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Meditazione del cardinale arcivescovo di Milano alla comunit cristiana della chiesa di St.

Joseph del Greenwich Village di New York del 24 febbraio 1998. di Carlo Maria Martini, da MicroMega 5/1999 Sono molto contento di trovarmi nella bella citt di New York, nella meravigliosa chiesa di St. Joseph nel Greenwich Village, di incontrarmi con voi e di essere ospite di padre Aldo Toss., che rappresenta bene, a mio avviso, il parroco del terzo millennio. Mi stato chiesto di tenere una relazione dal titolo: Una comunit cristiana verso il terzo millennio, e vi parlo come Arcivescovo di una grande diocesi, di una Chiesa locale che si interroga per capire quale sia il modo giusto per celebrare la fine del secondo millennio. Occorre infatti trovare una via che non sia n quella della curiosit o superficialit, n quella della paura propria di chi si domanda se siamo giunti al termine della storia. Ho saputo che anni fa il sindaco di New York ha fatto unindagine tra la cittadinanza appunto per avere delle idee su come celebrare la sera del 31 dicembre 1999. E ha creato un panel of visionary, un comitato di visionari, di persone capaci di valutare i diversi suggerimenti. Il comitato aveva un motto: Pensa alla grande, pensa con apertura internazionale, pensa gentile, pensa senza rischiare, pensa futurista, ma pensa. A Milano non abbiamo istituito un comitato del genere, e tuttavia cerchiamo di pensare. Ci che vi dir il risultato del nostro pensare. Anzitutto mediteremo la lettera di Giovanni Paolo II Tertio millennio adveniente, del 1994, per comprendere le ispirazioni dello Spirito Santo a proposito della celebrazione della fine del secondo millennio e linizio del terzo. In altre parole, che cosa dobbiamo fare come comunit cristiana, nella preoccupazione che condividiamo con molti altri per il futuro dellumanit? Come accogliere questa grazia di iniziare il terzo millennio dellera cristiana? una grazia che tante generazioni di cristiani non hanno avuto, e dobbiamo avvertirne la responsabilit. Espongo quattro punti sotto forma di domande o dilemmi: Millennio o Giubileo? Millennio o Apocalisse? Che cosa essenziale per questa celebrazione? In concreto che cosa significa per una Chiesa locale? Millennio o Giubileo? Scrive il papa nella Tertio millennio adveniente: I duemila anni dalla nascita di Cristo rappresentano un Giubileo straordinariamente grande non soltanto per i cristiani, ma indirettamente per lintera umanit (n. 15). Ci sono qui due termini diversi per indicare il medesimo evento: duemila anni dalla nascita di Cristo, cio millennio, e poi Giubileo. Noi dobbiamo distinguere il significato e limportanza dei termini mettendo al primo posto la nascita di Cristo, perch il Giubileo soltanto un modo, uno strumento, per celebrarla. Ci che conta la memoria della nativit di Cristo e delle conseguenze che essa ha avuto per lumanit. 1) Anzitutto i duemila anni dallincarnazione del Figlio di Dio costituiscono un evento per i cristiani, un evento che divide la storia tra un prima e un dopo, che ha creato una nuova fase della storia, la fase o stadio finale. Si tratta perci di un evento ecumenico, che riguarda tutti coloro che pensano e credono in Cristo come il centro della storia, come il Figlio di Dio. E tuttavia riguarda anche lintera umanit. vero che il conto degli anni a partire dalla nascita di Cristo una pratica occidentale. Per esempio, il 2000 sar per gli ebrei lanno 5760, per i buddisti il 2544, per i

musulmani il 1421. Per tutti nel mondo, anche se non accettano il posto centrale che Cristo ha nella storia, riconoscono che, in un certo modo, con la sua nascita ha preso avvio un nuovo tempo storico. E tutti nel mondo hanno qualcosa a che fare con Ges e con il suo insegnamento sulla pace, sul perdono, sullamore per i nemici, sulla solidariet, sulla giustizia, sul servizio amoroso ai poveri. Quindi il millennio un evento che interessa tutti. Possiamo domandarci: un evento che tocca anche gli ebrei? Pensiamo quanti problemi e quante sofferenze stanno sotto tale domanda, e come sia necessario e urgente che i cristiani mostrino pentimento e insieme esprimano la forte decisione di evitare in futuro ogni forma di antisemitismo. Allora la celebrazione di fine millennio e dinizio di un nuovo millennio potrebbe essere una buona occasione per proclamare e promuovere soprattutto in Europa sentimenti di amore, di amicizia, di fraternit verso il popolo ebraico. E, in questo spirito, perch non sperare anche di trovare una comune comprensione sul significato universale della persona di Ges di Nazareth, almeno come grande leader, grande profeta ebreo, come successo negli ultimi anni? In Israele penso al lavoro scientifico dello studioso ebreo mio buon amico David Flusser, che ha scritto molto su Ges profeta; in Europa penso al lavoro dello studioso ebreo Pincas Lapide, o a Ben Chorin, altro pensatore eccellente; penso al lavoro di altri pensatori e studiosi ebrei negli Stati Uniti. Questa comune comprensione va incoraggiata e mi auguro che il nuovo millennio ci porti a parlare insieme anche di alcuni aspetti della vita di Ges di Nazareth. Va naturalmente ricordato che il conto dei duemila anni non corretto. Sappiamo infatti che, a rigore, il terzo millennio gi iniziato perch Ges nato circa sei anni prima dellera cristiana, e quindi la data che celebriamo ha qualcosa di arbitrario. Ed pur vero che matematicamente il secondo millennio dovrebbe essere celebrato nel 2001, dal momento che non esistito un anno zero. Non possiamo comunque negare che lavvento dellanno 2000 nel nostro calendario rivesta come una specie di aura che ne fa unoccasione propizia per la revisione del passato, quasi una pausa nel corso della storia. 2) Consideriamo adesso il termine giubileo che viene dalla Bibbia ebraica e, di per s, indica una festa da celebrare ogni cinquantanni, cio dopo 7 settimane di anni; non dunque una celebrazione di un evento del passato. Non aveva un aspetto commemorativo come invece lavr il 2000; si trattava piuttosto di un evento sociale, al fine di condonare, perdonare, rimettere le cose a posto, in particolare per la restituzione delle terre ai loro proprietari originari, e per la liberazione degli schiavi. Un evento sociale, possiamo dire, al servizio della giustizia e della solidariet. Ovviamente il Giubileo veniva celebrato in un contesto religioso, se mai stato celebrato, perch non abbiamo sufficienti ragioni storiche per affermarlo; in ogni caso, si configurava come una grande idea sociale alla quale soggiaceva la convinzione che il vero padrone della terra Dio e che la terra va distribuita in modo da evitare limpoverimento di alcuni e larricchimento di altri. Nella storia del cristianesimo, il termine giubileo stato introdotto nel XIV secolo, per sottolineare appunto gli anniversari della nascita di Ges, e questo termine ha il vantaggio di riallacciare una celebrazione cristiana a unidea ebraica di preoccupazione sociale. Vorrei sottolineare che, a mio giudizio, il termine giubileo deve essere riservato a eventi di portata sociale ed etica, indubbiamente in un contesto religioso, e non deve essere usato quale sinonimo per ogni genere di festa. Non si tratta di festa, ma di un pentimento collettivo, di un grandioso fatto sociale, di un momento di conversione. La parola stessa giubileo significa anzitutto pentimento, conversione, proposito di solidariet, preoccupazione per i poveri. E, nella visione cristiana, laccento posto non su ci che fanno gli uomini e le donne, bens su quello che Dio ha operato e opera a favore dellumanit, nel nostro caso lIncarnazione di suo Figlio. Millennio o Apocalisse? Ogni svolta della storia ha rappresentato un pretesto per linsorgere del pensiero apocalittico. Non facile definire che cosa si intende per apocalittica. Gli studiosi danno diverse interpretazioni

per questa difficile parola greca, che letteralmente vuol dire rivelazione, svelamento. Il libro biblico del profeta Daniele o, nel Nuovo Testamento, il libro dellApocalisse sono un esempio concreto di genere apocalittico. In generale, con questo termine si vuole esprimere un certo senso di disagio verso il mondo, una profonda insoddisfazione per il presente delle cose, connessa alla speranza che dun tratto possano cambiare attraverso un evento causato non dallopera degli uomini, ma da qualche forza superiore. Apocalittica la rivelazione dellimminenza di tale improvviso e definitivo cambiamento della storia, e anche lesatto calcolo dellanno nel quale avverr; questa rivelazione trasmessa o da un Essere superiore oppure da un profeta in un linguaggio criptico, che solo pochi possono comprendere. Ha perci a che fare con la speranza per il futuro e con la paura per la fine della storia; ha a che fare con laspettativa dellinizio di una nuova era. La nostra epoca, specialmente negli ultimi due secoli, piena di predizioni apocalittiche da parte dei fondatori di diverse sette che annunciano lavvicinarsi della fine; ci sono anche molte visioni e profezie di uomini e donne del tempo presente. Ricevo, in proposito, numerose lettere di persone che scrivono: La fine del mondo prossima; ricordo inoltre tutte le speculazioni sul terzo segreto di Fatima. Anche questo apocalittica. Esempi di linguaggio apocalittico li abbiamo pure in alcune pagine del Nuovo Testamento. Penso al linguaggio criptico (e lho scoperto recentemente) usato dallevangelista Luca nei primi due capitoli, dove racconta la nascita di Giovanni Battista e di Ges. Il conteggio dei giorni ricorda lannuncio dato a Geremia settantanni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, ci sar un radicale rinnovamento e predetto poi dallangelo Gabriele a Daniele (cfr. 8-9). Ed proprio lo stesso angelo Gabriele ad annunciare la nascita di Giovanni Battista a Zaccaria e la venuta di Ges a Maria. In Daniele 9, 70 settimane di anni fanno 490 anni; in Luca, dallannuncio a Zaccaria nel Tempio fino alla presentazione di Ges al Tempio, passano 490 giorni. Il linguaggio apocalittico intende rivelare nascosti misteri di figure, di tempi, di numeri, e levangelista lo usa per sottolineare che i giorni di Ges sono i giorni finali della storia, gli ultimi giorni. C tuttavia una differenza sostanziale tra le molte predizioni apocalittiche cui ho sopra accennato e quelle del Nuovo Testamento che sono fatte in spirito di coraggio e di speranza, non incutendo paura. I primi due capitoli di Luca sono pieni di gioia, segno dellapocalittica cristiana, e vogliono dire: con Ges siamo entrati nello stadio finale della salvezza. Quindi, alla domanda: siamo giunti agli ultimi anni della storia? possiamo rispondere: s, perch dopo la venuta di Ges la storia della salvezza va verso il suo compimento. Se invece domandiamo: ha un significato il passaggio dal 1999 al 2000? rispondiamo: no, nessun significato, e non c spazio per predizioni ansiose e di paura, ma soltanto per il rinnovamento della speranza e del coraggio. Che cosa essenziale? Che cosa veramente necessario per celebrare il nuovo millennio? Certamente, non lattesa di qualche gran cambiamento nella storia umana: il 2001 non sar tanto diverso dal 2000. essenziale, invece, riportare alla coscienza il grande e fondamentale cambiamento inaugurato dalla venuta di Cristo: ogni Eucaristia questo cambiamento, ogni preghiera ben fatta questo cambiamento, ogni atto di amore sincero. Con la vita, morte e risurrezione di Ges il significato delle cose mutato, iniziato un nuovo ordine, lordine del Regno di Dio basato sul perdono. Ormai ogni momento porta con s la presenza di una nuova umanit e noi possiamo impegnarci per lamore e la giustizia nella certezza che esse prevarranno. Una nuova solidariet stata resa possibile, uneconomia basata non sulla competitivit, bens sullattenzione verso tutti gli esseri umani, e tale economia non frutto dei nostri sforzi umani, ma la grazia dello Spirito Santo che opera in ciascuno di noi. Alla soglia del terzo millennio allora essenziale vivere in questa prospettiva e allargarla a molti altri per il bene dellumanit intera, cos da ottenere un triplice scopo: aiutare coloro che sono alla ricerca del significato della vita; aiutare soprattutto i giovani a trovare punti di riferimento per questa nuova

ricerca di significato; aiutare i cristiani a guardare al terzo millennio con gioia e con speranza. Quale limpegno di una Chiesa locale? Partendo dalla mia esperienza, propongo tre linee di azione che ritengo utili per il cammino di una Chiesa locale, e mi servo di tre esempi pratici: 1) Il primo esempio quello di una iniziativa per persone alla ricerca di senso. Lho lanciata a Milano invitando a degli incontri quanti fossero desiderosi di pensare. meglio distinguere tra pensanti e non pensanti che tra credenti e non credenti. Agli incontri ho dato il nome di Cattedra dei non credenti perch il mio presupposto che in ciascuno di noi qualunque sia la nostra religione ci sono un credente e un non credente in continuo dialogo. E mi dicevo: sarebbe bello dare voce a questa lotta interiore ascoltando anche persone in ricerca di un significato, sarebbe bello chiedere a queste persone se pure loro vivono tale lotta! Al primo incontro ho invitato a parlare un noto filosofo marxista, ateo, che espresse ad alta voce le ragioni del suo non credere. Fu unesperienza commovente e insieme molto interessante. Negli incontri successivi salirono in cattedra artisti, psichiatri, poeti, letterati per raccontare la loro ricerca di senso della vita. Nessuno cercava di convincere laltro, ma ciascuno dava con semplicit la sua testimonianza di fede o di non fede. Io ascoltavo anzi ascolto, perch la Cattedra continua i relatori e, alla fine, intervenivo o intervengo ponendo delle domande a tutti i partecipanti. Le sessioni, di anno in anno, cambiano argomento e una volta abbiamo dedicato unintera sessione al tema Il silenzio di Dio, chiamando a parlare alcuni rappresentanti del popolo ebraico, religiosi e non. Ricordo ancora con viva emozione quegli incontri e, in particolare, la testimonianza di unanziana signora ebrea che da ragazza era entrata come atea in un lager e ne era uscita come agnostica. Ci spieg le ragioni del suo agnosticismo: Mi convinsi, nei giorni terribili del lager, che esiste un mistero nella vita delluomo, ma un mistero a cui non so dare un nome. In unaltra sessione, abbiamo messo a tema La preghiera di chi non crede. Il titolo mi fu suggerito da un famoso psicologo che mi aveva detto: Non credo in Dio, per prego due volte al giorno. Cos lo invitai alla Cattedra e, insieme a lui, invitai anche un monaco buddista del Giappone. Di fatto, la preghiera qualcosa di pi profondo di ogni idea tematica su Dio. Lo scopo di tutti questi incontri era sempre lo stesso: aiutare la gente a pensare, a entrare nella propria coscienza, a interrogarsi. Sono convinto che il desiderio di ricerca di significato da parte di molte persone non appartenenti a nessuna religione sia un segno positivo, e a esso dobbiamo dare risposta in questa fine millennio. 2) Il secondo esempio concerne i giovani cristiani alla ricerca di senso. Oggi pi che mai importante aiutare la gente, specialmente i giovani, a capire lessenza del messaggio cristiano attraverso il contatto con la Bibbia. Anche qui racconto uniniziativa che risale al primo anno del mio servizio episcopale a Milano. Una sera del mese di maggio del 1980 mi trovavo con un gruppo di circa duecento giovani su un prato, allaperto, per una conversazione amichevole. A un certo punto qualcuno di loro mi chiese come fare a pregare con la Sacra Scrittura e cercai di rispondere; ma volevano esempi pratici e allora li invitai a venire nel successivo mese di settembre in Duomo. Pensavo si fossero dimenticati e invece, a settembre, giunsero in Duomo circa cinquecento giovani. Inizi cos quella che ho chiamato la Scuola della Parola. Ci riunivamo una volta al mese, si cominciava con un canto, poi la lettura di un salmo, a cui seguiva la mia lettura e spiegazione di una pagina del Nuovo Testamento e quindi alcuni minuti di silenzio assoluto. Il numero dei partecipanti si accresceva di volta in volta fino a gremire la Cattedrale ed era stupefacente lo spettacolo di quelle migliaia e migliaia di giovani in contemplazione della parola biblica. Per cinque anni, ogni mese, per unora e mezzo di preghiera comune, abbiamo affrontato diversi testi della Scrittura.

Un anno scelsi i Salmi della penitenza e spiegai il Salmo 51, il Miserere: lo ricordo molto bene perch la cassetta con la registrazione venne portata in prigione e un noto terrorista riscrisse, con le sue parole, il Salmo e me lo mand. Dopo cinque anni il Duomo non conteneva pi il numero dei giovani partecipanti e da allora la Scuola della Parola si tiene in 70 grandi chiese della diocesi seguendo sempre lo stesso metodo. Lo scopo di questa Scuola della Parola dunque di aiutare i giovani a pregare con la Bibbia da soli e a collegare la preghiera con la vita quotidiana. Limportante che la spiegazione della pagina del Nuovo Testamento o del Primo Testamento non sia una predica o una catechesi, ma serva a mettere i giovani davanti alla Parola di Dio in atteggiamento di silenzio e di preghiera. In proposito mi piace ricordare unaffermazione del teologo Karl Rahner: Nel nuovo millennio il cristiano sar un mistico o non sar. Come a dire: in un mondo in cambiamento, in un mondo pluralistico, consumistico, vincer chi prega, chi vive linteriorit perch in lui il Signore che vince. 3) Una terza linea di azione riguarda i fedeli in genere. Per me, vescovo di una diocesi di 5 milioni di persone, il problema che mi si presenta il seguente: come nutrire la fede della gente semplice? La fine del millennio incoraggia lazione, ma unazione va motivata. Come dunque aiutare la gente semplice a sviluppare la motivazione e il coraggio necessari alla vita cristiana? Come gesuita, sono convinto che gli Esercizi di santIgnazio di Loyola costituiscono un eccellente metodo per approfondire la vita cristiana e, da vescovo, ho avuto la felicissima esperienza di dare gli Esercizi a molte migliaia di persone e, recentemente, anche tramite la radio e la televisione. Nellottobre scorso, in occasione del XVI anniversario della morte di santAmbrogio, grande Padre della Chiesa che fu vescovo di Milano, ho deciso di tenere gli Esercizi spirituali a tutta la diocesi attraverso la radio e la televisione. Un corso serale, seguito da almeno mezzo milione di uomini e di donne che, riuniti in gruppi di dieci-dodici persone, ascoltavano, pregavano e poi si scambiavano le riflessioni di fede sul tema dei doni dello Spirito Santo, a partire dalla mia spiegazione. Molti mi hanno scritto comunicandomi le loro risonanze e dicendomi che avevano vissuto una vera e forte esperienza spirituale, proprio come accade in un corso di Esercizi di pochi partecipanti. Ho compreso che le possibilit di diffondere la fede sono oggi assai pi ampie che nel passato, e che Dio sta preparando grandi cose per il prossimo millennio. Concludendo, vorrei ripetervi che al nuovo millennio ci dobbiamo preparare nella speranza e nel coraggio, non nella paura e nellangoscia. Infatti, il millennio ci ricorda che Cristo venuto tra noi, rimasto con noi e che la sua presenza, nello Spirito, pi forte che mai perch fondata su due millenni di storia di santit e di fede. Ges, Signore della storia e del cosmo, guider certamente il millennio a nuove esplosioni di amore e di speranza.

Il laico, il cardinale e il Paese senza etica


Dialogo su etica e fede tra un credente e un non credente. L'incontro con il cardinal Martini avvenuto ieri nel corso del convegno organizzato dalla Comunit di S. Egidio: La pace il nome di Dio. "Mi preoccupano molto la diffusione dello scetticismo, il disimpegno dai valori forti, la convinzione che nulla vi sia nella vita che valga la pena di realizzare se non il proprio piacere e la propria istantanea felicit. Non si vuole crescere, avere responsabilit"
di EUGENIO SCALFARI

Carlo Maria Martini 1927-2012

LE SALE del palazzo della Cancelleria mantengono le promesse del loggiato ideato dal Bramante cinque secoli fa e dello scalone che vi conduce: il grande stile del Quattrocento italiano, nel quale l' armonia delle proporzioni si coniuga con la leggerezza aerea delle strutture, col travertino dei vestiboli, col fasto degli affreschi che coprono le pareti e la solenne severit dei soffitti e degli scanni dove sedettero per secoli i cancellieri della Segnatura Apostolica e i giudici dei Tribunali ecclesiastici. Salgo quelle scale con il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, e con monsignor Paglia della comunit di Sant'Egidio che ha organizzato un convegno di quattro giorni all'insegna d' uno slogan che anche una dichiarazione di fede, "La pace il nome di Dio": tavole rotonde, dibattiti, incontri tra sacerdoti e intellettuali di tutto il mondo e di tutte le religioni, croci dorate sulle talari, tuniche ocra di monaci buddisti, copricapi variopinti e delle fogge pi strane, preti, pastori, patriarchi, rabbini, musulmani, copti, 400 rappresentanti delle religioni, due o trecento tra dignitari di Curia, dirigenti di associazioni cattoliche, vescovi di diocesi da tutt'Italia. Martini, mentre sale, assediato da televisioni e fotografi e da colleghi di sacerdozio che gli si stringono intorno con affetto venato da un'ansia che non difficile cogliere: quell'uomo, quel pastore di anime una riserva per la Chiesa che attraversa una fase di transizione non facile e assai impegnativa.

Gli chiedo se, pur essendo cardinale di Santa Romana Chiesa, ancora membro della Compagnia di Ges. Mi risponde di no: un vescovo non pu far parte di un ordine n esser sottoposto alla sua gerarchia. "Per - dice - chi cresciuto nella Compagnia non ne dimentica lo spirito e la formazione mentale che l acquis nei primi anni del sacerdozio". Siamo stati invitati, il cardinale ed io, a dar vita ad un "confronto sulla fede" con tutte le problematiche che possono esistere tra un eminente membro della gerarchia ecclesiastica e un laico non credente. Sar l'ultima iniziativa del convegno, prima della sua conclusione.

Le sale sono colme, s'intravede dai finestroni il cielo terso dell'ottobre romano. Monsignor Paglia introduce il tema e i due interlocutori, restando inteso che a me toccher il compito di porre le questioni e al mio porporato interlocutore di fornire le risposte. Il confronto comincia alle 9 e mezzo e durer due ore. Si concluder con un lunghissimo applauso a Martini, ai temi discussi e alle conclusioni raggiunte. Un confronto sulla fede tra noi due, cardinal Martini? Non le nascondo che il tema, definito in un modo cos esplicito, mi turba. Lei ha tutta l'autorit oltre che l' abito che indossa per poterne parlare con cognizione e passione ed io non potrei far altro che testimoniare la mia non credenza. Arriveremo a parlarne ma non credo possa esser questo il centro del nostro incontro. Pu essere invece - se lei d' accordo - l' impegno morale e le opere che ne derivano. L ci pu essere, io mi auguro che vi sia, un terreno di convergenza tra religiosi e non religiosi. Perci le porr una prima domanda quasi a guisa di introduzione: riguarda l' egoismo. Si ha la sensazione che l' egoismo degli individui e dei gruppi sociali abbia raggiunto nell' epoca nostra un livello molto elevato, mentre vediamo un declino dell'impegno morale, della comprensione e della solidariet verso gli altri. Da che cosa dipende quest'indebolimento della moralit e questa prepotente diffusione dell' egoismo? E' un male del secolo? E quali ne sono le cause? Ecco la mia prima domanda all' arcivescovo di Milano, che siede sulla cattedra che fu di Ambrogio e di Carlo e Federico Borromeo. MARTINI - Sono d'accordo con questa impostazione del nostro dialogo. Del resto le domande sulla fede non possono vederci contrapposti ma desiderosi entrambi di approfondire il tema perch quelle domande, quelle contraddizioni sono dentro ciascuno di noi. Ciascuno di noi al tempo stesso credente e dubbioso, pieno di speranza e disperato, fiducioso in un aldil e timoroso della morte. Ne parleremo, ma intanto lei mi chiede dell'egoismo. Vede, io non sono affatto certo che il livello dell'egoismo sia aumentato rispetto ai secoli passati. Certo ci sono segnali drammatici in questa direzione; penso alla crudelt delle guerre tra diverse e intolleranti etnie, alle stragi che ne sono derivate; penso anche al dilagare della corruzione, alle mafie, all' ossessione di privilegiare su tutto il proprio avaro interesse calpestando quello degli altri e rifiutandogli ogni comprensione. Purtroppo questi fenomeni non sono esclusiva caratteristica della societ moderna: li abbiamo in retaggio a cominciare da Caino. Ma accanto a questi aspetti che violano i valori pi alti della dignit umana, altri ve ne sono che infondono fiducia e speranza: la partecipazione con la sofferenza delle vittime e la sensibilit verso gli sconfitti, per esempio, hanno raggiunto proprio in questo scorcio di secolo un' intensit mai vista prima e cos pure la partecipazione di un numero imponente di giovani al volontariato, all' assistenza ai poveri, ai derelitti, ai vinti. Non si tratta di fatti isolati ma di fenomeni di massa perci non mi sento di affermare che il livello dell'egoismo sia aumentato e quello della moralit sia in declino. Ma ho invece un' altra e profonda preoccupazione: nel nostro secolo ci sono state ideologie che hanno legittimato o tentato di legittimare l'egoismo, quello di gruppo, di etnia, di nazione; ideologie che hanno chiamato luce le tenebre e tenebre la luce. Questo io temo soprattutto: la legittimazione ideologica del male e questa s, una paurosa novit dell' epoca nostra. Lei ha ragione, signor cardinale, l'egoismo un istinto dal quale la nostra umana condizione non pu prescindere; direi un istinto biologico mirato alla sopravvivenza di ciascun individuo. La stessa cosa io penso della moralit: anch'essa si fonda su un istinto che mira a tutelare la sopravvivenza della specie. Il conflitto tra queste due pulsioni costante e avviene in ogni momento dentro di noi, a volte prevale l' uno, a volte l'altro... MARTINI - Venne detto a Caino: "Il peccato sta alla tua porta, ma tu dominalo". Ma io non credo che si tratti soltanto di due istinti di natura biologica come lei sostiene.

Lei pone nel divino la spinta verso il bene, io ne ravviso l'origine nella stessa nostra natura umana. MARTINI - La differenza c' ed radicale, ma mi lasci dire che mi conforta constatare che anche chi, come lei, non crede, sente tuttavia un cos profondo radicamento del sentimento morale nella natura umana. Lei parlava prima di ideologie legittimanti l'egoismo di gruppo, di etnia, di potenza e ricordava le sofferenze e i massacri che ne sono derivati. Quelle ideologie sono cadute, infrante dalla loro follia e dal loro porsi contro la natura stessa degli uomini. Ma al loro posto ne cresciuta un'altra, pi sottile, priva per fortuna degli esiti feroci di quelle crollate, ma non meno insidiosa e devastante per le coscienze. Parlo dell' utilitarismo che sta ormai dilagando su tutto il pianeta. Non pensa, signor cardinale, che anche questa vera e propria ideologia rappresenti un pericolo per il sentimento morale? MARTINI - Infatti mi preoccupa molto. Anch'essa tende a legittimare l' egoismo degli individui a scapito della moralit solidale e chiama luce ci che ai miei occhi tenebra, come diceva Isaia. Essa di fatto codifica il diritto dei forti a prevalere sui deboli cio l' opposto delle beatitudini evangeliche. Ma vede, c' un'altra ideologia che mi preoccupa e che si va anch'essa diffondendo ed uno scetticismo diffuso, un disimpegno dai valori forti, la convinzione che nulla vi sia nella vita che valga la pena di realizzare se non il proprio piacere e la propria istantanea felicit. Ci si disimpegna dal rischio e dalla responsabilit, non si vuole crescere, si vuole restare in un'infanzia non pi innocente ma comunque non responsabile, si rinviano i matrimoni, la procreazione, la fatica, ci si rifiuta di darsi carico degli altri. Insomma si gioca, si coglie l'attimo e nient'altro. Mi scusi, cardinal Martini. Lei descrive una societ ludica e infantile che sfugge al senso di responsabilit e vede questa tendenza contemporanea come un fatto degenerativo. Sono anch' io della stessa opinione, ma lei attribuisce questa degenerazione allo scetticismo, quindi introduce nel nostro dibattito l' antica contrapposizione tra la fede da un lato e dall' altro l' atteggiamento critico che privilegia la ragione. Non dimentichi che ci sono scettici che hanno dimostrato un profondo impegno morale. Mi sta sulla punta della lingua il nome di Voltaire e la sua vita spesa nella difesa della tolleranza e dei deboli contro l' arbitrio dei potenti. MARTINI - Non pensavo allo scetticismo nobile, filosofico, di anime forti. Pensavo piuttosto all' indifferenza verso tutto ci che non sia l'effimero piacere da cogliere giorno per giorno. Lei mi sta chiedendo in pratica a che punto , dal nostro punto di vista, la disputa secolare tra la Chiesa e l'Illuminismo dal quale ha preso le mosse gran parte di quello che viene chiamato il pensiero moderno. Ebbene, certamente nel secolo scorso quella polemica raggiunse da entrambe le parti toni aspri ed eccessivi. Oggi la cultura post-moderna formula nei confronti dell'Illuminismo la stessa critica che la Chiesa gli rivolse fin dall'inizio: d' aver gettato il seme giacobino della concezione totalitaria della societ. E la Chiesa, monsignor cardinale, non ha imparato nulla da quel confronto? MARTINI - Ha imparato, eccome. La Chiesa ha imparato il valore della libert politica e non ne ha pi paura. Anzi ne ha fatto la sua divisa. Le sembra poco? Mi sembra moltissimo purch lo si riconosca. La ringrazio per averlo detto. Le pongo un'altra domanda, se permette: lei non pensa che ci sia qualche rapporto tra un certo ottundimento del senso morale e un evidente declino del sentimento religioso nel mondo? MARTINI -L'argomento complesso, cerchiamo di analizzarlo con chiarezza. A me non pare che ci sia un declino del sentimento religioso ma certamente c' un indebolimento delle grandi religioni

monoteistiche tradizionali. Affiorano e si diffondono altri tipi di religiosit, alcuni con una concezione molto vaga e indistinta del sacro, altri con una visione - come posso dire? - settaria e militante. La conseguenza appunto un ottundimento dell'impegno e della responsabilit morale. Lei pensa alle sette che si moltiplicano nelle societ occidentali pi tecnologicamente avanzate e pensa - mi par di capire - al fenomeno dei fondamentalisti. MARTINI - Esattamente, a questi due aspetti che penso. Sono entrambe due devianze rispetto alla visione del sacro come stato predicato e vissuto dalle grandi religioni monoteistiche e in particolare da quella cristiana. uole approfondire questi aspetti, signor cardinale? Perch queste due devianze incidono negativamente sull'impegno morale? MARTINI - Vede, non sempre la religiosit coincide col bene. C' una religiosit debole, vaga, quasi indistinta che tende a coincidere con il vitalismo. Direi con l'estasi, con l' ebbrezza. L allignano le sette. Le sette partono da un rifiuto della modernit ma non si propongono di operare per introdurre nella modernit elementi di correzione, bens scelgono vie di fuga, sentieri che possono portare verso pratiche magiche e, a volte, in casi estremi e orribili, addirittura a pratiche di suicidio collettivo e ad altre consimili aberrazioni. L' altra devianza, come lei l'ha definita, quella del fondamentalismo: la visione di un Dio talmente forte e violento da opporsi e schiacciare tutte le altre concezioni del sacro e del divino. Contro queste due distinte concezioni del sacro si pone la mitezza arcana del Cristo sulla croce. Essa si fa compagna di tutte le debolezze umane, di tutte le cadute, di tutte le contraddizioni e costruisce l'amore per l'altro, fosse pure il nemico, a partire dalla croce. Qui c' il recupero dei valori di libert, giustizia e fraternit e non esiste dunque alcuna contraddizione tra una forte identit cristiana e il pluralismo dell'ecumene. Lei parla monsignore, me lo lasci dire, un linguaggio molto toccante. Evinco che l'immagine biblica del Dio degli eserciti dunque interamente tramontata. MARTINI - Erano eserciti angelici. Le crociate, tutte le crociate, anche quelle che di tanto in tanto vengono indette ancora ai tempi nostri, non erano e non sono certo eserciti angelici... MARTINI - La Chiesa di oggi non fa crociate. Semmai fa opere di missione, che sono tutt'altra cosa. Lei parlava prima di difesa della vita, da non confondersi con i vitalismi di vario conio. Il tema della vita porta il nostro discorso su un terreno assai concreto, terreno di frontiera tra laici e cattolici: intendo tutta la questione dei rapporti sessuali in genere e di quelli della procreazione in particolare. Non vorrei discutere qui il tema dell'aborto, se ne parlato tanto e ciascuna delle parti in contrasto rimasta sulla propria opinione. Mi interessa piuttosto il suo parere sul controllo dell'esplosione demografica in atto in vaste aree del pianeta, che coincidono poi con le zone pi povere e sottosviluppate. In quei paesi ostinarsi a non controllare le nascite non tutela della vita ma semplicemente preparazione sicura di morte per i bambini messi al mondo in situazioni insostenibili. Perch, malgrado l'evidenza dei fatti, la Chiesa insiste in un atteggiamento di condanna di ogni strategia di controllo delle nascite? MARTINI - Lei ha ragione nell'indicare nell'esplosione demografica uno dei fenomeni pi gravi che ci troviamo a dover fronteggiare, la Chiesa ne perfettamente consapevole. Ma faccio due osservazioni: 1) il fenomeno avviene soprattutto in paesi poveri e poverissimi. In quei paesi la presenza e quindi l'influenza della Chiesa minima. 2) Il problema del controllo delle nascite non ha rapporto con la religione ma con la cultura storicamente esistente in quelle zone. Detto questo, la Chiesa si posta da

tempo la questione della maternit e della paternit responsabile e della programmazione delle nascite. Certo, la Chiesa vuole che i metodi utilizzati siano conformi alla cultura dei luoghi e rispettosi della natura umana. Trovo francamente eccessivo far carico a noi dell'esplosione demografica; nei paesi di presenza cattolica importante le nascite sono semmai fin troppo rallentate, in Europa e in Italia in particolare. Eminenza, come ci si sente ad esser pastore di anime in un paese dove i cattolici sono ormai una piccola minoranza? Forse in Italia i veri cattolici sono sempre stati una minoranza a dispetto della quasi totalit dei battezzati. Ma adesso il fatto diventato palese e questo segna una differenza. Personalmente mi auguro che ci migliorer la qualit del cattolicesimo italiano. Qual il suo parere? MARTINI - E' vero, i cattolici impegnati sono sempre stati una minoranza ed altrettanto vero che solo da poco i cattolici stessi se ne sono fatti consapevoli... Lei dispone di qualche cifra, di qualche statistica? MARTINI - S, ci sono molte ricerche in proposito. Vorrei utilizzare l'immagine d'un albero per farmi capire meglio. Un albero si compone di tante parti; diciamo la linfa, il midollo, la corteccia. La linfa sono i cattolici molto impegnati; secondo le cifre di cui dispongo rappresentano circa l' 8 per cento della popolazione. Il midollo dell' albero costituito dai cattolici che frequentano regolarmente la messa e i sacramenti senza altri impegni particolari. Le varie rilevazioni oscillano da un minimo del 20 a un massimo del 40 per cento. Tutto il resto la corteccia: battezzati, con un minimo di educazione cattolica infantile e poi nessun altro contatto, anzi un allontanamento pressoch totale anche se non necessariamente ostile. Diciamo: indifferenza, estraneit. Non facile amministrare pastoralmente una situazione cos complessa. Lei dice che il fatto d' averne preso coscienza ci migliorer? Pu darsi; uscire dall'indifferentismo anche in minor numero comunque un progresso. Nella sua ultima lettera pastorale di qualche mese fa e poi in successive pubbliche dichiarazioni lei formul una critica molto severa al secessionismo di certi movimenti politici e afferm come un valore quello dell' unit nazionale. Vorrei chiederle: prese quella posizione per ragioni di opportunit politica o per considerazioni di indole morale? MARTINI - La seconda ipotesi quella giusta. Un vescovo non ha e non deve avere preferenze politiche, ma quando si rende conto che sono in gioco discriminazioni etnico-geografiche, che si alimenta l' esclusione degli altri dal benessere proprio, che si fa crescere un sentimento di superiorit e di disprezzo verso cittadini di altre regioni, l allora siamo in presenza di quegli egoismi nefasti dei quali parlavamo all' inizio e l obbligo nostro di intervenire parlando alto e forte. L'ultima domanda, signor cardinale. Voi dovrete ripresentare Dio alla societ moderna se vero, come molti di voi dicono, che diventata terra di missione. Con quale immagine lo presenterete? MARTINI - Con quella che ha sempre storicamente avuto e che non n logora n inattuale; anzi di grandissima modernit. Il divino si presenta nell'umilt delle beatitudini: beati i poveri, beati i semplici, beati gli umili, beati i deboli e i sofferenti. Il divino ha anche il volto del santo di Assisi; il divino ci libera dall' angoscia della morte, infonde gioia nella vita e ci d la certezza dell'aldil. Noi ripresentiamo la mitezza di Ges di Nazareth non in termini trionfanti e schiaccianti; Ges non schiaccia nessuno, anzi il Dio che si fatto schiacciare per l'amore verso l'uomo. Ma vedo che ora faccio il pastore anche con lei, me ne scuso. Piuttosto lasci che per concludere il nostro incontro le ponga io due domande, spero che vorr rispondermi. Prima domanda: siamo di fronte a grandi sfide ed necessario che gli uomini di buona volont le affrontino insieme anche partendo da culture e punti di vista diversi. Come possiamo capirci di pi e aiutarci di pi? Seconda domanda, questa molto personale: un laico non credente come

lei, in che modo legge il senso globale della vita e dell'esserci? Le sono molto grato per le domande che mi rivolge. Alla prima mi facile rispondere che dobbiamo capirci meglio e di pi. L'incontro di oggi pu essere molto utile e non esito a dirle che personalmente ne esco pi ricco e pi consapevole. La seconda domanda mi obbligherebbe ad una lunga esposizione, troppo privata per interessare un pubblico cos vasto e qualificato. Ma non voglio eluderla. Risponder dunque su un solo punto ma che a me pare comunque quello centrale. Io considero la nostre specie come una delle tante del mondo animale perch noi siamo in tutto animali salvo che per una particolarit: noi guardiamo noi stessi dall'interno, possediamo una mente che riflette su se stessa ed abbiamo la consapevolezza di dover morire. L'insieme di queste facolt si chiama coscienza ed essa il nostro tratto distintivo, la nostra natura. Vede, cardinal Martini, io credo che, arrivato il momento della morte, null'altro vi sia, null'altro ci aspetti, ma questa convinzione non mi d n disperazione n disimpegno. La consapevolezza del dover morire non l' atto finale ma l'atto iniziale della vita di ciascuno, quello che condiziona tutto ci che faremo poi. Noi sfidiamo la morte per tutta la vita ed questo che ci spinge alle opere e all' impegno. Su questo terreno possiamo incontrarci, anzi ci siamo gi incontrati. MARTINI - Anch'io, voglio dirglielo, esco da questo incontro con pi fiducia e maggiore speranza. (L'articolo apparso su Repubblica l'11 ottobre 1996)

La Chiesa, il potere e il Grande Inquisitore


I cattolici, la libert, l'uguaglianza. Pio XII e gli ebrei. Eugenio Scalfari incontra il cardinale Carlo Maria Martini di EUGENIO SCALFARI

Il laico, il cardinale e il Paese senza etica

LA CASA di riposo dei gesuiti a Gallarate un grande edificio rettangolare che sorge al centro di un parco di querce e quercioli, una donazione fatta una settantina d' anni fa dalla famiglia Bassetti. Allora fu destinata a scuola per preparare i giovani sacerdoti della Compagnia ai loro compiti d' insegnamento e di missione. Poi, col passar del tempo, ad accogliere gli anziani e gli ammalati che l'Ordine assiste perch possano invecchiare con serena dignit. Sulla destra del parco c' una bella chiesa intitolata a San Luigi Gonzaga. Qui abita, dopo il suo rientro da Gerusalemme, il cardinale Carlo Maria Martini, gi arcivescovo di Milano, una delle personalit pi spiccate della Chiesa. Eterodosso? Forse lo si pu definire anche con quella parola ma in realt il suo pensiero pi complesso e nient' affatto eterodosso. Interpreta uno dei grandi filoni che hanno alimentato il Cristianesimo e la cattolicit da San Paolo in poi; la Chiesa spirituale, accanto a quella temporale e alle istituzioni che la governano. Martini, in quanto arcivescovo e cardinale, ha appartenuto a quelle istituzioni; la diocesi milanese la pi vasta di tutto il mondo cattolico. In quanto cardinale ha partecipato a tre o quattro conclavi, dal penultimo dei quali avrebbe anche potuto uscire papa dopo il pontificato di Paolo VI. Non avvenne. La Curia lo sentiva come corpo estraneoe comunque lontano da lei. Quantoa lui, la sua testimonianza pastorale lo portava a preferire lo studio

e l'organizzazione del Bene. Bisogna educare al Bene, questo uno dei suoi punti fissi e non ha fatto altro per tutta la vita. Ci incontriamo in questa casa per la seconda volta. La prima fu un anno fa. La stanza la stessa, disadorna, occupata quasi interamente da un tavolo con quattro sedie. Ci sediamo uno di fronte all'altro dopo esserci strette le mani con molto e sincero affetto. Lo trovo fisicamente meglio di un anno fa e glielo dico. Lui risponde che riesce a mandare avanti le sue iniziative, i suoi incontri con i preti della sua ex diocesi, la sua ricerca sui testi, la rete dei suoi contatti pastorali. Tra le mani ha dei fogli dattiloscritti. Mi dice: "Questo un suo articolo di qualche mese fa. Parla anche di mee le ultime righe mi sono particolarmente care". Me le legge: "Il cardinale Martini stato confortato nella sua vita dalla predicazione di Ges Cristo, il Dio incarnato nel quale ha riposto la sua fede e la sua speranza. Io, non credente, ho avuto tra i miei punti di riferimento la predicazione di Ges di Nazareth, uomo tra gli uomini, nato a Betlemme o non importa dove, e i suoi valori di fratellanza e solidariet". Alza gli occhi dal foglio. " un piccolo miracolo - gli dico - che si possano alimentare dalla stessa fonte persone cos diverse come noi due". "S, una consonanza che mi molto cara, ma non cos difficile, accade spesso tra le persone di buona e retta volont". "Vorrei chiederle - dico io - che cosa intende per persone di buona e retta volont. Credo che questo sia il centro del problema che vogliamo approfondire in questo nostro incontro". Mi risponde con una domanda: "Lei sa qual l'istinto pi forte che ogni creatura umana porta dentro di s?". "Direi l'istinto di sopravvivenza". "Lo penso anch' ioe riguarda non solo la nostra specie ma tutte le specie viventi. La sopravvivenza, cio la forza della vita. Negli uomini la sopravvivenza genera due fenomeni: quella dell' individuo e la sopravvivenza del tuo prossimo". "Lei vuol dire della nostra specie" "S, io la chiamo prossimo". "La sopravvivenza individuale genera sentimenti di egoismo ed naturale che sia cos, fisiologico che sia cos. La sopravvivenza del prossimo - come lei dice - richiede carit e fratellanza, riconoscimento di pari dignit e amore per l'altro". "La penso esattamente cos. Quando l'egoismo diventa patologia e confisca solo a proprio vantaggio la felicit, allora non rimane pi posto per l'amore verso il prossimo. Lo si pu predicare a parole ma non con i fatti e con sentimento sincero". "Lei, caro cardinale, ha dedicato la sua vita a questo scopo. Ha la sensazione che la sua azione abbia raggiunto qualche risultato?". "Posso dirle che attorno a me ho visto crescere i sentimenti e gli atti di fratellanza e di carit e di vero e proprio amore. Ma la piccola area nella quale ho vissuto e operato. Se allargo lo sguardo sulla societ che ci circonda, in Italia e fuori d' Italia, vedo al contrario che quello che abbiamo chiamato egoismo patologico diventato sempre pi intenso e penetrante. La felicit propria e del proprio gruppo ha preso il sopravvento. L' epoca in cui viviamo ancora troppo crudele e ricopre la sua crudelt con dosi crescenti di ipocrisia". "La Chiesa fa il suo dovere per combattere questi malanni?". "Mi sembra di s. L' Enciclica sulla carit un documento di grande valore da questo punto di vista e tutta la Chiesa impegnata in quella direzione". "Con le parole certamente. Anche con gli atti?". "Le nostre comunit, le nostre missioni, le parrocchie, gli Ordini religiosi, il volontariato; una realt in costante movimento in tutte le nazioni, in tutti i continenti. Io ormai me ne sto in quest' angolo di mondo ma sentoe so che lo sforzo di tutta la Chiesa intenso e continuo. Purtroppo non basta. L'egoismo dilaga, l' ipocrisia che divide il dire dal fare cresce. Capisco il senso della sua domanda. Lei mi vuol dire che accanto alla sua azione di carit la Chiesa persegue anche la tutela dei suoi interessi di potere". "Non cos?". " sempre stato cos. C' una ragione perch sia cos. Anche nella Chiesa l'istinto di sopravvivenza si biforca. L'istituzione deve sopravvivere per poter operare in favore del prossimo". Qualcuno bussa con discrezione alla porta della stanza ed entra una collaboratrice del cardinale con in mano una scatolina di pillole. l'ora di prenderle. Poi restiamo di nuovo soli. Abbiamo trovato un punto

molto sensibile della conversazione. Martini non uno sprovveduto, stato uno dei grandi dignitari della cattolicit. Ha suscitato amore ma anche ostilit. Una volta disse che la Chiesa dava troppo peso ai peccati previsti dalla catechesi e non ne dava abbastanza al peccato del mondo. E a chi gli domand quale fosse il peccato del mondo rispose: l'ingiustizia. Lo disse nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme, un libro di due anni fa che suscit molto scalpore. Ne parlammo nel nostro incontro dell'anno scorso e adesso glielo ricordo. " ancora di quell'avviso, eminenza?". "S, penso cos. Cristo disse cos in molte occasioni nella sua predicazione. E cos disse Paolo e gli altri padri della Chiesa. Noi dobbiamo stare molto attenti a tutto ci che viola il principio dell'eguaglianza, cio della pari dignit tra tutti gli uomini. La pari dignit viene continuamente violata in tutto il mondo. Questi sono i giorni della memoria, si ricorda il massacro degli ebrei, degli zingari, dei diversi, nei campi di sterminio. La bestialit tocc allora il culmine. Ma l'eguaglianza continua ad esser violata in dosi massicce. Pu accadere che la Chiesa non denunci con forza sufficiente". "Con le parole la denuncia c' ed forte". "Non c' dubbio. Lei mi ha chiesto se lo sia anche con gli atti. Lei sa che la Chiesa anche diplomazia". "Lo so e lo capisco. Diplomazia, teologia, dottrina, liturgia. tante cose insieme la Chiesa, ma lei, cardinal Martini?". "Io sono povera cosa. La mia povera cosa pensa che tutte le attivit della Chiesa sono necessarie, ma che il fine di tutte dev' essere quello di inverare nel mondo il Vangelo e la parola di Cristo. Ricorda? Gli ultimi saranno i primi, beati i poveri, beati i derelitti, beati i deboli...". "Eminenza, beati in un altro mondo". "Sicuramente lo saranno, ma il nostro compito di affrettare i tempi, magari rompendoi timpani dei potenti che non ci ascoltano. La parola di Cristo universale, non vale soltanto per i cristiani, ma per i cristiani dovere ascoltarla e applicarla. Se non fanno tutto il loro possibile non debbono poter contare sull'appoggio della Chiesa". "Lei, eminenza, uno studioso della Bibbia; non soltanto dei Vangeli e di tutta la cristologia ma anche del Vecchio Testamento. Legge questa parte della Bibbia con lo stesso spirito con cui legge e medita sulla seconda parte?". "La prima parte contiene anch' essa una rivelazione, una verit assoluta. Gran parte del Genesi, le tavole di Mos, i colloqui di Abramo con Dio fanno parte della rivelazione. Ma nel complesso il Vecchio Testamento va inquadrato nella storia del popolo di Israele". "Le faccio una domanda pi esplicita: il Dio di Israele lo stesso Dio cristiano oppure un altro Dio? La Trinit, per esempio, non esiste per Israele, Eloim non una divinit trinitaria". " vero, ci sono differenze profonde. Il Dio della Bibbia talvolta irato con il suo popolo, in certe circostanze anche un Dio vendicativo, ma in molti altri passi del testo un Dio misericordioso. Direi che soprattutto il Dio della Legge. Non dimentichiamoci che attraverso quelle Sacre Scritture stava nascendo una religione monoteistica in un mondo che conosceva soltanto religioni politeistiche e idolatriche. Lo sforzo religioso e culturale per compiere questa costruzione dovette essere immenso. Su questa base non poteva non nascere anche l' idea di un popolo eletto: Israele era il popolo dell'unico Dio. Era perci inevitabile che, ricevendo quest' impulso verso la trascendenza, il popolo di Israele concepisse Dio arricchendolo di alcune caratteristiche storiche. Ho detto arricchendolo ma per noi cristiani dovrei dire forse impoverendolo. Insomma fu un tormentato processo storico e sacrificale al quale il popolo di Israele ha pagato prezzi altissimi e tuttora li paga. Noi cristiani dobbiamo inchinarci verso questi nostri fratelli maggiori che posero le premesse indispensabili alla nascita della nostra religione". Fa una pausa e si passa una pezzuola sulla fronte. Gli dico che ho terminato in questi giorni di scrivere un libro, un viaggio nella modernit. "Toccher anche questi problemi?" mi chiede. "S, anche" rispondo. "C' un capitolo dedicato alle pagine sul "Grande Inquisitore" nei Fratelli Karamazov. La questione posta da Dostoevskij proprio quella di cui stiamo parlando. Lei ricorda quelle pagine, eminenza?". "Le ho lette molte volte, s le ricordo". "Il Grande Inquisitore un vecchio novantenne ed il capo dell'Inquisizione spagnola. Sa che Cristo apparsoa Siviglia e lo sta cercando. Infine crede d' averlo trovato in un giovane povero con occhi che incantano e uno strano alone di luce sul volto. Il

dialogo che si svolge tra loro terribile". "In realt un monologo dell'Inquisitore. Cristo non parla, ascolta. L'Inquisitore rimprovera Cristo per aver dato agli uomini il libero arbitrio ed avergli promesso in dono il pane celeste. Ma gli uomini volevano invece il pane della terra e non sapevano che farsene del libero arbitrio". "A quel punto l' Inquisitore dice a Cristo che la Chiesa si messa d' accordo con il diavolo, ha dato agli uomini il pane della terra purch essi rinunciassero al libero arbitrio. Questo avvenuto e gli uomini sono felici. L'Inquisitore conclude dicendo a Cristo che lo far bruciare quel giorno stesso". "Ricorda come risponde Cristo?" "Lo guarda con sguardo soave, gli si avvicina, lo bacia e scompare. Una splendida pagina di letteratura, ma non soltanto. La Chiesa delle istituzioni somiglia a quella impersonata dall' Inquisitore?". "Direi proprio di no. Allora forse, ma non pi oggi". "Non pi oggi, sono d' accordo con lei eminenza. Ma forse non ancora quella che il Cristo in cui lei ha riposto la sua fede e la sua vita vorrebbe". "Noi non siamo perfetti. Tutto ci che umano imperfetto. Ma il cristiano che crede nella trascendenza deve tendere a superarsi ogni giorno della vita. Questo significa esser cristiani". "Capisco, ma lo fanno? Lo fate?". "Molti lo fanno, provano a farlo e la fede ci aiuta. Altri, che pure si dicono e credono d' esser cristiani, non lo fanno". "La Chiesa tende anch' essa a superarsi facendo coincidere i fatti con le parole?". "A volte ci riesce, a volte meno". "Pio XII ci riusc? Questo il rimprovero che gli stato mosso dalle comunit ebraiche a Roma e anche a Gerusalemme". Martini raccomanda di esaminare attentamente le condizioni storiche dell' epoca nella quale quei fatti accaddero, il rischio che avrebbero corso i cattolici tedeschi da una scomunica lanciata contro Hitler e anche l'aiuto che la Chiesa di Pacelli dette agli ebrei per sottrarsi ai tedeschi a Roma e a Milano. Poi si lascia andare ad una frase: "A me comunque Pacelli non simpatico come lo stato invece papa Giovanni". Ma poich una parola tira l'altra, gli ripropongo in altro modo la questione del libero arbitrio: "Anche lei pensa, come Dostoevskij, che gli uomini abbiano deluso le aspettative che Cristo aveva posto su di loro e tengano in maggior conto il pane terreno piuttosto che la libert? Pensa che la Chiesa assecondi questa tendenza?". "Lo escludo. La libert un dono inestimabile, il Cristianesimo non rinuncer mai a quel principio. San Paolo nelle sue lettere alle comunit cristiane lo disse e lo ripet continuamente: il Cristianesimo stato costruito sul principio della libert ed quello uno dei due fondamenti della nostra religione: amore e libert". "Anche la libert di dissentire da voi?". "Certo, anche quella". "Senza pregiudizio sull'amore?". "L'amore per il prossimo e la libert di operare per la salvezza dell'anima propria e delle altrui, questi sono i fondamenti. Per questo Dio si fatto carne attraverso il Figlio". Si era fatto tardi ed un sottile nevischio s'incollava sul vetro della finestra. Domando al cardinale se ha tempo e voglia di rispondere ancora a una domanda. "Non sono stanco" mi dice. "Lei si prepara alla morte?" ci guardiamo in silenzio. Io sono di quattro anni pi anziano di lui. Sorride ed - cos mi sembra - un sorriso d' intesa. Poi risponde: "No, non mi preparo alla morte. Ho ancora molti interessi e anche obiettivi che vorrei realizzare. Alla morte ci si prepara quando ci si allontanati da tutto il resto oppure quando bisogna prendere una decisione definitiva. Non ancora il mio caso e non credo neanche che sia il suo che ha pi interessi ancora di me. Per aggiungo: alla morte ci si prepara per tutta la vita". "Stavo appunto per farle questa obiezione, eminenza. Lei mi ha preceduto". "S, ci si prepara per tutta la vita con gli atti che compiamo. Con i pensieri solo quando la fine vicina. A me capita di pensarci quando a volte, nel pomeriggio o di notte, mi manca un po' il fiato. Ecco, penso, forse ci siamo. E resto in attesa e in affanno fisico. la questione della sopravvivenza di cui abbiamo gi parlato". "Eminenza, quando la nostra specie sar scomparsa dalla terra, quando nessun essere penser Dio, n Cristo, n Allah, perch i viventi non saranno pi muniti della mente umana e dell' Io che ne il coronamento e l'autocoscienza, allora Dio sar morto anche lui? Io, non credente, penso questo. E lei?". "Io penso che continuer ad esistere insieme alle anime che hanno creduto in lui, ma non so dirle

di pi. Non so dire in quali forme. Ma di questo sono certo. E lei?" "Io credo che l'energia che si raccolta in me, nel mio corpo, nella chimica del mio corpo, sia indistruttibile e ritorni agli elementi". Ci siamo alzati. Un giovane ha aperto il portone. Tirava un vento freddo e gocce di pioggia. Lui mi ha dato tutte e due le mani e mi ha detto: "Si conservi". "Anche lei, mi raccomando -ho detto io - ne abbiamo gran bisogno".