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Fascismo

L’errore di sdoganare il fascismo


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Il fascismo è illegale, ricordiamocelo
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La scuola durante il Fascismo - Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio
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LA SCUOLA FASCISTA
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L’errore di sdoganare il fascismo

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Il fascismo è morto e sepolto. Non è un pericolo il fascismo: sono tutti morti. Il fascismo,
nato come movimento socialista, ha avuto bisogno che arrivasse Mussolini o Hitler. Se non c’è in
giro un Mussolini o un Hitler non succede niente. Pericoloso è semmai il movimento
dell’antifascismo con i centri sociali, come si è visto a Piacenza con l’aggressione al carabiniere.
Così Berlusconi l’altro giorno ospite di Fabio Fazio su Rai 1.

Dirsi sconcertati è ormai impossibile, tali e tante sono le sciocchezze che ci vengono
ammannite in questa campagna elettorale. Ma non può passare senza un commento l’incredibile
ricostruzione secondo la quale il fascismo sarebbe stato Socialismo+Mussolini, morto il quale non
potrebbe più esserci fascismo. E poco merita di esser detto dell’offensiva assimilazione
dell’antifascismo, radice della Costituzione, all’azione di pochi criminali violenti che abusivamente
si nascondono dietro una bandiera con cui nulla hanno a che fare.

Né bisogna scrollare le spalle, pensando che si tratta di parole in libertà, che durano lo
spazio di un passaggio in televisione. Gli elettori della destra nostalgica si sentiranno legittimati
nell’arena politica. E si può immaginare l’effetto nell’Europa alle prese con ciò che accade in
Ungheria e Polonia, quando nelle varie capitali verranno lette le note informative inviate dai loro
ambasciatori a Roma.

In realtà quanto detto dal sorridente e rassicurante Berlusconi va preso molto sul serio,
perché quelle parole cadono su un terreno di altre parole che da qualche tempo tanti non esitano più
a pronunciare. Una di queste è fascismo. Del fascismo viene taciuto l’uso e l’esaltazione del
manganello contro gli avversari, l’abolizione del Parlamento (e l’uccisione del socialista Giacomo
Matteotti), il partito unico, il carcere e il confino per gli antifascisti, le leggi razziali, le guerre
coloniali e quella accanto ai nazisti. Ma, si dice, il fascismo ha anche fatto cose buone. Il giornale
«Libero» ha pubblicato un elenco di 100 cose buone del fascismo. Salvini poi, capo della Lega, ha
contraddetto il presidente Mattarella, ricordando il sistema pensionistico e la bonifica delle Paludi
Pontine. Mattarella, il giorno della memoria della Shoah, aveva detto: «Non dimentichiamo, né
nascondiamo quanto di terribile e di inumano è stato commesso nel nostro Paese con la complicità
di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, cittadini, asserviti a una ideologia nemica
dell’uomo». Aveva aggiunto: «Sorprende sentir dire, ancora oggi da qualche parte, che il fascismo
ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di
un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione». Il
fascismo, ha detto il Presidente, «non ebbe meriti». Affermazione, quest’ultima in sé facilmente
criticabile, se si pensa che qualunque regime fa pur qualcosa di buono. Nel regime di Hitler ad
esempio fu costruita la prima rete autostradale in Germania. Ma chi direbbe ora, nel dibattito
politico, che Hitler fece anche cose buone. Se lo dicesse, se ne facesse argomento, così come
avviene oggi in Italia attorno al fascismo, farebbe un’operazione politica ben precisa. Si dice infatti
che certo vi sono state le leggi razziali (ma la colpa fu di Hitler) e la guerra. Ma c’è stato anche del
buono. E dunque non bisogna esagerare. Si può discutere e insomma si può storicizzare e archiviare
un sistema morto insieme ai suoi protagonisti. Divenuto discutibile il fascismo, diventa discutibile
l’antifascismo. In fondo anche l’antifascismo di oggi fa cose cattive, come le violenze dei centri
sociali. Ed ecco che si torna al Berlusconi dell’altro ieri.

Relativizzando il giudizio sul fascismo e rifiutando ogni attualità di una prospettiva fascista
si esclude il tema dal campo delle questioni serie di cui discutere. Una simile posizione si inserisce
in un contesto segnato da gruppi politici che rivendicano la loro radice fascista, simboli fascisti
vengono usati e sono centinaia le pagine web dedicate al fascismo e ai suoi meriti. Ma anche se quei
siti e quelle rivendicazioni da parte di gruppi e gruppuscoli richiamano l’adesione di numeri
necessariamente limitati, il problema non può essere facilmente liquidato.

Tracce di fascismo emergono in vasta parte del mondo politico e dell’opinione pubblica,
anche se non si pensa più a manganello e camicia nera. L’ideologia e la pratica dell’odio per il
diverso, l’attacco al Parlamento come luogo di discussione e mediazione politica, l’esaltazione di
un’impossibile democrazia diretta, facilmente plebiscitaria, il nazionalismo autarchico rivendicato
per attaccare l’Europa. Ed anche il linguaggio che nel dibattito politico ha perso ogni freno e
rispetto per gli avversari. Non questo o quell’episodio, non questa o quella dichiarazione, ma il
complesso del clima presente è motivo di allarme e non consente disattenzione.

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Alcuni diritti riservati. lastampa.it
Il fascismo è illegale, ricordiamocelo

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Nel dibattito sulle derive neofasciste che imperversano nel Paese c’è una cosa che andrebbe
ripetuta più spesso: in Italia il fascismo è illegale. Le leggi che vietano non solo la ricostituzione del
disciolto partito fascista, ma anche la sua mera esaltazione propagandistica esistono e sono molto
chiare: l’ordinamento giuridico italiano rappresenta un solido bastione per arginare la nostalgia del
ventennio, l’istigazione all’odio razziale, i “quando c’era Lui”. Se è vero che per combattere il
fascismo di ritorno bisogna agire su cultura, memoria e senso civico (tanto più ora che i metodi
squadristi sembrano aver contagiato anche chi – stando alla lettera di rivendicazione – si proclama
antifascista, come dimostra l’aggressione a Palermo del segretario provinciale di Forza Nuova
Massimiliano Ursino), è altrettanto vero che proprio nel momento in cui si alza il livello dello
scontro è necessario ripartire dalle basi: le leggi vigenti e la loro applicazione.
A cominciare dalla Costituzione, che alla XII disposizione transitoria e finale vieta “la
riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Cosa s’intenda per
riorganizzazione, lo specifica la legge Scelba del 1952: “Quando un’associazione o un movimento
persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la
violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla
Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo
propaganda razzista”.
L’articolo 4 della legge istituisce il reato di apologia di fascismo per chi fa propaganda per i
movimenti neofascisti, nonché per chi “pubblicamente esalta esponenti, fatti, princìpi e metodi del
fascismo”. Per finire: “Chiunque partecipando a pubbliche riunioni compie manifestazioni usuali
del disciolto partito fascista o di organizzazioni naziste è punito con la reclusione fino a tre anni”.
Chiaro, no? Se non lo fosse abbastanza, nel 1993 entra in vigore la legge Mancino, che punisce
“con la reclusione fino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o
sull’odio razziale o etnico, oppure incita a commettere o commette atti di discriminazione per
motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.
Organizzazioni, associazioni e movimenti che predicano discriminazione e violenza sono
vietati, e la legge specifica che “chi partecipa a tali organizzazioni o presta assistenza alla loro
attività, è punito per il sol fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a
quattro anni”. Pena più aspra, fino a sei anni, per i dirigenti. Risale invece a settembre la proposta di
legge sulla propaganda fascista, anche detta legge Fiano, che per ora è stata approvata solo dalla
Camera e che, se passasse, ridefinirebbe il concetto di apologia ai tempi dei social: produzione,
diffusione e vendita di contenuti e immagini inerenti al partito fascista o a quello nazista sono
sanzionati con la reclusione da sei mesi a due anni, pena aumentata di un terzo se il fatto è
commesso via web.
Proprio la proposta di legge Fiano è stata occasione per un vibrante dibattito sul reato di
apologia di fascismo: non sono mancate critiche secondo cui proibire un’ideologia avrebbe l’effetto
paradossale di rafforzarla, rendendo i suoi sostenitori dei martiri della causa. Osservazione anche
interessante, se non fosse che le opinioni, la merce più inflazionata del ventunesimo secolo, con la
legge c’entrano molto poco: nel sistema di pesi e contrappesi che regola l’ordinamento giuridico,
quello che pensano i commentatori è irrilevante. Se la norma c’è, non si tratta di dibattere se sia
opportuno o meno applicarla, ma di applicarla e basta.
E si arriva quindi alla giurisprudenza: sul bilanciamento tra la legge Scelba e l’articolo 21
della Costituzione, quello che tutela la libertà di pensiero, si è pronunciata nel 1957 la Corte
Costituzionale, confermando la legittimità della norma e meglio definendo la fattispecie delittuosa:
non una semplice “difesa elogiativa” configura il reato di apologia, ma una “esaltazione tale da
poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista”.
Quanto al saluto romano, la più tipica delle manifestazioni fasciste che la legge Scelba
sanziona, i pronunciamenti sono decine. L’orientamento che considera il gesto come un reato a
pieno titolo è molto frequente (si vedano, tra le altre, le sentenze della Cassazione nn. 11943 del
1982, 24184 del 2009, 35549 del 2012 e 37577 del 2014), ma ci sono stati anche pronunciamenti di
segno contrario: a Livorno (sentenza del 6 marzo 2015), il saluto romano allo stadio non è stato
considerato reato perché “la manifestazione sportiva di per sé non è normalmente il luogo deputato
a fare opera di proselitismo e propaganda”, ma per un fatto identico accaduto sempre allo stadio a
Udine nel 2008 la Cassazione (sentenza n. 20450 del 2016) ha invece deciso di condannare sette
tifosi friulani.
C’è poi la questione del cosiddetto rito del “presente”: a Milano nel 2015 sedici militanti di
estrema destra sono stati condannati per aver aver fatto nel 2013 il saluto romano al grido di
“presente!” in memoria di Sergio Ramelli e Enrico Pedenovi, uccisi negli anni Settanta: a nulla è
valso il tentativo della difesa di “defascistizzare” il gesto sostenendo le origini militari del rito.
L’identica eccezione è invece stata accolta, sempre per la commemorazione di Ramelli e Pedenovi
ma relativa al 2014, dalla Corte di Cassazione (sentenza n.28298 del 2017): se fatto durante il rito
del presente, il saluto romano non è reato. Anzi sì: sempre la Cassazione (sentenza n.37577 del
2014) ha condannato due militanti di Casapound per il rito del presente a braccio teso durante la
commemorazione delle vittime delle Foibe nel 2009.
Morale: la valutazione del singolo caso spetta ai giudici. E le sentenze, com’è noto, non si
commentano: si accettano o si impugnano. Quel che è certo, però, è che essendo l’azione penale
obbligatoria, le Procure di tutta Italia sono tenute a indagare (il che non significa per forza arrivare a
una condanna) gli autori di gesti analoghi.
E si arriva così al 2018. Roma, 7 gennaio: Casapound organizza un’affollatissima
commemorazione della strage di Acca Larentia, al termine della quale ottomila braccia tese si
alzano al cielo in un coro di “presente!”. È una scena da Istituto Luce, le immagini sono
impressionanti e si diffondono all’istante: apprensione, paura, i fascisti son tornati. Macerata, 3
febbraio: il militante di estrema destra Luca Traini esce di casa armato, spara a caso a sei persone di
origini africane e si fa arrestare facendo il saluto romano. Sdegno, indignazione, allarme
neofascismo. Ora, la domanda è: alla luce delle leggi di cui sopra, in Italia una scena come quella di
Acca Larentia può consumarsi indisturbata? E sempre stanti le stesse leggi, può una formazione
politica come Forza Nuova dettare a diverse agenzie la nota “noi oggi ci schieriamo con Luca
Traini” sostenendo pubblicamente l’autore di un atto terroristico di fin troppo evidente matrice
razzista? La risposta, ovviamente, è no. Eppure sono accadute entrambe le cose.
Sul perché le leggi Scelba e Mancino vengano troppo spesso disapplicate si è espresso il
Ministro della Giustizia Andrea Orlando in un’intervista a Repubblica lo scorso dicembre: “Alla
luce dei fatti a cui stiamo assistendo, credo sia utile una ricognizione per capire il motivo per cui le
incriminazioni sono così poche. Per questo mi confronterò con il Csm”, ha dichiarato, “è opportuno
riallineare la normativa esistente e capire se ci sono problemi tecnici che rendono difficile e rara
l’incriminazione. Un tempo la riprovazione sociale faceva da argine a certe derive. Poi quel muro è
un po’ venuto meno. E purtroppo anche quello delle norme è stato utilizzato poco”.
Nel frattempo il tema “sciogliere o non sciogliere i gruppi neofascisti” è diventato tra i più
caldi della campagna elettorale. In pratica, ci si sta chiedendo se l’Italia debba o non debba
applicare le sue stesse leggi, se debba applicarle sempre o solo qualche volta, su tutto il territorio
nazionale o in una Procura sì e in una no. Ancora una volta viene buono Flaiano: la situazione in
Italia è grave ma non seria.
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La scuola durante il Fascismo

10 Mars 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo


Se non si conosce che cos’era il Fascismo, può essere difficile per i ragazzi di oggi, (che
non solo non hanno vissuto sulla propria pelle la realtà della guerra, ma non hanno neanche la
testimonianza diretta dei racconti dei genitori o dei nonni, come potevano avere i giovani della
generazione precedente), comprendere il perché tanti italiani (intellettuali, studenti, lavoratori,
militari, uomini politici) abbiano deciso di opporsi alla dittatura fascista, passando nelle fila della
Resistenza e pagando, molti, con la vita questa loro scelta.
Le statistiche ci dicono che il 75% dei combattenti dell'esercito di Liberazione erano
giovani, dai venti ai venticinque anni.
Che cosa succedeva in Italia nel marzo del 1925?
Ormai si è instaurato il regime fascista. La libertà di stampa subisce delle restrizioni.
Arresti, processi ed aggressioni agli antifascisti proseguono per l'intero anno. Negli anni seguenti
viene abolita la libertà di sciopero e viene istituito un Tribunale speciale (negli anni di
funzionamento, dal 1926 al 1943, condannò 4671 antifascisti, 4030 dei quali comunisti, infliggendo
42 condanne a morte, tre ergastoli e 28115 anni di pena complessivi). Sono previste pene severe per
la ricostituzione e per la partecipazione alle associazioni, organizzazioni e partiti sciolti dal
fascismo.
Nel 1931, all’età di sei anni, Emilio e Mario iniziano le scuole elementari. È questa la
scuola in cui si trovano ammessi.
“La scuola italiana in tutti i suoi gradi e i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità del
Fascismo, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a nobilitarsi nel Fascismo e a
vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione Fascista”: questa era la direttiva di Mussolini cui
si doveva obbedire.
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Bambini lissonesi nel cortile della scuola Vittorio Veneto

Occorre ricordare che l'educazione paramilitare costituiva una parte fondamentale della
pedagogia fascista. I bambini venivano iscritti a 4 anni ai "Figli della Lupa", da 8 a 14 anni ai
"Balilla", da 14 a 18 agli "Avanguardisti", oltre i 18 anni alla "Gioventù Fascista". Parallelamente le
formazioni femminili erano le “Piccole italiane” e le “Giovani italiane”.
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Nelle immagini seguenti:
un "Figlio della Lupa", una squadra di piccoli "Balilla" in marcia e sull’attenti (alle scuole
elementari Vittorio Veneto di Lissone) e “Piccole e Giovani italiane” (per le vie di Lissone. Sullo
sfondo il campanile della chiesa SS. Pietro e Paolo)
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Divise, marce, esercitazioni, disciplina erano gli strumenti per la formazione dell' ''italiano
nuovo'' voluto da Mussolini.
L’Opera Nazionale Balilla (O.N.B) aveva il compito di curare l’educazione fisica e morale
della gioventù italiana, "formare la coscienza e il pensiero di coloro che saranno i fascisti di
domani".
La stragrande maggioranza dei bambini italiani era iscritta volente o nolente all’O.N.B. Dal
1° ottobre 1938 l’O.N.B, già trasformata in Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.), passò alle dirette
dipendenze del Partito e con essa tutte le scuole.
Nelle scuole era previsto un solo testo per ciascuna delle prime due classi e due testi
separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. Con il Testo unico lo Stato poteva
così esercitare un controllo diretto sull’insegnamento: il manuale scolastico si rivelava uno dei più
validi strumenti di diffusione dell’ideologia fascista in numerose famiglie, dove forse entrava come
unico libro.
La scuola diventa il più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa. Ed è
proprio la scuola elementare il primo e più importante gradino di un lungo processo di
irreggimentazione e indottrinamento il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri soldati,
uomini ciecamente pronti a "credere, obbedire e combattere". In che modo ciò si realizza? Mediante
l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla (O.N.B).

febbraio 1929: i maestri elementari sono obbligati al giuramento.


“Giuro che sarò fedele al Re ed ai suoi Reali successori; che osserverò lealmente lo Statuto
e le altre leggi dello Stato; che non appartengo e non apparterrò ad associazioni o partiti;- che
adempirò ai doveri stessi con diligenza e con zelo, ispirando la mia azione al fine di educare i
fanciulli affidatimi al della Patria ed all'ossequio alle istituzioni dello Stato”.
L’operazione avviene senza alcuna resistenza. Due anni più tardi il giuramento sarà imposto
ai professori universitari ai quali viene richiesta la fedeltà al Regime Fascista. Su 1225, dicono no
13.

continua in “Il Testo unico di Stato”

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LA SCUOLA FASCISTA

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LA SCUOLA FASCISTA
Nel campo dell�educazione il fascismo esordì con la riforma della scuola promossa da
Giovanni Gentile nel 1923 , che Mussolini definì come la più fascista delle riforme. Essa mirava a
ridare dignità al ruolo di maestro e agli studi, assegnando alla scuola pubblica un�alta funzione di
controllo su tutto l�insegnamento medio, che aveva l�importante e delicato compito di forgiare le
menti delle nuove generazioni; ma il dichiarato proposito era anche quello di contenere il numero
della popolazione scolastica notevolmente cresciuta durante il periodo giolittiano.
I principi fondamentali della Riforma Gentile sono i seguenti:
la scuola è sottoposta al controllo statale, specie mediante gli esami per il passaggio da un
grado di apprendimento a quello successivo;
viene istituito un albo professionale degli insegnanti,i quali vengono selezionati per mezzo
di concorsi pubblici;
viene rafforzata la gerarchia all�interno degli istituti: a capo di essi vengono posti direttori
(per la scuola elementare), presidi (per la scuola media), e rettori (per l�università).
L�orientamento scolastico comprende:
scuole primarie ed elementari;
scuole complementari per l�avviamento al lavoro;
scuole medie, distinte in tre indirizzi: istituto tecnico professionale, ginnasio/liceo classico o
scientifico e istituto magistrale.
Vengono così istituiti due canali scolastici senza sbocco (v. doc. 8): la scuola
complementare,destinata ai modesti cittadini, e il liceo femminile, destinato alle giovinette senza
particolari ambizioni. Tra le scuole secondarie l�unica che consente sbocchi a tutte le facoltà
universitarie è il liceo classico, mentre lo scientifico non permette l�accesso a Giurisprudenza e
Lettere e Filosofia, e gli istituti tecnici solo ad Economia e Commercio, Agraria e Scienze
Statistiche. La legge prefissa inoltre un numero chiuso di iscrizioni e di istituti per tutti i corsi con
sbocchi universitari.
Questa scuola era fortemente caratterizzata in senso antidemocratico, e favoriva la
formazione di un ceto medio intellettuale in cui dominava la componente umanistica
(l�insegnamento del latino era infatti obbligatorio in quasi tutti i corsi), ed ottenne immediati
riscontri: il calo degli iscritti alle scuole secondarie ed alle facoltà scientifiche fu sensibilissimo già
dal 1926/27 e si ebbe un notevole incremento degli studenti provenienti da famiglie di impiegati
(dal 10 al 24%), mentre la percentuale dei figli di operai decrebbe dal 5 al 3%. La ragione di un tale
cambiamento era da ricercarsi nell�abolizione della scuola tecnica, che precedentemente apriva ai
ceti inferiori due strade: quella delle professioni impiegatizie e quella degli indirizzi universitari.
La scuola complementare si rivelò presto un fallimento: nel 1923/24 ebbe 83000 iscritti
contro i 141000 della scuola tecnica dell�anno precedente. Gentile si dimise dal ministero nel
1924; l�anno successivo iniziò un altro processo di rinnovamento delle leggi scolastiche,
indirizzato a una progressiva militarizzazione della scuola, ma anche a riparare alcuni errori della
Riforma Gentile: la scuola complementare fu trasformata in "scuola secondaria di avviamento al
lavoro" (leggi del 1929/30/31) e più tardi fu istituita la " scuola media unica" (Carta Bottai).
Nel 1926 fu creata l�Opera Nazionale Balilla e nel 1929 il ministero divenne " Ministero
dell�Educazione Nazionale".
SPECIAL_IMAGE-71f4078c7af705a3cb7515054986e16a.jpg-REPLACE_ME Nel 1935 divenne
ministro dell�Educazione Nazionale De Vecchi, uno dei quadrumviri. Egli non aveva nulla in
comune con il mondo della scuola e della cultura, ma portò in essa lo stile militarista del "vero
fascismo" attraverso la cosiddetta "bonifica". La fascistizzazione intrapresa dal nuovo ministro
presentava due aspetti essenziali: uno riguardava le forme esteriori della vita della scuola e portava
il segno del militarismo e del caporalismo; l�altro si manifestava attraverso riforme legislative ed
amministrative, nella repressione di ogni autonomia della scuola e nel suo totale assoggettamento
allo stato fascista. I professori antifascisti furono inesorabilmente eliminati e nel 1936 De Vecchi
sollevò molti insegnanti non iscritti al Partito.
Ma il fascismo intendeva penetrare nella vita stessa dell�insegnamento secondario. Per fare
ciò De Vecchi estese il controllo dello stato su tutti i manuali scolastici in uso nelle scuole medie,
mentre fino a quel momento il fascismo si era accontentato di imporre il suo libro di testo solo alle
scuole elementari (legge del 1929). Il ministro fece redigere anche nuovi programmi che
introducevano la cultura militare, con l�aumento delle attività extrascolastiche e delle
organizzazioni giovanili. Del resto già nel 1934 un accordo tra Guf (Gruppi Universitari Fascisti) e
Milizia aveva gettato le basi di un addestramento militare nell�istruzione media e secondaria.
Il 1939 è l�anno decisivo per una seconda importante svolta scolastica: il ministro
Giuseppe Bottai fa approvare dal Gran Consiglio del Fascismo la "Carta della Scuola", con la quale
si stabiliscono principi, fini e metodi per la realizzazione integrale dello stato fascista che mira
soprattutto alla formazione della "coscienza umana e politica delle nuove generazioni". Il problema
che si pone Bottai è quello di creare una scuola organicamente connessa col sistema corporativo e
ottenere un duplice risultato politico: garantirsi il consenso di massa necessario e dislocare gli
alunni nelle direzioni consone alla loro situazione sociale e alle esigenze economiche e politiche
dell�Italia fascista.
La "Carta" attraverso le sue 19 "dichiarazioni" indica ordinamenti, insegnamenti e orari che
vanno dalla scuola materna al sistema universitario e stabilisce che nell� "ordine fascista età
scolastica ed età politica coincidono". Affiancati alla scuola nascono la G.I.L. (Gioventù Italiana del
Littorio) e i G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti), con l�obbligo della frequenza dei "cittadini dalla
prima età ai ventun�anni". Vengono istituite, accanto alla media unica, la scuola artigiana (per le
campagne e i piccoli centri) e quella professionale (per le grandi città). Queste permettono ai più
capaci l�accesso ai collegi fascisti, altamente militarizzati (v. doc.9).
La "Carta Bottai" tiene conto delle nuove realtà sociali; in particolare programma
l�introduzione nella scuola degli strumenti di comunicazione di massa come la radio. La riforma
non fu attuata per lo scoppio della guerra; l�unica disposizione adottata fu la scuola media unica
istituita nel 1940.
Da ricordare che fu lo stesso Bottai che nel 1938 introdusse provvedimenti antisemiti nella
scuola (espulsione degli insegnanti ebrei, proibizione d�iscriversi a studenti ebrei, istituzione di
scuole elementari separate). Con una circolare del 6 agosto egli raccomandò ai Provveditori la
massima diffusione nelle scuole primarie della rivista "Difesa della Razza". Il 15 novembre un testo
unico riunì tutte le disposizioni riguardanti la difesa della razza nella scuola italiana (v. doc.10).
SPECIAL_IMAGE-5ecdd2c47d4a657e28f4c5be7651aa63.jpg-REPLACE_ME Analizzando più
specificamente il mondo della scuola, ci soffermiamo sulle materie d�insegnamento.
Confrontandole con le odierne, ritroviamo materie particolari quali "Storia e cultura fascista",
"Bella scrittura" e "Igiene e cura della persona", come emerge dalle pagelle di quegli anni(v.
doc.11).
SPECIAL_IMAGE-8a0dac7f4acd8fb5606644c0e71644ef.jpg-REPLACE_ME Per creare
"l�italiano nuovo" la scuola fascista proponeva testi scolastici, quaderni, diari e pagelle in cui si
esaltava il fascismo sia attraverso le immagini, strumento rapido ed efficace, che attraverso i
contenuti. Prendendo ad esempio in esame il Libro della Seconda Classe Elementare, si trovano
brani, filastrocche e storie in cui la vita militare e in particolare la figura del Duce e la storia del
fascismo ricoprono grande spazio (v. doc. 12). Dal Libro della Terza classe emergono brani sempre
più complessi sotto l�aspetto grammaticale, che hanno però lo stesso sfondo propagandistico (v.
doc.13). Passando alla Quinta Classe, risaltano per originalità problemi geometrici e aritmetici
davvero singolari: calcolare la superficie complessiva delle province italiane della Libia o calcolare
le bombe sganciate da un aereo da guerra per esempio. In meccanica il moto uniforme era spiegato
con l�esempio del passo dell�oca. (v. doc.14) La grammatica veniva insegnata proponendo
l�analisi logica di frasi come "Io ho lavorato con piacere tutto il giorno" o "I nemici si affrontano
con coraggio". Le letture infine trattavano svariati temi d�attualità, come "La razza latina", "Gli
ebrei", "Parla il Duce" o "L�emigrazione" (v.doc. 15).
E� estremamente interessante e divertente l�analisi ironica condotta nel suo libro I fiori
italiani dallo scrittore di Malo Luigi Meneghello sulla trasmissione della cultura fascista nella
scuola elementare (v. doc.16).
E� opportuno rilevare e confrontare il ruolo fondamentale affidato all�educazione
scolastica nelle dittature fra le due guerre per la diffusione delle idee e dei principi dei partiti di
regime e la creazione del consenso. Anche in Germania infatti il partito nazista riformò
profondamente la scuola, incentrando l�istruzione sulla storia del regime e puntando ad
influenzare atteggiamenti e sentimenti dei ragazzi, per assicurarsi futuri combattenti e fedeli
sostenitori del regime. Un esplicito esempio di questa politica è fornito dalle direttive imposte dal
partito e dai testi contenuti nei libri imposti dal regime (v. doc.17).
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