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IL CASO DEMANIS

PRIMO CAPITOLO
A Nella fùga 1
è finito proprio nel mezzo di una festa di paese 2 ed ora si guarda intorno, in cerca di una via di scampo 3.
Il rumore, la folla, gli odori lo stordiscono4 ed accrescono la sensazione di panico. Cerca di riprendere fiato5 e di
calmarsi dopo le forti emozioni. L'uomo che fùgge si chiama Osmondo e, in verità, si è sempre vergognato 6 non poco
del suo nome. Chissà dove lo avevano pescato7 un nome così... Osmondo o Ormondo? Forse l'impiegato del Comune
aveva capito male... Lui aveva in ogni caso risolto il problema facendosi chiamare Mondo.
Mondo cane8! esclama al riprendere violento della pioggia9. Cerca riparo in una delle baracche sistemate là dove un
tempo scorreva il fiume: il posto è pieno di pellegrini10 impegnati a divorare maialetti, muggini e anguille11 con
contorno di sedano e ravanelli12. È stanco.Tutto gli va storto13... Ed ora anche la pioggia... Si siede alla grande tavola
comune e ordina tre muggini e mezzo litro di vino rosso. Mentre mangia gli tornano in mente gli avvenimenti14 delle
ultime ore...
B Aveva lasciato la fidanzata alle quattro del pomeriggio, dopo un incontro piuttosto agitato. Aveva bisogno di soldi,
di altri soldi, di molti soldi per poter pagare i numerosi debiti. La sua ragazza continuava a ripetere di non avere più
neanche cinque euro... che il denaro non poteva darglielo... che era sicura che lui lo avrebbe "investito" puntando sui
cavalli1, perdendo tutto, come sempre! Lui infine le aveva detto che quella era la prova della fine del loro amore, che di
sicuro i soldi lei li aveva ma preferiva spenderli nei soliti e inutili acquisti: asciugamani, lenzuola2, pentole, piatti e così
via.
Dopo aver lasciato la fidanzata, furioso e con la testa che gli fumava nel tentativo di trovare un'idea brillante per mettere
insieme un po' di denaro, aveva camminato senza meta per le strade della Marina3. Là aveva incontrato quei due brutti
tipi, dalle intenzioni chiaramente non amichevoli4, che lo avevano costretto5 a fuggire. Nei pressi6 della stazione aveva
preso al volo un autobus in partenza per chissà dove, lasciando a terra i due inseguitori7...
Incomincia a far notte8, e quei due si saranno ormai stancati di dargli la caccia9. Sembra il momento buono per lasciare
la festa: andrà alla stazione ferroviaria da dove prenderà il primo treno per Cagliari... E poi sarà finalmente a casa! Ha
bisogno di mettersi a letto dopo una giornata così movimentata10...
C Mondo si alza, esce dalla baracca e si dirige verso la strada che porta alla stazione. Può tirare finalmente un respiro
di sollievo1: quella stradina alla periferia del paese è quasi silenziosa, deserta, fiancheggiata 2 in alcuni punti da grandi
alberi e da siepi3. Ma ecco che improvvisamente due uomini sbucano 4 dall'ombra dei cespugli5, si dirigono decisi
proprio verso di lui... Il cuore comincia a battergli veloce nel petto; non c'è dubbio, sono loro, ancora quei due...
«Buonaseeera!» E quello basso, muscoloso, coi baffi neri, a parlare. L'altro non saluta perché coi larghi incisivi6
quadrati sta addentando7
D un panino ripieno di salsiccia1; è alto e robusto, ha la testa rasata2 e porta un brillante falso all'orecchio sinistro.
«Sentite» dice Mondo, con la voce che gli muore in gola, «se vi manda la signora Demanis...» «Demanis? Tu la
conosci?» dice l'uomo con i baffi, sorridendo al compagno.
L'altro non risponde; sorride anche lui, con i terribili denti quadrati, mentre continua a masticare3. Fa passare il panino
nella mano sinistra, e così ha la destra libera: Mondo vede un pugno4 chiuso avvicinarsi pericolosamente. Fa appena in
tempo ad abbassarsi, agita nell'aria i pugni per difendersi, senza colpire. «Sentite» ripete. Avverte un forte dolore al
fianco sinistro e subito dopo alla gamba destra. «Dite alla signora Demanis...» Non riesce a terminare la frase perché
viene colpito5 ancora, cade a terra. Prima di chiudere gli occhi vede una ruota panoramica6 girare, in lontananza, contro
le stelle7 immobili.

SECONDO CAPITOLO
E «Osmondo o Ormondo?» chiede l'ispettore Decieco all'uomo disteso nel letto d'ospedale e piuttosto malconcio1, con
ferite2 e fratture multiple. Il ferito guarda con occhi assonnati l'ispettore, quell'uomo di circa quarant'anni, robusto e
scuro di capelli, che lo interroga stando in piedi davanti al suo letto.
«Mi chiami pure Mondo» risponde a fatica. «Non faccia lo spiritoso3 e mi dica come si chiama.» «Mi scusi. Beh... in
fondo siamo colleghi...» «Prego?»
«Ehm... sì. Sono un investigatore privato, mi chiamo Osmondo Diaz, ho un piccolo ufficio in via Corte d'Appello. Ho
dei clienti affezionati4... Non molti in verità... Ultimamente c'è stata un po' di crisi...» «Conosceva i suoi aggressori? » lo
interrompe, brusco, Decieco.
«Mai visti. Sa com'è alle feste di paese: capita che qualcuno alzi un po' il gomito5... Mi sono trovato nel mezzo di una
rissa6. Volevo calmare le acque7; le ho prese... e tante8. Gli altri sono scappati9. Non sono neppure in grado di
descriverli... Anche io avevo bevuto in verità e c'era buio10 nel punto in cui ci trovavamo...»
F «Saprà almeno dire1 quanti erano "gli altri", quelli che l'hanno ridotta così2...»
«Io... non lo so. C'era buio... Non ricordo...» L'ispettore Decieco è persona esperta: non crede una sola parola del
racconto strampalato3 di Mondo. Pensa perciò che sarà necessario interrogarlo più a fondo, non appena possibile.
Il giovane intanto è caduto in uno stato semiletargico4, dal quale si risveglia di tanto in tanto con frasi lamentose e prive
di logica5.
«Non ho un soldo... Vi prego... Dite alla signora Demanis...»
«La signora Demanis... Il nome non mi è nuovo» mormora tra sé l'ispettore mentre si allontana dalla stanza numero 17.

TERZO CAPITOLO
G La signora Demanis, una donna anziana dai capelli tinti di biondo, accoglie l'ispettore nel suo salotto buono.
L'arredamento è a dir poco vistoso'. La stanza è ingombra2 di divanetti e poltroncine foderati con tessuti dai colori
vivaci. Su divani e poltrone sono poggiati dei cuscini3 graziosamente ricamati4. Vi sono numerosi tavolini pieni di
bottiglie, tazzine e vasetti. Per contrasto alle pareti sono appesi dei quadri di soggetto religioso. La signora Demanis
deve avere le idee piuttosto confuse a giudicare dagli oggetti5 dei quali si circonda, conclude tra sé l'ispettore.
H «Conosce Osmondo Diaz?» chiede subito Decieco. La donna sprofonda' con tutto il suo peso nella poltrona e guarda
con sospetto2 l'ispettore: dunque Osmondo oltre a non pagarle i debiti è andato a raccontare in giro le sue faccende3.
«Beh... Conoscerlo...» «Siete in rapporti d'affari?» «In un certo senso...»
«Signora Demanis, lei ha prestato del denaro al Diaz? Molto denaro?»
«Ecco, più che un prestito era da parte mia un investimento. Saremmo diventati... diciamo... soci4. Sì, soci è la parola
giusta.» «In quale affare? Mi spieghi.» "Nella gestione5 dell'agenzia. L'agenzia di investigazioni6 in via Corte d'Appello.
Io avevo investito del denaro nella faccenda, molto. Ma non sono riuscita a ricavarne niente. Soldi buttati via...
Osmondo Diaz è un ladro7, un profittatore8, ed io come vede sono ridotta in miseria9» conclude in singhiozzi10 la signora
Demanis, mentre si copre il viso con le mani grasse e cariche di anelli.
All'ispettore Decieco, spettatore di quelle finte lacrime", riesce difficile credere che la donna di fronte a lui sia una
povera vittima, ridotta in miseria dal Diaz. Ha avuto modo di raccogliere informazioni sugli affari, non sempre
limpidi12, di cui si occupa l'anziana signora: è probabile perciò che gli "investimenti" della Demanis
I nell'agenzia di investigazioni siano in realtà dei prestiti ad usura1, che Osmondo Diaz non è riuscito a restituire...
QUARTO CAPITOLO
L Paolina Cano abita nel quartiere di Castello1, ma quelle stradine le sembrano troppo strette e ogni tanto, quando suo
marito Alberto parte per lavoro, ama dormire in altre stanze più spaziose, più soleggiate e senza quel fastidioso odore di
muffa. In altre parole questa giovane donna, che ha il viso delicato di una Venere del Botticelli2, in assenza del marito si
concede3, qualche volta, delle piccole distrazioni4.
In quella mattina tiepida di primo autunno, dopo colazione, si è sdraiata come al solito sul divano per leggere la cronaca
sul quotidiano della città. Sobbalza5, sorpresa, al titolo: MISTERIOSA AGGRESSIONE AD UN INVESTIGATORE
PRIVATO, stampato sopra la foto di Mondo.
Poco più di una settimana prima si era accorta6 di essere seguita - qualche volta le succedeva - da un uomo bruno, alto,
di aspetto gradevole. Un colpo di fulmine7? Era entrata in un negozio di antiquariato le cui due porte davano su strade
diverse ed era riuscita a sorprendere l'uomo che la pedinava. Osmondo Diaz, il naso schiacciato 8 contro la vetrina per
spiare9 la donna all'interno del negozio, l'aveva vista apparire improvvisamente al suo fianco.
M «Interessante. Non trova?» aveva balbettato1 sorpreso. Lei non aveva risposto e lo aveva fissato con uno sguardo
interrogativo.
«Volevo dire... È interessante lo specchio, quello con i motivi floreali2...»
«E una cornice liberty3. Ma lei mi seguiva!» «Beh... sì, in effetti. Ecco.. .Trovo che lei sia una donna interessante.»
«Lei è un uomo pieno di interessi, vedo» aveva sorriso Paolina.
In quel preciso momento Osmondo aveva rinunciato al suo compito d'investigatore per passare dall'altra parte. Nel giro
di mezz'ora4, mentre le camminava a fianco per le vie della città, aveva già raccontato a Paolina i fatti più importanti
della sua vita e della sua attività. Almeno quanto bastava alla donna per capire che suo marito, da qualche tempo, la
faceva seguire5.
Alcuni giorni dopo quel fatale incontro6, Alberto, rientrando dal lavoro, aveva assistito ad una scena che lo aveva
lasciato sbigottito7: Osmondo Diaz usciva dal portone di casa, nido d'amore suo e di Paolina, con l'aria furtiva8 di chi ha
appena rubato qualcosa di prezioso e teme9 d'essere scoperto. Dentro casa Paolina, seduta sul tappeto del salotto, i
capelli che le ricadevano sul viso, si sistemava le calze velate10.
N Nel sentirlo entrare aveva sollevato la testa, con uno sguardo di sfida1. Alberto era andato di fùria verso il
vaso antico sul caminetto. «Il vaso cinese no!»
«Il vaso cinese sì!» aveva urlato Alberto. Subito dopo era stato il turno dei vetri di Murano ad andare in pezzi sul
pavimento. Poi le piccole porcellane di Limoges erano volate dalla finestra, scintillando2 nel sole di fine estate.
Donna3 Vittoria, che passava sotto il balcone, le aveva viste cadere e rimbalzare 4 in piccoli frammenti colorati ai suoi
piedi.
Quando si era chinata5, stupita, a raccogliere un pezzette di porcellana, una calza nera bordata di pizzo 6 le si era posata
mollemente sul braccio.
QUINTO CAPITOLO

O È una mattina di novembre, con il cielo pieno di nuvole e un sole sbiadito1 che illumina appena la scrivania
dell'ispettore Decieco. Una giornata autunnale pigra, sonnolenta2, che a Decieco mette un po' di malumore3, anche
perché le indagini sulle attività della Demanis sembrano anch'esse voler dormire. Solo ipotesi, fino al momento, sulle
faccende dell'anziana signora, e nessuna conclusione sugli autori e sul motivo dell'aggressione a Osmondo Diaz;
Decieco però è sicuro che quell'incidente sia da collegare4 ai servizi, per così dire, "bancari" della signora Demanis: un
avvertimento5 speciale, insomma, mandato dalla donna al "socio" in affari Osmondo, per convincerlo a pagare in fretta i
suoi debiti...
«Bisogna costringerla a dire come stanno veramente le cose» pensa Decieco ad alta voce. Il poliziotto Pes, seduto alla
scrivania di fronte, solleva la faccia6 dai fogli che sta riordinando. Si aggiusta gli occhiali sul naso.
«Che fa, parla da solo?» sorride. «E di chi parla?» È più anziano dell'ispettore e per questo si prende qualche volta un
po' di confidenza7.
P «Della signora Demanis. Visto che i suoi clienti tengono la bocca chiusa1 per paura di ritorsioni2, ce lo facciamo dire
da lei come stanno veramente le cose...» «E come?»
«Le raccontiamo una storia che serva a metterle un po' di paura, e cioè che Osmondo Diaz dice che è stata lei a pagare
quelli che l'hanno mandato all'ospedale, e poi le raccontiamo che qualcuno l'ha denunciata per un prestito ad usura...»
«Chi l'ha denunciata?»
«Possiamo dirle che è stata una che abita nel quartiere di Castello... una vicina di casa... Avrà pure prestato 3 dei soldi ad
una vicina di casa!» «Come no! E attiva come una banca la signora!» «Devi andare tu ad interrogarla, io non posso
muovermi dall'ufficio stamattina, aspetto un informatore4. Devi andarci subito e devi farla parlare.»
E una giornata grigia, sonnolenta. Ha cominciato a piovere: una pioggia fine e lenta che sembra scendere di
malavoglia5. Pes non è ancora tornato, strano, sono passate tre ore da quando è uscito. Decieco si alza dalla scrivania
per andare a pranzo. Sta infilando l'impermeabile quando il telefono comincia a squillare. È Pes, finalmente, ha la voce
preoccupata.
«Ispettore, è ancora lì? Meno male, non so più cosa fare...»
«Che succede?»
Q «Non succede niente, è questo il problema. Non ho parlato con la Demanis, non l'ho nemmeno vista!» «Come!»
«Appena sono arrivato ho suonato il campanello, niente. Ho aspettato un po' e ci ho riprovato, ma la signora non ha
aperto. Sarà uscita, ho pensato. Più tardi, dato ehe1 non rientrava, ho chiesto a una vicina. Mi ha detto che è un po' di
giorni che non vede la Demanis... Anche lei ha provato a bussare e a chiamare... Dice che di solito la signora non esce,
si fa portare perfino la spesa a casa!»
«Magari non vuole aprire... Forse ti ha visto arrivare e ha capito...»
«Ma ispettore! Abbiamo provato anche a telefonarle! C'è un silenzio che mette sospetto2...» «Va bene Pes, facciamo
aprire quella porta» sospira Decieco. Pensa ai ravioli di patate e all'agnello con i fi-nocchietti selvatici 3, al pranzo al
ristorante Italia che non farà. «Adesso arrivo, Pes» dice.
Alle tre del pomeriggio l'agente Marras, chiamato da Decieco, apre la serratura 4 senza bisogno di forzarla. Mentre
assiste all'operazione, l'ispettore nota alcune piccole impronte5 scure sullo spigolo6 del muro, vicino alla porta:
sembrano lasciate dalle dita di una mano. Anche Pes le guarda, ci mette quasi il naso sopra, come vergognandosi7 di
non averle viste prima. No, non ci
R ha fatto caso la mattina. Del resto quel muro ne ha tante di macchie... e anche sul gradino1... sembra un'impronta
anche quella, il segno della punta di una scarpa...
E poi nell'anticamera2, una volta dentro casa3, di nuovo delle tracce scure... che arrivano fino al salotto che ha la porta
spalancata... E già prima di entrarci si vede che è tutto sottosopra4...
Sul tappeto del salotto c'è il corpo senza vita della signora Demanis, con un'orribile ferita alla testa, e vicino a questo
l'oggetto che a prima vista sembra l'arma del delitto: un pesante candelabro d'argento. L'ispettore fa subito il numero
della Centrale. «Sono Decieco, c'è il Commissario Carreras?... No? C'è un caso di omicidio5... in Castello, in via... Sì,
dalla Demanis... Avvisate Carreras, appena arriva!... E mandate immediatamente quelli della Scientifica6!» grida al
telefono.
«Un omicidio!... anche l'omicidio...» Pes lo guarda e sta zitto. Non ha il coraggio di dire una parola adesso che
l'ispettore ha ricominciato a pensare ad alta voce.
Su un tavolino del salotto è rimasta aperta l'agenda della Demanis. Decieco vi dà uno sguardo, senza toccarla: ci sono
appunti7 di prestiti, calcoli di interessi8, nomi e indirizzi...

SESTO CAPITOLO
S Negli appunti della Demanis risulta tra i debitori una certa Serrais. E facile per l'ispettore risalire1 a Ginetta Serrais,
negoziante, vedova e madre di un giovane di vent'anni. La donna abita in un vecchio edificio di Castello, proprio di
fianco al palazzetto del delitto. È il figlio della Serrais, Alessio, ad aprire la porta: un ragazzo lungo e magro, con gli
occhiali, che dimostra meno dei suoi anni. Alle dieci del mattino indossa ancora il pigiama; ha in mano un libro di
diritto privato. «Mia madre non è in casa» dice all'ispettore, «può trovarla nel suo negozio, in corso Vittorio
Emanuele...» Decieco ci va subito. La Serrais, una donna piccola di statura, con gli occhi tristi, lo fa accomodare in uno
stanzino nel retro2 del negozio. «Sappiamo che lei era in rapporti con la signora Demanis» comincia a dire Decieco.
«Lei doveva alla signora una grossa somma di denaro che... forse... aveva difficoltà a restituire3.»
«Sì. Le dovevo parecchi soldi4» ammette la donna chinando la testa. «Restituire? Quel che riuscivo a restituire non era
ormai sufficiente nemmeno a pagare gli interessi. Forse sapete anche questo.» «C'erano state discussioni al riguardo?
Lei aveva ricevuto delle minacce5?»
T «C'era poco da discutere con la signora Demanis. Gli affari erano affari. Minacce? Diciamo un ultimatum. Ormai per
saldare il debito avrei dovuto cederle l'attività1.»
«Il pomeriggio del 12 novembre, il giorno del delitto, ha visto qualcuno entrare dalla Demanis o allontanarsi dalla sua
abitazione?»
«Quel giorno l'ho passato qui in negozio, come al solito. Rientrando a casa, la sera, non ho notato niente di particolare»
risponde la signora Serrais con un tremito2 nella voce.
«E suo figlio? Era a casa quel pomeriggio?» «Sì, a studiare... ma non si è accorto di niente...» Decieco pensa a quel
punto che bisogna sentire anche il figlio della Serrais, per una conferma di quanto dice la madre. Bisogna inoltre
interrogare al più presto Osmondo Diaz, che di cose da raccontare può averne parecchie...

SETTIMO CAPITOLO
U II Diaz è per il momento irreperibile1: non lo si trova nella sua abitazione e l'agenzia di via Corte d'Appello è chiusa.
Mentre i suoi uomini lo cercano. Decieco decide di far visita a Paolina Cano, anch'essa nominata negli appunti della
Demanis. Risulta, sempre dagli appunti, che il debito è stato pagato. In ogni caso qual-siasi informazione può essere
utile per fare un passo avanti nelle indagini.
«La verità? Era una persona spregevole2» dice candidamente3 Paolina mentre accavalla4 le lunghe gambe da gazzella.
«Si rifaceva dei soldi prestati spremendo5 dei disgraziati6 come limoni.»
«Ci risulta che anche lei sia stata debitrice della Demanis e che il debito sia stato poi pagato.» «Eccome! Mi ha portato
via tre dipinti7 dell'Ottocento. Valevano almeno quattro volte la somma prestata. Erano in molti a odiarla8.»
È bella Paolina, lunghe gambe, corpo sottile ma morbido, occhi grandi e scuri. Bella dalla testa ai piedi, o dai piedi alla
testa seguendo la dirczione dello sguardo di Decieco.
Oltre il capo della donna, qualcosa attira l'attenzione dell'ispettore. È un candelabro9 d'argento, identico all'arma del
delitto. Paolina vede lo sguardo dell'ispettore scivolare10 dal suo corpo a qualcos'altro. Si volta e fissa a sua volta
l'oggetto.
«Ah. Dimenticavo. Si è presa anche un candelabro, uguale a quello che vede sul comò.»
«Lei cosa ha fatto il 12 novembre? Se lo ricorda?»
«Era un lunedì. La mattina ho fatto delle compere, fino alle tredici, poi ho pranzato in un ristorante, al Gennargentu. Dal
primo pomeriggio sono stata in casa con mio marito.»
«Ha pranzato da sola?»
«Beh... no... Intorno a mezzogiorno ho incontrato un conoscente, il signor Osmondo Diaz.»
«Il Diaz? E' anche una nostra conoscenza! Sa dove si trova al momento?»
Paolina si sistema i capelli con le dita delicate, scuote la testa.
«Non l'ho più visto. Proprio da quel giorno.»
V Osmondo Diaz viene rintracciato1 presso la fidanzata Jessica Marini, in un'abitazione di via San Giovanni, nel
quartiere di Villanova2: una piccola casa d'un solo piano, simile ad altre del quartiere, con una minuscola3 terrazza
giardino.
Osmondo se ne sta lì da alcuni giorni, come un coniglio nella tana4...
Ha l'aria spaventata5 di fronte all'ispettore che è venuto a fargli delle domande, a proposito del caso Demanis. «Io non
c'entro con quell'omicidio!» precisa con una voce alterata6, ancor prima d'essere interrogato7. «Lei è stato dalla signora
Demanis il pomeriggio del 12 novembre? È stato visto mentre si allontanava dall'abitazione della signora» dice
Decieco. «Per quale ragione vi siete incontrati?»
«Non ci siamo incontrati» risponde tremando Osmondo, «ci siamo sentiti per telefono. Era stata lei a chiamarmi.
Voleva discutere con urgenza8 una questione9.» «Una questione di denaro? Riguardava i prestiti che lei non ha restituito
alla signora?» Decieco ha alzato la voce, quasi senza rendersene conto.
W Osmondo solleva sull'ispettore uno sguardo esasperato1. «Le sembra strano? Con tutti quegli interessi da pagare...
Non c'è stata nessuna discussione in ogni caso. Quando sono arrivato dalla Demanis, alle cinque del pomeriggio, ho
suonato a lungo il campanello. Non mi è stato aperto. C'era uno strano silenzio. Ho chiamato. Nessuno rispondeva. Poi
ho visto quelle macchie di colore rosso sullo spigolo, vicino alla porta. Sembrava sangue. Ho avuto paura e sono
scappato via.»

OTTAVO CAPITOLO
Y «Mia madre non c'è. A quest'ora è al negozio.» Il figlio della signora Serrais è nervoso e sembra avere una gran
fretta di liberarsi dell'ispettore. «Veramente ho bisogno di parlare con lei. Posso entrare? Lei il pomeriggio del 12
novembre era in casa. Così ci ha riferito sua madre.»
Il ragazzo esita' prima di rispondere. «Sto preparando un esame e passo molto tempo a casa» dice poi. « Si accomodi»
aggiunge, guidando Decieco verso lo studio. «La vostra abitazione è attigua2 a quella della signora Demanis. Quel
pomeriggio ha sentito dei rumori? Ricorda se c'era qualcosa di diverso dal solito?» «Niente di particolare. Non facevo
più caso ai rumori o alle voci che venivano da quella casa. Spesso qualcuno degli ospiti alzava la voce, e anche la
signora...» «Quel pomeriggio, però, è successo qualcosa di particolare!»
«Sì... ma sembrava un giorno come tanti altri... E poi il mio studio è piuttosto appartato 3 rispetto al resto della casa, si
affaccia direttamente sulle mura4, vede?» Alessio indica il bastione5 al di là della finestra. «Forse qualcuno ha cercato di
derubare6 la Demanis e per chiuderle la bocca 7 l'ha colpita con il candelabro...» «Come?» domanda incredulo 8 Decieco.
«Ho detto che forse qualcuno ha cercato di derubare la signora...»
Z L'ispettore lo guarda fisso per qualche istante. «Vede, dall'appartamento non sono stati portati via degli oggetti che
pure erano di valore. Il salotto era sottosopra sì, ma si trattava di una messa in scena1.... Quanto all'arma usata per
uccidere2, il candelabro... la cosa è nota solo agli inquirenti3 e... all'assassino4...» Si avvicina al giovane e si china verso
di lui in attesa di una spiegazione. «Allora?»
Il ragazzo si toglie gli occhiali, alita sulle lenti5 e comincia a strofinarle6 con un fazzoletto, con le dita che gli tremano.
«Ci ha portato via tutto e voleva prendersi anche il negozio. Mia madre era alla disperazione7, diceva che si sarebbe
suicidata!...» La voce di Alessio è stridula8, emozionata.
«Sono andato dalla signora Demanis quel pomeriggio. Le ho chiesto di darci un po' di respiro9. Ma a lei non interessava.
Non voleva sentir ragioni10... E così... Ho perso la testa... »
«E l'ha uccisa! Ma... perché non l'avete denunciata"? Lei studia diritto, dovrebbe sapere che c'è la giustizia! Perché?»
Decieco si solleva, alzando la testa incontra la sua faccia riflessa in uno specchio appeso alla parete. «C'è la giustizia!»
ripete all'altro se stesso12.

(„Il caso Demanis“ von Assunta Esposito Sitzia. ©Verlag Langenscheidt. Berlin und München 2003
Bibliothek : Amerika Gedenkbibliothek Signatur : S 533/84)

FINE
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