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Storia contemporanea 1 Prof. Tommaso Detti a.a.

2015-2016

Ammesso che questo sommario quadro possa essere considerato


sufficiente per farsi un'idea del rilievo storico della rivoluzione industriale, adesso potremmo procedere oltre. Non ci siamo posti, per, alcune domande importanti: perch questa grande trasformazione ebbe
inizio in Europa e non altrove? E perch in Inghilterra e non in altri
paesi europei?
Nel manuale troverete alcune risposte a questi interrogativi:
1. una rivoluzione agraria iniziata da tempo;
2. un fiorente commercio estero che poggiava sul fatto che la Gran
Bretagna possedeva un impero coloniale e dominava i mari con la
sua marina mercantile e militare;
3. un mercato interno molto dinamico: la Gran Bretagna era unisola,
nessun punto della quale distava dal mare pi di 110 km, e ci rendeva pi facili le comunicazioni e meno costosi i trasporti. Era abbastanza grande da offrire uno sbocco alle merci di un'industria in
espansione e non era divisa da barriere daziarie e doganali come
gli altri paesi europei, costituendo un vero mercato nazionale.
4. Tassi di urbanizzazione e livelli di istruzione molto elevati;
5. Il precoce passaggio del Regno Unito dal mercantilismo (politica
economica caratterizzata da un forte intervento statale) al liberismo;
6. La presenza di un moderno ceto imprenditoriale borghese, che
Max Weber (L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904-5)
pose in relazione con le confessioni religiose riformate diffuse in
Inghilterra, le quali valorizzavano il lavoro, lo spirito di sacrificio
e l'iniziativa individuale.
7. Tra i molti altri fattori che si potrebbero richiamare, mi limiter
infine a citare la presenza di uno Stato liberale costituzionale e il
suo ruolo nel sostenere il paese con una politica estera molto aggressiva nei confronti dei paesi concorrenti.
Sono questi gli aspetti principali di una solida tradizione interpretativa, attraversata s da ricorrenti dibattiti su questo o quel punto, ma
nel complesso confortata da un ampio consenso nella comunit scientifica. Come potete constatare, tuttavia, si tratta di risposte riguardanti
unicamente i requisiti esistenti in Inghilterra. Il confronto con altri
paesi europei come minimo implicito e a maggior ragione si d per
scontato che niente del genere potesse accadere in altre parti del
mondo.

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Per ovviare a questo difetto troverete nel manuale un box storiografico sull'argomento, che per non male riassumere. La parola rivoluzione esprime gi l'idea di un cambiamento non solo radicale, ma anche assai rapido; in un libro del 1960 intitolato Gli stadi dello sviluppo
economico l'economista americano Walt Rostow la port alle estreme
conseguenze usando la metafora del take off, cio dell'enorme accelerazione di un aereo al momento del decollo. Oltre a ci, la tesi di fondo
dell'opera che la strada dello sviluppo era una e una sola: quella occidentale, che i paesi sottosviluppati avrebbero dovuto ripercorrere nei
suoi diversi stadi.
Ad essere messa in forse negli anni 80-90 fu per l'appunto la nozione
stessa di rivoluzione industriale in quanto mutamento non solo radicale, ma anche molto rapido. Basandosi su analisi macroeconomiche e
sofisticati modelli quantitativi, vari studiosi sostennero che fino al 1830
la crescita della Gran Bretagna fu pi lenta di quanto si pensasse e vi fu
chi propose di ridefinirla come un'evoluzione, invece che una rivoluzione. Altri obiettarono che i dati aggregati occultano la realt di uno
sviluppo impetuoso ma settoriale, i cui effetti a quel livello non possono essere visibili che a distanza di tempo. Tolte alcune posizioni
estreme, peraltro, le interpretazioni "revisioniste" di quella fase accreditarono s l'immagine di uno sviluppo pi lento e disteso nel tempo,
ma non negarono l'unicit della rivoluzione industriale e il suo valore
di discontinuit storica.
Tuttora aperto, questo dibattito ha in ogni caso favorito una ricontestualizzazione del fenomeno, tradizionalmente situato nel 1760-1830
e opposto alla relativa immobilit dell'economia preindustriale. Se allora lo sviluppo inglese fu relativamente lento, in sostanza, quella fase
cessa di apparire come l'inizio del moderno sviluppo accelerato e autosostenuto, che sembra postdatabile agli anni 1820-1830 e seguenti. Il
periodo precedente perde cos la sua unicit, viene ricondotto entro un
contesto preindustriale di lungo periodo e diviene comparabile con altri episodi di crescita economica coevi o precedenti.
Mentre negli studi sulla rivoluzione industriale si affermava questo
mutamento di prospettiva, il dispiegarsi dei processi di globalizzazione
contemporanei sollecitava lo sviluppo di studi su altre aree del pianeta
e in particolare dell'Asia, che sono state messe a confronto con il vecchio continente. Si cos ridotta quella che Braudel chiam la diseguaglianza "storiografica" fra l'Europa e il resto del mondo e si sono
poste alcune importanti premesse per recidere il nodo gordiano della
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storia del mondo, ossia la genesi della superiorit europea, facendo


uscire il problema della rivoluzione industriale dal suo originario eurocentrismo per ricondurlo ad una dimensione di storia globale.
A lungo in effetti, i confronti operati tra the West and the Rest si sono
fondati su un approccio al tempo stesso eccezionalista e normativo: l'ascesa dell'Europa e la rivoluzione industriale sono state ricondotte a
peculiarit di diversa natura (ma in ultima analisi a fattori culturali di
antichissima data) e ne sono state considerate come esiti in qualche
modo necessari. La storia del resto del mondo stata cos valutata per
differenza rispetto a quella europea e al modello di sviluppo occidentale, per lo pi in termini di arretratezza e di ritardo.
Per confrontare tra loro e con l'Inghilterra pre-1830 le fasi di significativa crescita economica susseguitesi in epoche e luoghi diversi,
sono stati anche elaborati concetti nuovi, come quello di rivoluzione
industriosa: con questa espressione si indicano gli episodi di crescita
economica ricorrenti nel corso della storia mondiale, che alcuni ritengono preparatori dell'industrializzazione, evitando cos la dicotomia
tra una presunta stagnazione "premoderna" e lo sviluppo moderno. Ma
vi sono anche alcuni che vedono nella rivoluzione industriosa un peculiare modello di sviluppo del Giappone e dell'Asia orientale, destinato a ibridarsi dopo la met del XX secolo con quello occidentale,
dando luogo all'impetuosa crescita di quell'area negli ultimi decenni.
Questi ampliamenti spaziotemporali del campo dell'indagine e l'elaborazione di categorie comparative hanno prodotto un'importante innovazione metodologica consentendo di superare le visioni che ho definito eccezionaliste, normative ed eurocentriche. Assai diverse sono
infatti le procedure seguite negli ultimi anni dagli studiosi "revisionisti"
di quella che stata chiamata California school: Roy Bin Wong e Kenneth Pomeranz hanno ad es. ribaltato l'usuale punto di vista guardando
all'Europa da una prospettiva cinese e proponendo una comparazione
reciproca, a doppio senso di marcia, che ha molto arricchito il quadro delle conoscenze.
I confronti pi puntuali sono stati operati tra l'Inghilterra e altre
zone meglio comparabili, come il delta del fiume Yangzi in Cina o l'Olanda del 1570-1670, ma non sono mancati paragoni meno stringenti
con realt assai pi ampie e composite, talora molto distanti nel tempo:
dall'Europa nordoccidentale dell'alto Medioevo alla Cina dei Song
(960-1279), dei Ming (1368-1644) e dei Qing (1644-1911), all'India del
Settecento.
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Qua e l, lungo la storia mondiale, si sono cos scoperte svariate rivoluzione industriose: periodi di espansione dei commerci, unit produttive familiari orientate al mercato, specializzazione e divisione del
lavoro, innovazioni tecnologiche, urbanizzazione, aumenti della produttivit agraria e non, crescite del prodotto lordo, incrementi demografici associati per un certo lasso di tempo a standard di vita stabili o
persino ascendenti e infine culture e istituzioni sociali e statali non
sfavorevoli a tutto il resto.
Tali fenomeni sono stati diversamente interpretati: semplificando un
po', c' chi vi ravvisa modelli diversi dalla rivoluzione industriale, che
furono bloccati dall'espansione economica, commerciale e militare occidentale nel XIX secolo, e chi le riconduce a forme di crescita smithiana
fondate sullo sviluppo del mercato e della divisione del lavoro. In entrambi i casi si tratta di sviluppi labour-intensive, fondati cio su un
crescente impiego di manodopera. Se letti come forme di crescita smithiana, tali sviluppi configurano performances pi o meno corpose e
durature, ma comunque a termine. Da Malthus in poi il loro limite
stato individuato nei freni derivanti dal divario tra sviluppo economico
e demografico, tuttora considerati la norma nell'intera storia mondiale
fino al XVIII secolo compreso. In quest'ottica sia la crescita della Gran
Bretagna e di altri paesi europei prima del XIX secolo, sia quelle riscontrate in alcuni paesi asiatici rimangono fenomeni dai limiti, se non invalicabili, storicamente mai superati.
In base a questi presupposti la domanda perch l'Inghilterra? deve
dunque essere riformulata, non limitandosi a interrogarsi sulle peculiarit di pi o meno lungo periodo che dettero luogo alla rivoluzione
industriale. Se l'immagine classica della rivoluzione industriale come
unico ciclo di sviluppo moderno e autosostenuto ragionevolmente
scomponibile in due fasi distinte - una prima fase di rivoluzione industriosa e una seconda fase di vera e propria rivoluzione industriale dagli
anni 20-30 dell'800 - i termini del problema cambiano. L'interrogativo
va posto in questi termini: perch in Inghilterra una fase di crescita non
inconsueta fu seguita da un inedito tipo di sviluppo moderno e ci non
accadde in altre situazioni comparabili, europee ed extraeuropee? O,
se si preferisce, perch l'Inghilterra (l'Europa) non si comport come le
altre parti del mondo?
A questo interrogativo Pomeranz ha risposto attribuendo la differenza tra il percorso della Gran Bretagna e quelli di altre aree eurasiatiche, e in particolare del delta dello Yangzi, alla disponibilit di carbon
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fossile e alla colonizzazione del Nuovo Mondo. Il primo le permise di


superare i limiti ecologici delle economie "organiche" imboccando uno
sviluppo ad alto consumo energetico; la seconda, assieme a un commercio sostenuto dalle armi, le forn un'enorme riserva delle risorse di
cui scarseggiava e uno sbocco per quelle che aveva in eccesso, come la
popolazione. Patrick O'Brien ha per mostrato che le importazioni
americane divennero rilevanti solo dopo la met dell'800, avvertendo
giustamente che occorre distinguere la rivoluzione industriale dalla
grande divergenza: la seconda non pu spiegare la prima, che la precedette e ne segn l'inizio.
Si torna cos alla fase precedente. Davvero, fino al XIX secolo, le pi
avanzate aree europee e asiatiche erano pi o meno alla pari? Anche su
questo le opinioni divergono: oltre a chi propone un'immagine assai
dinamica dell'economia e della societ del delta dello Yangzi, c' infatti
chi come Philip Huang vi ravvisa una crescita (della produzione)
senza sviluppo (nella produttivit del lavoro), ovvero una situazione
involutiva. Quanto ai mercati, quelli dell'Europa occidentale e quelli
cinesi intorno al 1780 si sono s confermati comparabili, ma la performance dei mercati inglesi stata ritenuta migliore di tutte le altre.
Render conto dei molteplici fattori variamente interpretati a sostegno delle diverse interpretazioni sarebbe lungo: dalle scelte del potere
politico ai caratteri dell'agricoltura e all'andamento dei commerci, dai
comportamenti riproduttivi alla mobilit delle donne, l'impiego delle
quali stato considerato decisivo nella rivoluzione industriale, ecc. Sta
di fatto che anche per quanto riguarda gli standard di vita le cifre sui
salari reali e sui redditi delle famiglie rurali variano cos sensibilmente,
da far dubitare della piena attendibilit dei dati relativi ai paesi asiatici,
ancora bisognosi di integrazioni e accurate verifiche. Non meno mosso
infine il panorama degli studi e delle interpretazioni riguardo ad altri
paesi. Per l'India l'immagine dinamica delle manifatture tessili e della
produttivit agricola offerta da Prasannan Parthasarathi giudicata ad
esempio superottimistica da Christopher Bayly. A suo parere i commerci, le innovazioni e le comunicazioni sociali vi erano meno sviluppati rispetto non solo all'Europa, ma anche alla Cina e al Giappone.
All'estremo opposto si colloca se mai proprio il Giappone, dove crebbero sia la divisione del lavoro e la produttivit, sia i redditi e i consumi.
La scarsit di risorse contribu per a far s che le innovazioni tecnologiche fossero volte to be using labour rather than labour saving e
dopo il 1750 vi fu un relativo declino dei centri urbani e del commercio
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estero. Secondo Janet Hunter, in ogni caso, fino al 1850 si notano pochi
segni della divergenza giapponese sopraggiunta dopo il 1868.
I "revisionismi" degli ultimi decenni, in definitiva, hanno svolto un
ruolo molto importante, demolendo gli stereotipi e i miti che da sempre circondavano la storia dei paesi asiatici e ricollocando la rivoluzione industriale nel contesto spaziotemporale che le proprio: quello
della storia del mondo. L'apertura di nuovi orizzonti che ne derivata,
tuttavia, ha reso il dibattito storiografico pi aperto che mai.
Come non sembra improprio postdatare di alcuni decenni l'inizio del
moderno sviluppo accelerato e autosostenuto, land-saving e labour-saving, a tecnologia e consumi energetici entrambi elevati, cos verosimile che la divergenza della Gran Bretagna debba essere anticipata. Ci
confermerebbe le interpretazioni che hanno visto nella rivoluzione industriale non un improvviso take-off, n l'esito gi scritto nelle premesse di un eccezionalismo europeo di lunghissimo periodo, ma lo
sbocco non necessario di precedenti sviluppi "industriosi".
Sul perch tale sbocco non si sia verificato in altri paesi che conobbero sviluppi comparabili a quello delle pi avanzate aree dell'Europa
nordoccidentale e della stessa Inghilterra, con ogni probabilit la discussione destinata a proseguire a lungo. Non sembra tuttavia contestabile che a partire dal XVI secolo l'Europa abbia tratto un vantaggio
decisivo dalla sua espansione navale, militare e commerciale, a fronte
della scelta della Cina di non battere una strada analoga. Il blocco dei
viaggi transoceanici alla met del XV secolo consent alla Cina una forte
espansione dei suoi commerci in Asia, ma la chiuse in una situazione
stazionaria e agevol la conquista di un'egemonia mondiale da parte
dell'Europa. Il controllo dei mari, i traffici intercontinentali e la colonizzazione del Nuovo Mondo non spiegano la grande divergenza ma,
assieme alle guerre condotte dallo Stato inglese dalla met del 700 al
1815 e ai suoi massicci investimenti nella marina, trainarono la potenza
economica britannica e le fornirono i capitali occorrenti allo sviluppo
moderno.
La disponibilit di capitali, l'alto costo del lavoro e quello contenuto
di una fonte d'energia come il carbone rinviano a un punto chiave della
tradizione interpretativa sulla rivoluzione industriale: la tecnologia. Lo
sciame di innovazioni che si concentra in questa breve fase storica
stato giudicato eccezionale per quantit e qualit rispetto ad altre epoche e altri paesi, cosicch il suo ruolo nell'industrializzazione inglese
ed europea stato ancora ribadito.
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Pi che sulle innovazioni in s, gli studi recenti hanno peraltro insistito su quella che nel 2002 Joel Mokyr (I doni di Atena. Le origini storiche dell'economia della conoscenza) ha definito useful knowledge: un
ambiente culturale ricettivo, nutrito di cultura laica d'lite ma largamente diffuso nella societ e veicolo della diffusione delle innovazioni.
Le tesi di Mokyr, per il quale l'ascesa dell'Europa deriv da una knowledge revolution dovuta al pensiero scientifico da Bacone in poi e
alla cultura dell'Illuminismo, sono state criticate per non aver collocato
il problema in un contesto globale fondato su comparazioni con l'Asia,
ma il rilievo di tali fenomeni non sembra sottovalutabile. Secondo Eltjo
Buringh e Jan Van Zanden la produzione e la domanda di libri erano
ad es. molto pi sviluppate in Europa che in Cina e in Giappone. Una
valutazione, questa, estesa da Van Zanden ad altri aspetti dell'elaborazione e dello scambio di useful knowledge, che differenziavano l'occidente europeo dal resto dell'Eurasia sin dal basso Medioevo.
Si potrebbe continuare a lungo. Ancor pi della pertinenza dell'una
o dell'altra interpretazione, tuttavia, di questo campo di studi in eterno
fermento il caso di sottolineare la costante rispondenza alle sollecitazioni del presente. Come il recente sviluppo dei paesi asiatici ha stimolato la ricerca sulla loro storia e un confronto tra questa e quella europea, cos il revisionismo evoluzionista degli anni Ottanta riconducibile alla fase di crisi aperta dallo shock petrolifero del 1973. C' anche
da chiedersi quanto il concetto di rivoluzione industriosa debba a modelli di crescita contemporanei, come quelli basati sui distretti industriali.
Allo stesso modo l'emergere della questione ambientale ha suscitato
nuove indagini sul collo di bottiglia delle economie preindustriali costituito dall'energia, che hanno tenuto conto anche dei fattori climatici.
Da questo punto di vista, secondo Paolo Malanima, la prospettiva risulta meno ottimistica di quanto appaia ponendo la useful knowledge
al centro della scena: la Cina, dove i consumi energetici erano pi bassi
e la produttivit dei suoli pi alta, reag all'incremento demografico intensificando il lavoro e comprimendo il tenore di vita. Resa pi vulnerabile da una situazione diametralmente opposta, fra il 1750 e il 1820
l'Europa nordoccidentale soffr una grave crisi energetica dovuta sia
alla crescita della popolazione, sia a un abbassamento delle temperature, alla quale rispose attingendo a fonti d'energia minerali e imboccando la strada dello sviluppo moderno.

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Se il puzzle della rivoluzione industriale ancora lontano da ricomporsi, in definitiva, un salto di qualit stato prodotto dalle ricerche
degli ultimi decenni, che hanno rinnovato l'intera questione perch
l'hanno ricollocata in un contesto di lungo periodo e in una dimensione
spaziale planetaria: ne hanno fatto, in altre parole, un capitolo della
storia del mondo. A giustificare il susseguirsi di nuovi studi basterebbe
in ogni caso una sola considerazione: comunque la si legga, la rivoluzione industriale si conferma come la pi importante cesura della storia dell'umanit. Al suo confronto neppure i grandi mutamenti dell'epoca neolitica reggono il confronto.
Gli studi pi recenti hanno mostrato che l'immagine di un'economia
preindustriale malthusiana sostanzialmente stagnante non che la
drastica semplificazione "binaria" di una realt ben pi complessa, fatta
di ricorrenti periodi di sviluppo in svariate parti del globo. Fino al XIX
secolo, tuttavia, il reddito pro capite della comunit umana non sembra aver mai superato se non di poco un decimo di quello attuale. Solo
da allora la situazione radicalmente mutata, sia pure ai prezzi elevatissimi pagati dalla maggioranza della popolazione mondiale per la
grande divergenza. quanto mostra con chiarezza la figura che segue.

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Il PIL pro capite di alcune aree del mondo dall'anno 1 al 2003

Elaborazione da A. Maddison, World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD (agosto 2007), http://www.ggdc.net/maddison/ [Dati in $ internazionali Geary-Khamis 1990]

Spesso, ad ogni modo, i sostenitori della necessit di ridimensionare


il rilievo della prima industrializzazione hanno teso anche a contrapporle un'altra fase di grande sviluppo e trasformazione economico-sociale, quella della cos detta seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra gli anni 90 dell'Ottocento e la prima guerra mondiale. In questa
fase, in effetti, il ritmo della crescita economica e dell'innovazione tecnologica divenne incomparabilmente pi rapido.
Anche se questo dibattito ha interessato essenzialmente gli storici
dell'economia senza implicazioni molto corpose sul terreno della storia
generale, dobbiamo concentrare la nostra attenzione su questo fenomeno sia per il suo rilievo oggettivo, sia anche perch su di esso si fonda

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un'altra fra le pi originali ipotesi di periodizzazione della storia contemporanea, quella di Barraclough. Negli stessi anni in cui Hobsbawm
avanzava la sua proposta interpretativa, nella sua Guida alla storia contemporanea Barraclough non si limitava a formulare il criterio di metodo al quale ci siamo richiamati, ma elaborava una proposta di periodizzazione della storia contemporanea che assumeva tra i suoi punti di
riferimento essenziali proprio la seconda rivoluzione industriale.
Non che egli collocasse l'inizio dell'et contemporanea nei decenni
a cavallo del 1900: al contrario, ne spostava decisamente in avanti il
momento iniziale, scrivendo che un mondo nuovo era definitivamente
entrato in orbita intorno al 1960. A suo giudizio, tuttavia, il passaggio
dall'et moderna all'et contemporanea era avvenuto nel corso di una
lunga fase di transizione iniziata intorno al 1890, durante la quale avevano cominciato a delinearsi le forze che avevano modellato il mondo
contemporaneo. negli anni che immediatamente precedono e seguono il 1890 scriveva che la maggior parte degli sviluppi che differenziano la storia contemporanea da quella moderna comincia ad
evidenziarsi.
A differenza degli storici economici e degli economisti che discutevano del carattere pi o meno rivoluzionario della prima e della seconda rivoluzione industriale, Barraclough non partiva peraltro dal
passato per arrivare al presente, ma viceversa. E il presente, ossia gli
inizi della storia contemporanea quali si erano profilati all'indomani
della seconda guerra mondiale, era caratterizzato innanzi tutto da alcuni fenomeni di rilievo fondamentale:
1. il netto ridimensionamento del ruolo dell'Europa nel mondo;
2. il crollo del vecchio imperialismo e il processo di decolonizzazione
dell'Asia e dell'Africa, con i suoi corollari di sottosviluppo e sovrappopolazione;
3. l'emergere di due nuove grandi potenze, gli Stati Uniti e l'Unione
sovietica;
4. l'affermarsi di un sistema di relazioni internazionali a carattere
planetario, che assunse un carattere bipolare appunto per effetto
della ascesa delle due superpotenze;
5. quella che Barraclough chiamava rivoluzione termonucleare, riferendosi essenzialmente ai mutamenti strategici derivati dall'uso
delle armi atomiche, sperimentato dagli americani nel 1945 sulle
citt giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.
Dell'energia atomica e di altre innovazioni tecnologiche sviluppatesi
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con la seconda guerra mondiale, invero, l'autore non trascurava neppure le applicazioni civili: con notevole capacit di prefigurazione scriveva infatti: con ogni probabilit l'energia atomica, l'elettronica e l'automazione condizioneranno la nostra vita ancora pi profondamente
di quanto abbiano fatto la rivoluzione industriale e le scoperte scientifiche della fine del XIX secolo. Su questo punto tuttavia sospendeva il
giudizio, considerandolo prematuro, e per adesso noi faremo altrettanto anche se a distanza di 40 anni abbiamo fondati elementi per dire
che non aveva torto.
Rilette oggi, peraltro, alcune delle pagine di Barraclough appaiono
naturalmente datate: cos per il bipolarismo Usa-Urss, da lui considerato come uno scenario acquisito e in qualche modo immodificabile,
cos anche per la sua insistenza sul 1960 come punto d'avvio dell'et
contemporanea. Che comunque, come vedremo, ipotesi non molto
distante da altre elaborate in seguito. Se si considera che questo autore
scriveva di fenomeni a lui contemporanei e dunque di difficilissima valutazione, tuttavia, indugiare su punti del genere sarebbe ingiusto. Ci
che pi colpisce, in ogni caso, invece la sua notevolissima capacit di
interpretazione del tempo nel quale viveva.
A partire dalla quale, possiamo a questo punto seguirlo nel suo percorso a ritroso nel tempo, per vedere quali fossero le forze al cui dispiegarsi si dovette l'apertura della fase di transizione tra et moderna ed
et contemporanea da lui collocata tra il 1890 e il 1960. I due pi rilevanti fattori di cambiamento venivano individuati da Barraclough nella
seconda rivoluzione industriale e nel cosiddetto nuovo imperialismo
ad essa strettamente connesso.
Fu in seguito al dispiegarsi di questi fenomeni che: 1) il sistema delle
relazioni internazionali europeo prese ad evolversi verso un sistema
mondiale; 2) dopo la guerra del 1914-18 si svilupparono una societ e
una democrazia di massa; 3) nuovi movimenti e regimi fascisti da un
lato, comunisti dall'altro lanciarono una sfida ai valori liberali del secolo precedente e alla stessa democrazia. Sulla base delle trasformazioni prodotte dalla seconda rivoluzione industriale e dal nuovo imperialismo, l'azione reciproca di tali fenomeni port infine al trapasso da
un'epoca all'altra. Da questo punto di vista, a giudizio dell'A., il periodo
successivo alla prima guerra mondiale era interpretabile come storia
della tenace resistenza opposta al mutamento dal vecchio mondo moderno, e di tale resistenza il lungo periodo di guerre conclusosi nel 1945
poteva considerarsi il dato saliente.
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Fissate cos le coordinate generali della proposta interpretativa di


Barraclough, vediamo ora di richiamare brevemente gli aspetti essenziali dei fenomeni di cui stiamo parlando. Sulla via aperta dalla Gran
Bretagna, l'industrializzazione di altri paesi europei era iniziata con il
Belgio e alcune regioni francesi e tedesche intorno al 1830. Il modello
seguito dai paesi cosiddetti second comers era stato diverso da quello
inglese, dove protagonista dell'industrializzazione era stata l'iniziativa
privata.
Altrove, invece, l'incontrastato predominio inglese sui mercati e le
meno favorevoli condizioni economiche, sociali e politiche del continente fecero s che vi avesse un ruolo pi rilevante l'industria pesante,
con tecnologie pi avanzate e fabbriche di maggiori dimensioni. Assieme alla scarsa disponibilit di capitali dovuta al minore sviluppo dei
commerci, ci si tradusse in un consistente intervento degli Stati nell'economia. Mentre le ferrovie inglesi furono realizzate da privati, ad es.,
quelle degli altri paesi europei vennero progettate e in parte costruite
dai rispettivi governi.
Dopo la met del secolo lo sviluppo economico europeo assunse dimensioni eccezionali, oltrepassando anche i confini del vecchio continente: basti considerare che nel terzo venticinquennio dell'Ottocento
il volume del commercio mondiale, gi quasi raddoppiato nella prima
met del secolo, aument ancora del 260%, ma nella met del tempo.
Con il favore di una forte ascesa deI prezzi, che sostenne i profitti, gli
investimenti e l'occupazione, realizzarono in questa fase la loro industrializzazione la Francia, gli Stati Uniti, la Svizzera e la Germania. I
trasporti ferroviari e marittimi ebbero uno sviluppo vertiginoso; collegamenti pi regolari e veloci, che trasportavano quantit enormi di uomini e merci, unirono mondi molto distanti e a volte isolati.
Questa fase di impetuoso sviluppo fu per seguita negli anni 70 da
una fase di difficolt, che fu percepita in termini drammatici: l'espressione grande depressione, prima di essere usata per designare gli effetti della crisi del 1929, non a caso fu coniata a proposito del periodo
1873-1896. Quella fase, tuttavia, pur essendo attraversata da una crisi
senza precedenti, non fu una fase di recessione, n di stagnazione. Per
inciso, semplificando un po' diciamo che si ha recessione se il PIL di un
anno pi basso di quello dell'anno precedente. Quando invece l'economia non cresce n decresce, ma stazionaria, si parla di stagnazione.
Negli anni 1873-1896, in realt, si verific un sensibile sviluppo economico, che tra l'altro vide la Russia, la Svezia, l'Olanda, il Giappone e
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l'Italia aggiungersi al gruppo dei paesi industrializzati. Se la produzione


continu ad aumentare, tuttavia, il ritmo dello sviluppo rallent. Ci
accadde 1) perch la crescita di questo periodo fu in parte dovuta ai
paesi di nuova industrializzazione, il cui apporto estese le basi produttive; 2) perch si verific un alternarsi di fasi di crisi e di ripresa che
fren lo slancio dell'economia e pose fine a 25 anni di ininterrotto sviluppo.
Un altro tratto caratterizzante del periodo fu costituito da una forte
caduta dei prezzi, che dagli anni '70 agli anni '90 diminuirono in media
del 40%, provocando un secco calo dei profitti e degli interessi. Questo
rallentamento fu un effetto della vertiginosa espansione dei 25 anni
precedenti, che aveva generato un grave squilibrio tra domanda e offerta: il mercato non si era ampliato tanto da poter assorbire le enormi
quantit di merci che vi erano immesse. Per la prima volta nella storia,
le crisi economiche non erano dovute a una stasi, bens a un eccesso
della produzione, che provoc il ribasso dei prezzi e quindi dei profitti.
Va peraltro tenuto presente che la depressione non riguard solo
l'industria. In Europa ne fu parte integrante una gravissima crisi dell'agricoltura. Forte dei bassi costi consentiti da un'alta produttivit e dallo
sviluppo dei trasporti, il grano prodotto da paesi cerealicoli extraeuropei quali Argentina, Australia e Stati Uniti invase i mercati europei, facendo crollare i prezzi a 1/3 dei valori iniziali. Le conseguenze di questa
crisi di sovraproduzione furono drammatiche per l'agricoltura europea
e anche per quella dei paesi esportatori. Essa caus un esodo di massa
dalle campagne, che and a ingrossare le aree urbane e aliment un
gigantesco flusso migratorio dai paesi pi arretrati del sud-est europeo
a quelli pi sviluppati e soprattutto oltre gli oceani. Allo scoppio della
guerra mondiale avevano lasciato l'Europa circa 34 milioni di persone,
25 milioni delle quali per non farvi pi ritorno.
Le risposte che furono date alle ripercussioni di questi fenomeni sugli apparati produttivi dei paesi industrializzati, nel loro insieme, sono
ci che correntemente viene definito come seconda rivoluzione industriale. La prima risposta consist nell'adozione di politiche protezionistiche, volte a proteggere con tariffe doganali la produzione di ciascun paese e a limitare quella degli altri. Ebbe fine cos l'et dell'oro del
libero scambio e si inaspr la concorrenza tra le diverse economie rivali.
L'intervento legislativo degli Stati regolament il mercato e trasfer la
competizione dal livello delle imprese a quello statale. Un'altra risposta

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fu costituita dall'inizio di una ristrutturazione industriale volta 1) a razionalizzare le imprese per alzarne la produttivit e fronteggiare cos la
discesa dei prezzi; 2) a instaurare un maggior controllo sul mercato per
limitare i danni della concorrenza. Tale processo si esplic in primo
luogo in una spiccata tendenza alla concentrazione industriale. Molte
imprese cio si fusero e molte altre dovettero chiudere, talch il loro
numero diminu e aumentarono viceversa le loro dimensioni.
Un ulteriore passo fu compiuto con la costituzione di cartelli per
concordare i livelli dei prezzi e trust (integrazioni di aziende operanti
nello stesso settore), che determinarono situazioni di oligopolio e talora addirittura di monopolio. La concentrazione fu dovuta anche al
forte fabbisogno di capitali determinato dalle accresciute dimensioni
delle aziende e dalla necessit di effettuare onerosi investimenti per
elevarne la produttivit. Tale fabbisogno fu coperto dalle banche miste (insieme di risparmio e di investimento), con il risultato un'accentuata compenetrazione fra industria e finanza. Anche la struttura delle
aziende mut; alla fine del secolo le societ per azioni erano divenute
la struttura prevalente, con il risultato che le Borse valori divennero i
luoghi nevralgici dello sviluppo economico. Il volume dei capitali investiti fu in relazione con un'eccezionale innovazione tecnologica: si
pensi soltanto alla costruzione delle prime centrali elettriche o all'invenzione del motore a scoppio.
Impetuoso fu inoltre lo sviluppo di industrie destinate a rivoluzionare la produzione perch fondate su fonti di energia e materie prime
nuove: quella elettrica, appunto, e quella chimica (dalla raffinazione
del petrolio agli esplosivi, dai tessuti artificiali ai coloranti e ai concimi
chimici). Rapidissima fu anche la crescita di una gigantesca industria
degli armamenti, sostenuta dalle ordinazioni degli Stati e connessa alle
loro politiche protezionistiche.
L'innovazione tecnologica si differenzi da quella dei periodi precedenti per lo stretto rapporto che si stabil tra economia e scienza: a
un'innovazione scaturita anzitutto dall'esperienza pratica si sostitu
una sistematica applicazione della ricerca scientifica alla produzione.
La ricerca fu sempre pi stimolata e orientata dall'industria, che cominci anche a dotarsi di laboratori per produrla in proprio. Scienza e
tecnologia furono dunque alla base della ristrutturazione delle imprese
realizzatasi in questi decenni per fronteggiare il calo dei profitti. Oltre
all'ammodernamento degli impianti, un aspetto essenziale di tale processo fu costituito da un impiego sempre pi efficiente e razionale delle
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macchine, per ottenere il quale ingegneri e tecnici vennero assumendo


un ruolo di spicco all'interno delle fabbriche.
Fu in questa fase che vennero sperimentate e diffuse nuove forme di
razionalizzazione della produzione, che dal nome dell'ingegnere americano Frederick W. Taylor e dal titolo della sua opera principale presero il nome di taylorismo o scientific management. L'organizzazione
scientifica del lavoro si basava per l'essenziale su una crescente divisione del lavoro, sull'affidamento dei processi decisionali ai tecnici e
sulla conseguente espropriazione ruolo gi svolto su questo piano dagli
operai. Al tempo stesso, per, furono elevati i salari anche con l'adozione di cottimi incentivanti, e agli operai vennero spesso destinate
abitazioni, scuole, asili e servizi vari. Questo modello basato sulla produzione in serie venne infine perfezionato e completato con la standardizzazione dei modelli e l'invenzione della catena di montaggio, applicata per la prima volta nelle aziende automobilitistiche di Henry Ford
a Detroit.
Un ultimo dato infine costituito dai mutamenti che investirono la
distribuzione delle merci nel quadro della tendenza delle imprese a
controllare il mercato costruendo un sistema integrato di produzione,
distribuzione e vendita. Anche qui si verificarono processi di concentrazione, con la nascita di vaste catene commerciali e grandi magazzini,
n mancarono le innovazioni tecnologiche: i mercati dei generi alimentari deteriorabili furono enormemente ampliati dall'inscatolamento e
dalla congelazione.
Ma il dato forse pi significativo va ravvisato nell'affermarsi di un
mercato di massa non pi limitato ai cibi e al vestiario. I consumi di
massa si estesero a beni durevoli come la bicicletta e i fornelli a gas, poi
all'auto e agli elettrodomestici. Si trattava anche in questi casi degli albori di un processo che si sarebbe dispiegato compiutamente nella
prima met del Novecento, ma gi ora all'ampliarsi dei mercati fece
riscontro la comparsa di significative novit: come la vendita rateale e
la pubblicit, che assieme al cinematografo cominciarono a diffondere
tra le grandi masse nuovi modelli di consumo.
All'insieme dei processi sollecitati dalla grande depressione stato
dato il nome di capitalismo organizzato e molti studiosi ne hanno parlato appunto come di una seconda rivoluzione industriale. L'espansione quantitativa e i mutamenti qualitativi dell'economia capitalistica
furono in effetti imponenti. Da un lato, per, le basi fondamentali dello
sviluppo rimasero ancora quelle pi consolidate, fondate sul vapore,
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sul ferro e sul carbone. Dall'altro il concetto di rivoluzione industriale


non si riferisce alla sola innovazione tecnologica, ma all'insieme dei
rapporti sociali e di produzione affermatisi con l'avvento dell'economia
industriale capitalistica, che rimasero sostanzialmente immutati.
Su tali basi alcuni studiosi hanno perci negato che si possa parlare
di una seconda rivoluzione industriale, sottolineando gli elementi di
continuit dell'intera epoca storica compresa tra l'inizio del processo
di industrializzazione e l'avvento dell'informatica e della robotistica
nell'ultimo quarto del Novecento. Ma sta di fatto che una svolta vi fu e
che alcune caratteristiche del modello economico-sociale di questi
anni sarebbero rimaste alla base delle societ industriali sviluppate per
almeno un secolo.
L'altro aspetto decisivo di questa fase di svolta fu, come abbiamo anticipato, il fenomeno dell'imperialismo, che Barraclough (e non solo
lui) considerava un elemento fondamentale della fase di transizione
all'et contemporanea e vedeva strettamente legato alla seconda rivoluzione industriale. Secondo alcuni studiosi, i nessi tra imperialismo e
seconda rivoluzione industriale sono anzi cos stretti, che il fenomeno
imperialista deve essere considerato parte integrante della seconda rivoluzione industriale. Viceversa altri hanno accentuato il rilievo prioritario dell'imperialismo rispetto alla seconda rivoluzione industriale.
Di tale sottolineatura costituisce una conferma la stessa nozione di
questa fase storica come et dell'imperialismo, della quale abbiamo anticipato alcuni aspetti.
Ma che significa imperialismo? In un'accezione larga e generica il
termine indica una volont di potenza e di dominio, e di conseguenza
le politiche volte a conseguire tali obiettivi, oltre che l'esercizio di una
forma di dominio. Per i contemporanei la parola indicava pi specificamente : 1) tendenza delle grandi potenze a creare grandi imperi coloniali; 2) aumento della conflittualit internazionale; 3) lotta per il
controllo del mercato mondiale. Nei primi tre quarti dell'Ottocento l'espansione delle grandi potenze era stata nel complesso limitata e non
aveva compensato che in parte, sul piano quantitativo, la decolonizzazione dell'America latina che nel primo trentennio del secolo aveva
drasticamente ridimensionato i vecchi imperi coloniali della Spagna e
del Portogallo.
L'Inghilterra si era installata a Ceylon, in Sudafrica, a Singapore e in
Birmania ed aveva acquisito il controllo del canale di Suez, aperto del
1869; la Francia si era estesa in Algeria, Senegal, Guinea e Indocina;
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l'Olanda aveva acquisito l'Indonesia; la Russia si era estesa nel Caucaso


e aveva colonizzato la Siberia, spingendosi verso le coste del Pacifico,
ai confini della Cina. Un episodio di rilievo molto maggiore in verit
c'era stato: la conquista inglese del continente indiano. Non tutti questi
paesi erano per divenuti colonie; pi spesso le grandi potenze li controllavano tramite compagnie commerciali.
Preannunciato nel 1858 dallo scioglimento della compagnia delle Indie in seguito alla rivolta dei sepoys, un mutamento vi fu negli anni 70.
La data simbolica dell'inizio di una nuova fase imperialista pu essere
costituita dal 1876, quando la regina Vittoria fu incoronata imperatrice
dell'India. In che cosa consist la svolta? A partire dagli anni '70, in
primo luogo, l'espansione coloniale delle grandi potenze acquis dimensioni e ritmo inusitati: esse si spartirono gran parte del pianeta,
unificandolo in un mercato capitalistico mondiale.
La spartizione avvenuta fra il 1870 e il 1914, in secondo luogo, fu diversa dal colonialismo del passato. Imperi coloniali esistevano da secoli
e prima del 1870 alcune potenze non avevano soltanto possessi coloniali, ma condizionavano a tal punto la politica o l'economia di Stati
autonomi ma deboli, periferici e non sviluppati come l'Impero turco o
i piccoli regni tradizionali dell'Africa nera, da spingere gli storici ad
parlare di imperialismo informale. Dopo il 1870 dilag invece un imperialismo formale, cio la diretta acquisizione di colonie da parte
delle grandi potenze. Prima l'espansione era stata realizzata lentamente e in forme per lo pi pacifiche soprattutto da privati e compagnie commerciali; ora essa divenne una rapida e brutale conquista militare da parte degli Stati. Assunse inoltre un ruolo di rilievo l'esportazione di capitali, con investimenti dalla madrepatria. Ci accadde soprattutto l, dove furono reperite importanti risorse naturali o fu indirizzata una consistente emigrazione di coloni bianchi, come il Canada,
l'Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica e pi tardi l'Algeria francese.
Un'altra differenza va infine rintracciata nella proliferazione dei protagonisti: oltre all'Inghilterra e alla Francia, emersero infatti sulla scena
altri soggetti, dalla Germania all'Italia Stati di recente unificazione ,
dagli Stati Uniti al Giappone. Nel corso del secolo gli Stati Uniti si attennero alle linee generali della cosiddetta dottrina Monroe del 1823,
sintetizzata nello slogan l'America agli americani, cercando di estendere la propria influenza agli Stati formatisi con la decolonizzazione
dell'America latina e praticando una politica isolazionista nei confronti
del resto del mondo. Alla fine del secolo, per, la guerra scoppiata tra
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gli Stati Uniti e la Spagna intorno alla questione dell'indipendenza di


Cuba si concluse con l'acquisizione americana di alcuni importanti territori coloniali, come le Filippine. Del Giappone, che negli anni 90
dell'Ottocento si estese in Corea e in altre aree dell'estremo oriente,
diremo tra poco.
Sempre in tema di rapporti tra seconda rivoluzione industriale e imperialismo, nel considerare questi fenomeni non sono da trascurare il
peso della ristrutturazione industriale in cartelli e in trust, che cre potenti oligopoli integrati con il capitale finanziario e stretti attorno agli
Stati sotto l'ombrello delle politiche protezioniste adottate negli anni
'80 e '90. Si formarono cos potenti gruppi di pressione che spinsero su
governi, diplomazie e vertici militari per l'espansione oltremare, allo
scopo di moltiplicare i profitti e ovviare alle conseguenze della depressione. Da notare che si trattava di scelte assai costose, implicando spedizioni marittime in remoti territori, il mantenimento di forze armate
lontano dalla patria, la costruzione di una burocrazia coloniale ecc.
La forza dell'imperialismo sembr a lungo invincibile e suscit l'entusiasmo di chi considerava come un fattore positivo della storia del
mondo non soltanto la sua tendenziale unificazione economica, ma pi
in generale la sua occidentalizzazione. Agli occhi dell'opinione pubblica europea, al cui interno ebbero una forte diffusione in questo periodo ideologie di tipo razzista, la conquista coloniale significava infatti
progresso e sviluppo: una sorta di missione civilizzatrice dei popoli pi
arretrati (o considerati tali), che scaturiva da un forte senso della superiorit della propria civilt rispetto alle altre.
Non vanno per sottovalutate le rilevanti contraddizioni dell'imperialismo. Tra le pi importanti 1) la resistenza delle popolazioni dell'Africa e dell'Asia, che in pi di un'occasione fece sentire la sua forza condizionando forme e risultati dell'espansione europea; 2) soprattutto la
crescente conflittualit che si accese tra le diverse potenze. Un'altra
contraddizione infine costituita dal crescere di un'opposizione all'imperialismo, centrata sulle organizzazioni del movimento operaio che
nella seconda met del secolo acquisirono dimensioni di massa nei
paesi europei e sui partiti socialisti coreati nell'ultimo ventennio sull'esempio della Socialdemocrazia tedesca.
LLL'Africa coloniale ai primi del Novecento

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La conquista dell'Africa inizi pi tardi ma fu pi tumultuosa di


quella dell'Asia: dei circa 30 milioni di kmq del continente, nel 1870 le
potenze coloniali ne conoscevano e possedevano forse un decimo; nel
1914 se ne erano spartite assai pi di nove decimi. Le tensioni provocate
da questa espansione resero necessario un congresso internazionale,
che si tenne a Berlino nel 1884-85. L le grandi potenze si spartirono in
via preliminare l'interno sconosciuto del continente, senza impedire il
riproporsi di contrasti diplomatici, ma disciplinandoli e impedendo
che degenerassero in conflitti continentali.
L'apertura del canale di Suez nel 1869 rese strategico il controllo
dell'Egitto per l'Inghilterra, che lo occup nel 1882. Pi contrastata fu
la sua acquisizione del del Sudan, dove una grande rivolta musulmana
fra 1882 e 1898 riusc ad instaurare uno stato indipendente. Nel 188485 fu completato il controllo inglese della Nigeria, fu stabilita una base
in Somalia e inizi l'occupazione del Kenia. Nell'89 fu la volta dello

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Zimbabwe, nel 90 di Zanzibar, nel 92 dell'Uganda. Lo Zambia e il Nyassaland furono unificate nella colonia della Rhodesia.
La Francia, dopo aver represso nel 1870-71 una rivolta in Algeria, stabil nel 1881 un protettorato sulla Tunisia, subito dopo avere colonizzato la Costa d'Avorio. Si estese poi nel bacino del Congo, in Dahomey,
Senegal, Ciad e conquist tra il 1883 e il 1896 il Madagascar. Nel 1885 il
Portogallo istitu in colonia i suoi possedimenti in Mozambico e in Angola. Il Congo divenne possesso personale del re del Belgio e la Germania si mosse nel 1884 nel Togo, nel Camerun e qualche anno dopo in
Tanganika, per espandersi poi a est in Tanzania e a sudovest in Namibia. Gli insuccessi italiani permisero all'Etiopia di rimanere l'unico
grande Stato indipendente dell'Africa, ma l'Italia si estese in parte della
della Somalia e nel 1911 in Libia.
Molte di queste linee di espansione si incrociavano e infatti provocarono accesi contrasti diplomatici. Acuto fu lo scontro di interessi fra
la Francia, che ambiva a unire i suoi domini dell'Africa occidentale ai
suoi scali in Africa orientale, e l'Inghilterra, che puntava a congiungere
da nord a sud l'Egitto ai possedimenti in Africa orientale e australe,
sino alla colonia del Capo. Fu da queste contrastanti mire che nacque
l'incidente di Fashoda, il pi noto dei contrasti interimperialistici. Nel
1898 una colonna militare francese e una inglese arrivarono a fronteggiarsi e i due paesi parvero sull'orlo della guerra. La crisi si risolse per
la rinuncia della Francia, ma l'episodio mostr come controversie in
apparenza trascurabili attorno a lontani territori coloniali coinvolgessero il cuore delle politiche di potenza.
Ma la base degli imperi bianchi rimase l'Asia. La Russia si estese nel
Turkestan nel 1876-85 e alla fine del secolo occup la Manciuria e Port
Arthur. Gli olandesi aggiunsero Sumatra ai loro domini di Giava e del
Borneo. La Francia, che gi nel 1863 aveva stabilito il suo protettorato
sulla Cambogia, si estese negli anni '80-90 nell'Annam e nel Laos. La
Germania partecip nel 1886 alla spartizione della Nuova Guinea (con
Francia, Olanda e Inghilterra) e si impadron nel 1899 delle isole Caroline, Marianne e Palaos. Quanto agli inglesi, essi colonizzarono la Birmania (1885-87) parte del Borneo (1888), le Samoa, le Nuove Ebridi e
altri territori minori.

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L'imperialismo nel 1914

Le risposte dei popoli extraeuropei all'espansione occidentale furono


diverse: vi fu la rivolta e vi fu una tendenza a occidentalizzarsi. Ma nessuna rivolta pot evitare una sconfitta resa inevitabile dallo strapotere
dell'avversario. Ne emblematica la pi grande del secolo, divampata
in Cina dal 1850 al 1864 in conseguenza alla penetrazione occidentale:
l'indebolimento del Celeste impero in seguito alla prima guerra dell'oppio (1839-42) aveva aperto la strada all'insurrezione di una setta teocratica ed egualitaria, i T'ai-p'ing, che giunse a controllare met del paese.
Il governo imperiale, dopo aver capitolato di fronte all'Inghilterra e alla
Francia in una seconda guerra dell'oppio (1854-60), riusc a battere i
T'ai-p'ing in una sanguinosa guerra civile solo grazie all'appoggio delle
potenze occidentali e al prezzo di una completa subordinazione ai loro
interessi. Numerose altre rivolte costellarono anche l'Africa, da quella
egiziana che si concluse nel 1882 con l'occupazione britannica e l'instaurazione di uno Stato egiziano di fatto soggetto alla Gran Bretagna,
a quella che da allora alla fine del secolo divamp nel Sudan, ebbe il
carattere di una jihad (guerra santa) islamica e si estese in Somalia per
protrarsi fino al 1920.
La reazione pi frequente all'impatto con l'Occidente consist ad
ogni modo nell'occidentalizzazione, che si verific sia dove scoppiarono rivolte, sia nei paesi formalmente indipendenti, dove si configur
come una strategia di adattamento. esemplare il caso dell'Egitto: grazie al suo sviluppo agricolo, esso fu integrato nell'economia europea
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come fornitore di cotone e altri prodotti prima dell'apertura del canale


di Suez. Qui come in Cina i governanti pagarono con una totale dipendenza economico-finanziaria la conservazione del loro potere. Nel
complesso i popoli del Terzo Mondo non beneficiarono dei progressi
dei paesi capitalistici. La forbice tra la povert dei primi e la ricchezza
dei secondi si apr anzi sempre di pi.
I soli paesi extraeuropei a incontrare una sorte diversa furono le colonie inglesi intensamente popolate da bianchi e il Giappone. Canada,
Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica si incamminarono sulla via dello
sviluppo economico valendosi delle loro ricchezze naturali, dei loro
rapporti privilegiati con la madrepatria e della liberalizzazione politica
che questa concesse loro. L'Australia ottenne l'autogoverno gi negli
anni '50, il Canada divenne nel 1867 un dominion (un'amministrazione
autonoma sottoposta alla Corona britannica) e altrettanto accadde pi
tardi alla Nuova Zelanda e al Sudafrica. Con tutto ci, per molti decenni
l'imperialismo non estese in misura rilevante le basi produttive del
mondo: nel 1960 le potenze industriali europee e gli USA producevano
pi del 70% del prodotto mondiale e quasi l'80% della produzione industriale; solo da allora, come abbiamo anticipato, questo dato cominci a modificarsi.
L'unica rilevante eccezione fu quella del Giappone. Nel 1853-54 gli
Stati Uniti gli imposero di aprire i suoi porti alle navi delle potenze occidentali. L'intervento evidenzi l'impotenza del sistema feudale dello
shogunato e apr una grave crisi, che si concluse nel 1868 con la restaurazione Meiji, cos detta dal nome dell'imperatore: una sorta di
rivoluzione dall'alto, con cui una parte dei daimyo (feudatari) e soprattutto dei samurai (piccola nobilt di militari, funzionari e intellettuali)
abbatt lo shogun, restaur il potere imperiale e intraprese una radicale
azione riformatrice.
In pochi anni i domini feudali furono sostituiti con un'amministrazione centralizzata, i privilegi vennero aboliti, si riformarono i sistemi
monetario, bancario e tributario, fu istituita la libera propriet della
terra, l'esercito fu ristrutturato adottando la coscrizione obbligatoria e
fu creata una scuola aperta a tutti i ceti sociali. Questa poderosa impresa modernizzatrice avvenne all'insegna di una sistematica occidentalizzazione, ma non pu essere accostata a una rivoluzione borghese
sia perch fu opera degli stessi ceti feudali, sia perch non scardin il
sistema di valori del paese e fu anzi accompagnata da una forte ripresa
tradizionalista.
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I risultati di questo processo furono eccezionali: unico paese extraeuropeo in grado di competere con l'Occidente sul suo stesso terreno, in breve tempo il Giappone sarebbe divenuto una grande potenza
economica e militare. La modernizzazione burocratica ed economica
non fu per tale anche sul piano del sistema politico. Sino al 1889,
quando l'imperatore concesse una costituzione sul modello tedesco, il
Giappone non aveva un parlamento; poi ne ebbe uno basato su un suffragio ristretto all'1% della popolazione, in cui il potere rimase sempre
in mano al partito governativo.
Gli aspetti illiberali del sistema giapponese e la continuit col passato feudale furono acuiti da scelte come quella di potenziare l'esercito,
cui alla fine del secolo si arriv a devolvere il 49% delle spese statali, e
dalla forte diffusione di un'ideologia nazionalista. Ne deriv un'aggressiva politica espansionista e militarista. Gi nel 1872 Tokyo aveva fatto
un intervento negli affari interni della Corea. Nell'84 vi intervenne di
nuovo e infine nel 1894-95 la sottrasse alla Cina, impadronendosi anche
di Taiwan. Poi, desideroso di punire la Russia, che occupando la Manciuria gli aveva sottratto una ambita via di espansione, nel 1904 il Giappone la attacc e le inflisse una bruciante sconfitta, la pi grave che un
paese extraeuropeo avesse mai riportato su una grande potenza. La vittoria accentu il ruolo delle forze armate e le tendenze imperialiste del
paese, che si impose come potenza di peso non trascurabile - la prima
non occidentale - sul piano internazionale.
Di segno opposto fu l'esito dell'impatto occidentale in Cina. Gi le
due guerre dell'oppio avevano costretto il Celeste Impero ad aprire i
suoi porti alla penetrazione commerciale delle grandi potenze. Due decenni dopo il commercio estero cinese era controllato per pi di tre
quarti dagli inglesi, mentre Russia e Francia cominciarono a sgretolare
l'impero, impadronendosi della Manciuria e dell'Annam. Anche contro
la debolezza dell'impero e la sua soggezione all'imperialismo, tra il 1898
e il 1901 la Cina fu sconvolta da una nuova grande rivolta, al tempo
stesso xenofoba, nazionalista, anticoloniale e reazionaria, la cosiddetta
rivolta dei boxer. I rivoltosi delle societ segrete che diressero il moto
si opponevano alla dinastia Qing, ma si ribellarono anche agli stranieri
e alla modernizzazione da loro portata. Un corpo di spedizione internazionale riport tuttavia l'ordine in Cina con massacri indiscriminati.
Il Celeste impero evit insomma la spartizione, ma non il declino:
nel 1911 una sollevazione proclam la repubblica, ma il suo leader Sun
Yatsen fu costretto a dimettersi dai grandi potentati agrari e militari
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della sterminata periferia cinese. Iniziava cos il caos del periodo che fu
detto dei signori della guerra. La Cina imperiale, esaurita dall'assalto
concentrico dell'imperialismo, era finita per sempre e la sua sconfitta
stata considerata come un punto di non ritorno sulla strada del processo di globalizzazione.
La questione cinese particolarmente significativa per comprendere
il fenomeno dell'imperialismo. Quando le truppe tedesche partirono
per la Cina, il Kaiser Guglielmo II si produsse in un proclama che fece
epoca, il cos detto discorso degli Unni. Secondo le sue parole, i cinesi avrebbero dovuto ricordare per secoli la lezione loro impartita;
non si sarebbero dovuti fare prigionieri; la violenza sarebbe stata giustificata dal fatto che le truppe europee svolgevano un compito superiore di difesa della civilt. questo un ulteriore connotato dell'imperialismo: l'idea che, come anche si diceva, i dieci comandamenti non
valevano a sud del Nilo, che la civilt occidentale dovesse necessariamente diffondersi in tutto il pianeta.
La complessit del fenomeno imperialista non consiste solo nel differente e a volte contraddittorio rapporto fra lo sviluppo economico dei
diversi paesi e la loro aggressivit nella lotta per la spartizione del
mondo: oltre ai paesi capitalisticamente pi avanzati, anche paesi relativamente arretrati o agli inizi del processo di industrializzazione furono tra i protagonisti della spartizione. Le grandi imprese della politica estera, le costruzioni di ferrovie asiatiche e africane, il mantenimento di guarnigioni a migliaia di chilometri di distanza dalla madrepatria corrispondevano a costi elevatissimi e, dunque, a pressioni fiscali
crescenti.
Il problema del consenso alla politica imperialista era dunque essenziale ed in questi termini che vari studiosi hanno spiegato alcuni processi di democratizzazione messi in atto nelle grandi potenze. Di qui
quello che stato chiamato imperialismo sociale, cio la realizzazione di politiche di riforme (ampliamento del suffragio, miglioramento di alcuni servizi sociali ecc.) rivolte a cementare l'interesse pratico dei cittadini all'interno con una politica estera aggressiva.

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