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Fichte.

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Biblioteca Universale Laterza


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2003, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione 2003


Seconda edizione 2005

Traduzione di Gaetano Rametta


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Johann Gottlieb Fichte

Discorsi
alla nazione
tedesca
a cura di Gaetano Rametta

Editori Laterza
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Propriet letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel giugno 2005


Poligrafico Dehoniano -
Stabilimento di Bari
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-6990-3
ISBN 88-420-6990-6

vietata la riproduzione, anche


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ai danni della cultura.
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Introduzione
di Gaetano Rametta

a Lia,
che sa il perch

Fichte tenne i Discorsi alla nazione tedesca nellanfiteatro dellAcca-


demia delle scienze di Berlino, ogni domenica a partire dal 13 di-
cembre 1807, e cos sino al 20 marzo 18081. Il pubblico era costi-
tuito da una numerosa assemblea di signori e signore della societ
colta berlinese, mentre per via epistolare il filosofo manteneva i rap-
porti con personalit del governo prussiano, allora in esilio a Me-
mel, nellestremo nord della Prussia orientale. Le condizioni in cui
si svolgevano gli incontri ci vengono riferite dalle memorie di alcu-
ni partecipanti, che sottolineano lo straordinario coraggio di cui
Fichte aveva dato prova nel sostenere in conferenze pubbliche la ne-
cessit di una rigenerazione spirituale della Germania, come condi-

1 In attesa della nuova edizione critica, le Reden an die deutsche Nation ver-

ranno citate secondo il testo della prima edizione berlinese del 1808, riprodot-
to nelledizione a cura di R. Lauth per la Philosophische Bibliothek delledi-
tore Meiner, Hamburg 1978 [dora in avanti R]. Su questultimo testo stata
condotta la presente traduzione italiana; i riferimenti a questultima sono pre-
ceduti dallindicazione del discorso in numero romano, seguito dallindicazione
in numero arabo della pagina. Nel panorama delle versioni gi esistenti, oltre al-
le meritorie ma invecchiate traduzioni di E. Burich (Milano-Palermo 1915, rist.
1927 e 1937) e di B. Allason (Torino 1939, quinta rist. 1972), da confrontare la
bella traduzione francese di A. Renaut, Discours la nation allemande, Impri-
merie nationale ditions 1992.
Nella presente traduzione, tra parentesi quadre sono indicate le pagine cor-
rispondenti nelledizione dei Fichtes Werke, a cura di I.H. Fichte, de Gruyter,
Berlin 1971, vol. VII, pp. 257-502. Le note contrassegnate da asterisco sono di
Fichte; quelle in numero arabo sono mie.

V
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zione per la liberazione e il riscatto dalla dominazione straniera2. Le


truppe di occupazione francesi sfilavano sotto le finestre della sala
in cui le conferenze si svolgevano, e i suoni delle fanfare militari si
sovrapponevano alle parole delloratore; non soltanto in sala erano
presenti informatori francesi, ma persino il censore prussiano assi-
steva personalmente alle riunioni. Era ancora vivo il ricordo della
fucilazione cui era stato sottoposto il libraio Palm, per aver pubbli-
cato un opuscolo di propaganda anti-francese. Il rischio era dunque
effettivo, anche se del contingente francese facevano parte, con po-
sizioni di responsabilit, alcuni ex allievi del filosofo3.
Ma che cosa aveva portato la situazione a questo punto? lo
stesso Fichte, nel Primo discorso, a presentarci la sua diagnosi.
Riallacciandosi esplicitamente alle lezioni sui Tratti fondamentali
dellepoca presente che aveva tenuto a Berlino alcuni anni prima
(1804/05), egli sottolinea che i Discorsi vanno intesi come la con-
tinuazione di quelle. Come noto, nei Tratti fondamentali Fichte
aveva contrassegnato lepoca presente come quella della com-
piuta peccaminosit, intendendo con ci indicare la prevalenza
di un atteggiamento intellettualistico, volto al perseguimento del-
lutilit e del vantaggio immediati nella vita terrena4. Tale atteg-
giamento era il frutto della critica illuministica alle religioni posi-
tive e della conseguente assolutizzazione della conoscenza scien-
tifica, nel senso matematico-quantitativo delle moderne scienze
della natura. Si era diffuso dalla Francia alla Germania, ma
legoismo immanentistico di cui esso era promotore si era in-
nestato qui su una situazione politica gi di per s frammentata e

2 Si confronti in particolare la testimonianza di Varnhagen von Ense, ripor-

tata in J.G. Fichte im Gesprch, vol. 4 [dora in avanti FG], a cura di E. Fuchs,
Stuttgart-Bad Cannstatt 1987, pp. 72-74.
3
A questa circostanza, oltre che al crescente isolamento in cui Fichte si sarebbe
trovato a causa dellostilit di Schleiermacher e dei romantici di Berlino, X. Lon ri-
conduce il fatto che il filosofo patriota non sia stato oggetto di rappresaglie da par-
te degli occupanti (cfr. Fichte et son temps, t. II, Fichte Berlin (1799-1813), parte
2: La lutte pour laffranchissement national (1806-1813), Paris 1927, pp. 122-124).
4 Cfr. J.G. Fichte, Grundzge des gegenwrtigen Zeitalters [dora in avanti

GZ], in Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften [dora in


avanti GA], a cura di R. Lauth, H. Jacob e H. Gliwitzky, Stuttgart-Bad Cann-
statt 1962 sgg., vol. I, 8, pp. 206 sg.; trad. it. I tratti fondamentali dellepoca pre-
sente, a cura di A. Carrano, coll. Fichtiana, Milano 1999, pp. 97 sg. Sulla con-
cezione della storia, cfr. W. Metz, Die Weltgeschichte beim spten Fichte,
Fichte-Studien, n. 1 (1990), pp. 121-131.

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ricca di spinte centrifughe. Allinterno di questo quadro, si collo-


ca latteggiamento dei diversi Stati tedeschi, e pi in generale dei
ceti territoriali e dei singoli cittadini, di fronte alle guerre rivolu-
zionarie prima, e a quelle di Napoleone poi.
Fichte cerca di adottare un linguaggio che, sulla scorta di Leo
Strauss, potremmo definire reticente. In parte per prevenire gli
interventi della censura, in parte perch costretto esplicitamente
da questultima a modificare termini ed espressioni, egli impiega
in molti casi parole quanto pi possibile generiche, che non sem-
pre rendono agevole per un lettore del nostro tempo identifi-
care i bersagli concreti della sua polemica con la stessa facilit con
cui venivano identificati dagli uditori e dai censori dellepoca. Co-
s avviene per luso dellavverbio irgendwo, da qualche parte,
nel Primo discorso, quando si tratta di collocare nello spazio il
luogo in cui legoismo andato completamente distrutto5; cos
avviene per limpiego del termine estero, con cui di solito (ma
non sempre) si intende, in concreto, la Francia.

5
L dove oggi, in modo allusivo e indeterminato, si trova il corpo comu-
ne, originariamente cera, in modo concreto e chiaro, lo Stato; l dove oggi
vengono accusati di debolezza i governi, originariamente laccusa era rivolta
contro il governo. L dove oggi laggiunta da qualche parte rende incerto qua-
le Stato sia inteso, originariamente si diceva, con diretto riferimento a un singo-
lo Stato: perch si sono strappati questi legami, dunque, che lo Stato anda-
to distrutto. Se certo che questa proposizione si riferisce a Jena e Auerstdt
con le loro disastrose conseguenze, allora chiaro anche quali sono i rimprove-
ri che pi sopra vengono mossi contro un simile governo. La trascuratezza di
tutti i legami mediante i quali la propria sicurezza collegata alla sicurezza di al-
tri Stati: il ritiro della Prussia dalla Prima coalizione, il suo rifiuto di entrare
nella Seconda e nella Terza coalizione. Il rifiuto dellintero di cui esso parte
solo per non essere distolto dalla sua quiete inerte: il sacrificio dellimpero da
parte della Prussia (cfr. M. Lehmann, Fichtes Reden an die deutsche Nation vor
der preuischen Zensur, Preuische Jahrbcher, Bd. 82 (1895), pp. 503 sg.; cit.
in FG, p. 122. Il brano in questione infra, pp. 10-13). Fichte aveva deciso di
stampare separatamente i singoli discorsi mano a mano che venivano pronun-
ciati, per raccoglierli quindi in volume. Particolari difficolt con la censura eb-
bero lOttavo discorso, che per alla fine ricevette limprimatur; il Tredicesimo,
che and addirittura smarrito, e che Fichte dovette completamente riscrivere; e
il Quattordicesimo, per la cui approvazione Fichte dovette rivolgersi diretta-
mente al primo ministro von Stein. Il Primo discorso, invece, rest bloccato, e
venne pubblicato in volume con le modifiche di cui si appena detto.
Sulle travagliate vicende tra Fichte e la censura in rapporto alle Reden, ab-
biamo potuto consultare anche il prezioso saggio (inedito) di E. Fuchs, Fichtes

VII
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La distruzione dellegoismo indica dunque la distruzione del-


limpero tedesco e, ancora pi concretamente, la disfatta subita dal-
le truppe prussiane nella battaglia di Jena e di Auerstdt. Essa vi-
sta da Fichte come lesito conseguente del comportamento incerto
e oscillante della Prussia, che aveva abbandonato al loro destino i di-
versi Stati tedeschi con cui formava ununica compagine, per salva-
guardare la propria sicurezza e ottenere magari qualche vantaggio
territoriale (come lacquisizione dellHannover a seguito del Tratta-
to di Schnbrunn del 15 dicembre 1805, successivo alla disfatta au-
striaca nella battaglia di Austerlitz del 2 dicembre dello stesso anno).
Linadeguatezza della politica prussiana si sarebbe manifestata di l
a qualche mese, quando Napoleone avrebbe fatto pagare a caro
prezzo lalleanza coi vincitori, imponendo alla Prussia di chiudere al
commercio inglese i propri porti (Trattato di Parigi, 15 febbraio
1806), e al tempo stesso costringendo limperatore asburgico Fran-
cesco II a dichiarare decaduto il Sacro romano impero germanico
(26 agosto 1806). Tale decisione era stata preceduta dalla fondazio-
ne della Confederazione del Reno (12 giugno 1806), che raccoglie-
va in ununica compagine politica i territori tedeschi alleati dei fran-
cesi. Cos, la Prussia venne a trovarsi isolata di fronte allalleato
francese, e quando sembr che perfino lHannover sarebbe stato re-
stituito allInghilterra, la decisione di mobilitare lesercito e muove-
re guerra alla Francia giunse come un atto ormai tardivo e senza ef-
ficacia: la battaglia di Jena e di Auerstdt (14 ottobre 1806) forn la
testimonianza che la dissoluzione dellimpero cui la Prussia stessa
aveva contribuito col suo atteggiamento, basato solo sul calcolo me-
schino di qualche vantaggio temporaneo e sul mantenimento della
propria sicurezza si era trasferita allinterno della Prussia6.
Per Fichte, lidea di restare in una Berlino che era in procinto
di essere occupata dal vincitore (Napoleone vi entrer il 27 otto-
bre) diventa insopportabile. Alla notizia della sconfitta prussiana,
egli perci fugge dalla citt, e raggiunge la corte a Knigsberg.
Nella citt di Kant, oltre a pubblicare il saggio su Machiavelli che
attirer lattenzione del giovane Clausewitz, Fichte tiene un corso
di dottrina della scienza nella locale universit. Come vedremo, le

Reden an die deutsche Nation und die Zensur, cui vanno i nostri pi vivi rin-
graziamenti.
6
Cfr. R, pp. 17 sg.; I, pp. 10-12.

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riflessioni condotte in queste lezioni costituiscono lo sfondo indi-


spensabile per intendere adeguatamente le considerazioni di ca-
rattere teoretico contenute in particolare nel Settimo discorso. A
ogni modo, anche la capitale dellantica Prussia orientale costi-
tuisce un riparo solo temporaneo: lapertura delle ostilit contro
la Russia dello zar Alessandro, culminate nella vittoria napoleoni-
ca della battaglia di Friedland (13 giugno 1807), spinge Fichte
nuovamente alla fuga e al rientro a Berlino (agosto 1807), dopo
che lumiliazione della Prussia si era estesa, dal terreno militare, a
quello politico-diplomatico (pace di Tilsit, luglio 1807). Nella ca-
pitale prussiana, ancora priva del governo che a seguito delloc-
cupazione di Knigsberg da parte dei francesi si era ritirato a Me-
mel, Fichte trova il clima politico e spirituale per reagire al quale
decide di pronunciare le sue Reden an die deutsche Nation.
Ma allora, se tale la situazione concreta allinterno della qua-
le intendono intervenire i Discorsi, evidente che la continuit
con le lezioni sui Tratti fondamentali dellepoca presente andr in-
tesa in modo tuttaltro che lineare. Ci che con la disfatta della
Prussia andato distrutto, infatti, non un semplice assetto poli-
tico, bens il principio stesso del periodo che costituiva let
presente allepoca dei Grundzge. La battaglia di Jena e le sue
conseguenze producono una rottura epocale, e i Discorsi inten-
dono porsi allaltezza di questa rottura7. A partire dalla sottomis-
sione nei confronti di una violenza esteriore quale quella eser-
citata dai francesi, lunica possibilit per una via duscita costi-
tuita dalla formazione di un nuovo mondo. La transizione tra la
vecchia e la nuova epoca, tra let dellegoismo dominante con-
traddistinta da un Illuminismo che ha emancipato la ragione dal-
lobbedienza ad autorit estranee, ma che daltra parte lha ridot-
ta a intelletto sensibile e calcolante e let nuova, in cui la ra-
gione dovr estendere la chiarezza guadagnata attraverso il lavo-
ro dellintelletto alla dimensione propriamente spirituale del so-
prasensibile, pu essere agita dal pensiero, e non meramente
subita, solo a partire dalla presa di coscienza che la crisi che inve-
ste la Germania una crisi irreversibile sotto il profilo temporale,

7
R, p. 11; I, pp. 5-6.

IX
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e il cui significato va ben al di l dei confini tedeschi, investendo


lEuropa nel suo complesso8.
I Discorsi sono lespressione di questa presa di coscienza, e
proprio perci rappresentano un unicum nella produzione filo-
sofica di Fichte. In questi anni, lattivit del filosofo si era anda-
ta svolgendo secondo due linee coerenti dal punto di vista della
concezione di fondo, ma distinte sotto il profilo dellarticolazio-
ne sistematica. Da una parte, abbiamo una sequenza impressio-
nante di esposizioni di dottrina della scienza (la prima della fase
berlinese, nel 1801/02; un breve corso nel 1803; addirittura tre
cicli nel 1804; le lezioni di Erlangen nel 1805; il corso di Knig-
sberg nel 1807); dallaltra, una serie di conferenze a carattere
popolare, che comprendono le lezioni sullessenza del dot-
to, sui caratteri fondamentali dellepoca presente, e sullavvia-
mento alla vita beata (tutti e tre questi corsi verranno pubbli-
cati a Berlino nel 1806). Dove si collocano le Reden? Esse non
costituiscono, palesemente, una esposizione di dottrina della
scienza; la loro finalit non di tipo speculativo, ma immediata-
mente pratico, operativo. Daltra parte, esse non sono neppure
filosofia popolare, anche se di questultima possiedono la ca-
ratteristica di rivolgersi a un pubblico di non specialisti, e quin-
di di adottare un linguaggio per quanto possibile non tecnico e
dimmediata comprensibilit9.
La filosofia popolare espone le concezioni che contraddistin-
guono la dottrina della scienza, ma non le dimostra in senso rigo-
roso; mostra come vanno intesi i rapporti tra lAssoluto e il mon-
do dei fenomeni, qual la funzione della coscienza allinterno di
questi nessi; spiega quali siano le destinazioni delluomo, del dot-
to; quali siano le articolazioni di fondo della storia, la direzione di
marcia delle diverse epoche: ma non dimostra tutto ci in senso
propriamente genetico, non riconduce il tutto alle proprie con-
dizioni di possibilit trascendentali, non mostra le stratificazioni
ontologiche, il carattere universale e necessario dei diversi li-
velli di essere e di presa di coscienza che lo costituiscono. Nono-

8
R, pp. 209-214; XIII, pp. 187-190.
9
Sul concetto fichtiano di filosofia popolare, cfr. H. Traub, Johann Gott-
lieb Fichtes Populrphilosophie, Stuttgart-Bad Cannstatt 1992.

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stante i suoi limiti epistemologici, la filosofia popolare resta co-


munque filosofia. Anche se immediatamente volta a interveni-
re nella vita degli uomini, tuttavia essa non oltrepassa il piano di
una scissione tra il filosofo e il suo pubblico, resta una prestazio-
ne della teoria, che rivolta a una prassi ma non coincide an-
cora con questa stessa prassi.
Le Reden intendono, invece, essere immediatamente prassi,
immediatamente azione. Anchesse sono senzaltro filosofia, ma
lo spazio in cui tale filosofia si dispone non pi quello della teo-
ria, ma quello di una pratica e di un esercizio. In questo, le Reden
si allacciano al nucleo pi profondo della dottrina della scienza,
che ha sempre inteso il pensiero come esercizio di libert, e quin-
di come modalit intimamente pratica di esercizio della teoria. Ma
proprio il piano su cui si dispone tale praticit del filosofare che
con le Reden cambia bruscamente. Non pi dellintima praticit
di un pensiero che si tratta, il punto di partenza dellesposizione
non pi la spontaneit del soggetto pensante che coglie se stes-
so. linstaurazione, la fondazione inaugurale di una nuova co-
munit di parola e di ascolto, ci che qui in gioco innanzitutto.
E la costituzione di tale comunit di parola e di ascolto ci che
va inteso come significato primario dellidea di nazione. Solo se
riusciranno a fondare tale comunit, solo se riusciranno a creare
a se stessi le condizioni del proprio ascolto, tali Discorsi potranno
dire di essere stati effettivamente tali.
Certo, anche questo un tratto caratteristico di tutto il pen-
siero di Fichte, della dottrina della scienza cos come della filoso-
fia popolare. Ma qui importante insistere su uninversione, su un
rovesciamento che al tempo stesso segno di una dislocazione, di
uno spostamento di fondo; qui il dire che assume preminenza
sul pensare; o meglio, poich evidentemente un dire senza pen-
siero non sarebbe un dire: il pensiero tutto esercitato e pratica-
to come parola che si rivolge a un ascolto, come un dire che nel-
latto di pronunciarsi evoca e con ci stesso fa emergere la comu-
nit di coloro che sono in grado di accoglierlo e di comprenderlo
e, con ci stesso, di giustificarlo e di confermarlo. Non c pi n
pu pi esserci scissione tra piano del pensato e piano del detto:
la riflessione immediatamente linguaggio, e il linguaggio diven-
ta atto costituente, istituzione di comunit; il discorso non pi
mera trasmissione di contenuti, ma non pi nemmeno semplice

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comunicazione tra intelligenze diverse. Assieme a tutto ci, esso


possiede valenza eminentemente performativa: momento di
evocazione e di appello verso una comunit ancora assente, ma in
pari tempo lanticipazione nel presente della comunit di l da
venire, e perci rappresenta in modo paradossale la conferma di
una fondazione gi avvenuta.
Cos i Discorsi cadono al di fuori della ripartizione tra dottri-
na della scienza e filosofia popolare, e manifestano una volta di
pi la pregnanza della categoria fichtiana dello Schweben, di
quel librarsi oscillatorio tra ragione e intelletto che, nella Grund-
lage del 1794/95, costituiva lattivit dellimmaginazione pro-
duttiva, e che ora i Discorsi sembrano incorporare nel momento
in cui oscillano tra dottrina della scienza e filosofia popolare,
senza poter essere catturati allinterno di nessuna di queste due,
pur presentando aspetti di entrambe. Ma sarebbe pi che fuor-
viante intendere tali rapporti alla maniera hegeliana di una
Aufhebung, di un inglobamento-superamento. Perch tale li-
brarsi dei Discorsi ne segnala in pari tempo leccedenza, lecce-
zionalit rispetto a entrambe: e questa eccezionalit, questa ec-
cedenza costituita dal fatto che il pensiero qui immediata-
mente dire, che la praticit del pensiero qui immediatamente
atto di parola, anzi addirittura rivendicazione, da parte di colui
che parla, del proprio incondizionato diritto a farlo, non in virt
del fatto che egli sia qualificato da qualcosa di diverso rispetto a
ciascun altro, ma per il semplice fatto di essere stato il primo ad
averlo fatto10. Dallatto del dire, al suo carattere di fatto; dal suo
carattere di fatto, allautogiustificazione dellatto in quanto tale:

10
Qualcuno tra voi potrebbe venir fuori e chiedermi: che cosa d proprio
a te, unico tra tutti gli uomini e gli scrittori tedeschi, il mandato, la vocazione e
il privilegio di riunirci e di scagliarti contro di noi? Non avrebbe ciascuno tra le
migliaia degli scrittori tedeschi lo stesso diritto che hai tu, ma nessuno di loro lo
fa, bens solo tu salti fuori? Io rispondo, che ciascuno avrebbe avuto senzaltro
lo stesso diritto che ho io, e che io lo faccio proprio perch nessuno di loro lo
ha fatto prima di me; e che io avrei taciuto, se un altro lo avesse fatto in prece-
denza. Questo era il primo passo verso la meta di un completo miglioramento;
qualcuno doveva farlo. Io sono stato il primo che lo ha capito in modo vivo; per-
ci sono stato io che lho fatto per primo. Dopo questo, qualsiasi altro passo sar
il secondo; adesso tutti hanno lo stesso diritto di farlo; ma, ancora una volta, a
farlo davvero sar soltanto un singolo. Uno deve sempre essere il primo, e chi
pu esserlo, lo sia! (R, pp. 231-232; XIV, p. 206).

XII
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un movimento che ricorda senzaltro quello dellatto-fatto


proprio della Tat-Handlung presente nella Grundlage. Ma qui,
come si vede, non siamo pi sul piano dellIo che pone se stes-
so come principio primo della scienza, bens allinterno di un
esercizio di parola, in cui colui che parla si pone innanzitutto co-
me parlante, e ancor pi: come colui che rivolge la parola e, nel
rivolgere la parola, instaura per anticipazione la comunit cui la
parola stessa si rivolge.
Fichte insiste, nel Primo discorso, sul fatto che egli si rivolge a
tedeschi semplicemente, a tedeschi senza alcuna distinzione di
ceto, di et, di sesso e di censo. Daltra parte, poco dopo, egli pre-
cisa che il suo appello si rivolge anzitutto alla parte colta dellin-
tera nazione tedesca. Si tratta di una contraddizione solo appa-
rente. Come chiarir in seguito, Fichte ritiene con ci di produr-
re uninnovazione rispetto allandamento della storia tedesca fino
a quel momento. Infatti, nel corso della storia tedesca, tutte le
spinte innovative erano partite dal popolo, e i ceti colti si erano
limitati ad assumerle, a metterle in forma, e a ripresentare al po-
polo le elaborazioni e le proposte che ne erano risultate. Ora in-
vece, per la prima e lultima volta, ai ceti colti che spetta lini-
ziativa11: a coloro che vengono raggiunti dalla parola di colui che
parla, nel presente immediato dellanfiteatro dellAccademia; a
coloro che verranno raggiunti dai discorsi stampati di volta in vol-
ta, e quindi raccolti in libro, nel seguito.
Non occorre soffermarsi qui sullinfluenza effettiva che i Di-
scorsi ebbero su alcune tra le pi importanti personalit del mon-
do politico e culturale prussiano dellepoca, e su come essi con-
tribuirono a formare il clima intellettuale e politico precedente e
successivo alle guerre di liberazione12. A parte alcune esaspera-
zioni legate allottica particolare della fonte, gli atti su Fichte
della commissione centrale dinchiesta istituita dopo i deliberati

11 Cfr. R, pp. 25-26; I, p. 18.


12 Su questi aspetti, si confronti il recente e pregevole lavoro di H.-J. Becker,
Fichtes Idee der Nation und das Judentum, Fichte-Studien Supplementa, Am-
sterdam-Atlanta 2000. Sul rapporto tra Fichte e lebraismo, si era gi sofferma-
to E. Fuchs, Fichtes Stellung zum Judentum, Fichte-Studien, n. 2 (1990), pp.
160-177. Dello stesso autore, da confrontare anche larticolo Fichtes Einflu auf
seine Studenten in Berlin zum Beginn der Befreiungskriege, ivi, pp. 178-192.

XIII
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di Karlsbad risultano, su questo punto, assai eloquenti13. Pi si-


gnificativo ci sembra insistere sul fatto che con la designazione del
proprio destinatario, Fichte intenda istituire una sorta di circolo
virtuoso della responsabilit: allassunzione di responsabilit da
parte di colui che prende la parola, non pu non seguire lappel-
lo allassunzione di una responsabilit corrispondente da parte di
coloro cui la parola si rivolge. Solo la chiusura di tale circolo far
s che il detto sia stato pronunciato effettivamente come discor-
so, e al tempo stesso confermer che in tale discorrere non si
trattava semplicemente di rinviare a unazione futura, ma che ta-
le azione era gi cominciata, aveva gi celebrato il proprio inizio
nella partecipazione, nellascolto e nella comprensione di questi
Discorsi. Se volessimo scomodare le categorie della moderna
scienza politica, potremmo opportunamente parlare in proposito
di una rappresentanza di tipo esistenziale, nel senso che Fichte e
il suo pubblico non traggono la loro qualifica di rappresentanti
della nazione da procedure formali di autorizzazione, bens dal-
latto esistenzialmente concreto di una partecipazione, che a sua
volta partecipazione allevento concreto di una fondazione. Ta-
le fondazione fondazione di una comunit, proprio perch si at-
tua nelle vesti di una comune assunzione di responsabilit, da par-
te di chi rivolge la parola e da parte di chi laccoglie nellascolto.
La parola, il dire, il discorso pronunciato e ascoltato, ci che isti-
tuisce la comunit di cui si tratta.
Ma, evidentemente, tutto resterebbe sul piano astruso e inef-
fettuale di un artificio retorico e peggio ancora demagogico se
la fondazione si limitasse o addirittura pretendesse di essere una
costruzione, la creazione dal niente di qualcosa che non esiste
ancora. La necessit, lurgenza che traspare da ogni proposizione

13
Cfr. FG, pp. 87-92. Lassassinio dello scrittore e politico reazionario Au-
gust von Kotzebue, avvenuto per mano del libraio Karl L. Sand a Mannheim nel
marzo del 1819, diede il pretesto alle forze conservatrici raccolte attorno al prin-
cipe di Metternich e al re di Prussia per rafforzare una politica repressiva nei
confronti dei movimenti liberali e patriottici presenti sul territorio della Confe-
derazione tedesca, sorta nel giugno 1815. Nel congresso di Karlsbad (6-31 ago-
sto 1819), vennero decise misure fortemente restrittive della libert di opinione
e di stampa, assieme allistituzione di una commissione centrale dinchiesta com-
petente su tutti i territori tedeschi. Listituzione di tale commissione (8 novem-
bre 1819) segna linizio della cosiddetta persecuzione dei demagoghi.

XIV
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di questi Discorsi basterebbe a mostrarci che non , che non po-


teva essere cos. La responsabilit reale ed effettiva solo nel mo-
mento in cui essa emerge come risposta liberamente assunta a una
urgenza che non posta dal soggetto, ma che viene a urtarlo e a
sospingerlo dallesterno: e tale Ansto, tale urto impetuoso, ac-
compagnato dal sentimento necessario e doloroso della propria
limitazione, della propria temporanea impotenza, sappiamo gi
da cosa sia costituito. Il contraccolpo a questo urto ricevuto dal-
lesterno, lo abbiamo anchesso evidenziato a sufficienza: la pre-
sa di parola, larticolazione in discorso e appello di quel senti-
mento del dolore che rischierebbe, altrimenti, di condurre a mu-
ta e solitaria rassegnazione, oppure a sfacciata e irresponsabile ac-
quiescenza alla violenza estranea temporaneamente dominante.
Una prima risposta, e una prima ribellione al dolore provocato
dallesterno, per Fichte proprio la decisione di tenere e di pro-
nunciare sino alla fine questi discorsi, di lottare ostinatamente
contro le circostanze avverse.
Ma non basterebbe neppure questo. Con ci, verrebbe chiari-
to laspetto soggettivo dellesigenza, lassunzione personale di una
responsabilit, lottemperanza a un dovere superiore che si impo-
ne con la forza di un appello intimamente sentito e vissuto; ma se
fosse solo questo non usciremmo, i Discorsi non uscirebbero da
una prestazione meramente soggettiva e perci stesso illusoria,
velleitaria, ineffettuale. Cos come la presa di parola non frutto
di una semplice decisione arbitraria, bens risposta concreta a
una situazione altrettanto concreta; cos come i Discorsi sono il
frutto di unassunzione di responsabilit liberamente assunta,
per assunta a partire da una situazione rispetto alla quale essi ap-
parivano assolutamente necessari, rispetto alla quale cio la presa
di parola era lunica concreta possibilit di affermazione e di
espressione della propria libert: allo stesso modo, la comunit di
cui viene evocata lesistenza non pu risultare per magia da un at-
to discorsivo, bens dovr gi essere o essere stata presente nella
realt, cosicch la presa di parola possa s inaugurarla, ma nella
modalit di richiamare allessere ci che si era stratificato nel pas-
sato, ci che il presente stava rendendo irriconoscibile, e ci che
soltanto il futuro avrebbe potuto condurre a rinnovata conferma.
I Discorsi assumono dunque una collocazione oscillante anche
sotto il profilo della loro determinazione temporale: sono indi-

XV
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XVI

scutibilmente pronunciati in un presente che ha i caratteri della


pi pressante urgenza e della pi dura oggettivit; ma la comunit
che essi inaugurano pu essere presente solo in quanto si disloca
in un tempo che diverso rispetto al presente effettivamente vi-
gente. Per questo, essi si protendono innanzitutto verso il futuro,
verso generazioni di l da venire; per al tempo stesso verso ge-
nerazioni che incorporano il futuro come complesso di aspirazio-
ni attuali, che vibrano e fanno vibrare il cuore di un presente al-
trimenti tutto da cancellare. Lappello ai giovani del Quattordi-
cesimo discorso, che tanto scalpore susciter nei censori della
commissione centrale14, in questo senso cruciale per tutta leco-
nomia delle Reden. Non soltanto uno dei tanti vertici letterari di
questo testo, per noi ancora pi difficile da leggere perch sem-
pre sul punto di apparire come mero esercizio retorico, e di una
retorica troppo spesso sbilanciata in senso enfatico, troppo spes-
so protesa al limite delliperbole e perci stesso di un rovescia-
mento dal sublime nel suo opposto. Quellappello anche una ci-
fra dello Schweben che caratterizza i Discorsi sotto il profilo della
loro orientazione temporale. Il presente in cui essi si dispongono
un presente che oscilla tra passato e futuro, che si protende al
futuro di nuove generazioni, con lobiettivo di una rigenerazio-
ne completa dellintero genere umano; ma un presente che si
rivolge anche al passato, per non a tutto il passato, bens a quei
momenti della storia trascorsa che prefigurano nel loro essere-ac-
caduti il futuro che ancora dovr essere, che trova in loro lantici-

14
Secondo costoro, i Discorsi aspiravano a riunire la giovent tedesca in
una comunit indipendente dai singoli governi, con lobiettivo di operare per la
rigenerazione della Germania. La situazione politica di allora [inverno 1807/08]
procur accesso a simili idee anche presso la generazione pi anziana (FG, pp.
88 sg.). Non solo: la commissione scorge nella festa della Wartburg, che si ten-
ne nellottobre del 1817 come celebrazione della Riforma e della battaglia di Li-
psia, il risultato conseguente della diffusione, tra studenti e professori delle uni-
versit tedesche, delle idee sviluppate nei Discorsi: Attraverso questa festa, li-
dea di una Germania unita e rinnovata venne richiamata a nuova vita; lillusio-
ne che Fichte istill nei giovani gi nellanno 1808, secondo cui essi sarebbero
chiamati a operare, per la posterit, un miglioramento della situazione pubbli-
ca deteriorata dai loro padri, venne esasperata da insegnanti e scrittori fino a un
grado di arroganza difficile da credere (ivi, p. 89). Ricordiamo che, in quel-
loccasione, i discorsi di studenti e professori vennero accompagnati dal rogo di
libri a contenuto reazionario.

XVI
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XVII

pazione di cui ha bisogno per non ridursi a mera speranza e con-


solatoria illusione, e che daltra parte sar lunico a poterlo riscat-
tare dalle sue stesse sofferenze, dalle sue stesse speranze andate
deluse15.
Vi dunque, allorigine dei Discorsi, la risposta a unurgenza,
a una sollecitazione e a un dolore posti dallesterno; ma vi anche
il richiamo a un qualcosa di gi-stato, di non-prodotto dal sog-
getto che parla, e che colui che parla intende portare alla luce, ri-
condurre nuovamente a linguaggio per coloro ai quali si rivolge: i
quali sono i presenti, i partecipanti alla fondazione della nuova co-
munit, che gi in atto nellesercizio della presa di parola e del
suo ascolto, nellesperienza partecipativa della comunicazione;
ma daltra parte presente nella modalit di un non-ancora, pre-
senza di una comunit prefigurata, effettuale in quanto anticipa-
zione di ci che sar, dovr essere solo in avvenire, e dunque an-
cora assente. Perci lappello ai presenti non pu non essere in pa-
ri tempo appello ai futuri, alle nuove generazioni di unumanit
completamente rinnovata, per il cui avvento i Discorsi iniziano a
creare le condizioni qui e ora, nel presente.
stata giustamente sottolineata la dimensione profetica del
pensiero di Fichte16; e certo, questo librarsi delle Reden in un
tempo che non coincide con nessuna delle tre dimensioni tradi-
zionali, che le raccoglie tutte nellevento del discorso, senza per
sussumerle nella sintesi di alcuna Aufhebung, bens al contrario le
ripristina nella concretezza di un raccordo che le mantiene nella
tensione della loro reciproca differenza, della loro specifica di-
stanza tutto questo senzaltro omogeneo a un profetismo cri-
stiano, di cui Fichte ha ripetutamente rivendicato la conformit
con i tratti costitutivi della dottrina della scienza. Per noi, qui, si
tratta per di sottolineare la specificit delle Reden non solo e non
tanto come evento profetico, ma come atto concretamente po-
litico, orientato alla costituzione di una comunit intesa come sog-

15 Cfr. R, pp. 235-236, 242-244; XIV, pp. 208-209, 215-216.


16 Cfr. R. Lauth, Filosofia e profezia, in Id., Il pensiero trascendentale della li-
bert. Interpretazioni di Fichte, a cura di M. Ivaldo, coll. Fichtiana, Milano 1996,
pp. 285-326. Emblematica da questo punto di vista la citazione biblica da Eze-
chiele, alla fine del Terzo discorso (R, pp. 57 sg.; III, pp. 46 sg.), su cui cfr.
Becker, Fichtes Idee der Nation cit., pp. 168-171.

XVII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XVIII

getto collettivo capace di azione condivisa e di risposta concreta


alle esigenze di una situazione palesemente eccezionale, in cui
cio ne va dellesistenza e della permanenza del tutto di cui cia-
scuno fa parte, e di cui si tratta infine di esplicitare la determina-
zione concreta.
Essa evidentemente costituita, per Fichte, dal tratto comu-
ne di ci che tedesco17. questo tratto comune che deve es-
sere posto in luce, che bisogna ricondurre a linguaggio, per tra-
sformarlo in sostanza di un nuovo legame e di un nuovo mon-
do. Da una parte, tale tratto comune andr innanzitutto as-
sunto, e non costruito; ma dallaltra, esso potr emergere solo a
partire dalla condivisione di una ben determinata presa di co-
scienza, attuata da parte di coloro che in quel tratto comune si ri-
conoscono, e che a partire da questo riconoscimento lo istituisco-
no appunto come tale, come orizzonte condiviso, e che in essi si
articola e si dispiega nella dimensione della pluralit. Ancora una
volta torniamo al carattere costituente e inaugurale proprio dei
Discorsi: il tratto comune ci a partire da cui pu istituirsi la na-
zione, ma solo a partire dal momento in cui esso venga ricono-
sciuto, comunicato e partecipato in quanto tale. E proprio qui,
forse, possibile trovare lo scarto che sembra distinguere lidea di
nazione dal concetto di popolo.
Se non ci sbagliamo, Fichte non presenta mai, nelle Reden, una
definizione esplicita di ci che bisogna intendere per nazione,
mentre troviamo ben due definizioni relative al concetto di po-
polo. La prima compare nel Quarto discorso, in un contesto ipo-
tetico e del tutto privo di forzature retoriche:

Se chiamiamo un popolo gli uomini che subiscono i medesimi in-


flussi esterni sullorgano vocale, e che sviluppano il loro linguaggio in
comunicazione continua, allora dobbiamo dire che la lingua di questo
popolo necessariamente cos come , e non propriamente questo
popolo che esprime la sua conoscenza, bens la sua conoscenza stes-
sa che si esprime a partire da esso (R, p. 62; IV, pp. 51 sg.).

17
solo il fondamentale tratto comune di ci che tedesco potr scongiu-
rare il tramonto della nostra nazione nella sua confluenza con lestero (R, p. 13;
I, pp. 7 sg.).

XVIII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XIX

abbastanza sorprendente, crediamo, notare il carattere pas-


sivo che spicca in questa definizione del popolo. Da un lato,
abbiamo la dimensione della passivit in rapporto agli influssi am-
bientali che si esercitano sugli organi della fonazione, della pro-
duzione sonora del linguaggio. Dallaltro, abbiamo linversione ri-
spetto alla determinazione corrente dei rapporti tra soggetto e
predicato della conoscenza: attraverso il linguaggio, non tanto il
popolo a fungere da soggetto produttivo in rapporto al proprio
patrimonio di concetti e di idee, bens al contrario sono queste co-
noscenze a essere veicolate per il tramite del popolo che parla un
determinato linguaggio, sono queste idee che si esprimono attra-
verso di esso, e che dunque lo plasmano, lo formano o, per usare
un termine altrove impiegato da Fichte: lo fanno. Viceversa,
non dovrebbe neppure essere sottolineata, ormai, la totale assen-
za, in questa definizione, di ogni dimensione etnica o razziale.
Non solo, ma come viene precisato allinizio di questo stesso
Quarto discorso, tutti i popoli dellEuropa moderna sono frutto
di mescolanze tra ceppi di provenienza diversa, e ci non vale so-
lo per i Germani che hanno abbandonato le sedi della loro re-
sidenza originaria, ma anche per i tedeschi, cio per quei Ger-
mani che sono rimasti sul suolo della madrepatria. Ma appunto:
la dimensione del suolo ci che viene sottolineata come radi-
calmente irrilevante per la costituzione dellidentit di un popolo.
Il clima, la natura, lambiente in generale non sono aspetti che
possano vincolare lo spirito a una sede o a un luogo determinati e
fissati una volta per tutte18. Anzi, ci che dovrebbe colpire, in que-
sta definizione, il carattere plurale che costituisce il popolo

18 Tra i cambiamenti indicati [...] il cambiamento di patria del tutto insi-

gnificante. Luomo si ambienta facilmente sotto qualunque striscia di cielo, e la


peculiarit del popolo, lungi dallessere molto modificata dalla sede stanziale, al
contrario domina questultima e la modifica in conformit con s [...] Altret-
tanto poco si pu attribuire un peso alla circostanza che nei territori conquista-
ti i popoli di provenienza germanica si siano mescolati con i precedenti abitan-
ti [...] la stessa mescolanza che allestero ebbe luogo con Galli, Cantabri, ecce-
tera avvenne in misura certo non inferiore nella madrepatria con gli Slavi; co-
sicch nessuno dei popoli sorti dai Germani potrebbe dimostrare al giorno dog-
gi una maggiore purezza della sua provenienza rispetto agli altri (R, pp. 60 sg.;
IV, p. 50). Laltro cambiamento, che risulta invece essenziale, quello della lin-
gua, poich gli uomini vengono formati dalla lingua molto pi di quanto la lin-
gua venga formata dagli uomini (R, p. 61; IV, p. 50).

XIX
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XX

nella sua costituzione materiale; e tale carattere plurale essen-


ziale proprio in rapporto alla dimensione, questa s decisiva, del-
la comunicazione e del linguaggio. Questultimo si sviluppa nella
comunicazione continua tra uomini, in base alla quale si strati-
fica una rete di consuetudini e di costumi comuni; viceversa, in un
rapporto scambievole di determinazione reciproca, la lingua per-
mea di s quella che oggi chiameremmo la mentalit condivisa
da parte di una comunit di parlanti, che in questo processo di re-
ciproca determinazione tra cultura e linguaggio vengono plasma-
ti e si plasmano in unidentit dinamica e aperta.
La seconda definizione di popolo si trova nellOttavo di-
scorso, che come abbiamo visto fu tra i pi osteggiati da parte del-
la censura. Qui Fichte chiarisce che la riappropriazione del so-
prasensibile da parte della ragione non deve essere scambiata per
un atteggiamento di sottovalutazione e di abbandono delle vi-
cende che coinvolgono luomo su questa terra. Al contrario
egli scrive nellordine normale delle cose, la vita terrena deve es-
sere essa stessa veramente vita, di cui si possa gioire e godere con
gratitudine, a tal punto che lo stesso senso religioso non deve
essere inteso come rivolto esclusivamente alla dimensione meta-
sensibile del mondo degli spiriti e dellesistenza ultraterrena,
ma deve innanzitutto permeare proprio la vita che si svolge
quaggi:

Limpulso delluomo, cui si pu rinunciare solo in caso di vera ne-


cessit, di trovare il cielo gi su questa terra, e di immettere ci che
dura in eterno nella sua opera terrena quotidiana; di piantare e di col-
tivare nel tempo ci che non passa (R, p. 126; VIII, p. 112)19.

Tuttavia, questaspirazione alla creazione di qualcosa di eterno


allinterno del tempo, ha bisogno di una sorta di pegno, di una
promessa oggettivamente presente di eternit: e questa promessa

19
Ma evidentemente, ci non sarebbe possibile senza la libert. Ed per
questo, come scrive Fichte, che il senso religioso consiste innanzi tutto nellin-
sorgere contro la schiavit e, se lo si pu impedire, nel non fare scadere la reli-
gione a mera consolazione dei prigionieri [...] dobbiamo impedire che qualcu-
no trasformi la terra in un inferno, per poter suscitare una nostalgia tanto pi
grande del cielo (R, p. 126; VIII, pp. 111 sg.).

XX
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXI

di eternit, nel senso della durata di unopera attraverso lavvi-


cendarsi delle diverse generazioni, appunto ci che costituisce il
concetto di popolo nella sua accezione pi alta:

nel significato superiore della parola, inteso dal punto di vista della
concezione di un mondo spirituale in generale, un popolo il tutto de-
gli uomini che sopravvivono insieme in societ, e che si generano con
continuit da se stessi in senso naturale e spirituale (R, p. 128; VIII, p.
113).

A partire da tale significato superiore, possibile leggere e


interpretare meglio la definizione contenuta nel Quarto discorso.
Il linguaggio la prima dimensione attraverso cui si fonda e si con-
solida lidentit di una comunit. Tale comunit costituita in-
nanzitutto come comunit di parlanti, ed perci contraddistin-
ta da una dimensione di pluralit, in cui i diversi soggetti svilup-
pano un primo strato didentit condivisa attraverso luso di una
lingua comune. Questultima si sviluppa nella continuit di uno
scambio comunicativo, che per mantenere le potenzialit creative
della lingua deve procedere, secondo Fichte, ininterrottamente da
una generazione allaltra. Linterruzione di questa continuit nel-
lo sviluppo linguistico costituisce la fondamentale differenza tra i
tedeschi e gli altri popoli esteri, che si sono dovuti appropriare
di una lingua estranea (il latino) e hanno con ci spezzato per
sempre il flusso continuo dei rapporti tra immediatezza vivente
dellesperienza e risorse creative di produzione simbolica incor-
porate nel linguaggio. Tale rottura nei rapporti tra la vita origi-
naria e il linguaggio implica, secondo Fichte, che le lingue ro-
manze siano lingue vive solo in apparenza, ma in realt siano
morte alla radice.
Ora, ci si riflette sul popolo nella sua accezione pi alta,
cio come garanzia e promessa di eternit intraterrena per le
opere del singolo che ne fa parte. In un popolo dalla lingua vi-
va, la connessione tra dimensione sensibile e dimensione so-
prasensibile o astratta del linguaggio pu dispiegarsi dinamica-
mente attraverso un ampliamento progressivo della sfera di desi-
gnazione dei singoli termini, in cui, dal significato letterale rife-
rito a un fenomeno sensibile concreto, si sviluppa per allarga-
mento e incremento una designazione di tipo metaforico e sim-

XXI
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXII

bolico20, con la quale dapprima il singolo pensatore amplia il pat


rimonio dei significati incorporati in singoli termini e ambiti del-
la lingua, e quindi il poeta estende alluniverso complessivo del
linguaggio lampliamento originariamente introdotto dalla filoso-
fia. Cos, in un popolo originario, il patrimonio dei concetti e
delle conoscenze astratte si sviluppa non solo in diretto contat-
to con limmediatezza originaria e le esperienze concretamente
vissute dal popolo, ma anche attraverso un circuito di recipro-
co arricchimento tra pensiero e poesia. Anzi, in queste condizio-
ni, lo stesso pensatore necessariamente anche poeta, poich ogni
atto innovativo di pensiero corrisponde a un ampliamento della
capacit di designazione simbolica del linguaggio, a un allarga-
mento nello spettro dei significati propri della lingua, e con ci al-
lincremento della potenza conoscitiva dellintelletto comune
che da quella lingua permeato e formato21.
Ma appunto: ci che un popolo originario rende possibile,
esattamente lopposto di una fusione indistinta del singolo nel
popolo. Loriginariet del popolo piuttosto ci che dovrebbe
prevenire la possibilit di una siffatta comunit, in cui le diverse
singolarit verrebbero assorbite e annullate in un unico corpo
collettivo. Loriginariet del popolo in questione infatti la con-
dizione che rende possibile e apre a ciascuno la possibilit di agi-
re in conformit alla propria destinazione, alla qualit e alle di-
sposizioni dei propri talenti e capacit. In altri termini, origina-
rio in Fichte non ci che orienta indietro alla ricerca di un re-
moto inizio nel passato, n tanto meno ci che dovrebbe spin-
gere il singolo nelle braccia di una comunit popolare centrata
su appartenenza di sangue, di suolo e, magari, di dialetto. Al con-

20
Di particolare rilevanza lesempio portato da Fichte, relativo al termine
Gesicht, qui tradotto con visione, ma che per Fichte lequivalente propria-
mente tedesco della parola di derivazione greca idea (R, pp. 64 sg.; IV, pp. 53
sg.). Sul nesso tra percezione dei Gesichter e filosofia fichtiana della creativit
storica, cfr. R. Lauth, Einleitung alla sopra citata ed. tedesca delle Reden, ora di-
sponibile in traduzione italiana col titolo La concezione fichtiana della storia, in
Il pensiero trascendentale della libert cit., pp. 347-372.
21 Cfr. R, pp. 80 sg.; V, p. 68. Sulla lingua come ci che nel suo ambito con-

nette tutta la moltitudine di uomini che la parlano in un unico intelletto comu-


ne; che il vero punto di confluenza reciproca del mondo sensibile e di quello
degli spiriti, e fonde cos intimamente i loro estremi che non si pu pi dire a
quale dei due essa appartenga, cfr. R, p. 73; IV, pp. 60 sg.

XXII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXIII

trario, se intesa in questo senso, allora laccezione di originario


in Fichte non ha nulla a che fare con qualcosa di primigenio, an-
teriore, primordiale. Non siamo, insomma, di fronte a un pensie-
ro del radicamento e della sua nostalgia, perch origine non
ci che sospinge a ritroso verso il passato, bens ci che apre al fu-
turo; non ci che compatta i tratti comuni in unidentit in-
differenziata e cupamente contratta, bens ci che schiude a cia-
scuno la possibilit di creare ci che nuovo, ci che non
mai ancora esistito.
Ora, tenendo conto della stratificazione di senso che costitui-
sce il concetto di popolo, che ne dellidea di nazione? La
nazione scaturisce dalla presa di coscienza di ci che il popolo
nella sua configurazione linguistica e storica; il popolo divenuto
cosciente di s come orizzonte condiviso della vita di ciascuno che
parli la stessa lingua, condivida le stesse tradizioni, sia stato for-
mato a partire dalla medesima religione. In questa presa di co-
scienza sta appunto lo scarto, il di pi che proprio dellidea di
nazione, e che forse proprio per questo non viene da Fichte mai
esplicitamente definita. Dire che cos una nazione, infatti,
comporterebbe la ripetizione di quei tratti comuni che gi co-
stituiscono lidentit di un popolo, che ne contraddistinguono,
come scrive Fichte, il carattere nazionale. Ma appunto: la pre-
sa di coscienza che innalza il popolo a nazione sta esattamente nel-
la enunciazione, nella selezione, nella messa in evidenza di ci che
il popolo gi nellimmediatezza del suo essere e vivere, ma che
in questa immediatezza non ancora saputo e riflesso in quanto
tale. Daltra parte, se costitutiva della nazione la presa di co-
scienza di ci che un popolo in quanto tale, evidentemente al
cuore della nazione si manifesta un nucleo irriducibile a descri-
zione, che per neppure si nasconde nel misticismo di un invisi-
bile absconditus. Esso si rivela come inoggettivabile, ma perci co-
me tanto pi essenziale e tanto pi reale, quanto pi concreta sar
la presa di coscienza che lo manifesta nel suo pronunciarsi, nel suo
prodursi e comunicarsi. La presa di coscienza che inaugura la na-
zione latto filosofico a partire da cui il popolo si instaura come
comunit politica, e che come tale non pu essere rappresentato
in un complesso di qualit statiche e oggettive, bens pu essere
soltanto agito, praticato e partecipato. Ma allora, torniamo alla di-
mensione per cui la presa di coscienza, dal momento in cui sia fon-

XXIII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXIV

dazione inaugurale di comunit, non potr che praticarsi ed esse-


re innanzitutto presa di parola, assunzione di responsabilit come
diritto a dire, coraggio di rivolgere un appello alla comunit che
prefigura il genere umano di l da venire.
In questo nocciolo filosofico sta dunque il carattere della na-
zione come idea, il suo carattere strutturalmente aperto allinfi-
nito. Cos, la nazione in senso fichtiano non pu e non sareb-
be mai potuta essere intesa in chiave nazionalistica, poich essa
prefigurazione di unumanit a venire. La nazione tedesca ha
soltanto il compito di anticipare nel presente lavvento delluma-
nit futura, dopo che la patria dellIlluminismo e della rivoluzione
ha tradito lidea che la muoveva, cio lidea di libert22. Proprio
nel momento dellangoscia e della difficolt pi grandi, la nazione
tedesca chiamata ad assumere la responsabilit che lora storica
le affida, e che consiste nella riapertura del flusso tra dimensione
sensibile-materiale e dimensione soprasensibile-spirituale delle-
sperienza. In questo senso, proiettare su Fichte lantitesi cosmo-
politismo-nazionalismo sarebbe, riteniamo, del tutto fuorviante23.
La nazione in s proiettata verso una dimensione di universalit
che non di tipo geo-politico, ma che risale al nocciolo ideale che
la fonda, il quale a sua volta costituito dallidea di libert come
capacit di configurare la realt in forme sempre nuove, da parte
di sempre nuove creazioni. E queste creazioni, necessario riba-

22 Su questi aspetti, cfr. i lavori di C. De Pascale raccolti nel volume Vivere

in societ, agire nella storia. Libert, diritto, storia in Fichte, coll. Fichtiana, Mila-
no 2001; da vedere in particolare La filosofia della storia nei primi anni berlinesi:
le origini teoriche dei Discorsi alla nazione tedesca (ivi, pp. 127-202), e Il prima-
to della Germania nei Discorsi alla nazione tedesca (ivi, pp. 203-229).
23
Al tema Kosmopolitismus und Nationalidee dedicato il n. 2 delle Fichte-
Studien sopra citato: cfr. in particolare i contributi di I. Radrizzani, Ist Fichtes
Modell des Kosmopolitismus pluralistisch?, pp. 7-19; P. Oesterreich, Politische
Philosophie oder Demagogie? Zur rhetorischen Metakritik von Fichtes Reden an
die deutsche Nation, pp. 74-88; R. Schottky, Fichtes Nationalstaatsgedanke auf
der Grundlage unverffentlicher Manuskripte von 1807, pp. 111-137. Da vedere
anche la discussione svolta sul numero successivo tra G. Geismann, Fichtes
Aufhebung des Rechtsstaates, e lo stesso Schottky, Rechtsstaat und Kulturstaat
bei Fichte. Eine Erwiderung, Fichte-Studien, n. 3 (1991), rispettivamente pp.
86-117 e pp. 118-153. Per uno sguardo oltre lambito strettamente specialistico,
infine, cfr. E. Balibar, Fichte e la frontiera interna. A proposito dei Discorsi alla
nazione tedesca, in La paura delle masse. Politica e filosofia prima e dopo Marx,
trad. it. di A. Catone, Milano 2001, pp. 74-89.

XXIV
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXV

dirlo, non sono il frutto di uno spirito del popolo, ma di ciascun


singolo che, attraverso lambiente spirituale in cui ha vissuto,
abbia ricevuto la possibilit di realizzare degnamente la propria
destinazione, di esprimere in tutta la possibile ricchezza e versati-
lit le sue inclinazioni, le sue qualit, i suoi talenti.
Daltra parte, se la nazione contiene al proprio interno un ri-
mando insopprimibile allidea di libert; se questo rinvio allidea di
libert non il richiamo a uninfinit agognata e mai raggiunta, ma
la fonte da cui scaturisce, per ciascun singolo, la possibilit di crea-
re ci che non ancora mai esistito, di vivere creativamente la
propria esistenza quaggi; se ci implica che chiunque, ovun-
que sia nato e qualunque lingua parli (R, p. 122; VII, p. 107), ap-
partiene al popolo originario, purch viva e operi a partire dal-
lidea di libert, a partire dalla convinzione razionale nella possibi-
lit di configurare il fenomeno, la realt esistente in forme sempre
nuove e differenti, mobili e diverse; se, infine, chiunque faccia par-
te della comunit di chi vive a partire dallidea di libert deve esse-
re disposto a garantire, a difendere e a lottare per la difesa della li-
bert di tutti, perch di questi egli stesso parte integrante se tut-
to questo vero, allora non solo la chiusura nei propri confini e nel-
la propria zolla di terra incompatibile con ci che tedesco,
ma proprio la nazione tedesca in senso fichtiano era quella che me-
no di ogni altra avrebbe potuto pretendere di affermarsi come po-
tenza politica contro gli altri popoli europei; era quella che meno
di ogni altra avrebbe dovuto intendere la propria realizzazione in
termini di Stato nazionale. E ci, non solo per le tendenze espan-
sionistiche che caratterizzarono questultimo nella Germania di fi-
ne Ottocento, ma per il modo in cui questo tipo di organizzazione
costituzionale, centrata sul concetto di potere come forma di at-
tuazione dellunit politica, ha dominato la scena della storia euro-
pea, e mondiale, fin dentro al secondo Novecento24. Tutto ci che
comporta riduzione di differenze, semplificazione di articolazioni,
chiusura del fenomeno in figure che si vogliano compiute una
volta per sempre, per principio incompatibile con la dottrina del-
la scienza, e con lidea di nazione che da questa deriva.

24 Per una ricostruzione in chiave storico-concettuale, cfr. G. Duso (a cura

di), Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna, Roma 1999; Id., La lo-
gica del potere. Storia concettuale come filosofia politica, Roma-Bari 1999.

XXV
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXVI

Arriviamo cos ad affrontare, sia pure in estrema sintesi, il nu-


cleo teoretico di questi Discorsi, per come esso esposto da
Fichte nel Settimo discorso. Qui egli cerca di riassumere il noc-
ciolo ontologico della dottrina della scienza come unica filosofia
coerente con ci che costituisce il carattere nazionale del po-
polo tedesco. Al centro di tale concezione figura lidea che la
realt empiricamente presente non sia un tutto materiale auto-
sussistente, bens che il suo significato pi profondo sia costitui-
to dal suo essere mezzo e condizione per la manifestazione
della libert. Ora per, a differenza di come poteva apparire dal-
la dottrina della scienza del periodo di Jena, tale libert non la
semplice espressione della spontaneit condotta a consapevolez-
za di s da parte dellIo che pone se stesso, e che con ci tende a
esprimere se stesso subordinando la realt data ai suoi propri fi-
ni. Al contrario, nella libert dellIo, di ciascuna singola autoco-
scienza, si manifesta la presenza di un Principio, che la fede reli-
giosa esprime come Dio vivente, e la filosofia come Assoluto eter-
namente in atto, e che proprio perci non pu fare a meno di ma-
nifestarsi al di fuori di s. Ma qui sta il punto essenziale, il nodo
a partire da cui si consum la rottura tra Fichte e Schelling: tale
rapporto tra lAssoluto e ci che appare al di fuori di esso, in-
fatti, non pu essere inteso n semplicemente, alla maniera di
Spinoza e del primo Schelling, come risultato di unautodeter-
minazione necessaria, ci che annullerebbe la libert sia dellAs-
soluto sia della sua manifestazione; n come risultato di una ca-
duta e di una scissione per iato, come nello Schelling di Filo-
sofia e religione. In questultimo caso, lintroduzione della libert
coinciderebbe con la perdita totale della razionalit, della capa-
cit di comprendere geneticamente il nesso Assoluto-fenomeno.
Lunica possibilit che resta, per Fichte, invece quella di porre
la libert come ci mediante cui lo snodo tra Assoluto e fenome-
no si realizza, mantenendo in pari tempo lulteriorit del primo
rispetto alla sua manifestazione, e daltra parte salvando la razio-
nalit della filosofia intesa in senso trascendentale. La libert co-
s compresa, per, non pu pi essere ricondotta al semplice li-
bero arbitrio, come oscillazione indefinita tra possibilit alterna-
tive: essa stessa andr intesa, invece, come capacit di autodeter-
minazione, che per non dipende deterministicamente n dalla
totalit delle circostanze di volta in volta presenti, n dallauto-

XXVI
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXVII

svolgimento necessario di un Assoluto inteso come onnicom-


prensiva natura.
La libert emerge allora come principio interno del fenomeno,
e modalit primaria di manifestazione dellAssoluto. Poich que-
stultimo esprime quanto nella realt esistente non si lascia esau-
rire da questa, Fichte impiega ora lespressione di pi (Mehr)
per indicare leccedenza che di volta in volta si rivela allinterno
della configurazione assunta dal mondo in un momento dato. Ab-
biamo da un lato lAssoluto, come principio inesauribile di vita,
intesa questultima innanzitutto come facolt di creazione sot-
to il profilo ideale e spirituale; abbiamo dallaltro una configura-
zione del mondo che si presenta come data, come il frutto e il pro-
dotto di una serie concomitante di atti di libert e di circostanze
condizionanti, che hanno condotto il mondo a ci che esso in
quel dato momento. La questione dunque: si d unesperienza
in cui si esprima il raccordo tra lAssoluto, come scaturigine tra-
scendentale della vita, e il mondo come configurazione tempo-
raneamente chiusa di fenomeni? La risposta di Fichte afferma-
tiva, e corrisponde allesperienza della libert. E latto in cui tale
esperienza si manifesta costituito per lui dal fenomeno che, sem-
pre nel Settimo discorso, viene chiamato decisione della vo-
lont. La decisione latto in cui loscillazione tra possibilit di-
verse, tra le quali si libra larbitrio, arrestata, e viene dato inizio
a un corso dazione che sviluppa il contenuto della decisione as-
sunta. Ora, se la decisione libera, tale contenuto non si lascia
derivare da nessuna circostanza esterna allatto della decisione
stessa. Tuttavia, la decisione espressione di libert in senso ori-
ginario solo se in essa si manifesta quel di pi, che la moda-
lit mediante cui lAssoluto emerge, rispetto al mondo inteso co-
me intero complessivo di fenomeni. Tale di pi irrompe nel
mondo proprio attraverso la decisione che scaturisce dalla vo-
lont, a patto per che in essa quel di pi si esprima come tale,
in altri termini a patto che essa sia conforme alla originaria pro-
duttivit che costituisce la dimensione propria dellAssoluto25.

25 Lo sfondo delle considerazioni condotte nel Settimo discorso costituito

dallelaborazione del nesso tra Assoluto e fenomeno, che Fichte aveva svilup-
pato nel corso di dottrina della scienza tenuto a Knigsberg, nellinverno del
1807. Di particolare rilevanza appaiono, al riguardo, le lezioni 16-18, su cui cfr.

XXVII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXVIII

Abbiamo appena visto come, sotto il profilo formale, il di


pi della vita originaria scaturisca come indeducibilit della de-
cisione assunta di volta in volta rispetto alla totalit delle condi-
zioni presenti, si manifesti per differenza e per sottrazione rispet-
to alla realt che data in un certo momento. Ma proprio perci,
essa tuttaltro che arbitraria. Nel momento in cui raccoglie li-
stanza della libert allaltezza della situazione concretamente de-
terminata nello spazio e nel tempo, la decisione appare al tempo
stesso come imprescindibile, e con ci necessaria: di una necessit
per che non attiene alla sua dipendenza da fenomeni empirica-
mente dati, ma allassunzione di una responsabilit che risponde
allimperiosa esigenza di affermare la libert, di esprimere e di po-
tenziare la creativit propria della vita originaria.
cos che, allorizzonte della filosofia trascendentale, si pre-
senta la possibilit di un raccordo tra il carattere iniziale della
decisione della volont, in cui lessenza stessa irrompe nel fe-
nomeno, e la decisione storicamente determinata, cui la nazione
tedesca chiamata da parte della presa di parola che si esprime e
si realizza nei Discorsi26. Lassunzione di una responsabilit con-
divisa listanza che pu nuovamente annodare il rapporto tra As-
soluto come vita originaria e flusso fenomenico come sua manife-
stazione. Ma laccoglimento dellappello a prendere posizione
non soltanto ci da cui dipende la tenuta ontologica del nesso
che stringe in un tutto vita assoluta e mondo dei fenomeni. Esso
anche ci da cui dipende la riuscita della transizione tra terza
e quarta epoca della storia universale, il passaggio effettivo tra la
peccaminosit, che coincide con la negazione della libert e laf-
fermazione di un determinismo universale, e la ritrovata chia-
rezza di unapertura alle istanze della potenza liberamente crea-
trice dello spirito. E proprio qui sta il carattere arrischiato della
posta in gioco: la decisione infatti necessaria, ma lordine della
sua necessit pertiene a un orizzonte diverso rispetto a quello del-
lessere. Piuttosto, la necessit di cui qui si tratta dellordine del-
lesigenza, dellottemperanza a un dovere e a unistanza pi alti

J.G. Fichte, GA, II, 10, pp. 157-164; trad. it. Dottrina della scienza. Esposizione
del 1807, a cura di G. Rametta, Milano 1995, pp. 97-111.
26 Cfr. R, pp. 229 sg.; XIV, p. 204.

XXVIII
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del semplice vantaggio immediato, della convenienza opportuni-


stica e meschina. Ma proprio perch tale decisione risponde a una
necessit che attiene alla sfera della responsabilit e non del puro
e semplice essere, essa anche radicalmente infondata, inderi-
vabile da premesse date, da circostanze pi o meno condizionan-
ti. Essa comporta un distacco, una recisione, una sottrazione ri-
spetto al mondo cos come dato, e al tempo stesso implica un
porsi oltre di esso, un proiettarsi nel presente verso ci che an-
cora assente. Daltra parte, proprio perch dellordine della re-
sponsabilit, e non dellessere dato qui e ora, essa riveste carat-
tere irriducibilmente ontologico: non espressione di uninclina-
zione meramente soggettiva, poich in essa ne va del rapporto tra
Assoluto e fenomeno, ne va del carattere stesso del mondo in
quanto apparizione della vita originaria, in quanto condizione
e mezzo per la manifestazione della libert (non nel senso stru-
mentale, ma di ci mediante e attraverso cui la libert pu
continuare a esprimersi in rinnovate creazioni, pu configurare
secondo forme diverse lessere dato di volta in volta).
allaltezza di questo nesso tra ontologia, politica e responsa-
bilit che deve essere assunta la critica al modello di monarchia
universale, che secondo Fichte minacciava lEuropa in modo
sempre pi incombente dopo la pace di Tilsit27. Di qui linimici-
zia senza quartiere verso colui che Fichte in altro luogo chiama il
senza nome, verso colui che nella forma dellimpero post-rivo-
luzionario intende amalgamare tutti i popoli dEuropa in ununi-
ca cultura, in un unico stile di vita e modello di civilt. La Ger-
mania, la nazione tedesca, hanno le risorse per opporre a tale
modello quello di un ordinamento repubblicano, che nelle libere
citt del Medioevo apparso come congeniale e specifico delle-
sperienza storica tedesca. Qui, i liberi comuni hanno dimostrato
una concordia interna sconosciuta alle contemporanee citt libe-
re dItalia, evidenziando con ci la strutturale affinit tra nazione
tedesca e ordinamenti repubblicani. Sarebbe vano ricercare, al-
linterno delle Reden, un modello compiuto di assetto costituzio-
nale. Ma chiaro che lesperienza repubblicana alla quale Fichte

27
Su questo aspetto, cfr. ancora R. Lauth, Der letzte Grund von Fichtes Re-
den an die deutsche Nation, Fichte-Studien, n. 4 (1992), pp. 197-230.

XXIX
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si richiama caratterizzata da un assetto irriducibilmente plurale


di corpi costituiti, basati sulla capacit di autogovernarsi e au-
toamministrarsi da parte dei cittadini. Per questo, al di l della te-
nuta storica delle analisi fichtiane, al di l delle evidenti forzature
in rapporto alla storia e alla civilt degli altri Paesi europei, ci che
importante che la libert, il nocciolo ontologico fondamenta-
le dellintera concezione della dottrina della scienza, abbia trova-
to nella storia tedesca una forma congeniale di ordinamento poli-
tico, abbia scoperto in essa una nazione che ha dimostrato, nel-
la concreta effettualit della sua storia, la possibilit di una coe-
sistenza tra esperienza di autogoverno, pluralit di corpi politici
autonomamente costituiti, e raccordo di questi ultimi in un nesso
reciproco basato sul riconoscimento di una comune appartenen-
za alla compagine, o meglio, alla federazione imperiale (Reichs-
verband)28. In questultima, la nazione tedesca si era data uno
spazio comune privo di un potere sovrano centralizzato, ma con-
vergente nel riconoscimento di unautorit condivisa, il cui signi-
ficato non era dellordine della sovranit e del potere moderni, ma
era innanzitutto dellordine del simbolo, della giustizia e del go-
verno29. Tuttavia, Fichte ben lontano dalla rievocazione nostal-
gica di un passato ideale, e la sua attenzione, a differenza di quel-
la dei romantici a lui contemporanei, non va alla figura di re e
imperatori, bens allesperienza di quegli organismi di autogover-
no che si erano istituiti in liberi comuni, e avevano come loro ce-
to portante la borghesia cittadina delle attivit imprenditoriali e
delle professioni civiche. a questo ceto che Fichte riconduce le
grandi conquiste della storia tedesca, culminate nella Riforma lu-
terana, e interrotte proprio a causa delle rivalit territoriali dei
principi tedeschi, che per la loro ambizione e avidit hanno pri-
ma schiacciato lautonomia delle citt libere, e poi hanno aperto

28
Per un primo inquadramento del concetto in chiave storico-costituziona-
le, cfr. H. Mohnhaupt-D. Grimm, Verfassung. Zur Geschichte des Begriffs von
der Antike bis zur Gegenwart, Berlin 1995, il VII del primo studio: Kleine Or-
ganisationseinheiten und staatlicher Gesamtverband, pp. 53-62; per il dibattito
successivo al 1789, cfr. ivi, XII.2: Lob und Tadel der Reichsverfassung in der
zeitgenossischen Publizistik, pp. 83-88.
29
Su questi aspetti, cfr. in particolare G. Duso, Fine del governo e nascita del
potere, in La logica del potere cit., pp. 55-85; e in proiezione contemporanea,
Considerazioni su democrazia e federalismo, ivi, pp. 160-189.

XXX
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la strada allintervento dellestero nelle vicende interne della Ger-


mania. Con la guerra dei Trentanni, insomma, inizia per Fichte
quel periodo di frammentazione e di perdita progressiva dei lega-
mi comuni, che render la Germania oggetto di politica da par-
te delle grandi potenze europee. Ma proprio ora, nellistante pi
cupo della sua storia, la nazione tedesca pu ritrovare la risor-
sa a partire da cui sar possibile, per essa, ricostruirsi su basi in-
teramente nuove: e tale risorsa altro non che la filosofia tedesca
a partire da Leibniz, condotta alla sua svolta decisiva da Kant, e
condotta infine a compimento nella dottrina della scienza dello
stesso Fichte30.
Cos, lappello ai ceti colti della Germania non ha il signifi-
cato ristretto di un appello rivolto in chiave esclusiva a coloro che
sono dislocati sul territorio tedesco, e neppure rivolto soltanto
a coloro che parlano la lingua tedesca. Piuttosto, il riferimento pi
ampio costituito dai ceti colti e dai dotti dellintera Europa del
tempo, affinch comprendano il pericolo rappresentato dai pro-
getti imperiali di costruzione di una monarchia universale da
parte di Napoleone. Al tempo stesso, esso per, in quanto ap-
pello, necessariamente legato a una prospettiva futura, prospetti-
va che deve trovare le sue condizioni di attuazione nel presente.
Con ci, arriviamo infine a toccare il problema del mezzo, che
Fichte proclama come lunico possibile, ma anche quello sicura-
mente efficace, per aprire la via alla ricostituzione della Germania
come nazione (non come Stato), e al tempo stesso per riaprire
allEuropa, attraverso la prefigurazione e lesempio del popolo te-
desco, la via per la riappropriazione della sua libert e della sua
vocazione spirituale.
Abbiamo visto come la valorizzazione del tratto comune di
ci che tedesco richieda una presa di coscienza, che essenzia-
le al costituirsi della nazione come comunit dintenti e di azione.
In tal senso, latto filosofico della visione costituente, origi-
nariamente produttivo non perch inventi o crei artificialmente

30
Sullinterpretazione fichtiana di Leibniz, cfr. M. Ivaldo, Fichte e Leibniz.
La comprensione trascendentale della monadologia, Milano 2000; per alcune in-
dicazioni sul rapporto tra Fichte e Kant, rinviamo al nostro Le strutture specu-
lative della dottrina della scienza. Il pensiero di J.G. Fichte negli anni 1801-1807,
Genova 1995.

XXXI
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dal nulla qualcosa che non esiste, bens appunto in quanto mette
in luce, porta alla visione e alla parola ci che costituisce il tratto
comune in quanto tale. La salvaguardia di ci che tedesco dal-
la confluenza con lestero innanzitutto la salvaguardia delle
differenze dalla loro riconduzione a una unit globale e omoge-
nea, dalla loro sottomissione a un unico potere e a ununica so-
vranit. In questo senso, la monarchia universale paventata da
Fichte sarebbe stata il dispiegamento della logica moderna della
sovranit sullintera scala europea, e poca importanza avrebbe
avuto, a quel punto, laffermazione delleguaglianza come univer-
sale principio giuridico, stabilita in base al Codice civile da poco
approvato. Infatti, in questo caso, si sarebbe trattato soltanto di
uneguaglianza risultante e prodotta dalla sottomissione a un uni-
co e identico potere, di uneguaglianza del livellamento, dellassi-
milazione, dellomogeneit.
Al tempo stesso, impedire la confluenza con lestero signifi-
ca mantenere aperta la faglia della crisi, salvaguardare la possibi-
lit di un passaggio che, dalla rottura epocale segnata dalla ca-
tastrofe dellegoismo, conduca alla soglia di un tempo nuovo,
di una nuova e pi matura affermazione della libert. Ma appun-
to, il carattere critico del momento presente richiede che le con-
dizioni dellumanit futura si preparino fin da ora, che fin da ora
si predispongano gli uomini che quella transizione dovranno rea-
lizzare, che quella nuova umanit dovranno intanto anticipare.
qui che lesposizione deve fare un salto, deve mutare il suo ac-
cento. Per cogliere esattamente il mezzo di cui c bisogno, ne-
cessario cio abbandonare il tono della recriminazione, del rim-
provero, dellimputazione di responsabilit e di colpe. La consi-
derazione deve passare, dal piano del giudizio etico, dellassolu-
zione o della condanna per qualcosa che comunque si ormai
consumato, al piano della considerazione storica, che assume ci
che si compiuto nel suo carattere di necessit, che intende spie-
garne le ragioni, e a partire da tale comprensione intende ricerca-
re i nuovi mezzi per rimediare alla situazione ormai vigente31.
Ora, alla considerazione storica il crollo dellegoismo appare
al tempo stesso come la definitiva rottura, come il logoramento ir-

31 Cfr. R, p. 16; I, p. 10.

XXXII
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXXIII

reversibile di quei legami che prima stringevano assieme i singoli


in un intero. Qui non si tratta dei vincoli istituzionali, ma delle
motivazioni interiori, delle spinte profonde che spingevano cia-
scuno a obbedire a una medesima autorit, a ritenersi parte di un
medesimo corpo comune. Tali molle, tali impulsi altro non erano
che la paura e la speranza, e questi stimoli potenti erano ri-
volti sia alla vita terrena, sia al destino futuro del singolo in une-
sistenza ultraterrena32. Il timore della punizione e la speranza in
un avvenire migliore, sia nellal di qua sia nellaldil, era ci che
motivava gli individui a ottemperare ai propri doveri, a obbedire
alle leggi, a rispettare le autorit secolari e religiose. Ma proprio
questi stimoli, ora, per i tedeschi sono venuti meno. Essendo per
essi ormai tutto perduto, non c pi nulla che gli uomini possa-
no temere; e daltra parte, rispetto alla vita ultraterrena, lIllumi-
nismo ha contribuito a dissolvere i vincoli che facevano innalzare
lo sguardo delluomo verso il cielo, che ne regolavano il compor-
tamento a partire dal timore per una punizione che sarebbe du-
rata per sempre, e dalla speranza in una remunerazione che infi-
ne avrebbe premiato il giusto. dalla perdita di efficacia di siffatti
stimoli eteronomi, dal disincanto prodotto dallIlluminismo, che
necessario partire per rifondare il tutto ora dissolto. Si tratta cio
di riprendere liniziativa dal punto in cui lIlluminismo si fer-
mato, di non arrestarsi allopera negativa e distruttrice del suo in-
telletto, ma di considerare la distruzione avvenuta come laprirsi
di una possibilit nuova. Avendo dissolto i vincoli della paura e
della speranza, infatti, lIlluminismo ha liberato lo spazio per la
creazione di un S pi alto. questo S pi alto che si tratta,
per Fichte, di formare a partire da uneducazione interamente
nuova, che abbia a sua guida le conquiste operate dalla teoria e
dagli esperimenti compiuti da Pestalozzi, ma soprattutto che in-
corpori al proprio interno la visione della libert, pervenuta a co-
scienza di s nella filosofia propriamente tedesca, cio nella dot-
trina della scienza. Il programma fichtiano della nuova educazio-
ne nazionale, che formi un S assolutamente nuovo [...] genera-
le e nazionale (R, p. 21; I, p. 15), non dunque il progetto di un
ritorno al di qua dellIlluminismo, bens al contrario dellIllumi-

32 R, pp. 19 sg.; I, pp. 13 sg.

XXXIII
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nismo esso intende raccogliere il potenziale liberatorio, e trasfor-


marlo in un progetto di emancipazione universalmente condiviso,
tale cio da predisporre il singolo a valorizzare le proprie capacit
di creazione, e al tempo stesso da innestare tali capacit nella re-
te dellintelletto comune proprio della nazione.
Cos, leducazione nazionale appare a Fichte come lunica pos-
sibile proposta conseguente alla presa di parola e allassunzione di
responsabilit da parte della filosofia, da parte del singolo che
a questultima ha dato voce e parola. Se i Discorsi alla nazione te-
desca devono essere, come abbiamo visto, un nuovo inizio, la fon-
dazione di un rinnovato corpo comune, allora leducazione na-
zionale ne il risvolto necessario in termini di progetto concreta-
mente politico, orientato cio alla formazione di un soggetto di
azione collettiva, di un S generale.
Salta agli occhi la modernit e la progressivit del proget-
to fichtiano33: azzeramento dei ceti, dei privilegi di nascita e di
censo, accesso universale ed egualitario a una formazione a voca-
zione spiccatamente universalistica, in cui la scommessa, che
Fichte cercher di mostrare in tutti i suoi dettagli nel blocco dei
discorsi 9-11, quella di formare un corpo collettivo di eguali, in
cui per leguaglianza non sia il segno di un appiattimento delle
differenze, bens al contrario valorizzazione delle diversit, delle
propensioni, dei talenti. perci che essa si rivolge anzitutto alla
formazione della volont, in quanto sorgente delle decisioni
da cui verr a dipendere lintera esistenza del singolo e del corpo
comune di cui far parte. Abbiamo leredit di Rousseau, ma in-
nestata sulla svolta trascendentale iniziata da Kant, e condotta al
suo compimento nella dottrina della scienza dello stesso Fichte.
Certo, qui troviamo anche un insieme di concetti che sembrano

33 In quanto Fichte apre i suoi discorsi osservando che egli parla per te-

deschi semplicemente, di tedeschi semplicemente, senza riconoscere, ma anzi


mettendo assolutamente da parte e rigettando tutte quelle distinzioni laceranti,
che eventi infelici hanno provocato da secoli nella nazione [...] egli indica lu-
nico appoggio per sollevarsi da questo abbattimento nella creazione di un or-
dine di cose interamente nuovo, nella formazione della nazione in un S inte-
ramente nuovo, generale, nazionale, nelleducazione di essa in quanto tale, sen-
za riguardo a uno Stato particolare, mediante la formazione del fondamentale
tratto comune di ci che tedesco: cos gi la commissione centrale dinchie-
sta (FG, p. 90).

XXXIV
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destinati a seguire nel suo tramonto lepoca nella quale furono for-
mulati. Per forse, in essi, c anche qualcosa di pi. Innestare
leducazione sulla base della dottrina della scienza, significa anzi-
tutto limpossibilit di una separazione tra volont e visione, si-
gnifica creare le condizioni perch, in ciascuno, tale intreccio tra
volont pura e visione chiara si sviluppi e si ampli conforme-
mente alle proprie disposizioni e facolt. Significa insomma, in
pari tempo, che leducazione educazione alla creazione, allo svi-
luppo di un S libero, e al tempo stesso capace di riannodare, nel-
lesercizio di questa sua libert, la condivisione di ci che co-
mune, di espandere lorizzonte per lagire insieme dei singoli.
Significa infine educare alla pratica di unesperienza politica
che non pi, non pu pi essere quella del potere moderno, del-
lo Stato sovrano centrato sul nesso comando-autorizzazione-ob-
bedienza. Le molle che facevano funzionare questo meccani-
smo erano proprio quelle della paura e della speranza: ma ora
questi stimoli hanno fatto, letteralmente, il loro tempo34. Cos
non pi possibile immaginare neppure unopposizione dicoto-
mica fra interno ed esterno, fra legalit del comportamento
esteriore e intima moralit dellintenzione, che andrebbe consi-
derata irrilevante dal punto di vista della prima. proprio tutto
questo a essere crollato con legoismo, linsufficienza stessa del-
la bipartizione kantiana che con ci si manifestata. Allo stesso
modo, Fichte intende scongiurare linteriorizzazione rousseauia-
na della scissione tra pubblico e privato, tra lamor proprio del-
lindividuo come particolare, e la volont generale operante in
quello stesso individuo come cittadino. per questo che, nella
nuova formazione, la stessa libert dovr confluire in una pi al-
ta necessit: si tratta di formare una volont che non possa pi vo-
lere diversamente da come vuole, e che in questo non poter pi
volere altrimenti da come ha voluto una volta, scopra lattuazione
suprema della propria destinazione e della propria stessa libert.
Cos, al superamento dellassetto kantiano basato sulla separazio-
ne tra morale e diritto, tra eticit interna e legalit esterna, si
accompagna il superamento dellaporia rousseauiana tra bour-

34
Per la critica della logica interna alla scienza politica moderna, cfr. R, pp.
109-113; VII, pp. 95-98.

XXXV
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geois e citoyen; alla paura e alla speranza come fonti di obbedien-


za a un potere eteronomo, viene sostituito un S generale, di
una comunit di azione che non ha pi bisogno n delluna n del-
laltra, perch ha in se stessa la fonte delle proprie decisioni, ha in
se stessa la forza per sostenerle e per condividerle, perch ha in se
stessa lamore per lidea del giusto, che in s ha cancellato la
paura e la speranza. Ma allora, evidente che lunico ordinamen-
to politico adatto a questa forma di soggettivit messa in comune,
di questo vero e proprio corpo collettivo, non potr che essere
lordinamento repubblicano35; bench, per la loro stessa natura,
nei Discorsi tale ordinamento sia pi evocato che concettualmen-
te determinato.
Qui le Reden evidenziano il carattere di utopia concreta su cui
ha insistito Ernst Bloch, quando ha parlato del significato nor-
mativo spettante ai superlativi cos spesso impiegati nelle Re-
den36. La concretezza di tale utopia si rivela forse anche nel suo es-
sere produttiva in rapporto a una lettura non del tutto scontata dei
fenomeni cui lEuropa si trova posta di fronte al giorno doggi.
sicuramente improprio accostare la monarchia universale, che
per Fichte costituiva la minaccia che gravava sullEuropa del suo
tempo, ai processi attualmente in atto sul piano della cosiddetta
globalizzazione; per anche vero che nella critica alla monar-
chia universale emerge una linea di pensiero che sembra gi antici-
pare la crisi dellassetto statuale moderno, basato su unantropolo-
gia di tipo hobbesiano, in cui la paura la fa da padrona, e la spe-
ranza altro non che il suo risvolto, ovvero ci che deve aiutare
luomo a sopportarla. Lordinamento repubblicano non , abbia-

35
il tendere alla repubblica [Hinstreben zur Republik] in quanto Stato per-
fetto, che la nazione tedesca sarebbe lunica in grado di sostenere tra tutte le na-
zioni dellEuropa moderna, verso la quale il popolo deve essere formato, della
quale deve essere reso degno [...] Questa la strada per lobiettivo prefisso, al-
la quale Fichte accenna nei suoi Discorsi, e queste sono anche le idee di fondo
di tutte le associazioni, movimenti e iniziative del periodo successivo (dal me-
desimo rapporto della censura citato alla nota 33, FG, p. 91). Stando cos le co-
se, comprensibile che la seconda edizione delle Reden non abbia potuto esse-
re pubblicata in Prussia.
36
Cfr. E. Bloch, Fichtes Reden an die deutsche Nation, in Politische Mes-
sungen, WA, Bd. 11, Frankfurt am Main 1970, pp. 300-312. Per un commento
allinterpretazione di Bloch, cfr. ancora Becker, Fichtes Idee der Nation cit., pp.
358-362.

XXXVI
Fichte.qxp 23-06-2009 12:27 Pagina XXXVII

mo detto, concettualmente determinato; per lesempio storico, a


partire dal quale Fichte ce lo presenta, incarna un modello di au-
togoverno e di autoamministrazione, di corpi costituiti, di citt li-
bere che sono tali in quanto si riconoscono come compartecipi di
uno spazio comune, che era s quello del Sacro romano impero
della nazione germanica, ma che nel modo in cui viene illustrato
da Fichte pu senzaltro fornire spunti utili pi che alla rievoca-
zione nostalgica di un passato storico che gi per lui era sepolto per
sempre, e che del resto era ben lontano dal soddisfare la sua idea di
Stato secondo ragione a ripensare il nostro futuro di oggi-
giorno, a elaborare ulteriormente quella che nella teoria politica
ormai emersa come esigenza di un nuovo rapporto tra pensiero re-
pubblicano, federalismo e democrazia, in grado di far fronte alla
crisi irreversibile degli Stati nazionali, e al tempo stesso di racco-
gliere listanza insopprimibile del riconoscimento delle differenze,
che va di pari passo con le richieste sempre pi urgenti, e sempre
pi estese su scala planetaria, di uneffettiva partecipazione e co-
decisione. vero, lidea di nazione stata, nella vicenda della
modernit che comincia con la Rivoluzione francese, indissolubil-
mente collegata alla costituzione degli Stati nazionali, si rivelata
un concetto funzionale allespansione e alla realizzazione, sul con-
creto piano degli assetti politici e costituzionali, del progetto della
scienza politica moderna, centrata sulle nozioni di sovranit, auto-
rizzazione e rappresentanza. In questo senso, ci che in Fichte, sul-
la scorta di Bloch, potremmo definire il carattere normativo del-
la nazione stato riassorbito e probabilmente fagocitato per sem-
pre dalla realt effettuale dello Stato moderno, o al massimo
riemerso, al declinare del Novecento, come ossessione fantasmati-
ca di una rivendicazione di libert che si coattivamente riprodot-
ta in termini di nazionalismo, e che altrettanto coattivamente
sfociata in guerre e massacri. Al contrario, per, se della nazione
fichtiana cogliamo la dimensione della ricerca di un legame che
stringa i singoli in una esperienza di libert condivisa, senza paura
e senza speranza, ma nellamore per la giustizia, allora forse qual-
cosa torna a parlarci.
Ricordiamo che quando Fichte allude alla sua vicenda dopo la
disputa sullateismo, che si concluse con labbandono delluni-
versit di Jena e con laccoglimento del filosofo nella citt di Ber-
lino, egli sottolinea come ci che costituiva la peculiarit della fe-

XXXVII
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derazione tedesca fosse la libert di comunicazione e di movi-


mento, che consentiva a ciascuno di trovare ospitalit in un luogo
diverso da quello che, per diverse ragioni, aveva abbandonato, re-
stando per allinterno del medesimo spazio comune, senza di-
ventare insomma un apolide e un escluso37. Tale spazio, basato
su una comune appartenenza linguistica e culturale, e strutturato
a partire da un comune riferimento alla costituzione dellimpero,
era apparso per molti decenni compatibile con lesperienza re-
pubblicana delle citt libere, e costituisce per Fichte lo sfondo sto-
rico della sua opposizione allinstaurazione, da parte di Napoleo-
ne, di una monarchia universale, che oltre a rendere impossibi-
le lospitalit per chi fosse entrato in contrasto col detentore del
potere sovrano, avrebbe condotto al dispiegamento senza residui
della forma-Stato moderna, modellata sullossessione per lunit
politica.
Sarebbe insensato ricercare, nelle Reden, delle indicazioni
pratiche di modelli costituzionali, non solo per la distanza tem-
porale che ci separa da esse, ma soprattutto perch questo non era
il loro intento neppure al tempo in cui vennero pronunciate, e fra
tante difficolt pubblicate. Ma ricercare in esse uninterrogazio-
ne, il tentativo di battere una nuova via, il carattere esemplare di
unassunzione di responsabilit da parte della filosofia, anzi da
parte del filosofo come singolarit che decide e pratica una pre-
sa di parola, e che con ci provoca comunque una rottura, d co-
munque avvio a un nuovo inizio, al di l degli esiti ulteriori del suo
dire: forse, questo dalla lettura delle Reden ancora lecito aspet-
tarselo.

37
Cfr. R, pp. 139 sg.; VIII, pp. 123-124.
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Discorsi alla nazione tedesca


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Prefazione

[259] I seguenti discorsi sono stati tenuti a Berlino nellinverno


1807/08 in una serie di lezioni come continuazione dei Tratti fon-
damentali dellepoca presente esposti in quella stessa citt, e stampati
nel 1806 per la stessa casa editrice. Ci che con essi e mediante essi
andava detto al pubblico, enunciato da loro stessi, e quindi non ci
sarebbe bisogno di alcuna prefazione. Ma poich nel frattempo, a
causa delle vicende che hanno accompagnato la stampa di questi di-
scorsi, si prodotto uno spazio vuoto da riempire, io lo riempio con
qualcosa che in parte gi stato approvato dalla censura e stampa-
to altrove, che richiamato dalloccasione che ha provocato la la-
cuna in questione, e che in generale potrebbe trovare applicazione
anche qui, mentre io rimando in particolare alla conclusione del Do-
dicesimo discorso, che riguarda lo stesso argomento1.

Berlino, aprile 1808


Fichte

1
A causa delle obiezioni della censura contro il Primo discorso, la stampa
era cominciata col Secondo discorso, ed era stato lasciato libero lo spazio pre-
visto per il Primo discorso. Poich questo occupava meno spazio del previsto,
Fichte lo fece precedere da due sezioni tratte dal suo articolo su Machiavelli (cfr.
GA, I, 9, pp. 211 sgg.), e da una tratta dai dialoghi sul patriottismo e il suo con-
trario (cfr. GA, II, 9, pp. 387 sgg.) (Fuchs, Fichtes Reden cit.). Il lettore ita-
liano pu trovare la traduzione dei primi due testi in J.G. Fichte - C. von Clau-
sewitz, Sul Principe di Machiavelli, a cura di G.F. Frigo, Ferrara 1990, rispetti-
vamente a pp. 114 sg. e pp. 61-64.

3
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Primo discorso
Considerazioni preliminari
e sguardo dinsieme

[264] Ho annunciato i discorsi che mi accingo a iniziare come


continuazione delle lezioni che ho tenuto proprio qui tre anni fa,
e che sono state pubblicate col titolo Tratti fondamentali dellepo-
ca presente. In quelle lezioni avevo mostrato che il nostro tempo
si trova nella terza et principale di tutto il tempo universale, et
che ha come stimolo di tutte le sue attivit e movimenti vitali il
semplice interesse sensibile; che lo stimolo suddetto costituisce
lunica possibilit nella quale il tempo presente concepisce e com-
prende perfettamente se stesso; e che da questa chiara visione del-
la sua essenza, esso viene profondamente fondato e incrollabil-
mente rafforzato in questa sua stessa essenza vivente1.
Il tempo con noi procede con passi da gigante, pi di quanto
abbia mai fatto con una qualsiasi altra epoca da quando esiste una
storia universale. Nei tre anni trascorsi dalla mia interpretazione
dellet in corso, questa sezione si da qualche parte perfetta-
mente esaurita e conclusa. Da qualche parte, legoismo si di-
strutto mediante il suo completo sviluppo, poich nel frattempo
ha perduto il suo S e lindipendenza di questo; e a quellegoismo,
poich non voleva porsi di buon grado nessun altro scopo che se
stesso, un simile scopo altro ed estraneo stato imposto da una
violenza esteriore. Chi ha cominciato a interpretare il proprio

1
Cfr. in particolare GZ, lez. 2, pp. 205-218 (trad. it., cit., pp. 95-113).

5
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tempo deve accompagnare, con la sua interpretazione, anche il


suo procedere, se il tempo ne acquista uno; e cos, di fronte allo
stesso pubblico cui ho indicato qualcosa come presente, diventa
per me doveroso riconoscere questo stesso qualcosa come passa-
to, nel momento in cui ha smesso di essere il presente2.
Ci che ha perduto la sua indipendenza, ha in pari tempo
[265] perduto la facolt di intervenire nel flusso del tempo, e di
determinarne liberamente il contenuto; se persiste in questa con-
dizione, il suo tempo, ed esso stesso assieme a questo suo tempo,
viene diretto dalla violenza estranea che comanda sul suo destino;
dora in poi, esso non ha pi un proprio tempo, bens conta i suoi
anni secondo gli eventi e le et di popolazioni e imperi estranei.
Esso potrebbe sollevarsi da questa condizione, in cui tutto il mon-
do trascorso sfuggito al suo intervento spontaneo, e nel quale gli
rimasta solo la gloria dellobbedienza, soltanto a condizione che
per esso sorga un nuovo mondo3. Con la creazione di questulti-
mo, esso potrebbe cominciare unet nuova e a esso propria, riem-
piendola con la continua formazione di quel mondo. Tuttavia,
poich ormai esso assoggettato a una violenza estranea, questo
nuovo mondo dovrebbe essere costituito in modo tale da rimane-
re impercettibile a quella violenza, e da non stimolarne in alcun
modo linvidia; anzi, in modo tale che questa sia spinta dal suo
proprio vantaggio a non porre alcun ostacolo alla configurazione
di un simile mondo. Se ora, per una stirpe che ha perduto il suo
S, il suo tempo e il suo mondo precedenti, dovesse esserci un
mondo cos costituito, come mezzo per la generazione di un nuo-
vo S e di un nuovo tempo, allora a uninterpretazione poliedrica

2
Leggi: il particolarismo degli Stati e dei singoli ceti e individui tedeschi ha
condotto la Germania al suo crollo, evidenziando le conseguenze dellegoi-
smo come tratto fondamentale dellet moderna; la violenza esteriore quel-
la esercitata dal dominio francese dopo la battaglia di Jena. Ci comporta una
modificazione fondamentale del quadro storico, e impone una nuova interpre-
tazione dellepoca in corso, giustificando anche da questo punto di vista lim-
presa delle Reden.
3
Il nuovo mondo in questione stato dischiuso allorizzonte dello spiri-
to dalla nuova creazione costituita dalla dottrina della scienza; la sua realiz-
zazione nella realt effettiva, per, esiger la predisposizione di determinati
mezzi, il principale dei quali sar appunto un nuovo tipo di educazione na-
zionale.

6
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anche del tempo possibile spetterebbe di presentare questo mon-


do cos costituito.

Ora, da parte mia, io ritengo che un mondo simile esista, e lo sco-


po di questi discorsi di mostrare a voi la sua esistenza e il suo ve-
ro possessore, di recare innanzi ai vostri occhi una sua immagine
vivente, e di indicarvi i mezzi della sua generazione. Cos, dunque,
tali discorsi saranno una continuazione delle lezioni tenute in pas-
sato sul tempo allora presente, poich essi riveleranno la nuova
epoca, che potr e dovr seguire immediatamente alla distruzio-
ne dellimpero dellegoismo da parte di una violenza estranea.
Ma prima di iniziare, devo invitarvi a presupporre, perch non
vi passi mai di mente [266], e a concordare con me, nella misura
in cui necessario, i punti seguenti:
1) Io parlo per tedeschi semplicemente, di tedeschi semplice-
mente, senza riconoscere, ma anzi mettendo assolutamente da
parte e rigettando tutte quelle distinzioni laceranti, che eventi in-
felici hanno provocato da secoli nella nazione4. Voi, Onorevole
Assemblea, al mio occhio corporeo siete senzaltro i primi e im-
mediati rappresentanti che mi rendete presenti le amate caratteri-
stiche nazionali, e il punto focale visibile in cui si accende la fiam-
ma del mio discorso; ma il mio spirito raccoglie intorno a s la par-
te colta dellintera nazione tedesca da tutti i territori su cui essa
diffusa, medita e considera la situazione e i rapporti comuni a noi
tutti, e si augura che una parte della forza viva con cui forse que-
sti discorsi afferreranno voi, permanga anche nella muta impron-
ta che sar lunica a finire sotto gli occhi degli assenti, e respiri da
essa, e dappertutto accenda spiriti tedeschi alla decisione e alla-
zione. Solo di tedeschi e per tedeschi semplicemente, ho detto.
Mostreremo a suo tempo che ogni altra designazione unitaria o le-
game nazionale non hanno mai avuto verit e significato, oppure,
qualora ne abbiano avuto, che questi punti di unificazione sono
stati distrutti e ci sono stati strappati dalla nostra attuale situazio-
ne, e non potranno mai pi ritornare; e che solo il fondamentale
tratto comune di ci che tedesco potr scongiurare il tramonto

4 Questo appello attir lattenzione della commissione centrale dinchiesta

per il suo carattere universalistico (cfr. supra, Introduzione, nota 33).

7
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della nostra nazione nella sua confluenza con lestero, e potr far-
ci riconquistare un S basato su se stesso, e assolutamente inca-
pace di dipendenza. Appena capiremo questultimo punto sparir
anche lapparente contraddizione, che forse ora qualcuno teme,
di questa affermazione con doveri di altra natura, e con occupa-
zioni ritenute sacre.
Perci, poich io parlo solo di tedeschi in generale, affermer
come valide per noi diverse cose, che in un primo tempo non lo so-
no per chi riunito qui, cos come [267] affermer come valide per
tutti i tedeschi altre cose, che in un primo tempo valgono solo per
noi. Nello spirito di cui questi discorsi sono lemanazione, io scor-
go lunit reciprocamente intrecciata, in cui nessun membro con-
sidera il destino di qualsiasi altro membro come un destino che gli
estraneo, unit che deve e dovr necessariamente sorgere, se non
dobbiamo andare completamente in rovina io scorgo questa
unit come gi sorta, compiuta, e immediatamente presente.
2) Io presuppongo ascoltatori tedeschi, che non si facciano as-
sorbire con tutto il loro essere nel sentimento del dolore per la
perdita subita, compiacendosi di questo dolore, nutrendosi della
loro inconsolabilit, e pensando di avere soddisfatto con tale sen-
timento lesortazione ad agire loro rivolta; ma che si siano gi sol-
levati da questo giusto dolore alla chiara meditazione e conside-
razione, o che perlomeno ne siano capaci. Io conosco quel dolo-
re, lho sentito come chiunque, gli rendo onore; lottusit che
soddisfatta quando trova da mangiare e da bere, e quando non le
sopraggiunge un dolore fisico, e per la quale onore, libert, indi-
pendenza sono parole vuote, incapace di esso: ma esso l sol-
tanto per spronarci alla concentrazione, alla decisione e allazio-
ne; mancando di questo scopo ultimo, esso ci priva della concen-
trazione e di ogni altra forza residua, e cos completa la nostra mi-
seria; perch oltre a tutto questo esso fornisce, come testimone
della nostra inerzia e vilt, la prova visibile che noi meritiamo la
nostra miseria. Ma io non mi riprometto di sollevarvi da questo
dolore mediante rassicurazioni su un aiuto che dovrebbe giunge-
re dallesterno, e mediante accenni a tutti i possibili eventi e cam-
biamenti che forse il tempo porter con s: perch, se anche que-
sto modo di pensare non testimoniasse gi in s come fa della
pi colpevole leggerezza e del pi profondo disprezzo di se stes-
so, preferendo perdersi nel mondo inconsistente delle possibilit,

8
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invece di appuntarsi su ci che necessario, e affidando la pro-


pria salvezza al cieco caso, invece che a se stesso; [268] comun-
que, oltre a tutto questo, tutte le rassicurazioni e gli accenni di
questo tipo non potrebbero applicarsi in nessun modo alla nostra
situazione. Si pu rigorosamente dimostrare, e lo faremo a suo
tempo, che nessun uomo e nessun Dio e nessun evento tra tutti
quelli compresi nel campo del possibile ci possono aiutare, ma che
se un aiuto ci deve giungere, dobbiamo aiutarci soltanto da noi
stessi. Invece, cercher di sollevarvi dal dolore mediante la visio-
ne chiara della nostra situazione, della nostra forza ancora rima-
sta, dei mezzi della nostra salvezza. Perci, presumer senzaltro
un certo grado di concentrazione, una certa autonomia e qualche
sacrificio, e perci conto su uditori da cui si pu presumere tan-
to. Del resto, gli oggetti di questa assunzione sono in complesso
leggeri, e non presuppongono una quantit di forza superiore a
quella che credo si possa attribuire alla nostra epoca; quanto al pe-
ricolo, poi, non ce n assolutamente alcuno.
3) Nella misura in cui intendo produrre una chiara visione dei
tedeschi come tali, nella loro situazione presente, io presuppongo
uditori che siano inclini a vedere le cose di questo tipo coi loro oc-
chi, assolutamente non uditori che trovino pi comodo, nella con-
siderazione di questi argomenti, dotarsi di lenti estranee e stra-
niere, che o sono intenzionalmente rivolte a ingannare, oppure
anche per loro natura, per il loro diverso punto di vista e la loro
minore acutezza, non saranno mai adatte a occhi tedeschi. Inol-
tre, io presuppongo che questi uditori, considerando con i propri
occhi, abbiano il coraggio di guardare con onest alle cose come
stanno, e di ammettere con onest quello che vedono; e che essi
abbiano gi sconfitto, o perlomeno siano in grado di farlo, quel-
linclinazione cos comune a ingannarsi sulle faccende che ci ri-
guardano, facendosene unimmagine un po meno sconfortante di
quella che corrisponde alla verit. Quellinclinazione un vile fug-
gire di fronte ai propri pensieri, un senso infantile, il quale fin-
ge di credere che, se esso non vede la propria miseria, o almeno
non ammette di [269] vederla, questa miseria verrebbe cancella-
ta anche nella realt, nello stesso modo in cui viene cancellata nel
suo pensiero. Al contrario, audacia virile fissare il male negli oc-
chi, costringerlo a fermarsi, compenetrarlo con calma, freddezza
e libert, e risolverlo nelle sue componenti. Inoltre, solo questa

9
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chiara visione ci rende padroni del male, e ci fa iniziare con passo


sicuro il combattimento contro di esso poich, abbracciando con
lo sguardo lintero in ogni parte, sappiamo sempre dove ci trovia-
mo, e una volta raggiunta la chiarezza siamo certi del fatto nostro,
mentre gli altri, senza un orientamento sicuro e senza salde cer-
tezze, brancolano alla cieca e come in sogno.
Del resto, perch dovremmo temere questa chiarezza? Il male
non diventa minore se lo ignoriamo, n maggiore se lo conoscia-
mo; diventa solo pi rimediabile nel secondo caso; ma qui, non
deve essere affatto messa in primo piano la colpa. giusto colpi-
re linerzia e legoismo con amare invettive, irrisioni sferzanti e ta-
gliente disprezzo, e istigarli se non altro allodio e al rancore, che
sono comunque stimoli potenti, contro chi ricorda tutto questo,
finch la conclusione necessaria, la sventura, non ancora com-
pleta, e dal miglioramento possiamo attenderci ancora salvezza o
sollievo. Ma ora che questa sventura completa a tal punto da to-
glierci anche la possibilit di continuare a peccare in questo mo-
do, non ha pi senso e sembra compiacimento inveire ancora con-
tro i peccati che non si possono pi commettere; e allora la consi-
derazione cade dallambito delletica in quello della storia. Per es-
sa, la libert un che di passato, e laccaduto il risultato neces-
sario di quanto lo ha preceduto. Ai nostri discorsi resta soltanto
questa considerazione del presente, e perci noi non assumeremo
mai un altro punto di vista.
Io presuppongo dunque il seguente modo di pensare: che pen-
siamo a noi stessi semplicemente come tedeschi; che non siamo
prigionieri neppure del dolore; che vogliamo vedere la verit; e
che abbiamo il coraggio [270] di guardarla in faccia. Io conto su
di esso in ogni parola che dir, e se qualcuno in questa assemblea
ne porter con s un altro, allora dovr ascrivere solo a se stesso
le sgradevoli sensazioni che qui potrebbero venirgli procurate.
Ci sia detto e stabilito una volta per tutte; e adesso mi accingo al-
laltro compito, quello di esporvi in uno sguardo dinsieme gene-
rale il contenuto fondamentale di tutti i discorsi seguenti.
Da qualche parte5, ho detto allinizio del mio discorso, legoi-

5 Per limpiego di questo avverbio, e le modifiche imposte dalla censura al

brano che segue, cfr. supra, Introduzione, nota 5.

10
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smo avrebbe distrutto se stesso mediante il suo completo svilup-


po, poich nel frattempo avrebbe perduto il suo S e la facolt di
porsi i suoi scopi in modo indipendente. Questa ormai avvenuta
distruzione dellegoismo era il procedere del tempo da me accen-
nato, e levento in esso assolutamente nuovo, che secondo me ren-
deva possibile e necessaria una prosecuzione della mia preceden-
te descrizione del tempo; questa distruzione sarebbe quindi il no-
stro presente vero e proprio, al quale dovrebbe collegarsi imme-
diatamente la nostra vita nuova in un mondo nuovo, lesistenza
del quale io ho egualmente affermato. Perci, tale distruzione sa-
rebbe anche il vero e proprio punto di partenza dei miei discorsi,
e io dovrei mostrare prima di tutto come e perch una siffatta di-
struzione dellegoismo risulti necessariamente dal suo sviluppo
supremo.
Legoismo sviluppato al suo grado supremo quando esso, do-
po avere afferrato linsieme dei governati con insignificanti ecce-
zioni, a partire da questi si impadronisce anche dei governanti, di-
ventandone lunico impulso vitale. Da un simile governo deriva,
anzitutto verso lesterno, la trascuratezza di tutti i legami median-
te i quali la propria sicurezza collegata alla sicurezza di altri Sta-
ti, il rifiuto dellintero di cui esso parte solo per non essere di-
stolto dalla sua quiete inerte, e la miserabile illusione dellegoismo
di essere in pace finch non sono attaccati i propri confini; quin-
di, verso linterno, quella debole conduzione delle redini dello
Stato che, con parole straniere, si chiama umanit, liberalit e po-
polarit6, ma che in lingua tedesca andrebbe pi giustamente
[271] chiamata inettitudine e comportamento senza dignit.
Ho detto: quando si impadronisce anche dei governanti. Un
popolo pu essere completamente corrotto, cio egoista, poich
legoismo la radice di ogni altra corruttibilit e tuttavia non so-
lo pu continuare a esistere, ma perfino compiere imprese este-
riormente splendide, purch non sia corrotto il suo governo; an-
zi, questultimo pu addirittura agire verso lesterno senza fede,
dimentico del dovere e dellonore, purch verso linterno abbia il
coraggio di tenere le redini del governo con mano ferma, e di con-

6
Humanitt, Liberalitt, Popularitt: su questi termini, Fichte torner am-
piamente oltre, nel Quarto discorso (infra, pp. 57 sgg.).

11
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quistare per s la paura pi grande. Ma quando si unisce tutto ci


che abbiamo detto, il corpo comune va in rovina al primo serio at-
tacco cui va incontro, e come prima si era staccato dal corpo di
cui era membro, cos ora i suoi membri, che non sono trattenuti
da alcun timore nei suoi confronti, spinti dalla paura pi grande
nei confronti dello straniero, si staccano da lui con la medesima
infedelt, andando ognuno per conto proprio. Qui, la paura pi
grande afferra di nuovo quelli che ora si trovano isolati, e con
maggiore prodigalit e simulata gaiezza danno al nemico ci che
al difensore della patria avevano dato avaramente e del tutto con-
tro voglia; finch anche i governanti, abbandonati e traditi da ogni
parte, vengono costretti a comperare la loro permanenza assog-
gettandosi e piegandosi a progetti estranei; e cos ora anche quel-
li che nella lotta per la patria avevano gettato le armi imparano,
sotto insegne straniere, a portarle pi coraggiosamente contro la
patria. Cos accade che legoismo venga distrutto dal suo supre-
mo sviluppo, e che a coloro che, di buon grado, non volevano por-
si altro scopo che se stessi, un simile altro scopo venga imposto da
una violenza estranea.

Nessuna nazione che sia sprofondata in questa condizione di di-


pendenza pu risollevarsi da questa con i mezzi comuni e impie-
gati finora. Se la sua resistenza stata sterile quando la nazione era
ancora in possesso di tutte le sue forze, a che cosa pu servire ora
che essa [272] stata derubata della maggior parte di quelle? Ci
che in precedenza sarebbe potuto essere di aiuto, cio se il loro
governo avesse tenuto le redini con forza e con fermezza, ora non
pi applicabile, poich queste redini sono ancora nelle loro ma-
ni solo in apparenza, e queste stesse mani sono guidate e dirette
da una mano straniera. Una simile nazione non pu pi contare
su se stessa; e altrettanto poco essa pu contare sul vincitore. Que-
sti dovrebbe essere tanto sconsiderato, e tanto vile ed esitante,
quanto lo era stata quella nazione, se non mantenesse i vantaggi
raggiunti e non li perseguisse in tutti i modi. Oppure, se col pas-
sare del tempo diventasse tanto vile e sconsiderato, anche lui an-
drebbe certamente in rovina come noi, ma non a nostro vantag-
gio, bens diventerebbe preda di un nuovo vincitore, e noi sarem-
mo laggiunta ovvia e poco significativa a questa preda. Ma se cio-
nonostante per una nazione caduta cos in basso fosse possibile

12
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salvarsi, ci dovrebbe accadere in virt di un mezzo nuovo, mai


impiegato finora, mediante la creazione di un ordine di cose inte-
ramente nuovo. Consentiteci dunque di vedere il motivo, presen-
te nellordine di cose finora vigente, per cui era necessario che
questordine prima o poi finisse. Solo cos potremo trovare, nel
motivo contrario a quello del suo tramonto, il nuovo elemento da
inserire nel tempo perch la nazione caduta in basso possa risol-
levarsi, in esso, a nuova vita.
Nel ricercare quel motivo, si scoprir che in tutte le costitu-
zioni finora vigenti la partecipazione allintero era connessa con la
partecipazione del singolo a se stesso, per mezzo di legami che da
qualche parte si sono strappati cos completamente da non con-
sentire pi nessuna partecipazione allintero mediante i legami
della paura e della speranza, secondo cui la vicenda del singolo,
in una vita futura e in quella presente, dipendeva dal destino del-
lintero. LIlluminismo dellintelletto calcolante solo su base sen-
sibile stata la forza che ha annullato il vincolo di una vita futura
con quella presente attraverso la religione; al tempo stesso, esso
ha concepito come fantasmi illusori anche altri mezzi comple-
mentari e rappresentativi [273] del modo di pensare etico, come
lamore per la gloria e lonore nazionale. stata la debolezza dei
governi che, grazie alla frequente impunit per linottemperanza
del dovere, ha annullato la paura che le vicende del singolo di-
pendessero, almeno in rapporto alla vita presente, dal suo com-
portamento nei confronti dellintero; e che ha reso inefficace an-
che la speranza, in quanto questa veniva assai spesso soddisfatta
senza alcun riguardo ai meriti verso lintero, secondo regole e mo-
venti del tutto diversi. Sono legami di questo tipo a essersi strap-
pati completamente da qualche parte, e per la lacerazione dei qua-
li il corpo comune si dissolto7.
Per quanto instancabilmente, dora in poi, il vincitore possa
perseguire lunica cosa che pu fare, cio riannodare e rafforzare
la paura e la speranza per la vita presente come ultimi vincoli ri-
masti, egli con ci fa solo il suo interesse, non il nostro, poich ca-
pendo certamente qual il suo vantaggio, egli collega a questo le-
game rinnovato soltanto il suo interesse, il nostro invece solo nel-

7
Qui termina il brano iniziato sopra, a p. 10.

13
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la misura in cui la nostra conservazione, in quanto mezzo per i


suoi scopi, diventa un suo interesse. Per una nazione caduta cos
in basso, dora in poi paura e speranza sono completamente an-
nullate, poich la sua guida sfuggita dalle sue mani, ed essa pu
s temere e sperare, ma dora in poi nessun uomo avr pi paura
o nutrir pi speranze per essa. A essa non resta nientaltro che
trovare un vincolo interamente nuovo e diverso, superiore a pau-
ra e speranza, per annodare linteresse della sua totalit alla par-
tecipazione che ciascuno dei suoi membri ha a se stesso.
Oltre agli stimoli sensibili della paura o della speranza, e al
confine pi prossimo a essi, si trova lo stimolo spirituale dellap-
provazione o disapprovazione etica, e il superiore affetto del com-
piacersi o dispiacersi della situazione nostra e di altri. Come loc-
chio esterno abituato a limpidezza e ordine viene tormentato e
turbato, come se provasse un dolore immediato, da una macchia
che forse al corpo non aggiunge immediatamente alcun dolore,
oppure dalla vista di oggetti confusamente in disordine, mentre
[274] quello abituato alla sporcizia e al disordine in essi si trova
perfettamente a suo agio; allo stesso modo anche locchio spiri-
tuale delluomo pu venire abituato e formato in modo tale che la
semplice vista di unesistenza confusa e disordinata, indegna e
senza onore, di lui stesso e della stirpe dei suoi fratelli, gli provo-
chi unintima sofferenza, senza riguardo a ci che ne sarebbe da
temere o da sperare per il suo benessere sensibile. Al possessore
di un occhio siffatto questo dolore, ancora una volta in modo del
tutto indipendente da paura o speranza sensibili, non lascerebbe
requie finch egli, per quanto sta in lui, non avesse superato la si-
tuazione che gli provoca dispiacere, e non lavesse sostituita con
lunica che lo pu compiacere. Nel possessore di un occhio siffat-
to, linteresse dellintero che lo circonda annodato in modo in-
dissolubile, mediante il sentimento trainante dellapprovazione o
disapprovazione, con le vicende del suo S personale allargato,
che si sente soltanto come parte dellintero, e si pu sopportare
soltanto nellintero che lo compiace; la formazione in s di un oc-
chio siffatto sarebbe dunque un mezzo sicuro, e anzi lunico ri-
masto a una nazione che ha perduto la sua indipendenza, e con
essa ogni influsso sulla paura e la speranza pubbliche, per solle-
varsi nuovamente allesistenza dalla distruzione che ha sopporta-
to, e per affidare con sicurezza i suoi affari nazionali, che dalla sua

14
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caduta nessun uomo e nessun Dio ha pi curato, al sentimento


nuovo e superiore che sorto. Cos dunque risulta che il mezzo di
salvezza che ho promesso di mostrare consiste nella formazione di
un S assolutamente nuovo, che finora forse esistito come ecce-
zione in alcuni singoli, mai per come S generale e nazionale. Si
tratta di educare la nazione ad una vita interamente nuova, poich
la sua vita precedente si estinta ed divenuta aggiunta di una vi-
ta estranea, e di fare in modo che tale vita rimanga esclusivo pos-
sesso della nazione, oppure, qualora da essa dovesse giungere ad
altri, rimanga intera e intatta pur nellinfinita divisione. In una pa-
rola, ci che io propongo come unico mezzo per conservare lesi-
stenza della nazione tedesca un totale cambiamento delleduca-
zione.
[275] Che ai bambini si debba dare una buona educazione, an-
che nella nostra epoca stato detto a sufficienza e ripetuto fino al-
la nausea, e sarebbe ben poca cosa se anche noi lo volessimo dire
da parte nostra. Piuttosto, se riteniamo di poter fare qualcosa di
diverso, ci spetter di ricercare accuratamente che cosa vera-
mente mancato alleducazione finora vigente, e di indicare quale
elemento assolutamente nuovo debba essere aggiunto dalleduca-
zione modificata alla formazione delluomo finora vigente.
Dopo una ricerca del genere, alleducazione finora vigente bi-
sogna concedere che essa non manca di portare davanti agli occhi
dei suoi allievi una qualche immagine del modo di pensare reli-
gioso, etico, legale, e di qualsivoglia ordine e buoni costumi, am-
monendoli inoltre fedelmente, qua e l, di dare a quelle immagi-
ni unimpronta nella loro vita. Ma a parte eccezioni straordinaria-
mente rare, che dunque non furono motivate da questa educazio-
ne, poich allora si sarebbero dovute presentare in tutti coloro che
avevano ricevuto questa formazione, bens furono provocate da
altre cause a parte queste eccezioni straordinariamente rare, di-
co, gli allievi di questa educazione in complesso non hanno se-
guito quelle rappresentazioni e ammonimenti etici, bens gli sti-
moli del loro egoismo, che cresceva senza alcun ausilio da parte
dellarte educativa, e che per loro era naturale. Ci dimostra in
modo inconfutabile che questarte educativa ha s potuto riempi-
re la memoria con qualche parola e modo di dire, e la fredda e di-
staccata fantasia con qualche immagine fioca ed esangue, ma non
mai riuscita a innalzare sino alla vitalit i suoi ritratti dellordi-

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namento etico del mondo, n a far s che il suo allievo venisse af-
ferrato per essi da amore e nostalgia struggenti, e dallaffetto ap-
passionato che spinge allesposizione nella vita, e di fronte a cui la
nostalgia cade come foglia appassita. Questa educazione, dunque,
stata ben lungi dal penetrare sino alla radice e dal formare la vi-
ta nella sua attivit e nel suo movimento effettivi; al contrario que-
sti, trascurati da uneducazione cieca e inetta, [276] sono cresciu-
ti ovunque selvaggiamente, portando buoni frutti nei pochi ispi-
rati da Dio, cattivi nella grande maggioranza. Del resto, per ora
pi che sufficiente descrivere questa educazione mediante questo
suo risultato, e ai nostri fini possiamo risparmiarci il faticoso com-
pito di analizzare le vene e i succhi interni di un albero il cui frut-
to, ormai pienamente maturo, caduto e sta davanti agli occhi di
tutti, esprimendo in modo massimamente chiaro e comprensibile
linterna natura del suo produttore. A rigore, secondo questo
punto di vista, leducazione finora vigente non sarebbe stata in
nessun modo larte di formare luomo, cosa di cui del resto non si
mai vantata, bens ha fin troppo spesso confessato apertamente
la sua impotenza, pretendendo come condizione per il suo suc-
cesso che le fosse messo a disposizione un talento naturale, o un
genio. Al contrario, unarte siffatta sarebbe ancora da scoprire, e
la sua scoperta sarebbe il compito vero e proprio della nuova edu-
cazione. La penetrazione fino alla radice della vita nella sua atti-
vit e nel suo movimento effettivi, che mancata alleducazione
finora vigente, dovrebbe esservi aggiunta dalla nuova educazione,
e come la prima, al massimo, ha formato qualcosa nelluomo, co-
s la nuova dovrebbe formare luomo stesso, e non dovrebbe as-
solutamente fare della cultura un possesso, com accaduto fino-
ra, bens piuttosto una componente personale dellallievo.
Inoltre, fino a oggi questa formazione cos limitata stata por-
tata solo alla minoranza molto ristretta dei ceti colti, che veniva-
no chiamati cos proprio per questa ragione, mentre la grande
maggioranza su cui propriamente si basa il corpo comune, il po-
polo, stata quasi completamente trascurata dallarte delleduca-
zione, e abbandonata alla cieca approssimazione. Mediante la
nuova educazione, noi vogliamo formare i tedeschi in una totalit,
che in tutti i suoi singoli membri sia spinta e animata dallo stesso
unico interesse; ma se a questo proposito volessimo nuovamente
distinguere un ceto colto, fosse pure animato dallimpulso del-

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lapprovazione etica appena indicato, da un ceto incolto, allora


questultimo si allontanerebbe da noi, e per noi andrebbe perdu-
to, poich speranza e paura, mediante cui soltanto si potrebbe an-
cora agire su di esso, non lavorerebbero pi per noi, ma contro di
noi. [277] Quindi, non ci resta nientaltro che portare la nuova
formazione a tutti coloro che sono tedeschi, senza alcuna ecce-
zione, cosicch essa diventi non formazione di un ceto particola-
re, bens formazione della nazione assolutamente come tale, e di
ogni suo membro senza alcuna eccezione. In essa, ovvero nella
formazione allintimo compiacimento in ci che giusto, ogni dif-
ferenza di ceto, che in altri rami dello sviluppo potrebbe conti-
nuare a sussistere, dovrebbe essere completamente annullata e
scomparire, cosicch in questo modo, tra di noi, non sorga affat-
to una educazione popolare, bens una vera e propria educazione
nazionale tedesca.
Io vi mostrer che unarte educativa come quella alla quale noi
aspiriamo gi stata scoperta e viene gi esercitata effettivamen-
te, cosicch a noi non resta altro da fare che prendere quanto ci
viene offerto, il che senza dubbio, come ho promesso prima par-
lando del mezzo di salvezza che avrei proposto, non esige una mi-
sura di forza superiore a quella che possiamo equamente aspet-
tarci dalla nostra epoca. A questa promessa ne ho aggiunta anche
unaltra, che cio, per quanto riguarda il pericolo, nella nostra
proposta non ce n assolutamente alcuno, poich il vantaggio
stesso della forza che comanda su di noi esigerebbe piuttosto di
favorire lattuazione di quella proposta che non di ostacolarla.
Trovo utile pronunciarmi con chiarezza su questo punto gi in
questo Primo discorso.
certo che sia nellantichit sia in epoca moderna le arti del
traviamento e dellumiliazione etica dei sottomessi sono state usa-
te di frequente e con successo come strumento di potere. Per mez-
zo di invenzioni menzognere e di unartificiosa confusione nei
concetti e nel linguaggio, si sono diffamati i principi di fronte ai
popoli, e questi di fronte a quelli, per dominare in modo pi si-
curo i separati; si sono astutamente suscitati e alimentati tutti gli
stimoli della vanit e dellegoismo per rendere spregevoli i sotto-
messi, e per calpestarli cos con una sorta di buona coscienza: ma
si commetterebbe sicuramente un errore rovinoso se si volesse se-
guire questa strada con noi tedeschi. A parte il vincolo della pau-

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ra e della speranza, [278] la connessione di quella parte delleste-


ro con cui siamo venuti attualmente in contatto si basa sugli sti-
moli dellonore e della gloria nazionale; ma la chiarezza tedesca ha
da lungo tempo compreso, sino alla convinzione incrollabile, che
questi sono illusioni ingannevoli, e che dalla gloria dellintera na-
zione non viene sanata nessuna ferita e nessuna mutilazione del
singolo; e noi potremmo ben diventare, se non ci viene offerta una
visione superiore della vita, pericolosi predicatori di questa dot-
trina assai comprensibile, e dotata di grande attrattiva. Senza cau-
sarci per questo ulteriore rovina, noi siamo gi nella nostra costi-
tuzione naturale una preda che porta disgrazie; possiamo diven-
tarne una che porta salvezza solo attuando la proposta che abbia-
mo fatto: e cos dunque, poich lestero capisce di certo qual il
suo vantaggio, mosso da questultimo preferir averci in questo
secondo modo piuttosto che nel primo.
Ora, con questa proposta il mio discorso si rivolge in partico-
lare ai ceti colti della Germania, poich spera di venire capito in-
nanzitutto da questi, e li incarica nel modo pi urgente di diveni-
re i fondatori di questa nuova creazione, e in questo modo in par-
te di riconciliare il mondo con lattivit da loro svolta sino ad ora,
in parte di meritare la loro continuit nel futuro. Nel prosieguo di
questi discorsi, vedremo che ogni avanzamento dellumanit nel-
la nazione tedesca partito dal popolo, e che i grandi affari na-
zionali sono sempre stati affidati a lui per primo, e da lui presi in
custodia e portati avanti; che dunque ora accade per la prima vol-
ta che i ceti colti vengano incaricati dellulteriore formazione ori-
ginaria della nazione, e che, se essi assumeranno effettivamente
questo incarico, anche questo accadrebbe per la prima volta. Ve-
dremo che questi ceti non possono contare su quanto tempo sia
ancora a loro disposizione per porsi al vertice di questo affare,
poich questultimo gi quasi pronto e maturo per essere pre-
sentato al popolo, ed essere realizzato con membri provenienti dal
popolo, e questo fra breve provveder da solo senza il nostro aiu-
to, [279] con la conseguenza per noi che gli attuali uomini di cul-
tura e i loro successori diventeranno popolo, mentre da ci che fi-
no a oggi era il popolo sorger un altro e superiore ceto colto.

Dopo tutto, lo scopo generale di questi discorsi quello di infon-


dere coraggio e speranza negli avviliti, diffondere gioia nella cupa

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tristezza, superare con leggerezza e serenit lora dellangoscia pi


grande. Il tempo mi sembra come unombra che indugia e piange
sul suo cadavere, da cui lha cacciata un esercito di malattie, e che
non riesce a distogliere lo sguardo dallinvolucro un tempo cos
amato, e disperatamente ricerca ogni mezzo per tornare nella sede
del contagio. Certo le brezze rinfrescanti dellaltro mondo, in cui
la dipartita entrata, lhanno gi accolta in s, e la circondano di
caldi aliti amorosi, certo gi la salutano gioiosamente le voci fami-
liari delle sorelle, e le danno il benvenuto, certo gi si anima e si
espande al suo interno in ogni direzione per generare la figura pi
splendida in cui deve svilupparsi; ma non ha ancora un senso per
queste brezze, o orecchi per queste voci, o se li ha, ancora immersa
nel dolore per la sua perdita, in cui essa crede di avere perduto an-
che se stessa. Che fare con essa? Anche laurora del nuovo mondo
gi spuntata, e gi indora le cime dei monti, e anticipa il giorno
che deve venire. Per quanto posso, io voglio cogliere i raggi di que-
sta aurora, e raccoglierli in uno specchio, in cui il tempo sfiduciato
si rifletta per credere che esso esiste ancora, e perch in esso gli si
mostri il suo vero nucleo, e gli sviluppi e le configurazioni di que-
stultimo gli scorrano davanti in una visione premonitrice. Immer-
so in questa contemplazione, anche limmagine della sua vita pre-
cedente sprofonder nelloblio, e il morto potr essere portato alla
sua tomba senza levare eccessivi lamenti.
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Secondo discorso
Sullessenza della nuova educazione
in generale

[280] Il mezzo da me proposto per la conservazione di una na-


zione tedesca in generale, alla cui chiara visione questi discorsi
vorrebbero portare prima di tutto voi e, assieme a voi, lintera na-
zione, emerge come tale dalla costituzione del tempo e dalle pe-
culiarit nazionali tedesche, cos come esso deve, a sua volta, in-
tervenire nel tempo e nella formazione delle peculiarit naziona-
li. Questo mezzo, dunque, non risulter perfettamente chiaro e
comprensibile finch esso non sia collegato a queste ultime, e que-
ste a esso, ed entrambi non siano esposti in perfetta compenetra-
zione reciproca. Si tratta di compiti che esigono un certo tempo,
e cos potremo attenderci la perfetta chiarezza solo alla fine dei
nostri discorsi. Tuttavia, poich da qualche parte dobbiamo co-
minciare, la cosa pi utile sar considerare quel mezzo stesso per
s, nella sua essenza interna, a prescindere da ci che lo circonda
nello spazio e nel tempo, e cos il nostro discorso odierno e quel-
lo successivo saranno dedicati a questo compito.
Il mezzo indicato era uneducazione nazionale dei tedeschi as-
solutamente nuova, e mai ancora esistita in questo modo in nes-
sunaltra nazione. Questa nuova educazione stata gi distinta nel
precedente discorso da quella fin qui consueta nel modo seguen-
te: leducazione fino a oggi avrebbe al massimo ammonito al buon
ordine e alleticit, ma questi ammonimenti sarebbero rimasti in-
fruttuosi per la vita effettiva, che si sarebbe formata secondo mo-
tivi completamente diversi, del tutto inaccessibili a questa educa-

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zione. Al contrario di questa, la nuova educazione [281] dovreb-


be formare e determinare secondo regole, in modo sicuro e infal-
libile, la vita dei suoi allievi nella sua attivit e nel suo movimento
effettivi.
Ma ora forse qualcuno dir, come effettivamente dicono qua-
si senza eccezione quelli che hanno diretto leducazione fino ad
ora: come si pu pretendere da una qualunque educazione pi del
fatto che essa mostri allallievo ci che giusto, e lo esorti fedel-
mente a esso? Se egli vuole seguire queste esortazioni, un pro-
blema suo, e se non lo fa, colpa sua. Egli ha una volont libera,
che nessuna educazione gli pu togliere. Allora, per caratterizza-
re in modo ancora pi deciso la nuova educazione alla quale pen-
so io, risponderei: Proprio in questo riconoscimento, e in questo
affidarsi a una volont libera dellallievo, consistito il primo er-
rore delleducazione fino ad ora, e la palese ammissione della sua
impotenza e nullit. Poich nel momento in cui confessa che do-
po tutta la sua azione pi energica la volont resta libera, cio
oscilla indecisa tra bene e male, essa confessa sia di non essere in
grado, sia di non volere n aspirare assolutamente a formare la vo-
lont e, poich questa la vera e propria radice fondamentale del-
luomo, luomo stesso. Al contrario, la nuova educazione dovreb-
be consistere esattamente nel distruggere completamente la li-
bert della volont sul terreno di cui essa si assume lelaborazio-
ne, e al contrario nel produrre stringente necessit delle decisio-
ni, e limpossibilit dellopposto nella volont: volont sulla qua-
le ormai si potrebbe contare e fare affidamento con sicurezza.
Ogni formazione aspira alla produzione di un essere saldo, de-
terminato e costante, che ora non diviene pi, bens , e non pu
essere diversamente da come . Se non aspirasse a un essere sif-
fatto, allora non sarebbe formazione, ma un gioco qualunque pri-
vo di scopo; se non producesse un essere siffatto, allora appunto
non sarebbe ancora completa. Chi si deve ancora esortare, ed es-
sere esortato, a volere il bene, non ha ancora un volere determi-
nato e sempre pronto, ma vuole formarsene uno [282] a ogni oc-
casione duso; chi ha un volere cos saldo, vuole ci che vuole per
tutta leternit, e non pu in nessun caso possibile volere altri-
menti che cos, come vuole sempre. Per lui, la libert della volont
distrutta e risolta nella necessit. Il tempo fino ad ora ha mo-
strato di non avere n un giusto concetto di formazione delluo-

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mo, n la forza di esporre questo concetto, proprio perch ha mo-


strato di voler migliorare gli uomini mediante prediche edifican-
ti, e si infastidiva e ingiuriava se queste prediche non davano al-
cun frutto. Ma come potevano darne? La volont delluomo ha
gi la sua salda direzione prima dellesortazione e indipendente-
mente da essa; se questa concorda con la tua esortazione, allora la
tua esortazione arriva troppo tardi, e luomo avrebbe fatto ci a
cui tu lo esorti anche senza di essa; se in contraddizione, allora
puoi confonderlo al massimo per qualche attimo; quando arriva
loccasione, egli dimentica se stesso e la tua esortazione, e segue la
sua inclinazione naturale. Se vuoi avere un qualche potere su di
lui, allora gli devi fare qualcosa di pi che qualche discorso: devi
fare lui stesso, farlo in modo tale che egli non possa volere diver-
samente da come tu vuoi che egli voglia. vano dire vola a chi
non ha le ali: con tutti i tuoi incitamenti, non si alzer due metri
da terra; sviluppa invece, se puoi, le sue penne spirituali, e faglie-
le esercitare e rafforzare, ed egli senza alcun incitamento da parte
tua non potr volere o potere altro che volare.
La nuova educazione deve produrre questa volont salda e
non pi oscillante secondo una regola certa ed efficace senza ec-
cezione; essa stessa deve produrre con necessit la necessit che
ha di mira. Ci che finora venuto bene, venuto cos per la sua
disposizione naturale, che ha sovrastato linflusso del cattivo am-
biente; ma niente affatto per leducazione, perch altrimenti tut-
to ci che passato attraverso di essa sarebbe dovuto riuscire be-
ne. Lo stesso vale per ci che riuscito male, perch altrimenti tut-
to ci che [283] passa attraverso leducazione dovrebbe riuscire
male, invece riesce male a causa di se stesso e della sua disposi-
zione naturale; leducazione stata in questo caso semplicemente
nulla, niente affatto dannosa, il vero e proprio mezzo formativo
stata la natura spirituale. Dalle mani di questa forza oscura e im-
ponderabile, la formazione delluomo deve ora passare sotto il co-
mando di unarte consapevole, che raggiunga sicuramente il suo
scopo in tutto ci che le affidato senza eccezione, oppure, quan-
do non lo dovesse raggiungere, sappia almeno che non lo ha rag-
giunto, e che dunque leducazione non ancora conclusa. Unar-
te sicura e consapevole per formare nelluomo una buona volont
salda e infallibile: questa deve essere dunque leducazione da me
proposta, e questa la sua prima caratteristica.

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Inoltre, luomo pu volere solo ci che ama; il suo amore lu-


nico e in pari tempo infallibile impulso del suo volere, e di tutta
la sua vita nella sua attivit e nel suo movimento. Larte dello Sta-
to fino a oggi, come autoeducazione delluomo sociale, ha pre-
supposto come regola certa e valida senza eccezione che ciascuno
ami e voglia il suo personale benessere sensibile, e a questo amo-
re naturale ha collegato artificialmente, mediante paura e speran-
za, la volont buona che essa voleva, cio linteresse per il corpo
comune. A parte il fatto che in questo tipo di educazione chi este-
riormente diventato un cittadino innocuo o utilizzabile, inte-
riormente rimane un uomo cattivo, poich la cattiveria consiste
proprio nel fatto di amare solo il proprio benessere sensibile, e di
essere mossi solo da paura o speranza per questo, sia ora esso nel-
la vita presente o futura a parte questo, abbiamo gi visto che
questo criterio per noi non pi applicabile, poich paura e spe-
ranza non giocano pi a nostro favore, ma contro di noi, e lamor
proprio sensibile non pu pi essere in nessun modo volto a no-
stro vantaggio. Noi perci siamo addirittura costretti dalla neces-
sit a voler formare uomini buoni interiormente e alla base, poi-
ch solo in uomini siffatti la nazione tedesca pu continuare a esi-
stere, mentre attraverso uomini malvagi confluisce necessaria-
mente con lestero. Perci noi, [284] al posto di quellamor pro-
prio, cui non si collega pi nulla di buono per noi, dobbiamo por-
re e fondare nellanimo di tutti quelli che vogliamo annoverare
nella nostra nazione un amore diverso, che si rivolga immediata-
mente al bene direttamente come tale e per amore di esso stesso.
Lamore per il bene direttamente come tale, e non magari per
la sua utilit per noi stessi, come abbiamo gi visto reca la figura
del compiacimento per il bene stesso: di un cos intimo compia-
cimento, da essere spinti a rappresentarlo nella propria vita. Que-
sto intimo compiacimento sarebbe dunque ci che la nuova edu-
cazione dovrebbe produrre come modo di essere saldo e immu-
tabile del suo allievo; laddove dunque questo compiacimento ver-
rebbe necessariamente a fondare mediante se stesso la volont im-
mutabilmente buona dellallievo stesso.
Un compiacimento che spinge a produrre nella realt effettiva
un certo stato di cose che in essa non presente, presuppone
unimmagine di questo stato, che si libri di fronte allo spirito pri-
ma del suo essere effettivo, e trascini con s quel compiacimento

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che spinge allattuazione. Perci questo compiacimento presup-


pone, nella persona che deve esserne afferrata, la facolt di proiet-
tare spontaneamente immagini tali da essere indipendenti dalla
realt effettiva, e niente affatto copie di essa, bens piuttosto mo-
delli. Io ora devo parlare prima di tutto di questa facolt, e du-
rante questa considerazione vi prego di non dimenticare che
unimmagine prodotta da questa facolt pu piacere proprio in
quanto pura immagine, e come ci in cui noi sentiamo la nostra
forza formatrice, senza perci essere assunta come modello di una
realt effettiva, e senza piacere in misura tale da spingere allat-
tuazione. Questultima qualcosa di completamente diverso, ed
il nostro scopo vero e proprio, di cui non mancheremo di par-
lare in seguito, mentre quella prima contiene solamente la condi-
zione preliminare per il raggiungimento del vero scopo ultimo
delleducazione.
Quella facolt di proiettare spontaneamente immagini che non
siano affatto mere copie [285] della realt effettiva, ma che siano
in grado di diventare modelli di essa, sarebbe la prima cosa da cui
dovrebbe partire la formazione del genere umano mediante la
nuova educazione. Proiettare spontaneamente, ho detto, e in mo-
do che lallievo se le generi per forza propria, e niente affatto per-
ch diventa solo capace di assumere passivamente limmagine of-
fertagli dalleducazione, di capirla a sufficienza, e di ripeterla co-
s come gli data, come se si trattasse solo della disponibilit di
una siffatta immagine. Il motivo per esigere la spontaneit perso-
nale in questo formare il seguente: solo a questa condizione lim-
magine proiettata pu attrarre su di s il compiacimento attivo
dellallievo. infatti qualcosa di completamente diverso farsi sol-
tanto piacere qualcosa e non avere niente in contrario, il quale
passivo farsi piacere pu sorgere al massimo solo da un abbando-
no passivo; ma di nuovo qualcosa di diverso essere afferrati dal
compiacimento per qualcosa in modo tale che esso diventi creati-
vo, e stimoli al formare ogni nostra forza. Noi non parliamo del
primo, che certo presente in tutti i modi anche nelleducazione
finora vigente, ma del secondo. Ma questo secondo compiaci-
mento viene suscitato solo se contemporaneamente stimolata la
spontaneit dellallievo, e se questa diventa per lui manifesta nel-
loggetto dato, in modo tale che esso non piaccia soltanto per s,
bens anche in quanto oggetto di espressione della forza spiritua-

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le, la quale ultima suscita compiacimento immediatamente, ne-


cessariamente e senza alcuna eccezione.
Questa attivit del formare spirituale da sviluppare nellallievo
senza dubbio unattivit secondo regole, regole che si manife-
stano a colui che attivo nellimmediata esperienza di se stesso,
fino alla visione nella loro unica possibilit; dunque questa attivit
produce conoscenza, e precisamente di leggi universali e valide
senza eccezione. Inoltre, nel libero formare ulteriore che comin-
cia da questo punto, ci che viene intrapreso contro la legge im-
possibile e, finch non seguita la legge, non scaturisce nessuna
azione; perci, se anche questa libera formazione ulteriore, alli-
nizio, procedesse per tentativi alla cieca, [286] dovrebbe comun-
que terminare con un ampliamento nella conoscenza della legge.
Questa formazione perci, nel suo esito ultimo, formazione del-
la facolt conoscitiva dellallievo, e certo niente affatto la forma-
zione storica sulla natura permanente delle cose, bens quella su-
periore, e filosofica, sulle leggi in base alle quali una siffatta natu-
ra permanente diventa necessaria. Lallievo impara.
E aggiungo: lallievo impara volentieri e con piacere, e finch
la tensione delle forze regge, non fa nulla pi volentieri che impa-
rare, perch mentre impara attivo, e in ci prova immediata-
mente il piacere pi grande. Qui abbiamo trovato una caratteri-
stica esterna della vera educazione, che in parte balza immediata-
mente agli occhi, in parte infallibile: cio che, senza alcun ri-
guardo per la diversit delle disposizioni naturali e senza alcuna
eccezione, qualunque allievo cui venga offerta questa educazione
impara con piacere e con amore, semplicemente per amore del-
limparare e per nessunaltra ragione. Noi abbiamo trovato il mez-
zo per suscitare questo puro amore dellimparare, cio stimolare
limmediata spontaneit dellallievo, e fare di questa la base di
ogni conoscenza, in modo tale che tutto ci che viene appreso
venga appreso in essa.
Stimolare questa attivit personale dellallievo in qualunque
punto a noi noto, la prima mossa principale dellarte. Se riu-
scito questo, allora si tratta ancora soltanto di conservare sempre
la freschezza dei punti stimolati a partire da questo, il che pos-
sibile solo mediante progressione regolare, dove ogni mancanza
delleducazione si scopre allistante per linsuccesso di ci che ci
eravamo prefissi. Noi perci abbiamo trovato anche il legame con

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cui il risultato prefisso viene indissolubilmente collegato al modo


di agire illustrato, abbiamo trovato la legge fondamentale della
natura spirituale delluomo, che eterna e vige senza eccezione,
ovvero il fatto che egli tende immediatamente allattivit dello spi-
rito.
Se qualcuno, fuorviato dallesperienza comune dei nostri gior-
ni, dovesse porre in dubbio perfino la presenza di una siffatta leg-
ge fondamentale, allora per costui osserviamo in sovrappi che
luomo per natura certamente solo [287] sensibile ed egoista,
finch lo spinge la necessit immediata e il bisogno sensibile pre-
sente, e che egli non si fa trattenere dal soddisfare questultimo da
nessun bisogno spirituale n da qualsiasi riguardo; che per egli,
dopo che si provveduto a questo, meno incline a elaborare la
dolorosa immagine di esso nella sua fantasia, e a conservarsela
presente, bens preferisce di gran lunga dirigere il pensiero a bri-
glia sciolta verso la libera considerazione di ci che attira la sua at-
tenzione, anzi non disprezza neppure un volo poetico in mondi
ideali, poich per natura gli innata una leggerezza per ci che
temporale, affinch il suo senso per leterno ottenga un certo mar-
gine per svilupparsi. Ci dimostrato dalla storia di tutti i popo-
li antichi, e dalle molteplici osservazioni e scoperte che ci sono ve-
nute da essi; dimostrato fino ai nostri giorni dallosservazione
dei popoli ancora selvaggi, purch non siano trattati troppo seve-
ramente dal loro clima, e dai nostri propri bambini; dimostrato
addirittura dalla franca ammissione dei nostri pi scrupolosi av-
versari dellideale, i quali si lamentano che un compito molto pi
noioso imparare nomi e anni che non librarsi in ci che a loro ap-
pare come il vuoto campo delle idee, i quali dunque, come sem-
bra, se se lo potessero permettere, preferirebbero fare la seconda
cosa invece della prima. Il far subentrare, al posto di questa natu-
rale leggerezza, il senso di gravit, in cui anche a colui che sazio
la fame futura, insieme a tutte le occasioni di ogni possibile fame
futura, viene in mente come lunica cosa in grado di riempire la sua
anima, e continuamente lo pungola e lo spinge, un fatto che nel-
la nostra epoca viene ottenuto ad arte: nel bambino, disciplinando
la sua leggerezza naturale; nelluomo, sforzandosi di passare per un
uomo prudente, gloria che spetta solo a chi non si fa sfuggire quel
punto di vista neanche per un attimo; perci, tutto questo non
affatto natura su cui potremmo contare, bens una [288] corruzio-

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ne imposta con fatica alla natura recalcitrante, corruzione che


scompare appena quella fatica non viene pi applicata.
Questa educazione che stimola immediatamente lattivit spi-
rituale dellallievo, abbiamo detto, genera conoscenza; e questo ci
fornisce loccasione per caratterizzare la nuova educazione anco-
ra pi profondamente in opposizione a quella vigente fino ad ora.
Come abbiamo visto, la conoscenza risulta solo in modo collatera-
le, e come conseguenza che non resta esclusa. Se perci limmagi-
ne per la vita effettiva, da cui in futuro dovr essere stimolata la se-
ria attivit del nostro allievo divenuto uomo, pu essere afferrata
solo in questa conoscenza; se dunque la conoscenza senzaltro
una componente essenziale della formazione da raggiungere, tut-
tavia non si pu dire che la nuova educazione abbia di mira imme-
diatamente questa conoscenza, bens che la conoscenza si limita ad
accompagnarla. Al contrario, leducazione fino a oggi ha avuto di
mira proprio la conoscenza, e una certa quantit di materia cono-
scitiva. Inoltre, c una grossa differenza tra il tipo di conoscenza
che sorge in modo complementare alla nuova educazione, e quel-
lo che aveva di mira leducazione fino a oggi. Nella prima, sorge la
conoscenza delle leggi dellattivit spirituale, che condizionano la
possibilit di ogni attivit di questo tipo. Per esempio, quando lal-
lievo nella sua libera fantasia cerca di delimitare uno spazio me-
diante linee rette, questa la sua attivit spirituale stimolata per
prima. Quando egli scopre che con meno di tre linee rette non pu
delimitare alcuno spazio, questultima la conoscenza comple-
mentare di una seconda attivit, completamente diversa, della fa-
colt conoscitiva che limita la libera facolt stimolata per prima. A
questa educazione, quindi, sorge subito al suo inizio una cono-
scenza veramente superiore a ogni esperienza, soprasensibile, ri-
gorosamente necessaria e universale, che gi in precedenza com-
prende sotto di s ogni esperienza possibile in seguito. Al contra-
rio, fino a oggi listruzione era diretta, di regola, solo alle propriet
stabili [289] delle cose, al modo in cui esse sono e in cui le si do-
vrebbe credere e osservare, senza poterne dare una ragione; dun-
que a un apprendere solo passivo mediante la facolt della memo-
ria, che sta soltanto al servizio delle cose, e mediante cui in gene-
rale non si potrebbe nemmeno pervenire al presentimento dello
spirito come principio indipendente e originariamente iniziale del-
le cose stesse. Non creda la moderna pedagogia di schermirsi da

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questo rimprovero richiamandosi alla sua repulsione spesso di-


mostrata contro la memorizzazione meccanica, e ai suoi noti pez-
zi di bravura alla maniera socratica; perch a questo proposito ha
gi ricevuto da lungo tempo altrove la motivata risposta, che anche
questi ragionamenti socratici vengono solo imparati meccanica-
mente a memoria, e che questa una memorizzazione tanto pi pe-
ricolosa, in quanto allallievo che non pensa d lillusione di poter
pensare. Del resto, ci non poteva riuscire diversamente, vista la
materia che si intendeva applicare per lo sviluppo del pensiero au-
tonomo; per conseguire questo scopo, bisognerebbe iniziare con
una materia completamente diversa. Da questa conformazione
dellistruzione fino a oggi risulta evidente, in parte, perch lallie-
vo finora, di regola, abbia imparato malvolentieri, e perci lenta-
mente e stentatamente, e in mancanza di attrattive da parte del-
limparare stesso, si siano dovuti introdurre stimoli estranei; in
parte, da ci emerge il motivo delle eccezioni alla regola avute fin
qui. La memoria, quando viene chiamata in causa da sola e senza
dover servire a un altro scopo spirituale qualsiasi, un patire del-
lanimo piuttosto che una sua attivit, e si pu capire che lallievo
assuma questo patire molto malvolentieri. Inoltre, la familiarit
con cose totalmente estranee e che per lui non hanno il minimo in-
teresse, e con le loro propriet, uno scadente surrogato per quel
patire che gli imposto; per questa ragione, la sua repulsione do-
vrebbe venire superata mediante la consolazione dellutilit futu-
ra di queste conoscenze, mediante il fatto che solo grazie a esse si
possono trovare pane e onori, e perfino mediante punizioni e ri-
compense immediatamente presenti. chiaro che cos la cono-
scenza stata fin dal principio [290] messa al servizio del benesse-
re sensibile, e che questa educazione, che abbiamo gi visto inca-
pace di sviluppare un modo di pensare etico rispetto al suo conte-
nuto, soltanto per raggiungere lallievo ha dovuto persino impian-
tare e sviluppare la sua corruzione morale, e ha dovuto collegare il
suo interesse allinteresse di questa corruzione. Si scoprir inoltre
che il talento naturale, il quale, come eccezione alla regola, ha im-
parato volentieri, e perci bene, alla scuola di questa educazione
finora vigente, e che, in virt di questo amore superiore in lui pre-
sente, ha superato la corruzione morale dellambiente mantenen-
do pura la sua mente, ha ricavato da quegli oggetti un interesse pra-
tico mediante la sua inclinazione naturale e, guidato dal suo felice

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istinto, era orientato a produrre tali conoscenze da s, piuttosto


che limitarsi a riceverle. Inoltre, per quanto riguarda gli oggetti di
insegnamento con cui, come eccezioni alla regola, questa educa-
zione riuscita nel modo pi generale e felice, nel complesso essi
sono tali da poter essere esercitati attivamente, come per esempio
quelle lingue dotte in cui si arrivava a scrivere e parlare abbastan-
za bene in modo pressoch generale, mentre le altre, in cui gli eser-
cizi di scrittura e di parola venivano trascurati, di regola sono sta-
te imparate molto male e superficialmente, e dimenticate in et ma-
tura. Perci, anche dallesperienza fatta finora, risulta che solo lo
sviluppo dellattivit spirituale mediante listruzione ci che pro-
duce piacere nella conoscenza puramente come tale, e cos man-
tiene anche lanimo aperto alla formazione etica, mentre il riceve-
re meramente passivo estingue e uccide la conoscenza, allo stesso
modo in cui ha bisogno di corrompere il senso etico fin nelle sue
fondamenta.
Per ritornare allallievo della nuova educazione: chiaro che
questi, spinto dal suo amore, imparer molto, e poich apprende
tutto nella sua connessione, ed esercita immediatamente ci che
ha appreso facendo qualcosa, imparer quel molto in modo giu-
sto e incancellabile. Ma questo solo un aspetto secondario. Pi
importante il fatto che il suo S mediante questo amore [291]
venga innalzato e introdotto in un ordine di cose interamente
nuovo, in cui finora sono entrati a tentoni solo pochi prediletti da
Dio, in maniera meditata e secondo una regola. Lo spinge un amo-
re che non assolutamente rivolto a un godimento sensibile qual-
siasi, poich questo in lui tace totalmente come impulso, bens al-
lattivit spirituale per amore dellattivit, e alla legge di essa per
amore della legge. Ora, se vero che non questa attivit spiri-
tuale in generale ci a cui si rivolge leticit, ma che per questo de-
ve aggiungersi anche una particolare direzione di quellattivit,
tuttavia quellamore la conformazione e la forma generale della
volont etica; e cos, dunque, questo modo di formazione spiri-
tuale la preparazione immediata per la formazione etica, mentre
estirpa completamente la radice dellimmoralit, in quanto non la-
scia mai che il godimento sensibile diventi impulso. Finora que-
sto impulso stato il primo a essere stimolato e formato, perch
altrimenti si riteneva di non poter plasmare lallievo e ottenere su
di lui qualche influenza. Se poi si sviluppava limpulso etico, allo-

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ra questo arrivava troppo tardi, e trovava il cuore gi occupato e


riempito da un altro amore. Con la nuova educazione, viceversa,
la formazione al volere puro deve diventare la prima, affinch, nel
caso in cui pi tardi dovesse risvegliarsi legoismo, o essere sti-
molato dallesterno, tale egoismo arrivi troppo tardi, e nellanimo
gi occupato da qualcosaltro non trovi posto per s.
Gi per questo primo scopo, come per il secondo che indi-
cheremo in seguito, essenziale che lallievo stia fin dallinizio
ininterrottamente e interamente sotto linflusso di questa educa-
zione, e che sia completamente separato dalla comunit e protet-
to da ogni contatto con essa. Egli non deve neppure sentire che ci
si potrebbe dare da fare per il suo mantenimento e il suo benes-
sere nella vita, e tanto meno che si impari per questo, o che lim-
parare possa servire a qualcosa a tal fine. Di conseguenza, lo svi-
luppo spirituale nel modo sopra indicato deve essere lunico che
gli viene offerto, [292] ed egli deve essere occupato con esso sen-
za sosta, mentre in nessun modo questo tipo di istruzione deve es-
sere scambiato con quella che ha bisogno dellimpulso sensibile
opposto.
Ma se ora questo sviluppo spirituale non permette allegoismo
di vivere, e d la forma di una volont etica, tuttavia non anco-
ra la volont etica stessa; e se la nostra educazione non andasse ol-
tre, allora educherebbe al massimo eccellenti cultori delle scien-
ze, come ce ne sono stati anche finora, e di cui pochi bastano, e
che per il nostro autentico scopo umano e nazionale non potreb-
bero fare pi di quello che uomini simili hanno potuto fare sinora:
esortare e di nuovo esortare, farsi ammirare e, alloccasione, farsi
ingiuriare. Ma chiaro, e lo abbiamo gi detto prima, che questa
libera attivit dello spirito stata sviluppata perch lallievo con es-
sa proietti liberamente limmagine di un ordine etico della vita ef-
fettivamente presente, accolga questa immagine con lamore che in
lui si gi sviluppato, e da questo amore venga spinto a rappre-
sentare effettivamente quellimmagine nella e attraverso la sua vi-
ta. Ci si chiede: come potr la nuova educazione dimostrare di ave-
re raggiunto nel suo allievo questo suo autentico e ultimo scopo?
Anzitutto, chiaro che lattivit spirituale dellallievo, gi pre-
cedentemente esercitata su altri oggetti, deve essere stimolata a
proiettare unimmagine dellordine sociale degli uomini, nel mo-
do in cui esso deve assolutamente essere secondo la legge della ra-

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gione. Se questimmagine proiettata dallallievo giusta, pu es-


sere giudicato nel modo pi facile da uneducazione che si trovi
in possesso di questimmagine giusta; se limmagine stata proiet-
tata dalla spontaneit personale dellallievo, invece di essere stata
ricevuta solo passivamente, e ripetuta in modo scolastico, se inol-
tre essa si innalzata fino alla chiarezza e alla vivacit dovute, po-
tr essere giudicato dalleducazione allo stesso modo [293] in cui
essa in precedenza ha formulato un giudizio adeguato nello stes-
so riguardo a proposito di altri oggetti. Tutto questo ancora que-
stione di semplice conoscenza e resta sul terreno di questultima,
che in questa educazione accessibile facilmente. Una questione
del tutto diversa e pi alta se lallievo sia afferrato da un amore
cos ardente per un simile ordine delle cose, che una volta sciolto
dalla guida delleducazione e divenuto indipendente, per lui di-
venti impossibile non volere questordine, e non lavorare con tut-
te le sue forze per promuoverne la realizzazione. Su tale questio-
ne, senza dubbio, non possono decidere le parole ed esami da fa-
re a parole, bens soltanto il guardare ai fatti.
Io assolvo il compito che ci posto da questultima osserva-
zione nel modo seguente. Senza dubbio, gli allievi di questa nuo-
va educazione, bench separati dalla comunit degli adulti, vi-
vranno tuttavia in compagnia tra di loro, e cos formeranno un
corpo comune separato e per s sussistente, che avrebbe la sua co-
stituzione esattamente determinata, fondata nella natura delle co-
se e assolutamente richiesta dalla ragione. La primissima immagi-
ne di un ordine sociale, alla cui proiezione verrebbe stimolato lo
spirito dellallievo, sarebbe questa immagine della comunit in cui
egli stesso vive, in modo tale che egli sarebbe interiormente co-
stretto a immaginarsi questo ordine punto per punto esattamente
come esso predisposto nella realt, e a comprenderlo in tutte le
sue parti come assolutamente necessario in base ai suoi fonda-
menti. Ora, questo ancora una volta semplicemente opera della
conoscenza. In questordine sociale, ciascun singolo nella vita rea-
le deve continuamente tralasciare, per amore del tutto, molte co-
se che, se fosse da solo, potrebbe fare senza pensarci; e sar utile
che nella legislazione, e nellinsegnamento della costituzione da
basare su di essa, tutti gli altri vengano rappresentati a ciascun sin-
golo con un amore dellordine elevato a ideale, amore che forse in
questo modo nessuno ha veramente, ma che tutti dovrebbero ave-

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re; e che dunque questa legislazione [294] ottenga un alto grado


di rigore, e imponga anche molte rinunce. Queste, come qualco-
sa che deve essere assolutamente, e su cui si basa la sussistenza del-
lintero, in caso di necessit devono essere ottenute coattivamen-
te anche mediante la paura della pena presente; e questa legge pe-
nale deve essere eseguita assolutamente senza piet o eccezione.
Con questa applicazione della paura come impulso, alleticit del-
lallievo non viene recato alcun danno, poich qui non si deve
spingere a fare il bene, ma solo a non fare ci che in questa costi-
tuzione male; inoltre, nellinsegnamento della costituzione biso-
gna far capire perfettamente che chi ha ancora bisogno della rap-
presentazione della pena, o addirittura di rinfrescarsi tale rappre-
sentazione mediante la sopportazione della pena stessa, si trova a
uno stadio assai basso della formazione. A ogni modo, da tutto
questo chiaro che, poich non si pu mai sapere se, quando si
obbedisce, si obbedisce per amore dellordine o per paura della
pena, in questo contesto lallievo non pu mostrare allesterno la
sua buona volont, n leducazione pu valutarla.
Al contrario, il contesto in cui una tale valutazione possibile
il seguente. La costituzione infatti deve essere impostata anche
in modo tale che il singolo non solo debba tralasciare qualcosa per
lintero, ma possa anche agire e fare qualcosa per esso. Oltre allo
sviluppo spirituale nellimparare, in questo corpo comune degli
allievi trovano posto anche esercizi fisici e i lavori meccanici del-
lagricoltura, qui per nobilitati sino allideale, e quelli artigianali
di vario tipo. Regola fondamentale della costituzione sarebbe
lobbligo, per chiunque si segnali in uno qualsiasi di questi rami,
di aiutare a istruire gli altri, e di assumersi diverse sorveglianze e
responsabilit; per chiunque scopra un qualsiasi miglioramento,
o capisca per primo e nel modo pi chiaro quello proposto da un
insegnante, lobbligo di attuarlo con la sua fatica, senza che per-
ci sia sollevato dai suoi compiti normali nellimparare e nel lavo-
rare; che ciascuno soddisfi questa pretesa liberamente, e non
[295] per costrizione, poich chi non vuole lasciato libero di re-
spingerla; che per questo non debba aspettarsi alcuna ricompen-
sa, poich in questa costituzione tutti sono considerati assoluta-
mente uguali rispetto al lavoro e al godimento, e neppure una lo-
de, poich il modo di pensare dominante nella comunit che, co-
s facendo, ciascuno fa soltanto il suo dovere. Invece, egli do-

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vrebbe gioire esclusivamente del suo fare e agire per lintero, e del
successo di esso, nel caso in cui gli arrida. In questa costituzione,
dunque, dal fatto di conseguire unabilit superiore e dalla fatica
impiegata in essa, seguono solo nuova fatica e nuovo lavoro, e pro-
prio il pi abile dovr spesso vegliare quando altri dormono, e ri-
flettere quando altri giocano.
Gli allievi che, nonostante per loro tutto questo sia perfetta-
mente chiaro e comprensibile, pure compiono quella prima fati-
ca e le fatiche seguenti gioiosamente, con continuit e in modo ta-
le che si possa con sicurezza contare su di essi, e restano forti e di-
ventano pi forti nel sentimento della loro forza e attivit que-
sti allievi possono essere tranquillamente abbandonati al mondo
dalleducazione; in loro essa ha raggiunto questo suo scopo; in lo-
ro acceso lamore, e arde fino alla radice della loro attivit vita-
le, e dora in poi afferrer senza eccezione tutto ci che raggiun-
ger questa attivit vitale; ed essi, nel corpo comune pi grande di
cui dora in poi fanno parte, non potranno mai essere qualcosa di
diverso da ci che essi erano, inflessibilmente e immutabilmente,
nel piccolo corpo comune che ora abbandonano.
In questo modo, lallievo pronto a soddisfare le richieste pi
immediate che il mondo gli porr senzaltro, e ci che leducazio-
ne pretende da lui in nome di questo mondo, si realizzato. Ma
egli non ancora pronto in s e per s, e ci che dalleducazione
pu pretendere egli stesso, non si ancora realizzato. Appena sar
esaudita anche questa esigenza, egli diventer capace allo stesso
tempo di soddisfare anche le richieste che, in casi particolari, un
mondo superiore potrebbe porgli in nome del mondo presente.
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Terzo discorso
Continua la descrizione
della nuova educazione

[296] Lessenza vera e propria della nuova educazione proposta,


nella misura in cui questa stata descritta nel discorso preceden-
te, consisteva nel fatto di essere unarte meditata e sicura per for-
mare lallievo a uneticit pura. A uneticit pura, ho detto; leti-
cit a cui essa educa presente come qualcosa di primo, indipen-
dente e autonomo, che vive da se stesso la sua vita propria; inve-
ce non affatto collegata e impressa, come la legalit spesso fin
qui perseguita, su di un altro impulso non etico, che essa servi-
rebbe a soddisfare. larte meditata e sicura di questa educazio-
ne etica, ho detto. Essa non va avanti a caso e sperando nella buo-
na sorte, bens secondo una regola fissa e a lei ben nota, ed cer-
ta del suo successo. Il suo allievo emerge, a tempo debito, come
una salda e immutabile opera darte di questa sua arte, che non
potrebbe andare diversamente da come stato disposto da essa,
e che non ha bisogno di un sostegno, bens procede mediante se
stesso secondo la sua propria legge.
vero che questa educazione forma anche lo spirito del suo
allievo; e questa formazione spirituale addirittura ci che vie-
ne per primo, ci con cui essa inizia il suo lavoro. Ma questo
sviluppo spirituale non lo scopo primo e indipendente, bens
soltanto il mezzo condizionante per offrire allallievo una for-
mazione etica. Nel frattempo, anche questa formazione spiri-
tuale acquisita solo occasionalmente resta un possesso incancel-
labile dalla vita dellallievo, e la fiaccola sempre ardente del suo

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amore etico. Per quanto grande o piccola possa essere la som-


ma delle conoscenze che [297] egli ha portato con s dalledu-
cazione, egli ha sicuramente portato con s uno spirito, che per
tutta la sua vita potr accogliere qualsiasi verit la cui cono-
scenza diventi per lui necessaria, e che rester incessantemente
tanto ricettivo allapprendimento da altri, quanto capace di ri-
flessione personale.
Nella descrizione di questa nuova educazione, nel precedente
discorso, eravamo arrivati fino a qui. In conclusione, avevamo os-
servato che nonostante tutto questo essa non era ancora comple-
ta, bens doveva risolvere un altro compito, diverso da quelli po-
sti fino ad ora; e adesso ci mettiamo allopera per specificare me-
glio questo compito.
Lallievo di questa educazione non solo membro della so-
ciet umana qui sulla terra, e per il breve lasso di vita che gli
concesso su di essa, bens anche un membro nelleterna catena
di una vita spirituale in generale, sotto un ordine sociale supe-
riore, e senza dubbio viene riconosciuto come tale dalleduca-
zione. Senza dubbio, una formazione che si assunta il compito
di abbracciare tutto il suo essere deve condurlo anche alla visio-
ne di questordine superiore, e come essa lo guidava a prefigu-
rarsi unimmagine di quellordine etico del mondo che non c
mai, ma deve eternamente divenire, cos essa lo deve guidare a
proiettare nel pensiero, con eguale spontaneit, unimmagine di
quellordine del mondo soprasensibile in cui nulla diviene, e che
neppure mai divenuto, bens esiste in eterno; e in modo tale
che egli capisca e veda intimamente che non pu essere diversa-
mente. Se guidato correttamente, egli arriver alla fine dei tenta-
tivi con una simile immagine, e quando sar alla fine, scoprir
che nulla esiste veramente tranne la vita, e precisamente la vita
spirituale che vive nel pensiero; e che tutto il resto non esiste ve-
ramente, bens sembra soltanto esistere, e di tale parvenza egli
comprender egualmente, sia pure solo in generale, il fonda-
mento proveniente dal pensiero. Inoltre, egli capir che quella
vita spirituale, che sola esiste veramente, [298] a sua volta Una,
la vita divina stessa nelle molteplici configurazioni che ha otte-
nuto non per approssimazione, ma in virt di una legge fondata
in Dio stesso, vita divina che esiste e si manifesta soltanto nel
pensiero vivente. Cos egli riconoscer la sua vita come un ele-

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mento eterno nella catena della rivelazione della vita divina, e


ogni altra vita spirituale come un elemento dello stesso tipo, e
imparer a ritenerle sacre; e solo nellimmediato contatto con
Dio e nel non mediato fluire della sua vita da Dio egli trover vi-
ta, e luce, e beatitudine; mentre in ogni allontanamento dallim-
mediatezza trover morte, tenebra e miseria. In una parola: que-
sto sviluppo lo former per la religione; e questa religione del ri-
siedere della nostra vita in Dio dovr certamente dominare an-
che nel tempo nuovo, e in questo dovr venire formata accura-
tamente. Al contrario, la religione del tempo antico, che separa-
va la vita spirituale dalla vita divina, e alla prima sapeva procu-
rare lesistenza assoluta, che le aveva attribuito nel pensiero, so-
lo mediante un ripudio della seconda, e che usava Dio come fi-
lo conduttore per introdurre legoismo in altri mondi, anche al
di l della morte della vita mortale questa religione, che evi-
dentemente era solo unancella dellegoismo, deve essere certa-
mente condotta alla tomba insieme col tempo antico; poich nel
tempo nuovo leternit non inizia soltanto al di l della tomba,
bens irrompe in mezzo a esso nel suo presente, legoismo inve-
ce licenziato tanto dalla direzione quanto dal servizio, e quin-
di con s ritira anche i suoi servitori.
Leducazione alla vera religione dunque il compito ultimo
della nuova educazione. Se nella proiezione di unimmagine del-
lordine del mondo soprasensibile richiesta a questo scopo lallie-
vo si comportato veramente in modo spontaneo, e se limmagi-
ne proiettata giusta sotto ogni aspetto, e assolutamente chiara e
comprensibile, potr essere giudicato facilmente dalleducazione
come nel caso degli altri oggetti della conoscenza; [299] poich
anche questo resta nellambito della conoscenza.
Ma anche qui, pi significativa la domanda su come leduca-
zione possa misurare e darsi la garanzia che queste conoscenze re-
ligiose non restino morte e fredde, ma che si esprimeranno nella
vita effettiva del suo allievo; domanda alla quale deve essere fatta
precedere la risposta a unaltra domanda, cio la seguente: come
e in che modo si mostra, in generale, la religione nella vita?
Immediatamente, nella vita comune, e in una societ bene or-
dinata, non c assolutamente bisogno della religione per forma-
re la vita, bens per questi scopi la vera eticit basta perfettamen-
te. Da questo punto di vista, dunque, la religione non pratica, e

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non pu n deve assolutamente diventarlo, bens solamente co-


noscenza: essa rende soltanto luomo perfettamente chiaro e com-
prensibile a se stesso, risponde alla domanda suprema che egli
pu porre, gli risolve la contraddizione ultima, e cos reca in lui
stesso perfetta concordia, e diffusa chiarezza nel suo intelletto. Es-
sa la sua completa redenzione e liberazione da ogni vincolo
estraneo, e cos essa gli dovuta da parte delleducazione come
qualcosa che gli spetta direttamente, e senza scopo ulteriore. La
religione ottiene un ambito per agire come movente soltanto in
una societ massimamente immorale e corrotta, oppure quando
la sfera dazione delluomo non si trova allinterno dellordine so-
ciale, ma al di fuori di questo, e deve piuttosto crearlo e conser-
varlo sempre di nuovo, come nel governante, che in molti casi sen-
za religione non potrebbe affatto esercitare il suo ufficio in buo-
na coscienza. Di questultimo caso non si discute in uneducazio-
ne rivolta a tutti e allintera nazione. Dal primo punto di vista, se,
nonostante la chiara visione dellintelletto nellincorreggibilit
dellepoca, si continua comunque a lavorare instancabilmente su
di essa; se viene sopportato il sudore della semina, senza alcuna
speranza in un raccolto; se viene fatto del bene anche agli ingrati,
e vengono benedetti con azioni [300] e beni quelli che maledico-
no, e nella chiara previsione che continueranno a maledire; se, do-
po centinaia di fallimenti, si persiste comunque nella fede e nel-
lamore: allora, non pi la semplice eticit che spinge, poich
questa vuole uno scopo, bens la religione, la devozione a una
legge superiore a noi sconosciuta, lumile ammutolire davanti a
Dio, lintimo amore per la sua vita sbocciata in noi, che, se loc-
chio non vede nientaltro da salvare, deve essere salvata da sola e
per amore di se stessa.
La visione religiosa raggiunta dagli allievi della nuova educa-
zione nel loro piccolo corpo comune, in cui essi sono dapprima
cresciuti, non pu diventare pratica in questo modo, e neppure
deve diventarlo. Questo corpo comune bene ordinato, e in esso
ci che viene abilmente intrapreso riesce sempre; inoltre, la tenera
et delluomo deve essere mantenuta nellingenuit, e nella tran-
quilla fiducia nella sua specie. La conoscenza delle sue perfidie re-
sti riservata allesperienza propria dellet matura e pi forte.
Dunque lallievo, nel caso in cui i suoi rapporti sociali doves-
sero progredire dalla semplicit a livelli superiori, potrebbe avere

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bisogno della sua cognizione religiosa come stimolo solo in que-


sta et pi matura e nella vita seriamente intesa, dopo che ledu-
cazione lo ha affidato da lungo tempo a se stesso. Come pu ora
leducazione, che non pu esaminare lallievo su questo punto fin-
ch egli nelle sue mani, essere sicura che quando sorger questo
bisogno anche questo stimolo operer immancabilmente? Ri-
spondo: per il fatto che il suo allievo in generale formato in mo-
do tale che in lui nessuna conoscenza resta morta e fredda quan-
do si presenta la possibilit che essa riceva vita, bens ciascuna in-
terviene subito necessariamente nella vita, non appena la vita ne
ha bisogno. Prover subito questa affermazione ancora pi ap-
profonditamente, e in tal modo sollever e inserir lintero con-
cetto trattato in questo e nel precedente discorso in un pi ampio
tutto della conoscenza, al quale, [301] in base a questo concetto,
io dar nuova luce e superiore chiarezza, dopo che in precedenza
avr fornito in modo determinato la vera essenza della nuova edu-
cazione, di cui ho appena concluso la descrizione generale.
Ora questa educazione non appare pi semplicemente come
larte di formare lallievo alla pura eticit, come allinizio del no-
stro discorso odierno, bens ormai emerge come larte di rendere
in tutto e per tutto uomo lintero essere umano. Per questo ci vo-
gliono due parti principali: dapprima, riguardo alla forma, biso-
gna formare luomo vivente, reale, fin nella radice della sua vita, e
non invece la semplice ombra e schema di un uomo; quindi, ri-
guardo al contenuto, bisogna che tutte le necessarie componenti
delluomo vengano formate in eguale misura e senza eccezione.
Queste componenti sono intelletto e volont, e leducazione deve
mirare alla chiarezza del primo, e alla purezza della seconda. Ma
per la chiarezza del primo, devono essere sollevate due domande
principali: anzitutto, che cos che la volont pura vuole propria-
mente? E mediante quali mezzi si pu raggiungere ci che si vo-
luto? Le altre conoscenze da fornire allallievo sono comprese in
questa parte principale. In secondo luogo: che cos questa vo-
lont pura nel suo stesso fondamento ed essenza? Qui viene com-
presa la conoscenza della religione. Ora, leducazione esige asso-
lutamente le suddette parti, svolte fino allintervento nella vita, e
non permette a nessuno di trascurarne la minima parte, poich in-
tanto ciascuno deve essere un uomo; ci che qualcuno diventer
in seguito, e quale figura particolare assumer o raggiunger in lui

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lumanit in generale, non riguarda per niente leducazione gene-


rale, e si trova fuori del suo ambito. Adesso, mediante le seguen-
ti proposizioni, proceder come promesso a provare pi ap-
profonditamente la proposizione secondo cui, nellallievo della
nuova educazione, nessuna conoscenza pu restare morta, e a
porre in connessione tutto ci che stato detto.
1) Secondo le nostre considerazioni, ci sono due classi di uo-
mini assolutamente diverse e completamente opposte [302] ri-
spetto alleducazione. Innanzitutto, tutti coloro che sono uomini,
e dunque anche queste due classi, consistono nel fatto che alle
molteplici espressioni della loro vita sta a fondamento un impul-
so, che in ogni cambiamento resta immutato e uguale a se stesso
per inciso, il comprendersi di questo impulso e la sua traduzio-
ne in concetti genera il mondo, e non c nessun altro mondo che
questo mondo generantesi in questo modo nel pensiero comun-
que assolutamente non libero, bens necessario. Ora, questo im-
pulso da tradurre sempre in una coscienza, in cui dunque le due
classi sono unaltra volta reciprocamente uguali, pu essere tra-
dotto nella coscienza in un duplice modo, secondo le due diverse
fondamentali specie di coscienza, e le due classi sono diverse pro-
prio in questo modo di tradurre e di comprendere se stesse.
La prima specie di coscienza a svilupparsi nel tempo quella
del sentimento oscuro. Con questo sentimento sintende comu-
nemente e di regola limpulso fondamentale compreso come amo-
re del singolo per se stesso, ed vero che, in un primo tempo, que-
sto sentimento oscuro d questo S solo come qualcosa che vuo-
le vivere e stare bene. Da qui deriva legoismo sensibile, come ef-
fettivo impulso fondamentale e forza propulsiva di una vita del ge-
nere, compresa in questa traduzione del suo fondamentale im-
pulso originario. Finch luomo continua a concepirsi cos, deve
agire in modo egoistico, e non pu fare altrimenti; e questo egoi-
smo lunico che persistente, sempre uguale a se stesso, e da
aspettarsi sicuramente nel cambiamento incessante della sua vita.
Come straordinaria eccezione alla regola, questo sentimento
oscuro pu anche oltrepassare il S personale, e cogliere limpul-
so fondamentale come aspirazione a un diverso ordine di cose
oscuramente sentito. Da qui scaturisce la vita, che abbiamo de-
scritto sufficientemente altrove, la quale allora, sollevata oltre le-
goismo, viene sospinta da idee, che sono certamente oscure, ma

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comunque idee, e nella quale la ragione domina come istinto.


Questo coglimento dellimpulso fondamentale, in generale solo
nel sentimento oscuro, il tratto fondamentale della prima [303]
classe di uomini, che non viene formata dalleducazione, ma da se
stessa, e che al suo interno comprende a sua volta due sottospe-
cie, che vengono divise in base a un fondamento incomprensibi-
le, assolutamente inaccessibile allarte umana.
La seconda specie fondamentale della coscienza, che di rego-
la non si sviluppa da s, ma deve essere accuratamente coltivata
nella societ, la conoscenza chiara. Se limpulso fondamentale
dellumanit venisse colto in questo elemento, allora ci darebbe
una seconda classe di uomini, del tutto diversa dalla prima. Ora,
una siffatta conoscenza, che coglie lamore fondamentale stesso,
non lascia freddi e indifferenti, come potrebbe fare unaltra co-
noscenza, bens il suo oggetto viene amato pi di tutto, poich
questo oggetto soltanto linterpretazione e la traduzione del no-
stro stesso amore originario. Laltra conoscenza coglie un che di
estraneo, ed esso resta estraneo e lascia freddi; questa coglie il co-
noscente stesso e il suo amore, ed egli la ama. Bench ora tutte
due le classi vengano sospinte dallo stesso amore originario che si
manifesta solo in altra forma, tuttavia, prescindendo da questa cir-
costanza, si pu dire che l luomo viene sospinto da sentimenti
oscuri, qui da conoscenza chiara.
Come abbiamo detto, che ora una siffatta conoscenza chiara
diventi immediatamente trainante nella vita, e che su ci si possa
contare con sicurezza, dipende dal fatto che a essere interpretato
dalla conoscenza sia il vero e autentico amore delluomo, e anche
dal fatto che alluomo risulti immediatamente chiaro che cos, e
al tempo stesso, con linterpretazione, il sentimento di quellamo-
re venga in lui stimolato e da lui sentito: cosicch la conoscenza,
in lui, non si sviluppi mai senza diventare, al tempo stesso, amo-
re, poich nel caso opposto luomo resterebbe freddo; e mai la-
more senza diventare, al tempo stesso, conoscenza, poich in ca-
so contrario il suo stimolo diventerebbe un sentimento oscuro:
cosicch dunque, a ogni passo della sua formazione, venga for-
mato unitariamente tutto luomo. Un uomo trattato continua-
mente dalleducazione come un intero indivisibile [304] lo rester
anche in seguito, e ogni conoscenza diventer per lui necessaria-
mente stimolo vitale.

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2) Mentre in questo modo la conoscenza chiara viene posta in


primissimo piano al posto del sentimento oscuro, e viene trasfor-
mata nella vera base e punto di partenza della vita, legoismo vie-
ne completamente aggirato e privato del suo sviluppo. Poich so-
lo il sentimento oscuro presenta alluomo il suo S come biso-
gnoso di godimento e timoroso del dolore; il concetto chiaro non
glielo presenta affatto cos, bens glielo mostra come membro di
un ordine etico, e c un amore di questo ordine che viene susci-
tato e sviluppato insieme allo sviluppo del concetto. Con legoi-
smo, questa educazione non ha pi nulla a che fare, poich me-
diante la chiarezza ne ha essiccato la radice, il sentimento oscuro;
essa lo contrasta tanto poco quanto lo favorisce, non ne sa asso-
lutamente niente. Se questo desiderio dovesse svilupparsi in se-
guito, troverebbe il cuore gi colmo di un amore pi alto, che gli
vieterebbe di prendere posto.
3) Ora, questo impulso fondamentale delluomo, se viene tra-
dotto in conoscenza chiara, non mira a un mondo dato e gi pre-
sente, che pu solo venire assunto passivamente cos come , e in
cui un amore che spinga a unattivit originariamente creativa non
troverebbe posto; bens, innalzato a conoscenza, esso mira a un
mondo che deve ancora divenire, un mondo a priori, che esiste nel
futuro e rimane futuro in eterno. Perci, la vita divina alla base di
tutto il fenomeno non subentra mai come un essere statico e da-
to, bens come qualcosa che deve ancora divenire, e dopo che ci
che doveva ancora divenire divenuto, subentrer nuovamente
come qualcosa che deve ancora divenire in tutta leternit, cosic-
ch quella vita divina non subentra mai nella morte dellessere sta-
tico, bens resta continuamente nella forma della vita che scorre
fluente. Limmediata apparizione e manifestazione di Dio la-
more; solo linterpretazione di questo amore mediante la cono-
scenza pone un essere, e precisamente un essere tale che [305] de-
ve eternamente solo divenire, e lo pone come lunico mondo ve-
ro, nella misura in cui c verit in un mondo in generale. Al con-
trario, il secondo mondo, dato e da noi trovato come gi presen-
te, soltanto lombra e lo schema da cui la conoscenza costruisce
una figura stabile e un corpo visibile alla sua interpretazione del-
lamore; questo secondo mondo il mezzo e la condizione per
lintuibilit del mondo superiore per se stesso invisibile. Dio non
entra immediatamente neppure in questultimo mondo superio-

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re, bens anche qui solo mediante lunico, puro, immutabile amo-
re che non ha figura, amore in cui solamente egli appare imme-
diatamente. A questo amore si aggiunge la conoscenza intuitiva,
che porta con s unimmagine da se stessa, nella quale riveste log-
getto in s invisibile dellamore; contraddetta tuttavia ogni volta
dallamore, e perci spinta in avanti verso una nuova configura-
zione, che allo stesso modo verr contraddetta ancora una volta;
per cui solamente lamore, che puramente per s Uno e assolu-
tamente incapace dellinfinit, delleternit e dello scorrere fluen-
te, in questa fusione con lintuizione diventa un che di eterno e di
infinito come questa. Limmagine appena menzionata, che scatu-
risce dalla conoscenza stessa, presa per s soltanto e ancora senza
applicazione sullamore conosciuto con evidenza, il mondo sta-
tico e dato, o la natura. Lillusione che lessenza di Dio entri in
questa in qualsiasi modo immediatamente, e non invece mediata
dai membri intermedi indicati, deriva da oscurit nello spirito ed
empiet nella volont.
4) Ora, come gi ricordato, che il sentimento oscuro, di rego-
la, in quanto solvente dellamore, venga saltato del tutto, e al suo
posto subentri, come solvente abituale, la conoscenza chiara, pu
accadere solo mediante unarte meditata di educazione delluo-
mo, e finora non ancora accaduto. Poich ora, come egualmen-
te abbiamo visto, nellultimo modo viene introdotta una specie di
uomini assolutamente diversa dagli uomini comuni fino a oggi, e
viene posta come la regola, allora certamente mediante una siffat-
ta educazione [306] comincerebbe un ordine di cose interamen-
te nuovo e una nuova creazione. Lumanit si trasformerebbe in
questa nuova figura mediante se stessa, educando appunto se stes-
sa, in quanto generazione presente, come generazione futura: nel-
lunico modo in cui pu farlo, mediante la conoscenza come uni-
ca luce comune da comunicare liberamente, e come vera luce che
lega in unit il mondo degli spiriti, e come aria di questo mondo.
Finora, lumanit divenuta ci che divenuta e che poteva di-
venire; con questo divenire per approssimazione, finita; poich
laddove si sviluppata nella maniera pi ampia, essa divenuta
niente. Se non deve restare in questo niente, allora dora in avan-
ti deve fare se stessa in tutto ci che vuole ancora divenire. Nelle
lezioni di cui queste sono la continuazione, ho detto che lauten-
tica destinazione del genere umano sulla terra quella di diventa-

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re con libert tutto ci che esso in senso proprio originariamen-


te1. Ora, questo fare se stessi in generale, con consapevolezza e se-
condo una regola, deve cominciare una buona volta da qualche
parte e in un qualche momento, nello spazio e nel tempo. In tal
modo, al posto della prima sezione di uno sviluppo non libero, su-
bentrerebbe una seconda sezione principale del libero e consape-
vole sviluppo del genere umano. Noi siamo dellopinione che, per
quanto riguarda il tempo, questo tempo sia proprio adesso, e che
attualmente la nostra specie si trovi veramente nel mezzo della sua
vita sulla terra, tra le sue due epoche principali; per quanto ri-
guarda lo spazio, invece, noi crediamo che spetti innanzitutto ai
tedeschi di iniziare il tempo nuovo, anticipandolo e prefiguran-
dolo per tutti gli altri.
5) Tuttavia, neppure questa creazione interamente nuova se-
guir da ci che precede mediante un salto, bens essa la vera
prosecuzione e conseguenza naturale del tempo passato, partico-
larmente tra i tedeschi. In modo palese e, come credo, ammesso
da tutti, tutta la tensione e lo sforzo del tempo erano diretti a ban-
dire i sentimenti oscuri, e a procurare il dominio esclusivamente
alla chiarezza e alla conoscenza. Questo sforzo anche perfetta-
mente riuscito, nella misura in cui il nulla vigente fino ad ora [307]
stato perfettamente scoperto. In nessun modo questo impulso
alla chiarezza deve essere distrutto, n deve tornare a dominare
lottuso acquietarsi nel sentimento oscuro; ora quellimpulso de-
ve essere sviluppato ulteriormente, ed essere inserito in un cerchio
pi ampio, in modo tale che, dopo la scoperta del nulla, diventi
manifesto anche il qualcosa, la verit affermativa e che pone real-
mente qualcosa. Il mondo proveniente dal sentimento oscuro, il
mondo dellessere dato e che si faceva mediante se stesso,
sprofondato e cos deve rimanere; al contrario, il mondo prove-
niente dalla chiarezza originaria, il mondo dellessere da svolgere
in eterno a partire dallo spirito, deve irraggiare e irrompere in tut-
to il suo splendore.
vero che la profezia di una nuova vita in simili forme po-
trebbe sembrare singolare al nostro tempo, e difficilmente esso
potrebbe avere il coraggio di far propria questa promessa, se sol-

1
Cfr. in particolare GZ, lez. 1, pp. 195-204 (trad. it., cit., pp. 81-94).

43
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tanto dovesse considerare lenorme distanza delle sue opinioni


dominanti, sugli argomenti di cui abbiamo appena parlato, da
quelli che sono stati enunciati come i princpi del tempo nuovo.
Io non voglio parlare della formazione che finora hanno ricevuto,
di regola, solo i ceti superiori, per giunta come un privilegio da
non condividere, la quale taceva completamente di un mondo so-
prasensibile, e ambiva a procurare soltanto qualche abilit per gli
affari di quello sensibile: palesemente la peggiore. Invece, voglio
considerare quella che stata leducazione popolare, e che in un
certo senso molto limitato potrebbe essere chiamata anche edu-
cazione nazionale, la quale sul mondo soprasensibile non osser-
vava un silenzio assoluto. Quali erano le dottrine di questa edu-
cazione? Se noi, come primissima premessa della nuova educa-
zione, poniamo il fatto che alla radice delluomo esiste un puro
compiacimento per il bene, e che questo compiacimento pu es-
sere sviluppato a tal punto che alluomo diventa impossibile tra-
lasciare ci che viene conosciuto come buono, e fare al suo posto
ci che viene conosciuto come cattivo; al contrario, leducazione
fino ad ora non soltanto ha ammesso, ma ha anche insegnato ai
suoi allievi, fin dalla prima giovinezza, in parte che nelluomo in-
sita una naturale repulsione contro i comandamenti di Dio, [308]
in parte che per lui assolutamente impossibile adempierli. Che
cosaltro ci si pu attendere da un indottrinamento del genere,
quando viene preso sul serio e viene creduto, se non che ciascun
singolo si rassegni alla sua natura che non pu essere cambiata,
che non cerchi di fare ci che gli stato rappresentato come im-
possibile, e non cerchi di essere migliore di quanto possono esse-
re lui e tutti gli altri; anzi, che sia addirittura contento della vilt
che gli viene attribuita, quella di riconoscere se stesso nella sua ra-
dicale peccaminosit e cattiveria, mentre questa vilt gli viene rap-
presentata come lunico mezzo per giungere a patti con Dio? E
che altro potrebbe pensare, nel caso in cui unaffermazione come
la nostra arrivi alle sue orecchie, se non che vogliamo giocargli un
brutto tiro, visto che egli sente ovunque nella sua interiorit, e toc-
ca con mano che questo non vero, bens lo soltanto il suo con-
trario? Se noi ammettiamo una conoscenza completamente indi-
pendente da tutto lessere dato, e che invece d la legge a questo
essere stesso, e in questa conoscenza immergiamo fin dallinizio
ogni bambino, e dora in poi vogliamo mantenerlo sempre nel-

44
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lambito di essa, considerando al contrario la conformazione del-


le cose da apprendere solo storicamente come un accessorio di
poco conto, che risulta da s: allora, ci vengono incontro i migliori
esponenti della cultura finora vigente, e ci ricordano che notoria-
mente non esiste alcuna conoscenza a priori, e che essi vorrebbe-
ro davvero sapere come sia possibile conoscere se non per espe-
rienza. E affinch questo mondo soprasensibile e a priori non si
tradisca neppure in quel luogo in cui sembrava non si potesse evi-
tare nella possibilit di una conoscenza di Dio e la spontaneit
spirituale non sinnalzi addirittura a Dio, bens labbandono pas-
sivo rimanga tutto in tutto contro questo pericolo, la formazio-
ne umana fino ad ora ha escogitato laudace mezzo di trasforma-
re lesistenza di Dio in un fatto storico, la cui verit viene accerta-
ta mediante unescussione di testimoni.
[309] Le cose stanno cos, eppure lepoca non dovrebbe di-
sperare di se stessa. Infatti, questi e altri simili fenomeni non so-
no nulla di autonomo, ma soltanto fiori e frutti della radice selva-
tica del tempo antico. Se soltanto lepoca si lasciasse inoculare una
nuova radice pi nobile e pi forte, allora laltra si seccherebbe, e
i suoi fiori e frutti, cui da essa non giungerebbe pi nutrimento,
appassirebbero e cadrebbero da s. Adesso lepoca non pu af-
fatto credere alle nostre parole, ed necessario che esse le ap-
paiano come favole. Noi non vogliamo neppure questa fede; noi
vogliamo soltanto spazio per creare e agire. Poi vedr, e creder
ai suoi occhi.
Cos, chiunque abbia familiarit con i prodotti del nostro tem-
po, avr osservato gi da lungo tempo che qui vengono enuncia-
te ancora una volta le proposizioni e i punti di vista che la pi re-
cente filosofia tedesca ha predicato fin dal suo inizio, e predicato
sempre di nuovo, perch appunto non poteva far altro che predi-
care. Che queste prediche si siano disperse senza alcun frutto nel-
laria vuota ora chiaro a sufficienza, ed chiara anche la ragione
per cui dovevano disperdersi in questo modo. Il vivente agisce so-
lo sul vivente; ma nella vita reale del tempo non c nessuna affi-
nit con questa filosofia, poich questa filosofia si muove in un
orizzonte che per questo tempo non ancora spuntato, e per or-
gani di senso che in esso non si sono ancora sviluppati. Essa in
questepoca non affatto di casa, bens unanticipazione del
tempo, e un elemento vitale gi pronto in anticipo per una gene-

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razione che non ha ancora visto la luce in esso. Essa deve rinun-
ciare alla generazione presente, ma non restare oziosa fino a quel
momento; ora assume il compito di formare per s la generazione
cui essa appartiene. Solo quando le sar divenuto chiaro questo
suo compito pi immediato, essa potr vivere in pace e in amici-
zia con una generazione che per il resto non le piace. Leducazio-
ne che abbiamo descritto finora [310] al tempo stesso leduca-
zione per essa; ancora una volta soltanto essa, in un certo senso,
pu essere leducatrice in questa educazione; e cos, dovrebbe
precedere la sua comprensibilit e accettabilit. Ma verr il tem-
po in cui verr capita e accolta con gioia; e perci, lepoca non do-
vrebbe disperare di se stessa.
Ascolti questepoca la visione di un antico veggente, che era ri-
ferita a una situazione certo non meno dolorosa. Cos dice il veg-
gente presso il fiume Chebar2, il consolatore dei prigionieri non
nella propria terra, ma in terra straniera: La mano del Signore
venne sopra di me ed egli mi condusse fuori nello spirito del Si-
gnore e mi pos in mezzo alla pianura; questa era piena di ossa.
Mi condusse in giro presso di esse ed ecco, erano moltissime sul-
la superficie della pianura ed ecco, erano assai secche. Quindi mi
disse: Figlio delluomo, potranno rivivere queste ossa?. Risposi:
Signore Iddio, tu lo sai. Mi disse allora: Profetizza su queste os-
sa e di loro: Ossa aride, udite la parola del Signore. Cos ha det-
to il Signore Iddio a queste ossa: Ecco, io faccio venire in voi uno
spirito e vivrete. Metter su di voi i nervi, far crescere su di voi
la carne, stender sopra di voi la pelle, infonder in voi il respiro
e vivrete. E riconoscerete che io sono il Signore. Io profetai come
mi era stato comandato e, mentre profetavo, si sent un rumore e
subito un frastuono, e le ossa si avvicinarono luna allaltra. Guar-
dai ed ecco, sopra di esse i nervi, venne su la carne e si stese su di
essi, al di sopra, la pelle, ma non vi era ancora il respiro. Allora mi
disse: Profetizza al vento, profetizza, figlio delluomo, e di al ven-
to: Cos ha detto il Signore Iddio: Vieni, o vento, dai quattro ven-
ti e soffia su questi morti, perch abbiano la vita. Io profetai co-
me mi era stato comandato e venne in essi il respiro, ebbero la vi-

2 Grande canale dellEufrate, identificato con lattuale Scatt-en-mil, che

scorre verso est, nei pressi di Babilonia (La Bibbia concordata, Milano 1999, vol.
2, p. 1158, nota 1).

46
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ta e si drizzarono in piedi: erano un esercito grande, immenso3.


Lasciate pure che le componenti della nostra superiore vita spiri-
tuale si secchino cos, e proprio perci, [311] lasciate pure che si
strappino anche i vincoli della nostra unit nazionale, e lasciateli
giacere per terra qua e l in selvaggio disordine, come le ossa dei
morti del veggente; lasciateli ingiallire e seccare sotto le tempeste,
i temporali e la torrida canicola di pi secoli; il respiro vivificante
del mondo degli spiriti non ha ancora smesso di soffiare. Esso af-
ferrer anche le ossa senza vita del nostro corpo nazionale e le ri-
metter insieme, perch tornino a vivere in una vita nuova e tra-
sfigurata.

3 Ezechiele 37, 1-10 (ivi, pp. 1250-51; traduzione modificata per omogeneit

col testo tedesco).


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Quarto discorso
La diversit capitale tra i tedeschi
e gli altri popoli di provenienza germanica

Abbiamo detto che il mezzo per formare un nuovo genere uma-


no proposto in questi discorsi dovrebbe essere applicato anzitut-
to da tedeschi a tedeschi, e che esso particolarmente adatto pri-
ma di tutto alla nostra nazione. Anche questa proposizione ha bi-
sogno di una dimostrazione, e noi partiremo anche qui, come ab-
biamo fatto finora, da ci che pi alto e pi universale, mo-
strando ci che il tedesco in s e per s, nel suo carattere fonda-
mentale, , e da quando esiste sempre stato, indipendentemen-
te dal destino che lo ha colpito in questo momento. Mostreremo
che la capacit e la ricettivit per una formazione siffatta gi con-
tenuta in questo carattere fondamentale, in modo esclusivo ri-
spetto a tutte le altre nazioni europee.
I tedeschi sono, per prima cosa, un ceppo dei Germani in ge-
nerale. Su questi ultimi, qui basti dire che furono essi [312] a uni-
ficare lordine sociale istituito nellantica Europa con la vera reli-
gione custodita nellantica Asia, e a sviluppare cos da se stessi
unet nuova, in contrasto con lantichit al tramonto. Inoltre,
sufficiente caratterizzare il tedesco in particolare solo in contrasto
con gli altri popoli germanici sorti accanto a lui. Infatti, altre na-
zioni dellEuropa moderna, come ad esempio quelle di prove-
nienza slava, sembra che non si siano sviluppate in modo cos
chiaro, rispetto al resto dEuropa, da poterne fornire una descri-
zione precisa, mentre altre di eguale provenienza germanica, co-
me gli scandinavi, per le quali il fondamento della distinzione che

48
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andremo subito a indicare non valido, qui vengono assunte sen-


za alcun dubbio come tedesche, e sono comprese in tutte le con-
seguenze generali delle nostre considerazioni.
Ma prima di cominciare, bisogna fare la seguente osservazio-
ne. Come fondamento della differenza prodottasi nel ceppo ori-
ginariamente indiviso, io indicher un fatto che, in quanto fatto,
chiaramente e inconfutabilmente sotto gli occhi di tutti; poi,
presenter singole manifestazioni di questa differenza prodottasi,
che in quanto meri fatti possono essere spiegate in modo altret-
tanto chiaro. Ma per quanto riguarda il collegamento di queste ul-
time, come conseguenze, con il primo in quanto loro fondamen-
to, e la deduzione della conseguenza dal fondamento, non posso
contare sul fatto che essi possiedano la stessa chiarezza e forza
persuasiva per tutti. vero che, anche da questo punto di vista, io
non enuncio proposizioni del tutto nuove e sin qui mai udite, ben-
s tra noi ci sono diverse persone che o sono assai ben preparate
per una simile concezione, o addirittura sono gi familiari con es-
sa. Ma, sullargomento in questione, le idee correnti nella mag-
gioranza sono assai divergenti dalle nostre, e per correggerle e
confutare tutte le obiezioni basate su casi singoli, che potrebbero
essere addotte da chi sprovvisto di un senso esercitato per lin-
tero, ci vorrebbe un tempo di gran lunga superiore a quello a no-
stra disposizione, e oltrepasserebbe i limiti del nostro programma.
[313] A costoro, devo accontentarmi di fornire ci che va detto a
questo riguardo come semplice spunto per la loro ulteriore rifles-
sione. Nel complesso del mio pensiero, tutto ci potrebbe essere
disposto in modo non cos isolato e frammentario, e senza fonda-
zione fin nella profondit del sapere, come si presenta qui. A par-
te la seriet per lintero, che non pu essere trascurata, non ho po-
tuto fare a meno di dirlo anche solo rispetto alle importanti con-
seguenze che ne deriveranno nel prosieguo dei nostri discorsi, e
che fanno parte in senso vero e proprio del nostro compito pi
immediato.
La differenza tra il destino dei tedeschi e quello degli altri cep-
pi provenienti dalla stessa radice, che si presenta allosservazione
immediatamente e prima di tutte le altre, che i primi sono rima-
sti nelle sedi originarie del popolo di provenienza, mentre gli altri
sono migrati in altri luoghi; i primi hanno conservato e formato
ulteriormente la lingua originaria del popolo di provenienza, i se-

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condi hanno accolto una lingua straniera e lhanno trasformata


gradualmente a modo loro. Le differenze subentrate successiva-
mente possono essere spiegate solo da questa anteriore diversit,
e non in ordine inverso: per esempio, il fatto che nella patria ori-
ginaria, conformemente alloriginario costume germanico, sia ri-
masta una federazione di Stati sotto un sovrano limitato, mentre
nei territori stranieri, pi sul precedente modello romano, la co-
stituzione sfociata in monarchie; e cos via.
Tra i cambiamenti indicati, il primo, cio il cambiamento di pa-
tria, del tutto insignificante. Luomo si ambienta facilmente sot-
to qualunque striscia di cielo, e la peculiarit del popolo, lungi
dallessere molto modificata dalla sede stanziale, al contrario do-
mina questultima e la modifica in conformit con s. Anche la di-
versit degli influssi naturali non molto grande sotto i cieli abi-
tati da popolazioni germaniche. Altrettanto poco si pu attribui-
re un peso alla circostanza che nei territori conquistati i popoli di
provenienza germanica si siano mescolati con i precedenti abi-
tanti; perch comunque furono soltanto i Germani a vincere, a
dominare e a formare il nuovo popolo uscito dalla mescolanza.
[314] Inoltre, la stessa mescolanza che allestero ebbe luogo con
Galli, Cantabri, eccetera avvenne in misura certo non inferiore
nella madrepatria con gli Slavi; cosicch nessuno dei popoli sorti
dai Germani potrebbe dimostrare al giorno doggi una maggiore
purezza della sua provenienza rispetto agli altri.
Pi significativo, invece, e, come ho sostenuto, tale da fonda-
re una perfetta opposizione tra i tedeschi e gli altri popoli di pro-
venienza germanica, il secondo cambiamento, quello della lin-
gua; e qui non si tratta, lo voglio dichiarare con chiarezza fin da
subito, n della costituzione particolare della lingua che stata
conservata da questo ceppo, n di quella dellaltra lingua che sta-
ta assunta dallaltro ceppo, bens esclusivamente del fatto che l
stato conservato qualcosa di proprio, qui stato assunto qualco-
sa di estraneo; n si tratta della provenienza anteriore di coloro
che continuano a parlare una lingua originaria, bens solo del fat-
to che si continui senza interruzione a parlare questa lingua, poi-
ch gli uomini vengono formati dalla lingua molto pi di quanto
la lingua venga formata dagli uomini.
Per chiarire le conseguenze di una simile differenza nella ge-
nerazione dei popoli, e il determinato tipo di opposizione tra i ca-

50
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ratteri nazionali che segue necessariamente da questa diversit,


nella misura in cui possibile farlo qui, devo invitarvi a una con-
siderazione sullessenza del linguaggio in generale1.
Il linguaggio in generale, e in modo particolare la designazio-
ne degli oggetti in esso mediante il risuonare degli organi vocali,
non dipende affatto da decisioni e accordi arbitrari, bens esiste
prima di tutto una legge fondamentale, secondo cui ogni concet-
to negli organi vocali delluomo diventa questo suono e nessun al-
tro. Come gli oggetti si riproducono negli organi sensibili del sin-
golo con questa determinata figura, colore, eccetera, cos nellor-
gano delluomo sociale, nel linguaggio, si riproducono con questo
determinato suono. Non propriamente luomo che parla, bens
in lui parla la [315] natura umana, e si annuncia agli altri suoi si-
mili. E cos si dovrebbe dire: il linguaggio uno solo, ed assolu-
tamente necessario.
Ora, certamente, pu darsi ed il secondo aspetto che il
linguaggio in questa sua unit non sia mai emerso da nessuna par-
te per luomo semplicemente in quanto tale, bens sia emerso dap-
pertutto ulteriormente modificato e formato dagli effetti che il
luogo e luso, pi o meno frequente, hanno avuto sugli organi vo-
cali e che la sequenza degli oggetti osservati e indicati ha avuto sul-
la sequenza della designazione. Tuttavia, anche qui non ha luogo
arbitrio o approssimazione, bens legge rigorosa; ed necessario
che, in un organo vocale cos determinato dalle condizioni men-
zionate, non emerga la lingua unica e pura degli uomini, bens una
sua deviazione, e precisamente proprio questa deviazione deter-
minata.
Se chiamiamo un popolo gli uomini che subiscono i medesimi
influssi esterni sullorgano vocale, e che sviluppano il loro lin-
guaggio in comunicazione continua, allora dobbiamo dire che la
lingua di questo popolo necessariamente cos come , e non

1
Fichte si era gi occupato di questo problema nello scritto Von der Sprach-
fhigkeit und dem Ursprung der Sprache (1795), GA, I, 3, pp. 97-127; trad. it. La
facolt linguistica e lorigine del linguaggio, in J.G. Fichte, Scritti sulla dottrina
della scienza, a cura di M. Sacchetto, Torino 1999, pp. 443-480; questo e altri te-
sti jenesi erano gi apparsi in J.G. Fichte, Scritti sul linguaggio, 1795-1797, a cu-
ra di C. Tatasciore, coll. Fichtiana, Milano 1998.

51
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propriamente questo popolo che esprime la sua conoscenza, ben-


s la sua conoscenza stessa che si esprime a partire da esso.
In tutti i cambiamenti provocati, nello sviluppo del linguaggio,
dalle circostanze sopra ricordate, questa conformit alla legge re-
sta ininterrottamente ed esattamente la stessa e unica conformit
alla legge per tutti coloro che restano in comunicazione ininter-
rotta, e ovunque il Nuovo enunciato da ciascun singolo giunga al-
lorecchio di tutti. Dopo millenni, e dopo tutti i cambiamenti spe-
rimentati nel loro corso dallapparenza esterna della lingua di
questo popolo, resta sempre la stessa unica, vivente forza lingui-
stica della natura che doveva erompere originariamente cos
che fluita ininterrottamente attraverso tutte le circostanze, e in
ciascuna di queste dovuta divenire cos come divenuta, alla lo-
ro fine dovuta essere cos come adesso, e tra qualche tempo
sar cos come dovr essere allora. [316] La lingua puramente
umana, considerata ai primi inizi assieme allorgano del popolo,
risuon come suo primo suono; ci che ne risultato, considera-
to in seguito con tutti gli sviluppi che questo primo suono dovet-
te subire nelle circostanze date, d come ultima conseguenza lat-
tuale lingua del popolo. Perci, anche la lingua resta sempre la
stessa lingua. Anche se i posteri, dopo qualche secolo, non capi-
scono pi la lingua parlata un tempo dai loro avi poich per es-
si i passaggi sono andati perduti tuttavia c fin dallinizio un
passaggio continuo, senza salti, sempre inosservato nel presente,
e reso osservabile solo con laggiunta di nuovi passaggi, e che per-
ci sembra un salto. Non mai esistito un momento in cui i con-
temporanei abbiamo smesso di capirsi, poich il loro eterno me-
diatore e interprete sempre stata ed rimasta la forza naturale
comune parlante da tutti loro. Cos stanno le cose per la lingua, in
quanto designazione degli oggetti di percezione immediatamente
sensibile, e ogni lingua umana, allinizio, questo. Se da essa il po-
polo sinnalza al coglimento del soprasensibile, allora in un primo
tempo questo soprasensibile, per poter essere ripetuto a piaci-
mento e per evitare la confusione col sensibile, nel caso del primo
singolo; per poter essere comunicato e per fornire una guida ade-
guata, nel caso degli altri, pu essere fissato solo designando un
S in quanto organo di un mondo soprasensibile, e distinguendo-
lo accuratamente dallo stesso S in quanto organo del mondo sen-
sibile opponendo a un organismo corporeo unanima, un senti-

52
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mento e simili. Inoltre, poich i diversi oggetti di questo mondo


soprasensibile appaiono, nel loro insieme, soltanto in quellorga-
no soprasensibile, ed esistono solo per esso, potrebbero essere de-
signati nel linguaggio solo dicendo che essi hanno, col loro orga-
no, lo stesso rapporto che questo o quel determinato oggetto sen-
sibile ha con lorgano sensibile; equiparando, in questo rapporto,
un soprasensibile particolare a un sensibile particolare; e, attra-
verso questa equiparazione, [317] indicando mediante il linguag-
gio il suo luogo nellorgano soprasensibile. In questo campo, la
lingua non pu fare nulla di pi; essa d unimmagine sensibile del
soprasensibile, limitandosi a osservare che si tratta di unimmagi-
ne del genere; chi vuole giungere alla cosa, deve porre in movi-
mento il suo proprio organo spirituale, secondo la regola fornita
dallimmagine. In generale, chiaro che questa designazione sim-
bolica del soprasensibile dovr orientarsi, ogni volta, secondo lo
stadio di sviluppo raggiunto, tra il popolo dato, dalla facolt co-
noscitiva della sensibilit; che perci, linizio e lo sviluppo di que-
sta designazione simbolica avverr, nelle diverse lingue, in modi
molto diversi, secondo la diversit del rapporto che ha avuto e
continua ad avere luogo tra formazione sensibile e formazione spi-
rituale del popolo.
Ravviviamo con un esempio questa osservazione, gi chiara di
per s. Con una parola greca che viene comunemente usata anche
nella lingua tedesca, noi chiamiamo idea qualcosa che sorge in se-
guito al coglimento (spiegato nel discorso precedente) dellim-
pulso fondamentale non solo mediante il sentimento oscuro, ma
subito mediante conoscenza chiara, come sempre avviene nel ca-
so di un oggetto soprasensibile, e quella parola esprime esatta-
mente lo stesso simbolo della parola tedesca Gesicht, visione,
come appare nelle seguenti locuzioni della traduzione luterana
della Bibbia: Avrete visioni, farete sogni. Idea o visione, nel si-
gnificato sensibile, sarebbe qualcosa che pu essere afferrato so-
lo dallocchio del corpo, in nessun modo invece da un altro sen-
so, per esempio dal gusto, dalludito, eccetera, come ad esempio
un arcobaleno, o le figure che ci passano davanti in sogno. Lo stes-
so simbolo, nel significato soprasensibile, vorrebbe dire anzitut-
to, secondo lambito in cui la parola deve valere, qualcosa che non
viene afferrato dal corpo, ma solo dallo spirito; poi, qualcosa che
non pu essere afferrato neppure dal sentimento oscuro dello spi-

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rito, come diverse altre cose, ma esclusivamente dal suo occhio,


dalla conoscenza chiara. Se ipotizzassimo, inoltre, che per questa
designazione simbolica i Greci [318] si siano basati sullarcobale-
no e su fenomeni del genere, allora dovremmo ammettere che la
loro conoscenza sensibile si era innalzata, gi in precedenza, a os-
servare la differenza tra le cose, cio il fatto che alcune si manife-
stano a tutti i sensi o a pi di uno, altre soltanto allocchio; e che
inoltre, se avessero avuto chiaro il concetto sviluppato, non avreb-
bero dovuto designarlo cos, ma in un altro modo. Allora, balze-
rebbe allocchio anche la loro superiore chiarezza spirituale ri-
spetto a un altro popolo, poniamo, che non abbia saputo designa-
re la differenza tra sensibile e soprasensibile mediante un simbolo
tratto dal cosciente stato di veglia, bens, per trovare limmagine di
un altro mondo, sia dovuto ricorrere al sogno; al tempo stesso, ver-
rebbe in luce che questa differenza non dipende dal fatto che il
senso per il soprasensibile sia, nei due popoli, pi o meno forte, ma
solamente dalla diversit della loro chiarezza sensibile, nel mo-
mento in cui vollero designare un che di soprasensibile.
Cos, ogni designazione del soprasensibile si orienta secondo
lampiezza e la chiarezza della conoscenza sensibile di colui che
qui designa. Il simbolo gli chiaro, ed esprime il rapporto di ci
che concepito con lorgano spirituale in un modo che gli per-
fettamente comprensibile, poich questo rapporto gli viene spie-
gato da un altro rapporto, immediatamente vivente, con il suo or-
gano sensibile. Questa nuova designazione, sorta in tal modo, vie-
ne ora deposta nel linguaggio con tutta la nuova chiarezza, che la
conoscenza sensibile stessa riceve da questo uso allargato del se-
gno; e la possibile conoscenza soprasensibile futura viene ora de-
signata secondo il suo rapporto con lintera conoscenza sensibile
e soprasensibile deposta nel tutto della lingua; e si procede inin-
terrottamente cos, in modo tale che la chiarezza e la comprensi-
bilit immediate dei simboli non siano mai interrotte, bens resti-
no un flusso continuo. Inoltre, poich la lingua non trasmessa
per arbitrio, bens sboccia dalla vita intellettuale come unimme-
diata forza naturale, [319] una lingua che continua a svilupparsi
senza interruzione secondo questa legge possiede anche la forza
di intervenire immediatamente nella vita e di stimolarla. Come le
cose immediatamente presenti muovono luomo, cos anche le pa-
role di una lingua siffatta muovono colui che le intende, poich

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anchesse sono cose, e niente affatto artifici arbitrari. Cos avvie-


ne innanzitutto nel sensibile. Ma non altrimenti accade nel sopra-
sensibile. Infatti, bench in relazione a questultimo il progresso
continuo dellosservazione naturale venga interrotto dalla libera
meditazione e riflessione e qui subentri, per cos dire, il Dio in-
figurabile tuttavia la designazione mediante il linguaggio rinvia
immediatamente linfigurabile alla connessione continua del figu-
rabile; e cos, anche da questo punto di vista, il progresso conti-
nuo della lingua, emersa dapprima come forza naturale, resta inin-
terrotto, e nel flusso della designazione non subentra alcun arbi-
trio. Perci, anche alla parte soprasensibile di una lingua che con-
tinua a svilupparsi in modo cos continuo, non pu mancare la
forza stimolatrice di vita verso colui che solo ponga in movimen-
to il suo organo spirituale. Le parole di una lingua siffatta sono vi-
ta e creano vita in tutte le sue parti. Se facciamo lipotesi, anche
riguardo allo sviluppo della lingua per il soprasensibile, che il po-
polo di questa lingua sia rimasto in comunicazione ininterrotta, e
che ci che uno ha pensato e detto abbia raggiunto ben presto tut-
ti: allora, ci che finora abbiamo detto in generale, vale per tutti
quelli che parlano questa lingua. Per tutti quelli che solo vogliano
pensare, il simbolo deposto nella lingua chiaro; per tutti quelli
che qui pensano veramente, essa viva e stimola la loro vita.
Cos, dico, stanno le cose con una lingua che, fin dal primo
suono emesso nello stesso popolo, si ininterrottamente svilup-
pata dalleffettiva vita comune di questo popolo, e nella quale non
si mai inserita una componente che non esprimesse unintuizio-
ne effettivamente vissuta di questo popolo, e unintuizione in con-
nessione onnilaterale con tutte le altre intuizioni dello stesso po-
polo. Lasciate che al popolo dorigine di questa lingua [320] ven-
gano incorporati tanti singoli, quanti si voglia, di un altro ceppo e
di unaltra lingua; a meno che a costoro non sia concesso di in-
nalzare lambito delle loro intuizioni fino alla posizione da cui,
dora in poi, si svilupper la loro lingua, essi resteranno muti nel-
la comunit, e senza influsso sulla lingua, finch essi stessi non sa-
ranno entrati nel campo delle intuizioni del popolo dorigine, e al-
lora non saranno loro a formare la lingua, bens la lingua a formare
loro.
Ma accade tutto il contrario di ci che abbiamo detto finora,
se un popolo, rigettando la propria lingua, ne assume una stra-

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niera, gi molto formata per la designazione soprasensibile; e pre-


cisamente, non in modo da concedersi del tutto liberamente al-
linflusso di questa lingua straniera, accontentandosi di tacere fi-
no a che non sia entrato nel circolo delle sue intuizioni; bens, in
modo da imprimere su questa lingua straniera il circolo della pro-
pria intuizione, cosicch questultima, dalla posizione in cui essi
lavevano trovata, dora in poi deve muoversi in tale circolo. ve-
ro che questo evento non ha conseguenze rispetto alla parte sen-
sibile della lingua. In ciascun popolo, i bambini devono comun-
que imparare questa parte della lingua proprio come se i segni fos-
sero arbitrari, e cos devono ripercorrere tutto il precedente svi-
luppo linguistico della nazione; ma in questo ambito sensibile,
ogni segno pu essere chiarito perfettamente mediante la visione
o il contatto immediati col designato. Al massimo, da ci risulte-
rebbe che la prima generazione di un popolo che cambia la sua
lingua sarebbe costretta a ritornare alla sua infanzia; ma con la ge-
nerazione successiva e quelle future, tutto tornerebbe al vecchio
ordine. Al contrario, questo cambiamento ha le pi importanti
conseguenze per quanto riguarda la parte soprasensibile della lin-
gua. vero che essa, per i primi possessori della lingua, si for-
mata nel modo descritto finora; ma per chi se ne appropria suc-
cessivamente, il simbolo contiene una comparazione con lintui-
zione sensibile che essi, senza avere la formazione spirituale cor-
rispondente, [321] hanno gi saltato da lungo tempo, oppure non
hanno ancora avuto e non potranno mai avere. Il massimo che
possono fare, in proposito, farsi spiegare il simbolo e il suo si-
gnificato spirituale, ottenendo con ci la storia morta e superfi-
ciale di una cultura estranea, ma non una cultura propria; e rice-
vendo immagini che per essi non sono n immediatamente chia-
re, n tanto meno suscitatrici di vita, bens tali da dover apparire
completamente arbitrarie quanto la parte sensibile della lingua.
Ora, con lentrata in scena come chiarificatrice della mera storia,
la lingua per loro finita, morta rispetto allintero ambito della
sua forza simbolica, e il suo continuo fluire interrotto; e bench
a loro modo, per quanto un simile punto di partenza lo renda pos-
sibile, essi possano nuovamente formare questo linguaggio in mo-
do vivente al di l di quellambito, pure quella componente stori-
ca rimane come una barriera, contro cui loriginario sorgere dalla
vita della lingua come forza naturale e il suo ritorno alla vita co-

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me lingua reale sinfrangono senza eccezione. Bench in super-


ficie una lingua siffatta possa essere mossa dal vento della vita, e
dare di s unapparenza di vita, pure pi in profondit essa ha un
elemento morto, e con lingresso del nuovo circolo di intuizione e
linterruzione del vecchio, essa stata recisa dalla sua radice vi-
vente.
Ravviviamo ci che abbiamo detto con un esempio, aggiun-
gendo a sostegno di questultimo che una lingua del genere, nel
suo fondamento morta e incomprensibile, si lascia anche perver-
tire molto facilmente, e se ne pu abusare per abbellire in ogni
modo la corruzione umana. Per un esempio del genere mi servo
delle tre famigerate parole umanit, popolarit, liberalit2.
Queste parole, pronunciate davanti al tedesco che non ha impa-
rato nessunaltra lingua, sono per lui un suono completamente
vuoto, che per affinit vocale non gli ricorda nulla di noto, e cos
esce perfettamente al di fuori del circolo della sua intuizione e di
ogni intuizione possibile. [322] Se ora, tuttavia, la parola scono-
sciuta risveglia la sua attenzione col suo suono straniero, elegante
e gradevole, ed egli pensa che ci che suona cos nobilmente deb-
ba anche significare qualcosa di elevato, egli deve farsi spiegare
questo significato completamente dallinizio e come qualcosa di
interamente nuovo per lui, e pu credere a questa spiegazione so-
lo ciecamente, e cos si abitua tacitamente a riconoscere come dav-
vero esistente e degno di importanza qualcosa che lui, se lasciato
a se stesso, forse non avrebbe mai trovato degno di menzione.
Non si creda che con i popoli neolatini, che credono di pronun-
ciare quelle parole come parole della madrelingua, le cose stiano
molto diversamente. Senza studio erudito dellantichit e della
sua lingua effettiva, essi capiscono le radici di queste parole al-
trettanto poco dei tedeschi. Ora, se davanti al tedesco, al posto
della parola umanit, si fosse pronunciata la parola Menschlich-
keit, che ne la traduzione letterale, egli allora ci avrebbe capito
senza ulteriore spiegazione storica; ma avrebbe detto: Non poi
una gran cosa essere un uomo, e non una bestia selvaggia. Ma
egli avrebbe detto cos, come certo un Romano non avrebbe mai
detto, perch lumanit in generale, nella sua lingua, rimasta so-

2 Su queste espressioni, Fichte si era gi soffermato supra, Primo discorso,

p. 11.

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lo un concetto sensibile, non mai divenuta invece, come presso


i Romani, simbolo di un concetto soprasensibile; poich forse i
nostri avi avevano osservato molto prima le singole virt umane,
e le avevano indicate simbolicamente nel linguaggio, prima che sia
capitato loro di riunirle in un concetto unitario, e precisamente
come opposizione alla natura animale, il che del resto non ha pro-
curato ai nostri avi nessun biasimo di fronte ai Romani. Ora,
chiunque volesse insinuare artificiosamente nella lingua dei tede-
schi questo simbolo estraneo e romano, evidentemente sottovalu-
terebbe il loro modo di pensare etico, poich spaccerebbe loro co-
me vantaggioso e lodevole qualcosa che potrebbe anche essere ta-
le nella lingua straniera, ma che costui, secondo lincancellabile
natura della sua immaginazione nazionale, intende semplicemen-
te come noto e affatto indispensabile. Forse, con una ricerca pi
precisa, si potrebbe mostrare [323] che simili sottovalutazioni del
modo di pensare etico precedente, mediante lassunzione di sim-
boli inadatti ed estranei, hanno caratterizzato fin dallinizio i cep-
pi germanici che hanno accolto la lingua di Roma; tuttavia, qui
laccento non cade principalmente su questa circostanza.
Se poi, invece delle parole popolarit e liberalit, dicessi
al tedesco le espressioni ricercare avidamente il favore del mag-
gior numero e distanza dal servilismo, che ne sono la tradu-
zione letterale, in un primo momento egli non riceverebbe nem-
meno limmagine sensibile, chiara e vivace, che senzaltro riceve-
va il Romano dellantichit. Costui aveva tutti i giorni davanti agli
occhi lipocrita cortesia rivolta a chiunque dal candidato avido di
onori, cos come le manifestazioni di servilismo, e quelle parole ri-
producevano tutto ci in modo vivo davanti a lui. Col cambia-
mento della forma di governo e lintroduzione del cristianesimo,
questi spettacoli erano gi stati sottratti al Romano di et pi tar-
da, allo stesso modo in cui, in generale, la sua propria lingua co-
minci a morire in gran parte sulle sue labbra, in particolare a cau-
sa del cristianesimo estraneo, che egli non era in grado n di re-
spingere, n di assimilare. Come avrebbe potuto questa lingua, gi
mezza morta nella propria patria, essere tramandata in modo vi-
vo a un popolo straniero? Come potrebbe esserlo, ora, a noi te-
deschi? Inoltre, per quanto riguarda il simbolo di qualcosa di spi-
rituale che si trova in quelle due espressioni, nella popolarit si
trova gi in origine un vizio che, con la decadenza della nazione e

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della sua costituzione, in bocca a essa venne travisato come virt.


Il tedesco, purch essa gli venga presentata nella sua propria lin-
gua, non cadr mai in questo travisamento. Invece, alla traduzio-
ne di liberalit dicendo che un uomo non ha unanima da schia-
vo, oppure, secondo il nuovo costume, che non ha un modo di
pensare da lacch, risponderebbe ancora una volta che anche que-
sto non significa poi molto.
Ma in questi simboli, che gi nella loro forma pura, presso i Ro-
mani, erano sorti a un basso livello di cultura etica, o indicavano
addirittura un vizio, nel corso dello sviluppo delle [324] lingue
neolatine si sono insinuati anche i concetti della mancanza di se-
riet nei rapporti sociali, del lasciarsi andare, della fatuit senza-
nima, e questi stessi concetti sono stati portati nella lingua tede-
sca, in silenzio e senza che qualcuno notasse chiaramente di che
cosa si trattava, perch anche noi attribuissimo loro importanza
grazie al loro aspetto antico e straniero. Questo da sempre lo
scopo e il risultato di ogni intromissione: prima di tutto, avvolge-
re lascoltatore, dallimmediata comprensibilit e precisione che
ogni lingua originaria porta con s, nelloscurit e incomprensibi-
lit; quindi, dopo avergli fatto credere ciecamente, in questo mo-
do, di doversi affidare a una spiegazione ormai necessaria,
confondere a tal punto vizio e virt da rendere difficile riuscire di
nuovo a separarli. Se al tedesco avessimo detto, con parole sue e
allinterno della sua cerchia simbolica, ci che quelle tre parole
straniere vogliono dire posto che vogliano dire qualcosa cio:
Menschenfreundlichkeit [cortesia, gentilezza, amabilit], Leutse-
ligkeit [socievolezza, cordialit], Edelmut [nobilt danimo], egli
ci avrebbe capito, ma i vizi indicati non sarebbero mai riusciti a
insinuarsi in quei nomi. Nellambito del discorso tedesco, un si-
mile avvolgimento nellincomprensibilit e oscurit nasce o da in-
capacit, oppure da astuzia maligna; esso deve essere evitato, e co-
me aiuto sempre disponibile la traduzione in autentico, vero te-
desco. Nelle lingue neolatine, invece, questa incomprensibilit
naturale e originaria, e non pu essere evitata con nessun mezzo,
poich esse, in generale, non si trovano in possesso di una lingua
vivente su cui possano verificare la lingua morta, e in senso pro-
prio non hanno affatto una lingua materna.
Ci che abbiamo esposto in questo esempio potrebbe facil-
mente applicarsi allintero ambito della lingua, dando gli stessi ri-

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sultati e, nella misura in cui possibile farlo qui, dovrebbe avervi


chiarito ci che abbiamo detto finora. [325] Si tratta della parte
soprasensibile della lingua, non di quella sensibile. Questa parte
soprasensibile, in una lingua rimasta sempre viva, simbolica,
riassumendo a ogni passo in compiuta unit il tutto della vita sen-
sibile e spirituale della nazione, deposta nella lingua, per designa-
re un concetto a sua volta non arbitrario, ma emergente dallinte-
ra vita della nazione fino ad ora. Da tale concetto e dalla sua de-
signazione, un occhio acuto dovrebbe poter costruire a ritroso
lintera storia culturale della nazione. In una lingua morta, invece,
la parte soprasensibile la stessa di quando la lingua era ancora
viva, e con luccisione di questultima, essa si trasforma in una rac-
colta dispersa di segni arbitrari e assolutamente inspiegabili per
concetti altrettanto arbitrari. Con ambedue non si pu fare altro,
appunto, che impararli.
Con ci abbiamo risolto il nostro compito pi immediato, di
trovare il tratto fondamentale che distingue il popolo tedesco da-
gli altri popoli di provenienza germanica. La diversit sorta su-
bito con la prima separazione del ceppo comune, e consiste nel
fatto che il popolo tedesco parla una lingua viva fin dentro al suo
primo scaturire dalla forza naturale, mentre gli altri ceppi germa-
nici parlano una lingua animata solo in superficie, ma morta alla
radice. Noi poniamo la differenza esclusivamente in questa circo-
stanza, nella vitalit e nella morte; non ci pronunciamo affatto, in-
vece, sul restante valore interno della lingua tedesca. Tra vita e
morte non ha luogo alcuna comparazione, e la prima ha valore in-
finito rispetto alla seconda; perci, tutte le comparazioni imme-
diate tra lingua tedesca e lingue neolatine sono assolutamente sen-
za valore, e sono costrette a parlare di cose di cui non vale la pe-
na parlare. Se si dovesse porre la questione del valore interno del-
la lingua tedesca, allora almeno dovrebbe entrare in campo una
lingua di pari rango e altrettanto originaria, come forse la lingua
greca; [326] ma il nostro scopo presente si trova molto al di sotto
di una comparazione simile.
Possiamo indovinare, in linea generale, quale incalcolabile in-
flusso sullintero sviluppo umano di un popolo possa avere la co-
stituzione della sua lingua, la lingua che accompagna il singolo
fin nelle pi recondite profondit del suo animo nel pensare e
volere, e lo limita o gli d le ali; che nel suo ambito connette tut-

60
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ta la moltitudine di uomini che la parlano in un unico intelletto


comune; che il vero punto di confluenza reciproca del mondo
sensibile e di quello degli spiriti, e fonde cos intimamente i loro
estremi che non si pu pi dire a quale dei due essa appartenga;
possiamo indovinare quanto siano diverse le conseguenze di que-
sto influsso, l dove in gioco il rapporto tra vita e morte. An-
zitutto, chiaro che il tedesco ha un mezzo per indagare la sua
lingua viva ancora pi profondamente, confrontandola con la
lingua latina ormai estinta, che nello sviluppo della simbolizza-
zione diverge molto dalla propria; come viceversa, seguendo la
stessa via, pu capire meglio anche la seconda, cosa che non
possibile ai neolatini, che in fondo restano prigionieri nellambi-
to di ununica e medesima lingua. In quanto impara la lingua la-
tina dorigine, il tedesco acquisisce in un certo senso anche le lin-
gue derivate, e se riuscisse a imparare la prima pi profonda-
mente degli stranieri, cosa che pu fare senzaltro per la ragione
che abbiamo detto, imparerebbe a comprendere anche le lingue
di questi stranieri in modo molto pi profondo, e ad appro-
priarsene in modo molto pi caratteristico di quelli stessi che le
parlano. Perci il tedesco, se solo si serve di tutti i suoi vantag-
gi, pu sempre avere uno sguardo dinsieme sugli stranieri, e pu
capirli perfettamente, addirittura meglio di loro stessi, e tradurli
in tutta la loro estensione; mentre gli stranieri, senza un appren-
dimento assai faticoso della lingua tedesca, non potranno mai ve-
ramente capire i tedeschi, e lasceranno indubbiamente non tra-
dotto ci che autenticamente tedesco. Ci che in queste lingue
possiamo imparare solo dagli stranieri, sono [327] perlopi nuo-
vi modi di dire, sorti per noia ed eccentricit, e si vale molto po-
co se si cede a questi indottrinamenti alla moda. Il pi delle vol-
te, invece, si potrebbe mostrare loro come dovrebbero parlare in
accordo con la lingua dorigine e con le sue leggi di trasforma-
zione, e che la nuova moda non centra niente, e urta contro il
buon uso tradizionale. Come abbiamo detto, quella ricchezza
di conseguenze in generale, cos come la conseguenza particola-
re menzionata da ultima, viene fuori da s.
Ma la nostra intenzione quella di cogliere queste conseguen-
ze nellinsieme, secondo il loro legame unitario e in profondit,
per fornire in tal modo una descrizione approfondita dei tedeschi
in opposizione agli altri ceppi germanici. Elenco brevemente que-

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ste conseguenze in via preliminare: 1) Nel popolo della lingua vi-


va, la formazione dello spirito interviene nella vita; nel popolo
contrario, la cultura spirituale e la vita vanno ciascuna per la pro-
pria strada. 2) Per la stessa ragione, un popolo del primo tipo con
la formazione dello spirito fa veramente sul serio, e vuole che es-
sa intervenga nella vita; al contrario, per un popolo del secondo
tipo, essa piuttosto un gioco geniale, con cui non vuole fare
nientaltro. I secondi hanno spirito; i primi, oltre allo spirito, han-
no anche un cuore. 3) Conseguenza della seconda: i primi sono se-
ri e diligenti, e simpegnano onestamente in tutte le cose; i secon-
di, al contrario, si lasciano andare alla loro felice natura. 4) Con-
seguenza di tutto ci che precede: in una nazione del primo tipo,
il popolo incolto plasmabile, e quelli che lo plasmano speri-
mentano le loro scoperte nel popolo, e vogliono influire su di es-
so; al contrario, in una nazione del secondo tipo i ceti colti si se-
parano dal popolo, e considerano questultimo solo un cieco stru-
mento dei loro piani. Riservo lulteriore trattazione di queste ca-
ratteristiche alla prossima ora.
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Quinto discorso
Conseguenze della diversit indicata

[328] Per descrivere la peculiarit dei tedeschi, stata mostrata la


differenza fondamentale tra questi e gli altri popoli di provenien-
za germanica, secondo la quale i primi sono rimasti nella corren-
te ininterrotta di una lingua originaria, che si continua a svilup-
pare dalla vita reale, i secondi invece hanno recepito una lingua a
essi estranea, che stata uccisa sotto il loro influsso. Alla fine del-
lora precedente, abbiamo indicato altri aspetti di queste stirpi co-
s diverse, che dovettero necessariamente scaturire da quella dif-
ferenza fondamentale; e oggi svilupperemo ulteriormente questi
aspetti, e li fonderemo pi solidamente sul loro terreno comune.
Una ricerca preoccupata della sua fondatezza pu esimersi da
diverse dispute e dal suscitare invidia di diverso tipo. Noi dedur-
remo passo dopo passo ci che segue dalla differenza fondamen-
tale constatata, e staremo attenti solo alla correttezza della dedu-
zione. Io voglio che siate soltanto voi e ogni osservatore a decide-
re, se la diversit dei fenomeni che dovrebbe esistere a seguito di
questa deduzione si presenti o no nellesperienza reale. Certa-
mente a suo tempo mostrer che, per ci che riguarda in partico-
lare i tedeschi, le cose sono andate effettivamente cos come do-
vevano andare secondo la nostra deduzione. Ma per quanto ri-
guarda gli stranieri germanici, non avr niente in contrario se
qualcuno tra loro capisce davvero ci di cui qui si tratta, e in se-
guito riesce a dimostrare che anche i suoi compatrioti sono stati
la stessa cosa dei tedeschi, [329] e riesce ad assolverli completa-

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mente dai caratteri opposti. In generale, la nostra descrizione, an-


che in questi tratti contrapposti, non si dilungher su ci che
svantaggioso e stridente, il che renderebbe la vittoria pi facile
che onorevole, bens indicher solo ci che segue necessariamen-
te, esprimendolo in modo tanto onorevole quanto compatibile
con la verit.
La prima conseguenza che ho indicato della differenza di fon-
do era che nel popolo della lingua viva, la formazione dello spiri-
to interviene nella vita; in quello contrario, cultura spirituale e vi-
ta vanno ciascuna per la loro strada. Prima di tutto, sar utile spie-
gare meglio il senso di questa proposizione. Anzitutto, in quanto
qui si parla della vita, e dellintervento in essa della cultura spiri-
tuale, con ci dobbiamo intendere la vita originaria, e il suo sca-
turire continuo dalla fonte di ogni vita spirituale, cio Dio, la con-
tinua formazione dei rapporti umani secondo la loro immagine
originaria, e cos la creazione di qualcosa di nuovo e mai prima esi-
stito. Invece, non si tratta assolutamente della mera conservazio-
ne di quei rapporti allo stadio in cui gi si trovano, contro la loro
scomparsa; e ancora meno, del sostegno di singoli membri che so-
no rimasti indietro rispetto alla cultura generale. Quindi, se si par-
la di cultura spirituale, con ci bisogna intendere anzitutto la fi-
losofia come dobbiamo chiamarla col nome straniero, poich i
tedeschi non hanno accolto il nome tedesco loro proposto da lun-
go tempo la filosofia, dico: poich questa che coglie scientifi-
camente leterna immagine originaria di ogni vita spirituale. Ora,
di essa e di ogni scienza basata su di essa si loda il fatto di inter-
venire nella vita del popolo che parla la lingua viva. Ora per, in
apparente contraddizione con questa osservazione, stato spesso
ripetuto, e anche dai nostri connazionali, che filosofia, scienza,
belle arti e simili sono fini a se stesse e non servono alla vita, e che
valutarle per la loro utilit in questo servizio vorrebbe dire de-
classarle. [330] Qui il luogo per determinare meglio queste
espressioni, e proteggerle da ogni fraintendimento. Esse sono ve-
re nel duplice, ma limitato, senso seguente: anzitutto, che scienza
o arte non devono servire alla vita in un certo stadio inferiore, per
esempio alla vita sensibile e terrena, o alla comune edificazione,
come hanno pensato alcuni; poi, che un singolo, in seguito alla sua
personale separatezza dal tutto di un mondo degli spiriti, pu de-
dicarsi completamente a questi rami particolari delluniversale vi-

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ta divina, senza avere bisogno di uno stimolo esterno a essi, e pu


trovare in essi piena soddisfazione. Ma non sono affatto vere se as-
sunte in senso rigoroso, poich altrettanto impossibile che ci sia-
no pi fini in se stessi quanto che ci siano pi assoluti. Lunico fi-
ne in se stesso, al di fuori del quale non ce ne pu essere nessun
altro, la vita spirituale. Ora, questa in parte si esprime e appare
come un eterno fluire da se stessa, come scaturigine, cio come
eterna attivit. Questa attivit riceve eternamente dalla scienza la
sua immagine esemplare, dallarte labilit di configurarsi secon-
do questa immagine, e in questo senso potrebbe sembrare che
scienza e arte esistano come mezzi per la vita attiva in quanto sco-
po. Ora per, in questa forma dellattivit, la vita stessa non mai
compiuta e chiusa in unit, bens va avanti allinfinito. Se per la
vita deve esistere come una siffatta unit chiusa, allora deve esi-
stere in unaltra forma. Ora, questa forma quella del pensiero
puro, che fornisce la visione religiosa descritta nel Terzo discor-
so1; una forma, che in quanto unit chiusa si separa assolutamen-
te dallinfinit del fare, e in questultimo, nel fare, non pu mai es-
sere espressa completamente. Tutti e due quindi, il pensiero e lat-
tivit, sono forme separate solo nel fenomeno, al di l del feno-
meno, invece, esse sono, luna come laltra, la medesima unica vi-
ta assoluta; e non si pu dire che il pensiero sia e sia cos per il fa-
re, oppure il fare per il pensiero; bens [331] che entrambi devo-
no essere assolutamente in quanto la vita deve essere anche nel fe-
nomeno un intero compiuto, cos come essa lo al di l di ogni fe-
nomeno. Dunque allinterno di questambito, e secondo questa
considerazione, ancora troppo poco dire che la scienza influisce
sulla vita; piuttosto, essa stessa e in se stessa vita consistente. Op-
pure, per collegarci a un noto modo di dire: A che cosa serve il
sapere si sente dire talvolta se non si agisce in modo conforme
a esso? In questa espressione, il sapere viene inteso come mezzo
per lagire, e questultimo come lo scopo vero e proprio. Vicever-
sa, si potrebbe dire: come si pu agire bene senza conoscere il
bene?, e in questa espressione il sapere verrebbe considerato co-
me ci che condiziona lagire. Ma entrambe le espressioni sono
unilaterali: e la verit che entrambi, sapere e agire, sono allo stes-
so modo parti inseparabili della vita razionale.
1 Cfr. supra, pp. 35 sgg.

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Ma la scienza vita consistente in se stessa, come abbiamo det-


to, solo quando il pensiero il senso effettivo e la disposizione da-
nimo del pensante, in modo tale che egli, senza fatica particolare
e addirittura senza averne una chiara coscienza, pensa e conside-
ra secondo quel pensiero fondamentale tutto il resto di ci che egli
pensa, considera e giudica; e, nel caso in cui esso influisca sulla-
gire, agisce in modo altrettanto necessario conformemente ad es-
so. Invece, il pensiero non affatto vita e disposizione danimo se
viene pensato solo come pensiero di una vita estranea, per quan-
to possa essere compreso in modo chiaro e completo come un sif-
fatto pensiero meramente possibile, e per quanto chiaramente si
riesca a immaginare che qualcuno possa pensare in questo modo.
In questo secondo caso, tra il nostro pensare pensato e il no-
stro pensare effettivo si stende un grande campo di casualit e di
libert. Pu darsi che noi non esercitiamo questultima, e cos quel
pensare pensato resta distante da noi, e un pensare puramente
possibile, fatto liberamente da noi, e da ripetere liberamente di
continuo. In quel primo caso, il pensiero ha catturato il nostro S
immediatamente mediante se stesso, e lo ha reso se stesso, e me-
diante questa effettualit del pensiero per noi, sorta in tal modo,
[332] la nostra visione trapassa nella necessit di quello. Che ora
tutto ci accada cos, non pu, come abbiamo detto, essere otte-
nuto con la forza da nessuna libert, bens appunto deve svilup-
parsi da s, e ci deve catturare il pensiero stesso, e ci deve forma-
re secondo s.
Ora, quando si pensa e si designa in una lingua viva, questa vi-
vente efficacia del pensiero viene molto favorita; anzi, purch il
pensare abbia profondit e forza adeguate, resa perfino neces-
saria. Il segno stesso, in quella lingua, immediatamente vivo e
sensibile, e riproduce lintera vita personale, catturandola e inter-
venendo in essa; col possessore di una lingua del genere, lo spiri-
to parla immediatamente e gli si rivela, come un uomo fa con lal-
tro uomo. Al contrario, il segno di una lingua morta non stimola
immediatamente niente; per immergersi nel suo flusso vivente, bi-
sogna prima ripetersi nozioni di un mondo defunto apprese sto-
ricamente, e sprofondare in un modo di pensare estraneo. Quan-
to dovrebbe essere potente limpulso del pensare personale, per
non estenuarsi in questo sconfinato campo della storia, e non ac-
contentarsi, alla fine, di restare modestamente sul suo terreno! Se

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il pensare di un possessore della lingua viva non diventa vivo, lo


si pu incolpare senza scrupoli del fatto di non avere pensato, ma
soltanto fantasticato. Nello stesso caso, non si pu subito incol-
pare di ci il possessore di una lingua morta: infatti, pu darsi che
egli abbia pensato a modo suo, sviluppando accuratamente i con-
cetti deposti nella sua lingua; egli non ha fatto solo ci che, se gli
riuscisse, sarebbe da considerare quasi un miracolo.
Per inciso, chiaro che allinizio, nel popolo di una lingua
morta, quando la lingua non ancora abbastanza chiara in tutti i
sensi, limpulso del pensare sar ancora presente nel modo pi
forte, e produrr i risultati pi appariscenti; che per esso, non ap-
pena la lingua diventa pi chiara e precisa, deperir sempre pi
tra le sue catene; e che in definitiva, la filosofia di un popolo sif-
fatto [333] si accontenter della propria consapevolezza di essere
soltanto una spiegazione del vocabolario, oppure, come ha affer-
mato enfaticamente uno spirito non tedesco tra noi, una metacri-
tica del linguaggio2. Un popolo del genere finir col riconoscere
la sua pi grande opera filosofica in un mediocre poema didasca-
lico sullipocrisia in forma di commedia3.
In questo modo, dico, la cultura spirituale, e qui particolar-
mente il pensare, in una lingua originaria non confluisce nella vi-
ta, bens esso stesso vita del pensante. Tuttavia, esso tende ne-
cessariamente a influire, da questa vita pensante, su unaltra vita
al di fuori di essa, e cos sulluniversale vita presente, e a configu-
rarla secondo s. Infatti, proprio perch quel pensare vita, esso
viene sentito dal suo possessore con interiore benessere, nella sua
forza vivificante, trasfiguratrice e liberatoria. Ma chiunque abbia
scorto la salvezza nel suo intimo, vuole necessariamente parteci-
parla a tutti gli altri, e cos spinto e deve lavorare affinch la fon-
te da cui scaturito il suo benessere si diffonda anche sugli altri.
Diversamente chi ha concepito come possibile solo un pensare
estraneo. Come il contenuto di questultimo non gli procura n
bene n male, bens occupa e intrattiene gradevolmente solo il suo

2
Il riferimento allopera di J.G. Herder, Verstand und Erfahrung: eine Meta-
kritik zur Kritik der reinen Vernunft, Leipzig 1799, rist. nella collana Aetas
Kantiana, Bruxelles 1969; trad. it. parziale Metacritica: passi scelti, a cura di I.
Tani, Roma 1993.
3 Allusione al Tartufo di Molire (1669).

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tempo libero, cos anchegli non pu credere che a un altro esso


possa fare bene o male, e in definitiva ritiene indifferente su che
cosa qualcuno eserciti la sua intelligenza, e come riempia le sue
ore di ozio.
Tra i mezzi per introdurre nella vita universale il pensare co-
minciato nella vita singola, quello pi eccellente la poesia, e co-
s questa la seconda ramificazione principale della cultura spiri-
tuale di un popolo. Gi immediatamente il pensatore, quando de-
signa i suoi pensieri nel linguaggio, il che, secondo quanto sopra,
non pu accadere altrimenti che simbolicamente, e cio creando
in modo nuovo al di l di quello che fino ad ora era stato lambi-
to della simbolizzazione, poeta; e se non lo , gi al primo pen-
siero gli verr meno il linguaggio, e tentando il secondo gli verr
meno il pensare stesso. [334] Diffondere questo ampliamento e
completamento del circolo simbolico del linguaggio iniziato dal
pensatore attraverso lintero ambito dei simboli, cosicch ogni co-
sa al suo posto riceva la parte che le spetta della nuova nobilita-
zione spirituale, e cos tutta la vita fino al suo ultimo terreno sen-
sibile appaia immersa nel nuovo raggio di luce, procuri benesse-
re, e in inconsapevole illusione si nobiliti come di per s, questo
opera dellautentica poesia. Solo una lingua viva pu avere una
poesia siffatta, poich solo in essa il circolo simbolico pu essere
ampliato mediante un pensare creativo, e soltanto in essa ci che
gi stato creato rimane vivo e aperto allirrompere di una vita af-
fine. Una lingua siffatta reca in s una facolt dinfinita poesia, da
rinnovare e da ringiovanire eternamente, poich ogni animazione
del pensare vivente dischiude in essa una nuova vena dispirazio-
ne poetica; e cos per essa questa poesia il mezzo pi eccellente
di diffusione nella vita universale della formazione spirituale rag-
giunta. Una lingua morta non pu avere poesia in questo senso su-
periore, poich in essa le condizioni indicate della poesia non so-
no presenti. Al contrario, essa per un certo periodo pu avere un
sostituto della poesia, nel modo seguente. I risultati dellarte poe-
tica presenti nella lingua dorigine susciteranno attenzione. vero
che il popolo sorto di recente non pu continuare a poetare nella
direzione intrapresa, poich questa estranea alla sua vita; per la
poesia pu introdurre la loro vita, e i nuovi rapporti di questa, nel
circolo simbolico e poetico in cui i loro avi esprimevano la loro vi-
ta, travestendo ad esempio il loro cavaliere da eroe e viceversa, e

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scambiando gli abiti tra gli dei antichi e nuovi. Proprio con que-
sto rivestimento estraneo di ci che abituale, questultimo rice-
ver unattrattiva analoga a ci che viene idealizzato, e sorgeran-
no figure assolutamente amabili. Ma entrambi, tanto il circolo
simbolico e poetico della lingua dorigine, quanto i nuovi rappor-
ti di vita, sono grandezze finite e limitate, da qualche parte la lo-
ro compenetrazione reciproca si compie; [335] ma l dove essa
compiuta, il popolo celebra la sua et delloro, e la fonte della sua
poesia si estingue4. Da qualche parte, c necessariamente un pun-
to supremo nelladeguamento di parole chiuse a concetti chiusi, e
di simboli chiusi a rapporti di vita chiusi. Dopo aver raggiunto
questo punto, il popolo non pu pi far altro che ripetere in for-
ma modificata i suoi pi riusciti capolavori, cos da farli sembra-
re qualcosa di nuovo, mentre non sono altro che il vecchio ben no-
to; oppure, se vogliono assolutamente essere nuovi, devono ricor-
rere a ci che inadeguato e maldestro, e a mescolare, nellarte
poetica, il brutto col bello, dedicandosi alla caricatura e allumo-
rismo; allo stesso modo in cui, nella prosa, se vogliono parlare in
modi nuovi, sono costretti a confondere i concetti, e a mischiare
reciprocamente vizio e virt.
Poich in tal modo, in un popolo, cultura spirituale e vita van-
no ciascuna per la propria strada, naturale che i ceti che non
hanno accesso alla prima, e ai quali non giungono neppure le con-
seguenze di questa cultura, come accade in un popolo libero, ven-
gano retrocessi rispetto ai ceti colti, e considerati per cos dire co-
me unaltra specie di uomini, che originariamente e per semplice
nascita non sono uguali ai primi quanto a forze spirituali. Perci,
i ceti colti non nutrono alcun interesse davvero amorevole per lo-
ro, e non hanno alcun impulso ad aiutarli seriamente, poich ap-
punto essi credono che non ci sia nessuno da aiutare a causa del-
la naturale ineguaglianza, e chi ne fa parte viene piuttosto spinto
a utilizzarli e a farli utilizzare cos come sono. Anche questa con-
seguenza delluccisione della lingua, allinizio del nuovo popolo,
pu essere attenuata da una religione compassionevole e dalla
mancanza di proprie abilit da parte dei ceti superiori, ma an-
dando avanti questo disprezzo del popolo diventa sempre pi ma-

4 Fichte riprende questa posizione nel Settimo discorso, infra, pp. 98-99.

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nifesto e terribile. A questo motivo generale dellelevarsi e preva-


lere dei ceti colti [336] se n aggiunto uno di tipo particolare, che
qui non pu essere trascurato, poich esso ha avuto un influsso
molto esteso anche sui tedeschi. Ovvero i Romani, che allinizio
di fronte ai Greci, seguendo ingenuamente il loro modo di dire,
chiamarono se stessi barbari, e barbara la loro lingua, in seguito
trasferirono ad altri lepiteto che si erano assunti, e trovarono nei
Germani la stessa fiduciosa schiettezza, che essi prima avevano
mostrato ai Greci. I Germani credettero di poter sfuggire alla bar-
barie solo diventando Romani. Quelli che migrarono nei territori
un tempo romani lo diventarono con tutte le loro forze. Ma nella
loro immaginazione, barbaro ricevette assai presto il significato
accessorio di comune, plebeo, ottuso, e cos romano al contrario
divenne sinonimo di nobile. Questo fenomeno penetrato fin ne-
gli aspetti universali e particolari delle loro lingue, poich nel mo-
mento in cui furono fondate istituzioni per la formazione medita-
ta e consapevole della lingua, queste procedettero a espungere le
radici germaniche, e a formare le parole da radici romane, e cos
a generare il romanzo [die Romance] come lingua colta e cortese;
ma in particolare poich, quasi senza eccezione, di fronte alle-
guale significato di due parole, quella con radice germanica signi-
fica ci che ignobile e vile, quella con radice romana invece ci
che pi nobile e superiore.
Tutto ci, come se fosse uninfezione profonda dellintero cep-
po germanico, colpisce i tedeschi anche nella madrepatria, a me-
no che essi non si preparino a fronteggiarlo con la massima seriet.
Anche al nostro orecchio il suono romano suona facilmente ele-
vato, anche ai nostri occhi il costume romano appare pi nobile,
mentre ci che tedesco volgare; e poich non siamo stati cos for-
tunati da ricevere tutto questo di prima mano, ce lo facciamo da-
re anche di seconda, e per il tramite dei nuovi Romani. Finch sia-
mo tedeschi, sembriamo a noi stessi uomini come gli altri; quan-
do parliamo per met o anche pi in non tedesco, e imitiamo abi-
ti e costumi che sembrano venire da molto lontano, allora ci van-
tiamo di essere eleganti; ma il culmine del nostro trionfo quan-
do non [337] veniamo pi scambiati per tedeschi, bens magari
per spagnoli o inglesi, a seconda di quale dei due pi alla moda.
Abbiamo ragione. Naturalezza da parte tedesca, arbitrariet e ar-
tificiosit da parte dellestero sono le differenze di fondo. Se ci at-

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teniamo alla prima, allora siamo esattamente come il nostro po-


polo, questo ci comprende e ci considera come uguali a lui; solo
se ricorriamo alle seconde, diventiamo per lui incomprensibili, ed
esso ci scambia per esseri di natura diversa. Agli stranieri questa
innaturalit capita spontaneamente nella loro vita, poich essi
hanno deviato dalla natura originariamente e in un aspetto capi-
tale; noi dobbiamo prima ricercarla, e abituarci prima a credere
che sia bello, elegante e comodo qualcosa che naturalmente non
ci sembra tale. Ora, il motivo principale di tutto ci nei tedeschi
la loro fede nella superiorit dellestero romanizzato, accanto al
desiderio di agire altrettanto nobilmente, e di costruire artificio-
samente anche in Germania quellabisso tra ceti superiori e po-
polo, che allestero si sviluppato naturalmente. Qui basti avere
indicato la sorgente di questa esterofilia tra i tedeschi. In un altro
momento mostreremo lampiezza dei suoi effetti, e mostreremo
che tutti i guai per cui siamo andati a fondo, i quali certo potero-
no provocare la nostra rovina soltanto insieme con la seriet te-
desca e con linflusso sulla loro vita, sono di origine estera.
Oltre a questi due fenomeni risultanti dalla differenza fonda-
mentale, secondo cui la cultura spirituale interviene nella vita op-
pure no, e tra i ceti colti e il popolo sussiste una parete divisoria
oppure no, ho addotto anche il seguente, secondo cui il popolo
della lingua viva sar serio e diligente e simpegner in tutte le co-
se, mentre quello della lingua morta considera loccupazione spi-
rituale pi un gioco geniale, e si lascia andare alla sua felice natu-
ra. Questa circostanza risulta spontaneamente da quanto detto.
Nel popolo della lingua viva, la ricerca procede da un [338] biso-
gno della vita, che deve essere soddisfatto da essa, e cos riceve tut-
ti gli stimoli necessari che la vita stessa reca con s. Nel popolo
della lingua morta, la ricerca non vuole nientaltro che far tra-
scorrere il tempo in modo piacevole e adeguato al senso del bel-
lo, e se ha fatto questo, ha raggiunto completamente il proprio
scopo. Negli stranieri, tutto ci quasi necessario; nei tedeschi,
quando questo fenomeno si presenta, vantarsi di genio e felice na-
tura unesterofilia indegna di loro, che come ogni esterofilia sor-
ge dal desiderio di darsi arie da gran signore. Certo, in nessun po-
polo al mondo sorger mai qualcosa di eccellente senza uno sti-
molo originario nelluomo, che in quanto un che di soprasensi-
bile viene chiamato a ragione col nome straniero di genio. Ma di

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per s questo stimolo anima soltanto limmaginazione, e proietta


in essa figure ondeggianti mai perfettamente determinate. Perch
queste vengano completate fin sul terreno della vita reale, e de-
terminate al punto da potersi sostenere in esso, c bisogno di un
pensare diligente, meditato e procedente secondo regole fisse. La
genialit offre alla diligenza la materia per lelaborazione, e que-
stultima senza la prima avrebbe da elaborare soltanto ci che
gi stato elaborato, oppure nulla. Ma la diligenza introduce que-
sta materia, che senza di essa resterebbe un vuoto gioco, nella vi-
ta; e cos entrambe possono fare qualcosa solo nella loro unifica-
zione, mentre separate non valgono niente. Inoltre, nel popolo di
una lingua morta non pu esprimersi una genialit veramente
creativa, poich esso privo della facolt di designazione origina-
ria, ma pu soltanto continuare a formare ci che gi stato ini-
ziato, e diffonderlo nellinsieme della designazione gi presente e
compiuta.
Per quanto riguarda in particolare limpegno maggiore, na-
turale che questo ricada sul popolo della lingua viva. Una lingua
viva pu trovarsi a un alto livello di cultura rispetto a unaltra,
ma non potr ottenere in se stessa quel compimento e quella for-
mazione che una lingua morta ottiene del tutto facilmente. [339]
In questultima, lambito delle parole chiuso, anche le loro
possibili connessioni corrette vengono gradualmente esaurite, e
cos chi parla questa lingua la deve parlare proprio cos come es-
sa ; ma una volta che labbia imparata, la lingua sulla sua boc-
ca parla se stessa, e pensa e compone per lui. In una lingua vi-
vente, invece, purch si viva veramente in essa, le parole e i lo-
ro significati aumentano e cambiano continuamente, e proprio
per questo diventano possibili nuove combinazioni, e la lingua,
che mai , bens diviene di continuo, non parla se stessa, ma chi
vuole usarla deve parlarla egli stesso a suo modo, e in modo
creativo per le sue esigenze. Senza dubbio, ci esige molto pi
impegno ed esercizio del primo caso. Allo stesso modo, come ho
gi detto, le ricerche del popolo di una lingua viva vanno alla ra-
dice dello scaturire dei concetti dalla natura spirituale stessa,
mentre quelle di una lingua morta cercano di compenetrare e di
rendersi comprensibile solo un concetto estraneo, e cos di fat-
to sono soltanto storiche e interpretative, mentre le prime sono
autenticamente filosofiche. Va da s che una ricerca del secon-

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do tipo pu essere completata prima e pi facilmente che una


del primo.
Dopo tutto, il genio straniero sparger di fiori i sentieri per-
corsi dagli eserciti dellantichit, e tesser un velo prezioso alla
saggezza di vita, che scambier facilmente per filosofia; al contra-
rio, il genio tedesco aprir nuovi pozzi, e nei loro abissi porter la
luce del giorno, e scaglier masse rocciose di pensieri, con cui le
et future edificheranno le loro dimore. Il genio straniero sar co-
me una silfide graziosa, che con passo leggero scivola sul terreno
da cui spontaneamente sbocciano i fiori, e si distende su questi
senza piegarli, assorbendone la rugiada ristoratrice; o come una-
pe, che dagli stessi fiori raccoglie con arte operosa il miele, dispo-
nendolo in cellette regolarmente costruite. Il genio tedesco [340]
sar come unaquila, che solleva con forza il suo corpo pesante, e
con ali possenti e allenate muove molta aria intorno a s per sol-
levarsi pi vicino al sole, dalla cui visione rapita.
Riassumiamo quanto abbiamo detto da un unico punto di vi-
sta principale. In generale, per quanto riguarda la storia culturale
di un genere umano storicamente scisso tra antichit e mondo mo-
derno, le popolazioni principali prima descritte avranno, con lul-
teriore formazione originaria di questo mondo moderno nel suo
insieme, il seguente rapporto. La parte della giovane nazione di-
venuta straniera, assumendo la lingua dellantichit, ha ottenuto
con questa unaffinit molto maggiore. Allinizio, per questa par-
te sar molto pi facile comprendere la lingua dellantichit anche
nella sua prima e immutata figura, penetrare nei monumenti del-
la sua cultura, portandovi allincirca cos tanta freschezza, che es-
si potranno adattarsi alla nuova vita che sorta. In breve, lo stu-
dio dellantichit classica si diffonder da essa su tutta lEuropa
moderna. Entusiasmata dai compiti lasciati irrisolti da quella, es-
sa continuer a rielaborarli, ma certo soltanto come si lavora a un
compito dettato non da un bisogno della vita, ma da mera brama
di sapere, prendendolo alla leggera, assumendolo non con tutto il
cuore, ma soltanto con limmaginazione, e dandogli un corpo eva-
nescente solo in questa. Con la ricchezza dei materiali lasciatici
dallantichit, con la leggerezza con cui si pu lavorare in questo
modo, essa introdurr nellorizzonte visivo del nuovo mondo una
ricchezza di immagini simili. Queste immagini del mondo antico,
gi elaborate nella nuova forma, giunte a quella parte del ceppo

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originario rimasta nel flusso della cultura originaria grazie alla


conservazione della lingua immagini che forse, se fossero rima-
ste nellantica forma, sarebbero passate davanti a essa inosservate
e senza essere notate stimoleranno anche la sua attenzione e at-
tivit spontanea. Ma se le comprende davvero, [341] e non le pas-
sa solo di mano in mano, essa le comprender conformemente al-
la sua natura, non nel mero sapere di un che di estraneo, ma co-
me componenti di una vita; e cos, non solo le ricaver dalla vita
del nuovo mondo, ma le introdurr nuovamente in essa, dando al-
le figure prima evanescenti un corpo consistente e sostenibile nel-
lelemento della vita reale.
In questa trasformazione, che lestero stesso non avrebbe mai
potuto dargli, esso ora lo riceve indietro da loro, e solo mediante
questo passaggio diventa possibile una formazione progressiva
del genere umano sulla strada dellantichit, ununificazione del-
le due met principali, e uno scorrere regolare dello sviluppo
umano. In questo nuovo ordine di cose, la madrepatria non far
scoperte in senso proprio, bens dovr sempre confessare, nelle
cose meno e pi importanti, che essa stata stimolata da un qual-
che cenno dellestero, il quale estero fu stimolato a sua volta dagli
antichi; ma la madrepatria prender sul serio e introdurr nella vi-
ta ci che allestero fu proiettato solo dallalto e fugacemente. Co-
me ho detto, non qui il luogo per dare esempi pertinenti e
profondi di questo rapporto, cosa che ci riserviamo di fare nel
prossimo discorso.
In questo modo, tutte e due le parti della nazione comune re-
stano ununica cosa, e soltanto in questa separazione e unit al
tempo stesso, esse sono un innesto sul tronco della cultura antica,
che altrimenti sarebbe stata interrotta dallet moderna, mentre
lumanit avrebbe dovuto ricominciare il suo cammino dallinizio.
Ora, in queste loro destinazioni diverse nel punto di partenza, ma
concorrenti alla stessa meta, ambedue le parti devono conoscere
ciascuna se stessa e laltra, e trattarsi reciprocamente in confor-
mit alle loro destinazioni; ma soprattutto, se vogliamo procede-
re bene, con una formazione onnilaterale e completa dellintero,
ciascuna deve acconsentire a conservare laltra e a lasciarla intat-
ta nella sua specificit. Per quanto riguarda questa conoscenza, es-
sa dovrebbe ben [342] scaturire dalla madrepatria, alla quale il
senso della profondit stato dato per prima. Se per, nella sua

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cecit per questi rapporti, e trascinato dallapparenza superficia-


le, lo straniero dovesse mai procedere a privare la madrepatria
dellindipendenza, e in questo modo a distruggerla e ad assimi-
larsela, allora esso, se questo proposito gli riuscisse, taglierebbe
per se stesso lultima vena con cui finora era rimasto collegato al-
la natura e alla vita, e cadrebbe completamente in preda alla mor-
te spirituale, che comunque nel corso dei tempi si sempre pi vi-
sibilmente rivelata come la sua essenza; allora il flusso della for-
mazione della nostra specie, che finora andato continuamente
avanti, sarebbe davvero concluso, e ricomincerebbe la barbarie,
proseguendo senza scampo finch non tornassimo a vivere tutti
nelle caverne come bestie selvagge, sbranandoci a vicenda come
queste. Ma certo, che le cose stiano davvero cos, e debbano ne-
cessariamente andare cos, pu capirlo solo un tedesco, ed egli
anche il solo a doverlo fare: allo straniero che, non conoscendo al-
cuna cultura estranea, ha un campo illimitato per ammirare la
propria, ci deve e potrebbe sempre apparire come linvettiva pri-
va di gusto di unignoranza male istruita.
Lestero la terra da cui si sprigionano vapori fecondi, alzan-
dosi fino alle nuvole, e mediante i quali anche gli antichi dei, cac-
ciati nel Tartaro, restano in contatto con la sfera della vita. La
madrepatria il cielo eterno che la circonda, in cui i tenui vapo-
ri diventano nuvole compatte, che fecondate dal lampo tonante
che proviene da un altro mondo, ricadono come pioggia fruttifi-
cante, che unisce cielo e terra, e fa sbocciare anche dal grembo
della seconda i doni che sono propri del primo. Vogliono forse
nuovi titani dare ancora una volta lassalto al cielo? Per loro non
sar un cielo, poich essi sono figli della terra; semplicemente,
verranno privati della vista e degli effetti del cielo, e a loro rester
soltanto la loro terra, come una dimora fredda, sterile e buia. Ma
come dice [343] un poeta di Roma, che cosa pu fare un Tifeo,
o il potente Mima, o Porfirio in atto di minaccia, o Reto, o il lan-
ciatore audace di tronchi divelti, Encelado, quando si scagliano
contro il risonante scudo di Atena?5 questo lo scudo che senza

5 Il passo citato da Fichte in Orazio, Carmina, III, 4, 53-58, e suona per

esteso: Sed quid Typhoeus et validus Mimas / aut quid minaci Porphyrion sta-
tu, / quid Rhoetus evolsisque truncis / Enceladus iaculator audax / contra so-
nantem Palladis aegida / possent ruentes?.

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dubbio protegger anche noi, se sapremo metterci sotto la sua


protezione.

Nota alle pp. 70-71

Anche sulla maggiore o minore musicalit di una lingua, secondo noi,


non si dovrebbe decidere in base alla prima impressione, ma si do-
vrebbe ricondurre questo giudizio a saldi princpi. Il merito di una lin-
gua, da questo punto di vista, andrebbe posto senzaltro, anzitutto, nel
fatto di sfruttare fino in fondo e di presentare esaustivamente la facolt
dellorgano vocale umano; poi, nel fatto di collegare i singoli suoni in
una fluidit naturale e gradevole. Gi da qui, emerge che nazioni che
formano i loro organi vocali solo unilateralmente e a met, e con la scu-
sa della difficolt o della cacofonia evitano certi suoni o collegamenti,
e per le quali facile che suoni bene solo ci che sono abituate ad ascol-
tare e possono produrre, non hanno alcuna voce in questa ricerca.
Qui pu restare indeciso in che modo, sulla base di quei princpi
superiori, verrebbe giudicata da questo punto di vista la lingua tede-
sca. La stessa lingua latina di provenienza viene pronunciata da cia-
scuna nazione dellEuropa moderna secondo il proprio modo di par-
lare, e sarebbe tuttaltro che facile ripristinare la sua vera pronuncia.
Perci, resterebbe solo da chiedersi se la lingua tedesca, rispetto a
quelle neolatine, suoni cos male, aspra e dura come sono portati a cre-
dere alcuni.
Finch questa questione non viene decisa seriamente, si pu alme-
no spiegare, in via preliminare, come mai gli stranieri e perfino i tede-
schi, anche quando sono imparziali e senza odio o preferenze, hanno
questa impressione. Un popolo ancora incolto, dallimmaginazione
molto vivace, di grande sensibilit infantile, e libero da vanit nazio-
nale (sembra che i Germani siano stati tutto questo) viene attirato dal-
la lontananza, e trasferisce volentieri in questa, in paesi remoti e isole
beate, gli oggetti dei suoi desideri e gli splendori cui anela. [344] In lui
si sviluppa un senso romantico [ein romantischer Sinn] (la parola si
spiega da sola, e non potrebbe essere formata meglio). I suoni e le vo-
ci di quelle contrade ora colpiscono questo senso, e risvegliano tutto il
suo mondo di meraviglie, e perci piacciono.
Potrebbe essere dipeso da questo il fatto che i nostri connazionali
emigrati abbiano abbandonato cos facilmente la loro lingua per quel-
la straniera, e che a noi, loro parenti assai lontani, quei suoni sembri-
no cos meravigliosi ancora oggi.

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Sesto discorso
Presentazione nella storia
dei tratti fondamentali dei tedeschi

Nel discorso precedente, abbiamo mostrato quali dovrebbero es-


sere le differenze principali tra un popolo che ha continuato a for-
marsi nella sua lingua originaria, e un popolo che ha assunto una
lingua straniera. A questo proposito, abbiamo detto che, per
quanto riguarda lestero, volevamo lasciare alla decisione di cia-
scun osservatore se in esso siano effettivamente comparsi quei fe-
nomeni che, secondo le nostre considerazioni, sarebbero dovuti
comparire. Invece, per quanto riguarda i tedeschi, ci eravamo im-
pegnati a mostrare che questi si sono espressi effettivamente nel
modo in cui, secondo le nostre considerazioni, dovrebbe espri-
mersi il popolo di una lingua originaria. Oggi ci accingiamo a
esaudire la nostra promessa, e mostreremo ci che si tratta di di-
mostrare anzitutto nellultima, grande azione universale che il po-
polo tedesco abbia, in un certo senso, portato a termine: la Rifor-
ma della Chiesa.
Il cristianesimo proveniente dallAsia, e divenuto pi che mai
asiatico con la sua corruzione, che predicava soltanto ottusa de-
vozione e cieca fede, era qualcosa di estraneo e di straniero gi per
i Romani. Esso non venne mai veramente compenetrato e assor-
bito da loro, e [345] suddivise la loro essenza in due met incom-
patibili luna con laltra, in cui ladattamento della parte estranea
venne mediato dalla triste superstizione originaria. Nei Germani
immigrati, questa religione ottenne dei seguaci in cui nessuna pre-
cedente formazione intellettuale le era di ostacolo, ma neppure

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uninnata superstizione la favoriva, e cos essa si present loro co-


me un elemento peculiare dei Romani, quali ormai anchessi vo-
levano essere, senza particolare influsso sulla loro vita. Va da s
che questi educatori cristiani, dellantica cultura romana e della
comprensione linguistica che la conteneva, facevano giungere a
questi neofiti soltanto ci che era compatibile con le loro inten-
zioni; e anche qui sta un motivo della decadenza e delluccisione
della lingua latina sulle loro labbra. Quando in seguito i genuini e
autentici monumenti dellantica cultura caddero nelle mani di
questi popoli, e con ci in essi venne suscitato limpulso di pen-
sare e capire autonomamente, la contraddizione tra una fede cie-
ca e le stranezze che, nel corso del tempo, ne erano divenute og-
getto, li colp in modo addirittura pi forte dei Romani, ai quali il
cristianesimo era stato portato per la prima volta, in parte perch
quellimpulso era, per loro, una cosa nuova e recente, in parte per-
ch non era stato tramandato un terrore di fronte agli dei che po-
tesse fare da contrappeso. Accorgersi della perfetta contraddizio-
ne risultante da ci in cui finora avevamo sinceramente creduto,
suscita il riso; quelli che avevano sciolto lenigma risero e se ne fe-
cero beffe, e risero anche i preti, che lavevano risolto essi pure,
tranquillizzati dal fatto che laccesso alla cultura dellantichit, co-
me mezzo per lo scioglimento dellincantesimo, fosse aperto solo
a una ristretta minoranza. Con questo, mi riferisco soprattutto al-
lItalia, in quanto allora era la sede principale della cultura neola-
tina, nei cui confronti le altre popolazioni neolatine erano ancora
assai arretrate da ogni punto di vista1.
Essi risero dellinganno, poich in essi non cera seriet che po-
tesse amareggiarli; attraverso il possesso esclusivo di una cono-
scenza non comune, divennero in modo ancora pi sicuro un
[346] ceto colto e raffinato, e potevano ben tollerare che la gran-
de massa, per cui non avevano alcuna piet, continuasse a essere
vittima dellinganno, e fosse ancora pi docile ai loro scopi. Dun-
que poteva durare cos, che il popolo fosse ingannato, e che chi
stava pi in alto usasse linganno, e ne ridesse; e probabilmente,
se nella nuova epoca fossero esistiti solo i neolatini, cos sarebbe
durato sino alla fine dei giorni.

1
Evidente riferimento allUmanesimo e al Rinascimento italiani, di cui Fichte
sottolinea i risvolti critici rispetto alla religione e alla tradizione della Chiesa.

78
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Qui, voi avete una chiara prova di ci che abbiamo detto pri-
ma sulla prosecuzione della cultura antica attraverso la nuova, e
sulla parte che in essa pu spettare ai neolatini. La nuova chiarez-
za deriv dagli antichi, illumin in un primo tempo il centro della
cultura neolatina, e l venne formata solo fino a una concezione in-
tellettuale, senza afferrare la vita e plasmarla diversamente.
Ma questo stato di cose non pot durare pi a lungo, dal mo-
mento in cui questa luce illumin un animo autenticamente reli-
gioso fin nella sua stessa vita, e quando questo animo venne at-
torniato da un popolo al quale pot facilmente comunicare la sua
pi seria concezione della cosa, e questo popolo trov dei capi che
diedero qualcosa al suo urgente bisogno. Per quanto in basso pos-
sa cadere il cristianesimo, tuttavia in esso resta pur sempre una
componente fondamentale in cui c verit, e che sicuramente sti-
mola una vita, purch sia vita effettiva e indipendente; la questio-
ne : che cosa dobbiamo fare per essere beati? Se questa doman-
da fosse caduta su un terreno arido, in cui o fosse rimasto indeci-
so in generale se qualcosa come la beatitudine sia seriamente pos-
sibile, oppure, anche assumendo questa ipotesi, non ci fosse stata
una ferma e decisa volont di diventare beati, allora, su questo ter-
reno, la religione non sarebbe intervenuta fin dallinizio nella vita
e nella volont, bens sarebbe rimasta attaccata alla memoria e al-
limmaginazione come unombra pallida e tremolante; e cos, na-
turalmente, anche tutte le ulteriori delucidazioni sullo stato dei
concetti religiosi disponibili sarebbero rimaste senza alcun influs-
so sulla [347] vita. Ma quando, al contrario, quella domanda cad-
de su un terreno originariamente vivo, in cui si credeva seriamen-
te allesistenza della beatitudine, e in cui era presente la ferma vo-
lont di diventare beati, e i mezzi per la beatitudine forniti fino a
quel momento dalla religione erano stati impiegati a questo sco-
po con fede intima e onesta seriet: allora, quando questa luce fi-
nalmente cadde su questo terreno, che proprio per aver preso sul
serio quei mezzi si era rifiutato di fare chiarezza sulla loro natura,
essa dovette provocare uno spaventoso terrore di fronte allin-
ganno sulla salvezza dellanima, e una tumultuosa agitazione per
conseguire in altro modo questa salvezza; e ci che sembrava pre-
cipitare come uneterna rovina, non pot essere preso come uno
scherzo. Inoltre, il singolo che ebbe per primo questa visione non
poteva affatto accontentarsi di salvare solo la sua anima, indiffe-

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rente al bene di tutte le altre anime immortali, poich in questo


modo egli, secondo la sua religione pi profonda, non avrebbe
salvato neppure la propria anima; bens, con la stessa angoscia che
egli sentiva per questultima, dovette lottare per aprire gli occhi a
tutti gli uomini indistintamente su quellesecrabile illusione.
In questo modo, la visione che molti stranieri prima di lui ave-
vano avuto anche con maggiore chiarezza intellettuale, penetr
nel cuore delluomo tedesco, Lutero. Non solo stranieri, ma an-
che molti nella sua nazione lo superavano per finezza di cultura e
conoscenza dellantichit, per erudizione e altre prerogative. Ma
egli fu catturato da uno stimolo onnipotente, langoscia per la sal-
vezza eterna, ed esso divenne vita nella sua vita, gli fece rischiare
continuamente questultima, e gli diede la forza e le qualit am-
mirate dai posteri. Sebbene altri, nella Riforma, possano avere
avuto scopi terreni, essi non avrebbero mai vinto, se alla loro te-
sta non ci fosse stato un condottiero ispirato dalleterno. Che co-
stui, che vedeva continuamente in bilico la salvezza di tutte le ani-
me immortali, abbia contrastato in tutta seriet tutti i diavoli del-
linferno, naturale [348] e non pu destare meraviglia. Tutto ci
una prova della seriet e del coraggio tedeschi.
Come ho detto, sta nelle cose che Lutero si sia rivolto a tutti, e
innanzi tutto alla totalit della sua nazione, con questa disposi-
zione puramente umana, che ciascuno doveva procurarsi da se
stesso. Ma come accolse il suo popolo questo appello? Rest nel-
la sua quiete ottusa, incatenato al suolo da occupazioni terrene,
continuando indisturbato la sua vita abituale, oppure quella
straordinaria apparizione di possente entusiasmo suscit soltanto
le sue risate? Niente affatto; esso venne catturato come da una
fiamma divorante dalla stessa cura per la salvezza dellanima, e
questa cura apr rapidamente anche i suoi occhi alla perfetta chia-
rezza, ed essi colsero al volo ci che loro veniva offerto. Fu que-
sto entusiasmo solo unelevazione momentanea dellimmagina-
zione, che non resse contro i gravi pericoli e le lotte nella vita? As-
solutamente no, essi abbandonarono ogni cosa e sopportarono
martri di ogni tipo, combattendo guerre incerte e sanguinose so-
lo per non tornare sotto il potere dellesecrabile papato, ma per-
ch per loro e per i loro figli continuasse a splendere la luce del
Vangelo, che sola rende beati; e in loro si rinnovarono, in epoca
pi tarda, tutti i miracoli che il cristianesimo al suo inizio aveva

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mostrato nei suoi seguaci. Tutte le espressioni di quellepoca so-


no piene di questa preoccupazione universalmente diffusa per le-
ternit. Vedete qui una prova della peculiarit del popolo tedesco.
Esso pronto a sollevarsi con entusiasmo verso qualsiasi tipo di
entusiasmo e di chiarezza, e il suo entusiasmo dura per la vita e la
trasforma.
Anche in precedenza e da altre parti riformatori avevano en-
tusiasmato masse di popolo, riunendole e plasmandole in comu-
nit; tuttavia, queste comunit non ottennero alcuna stabile con-
sistenza fondata sul terreno della precedente costituzione, poich
i capi del popolo e i principi della precedente costituzione non
camminarono al loro fianco. Anche la Riforma di Lutero, allini-
zio, non sembrava votata a un destino pi favorevole. Il saggio
[349] principe elettore sotto i cui occhi essa inizi2, sembrava es-
sere saggio pi nel senso degli stranieri che in quello tedesco; non
sembrava aver colto precisamente la natura della disputa, n dare
molta importanza a quello che gli sembrava un conflitto fra due
ordini mendicanti; al massimo appariva preoccupato per il buon
nome delluniversit che aveva appena fondato3. Ma egli aveva se-
guaci che, molto meno saggi di lui, erano catturati dalla stessa se-
ria preoccupazione per la loro beatitudine che era viva nei loro
popoli, e tramite questa eguaglianza si fusero con essi in una co-
munanza di vita o di morte, di vittoria o di sconfitta.
In ci, potete vedere una prova del tratto fondamentale su in-
dicato dei tedeschi come totalit, e della loro costituzione basata
sulla natura. Finora, le grandi questioni nazionali e internaziona-
li sono state portate al popolo da oratori entrati volontariamente
sulla scena, e dibattute presso di esso. Anche se allinizio i princi-
pi, per esterofilia e desiderio di superiorit e distinzione, avreb-
bero voluto separarsi dalla nazione e abbandonarla o tradirla, in
seguito vennero di nuovo facilmente trascinati allaccordo con es-
sa, ed ebbero compassione dei loro popoli. Che si sia sempre ve-
rificato il primo caso, quanto in seguito mostreremo con altre
prove; che possa valere continuamente il secondo, possiamo solo
augurarcelo ardentemente.

2 Federico di Sassonia, detto il Saggio (1463-1525), protettore di Lutero.


3 Luniversit in questione quella di Wittenberg; gli ordini mendicanti in
conflitto erano gli agostiniani (cui apparteneva Lutero) e i domenicani.

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Ora, bench si debba confessare che nellangoscia di quel pe-


riodo per la salvezza delle anime rest una certa oscurit e indi-
stinzione, in quanto non si trattava solo di cambiare il mediatore
esterno tra Dio e gli uomini, bens di fare a meno di ogni media-
tore esterno, e di trovare il vincolo connettivo in se stessi, forse fu
comunque necessario che la formazione religiosa degli uomini,
nel complesso, passasse per questa situazione intermedia. A Lu-
tero stesso, il suo zelo sincero ha dato ancor pi di quello che cer-
cava, e lo ha portato molto al di l del suo edificio dottrinale. Do-
po aver sostenuto le prime battaglie contro il senso di colpa pro-
vocatogli dallo strappo audace [350] dallintera fede tramandata,
tutte le sue espressioni sono piene di giubilo e trionfo sulla rag-
giunta libert dei figli di Dio, che non cercavano pi la beatitudi-
ne al di fuori di s e al di l della tomba, bens erano lespressione
del sentimento immediato di essa. In ci, egli diventato il pre-
cursore di ogni epoca futura, e ha compiuto la sua opera per tut-
ti noi. Vedete anche qui un tratto fondamentale dello spirito te-
desco. Purch cerchi, esso trova pi di quello che cercava, perch
simmerge nella corrente della vita vivente, che scorre di continuo
mediante se stessa e lo trascina con s.
Il papato, considerato e valutato secondo la sua disposizione
interiore, ha senza dubbio subto un torto dal modo in cui stato
trattato dalla Riforma. Le sue espressioni, estratte per la maggior
parte alla cieca dal linguaggio disponibile, e di unoratoria asiati-
ca portata alleccesso, valevano quello che valevano, e contavano
sul fatto che magari se ne sarebbe sottratto pi del dovuto, ma non
sarebbero mai state valutate, soppesate o intese seriamente. La
Riforma le prese con seriet tedesca in tutto il loro peso; e aveva
ragione sul fatto che tutto andrebbe preso cos, ma torto a crede-
re che quelli le avessero prese cos, e li accus di altre cose anco-
ra, oltre alla loro fiacchezza e superficialit naturali. In generale,
questo ci che ricorre in modo sempre uguale in ogni conflitto
della seriet tedesca contro ci che straniero, si trovi questo al-
lesterno o allinterno del territorio, ovvero il fatto che gli stranie-
ri non riescono a capire come si possa dare tanta importanza a co-
se cos indifferenti come parole e modi di dire, n ammettono, ria-
scoltandolo detto da bocca tedesca, di aver voluto dire ci che pu-
re hanno detto e dicono e diranno sempre; e se uno, bench sia
molto lontano dallattribuire a loro personalmente coerenza e

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chiara coscienza di ci di cui parlano, prende le loro espressioni


in senso letterale, e le considera come elementi di una serie con-
sequenziale di pensieri, che viene ricostruita allindietro secondo
i suoi princpi e in avanti secondo le sue [351] conseguenze, essi
si ritengono diffamati da ci che chiamano cavillosit. In quella
presunzione, secondo cui appunto ogni cosa dovrebbe essere pre-
sa com intesa, ma poi non si dovrebbe pi chiamare in causa il
diritto dintendere e di opinare, si tradisce sempre lesterofilia an-
cora cos profondamente celata.
La seriet con cui la dottrina della vecchia religione venne trat-
tata, costrinse questultima a una seriet maggiore di quella avuta
finora, a un rinnovato esame, trasformazione, rafforzamento del-
la vecchia dottrina, e a una maggiore riservatezza di vita e dottri-
na per il futuro: e questo, come ci che seguir immediatamente,
vi sia di prova per il modo in cui la Germania ha sempre retroa-
gito sul resto dEuropa. In questo modo, la vecchia dottrina ot-
tenne per la generalit almeno quella innocua efficacia che essa
poteva avere, una volta che non fosse stata rigettata; ma in parti-
colare, per i suoi difensori essa divenne esigenza ed esortazione a
una riflessione pi profonda e conseguente di quanto avvenuto fi-
no ad allora. Qui vogliamo tacere come un fatto transitorio che la
dottrina emendata in Germania si sia diffusa anche nei paesi neo-
latini, e abbia prodotto anche l lo stesso effetto di superiore en-
tusiasmo: bench sia sempre degno di nota che la nuova dottrina
in nessun paese propriamente neolatino abbia raggiunto uno sta-
tuto riconosciuto dallo Stato; poich sembra che ci sia stato biso-
gno della profondit tedesca tra i governanti, e della docilit te-
desca tra il popolo, per trovare questa dottrina compatibile col
potere supremo, e renderla tale.
Ma da un altro punto di vista, e precisamente non rispetto al
popolo ma ai ceti superiori, la Germania con la sua riforma della
Chiesa ha esercitato sullestero uninfluenza generale e duratura;
mediante questa influenza, essa ha nuovamente trasformato que-
sto estero in precursore per se stessa, e in uno stimolo per le sue
nuove creazioni. Il pensiero libero e spontaneo, cio la filosofia,
era [352] gi stato spesso stimolato ed esercitato, nei secoli pre-
cedenti, sotto il dominio della vecchia dottrina, ma non per pro-
durre verit da se stesso, bens soltanto per mostrare che e in che
modo la dottrina della Chiesa era vera. In un primo tempo, la fi-

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losofia ricevette lo stesso compito anche presso i protestanti te-


deschi in riferimento alla loro dottrina, e da loro era serva del Van-
gelo come negli scolastici era stata serva della Chiesa. Allestero,
che o non aveva il Vangelo, oppure non lo aveva accolto con de-
vozione e profondit di cuore puramente tedesche, il libero pen-
siero si sollev pi facilmente e pi in alto senza le catene di una
fede nel soprasensibile, acceso dallo splendido trionfo raggiunto;
ma rest alla catena sensibile della fede nellintelletto naturale,
cresciuto senza cultura e costume; e ben lungi dallaver scoperto
nella ragione la fonte di una verit fondata in se stessa, i verdetti
di questo rozzo intelletto divennero per gli stranieri ci che per gli
scolastici era la Chiesa, per i primi teologi protestanti il Vangelo;
non si sollevava alcun dubbio sulla loro verit, la questione era
semplicemente come poter affermare questa verit contro prete-
se contrastanti.
Ora, poich questo pensiero non penetr nel campo della ra-
gione, la cui resistenza sarebbe stata pi significativa, esso non
trov altro avversario che la religione storicamente presente, e la
liquid facilmente, poich la misur col criterio dellintelletto pre-
supposto sano, e chiaramente si mostr che essa lo contraddice-
va; e cos si arriv al punto che allestero, quando fu chiarito de-
finitivamente tutto ci, lepiteto di filosofo e quello di irreligioso
e negatore di Dio divennero sinonimi, e furono contraddistinti da
eguale onore4.
Il tentativo di sollevarsi completamente oltre ogni fede in
unautorit estranea era ci che di giusto vi era in questi sforzi
compiuti allestero, e divenne [353] un nuovo stimolo per i tede-
schi, dai quali esso era iniziato tramite la riforma della Chiesa.
vero che tra noi teste di secondordine e non indipendenti ripete-
rono pedissequamente questa dottrina straniera pi volentieri,
sembra, quella degli stranieri che laltra, altrettanto facile da pro-
curarsi, dei loro compatrioti, perch la prima sembrava loro pi
raffinata e queste teste cercarono, per quanto possibile, di con-

4 Lallusione allIlluminismo francese sincrocia curiosamente con la vicen-

da dello stesso Fichte nella cosiddetta disputa sullateismo. La presa di di-


stanza dal primo sembra confermare linconsistenza delle accuse che vennero
mosse al secondo. Un pi esplicito riferimento a questa vicenda si ha infra, Ot-
tavo discorso, pp. 123 sg.

84
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vincersene esse stesse; ma quando si risvegli lo spirito tedesco,


allora il sensibile non bast pi, bens sorse il compito di ricerca-
re il soprasensibile, che non poteva pi essere creduto in base a
unautorit estranea, nella ragione stessa, e solo cos di creare
unautentica filosofia, in quanto del libero pensiero si fece, come
doveva essere, la fonte di una verit indipendente. A questo aspi-
rava Leibniz, in lotta con quella filosofia straniera; questo rag-
giunse il vero e proprio fondatore della nuova filosofia tedesca,
non senza ammettere di essere stato sollecitato dallespressione di
un paese estero, che nel frattempo era stata intesa in modo pi
profondo5. Da allora, il compito tra noi stato pienamente risol-
to, e la filosofia realizzata: ma per ora bisogna accontentarsi di dir-
lo, in attesa di unepoca che lo comprenda6. Se questo vero, al-
lora, attraverso la sollecitazione dellantichit filtrata dai paesi
neolatini, nella madrepatria tedesca sarebbe avvenuta ancora una
volta la creazione di qualcosa di nuovo, assolutamente mai esisti-
to prima.
Sotto gli occhi dei contemporanei, lestero ha assunto con fa-
cilit e impetuosa audacia un altro compito della ragione e della
filosofia nel mondo moderno, listituzione dello Stato perfetto, e
poco dopo lo ha abbandonato, in modo tale che ora, dalla sua
condizione attuale, costretto a condannare come un crimine an-
che il semplice pensiero di quel compito e, se potesse, dovrebbe
fare di tutto per cancellare quegli sforzi dagli annali della sua sto-

5
Evidente riferimento a Kant e al risveglio dal sonno dogmatico in lui su-
scitato dalla lettura di Hume (cfr. I. Kant, Prolegomena zu einer jeden knftigen
Metaphysik, die als Wissenschaft wird eintreten knnen (1783), in Kants Ge-
sammelte Schriften, Akademie-Ausgabe [dora in avanti KGS], vol. IV, p. 260;
trad. it. Prolegomeni ad ogni futura metafisica, a cura di R. Assunto, Roma-Bari
1979, p. 8).
6
Qui Fichte intende se stesso e la sua dottrina della scienza, assieme alla sua
insoddisfacente ricezione da parte dellepoca, cio dei suoi contemporanei.
Questo problema si affaccia gi nello scritto Sonnenklarer Bericht an das gre-
re Publikum ber das eigentliche Wesen der neuesten Philosophie. Ein Versuch,
die Leser zum Verstehen zu zwingen (1801), GA, I, 7, pp. 165-268; trad. it. Rap-
porto chiaro come il sole per un pi vasto pubblico sullessenza propria della pi
recente filosofia. Un tentativo di costringere il lettore a capire, in Fichte, Scritti
sulla dottrina della scienza cit., pp. 480-569 (ma confrontare anche ledizione di
questo scritto comparsa nella collana Fichtiana, col titolo Rendiconto chiaro
come il sole. Al grande pubblico sullessenza propria della filosofia pi recente. Un
tentativo di costringere i lettori a capire, a cura di F. Rocci, Milano 2002).

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ria7. Il motivo di questo risultato evidente: lo Stato secondo ra-


gione non pu essere costruito con procedimenti artificiali da un
materiale qualunque, ma prima la nazione deve essere formata ed
educata a esso. [354] Solo quella nazione che avr prima assolto
il compito delleducazione alluomo perfetto mediante la sua ef-
fettiva esecuzione, potr allora assolvere anche quello dello Stato
perfetto8.
Da quando abbiamo attuato la riforma della Chiesa, anche il
compito delleducazione nominato per ultimo stato intrapreso
pi volte da paesi esteri, in modo pieno di spirito, ma nel senso
della loro filosofia. In un primo momento, questi inizi fra noi han-
no trovato seguaci fanatici. A suo tempo, riferiremo pi ampia-
mente fino a che punto, ancora una volta, lanimo tedesco abbia
sviluppato questa questione ai nostri giorni.
In ci che abbiamo detto, voi avete una chiara panoramica di
tutta la storia della cultura del mondo moderno, e del rapporto
immutabile tra le diverse parti di questo mondo e lanimo tede-
sco. La vera religione nella forma del cristianesimo stata il ger-
me del mondo moderno, e compito generale di questultimo sta-
to quello di far confluire questa religione nella cultura gi pre-
sente dellantichit, in modo tale che essa venisse spiritualizzata e
santificata. Il primo passo su questa strada stato quello di sepa-
rare da questa religione lautorit esterna della sua forma, che la
privava della libert, e di introdurre anche in essa il libero pen-
siero dellantichit. Lestero ha spinto a questo passo, il tedesco lo
ha fatto. Il secondo passo, che in senso proprio la continuazio-
ne e il compimento del primo, di scoprire questa religione e con
essa ogni saggezza in noi stessi. Anche questo stato preparato al-
lestero e realizzato dai tedeschi. Il progresso che ora nelleternit
si trova allordine del giorno leducazione perfetta della nazione

7
Fichte cos sintetizza la vicenda che dalla Rivoluzione francese ha condot-
to allimpero napoleonico.
8 Alla recente storia di Francia, Fichte contrappone la destinazione presen-

te e futura che a suo avviso avrebbe dovuto assumere la Germania. Le Reden, e


pi in generale la dottrina della scienza, dovevano essere la chiave di volta per
lassunzione di questa responsabilit da parte della nazione tedesca. La locu-
zione Stato secondo ragione (vernunftgeme Staat) rimanda ad altre espres-
sioni analoghe, innanzitutto a quella di Vernunftstaat presente nello Stato com-
merciale chiuso.

86
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in senso umano. Senza di questo, la filosofia ora raggiunta non tro-


ver mai ampia comprensibilit, meno che mai una universale ap-
plicabilit nella vita; cos come, allinverso, senza filosofia larte
delleducazione non giunger mai a completa chiarezza in se stes-
sa. Luna intrecciata allaltra, e senza laltra incompleta e inu-
tile. Gi solo per il fatto che i tedeschi, finora, hanno portato a
compimento ogni passo della cultura, e [355] nel mondo moder-
no sono stati riservati propriamente a questo, a essi spetta di fare
lo stesso anche con leducazione; ma quando sar stato messo or-
dine in questultima, sar facile farlo anche col resto delle attivit
umane.

In et moderna, dunque, il rapporto tra la nazione tedesca e lo svi-


luppo del genere umano stato effettivamente questo. Resta da
chiarire maggiormente losservazione, gi fatta un paio di volte,
sul corso naturale con cui questa nazione vi ha preso parte, che
cio in Germania ogni cultura partita dal popolo. Che la fac-
cenda della riforma della Chiesa sia stata prima portata al popo-
lo, e abbia avuto successo solo perch diventata una faccenda
sua, lo abbiamo gi visto. Ma resta da mostrare che questo singo-
lo caso non uneccezione, bens stato la regola.

I tedeschi rimasti in patria avevano conservato tutte le virt che


un tempo erano di casa nel loro territorio, fedelt, semplicit,
onore, ingenuit; ma di cultura finalizzata ad una vita superiore e
spirituale, non avevano ricevuto pi di quella che il cristianesimo
di allora e i suoi maestri avevano potuto portare a uomini disper-
si. Ci era ben poco, e cos essi erano rimasti indietro rispetto al-
le popolazioni che erano emigrate. Erano davvero semplici e co-
raggiosi, ma semibarbari. Nel frattempo, tra loro sorsero citt isti-
tuite da membri del popolo. In queste, la vita giunse rapidamen-
te alla pi bella fioritura in ogni ramo della cultura. In esse sorse-
ro costituzioni e istituzioni cittadine, che bench fossero commi-
surate a piccole dimensioni, tuttavia erano eccellenti, e da esse si
diffuse per la prima volta sul resto del territorio unimmagine e un
amore dellordine. Il loro esteso commercio contribu alla sco-
perta del mondo. I re temevano la loro lega. I monumenti della lo-
ro architettura durano ancora oggi, hanno sfidato la distruzione

87
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dei secoli, e i posteri stanno ammirati di fronte a essi, confessan-


do la loro impotenza.
[356] Io non voglio confrontare questi cittadini delle citt im-
periali tedesche del medioevo con gli altri ceti loro contempora-
nei, e chiedere che cosa facessero nel frattempo la nobilt e i prin-
cipi; ma a parte alcune zone dellItalia, nei cui confronti, comun-
que, i tedeschi non restarono indietro neppure nelle belle arti,
mentre nelle arti utili le superarono e ne divennero i maestri a
parte queste, rispetto alle altre nazioni germaniche ora i cittadini
tedeschi erano gli uomini civilizzati, e quelle erano i barbari. La
storia della Germania, della potenza tedesca, delle imprese, delle
scoperte, dei monumenti e dello spirito tedeschi, in questo perio-
do solamente la storia di queste citt, e tutto il resto, come la ces-
sione e il riscatto di territori, non degno di essere menzionato.
Questo anche lunico momento nella storia tedesca, in cui que-
sta nazione sia splendidamente e gloriosamente presente col ran-
go che spetta al suo popolo. Non appena il desiderio di possesso
e di dominio da parte dei principi distrugger la loro fioritura e
calpester la loro libert, il tutto sprofonder gradualmente sem-
pre pi in basso, e andr incontro alla condizione presente. Ma
quando sprofonda la Germania, vediamo sprofondare anche il re-
sto dEuropa, e non solo per quanto riguarda lapparenza esterna,
ma anche lessenza stessa.

Linflusso decisivo di questo ceto dominante a tutti gli effetti sul-


lo sviluppo della costituzione imperiale tedesca, sulla riforma del-
la Chiesa e su tutto ci che ha sempre contraddistinto la nazione
tedesca, e che da essa si diffuso allestero, non pu essere disco-
nosciuto da nessuno, e si pu dimostrare che tutto ci che anco-
ra oggi tra i tedeschi degno di onore sorto dal suo seno.

E quale fu lo spirito con cui questo ceto tedesco produsse e go-


dette questa fioritura? Fu lo spirito della piet, della rettitudine,
della modestia e del buon senso. Avevano pochi bisogni per se
stessi, ma sostenevano spese immense per imprese pubbliche. Ra-
ramente emerge e si segnala il nome di un singolo, [357] poich
tutti avevano ununica volont ed erano egualmente pronti a fare
sacrifici per il bene comune. Esattamente nelle stesse condizioni

88
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esterne della Germania, erano sorte citt libere anche in Italia.


Confrontiamo la loro storia; accostiamo i continui disordini, i
contrasti e addirittura le guerre interne, il cambiamento incessan-
te delle costituzioni e dei governanti in queste ultime, alla pacifi-
ca tranquillit e concordia delle altre. Com possibile esprimere
in modo pi chiaro che nellanimo delle due nazioni deve esserci
stata unintima differenza? La nazione tedesca lunica, tra le na-
zioni dellEuropa moderna, che nel suo ceto cittadino ha gi mo-
strato da secoli, coi fatti, di poter sostenere una costituzione re-
pubblicana.
Tra i mezzi individuali e particolari per risollevare lo spirito te-
desco, uno assai potente sarebbe quello di avere una storia entu-
siasmante dei tedeschi di questo periodo, che potesse diventare
un libro nazionale e popolare, come lo sono la Bibbia o il libro dei
Salmi, finch noi stessi non producessimo ancora una volta qual-
cosa che valga la pena di ricordare. Ma questa storia non dovreb-
be enumerare gli atti e gli eventi come in una cronaca, bens do-
vrebbe farci sprofondare nella vita di quel periodo catturandoci
in modo meraviglioso, senza intervento o chiara coscienza da par-
te nostra: cosicch a noi stessi sembrerebbe di camminare, stare,
decidere, agire con essi, e questo non mediante invenzioni carez-
zevoli e infantili, come tanti romanzi storici hanno fatto, bens me-
diante la verit; ed essa dovrebbe far sbocciare gli atti e gli eventi
da questa loro vita come testimonianze di questa. Certo, unope-
ra del genere potrebbe essere solo il frutto di ampie conoscenze,
e di ricerche che forse non sono ancora mai state intraprese; ma
lautore dovrebbe risparmiarci la messa in mostra di queste cono-
scenze e ricerche, e presentarcene solo il frutto maturo nella lin-
gua attuale, in un modo comprensibile a ciascun tedesco senza ec-
cezione. Oltre a quelle conoscenze storiche, unopera simile [358]
richiederebbe anche unalta misura di spirito filosofico, che al-
trettanto poco dovrebbe far mostra di s; e soprattutto, un animo
fedele e appassionato.
Quel tempo stato, in cerchie ristrette, il sogno giovanile del-
la nazione riguardo azioni, lotte e vittorie future, e la profezia di
ci che essa un giorno sarebbe stata, una volta dispiegate le sue
forze. Una compagnia corruttrice e lattrattiva della vanit ha tra-
scinato la nazione ancora in crescita in cerchie che non sono le sue
e, mentre voleva risplendere anche in queste, ora essa sta coperta

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di vergogna, e lotta addirittura per sopravvivere. Ma davvero in-


vecchiata e infiacchita? Da allora, e ancora fino a oggi, la sorgen-
te della vita originaria non ha sempre zampillato per essa come per
nessunaltra nazione? Possono restare inadempiute quelle profe-
zie della sua vita giovanile, che vengono confermate dalla natura
degli altri popoli e dal piano formativo dellintero genere umano?
Non sia mai. Purch, prima di tutto, facciamo recedere questa na-
zione dalla falsa direzione che ha preso, mostrandole, nello spec-
chio di quei suoi sogni giovanili, la sua vera tendenza e la sua ve-
ra destinazione, finch, tra queste considerazioni, non diventi ab-
bastanza potente da afferrare con forza questa sua destinazione.
Possa questa esortazione contribuire a far s che un tedesco dota-
to allo scopo assolva questo compito preliminare in tempi brevi!
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Settimo discorso
Comprensione ancora pi profonda
del carattere originario e tedesco
di un popolo

[359] Nei discorsi precedenti, abbiamo indicato e dimostrato nel-


la storia i tratti fondamentali dei tedeschi in quanto popolo origi-
nario, e in quanto essi hanno il diritto di chiamarsi il popolo
semplicemente, al contrario delle altre popolazioni che si sono se-
parate da loro. Anche la parola tedesco, nel suo autentico si-
gnificato letterale, dimostra quanto abbiamo detto1. opportuno
indugiare unaltra ora su questo argomento, e rispondere allo-
biezione secondo cui, se tutto ci costituisce il peculiare caratte-
re tedesco, si dovrebbe ammettere che oggi, tra gli stessi tedeschi,
di tedesco rimasto ben poco. Poich neppure noi possiamo ne-
gare questo fenomeno, bens al contrario vogliamo riconoscerlo
ed esaminarlo nei suoi diversi aspetti, vogliamo cominciare con
una sua spiegazione.
Nel complesso, il rapporto del popolo originario del mondo
moderno col progresso della cultura di questo mondo consisti-
to nel fatto che il primo, dagli sforzi incompleti e superficiali dei
paesi esteri, stato solo stimolato a creazioni pi profonde, da svi-
luppare nel suo proprio seno. Poich indubbiamente dallo stimo-
lo al compimento ci vuole tempo, allora chiaro che un simile rap-
porto comporti dei periodi in cui il popolo originario deve con-
fluire quasi interamente con lestero, e apparire eguale a esso. Ci

1 Fichte fa riferimento al significato etimologico di deutsch, aat diutisc, sost.

aat diot, che voleva dire appunto popolo.

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dipende dal trovarsi nella condizione di essere solo stimolati,


mentre la creazione che si ha in vista non ancora giunta a realiz-
zarsi. [360] Ora, la Germania si trova esattamente in un periodo
del genere per quanto riguarda la grande maggioranza dei suoi
abitanti colti, e da ci derivano i fenomeni di esterofilia che si so-
no infiltrati profondamente nellintero essere e vivere di questa
maggioranza. Noi abbiamo visto, nel precedente discorso, che la
filosofia, come libero pensiero sciolto da tutte le catene della fede
in unautorit estranea, ci attraverso cui lestero stimola la sua
madrepatria. Ora, nel caso in cui da siffatto stimolo non si passi
alla nuova creazione, che essendo ignota alla grande maggioran-
za, ha raggiunto pochissime persone, succede che, in parte, quel-
la filosofia straniera gi prima indicata assume forme sempre di-
verse; in parte, lo spirito di essa simpadronisce anche delle altre
scienze confinanti pi da vicino con la filosofia, e considera que-
ste ultime dal suo punto di vista; infine, poich i tedeschi non pos-
sono mai abbandonare la loro seriet e il loro immediato interve-
nire nella vita, questa filosofia influisce sui modi della vita pub-
blica, e sulle sue regole e princpi. Noi mostreremo questo in det-
taglio.
Anzitutto: luomo non forma la sua concezione scientifica con
libert e arbitrio, in un modo o nellaltro, bens essa gli viene for-
mata dalla sua vita, e in senso proprio la radice interna della sua
stessa vita divenuta intuizione, e per il resto a lui sconosciuta. Ci
che tu sei veramente al tuo interno, viene fuori davanti al tuo oc-
chio esterno, e tu non potrai mai vedere qualcosaltro. Per vede-
re altrimenti, dovresti diventare altrimenti2. Ora, lintima essenza
dellestero, o della non originariet, la fede in qualcosa di ulti-
mo, saldo, immutabilmente stabile, in un limite al di qua del qua-
le certo la vita fa liberamente il suo gioco, che per essa non po-

2 Anche questa posizione era ben presente nel Fichte di Jena. Cfr., per tut-

ti, il passo seguente dalla Prima introduzione alla dottrina della scienza del 1797:
Da quanto detto risulta che la scelta della filosofia dipende da che uomo si sia:
un sistema filosofico, infatti, non uninerte suppellettile, che si possa abban-
donare o accettare a proprio piacimento: al contrario, esso animato dallanima
delluomo che lo ha fatto proprio (J.G. Fichte, Prima e Seconda Introduzione
alla dottrina della scienza, a cura di C. Cesa, Roma-Bari 1999, p. 19; testo origi-
nale in GA, I, 4, p. 195).

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tr mai infrangere e fluidificare, confluendo in esso. Questo limi-


te impenetrabile, perci, gli appare in qualche modo necessaria-
mente anche davanti agli occhi, ed esso non pu pensare o crede-
re altrimenti che presupponendo qualcosa di simile, se la sua es-
senza non deve essere completamente trasformata, e il suo cuore
non deve essergli strappato. [361] Esso crede necessariamente
nella morte come elemento ultimo e originario, come sorgente
fondamentale di tutte le cose, e con esse della vita.
Noi qui dobbiamo mostrare anzitutto in che modo si manife-
sti tra i tedeschi questa fondamentale fede straniera.
Essa si manifesta anzitutto nella filosofia vera e propria. Lat-
tuale filosofia tedesca, nella misura in cui vale la pena di menzio-
narla qui, vuole profondit e forma scientifica, bench non sia in
grado di ottenerle; essa vuole unit, non senza essere stata antici-
pata dallestero; vuole realt ed essenza non semplici fenomeni,
bens una base di questi fenomeni apparente nei fenomeni. In tut-
ti questi passaggi essa ha ragione, e supera di gran lunga le filoso-
fie attualmente dominanti allestero, poich nellesterofilia mol-
to pi seria e conseguente degli stranieri stessi. Ora, per essi, que-
sta base sottostante ai semplici fenomeni, per quanto possano de-
terminarla ulteriormente in modo ancora pi sbagliato, sempre
un essere saldo, che proprio ci che e nientaltro, incatenato in
s e vincolato alla sua propria essenza; e cos la morte e lestrania-
zione dalloriginariet, che risiedono in loro stessi, vengono fuori
anche davanti ai loro occhi. Poich essi non possono sollevarsi al-
la vita direttamente da se stessi, ma per librarsi liberamente han-
no sempre bisogno di un supporto e di un appoggio, essi non ol-
trepassano questo supporto neppure col loro pensiero, che lim-
magine della loro vita. Ci che non qualcosa, per loro neces-
sariamente nulla, poich tra quellessere in s compatto e il nulla,
il loro occhio non vede nientaltro, giacch la loro vita qui non ha
nientaltro. Il loro sentimento, cui soltanto possono appellarsi, ap-
pare loro infallibile; e se qualcuno non ammette questo supporto,
allora essi sono ben lontani dallimmaginare che questi si accon-
tenti della vita solamente, ma credono che gli manchi lintelligen-
za per osservare il supporto che indubbiamente sostiene anche
lui, e che difetti della capacit [362] di librarsi alle loro elevate
concezioni. perci vano e impossibile istruirli; bisognerebbe

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farli e, se si potesse, farli diversamente. Da questo punto di vista,


lattuale filosofia tedesca non tedesca, bens esterofilia3.
Al contrario la vera filosofia, giunta in se stessa a termine, e ve-
ramente penetrata oltre il fenomeno al nocciolo di questo, proce-
de dallunica e pura vita divina in quanto vita immediatamente,
che resta tale in tutta leternit, rimanendo in essa sempre una,
non invece in quanto vita di questa o quella cosa; ed essa vede co-
me solamente nel fenomeno la vita si chiude e di nuovo si apre al-
linfinito, e diventa in generale un essere e un qualcosa solo se-
condo questa legge. Lessere sorge dinnanzi ad essa, mentre quel-
la se lo fa dare in precedenza. E cos, soltanto questa filosofia au-
tenticamente tedesca, cio originaria; e viceversa, se qualcuno fos-
se un vero tedesco, allora non potrebbe filosofare altrimenti che
cos4.
Quel sistema di pensiero dominante tra la maggior parte dei fi-
losofanti in tedesco ma che non tedesco in senso proprio sia
che venga edificato consapevolmente come vera e propria dottri-
na filosofica, sia che stia alla base del nostro modo di pensare so-
lo inconsapevolmente, interviene nelle restanti concezioni scien-
tifiche del nostro tempo. Allo stesso modo, unaltra tendenza fon-
damentale del nostro tempo stimolata dallestero quella di non
limitarsi a memorizzare la materia scientifica, come facevano i no-
stri avi, ma anche di rielaborarla col proprio pensiero e filosofan-
do. Il tempo ha ragione per quanto riguarda in generale questa
tendenza; ma se, nellattuazione di questo filosofare, esso proce-

3 Fichte condensa in questo capoverso le critiche che aveva rivolto a pi ri-

prese, nel corso degli anni, alla filosofia di Schelling e alla concezione da questi
sostenuta dei rapporti tra Assoluto (unit) e fenomeno (molteplicit), in parti-
colare a partire dal Sistema dellidealismo trascendentale (1800) e dalla Esposi-
zione del mio sistema filosofico (1801) sino a Filosofia e religione (1804).
4 Allinverso, qui Fichte caratterizza nella sua impostazione di fondo la dot-

trina della scienza come autentica filosofia trascendentale: lopposizione tra que-
stultima e la schellinghiana filosofia dellidentit esprime quella tra vita e
morte (su cui cfr. WL 1807, GA, II, 10, pp. 115-120; trad. it., cit., pp. 31-40),
e assume storicamente la forma di una dicotomica filosofia delle nazionalit, in
cui alloriginariet tedesca, basata sul carattere vivo della lingua, si contrap-
pongono lestero e lesterofilia, la cui preferenza per lessere morto con-
dizionata dal carattere altrettanto morto delle lingue romanze. condi-
zionata, ma non determinata: se cos fosse, infatti, non si spiegherebbe la
possibilit di unesterofilia tedesca.

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de, come c da aspettarsi, dalla filosofia straniera che crede nella


morte, esso avr torto. Noi qui vogliamo dare unocchiata alle
scienze pi vicine al nostro proposito generale, e ricercare i con-
cetti e le concezioni straniere in esse diffuse.
Nel fatto che listituzione e il governo degli Stati [363] venga-
no considerati come una libera arte, che ha le sue regole fisse, le-
stero ci indubbiamente servito da precursore, seguendo esso
stesso il modello dellantichit. Ora, in che cosa riporranno que-
starte dello Stato gli stranieri, che gi nellelemento del loro pen-
sare e volere, nella loro lingua, hanno un supporto fisso, chiuso e
morto, e tutti coloro che in questo li seguono? Senza dubbio, nel-
larte di trovare un ordine di cose egualmente fisso e morto, dalla
cui morte sorga il vivo movimento della societ, e sorga come lo
intendono loro: cio, nellarte di ricondurre tutta la vita nella so-
ciet a un immenso ingranaggio artificiale, in cui ciascun singolo
sia sempre costretto dallintero a servire lintero; nellarte di risol-
vere un problema aritmetico in una somma calcolabile, a partire
da grandezze finite e gi date: cio di costringere ciascuno a pro-
muovere controvoglia il bene generale, a partire dal presupposto
che ciascuno voglia il bene suo proprio. Gli stranieri hanno in va-
ri modi enunciato questo principio e fornito artefatti di quellar-
te sociale meccanica; la madrepatria ha accolto la loro teoria, e ha
ulteriormente elaborato la sua applicazione per la produzione di
macchine sociali, anche qui, come sempre, in modo pi ampio,
pi profondo, pi vero, superando di gran lunga il suo modello5.
Se, nel corso seguito dalla societ fino a quel momento, sinceppa
qualcosa, tali artefici di Stato non lo sanno spiegare se non col fat-
to che una delle sue rotelle potrebbe essere saltata, e non cono-
scono altro rimedio che quello di eliminare le rotelle danneggiate
e di inserirne di nuove. Quanto pi qualcuno radicato in questa
concezione meccanica della societ, quanto pi sa semplificare

5 Qui Fichte prende le distanze dalla scienza politica moderna, per come si

era venuta definendo nel contrattualismo e giusnaturalismo moderno a partire


da Hobbes; ma critica aspramente anche il modo in cui tale tradizione di pen-
siero estera era stata recepita nella teoria politica tedesca, e messa in pratica
dal dispotismo pi o meno illuminato dei diversi sovrani tedeschi (non ultimi,
Federico II e lassolutismo prussiano). Tuttavia, non azzardato immaginare
una presa di distanza anche dallimpostazione e da alcune formulazioni del suo
Naturrecht jenese (1796/97).

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questo meccanismo rendendo il pi possibile uguali tutte le parti


della macchina, e trattando tutti come materiale indifferente, tan-
to pi considerato un grande artefice di Stato: e in questa nostra
epoca, a ragione perch con chi oscilla indeciso e non capace
di avere un saldo punto di vista, le cose vanno ancora peggio.
Questa concezione dellarte dello Stato suscita rispetto per la
sua ferrea consequenzialit e la parvenza di sublimit che [364] ri-
cade su di essa. Inoltre, particolarmente dove tutto spinge verso
una costituzione monarchica e che tale sta diventando in modo
sempre pi puro essa fornisce buoni servizi fino a un certo pun-
to. Ma quando si raggiunto questo punto, salta agli occhi la sua
impotenza. Io cio voglio assumere che voi siate riusciti a dotare
la vostra macchina di tutta la perfezione che vi eravate prefissati,
e che in essa ogni membro inferiore venga immancabilmente e ir-
resistibilmente costretto a costringere da un membro superiore, e
cos via fino al vertice: ora, da che cosa viene costretto a costrin-
gere il vostro ultimo membro, da cui proviene tutta la coazione
presente nella macchina? Voi dovreste aver superato assoluta-
mente ogni resistenza che potrebbe sorgere dallattrito dei mate-
riali contro quellultima molla, e averle dato una forza contro cui
ogni altra forza dileguerebbe in nulla ci che potreste fare an-
cora una volta solo per meccanismo e cos dovreste avere crea-
to la pi potente tra tutte le costituzioni monarchiche: ma come
fate ora a muovere queste molle, costringendole a vedere e a vo-
lere il giusto senza eccezione? Come fate a inserire nel vostro in-
granaggio, calcolato e disposto s in modo esatto, ma fermo, le-
ternamente mobile? Dovrebbe forse lintera opera, come talvolta
dite nel vostro imbarazzo, agire a ritroso e sollecitare la prima
molla? O questo avviene mediante una forza che deriva dalla sol-
lecitazione della molla, oppure avviene mediante una forza tale
che non deriva da essa, bens si trova nellintero stesso indipen-
dentemente dalla molla; e un terzo caso non possibile. Se assu-
mete il primo, allora vi trovate in un circolo che annulla ogni pen-
siero e ogni meccanismo; lintera opera pu costringere la molla
solo nella misura in cui essa stessa da quella costretta a costrin-
gerla, dunque nella misura in cui la molla, per mediatamente, co-
stringe se stessa; ma se essa non costringe se stessa, difetto al qua-
le appunto volevamo rimediare, allora non risulta nessun movi-
mento. Se assumete il secondo, allora ammettete che lorigine del

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movimento nella vostra opera proviene da una [365] forza che


non affatto entrata nel vostro calcolo e ordinamento, e che non
vincolata dal vostro meccanismo, ma indubbiamente agisce co-
me pu senza vostro intervento, secondo le sue proprie leggi a voi
sconosciute. In ciascuno dei due casi dovete confessare di essere
dei pasticcioni e dei chiacchieroni incapaci.
In effetti, si anche avuto sentore di ci, e in questa dottrina,
che contando sulla sua coazione, pu disinteressarsi del resto dei
cittadini, si voluto educare almeno il principe con buone dottri-
ne e insegnamenti di ogni tipo. Ma come ci si pu assicurare di in-
contrare una natura suscettibile, in generale, di essere educata a
fare il principe? Oppure, qualora si avesse questa fortuna, che co-
stui, che nessun uomo pu costringere, sia docile e disposto ad ac-
cettare una disciplina? Una simile concezione dellarte dello Sta-
to, che venga incontrata su suolo straniero o tedesco, sempre
esterofilia6. Tuttavia, a onore dellindole e dellanimo tedeschi, c
da notare in proposito che, per quanto noi volessimo essere buo-
ni artisti nella mera teoria del calcolo di questa coazione, tuttavia,
quando si tratt di passare allesecuzione, ne fummo assai impe-
diti dal sentimento oscuro che cos non dovrebbe essere, e da que-
sto lato restammo indietro rispetto allestero. Anche se dovessimo
essere costretti ad accogliere il presunto beneficio di forme e leg-

6 Qui senzaltro presente un riferimento a Machiavelli; ma la messa in lu-

ce del carattere aporetico nelleducazione del sovrano sembra rimandare in mo-


do ancora pi determinato al Kant dello scritto Idee zu einer allgemeinen Ge-
schichte in weltbrgerlicher Absicht (1784), KGS, vol. VIII, pp. 15-31; trad. it.
Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti politici e
di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu,
Torino 1956, pp. 123-139: in particolare, confrontare la tesi VI, in cui Kant scri-
ve: luomo un animale che ha bisogno di un padrone [Herr][...] Ma questo pa-
drone a sua volta un essere animale che ha bisogno di un padrone [...] Il capo
supremo [Oberhaupt]deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo.
Questo problema quindi il pi difficile di tutti e una soluzione perfetta di es-
so impossibile (ivi, p. 23; trad. it., cit., pp. 129-130). Su questa linea, si con-
fronti anche laffermazione pi tarda, secondo cui: Luomo ha bisogno, dun-
que, dessere educato al bene; ma colui che ha il dovere di educarlo ancora un
uomo... (I. Kant, Anthropologie in pragmatischer Hinsicht (1798), KGS, vol.
VII, p. 325; trad. it. Antropologia pragmatica, a cura di G. Vidari, riveduta da A.
Guerra, Roma-Bari 2001, p. 220). Con la proposta formulata nelle Reden, Fichte
intende portare a compimento la filosofia kantiana anche da questo punto di
vista.

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gi estranee, almeno non dovremo vergognarci al riguardo pi del


dovuto, come se il nostro spirito fosse stato incapace di consegui-
re queste altezze della legislazione. Poich, quando abbiamo la
penna in mano, non siamo secondi a nessuna nazione, pu darsi
che noi per la nostra vita, sentendo che tutto ci non era ancora
la cosa giusta, preferissimo lasciare stare il vecchio fino allarrivo
del perfetto, piuttosto che scambiare la vecchia moda con una
moda nuova e altrettanto caduca.
Diversamente larte dello Stato autenticamente tedesca. An-
chessa vuole solidit, sicurezza e indipendenza dalla natura cieca
e incerta, e in questo completamente daccordo con lestero. So-
lo che, a differenza di questo, essa non [366] vuole una cosa sal-
da e certa come primo elemento mediante il quale soltanto lo spi-
rito, come secondo elemento, diventi certo, bens essa vuole subi-
to fin dallinizio uno spirito saldo e certo come elemento unico e
primo di tutti. Questo per essa la molla eternamente mobile e da
se stessa vivente che ordiner e continuer a muovere la vita del-
la societ. Essa comprende di non poter produrre questo spirito
mediante invettive contro gli adulti gi compromessi, bens solo
mediante leducazione della giovent ancora incorrotta; e preci-
samente, essa con questa educazione non vuole rivolgersi, come
fa lestero, alle ripide cime, ai principi, bens con essa vuole rivol-
gersi alla vasta pianura, alla nazione, poich senza dubbio ne far
parte anche il principe. Come lo Stato la prosecuzione delledu-
cazione del genere umano nelle persone dei suoi cittadini adulti,
cos dice questarte dello Stato il futuro cittadino dovrebbe es-
sere educato pi che mai a ricevere quelleducazione superiore.
Cos, questa tedesca e nuovissima arte dello Stato diventa a sua
volta la pi antica, poich anche questa presso i Greci basava la
cittadinanza sulleducazione, e formava cittadini come le epoche
successive non ne hanno pi visti. Nella forma, i tedeschi faranno
lo stesso; nel contenuto, con spirito non ristretto ed esclusivo,
bens universale e cosmopolitico.
La grande maggioranza dei nostri compatrioti dominata dal-
lo spirito estero anche nella sua concezione della vita dinsieme
del genere umano, e della storia in quanto immagine di quella vi-
ta. Come abbiamo mostrato altrove, una nazione che, nella sua
lingua, ha una base conclusa e morta, in tutte le arti del discorso
pu giungere solo fino a un certo livello di formazione, consenti-

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to da quella base, e l vivr una propria et delloro7. Senza la pi


grande modestia e umilt, una tale nazione non pu trovare con-
veniente il pensiero che il genere umano sia superiore a quanto es-
sa pensa di se stessa; perci, essa deve presupporre che anche per
la formazione del genere umano ci sia una meta ultima, suprema
e insuperabile. [367] Come le specie animali dei castori o delle api
costruiscono ancora oggi come costruivano migliaia di anni fa, e
in questo lungo periodo la loro arte non ha fatto alcun progresso,
lo stesso accadr, secondo costoro, con la specie animale chiama-
ta uomo, in tutti i rami della sua formazione. Questi rami, impul-
si e capacit potranno essere valutati in modo esaustivo, anzi for-
se in un paio di articolazioni si offriranno perfino allo sguardo, e
potr essere indicato il pi alto sviluppo possibile per ciascuno di
essi. Forse al genere umano andr ancora peggio che ai castori e
alle api, per il fatto che questi, non essendo istruiti, nella loro ar-
te non possono neppure tornare indietro, mentre luomo, anche
quando avesse raggiunto la cima, potrebbe sempre esserne sca-
gliato gi, e potrebbero occorrergli secoli di sforzi per raggiunge-
re nuovamente il punto in cui si sarebbe fatto meglio a lasciarlo
stare. Secondo costoro, il genere umano avr senza dubbio gi
raggiunto simili punti culminanti della sua cultura e simili et del-
loro: il loro zelo consister nel ricercare con cura tali momenti
nella storia, nel valutare secondo questi tutti gli sforzi delluma-
nit, e nel tentare di ricondurla a essi. Secondo loro, la storia fi-
nita da lungo tempo, ed gi finita pi volte; secondo loro, nulla
di nuovo accade sotto il sole, poich essi hanno cancellato sopra
e sotto il sole la sorgente delleterno scorrere della vita, e lasciano
soltanto che la morte sempre ricorrente si ripeta e si ponga pi
volte.
noto che questa filosofia della storia ci arrivata dallestero,
bench adesso essa sia scomparsa anche in questo, e sia diventata
quasi esclusivamente una propriet tedesca. Da questa affinit pi
profonda, dunque, dipende anche il fatto che questa nostra filo-
sofia della storia possa capire in modo cos completo gli sforzi dei
paesi esteri, i quali, anche se non esprimono pi cos spesso que-
sta concezione della storia, fanno ancora di pi, poich agiscono

7 Cfr. supra, Quinto discorso, pp. 68-69.

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in essa e realizzano di nuovo unet delloro; e a essi pu addirit-


tura prefigurare in modo profetico il cammino che seguiranno,
[368] ammirandoli cos apertamente, come chi pensa in tedesco
non pu vantarsi di fare. Come potrebbe del resto? Le et dello-
ro sono per lui sotto ogni riguardo una limitatezza dellessere
morto. Egli pensa che loro pu essere s la materia pi nobile nel
seno della morta terra, ma che la materia dello spirito vivente al
di l del sole e di tutti i soli, e ne la sorgente. Per lui la storia, e
con essa il genere umano, non si dipana secondo la legge magica
e nascosta di una danza circolare, ma secondo lui luomo vero e
autentico a farla, non ripetendo soltanto ci che gi stato, bens
creando lassolutamente nuovo nel corso del tempo. Egli perci
non si aspetta mai una ripetizione pura e semplice, e se anche es-
sa dovesse accadere, parola per parola, com scritto nellantico li-
bro, almeno non suscita la sua ammirazione8.

8 Sul tema affrontato in questo brano, confrontare ci che Fichte scriveva

gi nella Bestimmung des Menschen (1800), GA, I, 6, pp. 266 sgg., e la conclu-
sione dellopera, ivi, pp. 306-309 (trad. it. La destinazione delluomo, a cura di
C. Cesa, Roma-Bari 2001, rispettivamente a pp. 90 sgg. e pp. 134-136). Il pro-
blema attraversa lIlluminismo tedesco, e da questultimo viene lasciato in ere-
dit allidealismo. Per quanto riguarda il primo, si confronti la seguente affer-
mazione di Mendelssohn, risalente al 1782: Lo scopo della natura non il per-
fezionamento del genere umano. No! Il perfezionamento delluomo, dellindi-
viduo. Ogni singolo uomo deve sviluppare le sue disposizioni e capacit, e in
questo modo diventare sempre pi perfetto. Proprio perch a questo tenuto
ciascun individuo, lintero genere deve ripetere il corso circolare per il quale ci
preoccupiamo tanto (JubA, XIII, 65: citato in L. Fonnesu, Antropologia e idea-
lismo. La destinazione delluomo nel primo idealismo, Roma-Bari 1993, p. 51; ma
sul grande tema della educazione del genere umano e del perfezionamento
di questultimo e/o del singolo individuo, cfr. tutto il cap. I, Premesse settecen-
tesche, pp. 25-56). Per la ripresa della questione in ambito idealistico, oltre alla
Destinazione delluomo di Fichte, cfr. la coeva opera di Schelling, System des
transzendentalen Idealismus, a cura di R.-E. Schulz, Hamburg 1957, p. 261; trad.
it. Sistema dellidealismo trascendentale, a cura di G. Semerari, Roma-Bari 1990,
p. 264: Che nel concetto della storia sia implicito quello di una progressivit in-
finita, si dimostrato abbastanza nella parte precedente. Di qui peraltro non si
pu certo immediatamente concludere per linfinita perfettibilit della specie
umana, poich, quelli che la negano, possono con altrettanta ragione affermare
che luomo abbia una storia tanto poco quanto lanimale, che egli invece sia rin-
chiuso in un eterno circolo di operazioni, in cui egli si aggiri incessantemente,
come Issione intorno alla sua ruota, e, tra continue oscillazioni e talora anche tra
visibili deviazioni dalla linea curva, ritorni pur sempre al punto da cui era par-
tito.

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In modo simile, lo spirito mortifero dellestero si diffonde sen-


za nostra piena coscienza sul resto delle nostre concezioni scien-
tifiche, delle quali dovrebbero bastare gli esempi che abbiamo ad-
dotto; e questo accade perch proprio adesso noi elaboriamo a
modo nostro le sollecitazioni prima ricevute dallestero, e attra-
versiamo questa situazione intermedia. Ho portato questi esempi
perch ci rientrava nellargomento; ma, per inciso, anche perch
nessuno creda di poter contraddire le affermazioni fatte, traendo
conseguenze dai princpi addotti. Ben lungi dallesserci rimasti
sconosciuti, o dal fatto di non essere riusciti a sollevarci fino a es-
si, li conosciamo invece piuttosto bene, e forse, se ci avanzasse del
tempo, saremmo capaci di svolgerli in tutta la loro consequenzia-
lit in avanti e allindietro. Il punto che noi li rigettiamo fin dal-
linizio, e cos tutto ci che deriva da essi, di cui nel pensiero che
abbiamo ereditato c pi di quanto potrebbe credere losserva-
tore superficiale.
Come nelle nostre concezioni scientifiche, cos questo spirito
dei paesi esteri sinfiltra anche nella nostra [369] vita comune, e
nelle sue regole; ma perch questo sia chiaro, e ci che precede di-
venti ancora pi chiaro, necessario dapprima compenetrare con
sguardo profondo lessenza della vita originaria, cio della li-
bert 9.
La libert, presa nel senso delloscillare indeciso tra pi possi-
bili equivalenti, non vita, bens soltanto soglia e accesso alla vi-
ta reale. Alla fine, da questo oscillare bisogna pur pervenire una
buona volta alla decisione e allagire, e la vita comincia soltanto
adesso.
Ora, ogni decisione della volont appare immediatamente e a
prima vista come un che di primo, niente affatto come un che di
secondo, e come conseguenza di un primo in quanto suo fonda-
mento come esistente assolutamente mediante s, ed esistente
cos come essa ; significato che vogliamo fissare in quanto lu-
nico significato comprensibile della parola libert. Ma riguardo al
contenuto interno di una siffatta decisione della volont sono pos-
sibili due casi; cio, o in essa appare solo il fenomeno separato dal-
lessenza, e senza che lessenza subentri in qualche modo nel suo

9 Le pagine che seguono costituiscono una delle sintesi migliori della con-

cezione filosofica del Fichte berlinese.

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apparire; oppure subentra lessenza stessa, apparendo in questo


fenomeno di una decisione della volont: e qui dobbiamo subito
aggiungere che lessenza pu apparire solo in una decisione della
volont e assolutamente in nientaltro, bench allinverso ci pos-
sano essere decisioni della volont in cui non appare assoluta-
mente lessenza, bens soltanto il mero fenomeno. Noi parleremo
dapprima di questultimo caso.
Il puro fenomeno determinato immutabilmente, semplice-
mente come tale, dalla sua separazione e opposizione con lessen-
za, poi per il fatto di essere capace di apparire e di esporsi esso
stesso, e perci esso necessariamente cos come e si trova a es-
sere. Se quindi, come ipotizziamo, una data decisione della vo-
lont nel suo contenuto mero fenomeno, allora proprio per que-
sto essa di fatto non libera, non un che di primo e originario,
bens necessaria, ed un secondo [370] elemento risultante da
un primo elemento superiore, che scaturisce cos com dalla leg-
ge del fenomeno in generale. Ora, come stato ricordato pi vol-
te anche qui, poich il pensiero delluomo lo pone davanti a lui
stesso cos come egli realmente, e resta per sempre impronta e
specchio fedele della sua interiorit, una siffatta decisione della
volont, bench a prima vista appaia come libera (in quanto ap-
punto decisione della volont), tuttavia non pu assolutamente
apparire cos a una riflessione ripetuta e pi approfondita, bens
in questa deve essere pensata come necessaria, cos come real-
mente e di fatto. Per uomini, la cui volont non si ancora solle-
vata in un circolo superiore a quello per cui in essi c soltanto
lapparire di una volont, la fede nella libert senzaltro follia e
illusione di un intuire passeggero, che resta fermo alla superficie;
per loro, la verit esiste solo nel pensiero, che a loro mostra do-
vunque solo le catene della dura necessit.
La prima legge fondamentale del fenomeno, assolutamente in
quanto tale (siamo autorizzati a tralasciarne la ragione, poich lo
abbiamo fatto ampiamente altrove), consiste nel fatto che esso si
disgrega in un molteplice, che da un certo punto di vista infini-
to, da un altro un intero chiuso, nel quale intero chiuso del mol-
teplice ciascun singolo determinato da tutti gli altri, e viceversa
tutti gli altri sono determinati da questo singolo10. Perci, se dal-

10 Fichte rimanda probabilmente in primo luogo alla Anweisung zum seli-

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la decisione della volont del singolo, nel fenomeno non emerge


altro che la fenomenicit, rappresentabilit e visibilit in genera-
le, che di fatto la visibilit di niente, allora il contenuto di una
siffatta decisione della volont determinato dallintero chiuso di
tutte le possibili decisioni volontarie di questa singola volont e di
tutte le altre possibili volont, ed essa non contiene n pu con-
tenere altro se non ci che resta da volere dopo la sottrazione di
tutte quelle possibili decisioni della volont. Perci, di fatto, in
quella decisione non vi nulla di indipendente, originale e pro-
prio, bens essa la mera conseguenza secondaria, risultante dal-
la connessione universale dellintero fenomeno nelle sue singole
parti. Allo stesso modo, [371] perci, essa anche stata cono-
sciuta come tale da tutti quelli che si trovavano a questo stadio
della cultura, ma pensavano profondamente alla questione, e que-
sta loro conoscenza stata anche espressa con le stesse parole di
cui ci siamo appena serviti. Tutto questo, per, accade perch in
loro lessenza non subentra nel fenomeno, bens subentra soltan-
to il mero fenomeno.
Al contrario, quando nel fenomeno di una decisione della vo-
lont subentra immediatamente lessenza stessa, per cos dire in
prima persona e non mediante un rappresentante, tutto ci che
abbiamo menzionato sopra, risultante dal fenomeno in quanto
intero chiuso, senzaltro egualmente presente, poich certo il
fenomeno appare anche qui; per un siffatto fenomeno non si ri-
solve in tale elemento, e non esaurito da questo, bens in esso
si trova ancora un che di eccedente, un altro elemento che non
si pu spiegare in base a quella connessione, bens resta dopo la
sottrazione di ci che pu essere spiegato. Ho detto che quel pri-
mo elemento si trova anche qui; quel di pi diventa visibile, ed
entra sotto la legge e le condizioni dellevidenza in generale, per
mezzo di questa sua visibilit, niente affatto per mezzo della sua

gen Leben, lez. 4-5, GA, I, 9, pp. 92-114 (trad. it. Iniziazione alla vita beata, in
J.G. Fichte, La dottrina della religione, a cura di G. Moretto, Napoli 1989, pp.
285-309); ma laccenno alla ragione o fondamento (Grund) sembra impor-
re un rimando pi ampio ai corsi di dottrina della scienza che proprio in quegli
anni egli aveva tenuto a Berlino (pensiamo anzitutto ai tre cicli di conferenze del
1804), Erlangen (1805) e nei primi mesi del 1807 a Knigsberg (in particolare,
cfr. WL 1807, lez. 16, GA, II, 10, pp. 157-159; trad. it., cit., pp. 97-101).

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essenza interna. Per, esso ancora di pi che questo suo sor-


gere da una legge qualsiasi, e perci come necessario e secondo;
e in rapporto a questo di pi esso ci che mediante se stes-
so, cio qualcosa di veramente primo, originale e libero; e poi-
ch questo, esso anche appare cos al pensiero pi profondo e
giunto a termine in se stesso. Come ho detto, la legge suprema
dellevidenza consiste nel fatto che ci che appare si scinda in un
molteplice infinito. Quel di pi diventa visibile ogni volta come
di pi rispetto a ci che risulta qui e ora dalla connessione del
fenomeno, e cos via allinfinito; e cos dunque questo di pi ap-
pare esso stesso come un infinito. Ma chiaro come il sole che
esso consegue questa infinit solo perch ogni volta pu essere
visto, pensato e scoperto esclusivamente mediante la sua oppo-
sizione a ci che risulta allinfinito dalla connessione, e median-
te il suo essere pi di quello. Ma a parte questo [372] bisogno
del suo pensiero, questo di pi che tutto linfinito, rappresenta-
bile allinfinito, esiste fin dallinizio in pura semplicit e immu-
tabilit, e in tutta linfinit non diventa n pi n meno che que-
sto di pi; ed soltanto la sua evidenza, in quanto pi dellinfi-
nito, a creare linfinito e tutto ci che in esso sembra apparire.
Nella sua suprema purezza, esso non pu rendersi visibile altri-
menti. Ora, quando questo di pi, che pu subentrare solo in un
volere, subentra effettivamente come un di pi evidente, allora
lessenza stessa, che sola e pu essere, ed esiste da s e me-
diante s, lessenza divina subentra nel fenomeno e si rende im-
mediatamente visibile; e proprio perci l c vera originalit e li-
bert, e quindi anche la fede in esse.
E cos, dunque, alla questione generale se luomo sia o non sia
libero, non si trova alcuna risposta generale; infatti, proprio per-
ch luomo libero nel senso pi basso, proprio perch comincia
con un oscillare e un tentennare indecisi, egli pu essere libero o
anche non libero nel senso pi alto della parola. In realt, il mo-
do in cui ciascuno risponde a questa domanda il limpido spec-
chio del suo vero essere interiore. Di fatto, chi non pi che un
membro nella catena dei fenomeni, pu s illudersi per un attimo
di essere libero, per questa illusione non resiste al suo pensiero
pi rigoroso; ma cos come egli trova se stesso, allo stesso modo
necessariamente concepisce tutta la sua specie. Al contrario, co-
lui la cui vita afferrata da ci che veridico ed divenuta vita

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immediatamente da Dio, costui libero e crede alla libert in s e


negli altri.
Chi crede in un essere fisso, morto e persistente, crede in esso
solo perch morto in se stesso; e una volta morto, non appena
faccia chiarezza in se stesso, non pu credere altrimenti che cos.
Egli stesso e tutta la sua specie diventano per lui, dallinizio alla fi-
ne, un che di secondario ed una conseguenza necessaria da un
[373] primo elemento, che devessere presupposto. Questo pre-
supposto il suo pensiero effettivo e non meramente pensato, il
suo senso vero, il punto in cui il suo pensiero immediatamente
vita; e cos, la fonte di tutto il resto dei suoi pensieri e giudizi sul-
la sua specie nel suo passato, la storia; nel suo futuro, le aspet-
tative su di essa; e nel suo presente, la vita effettiva in lui stesso e
negli altri.
Noi abbiamo chiamato questa fede nella morte, in opposizio-
ne a un popolo che vive in modo originario, esterofilia. Con ci,
una volta che si sia infiltrata tra i tedeschi, questa esterofilia si mo-
strer anche nella loro vita effettiva, come tranquillo abbandono
alla necessit ormai immutabile del loro essere, come rinuncia a
ogni miglioramento di noi stessi o degli altri mediante la libert,
come inclinazione a utilizzare se stessi e tutti cos come sono, e a
ricavare dal loro essere il maggior vantaggio possibile; in breve,
come professione di fede che si riflette di continuo in tutte le at-
tivit della vita, e che ho descritto a sufficienza altrove*, nelluni-
versale ed equivalente peccaminosit di tutti. Lascio a voi la rilet-
tura di questa descrizione, come anche il giudizio sulla sua ade-
guatezza al presente. Come ho spesso ricordato, per chi spento
interiormente questo modo di pensare e di agire sorge solo fa-
cendo chiarezza in se stesso, altrimenti costui, finch resta allo-
scuro, mantiene la fede nella libert, che in s vera ed illusio-
ne solo nellapplicazione al suo essere attuale. Qui emerge con evi-
denza lo svantaggio della chiarezza per chi interiormente mal-
vagio. Finch questa malvagit resta oscura, essa viene continua-
mente disturbata, pungolata e sospinta dalla costante esigenza
della libert, e offre un appiglio ai tentativi di emendarla. Ma la
chiarezza la completa e la perfeziona in se stessa, aggiunge ad es-

* Cfr. Anweisung zum seligen Leben, lez. 11 [GA, I, 9, pp. 175-187; trad. it.,
cit., pp. 381-393].

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sa il [374] gioioso abbandono, la tranquillit di una buona co-


scienza, il compiacimento di se stessa; ai malvagi capita ci in cui
essi credono, davvero dora in poi non possono pi migliorare, e
servono al massimo per mantenere vivo, tra i migliori, lorrore
spietato contro il male, o labbandono alla volont di Dio, e non
servono a nientaltro al mondo.
E cos, finalmente, emerge nella sua completa chiarezza ci che
nella nostra descrizione precedente abbiamo inteso per tede-
schi. Il fondamento vero e proprio della distinzione sta qui: se si
crede in qualcosa di assolutamente primo e originale nelluomo
stesso, nella libert, nella migliorabilit infinita, nelleterno pro-
gredire della nostra specie; oppure, se non si crede a nulla di tut-
to ci, anzi erroneamente si ritiene dintendere e di capire che
vero il contrario di tutto questo. Tutti coloro i quali o vivono in
prima persona creativamente e producendo il nuovo, oppure,
qualora ci non sia loro toccato, perlomeno lasciano cadere deci-
samente ci che non vale nulla, e vivono prestando attenzione al-
leventualit che il flusso della vita originaria li afferri, oppure,
qualora non siano progrediti neppure fin qui, hanno perlomeno il
presentimento della libert, e non la odiano n sono terrorizzati
da essa, bens la amano: tutti costoro sono uomini in senso origi-
nario; essi, considerati come un popolo, sono un popolo origina-
rio, il popolo in senso assoluto, tedeschi. Tutti coloro che si ras-
segnano a essere un che di secondario e di derivato, e si ricono-
scono e si comprendono manifestamente cos, lo sono di fatto, e
mediante questa fede lo diventano sempre pi; essi sono unap-
pendice della vita, che si destata per proprio impulso di fronte
o accanto a loro, leco risonante dalla roccia di una voce gi estin-
ta; essi, considerati come popolo, sono fuori dal popolo origina-
rio, e per esso estranei, e stranieri. Nella nazione che a tuttoggi si
chiama il popolo in senso assoluto, cio la nazione tedesca, in epo-
ca moderna venuto alla luce, perlomeno finora, qualcosa di ori-
ginale, e si rivelata una forza creatrice del nuovo. Ora, final-
mente, una [375] filosofia divenuta chiara a se stessa tiene di fron-
te a questa nazione lo specchio, in cui essa pu conoscere con la
chiarezza del concetto ci che finora essa stata per natura senza
coscienza manifesta, e ci verso cui essa destinata dalla natura.
A essa viene fatta la proposta di fare di se stessa, in modo intero e
completo, secondo quel concetto chiaro e con arte meditata e li-

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bera, ci che essa dovrebbe essere, di rinnovare il patto, e chiu-


dere il suo cerchio. Il principio secondo cui deve chiuderlo le sta
pronto davanti: chiunque creda nella spiritualit e nella libert di
questa spiritualit, e voglia leterna e continua formazione di que-
sta spiritualit mediante la libert, costui, ovunque sia nato e qua-
lunque lingua parli, della nostra specie, ci appartiene e si unir
a noi. Chiunque creda nella stasi, nel regresso e nella danza circo-
lare, o addirittura ponga al timone del governo del mondo una
morta natura, costui, ovunque sia nato e qualunque lingua parli,
non un tedesco ed per noi un estraneo, ed auspicabile che si
separi completamente da noi, quanto prima, tanto meglio.
E cos, in questa occasione, appoggiandoci a ci che abbiamo
detto prima sulla libert, venga finalmente fuori a voce alta, e chi ha
orecchie per intendere, intenda quali sono le vere intenzioni di quel-
la filosofia che a buon diritto si chiama tedesca; e qual il punto in
cui essa si oppone con rigore serio e inesorabile a ogni filosofia stra-
niera che creda nella morte. Non lo diciamo perch ci che mor-
to possa capirla, il che impossibile, bens perch per esso diventi
pi difficile distorcere le sue parole, e fingere che anchesso voglia e
in fondo intenda la stessa cosa. Questa filosofia tedesca sinnalza ef-
fettivamente, con latto del suo pensiero, allimmutabile pi di tut-
ta linfinit, e trova solamente in questo lessere veridico; non se ne
vanta semplicemente in base alloscuro presentimento che dovreb-
be essere cos, senza essere in grado di realizzarlo. Essa scorge tem-
po, eternit e infinit nel loro sorgere dallapparire e diventare visi-
bile di quellUno che in s [376] assolutamente invisibile, e che vie-
ne colto, e colto correttamente, soltanto in questa sua invisibilit.
Secondo questa filosofia, gi linfinit niente in s, e non le spetta
assolutamente un essere veridico: essa solo il mezzo in cui ci che
unicamente esiste, e che soltanto nella sua invisibilit, diventa vi-
sibile; e da cui, nellambito della figurabilit, gli viene costruita
unimmagine, uno schema e ombra di se stesso. Ora, tutto ci che
pu ancora diventare visibile, allinterno di questa infinit del mon-
do delle immagini, completamente un niente del niente, unom-
bra dellombra, ed soltanto il mezzo in cui diventa visibile quel pri-
mo niente dellinfinit e del tempo, e in cui al pensiero si apre lo slan-
cio verso lessere infigurabile e invisibile.
Ora, allinterno di questa immagine unicamente possibile del-
linfinit, linvisibile emerge immediatamente solo in quanto vita

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del vedere libera e originale; ovvero in quanto decisione della vo-


lont di un essere razionale, e non pu assolutamente emergere e
apparire diversamente. Ogni esserci permanente, che appare come
vita non spirituale, solo unombra vuota, proiettata dal vedere,
mediata in modo molteplice dal niente. Contrapponendosi a que-
sta, e conoscendola in quanto niente mediato in modo molteplice,
il vedere stesso deve elevarsi alla conoscenza del suo proprio nien-
te, e al riconoscimento dellinvisibile in quanto unico vero.
Ora, quella filosofia dellessere, che crede nella morte, resta
prigioniera in queste ombre delle ombre di ombre11. Essa diven-
ta senzaltro filosofia della natura, la pi morta di tutte le filoso-
fie, e teme ed devota alla sua propria creatura12.
Ora, questo persistere lespressione della sua vera vita e del
suo amore, e su ci a questa filosofia si pu credere. Se per, inol-
tre, essa dice che questo essere, da essa presupposto come vera-
mente essente, sia ununica e la stessa cosa dellAssoluto, non bi-
sogna crederle, per quante assicurazioni essa possa fornire, pre-
stasse pure dei giuramenti. Essa questo non lo sa, ma lo dice sol-
tanto sperando nella buona sorte, [377] ripetendolo da unaltra fi-
losofia alla quale non osa contestarlo13. Se lo sapesse, non do-
vrebbe partire dalla dualit in quanto fatto indubitabile, che con
quel colpo di mano essa si limita a togliere, e tuttavia lascia stare,
bens dovrebbe partire dallunit, ed essere in grado di dedurne,
in modo comprensibile ed evidente, la dualit e con essa tutta la

11
Leggi: resta prigioniera nei singoli enti intesi come oggetti particolari, co-
me qualcosa; tali qualcosa per sono semplici proiezioni o concrezioni del-
linfinit dello spazio e del tempo (ombre delle ombre), i quali rappresenta-
no, a loro volta, proiezioni, immagini o schemi delle ombre primarie, co-
stituite dal vedere e dal volere in quanto immagini elementari della vita.
Se teniamo conto che questultima limmagine originaria (Urbild) dellAssolu-
to, abbiamo uno schematismo quintuplice come struttura fondamentale del-
lapparire, o in altri termini: abbiamo la ricostruzione in senso trascendentale-
genetico delle cinque condizioni di possibilit principali, a partire da cui pos-
sibile comprendere il fenomeno nel suo manifestarsi: 1) Assoluto infigurabile;
2) Vita come sua immagine originaria; 3) Vedere e volere; 4) Infinit spazio-
temporale; 5) Enti singolari, o qualcosa.
12 Cio, alla natura intesa come insieme dei singoli enti o qualcosa. Tra-

sparente, soprattutto ai contemporanei, doveva apparire il riferimento a Schel-


ling e ai suoi seguaci.
13 Quasi certamente, questa altra filosofia quella di Spinoza.

108
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molteplicit. Ma per fare questo c bisogno del pensiero, della ri-


flessione attuata e portata fino al termine. In parte, essa non ha
imparato larte di questo pensiero e ne in generale incapace, es-
sa in grado solo di esaltarsi; in parte, essa nemica di questo pen-
siero e non ama provarlo, perch verrebbe turbata nella sua illu-
sione prediletta14.
Ora, questo il punto in cui la nostra filosofia si contrappone
seriamente a quella filosofia, e in questa occasione lo abbiamo vo-
luto dichiarare e testimoniare nella maniera pi esplicita possibile.

14 il caso di ribadire che in queste osservazioni Fichte condensa il frutto

di un incessante lavoro di approfondimento della sua dottrina della scienza, at-


traverso il quale la distanza con Schelling era apparsa al filosofo di Rammenau
sempre pi ampia e incolmabile. Sul confronto Fichte-Schelling, fondamentale
resta ledizione del loro Carteggio e scritti polemici, a cura di F. Moiso, Napoli
1986. La polemica si svilupp pubblicamente con luscita, nellautunno del
1806, dello scritto di Schelling Darlegung des wahren Verhltnisses der Na-
turphilosophie zu der verbesserten Fichteschen Lehre (cfr. F.W.J. Schelling, SW,
a cura di K.F.A. Schelling, Stuttgart-Augsburg 1856-1861, vol. VII, pp. 1-126;
trad. it. Esposizione del vero rapporto della filosofia della natura con la dottrina
fichtiana migliorata, in Carteggio cit., pp. 233-355). Non sembra che Fichte, il
quale nel frattempo si era trasferito a Knigsberg, abbia preso immediata visio-
ne del saggio di Schelling; ma certo, la sua comparsa contribuisce a delineare lo
sfondo in cui va inserito il successivo scritto (rimasto inedito) di Fichte, Bericht
ber den Begriff der Wissenschaftslehre und die bisherigen Schicksale derselben
(1806/07), GA, II, 10, pp. 21-65, trad. it. Rapporto sul concetto della dottrina del-
la scienza e sulle sorti che essa ha avuto sinora, in Carteggio cit., pp. 191-231.
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Ottavo discorso
Che cos un popolo
nel pi alto significato della parola,
e che cos amor di patria?

Gli ultimi quattro discorsi hanno risposto alla domanda: che co-
sa sono i tedeschi, in opposizione agli altri popoli di provenienza
germanica? La dimostrazione che, mediante tutto ci, deve es-
sere condotta per tutta la nostra ricerca, viene completata se alla
nostra ricerca aggiungiamo la domanda: che cos un popolo?
Questultima domanda equivale a unaltra domanda, spesso sol-
levata e alla quale si risposto in modi molto diversi, e risponde
anche a questa: che cos amor di patria? Oppure, esprimendoci
ancora pi esattamente: che cos lamore del singolo per la sua
nazione?1
Se landamento della nostra ricerca fino a qui stato giusto, al-
lora dovrebbe essere chiaro che soltanto il [378] tedesco (lessere
umano autentico, non quello che si spento in un complesso ar-
bitrario di regole) ha e pu contare veramente su un popolo; e che
soltanto egli capace di un amore per la sua nazione genuino e ra-
gionevole.
La seguente considerazione, che in un primo tempo sembra
esterna alla nostra ricerca, ci apre la strada per la soluzione del
compito che abbiamo di fronte.
Come abbiamo gi notato nel nostro Terzo discorso, la reli-
gione ci pu trasportare assolutamente oltre il tempo e oltre lin-

1 Inevitabile il rimando a J.G. Fichte, Der Patriotismus, und sein Gegenteil

(1806/07) [Il patriottismo e il suo contrario], ora in GA, II, 9, pp. 393-445.

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tera vita sensibile presente, senza perci incrinare minimamente


la rettitudine, la moralit e la sacralit della vita afferrata da que-
sta fede. Anche se si convinti che tutto ci che facciamo su que-
sta terra non lascer dietro di s la minima traccia, e non porter
alcun frutto; anzi, che il divino verr addirittura pervertito e uti-
lizzato come strumento del male e di una corruzione morale an-
cora pi profonda; tuttavia, noi possiamo continuare ad agire, an-
che solo per salvaguardare la vita divina sbocciata in noi, e in ri-
ferimento a un ordine delle cose pi alto in un mondo futuro, in
cui nulla di ci che accaduto in Dio va distrutto. Cos per esem-
pio gli apostoli, e in generale i primi cristiani, con la loro fede nel
cielo si erano sollevati dalla terra gi in questa vita, e avevano a tal
punto rinunciato agli affari terreni, allo Stato, alla patria e alla na-
zione terrene, che non li degnavano nemmeno pi della loro con-
siderazione. Ora, per quanto tutto ci sia possibile, e per quanto
sia facile abbandonarsi gioiosamente alla fede, se la volont im-
mutabile di Dio che noi non abbiamo pi una patria sulla terra,
e che quaggi siamo schiavi e reietti; tuttavia, questo non lo sta-
to naturale e la regola del corso del mondo, bens una rara ecce-
zione. Inoltre, fare un uso assai cattivo della religione, che tra gli
altri stato fatto molto di frequente anche dal cristianesimo, se es-
sa fin dallinizio, e senza considerare le circostanze presenti, [379]
mira a raccomandare questo ritirarsi dagli affari dello Stato e del-
la nazione come vera disposizione religiosa. In una simile situa-
zione, se essa vera ed effettiva, e non semplicemente provoca-
ta da fanatismo religioso, la vita temporale perde ogni autonoma
consistenza, e diventa soltanto una soglia di ingresso alla vera vi-
ta, e un difficile esame che si sopporta solo per obbedienza e ras-
segnazione alla volont di Dio; e allora vero, come molti hanno
immaginato, che spiriti immortali siano stati immersi solo per pu-
nizione in corpi terreni come in una prigione. Al contrario, nel-
lordine normale delle cose, la vita terrena deve essere essa stessa
veramente vita, di cui si possa gioire e godere con gratitudine, cer-
to in attesa di una vita pi alta; e bench sia vero che la religione
anche la consolazione dello schiavo oppresso ingiustamente, tut-
tavia il senso religioso consiste innanzi tutto nellinsorgere contro
la schiavit e, se lo si pu impedire, nel non fare scadere la reli-
gione a mera consolazione dei prigionieri. Al tiranno, certo, con-
viene predicare rassegnazione religiosa, e rimandare al cielo colo-

111
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ro ai quali non vuole concedere neppure un posticino sulla terra;


noi altri non dobbiamo avere tanta fretta di fare nostra questa
concezione della religione che egli raccomanda e, se possiamo,
dobbiamo impedire che qualcuno trasformi la terra in un inferno,
per poter suscitare una nostalgia tanto pi grande del cielo.
Limpulso delluomo, cui si pu rinunciare solo in caso di ve-
ra necessit, di trovare il cielo gi su questa terra, e di immette-
re ci che dura in eterno nella sua opera terrena quotidiana; di
piantare e di coltivare nel tempo ci che non passa di non esse-
re collegato alleterno in modo incomprensibile e solo attraverso
un baratro inaccessibile a occhio mortale, bens in un modo visi-
bile allocchio mortale stesso.
Vorrei fare un esempio banale. Quale uomo di animo nobile
non vuole e non desidera ripetere di nuovo, in modo migliore, la
sua vita personale nei suoi figli e poi ancora nei figli di questi? E
[380] sopravvivere ancora a lungo su questa terra dopo la mor-
te, in modo pi nobile e perfetto, nella vita di costoro? Chi non
desidera strappare alla mortalit lo spirito, lanimo e i costumi,
con i quali egli forse, ai suoi giorni, faceva orrore alla perversio-
ne e alla corruzione, mentre rafforzava la rettitudine, rianimava
linerzia, risollevava lumiliazione? E deporre tutto ci, come il
suo lascito migliore per i posteri, negli animi dei suoi successori,
affinch un giorno anche loro possano nuovamente lasciarlo in
eredit, pi bello e pi ricco? Quale uomo di animo nobile non
vuole, con la sua azione o il suo pensiero, spargere un seme per
linfinito perfezionamento, che va sempre avanti, della sua spe-
cie? Gettare nel tempo qualcosa di nuovo, di mai prima esistito,
che resti, e che divenga fonte inesauribile di creazioni? Chi non
desidera ripagare il suo posto su questa terra, e il breve lasso di
tempo che gli concesso, con qualcosa che duri in eterno anche
quaggi, in modo tale che egli, questo singolo, se anche non ve-
nisse ricordato dalla storia (perch aspirare alla fama dei posteri
una spregevole vanit), tuttavia manifesti, lasci testimonianze,
nella sua coscienza personale e nella sua fede, del fatto che an-
chegli esistito? Quale uomo di animo nobile non vuole tutto
questo, ho detto; ma il mondo va considerato e organizzato solo
secondo i bisogni di coloro che la pensano cos, e il mondo esi-
ste unicamente per amor loro. Essi ne sono il nucleo, e anche
quelli che pensano in altro modo, finch la pensano cos, esisto-

112
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no solo per amor loro, e devono adattarsi a loro, finch non sia-
no divenuti come loro.
Ora, che cosa potrebbe fornire garanzia a questa esortazione e
a questa fede delluomo nobile nelleternit e immortalit della
sua opera? Evidentemente, solo un ordine delle cose che egli po-
tesse riconoscere per se stesso eterno, e capace di accogliere in s
leterno. Ma un siffatto ordine la particolare natura spirituale
dellambiente umano, che certo non si pu afferrare in un con-
cetto, ma pure veramente presente, dalla quale [381] sorto egli
stesso con tutto il suo pensare e il suo fare, e con la sua fede nella
loro eternit; il popolo da cui egli proviene e tra cui stato for-
mato, sino a divenire ci che egli adesso. Perch, per quanto sia
indubbio che la sua opera, se egli si appella alla sua eternit a buon
diritto, non affatto il mero risultato della legge di natura spiri-
tuale della sua nazione, n si esaurisce in questo, bens un che di
eccedente e in quanto tale promana immediatamente dalla vi-
ta originaria e divina; tuttavia, altrettanto vero che quellecce-
dente, fin dalla sua prima configurazione in un fenomeno visibi-
le, si disposto sotto quella particolare legge di natura spirituale,
e si formato unespressione sensibile solo conformemente a es-
sa. Ora, finch questo popolo sussiste, anche tutte le ulteriori ma-
nifestazioni del divino, in esso, rientreranno e si daranno una fi-
gura sotto la stessa legge. Ma per il fatto che anchegli esistito e
ha agito cos, questa stessa legge stata ulteriormente determina-
ta, e la sua efficacia diventata una componente costante di essa.
E cos, dunque, egli sicuro che la formazione raggiunta attra-
verso di lui rester nel suo popolo finch questo stesso popolo esi-
ster, e diventer duraturo fondamento di determinazione per
ogni ulteriore sviluppo.
Ora, nel significato superiore della parola, inteso dal punto di
vista della concezione di un mondo spirituale in generale, un po-
polo il tutto degli uomini che sopravvivono insieme in societ, e
che si generano con continuit da se stessi in senso naturale e spi-
rituale, il quale tutto, nel complesso, si trova sotto una certa leg-
ge particolare dello sviluppo del divino da esso. La condivisione
di questa legge ci che nel mondo eterno, e perci anche in quel-
lo temporale, unisce questa moltitudine in un tutto naturale e da
se stesso compenetrato. Questa stessa legge, riguardo al suo con-
tenuto, pu s essere colta nellinsieme, come noi abbiamo fatto

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con i tedeschi in quanto popolo originario; essa pu perfino [382]


essere compresa pi precisamente, in alcune sue ulteriori deter-
minazioni, riflettendo sulle manifestazioni di un popolo siffatto;
ma non potr mai essere compenetrata interamente col concetto
da chiunque resti continuamente sotto il suo influsso inconsape-
vole; bench, in generale, si possa intendere chiaramente che una
legge del genere esiste. Questa legge un di pi della figurabilit,
che nel fenomeno si fonde immediatamente con il di pi dellori-
ginariet infigurabile; e cos dunque entrambi, appunto nel feno-
meno, non possono pi venire separati. Quella legge, in quanto
legge dello sviluppo di ci che originario e divino, determina as-
solutamente e completamente ci che stato chiamato il caratte-
re nazionale di un popolo. Da queste ultime considerazioni chia-
ro che uomini i quali, secondo la nostra descrizione dellesterofi-
lia, non credono affatto in qualcosa di originario e in un suo pro-
gressivo sviluppo, bens soltanto in un circolo eterno della vita ap-
parente e, mediante la loro fede, diventano come credono di es-
sere, non sono affatto un popolo nel senso superiore; e poich di
fatto, in senso proprio, neppure esistono, non sono in grado nem-
meno di avere un carattere nazionale.
La fede delluomo nobile nelleterna durata della sua efficacia
anche su questa terra si basa dunque sulla speranza nelleterna du-
rata del popolo da cui egli stesso si sviluppato, e della sua pecu-
liarit in accordo con quella legge nascosta; senza mescolanza e
corruzione da parte di qualunque cosa sia estranea e non perti-
nente al tutto di questa legislazione. Questa peculiarit leterno
al quale egli affida leternit di se stesso e del suo progressivo ope-
rare, leterno ordine delle cose, in cui egli ripone il suo eterno; egli
deve volere la sua durata, poich soltanto essa per lui il mezzo
di liberazione, mediante cui il breve lasso di tempo della sua vita
quaggi pu prolungarsi in una vita duratura quaggi. La sua fe-
de e il suo sforzo di piantare qualcosa che non passi; il suo con-
cetto, in cui egli coglie la sua vita personale come vita eterna, so-
no il vincolo che congiunge a lui nel modo pi intimo dapprima
la sua nazione, e per mezzo di essa lintero genere umano, e [383]
che introducono nel suo cuore allargato i bisogni di tutti gli uo-
mini, sino alla fine dei giorni. Questo il suo amore per il suo po-
polo: dapprima rispettoso, fiducioso, contento di esso, orgoglio-
so della sua discendenza da esso. In esso apparso un che di di-

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vino, e loriginario lo ha degnato di farne la sua scorza e il suo mez-


zo immediato di confluenza nel mondo; perci anche in seguito,
da esso, scaturir qualcosa di divino. Poi attivo, efficace, sacrifi-
cantesi per esso. La vita, come nuda vita, come continuazione del-
lesserci mutevole, per lui comunque non ha mai avuto valore, egli
lha voluta soltanto come sorgente di ci che dura; ma questa du-
rata gli viene promessa solo dal fatto che la sua nazione continui
a esistere in modo indipendente; per salvare questa, egli deve es-
sere disposto anche a morire, perch essa viva, ed egli viva, in es-
sa, lunica vita che abbia mai desiderato.
Cos . Lamore, che sia veramente amore, e non semplice-
mente unattrazione passeggera, non si appunta mai su qualcosa
di transeunte, ma si risveglia e si accende e riposa soltanto nelle-
terno. Luomo non pu amare nemmeno se stesso, a meno che non
si colga come un che di eterno; altrimenti non pu nemmeno ri-
spettarsi, n approvarsi. Ancora meno egli pu amare qualcosa al
di fuori di s, a meno di non accoglierlo nelleternit della sua fe-
de e del suo animo, e di collegarlo a questi. Chi innanzitutto non
scorge s come eterno, questi in generale non ha amore, e dunque
non pu neppure amare una patria, che per lui non esiste. Chi ma-
gari scorge come eterna la sua vita invisibile, ma non altrettanto la
sua vita visibile, costui pu ben avere un paradiso e in esso la sua
patria, ma quaggi egli non ha alcuna patria, poich anche questa
viene scorta solo sotto limmagine delleternit, e precisamente
delleternit visibile e resa sensibile, e perci neppure lui pu
amare la sua patria. Egli deve essere compianto, se non gliene
stata tramandata alcuna; ma a chi essa stata tramandata, nella-
nimo del quale si compenetrano cielo e terra, visibile e invisibile,
[384] creando soltanto cos un cielo vero e compatto, costui lotta
fino allultima goccia di sangue, per trasmettere ancora una volta
il caro possesso, intatto, alla posterit.
Cos anche stato da sempre, bench non sia mai stato espres-
so con questa universalit e con questa chiarezza. Che cosa entu-
siasmava i nobili romani, le cui disposizioni danimo e modi di
pensare vivono e respirano ancora tra noi nei loro monumenti, fi-
no al punto di sopportare e di compiere fatiche e sacrifici per la
patria? Lo dicono essi stessi, spesso e chiaramente. Era la saldez-
za della loro fede nella durata eterna della loro Roma, e la loro fi-
ducia nella prospettiva di sopravvivere essi stessi, in questa eter-

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nit, eternamente nella corrente del tempo. Nella misura in cui era
fondata e in cui essi stessi lavrebbero colta, se fossero stati per-
fettamente chiari in se stessi, questa fede non li ha ingannati. Ci
che nella loro Roma eterna era davvero eterno, sopravvive in mez-
zo a noi ancora oggi insieme a loro, e sopravviver nelle sue con-
seguenze sino alla fine dei giorni.
Popolo e patria in questo significato, come supporto e pegno
delleternit terrena, e come ci che quaggi pu essere eterno, si
trovano molto al di l dello Stato nel senso comune della parola
oltre lordine sociale, per come esso viene colto nella mera chia-
rezza del concetto, e viene istituito e conservato sotto la direzione
di questultimo. Il concetto esige diritto certo, pace interna, e che
ciascuno trovi col suo impegno il suo sostentamento e la conser-
vazione della sua esistenza sensibile, finch Dio gliela voglia ga-
rantire. Tutto questo soltanto mezzo, condizione e sostegno di
ci che propriamente esige lamor di patria, dello sbocciare del-
leterno e divino nel mondo, in modo sempre pi puro, perfetto e
adeguato nellinfinito procedere. Proprio perci questo amor di
patria deve governare lo Stato stesso, come autorit assolutamen-
te suprema, ultima e indipendente: anzitutto, limitandolo nella
scelta dei mezzi per il suo scopo pi immediato, la pace interna.
A tale scopo, la libert naturale del singolo deve essere senzaltro
limitata in vario modo, e se [385] con gli uomini non si avesse nes-
sun altro riguardo n scopo, allora si farebbe bene a limitarli nel
modo pi stretto possibile, a sottoporre tutte le loro attivit a una
regola uniforme, e a mantenerli sotto una continua sorveglianza.
Se anche questo rigore non fosse necessario, almeno per questu-
nico scopo non potrebbe essere dannoso. Solo una concezione su-
periore del genere umano e dei popoli allarga questa valutazione
limitata. La libert, anche nelle attivit della vita esteriore, il ter-
reno su cui germoglia la cultura superiore; una legislazione che
tenga in vista questultima, lascer alla prima una cerchia ampia il
pi possibile, perfino a rischio di una minore uniformit quanto a
quiete e tranquillit, e bench governare diventi pi difficile e fa-
ticoso.
Per chiarirlo con un esempio: abbiamo visto che ad alcune na-
zioni stato detto apertamente che esse non avrebbero bisogno di
tanta libert quanto alcune altre. Questo discorso pu contenere
perfino un eufemismo, poich in realt si voleva dire che esse non

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potrebbero affatto sopportare tanta libert, e che solo una gran-


de severit potrebbe impedire loro di logorarsi reciprocamente.
Ma se le parole vengono intese cos come sono dette, allora esse
sono vere solo presupponendo che una nazione simile sia assolu-
tamente incapace della vita originaria e dellimpulso a essa. Una
nazione simile, qualora fosse possibile che in essa neppure una mi-
noranza di pi virtuosi faccia eccezione alla regola generale, non
avrebbe bisogno effettivamente di alcuna libert, poich questa
solo per gli scopi superiori che si trovano al di l dello Stato. Es-
sa ha bisogno soltanto delladdomesticamento e addestramento
che consenta ai singoli di esistere pacificamente gli uni accanto
agli altri, e al tutto di venire predisposto come mezzo adeguato
per scopi da porre arbitrariamente, che si trovano fuori di esso.
Noi possiamo lasciare indeciso, se questo possa dirsi con verit di
una nazione qualsiasi; chiaro che un popolo originario ha biso-
gno della libert, che questa il pegno del suo persistere come ori-
ginario, e che nel corso della sua durata [386] esso sopporta sen-
za alcun pericolo un grado di libert sempre crescente. E questo
il primo aspetto riguardo al quale lamor di patria deve gover-
nare lo Stato stesso.
In secondo luogo, esso deve governare lo Stato dandogli uno
scopo superiore a quello comune della conservazione della pace
interna, della propriet, della libert personale, della vita, e del be-
nessere di tutti. Solo per questo scopo superiore, e con nessun al-
tro intento, lo Stato riunisce una potenza armata. Quando entra
in questione lapplicazione di questa, quando si tratta di porre in
gioco tutti gli scopi dello Stato nel mero concetto, propriet, li-
bert personale, vita e benessere, anzi lesistenza dello Stato stes-
so; quando si tratta di decidere, senza un chiaro concetto intellet-
tuale del sicuro raggiungimento di ci che ci si prefigge, respon-
sabili in senso originario e solo verso Dio: allora soltanto, al timo-
ne dello Stato, vige una vita veramente prima e originaria, e solo
a questo punto subentrano i veri diritti di maest del governo,
quelli di mettere a repentaglio, come Dio, la vita inferiore per
amore di una vita pi alta. Nella conservazione della costituzione
tramandata, delle leggi, del benessere borghese, non vi nessuna
vita autentica in senso proprio, e nessuna decisione originaria.
Tutto ci il frutto di circostanze e situazioni, di legislatori forse
morti da lungo tempo; le epoche seguenti procedono fiduciose

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lungo la via tracciata, e cos di fatto non vivono una vita pubblica
loro propria, bens ripetono soltanto la vita di un tempo. In que-
ste epoche non c bisogno di un governo in senso proprio. Ma
quando questo procedere uniforme entra in pericolo, e ora si trat-
ta di decidere su casi nuovi mai ancora esistiti, allora c bisogno
di una vita che viva da se stessa. Qual ora lo spirito cui in casi si-
mili concesso di porsi al timone, che con personale certezza e si-
curezza, e senza oscillare incerto di qua e di l, in grado di deci-
dere, che ha lindubbio diritto di pretendere in modo imperativo
da ciascuno che ne sia coinvolto, lo voglia questi o meno, e di co-
stringere chi oppone resistenza [387] a rischiare tutto, finanche la
propria vita? Non lo spirito del tranquillo amore borghese del-
la costituzione e delle leggi, bens la fiamma divorante del supe-
riore amor di patria, che abbraccia la nazione come scorza delle-
terno, per la quale il virtuoso si sacrifica con gioia, e il vile, che esi-
ste solo in funzione del primo, si deve appunto sacrificare. Non
quellamore borghese della costituzione; a meno che non perda il
ben dellintelletto, esso non ne affatto in grado. Comunque va-
da, poich nessuno governa per niente, un governante per loro si
trover sempre. Lasciate che il nuovo governante pretenda perfi-
no la schiavit (e in che cosa consiste la schiavit, se non nellas-
senza di rispetto e nelloppressione della peculiarit di un popolo
originario, che per quella mente non presente?) lasciate che
pretenda anche la schiavit, poich dalla vita degli schiavi, dalla
loro moltitudine, perfino dal loro benessere si pu trarre vantag-
gio; allora, se quello sufficientemente calcolatore, perfino la
schiavit sotto di lui sembrer accettabile. Perch dunque do-
vrebbero lottare? Per quei due, la cosa pi importante la tran-
quillit. Questa viene soltanto disturbata dalla continuazione del-
la lotta. Essi perci faranno di tutto per terminarla il prima possi-
bile, si adatteranno, cederanno, e perch non dovrebbero? Per lo-
ro non si mai trattato di altro, e dalla vita non hanno mai spera-
to di pi che proseguire nellabitudine di esistere in condizioni ac-
cettabili. La promessa di una vita anche quaggi che duri oltre la
vita quaggi soltanto questa promessa pu entusiasmare fino al-
la morte per la patria.
Cos anche stato finora. Laddove si davvero governato, do-
ve si sono affrontate serie lotte, dove la vittoria stata raggiunta
contro una forte resistenza, l stata quella promessa di vita eter-

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na che governava, lottava e vinceva. nella fede in questa pro-


messa che hanno lottato i protestanti tedeschi ricordati prima in
questi discorsi. Ignoravano forse che i popoli [388] potevano es-
sere governati e tenuti in un ordine giuridico anche con la vecchia
fede, e che anche in questa fede si pu trovare un discreto so-
stentamento? Perch dunque i loro principi decisero la resistenza
armata, e perch i popoli la fornirono con entusiasmo? Erano il
cielo e la beatitudine eterna ci per cui essi versavano volentieri il
loro sangue. Ma quale potere terreno avrebbe dunque potuto pe-
netrare nellintimo santuario del loro animo, e cancellarvi la fede
che ormai era sorta per essi, e su cui soltanto essi fondavano la spe-
ranza nella loro beatitudine? Dunque, non era neanche la loro
personale beatitudine ci per cui essi lottavano; di questa essi era-
no gi sicuri: era la beatitudine dei loro figli, di tutti i loro nipoti
e discendenti che non erano ancora nati; anche questi dovevano
essere allevati in quella stessa dottrina che a loro era apparsa co-
me lunica apportatrice di salvezza, anche questi dovevano diven-
tare partecipi della salvezza che era giunta per loro; fu solamente
questa speranza che veniva minacciata dal nemico, fu per essa, per
un ordine di cose che sarebbe dovuto fiorire sulle loro tombe a
lungo dopo la loro morte, che essi versarono con tanta gioia il lo-
ro sangue. Ammettiamo che non fossero del tutto chiari in se stes-
si, che nel designare ci che di pi nobile era in loro usassero le
parole sbagliate, e facessero torto con la bocca al loro cuore; con-
fessiamo volentieri che la loro professione di fede non era il mez-
zo unico ed esclusivo per diventare partecipi del cielo al di l del-
la tomba: tuttavia questo vero in eterno, cio che mediante il lo-
ro sacrificio, in tutta la vita delle et seguenti arrivato pi cielo
al di qua della tomba, un pi coraggioso e pi gioioso sollevare lo
sguardo da terra, e una pi libera attivit dello spirito; e tanto i di-
scendenti dei loro avversari, quanto noi loro discendenti, godia-
mo fino a oggi dei frutti delle loro fatiche.
In questa fede, i nostri pi antichi antenati comuni, il popolo
che ha dato inizio alla nuova cultura, i tedeschi che i Romani chia-
mavano Germani, si opposero con coraggio allincombente do-
minio universale dei Romani. Non avevano dunque essi davanti
agli occhi la superiore prosperit delle province [389] romane vi-
cino a loro, i godimenti pi fini in esse presenti, e inoltre leggi,
scranni giudiziari, fasci littori e scuri in abbondanza? Non erano

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forse i Romani ben disposti a renderli partecipi di tante benedi-


zioni? Non ebbero prova della tanto lodata clemenza romana in
pi duno dei loro stessi principi, purch questi si facessero con-
vincere del fatto che la guerra contro simili benefattori delluma-
nit era ribellione, mentre gli accondiscendenti venivano insigni-
ti di titoli regi, posti da condottiero nei loro eserciti, bende sacer-
dotali romane, trovando rifugio e sostentamento nelle colonie, se
venivano scacciati dai loro compatrioti? Non avevano alcun sen-
so per i vantaggi della cultura romana, ad esempio per la miglio-
re organizzazione dei loro eserciti, in cui persino un Arminio non
si era vergognato di apprendere il mestiere delle armi?2 Non pu
essere loro imputato nulla di una siffatta ignoranza o mancanza di
considerazione. I loro discendenti, non appena hanno potuto far-
lo senza perdere la loro libert, si sono addirittura appropriati del-
la loro cultura, nella misura in cui era possibile farlo senza smar-
rire la propria peculiarit. Perch dunque hanno lottato per di-
verse generazioni in una guerra sanguinosa, che si sempre rin-
novata con la stessa forza? Uno scrittore romano fa parlare cos i
loro condottieri: A voi non resta che affermare la libert, o mo-
rire prima di diventare schiavi3. Libert era per loro il fatto di ri-

2 Arminio fu il vincitore della battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) contro le le-

gioni romane guidate da Quintilio Varo. Lepisodio citato alla nota seguente
successivo a questo evento.
3 Fichte si riferisce a Tacito, Annali, Libro II, cap. XV, che riteniamo op-

portuno citare per esteso: Orationem ducis secutus militum ardor, signumque
pugnae datum. Nec Arminius aut ceteri Germanorum proceres omittebant suos
quisque testari, hos esse Romanos Variani exercitus fugacissimos qui ne bellum
tolerarent, seditionem induerint; quorum pars onusta uulneribus terga, pars
fluctibus et procellis fractos artus infensis rursum hostibus, aduersis dis obi-
ciant, nulla boni spe. Classem quippe et auia Oceani quaesita ne quis uenienti-
bus occurreret, ne pulsos premeret: sed ubi miscuerint manus, inane uictis uen-
torum remorumue subsidium. Meminissent modo auaritiae, crudelitatis, super-
biae: aliud sibi reliquum quam tenere libertatem aut mori ante seruitium? (cfr.
la trad. it. di B. Ceva, Milano 1951, vol. 1, p. 71: Le parole di Germanico, alle
quali segu il segnale dellinizio della battaglia, accesero lardore dei soldati. Nel
campo opposto, frattanto, sia Arminio, sia ciascuno degli altri capi dei Germa-
ni, non cessavano dal dimostrare ai loro che i nemici che stavan di fronte erano
proprio quei Romani dellesercito di Varo, che erano stati pi veloci nella fuga,
e che, per non voler sopportare la guerra, serano ribellati. Parte di essi aveva il
dorso pieno di ferite, parte con le membra spezzate dalle onde procellose erano
di nuovo gettati a sfidare lostilit degli dei e la ferocia dei nemici, senza spe-
ranza alcuna. Per quanto si fossero serviti della flotta e avessero intrapreso le vie

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manere tedeschi, di continuare a decidere i loro affari in modo in-


dipendente e originario, secondo il loro proprio spirito, e di tra-
piantare questa indipendenza anche nei loro discendenti: tutte
quelle benedizioni, che i Romani offrivano loro, significavano per
loro la schiavit, poich in questo modo essi sarebbero dovuti di-
ventare qualcosa di diverso dallessere tedeschi, sarebbero dovu-
ti diventare mezzi romani. Essi ritenevano naturale che chiunque
avrebbe preferito morire piuttosto che ridursi a questo, e che un
autentico tedesco, appunto, potesse desiderare la vita solo per es-
sere e rimanere tedesco, e per formare tra i suoi dei tedeschi.
[390] Essi non sono tutti morti, non hanno visto la schiavit,
hanno lasciato la libert in eredit ai loro figli. Lintero mondo
moderno deve alla loro tenace resistenza se esso esiste come esi-
ste. Se i Romani fossero riusciti a sottomettere anche loro, e a di-
struggerli in quanto nazione come hanno fatto dovunque, lintero
sviluppo successivo dellumanit avrebbe preso unaltra direzio-
ne, che non si pu credere migliore. Noi, che siamo gli eredi pi
immediati del loro territorio, della loro lingua e della loro dispo-
sizione danimo, dobbiamo a loro il fatto di essere ancora tede-
schi, di essere ancora sostenuti dalla corrente di una vita origina-
ria e indipendente; a essi noi dobbiamo tutto ci che siamo stati
da allora in quanto nazione, a essi dobbiamo ci che saremo an-
cora in futuro, a meno che adesso per noi non sia finita, e nelle no-
stre vene non si sia disseccata lultima goccia del loro sangue. A
essi devono la loro esistenza perfino gli altri popoli, che ora per
noi fanno parte dellestero, ma in loro sono nostri fratelli. Quan-
do essi sconfissero la Roma eterna, non esisteva ancora nessuno di
questi popoli; allora venne conquistata anche per loro la possibi-
lit della loro nascita futura.
Costoro hanno vinto perch erano ispirati dalleterno, e cos
tutti gli altri nella storia universale che erano animati dallo stesso
spirito; e cos questo entusiasmo vince sempre e necessariamente
su chi non ha entusiasmo. Non la forza delle braccia che fa con-

non tentate dellOceano, perch nessuno si opponesse a loro avanzanti e li in-


calzasse, respinti, allorch avessero attaccato battaglia, sarebbero stati sopraf-
fatti e vano aiuto sarebbero stati i remi e i venti. Si ricordassero i Germani del-
la cupidigia, della crudelt, della superbia romane: che altro mai a loro sarebbe
rimasto, pi che salvare la libert o morire prima di cadere in schiavit?).

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quistare le vittorie, n labilit nelle armi, bens la forza dellani-


mo. Chi pone un obiettivo limitato ai suoi sacrifici, e non ama ri-
schiare oltre un certo punto, abbandona la resistenza non appena
il pericolo arriva a questo punto, che egli non pu assolutamente
abbandonare, e di cui non pu assolutamente fare a meno. Chi
non si posto un obiettivo particolare, bens ha messo in gioco
tutto, e la cosa suprema che si possa perdere quaggi, cio la vita,
non abbandona mai la resistenza, e se lavversario ha un obiettivo
limitato, vince senza dubbio. Un popolo capace sia pure soltan-
to nei suoi supremi rappresentanti e condottieri di fissare lo
sguardo sulla visione proveniente dal mondo degli spiriti, quella
dellindipendenza, [391] e di farsi catturare dallamore per essa,
come i nostri antichi antenati, vince senzaltro su un popolo usa-
to, come gli eserciti romani, solo come strumento di unestranea
brama di dominio, e per la sottomissione di popoli indipendenti;
perch i primi hanno tutto da perdere, i secondi solo qualcosa da
guadagnare. Ma per vincere su un modo di pensare che conside-
ra la guerra come un gioco dazzardo con guadagni o perdite tem-
poranei, e in cui la posta gi fissata prima che cominci la parti-
ta, basta anche un capriccio. Pensate per esempio a un Maomet-
to non quello reale della storia, su cui confesso di non avere al-
cun giudizio, ma quello di un noto poeta francese4 che si sia mes-
so in testa di essere una delle rare nature chiamate a guidare lo-
scura plebe della terra, e a cui tutte le sue trovate, per quanto mi-
sere e limitate possano essere in realt, in conformit a quel pri-
mo presupposto devono necessariamente apparire, in quanto so-
no le sue, come idee grandi, sublimi e beatificanti, e tutto ci che
si contrappone a esse come oscura plebe, nemici del loro stesso
bene, malvagi e odiosi; il quale ora, per giustificare di fronte a se
stesso questa sua presunzione come chiamata divina, e completa-
mente immerso in questo pensiero con tutta la sua vita, deve pun-
tare tutto su questo, e non pu stare tranquillo finch non ha cal-

4 Voltaire pubblic la tragedia Le Fanatisme ou Mahomet le prophte nel

1743. Quanto allaffermazione di Fichte, secondo cui egli non avrebbe avuto al-
cuna idea sul Maometto personaggio storico, ci non deve trarre in inganno ri-
spetto alla valutazione che egli diede dellislamismo come movimento teologi-
co-politico a carattere fortemente espansivo. Su questo, Fichte sembra avere le
idee abbastanza chiare: cfr. GZ, lez. 13, pp. 350-352 (trad. it., cit., pp. 306-308).

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pestato chiunque non abbia di lui unopinione altrettanto alta, e


finch tutti coloro che lo circondano non riflettano a lui la sua
stessa fede nella sua missione divina. Io non voglio dire che cosa
gli succederebbe, se davvero entrasse in lizza con lui una visione
spirituale vera e chiara in se stessa; ma con quei limitati giocatori
dazzardo egli la spunter senzaltro, poich egli punta tutto con-
tro di loro, che non puntano tutto; nessuno spirito li spinge, egli
invece spinto da uno spirito fanatico quello della sua forte e
potente presunzione.
Da tutto ci risulta che lo Stato, come mera conduzione della
[392] vita umana che procede nel suo pacifico cammino consue-
to, non niente di primo e di essente per s, bens soltanto il
mezzo per lo scopo superiore della formazione che eternamen-
te procede in modo uniforme del puramente umano in questa
nazione. soltanto la visione dellidea, e lamore per questa eter-
na formazione progressiva, che deve assumere, anche nei periodi
di pace, la superiore sorveglianza sullamministrazione dello Sta-
to, e che pu salvare lindipendenza del popolo, quando essa in
pericolo. Tra i tedeschi, in quanto sono un popolo originario, que-
sto amor di patria possibile e, come crediamo fermamente, fino
a ora stato anche effettivo, e ha potuto contare con grande fidu-
cia sulla sicurezza dei suoi affari pi importanti. Come avvenne
soltanto presso i Greci nellantichit, anche presso di loro lo Sta-
to e la nazione erano separati luno dallaltra, e rappresentati cia-
scuno per s. Il primo era rappresentato nei particolari regni e
principati tedeschi. La seconda era rappresentata, in modo visibi-
le, nella federazione imperiale; in modo invisibile, in una moltitu-
dine di consuetudini e istituzioni. Essa vigeva non secondo un di-
ritto fissato per iscritto, ma vivente nellanimo di tutti, e saltava
agli occhi dappertutto nelle sue conseguenze. Fin dove giungeva
la lingua tedesca, chiunque venisse alla luce nel suo ambito pote-
va considerarsi doppiamente cittadino: in parte del suo Stato di
nascita, alla cura del quale egli era affidato in un primo tempo, in
parte dellintera patria comune della nazione tedesca. A ciascuno
era consentito di ricercare sullintera superficie di questa patria
quella cultura che avesse la massima affinit con il proprio spiri-
to, o lambito dazione a questo adeguato, e il talento non cresce-
va restando al suo posto, come un albero, ma gli era permesso di
cercarsene uno. Chi, a causa della direzione presa dalla sua cultu-

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ra, entrava in conflitto col suo ambiente circostante, trovava fa-


cilmente pronta accoglienza altrove, trovava nuovi amici al posto
dei vecchi, trovava tempo e tranquillit per spiegarsi meglio, for-
se per conquistare e riconciliare quegli stessi che si erano irritati,
ripristinando cos laccordo nel tutto5. Nessun principe tedesco
ha mai preteso [393] di fissare la patria per i suoi sudditi entro le
montagne o i fiumi su cui governava, e di considerarli vincolati a
una zolla di terra. Una verit che non poteva farsi sentire da una
parte, poteva farlo da unaltra, in cui forse al contrario erano vie-
tate quelle cose che l erano permesse; e cos dunque, nonostan-
te diverse unilateralit e meschinit degli Stati particolari, in Ger-
mania, considerata questa come un tutto, vigeva la massima li-
bert di ricerca e di comunicazione che mai un popolo abbia pos-
seduto; e la cultura superiore era e rimase ovunque il risultato del-
lazione reciproca dei cittadini di tutti gli Stati tedeschi, e questa
cultura superiore giungeva dunque per gradi, in questa forma, an-
che al popolo pi ignorante, che perci nella sua globalit conti-
nu sempre a educarsi da se stesso. Questo pegno essenziale per
la sopravvivenza di una nazione tedesca, come abbiamo detto,
non fu sminuito da nessuno spirito tedesco al timone del gover-
no. Pu darsi che non sempre sia avvenuto ci che il superiore
amor di patria tedesco avrebbe auspicato rispetto ad altre deci-
sioni originarie, ma almeno nessuno ha mai agito direttamente
contro il suo interesse, n ha cercato di seppellire, estirpare e so-
stituire quellamore con un amore opposto.
Ma se ora la guida originaria tanto di quella cultura superiore,
quanto della potenza nazionale che pu avere come suo scopo so-
lo quella cultura e la sua durata, se limpiego del patrimonio te-
desco e del sangue tedesco dovessero passare, dal comando di uno
spirito tedesco, sotto un altro comando, che cosa succederebbe
necessariamente?
Questo il punto in cui soprattutto c bisogno della disponi-
bilit, cui ci siamo appellati nel nostro Primo discorso, a non vo-

5 Lo sfondo per la comprensione del passo costituito dalla disputa sul-

lateismo, che si concluse con labbandono, da parte di Fichte, delluniversit


di Jena, e col suo trasferimento a Berlino. Sulle implicazioni filosofiche della vi-
cenda, cfr. G. Rotta, La idea Dio. Il pensiero religioso di Fichte fino allAthei-
smusstreit, Genova 1995.

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lersi ingannare sulle proprie faccende, e del coraggio di voler ve-


dere e ammettere la verit a se stessi; a quanto mi risulta, anco-
ra permesso parlare gli uni con gli altri o almeno sussurrare della
patria in lingua tedesca, e io credo [394] che non faremmo bene
se anticipassimo un simile divieto al nostro stesso interno, e vo-
lessimo incatenare alla vilt di singoli il coraggio che gi in prece-
denza, senza dubbio, avr ponderato il rischio.
Dipingetevi dunque il nuovo potere tanto benigno e benevolo
quanto volete, fatelo buono come Dio; riuscirete a inserire in es-
so anche una divina intelligenza? Poniamo che voglia in tutta se-
riet la suprema felicit e benessere di tutti: sar il benessere su-
premo, che esso in grado di concepire, anche un benessere te-
desco? Cos, spero che mi abbiate capito perfettamente sul pun-
to principale che vi ho esposto oggi, spero che molti di voi abbia-
no pensato e sentito che io esprimo chiaramente ed enuncio con
parole solo ci che riposto da sempre nel vostro animo; spero
che le cose stiano cos anche per gli altri tedeschi che un giorno
leggeranno questi discorsi; inoltre, altri tedeschi hanno detto pi
o meno le stesse cose prima di me; e quellintimo sentimento sta-
to oscuramente alla base della resistenza continuamente attestata
contro unorganizzazione e una disposizione meramente mecca-
nica dello Stato. E ora, io invito tutti coloro che abbiano dimesti-
chezza con la letteratura moderna dei paesi esteri, a indicarmi
quale tra i loro saggi, poeti e legislatori pi recenti abbia mai tra-
dito un presentimento simile a questo, che consideri il genere
umano come eternamente progrediente, e riferisca tutto il suo agi-
tarsi nel tempo solo a questo progresso; se uno qualsiasi, anche nel
momento della sua pi audace creativit politica, abbia mai pre-
teso dallo Stato qualcosa di pi che semplice non diseguaglianza,
pace allinterno, gloria nazionale allestero e, quando ci si spinge-
va al punto pi alto, felicit domestica. Se questo, come bisogna
concludere da tutti questi segnali, ci che per essi vi di pi al-
to, allora essi non attribuiranno anche a noi nessun bisogno pi
alto e nessuna esigenza superiore riguardo alla vita, e sempre
[395] presupponendo quelle benevole disposizioni verso di noi e
lassenza di ogni egoismo e di ogni desiderio di voler essere supe-
riori a noi, crederanno di averci trattato in modo eccellente met-
tendo a nostra disposizione tutto ci che essi ritengono degno di
essere desiderato. Ma allora, ci per cui solamente i migliori tra

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noi amano vivere verrebbe cancellato dalla vita pubblica, e il po-


polo, che si sempre mostrato ricettivo alle sollecitazioni dei mi-
gliori, e che era lecito sperare potesse innalzarsi per la maggior
parte a quella eccellenza, abbassato sotto il suo rango, non ap-
pena venga trattato come vogliono essere trattati loro, privato del-
la sua dignit, cancellato dalla serie degli enti, poich confluisce
in quello di tipo inferiore.
Ora, colui nel quale quelle superiori esigenze riguardo alla vi-
ta, assieme al sentimento del loro divino diritto, sono comunque
rimaste vive e forti, si sente suo malgrado ricacciato in quei primi
tempi del cristianesimo, in cui si diceva: Voi non dovete resiste-
re al male, bens, se uno ti d uno schiaffo sulla guancia destra, tu
porgi laltra guancia, e se qualcuno vuole prenderti il vestito, tu
dagli anche il mantello6; questultima cosa, a ragione: perch fin-
ch vedr che indossi un mantello, cercher di entrare in contat-
to con te per prenderti anche questo; solo quando sarai comple-
tamente nudo sfuggirai alla sua attenzione e verrai lasciato in pa-
ce. Proprio il suo senso superiore, che gli fa onore, rende per lui
la terra un inferno e una nausea, egli desidera non essere mai na-
to, desidera che i suoi occhi si chiudano il prima possibile alla lu-
ce del giorno, i suoi giorni sono avvolti da un dolore inestinguibi-
le fino alla tomba; a chi gli caro, egli non pu augurare dono mi-
gliore che una mente ottusa e senza pretese, per andare incontro
con meno dolore a una vita eterna al di l della tomba.
Questi discorsi vi chiedono di impedire un simile annulla-
mento di ogni pi nobile impulso che possa in futuro svilupparsi
tra noi, e un simile abbassamento di tutta la nostra nazione, me-
diante lunico mezzo che sia ancora rimasto, dopo che gli altri so-
no stati applicati invano. Essi vi chiedono di piantare [396] in tut-
ti gli animi il vero e onnipotente amor di patria mediante leduca-
zione, in modo profondo e indelebile, nella comprensione del no-
stro popolo come eterno e come garanzia della nostra eternit per-
sonale. Quale sia leducazione in grado di farlo, e in che modo, lo
vedremo nei discorsi seguenti.

6 Vangelo secondo Matteo, 5, 39 (La Bibbia concordata cit., p. 18 traduzio-

ne modificata per omogeneit col testo tedesco).

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Nono discorso
A quale punto dato nella realt
sia da collegare la nuova educazione
nazionale dei tedeschi

Col nostro ultimo discorso sono state condotte e completate di-


verse dimostrazioni gi promesse nel primo. Adesso, dicevamo, si
tratta soltanto di salvaguardare direttamente lesistenza e la con-
tinuazione di ci che tedesco, e questo il primo compito. Tut-
te le altre differenze sono sparite a un superiore sguardo dinsie-
me; e con ci non viene recato alcun danno ai legami particolari
che qualcuno crede di avere. Se teniamo a mente la distinzione
compiuta tra Stato e nazione, chiaro che anche in precedenza gli
affari di questi due non potevano mai entrare in conflitto. Il su-
periore amor di patria per il popolo della nazione tedesca nel suo
insieme doveva e dovrebbe comunque assumere la direzione su-
prema in ogni Stato tedesco particolare; nessuno di loro dovreb-
be mai perdere di vista questo affare superiore, senza respingere
da s tutto ci che nobile e valido, e accelerare cos il suo pro-
prio tramonto. Perci, quanto pi qualcuno era preso e animato
da quellaffare superiore, tanto migliore era come cittadino dello
Stato tedesco particolare, in cui cadeva la sua sfera dazione im-
mediata. Stati tedeschi potevano entrare in contrasto con Stati te-
deschi su [397] particolari diritti tradizionali. Chi voleva la conti-
nuazione dello stato tradizionale e chiunque fosse dotato din-
telligenza la doveva volere senza dubbio in ragione delle pi lon-
tane conseguenze doveva desiderare che vincesse la giusta cau-
sa, da qualunque parte essa fosse. Al massimo, uno Stato tedesco
particolare sarebbe potuto arrivare al punto di unificare sotto il

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suo governo lintera nazione tedesca, introducendo un unico do-


minio invece della repubblica di popoli precedente. Se vero, co-
me io ritengo senzaltro, che proprio questa costituzione repub-
blicana stata finora la fonte principale della cultura tedesca, e il
primo mezzo per assicurare il suo carattere specifico, allora, se la
presupposta unit del governo non avesse assunto la forma re-
pubblicana, bens quella monarchica, in cui al detentore del po-
tere fosse stato possibile, per la durata della sua vita, schiacciare
sullintero territorio tedesco un qualsiasi germoglio di cultura ori-
ginale; se questo vero, allora dico che in questo caso sarebbe sta-
ta senzaltro una grande disgrazia per linteresse dellamor di pa-
tria tedesco se questo proposito fosse riuscito, e ciascun uomo di
nobile animo sullintera superficie del territorio comune si sareb-
be dovuto ribellare a tutto ci. Tuttavia, anche in questo caso peg-
giore di tutti, sarebbero stati pur sempre tedeschi a governare so-
pra tedeschi, e a dirigere originariamente i loro affari, e se pure
per un periodo passeggero si fosse sentita la mancanza dello spe-
cifico spirito tedesco, sarebbe comunque rimasta la speranza di
un suo nuovo risveglio, e ogni animo pi forte si sarebbe potuto
ripromettere di trovare ascolto e di farsi intendere su tutto il ter-
ritorio; una nazione tedesca avrebbe comunque conservato la sua
esistenza, e avrebbe governato se stessa, e non sarebbe precipita-
ta in unesistenza di ordine inferiore. Qui lessenziale resta sem-
pre la nostra valutazione che lamore nazionale tedesco sieda al ti-
mone dello Stato tedesco, oppure possa raggiungerlo con il suo
influsso. Ma se in seguito alla nostra premessa precedente questo
Stato tedesco, [398] non importa se esso appaia come uno o di-
versi, di fatto comunque uno cade in generale da una direzio-
ne tedesca sotto una direzione straniera, allora sicuro, e il con-
trario sarebbe del tutto contro natura e assolutamente impossibi-
le, sicuro, dico, che dora in poi non deciderebbe pi un affare
tedesco, bens un affare straniero. Linteresse nazionale tedesco
verrebbe scacciato nel suo complesso dal luogo in cui finora ave-
va avuto la sua sede e veniva rappresentato, dal timone dello Sta-
to. Se ora con ci non deve essere completamente cancellato dal-
la faccia della terra, allora deve essergli preparato un altro rifugio,
e precisamente nellunica cosa rimasta, presso i governati e nei cit-
tadini. Ma se esso fosse gi presso di questi e nella loro maggio-
ranza, non saremmo arrivati al punto su cui ora ci consultiamo; es-

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so perci non presso di loro, e vi deve essere ancora portato. In


altre parole, ci significa che la maggioranza dei cittadini deve es-
sere educata a questo senso patriottico, e per essere sicuri della
maggioranza, questa educazione deve essere tentata con tutti. E
cos dunque, come avevamo promesso in precedenza, abbiamo
anche dimostrato, chiaramente e senza giri di parole, che leduca-
zione e nientaltro assolutamente lunico mezzo che possa salva-
re lindipendenza tedesca; e senza dubbio non sarebbe colpa no-
stra se a questo punto non si riuscisse ancora a capire il contenu-
to vero e proprio e lintenzione di questi nostri discorsi, e il senso
in cui devono essere prese tutte le nostre affermazioni.
Per riassumere ancora pi brevemente: sempre in base alla no-
stra premessa, i minori sono stati privati dei loro tutori paterni e
affini, e al loro posto sono subentrati dei padroni; se quei minori
non vogliono diventare schiavi, allora devono uscire di tutela e,
per poter fare questo, devono essere innanzitutto educati alla
maggiore et. Lamor di patria tedesco ha perduto la sua sede; de-
ve ottenerne unaltra pi ampia e pi profonda, in cui esso si fon-
di e si tempri in quieto nascondimento, e a tempo debito erompa
con forza giovanile, e restituisca anche allo Stato lindipendenza
perduta. Ma su questultimo punto, [399] possono stare tranquil-
li tanto lestero, quanto le afflizioni piccole e meschine tra noi stes-
si; a loro consolazione, possiamo rassicurarli sul fatto che nel com-
plesso essi non ne avranno esperienza, e che il tempo che ne avr
esperienza, la penser diversamente da loro.
Ma per quanto rigorosamente i membri di questa dimostra-
zione possano essere reciprocamente connessi, il fatto che essa
convinca anche altri e li spinga allattivit dipende innanzitutto da
questo, se qualcosa di simile a ci che abbiamo descritto come
specificit tedesca e amor di patria tedesco esista in generale, e se
esso meriti di essere conservato e che ci si sforzi per questo, op-
pure no. Che lo straniero, sia esso estero o interno, risponda a
questa domanda con un no, si capisce da s; ma questi non nep-
pure chiamato a consulto. Del resto bisogna notare, in proposito,
che la risposta a questa domanda non dipende affatto da una di-
mostrazione per concetti, che possono senzaltro portare chiarez-
za, ma non possono affatto dare informazioni sullesistenza o il va-
lore effettivi, bens questi ultimi possono venire accertati solo dal-
limmediata esperienza di ciascuno in lui stesso. In un caso simi-

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le, in milioni potrebbero dire che non c, ma in questo modo non


si pu mai dire nulla di pi se non che, semplicemente, non c in
loro, e niente affatto che non c in generale; e se anche uno solo
insorge contro questi milioni e assicura che c, allora egli ottiene
ragione contro tutti loro. Nulla impedisce, visto che ora parlo pro-
prio io, che nel caso presente io sia questo unico ad assicurare di
sapere per esperienza immediata in se stesso che esiste qualcosa
come un amor di patria tedesco, di conoscere il valore infinito del
suo oggetto, di essere stato spinto solo da questo amore a dire a
suo rischio e pericolo ci che ha detto e che ancora dir, visto
che al momento non ci rimasto nientaltro che il dire, e perfino
questo ci viene ostacolato e impedito in ogni modo. Chi in s sen-
te lo stesso, questi verr convinto; chi non lo sente non pu esse-
re convinto, poich la mia dimostrazione si basa solo su quella
premessa; con lui [400] ho sprecato le mie parole, ma chi non vor-
rebbe rischiare qualcosa di cos poco conto come le parole?
Quella determinata educazione da cui noi ci ripromettiamo la
salvezza della nazione tedesca stata descritta in generale nel no-
stro secondo e terzo discorso. Noi labbiamo designata come una
totale trasformazione del genere umano, e sar opportuno ricol-
legare a questa designazione una ricapitolazione complessiva del-
lintero.
Di regola il mondo sensibile invalso finora come il mondo
giusto, autentico, vero ed effettivamente sussistente, esso era il
primo che veniva presentato allallievo delleducazione; egli veni-
va condotto al pensiero solo a partire da esso, e il pi delle volte
solo a un pensiero diretto a esso e al suo servizio. La nuova edu-
cazione inverte esattamente questo ordine. Per essa, solo il mon-
do che viene colto dal pensiero il mondo vero ed effettivamen-
te sussistente; essa vuole introdurvi il suo allievo non appena ini-
zia con lui. Essa vuole legare a questo mondo tutto il suo amore e
tutto il suo compiacimento, in modo tale che presso di lui una vi-
ta sorga e scaturisca necessariamente solo in questo mondo dello
spirito. Nella maggioranza, finora ha vissuto solo la carne, la ma-
teria, la natura; mediante la nuova educazione, nella maggioran-
za, e anzi presto in tutti gli uomini, deve vivere e spingere solo lo
spirito. Lo spirito saldo e certo, di cui prima abbiamo parlato co-
me dellunica base possibile di uno Stato bene istituito, deve es-
sere universalmente generato.

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Mediante una siffatta educazione, lo scopo che ci siamo pro-


posti per primo, e da cui sono partiti i nostri discorsi, viene rag-
giunto senza alcun dubbio. Quello spirito da generare reca im-
mediatamente in se stesso il superiore amor di patria, il cogli-
mento della sua vita terrena come qualcosa di eterno, e della pa-
tria come portatrice di questa eternit, e qualora venga edificato
tra i tedeschi, reca lamore per la patria tedesca in quanto una
delle sue componenti necessarie; e da questo amore segue da s
il coraggioso difensore della patria, e il quieto e retto cittadino.
Mediante una siffatta educazione viene ottenuto ancor pi di
questo scopo immediato, [401] come sempre avviene quando un
grande obiettivo viene voluto mediante un mezzo comprensivo;
tutto luomo viene compiuto in tutte le sue parti, perfezionato in
se stesso, e dotato verso lesterno di perfetta capacit per tutti i
suoi scopi nel tempo e nelleternit. La natura spirituale ha in-
dissolubilmente collegato la nostra perfetta guarigione da tutti i
mali che ci opprimono alla nostra convalescenza per la nazione e
la patria.
Noi qui non abbiamo pi nulla a che fare n con lottusa me-
raviglia che un siffatto mondo del puro pensiero venga affermato,
e addirittura venga affermato come lunico mondo possibile, men-
tre al contrario il mondo sensibile viene completamente rifiutato;
n con la negazione del primo, o in generale, o anche soltanto ri-
guardo alla possibilit che possa venirvi introdotta la maggioran-
za del popolo incolto. Noi le abbiamo gi prima completamente
respinte da noi. Chi ancora non sa che c un mondo del pensie-
ro, se ne pu istruire altrove coi mezzi a sua disposizione, noi qui
non abbiamo tempo per questa istruzione. Invece, vogliamo mo-
strare come persino la maggioranza del popolo incolto possa es-
sere innalzata a quel mondo.
Ora, poich secondo il nostro intendimento ben meditato il
pensiero di una siffatta nuova educazione non deve essere consi-
derato come una semplice immagine per lesercizio dellacume e
dellabilit polemica, bens deve essere impiegato e introdotto
nella vita allistante, dobbiamo innanzitutto indicare a quale
membro gi presente nel mondo reale questa attuazione debba
collegarsi.
A questa domanda, noi diamo la risposta: essa dovrebbe col-
legarsi al metodo di istruzione scoperto, proposto, e gi felice-

131
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mente attuato sotto i suoi occhi da Johann Heinrich Pestalozzi1.


Noi vogliamo motivare e determinare pi da vicino questa nostra
decisione.
Anzitutto, noi abbiamo letto e meditato gli scritti originali del-
luomo, e ci siamo formati da questi il nostro concetto della sua
arte nellistruzione e nelleducazione. [402] Invece, non abbiamo
voluto per niente informarci su ci che a questo proposito hanno
riportato, opinato, e sulle opinioni di nuovo opinato le gazzette
dei dotti. Osserviamo questo per raccomandare a chiunque voglia
avere un concetto su questo argomento di seguire la stessa strada,
e di evitare costantemente quella opposta. Altrettanto poco ab-
biamo voluto vedere finora qualcosa delleffettiva attuazione, as-
solutamente non per trascuratezza, bens perch volevamo prima
procurarci un concetto saldo e sicuro della vera intenzione dello
scopritore, rispetto al quale lattuazione spesso pu restare indie-
tro. Ma da questo concetto, il concetto dellattuazione e dellesi-
to necessario risulta da s senza alcun tentativo, e dotati solo di es-
so, possiamo capire veramente lattuazione e giudicarla in modo
corretto. Se, come credono alcuni, anche questo metodo distru-
zione dovesse gi essere degenerato, qui e l, in un cieco branco-
lamento empirico e in un vuoto giocherellare e tirare a indovina-
re, a mio avviso la concezione fondamentale dello scopritore al-
meno in ci del tutto innocente.
Per questa concezione fondamentale, garantisce innanzitutto
ai miei occhi il carattere particolare delluomo stesso, per come
egli lo presenta nei suoi scritti con la franchezza pi sincera e ap-
passionata. Io avrei potuto presentare i tratti fondamentali della-
nimo tedesco in lui altrettanto bene che in Lutero o in qualsiasi

1
Del celebre pedagogista svizzero (1746-1827) Fichte tiene presente, oltre
allo scritto citato infra, p. 143 in nota, le seguenti opere: Wie Gertrud ihre Kin-
der lehrt, ein Versuch den Mttern Anleitung zu geben, ihre Kinder selbst zu un-
terrichten (1801), trad. it. Come Geltrude istruisce i suoi figli, a cura di A. Banfi,
Firenze 1929, o quella pi recente di E. Becchi, in J.H. Pestalozzi, Scritti scelti,
a cura della stessa, Torino 1970, pp. 229-410; Buch der Mtter oder Anleitung
fr Mtter ihre Kinder bemerken und reden zu lehren (1803) [Libro delle madri,
ovvero guida per le madri ad insegnare ai loro bambini a osservare e a leggere];
ABC der Anschauung oder Anschauungs-Lehre der Maverhltnisse (1803) [ABC
dellintuizione, ovvero teoria intuitiva dei rapporti di misura]; Anschauungslehre
der Zahlenverhltnisse (1803-1804) [Teoria intuitiva dei rapporti numerici].

132
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altro, qualora ci siano stati altri pari a loro, e dimostrare con gioia
che questanimo stato presente fino a oggi in tutta la sua forza
prodigiosa nellambito della lingua tedesca. Anchegli ha avuto
una vita difficile, e ha lottato con ogni possibile ostacolo, inte-
riormente con la propria cocciuta oscurit e debolezza, egli stes-
so scarsamente dotato dei pi comuni strumenti di uneducazio-
ne dotta; allesterno, con un persistente misconoscimento, verso
un obiettivo appena presentito e a lui stesso del tutto ignoto, so-
stenuto e sospinto da un impulso inesauribile, onnipotente e te-
desco: lamore per il popolo povero pi indifeso. Questo amore
onnipotente ne aveva fatto un suo strumento, proprio come Lu-
tero, solo in [403] un rapporto diverso e pi conforme al suo tem-
po, ed era divenuto la vita nella sua vita. Esso fu per lui il filo con-
duttore saldo e immutabile, a lui stesso sconosciuto, di questa sua
vita, che lo ha condotto attraverso la notte che lo circondava da
ogni parte, e che coron la sera di quella vita poich era impos-
sibile che un amore del genere abbandonasse la terra senza ri-
compensa con la sua scoperta autenticamente spirituale, che ha
fatto molto di pi di quanto egli avesse mai desiderato con i suoi
pi audaci desideri. Egli voleva semplicemente aiutare il popolo;
ma la sua scoperta, assunta in tutta la sua estensione, annulla il po-
polo, toglie ogni differenza tra questo e un ceto colto, invece del-
la ricercata educazione popolare fornisce una educazione nazio-
nale, e avrebbe senzaltro la capacit di sollevare i popoli e linte-
ro genere umano dalla profondit della sua attuale miseria.
Questa sua concezione fondamentale si trova nei suoi scritti
con perfetta chiarezza e precisione non misconoscibile. Prima di
tutto egli vuole, per quanto riguarda la forma, non larbitrio vi-
gente fino a ora e il brancolare alla cieca, bens unarte delledu-
cazione salda e sicuramente calcolata, come vogliamo anche noi,
e come la scrupolosit tedesca deve necessariamente volere; ed
egli racconta molto ingenuamente come un modo di dire france-
se, secondo cui egli avrebbe voluto meccanizzare leducazione, lo
abbia aiutato a far emergere dal sogno questo suo scopo. Per
quanto riguarda il contenuto, il primo passo della nuova educa-
zione da me descritta consiste nello stimolare e nel formare la li-
bera attivit dello spirito del suo allievo, il suo pensiero, in cui pi
tardi deve sorgere per lui il mondo del suo amore. Gli scritti di Pe-
stalozzi si occupano soprattutto di questo primo passo, e il nostro

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esame della sua concezione fondamentale si rivolge prima di tut-


to a questo argomento. Ora, da questo punto di vista, il suo bia-
simo dellistruzione fino a oggi, secondo cui questultima immer-
ge lallievo soltanto in nebbia e in ombre, senza farlo mai arrivare
alleffettiva verit e realt, ha lo stesso significato del nostro, se-
condo cui questa istruzione non potuta intervenire nella vita, n
formarla alla radice; e il rimedio proposto da Pestalozzi, [404] di
introdurre lallievo nellintuizione immediata, ha lo stesso signifi-
cato del nostro, di stimolarne lattivit spirituale alla proiezione di
immagini, e di fargli apprendere tutto ci che apprende solo in
questo libero formare, poich lintuizione possibile solo di ci
che proiettato liberamente. Che lo scopritore abbia effettiva-
mente inteso cos, e non intenda affatto per intuizione quella per-
cezione brancolante alla cieca e a tentoni, dimostrato dalleser-
cizio illustrato in seguito. Allo stesso modo, a questa sollecitazio-
ne dellintuizione dellallievo mediante leducazione viene pre-
scritta, del tutto giustamente, la legge generale e che va molto in
profondit di andare esattamente di pari passo con linizio e il
progresso delle facolt del bambino che si tratta di sviluppare.
Al contrario, tutti gli sbagli nelle espressioni e proposte di que-
sto programma di istruzione pestalozziano hanno come unica fon-
te comune il fatto che lo scopo misero e limitato al quale si mira-
va allinizio, cio fornire, da un lato, laiuto necessario ai bambini
straordinariamente trascurati del popolo, presupponendo che
lintero rimanesse come era, e dallaltro, il mezzo che porta a uno
scopo ben pi alto, si confondono ed entrano in conflitto reci-
proco; e si sar al sicuro da ogni errore, e si otterr un concetto
perfettamente in accordo con se stesso, se si lascer cadere il pri-
mo e tutto ci che seguito alla sua presa in considerazione, e ci
si atterr esclusivamente al secondo e alla sua applicazione conse-
guente. Senza dubbio, la sopravvalutazione del leggere e dello
scrivere, la loro posizione quasi a meta e vertice dellistruzione po-
polare, la sua fede ingenua nel detto dei secoli trascorsi, secondo
cui essi sarebbero i mezzi distruzione migliori, sono sorte nella-
nimo pieno damore di Pestalozzi soltanto dal desiderio di lascia-
re liberi il prima possibile dalla scuola per guadagnarsi il pane
quei figli della pi estrema miseria, e tuttavia di fornire loro un
mezzo con cui potessero riprendere listruzione interrotta. Altri-
menti, egli avrebbe certamente trovato che proprio questo legge-

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re e scrivere stato finora il vero e proprio strumento [405] per


avvolgere gli uomini in nebbia e in ombre, rendendoli saccenti.
Da qui, senza dubbio, derivano anche diverse altre proposte che
stanno in contraddizione col suo principio dellintuizione imme-
diata, e in particolare la sua concezione completamente sbagliata
del linguaggio come mezzo per sollevare la nostra specie dallin-
tuizione oscura ai concetti chiari. Da parte nostra, noi non abbia-
mo parlato di educazione del popolo in opposizione ai ceti supe-
riori, poich noi non vogliamo pi avere il popolo in questo sen-
so di plebe inferiore e volgare, n questa pu pi essere soppor-
tata per gli affari nazionali tedeschi, bens abbiamo parlato di edu-
cazione nazionale. Se mai si dovr giungere a essa, allora il desi-
derio miserabile che leducazione sia terminata il prima possibile
perch il fanciullo possa essere messo al lavoro subito dopo non
deve pi farsi sentire, bens devessere respinto subito alla soglia
della consultazione su questa faccenda. Certo, a mio avviso, que-
sta educazione non sar costosa, le istituzioni potranno in buona
parte mantenersi, e il lavoro non subir alcun danno. A suo tem-
po esporr i miei pensieri sullargomento: ma anche se non fosse
cos, comunque lallievo deve restare nelleducazione incondizio-
natamente e a ogni costo, finch essa sia e possa essere conclusa.
Quelleducazione a met non per niente migliore che nessuna
educazione affatto. Essa lascia tutto come prima, e se si vuole que-
sto, allora meglio risparmiarsi anche la met, e dichiarare subi-
to in partenza che non si vuole venire incontro allumanit. Ora,
posta quella premessa, finch dura la semplice educazione nazio-
nale leggere e scrivere non servono a niente, mentre invece pos-
sono essere assai dannosi, poich [406] potrebbero facilmente
sviare, come del resto accaduto finora, dallintuizione immedia-
ta al mero segno, e dallattenzione, che sa di non sapere niente fin-
ch non lo afferra sul momento, alla distrazione che si fida del suo
trascrivere, e vuole imparare dalla carta ci che probabilmente
non imparer mai, e in generale alla fantasticheria che accompa-
gna cos spesso la pratica con le lettere. Queste arti potrebbero es-
sere comunicate solo alla conclusione delleducazione e come suo
ultimo dono, e lallievo potrebbe essere condotto a scoprire e a
usare le lettere scomponendo il linguaggio, che egli controlla per-
fettamente gi da lungo tempo. Vista la formazione gi consegui-
ta, ci sarebbe per lui un gioco da ragazzi.

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Cos nella semplice e universale educazione nazionale. Le co-


se stanno un po diversamente col futuro dotto. Questi non dovr
pronunciarsi soltanto su ci che vale universalmente, nel modo in
cui lo sa a memoria, bens dovr innalzare alla luce del linguaggio,
anche in solitaria meditazione, la profondit nascosta e a lui stes-
so ignota del suo animo, e perci egli, nella scrittura, dovr ac-
quisire e imparare a formare in anticipo lo strumento di questo
pensiero solitario, eppure sonoro; tuttavia, anche con lui biso-
gner avere meno fretta di quanto accaduto finora. Ci risulter
pi chiaro a suo tempo, con la distinzione tra la semplice educa-
zione nazionale e quella per i dotti.
Tutto ci che lo scopritore dice su parola e suono come mezzi
per lo sviluppo della facolt spirituale, andr corretto e limitato in
conformit con questa concezione. Il programma di questi di-
scorsi non mi permette di entrare nel dettaglio. Soltanto unulti-
ma osservazione per penetrare lintero in profondit. La base per
lo sviluppo di ogni conoscenza contenuta nel suo libro per le
madri, poich tra laltro egli conta molto sulleducazione familia-
re. Anzitutto, per quanto riguarda questultima, leducazione fa-
miliare, noi non vogliamo assolutamente entrare in contrasto con
lui sulle speranze che egli ripone sulle madri; ma per quanto ri-
guarda il nostro concetto superiore di uneducazione nazionale,
noi siamo fermamente convinti che questa, particolarmente pres-
so i ceti lavorativi, non pu assolutamente essere n cominciata,
n continuata, n completata nella casa dei genitori, e in generale
senza una completa separazione dei fanciulli da essi. La pressio-
ne, lansia per il sopravvivere quotidiano, la meschina piccineria e
brama di guadagno che si aggiunge, infetterebbero necessaria-
mente i fanciulli, [407] li umilierebbero e impedirebbero loro di
spiccare liberamente il volo nel mondo del pensiero. Anche que-
sto uno dei presupposti indispensabili per lattuazione del no-
stro programma, e non pu essere in nessun modo trascurato. Ab-
biamo visto a sufficienza che cosa succede quando in complesso
lumanit in ogni epoca successiva si ripete cos come era in quel-
la precedente; se deve essere intrapresa una totale trasformazione
di essa, allora deve essere strappata totalmente da se stessa, e nel
suo tradizionale modo di vivere deve essere inserita una cesura.
Soltanto dopo che una generazione sar passata attraverso la nuo-
va educazione si potr decidere quale parte delleducazione na-

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zionale si potr affidare alla famiglia. Ma a parte questo, e consi-


derando il libro di Pestalozzi per le madri solo come base iniziale
dellistruzione, anche il suo contenuto, il corpo del bambino,
completamente sbagliato. Egli parte dalla proposizione giustissi-
ma che il primo oggetto della conoscenza del bambino debba es-
sere il bambino stesso, ma dunque il corpo del bambino il bam-
bino stesso? Se si trattasse di un corpo umano, il corpo della ma-
dre non gli sarebbe molto pi vicino e visibile? E come fa il bam-
bino ad acquisire una conoscenza intuitiva del suo corpo senza
avere prima imparato a usarlo? Quella cognizione non una co-
noscenza, bens un semplice imparare a memoria dei segni verba-
li arbitrari, che viene provocato dalla sopravvalutazione del par-
lare. La vera base dellistruzione e della conoscenza sarebbe, per
dirlo nel linguaggio di Pestalozzi, un ABC delle sensazioni. Ap-
pena il bambino comincia a percepire suoni linguistici e a for-
marne egli stesso in caso di bisogno, egli dovrebbe essere guidato
a capire esattamente se ha fame o se ha sonno, se vede o se ode la
sensazione presente che egli designa con questa o quella espres-
sione, eccetera, o se pensa semplicemente a qualcosa; in che mo-
do si distinguano le diverse impressioni sullo stesso senso desi-
gnate da parole particolari, per esempio i colori, il suono dei [408]
diversi corpi, eccetera, e in quali gradazioni; tutto ci nella giusta
sequenza, che sviluppi regolarmente la facolt della sensazione.
Solo cos il bambino ottiene un Io che egli separa nel concetto li-
bero e riflesso, e compenetra con esso, e appena si risveglia alla vi-
ta, in questa vita viene inserito un occhio spirituale, che dora in
poi non labbandoner pi. In questo modo, anche le forme in s
vuote della misura e del numero per i successivi esercizi dellin-
tuizione ottengono il loro contenuto interno chiaramente cono-
sciuto, che invece nel modo di procedere di Pestalozzi pu esse-
re loro aggiunto solo attraverso oscura inclinazione e costrizione.
Negli scritti di Pestalozzi si presenta, da questo punto di vista, la
singolare ammissione di uno dei suoi insegnanti, il quale, iniziato
a questo procedimento, cominci a scorgere soltanto corpi geo-
metrici svuotati. Lo stesso capiterebbe a tutti gli allievi di questo
procedimento, se in modo inavvertito la natura spirituale non
proteggesse da questo. Qui, nel comprendere con chiarezza che
cosa si senta veramente, anche il luogo in cui non il segno lin-
guistico, ma il parlare stesso, e il bisogno di esprimersi per gli al-

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tri, forma luomo e lo innalza dalloscurit e dalla confusione alla


chiarezza e alla precisione. Sul bambino che per la prima volta si
risveglia alla coscienza, tutte le impressioni della natura che lo cir-
conda premono nello stesso tempo, e si mescolano in un caos op-
primente in cui dalla confusione generale non emerge nulla di sin-
golare. Com mai possibile uscire da questa ottusit? C bisogno
dellaiuto di altri; egli pu procurarsi questo aiuto solo dicendo
precisamente di che cosa ha bisogno, con le distinzioni da bisogni
analoghi che sono gi deposte nel linguaggio. Seguendo quelle di-
stinzioni egli viene costretto, ritirandosi e concentrandosi su di s,
a osservare ci che sente veramente, a confrontarlo e a distin-
guerlo da altro, che pure conosce, ma che al momento non sente.
Solo in tal modo, in lui, si separa un [409] Io libero e consapevo-
le. Ora questo cammino, che in noi cominciano necessit e natu-
ra, deve essere continuato dalleducazione con arte libera e con-
sapevole.
Nel campo della conoscenza obiettiva, che si rivolge a ogget-
ti esterni, la familiarit col segno linguistico non aggiunge asso-
lutamente nulla per il conoscente stesso alla chiarezza e preci-
sione della conoscenza interna, bens la innalza soltanto alla sfe-
ra completamente diversa della comunicabilit per altri. La chia-
rezza di quella conoscenza si basa totalmente sullintuizione, e
ci che nellimmaginazione si pu riprodurre a proprio piaci-
mento in tutte le sue parti, esattamente nel modo in cui esiste
effettivamente, conosciuto perfettamente sia che si abbia la
parola per dirlo, oppure no. Noi siamo addirittura convinti del
fatto che quel completamento dellintuizione debba precedere
la familiarit col segno linguistico, e che il percorso inverso con-
duca esattamente a quel mondo di ombre e nebbia, e al prece-
dente parlare a vuoto, che Pestalozzi a ragione tanto detesta.
Anzi, crediamo che chi desidera sapere la parola quanto prima
tanto meglio, e pensa di avere accresciuto la sua conoscenza non
appena la sa, viva proprio in quel mondo di nebbia e si preoc-
cupi soltanto di estenderlo. Considerando ledificio di pensiero
dello scopritore nella sua interezza, io credo che proprio questo
ABC della sensazione fosse ci cui egli aspirava come base ini-
ziale dello sviluppo spirituale e come contenuto del suo libro
per le madri, e che gli passava confusamente davanti in tutte
le sue affermazioni sul linguaggio, e che soltanto la mancanza

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di studi filosofici gli abbia impedito di diventare perfettamente


chiaro a se stesso su questo punto.
Ora, presupposto questo sviluppo del soggetto conoscente
stesso nella sensazione, e messo a fondamento come base delle-
ducazione nazionale che abbiamo di mira, il pestalozziano ABC
dellintuizione, la dottrina dei rapporti numerici e di misura, ne
la conseguenza perfettamente adeguata ed eccellente. A questa in-
tuizione si pu collegare una parte a piacere del mondo sensibile,
essa pu essere introdotta nellambito della matematica, finch
lallievo sia sufficientemente formato in questi esercizi prelimina-
ri [410] da essere condotto alla proiezione di un ordine sociale tra
gli uomini e allamore di questo ordine, come secondo ed essen-
ziale passo della sua formazione.
Non va tralasciato un altro argomento egualmente toccato da
Pestalozzi nella prima parte delleducazione: lo sviluppo delle abi-
lit corporee dellallievo, che devono necessariamente progredire
di pari passo con le abilit spirituali. Egli esige un ABC dellarte,
cio del potere corporeo. Le affermazioni che risaltano maggior-
mente, al riguardo, sono le seguenti: colpire, portare, lanciare,
urtare, tirare, girare, lottare, ruotare, eccetera sono gli esercizi pi
facili della forza. C una successione naturale dagli inizi in questi
esercizi fino alla loro arte compiuta, cio fino al grado supremo
del ritmo nervoso, che renderebbe sicuri colpo e urto, salto e lan-
cio in centinaia di gradazioni, e renderebbe certi la mano e il pie-
de. Qui tutto dipende dalla successione naturale, e non basta in-
tervenire con cieco arbitrio e introdurre un esercizio qualsiasi per
poter dire che anche noi abbiamo uneducazione corporea come
i Greci. Da questo punto di vista ancora tutto da fare, poich Pe-
stalozzi non ha lasciato alcun ABC dellarte. Questo andrebbe
fornito, e ci sarebbe bisogno di un uomo che, egualmente a suo
agio nellanatomia del corpo umano e nella meccanica scientifica,
unisse con queste cognizioni un alto grado di spirito filosofico, e
in questo modo fosse capace con completezza onnilaterale di sco-
prire quella macchina in conformit alla quale stato progettato
il corpo umano, e di mostrare come questa macchina possa esse-
re gradualmente sviluppata, in modo che ogni passo accada nel-
lunica giusta sequenza possibile, tutti quelli futuri preparati e fa-
cilitati da ogni altro, cosicch non solo la salute e bellezza del cor-
po e la forza dello spirito non verrebbero messe in pericolo, ma

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addirittura rafforzate ed elevate come questa macchina, dicevo,


possa essere sviluppata in questo modo a partire da ogni sano cor-
po umano. Lindispensabilit di questa componente, per unedu-
cazione [411] che si ripromette di formare tutto luomo, e che si
determina, in particolare, per una nazione che deve recuperare la
sua indipendenza, e in seguito mantenerla, salta agli occhi senza
bisogno di ulteriore commento.
Ci che resta ancora da dire per una determinazione pi pre-
cisa del nostro concetto di educazione nazionale tedesca, lo riser-
viamo al prossimo discorso.
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Decimo discorso
Per la determinazione pi precisa
delleducazione nazionale tedesca

La conduzione dellallievo a rendersi chiare prima le sue sensa-


zioni, quindi le sue intuizioni, con cui deve andare di pari passo
una regolare formazione artistica del suo corpo, la prima parte
principale della nuova educazione nazionale tedesca. Per ci che
riguarda la formazione dellintuizione, Pestalozzi ci d un orien-
tamento adeguato; quello ancora mancante per la formazione del-
la facolt della sensazione potranno darlo facilmente egli stesso e
i suoi collaboratori. Manca ancora una guida per la regolare for-
mazione della forza corporea: ma ci che si richiede per la solu-
zione di questo compito stabilito, ed da sperare che, se la na-
zione dovesse dimostrare desiderio per questa soluzione, questa
stessa si trover. Tutta questa parte delleducazione soltanto
mezzo e preparazione per la sua seconda parte essenziale, ledu-
cazione civile e religiosa. Ci che in generale necessario dire in
proposito, stato esposto nel nostro secondo e terzo discorso, e
da questo punto di vista non abbiamo nientaltro da aggiungere.
Dare una guida precisa per larte di questa educazione sempre,
[412] come si capisce, in consultazione e dialogo con lautentica
arte educativa di Pestalozzi compito della stessa filosofia che
propone in generale uneducazione nazionale tedesca; e questa fi-
losofia non mancher di fornirla, purch sorga il bisogno di una
guida siffatta mediante la completa attuazione della prima parte.
Come sar possibile che ogni allievo, nato anche nel ceto pi umi-
le, visto che il ceto di nascita non fa veramente alcuna differenza

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nelle disposizioni, comprenda, e addirittura comprenda facil-


mente, listruzione su questi argomenti che riguardano, se cos si
vuol dire, la metafisica pi profonda, ed il bottino della specu-
lazione pi astratta, e che risulta impossibile da comprendere per-
fino a dotti e a teste che speculano in proprio, su tutto ci non
il caso di stancarsi prima di cominciare, dubitando di qua e di l:
purch si vogliano seguire i primi passi, ci verr insegnato dalle-
sperienza. Solo perch il nostro tempo in generale prigioniero
nel mondo dei vuoti concetti, e non giunto da nessuna parte al
mondo della vera realt e intuizione, non ci si pu attendere da
esso che cominci a intuire proprio allaltezza dellintuizione pi
spirituale e pi alta di tutte, e dopo essere gi diventato saccente.
Da esso, la filosofia deve pretendere che abbandoni il mondo che
aveva fino a oggi, e che se ne crei uno completamente diverso, e
non bisogna meravigliarsi che una tale pretesa resti senza succes-
so. Lallievo della nostra educazione, invece, subito fin dallini-
zio divenuto intimo nel mondo dellintuizione, e non ne ha mai vi-
sto un altro; egli non deve cambiare il suo mondo, bens solo ac-
centuarlo, e questo avviene da s. Quelleducazione, come abbia-
mo gi detto, anche lunica educazione possibile per la filosofia,
e lunico mezzo per rendere questultima universale.
Ora, con questa educazione civile e religiosa leducazione
conclusa, e lallievo deve essere lasciato libero, e cos in primo luo-
go noi saremmo a posto rispetto al contenuto delleducazione
proposta. [413]
Non bisognerebbe mai stimolare la facolt conoscitiva dellal-
lievo senza che in pari tempo essa diventi amore per loggetto co-
nosciuto, poich altrimenti la conoscenza resterebbe morta, e al-
lo stesso modo non bisognerebbe mai stimolare lamore senza che
esso diventi chiaro alla conoscenza, poich altrimenti lamore re-
sterebbe cieco: si tratta di uno dei princpi fondamentali delle-
ducazione da noi proposta, con cui anche Pestalozzi deve essere
daccordo, in coerenza con limpianto del suo pensiero. Ora, la
sollecitazione e lo sviluppo di questo amore si collegano da s al
percorso regolare dellistruzione seguendo il filo della sensazione,
e arrivano senza alcun proposito o intervento da parte nostra. Il
bambino ha un impulso naturale alla chiarezza e allordine; tale
impulso viene continuamente soddisfatto in quel percorso di
istruzione, e cos riempie il bambino di gioia e piacere; ma, in mez-

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zo alla soddisfazione, esso viene di nuovo sollecitato dalle nuove


difficolt che appaiono, e cos viene ulteriormente soddisfatto, e
cos la vita procede nellamore e nel piacere di imparare. Questo
lamore con cui ciascuno collegato al mondo del pensiero, il le-
game in generale tra mondo sensibile e mondo degli spiriti. Da
questo amore sorge, in questa educazione in modo certo e calco-
lato, il facile sviluppo della facolt conoscitiva, e la felice elabora-
zione dei campi della scienza, ci che finora avvenuto per caso
in alcune teste straordinariamente dotate.
Ma c ancora un altro amore, quello che lega luomo alluo-
mo, e tutti i singoli in una concorde comunit della ragione dal-
luguale disposizione danimo. Come quellamore forma la cono-
scenza, cos questo forma la vita attiva, e spinge a rappresentare il
conosciuto in s e ad altri. Poich per il nostro scopo vero e pro-
prio servirebbe a poco migliorare solo leducazione dei dotti, e le-
ducazione nazionale che abbiamo di mira diretta anzitutto non
a formare dotti, bens appunto uomini, chiaro che anche lo svi-
luppo del secondo amore accanto al primo dovere indispensa-
bile di questa educazione. [414]
Pestalozzi* parla di questo argomento con nobile entusiasmo;
per dobbiamo ammettere che tutto questo non ci parso mini-
mamente chiaro, e tanto meno se dovesse servire come base per
uno sviluppo a regola darte di quellamore. Perci necessario
che noi comunichiamo le nostre idee personali per una base si-
mile.
La comune ammissione che luomo sia per natura egoista, e
che anche il bambino nasca con questo egoismo, e che sia sol-
tanto leducazione a impiantare in esso un movente etico, si ba-
sa su unosservazione assai superficiale, ed assolutamente falsa.
Poich da niente non si pu fare qualcosa, e lo sviluppo per
quanto avanzato di un impulso fondamentale non pu mai farlo
diventare il suo contrario, come sarebbe possibile per leduca-
zione introdurre leticit nel bambino, se questa non fosse in lui
originariamente e prima di ogni educazione? E cos effettiva-

* Ansichten, Erfahrungen und Mittel zur Befrderung einer der Menschen-


natur angemessenen Erziehungsweise [Punti di vista, esperienze e mezzi per pro-
muovere uneducazione conforme alla natura umana], Grff, Leipzig 1807.

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mente in tutti i bambini che vengono al mondo; il compito sol-


tanto di sondare la figura pi originaria e pi pura in cui essa
compare.
Tanto la speculazione conseguente quanto losservazione nel
suo insieme concordano sul fatto che questa figura pi originaria
e pi pura limpulso al rispetto, e che in questo impulso per pri-
mo si danno a conoscere letico, come unico oggetto possibile di
rispetto, il giusto e il buono, la veracit, la facolt dellautocon-
trollo. Nel bambino, questo impulso si mostra anzitutto come im-
pulso anche a essere rispettato da chi gli incute il pi profondo ri-
spetto; e questo impulso, a sicura dimostrazione che lamore non
deriva assolutamente dallegoismo, si rivolge di regola in modo
pi forte e pi deciso al padre, pi serio, spesso assente, e che non
appare immediatamente come qualcuno che gli fa del bene, [415]
piuttosto che alla madre, sempre presente con le sue cure. Il bam-
bino vuol essere notato da lui, vuole avere la sua approvazione;
contento di se stesso solo nella misura in cui questi contento di
lui. Questo lamore naturale del bambino per il padre; non per
colui che cura il suo benessere sensibile, ma per lo specchio che
gli riflette il suo proprio valore o disvalore. A questo amore, il pa-
dre ora pu collegare facilmente dura obbedienza e ogni sacrifi-
cio; per la ricompensa della sua affettuosa approvazione, egli ob-
bedisce con gioia. Ancora, lamore che egli desidera dal padre
che questi noti il suo sforzo di essere buono e lo riconosca, che
mostri di essere contento quando lo pu approvare, e di essere di-
spiaciuto di cuore quando lo deve rimproverare; che non deside-
ri nientaltro se non di poter essere sempre contento di lui, e che
tutte le sue esigenze verso il bambino hanno soltanto lintenzione
di renderlo sempre migliore e pi degno di rispetto. La vista di
questo amore vivifica e rafforza a sua volta durevolmente lamore
del bambino, e gli d nuova forza per tutti i suoi sforzi ulteriori.
Al contrario, questo amore viene ucciso dalla non considerazione,
o da un continuo e iniquo misconoscimento, ma in modo parti-
colare genera addirittura odio, se nel modo di trattare il bambino
si fa scorgere egoismo, e per esempio una perdita causata dalla sua
imprudenza viene trattata come un crimine gravissimo. Egli allo-
ra si vede trattato come un mero strumento, e questo indigna il
suo sentimento, certo oscuro ma pure mai assente, che egli do-
vrebbe avere un valore per se stesso.

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Per provare questo con un esempio. Che cos che al dolore


della correzione nel bambino aggiunge la vergogna, e che cos
questa vergogna? Evidentemente, essa il sentimento dellauto-
disprezzo che deve sopraggiungere quando gli viene testimoniata
la disapprovazione dei suoi genitori ed educatori. Perci anche,
in un contesto in cui la punizione non accompagnata da vergo-
gna, non abbiamo pi a che fare con leducazione, e la punizione
appare come una violenza [416] da cui lallievo si distanzia con
senso superiore, prendendosi gioco di essa.
Dunque questo il legame che connette gli uomini nellunit
del senso, e il cui sviluppo una delle componenti principali del-
leducazione per diventare uomo niente affatto amore sensibile,
bens impulso al rispetto reciproco. Questo impulso si forma in un
duplice modo: nel bambino, a partire dal rispetto incondizionato
per lumanit adulta fuori di lui, allimpulso di essere rispettato da
essa, e a ricavare, dalleffettivo rispetto di questa, in che misura an-
chegli possa rispettarsi. Questa fiducia in una misura estranea del-
lautostima, che si trova fuori di noi, anche il fondamentale trat-
to caratteristico dellinfanzia e dellimmaturit, sulla cui presenza
esclusivamente si basa la possibilit di ogni insegnamento e di ogni
educazione a uomo completo della giovent in crescita. Luomo
maturo ha la misura della sua autovalutazione in lui stesso, e vuole
essere rispettato da altri solo nella misura in cui essi stessi si sono
resi degni del suo rispetto; e in lui questo impulso prende la forma
del desiderio di poter rispettare altri, e di produrre qualcosa al di
fuori di s che sia degno di rispetto. Se nelluomo non ci fosse un
simile impulso fondamentale, come si spiegherebbe il fenomeno
per cui anche alluomo solo passabilmente buono dispiace trovare
gli uomini peggiori di quello che pensava, e che lo addolora profon-
damente doverli disprezzare, mentre allegoismo, al contrario, do-
vrebbe fare piacere potersi sollevare altezzosamente sugli altri?
Ora, questultimo tratto fondamentale della maturit deve essere
rappresentato dalleducatore, come si pu contare con sicurezza
sul primo per quanto riguarda lallievo. Da questo punto di vista,
lo scopo delleducazione quello di produrre la maturit nel senso
da noi indicato, e solo dopo che questo scopo stato raggiunto le-
ducazione effettivamente completa e terminata. Finora molti uo-
mini sono rimasti bambini per tutta la loro vita; quelli che per es-
sere contenti avevano bisogno dellapprovazione dellambiente, e

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[417] credevano di non aver fatto nulla di buono a meno che non
fossero approvati da esso. A loro si sono contrapposti, come carat-
teri forti e potenti, i pochi che furono in grado di sollevarsi oltre il
giudizio degli altri, e di bastare a se stessi; e di regola questi sono
stati odiati, mentre quegli altri, bench non stimati, venivano con-
siderati amabili.
La base di ogni educazione etica sapere che nel bambino esi-
ste un simile impulso, e presupporlo con fermezza, in modo da ri-
conoscerlo quando appare, e da svilupparlo gradualmente sempre
di pi mediante adeguate sollecitazioni e la presentazione di una
materia in cui si possa soddisfare. La regola prima di tutte diri-
gerlo sullunico oggetto a esso adeguato, cio letico, senza invece
metterlo a tacere con una materia a esso estranea. Per esempio,
limparare ha la sua attrattiva e la sua ricompensa in se stesso; al
massimo, potrebbe meritare approvazione un impegno esaspera-
to, come esercizio di autosuperamento. Ma questo libero impe-
gno, che va oltre quanto viene richiesto, difficilmente trover po-
sto almeno nella semplice, universale educazione nazionale. Per-
ci, che lallievo impari ci che deve, deve essere considerato co-
me qualcosa di ovvio e su cui non c niente da dire; anche lap-
prendere pi veloce e migliore dellintelligenza pi dotata deve es-
sere considerato come un semplice fatto naturale, che non le pro-
cura nessuna lode o distinzione, e ancora meno copre altri difet-
ti. A questo impulso deve essere assegnata la sua sfera dazione so-
lo nelletico; ma la radice di ogni eticit lautocontrollo, lauto-
superamento, la subordinazione dei propri impulsi egoistici al
concetto dellintero. Solo in virt di questultima e assolutamente
di nientaltro sarebbe possibile allallievo ottenere lapprovazione
delleducatore, di cui destinato ad avere bisogno dalla sua natu-
ra spirituale e dallabitudine creata dalleducazione. Come abbia-
mo gi ricordato nel nostro secondo discorso, ci sono due modi
molto diversi di quella subordinazione del S personale allintero:
innanzitutto, quella [418] che deve essere assolutamente, e non
deve essere tralasciata da nessuno in nessuna parte, la sottomis-
sione alla legge della costituzione, stabilita per amore del sempli-
ce ordine dellintero. Chi non va contro di essa si limita a non ri-
cevere disapprovazione, ma non gli viene assolutamente tributata
approvazione; mentre chi va contro di essa verrebbe colpito da di-
sapprovazione e biasimo effettivi, che nel caso in cui la mancanza

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fosse pubblica, dovrebbero essere comminati altrettanto pubbli-


camente e, qualora non dessero alcun frutto, dovrebbero essere
rafforzati persino con una punizione supplementare. Poi c una
subordinazione del singolo allintero che non pu essere pretesa,
ma soltanto fornita volontariamente: aumentare e accrescere il be-
nessere dellintero mediante il proprio sacrificio. Per imprimere
agli allievi fin dalla giovinezza il vero rapporto reciproco tra la me-
ra legalit e questa virt superiore, sar opportuno permettere
questi sacrifici volontari solo a chi per un certo periodo di tempo
non stato accusato di niente per il primo aspetto, di negare in-
vece il permesso a chi non ancora sicuro nella regolarit e nel-
lordine di se stesso. Gli oggetti di queste prestazioni volontarie
sono stati indicati in generale gi prima, e risulteranno ancora pi
chiaramente in seguito. A questa specie di sacrificio venga tribu-
tata attiva approvazione, effettivo riconoscimento dei suoi meriti,
ma assolutamente non pubblicamente, come lode che potrebbe
corrompere lanimo e renderlo vanitoso, allontanandolo dallin-
dipendenza, bens in segreto e con lallievo da solo. Questo rico-
noscimento non deve essere nulla pi che la sua buona coscienza
presentata allesterno, e la conferma della sua soddisfazione con
se stesso, della sua autostima, e lincoraggiamento a confidare in
se stesso anche in seguito. I vantaggi che in tal caso si hanno di mi-
ra verrebbero promossi in modo eccellente dalla istituzione se-
guente. Nel caso in cui vi siano diversi educatori ed educatrici, il
che presupponiamo come la regola, ogni bambino ne scelga libe-
ramente uno, a seconda di come lo spinge la sua fiducia e il suo
sentimento, come amico particolare [419] e per cos dire consi-
gliere di coscienza. Da lui egli cerchi consiglio ogniqualvolta gli
riesca difficile fare la cosa giusta; questi lo assista con consigli ami-
chevoli; sia il confidente delle prestazioni volontarie che egli as-
sume; e infine sia quello che corona con la sua approvazione ci
che eccellente. Ora, nelle persone di questi consiglieri di co-
scienza, leducazione dovrebbe promuovere con forza progressi-
vamente sempre maggiore, in ciascuno alla sua maniera, lautosu-
peramento e lautocontrollo; e cos sorgeranno gradualmente fer-
mezza e indipendenza, con la generazione delle quali leducazio-
ne si conclude e si conserva per il futuro. Lambito del mondo eti-
co si schiude per noi nel modo pi chiaro mediante il nostro fare
e il nostro agire, ed a colui per il quale sorto in questo modo, es-

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so sorto effettivamente. Costui, ora, sa da s ci che ne costitui-


sce il contenuto, e non ha pi bisogno di un testimone estraneo,
bens pu formulare in prima persona un giudizio giusto su di s,
e dora in poi maggiorenne.
Con ci che abbiamo appena detto, noi abbiamo colmato una
lacuna che era rimasta nella nostra presentazione precedente, e ab-
biamo reso infine la nostra proposta veramente attuabile. Il com-
piacimento in ci che buono e giusto per amore di esso deve su-
bentrare mediante la nuova educazione al posto della speranza o
paura sensibile impiegata finora, e questo compiacimento deve
porre in movimento tutta la vita futura come unico movente. Que-
sto laspetto principale della nostra proposta. La prima domanda
che ora incalza : Ma come pu essere prodotto quel compiaci-
mento? Prodotto, nel senso vero e proprio della parola, certo non
pu essere, poich luomo dal nulla non pu fare qualcosa. Se la no-
stra proposta deve essere in qualche modo realizzabile, questo
compiacimento deve essere presente in modo originario e assolu-
tamente in tutti gli uomini senza eccezione, ed essere loro innato.
E cos anche effettivamente. Il bambino senza eccezione vuol es-
sere buono e giusto, non vuole affatto semplicemente stare bene
come un giovane animale. Lamore la [420] componente fonda-
mentale delluomo; esso esiste appena esiste luomo, in modo inte-
ro e completo, e non gli si pu aggiungere niente; poich esso gia-
ce al di fuori del fenomeno sempre crescente della vita sensibile, ed
indipendente da essa. Solo la conoscenza ci a cui questa vita
sensibile si collega, e che sorge e continua a crescere con questa. Es-
sa si sviluppa solo lentamente e gradualmente nel corso del tempo.
Ora, come potrebbe quellamore innato venir fuori, svilupparsi ed
esercitarsi oltre i tempi dellignoranza, finch non sorga un intero
ordinato di concetti del buono e del giusto, al quale il trainante
compiacimento possa collegarsi? La natura razionale ha risolto la
difficolt senza il nostro intervento. La coscienza che al bambino
manca nella sua interiorit gli si rappresenta e incorpora allester-
no nel mondo degli adulti. Finch in lui stesso non si sviluppa un
giudice intelligente, egli viene rinviato a questo da un impulso na-
turale, e cos gli viene data una coscienza al di fuori di lui, fino a che
non se ne produca una in lui stesso. Questa verit finora poco no-
ta deve essere riconosciuta dalla nuova educazione, ed essa deve
guidare verso il giusto lamore che presente senza il suo interven-

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to. Finora questa ingenuit e infantile credulit dei minori nella su-
periore perfezione degli adulti stata impiegata di regola per la lo-
ro rovina; proprio la loro innocenza e la loro fede naturale in noi ci
hanno reso possibile trapiantare in essi, ancor prima che potessero
distinguere il bene e il male, invece del bene che interiormente vo-
levano, la nostra corruzione, che se avessero potuto conoscere
avrebbero respinto.
Questa la colpa pi grande che grava sul nostro tempo; e cos
si spiega anche il fenomeno che si presenta ogni giorno, per cui di
regola luomo diventa tanto pi cattivo, egoista, morto a ogni buo-
na sollecitazione, e inadatto a ogni opera buona, quanti pi anni
conta, e perci quanto pi si allontanato dai primi giorni della sua
innocenza, che in un primo momento continuano pur sempre a ri-
suonare sommessamente in alcune premonizioni del bene; [421]
inoltre, cos si dimostra che la presente generazione, se non opera
una cesura assolutamente lacerante nel suo sopravvivere, lascer
necessariamente dietro di s una posterit ancora pi corrotta, e
questa cos a sua volta. Di tali uomini, un maestro del genere uma-
no degno di venerazione dice, con verit che coglie nel segno, che
per loro sarebbe meglio se per tempo venisse loro appeso al collo
un masso, ed essi venissero annegati nel mare, nel punto dov pi
profondo1. una calunnia ripugnante della natura umana dire che
luomo nato peccatore; se fosse vero, come potrebbe mai giun-
gergli anche soltanto un concetto di peccato, che certo possibile
soltanto per opposizione a ci che peccato non ? Egli si fa pecca-
tore vivendo; e la vita umana fino a oggi, di regola, era uno svilup-
po della peccaminosit colto in crescente progresso.
Ci che abbiamo detto mostra in una nuova luce la necessit di
fare posto senza indugio a uneffettiva educazione. Se la giovent
in crescita potesse soltanto crescere senza alcun contatto con gli
adulti e del tutto senza educazione, allora si potrebbe pur sempre
fare il tentativo di vedere che cosa ne verrebbe fuori. Ma anche se
noi la lasciamo solo in nostra compagnia, la sua educazione si fa da
sola senza alcun nostro desiderio o volont; essi stessi si educano su
di noi: il nostro modo di essere si imprime su di loro come loro mo-
dello, ci imitano anche senza che noi lo vogliamo, e non desidera-

1 Vangelo secondo Matteo, 18, 6.

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no altro che diventare come siamo noi. Ora per noi siamo, di re-
gola e in gran maggioranza, assolutamente viziosi, in parte senza sa-
perlo, e in quanto noi stessi, altrettanto ingenui dei nostri figli,
prendiamo per giusta la nostra viziosit; oppure, se anche lo sa-
pessimo, come potremmo noi, in compagnia dei nostri figli, de-
porre immediatamente ci che una lunga vita ha trasformato in una
seconda natura, e scambiare tutto il nostro vecchio senso e spirito
con uno nuovo? Essi devono corrompersi al nostro contatto, que-
sto inevitabile; se abbiamo una scintilla damore per loro, allora
dobbiamo [422] allontanarli dal cerchio della nostra influenza ap-
pestante, ed edificare per loro un soggiorno pi puro. Noi dobbia-
mo portarli nella societ di uomini che, comunque stiano le cose
con loro per il resto, attraverso esercizio e abitudine costanti ab-
biano almeno acquisito la capacit di capire che i bambini li osser-
vano, e la facolt di controllarsi almeno per quel periodo, e la co-
gnizione di come si debba apparire ai bambini; noi non dobbiamo
pi riammetterli da questa societ alla nostra, prima che abbiano
imparato a respingere opportunamente tutta la nostra corruzione,
e siano completamente protetti da ogni infezione.
Tanto abbiamo ritenuto necessario presentare qui sulleduca-
zione alleticit in generale.
stato pi volte ricordato che i bambini dovrebbero vivere as-
sieme soltanto ai loro insegnanti e custodi, in totale separazione
dagli adulti. ovvio senza bisogno di sottolinearlo che questa
educazione deve essere impartita a entrambi i sessi nello stesso
modo. Una separazione di questi in istituzioni particolari per ra-
gazzi e ragazze sarebbe controproducente, e annullerebbe molte
parti importanti delleducazione per diventare un essere umano
completo. Gli oggetti dellistruzione sono eguali per entrambi i
sessi; la differenza che ha luogo nei lavori potrebbe essere osser-
vata facilmente anche nella comunanza della restante educazione.
La societ minore in cui essi vengono formati a esseri umani deve
consistere nellunificazione di entrambi i sessi, come la societ
maggiore in cui un domani entreranno come esseri umani com-
pleti; entrambi devono prima reciprocamente riconoscere luno
nellaltro la comune umanit, e imparare ad amarla, e avere amici
e amiche prima che la loro attenzione si appunti sulla differenza
sessuale, ed essi diventino sposi e spose. Inoltre, il rapporto reci-
proco tra i due sessi deve essere rappresentato nellistituzione

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educativa e venire formato negli allievi, in completa, salda prote-


zione da un lato, in amorosa prossimit dallaltro. [423]
Se si dovesse arrivare allattuazione della nostra proposta, il
primo compito sarebbe quello di progettare una legge per la co-
stituzione interna di queste istituzioni educative. Se si capito be-
ne il concetto fondamentale da noi stabilito, questo un lavoro fa-
cilissimo, e noi non ci vogliamo fermare proprio qui.
Una delle principali esigenze di questa nuova educazione na-
zionale che in essa imparare e lavorare siano unificati, che listi-
tuzione almeno agli allievi sembri mantenersi mediante se stessa, e
che ciascuno venga mantenuto nella coscienza di contribuire a que-
sto scopo con tutte le sue forze. Questo richiesto immediatamen-
te gi dal compito delleducazione stessa, assolutamente ancora
senza alcun riferimento allo scopo della sua attuabilit esterna e
della sua economicit, che senza dubbio si richieder alla nostra
proposta. In parte, perch tutti quelli che passano semplicemente
attraverso leducazione nazionale universale sono destinati ai ceti
lavorativi, e della loro educazione fa parte senzaltro la formazione
ad abili lavoratori; ma in modo particolare, perch la fondata fidu-
cia di potersela cavare nel mondo grazie alle proprie forze, e di non
avere bisogno per il proprio sostentamento di alcuna benevolenza
estranea, fa parte dellindipendenza personale delluomo, e condi-
ziona lindipendenza etica molto pi di quanto si sia creduto fino-
ra. Questa formazione fornirebbe unaltra parte delleducazione,
che finora di regola stata anchessa lasciata in preda al cieco caso,
che si potrebbe chiamare leducazione economica, e che non deve
essere in nessun modo considerata dal misero e limitato punto di
vista di cui alcuni si prendono gioco chiamandolo economia, ben-
s dalla posizione etica superiore. Il nostro tempo stabilisce spesso
come un principio superiore a ogni obiezione che, se si vuole vive-
re, si deve adulare, strisciare, farsi utilizzare per qualsiasi cosa, e che
non pu andare altrimenti. Esso non si accorge che, se anche gli si
volesse risparmiare leroico, ma assolutamente vero, detto contra-
rio, che se cos, esso [424] dovrebbe non vivere, ma morire, ri-
mane ancora losservazione, che esso avrebbe dovuto imparare a
vivere con onore. Proviamo a informarci pi da vicino sulle perso-
ne che si contraddistinguono per una condotta disonorevole; si tro-
ver sempre che non hanno imparato a lavorare, o che disprezzano
il lavoro, e che per giunta sono anche cattivi economi. Perci lal-

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lievo della nostra educazione deve essere abituato alla laboriosit,


affinch sia immune dalla tentazione della disonest mediante la
cura per il nutrimento, e come primissimo principio dellonore de-
ve essergli impresso nellanimo il fatto che vergognoso voler es-
sere debitore del proprio sostentamento ad altro che non sia il pro-
prio lavoro.
Pestalozzi vuole accompagnare allapprendimento lesercizio
di un lavoro manuale di ogni tipo. Mentre non vogliamo negare la
possibilit di questa unificazione alla condizione da lui stabilita
che il bambino possa svolgere gi perfettamente il lavoro manua-
le, pure questa proposta ci sembra derivare dalla povert del pri-
mo scopo. A mio parere, listruzione dovrebbe essere presentata
in modo cos sacro e degno di onore, che essa avrebbe bisogno di
tutta lattenzione e la concentrazione, e non potrebbe essere rice-
vuta vicino a unaltra attivit. Se nelle stagioni in cui lallievo co-
munque chiuso nella sua stanza si dovessero esercitare, nelle ore
di lavoro, lavori come fare a maglia, tessere e simili, allora affin-
ch lo spirito resti in attivit sar assai opportuno collegare a essi
esercitazioni spirituali in comune sotto sorveglianza; tuttavia
adesso la cosa principale il lavoro, e queste esercitazioni non de-
vono essere considerate come istruzione, ma solo come un gioco
rasserenante.
Tutti questi lavori di tipo inferiore devono essere rappresenta-
ti in generale solo come cosa accessoria, assolutamente non come
il lavoro principale. Questo lavoro principale lesercizio della-
gricoltura e del giardinaggio, dellallevamento, e di quelle attivit
artigianali di cui hanno bisogno nel loro piccolo Stato. Si capisce
che la partecipazione richiesta a ciascuno dovr essere proporzio-
nata alla forza corporea della sua et, e [425] la forza mancante
dovr essere sostituita da macchine e strumenti da inventare. Il
punto di vista principale in proposito che essi, per quanto pos-
sibile, devono capire nei suoi fondamenti ci che fanno, che essi
abbiano gi ottenuto le cognizioni, necessarie alle loro attivit,
sulla generazione delle piante, sulle propriet e i bisogni del cor-
po animale, sulle leggi della meccanica. In questo modo, in parte
la loro educazione diventa gi unistruzione conseguente sulle at-
tivit che essi dovranno intraprendere in seguito, e lagricoltore
pensante e intelligente viene formato nellintuizione immediata;
in parte, il loro lavoro meccanico viene gi ora nobilitato e spiri-

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tualizzato, esso prova nella libera intuizione di ci che essi han-


no compreso proprio nella misura in cui esso lavoro per il so-
stentamento, e anche in compagnia con lanimale e la zolla di ter-
ra essi restano nellambito del mondo spirituale, e non si abbas-
sano a questi ultimi.
La legge fondamentale di questo piccolo Stato economico
che in esso non pu essere usato nessun articolo di cibo, vestiario,
eccetera n, nella misura del possibile, nessuno strumento che
non sia stato prodotto e perfezionato al suo stesso interno. Se que-
sta amministrazione domestica ha bisogno di un sostegno dalle-
sterno, allora i prodotti le verranno offerti in natura, ma non di
specie diversa da quelli che ha anchessa, e certo senza che gli al-
lievi sappiano che la loro riserva stata accresciuta, o qualora ci
sia opportuno, che essi la ricevono solo in prestito, e dovranno re-
stituirla a tempo debito. Ciascuno ora lavori con tutte le sue for-
ze per questa indipendenza e autosufficienza dellintero, senza
per fare calcoli con esso o pretendere per s una qualche pro-
priet. Ciascuno sappia di essere interamente debitore dellinte-
ro, e goda solo o, se necessario, soffra con lintero. In questo mo-
do, lindipendenza onorevole dello Stato e della famiglia in cui do-
vr entrare un domani, e il rapporto con essi dei loro singoli mem-
bri, [426] viene presentato allintuizione vivente e prende radice
in modo indelebile nel suo animo.
Qui, in questa guida al lavoro meccanico, il punto in cui si
separa leducazione dei dotti che fa parte delleducazione nazio-
nale universale e che si basa su di essa, e qui dobbiamo parlarne.
Ho detto: leducazione dei dotti che fa parte delleducazione na-
zionale universale. Se poi venga anche permesso, a chiunque cre-
da di avere abbastanza patrimonio per studiare, o per qualunque
motivo si annoveri tra gli attuali ceti superiori, di seguire il cam-
mino finora consueto delleducazione dei dotti, lo lascio in sospe-
so: se mai si dovesse arrivare alleducazione nazionale, lesperien-
za insegner come la maggioranza di questi dotti, con lerudizio-
ne che si sono comprati, potr reggere il confronto non voglio di-
re col dotto formato nella nuova scuola, ma addirittura con luo-
mo comune uscito da essa. Ma ora non voglio parlare di questo,
ma delleducazione dei dotti nel nuovo modo.
Per quanto riguarda i princpi di essa, anche il dotto futuro de-
ve essere passato attraverso leducazione nazionale universale, e

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deve avere ottenuto in modo chiaro e completo la prima parte di


essa, lo sviluppo della conoscenza nella sensazione, nellintuizio-
ne e in ci che si collega a esse. Solo al fanciullo che mostri une-
minente predisposizione per lapprendere, e una spiccata inclina-
zione per il mondo dei concetti, la nuova educazione nazionale
pu permettere di raggiungere questo ceto; ma essa dovr per-
metterlo a chiunque mostri queste qualit, senza eccezione e sen-
za riguardo per una presunta differenza di nascita; poich il dot-
to non affatto a sua propria disposizione, e ogni talento a tal fi-
ne una preziosa propriet della nazione, che non pu esserle sot-
tratta.
Il non dotto destinato a conservare il genere umano nella po-
sizione culturale raggiunta, il dotto a farlo andare avanti secondo
un concetto chiaro e con arte consapevole. [427] Questultimo col
suo concetto deve essere sempre in anticipo sul presente, coglie-
re il futuro, ed essere in grado di trapiantarlo nel presente per lo
sviluppo futuro. Per fare questo, c bisogno di un chiaro sguar-
do dinsieme sullo stato del mondo finora vigente, di una libera
abilit nel pensiero puro e libero dal fenomeno e, per potersi co-
municare, del possesso del linguaggio fin nella sua radice vivente
e creativa. Tutto questo richiede spontaneit spirituale senza di-
rezione estranea, e meditazione solitaria, in cui perci il dotto fu-
turo deve essere esercitato fin dallora in cui decisa la sua pro-
fessione; non semplicemente, come per il non dotto, un pensiero
sotto locchio dellinsegnante sempre presente. richiesta una
quantit di nozioni ausiliarie che al non dotto risultano assoluta-
mente inutili per la sua destinazione. Il lavoro del dotto, e lopera
quotidiana della sua vita, sar proprio quella riflessione solitaria;
a questo lavoro egli deve essere condotto subito, mentre deve es-
sere lasciato libero dallaltro lavoro meccanico. Mentre cos le-
ducazione del dotto futuro a uomo in generale procederebbe fin
qui di pari passo con leducazione nazionale universale, ed egli as-
sisterebbe con tutti gli altri allistruzione relativa, solo quelle ore
che per gli altri sono ore di lavoro dovrebbero essere trasformate
egualmente per lui in ore di istruzione in ci che specificamen-
te richiesto dalla sua professione futura; e questa sarebbe tutta la
differenza. Le nozioni generali dellagricoltura, di altre arti mec-
caniche, e delle abilit manuali in proposito, che sono richieste gi
al semplice uomo, le avr gi imparate senza dubbio frequentan-

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do la prima classe o, se questo non dovesse essere il caso, queste


nozioni dovrebbero essere riprese. ovvio che egli molto meno
di qualsiasi altro potrebbe essere assolto dagli esercizi fisici in pro-
gramma. Ma fornire i particolari argomenti di insegnamento che
ricadrebbero nellistruzione dotta, cos come lo sviluppo dellin-
segnamento da osservare in essa, si trova al di fuori del piano di
questi discorsi.
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Undicesimo discorso
A chi spetter lattuazione
di questo programma educativo?

[428] Il programma della nuova educazione nazionale tedesca


stato esposto a sufficienza per il nostro scopo. La prossima do-
manda che si presenta : Chi deve porsi al vertice dellattuazio-
ne di questo programma? Su chi dobbiamo contare, e su chi ab-
biamo contato?
Noi abbiamo stabilito questa educazione come il supremo e
per il momento unico affare dellamor di patria tedesco, e con
questo legame vogliamo introdurre nel mondo per la prima volta
il miglioramento e la trasformazione dellintero genere umano.
Ma quellamor di patria deve entusiasmare anzitutto lo Stato te-
desco, ovunque siano governati dei tedeschi, e avere la premi-
nenza ed essere la forza trainante in tutte le sue decisioni. Lo Sta-
to sarebbe dunque ci al quale il nostro trepido sguardo dovreb-
be rivolgersi per primo.
Esaudir esso le nostre speranze? Quali sono le aspettative che
possiamo avere nei suoi confronti secondo quanto abbiamo detto
finora, sempre guardando, si capisce, non a uno Stato particola-
re, ma allintera Germania?
NellEuropa moderna leducazione non partita propriamen-
te dallo Stato, ma da quel potere da cui gli Stati perlopi hanno
ricevuto anche il loro, dal regno spirituale-celeste della Chiesa.
Questa non si considerava tanto una componente del corpo co-
mune terreno, quanto piuttosto come una colonia del cielo total-
mente estranea, che sarebbe stata inviata per procurare cittadini

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a questo Stato estero in ogni luogo in cui essa avesse potuto met-
tere radice. La sua educazione era preoccupata soltanto del fatto
che gli uomini [429] non fossero dannati, bens beati nellaltro
mondo. Con la Riforma, questo potere ecclesiastico, che per il re-
sto manteneva laspetto di prima, venne semplicemente unificato
col potere mondano, con cui in precedenza era entrato spesso in
conflitto; questa fu tutta la differenza che a questo riguardo sca-
tur da quellavvenimento. Perci rimase anche la vecchia conce-
zione delleducazione. Anche in tempi recenti, e fino a oggi, la for-
mazione dei ceti possidenti stata considerata una faccenda pri-
vata dei genitori, che potevano orientarsi a loro piacimento, e i lo-
ro figli di regola venivano preparati soltanto a essere utili a se stes-
si in futuro; lunica educazione pubblica invece, quella del popo-
lo, era soltanto uneducazione finalizzata alla beatitudine celeste;
la cosa principale era un po di cristianesimo, di saper leggere e,
nel caso in cui si potesse ottenere, scrivere, il tutto per amore del
cristianesimo. Ogni altro sviluppo degli uomini veniva lasciato al-
linflusso cieco e casuale della societ in cui crescevano e alla vita
reale. Perfino le istituzioni per leducazione dotta erano soprat-
tutto dirette alla formazione di ecclesiastici; questa era la facolt
principale, di cui le altre costituivano solo lappendice, e anche, il
pi delle volte, ricevevano soltanto chi si era ritirato da quella.
Finch quelli che erano al vertice del governo restavano allo-
scuro del suo scopo autentico, e anche per la loro persona erano
presi da quella coscienziosa preoccupazione per la beatitudine lo-
ro e di altri, si poteva contare sul loro zelo per questa specie di
educazione pubblica, e sulle loro serie preoccupazioni per essa.
Ma non appena vennero in chiaro su quello scopo, e compresero
che la sfera dazione dello Stato risiede allinterno del mondo vi-
sibile, allora dovette apparire loro evidente che quella cura per la
beatitudine eterna dei loro sudditi non poteva gravare su di loro,
e che chiunque voleva essere beato doveva cavarsela da solo. Do-
ra in poi, essi credettero di fare abbastanza [430] lasciando anco-
ra alla loro prima destinazione le fondazioni e le istituzioni risa-
lenti a tempi pi devoti. Per quanto poco adeguate e sufficienti es-
se potessero essere in rapporto ai tempi del tutto cambiati, essi
non si ritennero obbligati a sostenerle economizzando su scopi di
altro tipo; non si ritennero autorizzati a intervenire attivamente, e
a sostituire ci che era diventato vecchio e inutilizzabile col nuo-

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vo adatto allo scopo; e a ogni proposta di questo tipo, era sempre


pronta la risposta: Lo Stato non ha i soldi per questo. Se mai fu
fatta uneccezione a questa regola, ci accadde a vantaggio delle
istituzioni culturali superiori, che irraggiano splendore allintorno
e promettono gloria ai loro sostenitori; invece, la formazione di
quella classe che il terreno vero e proprio del genere umano, da
cui continua a compiersi la formazione superiore, e su cui que-
stultima deve costantemente retroagire, la formazione del popo-
lo, rest trascurata, e dalla Riforma sino ai nostri giorni si trova in
uno stato di decadenza crescente.
Per poter sperare in qualcosa di meglio da parte dello Stato in
rapporto alla nostra faccenda sarebbe necessario, per il futuro e
da questo momento, che esso cambiasse il concetto fondamenta-
le dello scopo delleducazione apparentemente avuto finora con
un concetto completamente diverso. Lo Stato dovrebbe capire di
avere completamente ragione nel respingere, come ha fatto fino-
ra, la cura per leterna beatitudine dei suoi concittadini, poich
per questa beatitudine non c affatto bisogno di una formazione
particolare, e un vivaio per il cielo come la Chiesa, il cui potere al-
la fine gli stato trasferito, non centra affatto, solo un ostacolo
per ogni valida formazione, e dovrebbe essere esonerata da que-
sto servizio; mentre al contrario c molto bisogno di formazione
per la vita sulla terra e, da una solida educazione per questultima,
quella per il cielo viene fuori da s come un semplice accessorio.
Sembra che finora lo Stato, quanto pi illuminato pensava di es-
sere, tanto pi fermamente abbia creduto di poter raggiungere il
suo scopo vero e proprio anche senza la religione e leticit dei
suoi cittadini, mediante il semplice istituto della coazione e che,
rispetto alle prime, questi potessero fare come potevano. Speria-
mo che dalle esperienze recenti [431] abbia almeno imparato che
non pu riuscirci, e che proprio la mancanza di religione e di eti-
cit lo ha portato al punto in cui si trova adesso.
Riguardo al suo dubbio, se esso abbia le risorse per sostenere
i costi di una educazione nazionale, speriamo di convincerlo del
fatto che con questa unica spesa provveder alla maggior parte
delle spese restanti nel modo pi economico possibile, e purch
se la assuma, esso avr in breve tempo solo questunica spesa prin-
cipale. Fino a oggi, la maggior parte delle entrate dello Stato sta-
ta impiegata per il mantenimento di eserciti permanenti. Il suc-

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cesso di questo investimento lo abbiamo visto; basti questo, poi-


ch indagare pi profondamente le ragioni particolari di questo
risultato esula dal nostro programma. Al contrario, lo Stato che
introducesse in modo universale leducazione nazionale da noi
proposta, dallistante in cui una generazione di giovani fosse giun-
ta a maturit passando attraverso di essa, non avrebbe pi biso-
gno di un esercito permanente, bens in loro avrebbe un esercito
come non stato mai visto. Ogni singolo perfettamente eserci-
tato a ogni possibile uso della sua forza fisica, e la comprende im-
mediatamente, abituato a sopportare ogni fatica e sforzo; il suo
spirito cresciuto nellintuizione immediata sempre presente e
presso se stesso, nel suo animo vive lamore per lintero di cui egli
membro, dello Stato e della patria, e distrugge ogni altro stimo-
lo egoistico. Lo Stato li pu chiamare e mettere sotto le armi ap-
pena vuole, e pu essere certo che nessun nemico li abbatter.
Unaltra parte della cura e delle uscite negli Stati saggiamente go-
vernati era diretta sinora al miglioramento delleconomia statale
nel senso pi esteso e in tutti i suoi rami, e per lignoranza e inca-
pacit dei ceti inferiori molte misure e molte spese sono state rea-
lizzate invano, e la cosa progredita dappertutto assai poco. Me-
diante la nostra educazione, lo Stato ottiene ceti lavorativi [432]
abituati fin dalla giovinezza a riflettere sui loro compiti, e che han-
no gi capacit e inclinazione per provvedere a se stessi da soli; se
ora anche lo Stato sar in grado di prenderli sotto braccio in mo-
do adeguato, essi lo capiranno con mezza parola, e accetteranno
il suo insegnamento con molta riconoscenza. Tutti i rami dellam-
ministrazione domestica otterranno in breve tempo, senza molta
fatica, una floridezza tale da non essere ancora mai stata vista, e
allo Stato, se esso si far i conti e nel frattempo apprender il ve-
ro valore fondamentale delle cose, la sua spesa iniziale porter mi-
gliaia di interessi. Finora lo Stato ha dovuto fare molto per istitu-
zioni di giustizia e polizia, eppure non ha mai potuto fare abba-
stanza; case di detenzione e di correzione hanno comportato spe-
se, le istituzioni per i poveri infine hanno richiesto una spesa tan-
to maggiore quanto pi si spendeva per esse e, nellinsieme della
situazione attuale, appaiono come vere e proprie istituzioni per
produrre poveri. In uno Stato che ha reso universale la nuova edu-
cazione, le prime saranno assai limitate, le ultime verranno del tut-
to eliminate. Una precoce disciplina assicura dalla detenzione e

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dalla correzione successive e assai incresciose; poveri, invece, tra


un popolo cos educato non ce ne sono affatto.
Possano lo Stato e tutti coloro che lo consigliano avere il co-
raggio di guardare veramente in faccia la sua situazione attuale, e
di confessarla a se stessi; possa lo Stato capire vivamente che non
gli rimasta nessunaltra sfera dazione in cui possa muoversi e de-
cidere qualcosa in modo originale e indipendente come uno Sta-
to effettivo, tranne leducazione delle generazioni a venire; possa
capire che, se non vuole limitarsi a non far niente, pu fare anco-
ra soltanto questo; ma che questo merito gli verr lasciato senza
riserve e senza invidie. Che noi non siamo pi in grado di oppor-
re una resistenza attiva, stato gi presupposto da noi come qual-
cosa che balza agli occhi ed ammesso da tutti. Come possiamo
ora giustificare il perdurare della nostra esistenza, che abbiamo
perduto in questo modo, nei confronti di quanti ci accusano di
vilt e di un indegno amore per la vita? [433] In nessun altro mo-
do, se non decidendoci a vivere non per noi stessi e mostrando
questo coi fatti; facendo di noi il seme di una posterit pi degna,
e volendoci conservare solo per amore di essa quel tanto che ba-
sta per impiantarla. Senza pi gusto per quel primo scopo della
vita, che altro potremmo fare? Le nostre costituzioni ci verranno
fatte, ci verranno prescritte le nostre alleanze e limpiego delle no-
stre forze militari, ci verr fornita una legislazione, e talvolta ci
verranno tolti perfino i tribunali, le sentenze e la loro esecuzione.
Per il prossimo futuro, saremo sollevati da queste preoccupazio-
ni. Solo alleducazione non si pensato; se cerchiamo unoccupa-
zione, allora scegliamo questa! C da aspettarsi che in questa ver-
remo lasciati tranquilli. Io spero forse in questo minganno, ma
poich riesco a vivere solo in virt di questa speranza, non posso
fare a meno di sperare io spero di convincere alcuni tedeschi e
di far loro capire che solo leducazione ci pu salvare da tutti i ma-
li che ci opprimono. Io conto sul fatto che la necessit ci abbia re-
si pi inclini a fare attenzione e a meditare seriamente. Lestero ha
altre consolazioni e altri mezzi; non c da aspettarsi che esso pre-
sti una qualche attenzione a questo pensiero, o che gli dia un qual-
che credito, nel caso in cui dovesse imbattersi in esso; io spero, in-
vece, che per i lettori dei loro giornali diventi una ricca fonte di
divertimento venire a sapere che qualcuno si aspetta cose cos
grandi dalleducazione.

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Possano lo Stato e coloro che lo consigliano non essere sco-


raggiati, nellassumersi questo compito, dallosservazione che il
successo sperato sta in lontananza. Se tra i molteplici e assai com-
plicati motivi che hanno avuto come conseguenza il nostro attua-
le destino si volesse distinguere quello che pesa soltanto ed esclu-
sivamente sui governi, si scoprirebbe che questi, che pi di chiun-
que altro sarebbero tenuti [434] a guardare in faccia e a domina-
re il futuro, nellaffrontare i grandi avvenimenti dellepoca hanno
sempre cercato, per quanto potevano, di togliersi dallimbarazzo
immediatamente presente mentre, rispetto al futuro, hanno con-
tato non sul loro presente, ma su un qualunque colpo di fortuna
che avrebbe dovuto recidere il filo continuo delle cause e degli ef-
fetti. Ma speranze del genere sono ingannevoli. Una forza trai-
nante, una volta che la si sia lasciata operare nel tempo, continua
a spingere e compie il proprio cammino, e dopo che stata com-
messa la prima sbadataggine, non pu pi essere trattenuta da una
consapevolezza giunta troppo tardi. Il nostro destino ci ha solle-
vati per il prossimo futuro dal primo caso, quello di pensare solo
al presente; il presente non pi nostro. Del secondo caso, quel-
lo di avere un futuro migliore da qualcun altro che da noi stessi,
ne faremmo volentieri a meno. vero che chiunque tra noi abbia
bisogno, per vivere, di qualcosa di pi del nutrimento, non pu
trovare nel presente alcuna consolazione al dovere di vivere; solo
la speranza in un futuro migliore lelemento in cui possiamo an-
cora respirare. Ma solo chi sogna pu riporre questa speranza su
qualcosa di diverso da ci che egli stesso pu porre nel presente
in vista di uno sviluppo futuro. Perdonino, coloro che ci gover-
nano, se noi pensiamo anche di loro le stesse cose che pensiamo
tra di noi luno dellaltro, e che vengono sentite dai migliori; si
pongano al vertice dellopera che anche a noi del tutto chiara,
affinch possiamo ancora vedere sorgere, davanti ai nostri occhi,
ci che un giorno canceller dalla nostra memoria la vergogna che
accompagna, davanti ai nostri occhi, il nome tedesco!
Se lo Stato si assumer il compito che gli richiesto, esso ren-
der universale questa educazione su tutto il suo territorio, per
ciascuno dei suoi cittadini futuri, senza alcuna eccezione; inoltre,
solo per questa universalit che noi abbiamo bisogno dello Sta-
to poich, per singole iniziative e tentativi fatti qua e l, bastereb-
be senzaltro il patrimonio di persone private bene intenzionate.

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Ora, non c sicuramente da aspettarsi che i genitori siano gene-


ralmente ben disposti [435] a separarsi dai loro bambini per affi-
darli a questa nuova educazione, di cui sar difficile comunicare
loro unidea; bens, in base allesperienza passata, bisogner
aspettarsi che chiunque creda ancora di avere un patrimonio per
nutrire i suoi bambini a casa si opporr alleducazione pubblica,
e in particolare a uneducazione pubblica che separa in modo co-
s netto, e dura cos a lungo. Finora, in casi del genere, quando ce-
ra da aspettarsi ostilit, siamo stati abituati a sentire gli uomini di
Stato respingere la proposta con la risposta: Lo Stato non ha il
diritto di esercitare coazione a questo scopo. Poich essi voglio-
no aspettare finch gli uomini in generale avranno buona volont,
ma senza educazione non si potr mai giungere a una buona vo-
lont in generale, essi sono protetti da ogni miglioramento, e pos-
sono sperare che le cose restino come sono fino alla fine dei gior-
ni. Nella misura in cui la pensano cos quelli che, in generale, ri-
tengono leducazione un lusso di cui si pu fare a meno, e rispet-
to al quale bisogna comportarsi nel modo pi parsimonioso pos-
sibile, oppure quelli che nella nostra proposta scorgono soltanto
un nuovo azzardato esperimento con lumanit, che pu riuscire
o anche no, la loro coscienziosit va lodata. Da coloro che ammi-
rano lo stato attuale della formazione pubblica, e sono entusiasti
della perfezione cui essa sarebbe giunta sotto la loro direzione,
non possiamo assolutamente pretendere che intervengano su
qualcosa che ignorano completamente. Con tutti costoro non c
nulla da fare per il nostro scopo, e sarebbe deplorevole se la deci-
sione su questa faccenda dovesse spettare a loro. Ma se si potes-
sero trovare e chiamare a consulto uomini di Stato che, prima di
tutto, abbiano dato uneducazione a se stessi mediante un profon-
do e solido studio della filosofia e delle scienze in generale, che
facciano veramente sul serio col loro compito, che possiedano un
saldo concetto delluomo e della sua destinazione, che siano ca-
paci di capire il presente e di comprendere che cosa [436] man-
chi davvero, improrogabilmente, allumanit attuale; se avessero
inteso da soli, mediante quei concetti preliminari, che soltanto le-
ducazione ci pu salvare dalla barbarie e dallinselvatichimento,
altrimenti irrompenti su di noi in maniera inarrestabile, se bale-
nasse loro limmagine del nuovo genere umano che sorgerebbe
mediante questa educazione, se essi stessi fossero intimamente

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convinti dellinfallibilit e affidabilit dei mezzi proposti; allora,


da uomini simili potremmo aspettarci anche che essi comprenda-
no come lo Stato, in quanto supremo amministratore delle fac-
cende umane, e in quanto tutore dei minori, responsabile solo di
fronte a Dio e alla sua coscienza, abbia anche il pieno diritto di co-
stringere questi ultimi a salvarsi. Dove esiste attualmente uno Sta-
to che dubiti del suo diritto di costringere i suoi sudditi al servi-
zio di guerra, e di togliere a tal fine i figli ai genitori, sia che uno
dei due o entrambi lo vogliano oppure no? E tuttavia, questa coa-
zione molto pi discutibile, e di solito ha le peggiori conse-
guenze per lo stato etico e la salute e la vita di chi vi costretto;
mentre al contrario la coazione di cui stiamo parlando, una volta
completata leducazione, restituisce tutta intera la libert perso-
nale, e pu avere solo le pi vantaggiose conseguenze. Certo, in
un primo tempo si era lasciata alla libera volont anche lassun-
zione del servizio di guerra; ma dopo aver visto che ci non era
sufficiente per lo scopo prefisso, non si avuto alcuno scrupolo a
promuoverlo mediante coazione, perch la questione per noi era
abbastanza importante, e la necessit imponeva la coazione. Quel-
la scrupolosit verrebbe meno da sola, se i nostri occhi potessero
aprirsi sulle nostre necessit anche da questo punto di vista, e log-
getto diventasse per noi della stessa importanza; tanto pi che ci
sarebbe bisogno della coazione solo nella prima generazione, e
nella successiva, passata essa stessa attraverso questa educazione,
sparirebbe. Anche quella prima coazione per il servizio di guerra,
in questo modo, verrebbe eliminata, poich quelli che sono stati
cos educati sono tutti egualmente pronti [437] a prendere le ar-
mi per la patria. Se per ridurre il clamore, allinizio, si volesse li-
mitare questa coazione alleducazione nazionale pubblica nello
stesso modo in cui essa stata limitata per il servizio di guerra, ed
escludere da essa i ceti liberati da questultima, ci non avrebbe
conseguenze particolarmente negative. I genitori intelligenti tra
gli esclusi affideranno volontariamente i loro bambini a questa
educazione; il numero dei bambini, insignificante rispetto allin-
tero, di genitori poco intelligenti appartenenti a questi ceti, cresca
pure nel modo finora consueto, ed entri nellepoca migliore che si
tratta di produrre. Esso servir solo come strano ricordo del tem-
po antico, e per infiammare il nuovo alla viva consapevolezza del-
la sua superiore fortuna.

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Se ora questa educazione deve essere educazione nazionale dei


tedeschi semplicemente, e se la grande maggioranza di tutti colo-
ro che parlano la lingua tedesca, e non invece soltanto la cittadi-
nanza di questo o quel particolare Stato tedesco, deve esistere co-
me un nuovo genere umano, allora tutti gli Stati tedeschi, ciascu-
no per s e indipendentemente da tutti gli altri, devono assumere
questo compito. La lingua in cui questa faccenda stata per la pri-
ma volta messa sul tappeto, in cui sono redatti e verranno ancora
redatti i sussidi, in cui avviene il tirocinio degli insegnanti, il cam-
mino della simbolizzazione che procede in modo unitario attra-
verso tutto questo, comune a tutti i tedeschi. Stento a immagi-
nare come, e con quali trasformazioni, questi mezzi di formazio-
ne potrebbero essere trasferiti nel loro insieme, particolarmente
in quella estensione che noi abbiamo dato al nostro programma,
in una lingua qualunque dellestero, in modo da apparire non co-
me un che di estraneo e di tradotto, ma come un che di intimo e
di risultante dalla vita propria della loro lingua. Questa difficolt
superata nello stesso modo per tutti i tedeschi; per loro, la cosa
fatta e basta che lafferrino.
Buon per noi, in questo caso, che ci siano ancora diversi Stati
tedeschi separati luno dallaltro! In questo importante [438] af-
fare nazionale, ci che cos spesso ci ha danneggiato forse po-
trebbe andare a nostro vantaggio. Forse lemulazione dei pi, e il
desiderio di primeggiare sugli altri, potr fare ci che il tranquil-
lo appagamento del singolo non avrebbe potuto compiere; poich
chiaro che quello tra gli Stati tedeschi che inizier per primo in
questa faccenda conquister il primato quanto a rispetto, amore,
gratitudine dellintero nei suoi confronti; egli si erger come il su-
premo benefattore e lautentico fondatore della nazione. Egli dar
coraggio agli altri, fornir loro un esempio istruttivo, e diventer
il loro modello; metter da parte le riserve in cui restavano impi-
gliati gli altri; i manuali e i primi insegnanti saranno provenienti
dal suo seno, e verranno forniti agli altri; e chi arriver secondo
dopo di lui, sar secondo anche nella gloria. A confortante testi-
monianza che tra i tedeschi un senso per ci che superiore non
ancora del tutto estinto, finora diversi popoli e Stati tedeschi
hanno lottato tra di loro per la gloria di una maggiore cultura; al-
cuni hanno una pi ampia libert di stampa, una maggiore di-
stanza dalle opinioni tramandate, altri hanno gloria e meriti di an-

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tica data, altri hanno addotto a loro favore qualcosaltro, e il con-


flitto non ha potuto essere deciso. Lo sar alla presente occasio-
ne. Solo quella cultura che aspira e osa rendersi universale, e af-
ferrare tutti gli uomini senza distinzione, uneffettiva compo-
nente della vita, ed sicura di se stessa. Ogni altra unaggiunta
estranea, di cui si fa sfoggio e che non si pu possedere neppure
in buona coscienza. In questa occasione si scoprir se la cultura di
cui ci si vanta presente solo in alcune persone del ceto medio che
la presentano nei loro scritti, uomini quali ce ne possono mostra-
re tutti gli Stati tedeschi; o se invece essa salita fino ai ceti supe-
riori che consigliano lo Stato. Allora si mostrer anche come bi-
sogna giudicare lo zelo qua e l dimostrato per la fondazione e lo
sviluppo [439] di istituzioni di cultura superiore, e se a suo fon-
damento ci sia stato un puro amore per la formazione umana, che
coinvolgerebbe senzaltro con eguale zelo ogni ramo di essa e in
particolare la sua primissima base, o il semplice desiderio di met-
tersi in mostra, e forse misere speculazioni finanziarie.

Ho detto che lo Stato tedesco che realizzer per primo questa pro-
posta ne avr la gloria pi grande. Ma inoltre, questo Stato tede-
sco non rester a lungo da solo, bens indubbiamente trover pre-
sto seguaci e imitatori. La cosa principale che si cominci. Anche
se fosse solo questo, sentimento dellonore, invidia, il desiderio di
avere anche noi ci che ha un altro, e se possibile ancora meglio,
spingeranno uno dopo laltro a seguire lesempio. Anche le nostre
precedenti considerazioni sul vantaggio del singolo Stato, che
adesso potranno far dubitare qualcuno, diventeranno allora pi
evidenti, poich confermate nellintuizione vivente.

Se potessimo aspettarci che subito e allistante tutti gli Stati tede-


schi prendessero serie misure per realizzare quel programma, al-
lora gi tra venticinque anni potrebbe esistere la migliore genera-
zione di cui abbiamo bisogno, e chi potesse sperare di vivere cos
a lungo, potrebbe sperare di vederla con i propri occhi.
Ma noi dobbiamo considerare anche il caso che, tra tutti gli
Stati tedeschi attuali, non ce ne sia uno ad avere tra i suoi supre-
mi consiglieri un uomo in grado dintendere tutto ci che abbia-
mo premesso e di farsene coinvolgere, e in cui la maggioranza dei

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consiglieri almeno non gli si opponga. Allora, questa faccenda


spetterebbe senzaltro a persone private ben disposte, e bisogne-
rebbe auspicare che fossero queste a dare inizio alla nuova edu-
cazione proposta. Abbiamo in mente anzitutto i grandi proprie-
tari terrieri, che sui loro possedimenti potrebbero erigere simili
istituzioni educative per i figli dei loro [440] sottoposti. Va a glo-
ria della Germania, e della preminenza che le fa onore sulle altre
nazioni dellEuropa moderna, il fatto che nel ceto suddetto ci sia
sempre stato qualcuno, qua e l, che si impegnato seriamente
per listruzione e la formazione dei bambini sui suoi possedimen-
ti, e che ha voluto fare il meglio che poteva a questo scopo. C da
sperare che costoro siano tuttora disposti a farsi illuminare su ci
che di perfetto viene loro offerto, e vogliano fare in grande e com-
piutamente ci che finora hanno fatto in piccolo e parzialmente.
Certo, qua e l potrebbe avere contribuito lidea che per loro sa-
rebbe stato pi vantaggioso avere sudditi istruiti invece che igno-
ranti. L dove lo Stato, avendo annullato il rapporto di sudditan-
za, ha eliminato questultimo stimolo, esso dovrebbe meditare
tanto pi seriamente sul suo imprescindibile dovere di non an-
nullare anche lunica cosa buona che nei bene intenzionati era col-
legata a questo rapporto, e in questo caso non dovrebbe indugia-
re a fare ci che comunque gli spetta, dopo aver sollevato coloro
che lo facevano volontariamente al posto suo. Riguardo ai ceti,
inoltre, abbiamo in mente le associazioni volontarie di cittadini
ben disposti a questo scopo. Linclinazione a fare il bene, per
quanto ho potuto vedere, non si ancora estinta negli animi te-
deschi sotto la pressione della necessit. Tuttavia, a causa di una
serie di difetti nelle nostre istituzioni, i quali nellinsieme si po-
trebbero ricondurre alla trascuratezza delleducazione, questa
operosit raramente rimedia alla necessit, ma spesso sembra an-
cora aumentarla. Speriamo che quelleccellente inclinazione pos-
sa infine dirigersi a quellazione benefica che pone fine a ogni ne-
cessit e a ogni ulteriore benevolenza, cio allazione benefica del-
leducazione. Ma noi abbiamo ancora bisogno e facciamo affida-
mento su unazione benefica e su un sacrificio di altro tipo, che
non consiste in un dare, bens in un fare e operare. Possano i dot-
ti esordienti, ai quali la loro situazione lo permette, [441] dedica-
re il tempo restante tra luniversit e limpiego in un pubblico uf-
ficio a istruirsi sul modo di insegnare in queste istituzioni, e a in-

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segnarvi essi stessi! A parte che in questo modo acquisterebbero


enormi meriti per lintero, possono star certi anche del fatto che
a trarne il guadagno pi grande sarebbero essi stessi. Tutte le lo-
ro nozioni, che essi spesso si tirano dietro cos smorte dalla co-
mune istruzione universitaria, riceveranno chiarezza e vitalit nel-
lelemento dellintuizione universale in cui qui vengono immerse.
Essi impareranno a riprodurle e a impiegarle con abilit; acqui-
steranno un tesoro di vera cognizione umana, lunica che meriti
questo nome, poich nel bambino lintera pienezza dellumanit
presente in modo aperto e innocente; verranno condotti alla
grande arte del vivere e dellagire, per cui di regola la scuola su-
periore non d alcuna guida.
Se lo Stato rifiuta il compito che gli assegnato, allora una
gloria tanto maggiore per le persone private che lo accettano.
Lungi da noi anticipare il futuro con supposizioni, o assumere il
tono del dubbio e della sfiducia. Noi abbiamo detto con chiarez-
za a chi si rivolgono innanzitutto i nostri auspici. Ci sia consenti-
to osservare solo questo, che, se davvero si dovesse arrivare al
punto che lo Stato e i principi abbandonino la questione a perso-
ne private, ci sarebbe conforme, come abbiamo gi osservato e
dimostrato con esempi, allandamento dello sviluppo e della cul-
tura tedeschi, e questo resterebbe fino in fondo eguale a se stesso.
Anche in questo caso, lo Stato seguirebbe a suo tempo, dapprima
come un singolo che vuol fare la parte che gli spetta, fino ad ac-
corgersi pi tardi di non essere una parte, ma lintero, e di avere
tanto il dovere quanto il diritto di occuparsi dellintero. Da que-
sto momento, tutte le preoccupazioni indipendenti delle persone
private spariscono, e si sottomettono al programma universale
dello Stato. [442]
Se la faccenda dovesse prendere questa strada, allora certo col
prefisso miglioramento della nostra specie si proceder solo len-
tamente, senza una certa e salda visione dinsieme, e senza una
possibile valutazione dellintero. Ma non facciamoci trattenere
per questo dal cominciare! nella natura della cosa stessa che es-
sa non possa mai tramontare, ma che una volta messa in opera,
continui a vivere mediante se stessa, e si espanda sempre di pi.
Chiunque sar passato per questa formazione, sar un testimone
a suo favore, e un suo devoto divulgatore; ciascuno sar ricom-
pensato per la dottrina acquisita diventando a sua volta insegnan-

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te, e formando quanti pi allievi possibile, che un giorno divente-


ranno a loro volta insegnanti; e questo continua necessariamente
finch il tutto non sia conquistato senza eccezione.
Nel caso in cui lo Stato non si occupi della cosa, allora le ini-
ziative private dovranno temere che tutti i genitori dotati di un
qualche patrimonio non affidino i loro figli a questa educazione.
Ci si rivolga allora, nel nome di Dio e con piena fiducia, ai poveri
bambini abbandonati, a tutti coloro che lumanit adulta ha re-
spinto e gettato via! Cos come finora, particolarmente in quegli
Stati tedeschi in cui la piet degli avi aveva molto accresciuto e ric-
camente dotato le pubbliche istituzioni educative, molti genitori
hanno permesso che listruzione arrivasse ai loro figli, poich qui
essi trovavano il sostentamento che non avrebbero trovato in nes-
sunaltra attivit, allo stesso modo, spinti dalla necessit, lasciate
che ci voltiamo e che diamo il pane a coloro cui nessun altro ne
d, affinch essi col pane ricevano anche la formazione dello spi-
rito. Non dobbiamo temere che la povert e linselvatichimento
del loro stato precedente siano di ostacolo al nostro intento! Pur-
ch li strappiamo improvvisamente e completamente da esso, e li
portiamo in un mondo assolutamente nuovo; se in loro non la-
sceremo niente che possa riportarli al passato, essi si dimentiche-
ranno di se stessi, e staranno l come esseri nuovi appena creati.
[443] La nostra istruzione e il nostro ordinamento domestico do-
vranno garantire che in questa tavoletta fresca e pulita venga in-
ciso soltanto il bene. Per tutta la posterit, sar un ammonimento
sulla nostra epoca il fatto che proprio coloro che essa ha respinto
abbiano ricevuto, solo mediante questa esclusione, il privilegio di
dare inizio a una specie migliore: quando costoro porteranno la
cultura che rende beati ai figli di chi prefer non stare insieme a
loro, ed essi diventeranno i capostipiti dei nostri futuri eroi, sag-
gi, legislatori e salvatori dellumanit.
Per la fondazione iniziale c bisogno anzitutto di insegnanti
ed educatori capaci. Di questi, la scuola pestalozziana ne ha for-
mati ed sempre pronta a formarne altri. Una delle caratteristi-
che principali, allinizio, sar che ogni istituzione di questo tipo si
consideri al tempo stesso come un vivaio di insegnanti, e che in-
torno a essa, oltre agli insegnanti gi pronti, si riunisca una molti-
tudine di giovani che imparino a insegnare, e al tempo stesso in-
segnino, e nellesercizio imparino a farlo sempre meglio. Ci ren-

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der molto pi facile anche il mantenimento degli insegnanti, qua-


lora allinizio questi istituti dovessero lottare con una penuria di
mezzi. La maggior parte, per, presente solo per imparare. Per
questo, per un certo periodo, essi potrebbero applicare ci che
hanno imparato a vantaggio dellistituto in cui lo hanno impara-
to, anche senza un compenso di altro tipo.
Inoltre, un simile istituto ha bisogno di un tetto e di una su-
perficie, di una prima dotazione, e di un pezzo di terra sufficien-
te. Appare evidente che, nellulteriore sviluppo di queste istitu-
zioni, quando in questi istituti si trover una relativa moltitudine
di giovani gi maturi, negli anni in cui questi, secondo listituzio-
ne vigente, guadagneranno come servitori non soltanto il loro so-
stentamento, ma anche un salario annuale, essi potranno provve-
dere per i pi deboli e, con la laboriosit e la saggia economia co-
munque necessarie, questi istituti per la massima parte potranno
mantenersi da soli. In un primo tempo, finch il tipo di allievi pri-
ma menzionato non ancora presente, tali istituti potrebbero ave-
re bisogno di maggiori sovvenzioni. sperabile che si sia pi di-
sponibili a fornire contributi di cui si scorge il termine. [444] Re-
sti lungi da noi una parsimonia dannosa allo scopo; molto me-
glio non fare niente, che permettersi qualcosa di simile.
E cos, purch ci sia la buona volont, io ritengo che, nellat-
tuazione di questo programma, non vi sia alcuna difficolt che
non possa venire facilmente superata mediante lunione di molti,
e la direzione di tutte le loro forze verso questunico scopo.
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Dodicesimo discorso
Sui mezzi per conservare noi stessi
fino al raggiungimento
del nostro scopo principale

Leducazione che noi proponiamo ai tedeschi per la loro futura


educazione nazionale ora descritta a sufficienza. Se mai esister
la generazione formata da essa, una generazione mossa soltanto
dal suo gusto per ci che buono e giusto; dotata di unintelli-
genza che, nellessere adeguata alla posizione in cui si trova, rico-
nosca sempre con certezza ci che giusto; e fornita della forza fi-
sica e spirituale per attuare sempre ci che vuole; allora, tutto ci
cui possiamo aspirare coi nostri pi audaci desideri scaturir
spontaneamente dalla sua esistenza, e si svilupper da essa in mo-
do naturale. Questepoca avrebbe cos poco bisogno dei nostri
consigli, che piuttosto dovremmo noi imparare da essa.
Ma poich intanto quella generazione non ancora presente,
ma deve essere prima educata e, prima di arrivare a quel momen-
to, anche se tutto andasse oltre le nostre attese, ci sarebbe bisogno
di un intervallo di tempo piuttosto lungo, sorge immediatamente
la domanda: Come potremo [445] passare questo intervallo?
Come potremo conservarci, visto che non possiamo far niente di
meglio, almeno in quanto terreno su cui potr procedere il mi-
glioramento, e in quanto punto di partenza a cui esso potr colle-
garsi? Come possiamo impedire che, se un giorno quella genera-
zione cos formata venisse tra noi uscendo dal suo isolamento, non
trovi in noi una realt effettiva che non ha la minima affinit con
lordine di cose che essa ha compreso essere giusto, e in cui nes-
suno la capirebbe, o proverebbe il minimo desiderio e bisogno di

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un siffatto ordine di cose, bens considerasse quello presente co-


me del tutto naturale e come lunico possibile? Non si perdereb-
bero ben presto costoro, che nel loro petto portano un altro mon-
do, e cos non svanirebbe la nuova cultura in modo altrettanto
inutile per il miglioramento della vita effettiva della cultura fino-
ra vigente?
Se la maggioranza va avanti nella sua consueta sconsideratez-
za, superficialit e distrazione, allora dobbiamo aspettarci che ac-
cada necessariamente proprio questo. Chi si lascia andare senza
fare attenzione a se stesso, e si fa plasmare dalle circostanze a lo-
ro discrezione, costui si adatta in fretta a ogni possibile ordine di
cose. Per quanto il suo occhio, allinizio, possa essere stato dan-
neggiato da qualcosa quando lha visto per la prima volta, suffi-
ciente farlo ritornare quotidianamente allo stesso modo perch vi
si adatti, e in seguito trovi che naturale, e che esattamente co-
s come deve essere. Alla fine, ne prova perfino piacere, e gli si fa-
rebbe un cattivo servizio se gli si procurasse la situazione miglio-
re che aveva prima, perch questa lo strapperebbe dal modo al
quale ormai si abituato. In questo modo ci si abitua perfino alla
schiavit, purch resti intatta la nostra sopravvivenza sensibile, e
col tempo ce ne affezioniamo; e proprio questo il massimo peri-
colo nellassoggettamento, cio che esso ottunde il senso dello-
nore, e per linetto ha anche il lato assai confortante di sollevarlo
da molte preoccupazioni e dal pensare autonomamente.
[446] Non facciamoci sorprendere dalla dolcezza della servit,
poich essa deruba della speranza in una liberazione futura anche
la nostra posterit. Se il nostro agire allesterno gettato in cate-
ne, fateci almeno sollevare tanto pi audacemente il nostro spiri-
to al pensiero della libert, alla vita in questo pensiero, a deside-
rare e ad aspirare solo a questultimo. Lasciate pure che la libert
scompaia, per qualche tempo, dal mondo visibile; ma diamole un
rifugio nel pi intimo dei nostri pensieri, finch intorno a noi non
si sviluppi il mondo nuovo, che abbia la forza di presentare que-
sti pensieri anche allesterno. Col nostro animo, che senza dubbio
dovr restare libero a nostra discrezione, trasformiamo noi stessi
in prefigurazione, profezia, garanzia di ci che la realt effettiva
diventer dopo di noi. Non lasciamo che, assieme al nostro cor-
po, venga piegato e soggiogato, e trascinato nella prigionia anche
il nostro spirito!

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Se mi si chiede come potremo raggiungere tutto ci, lunica


possibile risposta, che riassume tutto, questa: noi dobbiamo di-
ventare, allistante, ci che dovremmo gi essere, tedeschi. Noi
non dobbiamo sottomettere il nostro spirito: quindi dobbiamo
per prima cosa procurarci uno spirito, e uno spirito saldo e certo;
dobbiamo diventare seri in ogni cosa, e non tirare avanti con leg-
gerezza, ed esistere solo per scherzo; dobbiamo formarci princpi
sostenibili e incrollabili, che fungano da solido criterio per tutto
il resto del nostro pensare e agire; vivere e pensare devono essere,
per noi, una cosa sola, e formare un tutto che si compenetra com-
patto; in entrambi dobbiamo conformarci alla natura e alla verit,
e rigettare da noi gli artifici estranei. Per dirlo in una parola, noi
dobbiamo procurarci un carattere, poich avere carattere ed es-
sere tedeschi significa indubbiamente la stessa cosa, e questa co-
sa nella nostra lingua non ha un nome particolare, perch deve
scaturire immediatamente dal nostro essere, senza il nostro sape-
re e la nostra riflessione1.
[447] Prima di tutto, dobbiamo meditare sui grandi eventi dei
nostri giorni, sul loro rapporto con noi, e su ci che dobbiamo
aspettarci da essi, mettendo in moto autonomamente i nostri pen-
sieri; dobbiamo farci unidea chiara e precisa su tutti questi argo-
menti, arrivando, sulle questioni che li riguardano, a un deciso e im-
mutabile s oppure no. Chiunque abbia la minima pretesa di cul-
tura deve farlo. La vita animale delluomo scorre in tutte le epoche
secondo le stesse leggi, e in ci ogni tempo uguale a se stesso. Tem-
pi diversi esistono solo per lintelletto, e solo colui che li compren-
de nel concetto vive con essi, ed esiste in questo suo tempo; una vi-
ta diversa soltanto una vita da bestia o da pianta. Lasciar passare
su di s tutto ci che accade, ignorandolo; addirittura tapparsi di-
ligentemente occhi e orecchi di fronte al suo assalto; vantarsi di
questa assenza di pensiero come di una grande saggezza, pu an-
dar bene per una roccia su cui le onde del mare si infrangono sen-

1 Secondo E. Fuchs, si tratterebbe qui della risposta fichtiana al brano se-

guente, che concludeva la Drammaturgia amburghese (1768) di Lessing: Oh, li-


dea generosa di creare per i tedeschi un teatro nazionale, quando noi tedeschi
non siamo ancora una nazione! E non parlo nemmeno di costituzione politica,
ma semplicemente di carattere morale, il quale, vien quasi da concludere, par-
rebbe consistere appunto nel non volerne avere affatto (citato in N. Merker,
Lilluminismo in Germania. Let di Lessing, Roma 1989, p. 60).

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za che essa lo senta, o per un tronco dalbero, che le tempeste scuo-


tono di qua e di l senza che esso se ne accorga, ma non degno di
un essere pensante. Perfino il librarsi nei superiori circoli del pen-
siero non assolve dallobbligo universale di capire il proprio tem-
po. Tutto ci che superiore deve voler intervenire, a suo modo,
nellimmediato presente, e chi vive veramente in quello, vive al
tempo stesso anche in questultimo; se non vivesse anche in questo,
allora ci sarebbe la dimostrazione che non viveva neppure in quel-
lo, ma in esso sognava soltanto. Quella indifferenza per ci che ac-
cade sotto i nostri occhi, e lartificiosa deviazione dellattenzione,
sorta comunque, sarebbe quanto di pi auspicabile potesse capi-
tare a un nemico della nostra indipendenza. Se questi certo che
noi non pensiamo niente a proposito di nulla, allora con noi pu fa-
re tutto ci che vuole, proprio come con degli strumenti inanima-
ti. proprio lassenza di pensiero, infatti, che si abitua a tutto; l
dove invece veglia costantemente il pensiero chiaro e comprensi-
vo, e in questo limmagine di ci che dovrebbe essere, allora non ci
si riesce ad abituare.
[448] Questi discorsi si sono rivolti innanzitutto a voi, e si ri-
volgeranno allintera nazione tedesca, nella misura in cui oggi la
stampa rende possibile raccoglierla intorno a s, con linvito a
prendere una salda e meditata decisione, e a diventare intima-
mente concorde con se stessa sulle questioni seguenti: 1) se ve-
ro o non vero che c una nazione tedesca, e che la sua soprav-
vivenza nella sua essenza specifica e indipendente attualmente
in pericolo; 2) se vale la pena conservarla, o no; 3) se per questa
conservazione c un mezzo sicuro e completo, e quale.
In precedenza, tra noi era costume consolidato che la chiac-
chiera quotidiana si impadronisse di qualunque parola detta con
seriet, oralmente o a stampa, e la trasformasse in spassosa mate-
ria dintrattenimento per la sua noia opprimente. Adesso, anzi-
tutto intorno a me, non mi sono accorto, come altre volte in pas-
sato, che di queste mie conferenze si facesse lo stesso uso; ma non
mi sono informato del tono attualmente in voga tra i circoli mon-
dani in campo editoriale, intendo dire le riviste letterarie e altri
prodotti giornalistici; e non so se da questo lato ci si debba aspet-
tare scherzo o seriet. Qualunque cosa succeda, almeno la mia in-
tenzione non stata quella di scherzare, n di alimentare la ben
nota spiritosaggine della nostra epoca.

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Tra noi tedeschi, il costume di considerare tutto ci che ve-


niva portato allattualit come unesortazione a dire la propria,
rivolta a chiunque avesse una bocca, purch lo facesse rapida-
mente e allistante, e a informarci se anchegli aveva la stessa opi-
nione o no, si era radicato ancora pi profondamente, ed era
quasi diventato una seconda natura, mentre il contrario era pres-
soch inaudito. Questa votazione chiudeva la questione, e il di-
battito pubblico doveva correre a un altro argomento. In questo
modo, tutta la comunicazione letteraria tra i tedeschi si era [449]
trasformata, come leco delle antiche fiabe, in un puro e sempli-
ce suono, senza corpo e senza sostanza. Come in tutte le cattive
compagnie nelle frequentazioni personali, anche in questa luni-
ca cosa importante divenne far sentire forte la propria voce, per-
ch ciascuno la riprendesse senza fermarsi e la rilanciasse al vi-
cino, senza pensare minimamente a ci che echeggiava in essa.
Che cos questo, se non mancanza di carattere e di natura te-
desca? Non ho inteso neppure rendere omaggio a questo costu-
me e alimentare il pubblico dibattito. Gi molto tempo fa, ho
contribuito a sufficienza a questo pubblico intrattenimento, an-
che se miravo a qualcosaltro, e alla fine mi si potrebbe scioglie-
re da questo obbligo. Non voglio affatto sapere allistante che
cosa pensi, luno o laltro, sulle questioni che ho sollevato, cio
che cosa ne ha pensato o non ne ha pensato finora. Egli do-
vrebbe riflettere e meditare per conto suo, finch non si sia for-
mato un giudizio chiaro e completo, e dovrebbe prendersi tutto
il tempo necessario. Se le nozioni preliminari e il grado di cul-
tura richiesti per formulare un giudizio in questioni del genere
dovessero ancora mancargli, allora deve darsi il tempo per ac-
quisirli. Se ora, in questo modo, si fatto il suo giudizio chiaro
e completo, ci non vuol dire che egli lo debba rendere pubbli-
co. Se daccordo con ci che abbiamo detto qui, allora stato
gi detto, e non occorre dirlo due volte. sollecitato a parlare
solo chi pu dire qualcosaltro e meglio. Invece, ciascuno lo de-
ve vivere e agire effettivamente in ogni singolo caso, a modo suo
e nella sua situazione.
Meno che mai, infine, con questi discorsi stata mia intenzio-
ne presentare unesercitazione di scrittura ai nostri maestri tede-
schi di dottrina e di stile, perch essi li correggano e io possa ve-

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nire a sapere con loccasione quali speranze possano essere ripo-


ste in me. Anche da questo punto di vista mi sono state sommini-
strate dosi sufficienti di buoni consigli e di dottrina, e [450] ormai
dovrebbe essere chiaro se ci si pu aspettare o no qualche miglio-
ramento.
No, il mio intento stato anzitutto quello di ricondurre il pi
alto numero possibile dei nostri uomini di cultura, dallo sciame di
domande e ricerche, e dallesercito di opinioni contraddittorie in
cui sono stati sbattuti di qua e di l, a un punto in cui potessero
assumere una posizione stabile, e precisamente al punto che ci ri-
guarda pi da vicino, quello delle nostre faccende comuni. Il mio
intento stato di condurli, in questunico punto, a unopinione
salda da sostenere senza incertezze, e a una chiarezza in cui essi
potessero effettivamente orientarsi. Per quante controversie li
possano dividere su altri argomenti, ho inteso raccoglierli almeno
su questo punto in una comune unit dintenti. In questo modo,
infine, ho inteso dare stabilit a un tratto fondamentale delluomo
tedesco, quello per cui egli ha ritenuto che valesse la pena farsi
unopinione su ci che concerne i tedeschi; mentre colui che su
questo argomento preferirebbe non sentire e non pensare niente,
dora in poi pu essere considerato a buon diritto come qualcuno
che non ci appartiene.
La creazione di una simile saldezza di opinione, assieme al-
lunificazione e alla comprensione reciproca di diverse persone
al riguardo, non soltanto la salvezza immediata del nostro ca-
rattere da una dissoluzione indegna di noi, ma costituir anche
un mezzo potente per raggiungere il nostro scopo principale,
lintroduzione della nuova educazione nazionale. Anche i nostri
governi, che sono stati a sentirci pi di quanto consigliasse la
prudenza, si sono fatti sviare e hanno ondeggiato di qua e di l
come la nostra opinione; in particolare per il fatto che non era-
vamo mai daccordo n ciascuno con se stesso n gli uni con gli
altri, oggi volevamo questo e domani qualcosaltro, e ciascuno
contribuiva a modo suo alle grida e alla confusione. Se negli af-
fari comuni dovremo riuscire, un giorno, a perseguire un cam-
mino stabile e certo, che cosa impedisce di cominciare innanzi-
tutto da noi stessi, [451] dando esempio di risolutezza e di fer-
mezza? Facciamo sentire unopinione stabile e concorde; faccia-

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mo percepire in modo deciso e universalmente condiviso il bi-


sogno delleducazione nazionale, come abbiamo premesso; io
credo che i nostri governi ci aiuteranno e ci ascolteranno, se noi
ci mostriamo pronti ad aiutare noi stessi. Se non altro, nel caso
opposto, avremo per la prima volta il diritto di lamentarcene; ora
il lamento mal ci si addice, visto che i governi sono pi o meno
come noi li vogliamo.
La domanda pi importante che ho sottoposto alla decisione
della nazione tedesca se esista un mezzo sicuro ed efficace per
conservarla, e quale esso sia. Io ho risposto a questa domanda, e
ho mostrato i motivi del mio modo di rispondervi, non per im-
porre il giudizio finale. Fare cos non servirebbe a niente, poich
chiunque debba mettere mano a questa questione, deve essersi
convinto interiormente da se stesso. Al contrario, lho fatto solo
per stimolare una riflessione e un giudizio autonomi. Dora in poi,
devo lasciare ciascuno a se stesso. Posso solo esortarvi a non far-
vi ingannare da pensieri scialbi e superficiali, che circolano anche
intorno a questo argomento; a non farvi distogliere da una medi-
tazione pi profonda; e a non accontentarvi di consolazioni che
non valgono niente.
Per esempio, gi prima degli ultimi eventi noi abbiamo do-
vuto ascoltare fino alla saziet, e da allora ci stato ripetuto di
frequente che, se anche la nostra indipendenza politica andas-
se perduta, noi manterremmo pur sempre la nostra lingua e la
nostra letteratura, e in queste resteremmo ancora una nazione,
e cos potremmo facilmente consolarci di tutto il resto. Ma su
che cosa si fonda la speranza che noi manterremo la nostra lin-
gua anche senza indipendenza politica? Quelli che dicono cos,
non [452] ascrivono forse a questi loro appelli e ammonimenti
una forza miracolosa, fino ai figli e ai nipoti e a tutti i secoli fu-
turi? Gli adulti nostri contemporanei, che sono abituati a parla-
re, a scrivere e a leggere in tedesco, continueranno senzaltro a
fare cos; ma che cosa far la prossima generazione, e quella
successiva? Quale contrappeso pensiamo di dare a queste ge-
nerazioni, per mettere le briglie al loro desiderio di compiace-
re a chi risplende di successo e distribuisce ogni favore anche
con la lingua e la scrittura? Non abbiamo mai sentito dire di
una lingua che essa la prima al mondo, bench venga procla-
mato che in questa lingua le prime opere devono ancora essere

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scritte?2 E non vediamo gi ora, sotto i nostri occhi, che scrit-


ti dal contenuto compiacente vengono redatti in essa? Ci si ap-
pella allesempio di due altre lingue, una del mondo antico, una
del mondo moderno, che sono sopravvissute come lingue vive
nonostante il tramonto politico dei popoli che le parlavano3.
Non voglio neppure entrare nel modo in cui lo hanno fatto;
per chiaro a prima vista che tutte due avevano qualcosa che
la nostra non ha, in virt di cui hanno trovato grazia presso i
vincitori, grazia che la nostra non potr mai trovare. Se questi
consolatori si fossero guardati un po meglio intorno, avrebbe-
ro trovato un altro esempio, che a nostro avviso fa al caso no-
stro, quello della lingua vendica. Anche questa sopravvive fin
dai secoli lontani in cui il popolo che la parla ha perduto la sua
libert, e precisamente nelle povere capanne del servo della gle-
ba legato alla terra, perch in essa possa lamentare il suo desti-
no, non capito dai suoi oppressori4.

Ma poniamo il caso che la nostra lingua resti viva anche come lin-
gua di scrittori, e cos conservi la sua letteratura: che letteratura
pu essere la letteratura di un popolo senza indipendenza politi-
ca? Che cosa vuole, che cosa pu volere uno scrittore ragionevo-
le? Nientaltro che intervenire nella universale [453] vita pubbli-
ca, formandola e trasformandola secondo la sua immagine; e se
vuol fare qualcosaltro, allora tutto il suo parlare vuoto suono,
buono per solleticare orecchie oziose. Egli vuole pensare origina-
riamente e alla radice della vita spirituale, per coloro che agisco-
no in modo altrettanto originario, cio governano. Perci, egli
pu scrivere soltanto in una lingua in cui pensano anche i gover-
nanti, in una lingua in cui si governa, nella lingua di un popolo che
costituisce uno Stato indipendente. Che cosa vogliono, in ultima

2
Lallusione, piuttosto ingiustificata, al francese.
3 Fichte potrebbe riferirsi al greco antico e allitaliano.
4 Cfr. Enciclopedia Europea, vol. X, s.v. sorabi: sorabi o vendi, popolazio-

ne slava occidentale, pi comunemente nota con il nome di serbi di Lusazia, dal-


la regione storica di stanziamento a partire dalla fine del sec.VI d.C. [...] I sorabi,
pur nella loro tormentata storia, conservarono il senso della propria coscienza na-
zionale, che a partire dal sec. XIX si tradusse anche in una produzione letteraria
nelle due varianti linguistiche, ovvero lalto e il basso sorabo. Lesempio scelto
da Fichte non sembra dunque adatto a confermare la sua argomentazione.

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analisi, tutte le nostre occupazioni intorno alle scienze pi astrat-


te? Lasciate stare lo scopo pi immediato, che sarebbe quello di
trapiantare la scienza di generazione in generazione e di tenerla al
mondo: perch mai dovrebbe essere tenuta al mondo? Evidente-
mente solo per configurare al momento giusto la vita universale e
lintero ordine delle cose umane. Questo il suo scopo ultimo;
mediatamente dunque, sia pure solo in un lontano futuro, ogni at-
tivit scientifica serve allo Stato. Se rinuncia a questo scopo, essa
perde anche la sua dignit e la sua indipendenza. Ma chi ha que-
sto scopo deve scrivere nella lingua del popolo dominante.
Com vero, senza dubbio, che ovunque si incontri una lingua
particolare presente anche una nazione particolare, che ha dirit-
to di curare i suoi interessi e di governare se stessa in modo indi-
pendente; cos, allinverso, si pu dire che quando un popolo ha
smesso di governare se stesso ha anche lobbligo di rinunciare alla
sua lingua e di confluire coi suoi vincitori, perch possano sorgere
unit, pace interna e la completa dimenticanza di rapporti che non
ci sono pi. Anche un condottiero poco intelligente dovr spinge-
re una mescolanza del genere in questa direzione, e possiamo stare
certi che con noi succeder cos. Finch questa fusione non viene
raggiunta, ci saranno traduzioni dei manuali autorizzati nella lin-
gua dei barbari, cio di coloro che sono troppo poco dotati per im-
parare la lingua del popolo dominante, e che proprio per questo
[454] si escludono da qualsiasi influenza sugli affari pubblici, e si
condannano a essere sottomessi per tutta la vita. A costoro, che sul-
le vicende della realt si sono condannati a un ottuso mutismo,
verr anche permesso di esercitare la loro eloquenza nellinvenzio-
ne di vicende immaginarie, o di servirsi per imitazione di antiche
forme ormai invecchiate. I sostegni si possono cercare, per il primo
caso nella lingua antica portata ad esempio, per il secondo in quel-
la moderna. Forse, per qualche tempo ci piacer tenere una lette-
ratura simile, e chi non ha migliore consolazione, potr consolarsi
con questa. Ma ci che vorrei impedire, se potessi, che una simi-
le consolazione da nulla, che servirebbe perfettamente a un nemi-
co della nostra indipendenza, tenga nellinerzia del sonno uomini
che sarebbero capaci di guardare in faccia la verit, e di venire scos-
si alla sua vista fino al punto di decidere e di agire.
Cos, ci viene promessa la continuazione di una letteratura te-
desca sino alle nuove generazioni. Per giudicare pi da vicino le

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speranze che possiamo nutrire su questo punto, sarebbe molto


utile guardarsi intorno, anche solo per vedere se al momento noi
abbiamo gi una letteratura tedesca nel vero senso della parola. Il
pi nobile privilegio e lufficio pi sacro dello scrittore di riuni-
re la sua nazione, e di deliberare con essa sulle questioni pi im-
portanti che la riguardano. Ma in modo del tutto particolare, que-
sto stato da sempre lufficio esclusivo dello scrittore in Germa-
nia, poich essa era divisa in pi Stati separati, e come un tutto co-
mune era tenuta insieme quasi soltanto dallo strumento dello
scrittore, la lingua e gli scritti. Questo diventa il suo ufficio in mo-
do tanto pi proprio e pi urgente in tempi come questi, in cui
stato strappato anche lultimo vincolo esterno che univa i tede-
schi, la costituzione dellimpero. Ora non parliamo di qualcosa
che sappiamo o temiamo, ma solo di una possibilit, che dobbia-
mo comunque prendere anticipatamente in considerazione se
dovesse [455] risultare che gi adesso i ministri di particolari Sta-
ti sono catturati dallansia, dalla paura e dal terrore a tal punto, da
impedire in un primo momento alle voci che presuppongono una
nazione come ancora esistente, e a essa si rivolgono, di farsi senti-
re oppure, mediante divieti, di diffondersi, allora questa sarebbe
una dimostrazione del fatto che gi ora noi non abbiamo pi un
ceto di scrittori tedeschi, e sapremmo come siamo messi con le
prospettive di una letteratura futura.
Ma che cosa dovrebbero temere? Forse il fatto che qualcuno
non sarebbe contento di udire quelle voci? Il minimo che si pos-
sa dire, che per essere cos teneramente premurosi hanno scelto
il momento sbagliato. Se non possono impedire che ci che ap-
partiene alla patria subisca umiliazioni vergognose, e che allo stra-
niero vengano rivolte adulazioni disgustose, almeno non siano co-
s severi contro una parola animata dallamor di patria! senzal-
tro possibile che non tutti saranno egualmente contenti di sentire
tutto; ma in questo momento non ce ne possiamo preoccupare.
la necessit che ci spinge, e noi appunto dobbiamo dire ci che es-
sa ci comanda di dire. Noi lottiamo per la vita: vogliono forse co-
storo che noi misuriamo i nostri passi, perch qualche uniforme
statale non rischi di essere sporcata dalla polvere che si solleva?
Noi sprofondiamo nei flutti: dovremmo forse rinunciare a chia-
mare aiuto, per non spaventare qualche nostro vicino debole di
nervi?

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Chi sono dunque coloro che potrebbero non essere contenti


di ascoltare, e a quale condizione potrebbero non esserlo? sem-
pre solo loscurit e la tenebra che spaventa. Ogni spauracchio
scompare se lo fissiamo negli occhi. Fateci comparire dinnanzi a
questo spettro con la stessa audacia e spregiudicatezza con cui fi-
nora abbiamo analizzato ogni argomento in queste conferenze.
O si assume che lessere che attualmente ha in pugno la dire-
zione di una gran parte degli affari mondiali sia un animo vera-
mente grande5, o si assume il contrario; un terzo caso non [456]
possibile. Nel primo caso: in che cosa consiste ogni grandezza
umana, se non nellindipendenza e originariet della persona, e
nel fatto che essa non sia un artefatto della sua epoca, ma una crea-
tura che si sviluppata in tutto e per tutto dalleterno e originario
mondo degli spiriti? Nel fatto che per essa sorta una concezio-
ne del mondo nuova e peculiare, e che essa ha ferma volont e for-
za inflessibile per introdurre questa sua concezione nella realt ef-
fettiva? Ma assolutamente impossibile che un animo siffatto non
onori anche fuori di s, in popoli e individui, ci che costituisce la
sua personale grandezza nella sua interiorit: lindipendenza, la
fermezza, loriginalit del modo di essere. Quanto pi certo e fi-
dato il sentimento della sua grandezza, tanto pi egli disdegna
dominare su anime servili, ed essere grande tra i nani; disprezza il
pensiero che per comandare sugli uomini, bisogna prima umiliar-
li; oppresso dalla vista della corruzione che lo circonda, lo ad-
dolora non poter rispettare gli uomini; ma tutto ci che innalza,
nobilita, pone in una luce pi degna la specie che gli sorella, fa
bene al suo nobile spirito ed il suo supremo godimento. Com
possibile che un animo siffatto sia scontento di sentire che gli
sconvolgimenti portati dallepoca vengono utilizzati per scuotere
dal suo sonno profondo unantica e onorata nazione, che allo-
rigine della maggior parte dei popoli dellEuropa moderna, e li ha
formati tutti? E per spingerla ad afferrare un sicuro mezzo di con-
servazione, che le consenta di sollevarsi dalla rovina, al tempo
stesso preservandola da ogni ricaduta, e di sollevare insieme con
s tutti gli altri popoli? Qui non si incita a ribellioni che turbino

5 Il riferimento, tanto trasparente quanto sarcastico, a Napoleone.

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la quiete pubblica; al contrario, si cerca di dissuadere da queste


come sicure apportatrici di rovina, si fornisce una salda base im-
mutabile su cui finalmente edificare, in un popolo del mondo, le-
ticit pi alta, pi pura e mai ancora esistita tra gli uomini, in mo-
do da assicurarla per tutti i tempi seguenti e diffonderla a partire
da qui su tutti gli altri popoli; viene [457] indicata una trasforma-
zione del genere umano, da creature terrene e sensibili in puri e
nobili spiriti. Si crede forse che uno spirito puro, nobile e grande
egli stesso, o chiunque si formi prendendolo a modello, possa ve-
nire offeso da una proposta del genere?
Al contrario, che cosa dovrebbero ammettere e confessare
pubblicamente, quelli che nutrissero questa paura, confermando-
la con le loro azioni? Dovrebbero confessare di credere che il
principio da cui siamo dominati sordido e meschino, nemico
dellumanit, turbato da ogni attivit di forza indipendente, tale
da non poter sentir parlare senza spaventarsi di eticit, religione,
elevazione degli animi, mentre la sua salvezza e la sua speranza di
conservarsi starebbero solo nellumiliazione degli uomini, nella
loro ottusit e nei loro vizi. Dovremmo forse essere daccordo
senzaltro, e senza la limpida dimostrazione precedente, con que-
sta loro credenza, che a tutti gli altri nostri mali aggiungerebbe an-
che lumiliazione di essere dominati da un principio del genere?
Dovremmo agire conformemente a essa?
Ma anche nel peggiore dei casi, posto che abbiano ragione lo-
ro e torto noi, che con la nostra azione abbiamo ammesso il pri-
mo caso: dovrebbe veramente il genere umano essere umiliato e
abbassarsi al punto da compiacere a uno che vuol essere servito
in questo modo, e a quelli che ne hanno avuto paura? E non do-
vrebbe essere permesso di avvertirli della loro caduta, a qualcuno
cui lo comandi il suo cuore? Posto che essi non solo abbiano ra-
gione, ma che ci si debba anche decidere a dar loro ragione di
fronte ai contemporanei e ai posteri, pronunciando a voce alta il
giudizio su se stessi appena emesso: quale sarebbe il peggio che
potrebbe derivarne per lammonitore non gradito? Provino a im-
maginare qualcosa di superiore alla morte! Ma questa ci aspetta
tutti comunque, e fin dal principio dellumanit uomini magnani-
mi hanno [458] sfidato il rischio della morte anche per faccende
di minor peso perch dove mai ce n stata una pi importante

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di quella attuale? Chi ha il diritto di intromettersi in unimpresa


che cominciata con questo rischio?
Se tra noi tedeschi dovessero esserci uomini del genere, cosa che
non spero, allora essi offrirebbero il loro collo al giogo della servit
spirituale senza esserne richiesti, senza ottenerne riconoscenza e,
come spero, venendo respinti. Adulando, crederebbero di com-
portarsi da politici prudenti poich non conoscendo i pensieri del-
la vera grandezza, li misurerebbero alla stregua della propria me-
schinit. Con smania carica di risentimento, userebbero la lettera-
tura, di cui altrimenti non sanno che cosa fare, come capro espia-
torio sul cui sacrificio costruire la loro corte. Noi invece, con latto
della nostra fiducia e del nostro coraggio, lodiamo molto pi di
quanto potrebbero fare le parole la grandezza dellanimo presso
cui si trova il potere. Ovunque la nostra voce risuoni liberamente,
per tutta larea di tutte le lingue tedesche, essa annuncia ai tedeschi
con la sua semplice esistenza: Nessuno vuole la vostra sottomis-
sione, il vostro servilismo, la vostra oppressione da schiavi, bens la
vostra indipendenza, la vostra vera libert, il vostro innalzamento
e nobilitazione, questo ci che si vuole, poich non ci viene im-
pedito di consultarci pubblicamente con voi su tutto questo, e di
mostrarvi il mezzo infallibile a questo scopo. Se questa voce tro-
ver lascolto e il successo auspicato, allora essa innalzer nel cor-
so dei secoli un monumento a questa grandezza e alla nostra fede
in essa, che il tempo non potr distruggere, ma che crescer e si
diffonder sempre di pi a ogni nuova generazione. Chi ha il dirit-
to di opporsi al tentativo di erigere un monumento simile?
Quindi, invece di consolarci della nostra perduta indipenden-
za con la fioritura della nostra letteratura futura, e di farci disto-
gliere con questa consolazione dalla ricerca di un mezzo per ri-
pristinarla, preferiremmo sapere se quei tedeschi, ai quali toc-
cata in sorte una specie di tutela sulla letteratura, permettano an-
cora, al resto dei tedeschi che scrivono o leggono, di avere una let-
teratura nel vero senso della parola, e se [459] ritengano che at-
tualmente, in Germania, una simile letteratura sia consentita o
meno; ma fra non molto si dovr decidere come la pensano vera-
mente6.

6 Qui Fichte allude alle autorit di censura.

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In conclusione, la prima cosa che dobbiamo fare, anche solo


per poterci conservare fino al completo e profondo miglioramen-
to del nostro popolo, di procurarci un carattere, e di confer-
marlo anzitutto formandoci, mediante la riflessione personale,
una salda opinione sulla nostra vera situazione e sul mezzo sicuro
per migliorarla. Abbiamo mostrato la nullit della consolazione
costituita dalla sopravvivenza della nostra lingua e letteratura. Ma
ci sono anche altre finzioni, che in questi discorsi non abbiamo an-
cora affrontato, e che impediscono la formazione di una salda opi-
nione simile. opportuno prendere in considerazione anche que-
ste. Ma un compito che riserviamo allora successiva.
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Sommario del tredicesimo discorso*


Continuazione delle considerazioni
precedenti

Alla fine del nostro discorso precedente, abbiamo detto che sono
ancora diverse le idee inconsistenti e le dottrine illusorie in circo-
lazione tra noi circa le vicende dei popoli. Esse impediscono ai te-
deschi di acquisire un punto di vista saldo e conforme alle loro ca-
ratteristiche sulla loro situazione presente. [460] Proprio perch
ora questi sogni vengono diffusi con lo zelo pi grande e imposti
alla venerazione pubblica, sembra opportuno sottoporli a un esa-
me pi serio di quello che la loro importanza meriterebbe in altre
circostanze, tanto pi che lincertezza generale fa s che alcuni li
utilizzino per riempire i posti rimasti vuoti.
Anzitutto i confini primi, originari e veramente naturali degli
Stati sono senza dubbio i loro confini interni. Quelli che parlano
la stessa lingua sono collegati tra di loro da una molteplicit di le-
gami invisibili mediante la semplice natura, ben prima che inter-
venga larte umana; sono capaci dintendersi sempre pi chiara-
mente, fanno parte di un tutto, e per natura sono Uno, e un uni-
co inseparabile intero. Essi non possono accogliere in s e mesco-
lare con s un popolo di altra lingua e provenienza, senza confon-
dersi e disturbare violentemente il regolare procedere della loro
formazione. La delimitazione esterna degli insediamenti risulta
solo da questo limite interno, tracciato dalla natura spirituale del-

* Sul perch di questo discorso si fornisca solo il sommario, e non il discor-


so stesso, si veda la nota alla fine di questo sommario.

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luomo stesso come sua conseguenza e, nella considerazione na-


turale delle cose, gli uomini che vivono allinterno di determinati
monti e fiumi non sono affatto un popolo per questo, bens al con-
trario gli uomini vivono insieme e, se cos ha deciso la loro fortu-
na, sono protetti da fiumi e monti, perch essi erano un popolo gi
da prima, mediante una legge di natura di gran lunga superiore.
Cos, la nazione tedesca si insedi al centro dellEuropa, suffi-
cientemente unita in se stessa da una lingua e da un modo di pen-
sare comuni, e separata abbastanza nettamente dagli altri popoli,
come un muro divisorio tra stirpi non affini. Essa era coraggiosa
abbastanza per proteggere i propri confini contro ogni attacco
straniero, lasciata a se stessa, poco incline per tutto il suo modo di
pensare a occuparsi delle popolazioni vicine, a mescolarsi nelle lo-
ro faccende, e a provocare con agitazioni la loro inimicizia. [461]
Nel corso del tempo, la sua sorte favorevole la preserv dalla par-
tecipazione immediata alla depredazione di altri mondi, cio alla
vicenda che ha condizionato pi di ogni altra il tipo di sviluppo
della moderna storia universale, i destini dei popoli e la massima
parte dei loro concetti e opinioni1. solo a partire da questa vi-
cenda che lEuropa cristiana, che prima, anche senza averne una
chiara coscienza, era stata una, e come tale si era mostrata in im-
prese comuni, si divise in diverse parti separate; solo a partire da
quella vicenda fu individuata una preda comune, cui ciascuno
aspirava allo stesso modo poich tutti potevano utilizzarla allo
stesso modo, e che ognuno scorgeva con invidia nelle mani del-
laltro; soltanto ora fu presente un motivo di segreta inimicizia e
voglia di guerra di tutti contro tutti. E fu anche soltanto ora che
per i popoli divenne vantaggioso incorporare popoli anche di al-
tre lingue e provenienza e appropriarsi delle loro forze, mediante
la conquista oppure, se questa non era possibile, tramite alleanze.
Un popolo rimasto fedele alla natura, se la sua sede dinsedia-
mento diventata per lui troppo stretta, pu avere la volont di

1
Il riferimento alle conquiste coloniali e ai conflitti relativi, seguiti alla sco-
perta dellAmerica da parte di Cristoforo Colombo. Laccentuazione fortemen-
te critica di Fichte al riguardo non certo nuova: cfr. per tutti Der geschlone
Handelsstaat, GA, I, 7, pp. 43-44 (lettera dedicatoria al ministro von Struensee;
trad. it. Lo Stato secondo ragione o lo Stato commerciale chiuso, Milano 1909
[senza indicazione del curatore], pp. XII-XIII); e i capp. IV-VI del Libro secon-
do, ivi, pp. 99-112 (trad. it., cit., pp. 79-94).

185
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ampliarla mediante la conquista del territorio vicino, per conqui-


stare pi spazio, ed esso allora scaccer i precedenti abitanti; pu
desiderare di cambiare una regione sterile e selvaggia con una pi
temperata e feconda; se degenera, pu intraprendere semplici raz-
zie, soltanto per impadronirsi di tutto ci che utilizzabile, senza
desiderare il suolo o gli abitanti, e abbandonando nuovamente i
territori saccheggiati; infine, pu ripartire tra s, in quanto cose
egualmente utilizzabili, i precedenti abitanti del territorio con-
quistato, come schiavi di singoli individui: ma esso non ha il mi-
nimo vantaggio e non cadr mai nella tentazione di annettersi la
popolazione estranea, cos come essa sussiste, in quanto parte co-
stitutiva dello Stato. Ma se il caso quello in cui [462] bisogna
strappare a un contendente egualmente forte, o ancora pi forte,
una preda comune che attrae entrambi, il calcolo diverso. Co-
munque il popolo sconfitto possa adattarsi a noi per il resto, al-
meno le sue energie possono essere impiegate per combattere lav-
versario da depredare, e chiunque per noi il benvenuto, in quan-
to accresce la pubblica forza armata. Se ora un uomo saggio, che
desideri pace e tranquillit, aprisse gli occhi su questo stato di co-
se, da che cosa potrebbe attendersi la pace? Evidentemente non
dalla limitazione naturale dellavidit umana, per il fatto che il su-
perfluo non serve a nessuno, poich presente una preda da cui
tutti sono tentati; e altrettanto poco potrebbe aspettarsela da una
volont autolimitantesi, poich tra uomini simili, in cui ciascuno
prende per s tutto ci che pu, colui che si limita deve necessa-
riamente andare in rovina. Nessuno vuole dividere con laltro ci
che adesso possiede; ciascuno vuole depredare laltro del suo, per
quanto pu. Se uno tranquillo, questo accade solo perch non
si ritiene forte abbastanza per cominciare la lotta; la comincer si-
curamente, non appena sperimenter di avere in s la forza ne-
cessaria. Quindi, lunico mezzo per ottenere la pace consiste nel-
limpedire che qualcuno raggiunga mai un potere tale da turbar-
la, e nel far sapere a chiunque che dallaltra parte c tanta forza
di resistenza, quanto dalla sua c forza di attacco. Cos deve sor-
gere un equilibrio e un riequilibrio del potere complessivo, me-
diante cui soltanto, dopo che sono spariti tutti gli altri mezzi, cia-
scuno venga tenuto nei suoi attuali possedimenti, e tutti siano te-
nuti tranquilli. Dunque quel noto sistema dellequilibrio di po-
tenza in Europa presuppone questi due elementi: un bottino al

186
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quale nessuno ha diritto, ma verso cui tutti provano lo stesso de-


siderio, e quindi luniversale, effettivo desiderio di preda, che con-
tinua attivamente ad alimentarsi. Con queste premesse, questo
equilibrio sarebbe certo lunico mezzo per mantenere la pace, se
solo si riuscisse a trovare il secondo mezzo per produrre quelle-
quilibrio, e trasformarlo da vuoto pensiero in cosa reale.
[463] Ma quelle premesse, valevano davvero universalmente e
senza eccezione? Al centro dellEuropa, la potentissima nazione
tedesca non era rimasta intatta da quel bottino e dallinfezione del
suo desiderio, e quasi senza la facolt di rivendicarne il diritto? Se
soltanto questa nazione fosse rimasta unita in ununica volont
comune e in ununica forza comune, anche se gli altri europei si
fossero assassinati per tutti i mari e su tutte le isole e le coste: al cen-
tro dellEuropa, la salda muraglia dei tedeschi avrebbe impedito
loro di scontrarsi gli uni con gli altri qui sarebbe rimasta la pace,
e i tedeschi si sarebbero conservati, insieme a una parte dei restanti
popoli europei, in una condizione di tranquillit e benessere.
Ma non era compatibile con gli interessi dellestero, rivolti sol-
tanto al momento immediatamente successivo, che le cose restas-
sero cos. Essi trovarono che il coraggio tedesco poteva essere uti-
lizzato per condurre le loro guerre, e le loro braccia per strappa-
re il bottino ai loro rivali; bisognava trovare un mezzo per rag-
giungere questo scopo, e la scaltrezza straniera la spunt facil-
mente sullingenuit e la semplicit tedesche. stato lestero a
sfruttare per primo la divisione degli animi, sorta nel corso dei
conflitti di religione in Germania, per smembrare artificialmente
anche questo esempio in miniatura di tutta lEuropa cristiana e
trasformarlo, da ununit intimamente intrecciata, in parti sepa-
rate e per s sussistenti, allo stesso modo in cui prima lestero stes-
so si era naturalmente smembrato nel corso della comune razzia.
Lestero ha saputo rappresentare questi Stati particolari, sorti in
questo modo nel seno di ununica nazione, che non aveva nemici
se non nellestero stesso, e non aveva affari tranne quello comune
di contrapporsi unendo le forze alle tentazioni e ai secondi fini di
questultimo li ha saputi rappresentare reciprocamente luno al-
laltro come nemici naturali, contro i quali ciascuno doveva con-
tinuamente stare in guardia, mentre ha saputo presentare se stes-
so come lalleato naturale contro questo pericolo incombente da
parte dei propri connazionali. I tedeschi sarebbero rimasti in pie-

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di, o caduti, solamente con tali alleati, e [464] perci dovevano ap-
poggiarli nelle loro imprese con tutte le loro forze. Fu con questo
vincolo artificiale che tutti i contrasti suscettibili di svilupparsi,
qualunque fosse il loro oggetto, nel mondo antico o nel mondo
moderno, divennero contrasti propri dei popoli tedeschi tra di lo-
ro. Ogni guerra, qualunque fosse il motivo per cui era sorta, do-
veva essere combattuta sul suolo tedesco e col sangue tedesco,
ogni turbativa dellequilibrio doveva essere appianata in quella
nazione, alla quale lorigine prima di quei rapporti era del tutto
estranea, e per essere qualcosa gli Stati tedeschi, la cui esistenza
separata gi cozzava contro ogni natura e ragione, dovettero ri-
dursi a fare da aggiunte ai pesi principali nella bilancia dellequi-
librio europeo, di cui essi seguivano linclinazione ciecamente e
senza volont. Come in alcuni Stati esteri i cittadini si chiamano a
seconda che siano di questo o di un altro partito straniero, e per-
ch votarono per questa o quella alleanza con lestero, mentre non
si sa come chiamare chi del partito della patria, cos gi da lun-
go tempo i tedeschi erano a favore soltanto di un partito stranie-
ro qualunque, e raramente ci si imbatteva in qualcuno che ap-
poggiasse il partito dei tedeschi, e sostenesse che questo paese do-
veva allearsi con se stesso.
Questa dunque la vera origine e il significato, questo il risul-
tato per la Germania e il mondo intero della dottrina, che abbia-
mo aspramente criticato, di un equilibrio del potere da mantene-
re artificialmente tra gli Stati europei. Se lEuropa cristiana fosse
rimasta una come avrebbe dovuto, e come era in origine, non ci
sarebbe mai stata occasione per generare un pensiero simile. Ci
che uno poggia su se stesso, e sostiene se stesso, e non si divide
in forze contrastanti, che dovrebbero essere condotte a un equili-
brio reciproco. Quel pensiero ha ottenuto un significato provvi-
sorio solo per unEuropa divisa e ormai ingiusta. Ma di questa Eu-
ropa divisa e ingiusta, la Germania non faceva parte. Se almeno
questa fosse rimasta una, allora avrebbe poggiato su se stessa al
centro della terra civilizzata, come il sole al centro delluniverso;
[465] si sarebbe mantenuta in pace, e con s avrebbe mantenuto
in pace i suoi pi immediati vicini, e senza alcun procedimento ar-
tificiale, ma in virt della sua semplice esistenza naturale, avreb-
be dato equilibrio al tutto. Fu solo linganno dellestero a invi-
schiarla nella sua ingiustizia e nei suoi contrasti, e a fornirle in mo-

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do interessato quel concetto come uno dei mezzi pi efficaci per


ingannarla sul suo vero vantaggio, e per mantenerla nellinganno.
Questo scopo ora stato sufficientemente raggiunto, e il risultato
che si voleva ottenere si trova compiuto sotto i nostri occhi. Ma
anche se non possiamo annullarlo, perch non dovremmo cancel-
larne lorigine almeno nella nostra intelligenza, che quasi luni-
ca cosa rimasta alla nostra giurisdizione? Perch dovremmo ave-
re ancora davanti agli occhi il vecchio sogno, dopo che la sventu-
ra ci ha risvegliato dal sonno? Perch non dovremmo vedere la ve-
rit almeno adesso, e scorgere lunico mezzo che avrebbe potuto
salvarci se mai i nostri discendenti vorranno fare ci che noi ora
capiamo, cos come noi ora subiamo ci che hanno sognato i no-
stri padri? Lasciateci comprendere che il pensiero di un equilibrio
da conservare artificialmente poteva certo rappresentare per le-
stero un sogno consolatorio, a fronte della colpa e del male che
lopprimevano; ma che per, come un prodotto assolutamente
estero, non avrebbe mai dovuto radicarsi nellanimo di un tede-
sco, e i tedeschi non sarebbero mai dovuti arrivare a una situazio-
ne in cui esso avrebbe potuto radicarsi. Almeno ora, lasciatecelo
penetrare nella sua nullit, in modo da dover capire che la salvez-
za generale non pu essere trovata in quel pensiero, ma soltanto
nella concordia dei tedeschi tra loro.
Altrettanto estranea al tedesco la libert dei mari cos spesso
predicata ai giorni nostri, sia che ci si prefigga veramente questa
libert, oppure soltanto la facolt di escludere da essa tutti gli al-
tri. Per lunghi secoli, durante la competizione delle altre nazioni,
il tedesco ha mostrato scarsa inclinazione a prendervi parte in mi-
sura estesa, e [466] non lo far mai. Del resto, non ne ha nemme-
no bisogno. Il suo territorio riccamente fornito e la sua laboriosit
gli garantiscono tutto ci di cui luomo civilizzato ha bisogno per
vivere. Non gli manca nemmeno labilit tecnica per trasformarlo
secondo i suoi scopi: e per quanto riguarda lunico vero guadagno
che il commercio mondiale porta con s, lampliamento della co-
gnizione scientifica della terra e dei suoi abitanti, il suo proprio
spirito scientifico non gli far mancare un mezzo di scambio. Ma-
gari la sorte favorevole avesse protetto il tedesco dalla partecipa-
zione mediata al bottino degli altri mondi, allo stesso modo in cui
essa lo aveva protetto dalla partecipazione immediata! La credu-
lit e il desiderio di vivere in modo comodo e raffinato come gli

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altri popoli non avrebbe trasformato in necessit le merci super-


flue prodotte in mondi estranei e, rispetto ai pochi prodotti me-
no superflui, sarebbe stato preferibile porre condizioni sopporta-
bili al nostro libero concittadino, piuttosto che trarre guadagno
dal sudore e dal sangue di un povero schiavo al di l dei mari. Al-
meno non avremmo fornito a noi stessi il pretesto per il nostro de-
stino attuale, e non verremmo combattuti come compratori, e
mandati in rovina come mercato2. Quasi un decennio fa, prima
che chiunque potesse prevedere ci che accaduto in seguito, ai
tedeschi fu consigliato di rendersi indipendenti dal commercio
mondiale, e di chiudersi come Stato commerciale3. Questa pro-
posta cozzava contro le nostre abitudini, ma in particolare contro
la nostra adorazione idolatrica dei metalli preziosi, e fu veemen-
temente contestata e messa da parte. Da allora abbiamo impara-
to, costretti da una violenza estranea e con disonore, a rinunciare
a molto pi di quello cui allora assicuravamo di non poter rinun-
ciare con libert e a nostro massimo onore. Possa almeno questa
circostanza, in cui non ci pungola il godimento, spingerci a retti-
ficare una volta per tutte le nostre idee! Speriamo di capire, alla
fine, che tutti quei barcollanti edifici teorici sul commercio mon-
diale e sulla produzione per il mercato mondiale sono senzaltro
adatti per lo straniero, e [467] fanno parte delle armi con cui egli
ci ha sempre combattuto, ma non hanno applicazione presso i te-
deschi, e che, accanto alla loro concordia reciproca, la loro inter-
na autonomia e indipendenza commerciale il secondo mezzo per
la loro salvezza e, per suo tramite, per la salvezza dellEuropa.
Si osi infine guardare in tutta la sua odiosit e irragionevolezza
anche il sogno di una monarchia universale, che comincia a esse-
re offerto alla venerazione pubblica al posto dellequilibrio, dive-
nuto da qualche tempo sempre meno credibile. La natura spiri-
tuale ha potuto rappresentare lessenza dellumanit solo per gra-
dazioni massimamente molteplici, in singoli individui e nella sin-
golarit in generale, cio in popoli. Il fenomeno della divinit com-
pare nel suo specchio vero e proprio solo quando ciascuno di que-
sti si sviluppa e si configura lasciato a se stesso secondo la sua pe-

2 Trasparente allusione al blocco continentale imposto da Napoleone in fun-

zione anti-inglese.
3 Lo Stato commerciale chiuso usc alla fine del 1800.

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culiarit, e quando ciascun singolo fa lo stesso in ciascuno di loro,


secondo la peculiarit comune al popolo e la sua personale. Solo
chi mancasse di ogni presentimento per la legalit e lordine divi-
no, o fosse un loro nemico incallito, potrebbe osare intervenire in
questa legge suprema del mondo degli spiriti. Solo nelle partico-
lari caratteristiche delle nazioni, invisibili e nascoste ai loro stessi
occhi, si trova la garanzia della loro dignit, della loro virt, del lo-
ro merito presenti e futuri. Mediante tali caratteristiche, infatti, le
nazioni entrano in contatto con la fonte della vita originaria. Se ta-
li caratteristiche vengono smussate per mescolanza e attrito, allo-
ra ne deriva la separazione dalla natura spirituale, da qui superfi-
cialit, da qui la fusione di tutte quelle caratteristiche in una cor-
ruzione uniforme e continua. Dovremmo credere agli scrittori,
che ci consolano dei nostri mali con la prospettiva di diventare
sudditi della nuova incipiente monarchia universale, secondo cui
qualcuno avrebbe deciso di polverizzare tutti i germi dellumano
nellumanit, per imprimere allargilla che si scioglie una forma
qualunque? Dovremmo credere possibile, nella nostra epoca, una
cos enorme rozzezza o inimicizia contro il genere umano? [468]
Ma se anche volessimo decidere di credere, in un primo momen-
to, allassolutamente incredibile, con quale strumento si dovreb-
be realizzare questo programma? Che tipo di popolo dovrebbe
conquistare il mondo per un nuovo monarca universale, tenuto
conto dellattuale stato dincivilimento dellEuropa? I popoli eu-
ropei hanno gi smesso da diversi secoli di essere selvaggi, e di gioi-
re di unattivit distruttrice fine a se stessa. Tutti cercano dopo la
guerra una pace definitiva; dopo lo sforzo la tranquillit, dopo la
confusione lordine; e tutti vogliono vedere coronata la parabola
della loro vita con la pace di una vita domestica e calma. Per un
certo periodo, lentusiasmo pu spingerli alla guerra anche per un
vantaggio nazionale solo immaginario; ma se lesortazione ritorna
sempre nello stesso modo, il sogno scompare insieme alla febbre
che lha provocato; torna la nostalgia per un quieto ordine, e sor-
ge la domanda: A che scopo faccio e sopporto tutto questo? Un
conquistatore universale del nostro tempo dovrebbe per prima
cosa cancellare tutti questi sentimenti, e formare con arte consa-
pevole un popolo di selvaggi da inserire in questepoca, che per
sua natura non ne fornisce. Ma ancora di pi. Purch alluomo si
conceda solo un po di calma, locchio abituato fin dalla giovinez-

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za a una civile coltivazione delle terre, a un certo ordine e benes-


sere, gode della vista di condizioni simili ovunque esso le incontri,
poich gli presenta lo sfondo della sua personale nostalgia, che
non pu mai essere totalmente estirpata, e il fatto di doverle di-
struggere lo addolora. Anche per questa benevolenza profonda-
mente impressa nelluomo sociale, e per il dolore causato dal ma-
le che il soldato porta nelle terre conquistate, devessere trovato
un contrappeso. Non c nientaltro che il desiderio di preda. Se
la pulsione dominante del soldato diventa quella di farsi un botti-
no e, nella devastazione di terre fiorenti, viene abituato a pensare
soltanto a ci che pu guadagnare per la sua persona nella miseria
generale, allora c da aspettarsi che [469] i sentimenti della com-
passione e della piet in lui ammutoliscano. Quindi, oltre a quella
rozzezza barbarica, un conquistatore universale del nostro tempo
dovrebbe anche formare i suoi a un desiderio di preda freddo e
meditato. Egli non dovrebbe punire i saccheggi, ma piuttosto in-
coraggiarli. Inoltre, anche la vergogna insita naturalmente nella
cosa dovrebbe venir meno, e il depredare dovrebbe valere come
segno prestigioso di intelligenza raffinata, essere annoverato tra
gli atti eroici, e aprire la via a tutti gli onori e a tutte le cariche.
Dov nellEuropa moderna una nazione cos ignobile da poter es-
sere addestrata in questo modo? Ma poniamo che questa trasfor-
mazione le riesca: allora, il raggiungimento del suo scopo viene va-
nificato proprio dal mezzo utilizzato. Dora in poi, in uomini, ter-
re e manufatti conquistati, un popolo simile non vede altro che un
mezzo per fare denaro nel pi breve tempo possibile, andare avan-
ti e fare ancora denaro; esso saccheggia velocemente, e abbando-
na ci che ha sfruttato al suo destino, qualunque esso sia. Esso ta-
glia lalbero di cui vuole conquistare i frutti. A chi agisce con stru-
menti del genere, tutte le arti della tentazione, della persuasione e
dellinganno diventeranno inutili. Esse possono ingannare solo da
lontano. Appena le si guarda da vicino, la rozzezza animale e il de-
siderio di preda empio e spudorato balzeranno agli occhi anche
dei pi idioti, e tutto il genere umano esprimer il suo orrore a vo-
ce alta. Con tali strumenti si potr certo saccheggiare la terra e ren-
derla un deserto, e polverizzarla in un cupo caos, ma non potr mai
pi essere ordinata in una monarchia universale.
I pensieri suddetti, e tutti i pensieri di questo tipo, sono pro-
dotti di un pensare che gioca semplicemente con se stesso, e tal-

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volta resta anche impigliato nei suoi fantasmi, indegno della


profondit e della seriet tedesche. Al massimo, alcune di queste
immagini, come per esempio quella di un equilibrio politico, so-
no utili linee ausiliarie per orientarsi e per ordinare unampia e
confusa molteplicit di fenomeni; ma credere nellesistenza natu-
rale di queste cose, o [470] aspirare alla loro realizzazione, co-
me se qualcuno cercasse sulleffettivo globo terrestre lespressio-
ne e lindicazione dei poli, dellequatore e dei tropici mediante i
quali egli si orienta sulla terra. Quando nella nostra nazione di-
venter costume pensare non soltanto per scherzo e per cos dire
stando a vedere che cosa verr fuori, bens come se ci che pen-
siamo dovesse essere vero e valere effettivamente nella vita, allora
diventer superfluo mettere in guardia contro simili miraggi di
una prudenza politica originariamente straniera, e utile solo per
incantare i tedeschi.
Questa profondit, seriet e solidit del nostro modo di pen-
sare, se la possediamo davvero, irromper anche nella nostra vita.
Noi siamo dei vinti; se ora vogliamo essere anche disprezzati, e di-
sprezzati a ragione; se oltre a tutto il resto vogliamo perdere an-
che lonore, ci dipender pur sempre da noi. La lotta con le ar-
mi si conclusa; si apre, se vogliamo, la nuova lotta dei princpi,
dei costumi, del carattere.
Diamo ai nostri ospiti unimmagine di fedele attaccamento al-
la patria e agli amici, di inattaccabile rettitudine e amore del do-
vere, di tutte le virt civili e domestiche, come amichevole dono
ospitale da riportare nella loro patria, alla quale infine faranno ri-
torno. Stiamo attenti a non indurli al disprezzo nei nostri con-
fronti. Il modo pi sicuro per farlo, sarebbe o di temerli in mo-
do esagerato, oppure di rinunciare al nostro modo di essere, sfor-
zandoci di imitare il loro. Lungi da noi il malcostume di sfidare
e di provocare da singoli i singoli; ma, per il resto, il criterio pi
sicuro sar di andare per la nostra strada come se fossimo da so-
li con noi stessi, e di non stringere relazioni che non ci siano im-
poste dalla necessit; e per questo, il mezzo pi sicuro sar che
ciascuno si accontenti di ci che possono fornirgli le vecchie re-
lazioni coi compatrioti, porti il peso comune secondo le sue for-
ze, ma consideri ogni favore da parte dello straniero come uno
smacco disonorevole. [471] Purtroppo, divenuto un costume
europeo pressoch universale, e dunque anche tedesco, che in ca-

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so di scelta si preferisca la propria umiliazione al rischio di sem-


brare, come si dice, persone che impongono soggezione, e forse
si potrebbe ricondurre tutto il galateo delle cosiddette buone ma-
niere a questunico principio. Magari potessimo noi tedeschi, nel-
le presenti circostanze, infrangere questo stile di vita invece di
qualcosa di pi alto! Potessimo restare come siamo, anche a co-
sto di provocare uninfrazione del genere; anzi, essendone in gra-
do, potessimo diventare in modo ancora pi forte e pi deciso
come dovremmo essere! I rilievi che ci vengono fatti di solito, se-
condo i quali siamo privi di agilit e di destrezza, siamo grevi, pe-
santi e prendiamo tutto troppo sul serio, non dovrebbero imba-
razzarci, bens al contrario dovremmo sforzarci di meritarli a
maggior ragione e in pi ampia misura. Ci rafforzi in questa de-
cisione la convinzione, facile da conseguire, che nonostante ogni
sforzo a quelli non andremo mai bene finch non smetteremo di
essere noi stessi, il che equivale a smettere di esistere semplice-
mente. Ci sono popoli che, mentre vogliono mantenere le loro ca-
ratteristiche e vogliono vederle rispettate, concedono anche agli
altri popoli le loro, e gliele garantiscono e permettono. A questi
appartengono senzaltro i tedeschi, e questo tratto fondato co-
s profondamente in tutta la loro vita terrena passata e presente,
che molto spesso, per non fare torto ai loro stranieri contempo-
ranei e agli antichi, hanno fatto torto a se stessi. Ancora, ci sono
altri popoli ai quali il loro S, fortemente compatto in se stesso,
non concede mai la libert di ritrarsi a considerare lestraneo in
modo distaccato e tranquillo, e che perci sono costretti a cre-
dere che vi sia un unico possibile stile di vita per luomo civiliz-
zato, che il caso avrebbe destinato proprio a loro; tutti gli altri
uomini al mondo non avrebbero altra destinazione tranne quella
di diventare cos [472] come sono loro, e dovrebbero dimostra-
re a loro, che prendono su di s la fatica di formarli, la pi gran-
de riconoscenza. Tra i popoli del primo tipo ha luogo unazione
reciproca di cultura e di educazione, massimamente benefica per
la formazione delluomo in generale, e una compenetrazione in
cui tuttavia ciascuno, con lapprovazione dellaltro, resta eguale a
se stesso. I popoli del secondo tipo non possono formare niente,
poich non possono accettare niente nel suo stato presente; vo-
gliono soltanto azzerare tutto ci che sussiste, e produrre ovun-
que al di fuori di loro uno spazio vuoto, in cui possano ripetere

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sempre di nuovo la loro propria figura; perfino il loro iniziale, ap-


parente immedesimarsi in costumi estranei, solo il benevolo ab-
bassarsi delleducatore verso lallievo che per il momento an-
cora debole, per d buone speranze. Perfino i personaggi del-
lantichit a loro non piacciono finch non li hanno messi nei lo-
ro panni, e se potessero li richiamerebbero dalla tomba per edu-
carli alla loro maniera. Lungi da me la presunzione di imputare
questa limitatezza a una qualsiasi nazione del presente, presa nel-
la sua globalit. Assumiamo piuttosto che, anche in questo caso,
i migliori sono quelli che tacciono. Ma se quelli che sono venuti
tra noi e hanno parlato si devono giudicare da quello che hanno
detto, allora si dovrebbe concludere che essi vanno inseriti nella
classe appena descritta. Una simile affermazione sembra avere bi-
sogno di prove e, tacendo delle restanti manifestazioni che stan-
no sotto gli occhi dellEuropa, addurr ununica circostanza, la
seguente. Noi ci siamo fatti la guerra; da parte nostra, noi siamo
gli sconfitti, loro i vincitori; questo vero, e lo ammettiamo.
Quelli potrebbero senza dubbio accontentarsi di questo. Ora, se
tra noi qualcuno andasse avanti dicendo che noi eravamo nel giu-
sto e avremmo meritato la vittoria, e che deplorevole che essa
non sia stata nostra: sarebbe tutto ci cos grave, e potrebbero
[473] biasimarci cos tanto quelli che da parte loro possono pen-
sare comunque quello che vogliono? E invece no, non possiamo
azzardarci a pensarlo. Dobbiamo riconoscere quanto sia ingiusto
avere una volont diversa dalla loro e resistere a essi; dovremmo
benedire le nostre disfatte come levento pi salutare per noi stes-
si, e loro come i nostri pi grandi benefattori. Non pu essere al-
trimenti, e si spera per la bont della nostra intelligenza che sar
cos. Ma perch mi dilungo su ci che quasi duemila anni fa sta-
to detto con molta esattezza per esempio nelle opere storiografi-
che di Tacito? La concezione dei Romani sui loro rapporti con i
barbari che essi combattevano, secondo la quale opporre resi-
stenza contro di loro sarebbe stata una ribellione criminale e una
sollevazione contro le leggi umane e divine, e secondo cui le lo-
ro armi non potevano portare ai popoli nientaltro che benedi-
zione, e le loro catene nientaltro che onore concezione che in
loro, comunque, aveva un apparente fondamento di giustifica-
zione questa concezione la stessa che ci stata offerta al gior-
no doggi, e che molto benevolmente ci stata richiesta presup-

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ponendo che fosse la nostra. Non sto dicendo che affermazioni


simili siano soltanto scherni tracotanti; posso capire che una
grande presunzione e limitatezza possa portare a credere seria-
mente che le cose stiano cos, e possa onorevolmente attribuire la
stessa fede allavversario; per esempio, credo che i Romani la
pensassero veramente cos. Mi chiedo solo se quelli tra noi, per i
quali risulta impossibile convertirsi a una fede del genere, po-
tranno puntare a un qualche accordo.
Ci rendiamo degni di profondo disprezzo da parte dello stra-
niero quando sotto alle sue orecchie ci accusiamo lun laltro, po-
poli, persone, ceti tedeschi, del nostro comune destino, e ci sca-
gliamo reciprocamente rimproveri aspri e veementi. Prima di tut-
to, tutte le accuse di questo tipo sono in gran parte inique, ingiu-
ste, infondate. Quali siano le cause che hanno condotto allestre-
mo destino della Germania, lo abbiamo mostrato sopra; esse so-
no [474] insite da secoli in tutte le stirpi tedesche, senza eccezio-
ne e allo stesso modo; gli ultimi eventi non sono la conseguenza
di un particolare passo falso di un singolo popolo o del suo go-
verno, essi si andavano preparando da lungo tempo e, se si fosse
trattato solo dei motivi presenti in noi stessi, avrebbero potuto
colpirci allo stesso modo gi molto tempo fa. La colpa o linno-
cenza di tutti, al riguardo, egualmente grande, e non pi pos-
sibile calcolarla. La precipitazione del risultato finale ha dimo-
strato che i singoli Stati tedeschi non conoscevano nemmeno se
stessi, le loro forze e la loro vera situazione; come potrebbe dun-
que qualcuno pretendere di tirarsi fuori, e di pronunciare un giu-
dizio definitivo, basato su una seria conoscenza, riguardo alla col-
pa di altri?
Pu darsi che, al di l dei popoli della patria tedesca, un de-
terminato ceto sia colpito da un rimprovero maggiormente fon-
dato, non perch anchesso non abbia capito o non abbia potuto
fare pi di tutti gli altri, che una colpa comune, ma perch si
dato lapparenza di vedere e capire di pi, cacciando tutti gli altri
dallamministrazione degli Stati. Ma se anche un tale rimprovero
fosse fondato, chi lo deve pronunciare, e a che cosa serve che es-
so venga pronunciato e discusso proprio adesso, a voce pi alta e
pi aspra che mai? Noi vediamo che alcuni scrittori lo fanno. Se
questi scrittori hanno parlato come parlano adesso anche allora,
quando presso quel ceto, con il consenso silenzioso della decisa

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maggioranza del restante genere umano, si trovavano ancora tut-


to il prestigio e tutto il potere, chi li pu biasimare per il fatto di
richiamare i discorsi che facevano allora, ormai confermati dalle-
sperienza? Sentiamo anche che essi portano davanti al tribunale
del popolo singole persone chiamate per nome, che un tempo sta-
vano al vertice degli affari, mostrando la loro incapacit, la loro
inerzia, la loro cattiva volont, e dimostrando chiaramente che da
simili cause dovevano scaturire necessariamente simili eventi. Se
essi avevano [475] capito ci che capiscono adesso gi allora,
quando gli accusati avevano ancora il potere, e quando i mali che
dovevano risultare necessariamente dalla loro amministrazione
potevano ancora essere evitati, e lo avevano detto a voce altret-
tanto alta; se essi avevano gi allora accusato i loro colpevoli con
la stessa forza, senza lasciare alcun mezzo intentato per salvare la
patria dalle loro mani, e semplicemente non sono stati ascoltati;
allora essi fanno assai bene a ricordare i loro avvertimenti allora
disprezzati. Ma se hanno ricavato la loro attuale saggezza solo dal
risultato, da cui tutto il popolo ha ricavato con loro la stessa iden-
tica saggezza, perch ora dicono proprio loro ci che tutti gli altri
sanno altrettanto bene? O forse allora hanno adulato per avidit,
o taciuto per paura, davanti al ceto o alle persone su cui adesso,
dopo che quelli hanno perduto il potere, la loro requisitoria si ab-
batte implacabile? In tal caso, sarebbe bene che in futuro non di-
menticassero di menzionare tra le origini dei nostri mali, accanto
alla nobilt e ai ministri e generali incapaci, anche gli scrittori po-
litici che sanno ci che sarebbe dovuto accadere solo a cose fatte,
allo stesso modo della plebe e che, mentre adulano i potenti,
scherniscono contenti del male altrui chi caduto in disgrazia!
O forse biasimano gli errori del passato, che certo non pu es-
sere annullato da tutti i loro biasimi, solo perch in futuro non si
ripetano? Ed semplicemente il loro zelo nel provocare un
profondo miglioramento dei rapporti umani a porli cos audace-
mente al di l di ogni considerazione di prudenza e di rispetto?
Saremmo lieti di poter attribuire loro questa buona coscienza, se
solo la solidit della loro visione e della loro intelligenza li auto-
rizzasse ad avere buona coscienza in questo campo. Non sono sta-
te le singole persone che per caso si sono trovate ai posti di co-
mando ad aver provocato i nostri mali, ma la connessione e lin-
treccio del tutto, lintero spirito del tempo, gli errori, linsipienza,

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la superficialit, lavvilimento e lincerta condotta da questi inse-


parabile, insomma i costumi del tempo nel loro insieme. E cos,
[476] ad agire sono state molto meno le persone che i posti, e
chiunque, perfino gli appassionati accusatori, pu assumere con
alta probabilit che, se si fosse trovato allo stesso posto, sarebbe
stato trascinato dalle circostanze pi o meno allo stesso punto.
Smettiamola di immaginarci una malvagit e un tradimento deli-
berati! Inerzia e mancanza di intelligenza bastano a spiegare gli
eventi un po ovunque; e questa una colpa da cui nessuno do-
vrebbe assolversi completamente senza un profondo esame di co-
scienza. Tanto pi che quando in tutta la massa si trova un grado
assai alto dinerzia, nel singolo che la dovrebbe scuotere dovreb-
be risiedere un grado altrettanto alto di forza e di attivit. Perci,
se anche gli errori dei singoli vengono messi cos nettamente in ri-
lievo, il motivo del male con ci non ancora scoperto, n viene
superato dal fatto che errori simili saranno evitati in futuro. Se gli
uomini restano imperfetti, non potranno far altro che commette-
re errori, e se anche sfuggono quelli dei loro predecessori, nello
spazio infinito della fallibilit se ne troveranno facilmente di nuo-
vi. Solo una completa trasformazione pu aiutarci, solo il comin-
ciamento di uno spirito interamente nuovo. Se essi collaboreran-
no al suo sviluppo, allora saremo lieti di concedere loro, accanto
alla gloria della buona coscienza, anche quella di una giusta e sa-
lutare intelligenza.
Queste accuse reciproche non sono soltanto inutili e ingiuste,
ma anche estremamente imprudenti, e devono profondamente
abbassarci agli occhi dello straniero, a cui facilitiamo e offriamo
in tutti i modi la possibilit di venirne a conoscenza. Se non ci stu-
feremo di raccontare di fronte a loro quanto la nostra situazione
fosse confusa e assurda, e quanto miseramente fossimo governa-
ti, non dovranno essi credere che, comunque si comporteranno
nei nostri confronti, saranno pur sempre un bene per noi, e non
potranno mai farci troppi danni? Non dovranno credere che noi,
vista la nostra grande incapacit e inettitudine, siamo tenuti ad ac-
cogliere con la pi umile riconoscenza qualsiasi cosa [477] essi ci
abbiano offerto, o che ci riservano ancora per il futuro, dal ricco
tesoro della loro arte di governo, amministrazione e legislazione?
C davvero bisogno da parte nostra di appoggiare la loro co-
munque non sfavorevole opinione di se stessi, e quella miserabile

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che essi hanno di noi? Non diventano in questo modo certe af-
fermazioni, che altrimenti andrebbero prese come feroci prese in
giro, secondo cui essi avrebbero dato per la prima volta una pa-
tria ai territori tedeschi, che prima non lavevano, oppure avreb-
bero cancellato la dipendenza servile delle persone in quanto tali
da altre persone, che da noi sarebbe stata legale, una ripetizione
di nostre affermazioni personali, e uneco delle nostre personali
adulazioni? una vergogna che noi tedeschi non condividiamo
con nessun altro popolo che abbia avuto, in questo, il nostro stes-
so destino, il fatto che, non appena su di noi comandano armi stra-
niere, proprio come se avessimo atteso questo momento gi da
lungo tempo, e volessimo approfittarne prima che il tempo passi,
ci profondiamo in insulti contro i nostri governi e governanti, che
in precedenza avevamo adulato in modo disgustoso, e contro tut-
to ci che appartiene alla patria.
Come possiamo stornare la vergogna dalla nostra testa noi al-
tri, che siamo innocenti, e lasciare da soli i colpevoli? Un mezzo
c. Non verranno pi stampati scritti diffamatori dal momento in
cui si sar sicuri che non ne verranno pi comprati, e gli autori e
gli editori non potranno pi contare su lettori attratti da pigrizia,
vuota curiosit e gusto del pettegolezzo, oppure dalla gioia per il
danno altrui, suscitata dal vedere umiliato ci che un tempo in-
stillava in loro il doloroso sentimento del rispetto. Chiunque pro-
vi vergogna, restituisca col disprezzo che merita ogni scritto dif-
famatorio che gli venga offerto da leggere; lo faccia anche se cre-
de di essere lunico ad agire cos, finch tra noi non diventi co-
stume per ogni uomo donore fare lo stesso; e ci libereremo assai
presto di questa parte vergognosa della nostra letteratura, senza
bisogno di vietare i libri con la violenza.
[478] Infine, ci che di fronte allo straniero ci umilia nel mo-
do pi profondo quando ci mettiamo ad adularlo. Una parte di
noi si era resa sufficientemente spregevole, ridicola e nauseante
gi in precedenza, quando in ogni occasione offriva incenso gros-
solano ai potenti della patria, e non era trattenuta n da ragione,
n da decoro, gusto e buoni costumi, ogniqualvolta riteneva di po-
ter presentare lelogio delladulazione. Questo costume diven-
tato fuori moda, e in parte questi inni di lode si sono trasformati
in parole dinsulto. Nel frattempo, per non restare diciamo co-
s senza esercizio, alle nostre nuvole dincenso abbiamo dato

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unaltra direzione, dalla parte in cui adesso il potere. Gi il pri-


mo atteggiamento, sia ladulazione stessa, sia il fatto che essa fos-
se tollerata, doveva addolorare ogni tedesco seriamente pensante;
ma la cosa restava tra noi. Vogliamo ora rendere testimone anche
lo straniero di questa nostra infima inclinazione, e della grande
imperizia con cui ce ne liberiamo, aggiungendo cos, al disprezzo
per la nostra bassezza, la vista ridicola del nostro impaccio? In ta-
le comportamento, ci manca completamente la finezza dello stra-
niero; per non restare inascoltati, infatti, diventiamo goffi ed esa-
gerati, e cominciamo subito con adorazioni e genuflessioni a sce-
na aperta. A ci si aggiunge il fatto che i nostri inni di lode ci sem-
brano spremuti a forza dalla paura e dal terrore; ma non c nul-
la di pi ridicolo di un timoroso che fa lelogio della bellezza e del-
la grazia di colui che in realt ritiene un mostro, e che con queste
adulazioni vuole soltanto convincerlo a non stritolarlo.
O forse questi elogi non sono adulazioni, ma lautentica espres-
sione della venerazione e dellammirazione che costoro sono co-
stretti a tributare al grande genio, che secondo loro guida le vicen-
de degli uomini? Quanto poco conoscono anche qui il sigillo della
vera grandezza! In tutte le epoche e tra tutti i [479] popoli questa
rimasta sempre eguale a stessa nel non essere vanitosa, come vice-
versa ci che ha mostrato vanit sempre stato infimo e meschino.
Alla vera grandezza, che poggia su se stessa, non piacciono le statue
dei contemporanei, n lappellativo di grande, e neppure il favore
urlante e gli encomi della moltitudine; piuttosto, essa respinge da s
tutto ci col dovuto disprezzo, e attende il suo verdetto anzitutto dal
giudice personale nel suo intimo, e quello pubblico dalla giuria dei
posteri. Inoltre, sempre stata sua caratteristica quella di rispettare
e di commiserare la sventura oscura e inesplicabile, di non dimenti-
care che la ruota del destino gira sempre, e di non farsi chiamare
grande o beata prima della fine. Quindi quegli encomiasti sono in
contraddizione con se stessi, e dicendo quello che dicono trasfor-
mano il contenuto delle loro parole in una menzogna. Se ritenesse-
ro davvero grande loggetto della loro presunta venerazione, si ac-
contenterebbero della sua superiorit rispetto al loro favore e alla
loro lode, e gli renderebbero onore in rispettoso silenzio. Mentre so-
no indaffarati a lodarlo, essi mostrano di ritenerlo piccolo e me-
schino, e cos fatuo da gradire i loro elogi, sperando in tal modo di
stornare da s qualche danno, o di procurarsi qualche vantaggio.

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Quel grido entusiasta: Che genio sublime, che profonda sag-


gezza, che vasto programma! Che cosa significa in fondo, a ben
considerarlo? Significa che il genio cos grande che possiamo
comprenderlo perfettamente anche noi, la saggezza cos profon-
da che anche noi possiamo penetrarla, il programma cos vasto
che anche noi possiamo completamente riprodurlo. Quindi, si-
gnifica che chi lodato allincirca della stessa grandezza di chi
lo loda, ma non completamente, poich questultimo capisce il
primo perfettamente, lo abbraccia con lo sguardo, e dunque gli
superiore e, se solo si sforzasse un po, potrebbe fare qualcosa di
ancora pi grande. Bisogna [480] avere unopinione assai alta di
se stessi, per credere di poter costruire la propria corte a cos buon
mercato; e chi lodato, deve avere unopinione di s assai sca-
dente, se accetta con compiacimento questi omaggi.
No, modesti, seri, posati, uomini e compatrioti tedeschi, resti
lontana una siffatta mancanza dintelligenza dal nostro spirito, e
un siffatto insudiciamento dalla nostra lingua, nata per esprimere
il vero! Lasciamo che lo straniero esulti ammirato a ogni nuova
apparizione, e che in ogni decennio adotti un nuovo criterio per
la grandezza, creandosi nuovi idoli e bestemmiando Dio per lo-
dare gli uomini. Il nostro criterio per la grandezza resti lantico:
che grande soltanto ci che capace di idee e che si entusiasma
per esse, le quali sole portano salvezza ai popoli; sui vivi, affidia-
mo il verdetto alla giuria dei posteri!

Nota a p. 184

Dopo aver atteso per diverse settimane la restituzione del manoscritto


di questo tredicesimo discorso, che era stato inoltrato alle mie autorit
di censura, ricevo infine, al suo posto, il seguente messaggio:
Il manoscritto del tredicesimo discorso del Sig. Professor Fichte an-
dato perduto in circostanze fortuite, dopo che aveva gi ottenuto limpri-
matur e, nonostante gli sforzi compiuti, non stato possibile ritrovarlo.
Ora, per non ritardare leditore ecc. Reimer nella stampa, prego
lIll.mo Sig. Professor Fichte di integrare questo discorso coi suoi qua-
derni, e di spedirmelo per limprimatur.

Berlino, 13 aprile 1808.


v. S c h e v e

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Ci che questo messaggio intenda con quaderni, non lo capisco, e ci


che nellelaborazione del testo era stato disposto e preparato su fogli
aggiuntivi stato dato alle fiamme nel corso di un cambio di abitazio-
ne intervenuto nel frattempo. Io perci sono stato costretto a insiste-
re perch il manoscritto, che non doveva essere perduto, fosse nuova-
mente recuperato. Questo [481] non stato possibile, come si assi-
curato, neppure dopo le ricerche pi accurate; o almeno non suc-
cesso, e io ho dovuto colmare la lacuna come ho potuto.
Mentre io, a mia propria giustificazione, sono costretto a portare
questa vicenda a conoscenza del pubblico esterno, lo prego tuttavia di
credere che le stranezze che si potrebbero trovare tanto nella vicenda
stessa, quanto nel messaggio sopra riportato, da noi non sono affatto
costume generale; al contrario, questa vicenda costituisce uneccezio-
ne rarissima, e forse mai verificatasi cos prima dora. Si pu immagi-
nare che saranno prese le misure necessarie perch un caso simile non
possa pi ripetersi.
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Quattordicesimo discorso
Conclusioni generali

I discorsi che cos concludo si sono diretti certamente, a voce al-


ta, innanzitutto a voi, ma hanno tenuto in vista lintera nazione te-
desca e, nella loro intenzione, hanno raccolto intorno a s, nello
spazio in cui respirate in modo visibile, tutti coloro che, fino a do-
ve si estende la lingua tedesca, siano capaci di capirli. Se fossi riu-
scito a gettare, nei petti che qui hanno battuto sotto i miei occhi,
una scintilla che continui a brillare e afferri la vita, allora io vorrei
che essi non rimanessero soli ma che, per tutto il territorio comu-
ne, sentimenti e decisioni simili si unissero e si collegassero ai lo-
ro, cosicch per tutto il territorio della patria fino ai suoi confini
pi lontani, a partire da questo centro, si diffondesse la fiamma
unica e continua di un modo di pensare patriottico. Questi di-
scorsi non si sono rivolti alla nostra epoca per far passare il tem-
po a occhi e orecchi oziosi, ma per [482] sapere, come vuole
chiunque la pensi come me, se anche al di fuori di noi esista qual-
cosa di affine al nostro modo di pensare. Ciascun tedesco, che cre-
da ancora di essere membro di una nazione, che a suo riguardo
pensi in modo grande e nobile, che speri in essa, che per essa osi,
pazienti e sopporti, deve essere infine strappato dallincertezza
della sua fede; egli deve vedere chiaramente se ha ragione, o se
soltanto uno stolto e un fanatico; dora in poi, egli deve o prose-
guire sulla sua strada con sicura e gioiosa coscienza, oppure ri-
nunciare con ferrea risolutezza ad avere una patria quaggi, e con-
solarsi soltanto con quella celeste. A voi, non in quanto persone

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di un certo tipo nella nostra limitata vita quotidiana, bens in quan-


to esponenti della nazione e, attraverso i vostri organi uditivi, al-
lintera nazione, questi discorsi rivolgono il seguente appello.
Sono passati secoli da quando non siete stati convocati insie-
me come oggi; in questo numero; in una faccenda cos impor-
tante, cos urgente, cos comune; cos assolutamente in quanto
nazione e tedeschi. E non succeder mai pi. Se adesso non fate
attenzione e non rientrate in voi stessi; se fate passare questi di-
scorsi come un vuoto solletico per le orecchie o uno strano mo-
stro, nessun uomo potr pi contare su di voi. Per una buona
volta, ascoltate e meditate. Almeno per questa volta, non anda-
tevene senza aver preso una salda decisione; e chiunque senta
questa voce, prenda questa decisione in se stesso e per se stesso,
come se fosse solo e dovesse fare tutto da solo. Se ci saranno ab-
bastanza individui che penseranno cos, si former presto un
grande intero, che potr confluire in ununica forza compatta. Se
al contrario ciascuno, escludendo se stesso, spera negli altri e af-
fida la cosa agli altri, allora non c nessun altro, e tutti restano
comerano prima. Prendetela subito, questa decisione. Non dite:
Facci riposare ancora un po, facci dormire e sognare ancora un
po, forse il miglioramento arriver da s. Non arriver mai da
s. Chi, [483] dopo avere sprecato lo ieri, quando pensarci sa-
rebbe stato ancora pi facile, non pu volere neppure oggi, co-
stui lo potr ancora meno domani. Ogni ritardo ci rende ancora
pi pigri, e ci culla ancora pi profondamente nella pacifica abi-
tudine del nostro misero stato. Anche gli stimoli esterni a pen-
sarci non potranno mai essere pi forti e pi urgenti. Chi non si
sente scosso da questo presente, ha sicuramente perduto ogni ca-
pacit di sentire. Voi siete chiamati a prendere una decisione e
una conclusione salda e definitiva. Non a un comando, a un in-
carico, a unesigenza da rivolgere ad altri, bens a voi stessi. Voi
dovete prendere una risoluzione che ciascuno pu attuare solo
da se stesso e in prima persona. Qui non basta quellozioso fare
propositi, quella volont di volere prima o poi, quel pigro ac-
contentarsi nellattesa di un miglioramento spontaneo; bens da
voi si pretende una decisione tale che al tempo stesso sia imme-
diatamente vita e atto interiore, e che quindi, senza tentenna-
menti o attenuazioni, perduri e continui a farsi valere finch non
sia giunta alla meta.

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O forse in voi del tutto estirpata e scomparsa la radice, da cui


soltanto pu germogliare una siffatta decisione che interviene nel-
la vita? Davvero tutto il vostro essere si assottigliato e dissolto in
unombra vuota, senza linfa n sangue n autonoma forza motrice,
come un sogno in cui visioni variopinte nascono e si incrociano ope-
rosamente, mentre il corpo giace immobile e come morto? Da lun-
go tempo, alla nostra epoca, stato detto in faccia e ripetuto sotto
ogni veste, che pi o meno questo ci che se ne pensa. I suoi por-
tavoce hanno creduto che cos si volesse solo insultare, e lhanno
presa come unesortazione a insultare a loro volta, perch la cosa
tornasse nel suo ordine naturale. Per il resto, non si intravisto il
minimo cambiamento o miglioramento. Se voi avete udito quelle
parole, [484] se ve ne siete scandalizzati, allora smentite quelli che
pensano e parlano cos di voi direttamente con i vostri atti: mostra-
te a tutto il mondo che siete diversi, e quelli saranno consegnati al-
la menzogna davanti a tutto il mondo. Forse hanno parlato di voi
cos duramente proprio nellintento di venire cos confutati da voi,
e perch disperavano di potervi scuotere con qualsiasi altro mezzo.
In questo caso, la loro opinione su di voi sarebbe stata ben miglio-
re di quella di coloro che vi adulano perch restiate nellinerte tran-
quillit e nellassenza di pensiero che non si cura di nulla.
Per quanto possiate essere cos deboli e senza forze, in questo
periodo la chiara e tranquilla meditazione vi stata resa cos faci-
le, quanto non lo era mai stata prima. Ci che propriamente ci ha
fatto precipitare nella confusione sulla nostra situazione, nella no-
stra assenza di pensiero, nel nostro cieco lasciare andare, era la
dolce contentezza di noi stessi e del nostro modo di essere. Fino-
ra aveva funzionato ed era continuato cos; a chi ci esortava alla
riflessione mostravamo trionfanti, al posto di unaltra confutazio-
ne, la nostra esistenza e sussistenza, che andava avanti senza che
noi ci pensassimo. Ma funzionava solo perch non venivamo mes-
si alla prova. Da allora, ci siamo passati in mezzo. Da questo mo-
mento, non dovevano dissolversi le illusioni, i miraggi, le false
consolazioni, con le quali ci siamo storditi a vicenda? Non dove-
vano sparire i pregiudizi innati che, senza venire di qua o di l, si
erano diffusi su tutti noi come una nebbia naturale, avvolgendoci
tutti nello stesso crepuscolo? Quel crepuscolo non trattiene pi i
nostri occhi; ma non pu pi neppure servirci come scusa. Ades-
so noi stiamo qui, puri, vuoti, spogliati di ogni corteccia e rivesti-

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mento estranei, semplicemente quali noi stessi siamo. Adesso


dobbiamo mostrare che cosa questo Stesso , oppure non .
Qualcuno tra voi potrebbe venir fuori e chiedermi: Che cosa
d proprio a te, unico tra tutti gli uomini e gli scrittori tedeschi, il
mandato, la vocazione e il privilegio di riunirci e di scagliarti con-
tro di noi? [485] Non avrebbe ciascuno tra le migliaia degli scrit-
tori tedeschi lo stesso diritto che hai tu, ma nessuno di loro lo fa,
bens solo tu salti fuori? Io rispondo, che ciascuno avrebbe avu-
to senzaltro lo stesso diritto che ho io, e che io lo faccio proprio
perch nessuno di loro lo ha fatto prima di me; e che io avrei ta-
ciuto, se un altro lo avesse fatto in precedenza. Questo era il pri-
mo passo verso la meta di un completo miglioramento; qualcuno
doveva farlo. Io sono stato il primo che lo ha capito in modo vi-
vo; perci sono stato io che lho fatto per primo. Dopo questo,
qualsiasi altro passo sar il secondo; adesso tutti hanno lo stesso
diritto di farlo; ma, ancora una volta, a farlo davvero sar soltan-
to un singolo. Uno deve sempre essere il primo, e chi pu esserlo,
lo sia!
Senza preoccuparvi di questa circostanza, indugiate un poco
col vostro sguardo sulla considerazione, cui vi abbiamo condotto
gi in precedenza, dellinvidiabile condizione in cui si trovereb-
bero la Germania e il mondo intero, se la prima avesse saputo uti-
lizzare la felicit della sua situazione e riconoscere il suo vantag-
gio. Fissate gli occhi su ci che ormai sono entrambi; e fatevi pe-
netrare dal dolore e dallo sdegno da cui sar catturato ogni nobi-
le animo. Rivolgetevi quindi indietro a voi stessi, e vedete come
siate voi quelli che il tempo vuole liberare dagli errori dei prede-
cessori, i cui occhi vuole sgomberare dalla nebbia; che a voi con-
cesso, come a nessuna generazione prima di voi, di rendere lac-
caduto non accaduto, e di cancellare questo intervallo poco ono-
revole dai libri di storia dei tedeschi.
Fate scorrere davanti a voi le diverse condizioni tra le quali do-
vete fare una scelta. Se andate avanti cos nella vostra ottusit e in-
differenza, vi aspettano per primi tutti i mali della schiavit, pri-
vazioni, umiliazioni, lo scherno e larroganza dei vincitori; voi ver-
rete cacciati di qua e di l in tutti gli angoli, poich non starete be-
ne da nessuna parte finch, sacrificando la vostra nazionalit e la
vostra lingua, [486] non vi procurerete un posticino subordinato,
e il vostro popolo in questo modo non si estinguer gradualmen-

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te. Se invece vi deciderete a fare attenzione, allora troverete dap-


prima una sopravvivenza sopportabile e onorevole, e poi vedre-
te fiorire, tra voi e intorno a voi, una generazione che promette a
voi e ai tedeschi di essere ricordati nel modo pi glorioso. Attra-
verso questa generazione, voi vedrete in spirito il nome tedesco
innalzarsi sino a divenire quello pi celebrato tra tutti i popoli,
voi vedrete questa nazione quale rigeneratrice e restauratrice del
mondo.
Dipende da voi, se volete essere la fine e gli ultimi di una ge-
nerazione non degna di considerazione, e disprezzata dai posteri
persino oltre il dovuto; oppure, se volete essere linizio e il punto
di partenza di una nuova epoca, splendida oltre ogni vostra im-
maginazione, e coloro a partire dai quali i posteri conteranno gli
anni della loro salvezza. Meditate sul fatto che voi siete gli ultimi
ad avere la possibilit di operare questo grande cambiamento. Voi
avete ancora sentito chiamare i tedeschi come una cosa sola, ave-
te visto un segno visibile della loro unit, un impero e una fede-
razione imperiale, o ne avete sentito parlare; tra voi si sono anco-
ra fatte sentire di tanto in tanto voci ispirate da questo superiore
amor di patria. Chi verr dopo di voi, si abituer ad altre idee, as-
sumer forme estranee e un altro corso di affari e di vita; e quan-
to passer ancora, prima che non viva pi nessuno che abbia vi-
sto tedeschi, o ne abbia sentito parlare?
Non molto ci che vi si chiede. Dovete soltanto assumervi
lonere di concentrarvi per breve tempo, e di pensare a ci che sta
immediatamente sotto i vostri occhi. Dovete solo formarvene
unopinione salda, restarle fedeli, e poi esprimerla e dichiararla
nel vostro ambiente circostante. Il presupposto, la nostra sicura
convinzione, che [487] questo pensiero produrr in tutti voi lo
stesso risultato; e che, se voi pensate veramente, e non andate
avanti nella solita indifferenza, penserete in modo concorde. Pur-
ch vi procuriate in generale uno spirito, e non continuiate a vi-
vere semplicemente come piante, lunicit dintenti e la concordia
dello spirito verranno da s. Ma una volta accaduto questo, verr
fuori da s anche tutto il resto di cui abbiamo bisogno.
Ma questo pensiero effettivamente richiesto, in prima perso-
na, a ciascuno tra voi che possa ancora pensare a qualcosa che ha
sotto gli occhi. Avete tempo per farlo; lattimo non vuole n stor-
dirvi n sorprendervi; gli atti delle trattative intraprese con voi re-

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stano sotto i vostri occhi. Non metteteli da parte, finch non vi sia-
te messi daccordo con voi stessi. No, non affidatevi, per pigrizia,
ad altri o a qualunque cosa al di fuori di voi; n alla stolta saggez-
za del tempo, secondo cui le epoche si sviluppano per mezzo di
una qualche forza sconosciuta, senza intervento umano. Questi
discorsi non si stancano di ribadire che voi potete essere aiutati
solo e soltanto da voi stessi, e trovano necessario ripetervelo fino
allultimo momento. Certo, la pioggia e la rugiada, e anni fecondi
o infecondi possono dipendere da una potenza a noi sconosciuta,
che non in nostro potere; ma il tempo in tutto e per tutto pro-
prio degli uomini, i rapporti umani, se li fanno soltanto gli uomi-
ni, e assolutamente nessuna potenza che si trovi al di fuori di lo-
ro. Solo se tutti insieme sono egualmente ciechi e ignoranti, essi
cadono preda di questa potenza nascosta: ma sta a loro non esse-
re ciechi e ignoranti. Certo, la misura in cui le cose andranno ma-
le, potrebbe dipendere in parte da quella potenza sconosciuta, ma
in modo del tutto particolare dallintelligenza e dalla buona vo-
lont di coloro cui siamo soggetti. Ma se mai [488] le cose do-
vranno tornare ad andarci bene, questo dipende esclusivamente
da noi, e sicuramente non ci capiter pi alcun benessere, se non
ce lo procureremo da noi stessi: e in particolare, se ciascun singo-
lo tra noi, a suo modo, non far e agir come se fosse da solo, e co-
me se la salvezza delle future generazioni dipendesse da lui sol-
tanto1.

Questo ci che dovete fare; questi discorsi vi scongiurano di far-


lo senza indugio.

Scongiurano voi giovani. Io, che da parecchio tempo ho smesso


di essere dei vostri, credo, e lho anche detto in questi discorsi, che
voi siate ancora pi capaci di ogni pensiero che vada al di l di ci
che volgare, e pi sensibili a ogni bene e virt, poich la vostra
et ancora pi vicina agli anni dellinnocenza infantile e alla na-
tura. La maggior parte degli adulti considera questa vostra carat-
teristica in modo del tutto diverso. Essi vi accusano di presunzio-

1 Fichte aggiunse lultima frase dopo i due punti (e in particolare [...] di-

pendesse da lui soltanto) come attenuazione per superare le obiezioni della


censura, seguendo il suggerimento di von Stein.

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ne, di formulare giudizi affrettati, azzardati e superiori alle vostre


forze, di voler sempre avere ragione, di amare le novit. Per sor-
ridono benevolmente di questi vostri difetti. Essi ritengono che
tutto questo dipenda soltanto dalla vostra scarsa conoscenza del
mondo, cio delluniversale corruzione umana, poich essi non
hanno occhi per nientaltro al mondo. Voi adesso avete coraggio
solo perch sperate di trovare dei compagni che la pensino come
voi, e ignorate la dura e rabbiosa resistenza che si opporr ai vo-
stri progetti di miglioramento. Ma quando lo slancio giovanile
della vostra immaginazione si sar spento, quando farete espe-
rienza dellegoismo, della pigrizia e dellignavia universali, quan-
do avrete gustato la dolcezza di procedere nellandazzo abituale,
allora vi passer anche la voglia di essere migliori e pi intelligen-
ti di tutti gli altri. Questa loro speranza nei vostri confronti non
campata in aria; essi ne hanno trovato conferma nella loro stessa
persona. Essi devono confessare che nei giorni della loro stolta
giovinezza hanno sognato di migliorare il mondo come fate voi
adesso; ma [489] con laccrescersi della loro maturit sono diven-
tati docili e mansueti come voi li vedete adesso. Io a loro credo; io
stesso ho gi provato, nella mia non lunghissima esperienza, che
giovani i quali dapprima suscitavano ben altre speranze, pi tardi
hanno perfettamente adempiuto le aspettative ben intenzionate di
questa et matura. Giovani, non fatelo pi: perch altrimenti co-
me potr mai cominciare una generazione migliore? Certo, vi ab-
bandoner lo smalto della giovinezza, e lo slancio della vostra im-
maginazione smetter di autoalimentarsi, ma cogliete questo slan-
cio, e tempratelo con la chiarezza del pensiero, appropriatevi del-
larte di questo pensiero, e in pi riceverete come dono la pi bel-
la dote delluomo: il carattere. In quella chiarezza di pensiero, voi
conserverete la sorgente delleterna fioritura giovanile; anche se il
vostro corpo invecchier, e le vostre ginocchia si piegheranno, il
vostro spirito si rigenerer in freschezza sempre rinnovata, e il vo-
stro carattere star saldo e senza mutamenti. Afferrate subito loc-
casione che qui vi si offre; pensate chiaramente alloggetto che si
propone alla vostra deliberazione; la chiarezza che per voi ha fat-
to irruzione in un punto, si diffonder gradualmente anche in tut-
ti gli altri.
Questi discorsi scongiurano voi vecchi. Di voi si pensa e a voi
si dice in faccia quello che avete appena udito; e loratore aggiun-

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ge con franchezza in prima persona che, per quanto riguarda la


grande maggioranza di voi, a parte le eccezioni che non di rado si
presentano e che sono tanto pi degne di rispetto, si ha perfetta-
mente ragione. Ripercorriamo la storia degli ultimi due o tre de-
cenni; tutti concordano eccetto voi stessi, anzi perfino ciascuno di
voi, nel campo che non lo riguarda immediatamente, daccordo
che, sempre a parte le eccezioni e considerando solo la maggio-
ranza, in tutti i settori, nella scienza come negli affari della vita,
lincapacit e legoismo pi grandi si sono sempre riscontrati nel-
let pi avanzata. Tutti i nostri contemporanei hanno visto che
chiunque [490] volesse qualcosa di migliore e pi perfetto, oltre
alla lotta con la sua propria oscurit e con le altre circostanze, do-
veva condurre con voi la lotta pi aspra; che il vostro fermo pro-
posito era che non dovesse affacciarsi nulla che voi non avreste
fatto e inteso allo stesso modo; che consideravate ogni vivacit di
pensiero come un oltraggio alla vostra intelligenza; e che non ri-
sparmiavate alcuna energia per trionfare in questo conflitto su chi
era migliore, come in effetti di solito accaduto. Cos, voi siete sta-
ti la forza che ha ritardato tutti i miglioramenti che la natura be-
nigna ci ha offerto dal suo grembo eternamente giovane, finch
non tornavate nella polvere che gi prima eravate, e la generazio-
ne seguente, nella guerra con voi, non era diventata come voi, ere-
ditando le vostre mansioni. Agite pure anche adesso come avete
agito finora nei confronti di ogni istanza di miglioramento, prefe-
rite pure ancora una volta al bene comune il vostro fatuo onore,
che tra cielo e terra non debba esserci nulla che voi non abbiate
gi scoperto; cos, con questa lotta finale, sarete sollevati dalla
continuazione della lotta, non ci sar pi nessun miglioramento,
bens peggioramento su peggioramento, in modo che voi possia-
te gioire ancora un po.
Non si creda che io disprezzi e sottovaluti la vecchiaia in quan-
to tale. Purch la fonte della vita originaria e del suo continuo mo-
vimento venga liberamente accolta nella vita, la chiarezza e con es-
sa lenergia crescono finch la vita dura. Una vita simile si vive me-
glio, le scorie della vita terrena scompaiono sempre pi, ed essa si
innalza fiorente alla vita eterna. Lesperienza di una vecchiaia si-
mile non viene a patti col male, ma rende soltanto pi chiari i mez-
zi e pi abile larte per combatterlo vittoriosamente. Il peggiora-
mento con laumentare dellet colpa soltanto del nostro tempo,

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e ovunque la societ sia corrotta deve accadere lo stesso. Non la


natura che ci corrompe, essa ci genera nellinnocenza; la societ.
[491] Chi si abbandona alla sua influenza, naturale che debba
peggiorare sempre pi, quanto pi a lungo resta esposto a questo
influsso. Varrebbe la pena di studiare sotto questo punto di vista
la storia di altre epoche molto corrotte, e di vedere se per esem-
pio anche sotto il governo degli imperatori romani chi era cattivo
non peggiorasse sempre pi con il crescere dellet.
Questi discorsi dunque scongiurano innanzitutto voi, che tra i
vecchi e dotati di esperienza siete le eccezioni, perch in questa
faccenda incoraggiate, rafforziate, consigliate i pi giovani, che
pieni di rispetto volgono a voi il loro sguardo. Ma essi scongiura-
no voi altri, che siete nella norma: se non volete aiutare, almeno
stavolta non siate di ostacolo, non mettetevi ancora in mezzo, co-
me avete sempre fatto finora, con la vostra saggezza e i vostri mil-
le scrupoli. Questa questione, come tutte le questioni razionali al
mondo, non ha mille risvolti, bens uno, il che fa parte anchesso
delle mille cose che ignorate. Se la vostra saggezza potesse salvar-
ci, lo avrebbe gi fatto in precedenza, poich proprio voi siete
quelli che ci avete consigliato finora. Ora, ci perdonato come
tutto il resto, e non deve esservi pi rinfacciato. Ma imparate una
buona volta a conoscere voi stessi, e tacete.
Questi discorsi scongiurano anche voi uomini daffari. Salvo
poche eccezioni, voi siete stati, finora, nemici dal profondo del
cuore del pensiero astratto e di ogni scienza che aspirasse ad ave-
re valore per se stessa, bench fingeste di disprezzare tutto ci con
aria di superiorit; tenevate distanti il pi possibile gli uomini che
se ne occupavano e le loro proposte; e il ringraziamento che essi
potevano aspettarsi da voi era, nel pi comune dei casi, il rimpro-
vero di essere pazzi, o il consiglio di spedirli in manicomio. Al
contrario, costoro non si azzardavano a pronunciarsi con la stes-
sa franchezza nei vostri confronti, poich essi dipendevano da voi,
ma nel loro intimo essi in realt pensavano che voi, salvo poche
eccezioni, foste dei chiacchieroni superficiali e dei palloni gonfia-
ti, degli istruiti a met che hanno fatto le scuole di corsa, dei bran-
colanti alla cieca [492] che si trascinano nel vecchio andazzo, per-
ch non hanno voluto o potuto fare di meglio. Mostrate con i fat-
ti che essi mentono, e perci cogliete loccasione che adesso vi vie-
ne offerta; deponete quel disprezzo per il pensiero profondo e la

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scienza, lasciatevi istruire, e ascoltate e imparate ci che non sa-


pete; altrimenti avranno ragione i vostri accusatori.
Questi discorsi scongiurano voi pensatori, dotti, scrittori che
siete ancora degni di questo nome. Quel biasimo degli uomini
daffari nei vostri confronti non era del tutto ingiustificato. Spes-
so siete andati avanti nel campo del pensiero puro troppo incu-
ranti, senza preoccuparvi del mondo reale, e senza ricercare in che
modo il primo possa entrare in collegamento con questultimo.
Per descrivere a voi stessi il vostro proprio mondo, avete messo
da parte troppo sprezzantemente il mondo reale. vero che ogni
ordinamento e configurazione della vita reale deve procedere dal
superiore concetto ordinante, e che non serve continuare nellan-
dazzo abituale; questa uneterna verit, e umilia con malcelato
disprezzo nel nome di Dio chiunque osi occuparsi di affari senza
conoscerla. Ma tra il concetto e la sua introduzione in una vita
particolare, c un abisso. Colmare questo abisso opera tanto
delluomo daffari, che certo gi prima deve avere imparato ab-
bastanza per capirvi, quanto vostra, che stando su nel mondo del
pensiero non dovete dimenticare la vita. Qui potete incontrarvi
entrambi. Invece di guardarvi di traverso e sminuirvi a vicenda al
di l dellabisso, sarebbe meglio che ciascuno dalla sua parte si
desse da fare per colmare il baratro, e aprire cos la strada alluni-
ficazione. Cercate di capire, finalmente, che entrambi vi siete re-
ciprocamente necessari come la mente e il braccio.
Questi discorsi scongiurano voi pensatori, dotti, scrittori an-
cora degni di questo nome anche da un altro punto di vista. I vo-
stri lamenti sulla superficialit, lassenza di pensiero e la confu-
sione generali, sulla parvenza di pensiero e sulla chiacchiera ine-
stinguibile, sul disprezzo [493] della seriet e della profondit in
tutti i ceti, possono anche essere veri, come in effetti sono. Ma
qual il ceto che ha educato questi ceti nel loro insieme? Che per
loro ha tramutato in un gioco ogni scientificit, e li ha condotti fin
dalla primissima giovinezza a quella parvenza di pensiero e a quel-
la chiacchiera? Chi dunque che continua a educare anche le ge-
nerazioni gi uscite dalla scuola? La ragione dellottusit delle-
poca, che balza maggiormente agli occhi, che questultima si
resa ottusa leggendo i libri che voi avete scritto. Ma perch siete
cos disposti a intrattenere questo popolo di oziosi, bench sap-
piate che non ha imparato niente e che non vuole imparare nien-

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te? Perch lo chiamate pubblico, lo adulate come vostro giudi-


ce, lo aizzate contro i vostri concorrenti, e cercate con ogni mez-
zo di portare questa massa cieca e confusa dalla vostra parte? Per-
ch infine, perfino sui vostri giornali e bollettini editoriali, forni-
te materia ed esempio alla sua smania di giudicare, dato che l voi,
in modo altrettanto incoerente, giudicate a casaccio, alla giorna-
ta, e il pi delle volte in modo cos privo di gusto, come potrebbe
fare anche lultimo dei vostri lettori? Se non la pensate tutti cos,
se tra voi c ancora qualcuno che nutre intenzioni migliori, per-
ch allora costoro non si uniscono per porre fine alla sventura?
Per quanto riguarda in particolare quegli uomini daffari, essi so-
no andati a scuola da voi, lo dite voi stessi. Perch non avete uti-
lizzato questo loro passaggio almeno per instillare in loro un qual-
che muto rispetto per le scienze, e soprattutto per spezzare in tem-
po la presunzione dei giovani di alti natali, mostrando loro che
nelle questioni di pensiero il ceto e la nascita non contano nulla?
Se forse gi allora li avete adulati, e li avete distinti senza merito,
allora adesso sopportate ci che voi stessi avete causato.
Questi discorsi vogliono discolparvi, nel presupposto che voi
non abbiate compreso limportanza del vostro compito; essi vi
scongiurano di rendervi conto fin da ora della sua importanza,
[494] e che non lo esercitiate pi come una semplice attivit la-
vorativa. Se imparate a rispettare voi stessi, e mostrate di farlo nel
vostro agire, sarete rispettati anche da tutti gli altri. Ne fornirete
la prima prova con linfluenza che riuscirete a esercitare sulla de-
cisione richiesta, e col modo in cui vi comporterete in questa oc-
casione.
Questi discorsi scongiurano voi, principi della Germania.
Quelli che verso di voi si comportano come se non vi si potesse o
non vi si dovesse dire niente, sono spregevoli adulatori, sono ma-
ligni calunniatori di voi stessi; mandateli lontano da voi. La verit
che anche voi nascete ignoranti come tutti noi e che, se volete
uscire da questa naturale ignoranza, dovete anche voi ascoltare e
imparare come noi. La vostra parte nella realizzazione del destino
che ha colpito voi e i vostri popoli, qui stata presentata nel mo-
do pi morbido e, riteniamo, nel solo che sia vero e giusto. A me-
no che non vogliate ascoltare solo adulazioni e mai la verit, non
potete lamentarvi di questi discorsi. Dimentichiamo tutto questo,
cos come anche tutti noi altri auspichiamo che venga dimentica-

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ta la nostra parte di colpa. Adesso, come per tutti noi, cos anche
per voi comincia una nuova vita. Speriamo che questa voce, at-
traversando gli ambienti che vi rendono solitamente inaccessibili,
possa arrivare fino a voi! Con orgoglioso sentimento di s essa pu
dirvi: voi dominate su popoli fedeli, malleabili, degni di felicit,
come non mai capitato ai principi di nessuna epoca e nazione.
Essi hanno senso per la libert e ne sono capaci; ma nella guerra
sanguinosa contro ci che a loro sembrava la libert, vi hanno se-
guito, perch cos voi avete voluto. In seguito, alcuni di voi han-
no cambiato idea, ed essi vi hanno seguito in ci che a loro dove-
va sembrare una guerra di sterminio contro uno degli ultimi resti
di autonomia e indipendenza tedesche; ancora una volta perch
cos avete voluto. Da allora, pazienti, essi portano il peso oppri-
mente del male comune; e non cessano di esservi fedeli, di dipen-
dere da voi con intima devozione, [495] e di amarvi come loro tu-
tori inviati da Dio. Se poteste osservarli senza che loro se ne ac-
corgano; se poteste discendere, liberi da chi vi circonda e che non
sempre vi mostra il lato pi bello dellumanit, nelle case dei cit-
tadini, nelle capanne dei contadini, e poteste osservare la vita si-
lenziosa e nascosta di questi ceti, nei quali sembrano essersi rifu-
giate la fedelt e la semplicit divenute rare nei ceti superiori, so-
no pi che certo che prendereste la decisione di pensare nel mo-
do pi serio possibile a come aiutarli. Questi discorsi vi hanno
proposto un mezzo di aiuto, che essi ritengono sicuro, completo
e decisivo. Lasciate che i vostri consiglieri decidano se cos an-
che per loro, oppure se hanno qualcosa di meglio, purch sia al-
trettanto decisivo. Ma la convinzione che qualcosa deve accadere,
e immediatamente, e qualcosa di completo e di decisivo, e che il
tempo delle mezze misure e degli stratagemmi per tirare avanti
passato: questa la convinzione che i nostri discorsi vorrebbero,
se potessero, produrre in voi stessi, poich essi ripongono ancora
la massima fiducia nel vostro buon senso.

Questi discorsi scongiurano tutti voi tedeschi, qualunque sia il po-


sto che occupate nella societ, perch ciascuno che sappia pensa-
re, tra voi, prima di tutto pensi allargomento che abbiamo susci-
tato, e perch ciascuno in relazione a esso faccia ci che pu fare
pi facilmente nel posto in cui si trova.

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A questi discorsi, si uniscono e vi scongiurano anche i vostri


antenati. Pensate che nella mia voce si mescolano dal grigio pas-
sato le voci dei vostri avi, che si sono opposti coi loro corpi al di-
lagante dominio romano sul mondo, che col sangue hanno otte-
nuto lindipendenza dei monti, dei fiumi e delle pianure che sot-
to di voi sono divenute preda dello straniero. Essi vi invocano co-
s: Siate nostri rappresentanti, trasmettete alla posterit il nostro
ricordo puro e onorato come giunto a voi, [496] che vi siete po-
tuti vantare di noi e della vostra discendenza da noi. Finora, la no-
stra resistenza stata un esempio di nobilt, grandezza e saggez-
za, noi sembravamo i consacrati e gli ispirati del divino piano del
mondo. Se la nostra stirpe finir con voi, il nostro onore si tra-
muter in vergogna, la nostra saggezza in stupidit. Perch, se il
popolo tedesco doveva tramontare nella romanit, era meglio che
lo facesse in quella antica che non in una moderna. Noi abbiamo
resistito a quella, e labbiamo battuta; voi siete stati polverizzati
davanti a questa. Ora che le cose stanno cos, non potete batterla
con armi materiali; il vostro spirito che deve sollevarsi e stare di-
ritto di fronte a loro. Voi avete ricevuto un destino pi grande,
quello di fondare in generale il regno dello spirito e della ragione,
e di distruggere nel suo insieme la bruta forza materiale quale do-
minatrice del mondo. Se lo farete, allora sarete degni di discen-
dere da noi.

Ma a queste voci si mescolano anche quelle dei vostri antenati pi


recenti, che caddero nella sacra lotta per la libert di religione e
di fede. Essi vinvocano cos: Salvate anche il nostro onore. Ci
per cui combattevamo non ci era del tutto chiaro. Oltre alla legit-
tima decisione di non farci comandare da un potere esterno in
questioni di coscienza, ci spingeva anche uno spirito superiore
che a noi non si mai rivelato del tutto. A voi si rivelato, questo
spirito, se avete una capacit visiva per il mondo degli spiriti, e vi
guarda con il suo sguardo limpido e nobile. La mescolanza con-
fusa e variopinta degli stimoli sensibili e spirituali deve essere cac-
ciata dal dominio del mondo, e al timone delle faccende umane
deve subentrare il solo spirito, puro e libero da ogni stimolo sen-
sibile. Il nostro sangue scorso perch questo spirito avesse la li-
bert di svilupparsi e di crescere fino a esistenza autonoma. Sta a
voi dare a questo sacrificio il suo significato e la sua giustificazio-

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ne, mettendo questo spirito al dominio del mondo che gli desti-
nato. Se questo non avviene, come ultima meta alla quale era di-
retto tutto il precedente sviluppo della nostra nazione, allora an-
che le nostre lotte diventano [497] una farsa passeggera e senza
senso, e la libert di coscienza e di spirito da noi conquistata una
parola vuota, se dora in poi non dovranno pi esserci in genera-
le n coscienza n spirito.

Vi scongiura la vostra posterit non ancora nata: Voi vi gloriate


dei vostri antenati, vi richiamate a loro e vi unite con orgoglio a
una nobile schiera. Abbiate cura che questa catena non si strappi
con voi; fate in modo che anche noi possiamo gloriarci di voi e, at-
traverso di voi, come membro intermedio senza macchia, possia-
mo unirci a quella stessa schiera gloriosa. Non costringeteci a ver-
gognarci della nostra discendenza da voi, come se fosse una di-
scendenza inferiore, barbara e servile; non costringeteci a na-
scondere la nostra provenienza, o a escogitare un nome estraneo
e una discendenza estranea, per non essere respinti e umiliati sen-
za ulteriore appello. Il modo in cui sarete ricordati dalla storia di-
pender dal modo in cui riuscir la prossima generazione, che na-
scer da voi: sar onorevole, se essa testimonier di voi in modo
onorevole; sar vergognoso anche oltre il dovuto, se voi non avre-
te nessuna autentica posterit, e la vostra storia sar fatta dai vin-
citori. Nessun vincitore mai stato incline o illuminato abbastan-
za da rendere giustizia ai vinti. Quanto pi egli vi abbassa, tanto
pi egli si innalza. Chi pu dire quante imprese, istituzioni eccel-
lenti, nobili costumi dei popoli del passato sono entrati nelloblio,
perch i loro successori vennero sottomessi, e il vincitore ne ha da-
to notizia conformemente ai suoi scopi, senza poter essere con-
traddetto?.

Perfino lestero vi scongiura, nella misura in cui ancora in grado


di capire se stesso e ha un occhio per il suo vero vantaggio. S, esi-
stono ancora in tutti i popoli spiriti che non possono ancora cre-
dere che le grandi promesse di un regno del diritto, della ragione
e della verit nel genere umano siano vane e un fatuo sogno, e che
perci ritengono che la presente et del ferro sia solo un passag-
gio verso uno stato migliore. Costoro, e in essi tutta lumanit mo-

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derna, contano su di voi. Una gran parte di essi [498] proviene da


noi, gli altri hanno ricevuto da noi religione e ogni altra cultura.
Quelli, in nome del comune territorio della patria, che fu anche
loro culla, e che ci hanno lasciato liberamente; questi, in nome
della cultura che hanno ricevuto da noi come pegno di una feli-
cit pi alta, ci scongiurano di conservarci anche per essi e per
amor loro come siamo sempre stati, di non far strappare dal nes-
so della generazione sorta di recente questo elemento per lei cos
importante, perch non senta dolorosamente la nostra mancanza
quando, un giorno, avr bisogno del nostro consiglio, del nostro
esempio, della nostra collaborazione verso la vera meta della vita
terrena.

In queste voci si mescolano tutte le epoche, tutti i saggi e i buoni


che mai abbiano respirato su questa terra, tutti i loro pensieri e
presentimenti di qualcosa di superiore, e vi circondano e solleva-
no a voi mani imploranti; perfino, se cos si pu dire, la provvi-
denza e il divino piano del mondo nella creazione di un genere
umano, piano che esiste solo per essere pensato da parte degli uo-
mini ed essere introdotto da essi nella realt, vi scongiura di sal-
vare il suo onore e la sua esistenza. Se dovranno avere ragione
quelli che credettero che con lumanit sarebbe dovuta andare
sempre meglio, e che i pensieri di un suo ordinamento e di una
sua dignit superiori non sono vuoti sogni, bens la profezia e il
pegno della realt futura; oppure quelli che continuano a sonnec-
chiare nella loro vita animale e vegetale, e si prendono gioco di
ogni slancio in mondi superiori a voi toccato di emanare un
giudizio definitivo su questa questione. Il vecchio mondo con il
suo splendore e la sua grandezza, cos come con i suoi difetti,
crollato, per la sua propria indegnit e per la violenza dei vostri
padri. Se in ci che hanno mostrato questi discorsi c della verit,
allora tra tutti i popoli moderni voi siete quello in cui il germe del-
lumano perfezionamento si trova nel modo pi decisivo, e a cui
dato di compiere il passo avanti nel suo sviluppo. Se voi in que-
sta vostra essenzialit andate a fondo, [499] con voi vanno a fon-
do anche le speranze di tutto il genere umano nella salvezza dal
baratro dei suoi mali. Non sperate e non consolatevi con lopi-
nione campata in aria, che conta solo sulla ripetizione dei casi gi
avvenuti, che una seconda volta, dopo il tramonto della vecchia

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cultura, sulle rovine di questultima ne sorger una nuova da una


nazione semibarbara. Nel tempo antico un simile popolo, dotato
di tutti i requisiti per questa destinazione, era presente, ed era ben
noto al popolo della cultura, ed stato da essi descritto2; e questi
stessi, se avessero potuto ipotizzare il caso del loro tramonto, in
questo popolo avrebbero potuto scoprire il mezzo per ripristi-
narsi. Anche noi conosciamo bene lintera superficie della terra, e
tutti i popoli che vivono su di essa. Conosciamo noi forse un po-
polo siffatto, simile al popolo capostipite del nuovo mondo, su cui
possiamo coltivare eguali attese? Io penso che chiunque non si
formi opinioni e speranze esaltate, ma pensi ricercando seriamen-
te, dovr rispondere no a questa domanda. Perci non c nes-
suna via di uscita: se sprofondate voi, sprofonda lintera umanit,
senza speranza di ripristinarsi in futuro.

Questo era ci che io, Onorevole Assemblea, volevo e dovevo an-


cora una volta, alla fine di questi discorsi, instillare in voi come
miei rappresentanti della nazione, e attraverso di voi a tutta la na-
zione.

2 Cfr. la Germania di Tacito.


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Indice

Introduzione di Gaetano Rametta V

DISCORSI ALLA NAZIONE TEDESCA

Prefazione 3

Primo discorso. Considerazioni preliminari e sguardo


dinsieme 5

Secondo discorso. Sullessenza della nuova educazione


in generale 20

Terzo discorso. Continua la descrizione della nuova


educazione 34

Quarto discorso. La diversit capitale tra i tedeschi


e gli altri popoli di provenienza germanica 48

Quinto discorso. Conseguenze della diversit indicata 63

Sesto discorso. Presentazione nella storia dei tratti


fondamentali dei tedeschi 77

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Settimo discorso. Comprensione ancora pi profonda


del carattere originario e tedesco di un popolo 91

Ottavo discorso. Che cos un popolo nel pi alto significato


della parola, e che cos amor di patria? 110

Nono discorso. A quale punto dato nella realt sia da


collegare la nuova educazione nazionale dei tedeschi 127

Decimo discorso. Per la determinazione pi precisa


delleducazione nazionale tedesca 141

Undicesimo discorso. A chi spetter lattuazione


di questo programma educativo? 156

Dodicesimo discorso. Sui mezzi per conservare noi stessi


fino al raggiungimento del nostro scopo principale 170

Sommario del tredicesimo discorso. Continuazione


delle considerazioni precedenti 184

Quattordicesimo discorso. Conclusioni generali 203