva, pur essendo continua ovunque, non è differenziabile in nessun pun-
to per n → ∞ e, pur avendo una lunghezza infinita, racchiude un’area finita.
Sebbene oggetti con tale comportamento potrebbero sembrare costruzioni ar-
tificiali questi sono invece estremamente frequenti. La superficie delle nuvole
o quella di frattura di un materiale fragile, il percorso seguito da un fiume
dalla sorgente alla foce, la distribuzione degli alveoli polmonari di tutti gli
animali, la disposizione dei rami di un albero sono solo alcuni esempi tra
un’innumerevole moltitudine:

Figura 7.3: esempio di struttura frattale: un cavolfiore...

E’ bene notare che un comportamento puramente frattale può essere os-


servato solo se il fenomeno evolve in completa assenza di scale di lunghezza
intrinseche del problema. In un fenomeno fluidodinamico l’assenza totale di
scale di lunghezza non si verifica mai (si pensi, ai due estremi, alla dimen-
sione massima del dominio in cui è contenuto il fenomeno sotto osservazione
ed alle dimensioni minime della particella fluida per ritenere valide le ipotesi
di continuo). Nella turbolenza, in particolare, si vedrà che queste scale sono
molto distanti dai limiti precedentemente citati in quanto sono date dalla
dimensione L in cui l’energia viene immessa nel sistema (scala integrale del-
l’energia), ad un estremo, e dalla scala dissipativa η di Kolmogorov all’altro.
Ciò rende possibile un comportamento frattale solo in un range intermedio
di lunghezze sufficientemente distante sia da L che da η in modo da non
risentire direttamente né delle modalità di immissione di energia nel sistema
7.1. LA CASCATA DI ENERGIA 53

né dei fenomeni dissipativi. Tale intervallo di lunghezze prende il nome di


range inerziale ed i fenomeni che avvengono in questa regione costituiscono
la base per la comprensione della turbolenza.

7.1 La cascata di energia


Abbiamo finora scoperto come nelle equazioni di evoluzione di un fluido ci
sono i termini viscosi e quelli non lineari che hanno meccanismi di azione
completamente diversi ed in competizione tra loro. I primi, infatti, sono dis-
sipativi ed hanno un’azione locale. I secondi, al contrario, data la loro natura
non lineare sono responsabili del trasferimento di energia senza alterarne il
valore globale. Richardson nel 1922 scrisse:
Big whorls have little whorls, wich feed on their velocity and little
whorls have lesser whorls and so to viscosity
immagindo che l’energia entri nel flusso alle scale più grandi e, attraverso
meccanismi di instabilità, vengano prodotti vortici più piccoli che a loro volta
generano vortici ancora più piccoli e cosı̀ via fino a quando le dimensioni non
sono talmente piccole che la viscosità riesce a dissipare le strutture impeden-
do ogni ulteriore trasferimento. Questa descrizione implica un trasferimento
a cascata (essenzialmente non viscosa) dell’energia dalle scale più grandi del
moto verso quelle sempre più piccole fino alle scale dissipative dove la vi-
scosità trasforma tutta l’energia in calore. Le strutture più grandi derivano
la loro energia cinetica dal flusso esterno (per esempio il flusso potenziale
all’esterno dello strato limite) e la velocità indotta influenza le dinamiche
delle strutture vorticose più piccole. I gradienti locali di velocità aumentano
mano a mano che le strutture vorticose diventano più piccole, causando un
aumento delle forze tangenziali di attrito, cosı̀ che la scala più piccola delle
strutture vorticose sia quella dettata dalla dissipazione dell’energia cinetica
da parte della viscosità. Nel processo della cascata di energia cinetica, un
ruolo molto importante è giocato dall’equazione di bilancio della vorticità e
in particolare dai fenomeni del vortex stretching e del vortex tilting, responsa-
bili rispettivamente dell’allungamento/accorciamento dei vortici e della loro
flessione lungo le direzioni dello spazio. Infatti, dal bilancio della quantità di
moto si ottiene:
∂→
−  2
v →
− →
− v 1
+ ω × v +∇ = −∇Ω − ∇P − ν rot(→ −
ω)
∂t 2 ρ
54 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA

E cioè, riarrangiando:
∂→
−  2 
v →
− →
− v P
+ ω × v = −∇ +Ω+ − ν rot(→

ω)
∂t 2 ρ
Applichiamo l’operatore rotore a tutti i termini. Per il primo termine avremo:
 →
∂− ∂→


v ∂ ω
rot = [rot (→

v )] =
∂t ∂t ∂t
Per il fatto che il rotore riguarda le derivate spaziali si sono potute invertire le
operazioni di rotore e di derivata temporale. Per il secondo termine avremo:
rot (→

ω ×→ −
v)=→ −ω div (→

v )−→ −v div (→−
ω ) +→
−v · ∇→ −
ω −→ −
ω · ∇→−v
| {z } | {z }
0 0

Per il terzo termine si avrà:


  2 
v P
rot ∇ +Ω+ =0
2 ρ
Perché il rotore del gradiente è sempre nullo. Infine, per l’ultimo termine
avremo:
rot [− rot (→

ω )] = −νrot [rot (→

ω )] = ν rot ∇2 →
 −
v = ν ∇2 [rot (→ −
v )] = ν ∇2 →

ω
Dunque siamo giunti alla forma dell’equazione della dinamica della vorticità:
∂→−
ω
+→−v · ∇→−
ω −→ −
ω · ∇→−
v = ν ∇2 → −
ω
∂t
Dove sappiamo che il termine:
∂→
−ω
+→
−v · ∇→
−ω
∂t
Corrisponde alla derivata materiale della vorticità, mentre il termine:
ν ∇2 →

ω
Non è altro che il termine viscoso. Resta solo da capire che effetti abbia il
termine rimasto e quali siano le sue conseguenze fisiche su di un volume di
fluido. Intanto, se si trascurano i termini viscosi, l’equazione della dinamica
della vorticità diventa:
∂→
−ω
+→−v · ∇→−
ω =→ −ω · ∇→−v
∂t
Diamo adesso alcune definizioni:
7.1. LA CASCATA DI ENERGIA 55

1. Si dice linea di vorticità una linea che a un certo istante fissato è


tangente in ogni suo punto al vettore vorticità;
2. Il tubo di vorticità è l’insieme di linee di vorticità che passano per una
linea chiusa ad un dato istante;
3. L’intensità del tubo di vorticità è data dall’integrale:


I Z
I= →

v ·d l = →

ω · n̂dS
` S

Inoltre per un fluido non viscoso e incomprimibile valgono i teoremi di


Helmotz:

1. L’intensità di un tubo di vorticità non dipende dalla sezione del tubo;


2. Le linee di vorticità sono linee materiali e cioè composte sempre dalle
stesse particelle fluide. Questo implica che il tubo di vorticità diven-
ta un volume materiale al quale si possono applicare i bilanci della
meccanica dei fluidi;
3. L’intensità di un tubo di vorticità è costante, anche nel tempo;

Si considera ora un tubo di vorticità di sezione infinitesima, che è sempre


approssimabile con un cilindro retto con asse parallelo alla direzione della
vorticità in un dato punto. Allora, la velocità del tubo di vorticità può essere
scomposta in una componente parallela alla direzione della vorticità e in una
ad essa perpendicolare:


v = u vers (→

ω ) + v n̂⊥
Dato che il tubo di vorticità è un volume materiale, allora si potrà applicare
anche il bilancio di massa, e in particolare ne risulterà che la sua divergenza
sarà nulla. Questo implica che il volume debba rimanere costante nel tempo:
S (t) h (t) = S (t + dt) h(t + dt)
Da cui si vede che se aumenta l’altezza deve necessariamente diminuire la se-
zione e viceversa. Ricordando la definizione di intensità del tubo di vorticità,
però, avremo, prendendo una ω (t) media:
Z
I (t) = →

ω · n̂dS = ω (t) S (t)
S
56 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA

Ma è anche vero che:

ω (t) S (t) = ω (t + dt) S (t + dt)

E cioè sappiamo che se aumenta la vorticità allora deve diminuire la sezione


ed aumentare l’altezza, e viceversa. Il contributo della velocità parallela al-
l’asse della vorticità è detto perciò vortex stretching. Il contributo, invece,
della componente perpendicolare alla direzione della vorticità è detto vortex
tilting e consiste in una inclinazione dell’asse del cilindro retto, che porta ad
una rotazione del tubo vorticoso, è in pratica una rotazione locale del vettore
vorticità. In pratica, l’effetto combinato del vortex stretching e del vortex
tilting consiste nello strizzare e deformare un cilindro retto di flusso:

Figura 7.4: effetto combinato del vortex stretching e del vortex tilting

C’è da dire, inoltre, che quando due vortici vengono a contatto, essi si
possono combinare insieme formando nuove strutture vorticose attraverso un
processo di fusione o tramite un meccanismo detto cut and connect:

Figura 7.5: meccanismo di fusione tra vortici


7.2. LE IPOTESI DI KOLMOGOROV 57

Figura 7.6: meccanismo di cut and connect tra vortici

7.2 Le ipotesi di Kolmogorov


Abbiamo dunque visto come, attraverso l’equazione di bilancio della vorti-
cità, le strutture vorticose si deformino grazie al vortex stretching e al vortex
tilting fino a formare delle strutture sempre più piccole. Resta però da quanti-
ficare, sotto opportune ipotesi, le dimensioni di quelle che abbiamo chiamato
grandi scale del moto, e cioè quelle per cui sono i termini inerziali a coman-
dare e di quelle che abbiamo chiamato piccole scale del moto, e cioè quelle
per cui sono i termini viscosi, dissipativi, a comandare. Questi quesiti hanno
trovato una risposta solo recentemente quando Kolmogorov nel 1941 ha pub-
blicato i risultati di una sua teoria applicabile alla turbolenza omogenea ed
isotropa. La turbolenza si definisce omogenea ed isotropa, rispettivamente,
quando le sue caratteristiche statistiche non dipendono dalla posizione nello
spazio e sono uguali in tutte le direzioni. E’ bene precisare subito che la
turbolenza omogenea ed isotropa non è altro che un’astrazione concettua-
le e che non è mai riprodotta in modo esatto da alcun sistema fisico reale.
Tuttavia la sua utilità per lo studio della turbolenza è duplice in quanto da
un lato semplifica enormemente la trattazione teorica e permette quindi una
migliore comprensione della fisica, dall’altro si osserva che tutti i sistemi reali
soddisfano localmente le condizioni di omogeneità ed isotropia. Quest’ultima
asserzione costituisce la prima ipotesi fondamentale di Kolmogorov e cioè:

Per numeri di Reynolds sufficientemente elevati le strutture flui-


dodinamiche piccole in un flusso turbolento sono statisticamente
isotrope.

In questa affermazione strutture fluidodinamiche piccole è inteso rispetto


alle scale di moto in cui l’energia turbolenta viene immessa nel flusso e questa
58 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA

osservazione chiarisce anche perché vengano richiesti numeri di Reynolds suf-


ficientemente elevati. Ciò infatti implica che gli effetti inerziali siano di gran
lunga più importanti di quelli viscosi rendendo possibile un lungo processo di
cascata dell’energia dalle strutture più grandi alle più piccole. Se si ipotizza
che ad ogni passo della cascata le strutture perdano sempre più memoria
delle caratteristiche dei vortici che hanno innescato la cascata, si conclude
facilmente che le strutture più fini di qualunque flusso turbolento hanno tutte
le stesse caratteristiche. Si avrà quindi che le piccole scale generate dietro un
cilindro o a valle di un getto hanno la stessa statistica nonostante le scale più
grandi abbiano una dinamica completamente differente. La seconda ipotesi
di Kolmogorov trae spunto dall’osservazione che la dinamica della turbolen-
za dipende da quanto rapidamente l’energia viene trasferita dalle grandi alle
piccole scale e dal valore della viscosità che fissa il numero d’onda a cui viene
operato il taglio nel trasferimento di energia. Se il fenomeno fluidodinami-
co è statisticamente stazionario, essendo la cascata dall’energia non viscosa,
si deduce che, detta l’energia cinetica turbolenta (per unità di massa) pro-
dotta nell’unità di tempo, questa sarà anche l’energia dissipata nell’unità di
tempo. Con questa osservazione si può comprendere la seconda ipotesi di
Kolmogorov:
Per numeri di Reynolds sufficientemente elevati, le caratteristiche
delle piccole scale di tutti i flussi turbolenti sono universali e sono
determinate dalla viscosità e dalla potenza dissipata.
Questa osservazione potrebbe apparire di scarsa utilità per stime quanti-
tative, tuttavia considerazioni di tipo dimensionale ci portano a concludere
che, dati ε e ν, c’è un solo modo per costruire delle scale di lunghezza, ve-
locità e tempo. In particolare, osservando che ε è un’energia per unità di
tempo e unità di massa si ottiene:
 3 1/4 1/2
η = νε uη = (νε)1/4 tη = νε

Rispettivamente per le scale più piccole della lunghezza, velocità e tempo


delle scale dissipative. Ricordiamo ora che per un processo stazionario ε
coincide con la potenza immessa nel flusso dalle scale di moto più grandi;
dette quindi U e L, rispettivamente, la velocità e la lunghezza caratteristiche
di queste scale, si ottiene da considerazioni dimensionali:
U3
ε=
L
7.2. LE IPOTESI DI KOLMOGOROV 59

E’ utile osservare che in questa stima dimensionale non è stata conside-


rata la viscosità in quanto per le strutture più grandi gli effetti viscosi sono
trascurabili e le questioni energetiche devono coinvolgere fattori puramente
inerziali. Dalle relazioni precedentemente ricavate, e ricordando la definizione
propria del numero di Reynolds, avremo:
L
η
= Re3/4 U

= Re1/4 T

= Re1/2
Dove T = L/U è la scala dei tempi dei moti di grande scala. Queste
relazioni permettono di stimare i rapporti tra le caratteristiche delle scale più
grandi e quelle più piccole in un flusso turbolento in funzione del solo numero
di Reynolds ed hanno ripercussioni di straordinaria importanza pratica per
le misure sperimentali, per le simulazioni numeriche e per la possibilità di
predizione di un flusso turbolento. Dopo aver messo in relazione le strutture
più piccole con quelle più grandi, rimane da analizzare la dinamica delle
strutture intermedie con dimensione L  r  η. In base a quanto visto
finora, è facile convincersi che la viscosità avrà un’influenza trascurabile in
quanto agisce solo alle scale più piccole. Dall’altra parte l’energia viene
immessa nel flusso dalle scale più grandi da cui ne consegue che le scale
intermedie vedranno solo un flusso di energia in transito, proveniente dai
grandi vortici e trasferito verso i vortici dissipativi. In base a quanto detto,
la terza ipotesi di Kolmogorof afferma quindi che:
Per numeri di Reynolds sufficientemente elevati le caratteristi-
che (la statistica) delle strutture di dimensione L  r  η
sono universali e dipendono esclusivamente da ε e quindi sono
indipendenti dalla viscosità.
Insomma, il bilancio dell’energia turbolenta è cosı̀ organizzato:
1. Si ha una produzione di energia cinetica turbolenta alle grandi scale
del moto;
2. Mano a mano che le strutture vorticose diminuiscono le loro dimensioni
a causa del vortex stretching e dal vortex tilting, si ha un trasferimento
non viscoso di energia;
3. Quando si raggiunge la scala di Kolmogorov i vortici sono di dimensioni
tali che la viscosità gioca un ruolo fondamentale, dissipando in calore
l’energia impedendo ogni ulteriore trasferimento e, dunque, arrestando
la cascata di energia.
60 CAPITOLO 7. LE SCALE DELLA TURBOLENZA
Capitolo 8

Bibliografia

1. S. Pope, ”Turbulent Flows”;

2. G. Buresti, ”Elements of Fluid Dynamics”

3. P. A. Durbin, B. A. Petterson-Reif, ”Statistical Theory And Modeling


for Turbulent Flows”;

4. R. Verzicco, ”Appunti di Turbolenza”;

5. D. J. C. Dennis, ”Coherent Structures in wall-bounded turbulence”

6. Star CCM+ User Guide

61
62 CAPITOLO 8. BIBLIOGRAFIA
Appendice A

Le equazioni di Navier Stokes

Le equazioni di Navier Stokes scritte in forma non conservativa sono:



+ ρ div (→−

Dt
v)=0



D−


v
 ρ−Dt = ρ f − ∇P + div (τ V ) = 0
 ρ D e + v2 = ρ→ f · v − div (P v ) + i=1 div (ui →

− →
− −
τ V i ) − div(→

  P3
Dt 2
q)

Con le equazioni costitutive:

p = p(ρ, T )
e = e(ρ, T )

−q = −k∇T 
= − 3 div (→


2 ∂ui ∂uk
τ ik v ) δik + µ ∂x k
+ ∂xi

Come condizioni iniziali forniremo:


 
 ρ (0) = ρ0  ρ (0) = ρ0


v (0) = → −
v0 oppure →

v (0) = →−v0
T (0) = T0 e (0) = e0
 

Le condizioni al contorno invece servono per specificare che tipo di proble-


ma stiamo trattando, ovvero in che condizioni fisiche deve operare il flusso
che investe il nostro corpo. Il caso della parete solida è un problema ma-
tematicamente ben posto e cioè esiste una soluzione ed esiste unica, purché
venga fornita una condizione al contorno vettoriale sulla velocità ed una
condizione al contorno scalare sulla temperatura oppure sull’energia interna.
Esaminiamo queste condizioni:

63
64 APPENDICE A. LE EQUAZIONI DI NAVIER STOKES

1. Condizioni sulla velocità:

(a) Condizione di aderenza: le particelle fluide che toccano la pa-


rete assumono la sua stessa velocità. Detta →

v P la velocità della
parete, questo si traduce matematicamente in:


v −→

vP =0

(b) Condizione di scorrimento: quando siamo in condizione di


flusso non viscoso, la condizione di aderenza si modifica in con-
dizione di scorrimento, ovvero le particelle scorrono con velocità
normale alla parete nulla. Detta →

n la normale alla parete, questo
si traduce matematicamente in:

(→

v −→

v P) · →

n =0

2. Condizioni sulla temperatura: formalmente dovremmo risolvere le equa-


zioni di Navier-Stokes accoppiate con le equazioni di trasporto del
calore nel solido, ma in genere si utilizzano delle condizioni semplificate:

(a) Condizione isoterma: la temperatura della parete su cui scorre


il fluido è nota. Fissando dunque la temperatura della parete si
riesce ad ottenere il flusso di calore alla parete:


− ∂T
qn = − (k ∇T ) · n |P = −k
∂n P

(b) Condizione di parete adiabatica: si suppone noto e nullo il


flusso di calore alla parete, e dal flusso di calore alla parete si può
ricavare la temperatura della parete:

∂T
qn = 0 → =0
∂n P
Appendice B

Flusso incomprimibile

Prendiamo il sistema delle equazioni del modo di un fluido usando il bilancio


di energia interna:

+ ρ div (→


Dt
v)=0



D−
→v
ρ = ρ f − ∇P + div (τ V )
 De Dt
ρ = −P div (→
Dt
−v ) + Φ − div(→

q)

A queste equazioni associamo le equazioni costitutive per un fluido incom-


primibile. Se il numero di Mach M < 0.3 allora potremo scrivere:


 ρ = cost
e = cV T


 q = −k∇T  

 (τ V ) = − µ div (v) δik + µ ∂ui + ∂uk
 2
ik 3 ∂xk ∂ui

Inserendo queste condizioni nelle equazioni del moto, queste ultime diventa-
no:
div (→


v)=0



∂v →
− →
− →

+ v · ∇ v = f − ρ1 ∇P + ρ1 div (τ V )
 ∂t
ρcV DT
Dt
= Φ − div(→−q)
Mentre:  
∂ui ∂uk
(τ V )ik = µ +
∂xk ∂ui
La viscosità µ è il termine che accoppia le prime due equazioni all’ultima. Si
vede sperimentalmente che la temperatura in un flusso incomprimibile varia

65
66 APPENDICE B. FLUSSO INCOMPRIMIBILE

poco. Inoltre, la viscosità è proporzionale a T tramite:



µ=k T

Dunque si può assumere la viscosità µ come una costante. A questo pun-


to abbiamo disaccoppiato le equazioni, dato che dalle prime due possiamo
ricavare la pressione e la velocità mentre dall’ultima possiamo ricavare la
temperatura, che è uno scalare passivo e che spesso non si risolve nemmeno.
Vediamo come calcolare il termine in cui compare la divergenza:
3 3   
X ∂ X ∂ ∂ui ∂uk
div(τ V )i = (τ V ki ) = µ +
k=1
∂xk k=1
∂xk ∂xk ∂ui

A questo punto, dato che per flusso incomprimibile abbiamo supposto la


viscosità costante, possiamo portarla fuori dal termine di sommatoria e ot-
tenere:
3 3 3
∂ 2 ui ∂ 2 uk
 
X ∂ ∂ui ∂uk X X
div(τ V )i = µ + =µ + µ
k=1
∂xk ∂xk ∂ui k=1
∂x2k k=1
∂xk ∂ui

Il primo termine della sommatoria corrisponde alla definizione dell’operatore laplaciano:


3
∂ 2 ui ∂ 2 u1 ∂ 2 u2 ∂ 2 u3
= ∇2 →

X
= + + v
k=1
∂x2k ∂x21 ∂x22 ∂x23

Mentre, per sistemare l’altro termine, portiamo fuori dalla sommatoria la


derivata rispetto agli i−esimi indici per ottenere:
3 3
∂ 2 uk ∂ X ∂uk ∂
[div (→

X
= = v )] = 0
k=1
∂x k ∂u i ∂u i
k=1
∂x k ∂u i

Quindi abbiamo ottenuto:

div (τ V ) = µ ∇2 →

v

Possiamo scrivere anche:

div (→

q ) = div (−k∇T )
67

Dove in generale k dipende dalla temperatura secondo la relazione:



k=c T

Ma visto che per un flusso incomprimibile la temperatura cambia molto poco,


allora possiamo supporre che k sia una costante. Allora otteniamo:

div (−k∇T ) = −k div (∇T )

Ma sappiamo anche che:


P3 ∂ ∂T
div(∇T )i = i=1 ∂xi (∇T )i (∇T )i = ∂xi

Unendo queste due relazioni si ottiene:


3 3
∂ 2T
  X
X ∂ ∂T
div(∇T )i = = 2
= ∇2 T
i=1
∂x i ∂x i i=1
∂x i

E dunque le equazioni di Navier-Stokes per un flusso incomprimibile diven-


tano, in forma più semplificata:

div (→


 v)=0
 − → →

∂v
∂t
+ v · ∇ v = f − ρ1 ∇P + µρ ∇2 →

− →
− −
v
 ∂T + →
 − 1 2
v · ∇T = ρcV (Φ − k ∇ T )
∂t

Dove, introducendo la viscosità cinematica come:


µ
ν=
ρ
Si ha:
div (→


 v)=0
∂−
→ →

+→−
v · ∇→− + ν ∇2 →


v
∂t
v = f − ρ1 ∇P v
∂T
+→−
v · ∇T = ρc1V (Φ − 2
k ∇ T)


∂t

Siamo dunque riusciti a disaccoppiare il bilancio di massa e il bilancio della


quantità di moto dal bilancio di energia, non dimenticando di avere un’in-
cognita in meno (la densità, ritenuta costante). Il bilancio di massa e il
bilancio di quantità di moto sono però ancora un sistema di equazioni non
lineari, evolutivo, alle derivate parziali e la pressione appare sotto gradien-
te (solo derivata rispetto allo spazio) e un campo di pressione costante nel
tempo sarebbe ancora sempre soluzione.
68 APPENDICE B. FLUSSO INCOMPRIMIBILE
Appendice C

Il tensore degli sforzi viscosi

Abbiamo dunque visto che il tensore gradiente di velocità può essere decom-
posto in 4 matrici:

div (→

 1 
3
v) 0 0
A= 0 1
3
div (→

v) 0 
0 0 1 →

div ( v )
3

∂u
− 13 div(→

 
∂x
v) 0 0
B= 0 ∂v
∂y
− 3 div(→
1 −v) 0 
0 0 ∂w →

− 13 div( v )
∂z
    
1 ∂v ∂u 1 ∂w ∂u
0 2 ∂x
+ ∂y 2 ∂x
+ ∂z
     
1 ∂v ∂u 1 ∂w ∂v
C= + 0 +
 
2 ∂x ∂y 2 ∂y ∂z 
   
1 ∂w ∂u 1 ∂w ∂v

2 ∂x
+ ∂z 2 ∂y
+ ∂z
0
   
1 ∂v ∂u 1 ∂w ∂u
0 2 ∂x
− ∂y 2 ∂x
− ∂z
     
1 ∂u ∂v 1 ∂w ∂v
Ω= − 0 −
 
2 ∂y ∂x 2 ∂y ∂z 
   
1 ∂u ∂w 1 ∂v ∂w

2 ∂z
− ∂x 2 ∂z
− ∂y 0

Delle quali 3 sono matrici di deformazione e una, Ω, è una matrice di rotazione


rigida. Dato che abbiamo visto che il tensore degli sforzi viscosi è legato in
qualche modo alla deformazione della particella fluida, decidiamo di prendere
in considerazione solo la somma delle matrici A, B e C in quello che si chiama

69
70 APPENDICE C. IL TENSORE DEGLI SFORZI VISCOSI

tensore velocità di deformazione E. Quello che sappiamo è quindi:

T = −PE Id + τ V ∇→

v =A
| + {z
B + C} +Ω
E

Dobbiamo a questo punto procedere facendo delle ipotesi:

1. Ipotesi di modellazione di Stokes: il tensore degli sforzi viscosi è una


funzione continua che dipende solo dal tensore velocità di deformazione
e da nessun’altra variabile del moto:

τ V = f (E)

2. Ipotesi di fluido newtoniano: la funzione f fra τ V ed E è una funzione


lineare;

3. Ipotesi di omogeneità: il legame tra τ V ed E non cambia per trasla-


zioni nello spazio;

4. Ipotesi di isotropia: il legame tra τ V ed E non varia per rotazioni;

5. Se il fluido è in quiete τ V = 0;

L’espressione più generica che mette d’accordo tutte le ipotesi è la seguente:

τ V = λ div (→

v ) Id + 2µE = λ div (→

v ) Id + 2µA + 2µ(B + C)

Dove λ div (→−v ) Id + 2µA è la parte isotropa e 2µ(B + C) è la parte


deviatorica. Ricordando la foma della matrice A possiamo scrivere:
 

− 2 →

τ V = λ div ( v ) + µ div ( v ) Id + 2µ(B + C)
3

E dunque, riorganizzando:
 
2
τ V = λ + µ div (→

v ) Id + 2µ(B + C)
3

Dove il termine in parentesi prende il nome di coefficiente di viscosità di dilatazione:


2
η=λ+ µ
3
71

Dunque siamo arrivati al punto:

T = [−PE + η div (→

v )] Id + 2µ(B + C)

A questo punto dobbiamo inserire una ulteriore ipotesi, detta ipotesi di Stokes:

η div (→

v )  PE

Dunque trascurando il termine entro le parentesi quadre si ottiene:

T = −PE Id + 2µ(B + C)

Ricordando la forma della matrice deviatorica B + C scritta per una ve-


locità di componenti (u1 , u2 , u3 ) e delle direzioni di riferimento (x1 , x2 , x3 )
abbiamo:


     
∂u1 1 1 ∂u1 ∂u2 1 ∂u3 ∂u1
− div ( v ) + +
 ∂x1 3  2 ∂x2 ∂x1 2 ∂x1 ∂x3
 
→−

 1 ∂u1 ∂u2 ∂u2 1 1 ∂u2 ∂u3
B + C =  2 ∂x2 + ∂x1 − div ( v ) +

 ∂x2 3  2 ∂x3 ∂x2 

− 13 div (→

 
1 ∂u3
2 ∂x1
+ ∂u
∂x3
1 1 ∂u2
2 ∂x3
+ ∂u
∂x2
3 ∂u3
∂x3
v)

Da cui, l’elemento dell’i−esima riga e della k−esima colonna sarà:


 
1 →
− 1 ∂ui ∂uk
(B + C)ik = − div ( v ) δik + +
3 2 ∂xk ∂xi

Allora, scrivendo la componente ik del tensore degli sforzi, avremo:


  
1 →
− 1 ∂ui ∂uk
(T )ik = −PE δik + 2µ − div ( v ) δik + +
3 2 ∂xk ∂xi

E cioè, sviluppando i calcoli, si ottiene la decomposizione del tensore degli


sforzi viscosi per la pressione termodinamica:
 
2 →
− ∂ui ∂uk
T ik = −PE δik − div ( v ) δik + µ +
3 ∂xk ∂xi

E anche:  
2 ∂ui ∂uk
τ ik = − div (→

v ) δik + µ +
3 ∂xk ∂xi
72 APPENDICE C. IL TENSORE DEGLI SFORZI VISCOSI
Appendice D

Calcolo di y+ in un problema
pratico

Vediamo come possiamo usare la teoria vista ora per risolvere un problema
ingegneristico di importanza pratica. In squadra corse dell’Università di Pisa
vogliamo simulare al CFD il pacchetto aerodinamico che sarà montato sulla
nostra futura vettura. Il nostro scopo non è calcolare l’esatto valore del cZ
sulla macchina, ma lavorare con i delta, ovvero tener conto delle variazioni di
carico che un componente ci fornisce in una configurazione piuttosto che in
un’altra. Come modello di turbolenza quest’anno abbiamo usato il k−ω SST
con all y+ wall treatment. Dalla guida di Star, vediamo che questo modello
richiede y + < 1 oppure y + > 30, pur lavorando con una blending function
che promette risultati accettabili anche nell’intervallo intermedio. Dunque,
il problema che dovevo risolvere era quello di ricavare lo spessore del primo
layer di celle trimmate, quello immediatamente a contatto con la parete, date
le condizioni iniziali:
kg kg
U0 = 12.5 ms ; ρ = 1.18415 m3 µ = 1.85508 × 10−5 ms 3 L = 0.40m y + = 1

Dalla definizione di y + ricaviamo:


µy +
y=
ρu∗
Abbiamo bisogno di conoscere la velocità u∗ :
r
∗ τW
u =
ρ

73
74 APPENDICE D. CALCOLO DI Y+ IN UN PROBLEMA PRATICO

Dove il taglio alla parete sarà dato da:


1
τW = ρU02 cF
2
E possiamo ricavare cF dalla formula semi-empirica:
0.058
cF = 0.058Re−0.2
L = 0.2
ρU0 L
µ

Mettendo tutto insieme, allora, lo spessore della prima cella dovrà essere:
v  0.2
u
ρU0 L
µy + t 2 µ
u
y= = 2.6 × 10−2 mm
ρ 0.058U02

E cioè, approssimativamente, circa tre centesimi di millimetro.

Figura D.1: generazione della griglia in ambiente Star CCM+


Rigraziamenti

Non esisterebbe nessun Matteo, cosı̀ come lo conoscete, senza di Rossano e


Marisella, che mi hanno insegnato a scegliere cos’è il bene, hanno condiviso
con me ogni sorriso e ogni lacrima che la vita ci ha regalato e che spero di
rendere orgogliosi non tanto con questo libretto rilegato quanto piuttosto con
l’essere la persona che mi hanno permesso di diventare.
Siete i migliori.
Non esisterebbe nessun Matteo, cosı̀ come lo conoscete, senza Sergio e senza
Vanna, che giorno dopo giorno mi vedono crescere e fanno il tifo per me.
Siete unici.
Non esisterebbe nessun Matteo, cosı̀ come lo conoscete, senza Tommaso,
storica spalla, che mi ha fatto ridere e mi ha aiutato a rialzarmi quando tutti
gli altri nemmeno sapevano che ero caduto.
Sei il numero 1.
Non esisterebbe nessun Matteo, cosı̀ come lo conoscete, senza la Triplice
Intesa, a cui si aggiunge quel guascone del MoscaRosso. Sono Tommaso,
Andrea e Chiara, insieme all’altro Tommaso, ad essere stati i miei angeli
custodi in questa bizzarra estate

always in cesta.

Infine, non esisterebbe nessun Matteo, cosı̀ come lo conoscete, se non mettessi
un pezzo di cuore in tutto quello che faccio. Va bene il talento innato, va
bene l’astuzia, va bene il colpo da maestro, va bene l’asso nella manica, va
bene cercare scorciatoie, soluzioni facili, va bene non sporcarsi nemmeno le
mani: ma la passione, quella è un’altra cosa.

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