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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II

FACOLTÀ DI INGEGNERIA
CORSO DI LAUREA IN INGEGNERIA CIVILE

DIPARTIMENTO DI ANALISI E PROGETTAZIONE STRUTTURALE

TESI DI LAUREA

IL METODO DEL PUSH-OVER NELLA VALUTAZIONE


SISMICA DEI TELAI IN C.A.

RelatorI: Candidata:
Prof.Ing. Edoardo Cosenza Maria Polese
Prof.Ing. Gaetano Manfredi Matr. 037/1161

ANNO ACCADEMICO 1998/1999


INDICE

INTRODUZIONE I

CAPITOLO 1 - Aspetti generali 1

1.1 La procedura di valutazione rapida: scheda di vulnerabilità


6
1.2 Una procedura di valutazione rapida nell'ambito degli studi
di dettaglio per le indagini di scenario
12

CAPITOLO 2 - La PBE come criterio di verifica delle strutture:


obiettivi e metodologie
17

2.1 La procedura di valutazione delle prestazioni strutturali che


utilizza l'approccio alle forze
26
2.2 La procedura di valutazione delle prestazioni strutturali che
utilizza l'approccio agli spostamenti
34
2.3 Metodo dello spettro di capacità (CSM)
39
2.4 Il calcolo della richiesta di spostamento con il metodo del
coefficiente
46

CAPITOLO 3 - Il metodo del Push-over come procedura di analisi


non lineare
49

3.1. Analisi time-history


53
3.2 Analisi modale
57
3.3 Analisi di push-over
60
3.3.1 Metodo del sistema equivalente

i
65
3.3.2 Metodi per la linearizzazione della curva di push-over
83

CAPITOLO 4 - Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine


degli anni '70
89

4.1. Il metodo N2
90
4.2 Caratteristiche dell'edificio oggetto di studio
95
4.3 Applicazione dell'approccio alle forze nella valutazione della
prestazione strutturale dell'edificio
96
4.4 Applicazione dell'approccio agli spostamenti nella
valutazione della prestazione strutturale dell'edificio
104
4.4.1 Valutazione della richiesta con il metodo del coefficiente
104
4.4.2 Valutazione della richiesta con il metodo dello spettro di
capacità
110
4.5 Applicazione dell'approccio alle forze tenendo conto del
fenomeno del danneggiamento
113
4.6 Conclusioni
115

BIBLIOGRAFIA 121

ii
Introduzione

La gran parte del patrimonio edilizio nazionale è costituito da edifici progettati

e costruiti in tempi antecedenti la pubblicazione delle prime norme tecniche di

progettazione recanti esplicite direttive di protezione sismica (Legge del 2

Febbraio,1974). Di conseguenza molti edifici non presentano i requisiti minimi

di sicurezza, stabiliti in funzione di uno stato limite di collasso. Tale stato

limite ultimo della struttura è fissato ponendo un ampio margine di sicurezza

nei confronti del crollo di parte o di tutta la struttura; con il rispetto dei limiti

da esso imposti si garantiscono, quindi, le condizioni di sicurezza degli esseri

umani che fruiscono della struttura.

Emerge, pertanto, la necessità di effettuare un controllo globale delle

costruzioni, da realizzarsi mediante un’indagine su larga scala. I requisiti

fondamentali di una siffatta campagna di indagine sono non solo l’attuabilità

temporale (tempi di esecuzione ragionevolmente contenuti) ma anche e,

soprattutto, il costo dell'indagine.

L’indagine suddetta prende il nome di indagine di vulnerabilità sismica.

I metodi per portare avanti uno studio di carattere globale sulla problematica in

questione sono illustrati nel primo capitolo del presente lavoro. Si introduce la

“tecnica di valutazione rapida” che si avvale delle cosiddette “schede di

vulnerabilità”, (redatte a seguito dell’osservazione visiva degli edifici); si

trattano, poi, i cosiddetti “studi di scenario”, per i quali uno o più edifici sono

rappresentativi di un gruppo in base ad alcune caratteristiche distintive.

I
Introduzione

Negli studi di scenario, pertanto, solo per pochi edifici vengono effettuate

analisi approfondite; con tali studi di dettaglio è possibile prevedere quale sarà

il probabile comportamento strutturale causato dall’avvento di un fenomeno

sismico. Lo studio è effettuato con l’intento di valutare le prestazioni che è

lecito attendersi dal sistema strutturale e non strutturale (come si vedrà anche il

comportamento degli elementi non strutturali, quali ad esempio le

tompagnature, assume una certa importanza nella definizione del livello di

prestazione dell’edificio) in caso di evento sismico.

La filosofia di progettazione e verifica per la quale si individuano dei livelli

prestazionali per gli edifici prende il nome di Performance Based Engineering

(PBE). Nella PBE il giudizio è subordinato alla scelta del livello prestazionale

(stato limite) in cui si vuole che ricada l’edificio. La definizione di stato limite

è convenzionale ed è data, in genere (si possono avere piccole differenze nella

definizione riportata secondo diversi approcci normativi, ma il concetto, in

sostanza, non cambia), in termini di caratteristiche di fruibilità e sicurezza della

struttura. Si parla, ad esempio, di stato limite di servizio quando si porta avanti

la verifica al fine di valutare se, a seguito di un evento sismico, l’edificio è

immediatamente utilizzabile non avendo riportato danni che ne pregiudichino

la fruibilità, di stato limite ultimo quando si effettua la verifica assicurandosi

che la struttura non crolli, senza la pretesa di limitare il danneggiamento

strutturale e non strutturale.

II
Introduzione

I metodi per valutare le prestazioni strutturali sono basati, essenzialmente, sul

confronto tra la capacità strutturale e la richiesta connessa con il particolare

evento sismico in questione (terremoto di progetto, fornito dalla normativa); se

capacità e richiesta sono definite in termini di forze si parla di approccio alle

forze, mentre se il parametro di controllo è definito dagli spostamenti si ha a

che fare con un approccio agli spostamenti.

Nel secondo capitolo del presente lavoro sono riportate le descrizioni di alcune

procedure di valutazione degli edifici esistenti, basate su un approccio alle

forze o, rispettivamente, su un approccio agli spostamenti.

Va osservato che, nell’analisi del comportamento strutturale connesso

all’avvento di un fenomeno sismico, occorre portare in conto la non linearità

della risposta della struttura stessa. Sono molto rari, infatti, i casi in cui la

struttura resta elastica durante un terremoto; sicuramente si avranno delle

plasticizzazioni e, per considerare tale aspetto, è necessario effettuare

un’analisi non lineare. Il metodo più rigoroso per eseguire un’analisi non

lineare è quello di operare un’integrazione numerica al passo dell’equazione

del moto del sistema a più gradi di libertà con il quale si modella la struttura

reale: con l’analisi time-history si ha la possibilità di considerare la variazione

di resistenza e rigidezza degli elementi strutturali causata dal fenomeno

sismico, dovuta, in parte, anche al degrado per fatica ciclica.

III
Introduzione

Affinché i risultati di un tal tipo di analisi siano rappresentativi del probabile

comportamento dell’edificio, tuttavia, è necessario operare più integrazioni con

vari input sismici (accelerogrammi diversi), visto che la risposta dipende dalla

funzione accelerazione che provoca il moto.

Nell’ambito di studi che sono affetti da una notevole (ed intrinseca) incertezza

iniziale (nessun terremoto è uguale all’altro) non ha senso, se non per scopi di

ricerca, svolgere analisi così dettagliate che comportano, fra l’altro, un enorme

dispendio economico e temporale. Esistono altri mezzi di indagine non lineare

che, seppur meno approssimati dell’analisi time-history e non fondati su una

base teorica rigorosa, permettono di ottenere risultati attendibili in molti casi,

con oneri computazionali molto minori rispetto a quelli di un’analisi time-

history.

L’analisi statica non lineare di push-over rappresenta un valido compromesso

tra la necessità di indagare il comportamento anelastico di una struttura e quella

di avere a disposizione una metodologia relativamente semplice e veloce, sia

pur meno approssimata di un’analisi time-history. Suddetta analisi consente, tra

l’altro, di ottenere risultati più realistici di quelli cui si può pervenire mediante

un’analisi puramente lineare.

La procedura di un’analisi di push-over prevede l’applicazione, sulla struttura

già sottoposta ai normali carichi gravitazionali, di un prefissato sistema di forze

laterali rappresentante approssimativamente le forze d’inerzia che si generano

IV
Introduzione

in corrispondenza delle masse a causa del fenomeno sismico, ed il progressivo

incremento di tali forze (ciò che in effetti equivale a spingere la struttura, di qui

il nome push-over) fino al raggiungimento del collasso stutturale.

I risultati dell’analisi di push-over sono ben messi in evidenza mediante un

diagramma (curva di push-over o curva di capacità) riportante in ascisse lo

spostamento ad una quota di riferimento (spesso si utilizza come spostamento

di riferimento – target displacement – quello al tetto della struttura) ed in

ordinate il valore del taglio alla base: la curva di capacità è rappresentativa del

comportamento globale dell’edificio e, come dice il nome stesso, consente di

individuare facilmente quella che, convenzionalmente, viene indicata come

capacità della struttura, intesa come limite di spostamento o di resistenza.

Una delle principali approssimazioni insite all’analisi di push-over è quella di

adoperare una distribuzione dei carichi di forma costante o che, comunque,

abbia una legge di variazione prefissata, al progredire della deformazione; il

vettore rappresentativo delle forze di inerzia che si generano a causa del

fenomeno sismico dovrebbe avere, infatti, una forma variabile in funzione della

deformata del sistema, che notoriamente cambia al passaggio della struttura

dallo stato elastico a quello plastico ed al progredire della plasticizzazione.

Si ritiene opportuno precisare, a questo punto, che l’analisi di push-over non ha

alcun fondamento teorico rigoroso ed è basata sull’assunzione che la risposta

della struttura possa essere correlata con quella di un sistema equivalente ad un

V
Introduzione

sol grado di libertà. Ciò equivale a fissare una forma di spostamenti che si

mantiene costante durante il fenomeno sismico; i parametri d’indagine

diventano, quindi, il moltiplicatore del vettore dei carichi di forma assegnata

(multiplo del taglio alla base) e quello del vettore di spostamenti, anch’esso di

forma assegnata (multiplo dello spostamento al tetto della struttura reale). Si

comprende, a questo punto, la necessità di istituire un’equivalenza dinamica tra

i sistemi a più gradi di libertà (Multi Degree Of Freedom- MDOF) ed i sistemi

ad un sol grado di libertà (Single Degree Of Freedom- SDOF): tale equivalenza

può essere ricercata imponendo l’uguaglianza degli spostamenti dei due

sistemi, od ancora l’eguaglianza delle energie assorbite durante il fenomeno

sismico, ovvero delle resistenze sviluppabili. Poiché il comportamento della

struttura è marcatamente non lineare, tuttavia, non è possibile ottenere

un’equivalenza per tutte tali grandezze; ci si dovrà pertanto accontentare di

imporre l’uno o l’altro criterio di similitudine.

Nel terzo capitolo del presente lavoro, oltre all’illustrazione di alcuni dei

metodi di analisi lineare e non lineare della risposta strutturale (analisi modale;

analisi time-history; analisi di push-over), sono riportati alcuni dei metodi

adottati più comunemente per istituire l’equivalenza dinamica tra i MDOF ed i

SDOF. Una volta istituita tale equivalenza ed una volta noto, quindi, il periodo

T* di oscillazione del sistema equivalente ad un sol grado di libertà SDOF, è

possibile utilizzare anche l’analisi spettrale per la determinazione della

VI
Introduzione

richiesta connessa al particolare evento sismico in questione (od al terremoto di

progetto fornito dalla normativa).

Nel quarto capitolo del presente lavoro, infine, è stata svolta un’applicazione

dei due metodi, basati rispettivamente sull’approccio alle forze ed agli

spostamenti, di valutazione del comportamento sismico di un edificio esistente,

realizzato a Catania alla fine degli anni ’70. Nello studio effettuato è stata posta

particolare attenzione sulla variazione dei risultati connessa alla diversa

modellazione del sistema equivalente.

VII
Capitolo 1 Aspetti
Generali

La progettazione strutturale antisismica è stata introdotta nelle

normative tecniche di progettazione in tempi relativamente recenti; le

prime indicazioni in materia nelle norme dei vari paesi europei, infatti,

risalgono agli anni '60, mentre è solo nella prima metà degli anni ‘80 che

sono fornite regole più precise per la progettazione. Buona parte degli

edifici costruiti nel periodo antecedente la comparsa di norme tecniche

di progettazione specifiche per edifici in zona sismica presentano,

quindi, una resistenza alle forze laterali che al più è quella prevista in

considerazione delle azioni da vento. Non si può, però, considerare

indiscriminatamente tali edifici come edifici a rischio sismico, visto che

molti di essi hanno caratteristiche costruttive tali da renderli comunque

sicuri ed accettabili secondo i moderni standards normativi (una

tipologia abbastanza comune è quella di edifici di due o tre piani in

calcestruzzo di forma regolare e per i quali è lecito ipotizzare un

comportamento lineare, fatta eccezione per le carenze che si hanno nel

disegno dei dettagli locali); si è visto (ERB,1996)(1) (osservando gli

ingenti danni su di essi provocati da eventi sismici quali quello di

Northridge e di Kobe, che ne hanno messo in luce la particolare

vulnerabilità) che gli edifici più a rischio appartengono a quelli costruiti

negli anni immediatamente precedenti la pubblicazione delle prime

1
Capitolo 1 Aspetti
Generali

normative antisismiche: si tratta di edifici in C.A. realizzati fra gli anni

‘60 e la fine degli anni ’70; tali edifici sono in genere proporzionati meno

generosamente di quelli costruiti in precedenza (si era infatti diffusa

una certa confidenza con le costruzioni in C.A.) e spesso presentano

evidenti irregolarità.

Nell’intento di riportare il comportamento dei cosiddetti edifici a rischio

sismico, cioè di quegli edifici che non posseggono i requisiti minimi di

accettabilità per la sicurezza delle vite umane e delle strutture in sé, ai

livelli stabiliti dalle normative è in atto un’opera di censimento degli

edifici costruiti anteriormente alla pubblicazione delle norme

antisismiche; lo studio di un insieme di edifici nell’ottica di definirne la

pericolosità sismica e di indicare la eventuale necessità di un intervento

di risanamento prende il nome di indagine di vulnerabilità. E’ chiaro che

per le strutture anzidette saranno accettati livelli comportamentali1

inferiori rispetto a quelli richiesti per le nuove costruzioni

(Fardis,1998)(22), ammettendosi in tal modo, implicitamente, un livello

di rischio maggiore per la categoria di edifici in esame; se si assumesse

lo stesso coefficiente di sicurezza imposto per le nuove costruzioni, del

1Per la nozione di livello comportamentale, o di livello prestazionale, si rimanda a


quanto detto nel secondo capitolo.

2
Capitolo 1 Aspetti
Generali

resto, si arriverebbe spesso alla conclusione che l’edificio è da risanare,

e la soluzione più economica sarebbe, probabilmente, quella di

abbatterlo per costruirne uno nuovo, visti gli enormi costi degli

interventi di risanamento su edifici esistenti.

L’indagine di vulnerabilità viene effettuata su aree territoriali vaste,

nell’intento di costruire una mappatura di rischio degli edifici a livello

comunale o regionale o su scala ancora più ampia, e pertanto non può,

per sua natura, essere considerata uno studio di dettaglio. Essa si

avvale, dunque, di metodologie di analisi che studiano il

comportamento di gruppi di edifici accomunati da alcune

caratteristiche ritenute discriminanti per la vulnerabilità.

Gli approcci per valutare la vulnerabilità sismica degli edifici, cioè la

predisposizione ad un certo danneggiamento a causa di un fenomeno

sismico, sono sostanzialmente di due tipi: il primo è quello per il quale

si esegue una analisi visiva degli edifici, mentre per il secondo si esegue

uno studio di scenario basato su un’indagine statistica di larga scala a

partire da studi di dettaglio eseguiti su singoli edifici.

L’analisi visiva prende spunto dall’individuazione e classificazione di

svariate caratteristiche degli edifici che notoriamente influenzano la

3
Capitolo 1 Aspetti
Generali

vulnerabilità sismica. Essa si avvale, come più avanti sarà descritto (cfr

par. 1.1), di una scheda di vulnerabilità nella quale si riportano dei

punteggi stimati in base alla presenza o meno delle caratteristiche di

vulnerabilità: se il punteggio è eccessivo l’edificio è giudicato a rischio

sismico, a meno dell’esecuzione di indagini di dettaglio.

La procedura di valutazione rapida basata sull’osservazione visiva è,

storicamente, il primo metodo introdotto per eseguire un’indagine di

vulnerabilità ed è, tuttora, uno degli unici mezzi diffusi. Tuttavia,

trattandosi di una procedura molto approssimata e conservativa, non è

in grado di individuare tutti gli edifici a rischio sismico.

Solo di recente si sta diffondendo la tendenza ad eseguire indagini

basate su studi di dettaglio; naturalmente non è pensabile studiare ogni

singolo edificio per l’esecuzione di una mappatura di vulnerabilità, e

per tal motivo si parla di studi di scenario. L’indagine statistica su larga

scala viene effettuata su gruppi di edifici accomunati da caratteristiche

ritenute discriminanti nella valutazione, quali la tipologia strutturale

(edificio in muratura o in C.A., ecc.), l’anno di costruzione (se

precedente o successivo all’entrata in vigore di nuove normative

antisismiche), il numero di piani ecc. Si suddividono, dunque, gli edifici

4
Capitolo 1 Aspetti
Generali

in varie categorie in base alle proprietà suddette e di ciascuna categoria

uno o più edifici, rappresentativi dell’insieme da un punto di vista

statistico, sono studiati in dettaglio al fine di prevedere con la migliore

attendibilità, in relazione ai dati disponibili per l’analisi dell’edificio

stesso (bisogna infatti tener presente che trattandosi di strutture di non

recente costruzione sono spesso irreperibili i dati sulle caratteristiche

dei materiali, nonché le piante originali e gli schemi di calcolo adottati)

quale sarà il comportamento sismico dell’edificio e quindi dell’intera

categoria cui l’edificio appartiene.

Nell’ambito degli studi di dettaglio eseguibili per i singoli edifici è

possibile fare un’ulteriore distinzione: oltre allo studio per la

determinazione della prevedibile prestazione strutturale eseguito con

uno dei metodi descritti nei successivi capitoli (approccio alle forze e

approccio agli spostamenti per la valutazione della performance

strutturale) è possibile eseguire indagini più spedite, seppur meno

approssimate (Calvi, 1998)(12). Fra i metodi suggeriti per eseguire questo

secondo tipo di analisi (indagini spedite) è senz’altro da ricordare (più

avanti ne sarà data una breve descrizione) quello proposto da Calvi in

un suo recente lavoro, che ha il merito, fra l’altro, di differenziare,

nell’ambito della stessa procedura proposta, i vari livelli di

5
Capitolo 1 Aspetti
Generali

approssimazione dell’analisi che si possono ottenere in funzione della

quantità e qualità dei dati disponibili (reperibili) per lo studio

dell’edificio stesso.

Indipendentemente dal tipo di approccio adottato per l’indagine

sarebbe opportuna, secondo i suggerimenti dati dalla normativa

neozelandese (ERB, 1996)(1), la redazione di una scheda di vulnerabilità,

da eseguire a monte di ciascun tipo di analisi. Come innanzi detto tale

scheda scaturisce dall’osservazione visiva dell’edificio nel suo insieme

con particolare attenzione rivolta a tutte le caratteristiche ritenute

importanti per la vulnerabilità, delle quali sarà in seguito data una

rapida descrizione. La scheda di vulnerabilità consente, durante la sua

redazione, di classificare l’edificio come appartenente all’una o all’altra

categoria e quindi può essere un primo passo per gli studi di scenario;

essa costituisce, inoltre, una prima base per la valutazione dell’edificio

stesso, poiché i criteri per la redazione della scheda stessa sono basati

sull’esperienza e assegnano un’adeguata importanza ad ogni fattore

ritenuto discriminante per il probabile comportamento sismico

dell’edificio. Essa, dunque, nel porre in evidenza il grado di

vulnerabilità della struttura in esame, convenzionalmente indicato da

un punteggio raggiunto dall’edificio in base alle sue caratteristiche

6
Capitolo 1 Aspetti
Generali

fisiche e costruttive, può essere un valido spunto per giudicare

l’opportunità dell’esecuzione di un’indagine più approfondita. La

scheda di vulnerabilità non può, infatti, essere ritenuta uno strumento

esaustivo nella valutazione di un edificio, vista la sua caratteristica

essenziale di indagine rapida ed empirica, fondata, cioè, su un certo

numero di assunzioni e giudizi che, seppur derivanti da numerose

esperienze ed osservazioni di casi reali, costituiscono pur sempre delle

indicazioni di larga massima.

Nei seguenti paragrafi sarà descritta la procedura di valutazione rapida

basata sulla scheda di vulnerabilità e la procedura di valutazione

proposta da Calvi (appartenente al secondo gruppo di criteri di

valutazione degli edifici).

1.1 La procedura di valutazione rapida: scheda di vulnerabilità

In questo paragrafo è descritta la procedura come presentata nelle

normative neozelandesi (ERB, 1996)(1), che è l’unico documento

normativo in cui si descrive in dettaglio tale criterio di indagine di

vulnerabilità. Le schede di vulnerabilità di recente adottate per la

7
Capitolo 1 Aspetti
Generali

mappatura degli edifici di Pozzuoli, resasi necessaria a causa del

rinnovato verificarsi del fenomeno del bradisismo, non differiscono

nella sostanza da quelle qui descritte.

Come prima detto, il metodo di valutazione rapida è basato

sull’osservazione delle caratteristiche di potenziale danneggiamento

sismico degli edifici; essendo l'analisi poco approssimata e fondata su

parametri molto conservativi non ci si può aspettare che con essa si sia

in grado di identificare tutti gli edifici a potenziale rischio sismico.

Ad ogni edificio si assegna un valore base di punteggio2 di

vulnerabilità, in funzione della tipologia strutturale, e della zona

sismica. Tale valore base viene poi modificato in relazione alle ulteriori

caratteristiche di vulnerabilità eventualmente possedute dall’edificio,

conferendo punteggio maggiore a quelle caratteristiche che si ritiene

abbiano un significativo effetto sul potenziale danneggiamento, quali

irregolarità in pianta ed in elevazione, cattivo comportamento

torsionale, piano soffice ecc. In base al punteggio totale, rappresentativo

2 La scheda di vulnerabilità si presenta sotto forma di una tabellina in cui, oltre


all’indicazione dell’edificio, della data di costruzione e di tutte le informazioni utili
alla sua caratterizzazione, sono riportati una serie di punteggi indicativi dello stato di
salute della struttura e di tutte le caratteristiche di vulnerabilità che appartengono
all’edificio stesso; il punteggio aumenta all’aumentare della presenza di caratteristiche
di vulnerabilità: ad esempio la presenza di un piano soffice farà aumentare il

8
Capitolo 1 Aspetti
Generali

di un certo indice di danneggiamento potenziale, ed all’area in pianta

dell’edificio, con la quale si tiene grossolanamente conto del numero di

occupanti dell’edificio, si stabilisce la necessità o meno di effettuare

indagini più approfondite. Assieme al modello di scheda di

vulnerabilità è fornito, infatti, un diagramma3 in cui in ascisse si riporta

il punteggio relativo all’edificio ed in ordinate la sua area; se il punto

rappresentativo dell’edificio è alla sinistra di una curva limite l’edificio

non richiede ulteriori analisi, in caso contrario è suggerita l’esecuzione

di indagini più approfondite.

Oltre alla tipologia strutturale, alla zona sismica, all’anno di

costruzione, al numero di piani costituenti l’edificio ed all’area totale

(somma delle superfici di tutti i piani), vanno, dunque, determinati altri

parametri di vulnerabilità, quelli, cioè, che determinano la

modificazione del punteggio base; tali parametri sono di seguito

elencati:

punteggio, come anche di corpi aggettanti o di masse pesanti ai piani alti, o ancora la
costruzione su pendii acclivi ecc.
3 Ascisse e ordinate del diagramma sono assunte come medie rappresentative di

edifici che si trovano in condizioni simili; ad esempio un determinato punteggio


rappresenta una categoria di edifici, e di tale categoria si valuta la percentuale di
edifici collassati (per eventi sismici passati); in base all’area dell’edificio e quindi del
numero di occupanti e delle probabili vittime che si avrebbero in caso di crollo si
stabilisce la pericolosità dell’edificio che deve essere inferiore a quella indicata dalla
curva riportata sul diagramma.

9
Capitolo 1 Aspetti
Generali

- grande altezza (più di 9 piani);

- cattive condizioni dei materiali costituenti gli elementi strutturali: se

alcune parti risultano deteriorate (edifici in acciaio con parti metalliche

in evidente stato di corrosione, edifici in C.A. con calcestruzzo di

qualità scadente in cui le armature sono soggette a corrosione, ecc.) il

loro comportamento sismico può essere peggiore di quello che si

avrebbe con i materiali scelti in fase di progettazione;

- irregolarità in pianta: tale tipo di irregolarità, che si riferisce all’intero

edificio visto in pianta, indica una distribuzione di masse irregolare, e

può anche rappresentare l’esistenza di parti dell’edificio che

rispondono in modo dinamicamente indipendente dal resto. Esempi di

irregolarità in pianta sono ali di edifici ad L, a T o ad E (fig.1);

Figura 1: Esempi di irregolarità in pianta

10
Capitolo 1 Aspetti
Generali

- irregolarità in elevazione: tale tipo di irregolarità fa riferimento alla

forma dell’edificio in elevazione ; esempi di edifici che presentano tale

tipo di irregolarità sono quelli costruiti su terreni di fondazione in forte

pendio o quelli con strutture a podio; l’irregolarità in elevazione, ad

ogni modo, è significativa se la massa di piano varia di più del 30% da

un piano all’altro (fig.2);

- effetti torsionali: quando il sistema resistente alle forze laterali è

irregolare come disposizione o presenta eccentricità: l’effetto di tale tipo

di irregolarità è in genere nell’eccessiva deformazione delle parti poste

alle estremità dell’edificio, che spesso non sono capaci di sopportarle;

11
Capitolo 1 Aspetti
Generali

Figura 2: Esempi di irregolarità in elevazione

- piano soffice: quando la resistenza o la rigidezza di un piano è

significativamente inferiore di quelle dei piani adiacenti e della maggior

parte degli altri. In genere si considera un piano soffice quando la

rigidezza laterale è minore del 70% di quella del piano superiore o

dell’80% di quella media di tutti i piani;

- presenza di edifici ad una distanza minima inferiore ad un limite

prefissato: edifici troppo prossimi a quello in esame potrebbero

12
Capitolo 1 Aspetti
Generali

determinare, durante l’oscillazione sismica, un sovraccarico laterale

dovuto all’impatto che si può avere tra i due palazzi adiacenti;

- rivestimenti spessi e pesanti: possono influenzare il danneggiamento

locale ed anche quello strutturale, in relazione all’estensione del

rivestimento stesso;

- pilastri corti: essi sono elementi più rigidi seppur non progettati in

quanto tali e quindi sono sede di potenziale rottura a taglio;

- edifici costruiti a seguito della pubblicazione di indicazioni normative

antisismiche: a tal tipo di edifici si applica un punteggio negativo,

stabilito in base alla pubblicazione dell’ultima norma antisismica utile:

più recente è la norma di riferimento maggiore sarà il valore del

punteggio in valore assoluto;

- tipo di terreno su cui è costruito l’edificio: se su roccia o terreno molto

rigido si somma un punteggio negativo, mentre per edifici costruiti su

terreni flessibili il punteggio è positivo;

- vicinanza a faglie;

In base al punteggio assegnato all’edificio si stabilisce se è necessario

eseguire indagini più approfondite.

Tali indagini possono essere di dettaglio se si intende studiare un solo

edificio rappresentativo statisticamente di un’intera categoria, ed in tal

13
Capitolo 1 Aspetti
Generali

caso, a seguito del reperimento di tutte le informazioni necessarie

all’analisi sismica dell’edificio, si procederà allo studio con le procedure

(approccio alle forze o agli spostamenti) che saranno descritte nel

secondo capitolo; possono, alternativamente, essere adottati metodi

alquanto approssimati che però hanno il pregio di consentire un’analisi

numerica più spedita, il che consente la previsione del massimo

spostamento relativo di piano e dello spostamento massimo, valori che,

come vedremo, sono di fondamentale importanza per poter dare un

giudizio sul comportamento sismico dell’edificio.

1.2 Una procedura di valutazione rapida nell'ambito degli studi di


dettaglio per le indagini di scenario

Con la procedura descritta in questo paragrafo (Calvi, 1998)(12) si studia

il comportamento sismico di un edificio confrontando la richiesta di

spostamento che si ha a seguito del fenomeno sismico, dedotta da uno

spettro di spostamento opportunamente ridotto a partire da quello

elastico per tener conto dell’energia dissipabile dal sistema, con la

capacità strutturale; il metodo si ispira direttamente ai metodi di

valutazione degli edifici esistenti che adottano un approccio agli

spostamenti. Non ci si addentrerà nella descrizione del metodo in

14
Capitolo 1 Aspetti
Generali

quanto esso è paragonabile, nella sua impostazione fondamentale,

all’approccio agli spostamenti per la valutazione sismica degli edifici,

illustrato in dettaglio nel secondo capitolo, ma si vuole porre nota su

alcuni aspetti che rendono tale procedura più spedita di altre nella

valutazione e quindi consentono di dare rapidamente un giudizio sul

probabile comportamento strutturale.

Poiché il metodo rientra nelle cosiddette indagini di scenario non è

richiesto un grosso sforzo nel reperimento dei dati di ingresso al

problema, ma ci si può avvalere dei dati disponibili, quali ad esempio

quelli riportati sul catasto urbano o quelli risultanti da indagini ISTAT.

Nello svolgimento dei calcoli si faranno una serie di assunzioni: a

seconda dello stato limite indagato4 sono dati, ad esempio, i limiti di

deformazione dei materiali costituenti l’edificio (per ogni stato limite

sono assegnati un limite inferiore ed uno superiore); altro fattore di

incertezza è l’altezza interpiano (che per edifici in C.A. di costruzione

non recente può essere compresa fra i 3 ed i 4.5 m; se non nota si esegue

il calcolo per entrambi i valori avendosi, in tal modo, un ampliamento

della fascia dei risultati possibili). Come conseguenza di questa

4 Per la definizione dei vari stati limite che è possibile prendere in considerazione si
rimanda a quanto detto nel secondo capitolo.

15
Capitolo 1 Aspetti
Generali

incertezza iniziale dei dati di input si avrà che il punto rappresentativo

della risposta strutturale (si intende come tale un punto riportato sul

piano dello spettro di spostamenti, dato quindi dalla coordinata

periodo, rappresentante il periodo di vibrazione di un sistema

equivalente5 alla struttura, e da quella rappresentante la sua capacità di

spostamento) non è univocamente determinato, ma si trova all’interno

di un rettangolo i cui limiti superiore ed inferiore sono stabiliti in base

al massimo e minimo periodo e la massima e la minima capacità di

spostamento dell’edificio, calcolati al variare dei dati iniziali fra i limiti

inferiore e superiore suggeriti per il particolare stato limite in esame.

Altro fattore da tenere in conto è la dissipazione energetica connessa

alla struttura in esame; come ci si può aspettare, essendo la dissipazione

energetica funzione delle caratteristiche deformative del sistema

strutturale, e quindi dei limiti di deformabilità dei materiali strutturali,

anche la riduzione dello spettro di spostamenti è variabile.

A titolo di esempio è illustrata la determinazione dei periodi Tmin e Tmax

caratterizzanti il sistema equivalente, nonché della minima e massima

capacità di spostamento e dello smorzamento equivalente massimo e

5 Sul concetto di sistema equivalente ci si soffermerà a lungo nel terzo capitolo.

16
Capitolo 1 Aspetti
Generali

minimo (tramite il quale si effettua la riduzione dello spettro elastico)

per un particolare stato limite, ad esempio quello corrispondente ad un

limitato danneggiamento strutturale e non strutturale (l’esempio è per

edifici in C.A., ma la trattazione è analoga per edifici in muratura,

variando solo i valori limite suggeriti).

Nell’ipotesi che si abbia la formazione di un meccanismo di piano

soffice (nel calcolo dei massimi spostamenti influisce il tipo di

meccanismo che si forma; è quindi necessario specificare in quale

ipotesi sono svolti i calcoli):

la curvatura limite può essere calcolata come Φ lim = (ε c + ε s ) H , in cui

εc ed εs sono i valori limite di deformabilità di calcestruzzo e acciaio

assunti per questo stato limite (0.0035 e 0.01, rispettivamente) ed H è la

profondità della sezione in C.A.; si può definire un probabile intervallo

di curvatura considerando due situazioni estreme:

• valore limite raggiunto contemporaneamente in acciaio e cls;

• quando è raggiunto il valore limite nel cls l’acciaio ha utilizzato solo

metà della sua capacità di deformazione;

con queste ipotesi ed assumendo H=0.3÷0.5 m si ha:

Φlim, min= 0.017

Φlim, max= 0.045

17
Capitolo 1 Aspetti
Generali

La rotazione massima è funzione della curvatura limite e vale:

ϑlim=Leq(Φlim-Φy)

in cui Φy è il valore della curvatura allo snervamento (risultante dallo

studio dell’edificio allo stato limite di esercizio) ed Leq è la lunghezza

della cerniera plastica (assunta pari ad un decimo della lunghezza delle

colonne, compresa, per ipotesi, tra 3 m e 4.5 m);

per i valori scelti:

ϑlim,min=0.003

ϑlim,max=0.014

Lo spostamento plastico massimo si ha moltiplicando la rotazione

limite per l’altezza:

Δlim,min=ϑlim,min*hmin=0.003*3=0.009 m

Δlim,max=ϑlim,max*hmax=0.014*4.5=0.065 m

La duttilità μ è facilmente determinabile dal rapporto dello

spostamento massimo con quello di snervamento ed in funzione di essa

si ricavano i due valori limite per lo smorzamento equivalente.

Considerando la rigidezza secante allo spostamento limite si

determinano, infine, i due valori del periodo elastico del sistema

equivalente alla struttura in esame.

18
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

La Performance Based (Seismic) Engineering (PBE), e la parte di essa

direttamente collegata alla progettazione strutturale, cioè la Performance

Based Design (PBD), è un’estensione della filosofia di progettazione e

verifica delle strutture basata sugli stati limite. L’obiettivo della

progettazione agli stati limite, riconosciuto come lo scopo di una buona

progettazione in molte normative attualmente in vigore, è quello di

ottenere edifici che abbiano determinati requisiti comportamentali

(performance objectives): l’edificio deve resistere ad eventi sismici minori

senza danno, a quelli moderati con danni riparabili e a quelli maggiori

senza che la struttura crolli. Tuttavia, di regola, le indicazioni normative

(nella Circolare del 10 Aprile 1997 è espressamente dichiarato che la

verifica di resistenza è finalizzata a garantire la sopravvivenza della struttura a

fronte di terremoti di grande intensità, aventi limitate probabilità di

manifestarsi durante la vita utile della struttura) sono date esplicitamente

per un unico livello prestazionale: fissato il periodo di ritorno di un

sisma di entità catastrofica (posto in genere pari a 475 anni) si progetta

la struttura in corrispondenza di tale evento (cioè per spettri di risposta1

1 Lo spettro di risposta, in termini di spostamento o di accelerazione, è un diagramma


rappresentante i massimi spostamenti o accelerazioni che un generico oscillatore, di
periodo T e smorzamento strutturale ν, può avere per un particolare evento sismico
(caratterizzato da un accelerogramma xt); esso si costruisce congiungendo i punti
rappresentanti gli spostamenti massimi (o le massime accelerazioni) che si ottengono

17
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

ad esso relativi), preservandola, di fatto, solo nei confronti del collasso

(Fajfar, 1998)(21). Si garantisce, così facendo, la salvaguardia delle vite

degli occupanti, ma per ciò che riguarda i livelli prestazionali

dell’edificio negli stati che precedono il collasso lo studio è effettuato

solo in via indiretta; i criteri dati per la valutazione delle prestazioni

strutturali non sono, cioè, basati sulla misura delle performance

strutturali, ma derivano da osservazioni del comportamento degli

edifici per sismi avvenuti in passato, e pongono poca enfasi

sull’importanza del comportamento post-elastico dei materiali non

strutturali e dei contenuti dell’edificio. Si comprende, quindi, la

necessità di una formalizzazione più dettagliata del problema degli stati

limite, ciò che in effetti viene fatto nella filosofia del Performance Based

Engineering.

Definendo il livello di performance come (FEMA 273)(3) la condizione

posteriore al sisma di un edificio; un ben preciso punto di una scala in cui si

misuri quanto danno sia stato provocato dal sisma, si intende dare un rilievo

adeguato all’entità del degrado subito dall’edificio per l’avvento del

dall’integrazione dell’equazione del moto dell’oscillatore semplice al variare del


periodo T (e quindi dell’oscillatore) per un particolare valore di ν, ed hanno quindi in
ascisse il periodo T ed in ordinata il valore dello spostamento massimo o della
accelerazione massima ottenuti; tali ultime due grandezze dipendono, quindi, sia dal
periodo che dal coefficiente di smorzamento strutturale ν.

18
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

fenomeno sismico. Il livello prestazionale è definito, in quest’ottica,

come il massimo livello di danneggiamento tollerabile a seguito

dell’avvento di un fenomeno sismico di una data entità; non ci si ferma

più, dunque, all’intenzione di scongiurare il crollo e con esso la perdita

di vite umane ma, prendendo in considerazione anche altri aspetti

quale il livello di danneggiamento strutturale e non strutturale, si dà

importanza anche alla vita dell’edificio stesso (ed ai costi da sostenere

per una sua ristrutturazione o adeguamento sismico).

Livelli prestazionali
Livello 1 Livello 2 Livello 3 Livello 4
SP1
Frequente
(25 anni)
Terremoti di progetto

NP1
Occasionale ObSP1 SP2
i Ob
(72 anni) e ttiv iet
NP1 o pNP2 tiv
e ob
Raro Ob SP1 r a SP2 ase SP3
iet ttiv
tiv ità
(250-800 anni)
NP1
o d NP2 ess NP3
is
Massimo SP1 alv SP2 enzia SP3 SP4
ez li
za
(800-2500
NP1 NP2 NP3 NP4
anni)

= prestazione non accettabile

Figura 1: Matrice degli obiettivi prestazionali, come fissati in SEAOC 1998

19
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

I singoli livelli prestazionali dell’edificio vengono stabiliti prima ancora

di affrontare l’analisi ed a tal proposito vi sono varie indicazioni: la

commissione redattrice del documento Vision 2000 (SEAOC Blue Book,

1998)(2), ad esempio, ha fissato quattro livelli di performance, più lo

stato di collasso (quinta condizione), (fig. 1) sia per il comportamento

strutturale che per quello non strutturale, definendo la performance

strutturale (SP) in termini di risposta della struttura misurata come

indice della richiesta di spostamento anelastico (inelastic displacement

demand ratio-IDDR; si vedano figura 2 e tabella 1), e la performance

non strutturale (NP) in termini di indici di perdita di valore atteso per

gli elementi non strutturali.

20
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

spostamento anelastico disponibile

Δy Δp
Forze sismiche equivalenti

.3 Δp .3 Δp .2 Δp .2 Δp

Curva di push-over

SP3

SP4

Collasso
Snervamento
SP2
SP1

nominale

Spostamenti

Figura 2: Illustrazione dei livelli di performance stabiliti in SEAOC 1998

Il primo livello è detto di di servizio (è permesso l’immediato utilizzo

dell’edificio, essendo il danneggiamento del tutto trascurabile), il

secondo di occupabilità (l’utilizzo dell’edificio può proseguire,

presentandosi danni minori che portano al più ad un’interruzione

parziale delle attività di secondaria importanza), il terzo di salvaguardia

delle vite (danni da moderati ad estesi, sicurezza delle vite

sostanzialmente garantita) infine il quarto di collasso incipiente (la vita è

21
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

a rischio, il danneggiamento strutturale è grave e si prevede il collasso

strutturale).

Livello di

prestazione Descrizione Spostamento IDDR

strutturale qualitativa limite

SP1 Di servizio Δy 0%

SP2 Occupabile Δy+.3Δp 30%

SP3 Salvezza vite Δy+.6Δp 60%

SP4 Vicino collasso Δy+.8Δp 80%

SP5 Collassato Δy+Δp 100%

Tabella 1

In Giappone, invece, ci si è limitati ad individuare tre livelli

prestazionali: di servizio (che può essere imposto dalla legislazione per

le costruzioni), di sicurezza (che può essere stabilito dal proprietario

dell’edificio in base ad un prefissato danneggiamento tollerabile) e di

salvezza (minimo standard normativo); anche in FEMA-273 vengono

individuati tre stati limite (fig. 3): di immediato utilizzo, di salvezza delle

22
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

vite (formalmente fissato ad un livello di richiesta di spostamento pari

al 75% di quello occorrente al terzo livello), e di prevenzione dal collasso

(terzo livello), che è assunto in corrispondenza della richiesta di

spostamento tale che le resistenze laterali iniziano a degradare

rapidamente.
Forze laterali taglianti

Salvezza
Occupabilità Prevenzione collasso
immediata vite

Δ OI Δ SV Δ PC
Spostamenti laterali

Figura 3: Livelli di performance secondo FEMA-273

Il comportamento dell’edificio, dunque, è espresso in termini del

massimo danneggiamento che da esso ci si aspetta per l’avvento di un

sisma di una determinata entità (terremoto di progetto2). La

2Il terremoto di progetto è l’espressione (mediante spettro di risposta) di un

particolare evento sismico; esso è scelto fra una serie discreta di fenomeni sismici che,

23
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

combinazione di un particolare livello comportamentale e di un

prefissato terremoto di progetto (caratterizzato dal suo tempo di ritorno

o dalla sua probabilità di avvento in un prefissato intervallo di tempo)

dà quello che è stato definito obiettivo prestazionale (performance objective)

(fig. 1: come si vede in SEAOC 1998 sono fissati 3 performance

objectives).

E’ chiaro che per edifici strategici e di importanza maggiore nei casi di

necessità (cioè edifici per i quali una perdita di funzionalità può avere

un grave impatto sociale) il livello prestazionale fissato è maggiore,

decrescendo via via al decrescere dell’importanza dell’edificio e della

folla che vi si può assiepare (si vedano a tal proposito i diversi

coefficienti di rischio adottati dalla normativa neozelandese –ERB, 1996-

per le varie categorie di edifici: tabella 2):

Fattore

Categoria Descrizione di rischio

Edifici destinati alla salvaguardia delle vite

umane o per i quali la perdita di


I 1.2
funzionalità avrebbe un grave impatto

opportunamente estratti dall’intera gamma dei potenziali terremoti (infiniti) che


possono investire un’area sismica, stanno a rappresentare la totalità delle risposte che
si possono avere.

24
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

funzionalità avrebbe un grave impatto

sociale

II Edifici soggetti a grande affollamento 1.1

III Edifici pubblici di valore per la società 0.9

IV Edifici non appartenenti a nessuna altra 0.67


categoria

V Edifici di natura secondaria 0.4

Tabella 2

l’introduzione di tali coefficienti non è altro che una distinzione degli

edifici in base a diversi obiettivi prestazionali; in quest’ottica, del resto,

anche se non ancora chiaramente riconducibili ai criteri del PBD, sono

definiti i coefficienti di protezione sismica I nella valutazione delle forze

statiche equivalenti da adottare nell’analisi statica secondo la normativa

italiana (DM Gennaio 1996)(6).

Nell’ambito di questa filosofia di progettazione e verifica delle strutture

(PBD, PBE) si inseriscono i criteri di valutazione che, al fine di

determinare la categoria comportamentale cui l’edificio appartiene,

effettuano un confronto diretto delle richieste (in termini di parametri

ritenuti significativi per la valutazione stessa) con le corrispondenti

capacità strutturali, correlate al prescelto livello prestazionale. A

25
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

seconda del parametro scelto per il confronto si parla di approccio alle

forze (confronto di resistenze) o di approccio agli spostamenti

(confronto di spostamenti).

Sebbene sia generalmente riconosciuto che i metodi basati sugli

spostamenti danno risultati più razionali e meno conservativi il

tradizionale criterio di valutazione che si avvale di un approccio alle

forze ha comunque una notevole importanza, visto che la gran parte dei

progettisti ha con quest’ultimo metodo maggiore familiarità.

Il classico metodo di valutazione (verifica) sismica degli edifici che

sfrutta l’approccio alle forze è basato sulla determinazione della probabile

resistenza e duttilità che la struttura possiede in seguito alla formazione

di un meccanismo critico di collasso, per il quale si ha la deformazione

plastica degli elementi resistenti ai carichi laterali. Valutate, quindi, le

capacità strutturali in termini di resistenza, dal confronto con gli spettri

di risposta in termini di forza (o accelerazione) forniti dalle normative per

vari livelli di duttilità, cioè verificando se le capacità in termini di

resistenza eccedono o meno le richieste, si può valutare a quale classe

prestazionale l’edificio appartiene.

L’approccio agli spostamenti, la cui procedura di applicazione è stata solo

di recente formalizzata (Priestley-1995) prevede l’individuazione della

26
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

capacità ultima di spostamento della struttura associata al livello

prestazionale in esame ed il confronto di tale parametro con la richiesta

di spostamento (valutata a partire da spettri di spostamento forniti dalle

normative). Il motivo fondamentale che porta a prediligere tale

approccio nell’analisi degli edifici (Fardis, 1998)(22) sta nel fatto che un

fenomeno sismico non rappresenta per la struttura una distribuzione di

forze laterali cui la struttura stessa deve resistere (ciò che invece viene

supposto nell’approccio alle forze), ma una richiesta di “adattamento”

ad una assegnata energia che investe la struttura o ad un assegnato

spostamento dinamico al suolo; le deformazioni e gli spostamenti, più

che le forze, rappresentano, quindi, i parametri che meglio

caratterizzano il comportamento sismico degli edifici, ed al cui controllo

dovrebbero tendere le future procedure di valutazione sismica. Il

collasso strutturale, del resto, non è provocato dai carichi laterali

equivalenti rappresentativi delle forze di trascinamento indotte dal

sisma, ma dall’effetto dei carichi gravitazionali che agiscono su una

configurazione deformata della struttura, in cui vi possono essere

significativi spostamenti laterali causati dal sisma (effetto P-Δ).

27
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

In seguito verranno descritte due procedure (seguendo fedelmente i

suggerimenti dati dalla normativa neozelandese-ERB 1996) di

valutazione di edifici esistenti, l’una basata sull’approccio alle forze e

l’altra su quello agli spostamenti, e di questi due metodi saranno messe

in luce similitudini e differenze.

2.1 La procedura di valutazione delle prestazioni strutturali che utilizza


l’approccio alle forze

La procedura che adotta l’approccio alle forze per la valutazione

sismica di un edificio esistente effettua il confronto di richiesta e

capacità strutturale in termini di forze o, ciò che è lo stesso, in termini di

duttilità. I passi basilari della procedura (ERB, 1996) sono

sinteticamente rappresentati nel seguente diagramma di flusso (fig.4).

28
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

Probabili resistenze
dei materiali
F1
Probabili resistenze degli elementi
e dei nodi, assumendo che non vi sia
degrado della resistenza a taglio (μφd=1)

F2 Meccanismo e probabile
capacità laterale, V

Periodo elastico, T

F3 Coefficiente di rischio
sismico, Ch(T, μ)

F4 Duttilità richiesta μsd dallo spettro


di accelerazione, noti Ch(T, μ) e T

Duttilità rotazionale richiesta per gli


elementi, μφd, dal meccanismo
F5
Capacità di curvatura degli elementi
come duttilità μφc

No μφc> μφd ?

Si

F6 Resistenza a taglio
a μφd

Richiesto Resist. a taglio μφd


Si < delle forze taglianti No Non richiesto
l’adeguamento l’adeguamento
alle resist. Flessionali?

Figura 4: Riassunto della procedura di valutazione "Alle forze"

29
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

• Passo F1: in base alle probabili proprietà3 dei materiali costituenti

l’edificio (cioè quelle effetivamente realizzate in fase di costruzione)

si determinano la resistenza a flessione e taglio dei vari elementi

(travi, colonne, pareti di taglio ecc.) e dei nodi trave - colonna,

utilizzando le teorie standard per la flessione e il taglio; in tale fase si

assume, per semplicità, che non vi sia degrado della resistenza

tagliante dovuto a fenomeni ciclici di deformazione post-elastica (ciò

che equivale ad assumere la richiesta di duttilità in termini di

curvatura pari all’unità - μΦd=1);

• Passo F2: determinazione del tipo di meccanismo post-elastico che si

può formare e della capacità strutturale in termini di forza laterale

sopportabile. Assumendo che la capacità del telaio in termini di

forze laterali dipenda dalla resistenza a flessione degli elementi

strutturali si ha una relazione forza-spostamento del telaio

(indicativa del comportamento globale della struttura soggetta ad

un sistema di forze laterali crescenti) del tipo rappresentato in figura

5.

3 Nel dare un giudizio sismico per le strutture esistenti è opportuno usare valori
realistici delle resistenze dei materiali, per avere le stime migliori delle resistenze
degli elementi strutturali; non è dunque corretto utilizzare le resistenze nominali dei
materiali.

30
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

La capacità strutturale, espressa in termini di forza sismica globale in

corrispondenza della quale si raggiunge uno stato limite, può essere

valutata con vari metodi, fra i quali:

1) analisi elastica lineare: la capacità si assume in corrispondenza della

formazione della prima cerniera plastica (punto 1 in figura, che si trova

al limite del tratto lineare indicativo del comportamento elastico): in tal

modo si ottiene un valore Vl della presunta capacità minore o uguale

della reale capacità della struttura.


Forza sismica laterale totale, V

Formazione di
meccanismo

Vu Δ
Formazione di ulteriori
Vl cerniere plastiche
1
Formazione della prima V
cerniera plastica

Δy
Spostamenti laterali al centro di azione
delle forze sismiche, Δ

Figura 5

2) se il tipo di meccanismo che si può instaurare è facilmente

individuabile si può partire da questo per la valutazione della capacità:

31
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

se ad esempio si è prevista la formazione di un meccanismo di piano (a

travi forti e pilastri deboli) la capacità può essere valutata come somma

delle resistenze a flessione, in corrispondenza dei nodi ove è avvenuta

la plasticizzazione, fratto l’altezza interpiano; ciò fornisce un limite

superiore alla capacità (Vu), ma si rischia di sovrastimare enormemente

il valore della capacità nel caso in cui sia errata la previsione del

meccanismo di collasso.

3) il modo migliore per determinare la capacità strutturale è di eseguire

un’analisi statica non lineare di push-over4; applicato un sistema di

forze laterali alla struttura, di forma prefissata e costante, si incrementa

l’intensità di tale vettore di forze fino alla formazione del meccanismo,

in corrispondenza del quale si misura la capacità strutturale

(corrispondente al valore delle forze applicate quando le deformazioni

iniziano a crescere a dismisura - punto di collasso).

Da quanto finora detto emerge la necessità di determinare la probabile

locazione delle cerniere plastiche che si possono formare a causa

dell’applicazione di un sistema di forze corrispondente al sisma e di qui

il tipo di meccanismo possibile (fig.6). Per identificare il tipo di

32
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

meccanismo formantesi si può definire un indice di potenziale

oscillazione, Si, che compara la somma delle probabili resistenze a

flessione delle travi e delle colonne in corrispondenza dei nodi trave

pilastro per ogni piano:

Si =
∑(M bl + M br )
∑(M ca + M cb )

dove Mbl e Mbr sono le probabili resistenze a flessione delle travi

valutate alla sinistra ed alla destra del nodo in esame, Mcs e Mcb sono le

probabili resistenze a flessione delle colonne valutate al di sopra ed al di

sotto del nodo in esame; grazie a tale indice si può valutare se al piano

i-mo si formeranno le cerniere plastiche nelle travi o nelle colonne e si

hanno dunque delle indicazioni sulla possibile formazione di un

meccanismo di trave o di colonna; per Si>0.85 ci si può aspettare

(Priestley-1995) la formazione di cerniere plastiche nei pilastri.

4 Il metodo del push-over sarà descritto in dettaglio nel terzo capitolo.

33
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

x
x
Carico
x x
sismico

x x
x

Cerniera plastica x Rottura a taglio

(a) meccanismo di (b) meccanismo di (c) meccanismo


travi pilastri misto

Figura 6: possibili meccanismi di deformazione post-elastica di telai in C.A.

• Passo F3: determinazione del probabile coefficiente di rischio

sismico, dato dal rapporto fra la capacità strutturale valutata allo

step precedente ed il peso sismico Wt moltiplicato per i fattori di

rischio R, di zona z e di prestazione strutturale Sp (R ed Sp sono

introdotti per definire i minimi criteri di performance da rispettare

nell’ottica del Performance Based Engineering):

V
Ch ( T , μ ) =
Wt S p Rz

• Passo F4: determinazione del periodo fondamentale (elastico), T, di

vibrazione della struttura (T andrebbe calcolato considerando gli

effetti della fessurazione nelle proprietà delle sezioni) e quindi della

34
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

duttilità richiesta μ (in termini di forze) tramite uno spettro Ch-T

(analogo ad uno spettro di accelerazione) (fig.7)

Coefficiente di rischio
sismico Ch(T, μ)

T(sec)

Figura 7

• Passo F5: determinazione della duttilità richiesta μ per l’intera

struttura (data dal rapporto tra lo spostamento ultimo richiesto Δu e

quello al limite elastico Δy (fig.5) μ=Δu/Δy), e confronto di tale

richiesta con la duttilità strutturale disponibile; tale duttilità

disponibile può essere determinata con tre metodi diversi:

1) sono assegnati dei valori deterministici della duttilità che compete

alla zona di formazione delle cerniere plastiche a seconda del tipo di

meccanismo formantesi (a travi forti e pilastri deboli o viceversa) e dei

particolari costruttivi presenti nella zona stessa (passo staffe, se

presenti, ancoraggio barre ecc.).

35
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

2) determinata la duttilità disponibile per le cerniere plastiche, pari a

Φu/Φy, con Φu curvatura ultima disponibile e Φy curvatura di prima

plasticizzazione (quantità ricavabili con formule suggerite in Priestley

1995), la duttilità disponibile per l’intera struttura si trova spingendo il

meccanismo laterale fino a che non è esaurita la duttilità per una

cerniera plastica critica (si noti che in tal modo si è fatta l’ipotesi

semplificativa di formazione contemporanea di tutte le cerniere

plastiche; tale ipotesi, anche se sicuramente non realistica, porta in

genere a buone approssimazioni per il valore di μ globale).

3) il modo più completo di determinare la duttilità disponibile con

un’analisi statica è quello di eseguire un’analisi statica non lineare di

push-over: la struttura è spinta anche oltre la formazione del

meccanismo, fino a che non è raggiunta la curvatura ultima per la

cerniera corrispondente alla formazione del meccanismo critico; da tale

spostamento ultimo si ricava la duttilità disponibile.

Se la duttilità disponibile supera quella richiesta si può andare al passo

successivo, altrimenti già a questo punto si vede che la struttura

richiede adeguamento sismico.

• Passo F6: poiché la resistenza a taglio nelle travi, nelle colonne e nei

nodi trave - colonna dipende dal livello di duttilità imposta può

36
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

accadere che un meccanismo che comincia con la formazione di

cerniere plastiche per il raggiungimento della resistenza a flessione

degeneri in un meccanismo con collasso da taglio, che può essere

ben più fragile e catastrofico (soprattutto se il collasso da taglio

avviene nelle colonne) del precedente; bisogna, dunque, controllare

se vi è un degrado della resistenza a taglio, eventualmente dovuto ai

carichi ciclici che si hanno nella fase post-elastica; se le resistenze

ridotte sono minori delle forze taglianti e flessionali nelle cerniere

plastiche o nei nodi trave - colonna il telaio va rinforzato.

• Passo F7: l’ultima cosa da fare è controllare il massimo spostamento

relativo di piano, per evitare, o minimizzare, l’effetto P-Δ ed il

danneggiamento di elementi non strutturali.

2.2 La procedura di valutazione delle prestazioni strutturali che utilizza


l’approccio agli spostamenti

La principale differenza dell’approccio agli spostamenti rispetto a

quello alle forze sta nell’utilizzo di spettri di risposta in termini di

spostamento anziché di accelerazione, e quindi nel confronto di

capacità e richiesta espressi da spostamenti limite della struttura. I passi

37
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

basilari della procedura sono sinteticamente rappresentati nel seguente

diagramma di flusso (fig. 8)

• Passo S1: si calcola la probabile resistenza a flessione degli elementi

strutturali utilizzando le probabili proprietà dei materiali5 e la teoria

standard della flessione.

• Passo S2: come fatto nel passo F2 del metodo alle forze si stabilisce il

probabile meccanismo di deformazione post-elastica e si determina

la capacità in termini di forza (Vb).

• Passo S3: si determinano le capacità delle singole cerniere plastiche

in termini di rotazione (a tal proposito sono fornite delle indicazioni

in funzione delle proprietà dei materiali e della geometria delle

sezioni-proprietà meccaniche della sezione in C.A.).

• Passo S4: si verifica se la resistenza a taglio degli elementi strutturali

o dei nodi viene attinta prima del completo utilizzo delle rotazioni

flessionali plastiche delle cerniere; se ciò avviene la rotazione

disponibile va opportunamente ridotta; con le duttilità in termini di

curvatura così determinate (quindi eventualmente ridotte) si può

ricavare la capacità in termini di rotazione dei vari elementi e quindi

la capacità anche come spostamento relativo di piano.

38
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

S1 Resistenza a flessione degli elementi

Indice di potenziale oscillazione, Si

Si Si>0.85? No
S2 Meccanismo Meccanismo
di pilastri di travi

Capacità di taglio alla base, Vb

Capacità rotazionale delle


S3 cerniere plastiche degli elementi

Il taglio limita
Si la duttilità No
Modifica duttilità
S4
elementi

Capacità di spostam. interpiano

Capacità di spostamento globale, Δsc,


S5 e duttilità μsc (dal meccanismo)

Caratteristiche della struttura sostitutiva:


W
S6 Keff= Vb/ Δsc, Teff =2π
smorzam. η da μsc e dal meccanismo gKeff

S7 Richiesta di spostamento, Δsd,


dallo spettro di spostam. dei codici,Teff, η

Adeguamento Si Δsc/ Δsd>1 No Adeguamento


non necessario S8 necessario

Figura 8: Riassunto della procedura di valutazione "Agli spostamenti"

5 Come nota 2

39
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

• Passo S5: dal meccanismo di deformazione plastica (individuato nel

passo S2), spinto fino al raggiungimento dello spostamento

interpiano critico, si ricava la capacità in termini di spostamento Δsc,

o equivalentemente la duttilità disponibile μsc.

• Passo S6: la risposta può essere considerata direttamente in termini

di spostamento, utilizzando gli spettri di spostamento per un

sistema equivalente avente rigidezza effettiva Keff , che è la rigidezza

secante al massimo spostamento Δsc (Keff=Vb/Δsc), e periodo T

(=2π(M/Keff)1/2). In questo step si valutano le caratteristiche del

sistema equivalente, quindi oltre al periodo T viene valutato anche il

coefficiente di smorzamento viscoso equivalente, che dipende dalla

duttilità richiesta e dall’energia dissipabile con il meccanismo di

deformazione plastica che si forma (e quindi varia a seconda del tipo

di meccanismo; fig.9).

• Passo S7: si valuta la richiesta di spostamento Δsd entrando nello

spettro di spostamento opportuno (differente a seconda del tipo di

sottosuolo su cui è costruito l’edificio) con il periodo e lo

smorzamento equivalente del sistema ad un sol grado di libertà.

40
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

• Passo S8: la prestazione strutturale è ritenuta accettabile se il

rapporto Δsc/Δsd è maggiore dell’unità; negli altri casi la struttura va

rinforzata od irrigidita.

60
Elasto-plastico
ν
(% cr) Travi

Pilastri

10

2 10 μ

Figura 9

Uno dei passi chiave della procedura di valutazione degli edifici che

sfrutta l’approccio agli spostamenti è la determinazione della domanda

in termini di spostamenti. Nel metodo appena descritto ciò viene fatto

“entrando” nello spettro di spostamenti con il coefficiente di

smorzamento equivalente ed il periodo calcolato per il SDOF

equivalente alla struttura; nella scelta dello smorzamento equivalente

41
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

rientrano una serie di considerazioni inerenti il tipo di meccanismo di

deformazione post-elastico formantesi e l’energia dissipabile dal

sistema. Un ragionamento analogo è fatto nel cosiddetto Metodo dello

spettro di capacità (Capacity spectrum method- CSM), che è una

procedura per la valutazione del massimo spostamento richiesto alla

struttura per un particolare evento sismico. Tale procedura,

diffusamente descritta nelle indicazioni dell’ATC 40 (1996)(9) e

sinteticamente riassunta nel paragrafo successivo, si ispira direttamente

ai concetti della PBE e consente di stabilire qual è il punto di performance

della struttura (definito come l’intersezione tra la curva di capacità6 della

struttura ed uno spettro di richiesta opportunamente scalato per tener

conto del comportamento non lineare).

Un altro metodo per la determinazione della richiesta di spostamento è

il cosiddetto metodo del coefficiente (cfr. par. 2.4), basato

sull’interpretazione statistica dei risultati di analisi time-history

eseguite su modelli di oscillatori semplici di diverso tipo.

6 Per la definizione di curva di capacità si rimanda a quanto detto nel terzo capitolo.

42
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

2.3 Metodo dello spettro di capacità (CSM)

Il Capacity spectrum method (CSM) è una procedura di analisi statica non

lineare che consente di valutare qual è l’effettivo spostamento massimo

richiesto ad una struttura per l’avvento di un particolare fenomeno

sismico. Al fine di collegare direttamente lo studio che si esegue al

concetto di performance strutturale, si impone che il punto

rappresentante la prestazione strutturale giaccia sia sulla curva di

capacità dell’edificio (e quindi rappresenti il comportamento della

struttura stessa) sia su uno spettro di richiesta, opportunamente scalato

per tener conto del comportamento non lineare della struttura; il punto

di performance strutturale rappresenta, quindi, la condizione per la

quale la capacità sismica dell’edificio è uguale alla richiesta imposta alla

struttura da un particolare evento sismico. Per poter confrontare

richiesta e capacità su uno spettro di richiesta anche la curva di capacità

deve essere riportata in forma spettrale: lo spettro di capacità (così è

chiamata la curva di capacità quando rappresentata in uno spettro di

risposta) si ottiene riportando forza V e spostamento al tetto Δtetto (cioè le

grandezze relative alla curva di capacità) ad accelerazioni e spostamenti

spettrali, Sa ed Sd, relativi al primo modo; ciò si fa tenendo conto del

43
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

fattore di partecipazione del primo modo e della sua massa

partecipante, tramite le due seguenti equazioni:

V W
Sa =
α1

Δ tetto
Sd =
PF1Φ tetto ,1

in cui:

V= taglio alla base;

W= peso dell’intero edificio, comprensivo dei sovraccarichi fissi;

α1= massa partecipante del primo modo elastico;

Δtetto= spostamento al tetto;

PF1= fattore di partecipazione del primo modo elastico;

Φtetto,1= ampiezza del primo modo, al tetto.

Lo spettro di richiesta che viene utilizzato in questa procedura è lo

spettro accelerazione-spostamenti (Acceleration-Displacement-

Response-Spectra ADRS): in tale tipo di spettro le linee uscenti

dall’origine hanno periodo costante ( T = 2π ( S d S a ) 1 2 ), mentre nella

rappresentazione spettrale cui normalmente si fa riferimento il periodo

T è una coordinata spettrale, assieme all’accelerazione spettrale (spettro

44
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

di accelerazione) o agli spostamenti spettrali (spettro di spostamento)

(fig. 10).

Spettro di richiesta Spettro di richiesta

T1
spettrale

spettrale
Spettro di capacità

Spettro di capacità T2
Accelerazione

Accelerazione
B B
A T3
A

T1 T2 T3 Spostamento spettrale
Periodo, T

Spettro tradizionale Spettro ADRS


(Sa, T) (Sa, Sd)

Figura 10

Di fondamentale importanza per la corretta valutazione della richiesta

sismica è la riduzione dello spettro elastico: le coordinate spettrali

relative allo spettro di richiesta elastico (di un oscillatore che si

mantiene elastico per il particolare evento sismico in questione) vanno

opportunamente scalate (fig.11) per tener conto del comportamento

della struttura in esame, che certamente non si mantiene elastica, ma

45
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

presenterà un certo grado di plasticizzazione dipendente dalla energia

dissipabile a seguito dell’ingresso della struttura in campo plastico.

Sa

ap

Spettro di richiesta

dp Sd

Figura 11

I coefficienti utilizzati per la riduzione delle coordinate spettrali sono

forniti in funzione di uno smorzamento effettivo βeff, che dipende dal

coefficiente di smorzamento viscoso proprio della struttura, e dallo

smorzamento di natura isteretica, funzione dell’energia dissipabile in

cicli plastici; tale ultima aliquota di smorzamento dipende anche dalla

qualità del sistema strutturale resistente al sisma e dalla durata

dell’evento sismico stesso, e di ciò viene tenuto conto tramite un

opportuno coefficiente k ( che rientra nel calcolo di βeff).

46
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

Lo scopo del CSM è, dunque, l’individuazione, con la maggiore

precisione possibile, del punto di performance della struttura e ciò

viene fatto con un procedimento iterativo: stabilito un valore di primo

tentativo (api, dpi) del punto di performance (per la scelta di tale punto

si può far riferimento all’approssimazione di egual spostamento7) si

provvede alla valutazione dell’energia dissipabile istereticamente in

corrispondenza dello spostamento dpi e di conseguenza al calcolo dello

smorzamento effettivo βeff8, mediante il quale si determinano i

7 Per l’approssimazione di egual spostamento si assume che lo spostamento del


sistema in campo inelastico sia lo stesso che si avrebbe se la struttura rimanesse
elastica fino al collasso

δelas δ

8 βeff=kβ0+5 : lo smorzamento effettivo è dato dalla somma dello smorzamento di


natura viscosa (posto, nella generalità dei casi, pari al 5%) e di uno smorzamento di
natura isteretica rappresentato come smorzamento viscoso equivalente, β0,
moltiplicato per il coefficiente correttivo k di cui detto prima. Per definizione β0 è dato
dal seguente rapporto:
β0= Ed/(4π*Es0)
in cui Ed è l’energia dissipata in un ciclo di isteresi (fig. A) ed Es0 è la massima
energia di deformazione

47
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

coefficienti di riduzione dello spettro di risposta elastico ADRS a quello

specifico relativo allo smorzamento equivalente dell’edificio in esame:

SRA=1/BS≈(3.21-0.68*ln(βeff))/2.12

coefficiente di riduzione nel campo delle costanti accelerazioni;

SRV=1/BL≈(3.21-0.41*ln(βeff))/1.65

coefficiente di riduzione nel campo delle velocità costanti.

Se l’intersezione dello spettro di capacità con lo spettro di richiesta

modificato è un punto che si discosta poco (fig. 12) dal valore di primo

tentativo (entro il 5%) si può accettare il valore prescelto e la coppia (api,

dpi) rappresenta il punto di performance strutturale; in caso contrario si

parte dal nuovo punto per una seconda iterazione. Il valore ddef valutato

con tale metodo rappresenta il massimo spostamento strutturale atteso per

l’evento sismico.

Sa Spettro di
capacità
Kiniziale
Keffettiva

api
ay
Es0

dy dpi Sd

Ed

Figura A

48
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

Accelerazioni spettrali

Punto d’intersezione tra lo


spettro di capacità e lo
spettro di domanda
Ki
api

ay

dy dp dpi
Spostamenti spettrali

Figura 12

La procedura appena descritta9 è solo un passo nella valutazione

sismica di un edificio esistente; le richieste in termini di forza o

spostamenti, che è necessario determinare per poter dare un giudizio

sulla performance strutturale, vanno esaminate in corrispondenza del

punto di performance (apdef, dpdef): appare chiaro che le procedure di

valutazione che si avvalgono del CSM per il calcolo della richiesta

sismica sono riconducibili a quelle chiamate procedure agli spostamenti,

9 E’ stata data una descrizione sommaria dei vari passi della procedura, ampiamente

dettagliata in ATC 40; per l’applicazione del CSM esistono, fra l’altro, tre diversi

49
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

in quanto le grandezze genericamente indicate come richieste sono

calcolate in corrispondenza di un punto che rappresenta il

comportamento strutturale limite; in un approccio alle forze la richiesta

sismica viene, invece, calcolata per la struttura più rigida (e quindi in

corrispondenza del periodo elastico) avendosi, in tal modo, la

massimizzazione della domanda in termini di forze.

2.4 Il calcolo della richiesta di spostamento con il metodo del coefficiente

Con questa procedura (ATC 40, 1996)(9) si valuta lo spostamento

richiesto al sistema amplificando, mediante dei coefficienti opportuni

(da qui il nome di metodo del coefficiente), lo spostamento letto sullo

spettro elastico. Gli spettri si riferiscono, infatti, a sistemi ad un sol

grado di libertà e quindi la reale risposta strutturale10 va amplificata per

tenerne conto.

Effettuata la linearizzazione della curva di capacità con uno dei metodi

suggeriti in letteratura11, è possibile determinare la rigidezza

metodi, concettualmente simili, dei quali uno puramente grafico, mentre gli altri due,
più analitici, consentono l’implementazione di software di calcolo.
10 È possibile correlare le grandezze relative ad i sistemi reali con quelle di un sistema

equivalente ad un sol grado di libertà; a seconda di come è effettuata la


trasformazione (i criteri di equivalenza saranno descritti in dettaglio nel secondo
capitolo) si ottiene una diversa modellazione del MDOF con un SDOF equivalente; le
grandezze relative al SDOF sono in ogni caso minori o uguali a quelle del sistema
reale.
11 Si vedano, a tal proposito, i suggerimenti dati dai vari autori (cfr par.3.3.2)

50
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

equivalente relativa al sistema e da questa risalire al periodo

equivalente Te:

Te=Ti*(Ki/Ke)0.5

in cui

Ti= periodo elastico del sistema (risultante dall’analisi dinamica);

Ki= rigidezza elastica laterale della struttura;

Ke= rigidezza equivalente relativa al sistema.

Lo spostamento richiesto vale quindi:

δt= C0C1C2C3Sa(Te/2*π)2

dove

C0 è il fattore di amplificazione che correla lo spostamento spettrale al

probabile spostamento al tetto del sistema reale; di tale coefficiente sono

date delle stime in funzione del numero di piani dell’edificio, ma è

possibile utilizzare il valore derivante dalla trasformazione in un

sistema equivalente qualora siano stati fatti studi appositi;

C1 è il coefficiente di modifica per correlare i massimi spostamenti

anelastici attesi a quelli calcolati ipotizzando un comportamento

linearmente elastico; è fornita un’espressione di C1 in funzione del

51
Capitolo 2 La PBE come criterio di verifica delle strutture: obiettivi e
metodologie.

livello di progetto e del periodo critico T012, associato alla transizione dal

segmento di accelerazione costante dello spettro all’area di velocità

costante:

C1= 1.0 per Te≥T0

C1= [1.0+(R-1)*T0/Te]/R per Te<T0

C1≤2.0 per Te <0.1 sec

dove R è il rapporto tra la richiesta, in campo anelastico, in termini di

resistenza ed il valore della resistenza allo snervamento:

R= (Sa/g)/(Vy/W)*(1/C0)

C2 è il coefficiente che tiene conto della dissipazione di natura isteretica

C3 è il fattore che amplifica gli spostamenti per effetti del secondo

ordine.

12E’ possibile utilizzare anche altre espressioni di C1, ad esempio quella proposta da
Cosenza-Manfredi (1997):
C1(=RD)≈[1+0.6*(τ)-1*(Rμ-1)1.25]*(1/Rμ)
in cui Rμ vale:
Rμ=1+1.5∗τ0.75∗(μ−1)0.8
dove τ=T/T0 per T≤T0 e τ=1 per T>T0

52
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Nel capitolo precedente si è affrontato il problema della valutazione della

pericolosità sismica di un edificio (esistente od in fase di progettazione) dal

punto di vista delle prestazioni che da esso ci si può attendere per ogni dato

input sismico; il compito del progettista che agisca nell’ottica del Performance

Based Engineering (PBE)1, è quello di individuare a quale classe l’edificio in

esame appartenga, suggerendo eventualmente gli interventi di risanamento da

effettuare perché si abbia un migliore comportamento strutturale (passando

quindi da un edificio appartenente ad una certa classe ad uno di classe

superiore) ove quello riscontrato non sia ritenuto soddisfacente.

Fra i parametri utili alla classificazione dell’edificio come appartenente ad una

data categoria rientrano da un lato quelli afferenti alle forze (parametri di

resistenza, spesso direttamente collegati alle diverse classi di duttilità μ grazie

agli spettri a duttilità controllata2), dall’altro quelli che fanno esplicitamente

riferimento agli spostamenti (massimo spostamento relativo di piano, massima

1 Ricordiamo, riallacciandoci a quanto già illustrato nel capitolo precedente, che la


PBE è una filosofia di progettazione o verifica degli edifici secondo la quale, per
procedere al giudizio sismico di un edificio, bisogna preventivamente fissare dei
livelli di comportamento degli edifici stessi; tali livelli di comportamento sono definiti
in base al massimo danneggiamento ammesso in corrispondenza di ogni dato
fenomeno sismico, ed il giudizio sismico sull’edificio sta nella valutazione
dell’appartenenza o meno dell’edificio ad una di tali categorie.
2 Allo spettro di accelerazione di normativa, relativo alla particolare intensità sismica

in esame, viene applicato un fattore riduttivo pari proprio alla duttilità che si impone
sia disponibile per gli edifici di una data categoria, ottenendo così uno spettro a
duttilità controllata; in tal modo si può effettuare il confronto direttamente in termini
di resistenze richieste (ciò prevede, naturalmente, la valutazione della duttilità
richiesta = umax/uy come rapporto del massimo spostamento richiesto e dello
spostamento al limite elastico) e disponibili per il sisma.

49
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

rotazione relativa di piano, definita come rapporto fra il massimo spostamento

interpiano e l’altezza dell’interpiano stesso).

La classificazione dell’edificio si effettua, quindi, controllando che la richiesta

(in termini di forze o spostamento), calcolata per un dato input sismico, non

superi un valore limite stabilito dalle normative (SEAOC -Blue Book,1998) in

funzione del tipo di edificio (telaio in C.A., semplice o irrigidito con pareti di

taglio, edificio in muratura o in acciaio ecc.) e del livello prestazionale

prescelto.

Esistono vari metodi per la determinazione dei parametri di interesse per il

confronto suddetto, fra i quali, l’analisi dinamica non lineare (time-history),

l’analisi elastica, l’analisi di pushover (fig.1).


Approssimazione decrescente

Analisi time-history

Analisi di push-
Analisi modale over
(lineare)
(non lineare)

Figura 1

50
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Come spesso accade ciascuno di tali metodi ha dei pregi e dei difetti. Un

metodo quale l’analisi time-history, seppur in grado di fornire risultati

teoricamente più rigorosi rispetto a tutti gli altri metodi, presenta tuttavia oneri

computazionali e tempi di risoluzione tali da renderne spesso sconsigliabile

l’uso, vista fra l’altro l’iniziale incertezza che caratterizza inevitabilmente i dati

di input al problema stesso (nessun terremoto è uguale all’altro). Nell’ipotesi

semplificativa che la struttura resti in campo elastico anche durante il

fenomeno sismico si può procedere alla determinazione dei massimi effetti del

sisma in termini di forza e deformazione utilizzando l’analisi modale, ma è

chiaro che un’analisi lineare non può cogliere certi aspetti del comportamento

strutturale, quali la formazione di un meccanismo di piano o difetti di

progettazione legati ad una carenza di capacity design, difetti che possono

essere messi in luce solo da un’analisi non lineare. Vedremo che l’analisi di

push-over, seppur fondata su ipotesi alquanto restrittive che la rendono

applicabile solo a certe categorie di edifici e che indubbiamente ne limitano

l’estendibilità dei risultati, si presenta, per quei casi in cui è lecita, come un

valido compromesso tra la necessità di indagare il comportamento strutturale in

campo ultraelastico e quella di avere un metodo semplice e di rapida

applicazione per il quale gli oneri computazionali non superino il livello di

attendibilità conseguibile; la precisione nella risoluzione del problema sarà,

infatti, sempre inficiata dall’incertezza insita ai dati di partenza del problema

51
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

stesso, incertezza che non può non caratterizzare lo studio di un fenomeno

aleatorio quale l’avvento di un terremoto.

L’analisi effettuata con uno qualsiasi dei metodi suddetti richiede un’accurata

modellazione della struttura e del comportamento dei materiali che la

costituiscono, modellazione che proprio per il fatto di rappresentare uno

schema della realtà conterrà anch’essa una certa dose di imprecisione. Si

possono ottenere diversi gradi di approssimazione nella schematizzazione,

decidendo di studiare la struttura come un sistema piano (ove ciò sia lecito) o

nello spazio: è chiaro, però, che una schematizzazione in 3 dimensioni, se non

necessaria, rischia solo di aggravare notevolmente gli oneri computazionali e di

far perdere di vista gli obiettivi dell’analisi, non fornendo, peraltro, risultati più

precisi di ciò che si otterrebbe con un’analisi piana. L’analisi piana

(schematizzazione con un treno di telai, o estrazione di un singolo telaio,

dall’insieme, che sia rappresentativo del comportamento globale) è lecita solo

quando esiste una certa regolarità3 in pianta dell’edificio, mentre diventa

opportuno, nei casi di geometria più complessa, effettuare un’analisi

tridimensionale, che possa tener in debito conto gli effetti torsionali che per

strutture irregolari possono svilupparsi.

3 Per la definizione di regolarità in pianta ed in elevazione si faccia riferimento a

quanto detto nell’introduzione.

52
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Nei successivi paragrafi verrà illustrata la risoluzione del problema degli

spostamenti di un sistema a più gradi di libertà con i classici metodi dell’analisi

time-history e dell’analisi modale; verrà successivamente introdotta una

procedura di analisi statica non lineare semplificata (analisi di push-over).

3.1 Analisi time-history

Il modo più rigoroso per risolvere il problema degli spostamenti di un sistema a

più gradi di libertà MDOF (multi-degree-of-freedom) è quello di svolgere la

cosiddetta analisi time-history e seguire passo-passo l’integrazione delle

equazioni del moto. Schematizzando la struttura (telaio piano) come sistema a

masse concentrate, e tenendo conto degli smorzamenti strutturali di natura

viscosa, l’equazione del moto, per un sistema ad n gradi di libertà dinamica, è

esprimibile nella forma:

[M ]⎧⎨U ⎫⎬ + [C ]⎧⎨U ⎫⎬ + {R} = {F }


.. .
(1)
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

In tale equazione [M] (nxn) rappresenta la matrice delle masse, [C] (nxn) la

matrice degli smorzamenti, {R} (nx1) il vettore delle forze resistenti, {F} (nx1)

il vettore delle forze esterne, {U} (nx1) il vettore degli spostamenti (uno per

ogni grado di libertà), incognita del problema, del sistema a più gradi di libertà.

Se il sistema è linearmente elastico il vettore {R} delle forze resistenti, che in

53
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

questo caso sono proprio le forze di richiamo elastico, è esprimibile nella

forma: {R}=[K]{U}

con [K] (nxn) matrice delle rigidezze del sistema a più gradi di libertà.

L’equazione (1) assume in tal caso la forma:

⎧ .. ⎫ ⎧.⎫
(2) [M ]⎨U ⎬ + [C ]⎨U ⎬ + [K ]{U } = {F }
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

Gli elementi delle matrici fin qui introdotte hanno un ben preciso significato

fisico:

-il generico elemento mij della matrice [M] rappresenta la forza d’inerzia che

nasce in corrispondenza della massa i per effetto dell’accelerazione unitaria

impressa alla massa j, essendo nulle le accelerazioni delle altre masse;

-il generico elemento cij della matrice [C] rappresenta la forza viscosa che

nasce in corrispondenza della massa i per effetto della velocità unitaria sulla

massa j, essendo nulle le velocità delle altre masse;

-il generico elemento kij della matrice [K] rappresenta la forza di richiamo

elastico che nasce in corrispondenza della massa i per effetto dello spostamento

unitario della massa j, essendo nulli gli spostamenti delle altre masse.

Quando la causa del moto è l’accelerazione sismica del terreno il secondo

membro della (2) è costituito dalle forze di trascinamento, e la (2) stessa

assume la forma:

[M ]⎧⎨U ⎫⎬ + [C ]⎧⎨U ⎫⎬ + [K ]{U } = −[M ]{1}u g


.. . ..
(3)
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

54
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

in cui üg è l’accelerazione sismica al suolo.

Per un sistema ad un sol grado di libertà SDOF (single-degree-of-freedom)

l’equazione del moto si semplifica ed assume la forma (equivalente scalare

della (2)):

.. . ..
(4) m ⋅ u + c ⋅ u + R (u ) = −m ⋅ u g

in cui m è la massa (concentrata) del sistema, c il coefficiente di smorzamento

strutturale interno, R(u) la forza resistente interna ed u(t) la risposta in termini

di spostamento (richiesta di spostamento del sistema).

Per un sistema elastico la resistenza interna segue una relazione elastico-lineare

(R(u)=k⋅u) e la struttura è caratterizzata dalla sua frequenza circolare,

ω02=(k/m), e dal suo smorzamento critico, ν=c/(2mω0); la (4), pertanto,

diventa:

.. . ..
(5) u + 2νω 0 ⋅ u + ω 02 ⋅ u = − u g

Quando il sistema non è (più) elastico la soluzione della (5) può essere trovata

solo (Reinhorn)(37) con un’integrazione numerica diretta. Descrivendo la

funzione di resistenza R(u) del sistema con un modello bilineare, avente una

rigidezza iniziale k0, un limite di snervamento per la resistenza Ry ed un

rapporto d’incrudimento α fra la rigidezza post-snervamento e quella iniziale,

la soluzione è trovata con un’integrazione step-by-step, risolvendo ad ogni

passo un’equazione incrementale del tipo:

55
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

.. . ..
(6) Δ u + 2ν iω 0i ⋅ Δ u + ω 02i ⋅ Δu = − Δ u g

in cui ω0i e νi sono le frequenze circolari ed i coefficienti di smorzamento

istantanei, che dipendono dalla forza resistente R(u) e dalla sua variabilità.

Per un sistema a più gradi di libertà la soluzione è analoga, ma gli oneri

computazionali si aggravano notevolmente.

Ricavando la funzione R(u) dalla (4):

.. .. .
(7) R (u ) = −(m ⋅ u g + m ⋅ u + c ⋅ u )

si vede chiaramente la dipendenza implicita della funzione esprimente la

resistenza interna del sistema dall’accelerazione del terreno, oltre che

dall’accelerazione di risposta della struttura e dallo smorzamento strutturale. Si

comprende, quindi, che una così accurata analisi della risposta strutturale,

giustificata, peraltro, solo in casi in cui sia veramente necessario conoscere in

modo rigoroso la storia delle deformazioni della struttura, ha senso fintanto che

si conoscono con esattezza le caratteristiche dell’input sismico (o meglio, le

time-history di svariati eventi sismici, se si vuole progettare basandosi sui

risultati di tale analisi) ed il comportamento isteretico del materiale costituente

gli elementi strutturali (Fajfar & Gašperšiç, 1996), avendosi risultati

inaffidabili negli altri casi.

56
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

3.2 Analisi modale

Quando la struttura si mantiene elastica è possibile effettuare un altro tipo di

analisi che fornisce una stima delle massime richieste strutturali in termini di

spostamento, velocità, accelerazione: l’analisi modale.

Effettuando l’analisi modale4 del sistema a più gradi di libertà si ottiene che il

vettore {U}, soluzione dell’equazione del moto, è esprimibile come

combinazione lineare degli n vettori {Ψ(i)}, linearmente indipendenti,

rappresentanti i modi di vibrazione del sistema. Con la posizione:

{ }
n
(*) {U } = [ Χ]{ p} = ∑ Ψ ( i ) pi
1

l’equazione (2) (in cui, per semplicità di trattazione non si è considerato lo

smorzamento strutturale) diventa:

[M ][X ]⎧⎨ p ⎫⎬ + [K ][X ]⎧⎨ p ⎫⎬ = {F }


.. .
(8)
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

Premoltiplicando la (8) per [X]T si ha:

4
[ ]{ } [ ]{ } { }
Il vettore {U}, soluzione dell’equazione M U + K U = 0 , può essere posto

{U } = [ Χ]{ p} = ∑ {Ψ (i ) } pi
n
nella forma: (*) dove [X] è una matrice contenente
1
i vettori {ψ(i)} ordinati per colonna e pi è una funzione armonica di frequenza ωi..
Dovendo l’equazione del moto suddetta essere soddisfatta anche con riferimento al
termine i-mo risulta:
[ ]
(**) ( K − ω
2
[ M ]){Ψ} = {0} ; la (**) rappresenta un sistema omogeneo di
equazioni lineari, ed ammette soluzione diversa dalla banale solo se det([K]-ω2[M])=0;
da tale equazione algebrica di grado n si ricavano le n pulsazioni proprie del sistema
e, ritornando nel sistema omogeneo, per ogni pulsazione (frequenza) ωi si trova la
forma modale corrispondente {Ψ(i)}.

57
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

[X ]T [M ][X ]⎧⎨ p ⎫⎬ + [X ]T [K ][X ]⎧⎨ p ⎫⎬ = −[X ]T [M ]{1}u g


.. . ..
(9)
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

dove si è considerato il vettore {F} delle forze esterne costituito dalle forze di

trascinamento ({F}=-[M]{1}üg).

Con la posizione (*) si è effettuato un vero e proprio cambiamento di variabili,

la nuova incognita del problema diventando il vettore {p}, i cui elementi

(funzioni armoniche di frequenza angolare ωi) prendono il nome di coordinate

generalizzate. Essendo, inoltre, i modi di vibrazione ortogonali5 rispetto alle

matrici [M] e [K], le matrici [N]=[X]T[M][X] ed [L]=[X]T[K][X] sono

diagonali ed il problema è quindi disaccoppiato, nel senso che la (4) è

l’espressione di un sistema di n equazioni differenziali fra loro indipendenti

rappresentanti le equazioni del moto di altrettanti oscillatori semplici di massa

mi* e rigidezza ki*. Indicando, infatti, con mi* e con ki*, rispettivamente, i

termini generici delle matrici [N] ed [L] (gli unici termini non nulli si trovano

sulla diagonale principale ⇒mi*=nii; ki*=lii) e dividendo per il termine mi* ,

l’equazione i-ma avrà l’espressione

.. ⎛ K i* ⎞ ..
p i +⎜⎜ * ⎟⎟ pi = − u g g i
⎝ mi ⎠

avendo indicato con gi il rapporto:

5Assegnati due vettori {Ψ(i)} e {Ψ(j)} si dice che tali vettori sono ortogonali rispetto
alla matrice [A] se risulta: {Ψ(i)}T[A] {Ψ(j)}=0

58
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

gi=
∑mΨ k k
(i )
k

∑mΨ k k
(i ) 2
k

gi è il fattore di partecipazione del modo i-mo e fornisce la misura in cui il

modo i-mo contribuisce alla deformata del sistema avendosi, naturalmente,

Σgi=1. Secondo le indicazioni normative italiane (DM 1996) l’analisi modale

deve tener conto di un numero di modi di vibrazione sufficiente ad assicurare

l’eccitazione di più dell’85% della massa totale della struttura (Σgj≥0.85).

L’effetto di un terremoto viene, così, interpretato come sovrapposizione6 degli

6 Esistono vari metodi per effettuare tale sovrapposizione; fra questi ricordiamo la:

CQC (Complete Quadratic Combination) per la quale la massima risposta (cioè un


generico parametro quale la massima accelerazione, il massimo spostamento relativo
alla base, lo spostamento relativo di piano, il taglio alla base, il momento ribaltante o
qualsiasi altra grandezza rappresentativa della risposta) strutturale dovuta alla
combinazione dei modi in corrispondenza del k-mo grado di libertà ha la seguente
espressione:
1/ 2
⎡N N ⎤
uk = ⎢∑ ∑ u ki ρ ij u kj ⎥
⎣ i =1 j =1 ⎦
dove uki e ukj corrispondono alla massima risposta modale al k-mo grado di libertà
quando la struttura vibra secondo l’i-mo ed il j-mo modo, rispettivamente, e ρij è il
coefficiente di interazione tra i modi. ρij dipende dallo smorzamento strutturale e dai
periodi relativi ad i modi i e j. Per modi aventi uguale coefficiente di smorzamento ξ,
posto r=Tj/Ti si ha:
8ξ 2 (1 + r )r 3/ 2
ρ ij = = ρ ji
(1 − r 2 ) 2 + 4ξ 2 r (1 + r ) 2
Quando i periodi dei vari modi non sono tra loro troppo vicini, in modo che:
Tj 01
.
r= ≤ (Ti > T j )
Ti . +ξ
01
allora ρij≈0 (i≠j) e l’espressione della CQC si modifica dando luogo alla seguente:
1/ 2
⎡N ⎤
uk = ⎢∑ uki2 ⎥
⎣ i =1 ⎦

59
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

effetti dell’eccitazione dei singoli modi prodotta dal terremoto stesso: per ogni

modo di vibrazione è quindi lecito effettuare l’analisi spettrale per il calcolo

della massima accelerazione, velocità o spostamento ad esso corrispondenti,

essendo il modo stesso rappresentativo del moto di un sistema ad un sol grado

di libertà (gli spettri di risposta sono infatti riferiti solo a sistemi ad un sol

grado di libertà). Nelle strutture antisismiche deve essere preponderante

l’effetto dei primi modi di vibrazione e quindi per questi deve essere maggiore

il fattore di partecipazione. La condizione (ideale) g1=1 rappresenta il caso di

una struttura che oscilla secondo il primo modo di vibrazione, non essendo

eccitati i modi superiori di vibrazione.

L’analisi modale, però, è applicabile fintantoché la struttura è elastica:

all’insorgere delle prime plasticizzazioni, infatti, perde di validità il principio di

sovrapposizione degli effetti e, di conseguenza, il vettore {U} degli

spostamenti non è più esprimibile come combinazione lineare dei modi di

vibrazione; la matrice delle rigidezze, inoltre, non è più costante. All’ingresso

della struttura in campo plastico si perdono, quindi, tutte le semplificazioni

insite all’analisi modale.

che prende il nome di SRSS (Square Root Sum of the Squares), che è quindi un caso
particolare della CQC.

60
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

3.3 Analisi di push-over

L’analisi statica non lineare di push-over rappresenta, in molti casi, un valido

compromesso tra la necessità di indagare il comportamento anelastico della

struttura, ottenendo così risultati più realistici di ciò che si otterrebbe con

un’analisi puramente lineare, e quella di avere a disposizione una metodologia

relativamente semplice e veloce, sia pur approssimata.

I parametri utili all’applicazione del PBE7, cioè la capacità e la richiesta

sismica della struttura, rappresentativi rispettivamente dell’efficacia di un

edificio a resistere agli effetti del sisma e degli effetti che il sisma stesso

produce sulla struttura, vengono stimati, nell’analisi di push-over, in due passi

separati (Tso et al.)(43)

1) La prima fase dell’analisi di push-over, che è l’unica presa in esame

quando non sia necessario fare una stima del potenziale danneggiamento

sismico, dà indicazioni sulla capacità sismica dell’edificio. La procedura

(Krawinkler et al.)(27) prevede l’applicazione, sulla struttura già sottoposta

ai carichi gravitazionali, di un prefissato sistema di forze laterali che

approssimativamente rappresenti le forze d’inerzia che si generano in

corrispondenza delle masse a causa del fenomeno sismico, ed il

progressivo incremento di tali forze (ciò che in effetti equivale a spingere

la struttura, di qui il nome push-over) fino al raggiungimento del collasso

7 Per la definizione di PBE si veda nota 1

61
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

stutturale (fig.2). Lo spostamento limite, in corrispondenza del quale si

presume avvenga il collasso strutturale, può essere stabilito con diversi

criteri, quali ad esempio il raggiungimento del massimo spostamento di

piano o della massima duttilità, o ancora la formazione di un meccanismo

che comprometta la stabilità dell’intero edificio. Uno dei risultati più utili

all’interpretazione dell’analisi è la curva di capacità dell’edificio (anche

detta curva di push-over), cioè un diagramma in cui in ascisse è riportato il

valore dello spostamento all’ultimo piano ed in ordinate il taglio alla base.

Sistema di forze applicato Deformata al collasso

2 1
8
Carichi
gravitazionali

Cerniere plastiche

Figura 2: Schema strutturale, carichi e deformata in un'analisi di push-over

62
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Il comportamento della struttura è marcatamente non lineare, e ciò si vede

(fig.3) già dalla formazione della prima cerniera plastica; si notano, infatti,

diminuzioni della rigidezza alla formazione di ogni cerniera plastica. Da tale

curva, opportunamente linearizzata come più avanti vedremo, si possono trarre

una serie di informazioni utili, quali la rigidezza iniziale, il punto in cui inizia

la plasticizzazione, la resistenza ultima ecc.

Cerniere plastiche
Vbase
8

2
1

Du Dtetto

Figura 3: Curva di capacità (o curva di push-over)

2) Quando bisogna valutare il potenziale danneggiamento che l’edificio può

subire per l’avvento del fenomeno sismico (ciò che si fa nell’ottica del

Performance Based Engineering) è necessaria l’esecuzione anche del secondo

passo dell’analisi di push-over: in questa fase si stabilisce la richiesta sismica

per un dato terremoto determinando uno spostamento di riferimento (target

displacement). Bisogna, quindi, anzitutto, determinare lo spostamento target e

63
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

successivamente spingere l’analisi (incrementando l’intensità delle forze

applicate) fino al raggiungimento dello spostamento di riferimento; le stime del

danno vengono fatte, così, sulla curva di push-over relativa allo spostamento

target, che rappresenta proprio quanto ci si aspetta la struttura debba spostarsi

per l’avvento del sisma.

Per quanto detto è dunque necessario stimare lo spostamento dinamico al tetto,

in modo da avere un riferimento (target) per il controllo degli spostamenti

nell’analisi di push-over. Visto che, comunemente, gli spostamenti sono

governati perlopiù da un singolo modo di vibrazione non si commette grosso

errore se si calcola lo spostamento di riferimento (al tetto della struttura)

mediante un sistema equivalente ad un sol grado di libertà SDOF (single-

degree-of-freedom). L’analisi di push-over, che non ha alcun fondamento

teorico rigoroso, è dunque basata sull’assunzione che la risposta della struttura

possa essere correlata con quella di un sistema equivalente ad un sol grado di

libertà; questo implica che la risposta è governata da un singolo modo e che

tale forma di spostamenti (non si può più infatti parlare, propriamente, di modo

di vibrazione) resta costante durante la storia della risposta.

Entrambe queste assunzioni non sono corrette, ma numerosi studi (Krawinkler

et al.,1994; Miranda, 1991; Fajfar et al., 1988; Saiidi-Sozen, 1981) hanno

indicato che esse portano a previsioni abbastanza buone delle massime risposte

dei sistemi a più gradi di libertà, purchè le risposte stesse siano governate da

64
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

un singolo modo. Si comprende, a questo punto, l’importanza del tentativo di

istituire un’equivalenza dinamica fra i sistemi a più gradi di libertà MDOF

(multi-degree-of-freedom) ed i sistemi ad un sol grado di libertà SDOF (single-

degree-of-freedom), che consenta lo studio della risposta equivalentemente

sull’un sistema o sull’altro.

3.3.1 Metodo del sistema equivalente

L’istituzione dell’equivalenza con un oscillatore semplice è stata introdotta per

la prima volta da Shibata-Sozen nel 1976 con l’approccio della struttura

sostitutiva e ripreso da Saiidi-Sozen (1981) nel Q-model.

1
Meq
Φi

Le

Figura 4
In tale modello è definito un oscillatore semplice (fig.4) costituito da un’asta

rigida di lunghezza Le (lunghezza equivalente tale che lo spostamento della

65
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

massa dell’oscillatore, concentrata all’altezza Le, coincida con lo spostamento

del MDOF alla stessa quota), vincolato al suolo con una molla rotazionale di

rigidezza effettiva K (definita in termini di momento alla base e spostamento

alla quota Le) e di massa assegnata Meq.

L’equazione del moto di tale oscillatore è:

.. . ..
(10) M eq u + C u + Ku = − M t u g

dove

Mt = ∑m i è la massa totale del sistema MDOF

Meq=
∑m Φ i
2
i
Mt è la massa del sistema equivalente concentrata alla quota
∑m Φ i i

Le

Le=
∑m Φ h
i i i
è l’altezza del sistema equivalente (ricavata imponendo
∑m Φ i i

l’uguaglianza degli spostamenti del MDOF e del SDOF)

hi è l’altezza del piano i-mo rispetto al suolo

{Φ} è il vettore rappresentante la deformata (adimensionalizzata rispetto allo

spostamento in sommità del MDOF) che si ha a seguito dell’applicazione

statica di una distribuzione di forze laterali triangolare: la forma del vettore

{Φ}, assunta come forma di vibrazione del sistema MDOF, è quella che si ha

in corrispondenza del ginocchio della curva di push-over.

Due semplificazioni essenziali sono quindi contenute nel modello:

66
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

1) la riduzione del modello a più gradi di libertà MDOF di una struttura ad un

oscillatore semplice SDOF;

2) l’approssimazione delle proprietà di rigidezza variabili incrementalmente

dell’intero sistema con quelle di una sola molla non lineare.

Nel Q-model è ben evidenziato il concetto di equivalenza dinamica istituita fra

i due sistemi MDOF e SDOF: infatti, con la costruzione del modello di

oscillatore semplice su descritta, è immediato il passaggio logico della

rappresentazione del sistema a più gradi di libertà come sistema ad un sol

grado di libertà, e la massa equivalente e le altre grandezze introdotte

nell’equazione del moto del SDOF ricavata assumono un chiaro significato

fisico.

Lo studio del sistema equivalente è affrontato nell’ottica della determinazione

del periodo T* del sistema equivalente SDOF in corrispondenza del quale si

possa leggere la risposta sullo spettro opportuno.

L'obiettivo di ricercare il periodo T* di un sistema ad un sol grado di libertà,

equivalente dinamicamente al MDOF oggetto di studio, è perseguito da

Priestley (1995)(35) in maniera indiretta: istituendo una vera e propria

equivalenza dinamica di spostamenti l'autore dà dei suggerimenti per la

determinazione del periodo T* del sistema equivalente per il quale la risposta

dell'oscillatore semplice sia la stessa del sistema a più gradi di libertà.

67
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

In altre parole si assume che lo spostamento del sistema MDOF ad una altezza

effettiva heff del sistema a più gradi di libertà stesso possa essere interpretato

come lo spostamento di un sistema ad un sol grado di libertà avente massa pari

alla massa totale del sistema MDOF, altezza pari alla suddetta altezza effettiva

e rigidezza definita come una rigidezza effettiva Keff , pari alla rigidezza

secante al collasso (secante al punto di collasso individuato sulla curva di

push-over). Facendo riferimento alla curva di push-over V-u(heff), in cui in

ascisse è riportato il valore dello spostamento del SDOF (o, ciò che è lo stesso,

il valore dello spostamento del MDOF alla quota heff) ed in ordinate il valore

del tagliante di base (fig. 5), si individua il punto di collasso ΔSC e,

corrispondentemente, la rigidezza effettiva Keff da cui si ricava il periodo T*

M
ricercato: T*= 2π
K eff

Va notato, a questo punto, che le indicazioni date dall’autore per il calcolo del

periodo del sistema equivalente sono fornite nell’ottica dell’applicazione del

metodo agli spostamenti per la valutazione della pericolosità sismica degli

edifici; si comprende, quindi, l’opportunità di far riferimento ad un valore della

rigidezza secante al collasso, che essendo, chiaramente, minore di una

rigidezza valutata per livelli di deformazione inferiori, dà stime degli

spostamenti attesi (richiesta di spostamento) superiori, e ciò va a vantaggio di

sicurezza.

68
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Vu
Vy

Ki
K eff
Δy Δsc u(heff)

Figura 5

Secondo Priestley l’altezza effettiva coincide con la quota del baricentro delle

forze adottate nell’analisi di push-over. Poichè l’analisi di push-over è

un’analisi che si spinge in campo non lineare insorgeranno, nelle varie fasi

rappresentative dello stato del sistema prima del collasso, plasticizzazioni che

danno luogo ad un significativo cambiamento della forma della deformata e

quindi della distribuzione laterale delle forze sismiche (che, chiaramente,

dipendono dalla deformata stessa e devono riflettere l’evolversi della

plasticizzazione); l’altezza effettiva sarà, quindi, un’aliquota α dell’altezza

totale H della struttura, diversa a seconda del tipo di meccanismo che si

instaura a seguito della prima plasticizzazione della struttura. A tal proposito

69
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

l’autore dà delle indicazioni diversificate per tipo di meccanismo instaurantesi

e per numero di piani dell’edificio (fig. 6):

Meccanismo
di trave n≤4

3 2 1
Δp
1
Δp2
H
Δp3
Meccanismo di
≈0.61 trave n>20
H ≈0.67
≈0.5 H
H
Meccanismo
di pilastri

Figura 6: Profili degli spostamenti plastici per i telai

per l’instaurarsi di un meccanismo di trave, e se l’edificio è regolare, sia lo

spostamento elastico che quello plastico possono essere calcolati alla quota heff;

se n è il numero di piani dell’edificio:

- edifici bassi n≤4 heff=0.64 H

- edifici alti n≥20 heff=0.44 H

- edifici intermedi 4<n<20 heff=(0.64-0.0125(n-4)) H per interpolazione;

si passa così, linearmente, da un profilo di spostamenti lineare ad uno quasi

costante per l’incremento di n da 4 a 20.

per un meccanismo di piano soffice heff deve rappresentare il livello di duttilità,

quindi:

70
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

(11) heff=[0.64-0.14(μs-1)/ μs]

Valutati lo spostamento al limite elastico Δy e lo spostamento ultimo Δu alla

quota heff la duttilità μs è data da μs=Δu/Δy e ritornando nella Errore. Il

collegamento non è valido.si risolve il problema, prima indeterminato non essendo

noto a priori il valore di μs.

L’istituzione di un’equivalenza dinamica fra un sistema a più gradi di libertà

MDOF ed un sistema ad un sol grado di libertà ha come obiettivo, dunque, la

determinazione del periodo T* del sistema equivalente SDOF in

corrispondenza del quale si legge la risposta sullo spettro opportuno.

Esistono diversi approcci per istituire tale equivalenza in maniera analitica, ma

essi sono tutti accomunati (Krawinkler et. Al)(27) da un’assunzione di base:

l’ammettere che la deformata del sistema a più gradi di libertà MDOF possa

essere rappresentata da un vettore forma {Φ1} che si mantiene costante nelle

varie fasi della storia di carico, indipendentemente dal livello di deformazione.

Naturalmente questa approssimazione non è corretta, ma si è visto che porta a

risultati accettabili purchè la risposta della struttura in esame sia dominata da

un singolo modo.

Il vettore {U}, rappresentante gli spostamenti ai vari piani del MDOF, potrà

essere espresso, quindi, nel seguente modo:

(12) {U}={Φ1}D

71
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

essendo D lo spostamento ad un livello del MDOF, ad esempio in sommità;

di conseguenza l’equazione

[M ]⎧⎨U ⎫⎬ + [C ]⎧⎨U ⎫⎬ + {R} = −[M ]{1}u g


.. . ..
(13)
⎩ ⎭ ⎩ ⎭

che è l’equazione del moto del sistema MDOF, si trasforma in:

[M ]{Φ1 } D + [C ]{Φ1 } D + {R} = −[M ]{1}u g


.. . ..
(14)

Premoltiplicando ambo i membri della (14) per un vettore {Φ2}T

opportunamente scelto si ottiene un’equazione scalare che rappresenta proprio

l’equazione del moto del SDOF:

(15) {Φ 2 } [M ]{Φ 1 } D + {Φ 2 } [C ]{Φ 1 } D + {Φ 2 } {R} = −{Φ 2 } [M ]{1}u g


.. . ..
T T T T

E’ chiaro che la trasformazione nel sistema equivalente è fortemente

influenzata dalla scelta del vettore forma {Φ1}, a proposito della quale vi sono

diversi suggerimenti in letteratura:

-alcuni autori (Krawinkler et. Al.), osservando che l’uso di una forma assegnata

a priori dà buoni risultati nella previsione dello spostamento massimo, anche se

tale forma non è necessariamente legata alla deformata che si ha in

corrispondenza dello spostamento limite, consigliano di prendere il vettore

forma del primo modo elastico;

-altri autori (Collins et al.,1996; Fajfar et al, 1995; Moehle et al., 1991)

utilizzano il vettore {Φ1} ottenuto normalizzando, rispetto allo spostamento in

72
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

sommità, la deformata {Φ} risultante da un’analisi statica per un’assegnata

distribuzione laterale di carichi (fig. 7).

DeformataΦ1
Vettore dei carichi (spostamenti normalizzati rispetto allo
spostam. al tetto)
di forma assegnata
Φn=1

Figura 7

Va però osservato che il vettore {Φ} risultante dall’analisi statica cambia di

forma all’avvento delle prime fessurazioni e, successivamente, dello

snervamento: una cosa è scegliere il vettore sul sistema ancora elastico, ben

altra cosa è sceglierlo negli stati successivi del sistema. Sembrerebbe

ragionevole (Collins et al., 1996)(16) assumere la deformata corrispondente al

limite elastico quando si stia studiando la performance strutturale per uno stato

limite di servizio, e quella immediatamente successiva allo snervamento

quando invece si voglia preservare la struttura dal collasso; alcuni autori (Saiidi

– Sozen, 1981)(40) scelgono di descrivere il modo vibrazionale del sistema

73
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

assumendo la deformata in corrispondenza del ginocchio della bilineare

ottenuta linearizzando la curva carico-spostamento, mentre altri (Fajfar et al.,

1987)(21) decidono a priori di prendere la deformata elastica o, addirittura,

(Fajfar et al., 1996)(19) un vettore forma prestabilito suggerendo alcune possibili

forme a seconda del tipo di edificio e del meccanismo di collasso prevedibile

(fig.8)

Φn =1 Φn =1

Φi= Φie+ Φip


Φi e Φi p
Φie=hi/μ*hn
Φip=(1-1/ μ)* hi/hn/2 hi≤hn/2
Φip=(1-1/ μ) hi≥hn/2
hi hn

hn/2

Φn=1

Φi= Φie+ Φip Φi= Φie+ Φip


Φie=hi/μ*hn Φie=hi/μ*hn
Φip=(1-1/ μ)* hi/hn Φip=(1-1/ μ)
μ= massima duttilità globale assunta

h1

Figura 8: Forme di spostamenti per diversi tipi di edifici

Per quanto riguarda, invece, il vettore {Φ2}, due possibili scelte sono

comunemente suggerite in letteratura (Collins et al., 1996): l’una ({Φ2}={Φ1})

che impone l’uguaglianza dell’energia interna ed esterna del sistema (principio

dei lavori virtuali), l’altra ({Φ2}={1}) che preserva il valore del taglio alla

base.

74
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Ritornando all’equazione (15) essa può essere scritta (con la scelta

{Φ2}={Φ1}) nella forma:

.. . ..
(16) M * x+ C * x+ Q * = − M * u g

dove M*,C*,e Q* denotano le proprietà del sistema equivalente e sono date da:

M * = {Φ 1 } [ M ]{1} = ∑ mi Φ 1,i
T

Q * = {Φ 1 } { R}
T

C *
= {Φ 1 } [C ]{Φ 1 }
T {Φ 1 } [ M ]{1}
T

{Φ 1 } T [ M ]{Φ 1 }
avendo definito la funzione spostamento del SDOF nel seguente modo:

(17) x=
{Φ 1 } [ M ]{Φ 1 }
T

D =c⋅D
{Φ1 } T [ M ]{1}
La soluzione della (16), nella quale si è realizzato un vero e proprio

cambiamento di variabili, non rappresenta, quindi, lo spostamento di un punto

del sistema a più gradi di libertà MDOF ma è ad esso direttamente correlabile

tramite la costante c (≤1) definita dalla (17). La curva di push-over relativa alla

struttura a più gradi di libertà può essere, quindi, interpretata come curva

riferita al sistema equivalente ad un sol grado di libertà previa riduzione (vedi

fig.9) dei valori in ascissa ed in ordinata (moltiplicando lo spostamento al tetto

ed il taglio alla base per il coefficiente c).

75
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

V (kN) V*= cV (kN)

4000 3000

3000 2000
2000

1000
5 10 15 D*= cD (cm)
0
0 5 10 15 20 25 D (cm)

Figura 9

Con la seconda scelta del vettore {Φ2} ({Φ2}={1}) si perviene ad una

formulazione analoga del sistema equivalente, con la quale però, naturalmente,

il valore delle quantità calcolate sarà diversa.

Alcuni autori (Collins et al., 1996) hanno affrontato il problema del sistema

equivalente esprimendo l’equazione scalare (15) che per comodità riportiamo

(15) {Φ 2 } [M ]{Φ 1 } D + {Φ 2 } [C ]{Φ 1 } D + {Φ 2 } {R} = −{Φ 2 } [M ]{1}u g


.. . ..
T T T T

in modo diverso dalla (16); l’equazione del moto del SDOF ha in tal caso

(dividendo per la massa del sistema equivalente M*, di seguito definita) la

forma:

.. . ..
(18) D + 2νω * D + (ω * ) 2 G ( D) = − P * u g

76
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

In tale equazione l’incognita spostamento del SDOF coincide con lo

spostamento al tetto del MDOF e, quindi, non si è realizzato un

cambiamento di variabili come per la (14). La funzione G(D) esprime la

relazione tra il taglio alla base ed il corrispondente spostamento D

durante l’analisi di push-over. Le quantità utili alla caratterizzazione

del sistema equivalente sono, al solito:

M*={Φ2}T[M]{Φ1} massa equivalente;

C*={Φ2}T[C]{Φ 1} coefficiente di smorzamento equivalente;

K*=K{Φ2}T{f} rigidezza effettiva; K è la rigidezza globale

corrispondente alla parte iniziale del diagramma V-D (sezioni non fessurate) e

quindi si riferisce al sistema ancora elastico; {f} è il vettore di forze laterali,

normalizzato in modo che il taglio alla base corrispondente sia =1, utilizzato

nell’analisi push-over;

se nella (15) si esprime {R} come vettore delle forze di ritorno elastico, quindi

tramite la grandezza K:

{R}=V{f}=(V/D) {f}D=K{f}D

.. . ..
allora la funzione G(D) della (18) D + 2νω * D + (ω * ) 2 G ( D) = − P * u g ,

esprimente la relazione tra taglio alla base e spostamento in sommità della

struttura durante l’analisi di push-over, coincide proprio con D(t).

77
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

K*
ω*= frequenza angolare del SDOF;
M*

P*={Φ2}T[M]{1}/M* quantità analoga ad un fattore di partecipazione;

ν è il coefficiente di smorzamento viscoso del sistema equivalente, tale

che: 2νω*=C*/M*;

Scegliendo il vettore {Φ2} coincidente con {Φ1} si ottiene l’equazione del

moto del SDOF derivata da quella del MDOF in base al principio dei lavori

virtuali, scegliendo invece di porre il vettore {Ψ2} uguale a {1} si preserva il

valore del taglio alla base; in tal modo l’espressione dell’equazione del

sistema equivalente resta la stessa (equazione (18)), con il seguente diverso

significato dei simboli:

P*={1}T[M]{1}/{1}T[M]{Φ 1}

K*
ω*=
M*

con

M*={1}T[M]{Φ 1}= ∑m Φ i i

K*=K{1}T{f}

{1}T[C]{Φ 1}/M*=2νω*

78
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Gli stessi autori (Collins et al., 1996) hanno effettuato un confronto fra i

risultati ottenuti con entrambe le scelte del vettore {Φ2}, traendo le seguenti

considerazioni:

• formulazione dei lavori virtuali con risposta linearmente elastica:

gli spostamenti massimi in sommità sono valutati con ottima approssimazione,

mentre si sottostima il valore del massimo spostamento relativo di piano. Ciò è

motivato dal fatto che la formulazione del sistema equivalente è impostata

sull’uguaglianza dei massimi spostamenti (Dmax) e non del massimo spostam.

relativo di piano (ΔL)max, per il quale è istituita una conversione molto

⎡ Φ − Φ 1,i −1 ⎤
approssimata: [(ΔL)max=βLG(Dmax/H) con β LG = H ⎢ 1,i ⎥ , essendo
⎣ hi ⎦ max

hi l’altezza del piano i-mo ed H l’altezza dell’intero edificio]

• formulazione del taglio alla base con risposta linearmente elastica:

gli spostamenti massimi in sommità sono sovrastimati, ciò tende a compensare

il valore troppo basso di βLG e quindi porta a stime migliori (se non un po'

conservative) del massimo spostamento relativo di piano. Il valore di Dmax

tende ad essere sovrastimato perchè il moltiplicatore dell’accelerazione al

suolo, P*, è in generale più grande nella base shear formulation.

• formulazione dei lavori virtuali con rirposta inelastica non lineare:

79
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

gli spostamenti massimi in sommità sono predetti abbastanza bene, ed in

genere, come per il caso della risposta elastica, si sottostima il valore del

massimo spostamento relativo di piano.

• formulazione del taglio alla base con rirposta inelastica non lineare:

valgono le stesse osservazioni fatte per l’analisi elasica della base shear

formulation.

Il vettore {R} delle forze resistenti è costituito dal vettore delle forze laterali

applicate nell’analisi di pushover. La scelta del vettore dei carichi laterali è uno

dei punti critici dell’analisi di pushover stessa, in quanto esso deve essere

rappresentativo della distribuzione delle forze d’inerzia durante il terremoto; è

noto, però, che al manifestarsi delle prime deformazioni plastiche ed al loro

progredire la distribuzione delle forze d’inerzia può variare anche

sensibilmente. La scelta di un vettore dei carichi che si mantenga costante può

essere realistica (Krawinkler et al., 1998)(26) solo nel caso in cui la risposta

della struttura non sia influenzata significativamente dagli effetti dei modi

superiori o qualora il meccanismo di snervamento della struttura sia unico e

possa essere indagato con un’unica distribuzione di carico che mantenga forma

costante durante il terremoto. Negli altri casi è raccomandabile effettuare

l’analisi con più distribuzioni di carico che costituiscano una sorta di inviluppo

delle forze d’inerzia che si possono generare durante il terremoto. Una può

80
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

essere una distribuzione di tipo uniforme (UNFM) (forza di piano

proporzionale alle masse di piano) che dà più rilievo alla domanda ai piani

inferiori rispetto a quella ai piani superiori, e più importanza alle forze taglianti

rispetto ai momenti ribaltanti; un’altra la distribuzione di forze suggerita dai

codici (UBC) del tipo lineare a triangolo invertito; un’altra ancora quella

costituita dagli incrementi dei taglianti di piano calcolati con l’analisi modale

in cui si sia effettuata una sovrapposizione SRSS, che tiene in debito conto

l’effetto dei modi superiori. In alternativa una buona soluzione può essere

quella di adottare un vettore dei carichi che si adatti al progredire della

deformata, seguendo più da vicino la variazione della distribuzione delle forze

d’inerzia: si può, ad esempio, scegliere (Fajfar & Gašperšiç, 1996) un vettore-

forze proporzionale alla deformata ({R}=[M]{Φ1}), oppure una distribuzione

di carichi data da una combinazione SRSS basata sulle forme modali derivate

dalle rigidezze secanti per ogni incremento di carico, od ancora una forma del

vettore delle forze proporzionale, ad ogni passo, alle resistenze taglianti di

piano raggiunte nel passo precedente.

Per comodità sono di seguito riportate due tabelle in cui sono riassunte le

equazioni e le posizioni fatte nella trasformazione del MDOF in un sistema

81
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

equivalente SDOF secondo i suggerimenti di Fajfar & Gašperšiç, 1996(19), e di

Collins-Wen-Foutch (1996)(16):

Fajfar-Gašperšič (1996)

Equazione del moto del SDOF


M*ü*+Q*=-M* üg

M*=ΣmiΦi c= ΣmiΦi^2/ ΣmiΦi u*=c D

V= ΣmiΦi Q*=(ΣmiΦi^2/ ΣmiΦi)/ ΣmiΦi=c V


K*=ΔQ*/ Δu* T*=2π(M*/K*)^0.5
(da calcolare sul tratto iniziale della curva di push-over)

{F}=[M] {Φ1}
{Φ1} vettore forma assegnato
(vedere suggerimenti fig.8)

82
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Collins-Wen-Foutch (1996)

Equazione del moto del SDOF


D+2νω*D+( ω* )^2G(D)=-P* üg

{Φ1 }vettore forma assegnato

Fi assegnato K*=K(Σ fiΦi)


{Φ2}= {Φ1 }
M*=ΣmiΦi^2
fi=Fi/ Σ Fi

T*=2π(M*/K*)^0.5 K*=K
{Φ2}= {1 }
M*=ΣmiΦi

3.3.2 Metodi per la linearizzazione della curva di push-over

La curva di push-over è un supporto molto utile per caratterizzare le proprietà

del sistema equivalente ad un sol grado di libertà SDOF. Si è infatti visto come,

con un opportuno cambiamento di variabili o comunque trasformando, in base

a criteri di equivalenza dinamica, l’equazione del moto del MDOF in una

scalare esprimente l’equazione del moto del SDOF equivalente, la curva di

push-over possa essere interpretata come la relazione carico-spostamento del

SDOF. Servirebbe, a questo punto, per una univoca caratterizzazione del

sistema SDOF, poter individuare un determinato valore della rigidezza

rappresentante la rigidezza del sistema elastico, ed il rapporto α fra la rigidezza

iniziale del sistema ancora elastico e la sua rigidezza post-snervamento. In altre

83
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

parole bisogna poter trovare una relazione carico-spostamento che sia del tipo

elasto-plastico incrudente. Tuttavia, la curva di push-over è, in genere,

marcatamente non lineare anche nella prima fase, sicché non è immediata, né

univoca, l’individuazione della resistenza di prima fessurazione e

successivamente di snervamento, e dei corrispondenti valori dello spostamento

di prima fessurazione ed al limite elastico, né il riconoscimento del rapporto α.

Risulta dunque necessario effettuare una linearizzazione della curva di push-

over, approssimandola con una spezzata che ne rappresenti al meglio

l’andamento e che, soprattutto, consenta l’individuazione, con il minore errore

possibile, della resistenza di snervamento e del suddetto rapporto di rigidezza α

onde poter, di conseguenza, trarre tutte le informazioni utili al suo utilizzo (ad

esempio la rigidezza del sistema equivalente da cui si ricava il periodo proprio

dell’oscillatore con il quale entrare negli spettri di risposta).

Vari criteri sono stati suggeriti dai diversi autori per approssimare la curva di

push-over con una bilineare, per la determinazione della quale è necessario

fissare almeno due condizioni, essendo almeno il punto di collasso facilmente

individuabile.

Osservando che la rigidezza elastica deve riflettere le reali condizioni di lavoro

del sistema al sopraggiungere del terremoto, alcuni autori (Moehle et al.,

1991)(34) suggeriscono di prendere come rigidezza quella che tiene conto della

fessurazione degli elementi per i carichi gravitazionali.

84
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

R max

Ry

K0
Dy D max D

Figura 10

La seconda condizione posta è nell’uguaglianza delle energie assorbite, che si

traduce nell’uguaglianza delle aree sottese dalla curva e dalla sua

linearizzazione. Fissando quindi la rigidezza iniziale del sistema Ko (fig.10) ed

imponendo l’uguaglianza delle aree si ottiene la schematizzazione desiderata.

Altri autori (Reinhorn)(37) impongono ancora l’uguaglianza delle energie, ma la

seconda condizione è nell’assumere la stessa rigidezza post-snervamento: la

tangente alla parte finale della curva di push-over rappresenta, quindi, la

seconda retta della bilineare(fig.11), la prima trovandosi in modo che si abbia

l’uguaglianza delle aree sottese.

85
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Ky
R m ax
Ry

Am

K0
Dy D m ax D

Figura 11

Indicando con Am l’area sottesa alla curva di push-over e con Ry, Dy, Rmax,

Dmax rispettivamente la resistenza e lo spostamento al limite elastico e di

collasso deve aversi:

Am= 0.5 RyDy+ 0.5 (Rmax+Ry)(Dmax-Dy)

Esprimendo la forza di snervamento Ry in funzione dello spostamento di

snervamento Dy e della rigidezza post-snervamento Ky (=αKo):

Ry= Rmax-(Dmax-Dy)Ky

si ricava:

2 Rmax Dmax − K y Dmax


2
− 2 Am
Dy=
Rmax − K y Dmax

e la rigidezza iniziale Ko= Ry/Dy

86
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Alcuni autori (Fajfar & Gašperšiç, 1996) [8] scelgono dichiaratamente un

valore “arbitrario” della rigidezza iniziale, con l’unico scopo di fornire un

limite inferiore al range di rigidezze elastiche che un progettista potrebbe

scegliere. Nell’ottica dell’applicazione del metodo N2, in cui la valutazione del

periodo elastico del sistema equivalente rientra nell’ambito dell’utilizzazione

del metodo delle forze, ha infatti senso scegliere la rigidezza maggiore

possibile in modo da ottenere risultati conservativi in termini di accelerazione

(che è maggiore per le strutture più rigide, rientranti nel campo dei bassi

periodi). Fra tali valori “arbitrari” uno suggerito corrisponde al valore della

rigidezza iniziale (a sezioni non fessurate), altri ad una sua aliquota (dividendo,

ad esempio, la rig. iniz. per 1.5 o 2 a seconda che si abbia a che fare con un

telaio a colonne forti e travi deboli (a) od un edificio che abbia un piano soffice

(b)). Anche la rigidezza post-snervamento è fissata, come aliquota percentuale

della rigidezza iniziale (5-10% per (a), 10.65-16% per (b)).

Altri ancora (Saiidi – Sozen, 1981) [27] forniscono delle regole pratiche per la

costruzione della bilatera:

si traccia la tangente alla parte iniziale della curva (curva che, in questo caso,

rappresenta la relazione momento di base-spostamento, adimensionalizzata

rispetto al momento dato dal prodotto dei pesi ad ogni piano per le rispettive

altezze e lo spostamento alla sommità, rispettivamente)

87
Capitolo 3 Il metodo del push-over come procedura di analisi non
lineare

Si mandano le parallele a tale retta per le ascisse 0.002 e 0.003.

Si individua il punto di cambio pendenza sulla porzione di curva intercettata da

tali due rette.

Si valuta la rigidezza post-snervamento congiungendo il punto di snervamento

con un punto, sulla curva calcolata, avente ascissa pari a cinque volte il punto

di snervamento.

Le indicazioni date nel SEAOC Blue-Book (1998) fissano un primo punto

della bilatera in corrispondenza della formazione della metà delle cerniere

plastiche che si hanno al collasso (corrispondente allo snervamento nominale

della struttura); la bilatera si determina poi imponendo l’uguaglianza energetica

(uguaglianza delle aree sottese alla curva di push-over ed alla bilatera stessa).

88
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Come visto nei precedenti capitoli, esistono due strade per poter dare

un giudizio sulle possibili prestazioni strutturali di un edificio esistente,

cioè per valutare quale sarà il comportamento della struttura quando

soggetta ad un fenomeno sismico; è possibile, infatti, eseguire l'analisi

adottando l'approccio alle forze o agli spostamenti. Valutate capacità e

richiesta in termini di forze o di spostamenti per lo stato limite ultimo (è

a questo stato limite che, per il momento, si è interessati), si è in grado

di stabilire se l'edificio collasserà o meno.

In questo capitolo è stata svolta un'applicazione ad un edificio esistente

seguendo sia l'approccio alle forze che quello agli spostamenti, illustrati

nel primo capitolo. A titolo di esempio, e per completezza di

trattazione, è stata illustrata anche la procedura di valutazione

presentata da Fajfar-Gašperšiç (1996), denominata dagli autori Metodo

N2. In questa procedura, descritta nel seguente paragrafo ed i cui primi

passi sono direttamente riconducibili all'approccio alle forze, si tiene

conto esplicitamente del problema del degrado strutturale dovuto

all'accumularsi della fatica per cicli plastici (problema del

danneggiamento); tale fenomeno sarà considerato in una delle

applicazioni svolte nel presente capitolo.

89
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

4.1 Il metodo N2

Il metodo N2 è un metodo per la valutazione del danneggiamento che

un dato edificio, esistente o in fase di progettazione, può subire per

l’avvento del fenomeno sismico. Esso è un metodo non lineare (N) che si

avvale dell’utilizzo di due modelli matematici (2) nella schematizzazione

della struttura e del comportamento dei materiali, rispettivamente.

Poichè nella procedura, di seguito descritta, si fa uso del metodo del

push-over1, che è applicabile solo ad edifici che oscillano

essenzialmente secondo il modo fondamentale della struttura, il campo

di applicabilità del metodo N2 è limitato a tale categoria di edifici. Una

delle approssimazioni principali del metodo del push-over , infatti, è

quella di assumere una forma della deformata prefissata ed

indipendente dal tempo, e ciò è possibile farlo, senza commettere errori

grossolani, solo quando l’effetto dei modi superiori è trascurabile.

La valutazione del grado di danneggiamento per un particolare input

sismico viene effettuata grazie ad un indice di danno globale, ricavato

come media pesata degli indici di danno particolari dei vari elementi

strutturali.

1Per il concetto di analisi di push-over e le limitazioni ad essa connesse si rimanda a


quanto detto nel terzo capitolo.

90
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Gli indici di danno particolari sono rappresentati, per i vari elementi,

dal valore assunto da un funzionale di danneggiamento: gli autori

suggeriscono di adottare il funzionale di Park-Ang modificato, in cui il

termine dell’energia dissipata istereticamente è preso in toto e non

ridotto (energia isteretica totale meno l’energia dissipata - aliquota

anelastica- ed assorbita - aliquota elastica- in caso di un processo di

carico monotono fino al collasso) come proposto nell’originale modello

di Park-Ang.

Nel seguente diagramma di flusso riportato in figura 1 sono

rappresentati i passi basilari della procedura, che di seguito verrà

dettagliata.

• Il primo passo è, dunque, l’esecuzione di un’analisi statica non

lineare (push-over) del sistema MDOF soggetto ad un sistema di

forze laterali incrementate monotonicamente. Già in questa prima

fase vengono adottati i due modelli matematici precedentemente

nominati: il primo interviene nella schematizzazione della struttura

come sistema ad n gradi di libertà (ad esempio si può adottare il

modello del treno di telai); per l’esecuzione dell’analisi di push-over

della struttura è possibile l’adozione di un programma di calcolo, ad

esempio il DRAIN-2D, opportunamente modificato per adattarlo

91
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

all’analisi statica dell’edificio e nel quale le caratteristiche isteretiche

degli elementi strutturali sono espresse dal secondo modello

matematico (ad esempio un inviluppo trilineare che rappresenta le tre

parti tipiche della relazione momento - curvatura per le cerniere

plastiche poste alle estremità di travi e pilastri: la prima fino alla

prima formazione delle fessure, la seconda fino allo snervamento e

la terza post-snervamento). Il risultato più importante dell’analisi

statica è la relazione tra il taglio alla base e lo spostamento in

sommità del sistema (curva di push-over), sulla quale sono basate le

caratteristiche non lineari del sistema equivalente SDOF che si

ricaverà nel passo successivo.

92
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Passi basilari della procedura N2

Analisi statica non lineare


(push-over) del sistema MDOF

Definizione di SDOF

Analisi della risposta del SDOF


con analisi dinamica (time-history),
o tramite spettri di risposta inelastica
e valutazione della richiesta di spostamento D*

Ritorno al sistema MDOF


trasformazione di D* in Dt del MDOF
valutazione delle quantità locali (rotazioni, spost. interpiano)
con un'analisi pushover del MDOF fino a Dt

Valutazione degli indici di danno particolari

valutazione dell'indice di danno globale

Figura 1

• La trasformazione del sistema MDOF all’equivalente SDOF è

effettuata con il metodo descritto nel secondo capitolo (Fajfar-

Gašperšiç, 1996).

• E’ a questo punto possibile eseguire un’analisi dinamica (time-

history) del SDOF, eseguendo un’integrazione step-by-step

dell’equazione del moto del sistema equivalente, e ricavare , per un

assegnato input sismico, la domanda dell’oscillatore in termini di

spostamento.

93
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Una valida alternativa è costituita dall’utilizzo di opportuni spettri di

risposta in termini di accelerazione e di un parametro γ (rappresentativo

dell’energia dissipata istereticamente). Noto lo spettro di pseudo-

accelerazione elastica (fornito ad esempio dalla normativa) si ricava il

fattore adimensionale Rμ (livello di progetto) dalla relazione

m* ⋅ Ae
Rμ =
Fy*

Entrando in uno spettro di Rμ a duttilità controllata, con il valore di Rμ

trovato ed il periodo T*, si risale alla duttilità richiesta μ e da questa alla

richiesta di spostamento del SDOF:

D*=μ D*y

• Eseguendo l’analisi di push-over del MDOF, fino al valore dello

spostamento in testa Dt=D*/c, si determinano i valori delle rotazioni

ultime e dei massimi spostamenti interpiano corrispondenti a Dt.

• Si calcolano gli indici di danno particolari per i vari elementi

strutturali. L’indice di danno per ciascun elemento strutturale,

espresso in termini di rotazioni, è, secondo il modello di Park-Ang:

Θ EH
DM= +β⋅
Θu M y ⋅ Θu

94
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Θ, EH, Θu e β sono la domanda di rotazione e di energia da dissipare, la

curvatura ultima e la capacità di dissipare energia plasticamente,

rispettivamente, del singolo elemento strutturale. Indicando con μ e γ i

parametri globali di duttilità richiesta e di energia dissipata del SDOF,

l’indice di danno particolare può essere anche espresso nella forma:

Θ ⎛ 2 μ
2
Θ − Θy ⎞
DM= ⎜ 1 + βγ ⎟
Θu ⎝ μ −1 Θ ⎠

• L’indice globale di danneggiamento è la media pesata degli indici di

danno di tutti gli elementi strutturali, dove i pesi sono proporzionali

all’energia dissipata da ciascun elemento; tale energia, per il metodo

N2, è a sua volta proporzionale all’energia dissipata istereticamente

in cicli statici.

Si ha dunque:

(DM)tot= ∑
(
M yi Θ i − Θ yi ) ⋅ DM i
i ∑ M (Θ
i yi i − Θ yi )

Ciascun passo del metodo descritto può essere sostituito con procedure

alternative (Fajfar,1998)(23), cosicché è possibile adottare diverse ipotesi

nell’esecuzione dell’analisi di push-over (forma del vettore

rappresentante la deformata del sistema, forma del vettore dei carichi),

95
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

si possono seguire suggerimenti diversi per la linearizzazione della

curva di capacità (si veda quanto detto nel terzo capitolo, paragrafo

3.3.2) ed, ancora, è possibile fare un uso diverso degli spettri di

richiesta, sempre, naturalmente, con lo scopo di determinare la richiesta

in termini di forze (o di spostamenti).

4.2 Caratteristiche dell'edificio oggetto di studio

L'edificio in C.A. oggetto di studio fu progettato per soli carichi

gravitazionali e realizzato a Catania alla fine degli anni '70.

L’edificio presenta una pianta rettangolare (fig. 2) allungata con un asse

di simmetria nella direzione trasversale; lo sviluppo in elevazione è di

tre piani fuori terra e un piano seminterrato.

L'analisi statica non lineare di push-over è stata svolta su di un treno di

telai estratto fra quelli in direzione trasversale all'asse principale

dell'edificio, indicato in pianta; il vettore dei carichi orizzontali

sollecitanti il telaio è di forma a triangolo invertito lungo l’altezza; i

carichi gravitazionali sono concentrati alla testa delle colonne.

Di seguito sono riportate le caratteristiche geometriche e le proprietà

dei materiali, tratte dai disegni e progetti originali.

Le principali caratteristiche dei materiali sono riassunte in tabella 1.


Calcestruzzo

96
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Resistenza a compressione, fc 20.75 (N/mm2)


Resistenza a trazione, ft 2.0 (N/mm2)
Deformazione ultima, εo 0.005
Acciaio
Tensione di snervamento, fy 380.00 (N/mm2)
Tensione di rottura, fu 475.00 (N/mm2)
Deformazione al limite elastico, 0.18%
εy 14%
Deformazione ultima, εu
Tabella 1

Le fondazioni sono del tipo dirette a travi rovesce; la maglia dei pilastri

non risulta particolarmente irregolare con dimensioni degli stessi che

variano da un max. di 20*105 ad un min. di 20*40.

Le travi perimetrali sono emergenti con dimensioni 30*50; i solai sono

del tipo latero-cementizi.

Nell'analisi è stato utilizzato un programma di calcolo che consente di

cogliere i principali fenomeni meccanici che influenzano il

comportamento non lineare dei telai in C.A.. L’analisi statica non

lineare è svolta utilizzando un rifinito micromodello che include una

formulazione esplicita dell’aderenza e che tiene in conto gli effetti delle

non linearità distribuite e concentrate, come la diffusione della plasticità

97
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

lungo l’elemento e la rotazione rigida trave-colonna causata dalla

fessurazione.

4.3 Applicazione dell'approccio alle forze nella valutazione della


prestazione strutturale dell'edificio

Seguendo l'approccio alle forze il giudizio sul comportamento

strutturale dell'edificio è subordinato al confronto tra capacità e

richiesta in termini di forze. Vanno, dunque, determinate capacità e

richiesta globali dell’edificio in questione.

Vista l’equivalenza dinamica che è possibile istituire tra la struttura

(sistema a più gradi di libertà) ed un oscillatore semplice di massa e

rigidezza opportuna (sistema equivalente ad un sol grado di libertà -

SDOF) le cui proprietà sono ricavabili con uno dei metodi ricordati nel

secondo capitolo (cfr par. 3.3.1), è lecito effettuare il confronto

direttamente per le grandezze relative al SDOF.

Seguendo l’approccio di Fajfar-Gašperšiç (cfr. par 3.3.2) per la

determinazione del sistema equivalente SDOF (si veda tabella 2),

quindi, le grandezze da confrontare sono la capacità, pari alla forza

globale equivalente Q* (=cV) calcolata moltiplicando il taglio alla base

(del sistema MDOF) per la costante c di trasformazione utilizzata per il

98
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

passaggio dal MDOF al SDOF, e la richiesta valutata a partire da un

opportuno spettro di accelerazioni (si è adottato lo spettro relativo al

terremoto Campano-Lucano del 1980- registrazione accelerometrica di

Calitri) moltiplicando la grandezza spettrale a/g, letta sullo spettro in

corrispondenza del periodo T dell’oscillatore equivalente, per la massa

M* del sistema SDOF e per l’accelerazione di gravità g.

L’edificio sarà in grado di sopportare il sisma senza collassare se R

(richiesta) è minore o uguale di C (capacità):

(a/g)*M**g=R≤C=Q*=cV verifica soddisfatta

La capacità strutturale è valutata a partire dall'analisi statica non lineare

di push-over della struttura, eseguita su di un treno di telai estratto

dall'edificio (cfr par. 3.2) cui è applicato un vettore di carichi orizzontali

avente forma di triangolo invertito, atto a schematizzare la

distribuzione delle forze d'inerzia che si possono generare per effetto

del sisma2.

La capacità strutturale è rappresentata da quel valore del taglio alla

base in corrispondenza del quale si raggiungono gli spostamenti

massimi: se come soglia massima di spostamento si pone quella al

2 Sulla scelta del vettore di forze da adottare nell'analisi si veda quanto detto nel
secondo capitolo (cfr par. 2.3)

99
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

limite elastico si avrà che la capacità C è uguale al valore del taglio di

snervamento nominale (C=Fy); ciò corrisponde all'assegnare al modello di

oscillatore semplice equivalente alla struttura un comportamento

elastico perfettamente plastico. Qualora si volesse tenere conto anche

del fenomeno di overstrenght, cioè dell'aumento di resistenza che si ha in

campo plastico, si può valutare la capacità strutturale in corrispondenza

dello spostamento ultimo.

Nello studio fatto si sono considerate entrambe le possibilità per vedere

in che grado l'aumento della resistenza post-snervamento influenzi la

verifica; a rigore, però, visto che, la progettazione si esegue, in genere,

ipotizzando un comportamento elasto-plastico ideale, non bisognerebbe

considerare l'effetto benefico dell'overstrenght, che al più rientra come

ulteriore fattore di sicurezza dando luogo ad una maggiore

conservatività.

E' chiaro, per quanto detto, che la capacità strutturale determinabile a

seguito della modellazione del sistema MDOF con un'equivalente

SDOF, è fortemente dipendente dalle proprietà dell'oscillatore semplice

stesso, che sono funzione, a loro volta, dalla linearizzazione della curva

di push-over effettuata. Con la definizione di una bilineare a partire

dalla curva di push-over si determinano infatti (cfr par. 3.3.2) le

100
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

proprietà del sistema equivalente e quindi, in particolare, la resistenza

di snervamento ed il periodo elastico (cfr tabella 3).

350
curva di push-over
del SDOF
300
SEAOC

250
Fajfar 2

200
F* [kN]

Fajfar 1

150
Reinhorn
100

Lee
50

Moehle
0
0 0,01 0,02 0,03 0,04 0,05 0,06
D* [m]

Figura 3: Curva di push-over e bilineari adottate

Lo studio è stato fatto per sei tipi diversi di linearizzazione della curva

di push-over (fig. 3), secondo quanto suggerito da Mohle (1991),

Reinhorn, Fajfar-Gašperšiç (1996; tali autori danno due valori limite per

la rigidezza iniziale e nella trattazione che segue il modello conseguente

sarà sinteticamente indicato come Fajfar 1 e Fajfar 2), (Lee,1997) e

SEAOC (indicazioni normative del Blue Book, 1998). Richiamando

sinteticamente quanto già illustrato nel paragrafo 3.3.2 si ricorda che:

101
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

-Moehle: la rigidezza iniziale del sistema equivalente va posta pari a

quella del sistema ancora elastico (tangente all'origine della curva di

push-over);

-Reinhorn: la rigidezza iniziale si ricava a seguito dell'imposizione

dell'uguaglianza delle energie tra quelle assorbite dal sistema

equivalente e dalla struttura (uguaglianza delle aree sottese dalla

bilineare e dalla curva di push-over) la rigidezza finale restando

invariata (la seconda retta della bilineare ha lo stesso coefficiente

angolare della tangente all'ultimo tratto della curva di push-over);

-Fajfar 1: pone la rigidezza iniziale del sistema equivalente pari a quella

del sistema reale elastico;

-Fajfar 2: pone la rigidezza iniziale del sistema equivalente pari alla

metà di quella del sistema reale elastico;

-Lee: la tangente iniziale è quella relativa alla secante alla curva di push-

over per il punto in cui si forma la prima cerniera plastica;

-SEAOC: la tangente iniziale è quella relativa alla secante alla curva di

push-over per il punto in cui si sono formate il 50% delle cerniere

plastiche totali.

La capacità del SDOF equivalente è pari, per quanto detto prima, al

prodotto della costante c adottata nel cambiamento di variabili per il

102
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

passaggio dal MDOF al SDOF (si veda tabella 2) per il taglio alla base di

snervamento nominale o quello ultimo:

Q*=cV

Per quanto riguarda la richiesta essa si valuta, come detto, su un

opportuno spettro di accelerazione a duttilità controllata.

0,6
a/g

0,5 ELASTICO

0,4

0,3

0,2

0,1

0
0 0,5 1 1,5 2 2,5 3 3,5
T (sec.)

Figura 4: Calitri- spettri di accelerazione a duttilità controllata

Gli spettri di accelerazione (Calitri-1980, fig. 4) sono forniti in funzione

di a/g per vari valori della duttilità (si tratta di spettri progettuali a

duttilità controllata). Per valutare la richiesta si "entra" nello spettro

corrispondente al valore della duttilità relativa al il sistema (si ricorda

che per i diversi criteri di linearizzazione adottata si ottengono valori

dello spostamento al limite elastico, e quindi di duttilità, diversi) con il

103
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

periodo elastico di oscillazione del sistema equivalente (anche il

periodo, naturalmente, varia al variare della bilineare adottata):

evidentemente si ottengono risultati diversi dalla lettura sullo spettro

per i vari criteri di linearizzazione (fig. 5).

0,3
a/g

0,25
μ

0,2

0,15 μ=2
SEAOC

Reinhorn bil. cerniera


0,1
Fajfar 2

Fajfar 1

0,05 Moehle

0
0 0,5 1 1,5 T (sec.) 2 2,5 3 3,5

Figura 5

I passi eseguiti per valutare capacità e richiesta strutturale in uno

qualunque dei sei casi studiati, i cui risultati sono riassunti in tabella 3,

sono esemplificati nel diagramma di flusso di figura 6:

Dalla lettura della tabella 4 emergono i seguenti risultati:

i valori delle capacità e delle richieste risultanti dalle diverse

bilinearizzazioni adottate sono diversi: in particolare si osserva che la

capacità (intesa come resistenza limite allo snervamento-(a/g)y) è

104
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

maggiore nei casi in cui si assume una struttura più deformabile

(SEAOC, Fajfar 2, Reinhorn e bilin cerniera), ma al contempo si verifica

che la duttilità μ del sistema diminuisce, avendosi, di conseguenza, un

aumento della richiesta (a/g)d,prog; questi sono proprio i casi (a meno di

Fajfar 2, ma la tendenza è quella) in cui la struttura non è verificata,

avendosi che (a/g)y/(a/g)d,prog<1.

Se da un lato, quindi, lo scegliere una rigidezza iniziale maggiore (ciò

che si fa in Moehle e Fajfar 1) sembrerebbe essere a vantaggio di

sicurezza perché si colloca la struttura equivalente nel campo dei

periodi più bassi (per i quali, in genere, la richiesta è maggiore),

dall'altro va notato che si ha, contemporaneamente, un aumento di

duttilità, il che corrisponde ad una richiesta relativamente minore.

105
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Esecuzione dell'analisi di push-over


e determinazione della curva di capacità

bilinearizzazione della curva


di capacità

determinazione delle
caratteristiche del SDOF
D*y, F*y, D*u, F*u, μ=D*u/D*y
Κ ∗ e Τ∗

trasformazione della capacità (F*y o F*u)


in termini di a/g

lettura sullo spettro della richiesta


interpolando, eventualmente, fra i valori di μ
e di T, qualora non siano corrispondenti ai valori
spettrali

confronto tra richiesta e capacità


in termini di a/g

Figura 6

4.4 Applicazione dell'approccio agli spostamenti nella valutazione


della prestazione strutturale dell'edificio

Nell’approccio agli spostamenti il giudizio sulle probabili prestazioni

strutturali di un edificio a seguito dell’avvento di un fenomeno sismico

è subordinato al confronto di capacità e richiesta in termini di

spostamenti. Come nel caso dell’approccio alle forze la capacità si

ricava dalla curva di capacità costruita per l’edificio a seguito

dell’analisi di push-over svolta, mentre la richiesta si valuta a partire da

106
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

un’analisi spettrale. Esistono diversi metodi per ricavare la richiesta3,

espressa in termini di uno spostamento target (o di riferimento) per il

sistema. Nel presente studio saranno adottati sia il metodo del coefficiente

(ATC 40) che il metodo dello spettro di capacità (ATC 40).

4.4.1 Valutazione della richiesta con il metodo del coefficiente

Con questo metodo si determina lo spostamento richiesto alla struttura

a partire dallo spostamento elastico di un sistema ad un sol grado di

libertà; lo spostamento elastico, ottenuto trasformando in spostamento

la grandezza letta sullo spettro di pseudo accelerazione elastica, viene,

infatti, amplificato mediante quattro coefficienti (di qui il nome di

metodo del coefficiente) che tengono conto del fatto che a) il sistema

reale è a più gradi di libertà4, b) il sistema non resta in campo elastico

ma possiede una certa duttilità, c) sono presenti effetti di fatica per cicli

di isteresi e d) vi sono effetti del secondo ordine.

3Cfr quanto detto nel secondo capitolo


4 Si ricorda (cfr par. 3.3.1) che è possibile correlare le grandezze relative ad i sistemi
reali con quelle di un sistema equivalente ad un sol grado di libertà; a seconda di
come è effettuata la trasformazione (si vedano i criteri di equivalenza dati nel secondo
capitolo) si ottiene una diversa modellazione del MDOF con un SDOF equivalente; le
grandezze relative al SDOF sono in ogni caso minori o uguali a quelle del sistema
reale.

107
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

A differenza di quanto si è fatto seguendo l’approccio alle forze non si

calcolano le grandezze relative al SDOF equivalente al sistema in

esame, in quanto la richiesta calcolata è fornita direttamente per il

sistema a più gradi di libertà.

Per comodità, di seguito è riportata, in breve, la descrizione della

procedura che adotta il metodo del coefficiente per la determinazione

dello spostamento richiesto, già descritta nel secondo capitolo (cfr

par.2.4):

Effettuata la linearizzazione della curva di capacità con uno dei metodi

suggeriti in letteratura5, è possibile determinare la rigidezza equivalente

relativa al sistema e da questa risalire al periodo equivalente Te:

Te=Ti*(Ki/Ke)0.5

in cui

Ti= periodo elastico del sistema (risultante dall’analisi dinamica);

Ki= rigidezza elastica laterale della struttura;

Ke= rigidezza equivalente relativa al sistema.

Lo spostamento richiesto vale quindi:

δt= C0C1C2C3Sa(Te/2*π)2

108
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

dove

C0 è il fattore di amplificazione che correla lo spostamento spettrale al

probabile spostamento al tetto del sistema reale; di tale coefficiente sono

date delle stime (tabella 4) in funzione del numero di piani dell’edificio,

ma è possibile utilizzare il valore derivante dalla trasformazione in un

sistema equivalente qualora siano stati fatti studi appositi;

C1 è il coefficiente di modifica per correlare i massimi spostamenti

inelastici attesi a quelli calcolati ipotizzando un comportamento

linearmente elastico; è fornita un’espressione di C1 in funzione del

livello di progetto e del periodo critico T06, associato alla transizione

dalla zona di accelerazione costante dello spettro a quella di velocità

costante:

C1= 1.0 per Te≥T0

C1= [1.0+(R-1)*T0/Te]/R per Te<T0

C1≤2.0 per Te <0.1 sec

dove R è la richiesta inelastica di resistenza, data dal rapporto tra la

richiesta massima, cioè il valore della resistenza elasica che si avrebbe in

5Si vedano, a tal proposito, i suggerimenti dati dai vari autori (cfr par.3.3.2)
6E’ possibile utilizzare anche altre espressioni di C1, ad esempio quella proposta da
Cosenza-Manfredi (1997):
C1(=RD)≈[1+0.6*(τ)-1*(R-1)1.25]*(1/R) dove τ=T/T0 per T≤T0 e τ=1 per T>T0

109
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

corrispondenza dello spostamento target, ed il valore della resistenza

allo snervamento:

R= (Sa/g)/(Vy/W)*(1/C0)

C2 è il coefficiente che tiene conto della dissipazione di natura isteretica

C3 è il fattore che amplifica gli spostamenti per effetti del secondo

ordine.

Sa è l’accelerazione spettrale elastica (a/g) letta in corrispondenza del

periodo equivalente Te.

Numero di piani C0

1 1.0

2 1.2

3 1.3

5 1.4

10+ 1.5

Tabella 5

Nell’applicazione svolta si è considerato C2=C3=1, al fine di poter

istituire un confronto con i risultati ottenuti con il metodo alle forze, in

110
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

cui non si è tenuto conto del fenomeno del danneggiamento e degli

effetti del secondo ordine.

E’ stato considerato, inoltre, anche l’approccio di Priestley (cfr par.

3.3.1) per la determinazione delle caratteristiche del sistema: nell’ottica

dell’applicazione di un metodo agli spostamenti per la valutazione

della performance strutturale l’autore considera come rigidezza

equivalente del sistema quella secante al collasso sulla curva di push-

over.

I passi eseguiti per valutare capacità e richiesta strutturale in uno

qualunque dei sei casi studiati, i cui risultati sono riassunti in tabella 6,

sono esemplificati nel diagramma di flusso di figura 7:

111
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Esecuzione dell'analisi di push-over


e determinazione della curva di capacità

bilinearizzazione della curva


di capacità

determinazione di
Fy,Dy, K e T
derivanti dalla
bilineare adottata

lettura sullo spettro della richiesta


interpolando, eventualmente, fra i valori di μ
e di T, qualora non siano corrispondenti ai valori
spettrali

trasformazione di (a/g)d,prog,el
nello spostamento target, dividendo per ω ^2
e moltiplicando per i i coefficienti
(N.B.: C0=1/c)

confronto tra lo spostamento ultimo


e quello richiesto

Figura 7

La formula adottata per la determinazione del coefficiente C1 è quella

suggerita da Cosenza Manfredi (1997) (cfr nota 6).

Dalla lettura della tabella 6 emergono i seguenti risultati:

nei casi in cui si adotta la rigidezza iniziale pari a quella elastica

(Moehle, Fajfar 1) la verifica è soddisfatta, dato che il rapporto tra la

capacità di spostamento (si considera, in questo caso, lo spostamento al

collasso) e lo spostamento richiesto è maggiore dell’unità; negli altri

casi, invece, tale rapporto è minore di uno per cui la verifica non è

soddisfatta: ciò vuol dire che l’assumere la rigidezza maggiore per il

sistema (pari alla rigidezza del sistema elastico) è non conservativo, e

112
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

ciò era da aspettarsi visto che gli spostamenti crescono all’aumentare

del periodo e quindi al diminuire della rigidezza. L’approccio in

assoluto più conservativo è quello di Priesley, per il quale il periodo

proprio equivalente di oscillazione della struttura (TPriestley= 1.65 sec) è

maggiore rispetto a quello degli altri casi; in questo caso la richiesta di

spostamento è quasi il doppio rispetto a quella disponibile avendosi un

rapporto Du/δt≈0.54. Per il particolare accelerogramma in questione, fra

l’altro, tale periodo è superiore a quello (T2= 1.475 sec) che delimita la

zona dello spettro ad egual velocità da quella ad egual spostamenti e

quindi non si beneficia neanche di un’eventuale riduzione della

richiesta avendosi, infatti, che δt≈12cm.

4.4.2 Valutazione della richiesta con il metodo dello spettro di

capacità

Tale metodo (cfr par 2.3) consente di determinare la richiesta di

spostamento con un processo iterativo. Il punto rappresentante la

performance strutturale si trova all’intersezione tra lo spettro di

capacità7 e lo spettro ADRS8 opportunamente ridotto a partire da quello

7 Per la definizione di spettro di capacità si rimanda a quanto detto nel paragrafo 2.3

113
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

elastico. La riduzione viene applicata per tener conto dello

smorzamento di natura viscosa e di quello di natura isteretica. In

pratica, la riduzione delle coordinate spettrali si applica solo alle zone

dello spettro ADRS ad egual accelerazione ed ad egual velocità; alla

zona spettrale ad egual spostamento9, invece, non va applicata alcuna

riduzione perché in tale fascia si ha, come il nome stesso dice, che gli

spostamenti tendono a diventare costanti.

Nel particolare caso non è stato necessario applicare la procedura

iterativa; già dall’osservazione dello spettro di capacità (fig. 8), cioè

della curva di push-over riportata nello spettro ADRS, infatti, si evince

che perché si possa determinare un’intersezione ci vorrebbe una

riduzione notevole dello spettro elastico. Anche applicando la massima

riduzione concessa dalla normativa (ATC 40) per edifici esistenti e sismi

di lunga durata (tipologia di edifici C), che prevede un coefficiente

riduttivo per la zona ad accelerazione costante pari a 0.56 ed uno per la

8 Si fa uso di uno spettro in cui in ascisse è riportato lo spostamento ed in ordinate


l’accelerazione spettrale, lo spettro ADRS (acceleration displacement response
spectrum); in tal modo le rette uscenti dall’origine sono caratterizzate dall’avere
periodo costante.
9 In ogni spettro è possibile distinguere tre zone (o almeno due, se la durata del sisma

è breve)
denominate ad egual accelerazione, ad egual velocità ed ad egual spostamento; esse
sono caratterizzate, appunto, dall’avere al loro interno le caratteristiche accelerazione,
velocità e spostamento costanti (o tendenti ad esserlo) e sono delimitate da due valori

114
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

zona a velocità costante pari a 0.67, del resto, non si verifica

un’intersezione; ciò vuol dire che la struttura non è senz’altro verificata.

0,6

T1
Sa (a/g)

0,5 tangente
all'origine

0,4

0,3

T2

0,2

0,1

0
0 1 2 3 4 5 Sd (pollici) 6

ADRS elastico spettro capacità tang. all'origine max riduzione consentita T2 T1

Figura 8

Volendo determinare comunque la richiesta per poter fare un paragone

con il metodo del coefficiente, bisognerebbe prolungare lo spettro di

capacità fino all’intersezione con lo spettro di richiesta (fig.9): il risultato

(4.27) va confrontato con la richiesta di spostamento ricavata secondo

l’approccio di Priestley; solo in questo caso, infatti, la richiesta è

caratteristici del periodo, che variano per ogni spettro. Per lo spettro di Calitri si ha:
T1=0.7 sec; T2= 1.475 sec.

115
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

valutata in corrispondenza del periodo secante al collasso, cioè

corrispondente all’effettivo stato del sistema immediatamente

precedente il collasso, ciò che viene fatto sistematicamente, invece, nel

metodo dello spettro di capacità.

0,6
Sa (a/g)

T1
0,5
tangente
all'origine

0,4

0,3

T2

0,2

0,1

0
0 1 2 3 4 5 Sd (pollici) 6

ADRS elastico tang. all'origine max riduzione consentita T2 T1 sp.cap. modificato

Figura 9

Si vede che la richiesta corrisponde a 4.27*2.54/0.844≈12.8 cm, mentre

adottando il metodo del coefficiente con l’approccio di Priestley si

aveva una richiesta di circa 12.2 cm.

116
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Nella seguente tabella 7 sono riassunti i risultati finora ottenuti con

l’approccio alle forze ed i due metodi adottati per l’approccio agli

spostamenti, considerando il metodo della cerniera e quello di Priestley:

Approccio Approccio Approccio


Approccio spostamenti spostamenti spostamenti
forze* (met. coeff.) (met. coeff.) (CSM)
cerniera Priestley Priestley

(a/g)y 0.1019 - - -
(a/g)u 0.1216 - - -
Dy 0.0172 - -
Du 0.0555 0.0658 0.0658 0.0658
(a/g)rich 0.104 0.323 0.19 -
(a/g)y/(a/g) 0.9799 - - -
rich

(a/g)u/(a/g) 1.1696 - - -
rich

δt - 0.0790 0.1221 0.128


Du/δt - 0.8331 0.5392 0.514
*Si ricorda che le grandezze relative all’approccio alle forze sono relative al
SDOF
Tabella 7

4.5 Applicazione dell’approccio alle forze tenendo conto del


fenomeno del danneggiamento

117
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

L’utilizzo degli spettri di risposta a duttilità controllata consente di

stimare quale sarà la massima richiesta in termini di accelerazioni o di

spostamenti, ma non di tenere conto del potenziale danneggiamento

connesso al particolare sisma in questione. Essendo il sisma un

fenomeno ciclico si avrà, infatti, un certo degrado delle proprietà di

rigidezza e resistenza della struttura connesso al ripetersi dei cicli

plastici. Per stimare esattamente quale grado di danno è causato dal

sisma bisognerebbe conoscere il numero di cicli plastici e la

distribuzione statistica delle loro ampiezze.

Un approccio semplificato per tener conto della fatica ciclica è quello

che utilizza il concetto di duttilità equivalente (Cosenza-Manfredi, 1997),

che è un valore della duttilità monotòna ridotto in base al contenuto

energetico del sisma. I normali spettri elastici vengono scalati in base a

tale duttilità equivalente, ottenendosi, così, degli spettri ad egual

dissipazione isteretica.

E’ stato applicato il metodo della duttilità equivalente nell’ambito

dell’approccio alle forze per la valutazione del comportamento sismico

dell’edificio di Catania oggetto di studio; in particolare è stato utilizzato

il secondo criterio di Fajfar (Fajfar 2) come esempio di bilineare

costruita sulla curva di push-over. L’applicazione è stata svolta per tre

118
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

diversi valori del parametro β di Park e Ang (β=0.05; β=0.15; β=0.25) e si

sono ottenuti i risultati riportati in tabella 8.

Si osserva (tab. 8) che la verifica non è soddisfatta (si ha infatti una

richiesta molto maggiore) mentre lo è nel caso in cui non si considera

l’effetto del danneggiamento.

4.6 Conclusioni

Si è visto10 che per poter condurre un’analisi non lineare approssimata11

di una struttura, al fine di valutare le prestazioni che da essa ci si può

attendere a seguito dell’avvento di un fenomeno sismico, è spesso

necessario effettuarne una schematizzazione, a mezzo di un sistema

equivalente che ne rappresenti alcune proprietà. Come già evidenziato

nell’introduzione al presente lavoro, infatti, un tipo di analisi statica

non lineare quale l’analisi di push-over, richiede la modellazione del

sistema MDOF con un equivalente oscillatore semplice SDOF.

L’implementazione del modello, necessaria per poter correttamente

interpretare i risultati dell’analisi di push-over, peraltro, può essere

ottenuta in vari modi.

10 Cfr capitolo 3

119
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Le diverse alternative suggerite per definire il sistema equivalente

SDOF, e quindi per determinare in modo univoco le sue proprietà

(spostamento allo snervamento, resistenza di snervamento, rigidezza

iniziale, spostamento ultimo, resistenza ultima, energia dissipabile ecc.)

sono improntate su diverse esigenze di modellazione, scaturite, talune,

dalla finalità di adoperare un approccio alle forze nella valutazione

delle prestazioni strutturali, altre da quella di prevedere le prestazioni

seguendo un approccio agli spostamenti. E’ chiaro che lo schematizzare

il sistema reale con un oscillatore semplice che abbia la rigidezza

iniziale pari a quella elastica del sistema a più gradi di libertà (ciò che si

fa, in genere, in un approccio alle forze) è ben altra cosa rispetto a

modellarlo con una rigidezza iniziale minore, pari a quella

corrispondente alla secante al punto di snervamento nominale, od

ancora ad una certa aliquota prefissata di quella elastica12.

Nel presente capitolo è stata svolta un’applicazione delle procedure di

valutazione delle prestazioni di un edificio esistente basate sugli

approcci alle forze ed agli spostamenti. Nelle analisi si è posta

particolare attenzione alla sensibilità che il modello di sistema

11 Senza, cioè, svolgere un’analisi rigorosa quale quella di time-history, che prevede
l’integrazione numerica, al passo, dell’equazione del moto del sistema MDOF.

120
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

equivalente presenta al variare della linearizzazione della curva di

push-over.

Come prevedibile, i risultati ottenuti per le diverse linearizzazioni della

curva di push-over costruita per il sistema a più gradi di libertà,

necessarie ad individuare le caratteristiche del sistema equivalente

(SDOF) ad un sol grado di libertà, sono diversi, variando

essenzialmente in funzione di due parametri caratterizzanti il SDOF: il

periodo di oscillazione T (o, ciò che è lo stesso, la rigidezza equivalente)

e la duttilità μ.

Si osserva che in un approccio alle forze, in cui presumibilmente

l’imporre una rigidezza equivalente maggiore dovrebbe andare a

vantaggio di sicurezza (in quanto, in tal modo, si abbassa il periodo T

della struttura e la si “porta” nel campo delle richieste maggiori in

termini di accelerazioni), la duttilità gioca un ruolo altrettanto

importante. Mentre, da un lato, infatti, la richiesta tende ad aumentare

all’abbassarsi del periodo, dall’altro, aumentando la duttilità

disponibile, la richiesta stessa tende a diminuire. Nel caso particolare

degli spettri a duttilità controllata di Calitri, l’effetto combinato dei due

12Si vedano, a tal proposito, i suggerimenti dati dai vari autori, per la linearizzazione
della curva di push-over con una bilineare equivalente.

121
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

fenomeni porta ad avere una richiesta minore nel caso di rigidezza

equivalente maggiore (bilineare di Moehle e di Fajfar 1), visto che la

duttilità disponibile risulta, in questi casi, molto elevata (valori intorno

a 9÷10).

Anche nell’approccio agli spostamenti risulta che la schematizzazione

meno conservativa è quella che prevede la linearizzazione della curva

di push-over con una rigidezza iniziale maggiore.

L’abbassare il valore della rigidezza equivalente, di contro, porta la

struttura nel campo dei periodi più alti, campo in cui la richiesta in

termini di spostamenti tende ad aumentare. Per gli spettri in termini di

spostamento, inoltre, la duttilità gioca un ruolo meno importante,

almeno in quella zona degli spettri cosiddetta ad egual spostamento, in

cui, cioè, la variazione di richiesta al variare della duttilità, è

trascurabile.

Non si ha la pretesa, nel presente lavoro, di poter dare un giudizio su

quale sia la strada migliore per poter individuare le proprietà del

sistema equivalente.

Ci si limita ad osservare, e rimarcare, l’importanza che tale

schematizzazione ha nell’interpretazione dei risultati di un’analisi

statica non lineare di push-over.

122
4 Analisi di un edificio di Catania costruito alla fine degli
anni '70

Nell’applicazione svolta, in cui si sono considerate 6 diverse possibilità

per effettuare la linearizzazione della curva di capacità, si hanno, infatti,

risultati tali che in taluni casi la verifica è soddisfatta con un ampio

margine di sicurezza, in altri la verifica non è soddisfatta, avendosi,

addirittura, una richiesta pari circa al doppio della disponibilità.

123
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