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Limpresa come soggetto sociale


Mario Gregori




1.Introduzione
a. Loggetto dellanalisi economica
b. Il ricorso ai modelli nellanalisi economica
c. Un modello elementare
d. Le imprese come operatori razionali
b) Impresa ed ambiente
a. Lambiente come bene pubblico
b. Gli strumenti di tutela ambientale
i. La regolamentazione diretta
ii. Il principio dellinquinatore-pagatore
iii. Lecosegmentazione del mercato
c) Impresa ed innovazione
a. Gli effetti della concorrenza tra imprese
b. Linnovazione e la ricerca
c. Cicli economici ed intervento dello Stato
d) Scelte sociali ed etica economica
a. Le teorie utilitaristiche
b. Le teorie deontologiche
c. Le teorie delle libert sostanziali
5. Conclusioni

2


Gli economisti sono molto discordi circa loggetto della scienza economica
1



a) Introduzione
In questo breve testo cercher di sviluppare alcune riflessioni sul modo in cui vengono affrontati
nellanalisi economica tre temi di grande interesse (immagine 1):
a) gli effetti sullambiente delle attivit di produzione e consumo;
b) il ruolo dellinnovazione;
c) la dimensione etica delle scelte economiche.
Cercher di farlo sviluppando una serie di riflessioni argomentate nei punti evidenziati dal
sommario (immagine 2):
E questa unoperazione non semplice per due ordini di ragioni.
La prima che la letteratura relativa vastissima: le brevi note bibliografiche citate possono
costituire un punto di partenza per comprendere lampiezza delle riflessioni.
La seconda che tali temi, per la loro rilevanza, appaiono negli scritti di autori diversi ed in filoni
di ricerca diversi, per poi scomparire e ricomparire, come un fiume carsico, con impostazioni
simili o contrapposte, in altri autori e in filoni di pensiero alternativi. Cercare di disegnare una
mappa, anche elementare, di tali flussi di pensiero risulta analogo al tentativo di rappresentare lo
scorrere complessivo dei fiumi e delle vene dacqua sotterranei di un territorio, sulla base di poche
e semplici osservazioni in superficie.

1.1 Loggetto dellanalisi economica
Per esemplificare tale concetto pu essere utile partire dallosservazione riportata in epigrafe
(immagine 3). La discordanza ricordata non dovuta ad una particolare litigiosit degli economisti
(analoga a quella di tanti altri gruppi sociali), ma alla difficolt di definire loggetto dellanalisi
economica. Tale individuazione non facile perch, nel tempo, gli economisti hanno posto al centro
della loro analisi problemi molto diversi tra loro, anche se interconnessi.
Citando solamente alcuni dei grandi economisti, A. Smith, nella seconda met del secolo XVIII,
indaga sul perch alcune nazioni siano pi ricche di altre, C. Marx, nella seconda met del secolo
XIX, pone al centro delle sue riflessioni i rapporti sociali di produzione tra le classi sociali; negli
anni immediatamente successivi, A. Marshall affina concetti base dellanalisi economica, quali
domanda ed offerta ed una nozione di equilibrio (mutuata con piena consapevolezza dalla fisica)
che vanno a costituire gli attrezzi del mestiere fondamentali dellanalisi economica standard;
J.M. Keynes, nella prima met del secolo XX, affronta la scissione tra equilibrio economico e
sottoccupazione delle risorse ed elabora i fondamenti teorici per una serie di politiche economiche
di breve periodo ampiamente utilizzate per buona parte del secolo.
Anche da una comprensione superficiale dei termini ricordati emerge come obiettivi di ricerca,
preoccupazioni metodologiche ed interesse per le conseguenze applicative si mescolino in maniera
diversa e come lo sforzo di trovare il massimo comun divisore anche solo in tali posizioni possa
essere difficile.
Comunque, se da qualche parte bisogna partire, valgano due posizione, entrambe molto sintetiche,
quali quella di A. Sen e di Stiglitz. Il primo
2
parla di un interesse per le condizioni reali di vita
degli uomini (op. cit., pg. 77). Il secondo
3
, pi didatticamente, elenca una lista di problemi di cui si
occupa leconomia (op. cit., pgg. 12-13), quali:

1
E. Roll. A History of Economic Thought Faber&Faber, London, 1954, pg 4.
2
Sen A., Lo sviluppo libert, Milano, Mondatori, 2000
3
Stiglitz J,E., Microeconomia Milano, Bollati-Boringhieri, 1994
3
a) il tipo e la quantit delle diverse merci prodotte
b) i metodi impiegati per produrle
c) la redistribuzione della produzione tra i membri di una collettivit
d) la responsabilit delle decisioni economiche.



a. Il ricorso a modelli nellanalisi economica

Il modello pu essere paragonato ad un gioco di costruzioni
4



Nel gestire lo studio di tali problemi complessi che definiscono le condizioni reali di vita degli
uomini, si ricorre a modelli.
Una buona introduzione al concetto di modello la possiamo ritrovare in quadro di R. Magritte,
Laria e la canzone(immagine 4), che ben evidenzia come una rappresentazione di un oggetto
reale rimandi immediatamente alloggetto stesso, ma non loggetto (provate a fumarvi il quadro!)
Cos, un modello economico (immagine 5) non la realt economica, ma una
rappresentazione semplificata e relativa della stessa: semplificata, perch riassume molto
schematicamente una complicata situazione, accettando che le condizioni in essa non considerate
rimangano costanti; relativa, perch si basa su supposizioni che possono essere sostituite, alterate o
perfezionate, portando a conclusioni differenti. Il modello (immagine 6) che si intende impiegare
per le riflessioni molto semplice e largamente impiegato a fini didattici
5
.
In esso vengono individuate due categorie di operatori: le famiglie e le imprese, che entrano in
relazione tra loro in tre principali tipi di mercati: quello del lavoro, quello dei capitali e quello dei
beni di consumo.
Gli operatori sono definiti sulla base della funzione che svolgono. Cos le famiglie dispongono di
capacit lavorativa e detengono capitali ed offrono i servizi produttivi degli stessi, in concorrenza
tra loro, rispettivamente sui mercati del lavoro e su quello dei capitali. Esse, inoltre, domandano, in
concorrenza tra loro, beni che poi consumano. Le imprese domandano, in concorrenza tra loro e sui
rispettivi mercati, i servizi dei fattori di produzione (capitale e lavoro), ne acquistano la disponibilit
alluso e li trasformano in beni di consumo che offrono, sempre in concorrenza tra loro, alle
famiglie sul mercato dei beni di consumo. Per ottenere la disponibilit di fattori di produzione le
imprese remunerano le famiglie (con interessi, per i capitali, e salari e stipendi, per il lavoro); tali
remunerazioni vanno a formare i redditi delle famiglie, che li ripartiscono tra risparmi (che possono
destinare al mercato dei capitali) e capacit di acquisto di beni di consumo. I valori pagati per i beni
di consumo dalle famiglie alle imprese costituiscono i redditi delle stesse, mediante i quali esse
possono acquistare i fattori di produzione. Si crea, cos, un flusso che procede in senso orario di
beni e servizi reali ed un flusso antiorario di mezzi di pagamento.
6

Tali operatori sono, per ipotesi (immagine 7):

4
A.Heertje, Elementi di economia politica, Bologna, il Mulino, 1980, pg. 64
5
La formulazione originaria, del 1933, attribuita alleconomista americano F. Knight (cfr. Graziani A., Teoria
economica-Macroeconomia, Napoli, ESI, 1981, pg. 21).
6
Per evidenziare come essa sia una rappresentazione parziale della realt si osservi come presenti tre importanti
semplificazioni:
a) a) a) non vengono considerati i prodotti non destinati al consumo, vale a dire i beni di investimento che
vengono scambiati tra le imprese;
b) b) b) viene ignorata lintermediazione commerciale, che trasferisce la disponibilit dei beni di
consumo dalle imprese alle famiglie;
c) c) c) viene ignorato, al momento, il ruolo dello Stato nel flusso economico.
4
a) bene informati (ognuno di essi dispone di tutte le informazioni necessarie ad
attuare le sue scelte;
b) autointeressati (ognuno di essi considera tra le conseguenze delle sue scelte
esclusivamente quelle che lo riguardano);
c) razionali (ognuno di essi attua le scelte per massimizzare un proprio obiettivo).
Cos, ad esempio, le imprese decidono cosa, in che quantit ed in che modo produrre in maniera
tale da rendere massimo il loro profitto, mentre le famiglie decidono che quantit di fattori di
produzione offrire e che quantit ed assortimento di beni comperare in maniera tale da conseguire la
pi ampia soddisfazione possibile.

1.4. Le imprese come operatori razionali
Vediamo cosa implichi tale postulato di massimizzazione, partendo dal comportamento delle
imprese.
Esse, come abbiamo visto, trasformano i fattori di produzione, attuando dei processi produttivi. Tali
processi (immagine 8) vengono generalmente considerati come delle black box (scatole opache), in
cui entrano, da una parte, i fattori di produzione (o input) e, dallaltra, escono i prodotti (o output),
senza prendere in considerazione il come tali fattori di produzione si trasmutino in prodotti di
consumo.
Per disporre di ognuno degli input, le imprese debbono pagare alle famiglie un costo.
Esso dato dalla quantit acquistata per il rispettivo prezzo (immagine 9):

C
1
= Px
1*
X
1

Dove:
C
1
= costo dellinput 1
Px
1
= prezzo dellinput 1
X
1
= quantit acquistata dellinput 1
Posto in n il numero degli input impiegati, il costo totale per limpresa risulta:

CT = Px
1*
X
1
+ Px
2*
X
2
+ . Px
n-1*
X
n-1
+ Px
n*
X
n



=
n
Px
j*
X
j

Dove :
CT = costo totale
n = input acquistati
j = generico input

Dalla vendita di ogni output limpresa ottiene un ricavo, proporzionale alla quantit venduta ed al
suo prezzo:

R
1
= Py
1*
Y
1

Dove:
R
1
= Ricavo dalloutput 1
Py
1
= prezzo delloutput 1
Y
1
= quantit venduta delloutput 1
Posto in n il numero degli output venduti, il ricavo totale per limpresa risulta:

5
RT = Py
1*
Y
1
+ Py
2*
Y
2
+ . Py
m-1*
Y
m-1
+ Py
m*
Y
m



=
m
Py
i*
Y
i

Dove :
RT = ricavo totale
m = output venduti
i = generico output

Il reddito netto dellimpresa, o profitto () dato dalla differenza tra i ricavi totali ed i costi totali:

= RT-CT

Lassunzione del postulato di massimizzazione del profitto quale ipotesi esplicativa delle scelte
aziendali comporta che limpresa scelga tra le varie possibilit quella che le permetta di realizzare il
pi alto utile possibile. Ad esempio (immagine 10), poste due alternative, quali A e B, caratterizzate
come nella tabella 1, limpresa preferisca lalternativa B:

Tab. 1- Criterio di scelta dei processi di produzione
Alternativa Ricavi Totali Costi
totali
Profitto
Quantit
prodotta
Prezzo
unitario
Ricavi
Totali

(n.) ( ) ( ) ( ) ( )
A 11 10 110 90 20
B 12 10 120 95 25

Tale ipotesi di comportamento stata ampiamente dibattuta in economia
7
. Per quello che riguarda i
nostri scopi essa pu essere considerata accettabile, anche sulla base di due considerazioni: il fine
dellimpresa , comunque, il lucro, cio un guadagno netto; alla lunga i ricavi totali non debbono
essere costantemente inferiori ai costi totali, pena lazzeramento del capitale dellimpresa e la sua
scomparsa.
8


2. Imprese ed ambiente

7
Sulla base dellimportanza crescente rivestita dalla grande impresa (in cui la propriet della stessa, da parte degli
azionisti, separata dalla sua gestione, affidata, per la sua crescente complessit, a dei managers professionisti) nei
confronti dellimpresa capitalistica familiare (in cui propriet e gestione coincidono nelle medesime persone) e della
crescente concentrazione (in termine di numero di imprese concorrenti) che si osservano in grandi settori industriali, si
avvia, a partire dagli anni 30 del XX secolo, un intenso dibattito sulla teoria economica dellimpresa. In essa si
consolidano modelli teorici alternativi, quali quelli manageriali (Baumol, Marris, Williamson), la teoria
comportamentista dellimpresa (Simon, Cyert e March) ed approcci che criticano la stessa ipotesi di massimizzazione
del profitto, come fine esclusivo dellimpresa (Bain, Sylos Labini, Modiglioni).
8
Va ricordata, rispetto largomento discusso, losservazione di F. Machlup sulla funzione strumentale di tale ipotesi
(F. Machlup, Teoria dellimpresa: marginalista, manageriale, comportamentale in Problemi della teoria dellimpresa (a
cura di Cardani A.M. Pedol U.) Milano Etas libri, 1980, pgg. 135-176) Per lautore il fine della teoria neoclassica (che
utilizza tale ipotesi di comportamento) la spiegazione dei prezzi e delle quantit di equilibrio. In tale costruzione la
teoria neoclassica dellimpresa un costrutto teorico intermedio, che partendo dalle tecnologie produttive concorre a
definire la funzione dofferta. Come tale, essa risulta non un oggetto di studio specifico da approfondire (o
explanandum), ma un anello intermedio (o explanans) in una catena di deduzioni necessarie a definire prezzi e quantit
di equilibrio.
6
2.1 Lambiente come bene pubblico
Chiariti tali elementi relativi il comportamento dimpresa, possibile affrontare il suo
rapporto con lambiente. Ci prendendo in considerazione la propriet degli input. Di essi non tutti
sono propriet privata di qualcuno e, conseguentemente, debbono essere acquistati sui mercati:
esiste una categoria particolare di fattori di produzione che risultano indispensabili ai processi
produttivi, ma non sono privatizzati (i beni pubblici). Pensiamo, ad esempio, allossigeno presente
nellatmosfera impiegato nelle combustioni ed alle radiazioni solari indispensabili alla crescita delle
piante. Dal momento che non sono privatizzati la disponibilit per il loro impiego comporta un
prezzo nullo, per cui il loro costo nel processo produttivo pari a zero. Conseguentemente,
unimpresa, dovendo scegliere tra una tecnologia che impiega beni collettivi in quantit maggiori
ma beni privatizzati per valori minori ed una tecnologia che impiega quantit minori di beni
collettivi, ma con costi maggiori per beni privatizzati, preferisce razionalmente la prima possibilit.
Ad esempio, introducendo dei consumi di beni collettivi tra le due alternative precedentemente
considerate (immagine 11), ipotizzando che lalternativa B ne impieghi quantit maggiori, ci non
modifica lordine di preferenzialit dellimpresa, che considera sempre lalternativa B come
migliore rispetto la A.

Tab. 2- Limpiego razionale di beni pubblici
Alternativa Ricavi
Totali
Fattori
privatizzati
Bene pubblico Costo
totale
Profitto
Costo Quantit Prezzo Costo
( ) ( )

( ) ( ) ( ) ( )
A 110 90 10 0 0 90 20
B 120 95 20 0 0 95 25

Analogamente non tutti gli output vengono venduti alle famiglie, ma alcuni di essi vengono dispersi
nellambiente: pensiamo, ad esempio, ai fumi di un impianto di combustione o agli scarichi di
acque di lavaggio. Anche in questo caso limpresa dovendo scegliere tra una soluzione che contiene
le emissioni, ma riduce il profitto ed unaltra che aumenta entrambi, preferisce la seconda.
In sintesi, limpresa non portata a considerare gli effetti ambientali della sua attivit perch i beni
che ne vengono intaccati
9
non comportano per essa un costo. Analoga la posizione del
consumatore, che non acquista, ad esempio, laria che respira.
Tale idea pu essere introdotta nel nostro modello elementare considerando unulteriore fonte di
risorse (lambiente) da cui imprese e consumatori prelevano risorse, senza che a ci si accompagni
alcun flusso finanziario in direzione opposta. (immagine 12)
Ci non significa, comunque, che limpatto ambientale costituisca sempre un danno. Ad
esempio, se il flusso di anidride carbonica emessa da unazienda in un determinato volume di
atmosfera (o bolla daria) non rappresenta una fonte di tossicit acuta ed inferiore alla capacit di
smaltimento dello stesso da parte della vegetazione che insiste nella medesima bolla daria, non si
osserva alcun effetto rilevante. Il problema si comincia porre quando alla prima azienda si affianca
una seconda fonte di emissione di anidride carbonica, una terza e cos via: si comincia ad osservare
un accumulo di gas nella bolla daria ed il consolidarsi del cosiddetto effetto serra (greenhouse
gas). Nessuna impresa, presa singolarmente, responsabile delleffetto complessivo, ma tutte vi
partecipano per una quota parte. In altri termini, il problema delleffetto ambientale, ad esclusione

9
Tali effetti negativi presentano diverse valenze. Considerando, ad esempio, un bosco, oltre la perdita di risorse
naturali (il bosco stesso), possono essere rappresentate dalla riduzione di possibilit ricreative (le passeggiate nel
bosco), di risorse economiche (il legname del bosco) di possibilit di sviluppo (l'indotto della trasformazione del
legname) o, infine, da un insieme di spese per rimediare a tali problemi (il ripristino del bosco).
7
dei casi di inquinamento acuto, sorge in conseguenza al numero ed alla concentrazione delle
imprese.
Per ridurre i problemi conseguenti non sufficiente intervenire su una singola impresa, ma
sullinsieme delle stesse. Ci per due ordini di ragioni:
a) se solo una parte delle imprese riducono la quantit di emissioni, non detto che le
emissioni scendano a sufficienza;
b) il ridurre le emissioni comporta dei costi; imponendo ad alcune imprese, e non ad altre, di
ridurre le emissioni (sostenendone i relativi costi), si alterano le condizioni concorrenziali, a
sfavore delle prime ed a favore di quelle che continuano ad inquinare.
Le conseguenze che si possono trarre sono diverse:
a) il circuito di produzione e distribuzione del reddito preleva risorse e scarica sottoprodotti
(ovvero consuma) un bene pubblico, lambiente;-
b) il mercato incapace di gestire in maniera efficiente i beni pubblici;
c) deve essere esercitato un intervento esterno al mercato;
d) tale intervento deve incidere con le stesse modalit sui diversi concorrenti;
e) le forze di mercato, a certe condizioni, possono collaborare a ridurre limpatto ambientale
delle attivit produttive.

2.2 Gli strumenti di tutela ambientale
Gli strumenti di tutela ambientale attivabili possono essere classificati, a grandi linee, in tre
gruppi, differenziabili in base ad un ricorso crescente alle forze di mercato (immagine 13). Il primo
di essi, la regolamentazione diretta, esclude qualsiasi impiego della capacit di pressione implicita
nello scambio di merci il secondo, quale applicazione del principio inquinatore-pagatore, tende ad
inserire nei calcoli di convenienza economica degli operatori anche i costi conseguenti
all'inquinamento. Infine, il terzo, l'eco-segmentazione del mercato, tende a sfruttare la domanda
dei consumatori per condizionare il comportamento dei produttori. Le tre tipologie di metodi, poi, si
differenziano anche per un'altra serie di caratteristiche, e per questo opportuno che vengano
analizzati distintamente.


2.2.1 La regolamentazione diretta

Il primo un approccio che tende a gestire il problema ambientale esclusivamente in termini
di regolamentazione diretta mediante interventi vincolistico-sanzionatori. Secondo questo modo di
considerare il problema (command and control), l'inquinamento pu essere prevenuto e controllato
mediante un quadro legislativo che preveda:
a) un sistema di norme che gli operatori economici debbano rispettare;
b) una struttura amministrativa che vigili sul rispetto di tali norme;
c) un sistema sanzionatorio che punisca in termini civili e/o penali il mancato rispetto delle norme
stesse.
E' il metodo di tutela ambientale che, storicamente, si imposto per primo. Ci
essenzialmente perch esso risulta connaturato ad una consuetudine legislativa che addotta metodi
vincolistico-sanzionatori nei pi svariati campi: dalla tutela della persona, a quella della propriet,
del territorio, ecc..
E' un metodo di tutela ambientale che ha presentato un'applicazione articolata ed estesa che va, in
Italia, dalla gestione delle sostanze pericolose, alla tutela delle acque, dalla regolamentazione degli
scarichi nell'atmosfera, a quella dello smaltimento dei rifiuti e dei liquami. Un quadro legislativo,
quindi, articolato, composito e ben conosciuto, che presenta alcuni vantaggi ed ha dei limiti
applicativi. Infatti il metodo migliore nel caso di prodotti altamente inquinanti la cui circolazione
nell'ambiente deve essere abolita (quali, ad esempio, il DDT o l'amianto) o fortemente limitata.
8
Daltra parte risulta un metodo relativamente oneroso in conseguenza alla necessit di adozione di
una struttura amministrativa molto ampia ed articolata per attuare i controlli ed applicare le sanzioni
conseguenti. Infine, la regolamentazione diretta pu risultare uno strumento poco incentivante: una
volta definito lo standard di norme da rispettare gli operatori economici sono tenuti esclusivamente
a non violarle e non sono in alcun modo stimolati ad adottare tecnologie meno inquinanti.


2.2.2 Il principio dell'inquinatore-pagatore

I limiti della regolamentazione diretta risultano meno accentuati nella seconda filosofia di
intervento, comunemente ricondotta al cosiddetto principio dell'inquinatore-pagatore (payer
polluter). Esso si fonda sulla constatazione che l'inquinamento non un comportamento
"patologico", ma un utilizzo economicamente "razionale" di risorse a costo zero (per limpresa), ma
che pu comportare un danno alla collettivit. Conseguentemente, il costo che la collettivit
sostiene per un processo produttivo (o per una qualche altra attivit economica) maggiore del
costo sostenuto dall'operatore economico che ha attivato tale processo. Per quest'ultimo, infatti, il
costo rappresentato dalle risorse non gratuite che deve acquistare, mentre per la collettivit il costo
dato dalle spese che quest'ultimo sostiene aumentate del costo per porre rimedio ai danni
ambientali prodotti.
Per evitare tale situazione necessario internalizzare nella valutazione di convenienza
economica dell'operatore i costi sociali: far rientrare, cio, tra i costi che l'inquinatore sostiene anche
i costi dell'inquinamento che egli impone alla collettivit. Il valore di tali costi internalizzati pu
non essere pari al valore del costo imposto alla collettivit, ma sufficiente per poter mantenere
l'ambiente in condizioni accettabili secondo una misura decisa dai pubblici poteri. Principio questo
sintetizzato appunto nell'affermazione che l'inquinatore deve essere anche pagatore.
Leffetto di tale internalizzazione dei costi dimpiego dei beni pubblici pu essere
evidenziato riprendendo lesempio numerico precedente considerando che la collettivit imponga
un costo (tariffa) per limpiego di ogni unit del bene pubblico (immagine 14). In tale caso risulta
evidente come la tecnologia a minor impatto ambientale possa diventare anche quella
economicamente pi conveniente per limpresa.

Tab. 4- Effetti delle tariffe ambientali sul comportamento razionale delle imprese
Alternativa Ricavi
Totali
Fattori
privatizzati
Bene pubblico Costo
totale
Profitto
Costo Quantit Tariffa
unitaria
Costo
( ) ( )

( ) ( ) ( ) ( )
A 110 90 10 1 10 100 10
B 120 95 20 1 20 115 5

Il fatto che l'inquinatore debba pagare i costi che impone alla collettivit, non comporta che egli
debba, come nel precedente esempio, sopportarne il carico: se la struttura del mercato lo rende
possibile (come nel caso di un monopolio, di un accordo di tipo oligopolistico o di un consenso
collettivo a tale fine), egli pu trasferire in parte (o del tutto) tali costi nel prezzo del prodotto,
traslando il costo della lotta all'inquinamento sull'acquirente del prodotto stesso. In tal modo, per,
il rapporto tra il prezzo del prodotto ottenuto mediante una tecnologia pi inquinante e quello di un
altro, ottenuto con tecnologie che inquinano di meno, si modifica, con un aumento del prezzo
relativo del prodotto pi inquinante. Se il consumatore sceglie in base al prezzo, risulta pi
razionale acquistare il bene meno inquinante. In entrambi i casi, il principio "paghi chi inquina" ,
9
quindi, un principio di efficienza economica che permette di ottenere, mediante i meccanismi di
mercato, un utilizzo pi razionale delle risorse ambientali.
Gli strumenti adottabili per introdurre tale principio nell'attivit economica sono numerosi e
possono andare dai tributi ed imposte, alla vendita dei diritti di inquinamento, dall'assicurazione
ambientale alla cauzione ambientale, agli incentivi finanziari.
Le imposte ambientali sono lo strumento maggiormente conosciuto, per cui sufficiente
ricordarle a grandi linee. Sono costituite dai cosiddetti "canoni di inquinamento", o prelievi
monetari, per unit di inquinamento emesso legalmente previsti a carico del soggetto che inquina o
provoca degrado ambientale
10
. In conseguenza a tale esborso l'operatore stimolato ad adottare tutte
le misure che riducono l'inquinamento il cui costo sia inferiore o, al limite, uguale al valore del
canone stesso.
Tali canoni sono preferibilmente applicabili in condizioni di inquinamento "di routine" e
"puntiforme", vale a dire in situazioni in cui l'immissione nell'ambiente di corpi inquinanti avviene
regolarmente e la localizzazione e la densit dei punti inquinanti costituiscono fattori cruciali. Il
caso pi diffuso quello dei rifiuti e dell'inquinamento idrico (Cellerino, 1990) situazioni queste in
cui avviene un apporto regolare di corpi inquinanti in punti specifici e che comportano un livello di
inquinamento rilevante solamente se vengono superate concentrazioni significative di sorgenti
inquinanti.
Il secondo strumento, ossia i diritti di inquinamento, pu essere utilizzato anch'esso in
situazioni di inquinamento di routine. A differenza dei canoni, per, si adatta maggiormente al caso
in cui si determina una rapida diffusione degli inquinanti nell'ambiente e non risulta rilevante la
concentrazione delle sorgenti inquinanti. L'esempio pi evidente quello dell'inquinamento
atmosferico, in cui non importante se le sorgenti inquinanti sono particolarmente concentrate, dal
momento che la maggiore mobilit dei gas e delle particelle in sospensione nel vettore aereo
ridistribuisce rapidamente le sostanze inquinanti nell'atmosfera. Indicativo, piuttosto, risulta il
livello di inquinamento dell'atmosfera che si osserva nell'area in cui si le sostanze sono ridistribuite.
Definiti il volume complessivo dell'atmosfera insistente sull'area rilevante (o "bolla di atmosfera"),
le sostanze da prendere in considerazione (o sostanze inquinanti) ed il loro standard massimo di
concentrazione ammissibile (o soglia di inquinamento rilevante) sono determinabili i "diritti di
inquinamento" o quantit di immissioni inquinanti ammissibili per unit di tempo. Tali diritti
possono essere messi in vendita al pari di un qualsiasi altro bene scarso e possono determinare un
uso pi razionale delle risorse ambientali.
Un terzo tipo di strumento rappresentato dall'assicurazione ambientale. Questo si applica
alle situazioni in cui l'immissione di principi inquinanti non un fatto certo ma la conseguenza di
un avvenimento occasionale e non prevedibile che provoca un effettivo danno all'ambiente e di cui
possibile individuarne la responsabilit oggettiva ed il valore. Con l'assicurazione gli operatori
economici trasferiscono sulle compagnie assicuratrici il rischio delle penalit e degli indennizzi
conseguenti agli eventuali danni provocati. Il premio richiesto dalle assicurazioni agli operatori
economici riflette, quindi, l'ordine di grandezza e l'ordine di probabilit del danno. Al fine di ridurre
il valore di tale premio gli operatori sono stimolati a introdurre misure che aumentino la sicurezza
del processo produttivo. Analogamente, le assicurazioni, al fine di ridurre la probabilit

10
Esse, secondo la ricostruzione di Ruffolo (1989), si sono affiancate, a partire dagli anni '30, nel bacino della
Rhur alla regolamentazione diretta come strumento per controllare i problemi ambientali. Lo spunto iniziale fu di natura
eminentemente pratica. Dovendosi realizzare degli interventi fu deciso di far pagare agli inquinatori stessi i costi di tali
opere piuttosto che farli gravare sui bilanci pubblici. Tali pagamenti furono commisurati al volume di inquinamento vale
a dire alla qualit e quantit degli effluenti scaricati. Ma, in tale maniera da strumento ridistribuivo finalizzato alla
raccolta di risorse finanziarie le imposte ambientali divennero anche un metodo per far pagare i costi dell'inquinamento
ai responsabili dello stesso ed internalizzare nelle valutazioni economiche delle imprese anche i costi di ripristino del
danno ambientale prodotto.

10
dell'accadimento dell'incidente inquinante, sono stimolate a richiedere il rispetto di condizioni che
aumentino la sicurezza del processo produttivo. In tale maniera si perviene ad una attenuazione del
danno potenzialmente arrecabile all'ambiente.
Evidentemente l'adozione di tale strumento richiede la soluzione di una serie di problemi non
semplici, quali la definizione di danno ambientale, l'individuazione dell'incidente che ha provocato
tale danno, l'individuazione di una responsabilit personale dello stesso, la definizione di una
relazione di causa-effetto tra incidente e danno e l'esistenza di un soggetto abilitato ad intraprendere
l'azione legale o amministrativa finalizzata al pagamento del danno provocato. Esso risulta
proponibile nel caso in cui si riscontrino delle attivit che possono produrre esplosioni o perdite
accidentali ed attivit che presentino pericoli latenti o cronici nei confronti di addetti, consumatori o
soggetti terzi comunque interessati quali, ad esempio, persone residenti in prossimit di
stabilimenti.
Un altro strumento di lunga applicazione, ma impiegabile anche per ridurre una serie di
impatti ambientali negativi, quello delle cauzioni. Esse sono date da dei depositi che vengono
effettuati all'atto di acquisto di prodotti contenuti in recipienti di un certo valore (quali, ad esempio,
le bombole del gas ad uso domestico) e che vengono restituiti alla fine dell'impiego del prodotto. Da
un punto di vista ambientale l'adozione di tale strumento pu prevenire uno smaltimento
incontrollato dei contenitori, incentivare il recupero o il riutilizzo di tali beni e razionalizzare lo
smaltimento degli stessi.
Infine, ed in termini pi generali, possono essere considerati mezzi di tutela ambientale
riconducibili al principio dell'inquinatore-pagatore non solo gli strumenti che tendono a penalizzare
monetariamente i soggetti inquinanti, ma anche quelli che tendono ad incentivare finanziariamente i
soggetti che si astengono dall'inquinare. Tali strumenti possono essere considerati, infatti, come
delle sanzioni o delle imposte negative che incentivano l'inquinatore a ridurre volontariamente i
livelli di inquinamento.
11

le imposte negative possono essere costituite, innanzitutto, da dei sussidi e dei premi versati
all'operatore economico per ogni unit di inquinamento non versata nell'ambiente.
12

A fianco di tale
forma possono essere considerati altri strumenti di incentivazione all'adozione di tecnologie non
inquinanti quali sgravi fiscali, sovvenzioni all'investimento, aiuti commisurati alle spese di
funzionamento dei dispositivi antinquinamento, facilitazioni creditizie, ecc; in sintesi gran parte
degli strumenti di incentivazione microeconomica addottati nelle politiche industriali.
L'insieme di tali strumenti presenta delle caratteristiche comuni che li differenziano da quelli
derivati dall'applicazione della regolamentazione diretta e che risulta opportuno ricordare
brevemente. A tale proposito, si pu osservare, in primo luogo, che l'adozione del principio

11
Tale assunto di riconducibilit di tali strumenti al principio dell'inquinatore -pagatore rimane, comunque,
discusso. In particolare viene osservato (Cellerino, 1990) che l'adozione di strumenti quali i canoni tendono ad imporre
un finanziamento a carico dell'operatore che genera inquinamento ed a favore della collettivit commisurato al costo del
danno che esso provoca, mentre i sussidi tendono a generare un finanziamento in senso inverso, commisurato al danno
sostenuto da quest'ultimo. L'Ocse ha indicato in tre le condizioni che debbono essere rispettate affinch gli incentivi non
risultino incompatibili con tale principio. Esse sono:
a) limitazione a periodi transitori;
b) utilizzazione per affrontare problemi economici specifici conseguenti all'introduzione di programmi di
gestione dell'ambiente;
c) utilizzo esclusivamente a favore di imprese che, diversamente, incontrerebbero gravi difficolt;
d) assenza di induzione di effetti distorsivi nei commerci ed investimenti internazionali.
12
Tali sussidi possono essere applicati sia nel caso in cui non esistono tecniche di depurazione sia in quello in cui
tali tecniche sono disponibili. Nel primo caso gli incentivi sono finalizzati esclusivamente a ridurre l'attivit inquinante.
Ad esempio, nel caso di un'attivit di produzione, essa verr ridotta sino al livello in cui il mancato reddito marginale
netto uguale al valore dell'incentivo. Di conseguenza, l'ordine di grandezza della diminuzione dell'attivit inquinante
determinato dal valore del sussidio e dalla relazione quantit prodotta-reddito netto. Nel secondo caso, vale dire in
quello in cui esistano delle tecnologie di depurazione, il produttore sar propenso a ridurre la produzione sino al livello
in cui il costo marginale di depurazione eguagli il valore del premio.
11
dell'inquinatore-pagatore risulta di pi difficile accettazione sociale rispetto al principio della
regolamentazione diretta. Ci particolarmente evidenziabile nel caso dei canoni da inquinamento:
essi risultano meno appetibili per le unit che producono inquinamento, le quali, molte volte,
preferiscono, piuttosto, contrattare le condizioni e le caratteristiche delle norme da rispettare o, al
limite, trasgredire la norma stessa piuttosto che pagare una tassa, a meno che questa non possa in
tutto o in parte essere inserita nel prezzo del loro prodotto.

Sono, d'altra parte, difficilmente
accettabili da parte dei movimenti ambientalisti i quali possono considerarli uno strumento
socialmente iniquo che attribuisce la facolt di svolgere un'attivit inquinante, a danno di tutta la
collettivit, a soggetti che possono sostenere il pagamento di un'imposta. Tale constatazione risulta
applicabile, a maggior ragione, allo strumento dei diritti di inquinamento ed alla
commercializzazione degli stessi.
Inoltre, sono degli strumenti non sempre facilmente applicabili. Nel caso dei canoni, ad esempio,
non sempre semplice determinare tecnicamente il livello di canone che risulti disincentivante
dell'inquinamento e, nel contempo, non riduca pesantemente la concorrenzialit delle imprese
gravate. Nel caso delle assicurazioni ambientali, invece, pu risultare complesso l'insieme delle
procedure che portano a riconoscere ed indennizzare i danni ambientali.
Infine, nel caso di prodotti altamente tossici preferibile ricorre a proibizioni totali e ad un sistema
di regolamentazione diretta.
A confronto il sistema delle norme e sanzioni un sistema pi economico: mentre il primo
impone alla collettivit il costo del mantenimento di una struttura che eserciti il controllo, il metodo
dell'inquinatore-pagatore comporta anche delle entrate a favore dell'operatore pubblico conseguenti
al pagamento dei canoni. Tali entrate, al netto delle spese di funzionamento del sistema, possono
essere impiegate per finanziare canoni di inquinamento negativi ed ottenere, teoricamente, una
riduzione dell'inquinamento in maniera duplice ed a costo nullo.
E', in secondo luogo, un sistema incentivante: le imprese, per massimizzare i loro risultati
economici, sono stimolate a ridurre tale costo, come anche tutti gli altri costi di produzione, e ad
adottare, conseguentemente, tecnologie che producano minori quantit di inquinamento per unit di
prodotto.
In termini pi generali, quindi, l'utilizzo del principio dell'inquinatore pagatore pu dare
origine ad un insieme di strumenti che presentano un rapporto benefici/costi pi elevato di quello
della regolamentazione diretta. Pu, d'altra parte, comportare un impatto ambientale assoluto
relativamente peggiore a quest'ultimo sistema, risultando cos pu risultare un metodo pi
efficiente, ma meno efficacie.
In ogni caso, prevedono la presenza di un operatore (normalmente una Pubblica Amministrazione)
che raccoglie risorse, mediante imposte e canoni, da impiegare nel reintegrare, almeno
parzialmente, i beni pubblici. (immagine 15)


2.2.3 L'eco-segmentazione del mercato

Entrambi i metodi sinora considerati, vale a dire il sistema della regolamentazione diretta e
l'applicazione del principio dell'inquinatore-pagatore, agiscono soprattutto sul contenimento dei
problemi dell'inquinamento, ma non sono sufficienti a prevenirli
13
.

13
Ad esempio, entrambi i metodi, se funzionanti, impediscono che la carcassa di un vecchio
frigorifero sia abbandonata in qualche luogo, ma nessuno dei due evita che tale carcassa debba essere
smaltita da qualche parte. Diverso il caso in cui i materiali con cui tale frigorifero composto siano
facilmente separabili e riciclabili: in tale caso si avr una produzione estremamente pi contenuta di
rifiuti. Tale possibilit attuabile se il frigorifero stesso stato progettato non solo per funzionare per un
certo periodo, ma anche per essere riciclato alla fine della sua vita produttiva.
12
La prevenzione pu essere ottenuta introducendo una differenziazione sul mercato dei
comportamenti maggiormente eco-compatibili, rispetto ad altri con medesima funzione, ma
caratterizzati da un peggiore impatto ambientale. Per tale differenziazione sono disponibili due tipi
di strumenti: la certificazione ambientale e le labels ambientali.
Le certificazioni ambientali (o eco-audit, secondo la dizione introdotta dal Regolamento
Comunitario del 21/4/'92) riguardano l'analisi della compatibilit dell'impatto ambientale di un
insediamento produttivo e gli accorgimenti messi in atto dall'impresa in sede di progettazione,
realizzazione e gestione dell'attivit produttiva per rendere tale impatto maggiormente eco-
compatibile. Tale impatto viene stabilito mediante una valutazione obiettiva e sistematica
dell'organizzazione produttiva e delle iniziative messe in atto per aumentare la compatibilit
ambientale dell'attivit produttiva. Essa riguarda l'incidenza dell'attivit in questione sull'ambiente,
le scelte relative l'impiego di risorse ambientali (acqua, aria), le materie prime e l'energia, i processi
produttivi addottati e la riduzione della possibilit di incidenti, la gestione dei prodotti, le modalit
di smaltimento e le attivit di riciclaggio o riuso, l'attivit formativa interna ed esterna sui problemi
ambientali. Il criterio di valutazione dell'impatto ambientale rappresentato dalle migliori
tecnologie disponibili per la riduzione dell'inquinamento individuate dalla legislazione in vigore.
Le labels ambientali, quali ad esempio, quella introdotta dal Regolamento Comunitario 880
del 23/3/'92) sono, a grandi linee, un segno differenziante assegnato a determinati prodotti da un
ente riconosciuto idoneo. La loro funzione quella di informare il consumatore che il prodotto cos
differenziato stato sottoposto ad una procedura di controllo da cui emerge come lo stesso presenti
delle caratteristiche di minor impatto sull'ambiente rispetto a dei beni analoghi o destinati alla
medesima funzione. L'analisi dell'impatto ambientale si estende a tutte le fasi del ciclo di vita del
prodotto quali la produzione, distribuzione, utilizzo e smaltimento secondo il principio "dalla culla
alla tomba". In tal modo il consumatore attento alle conseguenze ambientali del suo comportamento
di consumo dispone di un ulteriore elemento che concorre, insieme al prezzo ed alle altre
caratteristiche del prodotto, alla formulazione della sua decisione finale d'acquisto.
Le certificazioni e le labels ambientali determinano sul mercato una differenziazione dei
prodotti ottenuti con comportamenti pi rispettosi dell'ambiente rispetto a quelli fabbricati con
metodi pi inquinanti. E una situazione questa che pu portare agli operatori che offrono il primo
gruppo di prodotti dei significativi vantaggi concorrenziali: gli acquirenti preoccupati degli effetti
negativi sull'ambiente delle loro scelte di consumo possono essere disposti a pagare prezzi
relativamente pi elevati per contenere tali effetti o scegliere (esclusivamente o prevalentemente)
prodotti meno inquinanti. Le imprese, al fine di realizzare tali prezzi pi elevati o di occupare tali
nicchie, sono portate ad adottare, in piena razionalit economica, delle riorganizzazioni dell'attivit
produttiva o delle modifiche di prodotto che ne mitighino gli effetti negativi sull'ambiente.
Questa forma di convogliare lesigenza dei consumatori di tutela dell'ambiente in una forza di
mercato che condiziona il comportamento delle imprese risulta un approccio totalmente nuovo e
sostanzialmente differente da quelli precedentemente considerati. In conseguenza a ci le iniziative
che adottano il metodo di differenziare i prodotti meno inquinanti (o eco-segmentazione) possono
essere considerate a pieno titolo, uno strumento di tutela ambientale di terza generazione. Va da s
che leco-segmentazione presuppone lesistenza di quote significative di consumatori che siano

Analoghe osservazioni possono essere sviluppate anche a proposito di altre cause di inquinamento:
la dispersione del CFC nell'atmosfera pu essere contenuta sia introducendo delle norme che ne
regolamentino l'uso, sia facendo gravare un'imposta su chi causa tale dispersione. Questa problematica
pu, d'altra parte, essere abolita stimolando le imprese a produrre lacche o spray che non contengano
affatto tale prodotto.
E' un approccio, quindi, che affronta il problema dei rifiuti non solo nel momento in cui questi
debbono essere smaltiti, ma gi nella fase in cui i beni vengono prodotti e consumati. Ad esso consegue
una riorganizzazione delle attivit di produzione e di consumo in funzione anche degli effetti indotti
sull'ambiente, riorganizzazione che pu condurre ad una mitigazione degli impatti negativi
sullecosistema.
13
sensibili ai temi della tutela ambientale e disposti a modificare parzialmente il loro comportamento
d'acquisto se ci pu comportare una riduzione degli impatti ambientali negativi. Esistono tali quote
di mercato?
Un primo sintomo evidente della rilevanza di tali quote di mercato rappresentato, ad esempio,
dalla comparsa di pubblicit a carattere ambientale: diverse campagne promozionali nel settore dei
detersivi si sono imperniate in tutti i paesi avanzati su slogan e concetti quali "prodotto bio-
degradabile" o "privo di fosfati"; mentre, anche in Italia, alcune case automobilistiche hanno
sottolineato la maggior ecocompatibilit delle proprie vetture.
Inoltre, delle ricerche di mercato svolte negli ultimi anni in diversi paesi economicamente
sviluppati, hanno evidenziato come quote non marginali di consumatori sono disposte a pagare
prezzi relativamente pi elevati per disporre di beni di consumo ambientalmente pi innocui o di
beni alimentari ottenuti con tecniche biologiche o con tecniche che riducono l'impiego di prodotti
chimici di sintesi.
Ci che viene richiesto, d'altra parte, da tali consumatori una ragionevole sicurezza che i prodotti
che sono dichiarati come "ambientalmente pi compatibili" lo siano veramente e non siano solo
presentati come tali. Questa ragionevole sicurezza non pu, evidentemente, derivare esclusivamente
da una dichiarazione del produttore, ma deve trarre origine dall'attestazione di ecocompatibilit del
prodotto espressa:
a) da un ente o persona giuridica che, per le sue caratteristiche e funzioni, sia considerata al di sopra
delle parti;
b) al seguito di una procedura che risulti equa e chiara.
Sono due condizioni non semplici e, nella maggior parte delle esperienze successivamente
considerate, i soggetti che di preferenza vengono privilegiati sono, direttamente o indirettamente,
connessi allo Stato. Direttamente se lo Stato stesso che riserva ad una parte della pubblica
amministrazione il compito di gestire il programma, indirettamente se Esso delega un altro ente a
svolgere tale attivit riservandosi compiti di controllo.
A tali condizioni una funzione di riorientamento delle attivit aziendali viene svolta dai
consumatori che, preferendo un prodotto maggiormente eco-compatibile ad un altro, sollecitano le
imprese a considerare gli impatti sull'habitat dei loro piani di produzione. E', quindi, un meccanismo
di tutela dell'ambiente che sfrutta i meccanismi concorrenziali impliciti in un'economia di mercato
e, come tale, un meccanismo altamente incentivante. E', d'altra parte, un sistema relativamente poco
costoso sia perch non implica una capillare rete di controllo e di sanzionamento sia, soprattutto,
perch pu presentare una elevata capacit di autofinanziamento. Il fatto di comportare dei
significativi vantaggi concorrenziali ai produttori pu giustificare il pagamento da parte degli stessi
di un canone per accedere al progetto. Tale canone pu coprire in parte o del tutto i costi di
funzionamento del progetto e comportare cos, un esborso pi contenuto a carico dell'operatore
pubblico.
il sistema risponde, in secondo luogo, all'esigenza avvertita dai consumatori di agire
concretamente a favore dell'ambiente anche nelle attivit quotidiane, quali i comportamenti
d'acquisto. In conseguenza a ci ed all'essere connaturato ai meccanismi concorrenziali di una
un'economia di mercato pu risultare pi socialmente accettabile del metodo basato sul principio
dell'inquinatore-pagatore. Viene richiesta, d'altra parte, un'equilibrata mediazione tra i vari interessi
contrapposti, tale da permettere una differenziazione tra i prodotti maggiormente eco-compatibili e
gli altri che risulti chiara e convincente per i consumatori ed incentivante per i produttori. Infine,
tale operazione non applicabile alla totalit delle esigenze di tutela ambientale e non pu, ad
esempio, sostituirsi ad una regolamentazione diretta delle sostanze altamente tossiche o inquinanti.
In sintesi, l'eco-segmentazione del mercato uno strumento complementare di tutela
ambientale che, facendo leva sulla consapevolezza dei consumatori degli effetti ambientali dei
comportamenti di consumo e sulla loro disponibilit a modificarli, tende a sollecitare una
concorrenza tra i produttori ad offrire beni che comportino impatti pi contenuti sullecosistema. E',
14
in altri termini, un approccio di tutela ambientale che non pu escludere gli altri, ma pu presentare
una maggiore efficienza in casi e situazioni specifiche.



3. Impresa ed innovazione
3.1 Gli effetti della concorrenza tra imprese
Chiarito come possa essere inquadrato il tema delleffetto sullambiente delle attivit di produzione
e consumo nellanalisi economica, possiamo riprendere il filone principale di riflessioni sul
funzionamento di un sistema economico, ripartendo dalle conseguenze del criterio di
massimizzazione del profitto da parte delle imprese come criterio-guida delle loro scelte. In
particolare, si era osservato che le imprese scelgono la tecnologia in funzione della
massimizzazione del profitto. Cos, ad esempio, tra le tecnologie A e B della tabella 1, limpresa
sceglie la tecnologia B, producendo, ad esempio 12 pezzi che vende a 10 Euro ognuno e realizzando
un profitto di 25 euro (immagine 16).
Il medesimo principio del profitto come criterio di scelta si applica per spiegare lentrata (o luscita)
delle imprese in un settore produttivo: lesistenza nel settore in cui opera limpresa B di un profitto,
spinge altre imprese ad entrare nel medesimo settore, offrendo prodotti analoghi a quelli
commercializzati dallimpresa B.
Ma lingresso di un nuovo concorrente con un prodotto identico
14
(ed in assenza di interdipendenze
tra le decisioni dei concorrenti
15
) provoca diversi effetti. In primo luogo vengono offerte quantit
maggiori del bene finale. In secondo luogo vengono domandate maggiori quantit di input da
utilizzare nei processi produttivi.
Se, in terzo luogo, nel sistema nullaltro si modificato, le maggiori quantit di output potranno
essere totalmente vendute solamente ad un prezzo minore.
In quarto luogo la maggiore domanda di input pu provocare una variazione dei prezzi degli input
16
.
Considerando il caso in cui i prezzi degli input rimangono costanti, lingresso di un concorrente di
B, quale C (che adotta la medesima tecnologia di B), pu provocare una situazione quale quella
riassunta nella Tabella 6. Dalla stessa si osserva come il raddoppio della quantit
complessivamente offerta abbia provocato una diminuzione del prezzo del 10%, riducendo i profitti
dei due concorrenti a 13 Euro.

Tab. 6- Effetti dellingresso di un concorrente
Imprese Quantit di
output (n.)
Prezzo Ricavi Totali
( )
Costi totali
( )
Profitto
( )
B 12 9 108 95 13
C 12 9 108 95 13
Totali 24


14
Se il prodotto risultasse differenziato si passerebbe dal caso di un mercato di concorrenza perfetta a quello di
concorrenza monopolistica, al quale sono estendibili le conclusioni finali del ragionamento.
15
In tale caso si parla di mercato di oligopolio. In particolare, possono presentarsi due casi: nel primo le imprese
possono accordarsi per individuare particolari condizioni di equilibrio (come pu essere la costituzione di un cartello o
la realizzazione di una leadership di prezzo); nel secondo la collusione pu essere tacita (gioco non cooperativo
ripetuto). Ad essi non sono applicabili le conclusioni finali del ragionamento. Data la complessit del tema e la sua
irrilevanza nel ragionamento che si vuole sviluppare, largomento viene trascurato.
16
In unanalisi di lungo periodo vengono distinti tre casi. il settore a costi costanti, in cui non esistono n economie n
diseconomie di settore (o le stesse si equivalgono), il settore a costi crescenti (in cui prevalgono le diseconomie di
settore) ed il settore a costi decrescenti.
15
Quando si arresta tale processo? Solamente allorquando entrare nel settore e produrre o non entrare
nel settore e non produrre porta alle imprese il medesimo risultato. Dal momento che il risultato del
non produrre un profitto uguale a zero, si pu ipotizzare che lingresso di nuovi concorrenti si
arresta solamente quando anche i produttori che hanno adottato la tecnologia pi efficiente
realizzano un profitto nullo.
E, senza dubbio, questa unosservazione particolarmente interessante quella che il perseguire da
parte delle imprese il proprio profitto massimo porta, in un contesto concorrenziale, ad una
condizione in cui il profitto di ogni impresa diventa nullo.
Tale tema dello stato verso cui tende un sistema economico concorrenziale stato inquadrato per la
prima volta in maniera organica da Walras, con la nozione di equilibrio economico generale (EEG)

17
. Egli dimostr come, una volta date e non modificate le quantit delle risorse, le tecniche di
produzione e lorganizzazione dellindustria (da una parte) e le preferenze dei consumatori
(dallaltra), un sistema di scambi economici volontari tra soggetti (consumatori e produttori)
autointeressati e mutuamente disinteressati (ognuno pensa al proprio vantaggio), razionali (ognuno
persegue un comportamento massimizzante) e bene informati (ognuno dispone di tutte le
informazioni necessarie a compiere le proprie scelte) non porta ad una condizione di caos, ma ad
una condizione di ordine economico. In altre parole la libera interazione degli individui sul mercato
determina, in maniera del tutto non intenzionale, degli ordinati rapporti di scambio. Tali rapporti, in
secondo luogo, determinano una condizione efficiente e mutuamente benefica, caratterizzata da
quattro condizioni (immagine 17):

a) le quantit domandate ed offerte dei diversi beni si eguagliano (quindi non vi sono scorte
produttive non vendute);
b) tali quantit di beni prodotti sono ottenuti con tecnologie efficienti;
c) i profitti ottenuti dalle diverse imprese sono nulli;

17
La nozione di equilibrio economico generale costituisce il principale contributo alla teoria economica di L. Walras
(1834-1910). Il modello di Walras si articola in tanti mercati quante sono le merci scambiate, siano esse beni prodotti o
fattori di produzione. In ognuno di tali mercati si pongono tre tipi di equazioni: una di domanda, una di offerta ed una di
equilibrio. Nel caso dei beni prodotti il numero delle equazioni di domanda pari al numero dei consumatori e quelle di
offerta a quello delle imprese che producono tale bene, mentre nel caso dei fattori di produzione il numero delle
equazioni di offerta uguale al numero dei proprietari di tali fattori e quello delle funzioni di domanda uguale al
numero di imprese attive, moltiplicato per il numero di beni che ognuna di esse produce. Ogni equazione di produzione
definita per un profitto nullo, ovvero in modo tale che il prezzo di ogni prodotto sia uguale al suo costo di produzione.
I costi di produzione dipendono dalla tecnica in uso (rappresentata dai coefficienti di fabbricazione, che quantificano il
rapporto con cui ogni input si combina con loutput) e dal prezzo degli input. Vengono poste delle equazioni di
capitalizzazione, in cui il valore dacquisto dei diversi beni capitali sia uguale al loro reddito netto, scontato ad un unico
saggio di interesse corrente. Infine viene posta unequazione che determina il saggio dinteresse a partire dalla funzione
di domanda ed offerta di beni capitali nuovi. Condizione necessaria affinch tale sistema ammetta una soluzione che il
numero delle incognite sia pari a quello delle equazioni. Ma tale condizione non sufficiente: un sistema di equazioni
cos caratterizzato pu ammettere soluzioni prive di significato economico (nel caso in cui si risolva per uno o pi prezzi
ed una o pi quantit a valore negativo) o non pu avere alcuna soluzione o, allopposto averne pi di una ed, al limite,
infinite. Si pone, in altri termini, la necessit di dimostrare lesistenza, lunicit e la stabilit dellequilibrio, cui Walras
non riusc a fornire una dimostrazione rigorosa Bisogna arrivare alla met del XX secolo, quando (1952, in un
seminario e nel 1954, in una pubblicazione) K. Arrow e G. Debreu fornirono la prima dimostrazione di ampia portata
dellesistenza di una soluzione nel caso di concorrenza perfetta (sia nei mercati delle merci che dei fattori) e di assenza
di economie di scala.
Modelli successivi hanno esteso la validit della dimostrazione anche oltre le limitate assunzioni dal teorema di Arrow-
Debreu, esplorando le conseguenze dellesistenza di economie di grande scala, limportanza della conoscenza, il ruolo
del learning by doing , la diffusione della concorrenza monopolistica, le problematiche connesse alle difficolt di
coordinamento tra operatori diversi e la contrapposizione tra esigenze tra crescita di lungo periodo ed efficienza statica.
Tali contributi hanno allargato notevolmente la comprensione del funzionamento di uneconomia nellottica di un
processo di sviluppo. Date le conseguenze normative (ovvero di indicazioni di politica economica) ricavabili dalla
dimostrazione di tale equilibrio, tali temi sono stati e continuano ad essere dibattuti, approfondendone la comprensione
del significato.
16
d) i consumatori, date le risorse a loro disposizione, massimizzano la propria utilit.

Di tali conclusioni sono particolarmente interessanti per il nostro ragionamento due:
a) che i consumatori massimizzino la propria utilit;
b) che le imprese realizzino esclusivamente profitti nulli.
Prese nel loro insieme tali conclusioni delineano il sistema economico come un meccanismo in cui
il beneficiario fondamentale il consumatore (che massimizza il proprio obiettivo), rispetto il quale
limprenditore svolge esclusivamente un puro ruolo di coordinatore del processo produttivo. Nella
parte dedicata alle scelte sociali cercheremo di analizzare come si sia evoluta tale nozione di
equilibrio che massimizza lutilit del consumatore e cosa si possa intendere per utilit del
consumatore, mentre di seguito, prendiamo in considerazione cosa possono fare le imprese per
uscire da tale condizioni di profitti nulli.

3.2 Ricerca ed innovazione
Il problema stato analizzato, con un contributo culturale particolarmente innovativo,
dalleconomista austriaco Schumpeter (1883-1950). Egli parte dallo stato di equilibrio generale
walrasiano, come uno stato definito di flusso circolare
18
, in cui nessun operatore spinto a
modificare il proprio comportamento (e quindi portato a ripeterlo sempre uguale) fino a che le
condizioni di una o pi delle categorie di fattori influenti citati si modifichi. Quali possono essere
le cause di uscita da tale stato di equilibrio? Possono essere dei fattori esterni (ad esempio, una
guerra) e dei fattori interni, quali cambiamenti dei gusti dei consumatori, cambiamenti della
qualit e quantit delle risorse e cambiamenti nei metodi di offerta dei prodotti. Tra i tre
particolarmente significativo, per Schumpeter, lultimo, inteso in senso lato come modo di fare le
cose diversamente. Tale modo di fare le cose diversamente include molteplici aspetti: il produrre le
medesime cose a costi minori, lo sfruttare un nuovo mercato, limpiegare un nuovo metodo
organizzativo, lo sfruttare nuove risorse, il produrre ed offrire beni diversi. Ognuno di tali aspetti
costituisce uninnovazione. Il suo effetto pi rilevante quello di rompere uno stato stazionario:
limpresa che per prima ha introdotto linnovazione riesce a realizzare dei profitti straordinari. Ad
esempio, se introduce una tecnologia che abbassa i costi di produzione, pu realizzare, a parit di
prezzo, un profitto positivo, mentre le altre imprese realizzano un profitto nullo.
Ma tale stato di cose porta unevoluzione nellintero sistema economico: altre imprese imitatrici
adotteranno la medesima innovazione, mentre altre pi conservatrici (o impossibilitate)
conserveranno tecnologie tradizionali. La diffusione ad altri imitatori dellinnovazione comporter
una nuova concorrenza in termini di prezzo. Le imprese pi conservatrici non potranno reggere tale
concorrenza e verranno espulse dal mercato. Daltra parte, le riduzioni di prezzo porteranno ad una
graduale scomparsa dei profitti realizzati dallinnovatore e dai suoi imitatori, per cui, gradualmente,
leffetto positivo sui profitti del cambiamento della tecnologia verr assorbito e si tender ad un
nuovo stato stazionario in cui le imprese non realizzano n profitti n perdite. I vantaggi
temporanei in termini di profitto andranno a favore dellinnovatore. Ma la societ, nel suo
complesso, godr di effetti positivi permanenti sotto forma di riduzione dei prezzi o di aumento
della gamma dei beni disponibili.
Lintero processo innescato dallinnovazione, alla stregua di una divinit induista, svolge
una funzione di distruzione creatrice, che, da una parte porta alla scomparsa delle imprese
obsolete e dallaltra crea nuove opportunit. Esso determina un ciclo economico che passa
attraverso una fase di sviluppo durante la quale la realizzazione di nuovi beni di investimento idonei
ad incorporare linnovazione traina laumento di produzione di tutte le industrie, che, con un effetto
ad onda, porta ad aumentare limpiego di risorse e la domanda di beni di consumo. Crescono anche

18
Tale impostazione, analoga a quella di Clark, reinterpreta il modello walrasiano di equilibrio economico generale
come un modello di equilibrio stazionario. Schumpeter J.A. Il processo capitalistico, Torino, Boringhieri, 1979
17
i prezzi ed i profitti. Si creano anche le condizioni per lavvio di operazioni dettate dal percepire
come permanente tale ondata di prosperit: crescono i crediti al consumo richiesti da famiglie con
previsioni di sempre elevati livelli di reddito; aumentano gli investimenti delle imprese in
previsione di un livello sempre alto di domanda di beni.
Ma tali previsioni si scontrano il graduale riassorbimento dei profitti temporanei conseguente alla
sterilizzazione degli effetti dellinnovazione. Per ci il boom si trasforma, gradualmente, in
recessione e depressione, caratterizzate da crediti non esigibili e fallimenti (anche di imprese, solide
da un punto di vista produttivo, ma prive di supporto finanziario), riduzione della domanda di beni
di consumo e contrazione degli investimenti. Anche tale fase depressiva tende, comunque, ad essere
riassorbita ed il sistema ritorna verso il suo equilibrio di flusso circolare. Da tale punto di vista,
quindi, il passaggio da uno stato stazionario a quello successivo attivato dal processo innovativo
(che costituisce il profilo dellevoluzione delleconomia), avviene attraverso un andamento ciclico,
che comprende sia un fase di espansione che di recessione. Tale processo innovativo si pu
realizzare, con tempi diversi, in settori diversi delleconomia, e, quindi, la sovrapposizione di cicli
diversi si riflette in maniera difforme sugli aggregati macroeconomici. Cosi ad esempio, la
recessione conseguente allesaurimento del boom di un settore pu smorzare leffetto espansivo
dellavvio di un nuovo ciclo innovativo, allopposto la concomitanza temporale di due cicli diversi
pu magnificare leffetto complessivo. Inoltre un processo innovativo pu predisporre le condizioni
per lavvio di altri appartenenti alla medesima famiglia. Cos, in termini generali, lintera
rivoluzione industriale pu essere letta come una serie di cicli sovrapposti.
La costruzione di Schumpeter, anche se non sempre analiticamente convincente, delinea un
quadro complessivamente diverso ed estremamente stimolante del processo capitalistico, del quale
linnovazione costituisce il motore fondamentale. Rende atto di un fatto inconfutabile: le grandi
ricchezze (non ultima quella di Bill Gates!) sono il frutto della fortunata introduzione nel mercato di
grandi innovazioni, da parte di grandi innovatori. Essi non sono riconducibili alla classe economica
dei capitalisti, perch molto spesso, non posseggono i capitali per introdurre linnovazione, ma sono
coloro che innescano grandi processi trasformazione, indipendentemente dalla loro provenienza
sociale: sono gli imprenditori.
Una seconda riflessione che vorrei fare relativa allinnovazione. Essa la traduzione in
pratica produttiva di una o molte invenzioni. Ad esempio, il grande ciclo espansivo indotto dalla
meccanizzazione di massa la traduzione in pratica produttiva di molte invenzioni primarie ed
indotte: il motore a scoppio, la generazione di elettricit, la lavorazione dei combustibili fossili, ecc.
che diventano pratica produttiva fortemente innovativa con lintroduzione di una nuova concezione
dellorganizzazione del processo produttivo di tipo tayloristico.
Tale traduzione richiede due componenti: le invenzioni stesse la capacit di vedere le cose
diversamente. Le invenzioni, a loro volta, richiedono un costante accumulo di know-how attraverso
la ricerca di base ed applicativa. La capacit di vedere le cose diversamente richiede uneducazione
a progettare in modo diverso le cose. in sintesi, linnovazione il portato della ricerca e
delleducazione. Entrambi sono fattori immateriali, ma da tali fattori immateriali vengono a
dipendere le sorti del benessere materiale. Produrre tali fattori immateriali significa produrre la
futura ricchezza di un paese.

3.3 Cicli economici ed intervento dello Stato
Una terza riflessione relativa allesigenza di stemperare gli effetti estremi dei cicli
economici: una fase recessiva fortemente accentuata genera situazioni sociali difficilmente
sostenibili quali fallimenti di imprese su ampia scala, forti tensioni nel sistema creditizio, crollo
degli investimenti, disoccupazione diffusa. Analogamente una fase espansiva eccessivamente
sostenuta genera aspettative irrealistiche di crescita del reddito e della capacit di spesa, la cui
infondatezza viene scontata in una accentuazione della fase di recessione. Un episodio storico
particolarmente evidente fu la grande depressione che interess tutti i paesi avanzati negli anni 30
18
del secolo XX e fu caratterizzata, particolarmente nelleconomia americana, da un crollo dei redditi
e dei consumi, dei tassi di interesse, da una caduta dei prezzi e da unesplosione dei tassi di
disoccupazione. (immagine18)

Tab. 7-Indicatori macroeconomici delleconomia americana nel decennio 1930-40

Anno Tasso di
disoccupazione
PIL reale Consumi Investimenti Spesa pubblica
1929 3,2 203,6 139,6 40,4 22
1930 8,9 183,5 130,4 27,4 24,3
1931 16,3 169,5 126,1 16,8 25,4
1932 24,1 144,2 114,8 4,7 24,2
1933 25,2 141,5 112,8 5,3 23,3
1934 22 154,3 118,1 9,4 26,6
1935 20,3 169,5 125,5 18 27
1936 17 193,2 138,4 24 31,8
1937 14,3 203,2 143,1 29,9 30,8
1938 19,1 192,9 140,2 17 33,9
1939 17,2 209,4 148,2 24,7 35,2
1940 14,6 227,2 155,7 33 36,4
Anno Tasso d'interesse
nominale
Offerta di
moneta
Livello dei
prezzi
Inflazione Saldi monetari
reali
1929 5,9 26,6 50,6 52,6
1930 3,6 25,8 49,3 -2,6 52,3
1931 2,6 1 44,8 -10,1 54,5
1932 2,7 21,1 40,2 -9,3 52,5
1933 1,7 19,9 39,3 -2,2 50,7
1934 1 21,9 42,2 7,4 51,8
1935 0,8 25,9 42,6 0,9 60,8
1936 0,8 29,6 42,7 0,2 62,9
1937 0,9 30,9 44,5 4,2 69,5
1938 0,8 30,5 43,9 -1,3 69,5
1939 0,6 34,2 43,2 -1,6 79,1
1940 0,6 39,7 43,9 1,6 90,3


Dopo oltre settanta anni da tale drammatica recessione gli economisti continuano a discutere sulle
sue cause (o concause), individuando una molteplicit di ragioni:
a) il crollo della Borsa del 1929 (il tristemente celebre venerd nero), avendo ridotto la
ricchezza ed aumentato lincertezza sulle prospettive delleconomia, avrebbe spinto i
consumatori a spendere meno ed a risparmiare quote maggiori del reddito, riducendo la
domanda aggregata;
b) lesplosione degli investimenti immobiliari del decennio precedente, con in eccesso di
costruzioni, avrebbe generato un crollo della domanda di tale tipo di investimento;
c) una volta avviata la recessione, molte banche, anche a causa di una legislazione bancaria
inadeguata, sarebbero fallite, esasperando la caduta della spesa per gli investimenti;
d) la diminuzione attesa dei prezzi avrebbe portato a ridurre la propensione allindebitamento,
riducendo la domanda (di beni di consumo e di investimento) finanziata mediante tale
indebitamento;
e) una politica finanziaria dello Stato, orientata al pareggio del bilancio, avrebbe aumentato la
pressione fiscale (e, indirettamente, ridotto la spesa) e diminuito la spesa pubblica.
19
f) La contrazione della base monetaria avrebbe aumentato la propensione alla
tesaurizzazione della liquidit, incentivando le componenti depressive.
Indipendentemente dalla completa omogeneit della individuazione delle cause della grande
depressione, lesperienza vissuta in quegli anni sugger una serie di indicazioni largamente accolte
nella gestione del ciclo economico.
Le prime sono relative alla regolamentazione del sistema bancario e si sono concretizzate in norme
che tendono a contenere i rischi di fallimenti epidemici nel sistema bancario stesso.
Le seconde sono relative il ruolo delloperatore pubblico, lo Stato. Esso non deve fornire
esclusivamente un quadro di certezze giuridiche allinterno del quale il mercato si autorevoli
liberamente, ma pu intervenire attivamente nel sistema economico per influenzare le dimensioni
del ciclo economico mediante due tipi di strumenti principali:
a) la leva fiscale (ovvero linsieme delle imposte che applica agli operatori economici, dei
trasferimenti che attua a loro favore e della domanda che esercita autonomamente di beni e
servizi);
b) la leva monetaria (ovvero il governo della massa di mezzi di pagamento ed i tassi di
interesse applicati dal sistema creditizio).
Alla luce delle valutazioni di tale esperienza storica, il nostro modello esplicativo pu essere rivisto
(immagine 19) inserendo la presenza delloperatore economico Stato.


4. Scelte sociali ed etica economica

Esaurita lanalisi del ruolo che linnovazione riveste nelleconomia di mercato (come causa di avvio
di cicli economici) e le implicazioni connesse ai cicli stessi, possibili riprendere il tema delle
caratteristiche dellequilibrio cui tende il sistema economico. Come avevamo visto in precedenza,
nella visione di Schumpeter, i cicli economici, attraverso fasi di espansione e recessione, spostano il
sistema economico da uno stato di equilibrio stazionario allaltro. Tale stati di equilibrio, secondo
Walras, sono caratterizzati dal fatto che i beneficiari ultimi siano i consumatori, che, date le risorse
a loro disposizione, massimizzano il loro benessere. E questa una dimostrazione particolarmente
rilevante, perch implichi che il libero gioco di mercato sia la via maestra per realizzare le migliori
condizioni possibili. A questo punto
19
opportuno considerare pi da vicino cosa si intenda per
benessere del consumatore quale effetto ultimo delle attivit economiche.
Su tale tema, centrale nellanalisi economica
20
, la riflessione estremamente articolata e pu
essere classificata, non senza forzature, in tre posizioni fondamentali (immagine 20):
a) le teorie dellutilit (o consequenzialiste)
b) le teorie dei beni principali (o deontologiche)
c) la teoria delle libert sostanziali.

4.1 Le teorie utilitaristiche
Allinterno delle teorie dellutilit possibile distinguere due approcci fondamentali: la versione
classica dellutilitarismo e lutilitarismo moderno (o welfarismo).
La versione classica dellutilitarismo indissolubilmente associata a J. Bentham (1748-1838), che
definisce lutilit di unazione (o di una classe di azioni) in funzione delle sue conseguenze in
termini di felicit
21
. La felicit , quindi, interpretabile come uno stato mentale
22
e la bont di

19
Dellaspetto che Walras non pervenne mai ad una dimostrazione rigorosa e generale di tale equilibrio e dellampio
filone di studio che si apr in tale direzione a partire dagli anni 50 del XX secolo, si gi detto in precedenza.
20
Date le valenze generali di tale riflessione, essa si estende anche ad approcci di ricerca diversi, includendo riflessioni
di natura etica, sociologica e politica.
21
Bentham J. Introduzione ai principi della morale e della legislazione (ed. italiana a cura di E. Lecaldano), Torino,
Utet, 1998, pg. 92.
20
unazione dipende dal conseguimento di tale stato mentale. E un principio autoreferenziale, che si
fonda non su una sua deduzione da altro, ma sullimpossibilit di confutazione
23
. Tale approccio,
fortemente innovativo nel contesto illuminista (e post-illuminista) in cui fu proposto, ebbe un forte
impatto sulla cultura anglosassone e molto minore su quella italiana
24
.
I suoi caratteri distintivi possono essere sintetizzati in tre affermazioni. La prima quella del
consequenzialismo , ovvero la tesi che tutte le scelte (unazione, una regola, unistituzione)
vanno giudicata non in base ai principi cui si ispirano, ma alle loro conseguenze. Il secondo aspetto
e quello del welfarismo, ovvero che le conseguenze vanno valutate in termini di felicit. Il terzo e
quello della classifica per somma (sum-ranking), ovvero del considerare gli effetti di felicit ed
infelicit di tutti, di sommarli e di giudicare le alternative sulla base del valore totale dellutilit. In
tale ottica, unazione pu essere definita ingiusta, rispetto le sue alternative, se porta al
conseguimento di unutilit aggregata inferiore a quella possibile in un altro stato di fatto.
E una posizione interessante perch pone molto apertamente il problema degli effetti come
criterio di giudizio delle azioni e, dallaltra, i temi della felicit e della distribuzione della felicit,
come fine dellagire economico Essa non scevra, comunque, da osservazioni critiche. La prima
connessa allampiezza delle conseguenze considerate. In particolare, vanno incluse anche le
conseguenze non previste o non volute? La seconda rappresentata dal non assegnare
unimportanza primaria ad esigenze quali diritti primari o libert e dal considerarle esclusivamente
nella misura in cui influiscono sullutilit. La terza quella dellindifferenza per la distribuzione
della felicit: una situazione che comporta una felicit complessiva pi elevata, ma anche una
distribuzione pi iniqua della stessa preferibile ad unaltra di minore felicit complessiva, ma di
distribuzione pi equa della stessa.
25
La quarta quella di non stabilit della condizione di felicit,
essendo la stessa modificabile sulla base del condizionamento mentale e della disponibilit
alladattamento, per cui un individuo cui la situazione di fatto assegna ben poca felicit pu essere
condizionato ad accettare tale stato e ad adattarvisi. Ultimo, ma particolarmente importante aspetto
critico lassenza di significato di un confronto interpersonale della felicit, dal momento che
non esiste un denominatore comune dei sentimenti scientificamente accettabile.
Tale misconoscimento di uno statuto scientifico
26
al confronto interpersonale dellutilit,
apr la strada a quello che possiamo chiamare una visione moderna dellutilitarismo, secondo la
quale coerente con un approccio positivista limpiego, al posto dellutilit, della rappresentazione
delle preferenze individuali: accettando un principio di coerenza individuale tra utilit attesa e

22
La medesima nozione di utilt come felicit, piacere o, talvolta, realizzazione di desideri stata impiegata anche da
economisti quali J. S. Mill, W. S. Jevons, H. Sidgwick, F. Edgenworth, A. Marshall, A.C. Pigou, e D. Robertson.
23
e stato mai formalmente contestata la correttezza di tale principio? () E esso suscettibile di una prova diretta?
Sembrerebbe di no, poich tutto ci che viene usato per provare tutto il resto non pu essere provato. [Bentham J.
Introduzione ai principi della morale e della legislazione (ed. italiana a cura di E. Lecaldano), Torino, Utet, 1998, pg.
13].
24
Spesso lutilitarismo viene confuso con dottrine basate sulledonismo (per il quale il bene coincide con il piacere) o
con legoismo psicologico ( per il quale gli esseri umani preferiscono di fatto il proprio allaltrui bene). Cfr.
Utilitarismo, in Enciclopedia Garzanti di filosofia, (a cura di G. Vattimo), Milano, Garzanti, 1993, pgg. 1179-1180
25
Anche a tale proposito si consideri come Bentham ben conscio del problema, oscill nella definizione del proprio
principio tra principio della massima felicit e quello di principio della massima felicit e del maggior numero, che
compare in una fase elaborativi intermedia, ed include anche unattenzione per la distribuzione dellutilit.
26
Il passaggio da una visione dellutilit cardinale (o benthamiana) ad unutilit di tipo ordinale (o paretiana) si realizzo
nel corso degli anni 30, ad opera soprattutto di L. Robbins, che attu una profonda revisione concettuale e ed
epistemologica e fu il risultato dellassimilazione delle prescrizioni scientifiche di segno positivista sistematizzate dal
cosiddetto circolo di Vienna. In particolare, la osservabilit assunse anche in campo economico una posizione
centrale nel demarcare il confine tra scienza e discorso non scientifico e la avalutabilit (o neutralit rispetto i giudizi di
valore) come confine tra la scienza e letica. Rispetto il primo criterio le preferenze individuali apparvero
epistemologicamente pi sicure di gradi di benessere e la nozione di ofelimit pi neutrale rispetto quella di
utilit.
21
scelte alternative, se un individuo preferisce la scelta A alla scelta B fondato ipotizzare che associa
alla scelta A unutilit superiore a quella che associa alla scelta B.
Indicando con P la relazione di preferibilit, se si osserva che A P B corretto inferire che
lutilit associata alla scelta A maggiore a quella associata alla scelta B.
Formalmente:
A P B U
A
>U
B
.
Dove:
A= prima alternativa di scelta
B= seconda alternativa di scelta
U
A
= utilit associata alla prima alternativa di scelta
U
B
= utilit associata alla seconda alternativa di scelta
P= relazione di preferibilit (il termine a sinistra dello stesso preferito a quello a destra).

Cos, posti pi panieri (o combinazioni) di beni alternativi, gli stessi sono confrontabili due a due in
termini di relazioni di preferenza (P) ed indifferenza (I): tra i due panieri uno pu essere
preferito allaltro o possono essere preferiti nella medesima maniera, ovvero sono indifferenti.
Attribuendo indici arbitrari, ma crescenti, alle combinazioni di beni maggiormente preferiti
possibile parlare di scelte che massimizzano lofelimit
27
(e quindi di comportamento razionale del
consumatore) senza affrontare il problema di una definizione misurabile della felicit benthamiana
(o utilit). In particolare tale massimizzazione viene posta in termini di scelte in una sequenza
ordinale (vengono preferiti i panieri che si posizionano prima degli altri nella graduatoria di
preferibilit e cui associabile un indice arbitrario maggiore), al posto di una massimizzazione in
termini di quantit di utilit (che prevede il consumo preferenziale di beni cui associato un valore
di utilit maggiore in termini di cardinali). A questo punto del tutto superfluo porsi il problema di
indagare sulla natura dellutilit ed indagare, piuttosto, su fatti empiricamente rilevabili, quali le
preferenze individuali.
Un esempio pu risultare chiarificatore (immagine 21). Siano A, B, C e D i panieri alternativi e si
osservino tra le coppie degli stessi le seguenti relazioni:
B P A A I C C P D

Poste le propriet di riflessivit, simmetria e transitivit per tali relazioni e lipotesi di staticit delle
preferenze
28
possibile costituire il seguente ordinamento (immagine 22):
Tab. 8- Ordine di preferibilit ed indici di ofelimit

27
Determinante nel cambiamento della nozione di utilit fu il contributo di Pareto (un economista italiano che successe
a Walras nellinsegnamento a Losanna), che coni, alla fine del secolo XIX la nozione di ofelimit (dal greco
beneficio), per denotare lattribuzione di una cosa in grado di soddisfare un bisogno o un desiderio, legittimo o
meno. La ragione adottata da Pareto per motivare tale innovazione terminologica fu di tener distinta la propriet delle
cose desiderate da un individuo (lofelimit) dalla propriet delle cose che sono benefiche per lumanit (lutilit). Cos,
ad esempio, un arma appartiene alla prima categoria, ma non alla seconda, mentre la luce e laria sono utili, ma non
desiderate.
28
Propriet di riflessivit: se X=Y allora XIY.
Propriet di simmetria: se XIY, allora YIX.
Propriet di transitivit:
se XIY e YIZ, allora XIZ;
se XIY e YPZ, allora XPZ;
se XPY e YPZ, allora XPZ;
se XPY e YIZ, allora XPZ;
Staticit delle preferenze: la sequenza temporale di confronto non modifica le relazioni di preferenza ed indipendenza
nei confronti tra panieri.
22
Ordine di preferibilit Paniere Indice (arbitrario) di ofelimit
I B 10
II A, C 8
III D 7

Il sostituire una nozione di difficile accettazione in unottica positivista, quale quella di utilit, con
unaltra empiricamente riscontrabile, quale quella di ofelimit, apr lo spazio concettuale per una
ricostruzione del concetto di massimo benessere sociale. Esso si basa sulla nozione di Pareto (1894)

di ottimo sociale, inteso come unallocazione (o ripartizione) che non possibile modificare per
aumentare il benessere di una persona, fermo restando il benessere di tutte le altre. Cos, posti due
stati, quale X ed Y, X uno stato sociale pareto-superiore ad Y se e solo se vi in X almeno un
individuo che sta meglio che in Y, senza che nessun altro individuo stia peggio in X che in Y.
A questo punto importante chiedersi che relazione esiste tra una condizione di equilibrio
walrasiano ed uno stato di ottimalit paretiana. Diversi autori, a partire dagli anni 30
29

approfondirono tale branca di ricerca, ma bisogna attendere gli anni 50 per disporre di una
trattazione rigorosa di tale relazione. Esiste un importante teorema
30
che individua, in assenza di
una serie di imperfezioni
31
, una corrispondenza biunivoca tra equilibrio walrasiano e condizione di
ottimalit paretiana
32
.
Con ci si rende possibile sostituire dei tre principi fondamentali della filosofia utilitarista
(consequenzialismo, welfarismo ed ordinamento per somma) il terzo con il criterio di ottimalit
paretiano. In particolare, una scelta preferibile ad unaltra se essa precede la seconda
nellordinamento di preferenza della collettivit.
A tale proposito si configura il problema della relazione tra stato di equilibrio e preferibilit
sociale. Esso presenta due aspetti. Il primo relativo la relazione tra efficienza ed equit dello stato
di equilibrio. Il teorema di Arrow e Debreu dimostra che lequilibrio di mercato attraverso la

29
A. Bergson (1937-38), Hicks (1939), Kaldor (1939), Lange (1942), Lerner (1944).
30
E definito teorema di Arrow e Debreu, dal nome degli economisti che dimostrarono, indipendentemente luno
dallaltro, nel 1951 per la prima volta in maniera rigorosa un risultato globale dellequilibrio walrasiano.
31
Nella valutazione del mercato va tenuto conto di una serie di condizioni. La prima la forma stessa del mercato: se
esso sia riconducibile ad un modello di concorrenza perfetta, oppure a modelli diversi (monopolio, concorrenza
monopolistica e la classe delle forme oligopolistiche). In secondo luogo va considerata la stabilit dei mercati e la
possibilit del venir meno degli stessi. Inoltre, non vanno trascurate le condizioni di fatto, quali la presenza o assenza di
economie di scala, la presenza e la distribuzione simmetrica o asimmetrica delle informazioni, che possono aumentare
limperfezione del mercato. Non ultima va considerata la commerciabilit di una serie di beni e servizi (quali quelli
ambientali di cui si parlato in precedenza).
32
Gli autori dimostrano che:
a) a) a) un equilibrio competitivo non dominato, in senso paretiano, da nessuna allocazione
socialmente fattibile;
b) b) b) data unallocazione ottimale in senso paretiano, sempre possibile, sotto certe condizioni,
trovare un modo di distribuzione iniziale delle risorse tra gli individui tale che lallocazione di equilibrio
walrasiano relativa a quella distribuzione coincida con lallocazione ottimale data.
La prima asserzione discende dalla dimostrazione che un equilibrio generale della produzione e dello scambio gode di
tre propriet:
a) a) a) efficiente nellallocazione delle risorse produttive fra le imprese
b) b) b) efficiente nella distribuzione delle merci prodotte tra i consumatori
c) c) c) efficiente nella composizione del prodotto finale, vale a dire che la composizione delle
merci prodotte corrisponde pienamente alla struttura di preferenza dei consumatori.
Esse, nel loro insieme, dimostrano che un meccanismo perfettamente concorrenziale non spreca risorse ( non-
wasteful). A tali caratteristiche, in una condizione di equilibrio, il prezzo di un bene, nei termini del prezzo di un altro
bene, risulta eguale contemporaneamente al saggio marginale di trasformazione nella produzione ed al saggio marginale
di sostituzione nei consumatori. In altri termini, il prezzo risulta definito come il valore comune di un rapporto di
equivalenza tecnologica e di unequivalenza psicologica.
La seconda asserzione assicura che il meccanismo di mercato neutrale (unbiased): mediante una qualsivoglia
distribuzione iniziale delle risorse possibile ottenenere qualsiasi ottimo paretiano come equilibrio competitivo.
23
contrattazione competitiva efficiente ad ottenere un equilibrio pareto-ottimale, indipendentemente
da quale sia la distribuzione ottimale delle risorse. Ma tale equilibrio pu essere giudicato non equo
e pu essere modificato attraverso una redistribuzione diversa delle risorse iniziali. Ci significa
ammettere che efficienza ed equit sono due prerogative diverse
33
ed il mercato pu garantire
soltanto la prima, mentre si apre uno spazio per lintervento dello Stato per conseguire equilibri
distributivi che la collettivit pu giudicare pi equi.
Il secondo connesso alla possibilit che la procedura di individuazione della condizioni
maggiormente preferibile possa portare a risultati contraddittori: quanto dimostra il teorema di
Arrow dellimpossibilit di aggregazione. Esso, in particolare, evidenzia come un meccanismo
decisionale basato sullordinamento delle preferenze individuali ed attuato mediante una scelta a
maggioranza possa portare a soluzioni contraddittorie. Consideriamolo nella sua versione
semplificata, che riprende il paradosso del voto, che molto preoccup alcuni matematici del
Settecento francese, quali Condorcet e de Borda.
Sia la collettivit composta da tre individui, 1, 2 ,3 e siano X, Y, X le alternative di scelta e si
osservino i seguenti ordini di preferibilit:

Tab. 9- Impossibilit di aggregazione delle preferenze individuali
Individui Ordine di preferibilit
1 XPY, YPZ
2 YPZ, ZPX
3 ZPX , XPY

Sulla base di una simile distribuzione degli ordinamenti individuali si perviene a risultati
contradditori: X in maggioranza rispetto Y (perch preferito dagli individui 1 e 3), che in
maggioranza rispetto Z (perch preferito dagli individui 1 e 2), che, a sua volta, in maggioranza
rispetto X (perch preferito dagli individui 2 e 3). Un ordinamento di preferenze risulta, quindi,
inadeguato a costituire la base per la scelta della soluzione preferibile nel caso venga adottata una
procedura di decisione a maggioranza.

4.2 Le teorie deontologiche
Ma le teorie utilitaristica stata critica per le soluzioni che fornisce ai temi della preferibilit
sociale tra stati alternativi, anche su basi diverse da approcci etici alternativi. Un filone importante e
quello delle teorie definite etiche deontologiche
34
o assolutiste perch sostengono (riprendendo una
visione kantiana) la necessit di vincoli di coerenza a principi, per ogni sistema di etica normativa.
Le obiezioni che formulano ad un approccio etico utilitarista ruotano intorno ai seguenti argomenti:
a) i criteri utilitaristi che negano il problema della giustizia distributiva sono inaccettabili;
b) i diritti della persona non sono riducibili a dei puri strumenti per ottenere la felicit;
c) i mezzi cattivi non sono accettabili per ottenere fini buoni;
d) gli atti buoni, ma non dovuti, non sono riducibili allobbligatoriet.
Si consideri brevemente ognuna di tali osservazioni, a cominciare dallimportanza assegnata alla
giustizia distributiva, considerando un breve esempio numerico. Si visto (teorema di Arrow e
Debreu) come la condizione di equilibrio di un meccanismo di mercato corrisponde ad uno stato di
ottimo paretiano. Ma ci, data la distribuzione iniziale delle risorse. Posto, ad esempio, un mercato
formato da due individui, che possiedono complessivamente 100 unit di risorse, la condizione di
concorrenzialit porter ad una condizione di ottimo sia che A possieda 99 unit di risorse (e B
quella residua), sia che entrambi ne possiedano 50. Evidentemente, la quantit di benessere dei due

33
Largomento approfondito nel paragrafo successivo, cui si rimanda.
34
E curioso osservare come il termine deontologia, coniato da Bentham, sia finito, in una delle sue accezioni, a
connotare approcci alle scelte sociali che si contrappongono al suo.
24
soggetti sar molto diversa nei due casi: nel primo caso A consumer molto pi di B, mente nel
secondo, il consumo risulter pi equamente distribuito. Il problema, a questo, punto si sposta dal
tema dellefficienza al tema della distribuzione iniziale delle risorse: modificando la dotazione
iniziale si perviene ad un'altra condizione di equilibrio. Quale delle due preferibile?
In termini pi generali, la societ si configura come un sistema complesso in cui accade,
simultaneamente, di avere uguali diritti, ma diseguali ricchezze: le persone, allo stesso tempo, fanno
parte di un tessuto sociale in cui sono riconosciute come uguali (una testa un voto) ed in cui a
differenti disponibilit di risorse corrispondono differenti gradi di benessere. Le tensioni pi comuni
sono quelle fra cittadinanza e diritti di propriet, fra lavere uguali libert di fare o possedere
qualcosa e differenti capacit di base per fare o possedere qualcosa. Democrazia economica e
democrazia politica non possono divergere troppo a lungo: ci metterebbe a rischio i fondamenti
stessi del sistema di mercato. Tenere separati obiettivi allocativi e redistributivi non gioca n
allefficienza, n allequit. Ne consegue che il problema si configura non pi in termini di
efficienza, ma di giustizia distributiva
35
.
Per quanto riguarda lirriducibilit dei diritti a strumenti per ottenere la felicit, un
contributo particolarmente importante quello di J. Rawls
36
. Egli sottolinea una visione pi ampia
delle risorse di cui gli uomini hanno bisogno per perseguire i propri obiettivi: insieme al reddito e
ricchezza vanno considerati diritti e libert, poteri ed opportunit (...) e le basi per il rispetto di s
(pg. 67). Tale posizione si differenzia, analiticamente, quindi, dallapproccio utilitarista per
lallargamento della base dei dati cui tener conto, includendo anche i cosiddetti beni principali.
Tale critica, inoltre, si salda alle osservazioni precedenti relative il tema della giustizia distributiva:
un assetto distributivo giusto quando equo, quando cio offre agli appartenenti alla collettivit le
medesime opportunit di perseguire i propri obiettivi. Esso, daltra parte coerente allottica
consequenzialista della visione utilititaristica dal momento in cui orientato allo stato finale (end
state oriented).
Per quanto riguarda la relazione tra mezzi e fini, un approccio importante quello di
Nozik
37
, che sviluppa il concetto di giustizia in termini procedurali (process oriented). In esso la
giustizia intesa come rispetto delle regole e delle procedure mediante le quali gli individui
acquistano le risorse ed i diritti. In particolare, lacquisizione iniziale della propriet deve avvenire
nel rispetto delle regole del gioco ed i suoi trasferimenti da un individuo allaltro debbono avvenire
sulla base di un titolo valido. Su tale base, la propriet rappresenta un titolo valido (entitlement
theory) che non pu essere mai sospeso a causa delle sue conseguenze, per quanto detestabili
38
.
Per quanto riguarda, infine, lobbligatoriet degli atti buoni, Donogan
39
distingue tra atto
moralmente buono (in senso utilitaristico) ed atto dovuto: dissuadere un vicino se si hanno adeguate
ragioni di credere che la linea dazione che egli si propone sar per lui disastrosa benefico, ma non
moralmente obbligatorio.


35
Riprende, nellattribuire alla nozione di giustizia il significato di equit, i temi del pensiero contrattualista, legato ai
nome di Locke e Rousseau.
36
J. Rawls, Una teoria della giustizia, (1971, ed. it.Milano Feltrinelli, 1982
37
R. Nozik Anarchia, stato ed utopia, 1974, ed. it. Milano, il Saggiatore, 2000
38
Successivamente Nozik R. La vita pensata, (ed. it Milano, Mondadori, 1990) ammette una deroga, di natura
assolutamente eccezionale (ma anche di non adeguata giustificazione e non ben integrata nel resto delle sue
argomentazioni) in presenza di quelli che chiama orrori morali catastrofici. In termini pi generali Donovan,
esemplificando la regola di Caifa per la quale un uomo pu essere messo a morte per il pubblico bene, osserva che
determinati atti possono essere scusati o, perfino, difesi, ma essi non sono moralmente giusti.
39
A. Donogan Is there a credible form for utilitarism?, in The philosophical papers of Alan Donogan (a cura di J.E.
Malpas), Chicago, The University of Chicago Press, 1994
25
4.3 Le teorie delle libert sostanziali
Un terzo filone di riflessioni etiche quello di pensatori contemporanei
40
che individuano
nelleredit illuministica settecentesca (sia nella versione utilitarista benthamiana che in quella
deontologica kantiana) la comune origine degli errori delletica moderna. Particolarmente
interessante in campo economico la posizione di A. Sen
41
. Egli prende spunto dalla critica della
limitatezza delle basi informative impiegate sia nellapproccio utilitaristico (in particolare nella
versione ordinalista) che in quello deontologico. Dellapproccio utilitarista critica, in particolare, il
concentrarsi esclusivamente sullutilit, escludendo (ad eccezione dei suoi riflessi indiretti
sullutilit) la libert. Allopposto le teorie economiche della giustizia assumono come base
informativa esclusivamente diritti di vario genere.
Una rigorosa applicazione di tali punti di vista pu portare a giudizi etici difficilmente condivisibili.
Cos, ad esempio, labbandono della nozione di utilit a favore di quella di preferenza, se non
impone il difficile compito di confrontare le condizioni mentali (felicit, desideri, piaceri) di
persone diverse, esclude, daltra parte, completamente la possibilit di confronti interpersonali
diretti in termini di effetti delle preferenze. Due persone possono attuare comportamenti di scelta
coincidenti, ma ci non significa assolutamente una congruenza delle utilit. Tale osservazione non
una semplice pignoleria di natura teorica, ma presenta rilevanti conseguenze pratiche nellanalisi
economica, che destituiscono di fondamento, ad esempio, a comparazioni tra situazioni in termini di
redditi reali, o basi merceologiche dellutilit. Ad esempio, una persona sana ed una ammalata
possono preferire entrambi di disporre della medesima quantit di cibo per giorno che permetta la
saziet, piuttosto che i 3/4 della stessa. Ma se entrambi dispongono dei 3/4 delle stessa quantit, non
se la passano altrettanto bene
42
.
Analogamente delle catastrofi economiche, quali carestie e morte per fame (gli orrori
morali catastrofici di Nozick) possono accadere nel pieno rispetto delle libert procedurali.
Lo spazio pi idoneo al quale inserire molti giudizi di valore per Sen quello delle libert
sostanziali, o capacit di scegliere una vita cui, a ragion veduta, si dia valore. Non questa una
nozione astratta di libert, perch implica condizioni molto concrete, quali lo sfuggire a privazioni
primarie (fame acuta, denutrizione, morte prematura e malattie evitabili) ed il disporre delle libert
conseguenti allistruzione ed associate alla libert di parola ed alla partecipazione politica. La
crescita di tali libert , per Sen, lo sviluppo (ruolo costitutivo delle libert, come egli le definisce).
La realizzazione di tali libert dipende, daltra parte, da condizioni specifiche, quali lesistenza di
libert politiche, la possibilit di utilizzare risorse economiche, gli assetti sociali in materia di
scuola e sanit, la trasparenza delle informazioni, lesistenza di una struttura di protezione sociale
(ruolo strumentale delle libert, come egli le definisce). Tra le componenti strumentali della libert
e tra queste e le componenti costitutive esistono interrelazioni empiriche forti che favoriscono la
crescita complessiva delle libert. In altri termini, la promozione della libert umana e sia loggetto
principale, che il mezzo primario dello sviluppo. Conseguentemente, stati alternativi vanno
giudicati sulla base della crescita delle libert che comportano.
Delle argomentazioni di Sen particolarmente importante rilevare, in questa sede, come il sistema
democratico (con i suoi meccanismi di formazione dellopinione pubblica, le sue procedure di scelta
dei governanti, il ruolo della maggioranza ed opposizione) costituisca, insieme alla libert di
mercato (con la sua libert di interrelazione tra operatori economici, i meccanismi di estrinsecazione
delle esigenze individuali attraverso la domanda e la scelta delle imprese di definire la gamma dei

40
Quali P. Foot, A. MacIntyre, J. Raz, A. Sen, C. Taylor.
41
Una buona sintesi divulgativa contenuta in A. Sen Lo sviluppo libert, Milano, Mondadori, 2000
42
Sen. A, (op. cit.,pgg. 75-76) individua cinque cause che fanno variare il rapporto tra i redditi reali ed il benessere,
quali leterogeneit delle persone, le diversit ambientali, la variazione del clima sociale, le differenze relative e la
distribuzione interfamiliare del reddito disponibile.
26
prodotti che intendono offrire) i pilastri su cui fondare i meccanismi di formazione delle decisioni
collettive
43
.
Concludendo questa concisa carrellata sulle principali posizioni teoriche presenti
nellintorno dellanalisi economica, nei confronti delle scelte sociali, il ventaglio di posizioni
delineato, se per certi versi, pu apparire insoddisfacente (come orientare le scelte della collettivit
?) , per altri, stimolante. In particolare la diversit di posizioni evidenziate nel trattare il trade-off
tra efficienza e giustizia, da una parte e tra mercato e Stato, dallaltra, evidenzia come la
dimensione politica del discorso economico porti ad affrontare apertamente problemi cruciali.
Rispetto ad essi lanalisi economica pare orientata ad allontanarsi dalla pretesa di sua neutralit
morale (in quanto scienza) a favore di una attivit di ricerca nella quale i valori dei ricercatori stessi
siano elemento costitutivo esplicito.

5. Conclusioni
Alla fine di questa articolata serie di riflessioni che ha preso spunto dal considerare tre temi tra
loro apparentemente molto lontani, quali la tutela dellambiente, linnovazione e letica, possiamo
trarre alcune conclusioni che riavvicinano tra loro tali temi.
La prima di esse che il mercato una costruzione sociale non statica, ma idonea a
modificarsi. Di ci ci si rende immediatamente conto confrontando tra loro (immagine 24) il
modello interpretativo iniziale con quello finale: il primo stato ampiamente arricchito
introducendo la considerazione dei beni pubblici (che il sistema degli scambi non riesce a gestire in
maniera efficiente) e la presenza di un operatore, lo Stato, che interviene, innanzitutto, nel governo
del ciclo economico. Esso interviene, in secondo luogo, indicando quelle che costituiscono le
priorit attese dalla collettivit dei cittadini e che il gioco di mercato, per ci che gli compete
persegue in maniera efficiente. Ci pu e sere sintetizzato passando da una visione, che anima il
primo modello di uno Stato che lascia fare ad uno Stato che fa fare, che anima il secondo
modello.
In questo processo di modifica degli elementi costitutivi del mercato (norme, regole,
istituzioni, codici di comportamento) maturata una capacit di prevenire situazioni economiche
catastrofiche: anche se non esiste la certezza che un fenomeno come la grande depressione degli
anni Trenta non possa ripetersi, punti di svolta del ciclo economico e fasi di recessione sono stati
affrontati negli anni passati senza cadere in analoghe situazioni drammatiche.
Tale gestione stata subordinata anche al conseguimento di una serie di obiettivi giudicati
socialmente prioritari: il contenimento della disoccupazione, il mantenimento della stabilit dei
prezzi, lespansione della capacit produttiva e lequit sono stati obiettivi via via considerati con
ordine diverso di priorit, in relazione alla prevalere delle esigenze dei cittadini.
Lanalisi economica non capace di definire in maniera univoca un ordine di priorit sociali:
non esiste in essa una concezione esclusiva di benessere umano, quale fine dellattivit economica,
ma esso dipende dallordine di valori rispetto il quale anche gli economisti orientano le loro
valutazioni.

43
Un esempio efficace del ruolo di un efficiente sistema democratico sul benessere materiale quello, presentato da
Sen, relativo lavvio (o il contenimento) di carestie, al seguito di una riduzione della produzione di derrate alimentari o
altre ragioni specifiche. Esse possono essere prevenute quando linformazione sulle reali condizioni trasparente, il
dibattito aperto il governo responsabilizzato dalla possibilit di essere elettoralmente penalizzato da un insuccesso.
In altri termini, quando le componenti costitutive delle libert sono in condizioni di operare. Cos paesi poveri, ma
democratici, come il Boswana, lo Zimbawe e lIndia (questultima passando da una condizione di frequenti carestie con
400 milioni di abitanti nel periodo di dominazione inglese allattuale eccezionalit delle morti per fame pur con oltre il
miliardo di abitanti) non debbono pi affrontare pesanti condizioni acute, mentre altri paesi, anche con migliori
condizioni strutturali, ma non democratici, soffrono tuttora tali catastrofi.

27
Lo snodo nella definizione di tali obiettivi , piuttosto, il funzionamento del sistema
democratico: elezioni, formazioni di maggioranze ed opposizioni, dinamiche tra maggioranze ed
opposizioni e tra queste ed opinione pubblica sono elementi costitutivi indispensabili.
Ci non significa che tutti i problemi che possono porsi siano affrontabili sulla base di
soluzione adottate in momenti economicamente difficili precedenti. In particolare due paiono essere
i problemi relativi la sfera economica rilevanti nei prossimi anni.
Uno, labbiamo visto, la tutela dellambiente: il mercato inidoneo a gestire da solo in maniera
efficiente tale bene pubblico. Ma neppure listituzione Stato capace di farlo nel momento in cui
lorizzonte di affronto di tale problema sopranazionale.
Il secondo la dimensione ormai sovranazionale dellistituzione-mercato: gli operatori economici,
in grado maggiore o minore, operano su una dimensione planetaria, rispetto la quale il campo di
intervento dei diversi Stati nazionali limitato. Ma i medesimi problemi intrinseci ad uneconomia
di mercato si ripropongono su tale scala: certezza dei diritti economici (propria dello Stato che
lascia fare) e governo o governance, come si tende oggi a dire- delle dinamiche economiche e
dellequit sociale (proprie dello Stato che fa fare) si ripropongono su scala mondiale. Ad essi
vanno individuate soluzioni opportune, sia da un punto di vista oggettuale (cosa fare), che
procedurale (come farlo).





28

Appendice: Jeremy Bentham e lutilitarismo classico

Jeremy Bentham il pi noto riformatore illuminista nel mondo di lingua inglese e fu fautore, nel
dodici lustri in cui oper a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, di cause lungimiranti quali labolizione
della pena di morte e della tortura, la tolleranza religiosa, il suffragio universale, la parit delle
donne, labolizione della schiavit, la riforma del sistema carcerario, sanitario ed educativo, la
protezione degli animali.
Al cuore di tale molteplicit di programmi sta, comunque, la realizzazione di un progetto-chiave
dellilluminismo: la fondazione di una morale universale, giustificata dalla natura e dalla ragione.
Lesigenza di tale teoria morale trova fondamento per Bentham in una profonda insoddisfazione
per le teorie morali tradizionali (specialmente religiose) che egli giudica illiberali, dispotiche,
antirazionaliste, basate su una nozione del tutto falsa della antura umana e responsabili, quindi, di
tanta infelicit e sofferenza. Ad esse egli intende contrapporre una una teoria morale secolare,
democratica, scientifica ed autonoma, nel duplice senso di non essere appendice di altro
(teologia, metafisica) e di non essere imposta allindividuo da unautorit esterna. Una morale che
richiede alle persone di obbedire solo a s stesse e propria, quindi, di uomini liberi e non schiavi.
Analoghi progetti erano stati perseguiti nel 700 francese da Rousseau (per il quale,
mediante lidea di volont generale, singolo e comunit convergono, perch il singolo vuole ci che
la comunit desidera) e da Diderot (con la sua morale naturale); si erano prefissi simili obiettivi , nel
mondo di lingua inglese, D. Hume ed A. Smith (con la nozione di simpatia attraverso la quale i
diversi modi di sentire gli individui giungono ad un aggiustamento reciproco) e Kant, nel mondo di
lingua tedesca (con lidea di uso pratico della ragione e di necessit di conformit alla legge
morale).
Bentham imbocca una strada diversa da tali autori: da Rousseau e Diderot perch reputa la
natura lennesima fanfaluca dei filosofi, da Hume e Smith perch la nozione di simpatia (che,
pure, riprender, anche se in accezione diversa) gli sembra ingiustificata ed inefficacie e da Kant
perch persegue una costruzione intellettuale alternativa (anche se simile nel suo percorso) a quella
del filosofo tedesco. Kant aveva adottato, dal dibattito teologico e morale dei secoli precedenti, la
nozione di rigorismo (ovvero la tesi che va fatto ci che pi sicuramente conforme alla legge
morale) e laveva trasposta in un contesto secolarizzato, sostenendo che la legge morale si giustifica
da s, per la sua forma di legge. Bentham procede in maniera simile, recuperando una tesi del
dibattito precedente e secolarizzandola, ma, differenza di Kant, ricorre alla nozione di calcolo delle
conseguenze. Tale concetto venne elaborato da una linea di pensiero teologico del Seicento e
Settecento che cercava di dimostrare come Dio avesse scelto di emanare certe norme e non altre
non per decreto arbitrario (volontarismo), ma, senza ritornare alla concezione di legge di natura
immanente (secondo la quale, come sostenne Tommaso dAquino, Dio non decreta, ma
riconosce ci che bene e ci che male), per scelta razionale. Razionale nel senso di un calcolo
accurato della quantit di bene che si sarebbe realizzato in conseguenza allapplicazione di tali
leggi.
Svolgendo le implicazioni di tale linea di pensiero, Leibniz aveva ritenuto di risolvere il problema
della teodicea (come conciliare lesistenza di un Dio benefico con lesperienza del male fisico e
morale), affermando che il mondo esistente il migliore di mondi possibili, diversamente dio
avrebbe scelto di crearne uno migliore. (Posizione ottimistica che attir gli strali polemici di
Voltaire, che nel Candide, dipinse in maniera caricaturale Leibniz come il Dottor Pangloss).
Applicando un analogo modo di ragionare W. Paley, avversario di Bentham, sostenne in Inghilterra
che Dio ha stabilito determinate leggi morali dopo aver fatto un accurato calcolo delle loro
conseguenze in termini di quantit totale di felicit (o piacere fisico). Per cui il rispetto delle
stesse tende a promuovere la felicit, secondo la sequenza che ci che obbligatorio giusto e ci
che giusto vantaggioso.
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Bentham laicizza tale linea di pensiero, assegnando il calcolo delle conseguenze non a Dio,
ma allagente morale e pervenendo ad una soluzione totalmente nuova: la scelta giusta dellagente
morale tra diverse alternative quella da cui deriva il saldo pi positivo possibile del bilancio di
felicit ed infelicit. Tale principio fu formulato da Bentham come principio di utilit.
In esso tre sono gli aspetti particolarmente rilevanti: il consequenzialismo, la nozione di felicit ed
il principio di massimizzazione.
Il consequenzialismo assegna un ruolo centrale nel giudizio morale alle conseguenze
dellazione: una scelta non giusta, o meno, perch conforme, o meno, a dei principi, ma tale in
relazione agli effetti che induce. Il termine utilit, in particolare, designa il rapporto tra unazione
e le sue conseguenze, sia sullagente che su gli altri individui.
La felicit (well-being) uno stato psicologico interno, misurabile in termini quantitativi e deriva
dal rapporto tra piacere e dolore ed, in particolare, dalleccedenza del primo sul secondo. Piacere e
dolore costituiscono, quindi, gli stimoli ultimi dellazione umana (La natura ha posto il genere
umano sotto la sovranit di due padroni, il piacere ed il dolore [] Essi ci governano in tutto ci
che facciamo, che diciamo, che pensiamo J. Bentham, Introduzione ai principi della morale e della
legislazione (1789) (a cura di E. Le caldano, Torino, utet, 1998, pg. 89-) Tale nozione di felicit si
fonda su una tradizione di pensiero che parte da T. Hobbes, J. Locke e prosegue con D. Hartley, per
la quale le impressioni dei corpi esterni sulle diverse parti del nostro corpo generano dei sentimenti
interni della mente (o sensazioni elementari), dalle quali derivano gran parte degli altri sentimenti
interni (o idee di sensazioni). Dal momento che in tutte le sensazioni elementari sono presenti
piacere e dolore, questi generano tutti i piaceri e dolori portati dallimmaginazione. O, in altre
parole, tutti i piaceri e dolori intellettuali sono derivati, in ultima istanza, da quelli sensibili.
Il terzo elemento quello della massimizzazione della felicit. Tale principio (come limperativo
categorico di Kant) non si fonda su una deduzione da altro: non c alle sue spalle una dottrina
metafisica, fisica o antropologica, ma si giustifica per limpossibilit di confutarlo. (E stato mai
formalmente contestata la correttezza di tale principio? () E esso suscettibile di una prova
diretta? Sembrerebbe di no, poich tutto ci che viene usato per provare tutto il resto non pu essere
provato. -Bentham J. Introduzione ai principi della morale e della legislazione (ed. italiana a cura
di E. Lecaldano), Torino, Utet, 1998, pg. 13.-).
Nellaccoglierlo Bentham riprende un ulteriore tema dellilluminismo: C. Beccaria indica il fine
del diritto e del governo ne la massima felicit divisa nel maggior numero (C. Beccaria, Dei delitti
e delle pene (1764) (a cura di A. Burgio), Milano, Feltrinelli, 1991, pg. 35); a F. Hutchenson e J.
Presley si deve la formula la massima felicit del maggior numero ( J. Bentham, Deontologia
(1834, per opera di J. Bowling), ed. italiana a cura di S. Comaschi, Milano, La nuova Italia, 2000,
pg. 162). Bentham, nellassumere la sua posizione, oscilla tra due alternative: una, presente in una
fase intermedia, riprende la formulazione di Hutchenson e Presley, unaltra, che si impone come
definitiva, quella di principio della massima felicit. La differenza non di poco conto, poich
la versione definitiva del principio di utilit pu indurre a definire pi giusta una situazione di
maggiore felicit, ma concentrata in poche mani, rispetto unaltra caratterizzata da una felicit
minore, ma pi ampiamente distribuita.
La soluzione di tale conclusione, ampliamente stridente con gli obiettivi filantropici pratici di
Bentham, viene individuata nel sistema di sanzioni applicabili da una societ per favorire
comportamenti eticamente auspicabili. Esse possono essere stabilite dal legislatore, per quanto
riguarda il diritto, e dalla pressione dellopinione pubblica, per quanto riguarda la sfera privata. Tali
sanzioni si rifanno tutte a cinque cause efficienti di piacere o di dolore, quali le sanzioni fisiche,
politiche, popolari, religiose e simpatetiche. Queste ultime, in particolare, riprendono la nozione,
gi presente in Smith, di simpatia, o meccanismo di risonanza dei sentimenti, in base al quale un
individuo pu riprodurre, per mezzo dellimmaginazione, i sentimenti di un altro, pur in assenza
dello stimolo reale di piacere e di dolore originari. Bentham, impiegando tale reazione simpatetica,
osserva come il dolore di una persona pu essere trasmessa ad unaltra. Questultima, per ridurre la
30
sua sofferenza, cerca di rimuovere le cause originarie del dolore dellaltra per ccrescere la sua utilit
e, conseguentemente, anche la propria. In altri termini, una distribuzione pi equa della felicit ,
per Bentham, un portato della ricerca della felicit individuale di individui che possono provare le
sofferenze altrui. Tale soluzione, nella sua fragilit concettuale, rileva tutto il disagio di Bentham,
nel tradurre in riforma morale il suo impegno sociale: immanenza e razionalit dei principi etici
convivono con difficolt con riduzione del dolore. Eppure questultima finalit viene riaffermata
con vigore da Bentham, che esit lungamente nella scelta del nome della sua dottrina: mentre il
termine utilitarista, che egli pure utilizz, venne definitivamente imposto da J.S. Mill, egli pens
anche al termine eudemonologista: felicista.
La posizione di Bentham venne avversata sia dai credenti delle diverse chiese cristiane che
dai marxisti e dai romantici: dai primi per la natura immanente dei suoi principi etici e per il
potenziale eversivo nei confronti dello status quo (sia politico che morale, affrontando dei temi
tab per lepoca, quali contraccezione, divorzio); dai secondi, allopposto, per le profonde
divergenze sul significato dei processi storici (per Marx B. assolutizzava le credenze culturali
storicamente affermata in Inghilterra nella prima met del XIX secolo); dagli ultimi perch fautore
dei fatti e nemico dei sentimenti e della bellezza.
Ebbe largo seguito, invece, tra gli economisti di scuola inglese: J.S. Mill, H. Sidgwick,
rielaborarono le tesi utilitaristiche benthamiane, ponendo al centro dellanalisi economica legoismo
razionale, che identifica il bene intrinseco con la felicit personale. Tale versione dellutilitarismo
informa la grande sistematizzazione neoclassica avviata nella seconda met del secolo XIX da
Menger, Jevons e Walras, per i quali il comportamento umano esclusivamente riconducibile al
calcolo economico teso a massimizzare lutilit, impiegando in maniera efficiente risorse scarse,
rispetto una serie illimitata di bisogni. A tale principio viene riconosciuta validit universale: da
solo, esso poteva spiegare lintera realt economica.
Su un piano pi propriamente etico, lutilitarismo ha conosciuto nel Novecento importanti
modifiche, ad opera di G. Moore, R. Harrod, R. Brandt, D. Lyons, J. Haranyi, R. Hare, J. Smart (E.
Lecaldano, S. Veca, (a cura di), Utilitarismo oggi, Roma-Bari, Laterza, 1986).
Cercando, in poche battute, di delineare un bilancio dellopera di Bentham, va osservato
come egli, alla stregua di altri pensatori illuministi, tende a fondare una teoria morale, giuridica e
politica laica, democratica, scientifica e liberale. Indaga la natura umana in termini immanenti,
evitando accuratamente di considerarla in maniera trascendente e non umana, ed in ci
profondamente laico. Vuole fondare le prescrizioni morali sulla ragione e non sullautorit o su
Dio, in termini di democrazia condivisa. Ma la sua pretesa che la sua teoria morale sia fondata su
uno studio scientifico della natura umana insostenibile: non fu uno psicologo o un attento studioso
del comportamento umano e la sua conoscenza della mente umana fu estremamente limitata. Per
quanto riguarda la natura liberale, vero che egli rispetta lautonomia e lunicit dellindividuo, si
astiene dal formulare giudizi sulle preferenze individuali e le forme di vita. Ma, ad un livello pi
profondo, la posizione di Bentham ha una portata illiberale: quando affronta il tema delle sanzioni,
quale strumento per assicurare un comportamento morale, assegna unimportanza centrale alle
sanzioni sociali e dellopinione pubblica. Ma esse rivestono il ruolo di un collante sociale
fortemente autoritario, nel momento in cui diventano invadenti nel condizionare il comportamento
individuale di persone tese ad accumulare un patrimonio di rispettabilit ed a far dipendere il
giudizio su ognuno dalle opinioni dellaltro. In tale maniera la societ diventa un regolatore
onnisciente, onnipotente ed inflessibile.
Come tanto pensiero progressista ottocentesco individua ragioni di infelicit, ma non sa
proporre rimedi sistematici allaltezza degli obiettivi che si era prefissato. Se, conseguentemente,
difficile condividere la costruzione intellettuale di Bentham, non possibile ignorare le ragioni che
la dettano.