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All’origine dello Stato moderno: le concezioni di Hobbes e Locke

di Roberto Carlucci

Hobbes afferma che alla base della scienza politica vi sono due importanti postulati
che regolano la natura umana: la bramosia naturale per la quale ognuno intende
godere da solo dei beni comuni e la ragione naturale considerando la morte
naturale il peggiore dei mali. Pur non negando che gli uomini abbiano bisogno gli
uni degli altri, Hobbes afferma che essi non hanno un istinto naturale che li porta
alla benevolenza e alla concordia reciproca. Nega infatti che ci sia un amore
naturale dell’uomo verso l’uomo. Da qui la sua convinzione che ogni associazione
naturale non nasca dalla benevolenza o dall’amore verso gli altri ma dal bisogno
reciproco o dall’ambizione. E’ il timore reciproco che fonda le più grandi e
durature società. Le cause di questo timore sono due: l’uguaglianza degli uomini
nello stato di natura per cui tutti hanno diritto su tutto e quindi ognuno può
rivendicare l’uso esclusivo dei beni comuni; la reciproca volontà di danneggiarsi o
l’antagonismo derivante dal contrasto d’opinioni e dalla mancanza del bene.
Queste due cause fanno sì che lo stato di natura sia uno stato di guerra di tutti
contro tutti ("bellum omnium contra omnes") dove non esiste la distinzione tra
giusto e sbagliato né esiste alcuna legge. Ognuno ha diritto su tutto, compresa la
vita degli altri. Questo diritto non è la legge di natura bensì un istinto naturale.
Ma questo stato di guerra di tutti contro tutti porterebbe inevitabilmente
all’autodistruzione della specie umana e anche la sola minaccia potenziale dello
stato di guerra pone l’uomo al livello di un animale solitario caratterizzato dal
timore. L’uomo però è fornito di ragione, e la ragione naturale suggerisce gli la
norma generale da cui discendono le leggi naturali del vivere civile, che
proibiscono all’uomo di compiere azioni che recano distruzione della vita. Questo
principio è alla base della legge di natura.
Vi sono essenzialmente tre leggi naturali che impediscono all’uomo l’istintiva
autodistruzione imponendogli una certa disciplina che apporti sicurezza e
possibilità di occuparsi di attività che rendono migliore la sua vita. La prima, e più
importante, è cercare e conseguire la pace poiché si ha la speranza di ottenerla e, se
ciò non può essere ottenuto, cercare tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra (pax est
quaerenda). La seconda è che l’uomo potrebbe rinunciare al diritto su tutto e tutti, a
condizione che lo facciano tutti gli altri, accontentandosi di avere tanta libertà
quanta egli ne riconosce agli altri. La terza, di conseguenza, consiste nello stare ai
patti e nel mantenere la parola data (pacta sunt serbanda).
Ciò che segna il passaggio dallo stato di natura a quello civile è la stipulazione del
"contratto" con il quale gli uomini rinunciano ai loro diritti naturali. Solo se
ciascun uomo sottomette la sua volontà ad un unico organo (persona o assemblea)
obbligandosi a non opporgli resistenza, si ha una solida difesa della pace e dei patti
di reciprocità in cui essa consiste. L’organismo nato in questi termini, prende il
nome di "Stato" e esso ingloba in sé la volontà di tutti. Colui che rappresenta
quest’organismo è il "sovrano" , gli altri sono sudditi. Lo Stato è il "Dio mortale",
il "Leviatano", a cui si deve la pace e la difesa.
Alla base dell’assolutismo hobbesiano, vi è la condizione dell’irreversibilità e
unilateralità del patto stipulato tra gli uomini. Una volta che esso sia stato
contratto, i contraenti non possono più dissolverlo negandolo poiché esso vincola i
cittadini e non lo Stato. Il potere del sovrano è indivisibile ed assoluto e non può
essere distribuito tra poteri diversi che si limitano a vicenda, come poi verrà
sostenuto da Locke e da Montesquieu. Tutta l’autorità appartiene allo Stato
compresa quella religiosa, perciò Chiesa e Stato coincidono.
In Locke è diversa la concezione dello "stato di natura" e di conseguenza quello di
"Stato", egli infatti fu uno dei primi e più convinti sostenitori della libertà dei
cittadini.
Secondo questo Locke esiste una legge di natura che è la ragione stessa, quella
ragione di cui parlava anche Hobbes: essa ha per oggetto i rapporti tra gli uomini e
prescrive la reciprocità di questi rapporti. Questa reciprocità è connessa
strettamente, come per Hobbes, all’uguaglianza originaria degli uomini. Locke
riteneva che questa regola limitasse il diritto naturale di ciascuno con quello degli
altri. È la ragione che insegna agli uomini la fondamentale uguaglianza cioè che
nessuno deve danneggiare la vita degli altri. Nello stato di natura essa è la sola
legge valida perciò la libertà degli uomini sta nel non sottostare ad alcuna volontà
ma al solo rispetto della norma naturale. Il diritto naturale dell’uomo coincide con i
seguenti tre diritti: diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà.
La pace fra gli uomini nello stato di natura è per Locke concepibile ma precaria e,
per evitare lo stato di guerra che si potrebbe generare se qualcuno ricorresse alla
forza per ottenere il controllo sulla vita e sulle cose degli altri, gli uomini si
pongono in società ed abbandonano lo stato di natura. La formazione di uno stato
non toglie al singolo quei diritti che godeva allo stato di natura. Infatti gli uomini si
organizzano in comunità proprio per conservare e tutelare questi diritti.
Lo stato, nato con questi precisi limiti, è diverso da quello concepito da Hobbes
che, come si è visto, è assoluto.
Attraverso un generale consenso dei cittadini, si origina il potere civile che è scelto
direttamente da loro ed è garanzia della propria libertà. Quindi la diversa
concezione dello stato di natura fa si che il contratto non dia origine ad un potere
assoluto, ed esso venga stipulato dai cittadini come atto di libertà, diretto a
mantenere e garantire la libertà stessa.
I poteri che in Hobbes erano indissolubilmente riuniti nel Leviatano, nello Stato di
Locke sono divisi in: potere legislativo, esercitato da un’assemblea; potere
esecutivo e potere federativo.
Data la natura del contratto in Locke, i cittadini conservano il diritto di ribellarsi
allo Stato quando questo diventa tiranno e trascende i limiti che gli sono stati
imposti al momento della fondazione.
In Locke la differenza tra re e tiranno sta nel fatto che il re fa delle leggi e del del
bene pubblico il fine del suo governo; il tiranno invece subordina tutto alla sua
volontà e ai suoi fini.