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TRACCE 1

1997, Gius. Laterza & Figli Edizioni della Libreria Prima edizione 1997 Quinta edizione 2008

vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico. Per la legge italiana la fotocopia lecita solo per uso personale purch non danneggi lautore. Quindi ogni fotocopia che eviti lacquisto di un libro illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo di trasmettere la conoscenza. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura.

Franco Cassano

Mal di Levante

Laterza Edizioni della Libreria

Propriet letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari Finito di stampare nellottobre 2008 da Ragusa Grafica Moderna - Bari per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-420-8909-4

Premessa

Basta camminare per le strade di Bari per capire


che vivervi diventa ogni giorno pi difficile e per sperimentare la prevaricazione sistematica del senso cinico sul senso civico. La decisione di pubblicare questi due scritti cos diversi per il registro e loccasione nasce dalla volont di non farsi soffocare da questo stato di cose e di combattere un atteggiamento di passivit che perfezionerebbe il degrado. Ci che li unisce probabilmente solo il comune interrogarsi su un rapporto difficile e contraddittorio con la citt, soprattutto sulla sua incapacit di farsi amare, di suscitare un sentimento forte di affetto e di identificazione. Decidere di parlare di questa difficolt (scrivere un po come parlare ad alta voce) un tentativo di provare a ricominciare, di proporre uno spazio di riflessione a met strada tra lidentificazione localistica e apologetica e il distacco critico

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Premessa

di chi parla da nessun luogo. Si tratta invece proprio di ritrovare i luoghi comuni, di saperli reinventare o rinnovare, per sperimentare se da questo cerchio pi piccolo sia possibile ricostruire, anche pi in grande, la capacit di produrre, tramite la fiducia, i beni pubblici e viceversa. Ma questo argomento etico-politico solo una faccia delle ragioni di questo piccolo libro. Laltra affonda le sue radici in un sentimento, nel desiderio di non tradire una memoria, di trasmettere un amore e un rispetto per la citt che sono stati pi di chi ci ha preceduto che della nostra generazione. Mio padre era orgoglioso di essere barese, io non posso dire altrettanto di me, ma vorrei trovare il modo per far s che mio figlio torni ad esserlo. La partita vera si gioca qui, in un rapporto difficile ma necessario, in un nesso creativo tra futuro e memoria.

MAL DI LEVANTE

alla memoria di mio padre

Mal di Levante comparir nella Storia di Bari, a cura di F. Tateo, vol. V: Il Novecento, a cura di L. Masella, di prossima pubblicazione presso leditore Laterza. Il cortile , invece, gi comparso su Memoria. Rivista di storia delle donne, n. 29, 2: Bambini, racconti dinfanzia, 1990, e viene qui ripreso con alcune piccole variazioni.

Mal di Levante

Non difficile capire perch Bari sta precipitando su


se stessa dopo decenni di ascesa n perch ci accade solo ora. Unavvisaglia forse c gi nelle linee rette della sua terra e del suo mare, nellassenza di qualsiasi momento drammatico nel suo panorama, di qualcosa che ricordi lasprezza solare di Palermo o la dolcezza dominata dalla minaccia di Napoli. Sin dallinizio nulla di inutile, labolizione delle linee tortuose, una mancanza di dolcezza e di abbandono, una paura delle divagazioni e delle complicazioni, un andare subito al sodo, un venire al dunque, come se terra e mare si fossero dato un appuntamento di affari. Un deficit di fronzoli, unimpazienza di fronte a tutto ci che non permette di ridurre rapidamente le cose e gli uomini ad un nucleo semplice, dicibile e praticabile. Allinizio dellidentit barese c una duplice polemica che nasce da questa impazienza: il primo lato

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polemico contro la capitale del regno delle due Sicilie, contro Napoli parassitaria e inconcludente, sulla base della convinzione di poter trasformare in un vantaggio la purezza provinciale contrapponendosi con il proprio dinamismo anche e qui il secondo fronte polemico allarretratezza contadina dei cafoni. Allinizio, quindi, c la rivendicazione di unidentit moderna, dinamica, dotata di capacit imprenditiva. intorno a questa idea di s che parte lidea che a Bari spetti un compito privilegiato, il ruolo di anti-Napoli, di citt che legittima il proprio ruolo non a partire dalla corte, dagli intellettuali e dalla plebe, ma dai commercianti, da uomini svelti e pratici, con un senso degli affari e degli scambi forte e sicuro. Questa impazienza, questa volont di partire il Levante, lidea di una vocazione mediterranea che, piuttosto che ad Ovest e a Sud, guarda ad Est, verso una via adriatica, che muove da un mare stretto e abbordabile, per approdare prima sullaltra costa e spingersi poi sempre pi lontano fino al Medio Oriente. Bari citt di homines novi che guarda, quindi, verso lOriente e per questo non guarda verso la campagna n verso Napoli: un altro mare, un altro orizzonte, un altro destino. Un Oriente per che non seduce mai il barese che resiste da sempre ad ogni fascinazione, Ulisse che non ha bisogno di farsi legare per resistere ai canti delle Sirene. Nonostante tutto,

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infatti, Bari non ha mai giocato fino in fondo questa partita del Levante: nella citt c pochissimo Oriente rispetto a quello che potrebbe (e dovrebbe) esserci se questa retorica del Levante fosse pi vera e radicale. Non si pu essere realmente del Levante se lo si riduce solo a qualche traffico, ad un timido scambio di merci, se non si barattano anche racconti, misteri e fedi. Senza questo desiderio, senza questo rapporto con il mistero, il capitano naviga sempre sottocosta e i suoi viaggi diventano grandi solo nei racconti fatti a terra. Tutto questo deriva anche dalla circostanza che Bari non ha mai guardato solo ad Est, ma sempre pi, specialmente a partire dallUnit, a Nord. La direttrice adriatica infatti nello stesso tempo anche un canale autonomo di comunicazione con il Nord e lEuropa, con Milano e il sogno di una modernit che non ama le capitali burocratiche ma quelle morali, perch Bari ama sentirsi una potenziale capitale morale del Sud, legata non alla rendita ma al profitto. Milano stata a lungo il Nord nel quale il barese amava identificarsi di pi, un Nord laborioso, senza la tristezza e la disciplina torinesi, pi vitale e disordinato, pi aperto, pi capace di guardare alla sostanza che alla forma. A Bari, infatti, lo sguardo non paralizzato da un grande passato come quello che si incontra passeggiando per le strade di Napoli e Palermo, non sedu-

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to su una grande tradizione, ma costantemente abitato dallimpazienza di chi sa che la sua posizione fragile e instabile proprio perch guadagnata da poco. Questo il modo in cui Bari simmagina e ama immaginarsi. Questo in parte ci che essa , ma quellimmagine solo una parte della verit, quella nella quale la citt ama specchiarsi, ma quello specchio esagera e nasconde, perch nellidea di una citt meridionale solo per caso, moderna, dinamica, sveglia e produttiva c una palese esagerazione. Bari , in altri termini, sempre meglio di ci che ne dicono i detrattori ma contemporaneamente sempre peggio di quello che ne dicono gli apologeti. I detrattori sono quelli che sostengono limmagine di una Bari che bara, finge, imbroglia, bluffa senza avere nessun punto nelle mani, che la sua modernit una pura rappresentazione dietro la quale si cela un potere immobile, leterno opportunismo filogovernativo, e la presunta capacit imprenditiva solo un simulacro dietro il quale si organizza la spartizione delle risorse pubbliche. Una citt cinica e un po pavida, incapace di ribellioni, con uninformazione mai autonoma dal potere, che risucchia tutti (anche gli intellettuali ovviamente e tuttaltro che in seconda fila!) in una grande palude spartitoria che riduce lopposizione ad una realt virtuale. Il dinamismo e la capacit imprenditoriale, lenfasi sulla mo-

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dernit sarebbero solo il codice comunicativo che riproduce, trasfigurandole, la collusione di massa e la palude degli scambi e dei favori, unideologia che la crisi attuale sta smascherando. Gli apologeti invece minimizzano le perdite, le lacerazioni, le difficolt, insorgono quando limmagine della citt viene colpita, indicano i baricentri, i ricchi retroterra, le cittadelle della scienza, le vitalit emergenti. Questa immagine coglie non meno di quella sostenuta dai detrattori solo un aspetto della realt perch essa esagera e nobilita oltre misura un dinamismo reale. Al fondo la verit di Bari si sempre annidata nella singolare fusione di queste due immagini contrastanti. Il barese ha sempre esagerato le sue qualit moderne, ma questo esagerare non era un semplice inganno, era il mentire del venditore, un dolus bonus, unautopromozione, un disdegno per lapatia, per la rassegnazione e i suoi mille rivestimenti. Quel suo millantare qualcosa di reale, quel chiedere tempo e risorse per colmare lo scarto tra immagine e realt, quellequivoco e quellambiguit custodivano in ogni caso una differenza. Ma negli ultimi anni lequilibrio contenuto in quello squilibrio si rotto e la credibilit di questa differenza caduta: dalla venuta in primo piano e pervasivit della criminalit piccola e grande alla de-

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portazione degli albanesi, al rogo del Petruzzelli, alla palese incapacit di reagire a questi colpi, si di fronte ad un salto e unaccelerazione, ad uno scivolamento brusco della citt verso limmagine pi disperata. Quel rogo infatti il segno di una crisi dura, innegabile, profonda delle classi dirigenti della citt. Quel gruppo di incredibili cialtroni che decise di appiccare il fuoco non che lesito ultimo di uno sradicamento che non riconosce pi nessun sacro. Si decise allora che neanche il teatro-simbolo si potesse salvare dalla sistematica devastazione in nome dellutile e dello scambio. Ed qui la malattia che colpisce alla gola la citt: lincapacit di fermare il processo di mercificazione di se stessa. Laddove nessuno si sente pi cittadino e la citt stessa si riduce ad una risorsa per lo scambio e per gli affari, l la citt muore. Questa furbizia che non riesce a vedere (e quindi a combattere) la propria stupidit, questa furbizia che continua nella vicenda della cosiddetta ricostruzione del Teatro in cui ognuno, temendo di essere raggirato (massimo disonore per un barese), si accontenta di bloccare gli altri, questa spirale che si avvita rischia di far s che la diversit barese distrugga se stessa. Qui la crisi: fino a quando lastuzia urtava contro dei limiti, contro unidea di bene comune,

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contro un patrimonio e unidentit collettivi, essa non erodeva se stessa. Quando questi limiti non ci sono stati pi e i luoghi comuni sono diventati terreno di caccia, quando gli imprenditori sono diventati, attraverso un patto sempre pi angusto con il ceto politico, la simulazione assistita (nella migliore delle ipotesi) di se stessi, facendo lapologia di un mercato che in realt temevano, quando, dopo le strade e i giardini, ha iniziato a sporcarsi anche il danaro, la citt ha cominciato a dissolversi. Se, invece di mitologizzare la modernit, lopinione pubblica e la stampa avessero assolto il loro (moderno) dovere di vigilanza forse la citt non sarebbe caduta cos in basso. In quel rogo, nel suo furbo autolesionismo si manifesta clamorosamente un virus che da molto tempo aveva indebolito la capacit dinamica della citt. La storia ben sa che non esistono solo le ascese ma anche le decadenze delle citt. Per poter frenare la propria decadenza Bari deve arrivare ad unautocritica profonda, capace di scardinare antiche e rassicuranti abitudini, modificare unidentit che oggi non sembra pi capace di dar forza e vitalit alla citt. Il problema, infatti, che la crisi attuale rende visibile un limite dellidentit di Bari, di qualcosa che accompagna la citt sin dallorigine, che a lungo era stata anche una qualit e che ha cessato di esserlo.

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Da allora la crisi, pur nascosta dietro le vetrine, diventa sempre pi irresistibile. Un noto intellettuale, preside della Facolt di Lettere negli anni Cinquanta, ha lasciato nella memoria di chi lo ha conosciuto un giudizio su Bari che difficile ignorare se si vuole ragionare con verit e passione sul carattere della citt: Bari diceva Mario Sansone una citt senza ironia e senza malinconia. E spiegava: Quello che le manca la percezione delle sfumature e delle tonalit intermedie. Noi aggiungeremmo che quello che le manca il riconoscimento del valore di quella sfera di attivit e di virt che non hanno una destinazione immediatamente pratica, operativa, fattizia. Di fronte a discorsi che giocano con la fantasia, la cui utilit non visibile, il barese si annoia e si sente a disagio, oscilla tra il sospetto e il disprezzo, lasciando alla fine subentrare il disinteresse. Questo limite non nasce a partire da un certo momento della storia della baresit ma le appartiene dallorigine, o per lo meno appartiene a Bari dal momento in cui essa si muove verso un destino pi grande, distaccando le altre citt che con essa erano in competizione (si pensi a Trani). Quella impazienza, quel desiderio di fare comporta, sul lato dombra, un certo sprezzo per la bellezza, per il gioco sottile, per un umorismo non sarcastico, non greve.

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Lumorismo barese sempre feroce e tira verso il basso, verso lo smascheramento di ci che fintamente nobile e viene ricondotto alla sua natura materiale. Nulla metafisico ma tutto fisico, il metafisico un travestimento di chi vuole mostrarsi per quello che non , di chi inventa una nobilt che pura simulazione. Non c quindi spazio per i passaggi e le sfumature, per le domande senza risposta, per quella zona del cuore e della mente che apre lo spazio allarte, alla letteratura, alla bellezza della rappresentazione e della finzione. Certo, un ruolo alla finzione viene riconosciuto, ma deve essere quello esagerato e poco inquietante dellopera lirica, specialmente quando essa viene commutando il suo ruolo corale e nazional-popolare nel solo guscio di uno spettacolo sociale in cui il pubblico, con lesibizione del proprio rango e della propria roba, diviene il protagonista di una rappresentazione lontana nei simboli e nei valori, decorativa e poco capace di inquietare. A far paura proprio quellironia che mette in dubbio, che sospende la legalit del mondo reale, che non comprensibile dentro le maglie del quotidiano. Il principio di realt arriva subito a controllare i documenti di qualsiasi sogno e irride la sua irrealt. questa concretezza, questa passione per ci che crudo e senza condimenti, questa asprezza compiaciuta e virile in cui il bare-

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se ama riconoscersi, a sbarrargli la vista e togliergli il respiro, a condurlo verso il disprezzo per ci che potrebbe salvarlo. Questo disincanto irredimibile infatti rende debole e ambiguo un motivo ricorrente nellidentit della citt: il costante richiamo a Parigi, alla clart della Ville lumire. Parigi e gli Statuti murattiani che sono nelle fondamenta della Bari nuova non sono comprensibili senza la Grande Rivoluzione, senza il sogno della ragione, della costruzione di un ordine razionale tra gli uomini, senza il rischio che viene dal sogno, dallurto di questultimo contro gli interessi costituiti. Pensare di ospitare dentro di s quel sogno togliendogli la radicalit, evirandolo dellelemento utopico che lo caratterizza, rende debole e ambiguo il riferimento. Il motivo non marginale perch anche su questo riferimento a Parigi che Bari pretende di giocare la sua differenza rispetto a Napoli dove i simpatizzanti dei francesi, al crollo della Repubblica Partenopea, furono impiccati. Volere questa differenza senza albergare dentro di s neanche un po del sogno francese fa s che la propria imitazione si esponga al dileggio, mostri sempre pi lo scarto. Chi sa limpianificabilit di Bari, la fine ingloriosa del piano Quaroni di fronte allassalto edilizio, chi sa la diffusa complicit intellettuale con questa modernit minore perch priva di qualsiasi coraggio,

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pu capire quanto diverso sia il peso del bene pubblico nellesperienza parigina e in quella barese. La doppiezza del riferimento a Parigi nasce sempre da quella difficolt di sognare, dallassenza nellidentit della citt di una dimensione o di un insieme di dimensioni diverse da quella del primato dellutile privato. Sia chiaro: la vocazione pragmatico-mercantile stata la forza intorno alla quale la citt ha costruito la sua ascesa, il suo uscire fuori dal mucchio, dalla ritualit provinciale e soporifera, dallossequio e dal narcisismo di tanta classe dirigente meridionale, una forza che corazzando il barese con lassenza di pudore che lo contraddistingue, lo ha gettato allaperto, lo ha fatto capace di sopportare lironia di chi era pi avanti, pi moderno, pi ricco oppure solo pi nobile, pi fermo, pi preoccupato dello stile e della forma. Spesso lo sguardo divertito e scandalizzato di coloro che il barese vuole conquistare si posato su questo parvenu provinciale e grossolano ma vitale e concreto, ripetendo il vecchio disprezzo di chi gi arrivato verso chi sgomita perch impegnato nella fase pi dura della lotta. proprio questa mancanza di pudore e quindi questa assenza di finezza e sensibilit che ha dato ai baresi la capacit di non farsi risucchiare nella mancanza di fiducia in se stessi, in un senso di inferiorit paralizzante, che li ha fatti uscire

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da quel rischio di imbalsamarsi che grava su ogni provincia. Quella sfrontatezza stata dunque una qualit e una forza, ma diviene un limite quando lascesa si debba accompagnare alla capacit di produrre le utilit di lungo periodo, le utilit collettive, quando si tratta di far riferimento ad una nozione di ricchezza larga nella quale trovino posto la bellezza, limmaginazione, la passione per unidea, il rischio, la capacit di perdersi per qualcosa che non si vede e non si tocca, ma che, ci nonostante, esiste e conta per gli uomini. probabile che nulla sia pi difficile da trapiantare a Bari della santit e delleroismo. Non solo sembra che non esistano santi baresi (anche il patrono stato rubato) ma si potrebbe immaginare che anche Francesco dAssisi, se invece di fermarsi alle porte della Puglia fosse arrivato a Bari, non sarebbe diventato santo ma avrebbe aperto un negozio di tessuti. La devozione dei pellegrini, che ancora oggi convengono dalle campagne per la festa di S. Nicola, la devozione di chi pi arretrato e il barese la accetta perch essa d prestigio e danaro alla citt, la fa sentire capitale, ma un sentimento profondamente distante da un senso comune abituato a ragionare di ci che tangibile, cumulabile, spendibile. Bari imbottigliata nellimmanenza e scruta con sufficienza tutto ci che la trascende, ogni azzardo

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del cuore e della mente. A Bari, quindi, vivono da esuli non solo le mezze dimensioni ma anche quelle estreme in cui si pu perdere, in cui lutile viene sospeso perch sono in gioco le passioni e i principi (che sono nientaltro che lutilit di lungo periodo). Ma la stessa dinamicit mercantile, per poter durare e rafforzarsi, ha bisogno di una sfera di relazioni extramercantili, del mantenimento in efficienza delle condizioni sociali che permettono un ordinato svolgersi del traffico stesso. In altri termini, lutile, quando viene misurato unicamente sulla sola scala dellinteresse individuale e di breve periodo, non produce dinamismo ma solo la commercializzazione e la mercificazione di tutti gli ambiti di vita, anche di quelli la cui permanenza fuori dello scambio una condizione di vita del traffico stesso. Questa tendenza generale, che contrassegna la storia della citt, supera la soglia della controllabilit a partire dalla fine degli anni Cinquanta allorch la massima (certo anchessa parigina, ma post-rivoluzionaria) di Luigi Filippo Enrichissez-vous diventa non solo il criterio di condotta dominante ma anche il filo della ricostruzione edilizia della citt. La tradizione consegnata nel centro ottocentesco viene cancellata quasi totalmente ma senza nessuna idea dellinteresse pubblico, senza la coordinazione di un piano, sulla base del massimo di anarchia privata. Il

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moderno barese gi allora manca di due dimensioni essenziali: una sfera pubblica autonoma e capace di dare criteri e respiro di lungo periodo allo sviluppo e unautentica disponibilit al rischio. Il profitto a rischio-zero attraverso la mercificazione dello spazio pubblico e la liquidazione di ogni equilibrio la sintesi di questa modernit minore, pi mimetica che sostanziale. Una monarchia di luglio senza rivoluzione: ecco la Parigi cui Bari pu aspirare a rassomigliare. Da allora il centro murattiano, con strade senza proporzione con laltezza degli edifici, con le sue macchine che come cavallette assaltano tutto riducendo i marciapiedi a piccoli sentieri da percorrere in fila indiana, uno straordinario manuale di diseducazione civica, unillustrazione fisica dei limiti delle classi dirigenti della citt, di un dinamismo gracile anche se fondato sul cemento armato. Fino ad allora la struttura urbana della citt, particolarmente in alcune zone centrali, aveva mantenuto un equilibrio, aveva osservato una misura, contenuto in una forma quellimpazienza dandole dei luoghi comuni. Per la verit il cemento aveva cominciato a festeggiare i suoi fasti durante il Ventennio fascista, un cemento di Stato testimoniato dalla fittissima rete di opere pubbliche di quegli anni. La Bari di Di Crollalanza aveva gi dato inizio ad una fortissima dipendenza dalle risorse pubbliche registran-

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do lavvio di unimprenditorialit e di uneconomia stimolate e assistite politicamente, e gi allora il Levante inizia ad essere una simulazione compensativa del declino della tradizione commerciale. Ma tutto questo era legato ad unidea della citt come capitale burocratica della Regione, sede di servizi e avamposto di una grandezza imperiale che ancora oggi guarda con fiero cipiglio il mare. Il centro murattiano rimaneva fuori di questa volont di potenza edilizia, rimaneva il luogo di identit e di residenza delle classi dirigenti e non solo di esse. In altri termini il tempo del consumo aveva frenato e dato misura a quello del traffico, le classi dirigenti, forse anche perch il controllo sociale degli esclusi era allora pi facile e pi duro, non avevano ancora sacrificato lamore per i propri luoghi allaccrescimento smisurato della ricchezza. Alcune zone della vita, dellabitare, dellincontrarsi erano ancora sottratte alla legge della trasformazione in valore di scambio. Fino a quando questi limiti ci sono stati, fino a quando il verbo passeggiare ha designato unesperienza reale, la baresit ha contenuto la sua ormai decrescente capacit propulsiva, ha trovato un ostacolo che paradossalmente ne esaltava i pregi. Ma da quando ha inizio lo scempio urbanistico sembra che Bari non appartenga pi a nessuno e che nessuno pi appartenga a Bari. Il salto in una modernit senza ri-

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schi, erodendo il sacro dei luoghi comuni, ha potenziato lo sradicamento e ha fatto dei baresi degli apolidi. Da quegli anni la citt inizia a divorare se stessa, alimenta nei suoi cittadini un sentimento diffuso di estraneit, un chiamarsi fuori, recide in nome della modernit ogni canale di identificazione. Da allora la baresit fuori controllo e ha iniziato a farsi del male. Certo allinizio leuforia, il grande trend dello sviluppo non fanno vedere i costi di quelloperazione: lafflusso di risorse pubbliche sembra proiettare nellorizzonte di un progresso infinito, dove c posto per tutti. E per la verit agli inizi degli anni Sessanta sembra definirsi per la citt un altro ruolo, pi avanzato come si amava dire allora, come centro di un intervento dellindustria di Stato meno monoculturale di quello di Brindisi e Taranto, in connessione dinamica e progressiva con la vitalit preesistente. Ma quella fase alta, che accompagna lavvio del centro-sinistra e la centralit di Moro, non solo , come sempre, molto pi ambigua, dipendente e governativa delle retoriche che laccompagnano, ma destinata a consumare rapidamente lenfasi programmatoria per lasciar aperto il passaggio ad un ceto politico che, seduto sulle chiuse di questo sistema, costruir il reticolo del proprio potere, il suo linguaggio paternalistico-tecnocratico che simula in modo de-

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gradato quellinteresse generale che in realt ha soppresso. Lafflusso crescente di risorse permette di mantenere in vita fino allinizio degli anni Ottanta lidea della diversit di Bari, avanguardia meridionale ora dellindustria, ora del terziario avanzato. Ma diviene sempre pi visibile che questo dinamismo pi presente nella retorica del venditore che nella realt, mentre la politica ormai indistinguibile dal traffico particolaristico. Di questa realt in movimento la sfera pubblica e le istituzioni infatti non sono la cornice logica, etica e giuridica, quella che d guida e regole al traffico privato, ma solo parte (cospicua) del bottino, della spartizione privatistica delle risorse. Grazie a queste nuove risorse lite politica ed lite economica si confondono, larea di consenso e di omert si allarga e lopposizione (quando c) si riduce a un conato moralistico e impotente, ad una vana esercitazione metafisica di fronte alla concretezza fisica dei flussi monetari, delle licenze, dei piani edilizi, del credito facile ai potenti e ai prepotenti. Questa recisione del sacro, questo far traffico di tutto, questo levantinismo protetto e non pi temperato che non ha pi nulla a che fare con il Levante e con il mare, che aborrisce il rischio, questa modernit che cresce nel cono dombra della protezione statale e dei favori politici, questa incapacit di pensare in grande hanno fiaccato la citt, hanno fatto s che

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quando inizia a venir meno la mano protettiva dello Stato invece del decollo di una vitalit autonoma emergano le tare di unimprenditorialit assistita, non solo totalmente dipendente dalle risorse pubbliche e dai favori politici, ma spesso cresciuta grazie a mille connivenze e complicit, con una ricchezza sempre meno limpida. Anche i fenomeni di vitalit e di dinamismo autentici e senza piume di pavone, che ormai si manifestano pi nella provincia che nella citt, quelle forze che emergono fuori di qualsiasi protezione pubblica, non solo non riescono ad incontrare Bari, ma talvolta tendono addirittura ad evitarla. Tutto sembra deciso. A meno che... Forse proprio la profondit della crisi che potrebbe spingere verso uno scarto la storia della citt e rimetterne in discussione i punti di fondazione. In altri termini, Bari non pu pi pensare il proprio futuro mantenendo intatta lidentit che lha condotta in alto ma che oggi la spinge verso una contrazione di corto respiro della propria vita e verso una solitudine che con il tempo diviene senza rimedio. Perch anche questo oggi da dire: Bari sola e i baresi, con la loro immagine levantina, non sono circondati da ammiratori ma da soggetti diffidenti che ne temono i raggiri, che nel termine levante identificano il participio presente del verbo levare ad altri. La solitudine un altro effetto perverso della furbizia miope:

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essa di cos corto respiro da rovesciarsi nel suo opposto. Diventa decisivo reimmettere nellidentit quelle dimensioni non-utili, la cui gracilit allorigine certamente dellascesa ma anche della crisi della citt. Occorre cio che Bari reimmetta nel suo centro la preminenza dellinteresse collettivo su quello individuale, esattamente il contrario di quello che ancora oggi continua ad accadere con lo scempio di Punta Perotti, degno documento del degrado della citt. la stessa logica che ha logorato Bari: il profitto tramite mercificazione dei beni pubblici, la citt che mangia il proprio ambiente, si divora e si imbruttisce proprio come in una malattia. Scompare cos il bello che le residua, e ci si abitua al brutto facendo esercizio di prosternazione ai grandi interessi, alla loro miopia e rozzezza. Questa immagine che Bari offre di se stessa pi forte di qualsiasi campagna promozionale a suo favore ed capace di vanificarla in pochi istanti. La citt avrebbe bisogno in altri termini di separare il suo governo da quello dei grandi interessi, di dare per una stagione il governo a chi abbia voglia e capacit di progettare e rilanciarla sul lungo periodo, di aprire alla fantasia le sue strade, i nomi delle sue vie, di fare in modo che i luoghi dellincontro e della rappresentazione artistica ritornino in grande

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non solo nel cuore fisico ma in quello spirituale della citt. Occorrerebbe rieducarsi tutti alla bellezza, ad un rispetto del meglio di ci che si ereditato, tentare di rivedere in un certo rosso e ocra dei palazzi, nellincontro del bianco e del mare, le linee di uneducazione sentimentale per le nuove generazioni, un sacro da cui ripartire. Non si tratta di tradire la praticit, quel senso del fare di cui occorre riscoprire le forme antiche, che erano pi audaci e sapevano rispettare i luoghi, ma di dare contemporaneamente ad essi uno slancio e uno sfondo, un limite capace di spingerli in una direzione pi autenticamente imprenditoriale. Quellantico senso pratico potrebbe, una volta che abbia imparato ad attraversare il territorio della bellezza e del disinteresse e ritrovato il gusto del rischio, ritornare a se stesso arricchito e dare in cambio anche un senso della concretezza al pensiero, allarte, farli diventare utili alla citt. Occorrerebbe trapiantare nel cuore della citt un po di malinconia, un po di amore per le grandi battaglie del vivere civile, onorando molto pi che i maggiorenti quelli che hanno dato la vita e compromesso per la citt qualcosa di essenziale. Occorrerebbe restituirla ad un rapporto con lambiente che reimmetta delicatezza e sensibilit nello stile di vita: perch il grado di civilt della citt inizia dai suoi giardini, dalle sue strade, dal suo traf-

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fico, dal suo modo di amare il mare, dalla capacit di abitare nellanima e nei comportamenti dei cittadini. Bari deve in primo luogo uscire dalla solitudine, ricostruire amicizia e fiducia con il territorio che la circonda, reinventare un ruolo generale, offrire servizi, saper ospitare. Farsi amare non una debolezza, il primo indizio di un calcolo errato, ma qualcosa che fa s che qualcuno possa tornare a cercarci. Come si pu pensare di meritare rispetto, di poter essere cercati, se gli unici teatri sono diventati dei tendoni? se il porto tradisce un vero e proprio horror maris e rassomiglia pi a un cantiere edile che a un luogo di traffico e di incontro? Come non capire che la prima convenienza economica per Bari pu venire solo dallidea di riconquistarne la bellezza, di crearne di nuova, di riuscire a guardare lontano, dalla capacit di farsi scegliere anche da chi non vi nato? Nelle vecchie classi dirigenti cera un equilibrio (seppur precario e limitato) che port a costruire il Petruzzelli e che occorre ritrovare. Nei film antichi, nelle fotografie ci sono una pulizia, un senso di pudore e di appartenenza che non devono rimanere confinati nei ricordi. Forse le mutilazioni crescenti possono resuscitare lorgoglio di cui c bisogno e debellare lindividualismo rozzo e distruttivo che, dalle classi dirigenti agli esclusi dei quartieri periferici, sembra costituire il senso comune dominante. Forse

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esiste una soglia critica del degrado che pu innescare una reazione salutare, far riscoprire lattaccamento ai luoghi sui quali qualcuno ci ha portato per la prima volta per mano quando eravamo bambini. Forse quella mano pu trasmettere qualcosa e da essa si deve ripartire: senza questa umilt retrospettiva, senza questa memoria non c futuro. La vera forza del cambiamento non in un ceto o in una classe ma nel bisogno di vivere la citt, nella capacit di reinventarsi la tradizione e la misura. E in questo impegno Bari pu non essere sola perch essa paga con anticipo e con asprezza un prezzo che, anche laddove la modernit aveva avuto pi forza ed equilibrio, si recentemente iniziato a pagare. Oggi, infatti, la pervasivit inevadibile della mercificazione generalizza a tutto il pianeta lossimoro feroce di opulenza privata e squallore pubblico e la distruzione dei beni pubblici non un fenomeno locale, ma la grammatica dominante della nostra forma di vita. La fragilit di Bari, lesiguit delle sue resistenze le hanno fatto sperimentare con anticipo lindecenza di questo accostamento, ma questo primato negativo pu trasformarsi paradossalmente in una grande occasione: salvare Bari non unoperazione provinciale ma vuol dire confrontarsi con il cuore del malessere urbano della nostra civilt, che fa dei luoghi di tutti una terra di nessuno. Lungo que-

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sta strada si pu rompere la solitudine, si possono rintracciare percorsi, pensieri e soluzioni che altrove si iniziato a sperimentare. Se vuole continuare a pensare a Parigi senza far sorridere gli altri, Bari deve fare nello stesso tempo due operazioni: vivere un momento giacobino e aprirsi ad una vocazione di confine capace di andare al di l dei limiti dellideologia levantina. Il giacobinismo cui pensiamo s preminenza dellinteresse pubblico, ma non un astratto esprit de gomtrie presuntuoso e intollerante, accecato dal fanatismo del moderno. Esso deve voler dire reintrodurre il valore della cooperazione, dellutilit addizionale che si produce quando, anzich muoversi luno contro laltro, i membri di una comunit decidono di perseguire alcuni obiettivi comuni, scoprono che possibile aver fiducia. Contemporaneamente questo giacobinismo deve sapersi riconciliare con la collocazione mediterranea della citt, riscoprire punti di armonia e di passaggio tra la citt vecchia e quella nuova, diventare strumento per la ricostruzione della sua anima di confine tra lEuropa e il mare. La raison giacobina pu non essere in contraddizione con la vocazione mediterranea: liberare le istituzioni dagli interessi privati che le intasano, ricostruire un ethos che incoraggia la fiducia e la cooperazione, rilanciare le im-

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prese fuori del cono dombra della protezione statale, significa reincontrare fuori della loro simulazione retorica il moderno e la proiezione verso lOriente. In tanto parlare di Mediterraneo diventato infatti vitale riscoprire il peso di questo mar di Levante, di un Adriatico ponte tra due parti dellEuropa, porta su quella linea di frontiera in cui lOriente slavo e ortodosso incontra lIslam e le altre lingue dei cristiani, su quei Balcani che hanno segnato e segnano ancora cos dolorosamente la storia del mondo, dove le religioni e le etnie si sono affrontate spesso con le armi. proprio questo mare che manca allappello, proprio quella parte del Sud che si affaccia sullAdriatico, la Puglia, che fa fatica a parlare anche perch non sa pi attraversare il mare. Eppure il mercante che ha sempre attraversato i confini, senza armi ma solo con le merci, pu avere in quel mondo difficile e orgoglioso un grande ruolo di smilitarizzazione delle appartenenze. Tutto questo non pu esser fatto in solitudine ma va detto ad alta voce e si deve pretendere che anche i governi nazionali imparino a guardare in quella direzione, si liberino da soggezioni politiche e culturali che li fanno guardare solo a Nord. Come si pu pensare ad un riscatto del Sud, se labbattimento dei suoi confini meridionali ed orientali non nella testa e nella cultura dei governi? Riscoprire come una risorsa questa vocazione di confi-

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ne e non violenta fatta di traffico di merci e di idee, di rispetto per le tradizioni altrui, di emozione per i diversi modi di pregare Dio, di affari ma anche di ospitalit e curiosit: da questo lato Bari potrebbe ritrovare la miscela tra le sue anime, ritornare utile agli altri e quindi anche a se stessa. La posizione di confine comporta rischi molto grandi, in primo luogo quello di non essere n luno n laltro, di essere periferia di entrambi i mondi che si vogliono congiungere. Rovesciare in convenienza questa collocazione significa coniugare le due anime al loro livello pi alto: non una modernit di quarta mano che incontra un Oriente di livello ancora inferiore, ma una modernit esplorata ai suoi vertici e ai suoi limiti, capace di tematizzare i propri confini e che incontra lOriente non come fuga ma come un altro da tornare ad interrogare, come dimensione interna alla sua ricerca. Tra le tante Francie di cui ci si adornati occorrerebbe riscoprire quella di cui parlava Nietzsche e che fa dei Francesi una sintesi, in parte riuscita, del nord e del sud, e permette ad essi che sanno amare nel nord il sud e nel sud il nord di avere comprensione per i mediterranei di nascita, per i buoni Europei. Perch questa capacit di varcare i confini la si deve lasciare ai contrabbandieri? Bari citt europea, ma anche capitale dellincontro tra le religioni, sede di ununiversit autenti-

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camente mediterranea, capace di capire che essere ponte non vuol dire colonizzare, ma organizzare incontri alla pari in cui si insegna e si impara, che cerca la fusione tra valorizzazione turistica e tutela dellambiente, lequilibrio tra affari privati e pubbliche virt. Una baresit dallorizzonte pi largo, un senso pratico che ritrova se stesso dopo aver viaggiato, che diviene pi sicuro di s perch ha riscoperto il rischio della traversata. Bari che trasforma il suo malessere in un privilegio, perch capisce che deve mettersi a lavorare sul confine tra la ragione e il suo altro, che intreccia lumi e mistero, imprese e preghiere, negozi e racconti, traffico e fantasia, una citt che non c, ma potrebbe esserci se... Siamo partiti da una riflessione sul modo in cui a Bari si incontrano terra e mare, sul carattere anche troppo spoglio di quellincontro. Far ripartire Bari sarebbe come inserire linutile complicazione di una montagna in quel panorama. A loro modo le cattedrali romaniche sono state una complicazione, unimprovvisa irruzione di verticalit in un mondo acquietato nelle sue dimensioni orizzontali, hanno fatto impennare quella semplicit gettandola in altre prospettive. Al granito bianco delle caserme che guardano aggressivamente il mare dal lungomare Nazario Sauro occorre sostituire luoghi dellincontro, ununiversit che, guardando ogni giorno il ma-

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re, ritrovi in esso un orizzonte delle sue ricerche, il luogo dellidentit e della ricchezza. Avere ogni giorno di fronte questa parete azzurra avrebbe lo stesso significato verticale di una montagna, significherebbe ricordare ogni giorno, come in una preghiera, che la collocazione di confine pu rovesciarsi nellutilit pi grande, quella che rende preziosa una citt agli altri e alle generazioni future. Di fronte a queste dimensioni la volpe barese ha quasi sempre preferito dire che si trattava di uva acerba. A quella volpe occorrerebbe trasmettere la voglia di provare a saltare, il gusto di ci che le manca e il desiderio infinito di assaggiare luva. Oppure, pi realisticamente, le si potrebbe far capire che una volpe veramente furba non pu andare in giro dicendo bugie cos grossolane senza pregiudicare la sua fama.

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La mia infanzia in primo luogo un cortile, un brulicare di voci e di grida di ragazzi e la sera, specialmente destate, un luogo dal quale era possibile stando al sicuro alzare il capo e guardare le stelle. Ricordo una lunga chiacchierata con un amico una sera in cui accumulavamo giri parlando di tutto, passando liberi da un argomento allaltro e il punto di partenza di quella eccitazione leggera era stata la scoperta del cielo, una piccola rivelazione, una felicit e una paura fuse dalla sensazione di essere in volo nello spazio. Scoperta che era possibile fare anche sul terrazzo, sul quale in teoria era proibito andare, ma cerano sempre amici pi grandi che consentivano il passaggio. Dal terrazzo si vedeva il mondo esterno come dalle mura di un forte, di fronte la ferrovia (il nostro era un palazzo di ferrovieri), il sottopassaggio (dove una volta vidi un cavallo frustato a sangue perch scivolava e non riusciva a tirar su il cari-

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co), il cinema e pi in l linizio di un insediamento pi rado, alcune ville, una traccia della campagna. Dal terrazzo si potevano fare scherzi gettando qualcosa di sotto e poi gi, dietro il parapetto, in silenzio con il cuore che ci pulsava in gola e nelle orecchie per la paura e le risate. Il cortile era il regno dei maschi: poche erano le bambine e poco propense alla promiscuit, controllate dalla famiglia oppure gi domate dentro da subito. Talvolta si affacciavano a guardarci giocare e il loro sguardo, di cui eravamo consapevoli, oscillava tra invidia e ripulsa dei nostri modi. Dei due palazzi dei ferrovieri che, costruiti durante il fascismo, ancora oggi si allineano di fronte alla ferrovia il nostro era quello degli impiegati e dei funzionari e da noi cera maggior controllo sociale: invidiavamo quelli dellaltro palazzo perch potevano giocare a pallone anche nelle prime ore del pomeriggio e perch le ragazze l erano meno segregate; ci colpiva la loro maggior disinvoltura, era come se fossero gi adulti mentre noi, forse perch nati dentro a desideri di mobilit sociale, ci sentivamo un po sospesi, in continuo apprendimento, percepivamo una maggiore distanza tra il presente e il futuro, eravamo pi ingenui e destinati a uninfanzia e unadolescenza pi lunga. In quel cortile, quindi, circolavano quasi soltan-

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to maschi di pi et, da noi che eravamo sotto i dieci anni fino a quelli che avevano superato i venti e che talvolta gi lavoravano. Da questa comunit separava soltanto il matrimonio e laddio al celibato era sentito molto dai pi grandi, da quelli che si ricordavano la guerra e loccupazione alleata e che avevano mille storie da raccontare contendendosi o avvicendandosi nella fascinazione dei pi piccoli. Due erano le mitologie che attraversavamo e ci attraversavano: lepopea western e lo sport. Il cinema di fronte era il cinema del dopolavoro ferroviario e quindi una specie di prolungamento del cortile nel quale imparavamo a coesistere con altri. I film venivano seguiti con grande partecipazione collettiva ed era normale vederli pi volte: il momento della grande sfida finale e della sua felice risoluzione venivano talvolta seguiti soltanto in piedi sulle sedie e con battimani liberatori. Uscivamo dal cinema cavalcando e battendoci il fianco come se fosse un cavallo da spronare; era un tipo di corsa che richiedeva un incedere speciale, un accompagnamento di suoni con la bocca che era quasi sempre limitazione dellaccompagnamento musicale, diverso nei momenti di fuga e in quelli di rischio e via cos. Si sostava un attimo di fronte al fiume-strada che ci separava dal palazzofortino e poi si guardava con circospezione, con locchio vigile nei riguardi dei pochi indiani (automobili,

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biciclette, carri) che si vedevano allorizzonte. Anche a casa lepopea continuava a cavallo di una sedia e improvvisamente per noi la cucina diventava una pianura che esploravamo dallalto, bivaccando per la notte sotto il tavolo ma sempre con la pistola a tamburo vicina alla mano perch lagguato era sempre in agguato. Pi di una volta mi capitato di riflettere da grande sullimperiosit con cui certi paesaggi, certe montagne dellovest americano sono entrati nella mia cucina e nel mio cortile: la Monument Valley entrata in chiss quanti di noi, che tante volte sono morti o sopravvissuti agli attacchi degli indiani poco lontano da quelle rocce. Tra gli eroi dei fumetti ci si divideva, e il mio preferito era un eroe senza pistole e armato del solo lazo con dei pantaloni rossi e delle strisce gialle. Ricordo ancora la delusione quando riuscii a ottenere che per carnevale mi facessero il costume di Pecos Bill: le strisce dei miei pantaloni non erano sempre tese e sventolanti come quelle del mio eroe, ma cadevano inesorabilmente gi. Per quanto cercassi, correndo, di farle garrire esse rispettavano la legge di gravit, che invece nel giornalino era sospesa non solo nel caso delle strisce dei pantaloni. Il vivere dentro questa epopea era per noi un rapporto limpido e codificato con la violenza, con le

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armi: gli eroi del western erano solo positivi e se cerano sfumature noi non le percepivamo. I buoni erano facilmente riconoscibili (anche per il colore della pelle: i visi pallidi) cos come i cattivi (sempre con la barba lunga e con un ghigno), che ricevevano segni di disapprovazione rumorosa alla prima comparsa sullo schermo. Tuttal pi tra di noi cerano tensione e incertezza nelle occasioni nelle quali occorreva decidere chi dovesse comandare, ma ben presto si accett che il criterio fosse quello dellet che del resto coincideva quasi sempre con quello della forza fisica. La violenza, quella clamorosa ed evidente, in quelluniverso arrivava fondamentalmente dallesterno. Mi ricordo una volta, sempre nel cortile, uno scontro tra due uomini che aspettavano la stessa ragazza che lavorava come donna di servizio per una delle famiglie del palazzo; alla fine uno di essi scapp dopo aver colpito al capo con un tufo laltro che cadde svenuto e sanguinante. Unaltra volta una donna, al giardinetto dove mia madre mi portava alluscita di scuola, probabilmente una prostituta (ma quel nome o il suo corrispondente pi usuale non mi fu allora mai fatto), fer con un pettine un uomo che vidi stramazzare a terra con il volto insanguinato proprio mentre facevo una delle mie quotidiane battute in cerca di indiani o fuorilegge. La violenza vera, in proporzione infinitamente

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inferiore a quella che il western mi aveva inserito nellimmaginario, mi si affacci di fronte con i suoi colori, con la sua incomprensibilit, con la sua difficolt di codificazione, con la sua enorme sproporzione rispetto a qualsiasi connessione di senso capace di giustificarla. Al confine nordoccidentale dei palazzi dei ferrovieri iniziava un quartiere popolare povero con i sottani, delle abitazioni al livello della strada, e proprio sulla via che conduceva al mercato cerano anche le case di alcune prostitute e protettori, un guado malavitoso che capitava a tutti di dover attraversare. Era per noi il regno dei ragazzacci, i nostri indiani, che camminavano scalzi, vivevano per strada e non in quello spazio protetto che un cortile, che erano rissosi e violenti e grandi tiratori di pietre. Di fronte alla loro durezza ci svegliavamo dai nostri sogni di prodezze, anche se qualche volta ci siamo arrischiati in controffensive disperate vivendo poi a lungo di queste imprese e dilatandole nella nostra fantasia, cos come ci accadde di fare quando per la prima volta battemmo quelli dellaltro palazzo a pallone. Ma spesso i ragazzacci li spiavamo da lontano con un sentimento misto di ribrezzo e di invidia per il loro coraggio; soprattutto mi colpiva che essi vivessero la loro condizione che io sapevo terribile senza nessuna mortificazione, anzi con orgoglio e spavalderia.

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Poi, proprio come successo agli indiani, quella strada cambiata e loro sono andati altrove, pi lontani, mentre sulla via si affacciavano visi pallidi e piccolo-borghesi, pi simili ai nostri. Ma poco pi in l era possibile scorgere ancora i loro villaggi, i loro accampamenti e i loro bivacchi. Poche ore di cavalcata e li si poteva ancora vedere e, man mano che si diventava pi grandi e sicuri, si poteva attraversare il loro territorio, fermarsi in alcuni negozi della zona e scambiare con alcuni di loro qualche parola in dialetto. Talvolta nasceva improvvisa anche una partita a palla, quasi sempre una palla di pezza per festeggiare una pace sempre incerta e malferma. Il calcio era il grande metalinguaggio dei maschi, anche di gruppi sociali diversi, e a maggior ragione era laltra grande mitologia collettiva. Tranne la mattina quando si era a scuola tutte le ore di luce in cui non giocavamo a pallone ci sembravano rubate da qualche perverso tiranno; e quando finalmente potevamo straripare in cortile erano interminabili partite, lunghe sudate, dispute infinite per decidere se la palla fosse entrata o meno in porte che ovviamente non cerano ed ognuno immaginava a suo modo, recuperi avventurosi di palle finite al di l dei muri, fughe ai rumori di vetri rotti e poi ad uno ad uno si ricompariva come gli indiani dei film. Combattemmo anche noi una lunga guerra da

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indiani contro la trasformazione di quel cortile in garage: ci costruirono dei box per le macchine, unaiuola con qualcosa che era una futura palma e noi distruggemmo laiuola e continuammo a giocare, ma fummo lultima generazione perch adesso quando passo da quel cortile ( poco lontano dalluniversit) ci sono soltanto le automobili, ed il resto silenzio. Le ultime volte ho addirittura trovato chiusi sia il cancello che il portone: anche quel cortile si barricato nel silenzio, nella paura e nella solitudine. Rispetto ad oggi cerano poche immagini, quelle fisse delle fotografie e quelle di cinegiornali affrettati, ma erano continuamente ripercorse con la fantasia e tanti racconti di testimoni, tante parole. Mentre infuriava la partita da un balcone arrivavano notizie del giro dItalia e allora le montagne delle grandi scalate si mescolavano alle azioni della partita. Quando fummo un po pi grandi per giocare cominciammo ad uscire dal cortile, guadavamo la ferrovia e trecento metri al di l dei binari cerano tanti campi di calcio in una zona non ancora edificata, campi di cui uno soltanto, quello con le porte, recava il segno dellintervento di una tecnologia minima mentre gli altri, tra loro molto disuguali, erano stati modellati dal lavorio di mille partite, spianati come da ere geologiche da calciatori di tutte le et e classi sociali. Il rango del campo su cui si poteva giocare, quando ce-

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ra pienone, era deciso dai rapporti di forza e ricordo partite iniziate su un campo e finite su un altro cos come la prima conquista del campo principale, quello dove cerano talvolta il triciclo dei gelati, la vaschetta con le gassose e qualche spettatore con laria di chi se ne intende e nei cui occhi ci si specchiava dopo una prodezza o un errore clamoroso. Let che cresceva la si poteva misurare proprio dalla sicurezza con cui ci avventuravamo su questa terra di nessuno, dalla prossimit del nostro campo a quello principale. In queste partite era facile che mi capitasse di essere il capitano della squadra sia per lincurabile malattia del prendere sul serio le epopee collettive, sia perch ero il pi grosso e il pi forte e questo mi permetteva di difendere con discreto successo nei momenti pi critici le sorti della squadra. Posseggo ancora una fotografia nella quale sono lunico delle due squadre schierate a centrocampo a non guardare la macchina fotografica e a stare l impettito cos come avevo visto fare ai giocatori veri durante linno nazionale. Tutto l (anche se si trattava di una grande sfida con molto pubblico) di fortuna, dal campo allarbitro, alle divise, alla fotografia che pessima, solo io sembro non accorgermene e prendere la cosa sul serio. Si stava dunque molto insieme, ci si stava addosso, si litigava, si cambiavano alleanze, ma mai

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troppo a lungo perch i rimescolamenti erano continui e non si dipendeva mai strettamente da uno soltanto, anche se poi il tempo e la scuola hanno iniziato ben presto a diversificare le persone, a tracciare diversi destini e diverse traiettorie di uscita da quel cortile. Ma quello che ricordo qualcosa che trascende queste differenze, unincredibile coralit, il gran numero delle cose fatte insieme, dalle corse con i tappi alle spedizioni sullestramurale per vedere le motociclette della Milano-Taranto, alle prime misurazioni della virilit, questa forse lultima delle cose fatte insieme e la prima di unaltra fase della vita, linizio di unaltra partita, giocata con altre squadre ma anche e soprattutto da soli. Al quarto piano di una delle tre scale di quel palazzo cera la casa nella quale ho abitato dallet di dieci mesi fino a sedici anni; quattro stanze pi la cucina, esposta sullinterno a mezzanotte (il lato del mare) e sullesterno a mezzogiorno. Ricordo il balcone della camera da pranzo inondato di sole e la vista e gli odori della ferrovia, di treni ancora a carbone e bianchi di fumo, era come se avessi dentro casa uno splendido trenino vero, i mille barbagli dei cocci sui selciati e dei vetri delle carrozze. Su quel balcone quando si rifacevano i materassi veniva esposta la lana nella quale era bello tuffarsi; una volta, forse attirata da questa novit entr nella camera

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in fondo una cavalletta e ricordo la soddisfazione quando, vinto il ribrezzo non ne avevo mai vista una prima riuscii a farla volar via con il battipanni. Quando, dopo alcuni anni, quella divent la mia stanza ricordo quel bellissimo gioco che consisteva nel guardare sul soffitto le macchine passare attraverso il riflesso del sole sulla carrozzeria o sui vetri; da quel balcone vidi lincendio di un mulino al di l della ferrovia (come era lungo un incendio e come era difficile spegnerlo!), da l le sere destate si poteva vedere il terrazzo del dopolavoro sul quale si ballava al suono di unorchestrina, da quel balcone e dai suoi grandi spazi ho imparato a riconoscere la luce chiara e perpendicolare di mezzogiorno, da quel balcone chiss quante volte al buio mi sono chiesto chi sarei diventato, che cosa mi aspettava e adesso che scrivo trovo incommensurabile quello che sono e la sospensione trepida che cera in quelle domande, quel mistero che ero allora a me stesso. Il balcone centrale era il balcone di quella che stata a lungo la sala da pranzo, in cui si mangiava la domenica o quando cerano ospiti: una volta venne a pranzo un signore che recitava a teatro e aveva fatto qualche parte in alcuni film ed io ricordo la sua faccia liscia, rosea ed un po floscia e la tovaglia e le posate buone e mia nonna (era stata anche lei primattrice nella filodrammatica del dopolavoro) lusingata ed

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in punta di piedi. In camera da pranzo o in cucina si ascoltava la radio: musica, variet, giornali radio, carillon e fischi che scandivano le ore, ma anche alcuni momenti di grande partecipazione emotiva come lalluvione del Polesine, il crollo di Dien-bien-phu, la rivoluzione ungherese. Lontano, da qualche parte, cerano guerre come quella appena finita e dentro la quale ero nato, ma i protagonisti non erano gli stessi dei racconti di mio padre (prigioniero in Jugoslavia) e di mio zio (prigioniero in India), ma unimmensa ondata che sembrava espandersi irresistibilmente nel mondo, un comunismo dagli occhi allungati, unumanit del nord e dellest da noi molto lontana, senza sentimenti e senza piet. Queste notizie e queste paure arrivavano su un nucleo familiare (i nonni, i miei, gli zii) solidamente di destra, sabaudo sicuramente nelle tre donne che governavano la casa, pi irrequieto negli uomini, specialmente mio padre. Ricordo le elezioni (credo del 48) con i manifesti dappertutto, anche sui muri delle chiese, soprattutto i manifesti con stella e corona a cui andavano le preferenze dei miei e che io contavo passeggiando con loro per capire se stavamo vincendo. La figura centrale di questo nucleo familiare allargato era mia nonna, e io primo nipote (mio cugino arriv dopo tre anni e mezzo e mio fratello dopo otto) ero il suo beniamino, il destinatario principale

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delle sue cure e della sua educazione sentimentale. Mia nonna era nata a Roma, ma aveva vissuto e si era sposata ad Ancona dove erano nate mia madre e mia zia; quando mio nonno, funzionario delle ferrovie, fu trasferito a Bari la famiglia lo segu e l le due figlie si sposarono. Solo durante lultima parte della guerra sfollarono vicino ad Ancona in un posto bellissimo e allora selvaggio dove sono nato. In primo luogo mi fu insegnato che non ero barese: quasi tutti i ricordi pi belli di mia madre, mia zia e dei nonni erano di Ancona e io ho imparato ad amare una citt e persone che conoscevo pochissimo. Il primo viaggio ad Ancona fu emozionante. Mi svegliai allalba sul treno e assistetti incantato allo spettacolo della levata del sole dal mare e poi finalmente larrivo: cerano i parenti tanto raccontati, cerano ancora dei palazzi distrutti dai bombardamenti, cera quella strana cosa che sono le colline, le strade in salita e tortuose che disorientano chi conosce soltanto la geometria ortogonale di Bari. Con i suoi panorami piatti e squadrati, in cui le colline erano e sono i palazzi, Bari mi sembrava la regola e Ancona leccezione; avrei appreso pi tardi che forse era vero il contrario. In ogni caso questa rivendicazione dellanconetanit era per i miei una rivendicazione di diversit e di distinzione, quasi come un vantare dei natali nobili, forse un radicamento pi antico e consoli-

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dato nella piccola borghesia dei funzionari statali, unidentificazione molto maggiore (e poco meridionale) in una cultura post-unitaria, nei suoi miti e nei suoi riti. Successivamente la posizione dominante di mio nonno venne messa in crisi dallarrivo degli ingegneri, pi giovani e di grado pi elevato, ma ricordo che nella trama della distinzione che si veniva a cucire tra le famiglie attraverso gli inviti a casa, le cene e il gioco a carte, la casa dei nonni fu a lungo la casa principale, la pi aperta a tutti. In quella casa si leggeva molto, tutti leggevano molto: non mancava mai il quotidiano, ma anche Oggi, la Domenica del Corriere e la Tribuna illustrata, riviste femminili, i miei giornalini; cerano tanti libri, da Cronin a Krmendi, da Zweig a Bront, da Dickens a Zola e ben presto anchio ebbi la mia biblioteca personale, appresi la magia del leggere. forse proprio qui, nel grande peso dato ai significati e al senso che mi pare di poter dire che ci fosse la maggiore diversit: limpressione che avevo era che per gli altri le cose fossero pi semplici e lineari, che tutto ci che era lontano nel tempo e nello spazio fosse realmente lontano, interessasse poco e non potesse riguardarci pi di tanto. Anche laddove cerano libri, nelle case degli ingegneri, essi erano di meno ma soprattutto meno importanti, diversi, pi orientati verso saperi pratici,

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manuali, strumenti di lavoro e non tramiti di significati. Allinterno di questenfasi sottile e pervasiva, in cui gli eroi per quanto lontani (non dormivano mai, non andavano mai in bagno) erano sempre l a misurarci, si compiuta la mia educazione sentimentale. Primo nipote al centro dellattenzione di tre donne (mio padre torn dalla prigionia quando avevo tre anni e mezzo e quasi contemporaneamente alla nascita di mio cugino) credo che il mio inizio di vita sia stato accompagnato da molta attenzione, enfasi e punti esclamativi. Sin dallinizio sono stato immesso in questo circuito di privilegi e obblighi interiorizzati che veniva da una famiglia radicata in una cultura umbertina, in cui molto pi importanti del denaro erano altri codici. Quando torn dalla prigionia mio padre (che fino allora era stato una fotografia di fronte alla quale dicevo le preghiere della sera) e nacque mio cugino credo di essermi trovato di fronte alla necessit di impegnarmi con tutte le mie forze per continuare a ricevere in forme nuove e pi adulte quelle gratificazioni che fino ad allora mi erano arrivate al fondo con poco lavoro. Mio padre dovette riconquistarsi spazio con decisione e ai miei danni (ricordo soprattutto la sua forza: alla stazione, quando me lo avevano indicato e mi avevano detto di corrergli incontro, mi aveva solle-

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vato come una piuma, come nessuno fino ad allora era stato capace di fare; ma anche i primi ceffoni dolorosi e pesanti) e mia nonna mi accolse spesso la mattina nel suo letto dove mi leggeva libri, dal Cuore di De Amicis al Giornalino di Giamburrasca. Imparai a leggere e a scrivere molto presto e la scuola non fu mai un problema (anche se non insegnava mia madre era diplomata come maestra), ma landar bene a scuola mi consentiva di conservare in altra forma lattenzione e la centralit dei miei primi anni. Il mio peso e il mio super-io crebbero probabilmente insieme, inseparabili compagni di giochi delle mie angosce, dei miei segreti, dei miei smarrimenti e dei miei ritrovamenti. Fuori di quei modelli abitava una parte di me, specialmente quella parte che era collegata alle fantasie sessuali, per le quali in quel tipo di educazione non cera parola: quante scoperte, quante paure sono avvenute nel buio senza parola, con lidea di essere il primo e lunico nella scoperta e nel peccato, quante salive inghiottite di colpo, quanti sguardi come pietre lanciate nascondendo la mano, quante domande inevase, quanti silenzi e quante reticenze da parte loro e mia, eppure, anche e accanto a ci, quanti altri mondi conosciuti, quante storie ascoltate e poi raccontate, quante figure entrate in tutte le mie stanze come amici, quanti prahos sullo-

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ceano indiano, quanti castelli inglesi, quanti galeoni accerchiati, quanti cavalieri misteriosi sono entrati da quelle porte e da quelle finestre! Come si intrecciano reticenze e fantasia, esclusioni e messe al bando di s e larrivo sudato sulla collina sulla quale si conoscono i propri eroi? Che cosa si blocca e che cosa si libera allorch scatta uninibizione? Quali bambini non sono stato? Quelle domande trovavano risposte monche e parziali nelle uguali domande di coetanei, nelle descrizioni dei ragazzi pi grandi, molti dei quali avevano (o dicevano) costruita la loro esperienza nelle case dappuntamento. I loro racconti erano spesso sommari ed imprecisi e probabilmente molti millantavano unesperienza che non avevano. Sia lanatomia dellaltro sesso, sia latto sessuale sono stati a lungo solo il risultato impreciso di una somma di descrizioni, in alcuni casi descrizioni di descrizioni. Le donne, le coetanee o quelle appena pi grandi erano, tranne eccezioni, lontane e seguite con gli sguardi. Luscire da questa lontananza stato il lungo apprendistato delladolescenza, la complicata costruzione di una lingua nella quale sentissi rappresentato me stesso, al di l dei silenzi e dei gerghi di una virilit postribolare. Mia nonna che nella relativa immobilit (era molto grassa e non camminava bene) era il centro

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della casa, se n andata via quando avevo dodici anni, con la mia infanzia. Gi prima della sua morte per in quel micro-sistema sociale era avvenuto un cambiamento perch gli zii e mio cugino erano andati ad abitare per conto loro. Nellennesimo spostamento (quello di cambiare stanza era uno dei giochi preferiti da mia madre) si cre uno spazio per me, o meglio un compromesso tra una mia stanza autonoma e lo studio di mio padre, dove troneggiava una nuova scrivania e sul muro il diploma di laurea di mio padre conseguito presso la regia universit di Bari Benito Mussolini. Su quella scrivania ricordo delle custodie di cartoncino rosa per le pratiche (mio padre era impiegato allintendenza di finanza) e un lume costantemente sbilanciato che bastava un nonnulla (ma i miei movimenti erano molto di pi di un nonnulla) per fare cadere sul cristallo del ripiano della scrivania. In quella stanza cera anche il mio letto (finalmente i miei potevano dormire da soli) che nei primi mesi prima di addormentarmi circondavo di sedie, di segnali acustici e di protezioni contro gli abitanti notturni delle mie paure. Attorno al letto cerano i libri, sotto di esso le collezioni di giornalini religiosamente riposte in ordine allinterno di scatole di cartone, i soldatini, i ciclisti di plastica che si trovavano allinterno delle prime scatole di detersivo, tappi, figurine,

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aeroplani ritagliati di cartone, palline di vetro, di creta e palle di gomma di tutte le dimensioni, e poi un pallone di cuoio di seconda mano che diventava il protagonista di forsennate partite appena eravamo soli a casa, il terrore di tutti i vetri, le bottiglie e i lumi di casa. In quella stanza stavo a lungo da solo e leggevo tutto il leggibile. La sera mentre i miei ascoltavano la radio e giocavano a carte (a canasta, un gioco dove cerano le pinelle e si poteva gelare il pozzo) io mi mettevo sul letto e leggevo, talvolta chiedendo conforto come quando alla fine dei Ragazzi della via Pal muore Nemecsek. Larrivo di mio padre, inutile nasconderlo, mi aveva reso pi difficile la vita, ma significava anche qualcuno su cui e con cui misurarsi. E non fu facile, anche perch il modo pi efficace per farmi filare dritto (come lui diceva) lo avevano gi trovato mia nonna e mia madre entrando nelle mie profondit e gli schiaffi aggiungevano dolore fisico e rabbia quando non sembravano giusti. Mio padre era pi impulsivo e pesava di pi, ma solo (cos mi a lungo sembrato) negli strati superficiali e meno a lungo: lui amministrava la pena, mia madre e mia nonna mi avevano insegnato la colpa. Locchio mi seguiva sempre e non cera porta che potesse coprirmi: forse solo il buio che rende meno visibili, ma il buio era anche il regno delle ombre

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e delle paure, cerano buoni motivi per fuggirlo. Mi sono sempre visto con questocchio non mio e proprio l stanno, inseparabili come in una medaglia, pregi e difetti, luci ed ombre, diritto e rovescio. Ma questa severit in mia madre era attenuata da uninfanzia felice, dallidea l appresa che le storie debbono finire bene anche se non sembra, che i costi verranno ricompensati, che dalla paura e dalla rabbia si torna sempre e al compito spetta un premio fatto da poche parole ma soprattutto da un tintinno di risate che rimbalzava dalla sua infanzia nella mia. Di qui quel tessuto simbolico fittissimo e senza smagliature e diserzioni (che invece mia zia, pi laica e pi propensa a vedere lesistenza dei cattivi sentimenti propri e altrui, conosceva) entro il quale inserire tutti i gesti quotidiani, questa ncora e questa prigione, di qui il desiderio di provarsi e quello di tornare, il piacere di perdersi e quello di ritrovarsi, di qui la passione per le storie. Quello sfondo di straordinaria allegria ridava senso alla seriet e al sacrificio che tante volte mi capitava di scorgere su quel volto. Forse l ho imparato che con tutti bisogna sempre cercare il punto in cui, anche per un attimo, sono stati felici per incominciare a parlare. E che piacere, anche per mio padre, quando lei si scioglieva e tornava a quellallegria che le aveva conosciuta, e che c ancora tutta in quelle fotografie insieme sul terrazzo.

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Rispetto a questo senso del dovere e al suo potere silenzioso mio padre rappresentava per me la forza fisica e la durezza (dei tre adulti maschi era quello pi temuto anche da mio cugino). Solo pi tardi avrei conosciuto tenerezza per lui e solo dopo la sua scomparsa sarei stato capace di scoprire a che profondit mi aveva abitato. La sua famiglia era a me pi estranea e ogni domenica andavo con lui a trovarla. Mio nonno paterno, professore negli anni Venti e Trenta nel ginnasio cittadino, era morto lasciando quattro figli e la moglie in grandi difficolt. Questo evento e limprovviso declassamento avevano segnato profondamente la famiglia di mio padre e talvolta quando andavo da loro mi sembrava che il lutto continuasse ancora, che nessuna esperienza successiva a quella scomparsa potesse aver valore agli occhi di chi guardava soltanto allindietro. Con molti rimproveri mio padre e la secondogenita si erano staccati da quella decorosa tristezza aumentandola. Io ero il primo nipote maschio e con lo stesso nome del nonno scomparso ma vivevo in unaltra casa e con altri lari e la nonna e gli zii paterni cercavano di farmi conoscere anche la loro religione, le loro radici rimproverando a mio padre di non farlo a sufficienza. Leffetto era talvolta controproducente anche perch questo nonno, alla cui venerazione mi in-

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vitavano, lo potevo conoscere soltanto attraverso fotografie in cui era in compagnia di suoi colleghi e amici (altolocati o famosi) e mai come padre di mio padre, mai in compagnia della sua famiglia alla quale mi sembrava fosse arrivato solo distrattamente e in tarda et. Tutto ci mi faceva sembrare quella venerazione eccessiva anche se confusamente potevo intuire quale potesse essere stato lorgoglio di quella famiglia in un periodo in cui il nonno aveva come suoi allievi i figli delle maggiori famiglie della citt. Di quella casa ricordo, oltre lodore acutissimo di rag che si incontrava nel portone, anche quel peso fortissimo e per me quasi soffocante del passato, quel mio retrocedere sempre a metafora di altro, quegli sguardi mai diretti, ma che mi arrivavano sempre alla luce di qualche altra cosa, che mi toccavano sempre di rimbalzo. Con il passare del tempo avrei capito meglio e di pi mio padre e la sua famiglia, sarei stato capace di guardare con emozione e curiosit le foto che allora mi venivano mostrate e mi annoiavano, ma sono cose avvenute fuori dellinfanzia, quando le si sopravvive e la si storicizza. Quante le cose che si capiscono dopo! Ma soprattutto quanta parte del mondo al di l del cortile ci viene nascosta per poi rivelarsi attraverso estemporanee e dolorose scoperte! La mia infanzia fu protetta da quel cortile e da tutti gli altri

Il cortile

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cortili che avvolgono in genere un bambino, dalle reticenze, dal modo in cui si sottrae al suo sguardo il proprio dolore o il peggio di s e degli altri. Da questo punto di vista la mia famiglia, con il suo perbenismo sentimentale, mi ha molto protetto e ancora oggi non finisco mai di apprendere quanto diversa sia la vita vera da quella consegnata nelle immagini a me proposte allora. Eppure intrecciata a quella sospensione e cecit c ancora oggi, come il riflesso di quellinfanzia, lidea che non assurdo sperare che sia possibile diventare grandi senza tradire, misurarsi con tutta la complessit e la durezza della vita senza gettar via come ingenuit la delicatezza e il tintinno delle risate. proprio questo tintinno che spero di essere riuscito a trasmettere a mio figlio, perch tutto il resto gli secondo. Anche se, ricordando che linfanzia per definizione let in cui non si pu parlare, mi viene da pensare che, parlandone, lho per lennesima volta tradita.

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Premessa Mal di Levante Il cortile

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