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Il commercio di tessuti e capi dabbigliamento impiega circa 75

milioni di persone nel mondo, tre quarti delle quali sono donne.
In Europa d lavoro a 1,7 milioni di cittadini e genera un giro
daffari pari a 166 miliardi di euro. LUE leader del settore e,
oggi, esporta il 30% della produzione mondiale.
Guida la lista dei maggiori produttori lItalia, seguita da
Francia, Regno Unito, Germania e Spagna.

Il commercio di tessuti e
capi dabbigliamento
Il settore del garment

Il commercio di tessuti e capi dabbigliamento genera ogni anno scambi per circa 2,8 miliardi di euro
e impiega circa 75 milioni di persone nel mondo, tre quarti delle quali sono donne. In Europa, questo
settore d lavoro a 1,7 milioni di cittadini, pari al 6% del totale del comparto manifatturiero, e genera
un giro daffari pari a 166 miliardi di euro.
LUnione europea riuscita, negli anni, a mantenere la leadership del settore e, oggi, esporta il 30%
della produzione mondiale. Il vecchio continente, come primo mercato globale, importa circa la met
della produzione totale di indumenti. Il comparto europeo, per resistere alla crescente concorrenza
delle economie emergenti, ove le norme ambientali e sociali sono meno rigorose, si concentrato
sulla fascia alta del mercato divenendo, cos, il primo polo per i prodotti di alta gamma e per i tessuti
tecnici impiegati in campo industriale.
A guidare la lista dei maggiori produttori lItalia che seguita da Francia, Regno Unito, Germania
e Spagna. Il 90% delle aziende europee operanti nella filiera si caratterizza per la piccola e media
dimensione, un dettaglio non trascurabile considerato lalto livello di interconnessione del comparto
con il resto del mondo.

La filiera produttiva e le dinamiche commerciali


La filiera di produzione particolarmente lunga e complessa. Si parte, infatti, dalla raccolta delle
materie prime o dalla produzione di materiali sintetici, come il poliestere, e, passando attraverso il
processo di trasformazione in tessuto, si giunge alla produzione dei capi di abbigliamento. Lultima
fase della filiera riguarda, invece, la distribuzione e la vendita al dettaglio.
Il settore, storicamente e per sua stessa natura, uno dei pi globalizzati. Le materie prime, come
seta e cotone, provenienti dai paesi in via di sviluppo, hanno tradizionalmente alimentato le fabbriche
europee. Lo sviluppo industriale, il basso costo del lavoro e lo scarso livello di normazione sociale e
ambientale di queste economie ha, poi, determinato lo spostamento delle produzioni di massa in
queste regioni. Cina, India, Bangladesh, Cambogia, Vietnam e Turchia sono, quindi, diventati i maggiori
produttori dei capi a basso costo e dei tessuti grezzi utilizzati dalle case europee.

Il problema dei diritti umani


La struttura delle catene di approvvigionamento, caratterizzata da una fitta rete di subappalti e
contratti, ha favorito comportamenti irresponsabili da parte delle aziende committenti, europee
e statunitensi, e gravi violazioni dei diritti dei lavoratori da parte delle imprese produttrici locali. In
questi paesi, infatti, la legislazione in materia di protezione e diritti dei lavoratori spesso blanda e
caratterizzata da uno scarso livello di implementazione. Il sistema ha, quindi, determinato la scarsa
trasparenza dei prodotti venduti in Europa, gravi violazioni dei diritti umani nei paesi in via di sviluppo
e una competizione non sostenibile per i produttori europei.
La questione balzata agli onori della cronaca in seguito al crollo, nel 2013, del Rana Plaza in
Bangladesh. Il crollo della fabbrica , infatti, costato la vita a millecinquecento lavoratori e ha
determinato il ferimento di altre duemilacinquecento persone. La fascia dei lavoratori colpiti , inoltre,
particolarmente vulnerabile. La forza lavoro , infatti, prettamente composta da giovani donne con
uno scarso livello di educazione. La disparit di salario e, soprattutto, i soprusi e le molestie sul posto
di lavoro determinano condizioni di lavoro disumane. La diffusione del lavoro minorile, la mancanza di
organizzazioni sindacali e linsicurezza degli impianti di produzione completano il triste quadro.

LUnione europea e lo sviluppo sostenibile


Il Trattato sul funzionamento dellUnione europea (TFUE) prevede che la strategia commerciale
comune sia fondata sugli obiettivi di politica estera. Il Trattato introduce anche il concetto di coerenza
fra le varie discipline europee e, in particolare, fra la politica commerciale e quella di promozione allo
sviluppo, il cui obiettivo ultimo lo sradicamento della povert. La strategia commerciale europea,
quindi, prevede gi dei programmi in sostegno ai paesi in via di sviluppo. In particolare, lUe sostiene
i paesi con un passato coloniale tramite i partenariati economici e i paesi a basso reddito con gli
schemi generalizzati di preferenze GSP e GSP+. Le piattaforme sopracitate prevedono forti facilitazioni
commerciali, nella forma di riduzioni dei dazi dimportazione, condizionandone lapplicabilit al
rispetto dei diritti umani.

Il Bangladesh Compact
Nel 2013 la Commissione europea, i governi di Bangladesh, Canada, Stati Uniti, lorganizzazione
internazionale del lavoro (OIL) e 65 aziende internazionali hanno firmato un accordo per prevenire
tragedie simili a quelle del Rana Plaza. Lintesa, tramite lo stretto monitoraggio dellOIL, mira al
miglioramento delle condizioni dei lavoratori garantendo luoghi di lavoro sicuri, rappresentanza

sindacale e contrattazione collettiva. Il governo bengalese si impegnato a migliorare le normative


vigenti e ad assicurarne una maggiore osservanza. Ue, Canada e USA forniscono, invece, cooperazione
in materia legislativa e, tramite lOIL, assistenza tecnica per la messa in sicurezza dei centri produttivi.
Nel 2016, la mappatura degli impianti stata terminata, la normativa sul lavoro emendata e sono stati
osservati timidi miglioramenti nei rapporti aziendali. Tuttavia, molti progressi a lungo termine sono
ancora da raggiungere.

Liniziativa faro dellUE nel settore dellabbigliamento - la Garment Initiative


Considerata la necessit di una normativa quadro e transnazionale in materia, la Commissione europea,
nel 2015, ha lanciato un processo legislativo che mira a garantire una maggiore responsabilit da
parte delle aziende, un sostanziale miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi produttori, una
maggiore trasparenza delle catene di approvvigionamento e acquisti consapevoli per i consumatori.
Le consultazioni con gli operatori del settore e la societ civile sono iniziate lo stesso anno. Il confronto
ha fatto tesoro delle iniziative private e di quelle promosse a livello nazionale.
Lobiettivo impostare un sistema di due-diligence che imponga comportamenti responsabili da
parte degli operatori imponendo una maggiore trasparenza della filiera produttiva. In questottica
sar importante tenere conto delle caratteristiche del sistema europeo e, in particolare, la natura
della piccola media impresa. Nel dettaglio, il progetto prevede che le aziende forniscano dati su tutti
i fornitori coinvolti nel processo produttivo. Tramite il monitoraggio delle condizioni degli operai in
loco e le pressioni dei consumatori, informati, per esempio, tramite unetichettatura sulla sostenibilit
del prodotto acquistato, la nuova normativa promuover un modello di sviluppo pi sostenibile.
Lobiettivo della politica commerciale europea proprio questo: stabilire regole comuni e prevenire gli
effetti collaterali della globalizzazione.
Per sollecitarne la presentazione e indirizzarne il progetto, il Parlamento europeo voter in primavera
una relazione sulliniziativa faro dellUE nel settore dellabbigliamento. Una volta che la Commissione
avanzer la proposta legislativa, il Parlamento europeo sar, quindi, chiamato a modificarla, approvarla
o, eventualmente, rigettarla. LUe, che importa la met della produzione di abbigliamento mondiale,
ha la massa critica per guidare il cambiamento e promuovere condizioni eque per i lavoratori di tutto
il mondo.

Alessia Mosca

Commissione per il Commercio Internazionale - Parlamento Europeo

Bruxelles, 24 gennaio 2017

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