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FILA A

1) Spiega qual è la differenza tra la nozione di ruolo tematico e di funzione grammaticale. Chi assegna i ruoli
tematici? Che cosa si intende per valenza del verbo e qual è la differenza fra argomenti e circostanziali?
I ruoli tematici sono assegnati dai verbi ai propri argomenti: servono a capire il ruolo svolto dal soggetto nell’azione
espressa dal verbo. Per esempio, se dico “io corro”, “io” ha il ruolo di agente, perché da’ inizio all’azione indicata dal
verbo. Se invece dico “io fallisco”, “io” ha un ruolo diverso: è un tema, poiché viene modificato dal verbo, subisce
l’azione.
Per valenza del verbo s’intende il fatto che esso ha la possibilità di richiedere un dato numero di costituenti, a loro
volta detti argomenti (servono a “saturare” la valenza del verbo). I verbi possono essere zerovalenti (come “piove”,
con nessun argomento), monovalenti (come “ride”, con un solo argomento), bivalenti (come “taglia”, con due
argomenti) o trivalenti (come “regala”, con tre argomenti).
C’è una differenza fra argomento e circostanziale: il secondo è un costituente che non ha ruolo tematico, e quindi non
satura la valenza di nessun verbo ma serve a specificare qualcosa sulle circostanze dell’azione espressa dal verbo. Per
esempio, nella frase “Diletta mangia la carne con forchetta e coltello”, è un circostanziale “con forchetta e coltello”.

2) Spiega la differenza fra verbi in accusativi e verbi in ergativi. Fai degli esempi e spiega il rapporto fra in
ergativi e passivi.
I verbi intransitivi (italiani e non) possono richiedere sia l’ausiliare essere che avere. Solitamente, la forma passiva
richiede il verbo essere e quella attiva l’avere. La forma passiva nega la verbo la facoltà di assegnare il caso
accusativo: si può parlare di forma inaccusativa.
Si chiameranno inaccusativi quei verbi che vanno con l’ausiliare essere e la cui struttura è simile a quella dei verbi
passivi: il loro unico argomento è saldato come argomenti interno ma non può essere visto come Caso Accusativo. Si
distinguono dagli intransitivi dal POV sintattico e sono propri dell’italiano, poiché tutte le altre lingue romanze hanno
generalizzato l’uso dell’ausiliare avere.
Sono inergativi invece quei verbi che tradizionalmente chiamiamo intransitivi semplici e che richiedono l’ausiliare
avere. L’argomento di questi verbi è un agente e essi esprimono molto spesso un’azione messa in atto dal soggetto.
Hanno due struttura ben diverse:

Per quanto riguarda la cliticizzazione con ne, un partitivo, è una caratteristica che hanno solo i verbi inaccusativi (il
soggetto nasce come argomento interno del verbo). In quelli inergativi, ne non sostituisce il soggetto, ma occupa il suo
posto.

6) Che cosa vuole Gianni? & What does John say?


Che cosa corrisponde a uno o due sintagmi? Dove si posizionano che cosa e what? Dove si posizione il verbo
nelle due frasi? Discuti le differenze e le somiglianze [CAP 4]
Il termine sintagma si riferisce all’oggetto complesso costruito tramite Salda. Esso è sempre dotato di tratti categoriali
e hanno una distribuzione condizionata (tanto quanto le parole singole). “Che cosa” è dunque un solo sintagma.
“Che cosa” svolge la funzione di oggetto del verbo “volere” e ne satura la valenza, ricevendo ruolo di tema.
L’operazione Salda dovrebbe saldarlo a volere facendone suo nodo fratello: in questa frase però vediamo che occupa
un’altra posizione. Questo si spiega analizzando la tipologia di frase: è un’interrogativa wh (dalle iniziali dei
costituenti inglese who, what, which, when, where…).
Se poniamo la frase nella sua versione dichiarativa risulta: Gianni vuole [qualcosa] e notiamo che ogni cosa è al suo
posto. Le differenza fra le due frasi si deve a un fenomeno di dislocazione o movimento.
Il fenomeno è analogo in inglese.

7) QUAL è LA STRUTTURA DEL SINTAGMA NOMINALE? DOVE SI INSERISCONO L’ARTICOLO E


IL POSSESSIVO? COME SI ESPRIME LA DIFFERENZA FRA L’ITALIANO IL MIO CANE E
L’INGLESE MY DOG? 50
I possessivi sono parole funzionali attestate in tanto lingue: in inglese occorrono nelle posizioni riservate ai
determinati, come in “my dog”, quindi hanno tratto categoriale D. mentre in italiano non possono essere equiparati a
determinanti – ed è per questo che dobbiamo mettere l’articolo davanti al possessivo, quindi “il mio cane”.

8) Che cosa sono le lingue secondarie o d’apprendimento? Alcuni autori (Banfi) individuano alcuni tratti
morfosintattici tipidi delle varietà di apprendimento, quali sono?
Le lingue secondarie o d’apprendimento sono le lingue imparate dagli immigrati, che inizialmente sono apprese in
maniera spontanea e in modo da “sopravvivere”, e poi sono migliorate quando l’apprendimento della lingua del paese
ospitante acquista una motivazione forte. Di solito si associano agli immigrati adulti proveniente da paesi a basso
sviluppo economico, poiché essi costituiscono in nucleo della società multiculturale.
Banfi individua alcuni tratti morfosintattici delle varietà di apprendimento che sono tipici: riduzione degli elementi
grammaticali, assunzione di una particolare forma verbale come forma base (come ad esempio la 3 persona del
presente indicativo), uso casuale e indistinto degli ausiliari essere e avere, mancato uso dei pronomi clitici.

9) Che cosa s’intende per comunità linguistica? Che cosa è il repertorio verbale? Che sono sono le lingue
secondarie o d’apprendimento?
Il concetto di “comunità linguistica”, in ambito sociolinguistico, si usa per indicare un “aggregato umano” che
comprende persone dotate della medesima competenza comunicativa, cioè che padroneggiano uno stesso insieme di
varietà linguistiche che si rifanno a regole comportamentali condivise.
Per “repertorio verbale” invece s’intende l’insieme di modi di parlare nel quale il parlante è in grado di commutare da
una varietà all’altra valutando prima la situazione, le sue intenzioni comunicative, il suo ruolo in quel preciso
momento ecc.
Le lingue secondarie o d’apprendimento sono le lingue imparate dagli immigrati, che inizialmente sono apprese in
maniera spontanea e in modo da “sopravvivere”, e poi sono migliorate quando l’apprendimento della lingua del paese
ospitante acquista una motivazione forte.

FILA B

3) Che cos’è l’armonia vocalica? In turco… differenza fra vocale tonica e atona
L’armonia vocalica è un processo di assimilazione vocalica con direzione opposta alla metafonia: in questo caso è la
vocale alla base lessicale che influenza le proprietà vocaliche dei suffissi.
Una vocale è tonica quando vi cade l’accento, mentre è atona quando non vi cade.

4) Quali sono le caratteristiche delle frasi a controllo come la seguente? QUELLA RAGAZZA OBBLIGA
MARIO A CHIAMARE LE AMICHE DI GIANNI
Si tratta di una frase infinitivale: il verbo “obbligare” viene saturato non solo con “Mario” ma anche con la frase “a
chiamare le amiche di Gianni”, chiamata infinitivale. Si parla di ciò che in sintassi viene chiamato PRO, un soggetto
sottinteso di tipo pronominale. Esso ha bisogno necessariamente di essere controllato nella sua interpretazione da un
sintagma nominale nella principale, altrimenti non possiamo determinarne il riferimento. Il controllore può essere
nella principale sia soggetto che oggetto: in questo caso è oggetto.
Quella ragazza obbliga Mario a PRO chiamare le amiche di Gianni

5) Differenze nel comportamento sintattico e dal pov strutturale fra verbi intransitivi in accusativi e in ergativi.
Il test del ne e del participio che cosa mettono in evidenza? Per discutere usa il verbo aumentare
I verbi intransitivi (italiani e non) possono richiedere sia l’ausiliare essere che avere. Solitamente, la forma passiva
richiede il verbo essere e quella attiva l’avere. La forma passiva nega la verbo la facoltà di assegnare il caso
accusativo: si può parlare di forma inaccusativa.
Si chiameranno inaccusativi quei verbi che vanno con l’ausiliare essere e la cui struttura è simile a quella dei verbi
passivi: il loro unico argomento è saldato come argomenti interno ma non può essere visto come Caso Accusativo. Si
distinguono dagli intransitivi dal POV sintattico e sono propri dell’italiano, poiché tutte le altre lingue romanze hanno
generalizzato l’uso dell’ausiliare avere.
Sono inergativi invece quei verbi che tradizionalmente chiamiamo intransitivi semplici e che richiedono l’ausiliare
avere. L’argomento di questi verbi è un agente e essi esprimono molto spesso un’azione messa in atto dal soggetto.
Hanno due struttura ben diverse:

Per quanto riguarda la cliticizzazione con ne, un partitivo, è una caratteristica che hanno solo i verbi inaccusativi (il
soggetto nasce come argomento interno del verbo). In quelli inergativi, ne non sostituisce il soggetto, ma occupa il suo
posto.
La tensione aumenta
*ne aumenta

6) cosa si intende per caso strutturale in sintassi? Quali sono i casi dell’oggetto e del soggetto? Com’è
rappresentata questa differenza nella struttura della frase?
Tutti i sintagmi nominali sono dotati di un tratto di Caso che deve essere valutato. L’elemento responsabile della
valutazione di tale tratto è detto “assegnatore di Caso”.
Il caso che corrisponde al soggetto è il nominativo (anche se lo riceve solo quando la frase è flessa).
L’assegnatore di caso nominato è la flessione, il Tempo.
Il caso che corrisponde all’oggetto l’accusativo. I verbi transitivi assegnano caso accusativo al proprio complemento
(nodo fratello) e anche le preposizioni assegnano caso accusativo.
I casi esistono in tutte le lingue, anche in quelle che non funzionano come il tedesco o il russo, che utilizzano ancora
“tabelle del caso”. In italiano per esempio ciò si vede nei pronomi (io, me, mi) che cambiano a seconda del loro
“ruolo” nella frase.

8) Differenza fra code-switching e code-mixing. Varietà secondarie e d’apprendimento.


Il Code-mixing è la mescolanza di due o più lingue o varietà linguistiche nel discorso, che spesso si verifica in un
contesto multilingue. Non ha effetti funzionali collegati all’evento linguistico, all’interlocutore, e riflette la
padronanza bilingue del parlante. Può dare avvio al processo di creolizzazione, quando esso fa assumere al “mix” i
connotati di lingua relativamente stabile e forma una sua struttura lessico-sintattica.
In letteratura distinguiamo fra 3 tipi di code-mixing: intransential, intersential e tag –switching. Le tre tipologie
cambiano a seconda che sia una frase, una singola espressione, una parola a essere mescolate. Per spiegare le
differenze Polpack, nel manuale, analizza una conversazione tra un ragazzo nato negli USA e sua madre, di origine
calabrese. Il ragazzo ha sviluppato sia la conoscenza del dialetto della sua terra d’origine che quella dell’americano
standard. Si nota come il processo di code-mixing si possa verificare solo nel rispetto delle regole grammaticali di
entrambe le lingue/entrambi i dialetti e riguardi spesso soggetti definiti “bilance bilingual”, ovvero persone in grado di
parlare fluentemente due lingue.
Il Code-switching quindi indica il passaggio da una lingua a un’altra (o dialetto) da parte di parlanti che hanno più di
una lingua in comune e avviene spesso dove si trovano comunità e famiglie bilingui.

9) La variazione linguistica in rapporto alle relazione di ruolo, alla situazione, all’evento linguistico: i fattori
demografici come regolatori della variazione linguistica, tipi di variabili sociolinguistiche. Labov
In relazione alla situazione, all'interlocutore, al ruolo eccetera, un parlante può esprimersi in varie maniere. Labov ha
dedicato gran parte dei suoi studi proprio a questo: alla variazione linguistica nei vari contesti. Questo processo di
variazione linguistica, secondo Labov, ha due componenti essenziali: una cognitiva – quindi inscindibile dalle
proprietà strutturali delle lingue e al processo di acquisizione – e l’altra sociale – ovvero costantemente in relazione
all’uso sociale che un parlante deve fare della propria lingua.
Per esempio, Labov ha studiato le differenze di pronuncia tra le varie classi: se ne deduce che queste differenze
corrispondono proprio a una stratificazione sociale. In questa stratificazione, che viene espressa tramite stili e
pronunce diverse dai parlanti, interviene però un altro fattore: l’ipercorrettivismo. Questo fenomeno parte dalla
costatazione che tutta la popolazione conosce e padroneggia la pronuncia tipica delle classi più elevate (anche se non
tutti la utilizzano con costanza); esistono alcuni parlanti delle classi più basse che tenderanno a imitare queste
pronunce “altolocate, di maggior prestigio” per una sorta di desiderio di ascensione sociale, di non appartenenza alla
propria classe. Si parla allora non di indicatori di classe ma di stereotipi, nel caso di certe pronunce. Essi sono spesso
collegati a pregiudizi.
Esistono più tipi di variabili sociolinguistiche. Distinguiamo fra marcatori e indicatori: le variabili linguistiche in
relazione col sesso, l’età, l’appartenenza etnica e la classe sociale soggette a variazione stilistica in rapporto alla
situazione sono dette marcatori; sono invece indicatori variabili corrispondenti a differenze sociali che non cambiano a
seconda della situazione.
La varietà linguistica di un individuo è parte della sua identità, anzi spesso l’adesione a una certa varietà piuttosto che
a altre è proprio un modo per “inserirsi nel gruppo”. Infatti, da come un parlante comunica si formulano in ognuno di
noi, quasi inconsciamente, dei giudizi: possiamo quindi dire che da come una persona parla cerchiamo spesso di
intuire la sua situazione sociale, il suo livello di istruzione, a volte anche la professione svolta.

FILA C

1) COSTRUISCI LA STRUTTURA DI “GIANNI SPERA DI INFORMARSI”. Costrutti a controllo, quante


posizioni soggetto ci sono nella frase?
“Sperare” è un verbo bivalente, la cui valenza è saturata sia da “Gianni” che da “di informarsi”. Questa frase rientra
nella categoria delle frasi infinitivali. Possiamo esaminare la stessa frase trasformandola in: Gianni spera che si
informerà.
Manca apparentemente l’argomento esterno per saturare “sperare”, che ipoteticamente corrisponde a “lui, Gianni”. Le
frasi infinitivali hanno un soggetto sottinteso di tipo pronominale, ovvero l’argomento esterno del verbo, chiamato
convenzionalmente PRO. Arriviamo a questa soluzione dopo aver escluso la possibilità che “Gianni” si sia spostato
dalla posizione di soggetto della frase infinitivale a quella di soggetto della frase princiapale – non si può fare grazie al
criterio tematico.
Nelle frasi infinitivali siamo obbligati a sottintendere il soggetto; è agrammaticale scrivere: Gianni spera che lui si
informerà.
Questa frase è un tipico esempio di struttura a controllo del soggetto: le frasi infinitivali non hanno soggetto poiché
non hanno una flessione che lo richiedere per valutare i propri tratti di accordo, PRO è l’argomento esterno del verbo e
deve essere controllato nella sua interpretazione da un sintagma nominale nella frase principale per determinarne il
riferimento (in questo caso soggetto, in altri, oggetto).

2) “piove” “il pleut” “it rains”. Confronta. Cosa s’intende con testa flessia della frase e come si realizza nelle
lingue?
La differenza fra l’italiano “piove” e l’inglese e francese “it rains” e “il pleut” in realtà è minima: ci troviamo in ogni
caso di fronte a un verbo zerovalente, ovvero un verbo che non ha per definizione argomenti, non ha quindi soggetto.
Ma non può esistere una frase non dotata di soggetto.
Se osserviamo “it rains” notiamo che la frase è effettivamente dotata di soggetto, ovvero di un pronome nella
posizione canonica di specificatore del Tempo, che ne valuta i tratti di accordo. I tratti sono valutati direttamente
tramite l’operazione Salda. Il pronome non è argomento del verbo, non ha ruolo tematico e non ha altra funzione che
accordarsi con la flessione: si tratta di un soggetto espletivo. La differenza visiva che abbiamo con l’italiano “piove”,
apparentemente totalmente senza soggetto, è propria della nostra lingua: in italiano il soggetto espletivo è sempre
sottinteso.

3) STRUTTURA DEL SINTAGMA NOMINALE, POSIZIONE ARTICOLO E POSSESSIVO, LA MIA SEDIA/MA


CHAISE
I possessivi sono parole funzionali attestate in tanto lingue: in francese occorrono nelle posizioni riservate ai
determinati, come in “ma chaise”, quindi hanno tratto categoriale D. mentre in italiano non possono essere equiparati a
determinanti – ed è per questo che dobbiamo mettere l’articolo davanti al possessivo, quindi “la mia sedia”.

5) CHE COS’è LA METAFONIA? MASCIONI. TONICA/ATONA


La metafonia è un processo in cui la vocale accentata anticipa alcune proprietà della vocale atona seguente, o finale di
parole. Coinvolge quindi due vocali in genere separate da consonanti e influenza la distribuzione di vocali in molte
lingue naturali.
Le vocali toniche sono quelle su cui cade l’accento, le vocali atone sono quelle su cui non cade.

7) La teoria del legamento. Come si comportano gli elementi referenziali nella frase?
La teoria del legamento comprende due principi: un riflessivo deve essere legato nella frase semplice & un pronome
deve essere libero nella frase semplice. Per legato s’intende c-comandato da un’espressione nominale coreferenziale e
per libero s’intende il contrario.
C’è anche un terzo principio della teoria del legamento, poiché si possono verificare casi in cui i due principi
sopracitati siano entrambi validi ma non si possa ancora parlare di legamento vero e proprio: un’espressione
referenziale dev’essere libera.
Questa teoria può essere usata anche come strumento diagnostico per studiare la struttura di configurazioni sintattiche.

8) L’alfabetizzazione e la società. Quali sono gli effetti della lingua scritta? Essa influisce sull’organizzazione
delle conoscenze?
Alfabetizzazione e società sono due termini che possono essere facilmente messi in relazione sin dal passato. Anche
l’antropolgo Goody sostiene che non è casuale che la scrittura sia comparsa per la prima volta nella civiltà
mesopotamica durante l’età del Bronzo. Questa età è stata caratterizzata da “rivoluzioni”: l’aratro e la ruota si sono
sviluppati, producendo notevoli cambiamenti nella vita di tutti i giorni in Mesopotamia. Le nuove tecnologie
portarono alla nascita di numerose attività specializzate, che richiedevano sempre di più un linguaggio visibile per
essere ben gestite. Il linguaggio visibile allora ebbe la funzione di distinguere le società alfabetizzate, quindi più
sviluppate, e quelle non alfabetizzate, più “indietro”.
Inoltre, l’introduzione della scrittura portava anche alla necessità di avere persone che la insegnavano e tramandavano,
una sorta di “professori”: ma poiché la scrittura non era alla portata di tutti, diventava tesoro di un’elite – solo di
alcune caste – che la tenevano ben stretta, tramandandola solo fra loro. Ad ogni modo, la scrittura contribuì
indirettamente a creare nuove professioni e quando ad arricchire la società.
Inoltre, con l’avvento della scrittura nella vita di tutti i giorni, acquisisce notevole importanza la tradizione storica di
un popolo: fino ad allora leggende, miti, tradizioni eccetera erano tramandate oralmente – quindi erano sempre esposti
al rischio di cambiamenti e perdite – mentre successivamente si riuscì ad avere una documentazione più precisa e
dettagliata e in un certo senso questo ha rafforzato lo “spirito del popolo”.

9) Oggetto delle ricerche di Labov e Trugdill. È possibile analizzare la variazione linguistica in atto?
In relazione alla situazione, all'interlocutore, al ruolo eccetera, un parlante può esprimersi in varie maniere. Labov ha
dedicato gran parte dei suoi studi proprio a questo: alla variazione linguistica nei vari contesti. Questo processo di
variazione linguistica, secondo Labov, ha due componenti essenziali: una cognitiva – quindi inscindibile dalle
proprietà strutturali delle lingue e al processo di acquisizione – e l’altra sociale – ovvero costantemente in relazione
all’uso sociale che un parlante deve fare della propria lingua.
Per esempio, Labov ha studiato le differenze di pronuncia tra le varie classi: se ne deduce che queste differenze
corrispondono proprio a una stratificazione sociale, nelle quali però intervengono anche processi come
l’ipercorrettivismo (legato a stereotipi ecc.).
Anche Trugdill ha indirizzato le sue ricerche sulla variazione linguistica, impegnandosi per esempio a identificare un
linguaggio giovanile, uno femminile ecc. Ha condotto indagini per esempio sulle pronunce variabili nella zona di
Belfast, in Irlanda del Nord, partendo da esse per delineare una stratificazione sociale.

FILA D

4) NOZIONE DI SOGGETTO DI FRASE E ARGOMENTO DEL VERBO. PIOVE/IL PLEUT. VALENZA


DEL VERBO, DIFFERENZA FRA ARGOMENTI E CIRCOSTANZIALI.
Il soggetto della frase può essere definito come il sintagma nominale che valuta i tratti di accordo non valutati presenti
in ogni frase flessa nel proprio specificatore. L’argomento del verbo è ciò che normalmente riceve dal verbo il ruolo di
agente.
La differenza fra l’italiano “piove” e il francese “il pleut” in realtà è minima: ci troviamo in ogni caso di fronte a un
verbo zerovalente, ovvero un verbo che non ha per definizione argomenti, non ha quindi soggetto. Ma non può esistere
una frase non dotata di soggetto.
Se osserviamo “il pleut” notiamo che la frase è effettivamente dotata di soggetto, ovvero di un pronome nella
posizione canonica di specificatore del Tempo, che ne valuta i tratti di accordo. I tratti sono valutati direttamente
tramite l’operazione Salda. Il pronome non è argomento del verbo, non ha ruolo tematico e non ha altra funzione che
accordarsi con la flessione: si tratta di un soggetto espletivo. La differenza visiva che abbiamo con l’italiano “piove”,
apparentemente totalmente senza soggetto, è propria della nostra lingua: in italiano il soggetto espletivo è sempre
sottinteso.
La differenza fra argomento e circostanziale è la seguente: il secondo è un costituente che non ha ruolo tematico, e
quindi non satura la valenza di nessun verbo ma serve a specificare qualcosa sulle circostanze dell’azione espressa dal
verbo. Per esempio, nella frase “Diletta mangia la carne con forchetta e coltello”, è un circostanziale “con forchetta e
coltello”.

5) INACCUSATIVI E INERGATIVI
I verbi intransitivi (italiani e non) possono richiedere sia l’ausiliare essere che avere. Solitamente, la forma passiva
richiede il verbo essere e quella attiva l’avere. La forma passiva nega la verbo la facoltà di assegnare il caso
accusativo: si può parlare di forma inaccusativa.
Si chiameranno inaccusativi quei verbi che vanno con l’ausiliare essere e la cui struttura è simile a quella dei verbi
passivi: il loro unico argomento è saldato come argomenti interno ma non può essere visto come Caso Accusativo. Si
distinguono dagli intransitivi dal POV sintattico e sono propri dell’italiano, poiché tutte le altre lingue romanze hanno
generalizzato l’uso dell’ausiliare avere.
Sono inergativi invece quei verbi che tradizionalmente chiamiamo intransitivi semplici e che richiedono l’ausiliare
avere. L’argomento di questi verbi è un agente e essi esprimono molto spesso un’azione messa in atto dal soggetto.
Hanno due struttura ben diverse:

Per quanto riguarda la cliticizzazione con ne, un partitivo, è una caratteristica che hanno solo i verbi inaccusativi (il
soggetto nasce come argomento interno del verbo). In quelli inergativi, ne non sostituisce il soggetto, ma occupa il suo
posto.

6) PRINCIPALI TIPI DI FRASE E COME VENGONO CLASSIFICATI?


La frase semplice è quella che non contiene altre frasi: Diletta mangia la mela. È costituita da uno strato SV, uno strato
ST, e la periferia sinistra strato SC.
La frase complessa è costituita da più di una sola frase semplice: La mamma dice [che Diletta mangia la mela]. La
frase che contiene la “seconda” è detta principale; una frase che invece “è contenuta, si fa reggere” è detta subordinata.
Quando è subordinata alla principale è di primo grado, quando è subordinata a un’altra subordinata è di secondo grado
e via dicendo fino a grado infinito, ricorsivamente. Le subordinate possono poi essere distinte successivamente in base
alla loro posizione (completive verbali, nominali ecc…)
La frase si dice coordinata quando è formata da due frasi semplici. Qualcuno ipotizza che ne risulti una struttura piatta
(paratassi), altri invece gli conferiscono una struttura conforme allo schema X-barra, con una testa e i due congiunti
disposti asimmetricamente.
La frase è relativa quando è aggiunta a un sintagma nominale detto antecedente. Molto spesso è introdotta da “che”.
Se classifichiamo le frasi secondo la diatesi, esse risultano attive o passive. Se le classifichiamo secondo la flessione
possono essere flesse o infinitivali. Se usiamo la modalità risultano dirette o indirette. Se consideriamo la polarità
saranno affermative o negative.

8) CODE SWITCHING E CODE MIXING


Il Code-mixing è la mescolanza di due o più lingue o varietà linguistiche nel discorso, che spesso si verifica in un
contesto multilingue. Non ha effetti funzionali collegati all’evento linguistico, all’interlocutore, e riflette la
padronanza bilingue del parlante. Può dare avvio al processo di creolizzazione, quando esso fa assumere al “mix” i
connotati di lingua relativamente stabile e forma una sua struttura lessico-sintattica.
In letteratura distinguiamo fra 3 tipi di code-mixing: intransential, intersential e tag –switching. Le tre tipologie
cambiano a seconda che sia una frase, una singola espressione, una parola a essere mescolate. Per spiegare le
differenze Polpack, nel manuale, analizza una conversazione tra un ragazzo nato negli USA e sua madre, di origine
calabrese. Il ragazzo ha sviluppato sia la conoscenza del dialetto della sua terra d’origine che quella dell’americano
standard. Il processo di code-mixing si può verificare solo nel rispetto delle regole grammaticali di entrambe le
lingue/entrambi i dialetti e riguardi spesso soggetti definiti “bilance bilingual”, ovvero persone in grado di parlare
fluentemente due lingue.
Il Code-switching quindi indica il passaggio da una lingua a un’altra (o dialetto) da parte di parlanti che hanno più di
una lingua in comune e avviene spesso dove si trovano comunità e famiglie bilingui.

9) LINGUE SECONDARIE O D’APPRENDIMENTO, PIDGINIZZAZIONE, BANDI E I TRATTI


MORFOSINTATTICI TIPICI
Le lingue secondarie o d’apprendimento sono le lingue imparate dagli immigrati, che inizialmente sono apprese in
maniera spontanea e in modo da “sopravvivere”, e poi sono migliorate quando l’apprendimento della lingua del paese
ospitante acquista una motivazione forte. Di solito si associano agli immigrati adulti proveniente da paesi a basso
sviluppo economico, poiché essi costituiscono in nucleo della società multiculturale.
Banfi individua alcuni tratti morfosintattici delle varietà di apprendimento che sono tipici: riduzione degli elementi
grammaticali, assunzione di una particolare forma verbale come forma base (come ad esempio la 3 persona del
presente indicativo), uso casuale e indistinto degli ausiliari essere e avere, mancato uso dei pronomi clitici.
Si parla di pidginizzazione quando abbiamo di fronte una lingua Pidgin, lingua madre di nessuno, lingua derivata dalla
mescolanza di lingue di popolazione differente, venute a contatto a seguito di migrazioni e colonizzazioni. Esistono
tantissime varietà di Pidgin: nessuna di esse però può essere considerata una lingua vera e propria perché manca di
tradizione letteraria e ha struttura semplificata nel vocabolario e nella struttura. La lingua più forte nella mescolanza
viene detta lessificatrice. Quando il Pidgin non si estingue anzi man mano acquista sempre più vigore, la sua struttura
si fortifica e acquisisce più parlanti di parla di creolizzazione.
Negli enunciati riportati posso osservare che ci sono delle incrongruenze sia a livello sintattico che a livello lessicale
rispetto al nostro modo di parlare. Spesso gli immigrati che imparano una lingua d’apprendimento si avvicinano prima
e in maniera spontanea ai dialetti del posto dove si trasferiscono che all’italiano vero e proprio.

STORIA DELLA SCRITTURA


In principio la scrittura era totalmente affidata ai sistemi pittografici: un evento era rappresentato da un disegno. In
seguito si sono sviluppati sistemi ideografici/logografici, sillabici e alfabetici.
I graffiti geometrici su oggetti di osso e corno delle culture del Musteriano, di circa 35 000 anni fa, erano infatti
pittogrammi. Mentre se guardiano i “sassi aziliani” (fine paleolitico-neolitico) abbiamo sempre rappresentazioni di
disegni, ma con carattere più simbolico.
Una tra le prime attestazioni certe di scrittura è rappresentata dalle tavolette di Uruk, risalenti alla Mesopotamia del
3200-3400 aC. I simboli su queste tavole sono raffigurazioni di gettoni che rappresentano tipi di beni alimentari
(greggi, cereali ecc.): inizialmente per registrare scambi e vendite si racchiudevano in recipienti di argilla gettoni
corrispondenti ai beni approvvigionati. Successivamente, si cominciò a rappresentare sui recipienti i gettoni in esse
contenuti per rappresentarli. Si nota come inizialmente la scrittura non fosse apprezzata tanto come mezzo di
comunicazione ma fosse utilizzata per “fini pratici”, come la registrazione di beni di interesse economico.
Ai Sumeri si attribuisce l’invenzione della scrittura cuneiforme (3000 aC) di natura inizialmente ideografica.
La natura fonografica della lingua si comincia a vedere con la scrittura egiziana, che era caratterizzata da un sistema
misto in cui accanto a segni ideografici ve ne erano altri di tipo fonografico.
Anche il greco antico utilizzò in principio una scrittura ideografica e successivamente fonologica.
I fenici usavano una scrittura fonologica. Un’attestazione del modo in cui i fenici scrivevano lo troviamo sulla stele di
Mesa (IX secolo aC).

ANALFABETISMO DI RITORNO
Si definisce come la possibilità che la mancata abitudine alla lettura porti molti parlanti, anche persone alfabetizzate e
che hanno frequentato normalmente la scuola, a avere difficoltà, anche se non nel senso di incapacità a riconoscere le
lettere, a comprendere e interpretare testi scritti, a causa della loro organizzazione sintattica e lessicale di gran lingua
più complessa rispetto alla lingua parlata. In Italia abbiamo rilevato che circa il 20% dei parlanti ha difficoltà a
comprendere l’informazione scritta – difficoltà che compaiono già nella formazione scolastica.