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Sintesi de "La malattia mortale "di Kirkegaard a cura di Anna Iuppariello Premessa Kierkegaard mette in rilievo il carattere cristiano

di questo scritto. L'obiettivo quello di proporre un discorso che sia edificante e che ponga l'accento sul senso di responsabilit a cui portato un uomo cristiano; per questo la forma deve essere ansiosa, di un'ansia che, appunto edifica. Kierkegaard fa notare che la disperazione di cui si parla in questo scritto intesa, come dice il titolo, come malattia, non quale mezzo di guarigione. Qui si parla di malattia mortale, ma con ci non si intende la morte, n tanto meno alcuna sofferenza terrestre e temporale, giacch queste, cristianamente parlando, non rappresentano il peggiore dei mali. Qui Kierkegaard non si esprime ancora su cosa esprima realmente il senso di questa malattia, ma dichiara che solo il cristiano in grado di intendere questa miseria, di cui ogni altro uomo ignora l'esistenza.

Esordio

LA MALATTIA MORTALE E' LA A. CHE LA DISPERAZIONE SIA LA MALATTIA MORTALE DISPERAZIONE La disperazione una malattia nello spirito, nell'io, e cos pu essere triplice: disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso improprio); disperatamente non voler essere se stesso; disperatamente voler essere se stesso. LA DISPERAZIONE APPARTIENE ALL'UOMO COME SPIRITO, COME IO. ORA, CHIARIAMO COSA SIA L'IO. L'io un rapporto che si mette in rapporto con se stesso; ma non il rapporto stesso, ma il fatto che si ponga un tale rapporto. Ma ora vediamo la gradualit con cui si sviluppa questo rapporto. L'uomo sintesi di finito e infinito, temporale ed eterno, di possibilit e necessit. Ma la sintesi, come rapporto tra due elementi, non ancora l'uomo; nel rapporto fra due elementi, infatti, il rapporto un terzo negativo. Cos solo quando il rapporto si mette in rapporto con se stesso, il rapporto diventa un terzo positivo, e questo l'io. Ora l'io, come rapporto che si rapporta a se stesso certamente un rapporto posto da un altro; per cui oltre ad entrare in rapporto con se stesso, anche un rapporto con ci che ha posto il rapporto intero. Da questa condizione possono nascere due forme di disperazione in senso proprio: La disperazione di non voler essere se stesso, ossia di volersi liberare da se stesso. La disperazione di voler essere se stesso, che muove dalla consapevolezza di non poter giungere (n rimanere) da solo in uno stato di equilibrio e quiete; ma pu farlo solo se si rapporta a ci che lo ha istituito come rapporto. In questa forma si pu risolvere ogni altra forma di disperazione.

E conclude, la formula che descrive lo stato dell'io quando la disperazione completamente estirpata questa: mettendosi in rapporto con se stesso, volendo essere se stesso, l'io si fonda, trasparente, nella potenza che l'ha posto. Possibilit e realt della disperazione Qui Kierkegaard si domanda se la disperazione sia un pregio od un difetto. E si risponde che essa sia l'uno che l'altro. Infatti, essa rappresenta un pregio poich costituisce una prerogativa dell'uomo rispetto all'animale; rendersi conto di questa malattia una prerogativa del cristiano rispetto al pagano; esser guarito da essa la beatitudine del cristiano. Allo stesso tempo, per, anche la peggior disgrazia, poich ha origine nel momento in cui Dio, dopo aver creato l'uomo come rapporto, se lo lascia quasi scivolare di mano, nel momento in cui il rapporto si mette in rapporto con se stesso. La disperazione , dunque, parte costitutiva dell'uomo, deriva dal rapporto che si mette in rapporto con se stesso, e non da un falso rapporto, per cui pu essere corretto o falso a seconda dei casi.

La disperazione mortale

la

Malattia Parlare di malattia mortale non significa dire che si tratta di una malattia che finisca con la morte fisica; anzi, nessuna malattia terrena o fisica mortale, perch, intesa cristianamente, la morte stessa un passaggio alla vita. La malattia mortale di cui parla Kierkegaard piuttosto la disperazione; il cui tormento proprio quello di non poter morire. Essa vorrebbe distruggersi, ma non riuscendoci si eleva ad un grado ancora pi elevato di disperazione. Si facilmente indotti a pensare che chi si dispera, si dispera per qualcosa; ma la vera disperazione piuttosto disperarsi per se stesso. Disperarsi per se stesso, voler disperatamente liberarsi da se stesso, la formula per ogni disperazione, cos che la seconda formula della disperazione: disperatamente voler essere se stesso, pu essere ridotta alla prima:disperatamente non voler essere se stesso, come pi sopra abbiamo risolto nella forma: disperatamente non voler essere se stesso in quella: disperatamente voler essere se stesso. Si vede che questa contraddizione viene a risolversi in un'identit. L'io vuole essere ci che, invece, non ; ci lo porta a desiderare di staccare il suo io dalla potenza che lo ha posto. Cosicch pure essendo l'io la pi grande concessione fatta all'uomo, essa , nello stesso tempo, ci che l'eternit pretende da lui.

B. L'UNIVERSALITA' DI QUESTA La disperazione una malattia universale. Tocca indistintamente tutti gli MALATTIA uomini, proprio in quanto uomini, e non c' nessuno che ne sia esente. (LA DISPERAZIONE) Kierkegaard ammette che una tale considerazione possa apparire come un'esagerazione, cupa e opprimente. Ma nega che sia realmente cos. Non cupa, anzi cerca di mettere in luce quello di solito si lascia stare in una certa oscurit; non opprime, anzi eleva perch considera l'uomo sotto la determinazione pi alta, pretendendo da lui di essere spirito; quindi non neanche un'esagerazione.

Le considerazione volgare della disperazione, invece, cade in una serie di errori. Primo tra tutti non prende in considerazione la disperazione come una malattia dello spirito, e la confonde con i vari stati transitori di depressione e di laceramento che poi passano senza portare l'uomo alla depressione. Poi trascura il fatto che sia una malattia dialettica, proprio perch una malattia dello spirito, e riguardo allo spirito tutte le caratteristiche sono dialettiche. Ad esempio, il non essere disperato pu significare due cose: o che non si consapevoli di essere determinati come spirito, e questo significa proprio essere in uno stato di disperazione aggravato dall'inconsapevolezza; oppure che si stati salvati dallo stato di disperazione. Per una mentalit volgare facile sbagliarsi in questo senso, giacch la disperazione si annida soprattutto dentro la felicit. La psicologia, che sa in che cosa consista veramente la disperazione, conferma che caso comunissimo tra gli uomini che si viva senza diventare mai consapevoli di essere determinati come spirito; e da ci deriva ci che propriamente disperazione. Coloro che si trovano in questo stato non si rendono mai conto dell'esistenza di un Dio che gli sta davanti, e a cui devono il loro stesso io. Pertanto, non si pu dire che la disperazione sia la peggior disgrazia che si possa incontrare; anzi, solo attraverso quella che si ha la fortuna di riconoscere Dio. Tuttavia, non si deve dimenticare che pu essere fatale non guarirne.

C. LE FORME DI QUESTA Le forme della disperazione devono poter essere determinate MALATTIA (LA DISPERAZIONE) astrattamente attraverso una riflessione sui momenti di cui consiste l'io come sintesi. L'io formato dalla sintesi di infinito e finito. Questa sintesi un rapporto che, sia pure derivato, si mette in rapporto con se stesso, il che vuol direlibert. L'io, dunque, libert. Ma la libert il momento dialettico nelle determinazioni di possibilit e necessit. In primo luogo bisogna considerare la disperazione sotto la determinazione della consapevolezza; dalla quale dipende la differenza qualitativa tra disperazione e disperazione nei diversi individui. Infatti, maggiore la consapevolezza, maggiore la volont; pi la volont, pi l'io. Pi grande la volont, maggiore la consapevolezza di se stesso come io, come spirito, come sintesi.

La disperazione considerata in modo che non si rifletta sulla questione se sia consapevole o no, ma soltanto sui momenti della sintesi.

1 La disperazione vista sotto la determinazione del finito e dell'infinito L'io la sintesi cosciente di finito e infinito, che si mette in rapporto con se stessa.

Il suo compito divenire se stessa; compito che non pu assolvere se non mediante un rapporto con Dio. L'io, infatti, , in ogni momento della sua esistenza, nello stato del divenire. Il suo sviluppo deve consistere nello staccarsi infinitamente da se stesso, rendendo infinito l'io, e nel ritornare infinitamente a se stesso, rendendolo finito. Se invece l'io non diventa se stesso, in preda alla disperazione. 1.1 La disperazione dell'infinito la Si detto che l'io sintesi di finito e infinito; dove il finito ci mancanza del finito che limita, e l'infinito ci che allarga. La disperazione suscitata dal movimento dell'io verso l'infinito coincide con la mancanza del finito. Essa, infatti, coincide con il fantastico, l'illimitato che porta l'uomo verso l'infinito e lo trattiene dal ritornare a s. Ora, se il sentimento, l'intelligenza e la volont diventano fantastici, allontanandosi dalla loro concretezza, allora lo pu diventare tutto l'io; sia in una forma pi attiva, in cui l'uomo si slancia nel fantastico, sia in una forma pi passiva, in cui l'uomo si lascia trascinare, ma in entrambi i casi egli ne responsabile. L'io conduce cos un'esistenza fantastica in un isolamento astratto sempre in mancanza del suo io, dal quale si allontana sempre di pi. Il pericolo pi grande che corre un uomo diventato fantastico in questo modo quello di perdere se stesso. Egli vive una disperazione, che lo porta verso l'infinit allontanandolo sempre di pi dal suo io come sintesi di finito e infinito, come rapporto dipendente da Dio. 1.2 La disperazione del finito la La disperazione suscitata dal movimento dell'io verso il finito coincide mancanza dell'infinito con la mancanza dell'infinito. Essa, infatti, coincide con la perdita dell'io in favore del mondo, l'individuo dimentica se stesso divenendo uno tra tanti. Imparando come vanno le cose del mondo, acquista la capacit di andare avanti in tutti gli affari, anzi di avere fortuna nel mondo. Ci in cui consiste il mondo fatto tutto di tali uomini, i quali per cos dire vendono la loro anima al mondo.[...] Ma essi non hanno pi nessun io, in senso spirituale, per amor del quale possano arrischiare tutto, nessun io davanti a Dio, per quanto essi per il resto siano egoisti. 2 La disperazione vista sotto la Si gi detto che l'io sempre in divenire. Ora, come per l'io sono determinazione della possibilit e della essenziali il finito e l'infinito, cos pure sono necessit fondamentali possibilit e necessit. Senza di essi c' solo disperazione. 2.1 La disperazione della possibilit Come il finito ci che limita rispetto all'infinito, cos la necessit ci la mancanza di necessit che tien fermo di fronte alla possibilit. Ora, l'io necessario in quanto se stesso, possibilit in quanto deve diventare se stesso. Se l'io si spinge avanti nella possibilit, fino a rovesciare la necessit, allora diventa una possibilit astratta. L'io fugge via da se stesso, senza avere pi nulla di necessario a cui ritornare. Questa la disperazione della possibilit. A questo punto, alcuni filosofi (tra cui Hegel) potranno osservare che ad un tale io venuta a mancare la realt, giacch la necessit l'unit di

possibilit e realt; ma Kierkegaard osserva che ci che manca piuttosto la necessit, perch al contrario la realt ad essere l'unit di possibilit e necessit. Dunque, ci che venuto meno stata la forza di ubbidire alla necessit del proprio io, che si presenta sotto forma dei limiti del proprio essere. Nella possibilit tutto possibile; ma Kierkegaard distingue due modi possibili attraverso i quali ci si pu smarrire: il desiderio (che porta l'uomo ad inseguire un'ambizione finch non troppo lontano da se stesso) e la malinconia (che porta l'uomo ad inseguire un'angoscia finch non troppo lontano da se stesso). 2.2 La disperazione della necessit la La disperazione dovuta alla mancanza di possibilit significa o che per mancanza di possibilit un uomo o tutto diventato necessario, o che tutto diventato trivialit. Infatti, nel primo caso ci troviamo nella situazione del determinista, o fatalista, che ha perduto il suo io e Dio stesso perch per lui tutto diventato necessit. Gli manca proprio la possibilit di temperare e mitigare la necessit. Nel secondo caso, siamo nella situazione del filisteo, che ha perduto il suo io e Dio perch la spiritualit si esaurisce nel probabile. Gli manca proprio la possibilit come mezzo per svegliarsi dall'assenza di spirito. Solo a Dio tutto possibile. In lui la possibilit non si esaurisce mai; per questo che l'unica possibilit che l'uomo ha per redimersi dalla disperazione quella di avere fede. La disperazione vista sotto la Il grado di consapevolezza nel suo movimento crescente corrisponde al determinazione della consapevolezza grado di disperazione che continuamente aumenta: pi consapevolezza, pi disperazione. Infatti, quanto pi siamo incoscienti della disperazione, tanto pi siamo in una specie di innocenza a cui corrisponde un grado minimo di disperazione. 1 La disperazione che ignora di essere Di solito gli uomini sono poco disposti ad ammettere che il mettersi in disperazione, o l'ignoranza disperata rapporto con il vero sia il bene pi alto, i pi, infatti, lasciano che la loro di avere un io, anzi un io eterno sensualit prevalga pi della loro intellettualit. Se un uomo crede di essere felice, si illude di essere felice, visto alla luce della verit non lo ; in un caso come questo molto difficile che egli accetti di essere liberato da questo errore. Tutto ci deriva dal fatto che egli vive nella categoria della sensualit, che sono il piacevole e lo spiacevole, e abbandona lo spirito e la verit. Dunque, l'ignorare il proprio stato di disperazione non significa annullarlo, Infatti, se gi la disperazione negativa, l'ignorarla una nuova negazione. Tuttavia, che colui che ignora la sua disperazione pi lontano dalla verit e dalla salvazione rispetto a colui che ne consapevole, vale solo nel senso puramente dialettico. Poich, nel senso etico-dialettico, invece, colui che resta consapevolmente nella disperazione pi lontano dalla salvazione. Cos, per colui che consapevole e resta nella disperazione, la sua disperazione pi intensa, mentre per colui che ignora il proprio stato, si trova nella forma pi pericolosa di disperazione.

A conti fatti, ribadiamo ci che si detto prima: pi consapevolezza, pi disperazione. L'ignorarla la forma di disperazione pi comune al mondo. E' quella che il cristianesimo identifica nel paganesimo e nell'uomo naturale. A questo punto Kierkegaard mette in rilievo il paganesimo inteso in senso stretto e il paganesimo nel mondo cristiano: il primo manca di spirito perch non riconosce il rapporto con Dio e con l'io, ma tuttavia determinato come rivolto verso lo spirito; mentre il secondo manca di spirito per un rifiuto di esso, ed perci in senso pi stretto antispiritualit. 2 La disperazione che consapevole di Qui Kierkegaard si propone di indagare le due forme della disperazione essere disperazione, consapevole, consapevole: dunque, di avere un io nel quale la corrispondenza tra il movimento ascendente della qualcosa di eterno, e ora o consapevolezza di ci che disperazione e la consapevolezza del disperatamente non vuole essere se proprio stato attuale di disperazione; stessa, o disperatamente vuole essere il movimento ascendente della consapevolezza del proprio io. se stessa Esse coincidono, ma tuttavia meritano di essere osservate distintamente. 2.1 La disperazione di non voler essere (A questo proposito Kierkegaard propone una nota nella quale mette in se stesso, disperazione della debolezza evidenza le differenze tra la disperazione femminile e quella virile. Innanzitutto nel bambino non si pu parlare di disperazione, ma solo di irritazione. Perch non si pu esser certi che l'eterno esista nel bambino cos come esiste nell'adulto. Nella donna, il cui carattere essenziale l'abbandonarsi a ci che istintivamente ammira -infatti stata dotata dalla natura di un istinto di fronte al quale persino la finitezza della riflessione pi evoluta, quella dell'uomo, nulla- la disperazione emerge proprio nel momento in cui, abbandonandosi, ella perde il proprio io. Del resto la donna felice, se stessa, solo abbandonandosi. Nell'uomo la disperazione emerge, invece, come un disperatamente voler essere se stesso. Infatti, come la donna, anche l'uomo si abbandona -e chi non lo fa un uomo senza valore, ma il suo non propriamente un abbandono perch egli non perde mai la consapevolezza di se stesso, non perde mai il proprio io. Nel rapporto con Dio la differenza tra uomo e donna sparisce: vale, infatti, sia per l'uomo che per la donna che l'io abbandono e che mediante l'abbandono si giunge all'io; anche se, nella realt, la donna si mette in rapporto con Dio solo attraverso l'uomo.) Tutta questa nota per dire che : la disperazione della debolezza (il non voler essere se stesso) pu essere detta disperazione della femminilit, mentre la disperazione dell'ostinazione (il voler essere se stesso) pu essere detta disperazione della virilit. la disperazione per il terrestre o per La disperazione per il terrestre (la totalit) o per qualcosa di terrestre (il qualcosa di terrestre particolare) la specie pi comune di disperazione. Kierkegaard ce ne propone due forme, osservando che la pi diffusa proprio la seconda:

disperazione come immediatezza pura. Qui l'io non ha alcuna consapevolezza della propria infinit, di ci che la disperazione o del proprio stato di disperazione. L'io passivo, dipende immediatamente dall'altro, da tutto ci che temporale o mondano; cos la disperazione un patire che ha origine dall'esterno, semmai dalla privazione di qualcosa a cui, nel concreto, particolarmente legato. La disperazione dell'uomo immediato assume la forma del disperatamente non voler essere se stesso, o nella forma pi bassa del disperatamente non voler essere un io, o nella forma pi bassa di tu tte nel disperatamente voler essere un altro, diverso da se stesso, un altro io. Ma una tale disperazione non pu che rientrare nella categoria del comico. Un tale disperato non conosce il proprio io se non attraverso l'esteriorit, per cui convinto che un tale cambiamento si possa effettuare con la stessa facilit con la quale si cambia un vestito. disperazione come immediatezza con una quantitativa riflessione interiore. Qui l'io ha una maggiore consapevolezza della propria infinit, di ci che la disperazione, e che ogni stato disperazione. L'io comincia ad avere una certa attivit; cos la disperazione comincia ad assumere qui un senso, ora pu essere causata non solo da qualcosa di esterno, ma anche dalla sua stessa riflessione interiore. La disperazione dell'uomo immediato che ha una certa riflessione interiore assume la forma di un disperatamente non voler essere se stesso. E' debolezza, ma fa un tentativo di difendere il suo io; egli mantiene il rapporto con il suo io (di certo non gli vi ene in mente l'idea ridicola di voler essere un altro, come commenta Kierkegaard). La pi diffusa, dunque, proprio quest'ultima. Ora, per, si deve abbandonare quel luogo comune secondo il quale una tale disperazione sia presente soltanto nell'et giovanile, ma non negli anni della maturit, capaci invece di cogliere maggiormente fede e sapienza. Kierkegaard, infatti, osserva che con gli anni pi facile perdere qualcosa che acquisirne di nuove; che, dunque, con gli anni pi facile entrare in contatto con la forma pi triviale della disperazione, oppure, di maturare una consapevolezza maggiore del proprio io, in modo da disperarsi in una forma pi alta. Ma essenzialmente la disperazione di un giovane o di un anziano la stessa la disperazione dell'eterno o per se La disperazione per il terrestre o per qualcosa di terrestre anche stesso disperazione dell'eterno per se stesso, perch questa la formula di ogni disperazione. E da notare che Kierkegaard ritiene linguisticamente esatta tale distinzione: Ci si dispera per il terrestre, dell'eterno, per se stesso. Questo perch il motivo della disperazione sempre quello dell'eterno, mentre i motivi per cui ci si dispera possono essere i pi vari. Disperiamo per ci che ci tiene fermi nella disperazione; disperiamo di ci che ci libera dalla disperazione.

Riguardo all'io si pu dire sia l'uno che l'altro, perch l'io dialettico in duplice senso. In tutte le forme pi basse della disperazione, l'uomo sa sempre per cosa si dispera, ma mai di cosa si dispera. La condizione della guarigione sempre che si cambi punto di vista; al che in filosofia potrebbe aprirsi un interrogativo: se possibile che un individuo sia disperato avendo la completa consapevolezza di ci di cui dispera. Ora, questa forma di disperazione un progresso considerevole rispetto a quella precedente, e la si vede pi di rado nel mondo. Infatti, mentre nella precedente l'io arriva fino alla consapevolezza della debolezza, qui giunge al piano della consapevolezza della propria debolezza. Il disperato si rende conto che debolezza disperare per il terrestre; si rende conto di disperare dell'eterno. Ma, invece di umiliarsi davanti a Dio, egli sprofonda nella disperazione per la consapevolezza della propria debolezza; di aver perso l'eterno e se stesso. La disperazione non pi soltanto un patire, ma un'azione; essa proviene in via indiretta dallo stesso io (a differenza dell'ostinazione che proviene dall'io in via diretta). Ciononostante questa disperazione ha ancora la forma del disperatamente non voler essere se stesso; l'io non vuole riconoscere se stesso dopo essere stato cos debole. Come si detto, una tale disperazione si trover nel mondo pi di rado. Colui che giunge a questa forma di disperazione potrebbe reagire o precipitandosi nella vita distraendosi con grandi imprese, come uno spirito irrequieto che vuole dimenticare; oppure elevare la propria disperazione ad una forma pi alta, ma chiusa in se stessa, facendola diventareostinazione. Il disperato assumerebbe allora l'atteggiamento della taciturnit. DISPERAZIONE E' IL PECCATO A. LA DISPERAZIONE E' IL PECCATO Ci che fa della disperazione il peccato l'idea di Dio ossia la consapevolezza dell'io di essere davanti a Dio). Cos il peccato la disperazione elevata a potenza, nella debolezza e nell'ostinazione. Il peccato : davanti a Dio disperatamente non voler essere se stesso, o davanti a Dio disperatamente voler essere se stesso. Qui Kierkegaard propone la descrizione dell'esistenza di poeta, che ha qualcosa in comune con la disperazione della rassegnazione, solo che presente l'idea di Dio. Dal punto di vista cristiano ogni esistenza di poeta, con tutta la sua bellezza estetica, peccato; il peccato di poetare invece che di essere, di mettersi in rapporto con il bene e con il vero attraverso la fantasia invece di esserlo, cio di tendere esistenzialmente ad esserlo. L'esistenza di poeta di cui si parla qui differente dalla disperazione perch ha in s l'idea di Dio; ciononostante non si distingue fino a che punto sia vagamente consapevole di essere peccato. Infatti, un tale poeta ha un profondo slancio religioso e ama Dio sopra ogni cosa, come unico conforto per il suo tormento segreto; [...] come l'unica sua felicit. Ma ama pure il tormento e non vuole lasciarlo andare. Egli vuole essere volentieri se stesso davanti a Dio, ma riguardo al solo punto della sua sofferenza egli disperatamente non vuole essere se stesso.

Egli, dunque, continua a tenersi in rapporto con Dio, pur non decidendo mai di umiliarsi, accettandolo, credendo. Nel suo rapporto con la religione non mai, in senso stretto, un credente. Ha raggiunto solo il primo grado della fede, la disperazione, e con essa un desiderio ardente della religione. Le gradazioni nella consapevolezza Finora stata dimostrata una gradazione nella consapevolezza del del proprio io (determinazione: proprio io. davanti a Dio) Il primo grado era l'ignoranza di avere un io eterno; il secondo la consapevolezza di avere un io in cui c' qualche cosa di eterno, ed entro questo grado sono state dimostrate altre gradazioni. A tutte queste considerazioni bisogna ora dare un'interpretazione dialettica. Il problema questo: tutte le gradazioni evidenziate finora si sviluppano entro la determinazione dell'io umano, o dell'io a cui misura l'uomo; ma l'io, considerato davanti a Dio, assume la determinazione dell'io teologico, o io di cui la misura Dio. (Per trovare la misura dell'io bisogna domandarsi che cosa sia ci di fronte a cui esso io). Kierkegaard riconosce alla dogmatica antica di aver riconosciuto il fatto che il peccato diventa orribile proprio per il fatto che compiuto davanti a Dio; tuttavia, l'errore nel modo di considerare Dio come qualcosa di esteriore e di supporre che si peccasse contro Dio solo qualche volta. Ma ogni peccato davanti a Dio, o piuttosto la ragione per cui ogni colpa umana diventa peccato che il colpevole aveva la consapevolezza di esistere davanti a Dio. Infatti il peccato non la sfrenatezza della carne e del sangue, ma il consenso che vi da lo spirito. Ora, pi completa l'idea di Dio, pi completo l'io. Pi completo l'io, pi completa l'idea di Dio. E' per questo che il peccato del pagano e dell'uomo naturale, che hanno come misura l'io meramente umano, solo quello di essere nel mondo senza Dio, ossia di ignorare l'idea di Dio. Molto spesso gli uomini hanno ritenuto che il contrario di peccato fosse la virt, mentre invece la fede. Come recita la Lettera ai Romani (14, 23): Tutto ci che non fede peccato. Aggiunta: che la definizione del peccato abbia in s la possibilit dello scandalo; un'osservazione in generale sullo scandalo E' proprio la definizione cristiana di peccato ad aprire la possibilit dello scandalo. Infatti, il cristianesimo insegna che ogni singolo uomo, qualunque sia la sua condizione, esiste davanti a Dio; pu, dunque, parlare con lui in qualsiasi momento, sicuro di essere ascoltato. Inoltre, per amore di quest'uomo, Dio stesso venuto nel mondo, nascendo, soffrendo e morendo; e questo Dio sofferente prega quasi e supplica l'uomo di accettare l'aiuto che gli si offre. Ora, agli occhi del pagano e dell'uomo naturale sembra che il cristianesimo dia troppa importanza all'uomo. Ecco il movente dello scandalo: questo troppo stroppia, se fosse stato un po' meno allora avrebbero potuto acconsentirvi. Kierkegaard aggiunge che per comprendere lo scandalo bisogna studiare l'invidia umana.

L'invidia un'ammirazione nascosta. Un uomo che ammira e sente di non poter trovare la felicit abbandonando se stesso, sceglie di invidiare ci che ammira. Cos l'ammirazione, che felice rinunzia a se stesso, si trasforma in invidia, infelice affermazione di se stesso. Ci che nel rapporto tra uomo e uomo ammirazione-invidia, nel rapporto tra Dio e uomo adorazione-scandalo. La definizione socratica del peccato Per Socrate, che l'emblema dell'intellettualit greca, il peccato : ignoranza. Per cui non pu verificarsi mai il caso di un uomo che, conoscendo il bene, faccia il male, oppure conoscendo il male, faccia questo male. In altre parole, la grecit non ha il coraggio di dichiarare che un uomo possa volontariamente fare ci che non giusto; e cos si aiuta dicendo che se uno fa il male perch non ha compreso il bene. Ma, in questo discorso, Kierkegaard rileva un inconveniente significativo: manca una determinazione dialettica riguardo al passaggio dallacomprensione al fare. Nella grecit, infatti, questo passaggio immediato; e lo stesso vale per la filosofia moderna, la quale si basa sul cogito ergo sum (pensare essere). In questo modo si vede che la filosofia moderna non n pi n meno che paganesimo; tuttavia non ancora questo il fondo della questione. Il problema sorge quando la filosofia moderna vuole spacciarsi per cristianesimo. Cos Kierkegaard si fa ancora una volta sostenitore del messaggio cristiano, e dimostra che il passaggio dalla comprensione al fare nella volont. Cio che se l'uomo non comprende il bene perch non lo vuole comprendere, e non lo vuole comprendere perch non vuole il bene. L'uomo giunge ad una tale consapevolezza grazie alla rivelazione, che lo illumina sull'essenza del peccato per chiarire che la sua origine dipende direttamente dalla volont umana. Infatti, nessun uomo pu dire da se stesso cosa sia il peccato, appunto perch egli nel peccato e tutto quello che dice del peccato non altro che una giustificazione. La definizione del peccato data nel capitolo precedente deve essere perci completata cos: il peccato che l'uomo, dopo aver saputo, per mezzo di una rivelazione da Dio, che cosa il peccato, davanti a Dio disperatamente non vuole se stesso, o disperatamente vuole se stesso.