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SISTEMA SANITARIO, ANZIANI E FAMIGLIA

Il sistema sanitario e assistenziale del lecchese è tra i più efficienti della


Lombardia, perché negli anni passati abbiamo smagrito il sistema, chiudendo
ospedali, trasformandoli in presidi sanitari. Abbiamo effettivamente progettato
un sistema sanitario nuovo, accanto al quale è cresciuta una importante politica
di assistenza alla famiglia. Questo è ciò che è stato capace di fare il territorio.
La critica che ho condotto in questi anni al sistema di sostegno regionale è
fondamentalmente concentrata sul fatto che accanto ad una testimonianza così
grande di responsabilità territoriale non è corrisposto un impianto legislativo che
consentisse ai Comuni, alla Provincia, all’associazionismo di poter contribuire
alla costruzione degli indirizzi del sistema socio-sanitario.
La legislazione regionale di fatto taglia fuori il territorio. Le aziende ospedaliere
e le Asl sono gestite in maniera centralistica da direttori che rispondono
direttamente alla giunta regionale. Il territorio è chiamato alle responsabilità
ma non alla direzione. Questo è un sistema d’impresa che non può funzionare
perché genera conflittualità. Se devo solo farmi carico delle rogne ma non posso
decidere mai nulla, è chiaro che quando c’è un problema non faccio altro che
cavalcarlo, tanto la responsabilità della sua soluzione non è mia. Un sistema
simile genera un processo che non valorizza proprio la caratteristica positiva
che la nostra storia ha dimostrato. Per dare una svolta a questa situazione è
indispensabile cambiare la legge n. 31 della Regione Lombardia, quella che ha
istituito queste competenze un po’ da padrone delle ferriere. Quando si è fatta la
riforma della sanità poteva essere necessario usare il pugno di ferro, altrimenti
ognuno avrebbe tentato di difendere nella massima misura possibile il suo
orticello. Oggi non più. Oggi bisogna passare ad un metodo di condivisione,
di coinvolgimento. Questa è la prima differenza che ci distingue in maniera
fondamentale dall’attuale impianto legislativo della Regione.
Una seconda battaglia che stiamo portando avanti mira a costruire un sistema
che razionalizzi maggiormente la spesa, smettendola di far credere al cittadino
che se privatizziamo creiamo una competizione e dalla competizione tra pubblico
e privato tutti ci guadagnano. Per ora, quindici anni di storia in Lombardia ci

hanno spiegato che in realtà sommiamo i costi del pubblico e del privato. in molti
casi è stato accreditato un privato storico e importante. In altri casi, invece, ne
è stato accreditato uno superfluo, che poi si è dovuto alimentare. Se la Regione
paga per una appendicite lo stesso importo in una clinica che opera dalle 9 alle
17 e in un’azienda ospedaliera che deve stare aperta 24 ore al giorno, 365 giorni
l’anno, perché ha il pronto soccorso e l’emergenza, è evidente che tra il primo e
il secondo caso si crea una situazione di fortissima disparità. Quindi, quando si
valutano i costi della sanità si dovrebbe tenere conto di questi fatti, differenziare
le responsabilità e le funzioni. Altrimenti il privato si prende le parti migliori
della sanità, e ovviamente anche i pazienti che possono permettersi di spendere
di più che sono maggiormente tutelati. Per gli altri resta l’assistenza pubblica,
come per gli anziani che non hanno la possibilità di avere dei rimborsi extra.
Andando a vedere le cifre che riguardano questi ultimi quindici anni si vede
che c’è proprio descritto questo. Su tutto ciò c’è una profonda differenza tra
l’impostazione della maggioranza e la nostra. Il privato può essere tale nella
misura in cui opera sul mercato in modo paritario col pubblico.
Altra questione riguarda il fatto che ormai abbiamo un sistema di
ospedalizzazione sempre più americanizzato. In ospedale ci si arriva il più
tardi possibile, ci si sta il meno possibile, perché gli standard delle prestazioni
devono essere tali da dimetterti rapidamente. il problema è che quando si lascia
l’ospedale da convalescenti, anche non per malattie importanti, manca una
assistenza adeguata. Se, ad esempio, una persona si rompe entrambi i polsi,
non rischia la vita, è quasi una banalità, ma si trova in grande difficoltà ed ha
bisogno di aiuto: creare un nuovo cuscinetto tra l’assistenza vera e propria e
la convalescenza è dunque indispensabile. Si tratta pertanto di investire sugli
ospedali di comunità.
C’è poi il problema dell’assistenza domiciliare. Ci sono delle patologie che non
necessariamente hanno bisogno di un ambiente sanitario ultra specializzato,
ma che richiedono cure. Se si pensa di risolvere il problema, come ha fatto la
Regione, con un po’ di voucher, cioè trasformando queste prestazioni come se
fossero buoni mensa, non è sufficiente. Intanto bisogna accertarsi che il buono
mensa non venga speso per andare in pizzeria. Poi, se buono mensa deve proprio
essere, bisogna essere certi che sia in grado di coprire le differenti prestazioni a

seconda delle diverse patologie. in questi casi l’associazionismo è fondamentale


e può svolgere un compito veramente utile. Ma l’associazionismo è spesso
utilizzato per scaricargli addosso i problemi, poi, però, non viene chiamato
in causa quando si tratta di giocare un ruolo attivo. Tutte le grane possibili e
immaginabili vengono trasferite direttamente all’associazionismo o sui sindaci,
che poi anche loro le girano all’associazionismo. I volontari sono come una sorta
di ruota di scorta: se serve li si adopera, se no li si dimentica. Questo sistema è
da rivedere. Noi abbiamo cercato di ottenere un riconoscimento maggiore per
il ruolo dell’associazionismo nell’ambito della cura alla persona, ma abbiamo
dovuto subire una cosa che non ci è piaciuta. E’ stato sì dato qualche ruolo in più
alle associazioni e alle loro rappresentanze, allo stesso tempo però il governo di
questo sistema è andato sempre più spostandosi a livello regionale, attraverso
le asl che sono le “prefetture” sanitarie della giunta.
Un’altra questione che riguarda il sistema sanitario è la realizzazione della Areu,
la nuova agenzia Regionale per le Emergenze – Urgenze. Un modello di agenzia
la cui frettolosa nascita abbiamo criticato, non perché siamo contrari ad una
agenzia che metta insieme in un’unica centrale tutte le chiamate che arrivano.
Questo infatti razionalizza ed evita i doppioni, però c’è bisogno un po’ più di
chiarezza, per esempio a proposito dell’uso dei volontari, perché dal soccorso
alpino alle varie “croci” che sono presenti nel nostro territorio, il sistema senza
volontariato non regge. Senza il volontariato sarebbe impossibile per la Regione
Lombardia, forse per qualunque altra Regione, sostenere i costi. Allora, quale
spazio, ruolo e compito ha il volontariato? Non possiamo solo dare ordini, fargli
fare i turni di notte senza retribuzione e poi neanche considerarlo nella struttura
dirigente. il collegamento tra la società civile e le istituzioni è fondamentale
perché il pubblico funzioni e si affrontino costruttivamente i problemi che
abbiamo sul territorio.
Non possiamo trasformare tutto in un’impresa alzando sempre più l’asticella
degli obblighi e delle prescrizioni cui il volontariato deve sottostare. Chi la
paga questa impresa? Non possiamo riempire i servizi di gente male pagata a
cui facciamo fare gli autisti delle ambulanze e i barellieri mentre gli alpini, i
volontari della protezione civile, i nostri pensionati li mandiamo a casa e gli
diciamo che non hanno la professionalità adeguata. anche su questo versante

bisogna difendere la ricchezza della società civile, dando un ruolo importante a


queste figure e alle loro associazioni.
A Lecco abbiamo una cosa importante come “Rete salute”, che è proprio l’anello
di congiunzione tra il sistema ospedaliero e la famiglia di cui si sente la mancanza.
La Regione si è mostrata fredda di fronte a questa iniziativa perché in contrasto
con l’impianto fortemente centralizzato che ha costruito.
Altro importante aspetto della politica socio-assistenziale riguarda le residenze
per gli anziani. Abbiamo bisogno che si crei una struttura nuova. Ci siamo battuti
per questo. La struttura che manca in Lombardia, o è presente in pochissime
realtà, è quella delle residenze protette. Realizzare una simile iniziativa significa
che l’anziano in una casa di riposo, cioè la Rsa, ci deve arrivare o perché è affetto
da patologie molto gravi o perché è nella fase terminale della propria vita, quando
ha bisogno di un’assistenza che nessun altro sarebbe in grado di dargli. Ma in
tutti gli altri casi l’anziano va lasciato nel suo ambiente. Le residenze protette
sono residenze dove basta avere l’assistenza di un infermiere, il medico che passa
ogni tanto, basta avere un servizio di rifornimento degli alimentari e un servizio
mensa per quella volta che uno non vuol cucinare oppure vuole avere un piatto
particolare anche se vive da solo ed è laborioso da preparare oltre che costoso.
Noi abbiamo chiesto di costituire un Osservatorio per analizzare la situazione
regionale delle residenze per anziani, per vedere qual è la loro presenza nelle
diverse province. Siamo convinti che nel territorio di Lecco sia utile aumentare
i posti letto accreditati per venire incontro al benessere dell’anziano. Non
si capisce perché un milanese, cioè un cittadino che ogni sabato o domenica
mattina è contento di fare una gita sul lago di Lecco perché trova un ambiente
gradevole, quando diventa anziano si deve tenerlo per forza a Milano. Forse
sarebbe meglio che un po’ di posti accreditati e non utilizzati nella città di Milano
venissero spostati nel nostro territorio. Ne guadagnerebbe il sistema nel suo
complesso, ne guadagnerebbe l’anziano e forse ne trarrebbero vantaggio anche
le casse della Regione Lombardia, perché nelle nostre realtà funziona ancora
una catena della solidarietà basata sul volontariato.