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Thomas HOBBES
Westport 1588 - Hardwick Hall 1679
testi tratti dal Leviatano 1650-1651

1. Dall Introduzione - La natura (larte con la quale Dio ha fatto e governa il mondo) imitata dallarte
delluomo, come in molte altre cose, cos anche in questo, nel poter fare un animale artificiale. Infatti, dato che la
vita non altro che un movimento di membra il cui inizio in qualche principale parte interna, perch non possiamo
dire che tutti gli automi (macchine che si muovono da s mediante molle e ruote, come un orologio) hanno una
vita artificiale? Che cos infatti il cuore se non una molla e che cosa sono i nervi se non altrettanti fili e che cosa
le giunture se non altrettante ruote che danno movimento allintero corpo, cos come fu designato dallartefice?
Larte va ancora pi lontano, imitando quella razionale e pi eccellente opera della natura che luomo. Poich
dallarte viene creato quel gran Leviatano chiamato comunit politica o Stato (in latino civitas) il quale non altro
che un uomo artificiale, sebbene di statura e forza maggiore di quello naturale, alla cui protezione e difesa fu
designato. [] Infine i patti e le convenzioni, da cui le parti di questo corpo politico sono state dapprima fatte,
messe insieme e unite, rassomigliano a quel fiat, o a quel facciamo luomo pronunciato da Dio nella creazione.
Per descrivere la natura di questo uomo artificiale, considerer: in primo luogo, la materia e lartefice di esso che
sono ambedue luomo; in secondo luogo, in che modo e per mezzo di quali patti fatto, quali sono i diritti e il giusto
potere ossia lautorit di un sovrano; e che cos ci che lo preserva e dissolve; in terzo luogo, che cos uno Stato
cristiano; in quarto luogo, che cos il regno delle tenebre.

Relativamente al primo punto, c un detto molto in uso da qualche tempo, questo, che la saggezza si acquista
non con il leggere i libri ma gli uomini; in modo conseguente ad esso, quelle persone che per lo pi non possono
dare altra prova di essere sagge, si dilettano molto a mostrare quel che pensano di aver letto negli uomini
censurandosi in modo non caritatevole luno alle spalle dellaltro. Ma c un altro detto che inteso non da poco
tempo, con il quale si potrebbe veramente imparare a leggersi reciprocamente, qualora si volesse prendersene la
briga, ed il nosce te ipsum, il leggi te stesso: lintento [] () insegnarci che, per la somiglianza dei pensieri e delle
passioni di un uomo con i pensieri e le passioni di un altro. []

2. Cap. XIII Luguaglianza e la guerra - La natura ha fatto gli uomini cos eguali nelle facolt del corpo e della
mente, che sebbene si trovi a volte un uomo manifestamente pi forte nel corpo e pi acuto di mente di un altro,
tuttavia considerando tutte le facolt nellinsieme la differenza fra un uomo e un altro non cos grande che in
base ad essa uno possa pretendere qualche beneficio al quale un altro non possa pretendere come lui. Infatti per
quanto riguarda la forza del corpo, il pi debole ha sempre abbastanza forza per potere uccidere il pi forte, o
attraverso unazione nascosta, o unendosi con altri che si trovano nello stesso pericolo nel quale si trova lui. Per
quanto riguarda la facolt della mente [] io trovo una eguaglianza fra gli uomini ancora pi grande di quella che
c rispetto alla forza. [] Da questa eguaglianza nelle capacit deriva leguaglianza riguardo alla speranza di
poter raggiungere i nostri scopi. E per conseguenza se due uomini desiderano una stessa cosa che daltra parte non possono
godere insieme essi diventano nemici; e per ottenere il loro scopo, che consiste principalmente nella propria conservazione,
e molte volte la ricerca soltanto del proprio piacere, ognuno dei due tenta di sopprimere o di sottomettere laltro.
Per questo avviene che mentre un invasore non ha da temere altro che il solo potere di un altro uomo, se uno
pianta, semina, costruisce, o possiede unabitazione confortevole, possibile che altri vengano organizzati con
forze unite per spossessarlo e privarlo non soltanto del frutto del suo lavoro ma anche della vita, o della libert. E
linvasore a sua volta nella stessa condizione di pericolo di un altro. A causa di questa diffidenza reciproca ogni
uomo non ha un modo per mettersi al sicuro cos indicato come il prevenire ogni danno, il che vuol dire
sottomettere, o con la forza o con lastuzia, tutte le persone che pu sottomettere, fino a che egli vede che non
esiste un potere abbastanza grande da poterlo danneggiare: e questo non pi di quello che la necessit della sua
conservazione esige, ed generalmente ammesso. [] Da ci appare che durante il tempo nel quale gli uomini
vivono senza un potere comune capace di tenerli tutti in soggezione essi vivono in quella condizione che
chiamata guerra: e si tratta di una guerra di ognuno contro ogni altro uomo. Poich la guerra non consiste
soltanto nella battaglia o nel fatto di combattere, ma in tutto quel periodo di tempo durante il quale la volont di
combattere sia sufficientemente nota [] cos la natura della guerra non consiste in un combattimento in atto ma
in una nota disposizione a combattere durante tutto il tempo nel quale non c sicurezza del contrario.

3. Cap. XIII La conferma dellesperienza: esempi - Pu sembrare strano a chi non abbia riflettuto bene su
queste cose che la natura abbia fatto gli uomini cos poco socievoli e capaci di aggredirsi e di distruggersi a
vicenda; e per conseguenza costui, non credendo a queste conclusioni, ricavate dalle passioni umane, desidera
forse che esse siano confermate dallesperienza. Consideri egli dunque con se stesso che quando fa un viaggio
egli si arma, e cerca di andare bene accompagnato, quando va a dormire chiude a chiave le porte, e anche nella

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stessa casa chiude a chiave le casseforti, e ci sebbene egli sappia che ci sono leggi, e pubblici funzionari armati
per punire tutte le ingiurie che gli possano essere arrecate; veda quale opinione egli ha dei suoi connazionali
quando egli viaggia armato, e dei suoi concittadini quando chiude le casseforti. Non accusa costui il genere
umano con le sue azioni cos come io lo accuso con le mie parole? Ma nessuno di noi due accusa la natura umana
in se stessa. I desideri e le altre passioni delluomo non sono in se stessi peccati. E non lo sono nemmeno le
azioni che sono provocate da queste passioni fino a quando gli uomini non conoscono una legge che le
proibisca, il che essi non possono sapere fino a quando le leggi non sono fatte; daltra parte nessuna legge pu
essere stabilita fino a quando gli uomini non si sono messi daccordo sulla persona a cui dare il potere di fare le
leggi. [...] La maggior parte di coloro che hanno scritto intorno ai problemi dello stato o suppongono, o
ammettono senzaltro, o postulano che luomo sia un animale nato gi adatto alla vita sociale (i Greci dicono zon
politikn) e su questa premessa costruiscono la loro teoria politica, come se per il mantenimento della pace e per
lordine di tutto il genere umano non occorresse altro se non che gli uomini si accordassero su certi patti e certe
condizioni che essi stessi chiamano leggi. Il quale assioma, sebbene accettato da uninfinit di gente, falso; e
lerrore deriva da una considerazione troppo superficiale della natura umana. E infatti considerando pi
attentamente le ragioni per le quali gli uomini si associano e godono dei vantaggi di una reciproca associazione, si
vedr facilmente che ci non avviene perch non possa essere altrimenti, ma si verifica invece per ragioni
contingenti. [] La nostra natura quindi non ci spinge a cercare amici, ma a poter ottenere per mezzo di essi onore e
vantaggi; questa la prima cosa che cerchiamo, gli amici solo in via subordinata.

4. Cap. XIII Stato di natura come condizione pre-giuridica - Da questo stato di guerra di ogni uomo contro
ogni altro uomo deriva anche come conseguenza che niente pu essere considerato ingiusto. Le nozioni di diritto
e di torto, di giustizia e di ingiustizia non hanno esistenza in uno stato del genere. Dove non c un potere comune non
c legge; dove non c legge non c ingiustizia. La forza e linganno sono, in guerra, due virt fondamentali. La giustizia e
lingiustizia non sono facolt n del corpo n della mente. Se lo fossero esse potrebbero trovarsi in un uomo che
vivesse solo nel mondo, cos come i sensi e le passioni. Esse sono qualit che si riferiscono agli uomini che
vivono in societ, non in uno stato di solitudine. Unaltra conseguenza dellanzidetta condizione che non esiste
propriet, n dominio, n c un mio distinto dal tuo; ogni cosa di chi riesce ad appropriarsene e per tutto il
tempo in cui riesce a mantenerla.

5. Cap. XIV Il diritto naturale - Il diritto di natura, che gli scrittori chiamano comunemente jus naturale, la
libert che ognuno ha di usare come vuole il proprio potere per la conservazione della propria natura, cio della
propria vita, e in conseguenza di fare qualsiasi cosa che, in base al suo giudizio e alla sua ragione, egli ritiene che
sia il mezzo pi adatto per raggiungere lo scopo. Per libert si intende secondo il significato proprio della parola,
lassenza di impedimenti esterni; questi impedimenti esterni possono spesso ridurre il potere che un uomo ha di
fare una cosa, ma non gli possono impedire di usare quella parte che gliene rimasta, secondo quanto gli indica il
suo giudizio e la sua ragione. Una legge di natura, lex naturalis, un precetto, una regola generale, scoperta dalla
ragione, in base alla quale viene vietato alluomo di fare ci che dannoso per la sua la vita o che lo priva dei
mezzi per conservarla; e gli viene inoltre vietato di omettere ci che egli considera il mezzo pi adatto per
conservarla. [] E poich la condizione delluomo, come stato detto nel capitolo precedente, una condizione
di guerra [] ne segue che in una tale condizione ogni uomo ha diritto su ogni cosa; perfino ognuno sul corpo di
ogni altro. E quindi fino a quando dura questo diritto naturale di ognuno su ogni cosa non ci pu essere
sicurezza per alcuno, per quanto forte e intelligente egli sia, di vivere per tutto il tempo che normalmente la
natura concede di vivere agli uomini. Di conseguenza un precetto, una regola generale della ragione che ogni
uomo debba cercare la pace fino a che ha la speranza di poterla ottenere; e se non pu ottenerla gli sia permesso di cercare e usare tutti
i mezzi di aiuto e i vantaggi della guerra. La prima parte di questa regola contiene la prima e fondamentale legge di
natura che : cercare la pace e mantenerla; la seconda parte contiene il diritto di natura fondamentale che : difendersi
con tutti i mezzi che ci dato di usare. Da questa fondamentale legge di natura che comanda agli uomini di cercare la
pace deriva questa seconda legge, che ogni uomo sia disposto, quando lo siano anche gli altri, tanto quanto egli ritenga ci
necessario per la sua pace e per la sua sicurezza, a rinunziare al suo diritto su ogni cosa e si contenti di conservare nei riguardi degli
altri uomini tanta libert quanto egli vorrebbe che gli altri ne avessero verso di lui. Poich fino a quando ogni individuo
conserva questo diritto di fare tutto quello che vuole gli uomini permangono nello stato di guerra. Ma se gli altri
uomini non sono disposti a rinunziare come lui ai propri diritti, allora non c ragione che se ne spogli lui solo,
poich ci significa esporsi come preda piuttosto che disporsi alla pace: e questo nessuno tenuto a fare. []

6. Cap. VI Il relativismo etico: il bene lutile - Ma qualunque sia loggetto dellappetito o desiderio di un
uomo, questi lo chiamer per conto suo bene e loggetto del suo odio e della sua avversione male; mentre loggetto
del disprezzo sar chiamato da lui vile e non degno di considerazione. Infatti queste parole: bene, male e
spregevole, sono sempre usate in relazione alla persona che le usa, non essendoci niente che sia tale in se stesso e
in senso assoluto e nemmeno una comune regola del bene e del male che si possa ricavare dalla natura stessa

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delle cose; una regola del genere deriva solo dallindividuo stesso l dove non esiste Stato, o, se c invece uno
Stato costituito, essa deriva dalla persona che lo rappresenta, o da un arbitro o giudice che gli uomini in
disaccordo consentiranno a istituire, decidendo di innalzare la sua decisione a regola del bene e del male.

7. Cap. XVII Il primo patto e la nascita dello Stato - Lunica via per fondare un potere comune capace di
difenderli dalle invasioni straniere e dalla ingiurie degli uni verso gli altri e di renderli sicuri in modo che essi con
la loro industria e con i frutti della terra possano nutrirsi e vivere in pace, di conferire tutto il loro potere e la
loro forza nelle mani di un singolo uomo, o di unassemblea di uomini, che riduca le loro volont, con la pluralit
delle voci, ad ununica volont; il che vuol dire incaricare un uomo, o unassemblea di uomini, di rappresentare la
loro persona, e significa che ognuno riconosce se stesso come autore di tutto ci che colui che li rappresenta
far, o far fare in quelle cose che concernono la pace e la salvezza comune; e sottomettere in ci le loro volont
ciascuno alla volont di quello e il loro giudizio al giudizio di quello. Questo pi che un consenso, o un
accordo; una vera unit di tutti quelli in una sola e identica persona realizzata attraverso un patto di ognuno con
ognuno in questa maniera, come se ciascuno dicesse ad ogni altro: Io autorizzo e cedo il diritto che ho di governare me
stesso a questuomo, o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che anche tu ceda il tuo diritto a lui e autorizzi tutte le sue
azioni allo stesso modo. Ci fatto, la moltitudine unificatasi cos in una sola persona si chiama Stato, in latino Civitas.
Questa lorigine del grande leviatano, o meglio, per parlare con pi riverenza, di quel dio mortale [Mortal God] al
quale noi dobbiamo, al di sotto del Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa. Infatti con lautorit concessa a
lui da ogni singolo individuo nello Stato egli possiede tanto potere e tanta forza, che gli sono stati conferiti, che
col terrore cos ispirato in condizione di ridurre tutte le volont di essi alla pace in patria e al reciproco aiuto
contro i loro nemici esterni. E in ci consiste lessenza dello Stato; esso , per volerlo definire, una persona dei cui atti
una grande moltitudine, in base a dei patti reciproci, si considerata essa stessa lautrice, affinch tale persona
possa usare la forza e i mezzi di tutti, nel modo che riterr pi utile, per la loro pace e la comune difesa. Colui che
rappresenta questa persona detto sovrano, e si dice che ha il potere sovrano: tutti gli altri sono sudditi.

8. Cap. XVIII - Uno Stato si dice che istituito quando una moltitudine di uomini si accorda e pattuisce, ognuno con
ogni altro, che, a qualsiasi uomo, o assemblea di uomini, sar dato dalla maggioranza il diritto di rappresentare le persone
di tutti loro, il che vuol dire di essere il loro rappresentante, e ciascuno di loro, sia colui che ha votato a favore sia
colui che ha votato contro, autorizzer tutte le azioni e tutte le decisioni di quelluomo o di quellassemblea di
uomini allo stesso modo come se esse fossero sue azioni e sue decisioni, e tutto ci allo scopo di vivere in pace
fra loro e di essere protetti contro gli altri uomini. [] Perci coloro che sono soggetti a un re non possono
senza il suo consenso abolire la monarchia e ritornare alla confusione di una moltitudine disordinata; n possono
trasferire la loro persona da colui che la rappresenta a un altro uomo o a unaltra assemblea di uomini []. In
secondo luogo poich il diritto di rappresentare la persona di loro tutti data a colui che essi eleggono re per un
patto stipulato soltanto fra loro, non si pu verificare una rottura del patto da parte del sovrano, e di
conseguenza nessuno dei suoi sudditi pu, con il pretesto di una trasgressione da parte di lui, considerarsi libero
dalla sua soggezione. [] In quarto luogo poich ogni suddito in base a questa istituzione autore di tutte le
azioni e di tutte le deliberazioni di colui che stato eletto sovrano ne segue che qualunque cosa questi faccia non
pu essere considerata uningiustizia verso i suoi sudditi, e nemmeno egli pu essere accusato da alcuno di essi di
ingiustizia. [] In quinto luogo e come conseguenza di quello che stato detto ultimamente nessuno che abbia il
potere sovrano pu essere giustamente mandato a morte o punito in altro modo dai suoi sudditi. Infatti dato che
ogni suddito autore delle azioni del sovrano, egli punirebbe cos un altro per le azioni commesse da lui stesso.
[] Da ci deriva, in sesto luogo, che connesso con la sovranit il diritto di giudicare quali opinioni e quali
dottrine sono di ostacolo o conducono invece alla pace; e di conseguenza in quali occasioni, fino a che punto, e
quali uomini meritano fiducia quando parlano allinsieme del popolo e chi debba esaminare le dottrine di tutti i
libri prima che questi siano pubblicati. In settimo luogo, connesso con la sovranit il pieno potere di prescrivere
regole in base alle quali ognuno sappia di quali beni pu godere e quali azioni pu compiere senza essere
molestato da alcuno degli altri sudditi; e questo ci che gli uomini chiamano propriet. [] Un regno diviso in se
stesso non pu stare in vita. [] Se non ci fosse stata prima unopinione accolta dalla maggior parte degli inglesi secondo la quale
questi poteri erano divisi fra il Re, i Lords e la Camera dei Comuni, il popolo non si sarebbe mai diviso e non sarebbe stato
trascinato in questa guerra civile, prima fra coloro che non erano daccordo sul piano della politica, e poi fra quelli che
dissentivano riguardo alla libert di religione [].







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John LOCKE
Wrington 1632 Oates 1704
Due trattati sul governo - pubblicata anonima nel 1690

[Sullo stato di natura] - 4. Per ben intendere il potere politico e derivarlo dalla sua origine, si deve considerare in
quale stato si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo uno stato di perfetta libert di regolare le proprie azioni
e disporre dei propri possessi e delle proprie persone come si crede meglio, entro i limiti della legge di natura, senza
chiedere permesso o dipendere dalla volont di nessun altro. anche uno stato di eguaglianza, in cui ogni potere e
ogni giurisdizione reciproca, nessuno avendone pi di un altro, poich non vi nulla di pi evidente di questo, che
creature della stessa specie e dello stesso grado, nate, senza distinzione, agli stessi vantaggi della natura, e alluso delle
stesse facolt, debbano anche essere eguali fra di loro, senza subordinazione o soggezione, a meno che il signore e
padrone di esse tutte non ne abbia, con manifesta dichiarazione del suo volere, posta sopra le altre, e conferitole, con
chiara ed evidente designazione, un diritto incontestabile al dominio e alla sovranit. 6. Ma sebbene questo sia uno
stato di libert, tuttavia non uno stato di licenza: sebbene in questo stato si abbia la libert incontrollabile di disporre
della propria persona e dei propri averi, tuttavia non si ha la libert di distruggere n se stessi n qualsiasi creatura in
proprio possesso, se non quando lo richieda un qualche uso pi nobile, che quello della sua pura e semplice
conservazione. Lo stato di natura governato dalla legge di natura, che obbliga tutti: e la ragione, ch questa legge,
insegna, a tutti gli uomini, purch vogliano consultarla, che, essendo tutti eguali e indipendenti, nessuno deve recar
danno ad altri nella vita, nella salute, nella libert o nei possessi, perch tutti gli uomini, essendo fattura di un solo
creatore onnipotente e infinitamente saggio, tutti servitori di un unico padrone sovrano [...] sono propriet di colui di
cui sono fattura, creati per durare fin tanto che piaccia a lui, e non ad altri; e, poich siamo forniti delle stesse facolt e
partecipiamo tutti duna sola comune natura, non possibile supporre fra di noi una subordinazione tale che ci possa
autorizzare a distruggerci a vicenda. Come ciascuno tenuto a conservare se stesso e non abbandonare
volontariamente il suo posto, cos, per la medesima ragione, quando non sia in gioco la sua stessa conservazione, deve
per quanto pu, conservare gli altri, e non pu, se non nel caso di far giustizia dun offensore, sopprimere o
menomare a un altro la vita o quanto contribuisce alla conservazione della vita, come la libert la salute, le membra del
corpo o i beni. 7. E perch tutti siamo trattenuti dal violare i diritti altrui e dal far torto ad altri, e sia osservata la legge
di natura, che vuole la pace e la conservazione di tutti gli uomini, lesecuzione della legge di natura , in questo stato,
posta nelle mani di ciascuno, per cui ognuno ha il diritto di punire i trasgressori di questa legge, in misura tale che
possa impedirne la violazione, perch la legge di natura, come ogni altra legge che riguardi gli uomini in questo
mondo, sarebbe inutile, se non ci fosse nessuno che nello stato di natura avesse il potere di farla eseguire, e cos
proteggere gli innocenti e reprimere gli offensori. E se nello stato di natura uno pu punire un altro per un male che
questi abbia fatto, ciascuno pu fare lo stesso, perch in questo stato di perfetta eguaglianza, ove non c naturalmente
superiorit o giurisdizione di uno sopra un altro, ci che uno pu fare in osservanza a questa legge, ciascuno deve
necessariamente avere il diritto di farlo. 8. E a questo modo che, nello stato di natura, un uomo consegue un potere
sopra altri, ma tuttavia non il potere assoluto o arbitrario, di disporre di un colpevole, quando gli sia giunto nelle mani,
secondo le ire passionali o la sfrenata stravaganza del suo volere, ma unicamente di retribuirgli, secondo quanto
dettano la ragione tranquilla e la coscienza, ci ch proporzionato alla sua trasgressione, cio a dire quanto pu servire
a riparazione e repressione: perch queste due sono le sole ragioni per cui un uomo pu legittimamente recar danno a
un altro, ch ci che si chiama punizione. [...] Poich questo un delitto contro lintera specie umana, e contro la sua
pace e sicurezza, a cui la legge di natura ha provveduto, ciascuno perci, in base al diritto che ha di conservare gli
uomini in generale, pu reprimere, o, se necessario, distruggere ci ch loro nocivo, e quindi pu recare a chi ha
trasgredito quella legge un male tale che possa indurlo a pentirsi daverlo fatto, e perci distoglier lui, e, sul suo
esempio, altri, dal compiere il medesimo torto. 13. A questa strana dottrina, cio a dire che nello stato di natura
ognuno ha il potere esecutivo della legge di natura, non dubito che si obietter ch irragionevole che si sia giudice
nella propria causa, che lamor proprio render gli uomini parziali verso se stessi e i propri amici, e che, daltra parte,
unindole cattiva, le passioni e la vendetta li porteranno troppo oltre nel punire gli altri, e non ne seguir se non
confusione e disordine, e ch certamente per questo che Dio ha stabilito il governo onde reprimere la parzialit e la
violenza degli uomini. Concedo facilmente che il governo civile sia il rimedio adatto aglinconvenienti dello stato di
natura, che debbono certamente esser gravi quando gli uomini siano giudici nella propria causa [...].

[Sulla propriet] - 26. [...] Dio, che ha dato il mondo agli uomini in comune ha anche dato loro la ragione, per farne
luso pi vantaggioso alla vita e pi comodo. La terra e tutto ci che vi si trova data agli uomini per la sussistenza e il
conforto della loro esistenza. Ma, sebbene tutti i frutti chessa produce naturalmente e gli animali chessa nutre, in
quanto sono prodotti spontaneamente dalla natura, appartengono agli uomini in comune, e sebbene nessuno abbia
originariamente, ad esclusione degli altri uomini, dominio privato su alcuno di essi fin tanto che sono a quel modo nel
loro stato naturale, tuttavia, dal momento che sono dati per luso degli uomini, vi deve essere necessariamente un
mezzo per appropriarsene in una qualche maniera, prima che possano essere in qualche modo di uso o di vantaggio a
un singolo. La frutta o la cacciagione che nutre il selvaggio delle Indie, il quale non conosce recinti, e continua ad
essere concessionario in comune, deve esser sua, e in tal modo sua, cio a dire parte di lui, che un altro non pu avervi

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alcun diritto se non quando gli sia utile per la sussistenza della sua vita. 27. Sebbene la terra e tutte le creature inferiori
siano comuni a tutti gli uomini, pure ognuno ha la propriet della propria persona, alla quale ha diritto nessun altro che
lui. Il lavoro del suo corpo e lopera delle sue mani possiamo dire che sono propriamente suoi. A tutte quelle cose
dunque che egli trae dallo stato in cui la natura le ha prodotte e lasciate, egli ha congiunto il proprio lavoro, e cio
unito qualcosa che gli proprio, e con ci le rende propriet sua. Poich son rimosse da lui dallo stato comune in cui
la natura le ha poste, esse, mediante il suo lavoro, hanno, connesso con s, qualcosa che esclude il diritto comune di
altri. [...] Domando allora: quando hanno cominciato ad essere sue? quando le ha digerite? o quando le mangia? o
quando le ha cotte? o quando le ha portate a casa? o quando le ha colte? chiaro che se non il primo atto di
raccoglierle quello che le rende sue, nessun altro atto lo potrebbe. E quel lavoro che ha posto una differenza tra quei
frutti e quelli comuni, in quanto vi ha aggiunto qualcosa di pi di quel che ha fatto la natura, madre comune di tutti, e
cos essi diventano suo diritto privato. [...] il lavoro ch stato mio, cio a dire il rimuovere quelle cose dello stato
comune, in cui si trovavano, quello che ha determinato la mia propriet su di esse. [...] E cos, considerata
labbondanza di scorte naturali che da tanto tempo sono al mondo, e i pochi consumatori, e quanto piccola parte di
tali scorte potrebbe lindustria di un uomo raggiungere e accaparrarsi a pregiudizio di altri, specialmente se attinge,
entro i limiti stabiliti dalla ragione, da ci che pu servire al suo uso, ben scarsa occasione rimarrebbe per dispute o
contese sulla propriet cos stabilita. 32. [...] Quanta terra un uomo lavori, semini, bonifichi e coltivi, usandone il
prodotto, tanta propriet sua. Egli, col suo lavoro, la recinge, per cos dire, sostituendosi alla propriet comune. [...]
Per unappropriazione particolare ne rimane tuttavia sempre per gli altri, perch chi ne lascia quanta possa servire ad
altri, fa come se non ne avesse punto presa. Colui a cui rimane un intero fiume a sedare la sua sete, non pu ritenersi
offeso se un altro beve, sia pure a grandi sorsi, della medesima acqua; e il caso della terra e quello dellacqua, quando
delluna e dellaltra ve ne sia abbastanza, sono perfettamente identici. 47. E cos siamo giunti alluso della moneta, cio
a dire di qualcosa di durevole che si pu tenere senza che vada perduto, e che per mutuo consenso si pu prendere in
cambio dei mezzi di sussistenza per la vita che sono utili, si, ma corruttibili. 48. E come gradi diversi dindustria
conferivano agli uomini possessi in proporzioni diverse, cos questa invenzione della moneta diede loro la possibilit di
accrescerli ed estenderli [...]. 49. [...] Appena scopr qualcosa che presso i suoi vicini avesse la funzione e il valore della
moneta, luomo cominci subito a estendere i suoi possessi. 50. Ma poich loro e largento, essendo poco utili alla vita
delluomo in rapporto al nutrimento, al vestiario e al mantenimento, non ricevono il loro valore che dal consenso degli
uomini, il cui lavoro, tuttavia, ne costituisce in gran parte la misura, chiaro che gli uomini hanno consentito a un
possesso della terra sproporzionato e ineguale, dal momento chessi, per consenso tacito e volontario, hanno scoperto
un modo con cui si pu equamente possedere pi terra di quanto si possano usarne i prodotti, col ricevere in cambio
del sovrappi oro o argento, che possono essere accumulati senza far torto a nessuno, poich questi metalli non vanno
perduti n si deteriorano fra le mani del possessore. Questa partizione di beni nellineguaglianza di possessi privati, gli
uomini lhanno resa possibile fuori dai limiti della societ e senza contratto, e soltanto mediante lattribuzione di un
valore alloro e allargento, e un tacito accordo sulluso della moneta, perch nei governi sono le leggi che regolano il
diritto di propriet, e il possesso della terra determinato da costituzioni positive. 51. [...] Diritto e comodit andavano
insieme, perch come un uomo aveva diritto a tutto ci in cui avesse impiegato il suo lavoro, cos non era tentato di
lavorare per pi di quanto potesse usare. Il che non lasciava luogo a controversie intorno al titolo n a violazioni del
diritto altrui: si vedeva facilmente quale porzione un uomo tagliava per s, ed era tanto inutile quanto disonesto
tagliarne troppa o prendersene di pi di quanto non se ne avesse bisogno.

[Della societ politica e dello stato di natura] - 89. Ogniqualvolta, dunque, un certo numero di uomini riunito in
una sola societ, in tal modo che ciascuno rinuncia al suo potere esecutivo della legge di natura e lo rimette al
pubblico, allora e allora soltanto v societ politica e civile. E ci accade ovunque un certo numero di uomini, che si
trovano nello stato di natura, entra in societ a costituire un solo popolo, un solo corpo politico, sotto un solo
governo supremo [...] perch con ci egli autorizza la societ o, il che tuttuno, il legislativo di essa, a far leggi per lui
[...]. E ci trasferisce gli uomini dallo stato di natura a quello di una societ politica, mediante listituzione di un giudice
sulla terra, insignito della autorit di decidere tutte le controversie e riparare le offese che siano recate a un membro della societ
politica stessa, il qual giudice il legislativo o il magistrato designato da esso. E ovunque si trovi un certo numero di
uomini, comunque associati, che non abbiamo tale potere decisivo a cui appellarsi, si ancora allo stato di natura.

[Sui fini della societ politica e del governo] - 123. Se luomo nello stato di natura cos libero come s detto,
segli signore assoluto della propria persona e dei propri possessi, eguale maggiore e soggetto a nessuno, perch vuol
disfarsi della propria libert? Perch vuol rinunciare a questo impero e assoggettarsi al dominio e controllo di un altro
potere? Al che ovvio rispondere che sebbene allo stato di natura egli abbia tale diritto, tuttavia il godimento di esso
molto incerto e continuamente esposto alla violazione da parte di altri, perch essendo tutti re al pari di lui, ed ognuno
eguale a lui, e non essendo, i pi, stretti osservanti dellequit e della giustizia, il godimento della propriet chegli ha
in questa condizione molto incerto e malsicuro. Il che lo rende desideroso di abbandonare una condizione che, per
quanto libera, piena di timori e di continui pericoli, e non senza ragione chegli cerca e desidera unirsi in societ
con altri che gi sono riuniti, o hanno intenzione di riunirsi, per la mutua conservazione delle loro vite, libert e averi,
cose chio denomino, con termine generale, propriet. 124. Perci il fine maggiore e principale del fatto che gli uomini
si uniscono in societ politiche e si sottopongono a un governo la conservazione della loro propriet, al qual fine

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nello stato di natura mancano molte cose. In primo luogo manca una legge stabilita, fissa, conosciuta, la quale per
comune consenso sia stata ammessa e riconosciuta come regola di diritto e del torto, e misura comune per decidere
tutte le controversie perch, sebbene la legge di natura sia evidente e intelligibile ad ogni creatura ragionevole, tuttavia
gli uomini, in quanto sono influenzati dai loro interessi e la ignorano per mancanza di studio, tendono a non
riconoscerla come una legge che li obblighi ad applicarla ai loro casi particolari. 125. In secondo luogo nello stato di
natura manca un giudice conosciuto ed imparziale, con autorit di decidere tutte le divergenze in base alla legge
stabilita; perch, ciascuno essendo, in quello stato, tanto giudice quanto esecutore della legge di natura, ed essendo gli
uomini parziali nei propri riguardi, la passione e la vendetta tendono a portarli troppo lontano e a renderli troppo
ardenti nei propri casi, mentre la negligenza e la noncuranza tendono a farli troppo trascurati in quelli degli altri. 126.
In terzo luogo, nello stato di natura spesso manca un potere che appoggi e sostenga la sentenza allorch sia giusta, e le
dia la dovuta esecuzione. Quelli che hanno commesso uningiustizia raramente mancano, quando ne sono capaci, di
sostenere con la forza la loro ingiustizia: tale resistenza spesso rende pericolosa e sovente mortale la punizione per
coloro che la tentano. 127. cos che gli uomini, dal momento che, nonostante tutti i privilegi dello stato di natura, si
trovano in fondo in una cattiva condizione fin che vi permangono, sono tosto spinti a entrare in societ. Perci accade
ch raro vedere un gruppo di uomini vivere per qualche tempo insieme in questo stato. [...] 131. Ma, sebbene gli
uomini, quando entrano in societ, rimettono leguaglianza, la libert e il potere esecutivo, che essi hanno nello stato di
natura, nelle mani della societ, onde il legislativo ne disponga secondo che il bene della societ lo richieda, tuttavia
poich ci non accade che per lintenzione che ciascuno ha duna migliore conservazione di s, della propria libert e
propriet - perch non si pu supporre che una creatura ragionevole cambi la sua condizione con lintenzione di star
peggio - il potere della societ, o il legislativo da essi costituito, non si pu mai supporre che trascuri il bene comune,
ma obbligato a garantire la propriet di ciascuno, cio prendere misure contro i tre difetti sopra menzionati, che
rendono cos incerto e scomodo lo stato di natura. [...]

[Sulla subordinazione dei poteri della societ politica] - 149. Sebbene in una societ politica costituita, che poggi
sui propri fondamenti e deliberi secondo la propria natura, cio a dire in vista della conservazione della comunit, non
vi possa essere che un solo potere supremo, ch il legislativo, al quale tutti gli altri sono e devono esser subordinati,
tuttavia, poich il legislativo non che un potere fiduciario di deliberare in vista di determinati fini, rimane sempre nel
popolo il potere supremo di rimuovere o alterare il legislativo, quando vede che il legislativo delibera contro la fiducia
in esso riposta. Infatti, poich ogni potere, conferito con fiducia per il conseguimento di un fine, limitato da questo
fine medesimo, ogniqualvolta il fine viene manifestamente trascurato o contrastato, la fiducia deve necessariamente
cessare, e il potere ritornare nelle mani di coloro che lhanno conferito, i quali possono nuovamente collocarlo dove
meglio giudicano, per la loro tranquillit e sicurezza. cos che la comunit conserva sempre il potere supremo di
preservarsi dagli attentati e dalle intenzioni di chicchessia, anche dei suoi legislatori, ogniqualvolta questi siano cos
insensati o perversi da concepire e perseguire intenzioni contrarie alle libert e propriet dei sudditi.

[Sulla dissoluzione del governo] - 222. La ragione per cui gli uomini entrano in societ la conservazione della loro
propriet, e il fine per cui essi eleggono e conferiscono autorit al legislativo che si facciano leggi e si stabiliscano
norme, come salvaguardia e difesa delle propriet di tutti i membri della societ, a limitare il potere e moderare il
dominio di ogni parte o membro della societ stessa. Infatti, poich non si pu mai supporre che sia volont della
societ che il legislativo abbia il potere di distruggere ci che ciascuno intende garantire con lentrare in societ e per
cui il popolo si sottomette ai legislatori da lui stesso designati, quando i legislatori tentino di sopprimere e distruggere
la propriet del popolo o di ridurlo in schiavit sotto un potere arbitrario, si pongono in stato di guerra con il popolo,
il quale con ci sciolto da ogni ulteriore obbedienza, e non gli rimane che il comune rifugio che Dio ha offerto a tutti
gli uomini contro la forza e la violenza. [...] 224. Ma si dir che questa teoria getta il fermento di frequenti ribellioni. Al
che rispondo come segue. In primo luogo, non pi di qualsiasi altra teoria, perch quando il popolo caduto in
miseria e si trova esposto allabuso di un potere arbitrario, esaltate quanto volete i suoi governanti, come figli di Giove,
fateli sacri o divini, discesi o autorizzati dal cielo, spacciateli per chi o che cosa volete: accadr lo stesso. [...] 225. In
secondo luogo, rispondo che tali rivoluzioni non accadono ad ogni menoma mancanza nellamministrazione dei
pubblici affari. Gravi errori nei governanti, molte leggi ingiuste e inopportune e tutti i falli della fragilit umana,
saranno sopportati dal popolo senza rivolta o mormorazione. [...] 243. Per concludere, il potere che ogni individuo ha
conferito alla societ, quando vi entrato, non pu mai ritornare aglindividui, fin che la societ dura, ma rimarr
sempre nella comunit, in quanto che senza di ci non vi pu essere n comunit n societ politica, il che sarebbe
contro laccordo originario; cos anche quando la societ ha collocato il legislativo in unassemblea di uomini perch
continui in loro e nei loro successori, con direttive e autorit onde designare tali successori, il legislativo non pu mai
ritornare al popolo sin che il governo dura, in quanto che, avendo conferito al legislativo il potere di durare per
sempre, il popolo ha rimesso il suo potere politico al legislativo e non pu riprenderlo. Ma se ha imposto limiti alla
durata del suo legislativo, e costituito questo potere supremo in una persona o in unassemblea soltanto
temporaneamente, oppure quando, per la cattiva condotta di chi ha lautorit, quel potere perduto, allatto di tale
perdita o al termine del tempo fissato esso ritorna alla societ, e il popolo ha il diritto di agire come sovrano e di
continuare il legislativo in s o distituirlo in una nuova forma o porlo sotto la forma antica, in nuove mani, come
meglio giudica.