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Alessandro Manzoni. LA RIVOLUZIONE FRANCESE DEL 1789 E LA RIVOLUZIONE ITALIANA DEL 1859. OSSERVAZIONI COMPARATIVE.

Sansoni Editore, Firenze 1993. Copyright 1993 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano . INDICE. Nota di Mario Martelli. LA RIVOLUZIONE FRANCESE... Introduzione. PARTE PRIMA. DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE DEL 1789. Gli Stati Generali della Francia (c. 1864-1872). 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. Nota "A" relativa ai Parlamenti. Note al testo. *** NOTA di Mario Martelli. Tutto lascia ritenere che Manzoni si accingesse a questo imponente lavoro storic o fra il 1860 ed il 1861. Gi il Bonghi, che per primo ne pubblic l'autografo in du e stampe (Milano, Rechiedei 1889, e "Opere inedite e rare", vol. fuori serie, ma in realt sesto dell'ed. cit., 1889), affermava che Manzoni avesse cominciato a s criverlo sui 75 o sui 76 anni. Pi importante, la lettera n. 1343, nella quale, in data 1 dicembre 1862, Manzoni chiedeva l'autorizzazione di trattenere presso di s alcuni libri riguardanti la Rivoluzione Francese, che gli erano stati prestati da Cesare Giulini, da poco defunto. Alla luce di queste testimonianze sugli stu di che Manzoni faceva in quel momento, ha ben ragione Cesare Arieti ad identific are il lavoro in cui era tutto tuffato e di cui parla nella lettera n. 1342 a G. B . Giorgini in data 5 ottobre 1862, appunto col libro sulla Rivoluzione Francese. Oltre a questo, nella prima stesura dell'opera, la rivoluzione del '59 detta riv oluzione attuale d'Italia: il che permette di allontanarci assai poco dal '59 ste sso. Il lavoro prese ben presto proporzioni troppo grandiose; sicch Manzoni, temendo d i non poterlo finire, e di arrivare soltanto a trattare la parte riguardante la Rivoluzione Francese, si indusse (il figliastro Stefano Stampa afferma, nel suo libro cit., I, 440, per suo suggerimento) a scrivere un'introduzione, pi volte ri elaborata, che chiarisse l'intento generale dell'opera: una delle stesure di que st'introduzione dice il Bonghi di aver letto nell'ottobre del 1868. L'anno dopo

(come c'informa una lettera del Rossari al Bonghi del luglio 1869), Manzoni trov ava una formula atta a ridimensionare il suo lavoro, e procedeva quindi ad una nuo va sua redazione, nella quale lo troviamo impegnato ancora nel 1872 (conf. "Lett ere", n. 1554, a G. B. Giorgini, del 13 marzo 1872). Il testo quello fissato da Fausto Ghisalberti per l'edizione Mondadori, "Saggi s torici e politici", a cura di Fausto Ghisalberti, vol. 4 di "Tutte le Opere" di A. M., Milano, 1963. LA RIVOLUZIONE FRANCESE DEL 1789 E LA RIVOLUZIONE ITALIANA DEL 1859. OSSERVAZIONI COMPARATIVE. "Dies vero subsequentes Testes sapientissimi". Pind., Olymp. 1 INTRODUZIONE (c. 1869). Il nome di Rivoluzione si applica indifferentemente a due cose diverse, non solo di grado, ma d'essenza, cio, tanto a una grave alterazione nel governo d'uno Sta to, quanto alla distruzione del governo medesimo. A questo secondo genere appart engono del pari i due grandi avvenimenti, sopra alcuni punti de' quali ci propon iamo di fare un compendioso confronto. L'essere, in uno de' due casi, toccata un a tal sorte a un governo solo, e nell'altro a pi d'uno, una differenza accessoria che non muta punto l'essenza della cosa. Ma, tra avvenimenti cos vasti e cos complicati, si devono necessariamente trovare anche delle differenze che tocchino l'essenza. E due principalissime ci par di v ederne in due de' pi gravi effetti della prima di quelle due Rivoluzioni, e de' q uali la seconda pot andare immune. E furono: l'oppressione del paese, sotto il no me di libert; e la somma difficolt di sostituire al governo distrutto un altro gov erno; che avesse, s'intende, le condizioni della durata. A dimostrare una tale diversit d'effetti tra le due Rivoluzioni, e a indagarne la causa, destinato il presente scritto. Per poterne dar qui intanto un saggio in forma di postulato, baster, principiando dagli effetti, accennare ci che in essi c' di pi generalmente noto, e di pi incontr astabile. E per ci che riguarda la Rivoluzione Francese, il primo sufficientemente indicato dal nome di Terrore, dato e rimasto a una fase non breve di essa: nome, che appli cato a un'intera popolazione, presenta da s l'idea dell'oppressione pi forte e pi u niversale che si possa immaginare, cio d'un'oppressione che pesi anche su di quel li che non siano colpiti direttamente, e levi agli animi il coraggio e fino il p ensiero della resistenza. Del resto, la ragione per cui un tal nome fu dato a qu ella sola fase, fu perch in essa la cosa era arrivata al colmo. Ma, come chiaro p er chiunque voglia dare un'occhiata ai fatti, il sopravvento di forze arbitrarie e violente era gi principiato, quasi a un tratto con la Rivoluzione, a rattenere , col mezzo d'attentati sanguinosi e impuniti sulle persone, una quantit di pacif ici cittadini dal manifestare, non che dal sostenere i loro sentimenti, e a impo rre a molti, pi onesti che risoluti membri de' corpi e legislativi e amministrati vi e altri, creati, o lasciati formarsi dalla Rivoluzione medesima, l'assenza o il silenzio, per arrivar poi a imporre, con un successo pi indegno, la parola e i l voto. E parimente, cessato il Terrore propriamente detto, continu quella pressura, in m inor grado e in varie forme, ma per un pi lungo spazio di tempo, a esercitare il suo malefico impero. Il secondo degli effetti indicati pi che abbastanza attestato, nella sua generali t, dal fatto di dieci costituzioni nello spazio di sessantun anno. Per ci poi che riguarda l'Italia, una cosa anche pi manifesta, che la sua Rivoluzi one non port, n l'uno, n l'altro di que' due tristissimi effetti. Qui, infatti, la libert, lungi dall'essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dal

la Rivoluzione medesima: non la libert di nome, fatta consistere da alcuni nell'e sclusione di una forma di governo, cio in un concetto meramente negativo e che, p er conseguenza, si risolve in un incognito; ma la libert davvero, che consiste ne ll'essere il cittadino, per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assi curato, e contro violenze private, e contro ordini tirannici del potere, e nell' essere il potere stesso immune dal predominio di societ oligarchiche, e non sopra ffatto dalla pressura di turbe, sia avventizie, sia arrolate: tirannia e servit d el potere, che furono, a vicenda, e qualche volta insieme, i due modi dell'oppre ssione esercitata in Francia, ne' vari momenti di quella Rivoluzione: uno in mas chera d'autorit legale, l'altro in maschera di volont popolare. Qui ancora, ai governi distrutti pot sottentrare un novo governo, con un'animatis sima e insieme pacifica prevalenza e quasi unanimit di liberi voleri. E un cos gra n cambiamento, non solo apparve, nell'atto stesso, un fatto stabile, ma appar ta le ogni giorno pi, malgrado gl'inciampi frapposti e le difficolt inerenti a ogni g ran cambiamento. Nessuno, credo, vorr dire che le cagioni d'un divario cos importante tra le due Ri voluzioni, non meritino d'esser ricercate: e una, non unica, ma principalissima, e feconda di molte cagioni accessorie, ci par di vederla nell'essere stata viol ata dalla prima, e adempita dalla seconda, una condizione, non meno imposta dall 'equit, che richiesta, per un accordo naturalissimo, dalla prudenza. Ed : che la d istruzione del governo, o de' governi esistenti prima della Rivoluzione, fosse u n mezzo indispensabile per ottenere un bene essenziale e giustamente voluto dall e rispettive societ rette da loro: in altri termini, che que' governi fossero irr eformabilmente opposti al bene e alla volont delle societ medesime. Dietro queste premesse, cercheremo di dimostrare nella prima parte di questo scr itto: che la distruzione del governo di Luigi Sedicesimo non era punto necessari a per ottenere i miglioramenti che la Francia voleva nel suo ordinamento, e avev a espressi nelle istruzioni date ai suoi rappresentanti negli Stati Generali; e che quella distruzione fatta senza una tale necessit, e con una manifesta usurpaz ione di potere, cre invece uno stato di cose, dal quale vennero e dovevano venire , per una conseguenza inevitabile, i due disastrasi effetti indicati da principi o. E qui dobbiamo, prima di tutto, avvertire che, per la distruzione di quel govern o, intendiamo, non il decreto formale con cui fu abolito il nome e l'ultime appa renze della monarchia dalla Convenzione Nazionale; ma un fatto anteriore di pi di tre anni: voglio dire gli atti, con cui nel giugno del 1789, i deputati d'uno d e' tre Ordini che componevano gli Stati Generali adunati a Versailles, col crear si da s Assemblea generale della nazione, e col mantenersi in quel possesso, cont ro il divieto solenne del re, annullarono di fatto il suo governo, a concorrere alla riforma de quale erano stati chiamati da lui, e man dati da' loro elettori. I fatti, sia causali, sia conseguenti, cui ci siamo serviti per provare un tal a ssunto, sono tutti ricavati da atti solenni e definitivamente storici. Non abbia mo per tralasciato di scegliere notizie di circostanze relative a quei fatti, da degli scritti d'uomini di quel tempo, per lo pi attori o testimoni di ci che rifer iscono, e degni di fede, o per nota onest e nobilt di carattere, o per non avere, in quei casi, interesse a travisare la verit. A ogni modo, nel servirci di tali a iuti per render pi vivo e circostanziato il concetto de' fatti medesimi, non abbi amo mai inteso di ricavarne de' mezzi unici di prova. Nei giudizi poi che avremo a esprimere su quei fatti, non abbiamo certamente la pretensione d'aggiunger nulla d'affatto novo all'infinita moltitudine e variet di pareri a cui hanno data occasione. Possiamo bens affermare d'aver cercato, per q uanto lo consentano le nostre forze, di ricavare direttamente tali giudizi dall' esame dei fatti medesimi, indipendentemente da ogni opinione altrui. Nella seconda parte, in cui si tratter della Rivoluzione Italiana, il nostro assu nto sar molto pi facile, come la cosa molto pi semplice, e riguardo ai motivi, e ri guardo agli effetti. Su questi non c' nemmeno materia di discussione; e basta l'a ver gi accennato che non avvennero. E in quanto ai motivi, non s'avr a far altro c he rammentare e descrivere rapidamente delle cose e antiche e recenti, e note qu anto incontrastate; giacch questi motivi sono tutti compresi in una storia perpet ua di strazi e di vergogne, a cui l'Italia era soggetta. E che la causa permanen

te d'una cos iniqua e dolorosa condizione, fosse la divisione di essa in pi Stati, la dimostrazione ne uscir da s dalla storia medesima, per quanto sommaria. E di qui l'evidente e sacrosanto diritto di levar di mezzo quella divisione e, p er conseguenza i vari governi, ne' quali era attuata. Sicch, per giustificare la loro distruzione, non ci sar bisogno, n di rifrugare le loro origini, n d'esanimare il come esercitassero sulle popolazioni il loro assoluto dominio. La giustizia richiederebbe che, in questo particolare, si facessero di gran distinzioni di te mpi, di luoghi, di persone; ma la causa non ne richiede veruna. Erano ugualmente irreformabili, per il loro esser molti. Supponendo che fossero, e stati istitui ti in virt d'un sacro e incontrastabile diritto, e guidati dalle migliori intenzi oni, rimarrebbe sempre da domandare: Quelle sovranit di cui godevano il benefizio , avevano poi la forza necessaria per adempirne uno de' primi e pi stretti doveri , quale quello di mantenere ai governati que' due beni supremi d'ogni societ civi le, la sicurezza e la dignit; per resistere alle ambizioni e alle cupidigie di po tentati stranieri; per poter dire, in verun caso, all'uno o all'altro di que' so verchianti: Chi la pace non vuol la guerra s'abbia (1)? O non era, invece, il poss edere essi, quale un pezzo, quale un altro dell'Italia, ci che dava e occasione e mezzo a quelle ambizioni, a quelle cupidige, e a questa impotenza, a questa abi ezione? E, oltre a ci, ma per la stessa ragione, non erano essi abitualmente part e portati e parte costretti a subordinare e sacrificare gl'interessi de' loro su dditi agl'interessi e alla politica, o de' comuni padroni, o d'uno di essi lasci ato fare dagli altri? Dalla risposta a questi quesiti, cio dalla ricognizione d'u n fatto di prima evidenza, risulta evidente del pari, la giustizia e (per restit uire al diritto una parola usurpata dalla forza in una tristissima epoca recente ) la legittimit della Rivoluzione Italiana. E ne risulter, con uguale evidenza, che questa stessa legittimit fu la cagione, co me era la condizione necessaria, per cui essa sia potuta seguire senza oppressio ne del paese, e abbia potuto raggiungere, di primo tratto il suo scopo, senza st rascinare il paese medesimo, come accadde nell'altra Rivoluzione, in una sequela di cambiamenti, quale in male, quale in bene; ma che, con la sola loro pluralit, vengono tutti insieme a significare un gran male. Fu, infatti, il sentimento del loro diritto, che produsse negl'Italiani quella g enerale concordia, la quale prevenne anche l'occasione e la tentazione d'opprime re. Non dico la necessit, perch questa non pu mai essere altro che un pretesto, o d 'uno o d'alcuni, ai quali sia necessario, per conto loro, d'opprimere una popola zione che non voglia fare ci ch'essi vogliono: necessit tanto allegata dagli autor i de' fatti pi atroci della Rivoluzione Francese e dai loro apologisti; e che era stata cos bene chiamata dal Voltaire: la scusa de' tiranni (2). Fu, dico, quando la cagione perpetua degli strazi e dell'avvilimento d'Italia, v eduta prima, pi o meno chiaramente da alcuni ingegni pi elevati, sparsi qua e l nel le diverse parti di essa, e nel giro di pi secoli, apparve, per un concorso strao rdinario di fatti, evidente anche all'universale degli Italiani; quando al domin io d'una Potenza straniera sopra una parte d'Italia s'aggiunse il suo predominio su tutti, meno uno, gli altri Stati d'Italia, dimanierach questa si trov legata i n una, dir cos unit di servit; fu allora che il riconoscimento concorde della cagion e del male cre la concordia del riconoscere che il vero e unico rimedio era nell' unit nazionale, e nell'accettare il solo mezzo atto ad acquistarla; che dico? nel l'invocarlo, e nel tener rivolti gli occhi e le speranze a quella parte d'Italia e a quella Casa, donde solamente un tal mezzo poteva venire. Quindi la question e del distruggere, e quella del sostituire poterono qui esser poste e sciolte a un colpo, e nel modo pi chiaro e diretto, senza equivochi, senza false apparenze, sfuggendo cos il terribile impegno di far uscire un governo dalla Rivoluzione, e d'andar cercando la meta nella furia della corsa, come accadde nella Rivoluzion e Francese. I fatti di questa, sui quali avremo a stabilire il confronto, cio: 1 la mancanza e d'un giusto motivo per la distruzione del governo di Luigi Sedice simo, e d'un'autorit competente nei deputati del Terzo Stato, che ne furono gli a utori; 2 questa distruzione avvenuta indirettamente, ma effettivamente in conseguenza de ' loro atti gi indicati;

3 il nesso di queste cause con gli effetti ugualmente indicati; non sono, come s' gi accennato, cose tanto semplici, che le prove di essi si possano annunziare ant icipatamente, con poche e concise generalit, come s' potuto per quelle che riguard ano la Rivoluzione Italiana. Ma, se non c'inganna una preoccupazione ben involon taria, le prove s'andranno svolgendo, mano a mano, dalla serie de' fatti. E, se abbiamo a dir tutto, ci pare che, anche dal confronto medesimo, questa prima par te possa ricevere qualche nova luce, in quanto una evidente diversit d'effetti, n on solo induce ragionevolmente, a supporre delle cause diverse, ma pu servir di g uida a riconoscerle. Non dobbiamo dissimulare il pericolo di parzialit che s'incontra naturalmente nel parlar di cose del proprio paese, e che si raddoppia quando si tratti d'un para gone con altri paesi. Ma uno di que' pericoli che si schivano col temerli, e con lo starne continuamente in guardia, come cercheremo di fare. E, del resto, ci s ono, pur troppo nella cosa stessa due gran preservativi contro de vanti immodera ti. L'uno, che, alle inveterate miserie e alle sempre pi manifeste vergogne dell' Italia, si deve, e il suo proposito di volere la liberazione, e la concordia nel l'operarla; l'altro, la parte, e parte essenziale, che c'ebbe un potente e gener oso aiuto straniero. E se anche la nostra nova vita nazionale fosse in tutto dovuta a questo, a che g ioverebbe il negarlo? Ma che dico? l'ipotesi stessa assurda. La vita d'una nazio ne non pu essere un dono d'altri. E' bens vero che una nazione divisa in brani, in erme nella massima parte, e compressa da una preponderante, ordinata e vigilante forza straniera, non potrebbe da s rivendicare il suo diritto d'essere: e questa la sua infelicit, e un ricordo di modestia. Ma vero altres, che non lo potrebbe n emmeno con qualunque pi poderoso aiuto esterno, senza un forte volere e uno sforz o corrispondente dalla sua parte: e questo il paragone della sua virt, e un giust o titolo di gloria, e insieme un motivo di fiducia nell'avvenire, quando lo sfor zo sia coronato dal successo. Con le sole sue forze, infatti, una nazione qualunque, ridotta in tali strette, non che compire la sua liberazione, non potrebbe nemmeno tentarla sul serio, ess endole troncato ogni mezzo di raccogliere, con un comune concerto, queste forze sparse, e non le rimanendo altro che l'infelice espediente delle congiure; le qu ali, e deboli in ciascheduna parte, e sparpagliate nel tutto, vengono facilmente represse, e non servono che a dare all'oppressore materia di supplizi, e novi m ezzi di terrore: anzi, a impedirne lo scoppio, basta per lo pi l'imbelle e turpe milizia delle spie. E, viceversa, qualunque pi poderoso e anche leale aiuto straniero sarebbe insuffi ciente a rendere stabilmente libera e signora di s, una nazione inerte; poich, per mantenersi e per governarsi, le sarebbero necessarie quelle virt appunto, che le sarebbero mancate per concorrere alla sua liberazione. Un braccio vigoroso pu be ns levar dal letto un paralitico, ma non dargli la forza di reggersi e di cammina re. E fu una tanto breve, quanto povera illusione quella d'alcuni Italiani che, sulla fine del secolo scorso, sperarono la libert di questa o di quella parte d'I talia da una forza straniera, senza la cooperazione, anzi malgrado la repugnanza delle diverse popolazioni; le quali, se erano pur troppo lontane dal conoscere qual fosse la cagione primaria de' mali, e come la salute delle parti non potess e venire che con la salute del tutto, avevano per la mente libera da fantasie ret toriche e da false analogie storiche, tanto da vedere in quel finto aiuto ci che c'era in effetto, cio null'altro che una nova e pi strana forma di dominazione str aniera. Era riservato dalla divina Provvidenza ai nostri giorni il raro incontro di que' due ugualmente indispensabili mezzi. Da una parte, un antico, e tanto pi vivido germe di vita italiana in una provinci a, in un re, in un esercito; per mezzo del quale l'Italia pot prendere addirittur a nell'impresa un nobile posto, e dare il suo nome a qualche illustre giornata; e dal rimanente dell'Italia, un'eletta di prodi accorsi a mescersi in quelle fil e, eludendo la custodia dei dominatori; e mille valorosi condotti, come a una fe sta, da un valorosissimo a conquistare a questa patria comune un vasto e magnifi co tratto del suo territorio, da principio con l'armi, a un'immensa disuguaglian za di numero, come a prova dell'ardire, e poi con la sola forza del nome e della

presenza, come a prova della spontaneit dell'assenso; e, principalmente dove pes ava a piombo, o premeva pi da vicino, il dominio straniero, un popolo che, anche inerme, sbrancato, spiato, trovava il modo di manifestar l'animo suo, col teners i segregato dai dominatori, col non ubbidir che alla forza, col sottrarsi alle l oro carezze, con quel contegno, insomma, atto a render pi sensibile e ai cittadin i la loro unanimit, e ai poteri ingiusti quella solitudine, che li mette tra la v iolenza e lo scoraggiamento: due pericoli del pari. Dall'altra parte, un potente sovrano straniero, che, lasciandosi dietro le spall e la politica di coloro che, non avendo ancora finito di ridere de' vecchi reali sti francesi, ai quali era parso un assunto facile e piano quello d'impedire ogn i cambiamento nell'antico regime della Francia, volevano poi, che la Francia de' tempi novi prendesse l'assunto altrettanto agevole, d'opporsi (giacch estranea n on poteva rimanere) alle tendenze de' popoli a comporre in forti e naturali unit le loro parti sparse. Alieno ugualmente e da una tale ardua prepotenza, e dall'a pprensione pusillanime, che la Francia, col suo vasto territorio, con la sua fer rea unit, con la sua bellicosa popolazione, non potesse viver sicura di s medesima , se non col tenere altri nell'impotenza e nell'abiezione, comprese che sarebbe provvedere al bene della Francia stessa, come era suo primo e sacro dovere, il d ar mano a chiudere alle potenze europee questo infelice campo di battaglia, dove la Francia stessa era stata bens spesso vittoriosa, ma da dove, alla fine, era d ovuta uscir quasi sempre, se mi si passa un'espressione famigliare ma calzante, col capo rotto, principiando da Carlo Ottavo, fino, che tutto dire, a Napoleone Primo. L'esercito condotto in Italia dal suo nipote, come fu il primo che c'entr asse con un fine e generoso e sensato, fu anche il primo che ne sia uscito trion fante e benedetto, e lasciandoci una nazione amica, per la natura stessa delle c ose. E l'altre potenze, che, quarantacinque anni prima, s'erano trovate d'accord o nel raffazzonare una divisione dell'Italia, che, nella loro sapienza, doveva e ssere una delle condizioni fondamentali d'uno stabile ordine europeo, ebbero poi ad accorgersi che la distruzione, in questa parte, della loro grand'opera, lung i dal sovvertire un ordine vero, non aveva fatto altro, che levar di mezzo una c ausa di guerre rinascenti, di vantaggi passeggieri e di disinganni costosi per a lcune, e di pensieri molesti per l'altre; e si trovarono, senza saperlo, meno lo ntane da quell'ideale equilibrio messo in campo cos spesso da loro, a diritto e a torto, come la scusa delle loro guerre, e lo scopo de' loro trattati. Il governo e i cittadini degli Stati Uniti d'America non hanno mai creduto di de rogare alla loro dignit nazionale, n di detrarre alla gloria ottenuta nell'acquist o della loro indipendenza, col confessare, anzi col protestare altamente, in ogn i occasione, i loro obblighi verso la Francia e verso il suo sventurato re Luigi Sedicesimo, per il grande aiuto che n'ebbero nella dubbia impresa. E' anzi uno de' bei caratteri di quella virtuosa e sensata, non meno che eroica, Rivoluzione ; e sar bello per la nostra l'aver comune con essa un tal sentimento; come, in me zzo a tante diversit, di circostanze, di modi e di vicende, ebbe comune la giusti zia della causa, e la felicit della riuscita. Insieme poi col pericolo della parzialit in favore della propria nazione, c', in o gni confronto del genere di quello che siamo per intraprendere, il pericolo dell 'ingiustizia verso la nazione straniera. Ma, in questo caso, come in parecchi al tri, l'osservazione de' fatti basta a prevenire que' giudizi frettolosi, con cui s'accusano spesso le nazioni d'eccessi, de' quali furono in effetto le vittime. E' il vecchio e perpetuo "plectuntur Achivi" (3). E, in questo caso principalmen te, i fatti serviranno, crediamo, a dimostrare che quanto ci fu in essa d'ingius to e di detestabile sia da riferirsi, come a prima cagione, alle ambizioni e all e apprensioni, ugualmente cieche d'alcuni, che aprirono, senza intenzione, ma se nza scusa, il campo ai furiosi e agli scellerati: troppi, certamente, e quelli e questi; ma piccola parte, tutti insieme, della nazione. Che se, a que' primi su ccessi cooperarono, in qualche caso, anche le illimitate fiduce e i troppo pront i consensi di moltissimi e, mettiamo pure, della massima parte de' Francesi; bis ognerebbe, o ignorare affatto, o dimenticare gli esempi simili che ne somministr ano, pi o meno in grande, le storie d'altre nazioni, e anche i tempi presenti, pe r cagionarne il carattere speciale di quella. E se si trattasse di questo (che n on il caso), si dovrebbe mettere a riscontro di tali errori, non dico i tratti i

nsigni di virt particolari, che spiccano in quella Rivoluzione, in mezzo ai disor dini e in faccia agli oppressori, cose che non costituiscono un merito della naz ione, pi di quello che le iniquit d'alcuni siano da addebitarsi ad essa; ma altri momenti di quella Rivoluzione, ne' quali pot, e formarsi e manifestarsi, in un mo do pi chiaro e sicuro, un sentimento veramente nazionale. Ne accenneremo di corsa due soli. L'uno, quella passione cos viva, cos prevalente, del ben pubblico, che precedette e accolse la riunione degli Stati Generali; quel desiderio universale d'una libe rt dignitosa e tranquilla, d'una pace fondata sulla giustizia; desiderio espresso come da una gran voce sola, che non lasciava sentire le voci delle passioni ast iose, o avide, o turbolente, che pure covavano, ma certo in un molto minor numer o di quello che apparve quando, dagli atti anarchici d'una parte degli Stati Gen erali medesimi, fu data ad esse l'occasione di manifestarsi e di mettersi insiem e, anzi, nel pi de' casi, anche di nascere. Un altro gran momento fu quel correre all'armi d'una tanta moltitudine di cittad ini, all'annunzio dell'invasione straniera, senza esaminare, n da chi venisse l'i nvito, n da chi la Francia fosse governata, n se fosse governata, e pensando solam ente ch'era la Francia, e in pericolo. Non possiamo non prevedere che, nella parte che riguarda la Rivoluzione Francese , questo scritto, malgrado la sua imparzialit, si trover a fronte d'opinioni contr arie, che, essendo, per lo pi, rinchiuse in formule brevi e assolute, sono tanto pi facili a entrar nelle menti, e pi tenaci a rimanerci. Non pochi, principalmente presso di noi, dove la questione non fu, a un gran pezzo, materia di lunghe e p articolarizzate discussioni, credono di possedere, nella parola Ottantanove, una s intesi tanto sicura, quanto vasta, di fatti complicatissimi, e che svolta in alq uante parole di pi, viene a dire: un gran conflitto tra la libert che voleva stabi lirsi e il dispotismo che voleva mantenersi; conflitto, nel quale la libert rimas e vittoriosa, e furono insieme promulgati i princpi universali della libert de' po poli, e dei diritti dell'umanit; con l'inconveniente, vero, di vari eccessi deplo rabili, ma inevitabili in una cos grande impresa, e provocati da una resistenza o stinata e ancora forte. Per affrontare delle opinioni cos ferme e ben guardate, n essun'arme pi impotente di quella de' fatti, i quali impongono il peso d'un esame non prevenuto e paziente; e tutto ci per sostituire lo stato molesto del dubbio alla cara quiete della certezza. Lucro cessante, e danno emergente. Siamo troppo ammaliziati (sia detto senza superbia), per figurarci che i fatti, soprattutto esposti da noi, possano combattere con vantaggio una tale persuasione; e credere mo di toccare il cielo col dito, se ci riuscir d'attirare un piccol numero di let tori, non gi ad accettare le nostre conclusioni, ma a prenderle in esame. PARTE PRIMA. DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE DEL 1789. Gli Stati Generali della Francia (c. 1864-1872). 1. Che la grandissima maggioranza della popolazione francese, verso il 1789, voless e delle riforme nel suo governo, e avesse delle ragioni pi che giuste di volerle, sono due verit che ora, credo, nessuno nega, e che non poterono esser negate, se non per una cieca preoccupazione, o per interessi privati. Quei desideri e i pareri intorno al modo di sodisfarli, erano naturalmente pi o m eno estesi, pi o meno distinti, in ragione delle diverse condizioni; e de' divers i gradi di coltura. Ma ci che, in una cos vasta materia, c'era di pi importante e d i pi consentito, sia dalla nazione intera, sia dalla parte pi colta, nella quale q uasi tutto il rimanente della nazione riponeva la sua fiducia e le sue speranze, si pu ridurre a pochi capi principali. Ed erano: abolizione de' privilegi oneros i o umilianti per la massima parte de' cittadini, e spesso onerosi insieme e umi lianti; scompartimento uguale delle imposte su tutti i cittadini, in proporzione de' loro averi, e senza distinzione di classi, n privilegi; limiti al potere ass oluto del re, potere esercitato di fatto, in grandissima parte dai ministri, e s

egnatamente nell'imprigionare e tenere in prigione indefinitamente qualunque per sona, con semplici ordini di gabinetto (4); una rappresentanza nazionale, o perm anente o periodica, che avesse parte nella formazione delle leggi, il consenso d ella quale fosse necessario allo stabilimento delle imposte, e alla stipulazione degl'imprestiti; la stampa sottratta alla censura arbitraria, e regolata da leg gi. Il re Luigi Sedicesimo, il quale, e per inclinazione naturale al giusto e al l'utile pubblico, e per riguardo alle circostanze, partecipava a quel desiderio d'una riforma, convoc, a quest'effetto, con lettera del 24 gennaio, un'assemblea, sotto l'antico nome di Stati Generali, composta di deputati dei tre Ordini del regno (Clero, Nobilt e Terzo Stato, il quale comprendeva il rimanente della popol azione), da eleggersi separatamente dai rispettivi Ordini: quelli dei due primi da tutti i loro membri; quelli del Terzo, da tutti gli abitanti inscritti al rol o delle imposte, senza distinzione di quota. Gli elettori erano inoltre incarica ti di nominare de' commissari, i quali stendessero le istruzioni, o mandati ("ca hiers", letteralmente "quinterni") contenenti le loro doglianze e le loro richie ste, per servire di norma ai deputati. Quelle istruzioni esprimono concordemente , e si potrebbe quasi dire unanimemente, i desideri, accennati or ora, e ne sono la pi irrefragabile testimonianza. Nella lettera di convocazione, il re indicava l'intento generale di essa, ne' se guenti termini: Abbiamo bisogno del concorso de' nostri fedeli sudditi, per aiuta rci a superare le difficolt in cui ci troviamo riguardo alle nostre finanze, e pe r stabilire, come il nostro desiderio, un ordine costante e invariabile in tutte le parti del governo, che toccano la felicit de' nostri sudditi, e la prosperit d el nostro regno. Questi gran motivi ci hanno determinati a convocare l'Assemblea degli Stati di tutte le province di nostra ubbidienza, tanto per consigliarci e assisterci in tutte le cose che saranno presentate, quanto per farci conoscere i desideri e le doglianze de' nostri popoli; di maniera che, per mezzo d'una mut ua fiducia e d'un amore reciproco, si trovi, il pi presto possibile, un rimedio e fficace ai mali dello Stato, e gli abusi d'ogni genere siano prevenuti con boni e solidi mezzi, che assicurino la felicit pubblica, e rendano a noi in particolar e la calma e la tranquillit, di cui siamo privi da cos lungo tempo. All'apertura solenne degli Stati Generali (5 maggio) il re pronunzi un discorso, in cui, esprimendo la sua fiducia nel concorso di tutti gli Ordini a provvedere al bene dello Stato, allegava, in particolare, come un motivo di quella fiducia, la disposizione dei due primi Ordini, di rinunziare ai loro privilegi pecuniari. Ed era, infatti un passo, con cui veniva levata di mezzo una che poteva parere, se non la maggiore, certo delle maggiori cagioni di contrasto. Il Guarda Sigilli (de Barentin) e il Direttore generale delle finanze (Necker) p ronunziarono, anch'essi, un discorso ciascheduno, in nome del re medesimo. In quello del primo, erano enunciate, con maggiori particolari, le intenzioni li berali del re, e promesse le principali riforme pi generalmente desiderate, e dic hiarata la volont di concorrere a tutte l'altre che potessero riuscire in vantagg io del pubblico, e invitata, anzi eccitata l'Assemblea a proporle. Ecco in prova qualche brano di quel discorso. Sul bel principio l'oratore annunzia che, in quel giorno solenne Sua Maest vuole s tabilire la felicit generale sulla base sacra della pubblica libert. E soggiunse qu este parole che confermano energicamente una tale intenzione: L'ambizione, o piut tosto il tormento de' re oppressori, di regnar senza pastoie, d'oltrepassare i c onfini d'ogni poter legittimo, di sacrificare i contenti d'un governo paterno al le false gioie d'una dominazione illimitata, di convenire in leggi i capricci sf renati del potere arbitrario. Poich l'imposta, dice pi avanti, un debito comune de' cittadini, una specie di compen so e il prezzo de' vantaggi che ricavano dalla societ, giusto che la Nobilt e il C lero ne portino il peso, per la loro parte. Non l'imposta sola, prosegue, occuper le vostre deliberazioni; ma, per non parlare, prima del tempo, degli oggetti di discussione, a cui saranno consacrate le vostr e riunioni, mi baster dirvi che non immaginerete un progetto utile, un'idea tende nte al bene generale, che Sua Maest o non abbia gi concepita, o non ne desideri fe rmamente l'esecuzione. Accenna poi alcune di quelle materie di discussione: i provvedimenti da farsi per

la libert della stampa: parola inaudita fino allora nel linguaggio ministeriale, e da non molto divolgata nel pubblico, cio nella parte pi colta del pubblico; le pr ecauzioni da prendersi per combinare quella libert con la pubblica sicurezza, e t utelare l'onore delle famiglie; i cambiamenti utili che possano esser richiesti dalla legislazione criminale per proporzionar meglio le pene ai delitti. Tocca po i la necessit di semplificare la procedura civile, e di correggerne gli abusi, pe r rendere pi facile, pi pronta, pi sincera l'amministrazione della giustizia. Il molto pi lungo discorso del Necker riguardava nella massima parte le finanze, il dissesto delle quali era stato la prima cagione della convocazione degli Stat i Generali. Ma nel principio e sulla fine parl anch'egli delle attribuzioni di qu el consesso, con espressioni non meno ampie e, secondo il suo genio, pi enfatiche e pompose. Non al solo momento presente, non a una rigenerazione passeggiera, dovete, disse, r estringere i vostri pensieri e la vostra ambizione; un ordine costante, durevole e utile per sempre deve esser l'effetto delle vostre ricerche e de' vostri lavo ri; la vostra opera deve corrispondere alla grandezza della vostra missione... I n ogni parte dove vedrete i mezzi d'accrescere e d'assodare la felicit pubblica, dove vedrete le strade che possono condurre alla prosperit dello Stato, vi ci dov rete trattenere... Sarebbe, o signori, considerare gli Stati Generali in una man iera ben circoscritta, il non vederli che nelle loro relazioni con le finanze... E' dolce il dire, dolce il pensare che questi Stati Generali devono servire a t utto; devono appartenere e al presente e all'avvenire; devono, per dir cos, osser vare e seguire i princpi e le tracce della felicit nazionale in tutti i suoi rami. Che i desideri e anche le speranze di Luigi Sedicesimo corrispondessero alle dic hiarazioni che, in questa circostanza, erano fatte in suo nome, e alla sua prese nza, se n'avrebbe, se ce ne fosse bisogno, un attestato autorevole in ci che tre anni dopo la di lui morte, ne scrisse quello stesso Necker, il quale ebbe princi palmente a trattare con lui intorno alla convocazione degli Stati Generali. Dopo avere accennata l'agitazione generale che la precedette, Il re solo, dice, in mezz o alla fermentazione degli animi, mostr la serenit che accompagna le intenzioni re tte e i sentimenti moderati; e mentre tutti s'occupavano d'acquistare, passava i n rassegna le prerogative alle quali poteva rinunziare senza indebolire l'autori t necessaria al governo, e si preparava, senza rammarico, a farne il sacrifizio. Voleva, amava il bene, con la semplicit pi perfetta; e, conservando una trista mem oria de' contrasti che aveva incontrati, e degli ostacoli che l'imperizia de' su oi ministri aveva opposti spesso ai suoi disegni, si sentiva sollevato dalla ris oluzione che aveva presa di chiamare in aiuto i rappresentanti della nazione, e abbracciando le speranze che potevano nascere dalla riunione degli Stati General i, s'occupava di quell'avvenimento con una dolce fiducia. Per intendere il come una tale preparazione di cose potesse riuscire, e in pochi ssimo tempo, a uno sconquasso, quale attestato dalla storia; e per giudicare a c hi se ne deva dar la cagione, importa osservare quali fossero in Francia, in que l momento, le forze capaci d'esercitare un'attivit potente sull'intero paese. E, al nostro credere, erano due: il re investito ancora del potere supremo, capo de ll'amministrazione, e d'un esercito nel quale non era ancora apparso alcun segno d'insubordinazione; e i deputati del Terzo Stato, che, avendo comune l'origine e gl'interessi con la grandissima parte degli abitanti, ne godevano anche una pa rticolare fiducia. Parr forse ad alcuni un'omissione importante il non aver compreso tra quelle forz e la Nobilt e il Clero; ma chi vorr esaminare i fatti susseguenti trover, crediamo, che l'uno e l'altro furono per la Rivoluzione due piccoli ostacoli e due gran p retesti. Senza invertere l'ordine degli avvenimenti, baster per ci che riguarda la Nobilt, rammentar qui il fatto dell'emigrazione, col quale la parte pi attiva e p i notabile di essa venne, in certo modo, a confessare la sua impotenza, abbandona ndo il campo agli avversari, per accattare aiuti al di fuori. E mentre, col suo scarso numero, non aggiunse alcuna forza da farne conto agli eserciti, alleati p i tardi contro la Francia, dava, col solo trovarsi tra di essi, e con le sue mina cce spavalde, un appiglio alla Rivoluzione per inferocire, con decreti e con sup plizi, contro i nobili rimasti in Francia, e accrescere cos il suo potere con l'a doprarlo.

Il Clero poi, alla guerra che gli fu fatta dal novo potere, non oppose altro che argomenti prima, e quindi proteste; coraggiose, senza dubbio e, in parte, dover ose, in quanto quel potere, non si contentando della sofferenza passiva del Cler o, gl'imponeva un'adesione, anzi una cooperazione contraria alla sua coscienza; ma proteste e nulla pi. Ben presto poi non furono tollerate neppure queste; anzi la sola resistenza muta, meramente negativa, degl'individui sparsi, fu dichiarat a faziosa, rappresentata come una congiura permanente dalla quale lo Stato fosse costretto a difendersi, e punita con leggi che ottennero facilmente il loro eff etto in quasi tutta la Francia: l'effetto materiale, s'intende (5). Non c'essendo state, in quel primo momento, altre forze effettive, da potersi pa ragonare nemmeno a queste, non rimangono da considerarsi, che le due accennate p rima come cagioni possibili d'un rapido e generale sconvolgimento. Poteva darsi, infatti, da una parte, che il re, malgrado le sue prime intenzioni e i recenti impegni solenni, trovandosi al punto di dover rinunziare a una part e del suo potere, si rimutasse d'animo; e, per mantenersi assoluto padrone, vole sse, coi mezzi che aveva, e con un pretesto qualunque, sciogliere gli Stati Gene rali, ovvero eludere, per via di sotterfugi le riforme promesse, e provocare cos la giusta resistenza degli Stati medesimi, e la sollevazione del paese, tradito nelle sue pi care e giuste speranze. Poteva darsi, dico, a rigore di possibilit, n on a ragione di verosimiglianza; sebbene e una cosa e l'altra sia stata creduta da molti, per riscaldamento di fantasia, e diffusa da altri, come un mezzo, non novo certamente, ma quasi sempre efficace, di rivoluzione. Poteva anche darsi che, per un interesse opposto, ma dello stesso genere, cio per passione di dominare, i deputati del Terzo Stato, abusando del vantaggio che da va loro l'essere i rappresentanti della grandissima parte della nazione, e non r ispettando i limiti in cui quella medesima parte aveva circoscritto il loro inca rico, s'attribuissero, con un pretesto qualunque anche loro, un'autorit suprema c he essa non aveva neppur sognato di conferir loro; autorit bastante a levar la fo rza necessaria al governo che esisteva, ma non a farne le veci; e dessero princi pio a quello stato (se stato si pu chiamare) di violenza e d'instabilit, pi o meno durevole, pi o meno disastroso, in cui cade inevitabilmente una nazione priva in effetto, se non di nome, d'un vero e non contrastato governo. Ora, dall'esame attento e spassionato de' fatti, risulta, al parer nostro, che, di quelle due nefaste possibilit, quella che s'avver fu la seconda. Ed ci che cerch eremo di mettere in chiaro, con l'esposizione de' fatti medesimi. Ma, per arrivare a questo fine, per quanto lo consentano le nostre forze, dobbia mo prima, invocando la pazienza del lettore, esporre le circostanze antecedenti, che poterono dare a quei fatti un'occasione e un impulso. 2. Quando Luigi Sedicesimo annunzi, con l'editto dell'otto d'agosto 1788, la convoca zione degli Stati Generali per l'anno seguente, erano scorsi cento settantaquatt ro anni dall'ultima convocazione di essi (tats de Blois, 1614); e quel nome non r appresentava, per l'universale, altro che un concetto astrattissimo e vago, e, p er i dotti della storia patria, un concetto multiforme e confuso. Istituiti, nel 1302, da Filippo il Bello, e radunati pi d'una volta da lui, gli Stati Generali erano poi stati convocati da alcuni de' suoi successori, a pi o meno lunghi inter valli, e con una gran variet di motivi, d'attribuzioni, di numero e di durata, da potersi quasi dire che non si trovi in essi altro d'uniforme, che la distinzion e in tre Ordini, Clero, Nobilt e Terzo Stato; senonch il numero dei deputati di qu esto era stato quasi sempre superiore a quello di ciascheduno degli altri due. P er determinar quindi la forma da darsi ai novi Stati Generali, Luigi Sedicesimo riconvoc un'Assemblea di Notabili, stata adunata nell'anno antecedente, per proporr e de' rimedi al dissesto delle finanze, e composta di prelati, di dignitari, di magistrati e di capi di municpi di diverse citt. E a quell'Assemblea fece proporre vari quesiti relativi, la pi parte, al modo d'eleggere i deputati agli Stati Gen erali e di comporre l'istruzioni per i deputati medesimi. Ma due di questi quesiti avevano una speciale e grande importanza. L'uno riguardava il numero dei deputati da assegnarsi a ciaschedun Ordine.

De' sei ufizi ("bureaux"), ne' quali era scompartita l'Assemblea de' Notabili, c inque opinarono che ogni Ordine dovesse avere un numero uguale di deputati; uno, con la pluralit di tredici voti contro dodici, propose che il Terzo Stato n'aves se un numero doppio di quello di ciascheduno degli altri due. La decisione fu conforme a quest'ultima proposta. Sulla relazione del ministro d elle finanze, Necker, il re, nel suo Consiglio di Stato, decret che i deputati sa rebbero mille almeno, e che il Terzo Stato n'avrebbe un numero uguale a quello d egli altri due presi insieme. Questa risoluzione rimase celebre sotto il nome di Raddoppiamento del Terzo ("Doublement du Tiers"). I motivi principali esposti nella Relazione suddetta, erano, che il Terzo Stato, comprendendo la parte incomparabilmente pi numerosa della nazione, l'equit richie deva che si soddisfacesse il suo desiderio d'avere un numero di deputati pari a quello dell'altra parte tanto minore, e che, con ci, si verrebbe anche a profitta re d'una maggior copia e variet di cognizioni relative alla pubblica prosperit, de lle quali il Terzo Stato, per le sue diverse professioni, era necessariamente pi fornito. Addusse anche l'autore della Relazione le innumerabili petizioni di citt e comuni del regno e il voto pubblico del Terzo Stato; e potrei, disse, aggiungere i l mormoro dell'Europa, che favorisce confusamente le idee d'equit generale. Il secondo de' quesiti accennati riguardava il modo della deliberazione, cio se q uesta dovesse farsi in comune, o in ciaschedun Ordine separatamente. Quattro ufi zi opinarono, in via assoluta, per la separazione, come conseguenza naturale del l'esistenza degli Ordini medesimi, e come praticata nelle convocazioni anteceden ti; gli altri due, ammettendola come massima fondamentale, furono di parere che si riservasse agli Ordini medesimi la facolt di riunirsi in un sol consesso, ogni qual volta convenissero tutti nel desiderarlo, per trattar qualche affare d'int eresse comune. Il governo non decise nulla, aspettando che la decisione avesse a venire da un a ccordo tra i diversi Ordini. Un tale accordo era, per verit, tutt'altro che probabile; tanto pi dopo che il rad doppiamento del Terzo, aveva accresciuta di molto la diversit, anzi l'opposizione degli interessi, o almeno delle tendenze, tra quell'Ordine e gli altri due. Per effetto di quella determinazione, il Terzo Stato era messo tra due differenti ( e quanto differenti!) contingenze. Rimanendo separato, sarebbe stato, in ogni ca so di conflitto, uno contro due; nel deliberare in comune vedeva una gran probab ilit d'acquistare la maggioranza, per l'adesione d'un certo numero di deputati de lla Nobilt, e d'un numero maggiore dei deputati del Clero inferiore, che avevano comune l'origine con esso. Era quindi da prevedersi un desiderio ardente e un ri soluto proposito in quell'Ordine, di far prevalere la deliberazione in comune, c ome il proposito contrario nella maggior parte de' Nobili, e nella parte minore, ma preponderante, del Clero, cio ne' prelati, che, tenendo con la loro autorit in suggezione una gran parte de' curati, creavano in quell'Ordine una maggioranza artificiale. Il pericolo, cos facile a prevedersi, era stato anche espressamente denunziato da quelli che toccava pi da vicino. In quel solo ufizio de' Notabili, dove, come s' detto, la maggioranza opin per il Raddoppiamento del Terzo, la minoranza opponent e aveva addotto, tra gli altri argomenti, che una tale disposizione condurrebbe a lla deliberazione per teste, ne farebbe cercare i mezzi. E chi poteva, aggiungeva no, calcolarne le funeste conseguenze? La prima deliberazione degli Stati sarebbe necessariamente rivolta a questo punto, e produrrebbe la pi tumultuosa fermentaz ione. Noi non crediamo di dover qui differire l'esposizione dei fatti, per esaminare l e ragioni addotte dal Necker nella Relazione suddetta e in due scritti posterior i, in difesa di quella e d'altre disposizioni preparatorie, suggerite da lui. Pi tardi, quando si saranno riferiti alcuni de' primi effetti a cui quelle disposiz ioni dettero occasione, verr pi comodamente in taglio di far qualche osservazione anche intorno ad esse; ma (e questa distinzione spesso trascurata, e in questo e in altri casi simili, ci pare di prima importanza) come di circostanze atte a s piegare i fatti veramente causali della Rivoluzione, non come ragioni atte a giu stificarli, n, in alcun modo, come elementi del giudizio che se ne deva portare. Le sole questioni che possono servir realmente a formar questo giudizio diretto,

e incomparabilmente il pi importante, sono, se non c'inganniamo, quelle che abbi amo indicate fino dal principio, e che crediamo non inutile ripetere qui: Erano tali atti necessari ad ottenere il bene voluto dalla grandissima parte del popolo francese, e conformi, tanto ai poteri conferiti, quanto ai mandati presc ritti da essa ai loro autori, perch avessero a procurare un tal bene? O non furon o, invece determinati da una loro volont arbitraria, e non punto necessari al con seguimento del bene medesimo, anzi cagione di mali direttamente opposti ad esso, quali furono l'oppressione del paese, e la lunga mancanza d'uno stabile governo ? E' ci che passiamo a cercare nel racconto e nell'esame dei fatti, principiando da l conflitto dei deputati del Terzo Stato con gli altri due Ordini, per veder poi come quei deputati siano venuti di l a mettersi in opposizione diretta col gover no del re, e come la loro vittoria abbia portato la distruzione del suo governo, e questa i mali ora di novo accennati. 3. Il contrasto tra gli Ordini doveva nascere, come era stato predetto, prima di qu alunque operazione degli Stati Generali, poich riguardava il modo di costituirli. Alla cerimonia solenne dell'apertura, che fu tutta occupata dal discorso del re e da quello del Guarda Sigilli e del ministro delle finanze, come s' visto, i dep utati dei tre Ordini furono collocati in tre parti distinte della gran sala. Un giorno dopo (6 maggio), un proclama avvert, in nome del re, i deputati, che il lo cale destinato a riceverli sarebbe stato pronto alle nove della mattina. A ciascheduno dei due primi Ordini era stata assegnata una sala particolare; al terzo era stata destinata, o piuttosto lasciata, come vedremo pi tardi, la gran s ala medesima, in cui era stata tenuta, il giorno prima, l'adunanza generale dell 'apertura, e che doveva servire alle altre riunioni generali, che potessero, o v enir convocate, o convocarsi da s, e che il Regolamento non aveva, n prescritte, n escluse, come s' detto. L'Ordine del Clero e quello de' Nobili si radunarono nelle loro rispettive sale. Il Terzo aveva il vantaggio di collocarsi in quella dove si proponeva d'attirar e gli altri a formare stabilmente, con lui, un corpo solo. Il dotto e buon uomo Bailly, uno di que' deputati, e divenuto cos, per sua sventura, uomo di Stato, os serva, nelle sue Memorie, che quella circostanza aiut molto i suoi colleghi a dic hiararsi Assemblea Nazionale. Era quella, dice, la sede degli Stati Generali; i Com uni (6) ci si trovarono; chiamarono gli altri due Ordini; gli assenti ebbero il torto (7). Vedremo pi in particolare, in diverse occasioni, i vantaggi, se si poss ono dir tali, venuti al Terzo Stato da quella singolare circostanza. La verificazione de' poteri era necessariamente la prima operazione da farsi; ma era, insieme, la prima questione lasciata "disputationi eorum". Il Clero e la N obilt, dando per inteso che quella verificazione dovesse esser fatta separatament e da ciaschedun Ordine, s'erano, a questo fine, radunati, come s' detto, nelle ri spettive sale. I deputati del Terzo Stato, radunati nella sala comune, dando, da l canto loro, per inteso che la verificazione dovesse esser fatta in comune, ste ttero aspettando, o facendo le viste d'aspettare che gli altri due Ordini veniss ero a loro. All'annunzio del fatto opposto, si lev un gran rumore; e, di mezzo a una discussione tumultuosa, un deputato, che fu poi tra i celebri, Pier Vittorio Malouet, propose che si mandasse una deputazione ai due "Ordini privilegiati", p er invitarli a riunirsi ai Comuni nel luogo delle adunanze generali. Sull'osserva zione che, prima della verificazione de' poteri, i deputati non avevano facolt di deliberare; e che, da un'altra parte, era bene lasciare agli altri due Ordini i l tempo di riflettere; si rimesse l'affare all'indomani. L'indomani, sulla proposta d'un altro deputato, Gian Giuseppe Mounier, divenuto poi ugualmente celebre, e gi noto per aver propugnata la libert in una Assemblea d i Notabili del Delfinato, i Comuni presero il mezzo termine di permettere a quel li di loro che lo volessero, di presentarsi come particolari, e senza missione e spressa, agli altri due Ordini, per determinarli a riunirsi a loro. Ci andarono in dodici: la Nobilt non era radunata; il Clero rispose che delibererebbe sulla p roposta; e, nello stesso giorno, partecip ai Comuni d'aver deciso di nominare de'

commissari, per conferir sulla questione con altri che fossero eletti a questo fine dalla Nobilt e dai Comuni. Qualche giorno dopo (13 maggio), la Nobilt, col mezzo d'una deputazione, inform i Comuni, che aveva accettata la proposta del Clero; ma insieme partecip loro due a tti antecedenti, col primo de' quali (6 maggio) aveva deciso di verificare separ atamente i poteri; col secondo (11 maggio), s'era dichiarata costituita per quel la parte di deputati, i poteri de' quali erano gi stati verificati senza opposizi one. Due proposte furono allora fatte nei Comuni da due membri rimasti celebri anch'e ssi nella storia della Rivoluzione, e di pi in quella delle sue vittime: Rabaut d e Saint tienne, ministro protestante di Nmes, e Chapelier, avvocato di Rouen. Il p rimo opin che s'accettasse l'invito del Clero; il secondo, che si dichiarasse di non voler riconoscere per rappresentanti legali, se non quelli, i di cui poteri fossero esaminati da dei commissari, da nominarsi nell'Assemblea generale dei tr e Ordini; e che questa dichiarazione si partecipasse ai deputati del Clero e del la Nobilt, per rammentar loro l'obbligo ad essi imposto dalla qualit di rappresenta nti nazionali. Dopo quattro giorni di discussione, quello tra i deputati, che divenne presto, e rimase poi sempre il pi famoso, il conte di Mirabeau, messe in campo un terzo pa rtito. Fece prima notare gl'inconvenienti degli altri due. Chiudere ogni strada a un accordo avrebbe portato un conflitto estremo che, non essendo preparato da altri atti, poteva riuscire a una dissoluzione degli Stati Generali, disastrosa per il paese. Trattare in una maniera uguale con due Ordini che trattavano tanto diversamente, era una cosa poco ragionevole insieme e indecorosa. Quale concili azione sarebbe stata possibile con la Nobilt che dopo essersi costituita, accetta va, quasi per burla, delle trattative, in cui non lasciava ai Comuni altra parte , che w sommissione? Il Clero, invece, aveva sospesa la verificazione de' poteri fino all'esito delle conferenze che aveva proposte. Se quindi, si voleva tentar e ancora la strada degli accordi, la cosa stessa indicava d'entrarci da quella p arte che lasciava aperto un adito, e un adito onorevole. Propose, in conseguenza , di rivolgersi al Clero, affinch, con l'autorit della dottrina e del sacro ministe ro, cercasse di richiamare la Nobilt a de' principi pi equi, a de' sentimenti pi fr aterni, a un sistema meno rischioso, prima che i Comuni, costretti in ultimo ad adempire i loro doveri e i voti de' loro commettenti, non potessero dispensarsi dal dichiarare i principi eterni della giustizia, e i diritti imprescrittibili d ella nazione. Accenn poi diversi vantaggi che sarebbero derivati da un tal passo: acquistar tem po, per ponderare la condotta da tenersi con la Nobilt; dar occasione di dichiara rsi in favore de' Comuni a quella gran parte del Clero, che c'era inclinata; inc oraggiare finalmente la minoranza de' Nobili, che mostrava la stessa inclinazion e. La proposta fu quella volta lasciata andare a terra, e prevalse il partito di no minare de' commissari per le conferenze. Nella prima di quelle riunioni, i commissari del Clero e quelli della Nobilt annu nziarono, in nome de' loro rispettivi Ordini, l'intenzione di rinunziare a ogni privilegio pecuniario: ben ingannati se credettero, con questo, di distogliere l 'altro Ordine dal suo proposito. Era bens vero che il primo motivo della convocaz ione degli Stati Generali era stato il disavanzo delle finanze, e che la riparti zione uguale dell'imposte su tutte le classi, era uno de' mezzi pi pronti e pi eff icaci di rimediarci; ma oramai, per ottenere una giustizia tanto manifesta, il T erzo Stato non aveva pi bisogno del consenso altrui. In fatti, i suoi commissari non si dettero neppure per intesi di quella offerta; e le conferenze, avviate ad dirittura sulla verificazione de' poteri, che ne era l'oggetto, furono quali pot evano essere tra due Parti fisse ugualmente a non cedere, e nessuna delle quali aveva una ragione positiva da opporre all'altra. Ho detto due parti, perch i comm issari del Clero, stando fuori della disputa, non fecero che proporre mezzi di c onciliazione. I commissari de' Comuni allegavano che, essendo i deputati de' tre Ordini mandati ugualmente a stabilire e a difendere i diritti e gl'interessi della nazione, i loro poteri dovevano essere esaminati, riconosciuti e giudicati dai rappresentan

ti della nazione intera. I commissari della Nobilt allegavano la pratica pi frequen te degli Stati Generali antecedenti, e esprimevano il timore che la verificazion e de' poteri in comune tirasse con s la deliberazione in comune. I commissari del Terzo Stato rispondevano al primo argomento, che la pratica, per aver forza di regola, avrebbe dovuto esser costante e uniforme; al secondo, che le ragioni di f ar la verificazione de' poteri in comune erano decisive per s, e indipendentement e dalla forma d'opinare che sarebbe adottata dagli Stati Generali. Ma in realt la vera questione era l: gli uni e gli altri vedevano ugualmente nel m odo di verificare i poteri; non tanto un antecedente, quanto un primo fatto, col quale gli Stati sarebbero venuti a costituirsi nell'una o nell'altra forma. Sen za di ci la cosa sarebbe stata priva d'ogni importanza. Da una parte, non sarebbe potuto venir in mente ai deputati del Terzo Stato di diffidare della verificazi one che gli altri due Ordini facessero de' poteri de' loro deputati; e dall'altr a, cosa sarebbe importato a questi due Ordini che la verificazione fosse fatta i n comune, quando questo non fosse stato un avvo a deliberare in comune? In una seduta susseguente, i commissari della Nobilt, dopo aver dichiarato che in tendevano mantenere la decisione presa da loro, di verificare i poteri separatam ente, si dissero disposti per ad accettare un progetto di conciliazione, col qual e s'obbligherebbero a comunicare ai deputati del Clero e del Terzo Stato i poter i dei loro. I commissari di questo risposero che, avendo dimostrato essere la ve rificazione in comune, richiesta dalla giustizia, non vedevano che ci potesse es ser luogo a transazione. Nondimeno, dalla parte de' Nobili e del Clero, furono m essi in campo vari temperamenti che consistevano, in genere, nel far nominare da ciaschedun Ordine alcuni commissari, i quali esaminassero in comune i poteri, e ne facessero relazione alle rispettive camere. Con questo intendevano di sodisf are all'argomento, addotto dai Comuni, del diritto che aveva ciaschedun Ordine d 'assicurarsi della validit di tutte le elezioni. Ma era rispondere alle parole e non al pensiero. I commissari de' Comuni, stando alla loro prima dichiarazione, dissero che su tali proposte non potevano prendere alcun partito; e cos le confer enze furono sciolte. La camera dei Nobili, sentiti i suoi commissari, decide ("arrte") che, per quella prima sessione degli Stati Generali, i poteri saranno verificati separatamente, rimettendo l'esame de' vantaggi e degl'inconvenienti di questa forma a quando i tre Ordini avranno a stabilire quella da tenersi negli Stati Generali avvenire. Letto questo atto, il giorno susseguente, nell'adunanza de' Comuni, un deputato opin che, prima di venire al mezzo rigoroso, ma necessario, proposto dal Chapelie r, si pregasse il Clero di continuare a far la parte di conciliatore; un altro, che si mandasse piuttosto a invitarlo a riunirsi ai Comuni, e a principiare insi eme i lavori. Il Mirabeau, che, proponendo, come s' veduto, d'invitare il Clero a farsi sosteni tore, presso i Nobili, della causa de' Comuni, aveva gi indicato un mezzo di crea re qualche contrasto tra quei due Ordini, peror, con quella forza che s'andava se mpre pi manifestando nelle sue parole, in favore del novo e pi risoluto mezzo che veniva messo in campo; e, dandogli una forma pi distinta e pi viva, propose di decr etare una deputazione solenne e numerosa, la quale, riepilogando le allegazioni della Nobilt e le risposte de' commissari, scongiurasse (8) i ministri del Dio di pace di mettersi dalla parte della nazione, e di riunirsi ai loro condeputati " nella sala comune". La proposta fu acclamata; e una deputazione, composta de' commissari alle confer enze, e de' membri componenti il seggio, si port alla sala del Clero, a pregarlo, in nome de' Comuni, con lo scongiuro proposto dal Mirabeau di riunirsi nella sa la dell'Assemblea Generale, per cercare insieme i mezzi di stabilire la pace e l a concordia. Il presidente del Clero (cardinale de la Rochefoucauld, arcivescovo di Rouen) ri spose che il suo Ordine s'occuperebbe senza ritardo, d'una proposta cos important e. Ma molti membri dell'adunanza proposero, per acclamazione, che s'andasse imma ntenente a riunirsi ai Comuni. E' da credere che un tale consenso, pi che dalla forza e dall'unzione dello scong iuro, fosse mosso dalla naturale e nota inclinazione della pluralit del Clero per il Terzo Stato; giacch non pare che, a persone sensate, potesse entrar nella men

te, n che l'unirsi a una delle due parti contendenti fosse un mezzo d'ottener la pace; n che fosse proprio l'amor della pace, che movesse degli uomini che non la volevano, se non a patto che si facesse la loro volont, della quale, non mettendo loro conto dire il vero motivo, non ne avevano addotto, nelle conferenze, che u no assai frivolo; n che l'invocazione del nome di Dio, quell'ultimo e disperato g rido di chi non pu ottener giustizia, fosse, in quel caso, dove la giustizia non aveva che fare, altro che un espediente atto a far pi colpo su un'adunanza di sac erdoti. Ma in mezzo a quel movimento, un vescovo avvert che, avendo domandato a due di qu e' deputati, se l'oggetto dell'invito era semplicemente di conferire insieme o d i deliberare, gli era stato risposto che s'intendeva di deliberare, e che i voti sarebbero raccolti per capi. La dichiarazione del prelato, dice il Bailly, moder incontanente l'entusiasmo, e die de agli opponenti il tempo di riaversi dalla sorpresa, e d'insistere perch la pro posta venisse discussa. Prevalse la loro autorit; e, dopo una lunga e sterile disc ussione, si rimesse la decisione all'indomani, e se ne mand avviso ai Comuni ch'e rano rimasti radunati per aspettar l'esito del loro invito. A questi increbbe assai, dice il cronista ora citato, che non si fosse ancora otten uto nulla: sapevamo che molti membri del Clero erano del parere di venire a noi, e avevamo sperato che la nostra proposta, abboccata da loro, avrebbe attirato l 'Ordine intero. S'intende facilmente come ai deputati del Terzo Stato premesse tanto quella rius cita, poich sarebbe stata, secondo ogni probabilit, un gran passo verso il compime nto de' loro desideri, o almeno del pi immediato. Che la Nobilt fosse per seguir s ubito l'esempio del Clero, non era certamente una cosa da presumersi; ma, dall'a ltra parte, era evidente che non avrebbe potuto durar qualche tempo nel proposit o di star da s. E gi nel primo momento, si sarebbe trovata a un bivio strano. Veri ficati che fossero i poteri in comune tra gli altri due Ordini, avrebbe dovuto, per necessit, decidersi, o ad ammettere, o a negare la validit di quell'atto. Ora, l'ammetterla sarebbe stato abiurare col fatto il principio della separazione de gli Ordini, sul quale fondava la sua resistenza; negarla sarebbe stato rendere i mpossibile ogni operazione, anzi l'attuazione medesima degli Stati. S'aggiunga i l trovarsi la Nobilt nell'isolamento in cui aveva voluto confinare il Terzo Stato , e esser riguardata come l'unico e interessato ostacolo alla pace, e all'avviam ento de' lavori tanto desiderati. E, del resto, tra quei deputati, non regnava, di gran lunga, quella concordia ch e, nelle assemblee pu rendere ,ostinate le resistenze, anche nelle circostanze pi svantaggiose. Oltre che c'entrava una minorit scarsa, ma attiva, e che era d'inte sa coi Comuni, la maggioranza stessa era piuttosto strascinata che condotta da p ochi, de' quali portava impazientemente il giogo. L'autorit, lasci scritto uno di qu ella povera maggioranza, si trovava circoscritta in cinque o sei deputati. D'Eprme nil e Cazals trattavano con una superiorit insultante chi non adottava le loro opi nioni, proponevano le pi pazze risoluzioni, e le facevano passare, malgrado tutte le proteste. Ci che rendeva ancor pi odiosa una tale tirannia, che la nobilt di Ca zals e di d'Eprmenil era di poco pi vecchia della convocazione degli Stati Generali. In una tale adunanza, il grande e improvviso avvenimento avrebbe bens potuto sus citare, alla prima, de' novi e pi forti schiamazzi; ma come continuare a ripetere un No impotente, e a prendere delle risoluzioni, che non si aveva il mezzo di f ar eseguire? Aspettavano quindi, con grande ansiet, i Comuni radunati, nel giorno dopo il loro invito (28 maggio), la decisione del Clero. Ma una deputazione di quest'Ordine venne invece ad annunziare che, mentre se ne stava discutendo, era arrivata una lettera, con cui il re significava il desiderio che si riprendessero le conferen ze; che il Clero s'era dato premura d'esprimere a S. M. la risoluzione di second are le sue intenzioni; e che quindi ogni deliberazione era rimasta in tronco. Su bito dopo fu rimessa ai Comuni una lettera simile. In essa il re, dolendosi che l 'Assemblea Nazionale, convocata da lui per occuparsi con lui della rigenerazione del regno, rimanesse inoperosa, a cagione delle difficolt insorte sulla verificaz ione de' poteri, manifestava il desiderio, che le conferenze de' commissari dei tre Ordini riprincipiassero, con la presenza del suo Guarda Sigilli e d'altri co

mmissari deputati da lui. Alcuni scrittori contemporanei riferiscono una voce sparsa allora, che quel pass o fosse stato cagionato da delle suggestioni di varie persone messesi intorno al re, affine d'impedire la minacciata riunione del Clero col Terzo Stato. Il Bail ly ne parla in un modo pi asseverante degli altri, e come d'un fatto. La subitanea e pressante proposta, dice, che avevamo fatto al Clero, le disposizioni d'un gran numero di curati ad accettarla, avevano, senza dubbio inquietati, e quelli del Clero, che ne temevano la riuscita, e la Nobilt, che voleva mantenere la separazi one, e il ministero che temeva l'unione generale... Tutte queste inquietudini pr odussero una lettera del re al Clero, e cagionarono una deputazione di quell'Ord ine per comunicarla ai Comuni. Questa supposizione era affatto immaginaria e, del resto, non produsse alcuna co nseguenza; ma l'abbiamo notata come uno de' primi casi di tal genere, che andaro no poi stranamente crescendo, e di numero e di gravita; tanto da potersi dire ch e, dei fatti, dei detti, dei disegni, degli accordi segreti che, affermati da al cuni e creduti da molti, o da moltissimi, furono cagione di spaventi, di furori, di risoluzioni le pi gravi, o anche orrende, i veri furono incomparabilmente una minima parte. Intanto, per ci che riguarda la lettera in discorso, si ha ora la certezza storic a, che e il pensiero e il suggerimento n'erano venuti dal ministro Necker, ogget to, in quel momento d'un favor pubblico straordinario, e che, ventisei giorni do po, doveva passar tutti i termini, e per un altro equivoco, come vedremo. In uno degli scritti gi accennati, il Necker medesimo, dopo aver deplorate le divisioni cos presto insorte nell'Assemblea, dice: Mi nacque una qualche speranza quando mi riusc di stabilire una conferenza, in presenza de' ministri del re, tra molti co mmissari eletti dai tre Ordini. Il collega e avversario perpetuo e spesso ingiust o, del Necker nel ministero, M.r de Barentin, Cancelliere Guarda Sigilli, raccon ta parimente, nelle sue Memorie, che si tratt nel Consiglio sul da farsi in quell a circostanza, e per impulso del ministro delle finanze, come sempre, si decise ch e il re inviterebbe, per lettera, i deputati del Terzo Stato a riprendere le con ferenze, ma con l'intervento delle persone che s' detto dianzi. E di questo sugge rimento d un gran carico al Necker, come d'un ritrovato meschino che non poteva r iuscire ad altro, che ad accrescer la baldanza e le pretensioni di que' deputati , mentre il re, secondo lui, invece di far da paciere, avrebbe dovuto ordinare c he i poteri s'avessero a verificare da de' commissari delegati da lui. E siccome , n l'uno n l'altro de' due ministri fa menzione dell'invito fatto il giorno avant i al Clero, cos probabile che il partito fosse stato preso prima. Mentre i Comuni si disponevano a deliberare sulla lettera del re, il deputato Ma louet richiese che, attesa la natura e l'importanza dell'oggetto da trattarsi, si deliberasse in segreto, e si facessero ritirare gli estranei (9). "Des trangers!" esclam, secondo il Monitore, il deputato Volney: l'onore che avete ri cevuto da essi, quando v'elessero a deputati, vi farebbe mai dimenticare che son o vostri fratelli, vostri concittadini? Non deve premer loro, in sommo grado, di tenervi gli occhi addosso? V'esce di mente che non siete altro che i loro rappr esentanti, i loro procuratori? E pretendete di sottrarvi ai loro sguardi, mentre dovete conto ad essi di tutti i vostri passi, di tutti i vostri pensieri? (10). Voleva forse dire il Volney, che i deputati del Terzo Stato fossero stati eletti tutti quanti da quei tanti o quanti cittadini che si trovavano presenti a quell a seduta; e non fossero davvero altro che i rappresentanti, i procuratori di que lli? Che! voleva solamente fare una figura di rettorica, quella che consiste nel prendere una parte per il tutto: figura che applicata poi alla parola popolo, fu uno de' pi adoprati e de' pi validi istrumenti della Rivoluzione, servendo, in tan ti casi di prima importanza, a trasportare, con piena riuscita, tutta l'efficaci a di quel gran nome a delle piccole e, spesso alle pi indegne parti del popolo. La proposta del Malouet and a terra, o, per dirla con le sue parole, Quella bella dichiarazione fu coperta d'applausi, e la mia, d'urlate; e gli spettatori rimaser o. In quel momento, pot ancora essere un permesso; ma veniva, e non era lontano un t empo, in cui de' fratelli pi numerosi, e usciti di pupillo, impancati in faccia a delle nove assemblee, scese da quella, e fiancheggiati da compagni al di fuori,

potrebbero, come la cagna della favola, dire a que' legislatori, a cui nascesse la velleit di farli sgomberare: "Si mihi et turbae meae Par esse potueris, cedam loco" (11). E non solo rimanerci; ma imporre leggi e risoluzioni d'ogni genere, ordinariamen te precarie, se non quando fossero decreti di proscrizione, e, all'occorrenza, d i parte de' legislatori medesimi; decreti, che, di loro natura, producevano imme diatamente il loro effetto definitivo. L'inconveniente a cui il Malouet aveva creduto di poter metter riparo (e che all 'assemblea non pareva un inconveniente, ma un aiuto), s'era gi manifestato fino d alle prime sedute di quei deputati; ed era un'altra delle conseguenze dell'aver lasciata ad essi la sala dove erano stati radunati i tre Ordini, il giorno dell' apertura. In quella sala, vasta in proporzione della sua destinazione, erano anc he state disposte delle tribune per le persone invitate ad assistere a quella ce rimonia. Il pubblico se n'era poi impadronito ne' giorni seguenti; e quando, dice il Malouet, ci s'accorse che quella folla di spettatori non faceva altro che ecci tare l'audacia de' parlatori pi veementi, si sentirono tutte le conseguenze di qu ella collocazione. Allora il Necker, "come persona che per forza desta" (12), avveduto e sgomentato dell'errore commesso, corse con la mente a fantasticarne u n rimedio. E merita, per la sua stranezza, d'esser menzionato quello che credett e d'aver trovato, e che il Malouet stesso ha tramandato ai posteri. Si crederebbe egli, dice, che M.r Necker abbia pensato di supporre l'accidente d'una frana sott erranea, d'un avvallamento delle cantine del palazzo, e di far rovinare di notte l'ossatura costrutta nella gran sala, per spostare e collocar separatamente i t re Ordini? L'ha detto a me, ne' primi otto giorni delle nostre riunioni; ed ebbi che fare assai a smontarlo da un tal disegno, col fargliene vedere i pericoli. Un autore pi recente riferisce che, da prima, erano state fissate quattro sale pe r gli Stati Generali: una pi vasta per le sedute reali e per le riunioni generali , e tre per i tre Ordini; ma che, essendo una di queste una cavallerizza, l'ammi nistrazione delle scuderie non la volle cedere, e che questo bast perch l'uso dell a sala grande fosse lasciato ai Comuni (13). Come accomodamento tra il Grande Scudiere e il Gran Maestro delle cerimonie, la cosa s'intenderebbe senza difficolt; ma non si spiega, di certo, ugualmente da s, come l'uomo di Stato che dirigeva tutto, il Necker, l'abbia lasciata correre; ta nto pi, che essendosene trattato tra i ministri, ne era stata predetta l'altra pr obabile conseguenza che abbiamo toccata sopra. Se il Terzo Stato, fu detto allora, come riferisce l'autorevole scrittore citato dianzi, occupa la sala dove si far s olennemente l'apertura degli Stati, si riguarder come il centro delle deliberazio ni comuni, come la porzione essenziale e costitutiva della Rappresentanza nazion ale (14). Ci si permetta di fermarci qui un momento a osservare quale possa essere stata l a cagione, e d'una tale incuria del Necker, e anche di qualche sua pi pensata del iberazione. Fu, se non c'inganniamo, una gran fiducia nell'amore e nel rispetto del Terzo St ato per la persona e per la volont del re; nella moderazione de' suoi desideri, n ella sua lontananza da ogni tentativo d'usurpazione. Non potendo, dice nella Relaz ione gi pi volte citata, l'antica deliberazione per Ordini venir cambiata, se non d al consenso di tutti e tre, e dalla approvazione reale, il numero dei deputati d el Terzo Stato, fino a che ci non avvenga, non altro che un mezzo di riunire le c ognizioni utili al bene dello Stato. Tanto era persuaso che a quei deputati non s arebbe neppur venuto in mente, di tentare, n di volere altro che quanto fosse con cesso dalla stretta legalit! E anche in uno scritto di circa tre anni dopo, cio dopo che i deputati del Terzo Stato ebbero attribuita a se medesimi la suprema autorit, e spodestato di fatto i l governo, il Necker, riferendosi a quel primo tempo persisteva nella sua antica

persuasione. Non c'era, dice, alcun motivo di presumere che il Terzo Stato volesse estendere le innovazioni al di l del cerchio segnato dal re nel decreto del 27 decembre 1788, poich tutto ci che poteva assicurar la libert politica c'era compreso. Furono delle circostanze straordinarie, che spinsero al di l; e ci appare anche pi vero, quando si legge la maggior parte delle istruzioni date ai deputati di quell'Ordine, e pi ancora a chi si rammenti il linguaggio del Terzo Stato, al tempo che fu determ inata la sua rappresentanza agli Stati Generali. Questo linguaggio si pu anche ri conoscere in tutte le lettere de' municpi; ci si troveranno l'espressioni de' sen timenti pi convenevoli, e per l'autorit regia, e per la monarchia, e per la person a del re. Come se ci volessero delle "circostanze straordinarie", perch degli uomini chiama ti a deliberare si servissero di tutti i loro mezzi, e cercassero di crearsene d e' novi, per ottenere un modo di deliberare, col quale avrebbero avuta la prepon deranza! Vennero, senza dubbio, le circostanze straordinarie, ma furono l'effett o, non la causa, delle deliberazioni di que' deputati. L'errore del Necker nasceva dal confondere due cose molto diverse: il Terzo Stat o, e un corpo di deputati del Terzo Stato; dal non riflettere che tra questi, ap punto perch costituiti in un corpo, potrebbe facilmente entrare uno spirito propr io, e relativo a dei fini separati da quelli de' loro mandanti. Che il Terzo Stato, cio la gran massa de' Francesi non nobili, n ecclesiastici, fo sse per contentarsi della libert promessa dal re, era una cosa da potersi presume re ragionevolmente, come era ragionevole il trovarne un indizio nelle istruzioni date ai deputati, e nelle lettere de' municpi. In generale, il maggior numero, abbandonato a s, pensa prima di tutto, e spesso a nche esclusivamente, agli effetti immediati: disposizione che pu, senza dubbio, e sser causa di giudizi corti e imprevidenti; ma che preserva anche da previsioni temerarie e fantastiche, e tanto pi fallaci quanto pi vaste e promettenti; disposi zione, quindi, affatto salutare, quando gli effetti immediati siano boni per s, e capaci d'un progressivo miglioramento. E di pi, il Terzo Stato non era esposto a lle tentazioni che possono esercitare una gran forza sulle assemblee, e che n'eb bero tanta sui suoi deputati. Le ambizioni e le cupidige, che portassero a "este ndere le innovazioni al di l dal cerchio segnato dal re", sparse, com'erano, nel Terzo Stato, non avevano il mezzo di riconoscersi a vicenda, e di concertarsi tr a di loro, se non in crocchi divisi e ristretti e, dir cos, al minuto. Degli eloqu enti, ne doveva certamente il Terzo Stato aver di pi che un'assemblea; ma non c'e ra per quelli l'occasione stimolante di farsi stendere, poco dopo aver parlato, in tutta la Francia nello stesso tempo; non si potevano crear tra di loro de' co nsensi, n promovere delle determinazioni, alle quali si potesse anche dar forma e nome di decreti. E, per lasciare da una parte troppe altre differenze, non avev a il Terzo Stato, n poteva avere, delle tribune d'uditori, dai quali sentire grid a d'applausi e strepito di battimani: quel pericolo che il Necker ebbe ad avvede rsi troppo tardi d'aver trascurato. E' vero che, per giustificar sempre pi quella sua fiducia nella inalterabile doci lit dei futuri deputati del Terzo Stato, aveva il disgraziatamente celebre minist ro, nella Relazione al re, allegati anche de' fatti d'altre deputazioni dell'Ord ine medesimo ad altre assemblee; ma, per verit, sarebbe stato difficile il trovar e esempi meno a proposito. Rimarrebbe sempre ai due primi Ordini, aveva detto, tutt o l'ascendente che nasce dalla superiorit della condizione, e dalle diverse grazi e di cui sono i distributori, sia coi loro propri mezzi, sia per il loro credito alla corte e presso i ministri. Questa osservazione talmente giusta, che, nelle assemblee di Stati (15), dove i tre Ordini deliberano qualche volta in comune, si sa per esperienza, che quando il Terzo Stato si sente intimidito dall'opinion e di quelli che avvezzo a rispettare, chiede di ritirarsi nella sua Camera e, tr ovandosi solo, riprende coraggio e ritrova le sue forze. Cos da pochi ufiziali municipali, eletti da questa o da quella parte circoscritta del paese, quali erano i deputati del Terzo Stato alle Assemblee provinciali, e che in quelle sparse e diverse radunanze inosservate, per lo pi, dal resto della Francia, si trovavano a fronte di dignitari della Chiesa, e di signori feudali a trattare della distribuzione delle imposte, e di qualche interesse locale; da

tali uomini, dico, e da tali Corpi, argomentava quali avessero a riuscire gli uo mini eletti da tutti i Francesi del Terzo Stato, invitati da un governo, che si dichiarava bisognoso de' loro consigli, e come impicciato e vergognoso d'esercit are un potere senza limiti, a deliberare e proporre, sotto gli occhi della Franc ia, riforme, garanzie, leggi generali; gli uomini che avrebbero presentito (alme no alcuni, e bastava) il vantaggio che potrebbero ricavare dal carattere di tuto ri e difensori di quel maggiore e tanto maggior numero di cui facevano parte. Pr endeva, se ci si passa questa similitudine, il leoncino di latte per un gatto do mestico. Insieme poi con tutti quegli argomenti di fiducia, n'aveva un altro, e non il me no valido al creder suo; cio il favor pubblico per il quale si figurava di poter essere il direttore e il moderatore perpetuo de' deputati del Terzo Stato: fiduc ia che, dopo una non lunga vicenda d'alti e bassi, doveva finire in un disingann o amarissimo. Ma riprendiamo il filo degli avvenimenti. I tre Ordini aderirono all'invito del re; e le conferenze furono riprese, il 30 maggio, alla presenza de' suoi delegati. Dopo due giorni di sterili discussioni, il Necker, uno di loro, e il quale, vista la mala riuscita del partito preso di lasciar fare gli Ordini da s, aveva suggerito quel passo, come s' detto, propose, in nome del Consiglio del re, un aggiustamento, in questi termini: I tre Ordini , per un atto di fiducia libera e volontaria, si rimetterebbero gli uni agli alt ri per la verificazione de' poteri che non incontrassero difficolt; ne' casi dove ne insorgessero, una commissione composta di delegati dei tre Ordini, formerebb e un giudizio che sarebbe riferito agli Ordini medesimi; se questi lo approvasse ro unanimemente, tutto sarebbe finito; se no, l'affare sarebbe rimesso al re, ch e ne porterebbe un giudizio definitivo. I commissari dei tre Ordini risposero ch e si farebbero premura di comunicare questo progetto ai loro rispettivi commette nti. Era fondato, come ognuno vede, sulla supposizione che il nodo fosse davvero nell a sola verificazione de' poteri. E and in nulla, come era da aspettarsi; se non c he l'occasione venne da dove la si doveva meno aspettare. L'Ordine del Clero, diviso in due parti, nessuna delle quali aveva sull'altra un vantaggio bastante per tirarsela dietro, e obbligato quindi a un contegno passi vo, fu il solo che accettasse il progetto senza riserva. Ai Comuni un tal progetto non poteva piacere, poich manteneva, almeno per le prim e operazioni, la separazione dei tre Ordini; e, come s' visto, voleva dir molto p er le operazioni seconde. Ma un aperto rifiuto, e senza una ragione sufficiente, giacch la vera non si poteva addurre, serebbe stato, e sconveniente e pericoloso . Quindi, quantunque risoluti, come attesta il Mounier, un altro dei deputati di venuti celebri, e uomo non meno in caso d'esser bene informato, e degno di fede, a rifiutare, in una maniera precisa, se i Nobili avessero accettato, presero inta nto un mezzo termine illusorio. Decisero che non si sarebbe deliberato intorno a l progetto, se non dopo chiuso il processo verbale delle conferenze. Il soprassed ere alla deliberazione era in fatto, come dice lo stesso Bailly, un decidere che n on c'era da deliberare; poich, chiuse le conferenze, cessava ogni mezzo di concil iazione. L'Ordine de' Nobili, a cui il progetto doveva parere pi accettabile, per la ragio ne stessa che lo rendeva odioso ai Comuni, l'accolse infatti, sulle prime, con v ivi applausi; ma sopraffatto poi da' suoi consueti dominatori, l'accetto con una restrizione, che lo riduceva quasi a nulla, e poteva parere un rifiuto coperto; e liber cos, con la sua baldanzosa imperizia, i Comuni medesimi da quel qualunque impiccio, in cui gli avrebbe pur potuti mettere l'accettazione concorde dei due primi Ordini. Dichiar che, persistendo nella deliberazione presa di verificare d a s i poteri dei deputati eletti dai Nobili soli, ammetteva la proposta riguardo alle deputazioni intere; quelle cio, che, in applicazione d'un articolo del Regol amento regio per la convocazione degli Stati Generali, fossero state fatte in co mune dagli elettori dei tre Ordini (16). Erano due o tre, dice il Mounier, nel l uogo citato dianzi. L'Ordine dei Nobili mand subito una deputazione ad annunziare trionfalmente ai Comuni la sua deliberazione. E le conferenze furono chiuse, se nza che si fosse formato nessun accordo.

4. Fin qui abbiamo avuto a osservare le vicende d'un conflitto lungo e ostinato, co me doveva accadere dove erano in campo grandi e opposti interessi, e dove mancav a del pari, e una regola certa che una delle parti potesse allegare in suo favor e, e un arbitro che volesse e potesse imporre una decisione a tutt'e due. La que stione per era per s secondaria; giacch non si trattava che del modo di esercitare una facolt ammessa da ciascheduna nell'altre; dimanierach, nel conflitto medesimo, c'era implicito, anzi continuamente espresso, un reciproco riconoscimento. Siam o ora arrivati a un fatto novo e essenzialmente diverso; cio alla deliberazione, per la quale i deputati del Terzo Stato, con degli argomenti, de' quali avremo a esaminare il valore, attribuirono in fatto, e di loro propria autorit, a s soli l e facolt di cui erano stati investiti gli Stati Generali; con che sostituirono la Rivoluzione alla riforma, prima che a questa si mettesse la mano, e iniziarono la distruzione del governo. Il 10 di giugno, il decano di quell'adunanza annunzio che, il giorno prima, era stato chiuso il protocollo delle conferenze; e ramment che, secondo la risoluzion e presa in una seduta antecedente, si doveva aprire la discussione sulla propost a conciliatoria. Avvertendo per, che il processo verbale dell'ultima conferenza n on era stato ancora presentato ai Comuni, propose che quella discussione fosse d ifferita a un altro giorno. Ma il Mirabeau la prevenne subito, dicendo che i Comuni non potevano, senza espo rsi a gravissimi pericoli, indugiare a prendere un partito decisivo, e che un me mbro della deputazione di Parigi aveva a fare una proposta della massima importa nza. Era questo deputato l'abate Sieys, canonico e gran vicario di Chartres, a cu i alcuni scritti e principalmente l'opuscolo: "Qu'estce que le Tiers tat?" avevan o gi procurata la riputazione di gran pensatore politico: riputazione che quella sua proposta accrebbe poi e dilat grandemente, e che non ancora affatto caduta (1 7). L'abate Sieys principi dal dire che l'Assemblea, dopo avere usati, verso il Clero e la Nobilt tutti i riguardi possibili, e non averne avuto in contraccambio altro che ipocrisia e sotterfugi, non poteva rimaner pi a lungo in quello stato d'iner zia, senza tradire i suoi doveri e gli interessi de' suoi commettenti; che, per uscire d'un tale stato, era necessaria la verificazione de' poteri; e che l'asse mblea aveva provato non poter questa essere sottomessa se non al giudizio de' ra ppresentanti della nazione riuniti. Il fatto sta che i commissari dei Comuni avevano preteso di provar ci, come quell i della Nobilt avevano preteso di provare il contrario; ma che, n una parte, n l'al tra aveva provato, perch mancava il mezzo della prova, non ce ne essendo, n in una legge costitutiva degli Stati Generali, che non esisteva, n in veruna massima ge nerale di diritto, poich si trattava d'una cosa positiva di sua natura, e capace, per s, di forme diverse. Ciascheduna delle parti aveva addotti degli argomenti p robabili; nessuna un argomento provante. Il Sieys pass a dire che, avendo la Nobilt rifiutato il progetto di conciliazione, i Comuni erano dispensati dall'esaminarlo. C'era qui un altro gioco di mano. L'impegno preso dai Comuni, d'esaminare, dopo chiuse le conferenze, la proposta del re, era assoluto, e indipendente dall'acce ttazione che ne sarebbe, o non ne sarebbe fatta dall'uno o dall'altro degli altr i due Ordini. Si dir forse che il rifiuto (chiamiamolo pure cos) della Nobilt rende va inutile quell'esame? Era infatti ci che voleva sottintendere il Sieys; ma la ri sposta a questa arbitraria supposizione, la troviamo in alcune poche e semplici parole, dette dal re, nel rispondere, alcuni giorni dopo, a un indirizzo, con cu i i Comuni l'informarono della determinazione presa, appoggiandola anch'essi a q uell'argomento. La riserva fatta dall'Ordine della Nobilt all'accettazione della m ia proposta, disse, non doveva impedire il Terzo Stato dal darmi un attestato di d eferenza. L'esempio del Clero, se fosse stato imitato dal Terzo, avrebbe, senza dubbio, determinato l'Ordine della Nobilt a desistere dalla sua modificazione. Ma questo argomento aveva il gran difetto di supporre che i Comuni avessero accetta te le conferenze in bona fede.

Comunque sia, dalle premesse che abbiamo viste, il Sieys concluse intrepidamente, che ai Comuni non rimaneva da fare altro, che intimare ai due Ordini privilegia ti, di riunirsi "nella sala degli Stati", a verificare i poteri in comune. E fin almente propose alla accettazione dell'assemblea una formula di dichiarazione in quel senso, e un'altra formula d'un'intimazione da farsi, in conseguenza, al Cl ero e alla Nobilt. La proposta fu vivamente applaudita e, in una seduta serale dello stesso giorno, fu convertita in decreto, con l'aggiunta, che si stendesse un indirizzo al re, per esporgli i motivi della deliberazione presa: era quello che abbiamo accennat o dianzi. Fu anche ammessa, e dall'assemblea e dal Sieys, una correzione suggerit a dal celebre avvocato Target, e che consisteva in uno scambietto di vocaboli, c io nel sostituire invito a intimazione ("sommation"); mentre si manteneva la dichiara zione, che, non si presentando gli altri due Ordini, entro un'ora, si procedereb be ugualmente alla verificazione, e ai non comparsi sarebbe denunziata la contum acia. Pare difficile scoprire una differenza di cosa tra un invito accompagnato da una comminatoria, e un'intimazione. Era, in realt, una parte che si costituiva tribunale, e, affermando d'aver ragione, pronunziava una sentenza esecutiva. Furono poi delegati alla stesura dell'indirizzo al re quelli ch'erano stati comm issari alle conferenze, ai quali fu aggiunto l'abate Sieys; e incaricati dieci me mbri di portare il decreto de' Comuni all'assemblea del Clero, e altrettanti a q uella de' nobili. Nella seduta seguente, che fu il giorno 12 giugno, si mandarono le due deputazio ni a portar l'invito suddetto ai due altri Ordini, e s'ebbe in risposta dall'uno e dall'altro, che ne avrebbero deliberato. Si lesse quindi l'indirizzo al re, s teso da un membro della commissione che n'era stata incaricata. Era quel Barnave che fece poi tanto per spingere avanti la Rivoluzione, e che, pi tardi, sgomenta to dagli effetti che ne vedeva, fece inutilmente quanto poteva per moderarla, e fu una delle sue pi celebri vittime. Nell'indirizzo si adducevano gli orzi incessanti e infruttuosi de' Comuni per arr ivare alla riunione e alla concordia con gli altri due Ordini. Premurosi, diceva, d i rispondere all'invito che Vostra Maest aveva fatto, per mezzo del suo Guarda Si gilli, i deputati dei vostri Comuni si sono riuniti, il giorno indicato, "nella sala degli Stati Generali", per verificare i poteri; e ci hanno aspettati inutil mente i deputati del Clero e della Nobilt. Il giorno seguente, gli hanno invitati a venirci: questo passo rimase inutile. Dove si vede che, per riunione, intendev ano il venire a fare un corpo solo con loro, che era il punto di diritto in ques tione; e, per concordia, l'ubbidire alla loro volont. Aggiungevano poi le protest e (quanto sincere, s' visto) della loro disposizione a esaminare, con spirito di c onfidenza e d'amore, la proposta di conciliazione fatta in nome del re, quando il rifiuto de' Nobili non l'avesse resa inutile; e da tutto ci deducevano la necess it in cui s'erano trovati di prendere la deliberazione che avevano l'onore di pre sentargli. L'indirizzo fu adottato, con qualche modificazione, e dato l'incarico al decano di rimetterlo al re. Dopo di ci fu fatta la proposta di passare alla verificazion e generale dei poteri dei deputati dei tre Ordini, conforme alla dichiarazione c he n'era stata fatta agli altri due. Ma il decano osserv che sarebbe conveniente rimettere quell'operazione alla fine della seduta, per aspettare la risoluzione di quelle due camere; e cos fu deciso. Nel frattempo venne una deputazione dell'O rdine dei Nobili ad annunziare che esso aveva principiato, e continuerebbe nella prossima seduta, a deliberare intorno alla proposizione del Terzo Stato. Il dec ano Bailly rispose: Signori, i Comuni aspettano da lungo tempo i signori deputati della Nobilt; e sperano sempre pi, di vederli arrivare "nella sala degli Stati". Venuta l'ora, si pass a chiamare i deputati per baliaggi e siniscalchie ("baillia ges" e "snchausses"), antiche circoscrizioni giudiziarie del territorio, in ciasche duna delle quali era stata radunata un'assemblea per fare le elezioni. Non avreb bero quindi i Comuni potuto prescindere nella chiama da quello scompartimento, s enza rinnegare, per dir cos, la loro origine, e senza incontrare la difficolt non piccola d'immaginarne un altro, e di far due atti arbitrari in una volta: cosa s pesso rischiosissima sul principio. Ma nei baliaggi e nelle siniscalchie le elez ioni erano state fatte in separato da ciaschedun Ordine, meno pochissime eccezio

ni, come s' detto. Di qui l'altra necessit di chiamare i diversi Ordini separatame nte. Cos i Comuni si trovarono condotti alla strana contradizione di riconoscere ancora nominalmente gli altri due Ordini, anzi di lasciar loro la precedenza, do po averli annullati in fatto col mettere per condizione alla validit dei loro vot i l'ubbidienza a un precetto dei Comuni medesimi. Ma la contraddizione in certi casi come un ponte per passar dal vero al falso, senza bisogno di fare un salto pericoloso. Si principi dunque a chiamare, baliaggio per baliaggio e siniscalchia per sinisca lchia, i deputati del Clero, poi quelli della Nobilt, di tutti i quali nessuno co mparve; e finalmente quelli dei Comuni, che presentarono i loro poteri, da esser e esaminati negli ufizi in cui era scompartita l'adunanza. Alla chiama continuata nel giorno seguente, comparvero tre curati per presentare i loro poteri alla verificazione dei Comuni. Furono applauditi circondati, stre tti in mezzo, abbracciati. E' la prima accessione ai Comuni, scrive il Bailly nel suo giornale; fu il Clero che diede l'esempio; e i nomi di questi tre pastori dev ono esser consegnati alla posterit. Ma il numero degli uomini che iniziarono delle cose riuscite poi al rovescio delle loro intenzioni, andato troppo crescendo d' allora in poi, perch la posterit possa conservare i loro nomi. E io non trascrivo qui i tre citati dal Bailly, perch sono certo che il lettore non li terrebbe a me nte. Finiti di verificare i poteri dei deputati dei Comuni, e di nove altri del Clero venuti dopo quei tre, l'abate Sieys propose alla adunanza di costituirsi, cio di dichiarare che quel numero di deputati presenti possedeva tutte le facolt demanda te agl'interi Stati Generali. L'autorit che i Comuni erano invitati ad assumere l'avevano gi esercitata in fatto ; giacch, come s' osservato dianzi, l'imporre una condizione alla validit degli alt ri mandati, cos'era in sostanza se non dichiarare valido in senso definitivo sol amente il proprio? Ed curioso il vedere come, dalla questione del modo di verifi care i poteri, che era la sola messa in campo fino allora, siano arrivati ad att ribuirsi di fatto un tale diritto, non per una qualche induzione, per un giro qu alunque di ragionamenti, ma col sottintenderlo semplicemente; e trattando nomina lmente una questione speciale e secondaria, ne abbiano sciolta (molti forse senz a avvedersene al momento) una generale e capitale, che non era stata posta. Ma, per cavare dal fatto la regola, e fare di quel diritto, applicato una volta presuntivamente, una applicazione costante e normale, era indispensabile asserir lo espressamente, e allegarne il titolo. Ed ecco quello che fu allegato dall'aut ore delle due proposte. E' palese, disse, per il risultato della verificazione dei poteri, che questa assem blea gi composta dei rappresentanti mandati direttamente dai novantasei centesimi almeno della nazione. Una tal massa di deputazioni non deve essere inattiva per l'assenza dei deputati di qualche baliaggio, o d'alcune classi di cittadini; perch gli assenti, che son o stati chiamati, non possono impedire i presenti d'esercitare la pienezza dei l oro diritti, sopra tutto quando l'esercizio di questi diritti un dovere imperios o e pressante. Di pi, poich non compete che ai rappresentanti verificati di concorrere a formare il voto nazionale, e poich tutti i rappresentanti verificati sono in questa Assem blea, anche indispensabile il concludere che ad essa e ad essa sola compete d'in terpretare e di presentare la volont generale della nazione: nessuna altra camera di deputati semplicemente presunti pu levar nulla alla forza delle sue deliberaz ioni; finalmente non ci pu essere fra il trono e l'assemblea alcun "veto", alcun potere negativo. Giudica dunque l'assemblea, che l'opera comune della restaurazione nazionale pu e deve esser cominciata senza indugio dai deputati presenti, e che devono continu arla senza interruzione, come senza ostacolo. Sarebbe una storia curiosa (fors'anche di qualche utilit, posto che il passato po ssa, o tanto o quanto, servir di scuola all'avvenire) la storia dei sofismi che servirono a determinare avvenimenti di somma importanza; e questo ragionamento d el Sieys ci avrebbe a tenere uno dei primi posti. Era come dire: I nostri elettor i, essendo l'immensa pluralit della nazione, avrebbero avuto il diritto di riguar

darsi come la nazione stessa, a fronte di un numero relativamente piccolissimo d i ecclesiastici e di nobili; avrebbero avuto, per conseguenza, il diritto di ele ggersi come rappresentanti della nazione intera; dunque noi abbiamo il diritto d i costituirci tali, senza averne da loro il mandato, anzi contro il titolo che a bbiamo da loro, di deputati di uno degli Ordini dello Stato. Il signor abate Sieys, dice il buon Bailly, ha molta metafisica in testa: in altri c asi la metafisica pu riuscir dannosa, qui era necessaria. Pu, per verit, parere stra no che ad una grande assemblea, per conoscere le facolt che le siano state confer ite, e senza le quali non sarebbe altro che una massa di privati, sia necessaria la metafisica di un uomo; ma s'intende benissimo che qualcosa di singolare foss e necessario per dimostrare che ne avessero dell'altre, che non avevano. Se poi questa dell'abate Sieys fosse metafisica, non importa al nostro argomento il farn e ricerca. Logica non era di certo. Del resto, il Sieys doveva sapere forse meglio di ogni altro, che quei novantasei centesimi della nazione non intendevano di rivendicare a se medesimi quel dirit to che egli proponeva alla Assemblea di attribuirsi in loro nome. Lo sapeva tant o bene, che lo aveva detto in fronte al suo celebre opuscolo, in questi espressi termini: Il disegno di questo scritto molto semplice. Abbiamo a porre tre questioni: 1 Che il Terzo Stato? "Tutto". 2 Che stato finora nell'ordine politico? "Nulla". 3 Che chiede? "D'essere qualche cosa" (18). E in un altro luogo dello stesso scritto: La modesta intenzione del Terzo Stato d i avere una influenza "eguale" a quella degli Ordini privilegiati. Lo ripeto, pu egli chieder meno? (19). Ma non meno strana fu la contraddizione in cui cadde l'adunanza applaudendo a qu el ragionamento, e adottando quella proposta. Per dimostrare che i poteri doveva no essere verificati in comune, essa aveva allegato, come s' visto, il diritto di ciaschedun deputato di assicurarsi che tutti gli altri, senza distinzione, foss ero legalmente eletti. Ora, in una delle ultime conferenze di cui s' parlato, uno de' suoi commissari aveva addotto in conferma di quell'argomento, che essendo u n tal diritto derivato nei singoli deputati da quello che la nazione aveva, d'im pedire che alcuno s'intrudesse senza un titolo legittimo a rappresentarla, nessu n Ordine poteva esercitarlo in nessuna parte da s solo. Nessuna assemblea separata, aveva detto, pu disporre dell'autorit della nazione, a meno che la nazione stessa, riunita e preseduta dal re, non gliela abbia espressamente confidata. - E' mani festo che il Clero non la nazione, che la Nobilt non la nazione, che il Terzo Sta to, quantunque comprenda la maggior parte della nazione, non nemmeno lui l'inter a nazione. - I fatti che si oppongono non hanno alcun valore a fronte di princpi cos semplici e cos ragionevoli. Nessuno dei suoi colleghi lo aveva contradetto; e i l processo verbale delle conferenze, che conteneva quella cos esplicita professio ne di fede, era stato letto senza che vi fosse fatta osservazione veruna, e ne e ra stata votata la stampa per acclamazione nella seduta dei Comuni del 10 giugno ; cio tre giorni prima di quella in cui fu applaudito il ragionamento dell'abate Sieys. Tutti poi gli argomenti sussidiari addotti da lui non avevano altro fondamento c he il sofisma principale. Il diritto dei deputati del Terzo Stato di principiare l'opera della restaurazione nazionale; il non potere gli assenti, stati chiamati , impedire a quelli d'esercitare la pienezza del loro diritto; il dover tutti i rappresentanti verificati essere in quella Assemblea, erano conseguenze logiche d ell'antilogica supposizione, che i deputati del Terzo Stato, per essere stati el etti dalla grandissima pluralit della nazione, avessero, non quella tanta autorit che era stata loro delegata da essa, ma tutta quella che potesse avere essa mede sima. Aggiungeremo qui solamente una osservazione di fatto sul primo di quegli argomen ti, cio sul ritardo che sarebbe venuto al lavoro della costituzione dal continuar e delle conferenze. Con la scorciatoia trovata dall'abate Sieys, ci volle un po' pi di due anni per farne una che stette in piedi (e in che modo!), dieci mesi e d ieci giorni. Ma se per superare le difficolt sopradette bastava non ne tener conto, o anche no

n a e e

vederle, ne veniva per dietro un'altra pi ardua e da non potersi sfuggire: quell di trovare il nome da darsi all'assemblea costituita in quella maniera. Qualch volta le parole sono pi ritrose e intrattabili delle cose. Si aveva a denominar una parte che voleva essere un . tutto. Una espressione che significasse ci che era in fatto, sarebbe stata contraria all'intento; una che corrispondesse all'i ntento sarebbe stata troppo apertamente contraria al vero. S'era ben potuto arri vare da un concetto ad un concetto opposto per mezzo di una induzione sofistica; ma parole per rappresentare il costrutto, la sintesi d'una induzione sofistica non facile trovarne di bell'e preparate nel linguaggio che stato lavorato dagli uomini per intendersi tra di loro, non per ingannarsi a vicenda. Non c' quindi da maravigliarsi che l siano nati i dispareri, che varie denominazioni siano state proposte e combattute, e che se ne sia adottata una, solo per finirla. La prima fu proposta dall'abate Sieys sulla fine del suo discorso, in questi term ini: La denominazione di Assemblea dei Rappresentanti noti e verificati della nazione francese, la sola che convenga alla Assemblea nello stato attuale delle cose, la sola che essa possa adottare, finch non abbia perduta la speranza di riunire nel suo seno tutti i deputati ora assenti. Dopo vari ragionamenti pro e contro, dei quali non trovo che si sia conservata m emoria, entr in campo il Mirabeau a combattere quella denominazione, e proporne u na sua in un lungo avviluppato discorso. Principi dal lodare a cielo la condotta cauta, moderata, paziente dei Comuni, a f ronte delle pretensioni antiquate, stravaganti, e della ostinazione superba degl i altri due Ordini. Da ci concluse che bisognava raddoppiare la saviezza insieme colla perseveranza, appunto perch, essendo esauriti tutti i mezzi di conciliazion e, si potrebbe pi facilmente essere spinti a dei partiti estremi. Dobbiamo, pass a dire, costituirci; in ci siamo tutti d'accordo; ma sotto qual forma, con quale denominazione? In Stati Generali? Sarebbe (chi non lo intende?) un no me improprio. Suppone tre Ordini, e, certo, questi tre Ordini non sono qui. Si v orrebbe forse qualche altra denominazione sinonima a quella di Stati Generali? D omander sempre: avrete voi la sanzione del re? e potete farne di meno? L'autorit d el re pu ella cessar di vegliare un momento solo?... Finalmente, aggiunse poi, dop o altre considerazioni che sarebbe troppo lungo, e non necessario riferir qui: eg li fuori di dubbio che il principio sia dalla parte vostra? Noi siamo qui sotto il modo di convocazione che ci ha dato il re. Senza dubbio voi lo potrete e lo d ovrete cambiare per l'avvenire, quando sarete in attivit; ma lo potete voi ora? L o potete voi prima di esser costituiti? Lo potete nell'atto stesso di costituirv i? Con qual diritto uscireste dai limiti del vostro titolo? Non siete voi chiama ti in forma di Stati? Il legislatore provvisorio non ha egli supposto tre Ordini, quantunque gli abbia convocati in una sola assemblea? Le vostre istruzioni, i vostri mandati vi auto rizzano essi a dichiararvi l'Assemblea dei soli rappresentanti noti e verificati ? E non dite che il caso in cui vi trovate non sia stato preveduto. Fu preveduto anche troppo, giacch alcuni dei vostri mandati, pochissimi per fortuna, vi presc rivono di ritirarvi, se vi impossibile di arrivare alla deliberazione in comune, e non ce n' neppur uno che vi autorizzi a dirvi i soli rappresentanti costituiti e verificati (20). Il darvi da voi un titolo non baster per fare che l'abbiate i n effetto, n per far credere che ne siate legalmente investiti. Ma tutte queste ragioni contro la denominazione proposta dal Sieys, non valevano esse ugualmente contro la cosa proposta da lui e adottata dai Comuni? E l'uomo c he le esponeva in termini cos risoluti e calzanti, non era egli quel medesimo che aveva intromesso l'abate Sieys a proporre l'intimazione al Clero e ai Nobili, di riunirsi al Terzo Stato: intimazione che cambiava in fatto, o piuttosto metteva al niente "il modo di convocazione dato dal re", e supponeva al Terzo Stato il diritto "d'uscire dai limiti del loro titolo?" E che altro era stato il dichiara re che, in conseguenza di quella intimazione, "si passerebbe alla verificazione de' poteri, tanto in presenza, che in assenza dei deputati delle classi privileg iate", se non un dichiarare che quelli i quali si sarebbero sottomessi a questa prova, sarebbero "i soli rappresentanti noti e verificati"? E non aveva il Mirab eau approvate e sostenute tutte queste decisioni?

Una tale contraddizione, seguita poi da tante altre, era una conseguenza natural e d'un contrasto tra diversi intenti di quell'uomo, tra i suoi concetti politici e le sue mire personali. Fatto comune, vero, tra gli uomini di Stato, in tutti i tempi; ma qui si tratta e d'un uomo tutt'altro che comune, e d'un momento unic o. Ci si permetta per questa cagione, di dirne qualche cosa di pi, quantunque ci convenga per ci ripetere in parte cose note. Il Mirabeau voleva fortemente due cose: una monarchia costituzionale, e tenerci egli un gran posto. Ma non c'era una ragione per cui queste due cose avessero a trovarsi sempre d'accordo nei fatti, come lo erano nei suoi desideri. Anzi, tra l'una e l'altra aveva gi preparato un ostacolo la trista riputazione acquistata d a lui negli anni giovanili, e di cui nella et matura, e quando vide aprirsi strad e cos nove alla gloria d'oratore e alla ambizione d'uomo di Stato, sentiva doloro samente il peso. Tent nondimeno, pochi giorni dopo la convocazione degli Stati Ge nerali, di conciliare i due intenti, offrendosi ai ministri per cooperatore nell a riforma, e sperando che la riputazione, non meno grande dei suoi talenti, e il bisogno che c'era di tali aiuti, avrebbero fatto passar sopra quella difficolt. Gli fu, a questo effetto, procurato dal deputato Malouet un abboccamento col min istro Necker. Ma qui incontrava uno scoglio di pi, cio l'imperturbabile e serena f iducia che questo aveva nella propria sufficienza, e nel favore del pubblico. Si cch, dove il Mirabeau s'aspettava d'esser messo da lui a parte dei disegni del go verno, per trattarne insieme, non trov che una fredda disposizione a sentir cosa venisse a dire. Usc indispettito e determinato a forzar la porta che gli si chiud eva sul viso, "a sollevar l'Acheronte, poich non aveva potuto piegar gli Dei" (21 ). Quindi le invettive fragorose contro un dispotismo che aveva rese le armi, o piuttosto lasciatele cadere; i terrori o esagerati, o anche simulati, del suo ri sorgimento; le minacce, pi o meno coperte, d'una forza popolare che la di lui elo quenza e il favore che questa gli aveva acquistato, avrebbe potuto e eccitare e frenare; ogni mezzo insomma con cui potesse farsi temere avversario e desiderare alleato. Ma quando vedeva che la cosa andava al di l del suo intento, che era in pericolo d'esser distrutta l'autorit reale, ch'egli voleva bens restringere, ma m antenere entro certi limiti, non solo per la speranza di diventarne un illustre e potente stromento, ma perch persuaso della necessit di essa, anche per fondare u na tranquilla e stabile libert, allora accorreva ansiosamente al riparo, cercando di far prevalere nelle menti l'idea di quella necessit, e l'apprensione dei peri coli di non tenerne conto. Il gioco era pieno anch'esso di pericoli; e il pi prossimo e frequente per chi lo faceva, era quello di cadere in sospetto di rinnegato, e di perdere in un tratt o colla sua popolarit tutte le sue speranze: pericolo che egli medesimo accenn cos bene quando disse: "La rupe Tarpea vicina al Campidoglio". Perci in quei casi si trovava spesso ridotto, per usare altre sue espressioni, "a bordeggiar nella bur rasca, a prendere il diapason di quelli che voleva forzar gradatamente a metters i nel suo"; a farsi adito a consigli d'uomo di Stato con bravate da tribuno, a c oncedere in parte ci che i suoi argomenti negavano in tutto; a cavare scarse conc lusioni da feconde premesse (22). Infelice lavoro per un grande ingegno! Cos, nel caso di cui si tratta, avvedendosi (tardi, come sempre) che la proposta secondata da lui, forse per la sola speranza di spaventare il Clero e i Nobili, e di forzarli a riunirsi al Terzo Stato, tendeva a investir questo d'un potere i llimitato e arbitrario; ma non potendo neppur pensare a tornar indietro, e molto meno a far tornare indietro gli altri dalla risoluzione presa di costituirsi, c erc di attenuare l'importanza d'un tale atto e di cambiarne il significato con un cambiamento di nome. Non prendete, disse, un titolo che faccia paura. Cercatene un o pi dolce, e che non si possa impugnare. E propose quello di "Rappresentanti del popolo francese". Ma cosa s'aveva a intendere per popolo francese? Quello che si chiamava il Terzo Stato? In questo caso, i Comuni, costituendosi suoi rappresentanti, rimanevano ci che non volevano essere. O s'aveva a intendere l'intera nazione? E allora, la formola proposta dal Mirabeau avrebbe avuto lo stesso valore di quella che egli rifiutava come usurpatrice. Il Mirabeau si guard bene dall'entrare su questo punt o in una spiegazione, che avrebbe messa in chiaro la vanit del suo ripiego. E si pu credere che, in quella discussione del nome, non cercasse altro, che un mezzo

di far sentire al Terzo Stato l'irregolarit e i rischi della strada dove si era a vviato, e di metter qualche remora a nuove precipitate risoluzioni. Sopra tutto si vede che gli premeva di tener vivo il concetto del bisogno che si aveva della sanzione del re; a segno che, rispondendo a chi, nel seguito della discussione aveva sostenuto il contrario, ebbe a dire: Per me, signori, credo il "veto" del r e talmente necessario, che vorrei piuttosto vivere a Costantinopoli, che in Fran cia, se non l'avesse. S, lo dichiaro, non saprei cosa immaginare di pi terribile d ella aristocrazia sovrana di secento persone, che domani potrebbero rendersi ina movibili, doman l'altro ereditarie, e finirebbero, come gli aristocratici di tut ti i paesi del mondo, ad invadere ogni cosa. Supponeva, si vede che, dopo aver mostrato come si potesse buttare a terra un or dine stabilito, quei secento avrebbero potuto crearne uno stabile in loro vantag gio, ordire e tessere, con tutto il comodo, vasti disegni oppostissimi ai deside ri e alla aspettativa del paese, dal quale avevano ogni loro forza; che, insomma , il principio di una rivoluzione come quella, avrebbe potuto esserne anche la f ine, e qual fine! l'aristocrazia. E' un esempio notabile di quanto, in tempi di grandi commozioni politiche, anche ingegni tutt'altro che volgari si possano ill udere doppiamente, e fantasticando pericoli immaginari, e non avendo il pi piccol o sospetto di quelli che si preparano davvero. L'assemblea formata in conseguenz a dell'atto arbitrario del Terzo Stato, e non solo senza la sanzione del re, ma ad onta del suo divieto, quella assemblea, non che farsi e perpetuarsi sovrana, non fu nemmeno libera in fatto, nel tempo che visse; come non lo furono le altre assemblee rivoluzionarie che le succedettero. E quella che fu creata sovrana, l a Convenzione, fu la pi schiava di tutte; poich fu la sola, in cui, per un buon tr atto della sua durata cess, o per dir meglio, ammutol ogni opposizione. Del resto, otto giorni dopo aver proferita una tale sentenza, quello stesso Mira beau fece vedere che conto facesse della sanzione del re, quando diventava un os tacolo immediato alla sua ambizione. L'assemblea non adott n la denominazione del Mirabeau, n quella del Sieys, e riprese l'arduo lavoro di cercare un nome che potesse convenire ad una contradizione. Le proposte non mancarono; e dopo tre sedute, nell'ultima delle quali si fu quas i per venire alle mani tra una parte che voleva passar subito alla votazione, e un'altra che voleva rimetterla all'indomani, si riusc a fare una scelta. Tra le v arie proposte ve n'era una che aveva il gran vantaggio di levar di mezzo la diff icolt di trovare una nuova denominazione, col prenderne una gi usata, ma a signifi care un'altra cosa: vecchio espediente, del resto, e che serv in tanti e tanti ca si a facilitare imprese scabrose e importanti. Come avrebbe fatto, per esempio, Augusto a trovare un nome a proposito per il governo che stabiliva, se non avess e avuto gi in atto quello di repubblica? Fu dunque adottato (il 17 giugno), il ti tolo proposto dal deputato Le Grand, di "Assemblea Nazionale", che era stato ado prato dal re per indicare complessivamente gli Stati Generali, nella lettera cit ata sopra, con cui richiedeva che si riprendessero le conferenze. Il buon Bailly , dopo aver fatti diversi appunti a tutte le altre denominazioni che erano state messe in campo, trova convenientissima quest'ultima; e la ragione che ne adduce merita che se ne faccia menzione. L'Assemblea Nazionale, dice, era il nome che le competeva per ogni riguardo. Prima di tutto, lasciava qualche cosa d'indetermina to che non urtava apertamente i pregiudizi. Si poteva considerare l'Assemblea co me Assemblea Nazionale, sia che fosse la nazione, o solamente i Comuni. Vuol dire in altri termini, che l'espressione era equivoca. Verissimo; ma un merito un po ' singolare. Dopo assunto il nuovo titolo, si deliber di presentare un indirizzo al re, per da rgliene parte; e la deliberazione fu seguita da gran grida di Viva il re. Non er a, per la massima parte dei deputati, un inganno che volesse fare a lui, ma un i nganno che facevano a se medesimi. Quindi prestarono il giuramento di adempire con zelo e fedelt le funzioni di cui erano incaricati. Nella seduta serale dello stesso giorno si ricevette la risposta del re al primo indirizzo con cui i Comuni gli avevano annunziata la risoluzione di mettersi in attivit. Di ci il re nella sua risposta non si dava per inteso: solo si lamentava mollemente, che non si fosse accettato il suo progetto di conciliazione. Le rest

rizioni, diceva, fatte dall'Ordine dei Nobili alla mia proposta, non dovevano impe dire, il Terzo Stato dal darmi un attestato di deferenza. L'esempio del Clero, s e fosse stato seguito dal Terzo Stato, avrebbe senza dubbio determinato l'Ordine della Nobilt a desistere dalla sua modificazione. Sono persuaso che quanto pi l'O rdine del Terzo Stato mi dar segni di fiducia e d'attaccamento, tanto meglio i su oi atti rappresenteranno i sentimenti d'un Popolo che amo, e nell'amor del quale io far consistere la mia felicit. Non s'era, da quello che pare, ancora accorto ch e gli uomini a cui parlava non intendevano di rappresentare altri sentimenti che i loro. Ma all'annunzio della loro nova deliberazione, il Necker propose che si dovesse prendere un partito; e il giorno seguente (19 giugno), il re, su quella proposta , e col parere del Consiglio, decise di convocare per il 22 i tre Ordini in una seduta generale, dove intervenendo non pi come mediatore, ma come arbitro supremo , imporrebbe fine alle contese, e prescriverebbe la forma in cui gli Stati si av essero a costituire. Si voleva poi che nei due giorni d'intervallo non si tenessero adunanze, in cui si sarebbero potute prendere delle altre risoluzioni contrarie a ci che il re fos se per ordinare. E premeva specialmente d'impedire la riunione ai Comuni della m aggioranza che s'era formata quello stesso giorno nel Clero, in favore della ver ificazione dei poteri in assemblea generale. Si pens in conseguenza di far sospen der subito le adunanze e chiuder le sale. Ma per nascondere quei motivi, si rico rse ad una astuzia che ne fece sospettare un altro incomparabilmente pi odioso e falso. Si pubblic, prima di darne comunicazione alcuna agli Ordini, un avviso in cui si diceva che, avendo il re risoluto di tenere una seduta reale il 22, le ad unanze sarebbero sospese a cagione dei preparativi da farsi alle sale. Era fissa ta, per le otto del mattino di quello stesso giorno, una seduta dei Comuni; e mo lti di quei deputati, o non conoscendo l'avviso, o pensando che d'un avviso cono sciuto in quel modo non si avesse a tener conto, accorsero al luogo delle adunan ze, e trovarono la porta occupata da guardie che ne interdicevano l'entrata. Fu una indegnazione e insieme uno sgomento: si tem che fosse una preparazione e un p rincipio della dissoluzione degli Stati, donde avrebbe a uscire o una intera ser vit, o una guerra civile: timore che il fatto non tard a chiarire immaginario dove era sincero. I deputati s'interrogavano a vicenda, esclamavano e protestavano i nsieme, e a tutto prendeva parte un pubblico che in quel giorno era venuto in ma ggior numero per la speranza di veder l'entrata della pluralit del Clero nella sa la comune. Il Bailly, che era stato confermato nell'ufizio dall'Assemblea, col t itolo di presidente, e che, per il governo, era ancora il decano del Terzo Stato , aveva ricevuto un primo e un secondo avviso dal gran maestro delle cerimonie, quella stessa mattina, cio quando, con la miglior voglia del mondo, non gli sareb be stato possibile d'avvertirne i deputati dispersi. Accorso anch'egli coi segre tari, e negatogli l'ingresso, fece chiamare l'ufficiale di guardia, e fu introdo tto da lui, che gli fece vedere la sala gi occupata dagli operai. Uscito, si riun ai deputati che gi stavano raccolti in gran numero, e si convenne di cercare un a ltro luogo dove l'assemblea potesse deliberare. Un deputato propose uno stanzone che il proprietario affittava per il gioco della palla; e si decise di andarvi. Quel deputato era il medico Guillotin; che ebbe la disgrazia d'acquistare al suo nome un'infausta celebrit inventando, per un intento d'umanit, il supplizio che v enne in mal punto a servire a una nefanda e prolungata carnificina. Raccolti i deputati nel rustico ed eternamente famoso Jeu de Paume, il Bailly le sse due lettere del Gran Maestro delle cerimonie, e rifer come s'era contenuto in quella circostanza insieme coi segretari, e il tutto fu approvato generalmente. Si discusse poi in mezzo a una grande agitazione sui mezzi d'impedire che il per icolo, allora evitato, della separazione della Assemblea si potesse rinnovare. A lcuni volevano che l'Assemblea trasportasse la sua sede a Parigi, e v'andasse im mediatamente a piedi e in corpo; altri, che i deputati si obbligassero con giuram ento a non separarsi prima che la costituzione fosse stabilita. Il deputato Moun ier, preso anch'egli dal sospetto e dalla indegnazione comune, e temendo dall'al tra parte che potesse prevalere il primo dei due partiti, s'incaric di proporre i l secondo, che fu adottato per acclamazione. Il Bailly chiese d'essere il primo a prestare il giuramento. Ne pronunziai, dice, l

a formola con voce tanto alta e intelligibile, che le mie parole furono intese d a tutto il popolo che era in istrada, e immantinente scoppiarono in mezzo agli a pplausi e dalla Assemblea e dalla folla dei cittadini che stavano al di fuori, g rida ripetute e universali di "Viva il re!". Stesa poi in carta la formola del giuramento, fu fatta la chiama dei deputati pe rch andassero a sottoscriverla. Tutti ci misero il loro nome in attestato di asse nso, meno M.r Martin d'Auch, deputato della Siniscalchia di Castelnaudary, che s ottoscrisse bens, ma aggiungendo al suo nome il vocabolo "opponente". Fa pena il vedere in quali termini un uomo di cuore benevolo e di onesti sentime nti qual era il Bailly, ma inebbriato d'ammirazione per quell'atto solenne dell' Assemblea, e pieno di viva fede nella sovranit di essa, qualifichi l'azione di qu el deputato. Uno solo, M.r Martin d'Auch, dice egli, ebbe la temerit di aggiungere a lla sua firma la parola "opposant". Nessuno, di certo, nel tempo presente ha biso gno che altri gli dica quale ben differente appellazione convenga al sentimento, fosse anche pregiudicato, che porta un uomo a resistere in viso a molti, per ub bidire alla sua coscienza. Ma non si trover, credo, fuor di proposito il riferire i termini di cui si serv, tre anni dopo, lo stesso Mounier, parlando di quel suo unico oppositore. Che intrepida fermezza, dice, non fu quella di M.r Martin deputa to d'Auch (23), che solo, in una moltitudine appassionata, os parlare della fedel t che doveva al suo principe, affront le ingiurie e le minaccie, e chiese che gli fosse permesso di protestare! (24). Il Bailly ebbe poi a fare una parte confacente alla mitezza e alla imperturbata pacatezza del suo animo; cio quella di proteggere il deputato renitente contro "l o sdegno e il furore" (sono le sue parole) onde era invasata la pi parte dei memb ri della Assemblea. Sal sopra una tavola, fece venire a s il reo, che ripet quanto aveva detto, cio "che non credeva di poter giurare delle risoluzioni che non eran o sanzionate dal re". Ma la risposta del Bailly doveva necessariamente rifletter e l'incertezza e la contraddizione dell'assunto che aveva a sostenere e dei conc etti della Assemblea. Gli risposi, dice, che l'Assemblea aveva gli stessi princpi, e che riconoscerebbe sempre la necessit della sanzione del re. Se era cos, a che l'i ndegnazione e il furore? Bastava in verit avvertire il Martin, che a torto aveva presa per negazione una semplice omissione, anzi un sottinteso, e a scanso d'alt ri equivoci, aggiungere quella condizione al giuramento. Ma appunto! ecco come p rosegue il Bailly: Gli rimostrai che le risoluzioni interne dell'Assemblea e quel le del giuramento attuale non erano atti che paressero richiedere la sanzione. Per intendere la distinzione messa qui in campo dal Bailly, bisogna osservare ch e tra i princpi generalmente riconosciuti nei mandati degli elettori c'erano i se guenti: La sanzione reale necessaria per la promulgazione delle leggi e La nazione fa la legge colla sanzione del re. Ma se i mandati non avevano parlato che "di le ggi", era perch a nessuno veniva in mente che gli Stati Generali potessero mai es ercitare in nulla una autorit suprema che nessuna di quelle radunanze aveva mai a vuta, e che non era associata a quel nome nella mente di alcuno. Meno poi gli el ettori dei Comuni si erano immaginati di conferire una tale autorit ai loro soli deputati. A ogni modo il Bailly, dicendo "che paressero", ammetteva almeno un du bbio. E si trovava tanto enorme una opposizione la quale non esprimeva altro che la ripugnanza a confermare con un giuramento incondizionato una cosa dubbia! Ma non fa maraviglia, quando su questa cosa dubbia si fondava una determinazione c os risoluta, e di tanta importanza. Non facendo una tale ammonizione alcun effetto sull'animo del deputato, il Baill y pass al rimprovero, e con una grande severit, per soddisfare il malcontento gener ale, e calmare gli spiriti. La materia del rimprovero la trov in una mancanza di f ormalit. Gli disse che poteva bens ricusare la sua adesione ad un parere che non e ra il suo, ma non inserire la sua protesta nel processo verbale, se non dopo una deliberazione espressa. Quindi lo fece uscire perch non fosse esposto alle conseg uenze d'una indegnazione ben legittima, per una porta di dietro, per sottrarlo a una indegnazione ben pi terribile, quella del popolo, a cui la notizia era gi per venuta. Dopo di ci si discusse sul da farsi riguardo alla firma ribelle. Alcuni volevano che fosse cancellata; ma l'Assemblea decise che avesse a rimanere, "per provare la libert delle opinioni", dice il "Moniteur". E' gi una magra libert quella che ha

per cauzione il rispetto umano di chi fa sentire, e alquanto ruvidamente, che p otrebbe soffocarla; ma cosa dire d'una libert che ha a fare i conti con "una inde gnazione ben pi terribile" e superiore ad ogni rispetto umano? Il giorno seguente M.r Martin d'Auch si abbocc col presidente, e gli si mostr disp iacentissimo d'avere offesa l'Assemblea, riguardo alla forma, e che si sospettas se del suo patriottismo e della sua rettitudine, ma fermo nel suo convincimento. Il Bailly commosso dalla sua sincerit e dalla sua afflizione, gli consigli d'aste nersi, per qualche giorno, dall'intervenire alle sedute, e egli poi disporrebbe l'Assemblea ad accoglierlo pacificamente, come fece da quel brav'uomo che era. C ominciavano i principi nati a vedersi d'intorno degli uomini che non pensavano c ome loro, e glielo dicevano sul viso senza cerimonie; e per compenso, un'Assembl ea che credeva d'essersi fatta sovrana, ne soffriva impazientemente uno. Quel deputato non fece da quel giorno in poi alcuna parte importante nell'Assemb lea; e fuori di l non ho trovata negli scritti di quel tempo altra menzione di lu i, che in una delle note volanti del Bailly, che vanno unite alle sue Memorie. E ccola: Mi fu dato per sicuro che M.r Martin d'Auch era stato a Coblentz, dove ave va avuta una magnifica accoglienza dal signor Conte d'Artois. La sua fama l'avev a preceduto e raccomandato. E' un tristo eroe da festeggiare quello che fu solo del suo parere nel suo corpo (25). Povero Bailly! Quanto era lontano dal preveder e qual sorte atroce e indegna preparava a lui che era parso il vero eroe di quel la giornata, la Rivoluzione servita da lui con tanta fede, con tanta premura; da vanti a chi avrebbe avuto a giustificarsi inutilmente, e da quali bocche ricever e quali rimproveri! Ma riprendiamo il filo degli avvenimenti. Essendo la seduta reale stata differita al giorno 23, i Comuni si riunirono un'a ltra volta il 22. E perch la maggioranza del Clero aveva deliberato da due giorni di riunirsi a loro (per la verificazione dei poteri), e s'aspettava che ci doves se accadere in quella seduta, si radunarono nella chiesa di San Luigi, non paren do che la sala del Jeu de Paume fosse conveniente a una cos solenne cerimonia. Qu ella maggioranza, composta per la massima parte di curati, si present infatti, fu accolta colle maggiori dimostrazioni di giubilo, di affetto e di riverenza, e c ollocata alla diritta, che era il posto assegnato al Clero negli Stati Generali, come al primo dei tre Ordini. Quale differenza tra questa riunione e quella che era stata tentata il 27 maggio , ventiquattro giorni prima! Allora i deputati del Clero sarebbero entrati nella sala comune, aderendo ad una preghiera, rendendo un servigio segnalato, e per r imanervi, non importa se i primi o no in dignit, ma in sostanza come eguali; ora si presentavano dopo una intimazione di contumacia, ad un corpo che si era dichi arato sovrano, e ci che ne era un segno anche materiale, in un luogo scelto da lu i. Ecco in quali termini il Bailly esprime il suo sentimento (concorde evidentem ente con quello dei Comuni, poich era il motivo dei loro atti) sul valore della a cclamata accessione del Clero. Dopo avere riferito nelle sue Memorie il discorso in cui aveva espresso a quello la loro gioia e presentate le loro congratulazio ni, Nulla infatti, aggiunge, importava pi di quella riunione. Non c'era dubbio che i Comuni che componevano i novantasei centesimi, o la quasi totalit della nazione non dovessero determinare ogni cosa col peso della loro volont e della loro forza . I Comuni o il Terzo Stato erano la nazione; ma quelli che volevano veder la co sa altrimenti, quelli che ci avevano un interesse, tutti i deboli che si lasciav ano strascinare, tutti i ciechi che non sanno vedere, e che hanno bisogno degli occhi altrui, potevano dire: A memoria d'uomini ci sono stati tre Ordini; non ne vedo che uno, dove sono gli altri due? E da quando in qua, e per qual legge, le tre volont che hanno deciso tutto in quelle assemblee, sono ridotte ad una? La r agione risponde che non conosce tre volont nei rappresentanti della nazione, e ch e ci sono tante volont quanti sono i rappresentanti. Argomento, in verit, che avreb be avuto un gran peso se, o i seicento deputati dei Comuni fossero stati i novan tasei centesimi della nazione, o si fossero costituiti in conformit d'un mandato di quelli. Ed invece uno dei pi prodigiosi esempi dell'infelice potere che l'uomo ha di cambiare i nomi alle cose col semplice mezzo d'una figura di rettorica. Ma, conclude il Bailly, e qui il vero significato della consolazione espressa da lu i al Clero in nome dei Comuni, ma era utile una forma che escludesse anche una ta

le obbiezione. La riunione produceva questo effetto. E' nota l'apostrofe d'uno di quei curati ai deputati appartenenti ai Comuni, nel la seduta dell'assemblea diventata Costituente, in cui fu decretata la vendita d ei beni del Clero: quando veniste nella nostra camera a scongiurarci in nome del Dio di pace di riunirci a voi, era dunque per assassinarci?. Il ritardo d'un giorno della seduta reale era stato cagionato da un gran dispare re tra i consiglieri del re, per cui si ebbero a moltiplicare le conferenze che si tennero intorno alla forma che egli dovesse imporre agli Stati Generali di qu ella solenne convocazione: tanto era lontano il pensiero di scioglierli! Il ministro Necker aveva presentato al re nel suo Consiglio un progetto di dichi arazione che aveva tre oggetti principali: invalidare la deliberazione dei Comun i; determinare imperativamente le relazioni dei Tre Stati tra di loro; specifica re le riforme alle quali il re avrebbe data la sua sanzione. E fu intorno ad alc uni punti di questo progetto, che s'aggirarono le discussioni, e si prolungarono oltre il termine fissato. In quanto al primo capo la dichiarazione proposta dal Necker annullava in fatto, ma con una espressione indiretta e mitigata, l'atto dei Comuni, dicendo che il re passava a pronunziare, senza attendere ("sans s'arrter") alla deliberazione de l 17 giugno. Il Guarda Sigilli, secondato da una parte del Consiglio, sostenne c on gran calore che un atto incostituzionale e temerario come era stato quello de i Comuni, doveva essere cassato colle qualificazioni pi espressive. Riguardo alla questione per cui le cose erano arrivate a un tal segno, quella, d ico, della riunione o separazione degli Ordini, la dichiarazione proposta dal Ne cker distingueva in due classi gli affari da trattarsi, l'una degli affari rigua rdanti interessi particolari di questo o di quell'Ordine, i quali dovessero trat tarsi da ciaschedun Ordine separatamente; l'altra degli affari d'interesse gener ale della nazione, e quindi da esser deliberati in comune; e in questa classe co mprendeva l'organizzazione degli Stati Generali avvenire. Il Guarda Sigilli e la sua parte opposero che il re poteva bens permettere che gli Ordini deliberassero in comune quando tutti e tre vi consentissero; ma che il prescriverlo sarebbe s tato un abuso di autorit, una violazione di forme antiche quanto la monarchia; e che oltracci il sottomettere alla deliberazione comune l'organizzazione futura de gli Stati Generali sarebbe stato un darla in bala al Terzo Stato che, per l'adesi one del Clero inferiore, ci avrebbe avuta una quasi certa maggioranza. Finalmente, sulle molte e importanti riforme specificate nel progetto, e che era no in generale le riforme invocate dalla opinione pubblica, proposte nella maggi or parte delle istruzioni degli elettori, e consentite, se non altro come inevit abili, dai pi saggi tra quei medesimi che non avrebbero pensato a promoverle, fur ono fatte e sostenute acremente varie eccezioni. Il progetto portava una espress a abrogazione di tutti i privilegi in materia d'imposte : a questo fu opposto ch e, avendo gi i due primi Ordini annunziata la decisa intenzione di rinunziare a t ali privilegi, un comando espresso del re sopra un tal proposito sarebbe stato e superfluo e ingiurioso ad essi, e che sarebbe bastato il promettere di sanziona re la deliberazione che ne avrebbero presa in forma solenne. Il progetto dichiar ava ammessi tutti i cittadini indistintamente agli impieghi civili e militari. R iguardo ai militari in specie si obbiett che, essendo l'esercito dipendente dal r e, ogni ingerenza degli Stati Generali ne doveva essere esclusa; e in genere, pe r gli impieghi si disse che il re non doveva accordare anche un tal favore al Te rzo Stato (26). Queste obiezioni prevalsero, e il discorso progettato dal Necker fu modificato s econdo quelle, malgrado le ragioni addotte in contrario da lui e dai tre ministr i suoi aderenti. Erano, del resto, due illusioni: e quella di credere che delle espressioni pi tem perate, qualche prescrizione di meno e qualche concessione di pi potessero muover e i Comuni a sottomettersi ad un comando il quale, di sovrani che si erano fatti , li faceva calare alla condizione di cittadini, e di cittadini tenuti a segno; e ci quando avevano tutt'altro che una viva persuasione della fermezza del re nel fare eseguire ad ogni costo la sua volont; e illusione anche pi strana, e che mer ita piuttosto il nome di accecamento, quella di credere che un linguaggio pi seve ro e pi vigoroso avrebbe ottenuta una tale ubbidienza. La base comune di queste i

llusioni, quantunque diverse di grado, era la fede, che l'ossequio all'autorit de l re fosse nelle menti quello che era stato altre volte (27). Tristo presagio dell'avvenire d'un paese quando ad imprese tracotanti si oppongo no ripari impotenti. La seduta reale, a cui assistevano i tre Ordini, ebbe luogo il giorno fissato, 2 3 giugno. Il re, in un primo discorso, deplor la dissensione che impediva qualunq ue operazione degli Stati, e dichiar esser suo dovere il farla cessare. Quindi fe ce leggere dal Guarda Sigilli due dichiarazioni con cui annullava la deliberazio ne del Terzo Stato, del 17 giugno e le conseguenti, come illegali e incostituzio nali, e manteneva la distinzione degli Ordini in tre camere, salvo a deliberare insieme quando fosse di comune consenso e colla sua approvazione. Da queste deli berazioni era esclusa la forma di costituzione da darsi ai futuri Stati Generali , e si confermavano alcuni privilegi, dei quali parleremo pi tardi. Con un'altra dichiarazione il re specificava le sue intenzioni per la riforma de llo Stato: intenzioni, che manifestate in una tale circostanza, diventavano impe gni. Aggiunse poi alcune altre parole d'esortazione, alla fine delle quali, e al momento di ritirarsi, prescrisse a tutti i deputati di separarsi immediatamente , per tornare l'indomani ciaschedun Ordine nella sua camera. I Comuni e una part e del Clero resistettero a quella ingiunzione; e questa resistenza comp, come sar facile dimostrare a suo luogo, la distruzione del governo, iniziata dalla delibe razione del giorno 15 e portata avanti da quella del 17. Dopo letta la prima dichiarazione, il re annunzio l'altra che conteneva le sue i ntenzioni, con queste parole: Ho anche voluto farvi presenti di novo i diversi be nefizi che accordo ai miei popoli. Non per circoscrivere il vostro zelo nel cerc hio che passo a segnarvi; che anzi adotter con piacere ogni altro progetto di pub blico bene, che mi verr proposto dagli Stati Generali. Posso dire senza ingannar me medesimo, che mai alcun re non fece altrettanto per alcuna nazione; ma qual a ltra pu, coi suoi sentimenti, averlo meritato pi della francese? Non esiter a dirlo : quelli che con pretensioni esagerate, o con difficolt inopportune, ritardassero ancora l'effetto delle mie intenzioni paterne, si renderebbero indegni d'esser riguardati come Francesi. Delle riforme enumerate nella dichiarazione, alcune aventi un oggetto pi semplice erano assolute e definitive; altre, che richiedevano delle norme d'esecuzione p i numerose e complicate, erano indicate agli Stati Generali, perch ventilassero e proponessero alla sanzione reale il miglior modo di metterle in atto. Ecco le pi importanti delle prime: Nessuna imposizione sarebbe stabilita senza il consenso dei rappresentanti della nazione (art. 1). Quelle che sarebbero mantenute e le nove che potessero essere stabilite, non sarebbero in vigore che fino alla nova sessione degli Stati Gene rali (art. 2). Lo specchio delle entrate e delle spese sarebbe pubblicato ogni a nno in una forma proposta dagli Stati Generali e approvata dal re (art. 5). Le s pese di ciaschedun ministero sarebbero determinate in un modo fisso e invariabil e, e il re sommetteva a questa regola generale anche la somma destinata al mante nimento della sua casa (art. 6). L'importanza di questi capi sar facilmente sentita da chiunque si rammenti che la ragione principale che aveva fatto desiderare quasi universalmente e "chiamare ad alte grida" una convocazione di Stati Generali era la speranza d'ottenere per mezzo loro un rimedio al dissesto delle finanze, alle imposizioni arbitrarie e all'impiego in gran parte arbitrario del prodotto di esse. L'invariabilit delle s omme allogate ai diversi ministeri era probabilmente stata suggerita dalla tende nza non sempre ragionevole, a combattere ogni disordine col mezzo pi direttamente opposto: la discussione a cui il re apriva un libero adito, o almeno le prime p rove avrebbero svelato il difetto di quella prescrizione. L'eguaglianza delle imposizioni, altro vivissimo e giustissimo voto della massim a parte della nazione, era pure promessa, con una condizione bens, ma condizione di pura formalit. Ecco in quali termini: Quando le disposizioni formali annunziate dal Clero e dalla Nobilt, di rinunziare ai loro privilegi pecuniari saranno state realizzate dalle loro deliberazioni, i ntenzione del re di sanzionarle, e che non esista pi nel pagamento delle contribu zioni pecuniarie alcuna specie di privilegio o di distinzione (art. 9).

Il re vuole che, per consacrare una disposizione cos importante, il nome di Taglia sia abolito in tutto il regno... (art. 10). Era il nome che s'applicava a tutte le tasse che pesavano per la massima parte sulle terre possedute dalle persone d el Terzo Stato. Ora, l'impegno preso dal Clero e dai Nobili era irrevocabile di sua natura; e qu ando fosse loro venuta l'infelice tentazione di tirarsene indietro, come mai l'a vrebbero potuto, avendo contro di s il voto dei deputati del Terzo Stato, l'opini one pubblica, e l'attestato solenne che dava il re di tenerlo per obbligatorio s anzionandone anticipatamente l'effetto, quasi come gi avvenuto, con un atto defin itivo, come s' visto nelle ultime parole citate dianzi, e come si vedr di novo sul la fine della dichiarazione? Solamente non aveva voluto dare come un suo "motupr oprio" ci che doveva esser l'adempimento d'un obbligo contratto da altri. Costituiva poi degli Stati provinciali in tutto il regno, composti, per la met, d i membri del Terzo Stato, per l'altra met, di tre parti di Nobili, e due del Cler o, eletti liberamente dai tre Ordini rispettivi; e a questi Stati conferiva l'am ministrazione delle rispettive pronvicie, con molte attribuzioni riservate fino allora alla amministrazione generale dello Stato (art. 17-22). Un altro articolo (30) annunziava la volont risoluta del re, d'abolire le comanda te ("les corves pour la confection et l'entretien des chemins"), iniqua imposta p ersonale per cui i contadini erano obbligati ai lavori delle strade, senza ricev erne mercede. L'altre riforme stabilite in massima e rimesse, per la forma concreta, alla disc ussione degli Stati Generali, assicuravano la libert individuale, la libert della stampa, la libert del commercio interno, e la riforma delle leggi civili e crimin ali. Ecco gli articoli relativi a questi diversi capi: Il re, desiderando d'assicurare la libert individuale di tutti i cittadini in una maniera solida e durevole, invita gli Stati Generali a cercare e a proporgli i m ezzi pi convenienti di conciliare l'abolizione degli ordini conosciuti sotto il n ome di "lettres de cachet", colla conservazione della sicurezza pubblica e colle precauzioni necessarie, sia per risparmiar l'onore delle famiglie, sia per repr imere con celerit i princpi di sedizione, sia per preservare lo Stato da intellige nze colpevoli colle potenze straniere (art. 15). Gli Stati Generali esamineranno e faranno conoscere a Sua Maest il mezzo pi conveni ente di conciliare la libert della stampa col rispetto dovuto alla religione, ai costumi e all'onore dei cittadini (art. 16). Gli Stati Generali s'occuperanno del progetto concepito da lungo tempo da Sua Mae st, di portar le dogane ai confini dello Stato, affinch la libert pi intera regni ne lla circolazione interna delle merci nazionali o straniere (art. 25). Il re, secondo il voto manifestato nella sua dichiarazione del 23 settembre scors o, esaminer con seria attenzione i progetti che gli saranno presentati riguardo a lla amministrazione della giustizia e ai mezzi di perfezionare le leggi civili e criminali (art. 28). Sottraeva poi irrevocabilmente al suo arbitrio e a quello de' suoi successori tu tte in genere le riforme indicate, e in particolare le pi importanti, con questa solenne dichiarazione: Il re vuole che tutte le disposizioni d'ordine pubblico e di beneficenza riguardo ai suoi popoli, che avr sanzionate colla sua autorit durante la sessione presente degli Stati Generali, e tra l'altre quelle relative alla libert personale, alla eguaglianza delle contribuzioni, allo stabilimento degli Stati Provinciali, non possano mai esser cambiate senza il consenso dei tre Ordini presi separatamente. Sua Maest le colloca anticipatamente nell'ordine delle propriet nazionali, che vu oi mettere, come tutte le altre propriet, sotto la pi sicura custodia. Finita quella lettura, il re prese di novo la parola in questi termini: Signori, avete inteso il risultato delle mie disposizioni e de' miei intenti. Sono confor mi al mio vivo desiderio d'operare il ben pubblico; e, se per una fatalit che non posso prevedere, voi mi abbandonaste in una cos bella impresa, io far da me solo il bene dei miei popoli, solo mi riguarder come il loro vero rappresentante; e co noscendo i vostri mandati, conoscendo la perfetta corrispondenza tra il voto pi g enerale della nazione e le mie intenzioni benefiche, avr tutta la fiducia che una

cos rara armonia deve ispirare, e camminer allo scopo che mi sono proposto con tu tto il coraggio e. con tutta la fermezza che me ne deve venire. Consigli poi ai de putati di riflettere che nessuna loro disposizione poteva aver forza di legge ch e colla sua sanzione: nel che s'ingann a partito, come s'ingannarono essi nel cre dere che colle disposizioni fatte senza di essa, avrebbero costituito un governo . Fece loro finalmente sentire quanto sarebbe ingiusta ogni loro diffidenza, e c onchiuse: Vi ordino di separarvi immediatamente, e di trovarvi domattina ognuno n ella camera assegnata al suo Ordine, per riprendere le vostre sedute. Uscito il re, la Nobilt e una parte del Clero si ritirarono; i deputati del Terzo Stato e molti curati (parte in fatto accessoria e passiva) rimasero al loro pos to "tranquilli e in silenzio", dice il Bailly, che li presedeva. Un altro deputa to, il Mounier gi citato, afferma invece, che "molti deputati dei Comuni gridavan o che si doveva rimanere al posto". Comunque sia, il Bailly non lev la seduta, e al gran maestro delle cerimonie, M.r de Brez, che qualche momento dopo venne a ripetergli l'ordine del re, rispose ch e la camera aveva prorogata la sua seduta a dopo la seduta reale, e che egli non la poteva separare senza che essa ne avesse deliberato. E volgendosi ai colleghi che si trovavano intorno a lui, aggiunse: "Credo che la nazione riunita" (la meta fora aveva acquistata tutta l'autorit d'un vocabolo proprio) "non ha a ricever or dini". Mentre il maestro delle cerimonie partiva per riportare al re quella risposta, l 'uomo che si era espresso con quella energia che abbiamo veduto sulla necessit de lla sanzione reale, il Mirabeau, insorgendo con veemenza contro di lui, disse a un dipresso, secondo il Bailly: Andate a dire a quelli che vi mandano, che la for za delle baionette non pu nulla contro la volont della nazione. Col buon senso che aveva nelle cose secondarie e nell'apprezzare le relazioni immediate dei fatti, il Bailly soggiunge: Fu lodata assai questa risposta che non una risposta, ma un' apostrofe che non doveva fare, che non aveva diritto di fare, poich il solo presi dente deve parlare; e apostrofe che oltre all'esser fuori di regola, era anche f uori d'ogni misura. La misura richiede che non si risponda se non a ci ch' stato d etto. Era egli stato parlato di baionette, era stata annunziata la forza, era us cita una sola minaccia dalla bocca di M.r de Brez? No. Faceva presente, secondo i l suo dovere, un ordine del re. Il re aveva egli il diritto di dare questo ordin e? L'assemblea, col continuare la seduta, ha deciso di no; e io, dichiarando che l'Assemblea non poteva esser separata senza averne deliberato, le avevo mantenu ti i suoi diritti e la sua dignit; e ero rimasto nella misura che una assemblea e il suo presidente non devono mai oltrepassare. Ma era appunto di regole e di convenienze che il Mirabeau si dava pensiero in qu el momento. Quel tono di sfida gli serviva per secondare insieme e render pi riso luta la disposizione dei Comuni a rigettare un ordine di cose nel quale egli avr ebbe trovato difficilmente occasioni e mezzi di produrre una agitazione tale da far desiderare al governo il suo soccorso per sedarla. E gi una scappata cos fuori dell'ordinario aiutava a farlo sempre pi parere un nemico arrischiato e pericolo so, mentre accresceva il suo ascendente sulla assemblea, che veniva come a ricon oscerlo per suo antesignano; giacch chi va pi avanti degli altri seguito, quando l a cosa sull'andare avanti. Le lodi poi che accenna il Bailly venivano dall'opinione che il Mirabeau in quel la congiuntura avesse data una gran prova di coraggio. Non tutti per la pensavano cos; e tra gli altri, un suo collega gi pi volte citato da noi ricava in vece da q uella bravata una prova che non ci fosse nulla da temere. Il giudizio che esprim e sull'uomo pu parere ingiusto per eccesso: vizio da cui in tempi di passioni pol itiche si preservano difficilmente anche gli uomini onesti; ma per levare al fat to ogni lode di coraggio le sue ragioni sono pi che sufficienti. L'esaltazione, dic e, era tanto violenta, i capi dei Comuni conoscevano tanto bene la circospezione della corte e il loro impero sul popolazzo, che un uomo, non meno famoso per la sua vigliaccheria, che per i suoi delitti e per i suoi talenti, os rispondere: "N oi non usciremo di qui se non per la forza delle baionette" (28). Ah! non era quella volta l, che, nel corso della Rivoluzione dovessero le baionet te entrare in una Assemblea di legislatori: ci avevano a passar di mezzo degli a nni e delle grandi vicende. Doveva prima quella stessa Assemblea ricevere in que

lla stessa sala una masnada di donne raccolte nelle strade di Parigi, accompagna te da luridi e feroci ribaldi, e ascoltare una parlata arrogante d'un abbiettiss imo scellerato che era il capitano della comitiva (29), e vedere invasi da essa i suoi stalli, e sentirsi, di mezzo a una confusione di urli, ora imporre silenz io, ora prescrivere deliberazioni (5 e 6 ottobre 1789). Doveva una seconda Assem blea, parte connivente e parte sopraffatta, accogliere una ciurma pi grossa e pi m alvagia, armata di sciabole, di picche, di coltelli, di falci, di strumenti di d iverse arti, preceduta da insegne schifose e atroci, venuta "a presentarle i suo i omaggi" (30); e vedersela passar davanti, come in rassegna, urlando e cantando , per andare alla dimora del re, e fare a lui una pi vile e pi infame violenza (20 giugno 1792). Doveva una terza Assemblea, non gi accogliere l'insurrezione nel s uo recinto, ma uscirle incontro essa stessa (meno alcuni che erano d'intesa) per conoscere le sue disposizioni, ed esser respinta dal comandante della forza arm ata, Henriot, che le ingiunse di ritornare nella sua sala e di consegnare trenta quattro dei suoi membri; e avendo tentato di uscire da un'altra parte, trovarsi a fronte Marat che, alla testa di alcuni mascalzoni, le intim lo stesso comando; e rientrar lemme lemme a decretare l'arresto della maggior parte dei deputati pr oscritti dalla insurrezione (2 giugno 1793). Cos, da una Assemblea, che, per esse rsi detta la nazione, intendeva di non avere a ricevere ordini da nessuno, si ar riv a un'altra, che eletta espressamente come rappresentante non d'un Ordine, ma della nazione, ebbe a ricevere comandi da un Henriot, gi servitore, poi gabellier e, poi incendiario della gabella dove era impiegato, poi uno degli assassini del settembre, e da un Marat, per cui non si saprebbe dire se fosse pi forte o l'orr ore o il disprezzo di quasi tutti i suoi colleghi. Dovevano ancora due altre Ass emblee vedere i luoghi delle loro sedute circondati e stretti da truppe mandate da una forza arbitraria, e riunirsi in parte (giacch diversi deputati erano stati fatti mettere in prigione dalla stessa forza), riunirsi, dico, in altri recinti , e quivi sancire, insieme con una quantit d'altri atti iniqui, e senza processo e senza appoggio di nessuna legge nemmeno rivoluzionaria, la deportazione inuman a di cinquantatr deputati, membri e in parte capi della maggioranza del giorno av anti, cio di quando l'Assemblea era il risultato dei voti di tutti gli elettori d i Francia (18 e 19 fructidor, an V = 4 e 5 settembre 1798). Finalmente, dieci an ni dopo essere state cos fuor di proposito messe in campo dal Mirabeau, le baione tte entrarono davvero in una Assemblea di legislatori per, farla sgombrare, e ri ncalzando quelli che erano renitenti ad obbedire alla intimazione che ne era sta ta fatta, li determinarono ad uscire, quali dalle porte e quali dalle finestre d el santuario delle leggi, come lo chiamavano spesso, e che per fortuna era quell a volta al pian terreno (18 brumaire, an VII = 9 novembre 1799). E ci che pi da no tarsi, la Francia non solo non si scandalizz d'un tal fatto, n se ne tenne offesa nella sua dignit, ma se ne rallegr come d'una vera liberazione. Chiedo scusa al lettore d'essermi lasciato portar via da un incidente a invertir e l'ordine storico e a far menzione di conseguenze anche remote, mentre non si t ratta ancora che d'esporre i fatti causali, e di considerarli dal solo lato del diritto, per osservar poi a suo luogo gli effetti prodotti dall'averlo violato. Ma una tentazione che rinasce ad ogni momento in chi contempla quella storia; ta nto s'affacciano subito alla mente i contrasti singolarissimi tra ci che fu ideat o, preparato, aspettato, profetato, e ci che avvenne. Non potrei quindi arrischia rmi a dire, come i bambini colti sul fatto: non lo far pi; ma col proposito di far lo pi di rado e pi di fuga che potr, riprendo la serie dei fatti. Uscito, senza replicare, il gran maestro delle cerimonie, fu nei Comuni proposto e rigettato il parere di rimettere all'indomani la discussione sulla dichiarazi one del re. Vari deputati parlarono per dimostrare che l'Assemblea dovesse persi stere nelle sue precedenti risoluzioni, e l'abate Sieys compendi tutte le loro rag ioni in quel motto rimasto celebre: Voi siete oggi ci che eravate ieri. E diceva la verit; ma cosa erano il giorno avanti? I deputati del Terzo Stato creatisi da s A ssemblea Nazionale, contro il titolo che avevano dalla loro elezione, e contro l e istruzioni dei loro elettori. Era, del resto, quanto all'effetto, l'argomento pi efficace che si potesse adoprare; giacch senza dubbio un mezzo molto valido di persuadere gli uomini il dir loro: date ragione a voi medesimi, e non vi lasciat e riprendere ci che avete preso.

Qui il luogo di domandare se le "condizioni" proposte dal re in quella dichiaraz ione erano tali da creare uno di quei momenti supremi in cui un paese, spogliato dal suo governo dei beni essenziali al viver civile e alla dignit umana, e fuori di speranza d'ottenerli continuando a sopportar quel governo, fa col distrugger lo un atto di giustizia, quando abbia il mezzo di sostituirgliene uno da cui gli siano assicurati quei beni. Di tali casi, in altri luoghi e in tempi pi o meno distanti, ne erano avvenuti di versi, e alcuni strepitosissimi. La violazione di convenzioni solennemente stipu late o riconosciute, la soppressione arbitraria e violenta d'istituzioni tutelar i della giustizia e della libert e propriet dei cittadini, e gli atti oppressivi e all'occorrenza crudeli che sono l'accompagnamento naturale di tali imprese, era no stati in varie parti d'Europa e in una parte d'America, motivo di grandi rivo luzioni: rivoluzioni che, principiate per la difesa di antichi ordini, si potreb bero, riguardo alla loro origine, chiamare conservative; e che, vittoriose, trov arono in quegli ordini stessi un germe per la formazione di nuovi Governi, i qua li con svolgimenti e modificazioni occasionali e successive, sono durati un pezz o, anzi durano, e qualcheduno da secoli. E una circostanza da notarsi che quasi tutti i governi stati cos rovesciati, erano stranieri, e che, in qualunque manier a quei popoli fossero trattati, erano sempre privi di quel supremo, vorrei poter dire di quel supremissimo dei beni politici, l'indipendenza nazionale. Nulla di tutto ci nel caso di cui si tratta. Era un re del paese, che in un paese dove n le leggi, n le consuetudini mettevano alcun limite al suo potere assoluto, consentiva a limitarlo, e sanciva in una volta la maggior parte e la pi essenzia le, delle riforme desiderate dal paese medesimo, e manifestate nelle istruzioni date ai suoi rappresentanti. Certo, avrebbero dovuto essere ben prevalenti, bene urgenti, bene straordinari i motivi che, in tali circostanze, potessero render giusta e necessaria una resistenza la quale portava inevitabilmente uno di due g ran mali: o la repressione colla forza da parte del governo, o la distruzione de l governo medesimo, con quelle qualunque conseguenze che fossero per derivarne. Nella breve deliberazione che ebbe luogo nella Assemblea non si vede che siano s tati addotti altri motivi per resistere alla dichiarazione del re, se non il dir itto della Assemblea medesima, di mantenere i suoi decreti, e il dovere di mante nere il suo giuramento, e la forma imperativa e dispotica con cui il re pretende va d'imporre la sua volont ai rappresentanti della nazione. Qui, volendo ragionare, non si pu fare altro che ripetere ci che s' detto pi d'una v olta. Donde aveva l'Assemblea il diritto di mantenere i suoi decreti? Dall'averl i fatti. E donde aveva avuto il diritto di farli? Se l'era dato da s, ricavandolo dalla metafisica dell'abate Sieys. S'intende benissimo che un Corpo istituito pe r tutelare delle pubbliche libert a fronte del poter regio, e con attribuzioni ri conosciute dal paese e da quel potere medesimo, creda con tutta ragione d'avere il diritto e anche il dovere di resistergli quando questo imprenda di levargli q uelle attribuzioni, per governare dispoticamente e senza contrasti. Ora, gli Sta ti Generali erano bens quelli che, quantunque in un modo non definito, rappresent avano la nazione, per consenso di essa e del re; ma la questione non era punto t ra il re e gli Stati Generali. Anzi in realt questi non esistevano pi: il Terzo St ato arrogandosi l'autorit intera, gli aveva scomposti e distrutti. E cosa strana! quando quei deputati si radunarono nel Jeu de Paume, per timore che il re medit asse di sciogliere gli Stati Generali, non s'avvedevano d'averli gi sciolti in ef fetto essi medesimi: tanto che si trovarono condotti come da una necessit ad abol irne il nome. Lo scopo della dichiarazione del re era invece di ristabilirli, sc opo che and fallito per la resistenza dei Comuni. E il re al quale solo appartene va per consenso universale (qual titolo pi legittimo?) la facolt di convocare gli Stati Generali, era naturalmente il solo che potesse avere quella di ristabilirl i. E per far ci, dopo tutti i tentativi inutili per farli andar d'accordo nel tro vare un modo di deliberazione, era necessario prescrivergliene uno. Facolt consen tita al re universalmente anche questa. E in prova di ci, il decreto con cui avev a prescritto che il Terzo Stato dovesse avere un doppio numero di deputati, fu r icevuto con una viva riconoscenza, come un atto spontaneo e libero della sua aut orit. E in quanto al giuramento, che valore poteva avere non essendo fondato in un dir

itto? Ma fosse stato validissimo, non si vede come mai potesse portar l'obbligo di resistere alla dichiarazione del re. Con quel giuramento ciaschedun deputato aveva assunto l'impegno di non separarsi dalla Assemblea prima che la costituzio ne fosse stabilita. E il re prescriveva forse a quei deputati di separarsi? Nepp ur per idea. Ma il rimanere uniti nella qualit che avevano ricevuta dalla loro el ezione, e non in quella che s'erano data, lo prendevano per una separazione. Tan to l'antilogia conduce facilmente all'antifrasi! La forma imperativa della dichiarazione fu addotta anch'essa come una ragione pe r non tenerne conto. E' un sovrano, disse un deputato, esprimendo un sentimento co mune ai suoi colleghi, un sovrano che parla da padrone, quando dovrebbe consultar e. Il Bailly, nelle sue Memorie, dopo avere accennate le disposizioni favorevoli al Terzo Stato sancite o promesse nella dichiarazione, Tutte ottime cose, dice; ma er a quella la forma, nel momento che la nazione, e la nazione illuminata, era pres ente?. La forma che fa passar sopra alle cose! La formula poi di "nazione illuminata" n on esprime, che una contradizione: tutti, vale a dire alcuni. Varie espressioni della dichiarazione eccitarono poi particolarmente il loro sde gno, e anche quello di molti loro contemporanei e di molti posteri: tra le altre il nome di benefizi dato alle disposizioni ricordate dianzi. E per verit quella parola era imprudentissima. Non gi che fosse usata per la prima volta in un tal s enso, sicch avesse ad offendere gli orecchi con una insolente novit. Era anzi affa tto comune; e anche poco tempo prima, i "Sei Corpi" (compartimenti municipali) " della Citt di Parigi", in un indirizzo allo stesso Luigi Sedicesimo, per ringrazi arlo del decreto che prescriveva il raddoppiamento del Terzo, gli applicavano du e volte quel nome. E non c' da maravigliarsi che i re, a forza di sentirsi risona re agli orecchi delle espressioni proprie a magnificare ogni loro atto, le trova ssero naturali e da poterle ripetere anch'essi. Nel caso in questione poi quella parola esprimeva una gran verit. Erano benefizi, e gran benefizi: solamente non toccava al re a dirlo. Ma qui mi sento dar sulla voce e dire, anzi gridare: E che? per il fatto di trova rsi sotto il dominio assoluto d'un uomo, gli uomini avranno perduto davanti alla verit e alla giustizia ogni diritto? E il bene che piacesse al padrone di far lo ro dovrebbe esser riguardato come una elemosina?. Niente di tutto questo. Io sono persuaso, almeno quanto chi mi grida pi forte, ch e un governo qualunque, o sia in mano d'un solo o di pi, ereditario o elettivo, s tabile o provvisorio, come si vuole, non fa che il suo dovere facendo ai governa ti tutto il bene che pu. Ma chiamo benefizio il bene che uno fa ad altri quando i l solo che lo possa fare senza cagionar dolori incomparabilmente pi gravi della p rivazione di esso, e quando potrebbe lasciar di farlo. Se uno sta per affogare, e un altro, che si trovi l solo, gli porge una mano, senza suo pericolo, senza al tro incomodo che di bagnarsi i piedi, adempie uno stretto dovere morale, tanto c he, trascurando di dargli quell'aiuto, commetterebbe un'empiet. E nondimeno il sa lvato chiamer benefizio quell'atto, e gli parrebbe, con ragione, d'essere ingrato a non farlo. Ora, il caso era appunto d'un tal genere. Luigi Sedicesimo era il solo che potesse dare alla Francia quei beni senza guerre civili, senza guerre e sterne, senza teste portate sulle picche, senza uomini scannati a torme per inte re giornate, senza centuplicare le carceri, senza migliaia di supplizi, senza pr ovincie desolate, senza villaggi bruciati e pezzi di citt diroccati. Certo, quand o le condizioni poste dal re a quei beni fossero state immutabili (che non erano ), sarebbe ancora una crudele assurdit il metterle a confronto con ci che l'accett arle avrebbe prevenuto. E di pi, quei beni, il re che gli offriva era il solo che potesse darli subito, giacch ebbero a passare degli anni prima che la Francia po tesse avere di fatto e con una tranquilla continuit, n la libert individuale, n la l ibert della stampa, n la libert del commercio interno, n l'eguaglianza delle imposiz ioni. Per una gran parte di quei deputati poi, la dichiarazione del re era anche un be nefizio personale, perch, accettata, avrebbe loro risparmiati terrori continui, p rigione, emigrazioni, confische. E benefizio in grado speciale per alcuni di lor o, e che erano quasi tutti tra quelli che lo ebbero pi a sdegno. Benefizio in gra

do speciale per il loro presidente Bailly deputato di Parigi, e per pi altri suoi colleghi che non sarebbero stati decapitati per sentenza di un Tribunale Rivolu zionario di Parigi (31): rivoluzionario s, tribunale no. Benefizio in grado speci ale per Boulouvard deputato di Arles, per Populus deputato di BourgenBresse, per Lavenne deputato di Bazas, che non sarebbero stati decapitati per sentenza, l'u no d'un Tribunale Criminale di Marsiglia, l'altro d'una Commissione Rivoluzionar ia di Lione, l'altro d'una Commissione Militare di Bordeaux. Benefizio in grado speciale per RabautSainttienne altro deputato di Nmes, per Salles deputato di Nanc y, per Buzot deputato di Evreux, per Ption deputato di Chartres, che non sarebber o stati "messi fuori della legge", per decreto della Convenzione, cio condannati a morte senza processo, n il primo, mandato al patibolo dallo stesso cos indegname nte chiamato tribunale, n il secondo dalla suddetta Commissione Militare di Borde aux, n gli altri due, dopo avere errato miseramente di nascondiglio in nascondigl io, si sarebbero dati disperatamente la morte da s, in un campo di grano. Benefiz io in grado speciale per Cussy deputato di Caen, che doveva esser messo egualmen te fuori della legge, e mandato al patibolo dal solito tribunale. Benefizio in g rado speciale per Merle deputato di Mcon, che non sarebbe stato attaccato a una l unga gomena colle mani legate dietro la schiena, in compagnia di dugento otto al tre vittime, e moschettato con esse da soldati disposti in ordinanza; giacch come mai, senza quella tremenda e concatenata successione di effetti che tenne dietr o alla risoluzione dei Comuni, la citt di Lione sarebbe potuta cadere sotto il do minio di un attore di teatro (Collotd'Herbois) e di un prefetto di collegio dell a Congregazione dell'Oratorio (Fouch), che vi ordinarono quelle nefande esecuzion i? Benefizio in grado speciale finalmente per quello che fu l'ultimo della lugub re lista, Robespierre deputato di Arras, che non sarebbe stato proscritto alla s ua ora, e condotto al supplizio, tra gli spasimi d'una mascella fracassata da un colpo di pistola, e accompagnato da immense grida di esecrazione e di giubilo, e grida quella volta non pagate n comandate. E' vero che alcuni di quei deputati avevano dichiarato, e anche pi volte, di non far conto veruno della loro vita, e d'esser pronti a sacrificarla quasi con piac ere. E si ammetta pure che lo pensassero davvero; non era certo n per un tal modo , n per un tal risultato che intendevano di fare quel sacrificio. Pensavano al ca so immaginario di dover perire nella lotta col dispotismo regio, non mai sotto l a scure d'un altro dispotismo, al quale, ben lontani dall'immaginarselo, aprivan o essi la strada. Il Barnave, uno di quelli che alzarono allora la voce per dich iarare che l'Assemblea dovesse rimanere unita, condannato poi a morte, esclam, ba ttendo il piede sul palco del patibolo: Ecco dunque il premio di ci che ho fatto p er la libert. Sarebbe certamente un fenomeno strano quanto doloroso, se ci che fosse stato fatt o per la libert, avesse potuto condurre al pi atroce e indegno dispotismo, quale f u il dominio di alcuni scellerati sulla vita di ogni Francese. Ma non era cos; e quelle ultime parole, degne per un'altra ragione di una profonda e rispettosa pi et, mostrano che l'infelice Barnave moriva senza aver conosciuto che la questione tra il re e i Comuni non era stata una questione di libert (giacch la libert il re l'aveva offerta) ma di potere; e che quando l'esempio dato da quelli ebbe fatto vedere che coll'audacia si riusciva ad impadronirsi del potere, e altri uomini, non pi coraggiosi, ma pi audaci, se ne furono impadroniti alla loro volta; era un a cosa naturalissima che mettessero nella crudele mescolanza delle loro vittime un uomo che con sforzi generosi ma tardi, aveva tentato di tagliar loro la strad a. Quell'animo nobile ma illuso credeva di essere, dopo i primi fatti della Rivo luzione, andato troppo avanti nella strada della libert; non si accorgeva di aver ne presa da principio un'altra. Il Buzot, uno anch'egli di quelli che espressero caldamente il loro voto per la resistenza alla dichiarazione del re, scrisse, quando fu profugo e nascosto, del le Memorie dove appare manifestamente in pi d'un luogo che se avesse potuto preve dere ci che gli fu poi insegnato duramente dalla esperienza, non avrebbe esitato a riguardare quella dichiarazione come un benefizio per se e per il paese. Ecco alcuni di quei luoghi: Costernati da tanti eccessi che fanno rabbrividir d'orrore , gli onesti abitanti delle campagne... piangono e sospirano i tempi anteriori d i un regime pi dolce e pacifico... Nell'abisso dei mali in cui la licenza e la mi

seria hanno precipitato questo superbo paese, si quasi ridotti a desiderare l'an tico dispotismo, giacch una cosa incerta se i Francesi potrebbero ancora sopporta re il regime moderato della Costituzione del 1791... Il dispotismo va spiando il momento della nostra stanchezza, per offrirci con le catene la pace e del pane. Francesi, voi lo accoglierete come una divinit tutelare. E non era il dispotismo, non erano catene che offriva il re nella dichiarazione del 23 giugno. I ribaldi trionfano esclam il Robespierre nella Convenzione, quando fu messo in stato di acc usa. Si ammetta pure (e non poco) che quell'uomo fosse disposto a dar la sua vit a per il trionfo di una causa; non intendeva certo di fare un tal sagrificio per ch trionfassero i ribaldi. Parve anche esorbitante a molti, e allora e dopo, l'avere il re protestato che, s e gli Stati Generali lo avessero abbandonato nella impresa, avrebbe fatto egli s olo il bene dei suoi popoli, e solo si sarebbe riguardato come il loro vero rapp resentante. E qui c'era del novo, senza dubbio. Ma non trovo che allora sia stato osservato, e non so neppure se sia stato osservato pi tardi, cosa importasse que lla novit. Sarebbe egli mai venuto in mente all'antecessore di Luigi Sedicesimo d i chiamarsi rappresentante dei suoi popoli? E che viso avrebbe fatto a chi gli a vesse dato un tal titolo? E Luigi Quattordicesimo, che disse: Lo stato sono io? E Enrico Quarto, che disse: Il mio pi bel titolo quello di primo gentiluomo del mio regno? Si vada pure indietro fino i Clodoveo, e si troveranno bens tanti titoli da ti a diversi di quei re, e per diverse cagioni, o accidenti; ma quello di rappre sentante dei popoli, no davvero. Erano, in bocca di un Re di Francia, parole nov e, che prenunziavano e accettavano un tempo novo, erano una rinunzia, implicita ma irrepugnabile a quella massima tanto solenne in Francia fino allora, che il r e tenesse il suo potere direttamente e immediatamente da Dio, e che, per consegu enza, questo potere fosse independente da ogni sindacato, e inamissibile. E sare bbe facile indovinare, se non ce ne fosse una testimonianza positiva e irrecusab ile, che quelle parole erano parole del ginevrino Necker (32), dell'uomo che, in quel momento, era portato in trionfo come la negazione vivente di tutto ci che e ra contenuto nella Dichiarazione imperativa del re. Il concetto poi di quelle pa role, che anche nella sua generalit aveva un significato importante, ne acquistav a uno pi importante, perch specificato, da quelle che seguivano, e che giova ripet ere: Conoscendo i vostri mandati, conoscendo la perfetta corrispondenza tra il vo to generale della nazione e le mie intenzioni benefiche, avr tutta la fiducia che una cos rara armonia mi deve ispirare. Era la seconda volta in tutta quella discu ssione, che si nominavano i mandati degli elettori. Il Mirabeau ne aveva parlato nel principio; non se ne fece caso, come si veduto; e d'allora in poi, se non m 'inganno, quelle parole non erano state pi pronunziate nella sala dei Comuni. Que sta volta era il re che introduceva nella questione la volont espressa degli elet tori, e il voto della nazione: l'Assemblea, invece, non ne facendo pi caso dell'a ltra volta, restringeva tutto a s e ad un diritto che si era conferito. Quel suo atto fu celebrato da molti contemporanei, da molti storici, da molti altri scrit tori, come quello con cui essa si poneva qual propugnacolo della nazione a front e di un volere arbitrario. Ma se si pu credere che, dopo tre quarti di secolo, si a cominciata la posterit, si pu anche domandare da qual parte fosse il riguardo al la nazione, da qual parte il volere arbitrario. Offese poi in modo particolare i Comuni la somiglianza della seduta reale con qu elle chiamate "Lits de Justice", che il re teneva nel Parlamento, e nelle quali ordinava che vi si registrasse in sua presenza, qualche editto o ordinanza, perc h potesse avere la sua piena esecuzione, nonostante le rimostranze del Parlamento medesimo. E il risentimento eccitato da una tale somiglianza era naturale in uo mini che s'erano detti la nazione. Ma erano la nazione? La questione ritorna sem pre l. Come deputati del Terzo Stato, cio della grandissima parte della nazione, e rano qualche cosa di molto superiore al Parlamento; come Assemblea Nazionale cre atasi da s, contro la loro istituzione e i loro mandati, erano, lo dir pure poich l a cosa lo richiede, usurpatori, cio meno di privati. E qui non si deve dimenticar e che fino allora il re, nelle sue relazioni coi diversi Ordini, nel complesso d ei quali vedeva con tutta la nazione concorsa ad eleggerli, la sola vera forma d egli Stati Generali, non aveva presa altra parte che quella di modesto paciere, e lungi dall'imporre alcuna sua volont, si era limitato a far proposte di concili

azione, con un rispetto scrupoloso alla libert di essi; e che quel tono di comand o non lo prendeva che contro un atto arbitrario da qualunque lato si voglia cons iderarlo. Il Ministro Necker non aveva assistito coi suoi colleghi alla seduta reale. I su oi avversari gliene fecero un gran carico: a torto in quanto era cosa iniqua il pretendere che paresse approvare colla sua presenza ci che era stato risoluto mal grado le sue proteste; non senza ragione in quanto, separandosi dal suo capo in una circostanza cos solenne e decisiva, usava di una libert che avrebbe dovuta pri ma riacquistare col rassegnar la sua carica. Ad ogni modo quella assenza accrebb e a dismisura e in un momento, il favore di cui il Necker godeva gi nei Comuni, e molto pi in una gran parte del pubblico. Subito dopo la seduta reale molti deput ati e una folla di gente corsero nella sua abitazione, e nella strada, empiendo l'aria di acclamazioni, e parte al palazzo di Corte, dove fece sentire e mormori i e grida. Il re, attonito e soprafatto da una novit di quella sorte, mand a chiamare in fret ta il Necker, e insieme colla regina che si sapeva essergli contraria, gli fece grande istanza perch non rinunziasse alla carica, come gi se ne era lasciato inten dere. Il ministro si arrese; e attraversando nel ritorno la folla che gli faceva la stessa istanza, le diede la stessa promessa, con che la folla si sciolse per quella volta. Dico per quella volta, perch era la prima comparsa di uno di quei poteri avveniticci accennati dianzi, e che non principiava per cessar cos presto. Strana complicazione di cose! per un verso, parrebbe che fosse per il Necker uno stretto dovere di lealt il sottrarsi a quella specie di adorazione fondata in pa rte, e in una parte importante, sopra un errore, e dichiarar la cosa come era; m a dall'altro, chi avrebbe osato consigliar quell'uomo a render cos impossibile an che a s l'ufizio di conciliatore che, in un cos pericoloso momento, era possibile a lui solo? Il giorno seguente, 24 giugno, pi di cento cinquanta deputati del Clero, tra i qu ali due arcivescovi e cinque vescovi, e gli altri la pi parte curati, andarono a riunirsi ai Comuni, dove furono accolti con grandi applausi. Quelli che rimasero nella loro sala, quantunque ridotti ad una scarsa minoranza, ripresero le loro deliberazioni, fermi nell'attribuire alla parola reale l'autorit che aveva altre volte. E il giorno 25, riconoscendo per validi i poteri gi verificati separatamen te nel loro Ordine, si dichiararono costituiti in assemblea attiva del Clero agl i Stati Generali; e riguardo al comunicare cogli altri Ordini, decisero, in cons eguenza, di volersi attenere al prescritto dalla dichiarazione del re. L'arcivescovo di Parigi (de Suign), tornando in carrozza da quella seduta, fu ins eguito a urli e a sassate da una folla composta probabilmente in parte dagli uom ini del giorno avanti, e in maggior parte da altri meno colti e pi energici, cio l a specie che nei tumulti successivi fu per molto tempo o sola o prevalente. Rius cito a stento a ripararsi in casa, l'arcivescovo ci si trov assediato e minacciat o pi che mai da quella folla, finch scrisse e fece leggere una promessa di riunirs i alla Assemblea. Quell'arcivescovo era stato fino allora in gran venerazione presso ogni classe d 'uomini per le sue molte virt, e particolarmente per la carit verso i poveri, spic cata in modo raro nella carestia dell'inverno dello stesso anno, nel quale, non solo aveva erogati in elemosine i frutti della sua mensa, ma impegnato a quell'i ntento il suo patrimonio contraendo grossissimi debiti. Ma era conosciuto per av verso alla riunione. Fu uno degli esempi diventati tanto frequenti in quell'epoc a, d quanto una esimia bont di animo possa andare unita ad una portentosa incapaci t di riconoscere la forza dei fatti che uscissero dal corso consueto; e insieme d i quanto le passioni politiche, soprattutto in animi non dirozzati dalla educazi one, possano far passare in un momento dal rispetto, e anche dall'affetto, all'i nsulto ed alla violenza. Nella sala dei Nobili qualche deputato della minoranza parl fervorosamente per la riunione; altri della parte maggiore insorsero contro; e l'adunanza fu per qual che tempo in gran tempesta. Finalmente i primi, in numero di 47, si ritirarono, e mandarono una lettera in cui, esprimendo il loro rammarico del doversi separar e dai loro colleghi, partecipavano a essi la risoluzione presa d portarsi nella sa la dove si trovava la pluralit degli Stati Generali. La maggioranza rimasta accett

la dichiarazione del re; e il giorno 26 mand una deputazione a quello che chiamav a ancora 4! primo Ordine dello Stato, per congratularsi con esso dell'atto con c ui s'era costituito conforme alla volont del re, e per partecipargli d'aver fatto il medesimo. Si concertavano tra di loro sul modo di ricostruire l'edificio dem olito, senza avvedersi che il terreno era rimasto in potere dei demolitori. Questi, voglio dire i Comuni, andavano intanto confermando e accrescendo la loro forza coll'aggiunta dei 47 nobili, che furono naturalmente accolti con giubilo. Ma nello stesso tempo principiavano a spuntare alcune di quelle altre forze che abbiamo accennate. Gi dalle prime sedute dei Comuni, una quantit di privati vi assistevano, occupando le tribune che erano state costruite per le persone invitate dalla corte alla c erimonia solenne della apertura degli Stati. Quando si ebbe a deliberare sulla l ettera del re che invitava gli Stati a riprendere le conferenze, come s' racconta to a suo luogo, il deputato Malouet aveva proposto che, attesa la natura e l'impo rtanza dell'affare, si facessero ritirare gli estranei (33). La proposta del Malouet era andata a terra, e il pubblico aveva continuato ad oc cupar le tribune. Ma dopo la seduta reale, il governo, che non avendo potuto con servare la sostanza della autorit, cercava di ritenere il pi che poteva delle part i accessorie, aveva fatta chiudere la porta principale che dava adito alle sale dei tre Ordini, e fatti avvertire i Comuni, che avrebbero ad entrare da una port a di fianco; e a quella furono poste delle guardie che lasciassero passare i sol i deputati. L'ordine, difficile ad eseguirsi, non era eseguito; e gi nei primi gi orni dopo la seduta reale, molti spettatori, la pi parte persone civili, erano en trati come prima. Ma, il 25, alla notizia corsa nel pubblico, che la minorit dei Nobili si era riunita ai Comuni, il popolo, dice il Bailly, si affoll, volle entrare , forz la porta, e ne comparve un certo numero nella sala. Furono fatti uscire; e il Bailly, con un deputato del Clero, e uno della Nobilt, si present alla turba di fuori e con bone parole li persuase a ritirarsi (34). Il giorno seguente vennero a farsi riconoscere dalla Assemblea, in una forma pi m odesta, due altre forze estralegali, sorte anch'esse di fresco, e che dovevano t ra non molto, l'una come stromento, l'altra come motore, produrre effetti a cui non sarebbe bastata la potenza della Assemblea, come non ci arrivavano n le sue m ire, n le sue previsioni. La prima di queste forze erano gli elettori del Terzo Stato di Parigi, i quali, dopo fatte le loro nomine, avevano deliberato di rimaner riuniti in corpo, per t utta la durata degli Stati Generali, all'intento di corrispondere coi loro deput ati. La deliberazione era evidentemente illegale e arbitraria. Una commissione a cui il re aveva dato l'incarico di giudicare ogni questione relativa alle assem blee elettorali, fatta interpellare dal Bailly che era stato uno di quegli elett ori, aveva deciso, come era troppo naturale, e lo pareva al Bailly medesimo che non dovessero pi adunarsi. Non se ne dettero per intesi, e fidandosi probabilment e nella mollezza e irresoluzione del governo, continuarono a trovarsi insieme, a volont e senza tornate fisse, in un luogo di loro scelta. Ma il 25 giugno, posdo mani della vittoria del Terzo Stato, si adunarono in gran numero e in assemblea formale, e deliberarono di chiedere una sala del Palazzo del Comune (Htel de Vill e) per tenervi sedute regolari, e di mandare una deputazione alla Assemblea Nazi onale per dichiarare la loro adesione alle deliberazioni di essa, e particolarme nte a quella del 17 giugno. L'assemblea degli elettori di Parigi, diceva l'atto di adesione, ne sosterr i princpi in tutti i tempi e in tutte le circostanze. L'orator e era M.r Moreau de SaintMerry, che tredici anni dopo, prese in nome della Franc ia il possesso e il governo di Parma, Piacenza e Guastalla. E in questo secondo tempo, per una distrazione comune a tanti e tanti suoi colleghi di rivoluzione, non pens, da quello che pare, che, secondo i princpi del 17 giugno, avrebbe dovuto informarsi di cosa ne pensassero i novantasei centesimi degli abitanti di quel paese. Il Bailly ringrazi gli elettori in nome dell'Assemblea. L'altra forza, ancor pi illegale, e quindi pi "autocrata", era il PalaisRoyal, che mand anch'esso una sua deputazione. E cosa s'intendeva per PalaisRoyal? Una moltitudine che concorreva nel giardino interno di quel palazzo appartenente al Duca d'Orlans (e per ci, immune dalla poli

zia), per sentire e per sparger notizie, per parlare o schiamazzare sugli affari pubblici, per acclamare uno come padre della patria, e denunziare un altro come aristocratico, o come traditore, per ascoltare oratori, o energumeni o furbi, o l'uno e l'altro insieme, che davano spinta e indirizzo a tutto quel corpo infor me. Il presidente propose che la deputazione fosse accolta; ed ecco per quali consid erazioni. Ero, dice, informato delle assemblee che si formavano l, del movimento e d ella fermentazione che vi regnavano. Qualunque opinione si potesse avere della l egittimit e della utilit di quei movimenti, non conveniva in quei princpi farseli c ontrari; e per quanto fosse cosa irregolare il ricevere una deputazione di perso ne sconosciute e riunite senza qualit, feci osservare alla Assemblea, che il rifi uto sarebbe pericoloso; e ottenni che fossero ammesse. "In quei princpi". Al vedere, s'immaginava che in progresso di tempo, cio col dive ntar sempre pi manifesto che la forza del re era spezzata, e che l'Assemblea non ne aveva in ultimo altra che contro il re medesimo, sarebbe stata cosa pi facile e meno pericolosa il mandar in pace quella gente cresciuta di numero e di baldan za. L'illusione, dalla reggia e dalle sale del Clero e dei Nobili, dove aveva fa tta baldoria nei primi momenti dopo la seduta reale, era passata, "Fresca e leggiadra ancora" (35), nell'altro campo. E' stata ed generalmente trovata strana e compatita l'imprevid enza dei partigiani dell'ordine antico, non solo in questa circostanza, ma quasi in ognuna, e con ragione: lo fu e lo meno, se non m'inganno, l'imprevidenza dei loro avversari, forse perch quella dei primi cadeva sulle contingenze pi prossime ; e l'incontro immediato, direi quasi il cozzo del disinganno colla fidanza dava pi facilmente nell'occhio; mentre per gli altri le mentite dei fatti vennero pi t ardi e per gradi. Gli uni non prevedevano le sconfitte, gli altri erano lontani dal preveder le conseguenze delle vittorie. Trovando poi strano che si presentasse all'Assemblea una deputazione di persone "riunite senza qualit", non rifletteva il buon Bailly alla analogia che c'era tra persone senza qualit e persone che, avendone ricevuta una, l'avevano repudiata p er darsene un'altra; non vedeva che era un effetto dell'esempio. La minorit del Clero e la maggioranza della Nobilt avevano continuato in quei due giorni a radunarsi nelle loro rispettive sale, pi per ripugnanza a darsi vinti, c he per fiducia di venire a capo di qualche cosa. Il governo, sgomentato da una f olla che, mandando urli e minaccie, circondava incessantemente le sale degli Sta ti; dall'annunzio d'un rinforzo pi terribile che sarebbe per venirle da Parigi; d al sospetto che la ribellione potesse trovar dei seguaci nelle provincie, prese il partito meno imprudente che un governo debole potesse prendere, quello cio di fare atti di debolezza; giacch il peggiore dei partiti in tale stato di cose e di uomini, il non far niente. Il re, per suggerimento del Necker, scrisse una lett era a ciascheduno dei due primi Ordini, invitandoli a portarsi nella sala comune . E avvertito che una parte dei Nobili si ostinava a rimanere, mand a quell'Ordine una seconda lettera pi pressante, e per suo comando, il suo fratello Conte d'Arto is, accettissimo alla Nobilt, scrisse al presidente un viglietto in cui faceva in tendere che la vita stessa del re sarebbe stata in pericolo, se l'Ordine intero non si riuniva ai Comuni. Ci vinse ogni difficolt, e Clero e Nobili, uscendo nello stesso tempo dalle due sale, entrarono in silenzio, dice M.r de Ferrires, in que lla destinata alle sedute generali, e occupata dai Comuni. E non si pu qui a meno di ripensare in particolare a quella parte del Clero, che potuta entrarvi in tr ionfo un mese prima, vi portava ora dipinto nei volti un dispetto senza vigore e un broncio senza minaccia. I due fino allora presidenti di quei due Ordini, il cardinale de la Rochefoucaul d, arcivescovo di Rouen e il duca di Luxembourg, volgendosi ai Comuni, dichiarar ono l'uno dopo l'altro brevissimamente, che i loro Ordini erano stati mossi a qu el passo dal rispetto e dall'amore per il re, dalla premura per il ben pubblico, e dal loro patriottismo. Il cardinale accenn anche il desiderio della pace; ma s e per avventura intendeva di alludere all'invito fatto dai Comuni al Clero in no

me del Dio di pace, l'accettazione veniva tardi, come sarebbe stato un segno pi c hiaro e pi spontaneo dell'amore e del rispetto dei Nobili per il re l'accettare s enza restrizioni, ventun giorni prima, il suo progetto di conciliazione. Il Bailly oramai presidente generale, facendo le viste di non accorgersi della s tizza dei novi compagni, rispose con espressioni di giubilo, a cui aggiunse i pi lieti presagi dell'avvenire. Questo giorno, disse, riunisce tutta la famiglia, fini sce per sempre le divisioni che ci hanno afflitti a vicenda, compie il desiderio del re; e l'Assemblea Nazionale si appresta ad occuparsi senza distrazione e se nza sosta della rigenerazione del regno e della felicit pubblica. Seguirono grandi applausi e grida di "Viva il Re!". Una moltitudine di abitanti di Versailles ac corse da ogni parte a palazzo e chiam colle stesse grida il re e la regina che co mparsi al balcone ricevettero benedizioni infinite; "... Sed attrae Omnia discerpunt, et nubibus imita donant" (36). Cos ebbe pieno effetto l'impresa dei Comuni. E, cosa da notarsi, si trov anche sci olta una gran questione che non era stata posta, cio quella della deliberazione i n comune; giacch, come si visto, non si era mai trattato n conteso se non del veri ficare in comune i poteri. Anzi nelle conferenze tra i commissari dei diversi Or dini, l'altra questione era stata espressamente scartata da quelli dei Comuni a cui conveniva di sviar l'attenzione da essa. E l'abate Sieys medesimo, il grande iniziatore dell'impresa, non aveva parlato nella sua proposta, che della urgenza di verificare i poteri. E quella soluzione parve tanto pi felice, in quanto era venuta come da s. Ma alle volte, nell'ordine sociale, le soluzioni contengono del le nove questioni anche pi vaste e importanti, come, nell'ordine vegetale, un fru tto un germe. E tale fu in sommo grado la soluzione di cui si tratta, poich ne us civa per la Francia la prima e la pi grave delle questioni: chi governer? La gioia scoppiata a Versailles, e subito dopo a Parigi, si and diffondendo e man ifestando via via in tutto il regno. Arriv di mano in mano alla Assemblea una gra n quantit di indirizzi di citt e di altri comuni, che esprimevano congratulazioni, approvazioni, adesioni. Questi segni di soddisfazione da parte dei nostri commet tenti, dice il Bailly, nel farne menzione, sono prove della saggezza della nostra condotta, e stabiliscono la base su di cui si appoggiava l'autorit della Assemble a Nazionale; c'era l'espressione della volont generale; la forza era nel popolo, che ci osservava. Dal complesso dei fatti esposti si pu finalmente concludere... Ma qui mi sento fe rmare un'altra volta, e dire: - Adagio; qui comparisce un fatto novo e da non so rvolarci sopra come la Camilla di Virgilio sulle spighe del campo, o sui flutti del mare. E' un fatto che muta sostanzialmente la questione. Tutti i ragionament i sul diritto che avessero o non avessero i deputati del Terzo Stato di costitui rsi in Assemblea Nazionale perdono qui ogni valore. Quel grande atto, fosse pure la distruzione del governo, si trovava convalidato dal consenso del popolo, que l consenso, senza il quale un governo non ha la sua ragion d'essere, come avete riconosciuto, voi medesimo. Rispondo che non mi passa neppure per la mente di negare ad un popolo il diritto di sancire e convalidare l'abolizione formale del suo governo, comunque avvenut a, quando giudichi che, il tentativo di rimetterlo in piedi cagionerebbe immedia tamente mali gravissimi, per esempio una guerra civile. Non gi che un popolo abbi a l'autorit di render giusto un fatto ingiusto: una cosa che l'uomo non pu fare, D io non la pu volere. Ma, non ci essendo, n ci potendo essere alcun governo che abb ia un diritto assoluto e imprescrittibile di esistere, il diritto, sempre relati vo, d'un governo qualunque si spegne, come appunto ho detto da principio, quando questo, anche senza sua colpa, non possa pi essere un mezzo a quel fine da cui h a la sua unica ragion d'essere. In tali casi il fatto della distruzione di esso, rimanendo ingiusto nella sua origine e nella sua natura, diventa, per l'autorit del consenso generale, valido riguardo all'effetto, secondo quel vecchio e veris simo adagio: "Multa facta tenent quae antea fieri prohibentur". Ma nemmeno un popolo pu avere il diritto di convalidare un equivoco. Osta la natu ra delle cose, perch il diritto, essendo una verit, non pu applicarsi che alle cose

vere. Coll'opporre ad un atto sovrano del re una loro propria sovranit, i Comuni non dichiararono punto e nemmeno intesero di distruggere il governo del re, che era allora il governo della Francia: lo fecero, immaginandosi di fare un'altra cosa, cio di semplicemente temperarlo. E certo non era neppure ci che intendeva qu ella moltitudine che al di fuori del Jeu de Paume il 20 giugno, e davanti al pal azzo del re il 27, sfogava la sua contentezza gridando "Viva il re"; e meno anco ra era ci che intendevano le provincie, dove il sentimento espresso da quelle par ole era pi unanime, se non pi vivo. I Comuni avevano inteso e creduto di non distr uggere altro che il potere assoluto e arbitrario del governo regio; e l'approvaz ione generale veniva egualmente dall'immaginarsi che non avessero fatto altro. M a il potere assoluto e il governo erano uniti e come compenetrati nella persona del re; e l'uno e l'altro avevano uno stesso modo di attuarsi, cio la manifestazi one della sua volont, che negli editti e in tutti gli altri atti solenni era espr essa colla formula: "Car tel est notre plaisir" (37). E nel corso ordinario tutt o ci che era fatto o comandato da ministri e da tutti gli agenti subalterni, lo e ra in nome di quella autorit, e non aveva forza che da essa, la quale in ultimo p oteva disdire e disfare ogni cosa. Trista condizione senza dubbio per un paese c ivilizzato, per quanto possa essere temperata e corretta dalla rettitudine e dal la benevolenza di chi si trovi investito di un cos strano potere, come era sotto Luigi Sedicesimo. Ma per uscire da una tal condizione senza cascare in una peggi ore, bisognava separare il potere arbitrario dal governo e togliendo via il prim o mantenere il secondo. Ed era per l'appunto ci che aveva tentato di fare lo sven turato Luigi per mezzo della dichiarazione che fu respinta con quella superba e tanto ammirata quiete dai Comuni: dichiarazione che, e nell'intento principale e nella maggior parte delle disposizioni, era stata opera del Necker, uomo tutt'a ltro che amico del dispotismo, e che non fu tanto esaltato dall'Assemblea e dall 'universale, se non perch della parte che aveva avuta in quell'affare non si cono sceva altro che la sua assenza dalla seduta reale. Con quella dichiarazione il r e si privava delle armi pi efficaci del dispotismo, la facolt esclusiva di far leg gi e di mettere imposte, quella di impedire a piacer suo qualunque manifestazion e del pensiero col mezzo della stampa, l'arbitrio sulle persone. E nello stesso tempo, coll'annullare l'atto pi che arbitrario dei Comuni, si proponeva di manten ere quella parte di sua autorit che era l'unico mezzo per cui, in quelle circosta nze, la Francia potesse avere un governo. Cos la diminuzione del poter regio era un atto e una continuazione del governo medesimo, il quale si modificava e si ma nteneva. L'Assemblea invece, non potendo fare da sola le due contrarie operazioni, di dis truggere e di conservare; e volendo pur fare da sola, per essersi dichiarata sov rana, non ebbe in mira che quella che poteva fare e che le premeva: distrusse co n un colpo solo un potere dispotico, che del resto si distruggeva da s, e distras se insieme il governo, non con un atto diretto e formale, ma col renderlo imposs ibile. Difatti qual forza poteva avere il governo d'un re, il resistere in viso al quale, nella pi espressa e solenne manifestazione della sua autorit, era parso un diritto ed era stato un trionfo? Suppose forse l'Assemblea, che tutti sarebbe ro andati d'accordo nel credere un tal diritto riservato ad essa sola, e che nel rimanente avrebbero creduto di dover continuare ad obbedire come prima ad un go verno dichiarato ingiusto e riconosciuto impotente? In verit non da credere che s upponesse una cosa simile, n che l'avrebbe voluta. Da quello che pare, non suppose nulla, non ci pens. Certo, era sua intenzione di dare alla Francia un ordine nel quale si combinassero, con la migliore proporzio ne e armonia possibile, libert e governo. Ma come e quando? Colla costituzione ch e avrebbe fatta poi. Assorta nella contemplazione astratta del lauto banchetto d i "pubblica felicit" che avrebbe imbandito alla Francia, non si avvide che la pri vava del pane quotidiano. Ho citato spesso e avr a citare ancora il Bailly, non solo come un testimonio aut orevole di ci che accadeva nella Assemblea, ma anche come interprete e partecipe del suo spirito. Ed ecco un passo delle sue Memorie che fa molto bene al proposi to presente: Un ministro mi diceva qualche giorno dopo: Come mai non si contenti? Se il re avesse fatta dieci anni sono una simile dichiarazione, non sarebbe for se stata accolta con entusiasmo? - Sicuro, dieci anni fa. - Che vuol dunque l'As

semblea? - Vuol fare, e non che facciate voi. Ma far cosa? Certamente non pensava il Bailly, che l'Assemblea dovesse riscotere le imposte, nominare e rimovere impiegati di ogni genere, dare loro ordini spec iali secondo le opportunit, i luoghi, le incombenze, dare ordini egualmente ai di versi comandanti delle truppe, invigilare alla sicurezza pubblica, prevenire, a sedare, o reprimere i tumulti e ogni sorte di violenze, fare insomma tutte quell e operazioni che si chiamano in complesso amministrazione o governo. Ma non pens ava nemmeno che ci voleva pure un qualcheduno che le facesse e che avesse i mezz i di farle. Non pensava che, cessata la persuasione che tutto ci che veniva dalla autorit reale portasse obbligo di obbedienza, e non essendo stato determinato fi n dove quest'obbligo rimanesse fermo, era aperto il campo a trovare il dispotism o in ogni comando, l'usurpazione del diritto nazionale in ogni istituzione anter iore al 27 giugno; era dato un pretesto e un incentivo alla resistenza e alla ag gressione, quando fosse abbastanza forte e minacciosa per poter credere di riman ere impunita. Non pensava quanto fosse improbabile che l'Assemblea medesima foss e per contentarsi della sua prima vittoria e si restringesse alla parte che si e ra unicamente assegnata, quella cio di fare la costituzione; e che, avendo asseri ta e mantenuta la propria sovranit, non si trovasse, e dal sospetto di vedersela ritolta e dal prurito di esercitarla, condotta in quel tempo di mezzo a dei conf litti con quello che avrebbe dovuto essere il governo: conflitti nei quali si sa rebbe trovata spesso, anche non lo volendo, l'alleata naturale dei sollevati con tro di esso. Non pensava nemmeno quanto in un interregno di quella sorte dovesse diventar malagevole anche l'impresa di fare liberamente, assennatamente, concor demente la costituzione da cui doveva venire la "rigenerazione dello Stato". Ci che servirebbe a dimostrare sempre pi, se ce ne fosse bisogno, che l'Assemblea non intese di distruggere il governo, e non si avvide d'averlo distrutto, che no n pens a sostituirgliene un altro, n stabile n temporario, come accaduto, sto per d ir sempre, dove e quando, o a diritto o a torto, ma scientemente e ad occhi aper ti, stato distrutto un governo. Ed una cosa notabile, e di cui questo nostro tempo diede non pochi esempi, come in tali frangenti si formi immediatamente un consenso generale nel riconoscere u n novo potere, e mentre col governo di prima si litigava del pi e del meno d'auto rit che gli potesse competere; a un governo provvisorio, in qualunque maniera for mato, da chiunque proposto, o anche propostosi da s, si conceda tacitamente una a utorit illimitata, incondizionata. Tanto forte e non meno ragionevole lo sgomento che invade un popolo all'idea di potersi trovare senza governo! Certo, non potrebbe venire in mente a nessuno di fare un carico alla Assemblea d el non aver formalmente abolito il governo del re e creatone uno in luogo di que llo: cosa che allora sarebbe parsa un attentato insieme e una pazzia, non solo a lla nazione, ma a quasi tutta e fors'anche a tutta l'Assemblea medesima. Il cari co che non le si pu levare quello di avere, con un atto, di cui non aveva avverti ta l'importanza e, dir cos, l'efficienza, creato uno stato, o piuttosto uno scompi glio di cose, nel quale a chi era lasciata la parte di governare, ne erano levat i i mezzi. Ora, potrebbe egli cadere in mente ad alcuno, che ad una tal cosa intendessero c onsentire coloro che mandavano all'Assemblea tutti quegli attestati di approvazi one? Perch alla fine del conflitto tra i due poteri si era gridato Viva il re, cred evano che fosse rimasto in piedi un governo. Il consenso che esprimevano, fosse pure stato generalissimo, non poteva aver forza di convalidare la distruzione de l governo, perch gli mancava la condizione necessaria a render valido il consenso medesimo, cio la cognizione della cosa a cui si consente. Il diritto di consenti re a ci che non si vuole non pu appartenere a nessuno, perch una contradizione. E s econdo quei canoni della ragione, espressi dalla legge romana, tanto la volont, qu anto il consenso di chi s'inganna, sono nulli. E: chi s'inganna non consente. Credo ora di poter finalmente concludere, conforme alle premesse, che la distruz ione del governo, avvenuta per opera dei Comuni, non ebbe nessuna delle tre cond izioni richieste a render giusto un fatto di quella sorte. 1) Non era necessaria all'intento di ottenere la riforma desiderata, dacch il re medesimo l'aveva proposta. 2) Cagionava un male incomparabile, perch al governo distrutto non sostituiva nul

la che potesse farne l'essenzialissimo ufficio. 3) Gli autori di un tal fatto non ne avevano il mandato, anzi ne avevano uno opp osto; e non ne ebbero dopo un vero consenso. 5. Seguendo ora l'ordine dei fatti, avremo prima di tutto a vedere come la mancanza di un governo, conseguenza dell'atto dei Comuni, si sia manifestata subito. E q uindi vedremo svolgersi di mano in mano, e ora alternarsi, ora concorrere insiem e, gli altri due effetti che abbiamo annunziati da principio come le principali specie di quel male inevitabile, cio: Oppressione col nome di libert, e Difficolt d i stabilire un altro governo che potesse durare. Per questa parte ogni discorso pu forse parer superfluo, tanta la notoriet di queg li effetti. "Quis aut Eurystea durum, Aut inlaudati nescit Busiridis aras?" (38) Ma una parte essenziale del nostro assunto il toccare quei fatti, in quanto furo no una conseguenza e un progresso della prima usurpazione. La Rivoluzione francese riguardata da moltissimi come divisa in due tempi affatt o diversi: il primo, di intenti benevoli e sapienti e di sforzi generosi; il sec ondo, di deliri e di scelleraggini. E certo, le diversit, e di fatti e di persone , tra quei due tempi furono molte e gravissime; e sarebbe insultare alla evidenz a non meno che alla giustizia il mettere in un mazzo la pi parte degli uomini del Jeu de Paume e della seduta reale del 23 giugno, con quelli che, nel periodo pi nefasto della Rivoluzione, si acquistarono una esecrabile rinomanza. (Ho detto l a pi parte, perch vi era mescolata anche una semenza di questi ultimi, come Robesp ierre, Barre, Vadier, Voulland). Ma la diversit dei fatti non deve impedire di oss ervarne il nesso e la dipendenza. Alcuni uomini, anche onestissimi tra quelli ch e avevano avuta parte in quelle deliberazioni, o che le avevano secondate, sia c oll'opera sia colla penna, inorriditi poi dai fatti che vennero in seguito, e in quietati nella loro coscienza dal sospetto di averci anch'essi una colpa remota, cercarono di giustificarsi in faccia a s e agli altri con dire che quei fatti no n si potevano riguardare che come accidenti strani, come una deviazione portento sa dal corso naturale delle cose. Ma non si pu romper cos il filo della storia, la quale, volendo a gran ragione maravigliarsi il meno possibile, e intendere il p i possibile, cerca nei fatti antecedenti ci che abbia potuto preparare i fatti pos teriori; e ha tanto maggior motivo di fare una tale ricerca, quanto pi questi sia no insoliti ed esorbitanti. Diviene meno difficile l'intendere come in questo e in quel momento della Rivoluzione, ora uno ora un altro numero d'uomini, la pi pa rte oscuri e abietti, abbiano potuto, chiamandosi il popolo, esercitare una orri bile tirannia, quando si osserva che altri uomini, quantunque con intenzioni ben diverse, con diverse forme e con un titolo specioso, si erano per i primi attri buito un potere sovrano col dirsi la nazione. E del resto, nei primi momenti stessi, si erano potuti vedere i saggi di quei tr istissimi effetti, come un punto scuro nella buccia d'un frutto accusa il baco c he lo rode dentro. La forza materiale che aveva fatto aderire un deputato (l'arc ivescovo di Parigi) alla decisione dei Comuni, preludeva a quelle che dovevano f ar votare delle maggiorit contro le loro pi note persuasioni; e il PalaisRoyal si preparava con dei complimenti a fare delle intimazioni, e urlava delle accuse ch e sarebbero tra poco diventate proscrizioni. Il primo fatto che fece sentire quanto di governo fosse rimasto vivo in Francia accadde una settimana dopo la seduta reale. Il primo di luglio, cinque o sei sco nosciuti si presentano al presidente Bailly con una lettera sottoscritta da loro e da altri egualmente sconosciuti, e che suona cos. Una severit inaudita ha portat o ieri in Parigi l'inquietudine e la costernazione; si corse in folla alle prigi oni della Abbaye, dove per ordine di M. du Chtelet erano stati condotti alcuni so ldati del reggimento delle guardie francesi, che dovevano la stessa sera esser c ondotti a Bictre (39). Queste infelici vittime del patriottismo sono state tolte

alle catene e portate al PalaisRoyal, tra le acclamazioni e gli applausi, e sono attualmente sotto la salvaguardia del popolo, che se ne fatto responsabile. Inc erti della loro sorte, supplicano che l'autorit pronunzi sulla loro libert. Il pub blico impaziente osa chiederlo; e ha deputati noi in numero di venti per renderv ene conto e conferirne colla Assemblea Nazionale, a cui desidereremmo di present are un memoriale. Noi aspettiamo, Signor Presidente, la vostra risposta, per ren der la calma ai nostri concittadini e la libert ai nostri fratelli. Abbiamo l'ono re di offrirvi i voti e gli omaggi di una intera nazione riconoscente, che sa ap prezzarvi, e ci aggiungiamo i nostri particolari. Il Bailly, dovendo parlare alla Assemblea di un fatto che non conosceva se non p er la relazione di quegli sconosciuti, e non potendo quindi assicurarsi se l'arr esto fosse stato arbitrario, come essi dicevano, o legale, si trovava impacciato . And dal Necker per vedere se ne sapesse pi di lui; ma pare che questo, informato del tumulto, non avesse pi di lui cognizione dei motivi dell'arresto. Il Bailly dice solamente che il ministro si mostr inquieto della cosa, e gli rappresent il p ericolo di autorizzare il popolo a prendersi la libert di commettere degli atti s imili. Tali, aggiunse il Bailly, erano anche i sentimenti dell'Assemblea... ma gli feci osservare anche i pericoli della severit. Non si poteva pensare a riprendere quegli uomini, cavati dalla prigione e attualmente sotto la salvaguardia del po polo. Bisognava dunque, colpevoli o non colpevoli, dar loro la libert, ma in un m odo che non compromettesse l'autorit. Autorit mantenuta e deliberazione forzata erano due cose difficili a conciliarsi. Ed ecco come credettero di poterle conciliare. Fummo d'accordo che l'Assemblea l i raccomandasse alla clemenza del re. Comunicata la lettera alla Assemblea, questa decise di non ammetterne gli autori e latori, come privi di qualunque titolo. Il presidente propose che si nominass e una commissione per sentirli. Vari deputati opinarono che una lettera sottoscr itta da persone sconosciute e senza qualit non poteva diventar materia di deliber azione. Altri aggiunsero che un tale affare non era di competenza della Assemble a, e che l'occuparsene sarebbe stato invadere la giurisdizione del potere esecut ivo. Altri sostenevano che l'urgenza delle circostanze e il ben pubblico non per mettevano alla Assemblea di rimanere indifferente. Il Bailly propose l'espedient e concertato, di intercedere presso il re. Dopo varie proposte e una lunga discu ssione, si convenne nella deliberazione seguente: Il Signor presidente incaricher le persone venute da Parigi, di riportare in quell a citt il voto della pace e della unione, che sole possono secondare le intenzion i della Assemblea nazionale e i lavori a cui si dedica per l'utilit pubblica. Si aggiunse poi una dichiarazione da pubblicarsi, nei seguenti termini: L'Assemblea nazionale geme per le turbolenze che agitano in questo momento la cit t di Parigi; e i suoi membri, invocando la clemenza del re per le persone che pot rebbero esser colpevoli, daranno sempre l'esempio del pi profondo rispetto per l' autorit reale, da cui dipende la sicurezza dell'impero. Scongiura dunque gli abit anti della capitale di rimettersi subito nell'ordine, e di penetrarsi dei sentim enti di pace, che soli possono assicurare i beni infiniti che la Francia sta per raccogliere dalla riunione volontaria di tutti i rappresentanti della nazione. Si mander una deputazione al re per informarlo del partito preso dalla Assemblea n azionale, e per supplicarlo di voler impiegare per il ristabilimento dell'ordine i mezzi infallibili della clemenza e della bont, che sono tanto naturali al suo cuore, e della fiducia che il suo buon popolo non lascer mai di meritare (40). Ecco certamente un gruppo singolare di fatti eterocliti e in parte repugnanti tr a di loro. Alcuni sconosciuti che si dicono mandati dal pubblico, ricorrono in u n affare di disciplina militare ad una Assemblea che protesta di non avere altro incarico, che di fare una costituzione. E se non basta, il ricorso in una tale forma, da non esser ricevuto nemmeno da una autorit competente, e quando fosse pr esentato dalle persone pi competenti. Nessuna informazione del fatto: si contenta no di chiamar severit inaudita l'arresto, e vittime infelici del dispotismo gli a rrestati. L'Assemblea, dal canto suo, dopo aver ricusato per la ragione pi ovvia, di ricevere quegli sconosciuti, gli incarica di portare un'ambasciata alla capi tale, e manda cos a parlare in suo nome quelli che non aveva giudicati abili a pa rlare in nome altrui. Invoca poi la clemenza del re, senza entrare neppur essa n

el fatto; quasi che la clemenza si dovesse usare senza una ragione, a bon conto; se gi non si vuoi prender sul serio per una ragione quella addotta, che la cleme nza e la bont sono mezzi infallibili per il ristabilimento dell'ordine. Certo il darla vinta ai tumultuanti un mezzo infallibile per far cessare un tumulto speci ale e di quella volta; ma forse questo che s'intende per ristabilimento dell'ord ine? Tutte queste incoerenze e contradizioni per si spiegano quando si riguardi alle c ircostanze e agli antecedenti. Gli sconosciuti venivano a colpo sicuro perch avev ano per credenziali e all'occorrenza per ratifiche, la sommossa, la quale voleva ci che essi chiedevano. E questa volont li dispensava anche dall'addurre ragioni. Non essendo poi venuto ancora il momento di far di meno d'ogni puntello di lega lit, era naturale che lo cercassero nella Assemblea. Sapevano assai di potere ese cutivo o legislativo! Sapevano che ci era stata una gran battaglia contro l'auto rit riconosciuta fino allora, e supponevano naturalmente che il potere fosse rima sto al vincitore, e che chi aveva saputo tenere a segno un re, potesse e volesse aiutare anche loro a farci stare un colonnello. L'Assemblea, salvando, fino a u n certo segno, il suo decoro e il rispetto delle forme, non avrebbe potuto riman dar malcontenti gli inviati del PalaisRoyal, al quale in fondo obbediva. Al re p oi non adduceva alcun motivo di clemenza cavato dalla qualit del fatto, perch moti vo non ce n'era alcuno, n ce ne poteva essere per ricoprire un fatto simile. Che aveva a dire? Che a render compita la dimostrazione della gioia universale era n ecessario che dei soldati violassero la disciplina per andare a gridare in piazz a cogli altri e ad ubbriacarsi? O che la disobbedienza di alcuni riceveva una sc usa dalla violenza di molti? Ma qui qualcheduno mi dice: Pare in verit che parliate di un affare tra privati, di una causa civile. Vorreste che una rivoluzione di quella sorte si fosse potut a fare senza uscir dalle regole, senza turbolenze, senza moti repentini, senza i ntervento di forze illegali, rispettando tutte le consuetudini e salvando tutte le competenze. Neppur per idea: dico anzi che le cose dovevano andare cos dopo la distruzione di un governo fatta senza una causa giusta e urgente, da chi aveva il mandato di f ar tutt'altro, e senza aver nulla in pronto da sostituire al governo distrutto. La deputazione, nominata seduta stante, present l'atto al re, che rispose con par ole di approvazione, e il giorno dopo mand all'arcivescovo di Parigi, che era il capo della deputazione, una lettera del tenore seguente: Mio cugino, mi sono fatto rendere un conto esatto di ci che avvenuto la sera del 3 0 giugno. La violenza usata per liberare dei prigionieri alla Abbaye infinitamen te riprovevole; e tutti gli Ordini, tutti i corpi, tutti gli onesti e pacifici c ittadini hanno il maggior interesse di mantenere in tutta la sua forza l'azione delle leggi protettrici dell'ordine pubblico. Ceder nondimeno, quando l'ordine sa r ristabilito, a un sentimento di bont; e spero di non aver poi a rimproverare a m e stesso la mia clemenza, quando invocata per la prima volta dalla Assemblea dei rappresentanti della nazione. Ma non dubito che codesta Assemblea non dia una e guale importanza alla riuscita di tutte le misure che prendo per rimetter l'ordi ne nella capitale. Lo spirito di licenza e di insubordinazione distruttivo d'ogn i bene; e se avesse a crescere, non solo il ben essere dei cittadini ne sarebbe turbato; ma si arriverebbe forse a sconoscere il merito dei generosi lavori, a c ui i rappresentanti della nazione stanno per dedicarsi. Comunicate la mia letter a agli Stati Generali, e non dubitate, mio cugino, di tutta la mia stima per voi. In un frangente che richiedeva pi che mai l'attivit e la forza di un governo, vedi amo dunque un'Assemblea che "geme" e "scongiura", e un re che "cede" e "spera". N questo, n quello governare. I soldati ritornarono alla prigione, e un decreto di grazia del re li fece rimet ter subito in libert. Era impunit, non clemenza; ma era l'unico ripiego per far pa rere che ci fosse ancora un governo, mantenendo ad una autorit morta di fatto un' apparenza di vita, fino alla prima occasione che la mettesse novamente alla prov a. E non tard. Si visto che il re, nella lettera citata dianzi, facendo sentire che il rimedio propostogli come infallibile poteva essere anche un pericolo, aveva p arlato di misure che prendeva per ristabilir l'ordine nella capitale. Infatti avev

a disposto che diversi corpi di truppe si accostassero a quella citt, e di tutte aveva dato il comando al maresciallo de Broglie, vecchio ed illustre uomo di gue rra. L'arrivo dei vari reggimenti ai posti assegnati dest della inquietudine in Parigi . Agli otto di luglio, il Mirabeau denunzi alla Assemblea quell'apparato di forze , con un discorso veemente e artifizioso, come un insulto alla sua dignit e una m inaccia alla libert di essa. Prese poi a dimostrare che era inutile e pericoloso. Inutile dacch una parola di clemenza era bastata a chetare il tumulto e a far torn are i rei al carcere,... e la pi certa garanzia della fiducia, della obbedienza, d ella fedelt dei popoli presso il monarca era la presenza della Assemblea da cui s i promettevano la fine dei mali e la rigenerazione del regno; pericoloso perch, es sendo cari i viveri, il contrasto di soldati oziosi, a cui la manna piove senza c he abbiano bisogno di pensare all'indomani, colle angoscie del popolo che non ha nulla se non a costo di lavori penosi e di dolorosi sudori, metterebbe la dispe razione nei cuori. Altro pericolo: l'effetto che la presenza delle truppe produce sulle immaginazioni: i pacifici cittadini sono in preda a terrori di ogni sorte ; il popolo agitato, ammutinato, trascorre ad atti violenti. E qui l'oratore att ribuiva la prima causa di tutte quelle agitazioni all'apparato militare della se duta reale. Prima, disse, tutto era tranquillo; l'agitazione principia in quella trista e memorabile giornata. E' egli colpa nostra se il popolo che ci ha osserv ati ha mormorato, ha presa ombra quando vide gli stromenti della violenza dirett i, non solo contro di lui, ma contro un'Assemblea che deve esser libera per occu parsi liberamente di tutte le cagioni dei di lui gemiti?... Non sa egli che, se noi non spezziamo le sue catene, le avremo rese pi pesanti, avremo messo il sugge llo alla oppressione?. Altro pericolo ancora: gli effetti della eterna gelosia tra le truppe nazionali e le straniere ; giacch tra quei reggimenti ce n'era qualched uno composto, come era d'uso, di reclute di altre nazioni; e di pi l'altro effett o che poteva seguire dall'avvicinare i soldati francesi alla sede dell'Assemblea , e dall'elettrizzarli col contatto della capitale, e interessarli alle discussi oni politiche. No, disse, malgrado la devozione cieca della obbedienza militare, non dimenticheranno ci che noi siamo, vedranno in noi i loro parenti, i loro amic i, la loro famiglia occupata dei loro pi preziosi interessi; perch fanno parte di questa nazione che ci ha affidata la cura della sua libert, della sua propriet, de l suo onore. No, uomini tali, no, dei francesi non faranno mai la rinunzia delle loro facolt intellettuali; non crederanno mai che sia dovere il percuotere, senz a cercare quali siano le vittime. Finalmente fece intravedere il pericolo di una rivolta contro il trono medesimo, e concluse col proporre che si facesse un umili ssimo indirizzo al re, per rappresentargli l'inquietudine cagionata all'Assemblea dall'avvicinarsi di truppe e di artiglierie a Parigi e a Versailles; e come tal i misure, oltre il danno speciale dell'accrescere ivi il numero dei consumatori, in quelle circostanze di carestia, fossero contrarie alla libert e all'onore del l'Assemblea, e proprie ad alterar la confidenza tra il re e il popolo; e per pre garlo in conseguenza di far ritirare quelle truppe, e quando si credesse necessa ria una forza per tutelare la pubblica quiete, di ordinare che si formasse una g uardia cittadina destinata a ci, e posta sotto i suoi ordini. Il discorso fu applaudito clamorosamente e a pi riprese, ma non crederei che foss e per il valore della pi parte degli argomenti. Come prender sul serio il titolo di clemenza applicato a un tal caso, e vedere una prova di sommissione nel rimet tersi in carcere colla certezza di uscirne immediatamente? E del resto l'insubor dinazione di quelle poche guardie francesi non era stata un fatto accidentale n u nico: una gran parte dei soldati di quel reggimento, a cui era particolarmente a ffidata la conservazione dell'ordine nella capitale, allettati da gozzoviglie e da altri incitamenti, si mescolavano di continuo colla moltitudine, e principalm ente al PalaisRoyal, dove concorreva la peggiore e pi turbolenta, che faceva loro promettere di non obbedire a verun ordine di far uso delle loro armi contro il popolo; e per popolo intendevano quei tanti che, in qualunque luogo e per qualun que titolo, si radunassero a tumultuare, vale a dire se medesimi. E come poi pot eva l'Assemblea darsi a credere che la pi efficace garanzia contro il disordine f osse la sua presenza, quando un fatto cos recente mostrava che non era valuta pun to ad impedirlo? E le dovette parer non meno singolare, come deve ancora parere

ad ognuno, l'argomento della manna che piove ai soldati, stando al quale si dovr ebbero allontanare i soldati da tutte le citt dove regni la carestia; mentre il p ericolo di tumulti pu in quei casi richiedere invece un aumento di forza militare : provvedimento che sarebbe iniquo e inumano se i tumulti fossero atti ad allevi are i mali della carestia, ma che riconosciuto da tutti per salutare, e all'occo rrenza necessario, perch i tumulti sono, senza parlar d'altro, un mezzo sicuro di aggravarli. E dovette anche parer singolare l'attribuire la prima causa della f ermentazione all'apparato militare della seduta reale, cio all'essere la sala degli Stati Generali stata circondata da guardie del corpo. Era troppo noto che fino dalla apertura degli Stati Generali, il PalaisRoyal era stato quel ritrovo che si detto sopra, di oratori sediziosi e di ascoltatori pl audenti, e che da quel luogo si propagava nella citt una agitazione continua. Che se non ne era scoppiata nessuna aperta sommossa prima della seduta reale, era p er abusare della carola il dire che tutto fosse tranquillo. La seduta reale fu be ns occasione di un aumento della agitazione che gi esisteva; ma nemmeno questo aum ento si pu da chi osservi i fatti attribuire ad una impressione prodotta dall'app arato militare della seduta; poich quell'apparato non aveva neppur dato il minimo indizio di volere esser nulla pi che un apparato, non era riuscito che ad un avv ertimento dato da un gran maestro delle cerimonie, e si era eclissato davanti a una fredda ripulsa del pacifico Bailly e ad una diffida teatrale del Mirabeau me desimo. E ognuno doveva vedere che la cagion vera di quel subito rinvigorirsi ed estendersi della agitazione era stata invece la facile e incruenta vittoria del Terzo Stato, che aveva dato animo a tutte le voglie di resistenza e di aggressi one. Ma, come ho accennato dianzi, ci che importava all'oratore non era di suggerire a lla maggioranza delle ragioni valevoli a persuadere al re l'allontanamento delle truppe; era di animarla a fargli sentire che essa lo voleva; ad unire la sua vo ce solenne al mormorio di Parigi, dandogli insieme e ricevendone forza; e a rica cciar cos la paura nel campo nemico. Fu adottata la proposta del Mirabeau, e dato a lui l'incarico di stender l'indir izzo per chiedere l'allontanamento delle truppe, omettendo per allora la richies ta di formare una guardia cittadina. All'apertura della seduta del 9, il preside nte (Le Franc de Pompignan, arcivescovo di Vienna) rifer che il re lo aveva fatto venire a s il giorno antecedente, per dirgli che le truppe accostate a Parigi e a Versailles non avrebbero mai portata offesa alla libert degli Stati Generali; ch e la loro riunione non aveva altro scopo che di tutelare l'ordine pubblico; che conoscendo per la deliberazione presa dalla Assemblea, riceverebbe la deputazione , e le darebbe una risposta ostensibile. Nella stessa seduta il Mirabeau lesse l'indirizzo, che divent poi tanto celebre. Vi erano ripetuti e amplificati, con pi enfasi e con pi arte, i due argomenti fond amentali del suo discorso: l'amore sviscerato della nazione per il re, che rende va inutili le truppe; l'irritazione che sarebbe prodotta dalla loro presenza, e potrebbe far uscire di mezzo a tanto amore una gran rivoluzione. Pi di un attentat o, fatale alle nazioni e ai re, diceva l'indirizzo, si annunziato in una maniera m eno sinistra e meno formidabile. Parole che, mentre erano una minaccia per il re, addimesticavano le menti all'idea di una sommossa generale, e rappresentandola come un effetto naturale, inevitabile, incoraggivano alcuni a promoverla e dispo nevano i pi ad aspettarsela. Il predire era anch'esso un mezzo di far succedere. C'erano anche delle minaccie in nome della Assemblea. Siamo uomini, diceva: la diff idenza di noi medesimi, il timore di parer deboli possono strascinarci al di l de lla meta. Disposti a resistere a tutti gli ordini arbitrari di coloro che abusan o del vostro nome, perch sono nemici delle leggi, la nostra fedelt medesima ci imp one questa resistenza, e avremo sempre per onore il meritare i rimproveri che ci attira la nostra fermezza. Del resto l'indirizzo finiva con una nova effusione d i reverenza e di tenerezza. Sire, in mezzo ai vostri figli siate custodito dal lo ro amore... Ah! l'autorit che tutti i cori vi deferiscono la sola pura, la sola i nconcussa; il giusto contraccambio dei vostri beneficii, e la dote immortale dei principi, di cui voi sarete il modello. Fu adottato l'indirizzo, e deciso che fosse presentato al re da ventiquattro mem bri nominati dal presidente. Chi avrebbe detto a quel bon vecchio, che, tra quel

li che sceglieva per andar davanti al re, c'erano quattro che, tre anni dopo, lo avrebbero condannato al patibolo (41), e due che lo avrebbero inutilmente difes o (42)? Quell'indirizzo, come si potuto veder qui, e come pu vedere ancor meglio chi lo l egga nel testo intero, era un manifesto. Il re non poteva opporgliene un altro, discutendo uno a uno quegli argomenti e mostrando ci che avevano di insussistente , di contraddittorio, di insidioso e di ipocrito. E' il vantaggio che hanno i re tori sui diplomatici: s'intende quando questi sono costretti dalle circostanze a starli a sentire, e rispondere. Fece dunque rispondere brevemente in sua presen za dal Guarda Sigilli, che i disordini avvenuti e rinnovati a Parigi e a Versail les, e non potuti ignorar da nessuno, gli imponevano il dovere di usar tutti i m ezzi in poter suo, per rimettere e mantener l'ordine nella capitale e nei dintor ni; assicurassero l'Assemblea degli Stati Generali, che la riunione delle truppe non aveva altro fine, che di reprimere o piuttosto di prevenire novi disordini, mantenere l'esercizio delle leggi, e anche proteggere la libert delle loro delib erazioni, la quale doveva esser sicura e da ogni coazione e da ogni apprensione di tumulti e di violenze; che solamente dei malintenzionati potevano traviare l' opinione del popolo sulle precauzioni ch'egli prendeva; che se per la presenza de lle truppe dasse ancora qualche ombra, egli era disposto, qualora dagli Stati Ge nerali gliene fosse fatta richiesta, a trasportarli a Noyon o a Soisson; nel qua l caso anderebbe egli stesso a Compigne, per mantenersi in comunicazione con essi . Questa risposta, riferita alla Assemblea il giorno 11, scontent alcuni e rassicur altri. Uno di questi (il conte de Crillon), in un breve discorso, sostenne che l a parola del re doveva bastare a dissipar tutti i sospetti che si erano potuti c oncepire. Il Mirabeau, tornando all'assalto, disse che quella parola non poteva assicurar l'Assemblea contro le intenzioni dei ministri, e propose che si rinnov assero le istanze per l'allontanamento delle truppe. Questa volta non fece colpo ; prevalse il primo sentimento, la proposta and a terra senza dar luogo a discuss ione. 6. Ma un novo passo fatto dal re quel giorno medesimo suscit una ben altra tempesta. Il Necker statogli imposto da un tumulto e in premio d'un atto di opposizione, e ra da lui tenuto, o piuttosto lasciato ministro a mal in core. Non gli si erano comunicati gli ordini dati alle truppe, ed era pi che probabile che, dovendosene presto o tardi trattare in consiglio, quell'uomo avverso sempre non solo per mit ezza d'animo, all'uso della forza (in questo la repugnanza del re non era minore di quella di alcuno); ma avverso anche per calcolo di prudenza, e per passione di popolarit, alla semplice dimostrazione di essa, avrebbe propugnate le istanze della Assemblea, e sarebbe stato secondato dai tre altri ministri suoi aderenti. La sua gran popolarit era stata fino allora un ostacolo al disfarsene; ma parve che quello sfoggio di armi e di armati avrebbe impedito ogni aperto tentativo in suo favore, e tutto sarebbe finito in un sordo e sterile malcontento. Nondimeno , per impedire ogni pubblica manifestazione a cui potesse dar luogo l'annunzio o la vista della sua partenza, il re gli diede per lettera il comando di lasciare il ministero, e di uscire di Francia senza ritardo e colla massima segretezza. Per un animo dominato interamente dalla ambizione, sarebbe stata una tentazione ben forte il pensare che lo spargersi di quella notizia avrebbe potuto cambiare immediatamente il bando in un trionfo. Ma il Necker in cui l'ambizione, per quan to viva, era tenuta a freno da riguardi pi nobili, esegu il comando colla maggior cura. Pranzando, prima di partire, con vari convitati, seppe farsi forza abbasta nza per nascondere i sentimenti che lo agitavano. Non rivel il comando del re e l a propria risoluzione, che a sua moglie la quale doveva accompagnarlo; montarono in carrozza, come per far la trottata, coi vestiti che avevano indosso, e uscit i da Versailles, s'avviarono alla posta pi vicina e proseguirono il viaggio fino a Bruxelles. La loro celebre figlia, Madama de Stal non ne fu informata che il gi orno dopo. A due dei ministri accennati sopra, de Montmorin e de SaintPriest, fu data la de

missione; l'altro, de la Luzerne, la offr e fu accettata. La notizia sparsa in Parigi la mattina seguente (12 luglio), vi produsse una agi tazione generale. Lo scoppio, come accadde in altri periodi di quella rivoluzion e, fu determinato da un colpo di scena. Nel giardino del PalaisRoyal era raccolt a, secondo il solito, la folla inclinata a tumultuare, ma ancora indecisa, e com e aspettando che fossero date le mosse. Chi diede quelle celebri mosse fu Camill o Desmoulins, giovane d'ingegno vivace, colto e disordinato; capace a volte d'im peti generosi e anche benevoli, ma abbandonato pi spesso a passioni basse e spiet ate; ardito contro i potenti, quando confidava di potere concitar loro addosso l a piazza, e adulatore di Robespierre, quando questo ebbe saputo riunire ad un gr an potere governativo il predominio sulla Societ dei Giacobini, che si era sostit uita alla piazza e aveva fatto della sommossa un suo monopolio. L'infuriato giovane la di cui voce era gi nota al PalaisRoyal, si accosta a un cr occhio di tre altri giovani che gli paiono pi pronti a fare. Dice esser necessari o che qualcheduno salga sopra una tavola per arringare il popolo. Fatelo voi, gl i si risponde; accetta, e portato pi che salito, come disse egli medesimo, su que lla nova ringhiera, immediatamente circondato da una gran folla: Non c' un momento da perdere, grida: M.r Necker scacciato: questa la campana a martello di una "Sai ntBarthlemy" di patrioti: questa sera tutti i battaglioni svizzeri e tedeschi usc iranno dal Campo di Marte per scannarci. Non c' che un riparo, correre alle armi, e prendere delle cocarde per riconoscerci. Applausi infiniti. Propone due colori a scelta dell'uditorio per la cocarda; ed acclamato il verde, colore della spera nza. Vedo, dice poi, le spie e i satelliti della polizia, che mi tengon gli occhi ad dosso; ma non cadr vivo nelle loro mani. Brandisce e agita in aria due pistole, invitando tutti i cittadini ad imitarlo. Scende, stretto e abbracciato da chi ci pu arrivare; gli portato un nastro verde; ne leva un pezzo e distribuisce il rimanente ai pi vicini (43). Gli altri strapp ano le foglie degli alberi del giardino, e se ne fanno cocarde. L'agitazione si propag rapidamente in molte parti della citt. Per una circostanza particolare, una classe di cittadini, avversa per solito alle commozioni politic he, ne divenne quella volta una importante ausiliaria. Uno dei principali motivi della convocazione degli Stati Generali, anzi il primo in ragione di tempo, era stato il disavanzo delle finanze; e il Necker era l'uo mo in cui la massima parte del pubblico riponeva la sua fiducia per ottenerne il rimedio, e prevenire il disastro di un fallimento. All'annunzio di quella impro vvisa destituzione, i banchieri interessati negli affari della finanza, i grossi e piccoli reddituari, chi aveva pensioni o crediti qualunque verso lo Stato, un irono le loro grida a quelle degli uomini che erano mossi dalla apprensione sinc era di una gran trama della corte contro la riforma e la libert, e di coloro che in un grande scompiglio vedevano, quali una speranza alla ambizione, quali una o ccasione alla rapina. Diverse bande scorrono la citt schiamazzando; alcune si portano ai teatri e li fa nno chiudere in segno di lutto; una pi numerosa accorre ad una sala dove si facev ano vedere al pubblico vari busti di persone celebri; ne chiede e ne ottiene sub ito, come era naturale, quello del Necker e del duca d'Orlans, allora in gran fav ore, per avere fino dal principio abbracciata la causa del Terzo Stato, ed esser si riunito a quello colla minoranza della Nobilt il 25 giugno. I due busti sono p ortati in trionfo per le strade. La turba arrivata nella piazza di Luigi Quindic esimo (chiamata poi piazza della Rivoluzione, poi della Concordia, poi ancora di Luigi Quindicesimo, poi di novo della Concordia), trov uno squadrone del reggime nto di cavalleria "RoyalAllemand" schierato in battaglia e comandato dal princip e di Lambesc. L avvenne uno scontro. La truppa, o assalita a improperi e a sassat e dalla turba, secondo la pi parte delle relazioni, o secondo alcune, al solo fin e di disperderla, la caric e la mise in fuga. Il comandante con alcuni soldati in segu una parte di essa nel giardino delle Tuileries, dove, essendo giorno di fest a, si trovavano anche molti passeggiami, che si diedero atterriti alla fuga. Un vecchio che non fu a tempo a scansarsi, cadde davanti al cavallo del principe, e si rialz senza essersi fatto male. Si sparse per la citt la falsa voce, che il pr incipe lo avesse ucciso con una sciabolata, e che i soldati facessero man bassa sulla folla. Parve l'esordio del macello annunziato da Camillo Desmoulins. Si gr

id all'armi, e si pass dalle dimostrazioni al far davvero. Dobbiamo ora, secondo il nostro assunto, toccare i fatti principali di quel gran movimento, e cercar di rilevarne il carattere e l'importanza. E' proprio delle vaste insurrezioni l'attaccarsi ad una qualche autorit gi esisten te, la quale metta in una forma legale i loro voleri, sicch non paiano imposti da una mera forza materiale Sono uomini a cui si comanda di comandare. Per lo pi un a tal parte tocca a delle autorit municipali. In quelle circostanze c'era qualcos a di pi adattato Gli elettori di Parigi, coll'indirizzo di adesione mandato alla Assemblea, e in varie altre occasioni, e collo stesso rimanere uniti, malgrado l a dichiarazione della commissione reale, avevano dato pegno di esser favorevoli alla rivoluzione. E gi nel giorno antecedente, prima cio che si conoscesse l'allon tanamento del ministro Necker, avevano tenuta un'adunanza, in cui dopo aver dich iarato che la presenza delle truppe, non che attutire l'agitazione, non faceva c he accrescerla, avevano deliberato di mandare una deputazione alla Assemblea naz ionale, per supplicarla di procurare al pi presto possibile lo stabilimento di una guardia borghese. La parola "procurare" indica che dubitavano ancora se fosse co sa prudente il chiedere addirittura la cosa alla Assemblea, lasciando da parte i l re. Verso la sera del 13, mentre alcuni pochi di loro si trovavano all'Htel de Ville, dove il loro corpo aveva ottenuto di portar la sua sede, vi accorse una gran fo lla di gente, e chiese ad alte grida, che convocassero i distretti, autorizzasse ro i cittadini a prender le armi, e dassero l'ordine di sonar a martello. Dobbiamo qui accennare cosa significasse la prima di quelle richieste. Nel Regolamento emanato dal re per il modo di elezione degli Stati Generali era stato riservato alla citt di Parigi il privilegio di mandarvi suoi deputati parti colari; dovendo tutte le altre citt fare le loro elezioni in comune coi loro risp ettivi baliaggi o siniscalchie. Un altro Regolamento poi, relativo alle elezioni di quella citt, prescriveva che, per quelle del Terzo Stato, essa sarebbe divisa in sessanta compartimenti; e sono quelli che furono poi chiamati distretti (44) . In ciascheduno di essi dovevano riunirsi gli abitanti che vi erano chiamati da l Regolamento, per nominare un certo numero di elettori, i quali, riuniti poi in una sola assemblea, dovevano nominare i loro deputati agli Stati Generali. Il d iritto di votare nei singoli distretti era stato conferito nominativamente a div erse classi di persone, e complessivamente poi a tutti quelli che pagassero sei lire di testatico; che quanto dire, alla immensa pluralit degli abitanti. Cos era stato fatto; e dopo compite le loro operazioni, quelle assemblee preliminari ave vano naturalmente finito di esistere. Il convocarle e, per dir cos, crearle di no vo, come si richiedeva agli elettori, era un atto ancora pi irregolare e arbitrar io di quello con cui avevano dichiarato di continuare la loro propria assemblea; ma era anche un mezzo potente di coordinare l'insurrezione, e insieme di estend erla. Il pensiero di un tale espediente non era nato in questa ultima circostanza. In una riunione tenuta dagli elettori il giorno otto di quel mese, quando la citt er a gi in agitazione per l'arrivo delle truppe, uno di essi, Nicol de Bonneville, le tterato non oscuro in quel tempo, ne aveva fatta la proposta, che allora era rim asta senza effetto. O piuttosto aveva prodotto l'effetto di suggerir la cosa a q uelli che, il 12 la riproponevano con altro apparato e con altra efficacia. L'autorizzare i cittadini a prender le armi e il far sonare a martello, sarebbe stato atto, non solo di una illegalit pi straordinaria, ma di aperta ribellione. G li elettori rimasero fermi nel resistere su questo punto alle istanze e alla pre ssura, della moltitudine; e per non scontentarla per interamente, diedero ordine che le fossero consegnate le armi che si tenevano all'Htel de Ville per uso delle guardie della citt. Ma, tardando il custode dell'armeria a venir con le chiavi, fu sfondata la porta e le armi messe a sacco. Riguardo all'altra intimazione, gli elettori, a notte fatta, e dopo molto esitar e e deliberare, si risolvettero a dar fuori l'ordine seguente: Dietro le richieste pressanti di molti cittadini che si sono portati all'Htel de V ille, e hanno manifestata la loro apprensione agli elettori gi riuniti per preven ire il tumulto; Gli elettori suddetti hanno deliberato che i distretti siano immediatamente conv

ocati, e che gli elettori siano mandati ai posti dei cittadini armati, per prega rli di soprassedere ad ogni sorte di attruppamenti e di vie di fatto (45). Era, come ognun vede, l'atto e il linguaggio di uomini che, qualunque potessero essere i desideri di tanti o quanti di loro, facevano il meno che potevano, ince rti, come erano tutti, dell'esito finale del conflitto. Ad ogni modo l'insurrezi one aveva ottenuto ci che importava di pi, la convocazione dei distretti, che non si sarebbe potuta ottenere con nessun altro mezzo, e senza la quale l'insurrezio ne non avrebbe avuta una forma, ma solamente un andamento erratico e tumultuario . Il permesso di armarsi e di sonar a martello diventava superfluo ogni momento pi: gi erano saccheggiate le botteghe degli armaiuoli; e l'editto stesso degli ele ttori parlava di posti occupati da gente armata. Lo scopo che gli elettori asseg navano in quell'editto alla convocazione dei distretti non impediva che gli inso rti la facessero servire ad un altro; e quelle belle esortazioni potevano a molt i parere, come si dice, valuta intesa. Quindi la folla che assediava gli elettor i, si disperse, e l'Htel de Ville fu nel rimanente di quella notte lasciato in pa ce. Ma gi la citt era tutta sottosopra. Molti ufizi delle gabelle alle porte furono in cendiati. Bande di malandrini che si erano formate, aspettando che la confusione fosse arrivata al punto di favorire i loro disegni, scorrevano la citt armati di picche e di randelli, e minacciavano di invadere e di spogliare le case di colo ro che erano in voce di nemici della rivoluzione. I cittadini che avevano prese le armi per resistere alla soldatesca che si credeva dover l'indomani piombare s ulla citt, riuscirono a tenere in freno quei malandrini e a preservare le proprie t private. E cos fu iniziata di fatto la guardia borghese, che venne il giorno dopo promulga ta e costituita in una forma ufficiale dalla nova autorit, e gli fu dato poi da M .r de la Fayette il nome diventato solenne e in Francia e altrove, di Guardia Na zionale. Il temuto fantasma della invasione militare si era allontanato come per incanto. I corpi collocati in vari sobborghi della citt, e quello che aveva occupata la p iazza di Luigi Quindicesimo, erano scomparsi davanti alle minaccie della solleva zione, aiutate per da due altre potenti cagioni. La prima e la pi potente era l'ordine di non spargere una sola gocciola del sangue dei cittadini, per servirmi delle parole del barone de Bsenval che, sotto il coma ndo supremo del maresciallo de Broglie, comandava a quei corpi. In conseguenza d i un tal ordine, quel terribile principe de Lambesc, che entrato con pochi de' s uoi e con la sciabola sguainata nel giardino delle Tuileries, vi aveva cagionato quello sgomino, era tornato subito pacatamente al suo posto nella piazza suddett a. Un drappello, mandato da lui in osservazione sul "boulevard" vicino, assalito a fucilate da una truppa di sollevati rinforzata e diretta da Guardie Francesi scappate dalle caserme, si era ritirato senza sparare un fucile, lasciando tre m orti sul campo, ed era andato a riunirsi al corpo. E tutti insieme stavano aspet tando gli ordini del barone de Bsenval che spediva invano corrieri a Versailles p er averne dal maresciallo de Broglie. E per verit, quali ordini si potevano dare a delle truppe a cui si era dato quello di non difendersi? L'altra cagione era il timore della defezione di una parte dei soldati: e si vis to dal fatto citato dianzi quanto questo timore fosse fondato. Si veniva, dice anc ora il Bsenval, a tentare le mie truppe colle solite seduzioni, quasi sui miei occ hi. Cagione, del resto, che riceveva la sua maggior forza dalla prima. La immobil it e la tolleranza delle truppe dava e tempo e animo di fare tali tentativi press o di quelle che o si sapeva o si sperava che fossero pi disposte a secondarli. E davvero, ostinandosi a rimaner l, sarebbe stato egualmente difficile per chi le comandava, il tener lontani e i provocatori e i tentatori, senza far male a nes suno. Considerate tutte queste cose, conclude il Bsenval, credetti che il partito pi saggio era di ritirar le truppe, e di lasciar Parigi in bala di s; e mi ci determi nai verso il tocco dopo la mezza notte. Un corpo di Svizzeri e di soldati di cava lleria si mantenne nel Campo di Marte ad uno dei lembi della citt. Intanto le Guardie Francesi rimaste alla prima nelle caserme, si erano riunite a nch'esse agli insorti. Andarono alla rinfusa al PalaisRoyal, dove si riordinaron o, si scelsero dei capi, e insieme Con una moltitudine di insorti, si portarono

alla piazza di Luigi Quindicesimo, per assaltare i dragoni comandati dal princip e de Lambesc, e farneli sloggiare. Ma la trovarono vta. La mattina del 13, sulla voce fatta correre da un qualcheduno, che nel convento di san Lazaro, situato in uno dei sobborghi, fosse ammassato del grano in gran q uantit, una frotta di quelli che nella notte non avevano potuto far bottino nell' interno della citt, corse a furia a quel luogo. Furono spezzate le porte a colpi di scure, rotti, laceri, sparsi in qua e in l i mobili, i libri, i quadri, le sup pellettili di ogni sorte; e alcuni principiavano a dare il foco; ma ne furono im pediti, e alla fine scacciati da cittadini, a cui si erano unite varie Guardie F rancesi. Il grano che vi era fu preservato dalla dispersione, ma preso e traspor tato alla Halle. Un'altra frotta forz e invase il "Gardemeuble" della corona, dov e erano raccolte armi preziose per materia, per lavoro, o per memorie storiche, e che andarono a ruba. La mattina medesima, quando si apr la seduta della Assemblea nazionale, vi era gi arrivata la notizia del principio del tumulto. Dopo sentita in cupo silenzio, pi che ascoltata, la lettura di ! vari indirizzi di adesione, si alz il deputato Mou nier a denunziare il fatto che era stato la cagione prossima del tumulto, e che, anche prima che questo scoppiasse, aveva messi in grandissima agitazione gli an imi dei suoi colleghi. Disse che il congedo del Necker e degli altri tre ministr i era dovuto alle arti di coloro che, all'intento di perpetuare gli abusi e la s chiavit, e d'impedire la grande opera della costituzione, avevano condotto il re a temere un popolo da cui era tanto amato, e insieme a provocarlo con un apparat o minaccioso di guerra; che il re aveva certamente il diritto di cambiare i suoi ministri, ma che in quel momento di crisi, l'avvertirlo dei pericoli in cui dei consiglieri imprudenti mettevano la Francia era un dovere della Assemblea, la q uale non poteva ignorare che i ministri rimossi erano sommamente cari alla nazio ne; che senza di loro il credito pubblico non poteva sussistere, e lo Stato rima neva esposto ad uno spaventoso fallimento; che il sangue era vicino a scorrere, scorreva forse gi nella capitale. Aggiunse che era egualmente un dovere della Ass emblea il dichiarare al re che essa non poteva accordare la sua confidenza a dei ministri che, o col rimanere al posto, o coll'occupare quello degli assenti, av evano manifestati dei princpi opposti al ben pubblico. E propose che si facesse u n indirizzo al re, per supplicarlo di richiamare i quattro ministri, e per dichi arargli che l'Assemblea non aveva confidenza veruna nel novo ministero, e che no n consentirebbe mai ad un vergognoso fallimento. Questa ultima clausola era sugg erita dal sospetto che il governo meditasse di ricorrere ad un tale tristissimo espediente per far di meno di una rappresentanza nazionale, liberandosi dal disa vanzo, che era stato il motivo principale di convocare gli Stati Generali. Il Bailly, per far sentire quanto fosse generale l'opinione che riguardava come legato al Necker il destino della Francia, fa qui, con la sua bonariet, la seguen te osservazione: Il Mirabeau stesso ebbe a dire: Si considerava con terrore l'abi sso dei mali in cui la risoluzione del giorno prima poteva strascinar la patria; l'esiglio di M.r Necker, antico oggetto dei voti dei nostri nemici, era consuma to (Courrier de Provence, lettre 19). Ecco come fu costretto a parlare un nemico personale di M.r Necker. Bisogna per riconoscere che il Mirabeau considerava for se meno la perdita dell'uomo che gli avvenimenti disastrosi di cui questa era il presagio. Non rifletteva il bon scienziato, che il nome del Necker era in quel m omento il mezzo potente per buttar tutto sottosopra, e impedire che il novo mini stero si rassodasse, e che il Mirabeau, "cui, compositis rebus, nulla spes, omne in turbido consilium" (46), si valeva naturalmente di un tal mezzo, come di qua lunque altro, riserbandosi a suscitare, il pi presto possibile, al Necker ogni so rta di ostacoli e d'inciampi, per ridurlo a ritirarsi da s, come avvenne. Colle altre due proposte il Mounier non aveva probabilmente pensato, se non a pr ovvedere al caso speciale a cui si riferivano; ed era ben lontano dall'immaginar si di aver creato un esempio e, come ora si dice, un precedente, il quale, qualc he anno e anche parecchi anni dopo, sarebbe stato seguito in altri gravissimi ca si da altri legislatori, e egualmente con effetti che oltrepassarono le intenzio ni della maggior parte di loro. Cos la dichiarazione solenne di approvazione data nel 1792 dalla Assemblea Legislativa a tre altri ministri rimandati da quello s tesso infelice Luigi, fu uno degli ultimi ed efficaci mezzi con cui si arriv a le

vargli, insieme col titolo di re e con un resto di autorit illusoria, la libert e poi la vita. E fu con una protesta di diffidenza per un ministero nominato dal d i lui fratello Carlo Decimo, che principi nel 1830 la guerra aperta che lo spinse dal trono all'esiglio. La proposta del Mounier promosse una lunga discussione, che fu interrotta dal de putato Guillotin, venuto, per incarico degli elettori del Terzo Stato di Parigi, a comunicare alla Assemblea la petizione con cui le chiedevano di procurare lo stabilimento di una guardia borghese. Subito dopo arrivarono le notizie dei fatt i della notte antecedente e di quella mattina, e sollevarono in tutti gli animi un sentimento eguale di dolore e di sgomento. Molti deputati della Nobilt si alza rono, esclamando ad una voce doversi soffocare ogni memoria delle dissensioni pa ssate, e riunirsi tutti i deputati a salvare la patria. Furono fatte e dibattute varie proposte, e finalmente si convenne nella seguente deliberazione: Che si manderebbe una deputazione al re per rappresentargli i pericoli che sovras tavano alla capitale e al regno, la necessit di rimandar le truppe, la di cui pre senza irritava la disperazione del popolo, e di affidare la guardia della citt al la milizia borghese. Si decise inoltre, che, se l'Assemblea otteneva dal re l'allontanamento delle tru ppe e lo stabilimento della milizia borghese, spedirebbe a Parigi dei deputati p er portarvi notizie consolanti, e contribuire al ritorno della tranquillit. Il presidente della Assemblea, capo della deputazione, presentando quell'atto al re, gliene espose i sensi pi in particolare, e aggiunse che, riconoscendo in lui il diritto di formare il suo consiglio, l'Assemblea non gli poteva per nasconder e che il cambiamento dei ministri era la primaria cagione di quelle sciagure. Il re rispose: Vi ho gi manifestate le mie intenzioni intorno alle misure che i disordini di Pari gi mi hanno costretto a prendere: tocca a me solo a giudicare della loro necessi t, e non posso farci alcun cambiamento. Certe citt si guardano da s; ma l'estension e di quella capitale non comporta una custodia di un tal genere. Non dubito dell a purezza dei motivi che vi portano a offrire i vostri servigi in questa affligg ente circostanza; ma la vostra presenza a Parigi non sarebbe di alcun utile; ed necessaria qui per accelerare i vostri importanti lavori, di cui non cesso di ra ccomandarvi la continuazione. Ci che spiega come in tali circostanze il re abbia potuto dare una tale risposta, che, malissimo informato da quelli di cui si fidava, e avendo per sospetto ci ch e gli veniva da una assemblea in cui prevalevano gli uomini interessati a fargli paura, era lontano dal formarsi un concetto adeguato della gravit degli avvenime nti. In quelle turbolenze, dice il Bailly, non si vedeva ancora altro che l'opera d ei briganti. E a ogni modo, come supporre che il re avrebbe dichiarato di non pot er cambiare in nessuna parte le misure prese a cagione dei disordini di Parigi, se avesse saputo che le truppe ne avevano abbandonati quasi tutti i posti, vale a dire che quelle misure erano in tanta parte andate a vto? La sua risposta, riferita alla Assemblea pi informata di lui, mise lo sgomento in tutti gli animi al pensiero dei disastri che sarebbero venuti dalla prolungazio ne di un tale conflitto. Quegli stessi che si erano rallegrati e imbaldanziti pe r la mossa delle truppe e per il cambiamento dei ministri, svanita la speranza d el trionfo facile e forse senza combattimento, che si erano ripromessi da quella mostra di forza da parte del re, si unirono coi pi nella deliberazione di pressa rlo di novo e pi gagliardamente, per ottenere dalla sua debolezza un pronto accom odamento. Quindi, dopo varie proposte, si concluse col dichiarare alla unanimit: che M.r Necker e gli altri ministri rimandati con lui portavano con s la stima ed il desiderio della Assemblea; che essa non cesserebbe d'insistere per l'allonta namento delle truppe e per lo stabilimento delle guardie borghesi; che tra il re e l'Assemblea non poteva esserci alcuno di mezzo; che i ministri e gli agenti c ivili e militari sarebbero responsabili di ogni attentato ai diritti della nazio ne e ai decreti della Assemblea; che i consiglieri di Sua Maest, di qualunque gra do, condizione e impiego, sarebbero egualmente responsabili dei mali presenti e di quelli che potessero venir dietro; che, essendo il debito pubblico sotto la g uardia dell'onore e della lealt francese, nessun potere aveva il diritto di pronu nziare la parola infame di fallimento; che finalmente l'Assemblea persisteva nel

le sue precedenti deliberazioni e segnatamente in quelle dei 17, 20 e 23 giugno. E ordin che quella dichiarazione sarebbe trasmessa al re e pubblicata colla stam pa. Il giorno dopo, il presidente rifer alla Assemblea di aver rimessa quella dichiar azione al re, il quale aveva risposto che la esaminerebbe. Ma quali erano state in realt le intenzioni del re nell'ordinare quella mossa di truppe? Oltre il motivo di ristabilir l'ordine, addotto ripetutamente da lui, av eva egli, di concerto colle persone di sua particolar confidenza e coi novi mini stri, dei disegni pi lontani? E quali? E' una curiosit che la storia non ha potuto e probabilmente non potr mai soddisfar e. Nessuno di quelli che siano stati a parte di tali disegni, n altri a cui siano stati rivelati da un qualcheduno di loro, ne lasci, che si sappia, memoria verun a; e tutto ci che ne arrivato alla posterit attuale non altro che congetture e sup posizioni. La dichiarazione della Assemblea non affermava nulla di positivo e no n andava evidentemente incontro che a delle presunzioni. Le certezze abbondavano bens nelle menti e nei discorsi di molti, ma quali certezze! E' noto, dice l'impar ziale Mounier, quanto i faziosi siano stati destri a cogliere una occasione cos pr opizia. Ci erano tra di loro dei nemici accaniti del ministro delle finanze, che finsero di riguardare il suo allontanamento come una calamit. Fecero sparger voc e in tutta la Francia, che il re aveva il disegno di mandare a sacco la capitale , di farvi spargere torrenti di sangue, di far perire i deputati pi zelanti dei d iritti del popolo. E, come abbiamo visto, fu coll'annunzio di una imminente "Sain tBarthlemy", che il Desmoulins fece scoppiare l'insurrezione. Ma riguardo al nostro assunto, la mancanza di notizie positive intorno a quelle intenzioni affatto indifferente. Bastano i fatti palesi per ricavarne la consegu enza che importa all'assunto medesimo, cio: che si era creato uno stato di cose i n cui, dopo due sedizioni non potute reprimere n punire, e mentre gli autori di e sse non avevano cessato di aizzare gli animi a nove sedizioni con discorsi ardit i e artificiosi, e al PalaisRoyal e in altri ritrovi; la sola autorit a cui, per consenso generale, apparteneva la tutela dell'ordine pubblico, non aveva potuto opporre a tali tentativi una mostra di forza militare, e rimandare dei ministri che prevedeva contrari a quella risoluzione, senza trovarsi a fronte l'alto l di una assemblea e una insurrezione nella capitale. Qui forse ci si domander se, anche senza avere alcuna idea positiva di tale o di tal altro disegno del re e dei suoi consiglieri, non era con quegli indizi cosa naturale il pensare che dei disegni nascosti ci fossero, e che il disordine avve nuto e il temibile fosse una occasione destramente colta per eseguirli. Certo, era una cosa naturale, ma perch? Perch ci che stato imposto da un fatto arbi trario, cosa naturale il supporre che lasci fisso nell'animo il desiderio e, dat a l'occasione, il proposito di ricattarsi. Quand'anche il re, giudicando troppo rischioso ogni tentativo di un tal genere, non avesse avuto, nel riunire le trup pe, altro motivo che quello accennato da lui e, del resto, fondatissimo, di far cessare le turbolenze e di rendere alle leggi il loro vigore, l'Assemblea, che a veva presente troppo bene di non aver dovuta quella vittoria cos facile, che alla sorpresa e alla irresolutezza del re, non poteva vederlo apprestare dei mezzi d i forza, senza trovarci sotto dei progetti di reazione, pi o meno vasti, pi o meno gagliardi, e anche violenti, secondo il lavoro delle congetture e delle fantasi e. Per la stessa ragione gli elettori del Terzo Stato di Parigi non potevano non aspettarsi che, al primo momento che il re potesse riprendere di fatto anche qu ella sola autorit che l'Assemblea Nazionale gli aveva lasciata, troncherebbe, se non altro, le loro adunanze continuate ad onta del suo divieto, e non fondate so pra alcun diritto, n reale n presunto. Tutte le apprensioni di questo genere non s arebbero per bastate a far sollevare n una nazione, n una citt. E' vero che una gran parte dei Francesi aveva accolta con gioia la deliberazione dei Comuni; ma tra il rallegrarsi di una cosa che pare e utile e tranquillamente compita (il silenz io del re prima, e poi il consiglio dato da lui ai Nobili e al Clero di riunirsi ai Comuni poteva lasciarlo credere), e l'esser pronti a buttar sottosopra ogni cosa, per il sospetto di vedersela levata, ci corre un grandissimo intervallo. I l favore che godevano gli elettori in questione presso una parte degli abitanti di Parigi era ancora meno atto a produrre in quella citt un tale effetto; ed essi

medesimi erano tanto lontani dal servirsi di quel favore per portare gli animi ad una risoluzione disperata che come abbiamo visto, ce ne volle di molta per ti rarli ad aiutarla. C'era poi la parte meno nobile, ma pi attiva della Rivoluzione , che non aveva bisogno di supporre nel re secondi fini. Ci ch'egli diceva di vol er fare, cio rimettere e mantenere l'ordine nella capitale, prevenire novi disordi ni, mantenere l'esercizio delle leggi, era appunto ci che essa temeva. Quelle paro le volevano dire finito il regno del PalaisRoyal, che dava suggezione al governo e gi anche un poco alla Assemblea; ricacciati nella oscurit e nella impotenza i p redicatori di piazza, che avevano la soddisfazione, non mai sognata in altri tem pi, di trovare qua e l un uditorio il quale all'occorrenza potesse diventare una banda; rimessa la disciplina nelle Guardie Francesi, e quindi cessata la pi sicur a e la pi allegra delle baldorie, quella che nasce dal concerto tra la parte turb olenta di una popolazione e coloro che nei tempi ordinari la tengono in rispetto ; troncate tutte le speranze che il disordine fa nascere in quelli che nell'ordi ne non ne saprebbero trovare di lusinghiere per loro. Ma questi e altri motivi d i tal genere sarebbero stati anche meno, anzi molto e molto meno atti a produrre una sollevazione generale, anzi non erano tali da esser proposti ad un pubblico , nemmeno a quello del PalaisRoyal. Il primo impulso al movimento doveva bens esser dato l dove si trovava una turba m ista di sediziosi, di riscaldati, di novellieri, propri egualmente a diffonderlo ; ma ci voleva un motivo atto a colpire tutti gli animi, l'immagine di un attent ato perfido e spaventoso, quella paura di un male atroce e imminente, che porta, secondo la tempra degli animi, l'abbattimento o il furore. E Camillo Desmoulins , il quale sapeva benissimo che, se in una discussione il moltiplicare gli argom enti aiuta a determinare la persuasione, chi vuole ottenere un effetto immediato dalla passione, deve presentarle un oggetto immediato e potente, senza distrarr e le menti in altre considerazioni, non istette a parlare di alcuno dei vari per icoli che gli uni e gli altri apprendevano: n del ristabilimento dei tre Ordini, n della soppressione di ogni rappresentanza nazionale e del ritorno al potere ass oluto, n del fallimento. Disse semplicemente: Il bando di M.r Necker la campana a martello di una "SaintBarthlemy" dei patrioti: questa sera tutti i battaglioni sv izzeri e tedeschi usciranno dal Campo di Marte per scannarci. Veramente, che Luigi Sedicesimo potesse ordinare un macello, o che altri si pote ssero attentare d'ordinarlo senza il suo consenso e contro il noto suo volere, e rano supposizioni, l'una mostruosa, l'altra assurda per chiunque avesse in quei momenti preso tempo a riflettere. Tra la "SaintBarthlemy" e quella sognata imitaz ione non c'era la minima analogia intrinseca. L erano due partiti gi stati alle ma ni pi volte; gli uomini designati alla morte, chiaramente distinti e noti per la professione di una religione diversa; la massima parte della popolazione di Pari gi avversa ad essi, adoratrice del Duca di Guisa, il loro pi potente e feroce nem ico, e pur troppo disposta a secondare, non che a soffrire, un fatto di quel gen ere; uomini armati dal "Prvt des Marchands" (Capo del Municipio) e altri di loro p roprio moto uniti ai soldati, anzi parte principale nella strage; sonata davvero a martello la campana del palazzo della citt, e illuminate per tutto le finestre , perch la strage fosse condotta con ordine. Di maniera che il Voltaire, parlando , e di questa e delle altre che vennero dietro nelle provincie, pot dire, quella volta con verit: La stessa nazione, la quale ora non pu pensare ad un tale misfatto senza rabbrividire, lo commise con trasporto e con zelo (47). Nel Parigi del lug lio 1789, nulla di tutto ci. Nessun concerto, nemmeno sognato, di nessuna parte d egli abitanti coi comandanti delle truppe, tanto che non pot nemmeno venire in me nte al Desmoulins, per ingrandire l'idea del pericolo e per accrescer l'odio, di parlare di veruna complicit degli "aristocratici", ai quali, ora a ragione ora a d arbitrio, si attribuivano ogni sorte di disegni. Non si sarebbe potuto intende re se i soldati svizzeri e tedeschi avessero dovuto, o discernere essi i patriot i da scannare, o scannare a caso. E chi avrebbe messi i lumi alle finestre? I so ldati del Campo di Marte? Ma per immaginazioni accese e sopraffatte c'erano anal ogie pi che sufficienti: la notte, un re sdegnato, e dei soldati pronti. Qualunque per fosse lo stato delle cose, - sento che mi si dice - evidente, che n on c'era nulla che desse motivo di temere, e neppure occasione di sognare uno sc oppio come quello terribile che avvenne; ed evidente, che la mossa delle truppe

e il bando conseguente del Necker ne furono la cagione immediata. Certamente, - rispondo - fu quella una infelice risoluzione; ma ce n'era egli un a bona da poter prendere? Il re fece male; ma lo stato delle cose gli dava egli il mezzo, o piuttosto gli lasciava la possibilit di far bene? Per formar questo g iudizio potr, credo, bastare un breve esame di quella deliberazione e dell'altre possibili. E' manifesto, che indipendentemente dalle seconde intenzioni che il re potesse a vere, aveva quella asserita da lui come la sola, di far cessare nella capitale l a licenza e la prepotenza di quelli che predicavano apertamente la sedizione. So bene che, in casi simili, difficile, e spesso impossibile il discernere ci che u n principe o un governo qualunque faccia, o per amor dell'ordine o per amor del potere. Ma non c' bisogno di fare una tal distinzione dove si veda esserci stato, e dovere esserci stato, pi o meno preponderante il primo motivo. E questo era be ne il caso. Un provvedimento era richiesto dalla cosa; e Luigi Sedicesimo credev a e doveva credere che a lui ne appartenesse il diritto, anzi ne incombesse l'ob bligo, poich quel diritto era riguardato dalla nazione e dalla Assemblea con essa , come un attributo naturale della autorit regia; e, del resto, non c'era alcun a ltro che lo potesse esercitare. In quanto al mezzo poi, non ne avrebbe potuto im maginare altro che la forza militare, a meno di prender per bono l'assioma messo gli innanzi nell'indirizzo della Assemblea, cio che i mezzi infallibili per il ris tabilimento dell'ordine sono la clemenza e la bont: assioma di cui non si pu sapere cosa pensassero i vari deputati; ma si pu dire senza paura di fare un giudizio t emerario, che il suo autore e proponente, il Mirabeau, ne ridesse perversamente dentro di s. Ma, insieme con tutte quelle disposizioni bellicose, il re, ripugnante, come ogn uno sa, da ogni fatto violento, e soprattutto dal sangue, diede l'ordine che ne impediva l'effetto. E qui la congettura sul come quei due propositi si accordass ero nella sua mente, del pari facile e sicura. Dovette credere che l'apparato de lla forza avrebbe fatto cessare e l'agitazione sediziosa della piazza e le esorb itanze usurpatrici e in fondo anarchiche, della Assemblea: due cose che si davan o la mano (48). Il 18 "brumaire", quando la Francia era stufa, sdegnata, nauseat a di una successione di oligarchie, quali atrocemente sanguinarie, tutte pi o men o oppressive, spogliatrici, insultanti, sprezzatrici delle leggi anche imposte d a loro, bast l'apparire di alcuni granatieri nel Consiglio dei Cinquecento, per f arla finita, senza che si spargesse una stilla di sangue. Ma al tempo di cui tra ttiamo, quando nei primi atti dell'Assemblea si credeva vedere il principio di u n'era splendida e pacata; quando quello che era il principio dell'anarchia parev a un incidente inevitabile e passeggiero che sarebbe subito levato di mezzo da u na legislazione sapiente e creatrice, o finirebbe da s davanti alla concordia dei boni cittadini e alla passione generale per il ben pubblico, Luigi Sedicesimo p rese un grandissimo sbaglio nel credere che basterebbe la comparsa di quarantami la soldati, o incirca. Ed per ci che altri fecero, o a lui, o ai diversi comandanti supposti da loro for niti di poteri proporzionati alle emergenze, un carico del non avere usata la fo rza messa cos inutilmente, anzi dannosamente, in mostra. Pensavano questi, che se , invece di fare quella ridicola e nondimeno odiosa scorreria in un luogo di pas seggio, per rimettersi poi e rimanere come una rassegna presso la statua di Luig i Quindicesimo, le truppe collocate su quella piazza e l accanto nei Champslyses fo ssero state spinte a vendicare i loro compagni indegnamente uccisi, e ad incalza re la masnada assalitrice e i disertori, non ancora molti, uniti a essa, adopran do i mezzi necessari a disperderla, e levargli la voglia di rimettersi insieme; e che se, al primo avviso della sommossa, le altre truppe che avevano messo tant o sgomento nella citt e nella Assemblea (49) (truppe obbedienti la maggior parte, e le dubbie non ancora rese ardite a disobbedire) si fossero portate, entrando da varie parti in citt, per tutto dove si raccoglieva gente a tumultuare, e ne av essero messa in fuga la massima parte, come suole accadere, e trattati da nemici quelli che si fossero ostinati ad esser tali, non ci sarebbe stato, n l'assedio posto con tutto il comodo all'Htel de Ville, n convocazione di distretti, n saccheg gio di botteghe di armaioli, n presa di posti, n incursione di malandrini; la soll evazione sarebbe finita nel principiare; i primi a sommovere sarebbero stati anc

he i primi a rimpiattarsi; e Parigi, dopo una notte meno tempestosa di quella ch e ebbe a passare, si sarebbe trovato, la mattina del 13, guardato, avvertito e t ranquillo. Ma supponendo pure che una tale spedizione fosse per avere quell'effetto immedia to, avrebbe poi avuto quello di ristabilir l'ordine? No davvero. Quale ordine, D io bono! in quelle circostanze, con quella disposizione di animi; sarebbe mai po tuto uscire da una vittoria comprata con sangue di cittadini? L'ordine che la Fr ancia, e il re con essa, aveva voluto e sperato, era quello che si credeva dover venire da un concerto pacifico, unanime tra lui ed una rappresentanza nazionale . E senza di questa, non tra oramai possibile quella acquiescenza del pubblico, cessando la quale, non pu regnare altro che, o la tirannia o l'agitazione, due co se egualmente opposte all'ordine. Ora, dopo un fatto di quella sorte, dove trova re una tale rappresentanza? Assemblea Nazionale, o Stati Generali nella antica f orma sarebbero stati egualmente stromenti inetti e ribelli all'intento. Lasciare in piedi la prima era lo stesso che sanzionare l'usurpazione e levarsi il mezzo di governare; e rimettendo gli altri, quali relazioni sarebbero state possibili , n tra i diversi Ordini, n in ciascheduno di essi, dopo la scissura della maggior anza del Clero e della minorit dei Nobili? E una nova rappresentanza in qualunque altra forma e con novi deputati non si sarebbe in quel tempo potuta comporre e nemmeno ideare. Quindi il re, volendo e dovendo pur governare in qualche maniera , sarebbe stato ridotto, contro il sentimento generale, contro i suoi impegni e contro il suo proprio genio, a continuare con la forza l'opera della forza, e se nza poter trovare cooperatori altro che in un piccolo partito di uomini invisi s otto il nome di aristocratici, e pi che sospetti di essere avversi a qualunque in novazione. Gli uomini affezionati sinceramente al re, ma fermi a volere il suo p acifico concorso nel fondare una costituzione, i Mounier, i Malouet, i LallyTole ndal, i La Rochefoucauld, i ClermontTonnerre, e un bon numero di altri, quando n on fossero stati scartati dal partito che doveva necessariamente prendere il sop ravvento, non erano uomini da volerne essere n seguaci, n compagni; e senza farsi nemici del re, anzi scusandolo come ingannato, circonvenuto, fatto fare, avrebbe ro voltate le spalle a un trono insanguinato. Per quanto la repressione potesse parere giustificata dalla aperta rivolta, la prima provocazione sarebbe sempre s tata attribuita alla mossa delle truppe. L'Assemblea aveva gi fatto intendere nel l'indirizzo al re di riguardarla come tale; e la rivolta soggiogata sarebbe stat a riguardata come una infelice, ma giusta difesa. L'agitazione della parte pi tur bolenta della capitale radunata come in permanenza al PalaisRoyal, gli eccitamen ti alla sedizione, il disprezzo, il sospetto contro il governo, manifestato viol entemente e impunemente, la connivenza della parte principale della guarnigione, il disordine insomma allegato dal re per motivo di quella dimostrazione di forz e, sarebbe stato considerato pi che mai come un pretesto, quando l'effetto ottenu to per mezzo di esse sarebbe parso, a ragione o a torto, altamente utile al pote re assoluto di prima. E si visto come anche la parte pi moderata della Assemblea riguardasse quel disordine come un inconveniente transitorio, e quali erano i me zzi che proponeva come infallibili per farlo cessare. La Rivoluzione era ancora nel suo primo stadio, che chiamerei negativo, in quanto non ci era alcun proposi to nel quale i suoi autori e i suoi fautori fossero concordi fuorch quello di non voler pi il governo assoluto di prima. Riguardo alla nova forma da sostituirgli non ci era forse un concetto chiaro e determinato nemmeno in nessuna testa: solo si credeva che sarebbe una bellissima cosa, quando non fosse attraversata e imp edita di nascere dal partito aristocratico, cio dalla pi parte dei Nobili e dell'a lto Clero, da certi ministri, dalla corte, dalla famiglia reale, e per suggestio ne e pressura di tutti questi, dal re medesimo. E quindi l solamente credevano ch e ci potesse essere un pericolo reale e imminente per le sorti del paese. Certo, gli amici onesti e generosi del rinnovamento non desideravano di vederlo trionf are per mezzo della insurrezione, ma nella disfatta della insurrezione non avreb bero veduto altro che il trionfo di una causa alla quale sarebbe stata vilt e tra dimento l'associarsi. E quale determinazione poi dopo la supposta vittoria avrebbe potuta prendere il re riguardo al Necker? Richiamarlo era un darla vinta ai vinti, ed esporsi insie me ad un certissimo rifiuto. E assente, quell'uomo, sarebbe rimasto pi che mai il

desiderio e l'idolo, si pu dire, della nazione, il solo da cui si sperasse il ri paro alla rovina delle finanze, in cui si vedesse un valido patrocinatore della libert nel consiglio del re, e a fronte della corte. E per gli stessi motivi la s ua assenza, o forzata o volontaria sarebbe stata come una prova vivente di propo siti ostili alla libert, e quindi un fomite incessante di diffidenza e di avversi one. Ridotto cos il tristo vincitore a non poter fare assegnamento che sulla forz a riconquistata, difficile immaginare con qual norma, per mezzo di quali uomini, con che intento finale, avrebbe potuto adoperarla. E questo nell'ipotesi che la repressione avesse non solo schiacciata l'insurrezione in Parigi, ma abbattuti gli animi in modo di farne passar la voglia per un pezzo; che lo stesso sgomento si sarebbe propagato in tutto il regno, e che in altre citt non sarebbero scoppi ate altre sommosse, le quali represse egualmente con la forza, avessero a lascia r nove macchie di sangue sul trono del mite Luigi; che finalmente le truppe non ancora sedotte sarebbero rimaste inaccessibili alla seduzione. Concludiamo. Fare, non fare, fare per met, erano tre cattivi partiti. Il primo ri usciva a un novo genere di disordine; il secondo lasciava continuare, che quanto dir crescere, quello che esisteva; del terzo abbiamo visto i primi effetti. E u n quarto partito non veggo che si fosse potuto trovare. Tale era lo stato di cos e creato nelle giornate dei 17, 20 e 23 giugno, in virt della metafisica dell'aba te Sieys. 7. Riprendendo ora la serie degli avvenimenti, ne accenneremo rapidamente i pi notab ili, per venire a considerarne gli effetti, che sono l'oggetto principale di que sto lavoro. Lo sgombero di quasi tutte le truppe dall'abitato di Parigi non aveva punto acqu ietati gli animi dei cittadini. Si temeva un'incursione di quei tanti o quanti s oldati che erano rimasti a quartiere nel Campo di Marte; si temeva un ritorno di quelli che erano stati, pi o meno, allontanati. Per tutto si gridava armi, per t utto se ne andava in cerca, a frotte, in squadriglie. E sopra tutto se ne richie deva agli elettori radunati all'Htel de Ville, da una moltitudine che gli assedia va, li pigiava, si confondeva in parte con loro, e si mischiava anche nelle loro deliberazioni. Questi entrati, come si toccato sopra, in una strada della quale non avevano preveduto il corso; cacciati avanti da una forza presente, e non be n sicuri di non avere a render poi conto ad un'altra; ondeggianti tra il sentime nto di una loro autorit nata dalle circostanze, e il pensiero fastidioso di esser privi d'ogni titolo legale, chiamarono il capo del Municipio ("Prvt des Marchands ") a prender parte alle loro sedute, come un mezzo di dare ad esse una certa leg alit, col cucire la toppa del panno novo nel vestito vecchio. Invitato formalment e per mezzo di una deputazione, quel magistrato accett, per sua disgrazia: era qu el M.r de Flepelles, a cui, il giorno dopo, una morte violenta doveva procacciar e un posto lugubre nella storia. Quando si present all'Htel de Ville insieme colla deputazione, fu accolto con grandissimi applausi. Gli tennero dietro gli scabin i ("chevins") che formavano con lui il municipio, e il procuratore regio presso d i quello, M.r Ethis de Corny. Una tale aggiunta non poteva che rafforzare nel co rpo degli elettori la disposizione a limitare, per quanto fosse possibile, le lo ro operazioni a ci che paresse necessario a reprimere l'anarchia. E siccome, in u n numero cos grande, variabile ad ogni momento, era impossibile ogni azione ammin istrativa, si deliber, sulla proposta del procuratore suddetto, di creare un comi tato permanente, che riunito giorno e notte all'Htel de Ville, lavorasse immediata mente a ristabilire la tranquillit pubblica. Fu composto di un numero di elettori, di tutto il corpo municipale e del procuratore; il "Prvt des Marchands" ne fu nom inato presidente. Uno della folla, un certo Grlet, si lament che la scelta fosse r istretta a quelle due classi. Chi volete dunque che si nomini? gli domand un eletto re. Me, rispose quello. Fu accettato subito e per acclamazione, probabilmente per il timore fondato che ogni parola di pi potesse far cambiare il "Me" in "Noi". Il comitato, appena raccolto, compose in fretta e fece pubblicare un ordine, con cui istituiva la milizia parigina, per la quale ciaschedun distretto avesse a d are un contingente. Il motivo addotto nel preambolo era la notoriet del disordine

e gli eccessi consumati da molti attruppamenti. Di un bisogno, n di un diritto di resistere alle truppe del re, neppure un cenno. Ma era questa appunto la preoccupazione principale della gente affollata all'Htel de Ville e di una gran parte degli altri cittadini, dacch i malandrini, che avev ano creduto di poter profittare della confusione per incendiare, rubare e commet tere ogni sorte di violenze private, erano, dopo i primi tentativi, tenuti a seg no dal gran numero dei cittadini medesimi. Ed ci che accade naturalmente nelle so llevazioni, quando sono generali e si prolungano; poich quella trista specie di u omini sempre e per tutto una minorit, e una piccolissima minorit, senza di che sar ebbe impossibile ogni civile consorzio; e quindi il maggior numero che, e per in teresse e, ci che meglio, per la prevalente onest naturale, odia quel genere di di sordini, pu, trovandosi in quelle circostanze riunito, reprimerli e prevenirli pi ancora di quello che lo possa nei tempi ordinari la forza destinata a ci! Agli el ettori e ai membri del comitato, che esortavano la moltitudine ad andare ad arro larsi ciascheduno al suo distretto, si rispondeva col chiedere armi, giacch ai di stretti non ce n'era punto, e si supponeva che in qualche luogo ce ne dovesse es sere, e che quelli che avevano in certo modo assunto il governo le avessero a tr ovare. Nell'imbarazzo comune, il "Prvt des Marchands" (non si mai saputo positivam ente, per qual errore o con quale intenzione) dava assicurazioni e indicazioni e gualmente false, anzi inverosimili, ma che in quella concitazione di animi non e rano discredute. Disse che il direttore della fabbrica d'armi di Charleville gli aveva promessi per quel giorno medesimo, dodici mila fucili, che naturalmente n on vennero; diede ordine ad un distretto di mandare a prender delle armi che si dovevano trovare nel monastero dei certosini, dove non si trovarono che dei mona ci stupefatti e spauriti da una tal vista. Questi fatti non potevano a meno di f ar nascere il sospetto, che quell'uomo non mirasse che a far passare il tempo in ricerche vane, sperando che di momento in momento avessero a ritornar le truppe . E il sospetto, che in tali casi tende di sua natura ad allargarsi sopra molti, non risparmiava il comitato, quasi se la intendesse coi membri del municipio e col loro capo per tradire la causa comune; e tra le grida che chiedevano armi, s e ne facevano sentire anche di accusatrici e minacciose. Intanto dai vari distre tti arrivavano indirizzi o delegati che insieme colle adesioni alle deliberazion i del comitato, portavano anch'essi richieste d'armi. Il comitato, non potendo n dare quelle che non aveva, n indicare quelle che non conosceva, e messo alle stre tte di far pure qualche cosa, autorizz i distretti a far fabbricare picche e alab arde e altre armi, e nomin un comandante della milizia. Da tutte le parti della c itt si conduceva sulla piazza de Grve, davanti all'Htel de Ville, una quantit di car rozze, di carri, di carrette, di vetture d'ogni genere, fermate all'uscir dalle porte. Una di quelle fu trovata carica di polvere da guerra, che fu distribuita, non trovo se ai distretti o alla moltitudine. Ma tutto ci, come non bastava a so ddisfare i desideri, cos neanche ad acchetare i sospetti. E al PalaisRoyal, pi fur ibondo e pi potente che mai, si facevano proposte violente contro il Comitato, e apertamente omicide contro il "Prvt des Marchands", che ne prov l'effetto il giorno seguente. All'alba di quel giorno, che fu il famoso 14, il movimento, interrotto durante l a notte, ricominci pi gagliardo e pi vasto. L'arrivo continuo e frequente di soldat i, che disertando dai corpi accampati nei contorni, si presentavano ai vari dist retti, ed erano distribuiti tra la milizia che si andava formando, rinfrancava e infiammava gli animi pi e pi. Oramai le armi e le munizioni si volevano, non tant o per difendere la citt, quanto per tentar qualche impresa. E dopo averne fatte i nvano nove richieste al comitato, la moltitudine si port all'ospizio degli Invali di per farsi consegnare quelle che o si sapeva o si supponeva con maggior fondam ento doverci essere depositate. Dietro alla moltitudine il comitato mand il procu ratore de Corny, probabilmente col doppio fine, e di non parere indifferente o a nche avverso al movimento, e di moderarlo. Ma in simili occorrenze, "Fertur equi s auriga" (50). Alle istanze di questo, e agli urli della moltitudine il governa tore degl'Invalidi, M.r de Sombreuil, rispose che, prevedendo il caso, aveva spe dito un corriere a Versailles per chieder ordini, e pregava che si aspettasse la risposta. Ma la moltitudine si cacci dentro a furia, disarm gli Invalidi, si spar se per tutto a cercare, trov nelle cantine pi migliaia di fucili e insieme cartucc

ie e armi da taglio, e tutto fu messo a sacco. Furono egualmente presi e condott i via i cannoni che stavano l, pi per un ornamento militare, che come un mezzo di difesa; giacch non era forse venuto mai in mente a nessuno che un tale bisogno po tesse nascere. Coi mezzi crebbe naturalmente l'ardore per nove imprese. Una folla ancor pi numer osa si port alla Bastiglia, che fu circondata, attaccata e occupata in quel giorn o medesimo (51). Quel castello, stato eretto per difender Parigi dalle incursioni degli Inglesi ( 52), non serviva, fino dal regno di Luigi Quattordicesimo, che ad uso di prigion e di Stato, vale a dire prigione sottratta alla giurisdizione dei tribunali e so ggetta unicamente all'arbitrio reale, esercitato nella pi parte dei casi dai mini stri e senza saputa dei re medesimi; ci che lo rendeva pi attivo, e minaccioso per un maggior numero di persone. Non era la sola prigione di quel genere che fosse in Francia; ma posta nella capitale dove erano, come sono sempre, specialmente rivolti gli sguardi della nazione, e dove le catture erano naturalmente pi freque nti e pi presto divolgate, faceva pi di ogni altra parlar di s; e come le era rimas to per antonomasia il nome di "Bastille", adoprato nell'antico linguaggio a sign ificare una fortezza qualunque, cos aveva in certo modo compendiato e individuato in s il concetto di carcere arbitrario. Quindi la presa e la demolizione di essa fu riguardata e celebrata come la vittoria della libert sul dispotismo, e della giustizia sull'arbitrio. E anche al presente il negare a quella impresa un tal m erito potr forse a non pochi parere temerit; tanto un giudizio uscito e come scopp iato in un primo momento da un vasto e clamoroso consenso, ha forza di trasmette rsi intero ad uomini di altre generazioni, persuasi e contenti di possedere in u na concisa sentenza il senso essenziale di un grande avvenimento. Ma se, profitt ando di due gran vantaggi che abbiamo come posteri, quello cio di non esser parti nel conflitto, e quello di poter riscontrare i fatti da giudicarsi con fatti su ccessivi e connessi, se, dico, vogliamo esaminare l'importanza di quella impresa , e relativamente all'effetto in questione, troveremo, oso dire facilmente, che quell'effetto si poteva ottenere senza di essa, e che per mezzo di essa non si o ttenne; in altri termini, che era superflua e fu inefficace. Era superflua, perch il re, esprimendo, come abbiamo visto, "il desiderio" di assi curare la libert individuale di tutti i cittadini, aveva invitati gli Stati Genera li a proporgli i provvedimenti da sostituirsi alle "lettres de cachet", che si d ichiarava disposto ad abolire. Qui forse potr parer di novo temerit e insieme dabbenaggine il dare tanto valore a concessioni e a promesse fatte in momenti difficili; il credere che un principe avvezzo ad un potere arbitrario si sarebbe rassegnato davvero a vederselo limit ato, e non avrebbe spiate, anzi fatte nascere le occasioni di riaverlo intero. A questo credo di aver gi risposto fino da principio, adducendo le ragioni per cui un tal timore non sarebbe stato fondato per nessun verso. Ma per aggiungere qua lche osservazione suggerita dai fatti posteriori, chi non vede che la decima par te del vigore spiegato nel resistere ad un comando solenne del re sarebbe pi che bastata a fargli osservare una solenne promessa, quando, contro ogni ragionevole previsione, avesse covato il tristo disegno di renderla vana? Chi non vede qual e sodezza, quale inviolabilit avrebbe data ad un tale impegno l'accettazione, l'a cclamazione unanime del paese? E chi non sa come presto acquistino forza e tenac it di costumi le istituzioni precedute da un generale e giusto desiderio, e nate da un pacifico accordo? Dopo che il concetto di libert individuale, gi entrato nel le menti, si era manifestato come un voto generale nelle istruzioni date dagli e lettori di tutti gli Ordini ai loro deputati, ed era stato preconizzato dal re m edesimo, il dispotismo sulle persone non era pi possibile in Francia, che sotto i l nome di libert. Quello che, da molto tempo, aveva dominato in forma di diritto regio, cadeva per tutto senza che ci fosse bisogno di prenderlo d'assalto in un luogo. Nei tempi moderni e in un vasto Stato, la ragion d'essere del dispotismo non in un recinto fiancheggiato da torri e circondato da fosse, ma nelle circostanze ch e dispongono gli animi a subirlo, e qualche volta a desiderarne uno, per sottrar si ad uno peggiore, o alla licenza; che non , come la definiscono molti, l'eccess o della libert, ma una pessima specie di dispotismo; quello cio dei facinorosi sug

li uomini onesti e pacifici. Che tirannica prigione e che orrendo scannatoio non fu per tanto tempo la torre di Londra? Quella torre in piedi; e non credo che, in fatto di libert individuale, un cittadino inglese abbia a invidiare quelli di verun altro Stato. Ho detto che, se a levar di mezzo l'arbitrio sulle persone, che regnava allora i n Francia, la presa della Bastiglia era superflua, fu poi anche inefficace ad im pedire che un tale arbitrio vi regnasse di novo in altre forme. E quali, Dio bon o! Mai da gran tempo, e forse in nessun tempo, la Francia non aveva avuta a sopp ortare una padronanza sulla libert e sulla vita delle persone, cos sfrenata, cos ar rogante, cos spietata, come quella che, dopo l'abolizione finale e solenne della monarchia, fu esercitata, per circa due anni, da un numero d'uomini mutato in pa rte pi di una volta, ma sempre incomparabilmente piccolo relativamente alla nazio ne, e sempre grande abbastanza, tra capi e satelliti, per arrivare a schiacciare chiunque, ricco o povero, celebre o oscuro, antico avversario o novo oppositore , fosse di ostacolo o di sospetto al partito dominante "pro tempore", o segno pa rticolare alle invidie, agli odi, alle vendette dei vari dominatori. Sarebbe, senza dubbio una strana ingiustizia, quantunque in diversi gradi, l'acc omunare con quel frenetico e sanguinario dispotismo veruno dei governi usciti da lla Rivoluzione, che vennero dopo; ma crediamo che, senza timore di esser contra detti da chi abbia una qualche cognizione di quei tempi, si possa dire che la li bert individuale promessa dalla Rivoluzione, non esistesse in fatto sotto nessuno di quei governi. E ci per cagioni diverse nei particolari, ma derivate tutte egu almente, come da causa prima e permanente, dalle condizioni create alla Francia dai primi atti arbitrari dei Comuni. Diversi non meno tra di loro, e per la qual it e per la quantit, furono gli atti di arbitrio esercitati da quei governi (e sar ebbe un'altra strana ingiustizia, anche in questa parte, il confondere col Diret torio il Consolato e il primo Impero); ma certo, nessuno di quei governi, come v edremo a suo luogo, ebbe occasione di dolersi che il non esserci pi la Bastiglia gli avesse creata una difficolt per esercitare gli atti di arbitrio che trovava o pportuni. E' un fatto degno di osservazione, che la libert individuale gi decretata in Franc ia, come tante altre, da cinque costituzioni successive, non principi ad essere q ualcosa di pi che un nome vano, se non con quella del 1814; e per due mezzi i pi a ntirivoluzionari che si possano immaginare: l'invasione di eserciti quasi tutti appartenenti a monarchi assoluti; e il ritorno della dinastia proscritta dalla R ivoluzione. E ci sar egli chi voglia dire che, per arrivare a quella libert, stata offerta nel 1789 da Luigi Sedicesimo, fosse proprio indispensabile l'essere str ascinati, per un quarto di secolo, in una strada direttamente opposta? Un'altra considerazione, importante anch'essa all'argomento, quella delle crudel t che accompagnarono quella impresa, e che passiamo ad esporre. Alcuni degli assa litori, entrati in una delle corti della Bastiglia, afferrarono una giovinetta, i nteressante per la sua grazia e per il suo candore, dice il Dussaulx. Era figlia di M.r de Montigny, uno degli ufiziali di quella guarnigione, se si pu dare un ta l nome a 82 invalidi e 32 svizzeri. E' la figlia del governatore, dice uno della f olla. E senz'altro, si d fuoco ad un saccone su di cui l'infelice giaceva tramort ita, e si grida: O il governatore renda subito la piazza, o veda la sua figlia br uciar viva. Il padre vede dall'alto di una delle torri; disperato, corre all'orlo per precipitarsi, e cade colpito da due palle. Un brav'uomo, chiamato Bonnemer, si caccia tra quel branco di mostri, coll'impeto della piet e dell'orrore, prend e la poverina tra le braccia e la porta in sicuro. Certo, per quelli l, non era la sollecitudine per l'innocenza oppressa, l'immagin e delle famiglie private dei loro cari dai sospetti di un re o dalle vendette di un ministro; non era insomma un pio e nobile sdegno contro gli abusi della forz a, che gli spingeva ad assaltar la Bastiglia. Il Mirabeau, in una lettera confid enziale, chiama i "primi birboncioni di Parigi" quelli che, per decreto della As semblea Nazionale, si chiamavano i "vincitori della Bastiglia". Certo, la qualif ica era ingiusta nella sua generalit; ma per quelli in particolare non bastava. Entrata poi una gran moltitudine nel core del forte, per un ponte levatoio fatto calare dal governatore, De Launay, sulla promessa data a voce da alcuni di loro , che le vite sarebbero salve, furono subito messe le mani addosso al governator

e medesimo e agli invalidi che, avendo appoggiate le armi ad un muro, stavano as pettando la sorte. Furono involti nella turba, strascinati per le strade, tra i ludibri e i maltrattamenti. Arrivati all'Htel de Ville, ebbero a vedere due loro compagni impiccati. E gi erano minacciati della stessa fine; ma ci erano per fort una in mezzo a quella selvaggia moltitudine vari soldati delle Guardie Francesi, che avevano avuta una gran parte nella impresa, e ai quali doveva naturalmente parer troppo indegno il vedere dei loro compagni e anziani d'armi, uccisi senza combattere e collo stromento del carnefice. Chiesero grazia per essi, e l'ottenn ero. Ma la furia pi atroce era contro lo sventurato governatore. Reo (cos la intendevan o) di aver comandata la difesa di un posto affidato al suo onore, era anche accu sato di una atroce insidia: ed ecco per quale errore. Quelli che, come si detto dianzi, avevano invasa la corte esteriore, erano poi corsi in folla al secondo p onte per impadronirsene, facendo insieme una scarica di moschetteria sulla trupp a che lo guardava. Questa fece foco dal canto suo sugli assalitori, che si ritra ssero in disordine. Tra l'altra e maggior moltitudine fu sparsa e creduta la voc e, che il governatore stesso gli avesse invitati ad entrare nella prima corte, e quindi comandato il foco. Alcuni di quelli che erano entrati i primi lo presero in mezzo per ripararlo dal furore della moltitudine, e condurlo salvo all'Htel de Ville. Fecero lentamente quel lungo tragitto, stretti al misero prigioniero, respingendo con tutte le lor o forze i furiosi che cercavano di ferirlo, e avendo insieme a difender se medes imi dai loro colpi. Ma arrivati alla piazza. dell'Htel de Ville esausti di forze, furono affatto soverchiati dal numero e staccati dal governatore, che rimasto i n bala della turba, fu trucidato presso la scalinata di quel palazzo, dove forse avrebbe potuto trovar la salvezza. Un giovane ginevrino, che come era stato uno dei pi arditi all'attacco del forte, cos era durato l'ultimo alla difesa dell'uomo , fu stramazzato dalla turba, e cadde affranto, rifinito, sopra un mucchio di pi etre. Quel giovane si chiamava Hullin. Ad un tal nome, la memoria corre involontariame nte ad un altro fatto che presenta uno dei pi tristi e singolari contrasti (cos fr equenti, del resto, in quell'epoca) tra la condotta di un uomo medesimo in momen ti diversi. Quell'Hullin era il medesimo che, quattordici anni dopo, in un'altra fortezza insieme e prigione di Stato (Vincennes), presedette la commissione da cui il giovane duca d'Enghien, preso in un paese neutro, fu, se si pu dir cos, pro cessato, di notte, senza assistenza di difensore, senza ammissione di testimoni, e condannato alla fucilazione, che fu eseguita nella fossa di quel castello: il tutto in quattr'ore (53), compresa anche la sepoltura; giacch la buca era stata scavata prima che l'accusato fosse condotto all'esame; e, dopo la sentenza, gli fu negato, per non perder tempo, un confessore. Al cadavere del De Launay fu troncata la testa, e portata in cima d'una picca al PalaisRoyal. E non fu il solo, n il pi indegno trofeo di quella orrenda festa. Tr a gli ufiziali della Bastiglia caduti in bala della moltitudine, c'era il maggior e De Losme, noto e amato per la sua benevolenza verso i carcerati. Un giovane ma rchese de Pelleport si getta in mezzo ai furiosi che lo maltrattavano e lo volev ano morto; e gridando: fermate! fui cinque anni prigioniero alla Bastiglia, e que sto fu il mio consolatore, il mio amico, si stringe a lui, e senza guardare al nu mero si sforza di respingere quelli che lo minacciavano pi da vicino. Il maggiore , gi disposto a morire, alza gli occhi e gli dice: che fate mai? vi perdete, e non salvate me. Infatti il furore degli assassini si rivolge contro di lui, e un vil e colpo di scure lo fa cadere a terra insanguinato. Un suo compagno, prode e gen eroso del pari, riesce a stento a liberarlo, a sollevarlo e a condurlo in salvo all'Htel de Ville. Il De Losme trucidato, e la sua testa infissa ad una picca, po rtata dietro l'altra in trionfo. Venne in ultimo quella del "Prvt des Marchands". I sospetti eccitati dalle false i nformazioni date da lui, risorsero pi forti che mai dopo la presa della Bastiglia . La sala del comitato, al quale presedeva, era affollata di gente che lo accusa va apertamente di tradimento. Alcuni lo interpellarono pi direttamente, accalcando si intorno al seggio, e dicendogli, gli uni che bisognava arrestarlo e tenerlo i n ostaggio, gli altri, che sarebbe condotto in prigione al Chtelet (54), e altri

intimandogli che avesse a venire al PalaisRoyal, per esservi giudicato. Questo v oto divenne generale, e si grid da ogni parte: "Al PalaisRoyal! al PalaisRoyal!". Giudicato al PalaisRoyal! In verit sarebbe difficile l'immaginare un accozzo di v ocaboli che rappresentasse una pi stravagante ripugnanza d'idee. Come! La presa d ella Bastiglia, dicevano, era la rivendicazione dei diritti della giustizia e de lla umanit contro la giurisdizione della forza; "era per il popolo", secondo il B ailly, "l'immagine fisica e materiale della distruzione del potere arbitrario"; era il gran fatto che apportava ad ogni cittadino la sicurezza di non esser pi gi udicato, che in virt della legge, da giudici istituiti anch'essi dalla legge, e a stretti a forme tutelari; e quella sacra e terribile parola giudicare si attribuiv a, come una cosa naturalissima, a una turba avventizia d'uomini, non solo privi di ogni titolo a ci, ma dei pi indegni e incapaci di averne alcuno! d'uomini, tra i quali il fanatismo sincero era la passione meno iniqua e meno implacabile! si riconosceva per tribunale il luogo dove, in quel momento medesimo, due teste rec ise da cadaveri erano salutate da applausi feroci! E ci che mostra fino a qual se gno una preoccupazione sistematica possa chiuder la strada, anche nelle menti no n volgari, alle riflessioni pi ovvie e direi quasi, inevitabili, il Bailly medesi mo, che, in casi meno gravi e meno strani, non di rado un critico scrutatore del le parole, riferisce quella proposta, senza farvi appunto veruno, colle stesse p arole del processo verbale: altri proposero di condurlo al PalaisRoyal, per esser vi giudicato. A quel comando, il "Prvt" scese dal seggio, dicendo: Ebbene, signori, andiamo al Pa laisRoyal; e, in mezzo alla moltitudine che lo stringeva da ogni parte, usc dal pa lazzo, attravers la piazza; ma poco dopo, un uomo rimasto ignoto l'uccise con una pistolettata. La testa fu portata in cima ad una picca al PalaisRoyal, come per compensarlo del non aver potuta esercitare su di esso la sua autorit di tribunal e. A questi certamente tristissimi effetti immediati della presa della Bastiglia, s i aggiunga che essa divenne anche un precedente nefasto. "Gli uomini del 14 lugl io", fu il titolo con cui, in pi d'una violenta fase della Rivoluzione, luride ba nde di sediziosi si presentarono ad assemblee sovrane, nate dalla Rivoluzione me desima, per imporre colla forza brutale a maggioranze repugnanti i voleri dei lo ro capi del momento. E quella parola d'ordine, quel, dir cos, "horrendum carmen" d ella sommossa, si and poi allungando, di mano in mano, colla aggiunta di giornate successive, inaugurate col nome di quella prima. Ma tempo di riprendere il racc onto compendioso dei principali avvenimenti. A Versailles l'Assemblea aveva decretato di inviare una nova deputazione a chied ere al re il ritiro delle truppe, . quando un deputato, il visconte de Noailles, arrivato da Parigi, rifer il progresso della sommossa, la presa degli Invalidi, il progetto di assediar la Bastiglia, lo sgomento delle famiglie nobili costrett e a rinchiudersi nelle loro case. Ad un tale annunzio, si tralasci, per pi spedite zza, di nominare la nova deputazione, e si incaric di ritornare dal re, con nove istanze, quella gi formata che, il giorno antecedente gli aveva presentata la ste ssa richiesta e la dichiarazione sopra accennata. Mentre questa deputazione si trovava presso il re, due elettori di Parigi spedit i dal comitato permanente, prima della presa della Bastiglia, presentarono alla Assemblea una deliberazione con cui il comitato medesimo gli incaricava di rifer irle: che varie deputazioni erano state mandate a quel governatore, per proporre accordi; che dei cittadini entrati sulla fede nella prima corte (tale era, come si detto, la falsa voce), erano stati presi a fucilate, e molti uccisi; che, al momento della loro partenza per Versailles, una moltitudine entrata nella sala del comitato, chiedeva ad alta voce l'assedio di quella fortezza; che in tali fr angenti il comitato pregava l'Assemblea di cercare i mezzi di preservar la citt d i Parigi dagli orrori della guerra civile. L'Assemblea invit i due elettori ad aspettar con essa il ritorno e la relazione d i una deputazione spedita al re, appunto per chiedergli, colle pi vive istanze, l 'allontanamento delle truppe. La deputazione riport la risposta seguente: Non ho cessato un momento di occuparmi dei mezzi di ristabilire la tranquillit in Parigi. Avevo per ci dato ordine al "P rvt des Marchands" ed agli ufiziali municipali di venir qui per concertare con ess

i le disposizioni necessarie. Avvertito poi della formazione di una guardia borg hese, ho ordinato a dei generali di mettersi alla testa di essa per aiutarla col la loro esperienza, e secondare lo zelo dei boni cittadini. Ho ordinato egualmen te che le truppe acquartierate al Campo di Marte si allontanino da Parigi. Le in quietudini che mi esprimete, per i disordini di quella citt, devono essere in tut ti i cori, e sono sentite vivamente dal mio. Questa risposta non soddisfece, scrive il Bailly. Infatti non era solamente lo sgo mbero delle truppe da Parigi, che si voleva, ma che ritornassero alle antiche gu arnigioni, e cos fosse sciolto e disperso quel campo che aveva cagionati tanti ti mori. E di pi, in quella risposta, il re non si dava neppure per inteso della dic hiarazione con cui l'Assemblea gli aveva, non chiesto, ma fatto intendere che vo leva il richiamo del Necker, il congedo di tutti i novi ministri e il riconoscim ento delle deliberazioni dei 17, 20 e 23 giugno. Fu quindi deciso di mandare al re un'altra deputazione per chiedere la ritirata intiera e assoluta delle truppe : il che era quanto chiedere il tutto; poich qual facolt di negare rimane ad un re , o ad un governo qualunque, a cui, dopo avergli levata l'obbedienza, si levino anche le armi? La deputazione fu anche incaricata di riferire al re quei novi fatti, e di comun icargli la deliberazione del comitato permanente. Ritornata poco dopo, rifer che il re aveva risposto: Signori, voi mi straziate il core sempre pi col racconto che mi fate dei guai di Parigi. Non possibile il credere che gli ordini stati dati alle truppe ne siano la cagione. Vi nota la risposta che ho data alla vostra pre cedente deputazione. Non ho nulla da aggiungerci. Per chi consideri queste parole deve, mi pare, essere evidente che con esse il r e non esprimeva tutto il suo pensiero, e alludeva tacitamente ad una circostanza nota a lui solo: cio che tra gli ordini dati a chi comandava le truppe, c'era qu ello che non avessero a far foco contro i cittadini. Aveva supposto che a fatti di sangue non si sarebbe potuto venire se non dai soldati; e a questo aveva prov veduto con un espresso divieto. Che dei borghesi potessero prendere essi una off ensiva seria e generale contro truppe ordinate, e trascorrere ad una aperta rivo lta, da credere che non gli fosse neppure passato per la mente. Con quelle parol e quindi, senza addurre spiegazioni, ma col tono di una coscienza sicura, respin geva la colpa, che in fondo gli si voleva dare, dei guai di Parigi. E del resto, era lontano dal conoscerne la gravit e il numero. Alle dieci della sera gli avven imenti di quel giorno funesto s'ignoravano ancora a Versailles, attesta un uomo c he vi dimorava, ed era in istrette relazioni colla corte. Il barone de Bsenval ra cconta, dal canto suo, che avendo sul far della notte messo in ritirata il corpo che egli comandava al Campo di Marte, e fattolo posare al villaggio di Svres, si era portato subito a Versailles dove lo stupore non corrispondeva alla importanz a dei fatti accaduti. E ci perch nessuno aveva voluto riferire al re la storia int era di quel giorno funesto; talch non conosceva gli avvenimenti, se non per dei b rani di racconti che lo lasciavano ancora nella incertezza. E dalle notizie che g li venivano trasmesse dalla Assemblea non ci era da indurre che la insurrezione fosse vittoriosa. Il progetto di borghesi di prendere un forte d'assedio, doveva farla parere pi stravagante che formidabile; tanto pi che n il re, n, a quel che pa re, l'Assemblea sapevano ancora che ai borghesi era venuto in soccorso quasi tut to il corpo dei soldati delle Guardie Francesi, composto di pi di tre mila uomini , e altri soldati di vari reggimenti, e che si tiravano dietro dei cannoni. E no n era facile il prevedere la irresolutezza e lo sbalordimento da cui fu preso il comandante; quantunque non mancassero esempi d'uomini di guerra pi provati che n on fosse il de Launay, i quali, alle prese con un nemico cos novo, come la sommos sa, e una vasta sommossa, non s'erano pi trovati quelli di prima. Non c' quindi da maravigliarsi che il re non si sapesse risolvere ad un passo di cui vedeva la gravit e non conosceva la necessit. Non poteva, dico, non vedere che , dandole tutte vinte alla sommossa in quel momento supremo, la dimostrazione di forza, con cui si era proposto di rimettere in vigore l'autorit e render possibi le il governare, non solo rimaneva senza effetto, ma avrebbe servito a accrescer l'audacia dei faziosi ed a lasciarli pi che mai padroni del campo; e si teneva a ttaccato alla speranza che, sbaldanziti questi e raffreddati dalla difficolt di o ttenere una vittoria intera, le truppe rimaste e unite in vicinanza della citt sa

rebbero potute bastare a farli ritornare nell'ordine. E non erano certamente le istanze della Assemblea che potessero fargli mutar parere. Erano istanze troppo manifestamente interessate, poich in sostanza il movente della insurrezione e que llo della Assemblea era il medesimo: la paura che il governo del re riacquistass e forza. Da un tal successo una parte degli insorti temeva la repressione della licenza, un'altra parte migliore, ma non capace, in quei momenti di vedere dove fosse il pi grave pericolo, ne temeva la perdita della libert sperata: incontro o confusione d'intenti e di sforzi pi atta a assicurare la vittoria, che a produrre un resultato omogeneo e stabile. Se ne son visti degli altri casi. La maggioran za dell'Assemblea, dalla sua parte, temeva, non senza cagione, l'annullamento de i suoi decreti e la cessazione della sovranit di fatto che si era attribuita; e n on mancavano predizioni di soppressione degli Stati Generali in qualunque forma, e di sequestri, di processi, di relegazioni dei deputati pi segnalati per opposi zione al governo. E d'altronde, quale autorit potevano avere sull'animo del re i consigli di uomini che non si davano nemmeno per intesi del bisogno che egli andava loro allegando , di ristabilir l'ordine e di impedire novi sconvolgimenti? bisogno, del resto, pi che dimostrato dal continuare dell'agitazione, mantenuta dalle aringhe e dalle proposte sediziose, principalmente in quella, dir cos, tregenda permanente del Pa laisRoyal; contro le quali, come contro una quantit di scritti dello stesso gener e, non potevano aver forza, e non erano neppure da tentarsi, n procedure di tribu nali, n atti spicciolati di repressione. E non solo l'Assemblea non si faceva car ico delle parole del re; ma, e nelle discussioni e negli indirizzi, non ammettev a che gli ordini dati da lui potessero venir da altro che da suggestioni di perf idi consiglieri, nemici della libert, della nazione, del re medesimo. Era una ind uzione fondata sul concetto, certamente non falso, dell'indole irresoluta e pieg hevole di Luigi Sedicesimo; ma in questo, come in altri casi, induzione non vera , n verosimile. In verit, non ci sarebbe voluto molto per intendere che quell'uomo , tutt'altro che melenso, fosse arrivato da s a pensare ci che continuava a dire, cio che essendo egli il solo che avesse le attribuzioni e i mezzi necessari al ma ntenimento dell'ordine pubblico; e vedendo che i mezzi ordinari non valevano a r istabilirlo, e molto meno era valsa la panacea della clemenza, credeva suo dover e di provvedere altrimenti per far sentire ai perturbatori e ai tranquilli citta dini che c'era pure un governo, per tener (gli uni in rispetto e assicurar gli a ltri. E ancorch non fosse nota la proibizione data a chi comandava le truppe, di spargere una sola gocciola di sangue, il loro contegno inoffensivo e tollerante (meno la momentanea e inconcludente incursione nelle Tuileries) doveva bastare a far vedere che gli ordini venivano da tutt'altri che da consiglieri perversi e crudeli, come si diceva nell'Assemblea. Ma una tale supposizione era per una par te dei deputati un espediente molto comodo per poter inveire contro quegli ordin i con termini di esecrazione altiera e furibonda, accompagnandoli per sempre con frasi di un gran rispetto e di una tenerezza sdolcinata per il re. In altri poi era una persuasione penosa, ma benevola e senza seconde intenzioni. Compresi di ammirazione per ci che l'Assemblea aveva fatto, e di fiducia per ci che aveva a fa re; e persuasi dall'altra parte del bon core e della moderazione del re, e del s uo amore per il ben pubblico, non si potevano capacitare che volesse, per suo pr oprio impulso, attraversare un'opera tanto gloriosa e salutare, e soprattutto co n la forza. Come un saggio, del resto straordinario, della fiducia nei miracoli di quell'opera, notabile la proposta di uno di quei deputati, che era stato un m embro della minorit dei Nobili: l'infelice conte Adamo de Custine, che sotto la r epubblica fu poi comandante dell'esercito del Reno, e condannato a morte, per le sue operazioni militari dal Tribunale rivoluzionario che s'intendeva di strateg ia come di giustizia. Io non adotto, diss'egli, l'opinione che finora pare che prev alga. La deputazione al re mi pare all'opposto un mezzo di accrescere la ferment azione, e un mezzo insufficiente per far cessare lo spargimento del sangue. Il m iglior mezzo che si possa adoprare d'occuparsi subito della costituzione. In que sto modo si devono prevenire i funesti effetti dell'allontanamento del pi fedele e virtuoso ministro. Era come se, allo scoppiar d'un grande incendio, uno suggeri sse di scavare un pozzo; e senza saper neanche se si arriverebbe all'acqua. All' aprirsi della seduta del 15, l'Assemblea decise d'inviare al re una nova deputaz

ione. Gli eletti erano gi sulle mosse, quando il duca di Liancourt, deputato del baliaggio di ClermontenBeauvoisis, gran maestro della guarda roba del re, e suo amico particolare, annunzi che il re medesimo si disponeva a venire nell'Assemble a. Una cos inaspettata risoluzione era stata cagionata dalla informazione del vero s tato delle cose data, nella notte, al re dallo stesso duca. Ed rimasta celebre u na botta e risposta di quell'abboccamento. E' dunque una rivolta! aveva detto il r e. Sire, aveva risposto il duca, una rivoluzione. Era l'uno e l'altro: rivolta rig uardo ai mezzi, in quanto era un attacco violento contro un governo riconosciuto dagli stessi insorti; rivoluzione riguardo agli effetti, in quanto era rimasta vincitrice. Quell'annunzio faceva cessare un grande sgomento ed era il pronostico di un'altr a vittoria; fu quindi accolto nella Assemblea con un giubilo quasi universale, e salutato da un grande scoppio di applausi. Ma alcuni deputati (fra i quali si nomina principalmente il Mirabeau, non so se per attestato di verun testimonio di presenza) rappresentarono che tali dimostra zioni erano intempestive, finch non si conoscessero espressamente le bone intenzi oni del re, e mentre scorreva il sangue in Parigi. E si ripet la celebre sentenza di Giambattista de Beauvais, vescovo di Senez, nella orazion funebre di Luigi Q uindicesimo: "Il silenzio del popolo la lezione dei re". Proferite davanti al fe retro di un re assoluto, e sotto il quale il non applaudire era stato l'unico me zzo di manifestare o piuttosto d'accennare il malcontento pubblico e il desideri o di un miglior uso del potere, erano state nobili parole; ma non vorrei chiamar le tali quando vennero applicate al suo successore, che aveva lasciato parlare, e invitato a parlare, e convocati mille dugento deputati perch parlassero liberam ente dei mali e dei rimedi, degli abusi e delle riforme. E penerei a credere che una tale applicazione di quella sentenza sia potuta parere opportuna al suo aut ore, che era uno dei membri della Assemblea, e dei pi pacifici e riserbati. Quatt ro anni dopo, quando alcuni uomini tennero la Francia sotto di s, ci fu di novo i l silenzio del popolo, cio di tutti, meno loro e i loro satelliti; ma quel silenz io, lungi dal voler essere un avvertimento, era un attestato di sommissione inte ra. E la ragione di una tale differenza ovvia. Per quanto un re possa essere e a ssoluto e perverso, non potrebbe per nei tempi moderni, con tutti i mezzi, di sol dati cambiati in sgherri, di tribunali servili e svergognati, di birri e di spie , diffondere e, direi quasi, distribuire in ogni parte di un vasto Stato uno sgo mento che occupi tutti gli animi, un sospetto che regoli tutti gli atti, e tener sempre presente alle menti l'immagine del patibolo. Una combriccola arrivata al potere e avente in ogni citt, in ogni borgo, in ogni villaggio una clientela di soggetti capaci di tutto, padroni dei municpi, e investiti di attribuzioni pi ampi e e speditive, risoluti e vigilanti; nel mantenere la tirannia generale, come il mezzo di esercitare al minuto la loro; una tale combriccola, dico, lo poteva fa re, e lo fece. E (ci che le fu di un grande aiuto e che manca ai tiranni principi ) lo fece parlando sempre di libert. Il re entr senza guardie, accompagnato dai suoi due fratelli; e ritto e scoperto disse: Signori, io vi ho radunati per consultarvi sugli affari pi importanti dello Stato. Non ce n' alcuno pi urgente e che tocchi in modo pi particolare il mio core, che i disordini spaventosi che regnano nella capitale. Il capo della nazione viene co n fiducia in mezzo ai rappresentanti di essa, per attestar loro il suo dolore, e invitarli a trovare i mezzi di far tornare l'ordine e la tranquillit. So che son o state diffuse ingiuste prevenzioni: so che si osato pubblicare che le vostre p ersone non erano sicure. Ci sarebbe egli bisogno di levare ogni inquietudine int orno a rumori cos colpevoli, e smentiti anticipatamente dal mio noto carattere? E bbene, io che sono una cosa sola colla nazione, son io che m'affido a voi. Aiuta temi in questa circostanza ad assicurare la salvezza dello Stato; lo aspetto dal la Assemblea Nazionale: lo zelo dei rappresentanti del mio popolo riuniti per la salvezza comune me ne sta mallevadore; e, contando sull'amore e sulla fedelt dei miei sudditi, ho dato ordine alle truppe di allontanarsi da Parigi e da Versail les. Vi autorizzo, anzi v'invito a far conoscere alla capitale queste mie dispos izioni.

Il discorso fu interrotto pi volte e seguito poi da vivissimi applausi. Son alquanto male, dice il Bailly, l'espressione di rappresentanti riuniti per esser consultati sugli affari dello Stato. Sempre quell'idea fissa: come se, quando fu rono convocati gli Stati Generali, n agli elettori, n agli eletti, n ad alcuno foss e passato per la mente che quella avesse a essere un'Assemblea sovrana; o come s e l'essersi una parte di essa dichiarata tale, avesse potuto cambiar la natura d ella cosa. Aggiunge poi che fece piacere che il re avesse smessa la prima denomi nazione e usata quella di Assemblea Nazionale. Era infatti un riconoscimento imp licito di quel fatto medesimo, e una concessione che ne prometteva dell'altre. S i andava avanti una parte e l'altra nella confusione e nella contradizione, sola strada che fosse rimasta aperta. L'arcivescovo di Vienna, presidente della Assemblea, rispose al re con dei gran complimenti, ma aggiunse che essa gli aveva ordinato di rammentargli qualcheduna delle sue ultime risoluzioni ("arrts"). Disse che essa chiedeva una comunicazione libera e permanente col re, e l'approvazione di una deputazione da spedirsi a P arigi, per procurar di rimettervi l'ordine e la quiete; e che rinnovava le sue r appresentazioni sui cambiamenti avvenuti nel ministero. Il re annu alle due prime richieste, non disse nulla riguardo alla terza. Ma era la dilazione di un giorn o. Uscito il re, per ritornare al palazzo, a piedi come era venuto, l'assemblea gli tenne dietro in corpo e alla rinfusa; e una ventina di deputati si riun in cerch io intorno a lui per tener discosta una gran folla che, giubilante e plaudente, seguiva in parte il corteggio, e in parte si confondeva con esso. Arrivati al pa lazzo, si vide su un balcone la regina, che aveva al fianco la figlia e teneva t ra le braccia il piccolo Delfino, e di quando in quando lo presentava alla folla . Il re, entrato in palazzo, ricomparve in mezzo a loro, e fu salutato di novo d a immensi e fragorosissimi applausi. Era la seconda volta che da quel luogo si alzavano verso lo stesso balcone le st esse grida; ma queste del 15 luglio erano come una mentita data a quelle altre d el 27 giugno, appunto perch avevano lo stesso significato. Anche quelle erano sta te grida di gioia per la fine creduta delle discordie, delle turbolenze e delle carnificine; e quanto fallace fosse stata quella gioia, poteva farlo intendere l 'esser venuta cos presto una occasione di rinnovarle. Si credeva che la resistenza del re fosse il solo, o almeno il maggiore ostacolo ad arrivare a quella fine; ma il seguito mostr quanti altri e quanto inevitabili e tremendi ostacoli si perdessero di vista. Una rivolta, o una rivoluzione (si chiami come piace, che in questo caso tutt'uno), non finisce se non, o col rasso damento di un governo esistente, o collo stabilimento di un altro. E' una legge intrinseca delle societ civili; e lo sconoscerla non la muta. Ora, dall'aver tent ata la prima di quelle prove, il re ne era uscito con una nova e grande diminuzi one della forza necessaria per governare; e questa forza (come abbiamo gi detto e non possiamo lasciar qui di ripetere) non era trasferita ad altri. Ce n'erano i nvece fino d'allora in campo diverse, quali rivestite di una forma esteriore di legalit, quali apertamente e violentemente materiali; tutte sufficienti a combatt ersi tra di loro e a prevalere ora l'una, ora l'altra al loro momento; tutte ine tte a reggere e a tutelare una popolazione qualunque. E quante nove forze di sim il genere dovevano sorgere in un avvenire non lontano! Tornata l'assemblea nella sua sala, incaric la deputazione gi nominata per andare a Parigi, di portarvi anche la notizia dell'avvenimento della giornata. Vi era g i noto; e la deputazione, al suo arrivo, trov quattro elettori mandati dalla assem blea dell'Htel de Ville ad incontrarla, e insieme con essi si avvi col. Nelle strad e che attraversavano, una folla immensa, affollate del pari le finestre, e da og ni parte acclamazioni, benedizioni, viva al re, alla nazione, ai deputati. All'Ht el de Ville, novi scoppi di applausi, e degli elettori e di quanti c'erano potut i entrare; e, ottenuto il silenzio, discorsi di alcuni deputati, risposta di un elettore, il tutto fondato sul tema dell'inganno e del disinganno del re; e fina lmente una esortazione alla pace, dell'Arcivescovo di Parigi, terminata colla pr oposta, ricevuta per acclamazione, che si andasse alla cattedrale per cantare un "Te Deum": quel cantico che, da tanto tempo, pire destinato ad ostentare in fac cia a Dio la versatilit degli uomini. I deputati stavano per uscire, quando un gr

ido generale proclam, con novo titolo e quindi senza attribuzioni determinate, "m aire" di Parigi il Bailly, in sostituzione del "Prvt des Marchands". Il generale d e la Fayette fu acclamato allo stesso modo comandante della milizia parigina. Er ano presenti, come membri di quella deputazione, e accettarono. Il primo, commos so insieme e sbalordito, aveva barbugliate confusamente espressioni di gratitudi ne e proteste d'insufficienza. Un suo collega lo avvert l'indomani, che quelli, i n mezzo a cui si era trovato, e che non avevano capito bene il suo ringraziament o, dicevano con un tono pi che animato: Che non accetta?. Era ben naturale che chi si faceva, in quella maniera, padrone di eleggere, intendesse di esser padrone a nche degli eletti. Il giorno seguente (16), il Bailly, ritornato a Versailles, ricevette un vigliet to del re, che lo invitava ad un abboccamento. Era per avere informazioni dello stato di Parigi; e gi si visto come gli venissero tarde e scarse de chi toccava a dargliene. Il Bailly gli disse ci che ne sapeva, e gli annunzi espressamente l'in carico avuto nella assemblea degli elettori di supplicarlo di venire a Parigi il giorno seguente. Il re rispose che era sua intenzione di andarci. N l'uno, n l'al tro tocc il tasto della nova carica: il Bailly, perch da persone venute da Parigi era stato avvertito che si sarebbe sentito molto male che chiedesse la conferma d el re, dovendo il popolo esser libero nella nomina dei suoi magistrati (55); e d' altra parte, l'annunziarla e, in certo modo, intimarla, come un fatto, sul quale nessuno potesse aver che dire, doveva al Bailly parer cosa dura e tracotante: i l re, probabilmente, perch, e l'approvare e il disapprovare avrebbe egualmente si gnificato impotenza; che era il fondo e la ragione di tutto. Lo stesso giorno, il Mirabeau propose all'Assemblea un lungo indirizzo da presen tarsi al re, per chiedergli che rimandasse i novi ministri: altri proposero che vi si aggiungesse la richiesta del richiamo del Necker; e la proposta fu adottat a per acclamazione. Quell'indirizzo, che fu applauditissimo, e che ora ci vuole un motivo speciale p er poterlo leggere, era il solito intruglio di lodi al re per il suo grande amor e del popolo, per il suo desiderio del bene, e di imprecazioni contro i consigli eri di corte, che, nascondendogli il vero e dandogli ad intendere il falso, gli facevano dire degli spropositi e comandare delle iniquit. Tra quelle tante suppos izioni arbitrarie ne citeremo una singolarissima. Vi hanno fatto dichiarare dice, c he voi, conoscendo i voti dei popoli dai loro mandati, fareste da voi solo il be ne per il quale noi siamo convocati. Ecco il segreto dei loro cori e l'unico sco po dei loro desideri. Vollero renderci inutili, vollero scioglierci, vollero res pingere la costituzione, e soffocarla nella culla. Queste parole alludono ad un p asso della dichiarazione del re, che abbiamo gi riferito, e che mettiamo qui di n ovo sotto gli occhi del lettore. Se, per una fatalit che non posso prevedere, voi mi abbandonaste in una cos bella impresa, io far da me solo il bene dei miei popol i, solo mi riguarder come il loro vero rappresentante; e conoscendo i vostri mand ati, conoscendo la perfetta corrispondenza tra il voto pi generale della nazione e le mie intenzioni benefiche, avr tutta la fiducia che una cos rara armonia deve ispirare, e camminer allo scopo che mi sono proposto, con tutto il coraggio e con la fermezza che me ne deve venire. La singolarit che vogliamo notare nell'allusio ne del Mirabeau a questo passo della dichiarazione, non consiste nell'aver rappr esentata come una intenzione assoluta e immediata quella enunciata dal re, di fa re il bene da s e d'accordo col voto generale del paese, mentre non era accennata che ipoteticamente e nel caso disperato che il bene non si potesse fare col con corso di quella assemblea. Non consiste neppure nell'aver voluto trovare in quel le parole il disegno di respingere la costituzione, mentre in quella stessa dich iarazione il re ne metteva il fondamento, fino dall'articolo primo, col sancire la necessit del consenso dei rappresentanti della nazione per lo stabilimento del le imposte; oltre le altre disposizioni limitative del poter regio, sparse negli altri articoli, e che abbiamo accennate a suo luogo. In quelle supposizioni non c'era nulla di singolare; erano le solite gherminelle oratorie del Mirabeau. Il singolare che le parole attribuite da lui a suggestioni sinistre degli avversar i della costituzione, erano, come si gi notato, del Necker, di quell'uomo che, ne l momento in cui il Mirabeau le fulminava nel suo indirizzo, era pianto come una vittima di quegli avversari, e desiderato, acclamato, invocato come il salvator

e della nazione. La sua assenza dalla seduta reale era bastata per farlo credere opposto in tutto e per tutto alla dichiarazione con cui il re aveva manifestata la volont di mantenere la distinzione degli Ordini, e di annullare, per consegue nza, l'atto con cui il Terzo si era proclamato Assemblea Nazionale. E invece, co me s' visto, il Necker, nella sua proposta di dichiarazione, aveva ammessa, anzi prescritta, in certi casi e per certe materie, quella distinzione assolutamente esclusa e sovranamente abborrita dai Comuni; ed era stato d'accordo con tutto il consiglio del re sulla necessit d'invalidare coll'autorit regia quell'atto. Ecco come, in uno scritto posteriore di sei anni, si spiega egli medesimo su questo p unto, dopo avere esposti i fatti antecedenti: In tali circostanze il Monarca dove va assolutamente farsi sentire; lo doveva, e per la propria dignit, e per troncar e le conseguenze funeste della discordia tra i diversi Ordini, e per mettere ost acolo alla risoluzione presa dal Terzo Stato di formar da s, se fosse necessario, una Assemblea Legislativa. Differiva solamente dalla pluralit, come si anche vist o, intorno al modo con cui il re dovesse significare questa volont; ma cosa impor tava che lo facesse, o col dichiarar mille, come fece, le deliberazioni prese da l Terzo Stato, o col dichiarare, secondo il parere del Necker, che decideva senz a attendere a quelle deliberazioni; il che avrebbe voluto dir chiaramente: non n e fo il minimo caso, e prescrivo il contrario? In quello stesso scritto poi, ris pondendo a coloro che lo tacciavano di avere, nel suo progetto di dichiarazione, sacrificata l'autorit del re, riferisce altre disposizioni che erano nel suo pro getto, tutte favorevoli a quella, e oppostissime alle pretensioni del Terzo Stat o (56). E si pensi che strano effetto quella franca affermazione del Mirabeau avrebbe do vuto fare all'orecchio del re, che, in quattro sedute del suo Consiglio, aveva a ssistito e presa parte all'esame del progetto del Necker, articolo per articolo, e aveva deciso su ciascheduno di essi, conservandone alcuni, mutandone altri, a nche con note di proprio pugno. Ma l'invio di quella ampollosa intimazione in forma di supplica, fu prevenuto da lla dimissione dei novi ministri. All'annunzio di questo fatto, l'Assemblea riso lvette di mandare invece una deputazione, preseduta dall'arcivescovo di Vienna, a ringraziarne il re. Intanto un membro dell'Ordine dei Nobili disse di essere a utorizzato da lui a dichiarare, che, secondando il desiderio degli abitanti di P arigi, si proponeva di andarvi il giorno seguente, e invitava l'Assemblea a darn e la notizia a quella citt. L'Assemblea, accettando l'incarico, commise alla depu tazione che andava a portare i suoi ringraziamenti al re, di chiedergli che un n umero di membri di essa fosse ammesso ad accompagnarlo a Parigi. L'Arcivescovo d i Vienna rifer, al suo ritorno, che il re accettava la proposta, e che di pi gli a veva annunziato il richiamo di Mr. Necker; e che, per dare una novella prova del la sua fiducia nella Assemblea Nazionale, gli aveva rimessa la lettera scritta a ci, e invitava l'Assemblea a trasmetterla. L'Assemblea decret che una lettera scr itta in suo nome al ministro richiamato sarebbe unita a quella del re, come fu f atto. L'indomani (17 luglio), il novo "maire" and, con un seguito di elettori, di scabi ni e di guardie municipali, ad incontrare il re, e a presentargli le chiavi dell a citt. Il corteggio precedette la carrozza del re, fino all'Htel de Ville, tra mo lte migliaia di guardie nazionali, armate in varie maniere, e fino di falci e di bastoni, e dietro altra gente di ogni genere, e fino donne e frati col fucile i n spalla. L'aria risonava di viva alla nazione, al re, a M.r Bailly, a M.r de La fayette, ai deputati, agli elettori. Questi e quelli mescolati insieme formavano due file, tra le quali veniva la carrozza del re, preceduta immediatamente dal Lafayette circondato dal suo stato maggiore. Smontato il re all'Htel de Ville, gl i fu presentata dal Bailly la nova cocarda: la prese graziosamente, e la mise ne l laccetto del cappello. Entrato nella sala e seduto in un trono preparato per q uella circostanza, fu salutato da vivissimi applausi degli elettori e di una qua ntit di gente che si era mescolata con essi. Ebbe poi a sentire, secondo il solit o, varie arringhe, nelle quali gli si diceva che i trasporti d'amore di cui era testimonio avevano dovuto fargli vedere quanto quel popolo era stato calunniato presso di lui, e che il suo potere, fondato, non pi sulla forza, ma su quell'amor e, era diventato pi grande che non fosse stato mai. Argomento persuadente davvero

per un uomo che sapeva d'esser l per forza. Eppure erano allora parole dette da molti in bona fede. Luigi, impicciato a parlare e soprattutto a rispondere davan ti una moltitudine, incaric il Bailly di dire in suo nome: che era commosso dell'a ffetto e della fedelt del suo popolo; che il popolo doveva egualmente esser certo del suo amore; che approvava le nomine del Bailly in "maire" e del Lafayette in comandante, e voleva che si ristabilisse l'ordine e la calma e che d'allora in poi ogni colpevole fosse rimesso alla giustizia. Ma avvertito dal Bailly, che si desiderava di sentire qualche parola di sua bocca, disse: Voi potete far sempre a ssegnamento sul mio amore. Chiamato poi con grande istanza dalla folla che empiva la piazza, si affacci ad una finestra, e si mise il cappello portante il segno d ella sua sommissione: la piazza e gli sbocchi delle strade che vi mettevano rimb ombarono d'altre e pi fragorose acclamazioni. Sceso e rimontato in carrozza per r itornare a Versailles, fu accompagnato egualmente nelle strade della citt da appl ausi, e pi vivi che alla sua venuta, quando cio non si era ben certi delle sue int enzioni. 8. Poteva parere che, con un "maire" investito di poteri indefiniti e per ci stesso pi estesi, nominato dagli elettori riguardati e riconosciuti in fatto come una au torit suprema; condotto, come in trionfo per le strade tra una folla che applaudi va alla sua nomina; con una milizia cittadina avente un capo nominato allo stess o modo, accetto egualmente alla popolazione, e noto per un coraggio che nei peri coli materiali diventava pi fermo; poteva, dico, parere che, con un tal magistrat o e con un tal comandante, e di pi desiderosi del pari, in quel momento, di ordin e e di tranquillit, e avversi sempre alle violenze brutali e al sangue sparso fuo ri della lotta, la capitale avesse ritrovato un governo. Ma, se per governo s'in tende una autorit e una forza insieme, capace d'impedire o di reprimere gli ecces si appunto di simil genere, o alla peggio di assicurarne la punizione, e convert irli in esempi; due gravissimi e tristissimi esperimenti (per tacere d'una infin it di disordini di minore importanza) mostrarono ben presto quanto si fosse lonta ni dall'aver rimesso in piedi un governo. La mattina del 22 di luglio, fu preso a Viry, nei dintorni di Parigi, a furor di popolo, e strascinato all'Htel de Ville, tra le imprecazioni e gli strazi, un an tico amministratore di guerra, M.r de Foulon, che si diceva essere stato destina to a far parte del novo ministero. Gli si apponevano poi altre colpe, vecchie e recenti, vere o false, e principalmente di aver detto che, se il popolo si lamen tava di mancar di pane, gli si dasse a mangiare del fieno. Lo aveva detto? Nessun o lo sapeva e tutti lo affermavano; tutti, s'intende, coloro che componevano quel la turba. Era probabilmente una invenzione di un qualche ribaldo; e, per ogni ri baldo che inventa, ci sono, come ognun sa, delle migliaia di creduli che ripeton o. E di una cosa tanto inverosimile non si trova, ch'io sappia, alcuna testimoni anza immediata. L'assemblea dell'Htel de Ville, trovandosi al bivio, o di tener prigioniero un uo mo arrestato senza alcuna formalit di giustizia, o di mandarlo incontro ad una fi ne funesta col rimetterlo in libert, prese l'espediente di decretare in via gener ale, che le persone sospette del delitto di "lesa nazione", e accusate e prese p er clamor pubblico, fossero messe in una prigione indicata. Ma le circostanze pe r cui la legge era stata fatta, erano appunto quelle che ne rendevano impraticab ile l'applicazione: il trasporto alla carcere, a traverso di una folla furibonda e sempre crescente; portava lo stesso pericolo della liberazione. L'infelice pr igioniero fu quindi trattenuto in una sala dell'Htel de Ville. Il "maire" Bailly ci capit dopo il fatto; fu informato, come racconta, dell'arres to, ma non delle disposizioni prese, n del fermento popolare; e and secondo il sol ito a chiudersi nell'ufizio dell'annona, che, per verit, richiedeva una occupazio ne incessante, a cagione della scarsezza dei viveri, e delle turbolenze che ne i ncagliavano la circolazione. Volendo poi uscire, alle due pomeridiane, si trov da vanti una gran turba che gli chiedeva "giustizia" di M.r de Foulon. Promise che sarebbe fatta, che il reo sarebbe giudicato. Gli fu risposto da varie parti, che lo era gi, e che bisognava impiccarlo. Addusse le ragioni troppo ovvie per dimos

trare l'iniquit e la vergogna di un tal procedere. Sentivo bene, mentre parlavo, co nclude, delle voci alla lontana, che gridavano: Impiccato! impiccato! ma quelli c he avevo d'intorno mi ascoltavano con attenzione e rispetto; vidi che facevo imp ressione su di loro; non m'immaginavo, del resto, che si potesse entrare a forza nell'Htel de Ville, posto ben difeso, e riguardato con rispetto da tutti i citta dini; giudicai quindi che il prigioniero fosse pienamente sicuro; non dubitavo c he la tempesta alla fine non si calmasse, e partii. Gliene fu fatto un carico. Chi lo voglia difendere potr dire che il prolungare le esortazioni non avrebbe giovato a nulla. E' pi che probabile; ma rimane da osser vare che il povero Bailly non pensava un mese prima alla possibilit, anzi alla in evitabilit di violenze di simil genere, quando al ministro che gli domand cosa vol esse, alla fine de' conti, l'Assemblea, rispose: Vuol fare, e non che facciate vo i. Un'altra ragione addotta da lui per giustificare la sua partenza dall'Htel de Vil le in un tal momento, che non ci essendo allora alcun potere, n conosciuto, n limit ato, c'era stata un'intesa tra lui e il comandante della guardia nazionale, che all'uno appartenesse tutto ci che riguardava la legge e l'amministrazione, all'al tro la forza armata, la difesa, la sicurezza. Sopravvenne infatti il generale de la Fayette, ma per esortare anch'egli. Nell'intervallo l'infelice Foulon era sta to condotto nella sala pubblica delle sedute, per acquietare la folla che vi si era cacciata e voleva vederlo per accertarsi che non le fosse stato trafugato, e chiedeva con urli feroci che fosse giudicato subito, condannato e ucciso; e a q uesto intento, si nominavano e si approvavano alla rinfusa, dei giudici dalla mo ltitudine. L'arrivo del La Fayette produsse un momento di silenzio e di sospensi one. And a mettersi a fianco del presidente degli elettori. Parl a tre riprese, e con gran forza, per dimostrare, alla sua volta, quanto fosse cosa iniqua e dison orevole il far perire un uomo senza un giudizio regolare, e che, per quanto foss e colpevole, non doveva esser punito che da un legittimo tribunale. E' concluse che ordinerebbe di condurlo alla prigione della abbazia di san Germano, designat a nel decreto della Assemblea. Ne diede infatti l'ordine positivo, che fu seguit o da vari applausi; e il Foulon, credendosi sottratto con ci ad una morte immedia ta e atroce, non si tenne dal batter le mani anch'egli. Uno sciagurato disse ad alta voce: Vedete! sono d'accordo. Allora la folla si serr addosso all'infelice pri gioniero, soverchiando gli elettori che lo tenevano in mezzo, e se lo port nella piazza, dove fu impiccato alla lanterna che era dirimpetto all'Htel de Ville. Ave va settantaquattro anni. Il cadavere decapitato fu strascinato per le strade, e la testa portata in trionfo in cima ad una picca. La stessa ferocia da una parte, e la stessa impotenza dall'altra, si manifestaro no nel secondo fatto che abbiamo accennato; anzi l'una pi esecrabile, perch lo str azio fu pi prolungato, l'altra pi evidente, perch la forza pubblica vi fu messa all a prova. Il giorno 20, M.r Berthier intendente di Parigi, e proscritto genero del proscri tto Foulon, era stato arrestato a Compigne dagli abitanti, sulla voce corsa, che la capitale (uno dei sinonimi, in quel momento, di governo e di tribunale) lo fa ceva ricercare. Il Bailly dice che non ne aveva sentito parlare, e da per cosa d a non dubitarne che gli assassinii commessi allora fossero preparati, o da nemici particolari delle vittime, o da nemici pubblici che volevano perpetuare il diso rdine, e macchiare la rivoluzione di tali atrocit. Due ufiziali municipali di Compigne vennero a Parigi a dare avviso del fatto al " maire" e alla assemblea degli elettori, la quale, avvertita da quelli, che la vi ta dell'arrestato non era in sicuro, per il furore della popolazione contro di l ui, sped una guardia di dugento quaranta uomini a cavallo, con due elettori, per condurlo salvo a Parigi. Fu consegnato ad essi il giorno 22, cacciato in un cale sse, e il convoglio si avvi, mentre a Parigi si preparava l'assassinio del Foulon . La scorta che accompagnava il Berthier si and ingrossando per la strada, e fu a p oco a poco soverchiata, e per il numero e per l'ardire, dalla folla che accorrev a da ogni parte. Nel borgo di Louvres, dove si fece una fermata per riposare in una locanda, il cortile si riemp di una turba che mandava urli spaventosi; e alcu ni armati dissero che si dovesse arrivare a Parigi prima di notte. Era evidentem

ente affinch la vittima non potesse, col favore delle tenebre, esser sottratta al la sorte che gli era apparecchiata l. Molti di quella folla salirono alla stanza dov'era il prigioniero, e lo forzarono a scendere. Uno degli elettori, l'avvocat o de La Rivire, nome da non passarsi sotto silenzio (57), si colloc nel calesse ac canto a lui, per difenderlo quanto fosse possibile. Intorno al calesse erano sta te disposte le guardie pi sicure, le quali per non poterono impedire che un uomo, con una sciabola sfoderata, si spingesse tanto avanti da tentar di colpire il pr igioniero. Il La Rivire gli fece scudo del suo corpo. Gli urli, gl'improperi, le minaccie di morte lo accompagnarono per tutta la strada. E perch non ne avesse a perder nulla, e insieme per godere della vista dei suoi patimenti, quei furiosi avevano scoperto il calesse, spezzandone il mantice. L'accusa speciale che gli f acevano era di aver fatta incetta di grano; al che rispondeva: Vi giuro di non av erne mai comprato, n venduto un chicco solo; ma a che poteva servire con degli ist igatori che forse ne erano persuasissimi, e con dei forsennati che credevano agl i istigatori? Entrato il convoglio in Parigi, si tent nella via di San Martino di mostrare al Berthier la testa del suocero infissa in cima ad una picca; il La R ivire fu a tempo a farlo guardare altrove, e gli disse poi che gli avevano voluto presentar la testa del de Launay. Dopo un poco d'altro cammino, l'infelice escl am: Crederei che le avanie che mi fanno soffrire fossero senza esempio, se Ges Cris to non ne avesse sofferte di pi sanguinose; e era Dio, io non sono che un uomo. Il Bailly aveva spedito un corriere coll'ordine di condurre l'arrestato direttam ente alla carcere dell'Abbaye. Ma la folla non lasci luogo al corriere di arrivar e al convoglio; e del resto, dice il Bailly, non avrebbe permesso che l'ordine f osse eseguito. Fu dunque forza avviarsi all'Htel de Ville. Il La Fayette vi aveva questa volta mandata una guardia numerosa, che si schier n el cortile e sulla scala. Ma, all'arrivo del Berthier, si lev un gran rumore nell a piazza, e la moltitudine si avvent a furia e sulla scala e nella sala della ass emblea. Cos, dice il Bailly, l'Htel de Ville fu forzato la mattina perch non c'era gua rdia, e la sera malgrado la guardia. Il Berthier, condotto prima dal La Rivire in una stanza dell'Htel de Ville, fu int rodotto nella sala della assemblea, dove cogli elettori si trovavano il Bailly e il La Fayette, e fu circondato dalla guardia che questo vi aveva spedita. Entr c on passo sicuro e con aria tranquilla. Il Bailly, ansioso di mandarlo al pi prest o in salvo alla carcere, gli fece un interrogatorio in fretta in fretta, per una apparenza di formalit, e come si poteva da chi non era giudice, a un uomo che no n era accusato. Alla domanda di cosa avesse fatto dal 12 di luglio in poi, il Be rthier rese conto ordinatamente di ogni suo passo fino al giorno dell'arresto; e cos ad altre interrogazioni insignificanti. Tutt'a un tratto dei novi urli si se ntirono dalla piazza; una nova turba si cacci nella sala, e spinse il prigioniero e la guardia insieme fino al seggio. Era necessario, dice il Bailly, prendere un p artito, e tentare di farlo condurre in prigione. E consultata l'assemblea, ne die de l'ordine. Nessuno vi si oppose, e il prigioniero attravers la sala in mezzo de lla guardia; ma appena uscito dal palazzo le fu levato di mano e trucidato. Non si vede se quella abbia fatto ci che poteva per salvarlo, o se, composta come era di Guardie Francesi rivoltate pochi giorni prima, e di cittadini armati per opporsi alla truppa e ai malandrini non si sia curata di fare dei grandi sforzi in difesa di un uomo solo, e gridato traditor della patria e affamatore del pop olo. Subito dopo, racconta ancora il Bailly, entr un dragone con un pezzo di carne sangui nente, e disse: Ecco il core del Berthier. Abbiamo volto lo sguardo altrove, e r imandato quell'uomo. Ci fu quindi annunziato che ci si portava la testa, ed era gi per la scala. Si mand a dire che non si entrasse, perch l'assemblea era occupata in una deliberazione; e quell'orribile trionfo, quella barbara gioia si ritirar ono. Allora, in quei momenti terribili, bisognava ricorrere a dei pretesti per n on prender parte a tali atrocit. Coloro dovettero credere che, se l'assemblea fosse stata disoccupata, la present azione sarebbe stata accolta. Non so fin dove si dovrebbe andare indietro nella storia per trovare una tacita concessione d'egual valore fatta dal pi servile cor tigiano al pi truce dei despoti. E se allora pot parere un caso di eccezione, si e bbe poi a conoscere pur troppo, che era un primo caso, e non il pi portentoso. Il

Bailly fu lasciato vivere abbastanza per vedere dei momenti ben pi terribili, in cui altri uomini costituiti in autorit usarono riguardi pi studiati verso autori di carnificine egualmente vili, ma incomparabilmente pi atroci per il numero e la variet delle vittime. L'indomani, il generale La Fayette scrisse al "maire" una lettera con cui dava l a sua dimissione, sul motivo che, avendo il popolo, col non ascoltare i suoi con sigli, mancato alla fiducia che gli aveva promessa e gli era necessaria per l'ad empimento della sua carica, vedeva di non poter pi essere utile. E ne diede parte ai distretti con una circolare, invitandoli a nominargli al pi presto un success ore. Ma aveva prima concertato col "maire", che, alle istanze che gli verrebbero sicuramente fatte, di ritirare la dimissione, si sarebbe lasciato smovere, come avvenne. Cosa faceva intanto l'Assemblea Nazionale a Versailles? Nella seduta del 20, antivigilia del doppio assassinio, il conte Lally de Tolend al, esprimendo una fiducia pi sincera che fondata, sulla stabilit della pace che r egnava in Parigi dopo la visita del re all'Htel de Ville, aveva fatta menzione al la Assemblea di gravi e sanguinose turbolenze scoppiate in altre parti del regno , e proposto che, per andare al riparo, si pubblicasse un proclama in cui, consi derando esser cessata ogni cagione di malcontento e di diffidenza, si invitassero tutti i Francesi alla pace, all'amore dell'ordine, al rispetto delle leggi, all a confidenza dovuta ai loro rappresentanti, alla fedelt verso il re, colla commina toria a chiunque trasgredisse quei doveri, di essere riguardato come un cattivo c ittadino; e di pi, si autorizzassero le municipalit a formare delle milizie borghesi , raccomandando di far la cosa colla pi severa attenzione, e di non ammettere se non persone incapaci di nocere alla patria, e capaci di difenderla. La proposta era stata sulle prime accolta con grandi applausi; ma, essendo insor ti diversi a combatterla, chi come mossa da apprensioni esagerate, chi come pi at ta ad allarmare e ad irritare, che a sedare, avevano ottenuto che, invece di ess er messa subito ai voti, fosse mandata agli ufizi. Del resto, i pericoli indicati dal Lally non riguardavano che qualche provincia: sulla tranquillit della capitale aveva espressa egli medesimo, come si accennato , una piena certezza, fondata sulla presunta riconciliazione degli animi. E una assicurazione di un altro genere su quel punto di prima importanza era venuta al la Assemblea, nella stessa seduta, da una lettera, con cui il generale La Fayett e le rendeva conto delle misure prese da lui per mantenere la quiete di quella c itt! Ma la notizia tanto inaspettata delle atrocit del 22 diede occasione e impulso al buon Lally, di rimettere in campo, il giorno seguente, la proposta del proclama . Ne nacque una nova e lunga discussione, che non , certo, senza importanza per l a qualit dei giudizi e dei sentimenti che furono espressi da vari oratori sopra f atti di quella sorte; ma che, riguardo al nostro speciale assunto, non necessari o di riferire. Si decise di adottare il proclama con diverse modificazioni. E pe rch gli elettori di Parigi avevano deputati due dei loro, per dar parte alla Asse mblea di un decreto con cui avevano ordinato che le persone arrestate per sospet to di delitto di "lesa nazione" sarebbero condotte alla prigione dell'Abbaye Sai ntGermain e per invitare l'Assemblea medesima a indicare il tribunale che avesse a giudicarle, fu aggiunta a questo riguardo una clausola nel decreto, di cui pa ssiamo a citare la parte dispositiva, omettendo le considerazioni preliminari: L'Assemblea invita tutti i Francesi alla pace, alla conservazione dell'ordine e d ella tranquillit pubblica, alla fiducia che devono al loro re e ai loro rappresen tanti, e al rispetto per le leggi, senza il quale non c' vera libert. Dichiara, quanto ai depositari del potere, che avrebbero cagionato, o fossero pe r cagionare, coi loro delitti, i mali del popolo, che devono essere accusati, co nvinti e puniti, ma che non lo devono essere se non per mezzo della legge, e che questa deve tenerli sotto la sua salvaguardia, finch non abbia pronunziato sulla loro sorte; che l'azione per i delitti di "lesa nazione" spetta ai rappresentan ti della nazione; che l'Assemblea, nella costituzione di cui si occupa continuam ente, indicher il tribunale, davanti a cui sar condotta ogni persona accusata di q uesta sorte di delitti, per esser giudicata a tenor di legge, e dopo una istrutt oria pubblica.

Ecco ci che faceva l'Assemblea Nazionale. La monotonia dei fatti ci obbliga ad un a monotonia di osservazioni. L'Assemblea Nazionale faceva a un di presso ci che, il giorno avanti, avevano fatto il "maire" e il comandante della guardia naziona le, ci che aveva fatto essa medesima quando le Guardie Francesi ribelli alla disc iplina erano state scarcerate da una folla tumultuaria: invitava, esortava, dava precetti di morale e di politica. Faceva anche, come quelli citati dianzi, le v iste di prescrivere; dicendo in tono assoluto: L'Assemblea dichiara; ma questa for mula non poteva aver pi forza del Voglio, proferito dal re, sei giorni prima, all'Ht el de Ville. Il re non era pi un governo, l'Assemblea non poteva esserlo. Il conte de Lally aveva detto nella sua prima proposta, che era pi che mai necessa rio di rassodare la potenza pubblica scossa fino dai fondamenti, di riunire tutt e le parti sparse di un governo che si cercava e non si trovava pi, e di restring ere dei vincoli senza i quali si scioglie ogni societ. E nella seduta seguente, do po il saggio tremendo che se ne era veduto, non trova da far altro, che rinnovar e la prima proposta. Supplicai, dice, l'Assemblea di deliberare sulla mia mozione d el 20, di adottare o il mio progetto, o un altro, ma insomma di fare un proclama qualunque. Certo, non pu non parere strana la disproporzione tra quel male e questo rimedio; ma appena ci si rifletta, si vede che le due cose andavano perfettamente, o piu ttosto sciaguratamente d'accordo. Appunto perch si cercava un governo e non si tro vava pi, non poteva venire in mente a nessuno di proporre veruno di quei mezzi che solo un governo pu avere in pronto, per reprimere i delitti dei privati e quelli che non si chiamano con quel nome, per esser commessi da molti, e impunemente. Del resto, quando anche alla Assemblea non fossero mancati dei mezzi di quella s orte, aveva in se medesima degli ostacoli a servirsene. Certo la massima parte d i essa abborriva i fatti atroci del 22; ma questi erano una continuazione e, dir cos, uno strascico della sollevazione a cui la parte prevalente di essa, e in qua lche momento l'Assemblea quasi intera aveva dato impulso e ne aveva avuto sosteg no a vicenda. E per non rammentarne che il caso allora recente, chi non vede qua nto animo e quale appoggio di autorit dovettero dare a quelli che insorgevano a P arigi, a cagione dell'avvicinamento delle truppe e dello sfratto di M.r Necker, le aringhe violente pronunziate nella Assemblea, e l'incalzare delle sue intimaz ioni, in forma di suppliche, al re? E viceversa, a chi doveva l'Assemblea la sua vittoria, se non alla vittoria della insurrezione? Malgrado la vittoria poi, e vittoria preceduta da tanto sgomento, non si sentiva abbastanza sicura contro de i novi tentativi della corte, per non aver pi bisogno di quell'aiuto. Ora, nella massa degli insorti, non si sarebbe potuto distinguere quali fossero o non fosse ro anche gli assassini del Foulon e del Berthier. Tanto a questa moltitudine, qu anto all'altra pi numerosa, si dava il nome di popolo; e il Bailly non fece che u sare il linguaggio comune dicendo di coloro che avevano forzato l'Htel de Ville, quando vi si aspettava l'infelice Berthier: Non si osava allora resistere al popo lo che, otto giorni prima, aveva atterrata la Bastiglia. E come, nei momenti del suo furore, non si osava resistergli, cos, anche a cose meno torbide, non pareva prudenza il disgustarlo. E' ci che accade, soprattutto in tempi di rivoluzione, i n ogni partito, e anche, meno qualche eccezione, tra gli uomini onesti d'un part ito: si vorrebbe che la causa fosse netta di ogni eccesso, ma si vuole che trion fi. Non si spara contro i propri soldati, disse, a questo proposito, un uomo di molto ingegno. Oltre il pericolo di perdere un cos forte ausiliario, c'era poi an che il pericolo d'irritarlo con qualunque atto che dasse cenno di volerlo reprim ere. E un tale riguardo era, non solo suggerito ai pi dal timore di qualcosa di p eggio, ma anche messo innanzi e fatto valere da alcuni che nel pericolo degli al tri vedevano una speranza per loro; vedevano cio nella parte pi violenta e sfrenat a di quello che si chiamava il popolo uno stromento per dominare l'Assemblea, ed emerger cos e salire, non sapevano fin dove, ma certo pi su di quello che avrebbe ro mai potuto promettersi da uno stato di cose ordinato e tranquillo. Erano i po chi, ma avevano gi principiato ad esser molto. Mi accorsi, dice il Lally nello scri tto gi citato, di una connessione tra le turbolenze del di fuori e il movimento in terno della Assemblea; vidi che sarebbero soggiogati dal terrore quei medesimi c he non sarebbero sedotti dai sofismi; che di tratto in tratto verrebbero delle g randi scosse a rinnovare quella paura, e che in questa maniera, una piccola porz

ione d'individui potrebbe render vane le pure intenzioni della maggioranza. Forse se ne accorgeva un po' tardi, ma ad ogni modo era il riconoscimento di un grand e e terribile fatto, ed era insieme una predizione che doveva avverarsi molto pi in grande di quello che il suo autore si potesse immaginare. Altre maggioranze d i nove assemblee dovevano, per un progresso nefasto di violenze e di paure, non dico dissimulare fatti indegnissimi, ma glorificarli, e cooperare coi loro voti a sancire decreti e leggi che abbonivano; e doveva la Francia con esse, e pur tr oppo anche per mezzo di esse, trovarsi per un pezzo sotto il superbo e abietto d ispotismo di due minorit: minorit di quelle assemblee, sostenuta da minorit di popo lo; se in questo grande e sacrosanto nome di popolo, si possono comprendere quel li che ne sono il repudio. Tutte le cagioni sopra esposte servono a spiegare il non essersi pensato a fare altro che un proclama, e a render ragione dei provvedimenti contenuti nel procla ma medesimo, che, considerati in se stessi, potrebbero parere inesplicabili. E' infatti difficile a prima vista intendere il come a mali ed a pericoli presenti si opponesse un rimedio che si troverebbe in una costituzione da farsi. Ma s'int ende benissimo col riflettere, da una parte alla impotenza, in cui si trovava l' Assemblea, di applicare alcun rimedio pronto, e dall'altra, al bisogno che aveva di mantenere l'opinione della autorit suprema che si era attribuita; e a ci servi va o tanto o quanto il prometterne uno. E' difficile egualmente intendere che il rimedio desiderato avesse ad essere un tribunale per giudicare, non gli istigat ori e gli esecutori di assassinii atroci e pubblici, ma quelli solamente che, co i loro delitti avessero cagionati i mali del popolo. Per, anche questo si spiega coll'altro bisogno di compiacere a quelli che, per scusare o anche per giustific are tali atrocit, dicevano che la vera cagione ne era stata la impunit di gran col pevoli, che aveva spinto il popolo a farsi giustizia da s. Il giorno 28, dietro l a proposta del deputato Duport, fu istituito un comitato per far ricerche e per ricevere informazioni intorno ad una congiura ordita per consegnare al governo i nglese il porto di Brest, e intorno ad ogni altro fatto di simil genere. Della c ongiura non fu pi sentito parlare; ma il comitato, celebre poi sotto il titolo di comitato delle ricerche, esercit sulla libert delle persone un potere non limitat o n da leggi, n da norme di procedura, n da appello, n da sindacato veruno. 9. La visita del ministro Necker all'Htel de Ville di Parigi, avvenuta il 30 dello s tesso mese, produsse un altro di quei momenti in cui pot parere che la Rivoluzion e rimanesse in forse tra due opposte tendenze. E siccome fu, senza paragone, il pi grave tra quelli, cos dovremo parlarne un po' distesamente. Aveva il Necker ricevuta a Basilea, di dove passava per portarsi alla sua terra di Coppet, la lettera del re e quella della Assemblea, che lo invitavano a ritor nare a Versailles per riprendere il suo posto. Accett, come doveva in simili circ ostanze; e dal primo entrare in Francia, fu, per tutta la strada, nelle citt e ne lle campagne, accompagnato da acclamazioni e da benedizioni. A NogentsurSeine nella Sciampagna, fu informato che il barone de Bsenval, gi coman dante di Parigi, era stato preso, mentre travestito cercava di passar nella Sviz zera, e che, da Villenauxe dove lo avevano costituito prigioniero, stava per ess er trasportato a Parigi. Aveva il Necker risaputi il giorno avanti gli orrendi c asi del Foulon e del Berthier, e non potendo dubitare che una sorte eguale non f osse per toccare al Bsenval, se fosse stato messo al medesimo repentaglio, profit t dell'auge inaudito in cui si trovava, per tentare di salvarlo. Scrisse a questo fine agli ufiziali municipali di Villenauxe, chiedendo istantemente, che fosse permesso al Bsenval di continuare liberamente il suo viaggio per la Svizzera, sua patria, dove era incamminato con permesso del re. La richiesta non fu esaudita, ma almeno il trasporto a Parigi fu sospeso. Il Necker, arrivato a Versailles, si present, il 29, alla Assemblea Nazionale, da cui fu accolto con quell'applauso che si pu immaginare. Invitato a portarsi all' Htel de Ville, a Parigi, vi and il giorno seguente. All'assemblea degli elettori, che, dal principio della insurrezione, aveva eserc itata quella specie di governo di cui abbiamo dato un cenno, era stata sostituit

a, fino dal 25, una municipalit eletta dai 60 distretti, a due membri per ciasche duno, secondo una proposta del "maire" Bailly. La municipalit, appena costituita sotto il titolo di rappresentanti del Comune, aveva mandata una deputazione agli elettori, per ringraziarli di quanto avevano fatto, e per pregarli di continuar e i loro servizi, finch fossero fatti i provvedimenti per supplirvi; e il giorno della visita del Necker al'l'Htel de Ville era l'ultimo in cui gli elettori vi si avessero a radunare. Dopo varie trattative che inutile qui di riferire, le due assemblee convennero che il Necker sarebbe introdotto prima nella sala dei rappr esentanti, i quali l'accompagnerebbero poi in corpo nella sala pi vasta dove si t rovavano gli elettori. Arriv all'Htel de Ville in mezzo ad una immensa folla festa nte e plaudente. Entrato nella sala dei rappresentanti, e complimentato dal "mai re", pronunzi un discorso in cui, dopo avere espressa la sua riconoscenza per il favore del pubblico, e raccomandata la pace, il rispetto alle leggi, e soprattut to a quelle della umanit, entr a pregare per il barone de Bsenval, prendendo occasi one da ci che la sua istanza per la liberazione di esso non era stata esaudita da gli ufiziali municipali di Villenauxe, perch avendo reso conto dell'arresto al mu nicipio di Parigi, ne aspettavano gli ordini. Il Necker si volgeva, non ad una autorit competente (dove ce n'era allora una che riunisse il diritto e la forza?), ma a quella qualunque a cui poteva sperare ch e si sarebbe obbedito. Dichiar che, assente dalla Francia nel tempo degli ultimi avvenimenti, ignorava quali colpe si apponessero al Bsenval, ma accenn timidamente , che ci sarebbero forse voluti dei titoli di accusa ben formali per arrestare i n viaggio un uomo sottomesso alla disciplina militare. Rappresent che sarebbe gi u na gran punizione il condurre a Parigi, come reo o come sospetto, un generale st raniero che tornava al suo paese con un permesso del re; e preg quindi quei signo ri di considerare se non potessero limitarsi a chiedere al Bsenval dove si trovav a, gli schiarimenti di cui potessero aver bisogno. Sulla considerazione poi di s ottrarre il prigioniero agli orrendi pericoli del viaggio a Parigi, insistette c on pi i aperte ragioni, e colle preghiere pi dimesse e tanto pi nobili, tanto pi eff icaci, in un tale splendor di fortuna, e che rendeva pi belle il sapersi che eran o fatte in favore di un avversario. Ah! signori, esclam, non davanti a voi che, gene rosamente educati, non avete altro che a seguire i lumi della vostra mente e i m oti del vostro core, ma davanti al pi ignoto, al pi oscuro cittadino di Parigi, mi prostro, mi butto in ginocchio per chiedere che non si usi, n con M.r de Bsenval, n con chi si sia, alcuna sevizie che somigli in verun modo a quelle che mi sono state descritte. Conchiuse che si sarebbe stimato fortunatissimo se, per la benev olenza di cui si vedeva onorato, e come ricompensa dei servigi che potesse aver resi alla Francia, ottenesse per un generale straniero, dei riguardi, se il caso non richiedeva altro, e della indulgenza e della bont, se c'era bisogno di pi; e accenn quanto maggiore sarebbe stata la sua consolazione, se un tale esempio dive nisse il segnale di una amnistia che rendesse la calma alla Francia, e permettes se a tutti i cittadini di non occuparsi che dell'avvenire e di cooperare concord emente al ben comune. Alla fine di quel discorso, tutta l'assemblea si trov invasa da un medesimo spiri to; un grido di grazia scoppi da tutte le bocche; l'ordine della liberazione del Bsenval fu subito steso e sottoscritto; due membri della assemblea, MM.rs. de Cor beron e de Montaleau, s'incaricarono di portarlo; il Necker vi aggiunse una sua lettera, e partirono. Si pass nella gran sala occupata dagli elettori, e aperta a l pubblico, come era stata fino dal principio. Accolto con indicibili trasporti di gioia, di affetto, di venerazione e dagli elettori e dai cittadini riuniti ad essi, il Necker ripete le parole che aveva dette ai rappresentanti. Qui ottenne di pi: il grido unanime fu, non solo di grazia al Bsenval, ma di perdono e di amn istia generale. Chiamato ad alte grida dalla moltitudine che empiva la piazza, si affacci al balcone, e proclam le sante parole di pace tra i Francesi di ogni part ito, alle quali l'intera moltitudine rispose con esultazione. Intanto l'amnistia votata per acclamazione fu sancita con un atto in cui quella assemblea dichiarava in nome di tutti gli abitanti della capitale, colla certezza di non essere scon fessata, che perdonava a tutti i suoi nemici, proscriveva ogni atto di violenza, e riguardava come soli nemici della nazione coloro che fossero per turbare con qualunque eccesso la pubblica tranquillit.

Ho citata dianzi la testimonianza della figlia del Necker; passo ora a citare qu ella di un suo ammiratore; ma si tratta di un fatto attestato egualmente dagli a ltri contemporanei. M.r Necker aveva chiesto un atto di obblio e di pacificazione generale...; l'assemblea degli elettori, l'assemblea dei rappresentanti, quaran ta mila cittadini riuniti nella piazza gli avevano accordato con giubilo tutto c i che aveva chiesto; l'atto di pace era stato sottoscritto, proclamato, ripetuto in tutta la citt, nel PalaisRoyal medesimo, in mezzo agli applausi. Ma non era ancora venuta la notte, che ecco un terribile mutamento di scena. Pri ma un gridio in un distretto contro la dichiarazione di amnistia, poi in altri, poi al PalaisRoyal rioccupato dai soliti agitatori, quindi l'agitazione diffusa nelle varie parti della citt, campana a martello, radunate di gente, minaccie di portarsi all'Htel de Ville, insomma l'insurrezione da capo. Al primo aspetto di un cos rapido succedersi di movimenti contrari, il pensiero c orre quasi involontariamente a cercarne la cagione nella volubilit e leggerezza d egli uomini, soprattutto quando si trovano molti insieme. E sono certamente casi che avvengono; ma non fu il caso di quella volta. Non era una societ volubile e leggiera, erano due societ conviventi e diverse: una popolazione e una fazione; d a una parte, la gran pluralit dei cittadini, ma dispersa, fuorch in momenti rari a nche in quella rivoluzione, dove le contraffazioni di movimenti generali furono tante; dall'altra, un molto minor numero, ma unito sotto dei capi, e pronto semp re ad ogni occasione. L'arrivo del Necker aveva creato uno dei rari momenti acce nnati dianzi. Nel concorso generale dei cittadini intorno all'uomo sospirato, ad orato, acclamato salvatore e padre della patria, era la fazione che si trovava d ispersa; e la pluralit aveva acquistata in un momento, ma per un momento, la coes ione e l'unit di una fazione, e un capo straordinariamente autorevole in quell'uo mo le di cui parole avevano destato un sentimento fatto per diventare unanime; u n sentimento, grazie al cielo, naturale, di pace, di perdono, di misericordia, c he non trovava ostacoli in animi non governati da secondi fini, e premuniti cont ro il timore di essere imprudentemente generosi, dalla memoria del recente trion fo, dallo sgominio dei vinti, dalla aperta e commovente remissione del re, e da quella stessa unanimit che accresceva in essi la coscienza della propria forza. M a, compito l'atto solenne, la pluralit si sciolse di novo in individui, in famigl ie, in conversazioni di amici: il torrente si divise in rigagnoli. E allora la f azione, sopraffatta e confusa un momento, pot subito riprincipiare il suo lavoro. Fu, come si accennato, in un distretto, quello detto dell'Oratoire, al quale app arteneva il Mirabeau, e dove quell'uomo che, in ogni fase della sua politica, no n lasci mai di adoprare i maneggi per ausiliari della eloquenza, veniva spesso da Versailles a fare delle visite notturne, per imbeccare e indirizzare i partigia ni che ci aveva. E' cosa affermata da molti contemporanei, e non contradetta, cr edo, da nessuno, che vi accorresse in quella circostanza importantissima per lui , poich si trattava di impedire il trionfo stabile e di un sistema e di un uomo, opposti egualmente ai suoi disegni. Obiezioni contro l'atto di amnistia, non era difficile il trovarne: lo scandalo della impunit di uno dei principali complici ed esecutori, se fosse riuscito, del disegno di sopprimere la libert, di disperde re l'Assemblea Nazionale, di servire contro i pi illustri suoi membri, di metter Parigi a sacco e a sangue; l'audacia che da tale impunit riacquisterebbero i nemi ci del popolo; la pretensione strana da parte di un municipio e di alcuni gi elet tori, di privar la nazione della facolt di punire i suoi nemici, e di troncar la strada ad altri loro attentati; e tutto ci, pochi giorni dopo che l'Assemblea Naz ionale aveva istituito un comitato per ricercare gli autori di delitti contro la nazione. Sul valore di tali ragioni ci verr in taglio tra poco di far qualche os servazione; intanto ognuno vede quanto fossero adattate a riscaldare gli uni e a sbalordire gli altri. E per farle valere, la fazione avvertita, convocata, fort e della sua audacia e della sua unione, si trovava accampata nei distretti, e pr incipalmente in quello dove riceveva direttamente gli ordini di un tal capitano; mentre gli altri cittadini, sconcertati dall'inaspettato rumore, maravigliati c he tutto non fosse finito, impicciati da quegli argomenti, non vedendo pi l'uomo che aveva parlato per tutti, e che era tornato a Versailles pieno di una gioia f allace, non trovavano, al momento di dover combattere, quella unit che avevano av uta per acclamare, e lasciavano che si facesse anche in nome loro. Di qui facile

intendere il come, quello stesso giorno 30 luglio, sia stata votata in quel pri mo distretto una protesta contro l'amnistia, e sia stata adottata da vari altri distretti, e intimata ai rappresentanti e agli elettori, i quali sgomentati da q uesti atti e dalla agitazione che ne era l'accompagnamento, pubblicarono sotto l a forma di spiegazione, una ritrattazione, dichiarando di non avere inteso mai d i pronunziare una grazia per quelli che potessero esser rei di lesa nazione, ma di annunziare solamente che i cittadini volevano che si procedesse contro di lor o a norma di legge, e non per mezzo di violenze e di eccessi che turbassero la p ubblica tranquillit. Non sar, credo, fuori di luogo il notar di passaggio in questo avvenimento uno de i primi esempi e come il germe del predominio, che una fazione organizzata in so ciet dette popolari, esercit nelle Sezioni in cui pi tardi fu distribuita la popola zione di Parigi. E fu, in pi occasioni, come vedremo a suo tempo, un motore poten te di rivoluzioni nella rivoluzione, di rovine e di vittorie di partiti: fasi e forme diverse di un medesimo fatto generale, quello cio di attribuire in titolo u n diritto eguale a tutti, e di dare in realt un potere arbitrario ad alcuni. Oltre la protesta, il distretto dell'Oratoire sped due de' suoi membri, col manda to di prendere il Bsenval e di impedire l'esecuzione dell'ordine che poteva esser e stato spedito, di lasciarlo in libert. Si pener, dice qui il Bailly, ad intendere un tale comando, e una tale ignoranza di ogni principio. L'ordine della liberazione era emanato dai Rappresentanti del Co mune, rivestiti dei poteri di tutti i distretti; e il distretto dell'Oratoire pr etendeva di annullarlo. Un distretto, la sessantesima parte di Parigi, dava un o rdine da eseguirsi fuori di Parigi, e a trenta leghe di distanza. Confesso, per la mia parte, che dopo tanti esempi, e esempi fortunati di ordini messi fuori da chi non aveva altra giurisdizione, se non quella che si attribuiv a da s, o gli era stata conferita da, chi non ne aveva alcun titolo, un tal fatto non mi pare tanto difficile ad intendersi. Cosa erano i sessanta distretti? Com partimenti di Parigi, ordinati dal re. col solo mandato di eleggere i deputati d i quella citt agli Stati Generali, e che, compita quella missione transitoria, si erano arrogata da s la facolt di formare dei corpi stabili, con quelle attribuzio ni che pareva loro. Certo, sessanta sono pi di uno; ma forse in ci, che il Bailly trovava un "principio"? A tutti i distretti che avevano dati i poteri ai Rappres entanti del Comune si poteva dire, come ad un distretto solo: "Nec vobis auctor ullus est, nec vos estis ulli" (58). E se i faccendoni di quel distretto credettero che il colpo potesse riuscire, qu al maraviglia che lo abbiano tentato? I mezzi erano ovvi, quando a Villenauxe si fossero trovati degli uomini disposti a secondare i due emissari, eccitando, da una parte, le paure ed infiammando gli odi colla descrizione della orribile tra ma di saccheggi, di stragi, d'incarceramenti e di supplizi, della quale il Bsenva l doveva essere il principale esecutore; e dall'altra parte, facendo stare zitti , colle grida, colle minaccie di esser presi in sospetto di complici, i partigia ni della pace, della concordia, della mansuetudine, passioni non bellicose. Ma cosa fecero, per reprimere una tanta audacia, i Rappresentanti del Comune? Ca ssarono forse la deliberazione del distretto ribelle? Spedirono novi ordini a Vi llenauxe, per impedire che fosse eseguita? Oh per l'appunto! Stante che i princpi, i poteri, la ragione non avevano allora forza veruna, ci volevano di gran rigua rdi, dice il Bailly. E prima di citare quel fatto speciale, aveva detto in genere che il popolo era malcontento, i distretti erano irritati. E cosa si abbia ad int ender qui per il "popolo" e per i "distretti", non occorre ripeterlo. In consegu enza di tutto ci, i Rappresentanti del Comune rifecero in loro nome, e come per m oto spontaneo, ci che aveva fatto quel distretto. E con un tale espediente, pensa rono di aver salvato il decoro e mantenuta l'autorit del loro corpo. Ecco come ra cconta ingenuamente la cosa il Bailly: Per riparar l'errore della mattina, e per evitare l'apparenza di un atto di autorit arbitraria di un solo distretto, si spe d subito un corriere a MM.rs de Corberon e de Montaleau, con un ordine contrario a quello che avevano ricevuto la mattina; si fece affiggere uno stampato, per is truire il pubblico di questa revoca, e dell'arresto ordinato di M.r de Bsenval. Co

s, se il corriere arriv a tempo, i principi, i poteri, la ragione, ripresero, per quella volta la loro forza. Il giorno seguente, una deputazione del distretto dei BlancsManteaux si present a ll'Assemblea Nazionale, per appellare contro il decreto di amnistia, come non em anato da una autorit competente, come opposto a quello, con cui l'Assemblea medes ima aveva dichiarato che i rei di "lesa nazione" fossero ricercati, giudicati e puniti; finalmente come repudiato dal popolo, in cui, disse l'oratore, al rispetto per i decreti della Assemblea va unito l'odio che conserva ancora contro i suoi nemici, quantunque vinti. Le due opposte tendenze in cui era divisa l'Assemblea si trovarono naturalmente a fronte nella discussione provocata da quell'indirizzo. Il Mounier dimostr (cosa non punto difficile) che l'arresto del Bsenval, nemmeno riconosciuto, ma preso a caso, come un uomo sospetto, fosse stato arbitrario. Il Mirabeau prese dal cant o suo a dimostrare (cosa egualmente facile) la illegalit della amnistia proclamat a dagli elettori. Ma, affine di dar pi forza al suo argomento, volle provare al d i l del bisogno. Per dimostrare "a fortiori" che gli elettori non avevano il diri tto di proclamare una amnistia, disse che non lo aveva neppure l'Assemblea, isti tuita per far la legge, non per applicarla, avente facolt di accusare, non di pun ire o di assolvere; e che il diritto di far grazia, appartenuto fino allora al r e, era cosa molto dubbia se potesse esistere, e anche in questo caso, a chi dove sse appartenere, e se potesse essere applicato ai delitti di "lesa nazione". Ne veniva una conseguenza singolare: che un'amnistia, cio un mezzo di governo, indic ato dall'immediato buon senso, e dimostrato da una antica e generale esperienza come utile quando sia adoperato a proposito, e in certi casi, necessario, princi palmente nelle grandi commozioni politiche, dove il diritto e la colpa sono cos d ifficili a distinguersi; che un tal mezzo, dico, sarebbe stato impossibile in qu ello stato di cose. Vedeva egli, il Mirabeau, e accettava una simile conseguenza ? O era, per avventura un artificio per troncare un'ultima strada alla amnistia, prevenendo chi potesse proporre alla Assemblea di decretarla in suo proprio nom e, senza occuparsi della competenza degli elettori, e colla autorit sovrana di ra ppresentante della nazione, anzi come la nazione stessa? Dei vari deputati che presero parte alla discussione, porta il pregio di ramment arne uno, oscuro allora, e cos fosse rimasto sempre: Massimiliano Robespierre. Gi nella seduta del 20, aveva parlato contro l'accettazione del proclama di M.r de Lally, che invitava tutti i Francesi alla pace; e non manc anche in quest'altra o ccasione "di reclamare, in tutto il loro rigore, i princpi che devono sottometter e a dei giudizi esemplari gli uomini sospetti alla nazione". Chi avrebbe detto a i vari suoi colleghi, partigiani, come lui, del rigore, e agli altri Francesi de llo stesso parere, quanto terribil cosa sarebbe stata pi tardi l'esser uomo sospe tto al deputato allora oscuro di Arras! Il suo tempo non era ancora venuto; ma g li uni e gli altri glielo preparavano. L'Assemblea Nazionale approv la spiegazione colla quale gli elettori avevano in s ostanza revocata la loro prima deliberazione, e dichiar che persisteva nei suoi pr ecedenti decreti relativi alla responsabilit dei ministri e agenti del potere ese cutivo, allo stabilimento e di un tribunale che avrebbe a pronunciare, e di un c omitato destinato a raccogliere le indicazioni, istruzioni e informazioni che fo ssero per essergli spedite. Dichiar inoltre, che il barone de Bsenval, se era ancor a detenuto, dovesse esser rimesso in luogo sicuro, sotto la custodia della legge . Il motivo preponderante di questa decisione era stata l'illegalit dell'ordine dat o dai Rappresentanti e dell'amnistia proclamata dagli elettori. E, certo, a pren der la cosa in astratto, nulla pi giusto e ragionevole che il cassare atti di chi non aveva autorit di farli. Ma chi voglia considerare le circostanze reali del f atto, riconoscer, credo, che l'avere addotto un tal motivo non fu altro che, o un pretesto derisorio, o l'effetto di una dimenticanza pi che singolare delle circo stanze medesime. In un tempo di rivoluzione (intendo sempre una rivoluzione che distrugga un gove rno senza sostituirgliene un altro), ogni atto politico non pu essere che rivoluz ionario, cio il resultato di una forza che prevalga, in un dato momento, indipend entemente da leggi e da istituzioni. Come potrebbe essere altrimenti, quando all

e leggi esistenti levata l'efficacia che nasce dal rispetto alla loro autorit, e quando alle persone ancora nominalmente incaricate di farle eseguire levato di f atto il potere di costringere o di punire i renitenti e i trasgressori? In un ta le stato di cose, i grandi fatti politici non possono differire tra di loro, se non nell'essere moralmente boni o perversi, secondo che, in questo o in quel mom ento, prevalga o una forza onesta e savia che, nella impotenza della giustizia p ositiva, sia mossa dal sentimento della giustizia naturale, e cerchi di ottener qualche bene, di impedir qualche male, di modificare in meglio quel tristissimo stato; o una forza mossa da triste passioni e da fini iniqui, che s'adopri a man tenerlo e ad aggravarlo. Il criterio della illegalit non pu essere logicamente app licato, che ai primi fatti rivoluzionari, per la ragione semplicissima che, quan do furono consumati, la legalit esisteva. E per verit, chi mai potrebbe dire che fosse in vigore la legalit, dove non veniva neppure in mente a nessuno che nessun tribunale potesse procedere contro gli au tori di assassinii pubblici e atroci? dove si continuava bens ad ammettere che al re appartenesse un diritto qualunque di dare degli ordini, e questo diritto si annullava col dir solamente, che gli ordini gli erano suggeriti, e si faceva poi rivivere e riguardar come sacro quando quel re dava gli ordini che gli erano im posti da una forza materiale? dove i soldati si consideravano ed erano nel fatto sciolti da ogni obbedienza verso i loro capi? Il Bailly dice che si attribuiva al generale La Fayette una risposta a chi dava il nome di disertori ai soldati c he venivano ad unirsi agli insorti: "Disertori! i soli disertori sono quelli che non hanno abbandonata la loro bandiera". Siano o non siano del La Fayette, queste parole vengono a proposito perch il sens o che esprimono era sottinteso in tutte le dimostrazioni del partito vincitore e dei suoi capi, in favore e in esaltazione di quei soldati. - Ma, si dir, erano d ivenuti difensori della libert, sentivano di essere cittadini prima che soldati, pensavano che la patria era qualcosa di pi che la disciplina. - Sia pur cos; ma nu lla di ci era la legalit che l'Assemblea supponeva esistente, per applicarla in un caso. Gli elettori, disse in quella discussione il deputato Volney, non potevano, n dichia rare un perdono che non avevano il diritto di pronunziare, poich non sono nulla, e meno ancora il diritto di dichiarar nemici quelli che turbassero l'ordine, poi ch non hanno che un potere usurpato: la loro qualit di elettori dice abbastanza ch e hanno consumati i loro diritti. Aveva mille ragioni, ma dimenticava che quegli elettori avevano, senza proteste da nessuna parte, anzi con un assenso generale di fatto, governato Parigi per pi giorni, o almeno avevano dati ordini di ogni so rte, prescritto o autorizzato un armamento generale, fatte fabbricare e distribu ire armi a questo fine, istituita una milizia borghese, e nominato il comandante di essa, mandati alcuni dei loro in forma solenne a trattare con quello della B astiglia, spedita pi di una deputazione alla Assemblea, non solo per chiedere ord ini da lei, ma per comunicarle quelli che avevano promulgati essi medesimi, e ch e l'Assemblea aveva accolte quelle deputazioni con molta premura, e tenuto gran conto di ci che erano venute ad esporre. Abbiamo riferito a suo luogo il decreto del 23 di luglio, nel quale l'Assemblea, in risposta ad una di quelle deputazioni, aveva annunziato che, nella costituzi one di cui si occupava continuamente, avrebbe indicato il tribunale, davanti a c ui dovesse esser condotta ogni persona accusata di delitti di "lesa nazione": de creto nel quale dichiarava ora di persistere. Su di esso dobbiamo presentar qui una osservazione che abbiamo omessa in quel luogo, per seguir l'ordine pi indicat o dal ragionamento. Quella formula delitti di lesa nazione era probabilmente stata suggerita alla Asse mblea dal messaggio sopradetto degli elettori. Prima di quella occasione, n nelle sue discussioni, n altrove, quella denominazione non si vede comparire. Ed era g i un fatto singolare, che, nel corpo degli elettori, in cui si trovavano tante pe rsone, e colte e dotte, fosse adottato il partito di chiedere, non una legge, ma un tribunale addirittura, per giudicare un genere di delitti, non definito in n essun codice, in nessun atto legislativo, e il nome stesso del quale era stato c oniato allora allora; di maniera che il tribunale che fosse indicato avrebbe avu to a inventare la legge da applicarsi. Ma cresce la maraviglia al vedere che l'A

ssemblea Nazionale, dove sedevano circa trecento giureconsulti, abbia potuto acc ettare una tal tesi, aderire ad un tale invito; tanto pi quando si rifletta che u na procedura cos mancante di ogni condizione necessaria ad escludere l'arbitrio, e a tutelare la giustizia, doveva anche avere una applicazione retroattiva, poic h si estendeva anche a dei fatti consumati prima che una legge relativa ad essi, fosse, non dico promulgata, ma nemmeno pensata. Erano pure quei medesimi che, un mese dopo, dovevano inscrivere in una Dichiarazione dei diritti dell'uomo: Nessu no pu essere n accusato, n arrestato, n detenuto, fuorch nei casi determinati dalla l egge, e secondo le forme prescritte da essa... Nessun pu essere punito, se non in virt di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto. Ma che? Lo stesso ascendente, scrive il testimonio oculare e autorevole, gi citato in questa occasione, lo stesso ascendente che aveva dominata la "Commune" di Pari gi, domin l'Assemblea. M.r de Tonnerre parl coraggiosamente, ma inutilmente, contr o i maneggi adoprati a sollevare il popolo, e ad ispirargli una ferocia ributtan te. M.r Mounier fu sublime per la causa della libert; reclam, in nome delle leggi, quella di M.r de Bsenval, affront i clamori del partito, che lo interruppero pi vo lte, fu ammirato e abbandonato. Un deputato ci disse, parola per parola (scrissi mentre parlava), "che non conveniva che il popolo vedesse l'Assemblea mettersi dalla parte dei suoi avversari; che si doveva tener di conto l'opinione del popo lo, e non seguire i princpi rigorosi della giustizia e della ragione". Quel deputa to esprimeva con una sincerit singolare un concetto latente nell'animo di molti s uoi colleghi e che si manifest poi, coi fatti, in tante altre occasioni, cio che p er popolo si dovesse intendere coloro che volevano cose opposte alla ragione e a lla giustizia, e fare non ostante a modo di un tal popolo, quando fosse tale da far suggezione. Uno scrittore di cui mi dispiace di non rammentarmi il nome, osserva che, nel pr ogredire della Rivoluzione, il nome di popolo si and sostituendo a quello di nazi one, usato tanto frequentemente da principio, E se ne vede la cagione: il termin e invalso in ultimo si accomodava ad un equivoco, a cui l'altro non avrebbe serv ito. Come mai si sarebbe potuto dire: la nazione entr a furia nell'Htel de Ville, la nazione strapp l'intendente Berthier dalle mani delle guardie? E nel caso in q uestione, come si sarebbe potuto dire: la nazione si sollev contro l'amnistia, il giorno stesso che fu proclamata all'Htel de Ville di Parigi? La parola popolo se rviva ad alcuni per autorizzare i fatti, e a molti per coonestare la sommissione . Certo non parl con maggiore esattezza il ministro Necker nel libro, in cui, dopo aver descritta la scena dell'Htel de Ville, esclama: Popolo francese, quanto fosti grande in quel giorno! quanto i sentimenti di magnanimit manifestati allora da v oi vi rendevano degni della libert, e vi innalzavano fino ad essa!. C'era anche l l o stesso equivoco, ma ben pi tollerabile, perch diceva una cosa non conforme bens, ma non opposta alla verit, e non aveva nulla di frodolento, di partigiano, d'inte ressato. Quello che il Necker chiam allora popolo francese, non era in fatto che una moltitudine; ma non se l'era composta lui, non era andato, n aveva mandato a arrotarla nei distretti, non le aveva data la posta, come avevano fatto gli altr i, e dove? al PalaisRoyal. La sua moltitudine, il Necker l'aveva trovata riunita da s all'Htel de Ville e al di fuori; aveva espresso a quegli sconosciuti il sent imento che presumeva doversi destare, o piuttosto manifestare anche in loro, non per eccezione, non in quanto abitanti di Parigi, perch qual ragione avrebbe avut a di credere che una disposizione simile non si trovasse nella grande e bona plu ralit dei Francesi? E un argomento per supporla comune ad essi dovevano essere pe r lui le accoglienze tanto straordinarie che gli erano state fatte nel suo passa ggio per un buon tratto della Francia; giacch tutte quelle migliaia di persone di ogni sorte, magistrati antichi e novi, gente delle citt e del contado, che per l e strade, dai campi, correvano ad incontrarlo, ad esprimergli il loro affetto, l a loro fiducia in lui, sapevano bene a chi; e non potevano aspettarsi da quell'u omo altro che proposte di pace, di conciliazione, di mansuetudine, e non gi di od io, di quell'indegno odio "contro i nemici, quantunque vinti", che l'oratore cit ato dianzi attribuiva al popolo, per commissione di chi sa quanti e quali uomini del suo distretto. E perch poi anche a quelli che avevano acclamata la proposta del ministro non si dava il nome di popolo? Erano pure una moltitudine anche lor

o, gridavano anche loro: cosa gli mancava per essere chiamati anche loro il popo lo? La risposta ovvia e trista: gli mancava di far paura. Cos la causa andava producendo il suo effetto, la Rivoluzione proseguiva il suo c orso nella strada larga che le era stata aperta. I deputati del Terzo Stato, col dichiararsi in fatto sovrani, si erano preparato un padrone, facendo vedere che poteva diventarlo chi avesse forza e audacia bastante a ci. Al Necker non poteva non affacciarsi il pensiero di rinunziare alla carica. Avrei forse dovuto, dice in uno degli scritti gi citati, dare immediatamente la mia dimi ssione, e darla nelle mani di quella stessa Assemblea che si allontanava da me i n una occasione cos memorabile, e pareva voler la guerra quando io predicavo la p ace; la severit quando io parlavo di indulgenza; il risentimento e la vendetta qu ando io credevo di avere ottenuta la riconciliazione e l'obblio. Ma ne fu tratten uto dalla persuasione che i pericoli in cui si trovava lo Stato, e per la divisi one degli animi, e per la rovina delle finanze, e per la carestia imminente, gli imponessero l'obbligo di rimanere al suo posto, e di sacrificare al ben pubblic o lo sdegno dell'affronto che aveva ricevuto dall'Assemblea. Non vide che quell' affronto tollerato in silenzio, distruggendo l'opinione della sua potenza, gli l evava il mezzo di far quel bene che s'immaginava, come il fatto non tard a mostra rgli, e come l'attesta egli medesimo nel racconto dei suoi penosi e inutili sfor zi; non vide che la tolleranza poteva esser presa per un riconoscimento del prin cipio adottato dalla Assemblea, e che il bene che egli poteva fare ancora, scars o, ma unico, era appunto quello di protestare contro un tal principio, col ritir arsi. Due gran disinganni in una volta avrebbero per potuto avvertirlo che la sua carriera era finita. Aveva creduto da prima che, facendosi autore e zelante pro pugnatore del raddoppiamento del Terzo Stato, esaltandone l'importanza e mostran do una gran premura di avvantaggiarlo e di innalzarlo, troverebbe in esso una in alterabile riconoscenza e una disposizione perpetua a prender lui per suo protet tore perpetuo e per sua guida; e tutto ad un tratto, anzi subito dopo le maggior i dimostrazioni di affetto, di desiderio, di bisogno di lui, quel cos grande amic o gli si era chiarito avversario, aveva messa al niente la sua impresa pi grandio sa, lo aveva indirettamente condannato, e, o fosse per una apparenza di riguardo , o per ostentazione di indifferenza, senza nominarlo (59). Nella seconda occasione (e qui l'intento del Necker era cos semplice e aperto com e bono per ogni verso) aveva creduto di trovare nell'assenso degli elettori e de lla maggiore e miglior parte dei cittadini della capitale, una gran forza per fe rmare il corso violento e dispotico della Rivoluzione, e rimetterla in quella st rada di pacifica e dignitosa rigenerazione, in cui s'era dato a credere di averl a avviata; e vedeva che quella forza si era dileguata, o piuttosto, che quell'as senso, quel concorso di tanti voleri era generosit, era giustizia, era ragione, n on era forza. Ma la fiducia nei propri mezzi, che per verit era singolare in quel l'uomo, e forse la memoria lusinghiera dei trionfi passati, prevalsero nella sua deliberazione; e quando poi la prova lo ebbe irrepugnabilmente convinto della s ua impotenza, gli parve una cosa strana, e non se ne seppe dar pace mai, come si vede dalle nenie e, se mi si passa questa espressione, dai lai di amante tradit o, con cui sfogava nei suoi scritti i dolori di un ingrato riposo, e il rammaric o di un ingiusto abbandono. Fortunato ancora per essere stato in quell'epoca il primo a incontrare una cos strepitosa vicissitudine, quando cio la Rivoluzione rin negava i suoi idoli senza spezzarli, abbandonava ancora senza proscrivere. Pot an che trovar consolazione nel pensiero di avere, con quell'atto di arbitrio santam ente rivoluzionario, preservato il Bsenval dalla orrenda andata a Parigi, e rispa rmiata probabilmente a quella citt una rinnovazione di quell'atroce e non meno vi le spettacolo, che l'infierire di molti contro uno. L'essere quest'uomo divenuto occasione di cos gravi avvenimenti, fa che non sia f uor di proposito l'accennare l'esito della sua trista avventura. Fu da prima rin chiuso in una vecchia bicocca a BrieComteRobert; il 29 novembre fu trasportato d i notte a Parigi, e messo nelle carceri del Chtelet, che era il tribunale a cui, per quella singolare risoluzione che s' visto, era stato deferito il giudizio dei delitti di "lesa nazione". Degli schiamazzatori vennero pi volte a gridare che i l prigioniero si desse loro in preda. Ma il tempo e novi avvenimenti avevano sed ati abbastanza i terrori e i furori del luglio, principalmente riguardo ad un uo

mo senza importanza, fuorch in una corte elegante, come era quello, perch non pote sse rinnovarsi il vasto tumulto d'allora. Il tribunale pot quindi procedere tranq uillamente; e qualunque legge avesse presa per norma, qual colpa avrebbe potuta scoprire nel fatto di un ufiziale che, in un movimento di truppe ordinato dal re , a cui nessuno ne negava il supremo comando, aveva occupato un posto, che aveva abbandonato due giorni dopo, senza far nulla? Avrebbe potuto piuttosto esser ci tato davanti ad un consiglio di guerra, se non avesse avuto l'ordine del re, che gli levava il mezzo di fare. Un altro capo di accusa dello stesso valore era un viglietto stato intercettato, con cui raccomandava al governatore della Bastiglia di tener duro, promettendog li un soccorso. Si supponeva che fosse, da parte di un generale investito di un potere regolare, un delitto il non obbedire ad una intimazione di una piccola pa rte di abitanti della capitale. Il comitato di ricerche del municipio (ne aveva uno anch'esso) non si tenne poi dall'addurre molti testimoni, i quali ripetevano le pazze accuse che, nei momenti dell'arresto, avevano eccitato tutto quel furo re contro il Bsenval: progetti di assedio, di carnificine, di palle infocate. Ma non potevano naturalmente allegare altro, che di averne sentito parlare. Non era ancora il tribunale rivoluzionario, e quindi il Bsenval fu trovato innoce nte e rimesso in libert. 10. Nella questione della amnistia, la paura recente, e l'irritazione ancora viva d' un bon numero di deputati che si erano creduti pi particolarmente in pericolo per la mossa delle truppe, e la forza apparente dell'argomento legale, lasciavano v eder meno la parte che aveva avuta nella determinazione della Assemblea il predo minio di quello che si diceva, e che anch'essa chiamava, il popolo. Ma non pi di due giorni dopo, gli effetti di quel predominio si manifestarono in un'altra cir costanza, in cui non se ne poteva attribuire la minima parte a veruna altra cagi one. L'Assemblea aveva eletto suo presidente l'avvocato Thouret, deputato di Rou en, venuto agli Stati Generali colla fama di distinto giureconsulto, per cui era stato uno dei commissari del Terzo Stato alle conferenze coi due altri Ordini. Ma, essendosi poi mostrato alieno dalla fazione che aveva preso il sopravvento, i fautori, i capi, gli stromenti di essa (c'era nella Assemblea un po' di tutto questo) alzarono, al sentir proclamato quel nome, grida di imprecazione e di min accia; grida che sarebbero svanite nell'aria senza effetto, se la cosa avesse do vuto finire in quella sala. Ma la mattina seguente, ne arriv a Versailles un'eco fragorosa dal PalaisRoyal, che minacciava una ben altra tempesta. L'eletto presi dente diede la sua dimissione, che fu accettata in silenzio. L'Assemblea obbediv a naturalmente a quella forza che l'aveva messa in caso di farsi obbedire dal re . In luogo del Thouret fu eletto un altro celebre avvocato, Chapelier, deputato di Rennes, accetto alla parte che aveva fatto decadere il primo. In progresso di t empo mutarono strada tutt'e due, ma per riuscire ad una medesima dolorosa fine. Il Thouret divenne un attivo promotore della Rivoluzione, il Chapelier cerc di mo derarla. Il 22 aprile del 1794, il tribunale rivoluzionario li mand al supplizio nella stessa carretta. Nell'intervallo tra la dimissione e la sostituzione, un deputato, il conte de Cl ermontTonnerre, invoc il patrocinio della Assemblea per un suo zio ottuagenario, stato costretto a cercare un asilo fuori di Francia, per salvar la vita dal furo r popolare. Era uno tra le migliaia di fatti di quel genere che accadevano alla giornata in diverse provincie. Orde sfrenate e feroci invadevano le case campest ri dei signori, davano foco agli archivi dove erano conservati i titoli feudali, e alle case insieme, e commettevano sulle persone orribili atrocit. E perch i pro motori di violenze non lasciano di servirsi, all'occasione, anche degli inganni, principalmente quando si tratti di riscaldare e aizzare moltitudini ignoranti, andavano in giro emissari che spacciavano ordini, incredibili ma creduti, del re , di dare addosso ai nobili, come nemici della nazione e suoi. Nella discussione nata sulla proposta del conte de ClermontTonnerre, il conte de Lally volle coglier l'occasione di provocare una legge generale per proteggere

efficacemente tutti i cittadini contro tali attentati; allegava lettere che tene va in mano, scritte a lui dalla Franca Contea, dalla Borgogna, dalla Sciampagna, dalla Alsazia. Si alz, racconta egli, un rumore, sempre dalla stessa parte, e tutte le cose di quel genere furono chiamate episodi (60). Alla proposta del conte de Lally non fu dato corso, e la richiesta del conte de ClermontTonnerre fu rimessa al comitato dei rapporti. Un altro deputato chiese c on grande e ripetuta istanza un momento di udienza per informar l'Assemblea dei mali che affliggevano la sua provincia. Fu rimesso anche questo egualmente al co mitato dei rapporti (61), e si riprese la discussione sulla dichiarazione dei di ritti dell'uomo; cio sulla questione stata proposta nella seduta antecedente: Se una dichiarazione dei diritti dell'uomo dovesse esser messa in fronte alla costi tuzione. E' forse da credere che in quella Assemblea non si pensasse che, tra i diritti d ell'uomo, c' quello di non esser martirizzato? che l'assicurare a tutti i cittadi ni il godimento di un tale diritto era una cura da non esser proposta a veruna a ltra? che, per essere tanto evidente e riconosciuto, quanto essenziale, un tale diritto non aspettava il compimento del lavoro filosofia) della Assemblea? che c hi aveva resa impotente la forza incaricata di tutelarlo, aveva, per quel fatto stesso assunto virtualmente l'obbligo di provvederci? Sarebbero strane supposizi oni: il vero che, anche indipendentemente dalla pressura della minorit, padrona p er l'aiuto del PalaisRoyal, l'essere l'Assemblea priva, e nata priva, dei mezzi effettivi, e sicuri, di cui aveva privato il re, le rendeva incomodo il discuter e su dei guai, per rimediare ai quali, quei mezzi sarebbero stati necessari. Non potendo reprimere, e nemmeno minacciare sul serio, n ricorrere, come aveva fatto in altri casi, se non ad atti che rendevano pi manifesta la sua impotenza, manda va la cosa d'oggi in domani. Ma nella stessa seduta, appena principiata la discussione annunziata, e sentito il discorso di ringraziamento del novo presidente, l'Assemblea ricevette una com unicazione che non si poteva mandare al comitato dei rapporti, perch veniva da qu el medesimo. Un suo commissario fece la seguente relazione sui primi lavori di e sso: Lettere di tutte le provincie annunziano che le propriet di ogni genere sono la pr eda del pi reo ladroneccio; in ogni parte le abitazioni campestri dei signori ("c hteaux") sono bruciate; i conventi distrutti, le masserie ("fermes") messe a bott ino. I titoli delle imposizioni, dei canoni ("redevances") signorili, tutto dist rutto; le leggi sono senza vigore, i magistrati senza autorit, la giustizia non p i se non una larva, e la si cerca inutilmente nei tribunali. Il provvedimento che il Comitato proponeva era, non un decreto, probabilmente pe rch sentiva che non c'era la forza per farlo eseguire; era una semplice protesta. Ecco in quali termini: Dichiara l'Assemblea che nessuna ragione pu legittimare la sospensione dei pagamen ti d'imposta e di ogni altra "redevance", finch essa non abbia pronunziato su que sti diritti: dichiara che nessun pretesto pu dispensare dal pagarli; che vede con dolore i disordini cagionati da tali rifiuti, e che questi sono essenzialmente contrari ai princpi di diritto pubblico che l'Assemblea non cesser di mantenere. E poi notabile il silenzio del Comitato sugli assassinii e sulle torture citate so pra; ed erano pure fatti abbastanza gravi e clamorosi per non esser lasciati fuo ri da quel sinistro compendio. Si discusse sulla proposta, e si decise in massima di fare una dichiarazione, da ndo al comitato di redazione l'incarico di stenderla. Nella seduta serale del giorno seguente, il deputato Target, avvocato anche pi ce lebre dei due sunnominati, poich aveva acquistata la sua fama nel foro di Parigi, lesse in nome di questo comitato un progetto di deliberazione in cui, conforme al diritto, ma contro il fatto, si dichiarava che le leggi antiche sussistevano e dovevano essere eseguite, che le imposte e tutte le prestazioni non abrogate d ovevano esser pagate, e le leggi relative alla sicurezza delle persone e delle p ropriet, rispettate. La dichiarazione terminava coll'invito ai curati di farla co noscere e di raccomandarne l'osservanza ai loro parrocchiani. Ma una proposta inaspettata, e l'effetto ancor pi inaspettato che produsse, e che rese celebre quella seduta sotto il nome di Notte del 4 agosto, fece metter da

una parte la dichiarazione. Un deputato della nobilt, il visconte de Noailles, do po aver detto che il solo mezzo di acquietare le moltitudini insorte nelle campa gne era quello di soddisfare i loro giusti desideri, propose un decreto con cui le imposizioni e tutti i carichi pubblici fossero dichiarati eguali per tutti; e distinguendo tra i diritti feudali che portavano canoni, censi, prestazioni rea li qualunque, e quelli che portavano servit personali, cio comandate ("corves"), e manimorte (servit della gleba) e altre simili, i primi fossero dichiarati riscatt abili, e gli altri aboliti senza compenso. Subito dopo, il duca d'Aiguillon, uno dei pi ricchi, se non il pi ricco signore de lla Francia, unendo il suo voto a quello del visconte, propose una forma di decr eto pi particolarizzata, e chiese di pi, che l'abolizione di ogni privilegio in ma teria di imposte fosse applicata anche alle provincie e citt e comunit che ne gode vano. Queste proposte, e per la loro natura, e perch fatte da tali persone, vennero acc olte con vivissimi applausi, e destarono tra i Nobili un ardore subitaneo di imi tazione e di emulazione. Fu una gara di rinunzie, di sacrifici che si succedevan o, si accavallavano in mezzo a tempestose acclamazioni. A un certo punto, il con te Matteo de Montmorency chiese che tutte quelle proposte fossero immediatamente convertite in decreti. Ma il presidente fece osservare che i deputati del Clero non avevano ancora avuto il campo di parlare in quella discussione, e che parre bbe conveniente l'aspettare se alcuno di loro desiderasse di esprimere qualche o pinione. Questo eccitamento indiretto produsse tra quelli una gara dello stesso genere. Dopo questa, si alzarono molte voci a rinnovare la proposta gi fatta dal duca d'A iguillon, che, per lo stesso principio di una eguale distribuzione dei pesi pubb lici, avessero a cessare i privilegi e le esenzioni di cui godevano varie provin cie, a danno delle altre. Due deputati del Delfinato furono i primi a fare quell a rinunzia in nome della loro provincia, rammentando che gli Stati Provinciali d i essa ne avevano gi espresso il voto, e invitate le altre provincie privilegiate ("Paysd'tats") ad imitarla. E dietro a loro, una terza gara, ancor pi affollata, di rinunzie dei deputati delle altre provincie che godevano simili esenzioni, si a per statuti anteriori alla loro riunione alla Francia, sia per convenzioni o p er concessioni venute dopo, sia per qualunque altro titolo. Accenneremo qui i punti principali dei decreti stabiliti, in varie sedute, dalla Assemblea, in conseguenza di quelle proposte; e indicheremo, dove si potr, gli a utori di esse. Soppresso interamente il regime feudale, aboliti senza riscatto i diritti e i do veri feudali di servit personale, e quelli che li rappresentavano, cio i censi o c anoni che si pagavano in prezzo di una antica liberazione; dichiarati riscattabi li tutti gli altri, ma da doversi pagare fino al rimborso. Questo decreto differiva dalla prima proposta fatta dai due deputati, in quanto in essa tutti i censi erano, come si visto, assoggettati al riscatto. Il motivo della distinzione introdotta nel decreto dal suo estensore e relatore (62), era che ogni sostituzione ad un diritto radicalmente ingiusto sarebbe ingiusta del p ari. A questo motivo il deputato Mounier oppose, e quello di una antichissima pr escrizione, e il fatto, che in tutte le divisioni per eredit e in tutti i contrat ti di compra quei censi erano stati computati in diminuzione della stima dei fon di; e che, per conseguenza, l'abolizione incondizionata di essi sarebbe stata un o spoglio di certuni e un dono gratuito fatto a certi altri, e cagionerebbe la r ovina intera di molte famiglie, l'unica sostanza delle quali consisteva in simil i censi. Ma queste ragioni non furono ammesse, e si mantenne l'abolizione genera le. Fu abolito egualmente il diritto dei feudatari di tener colombaie, e quello dell a caccia e della pesca nella estensione del feudo; e ogni proprietario fu autori zzato a cacciare sul suo terreno, e a pescare nelle acque che passassero per que llo (63). La prima proposta fu fatta dal conte de Virien, deputato della provincia del Del finato. L'autore della seconda, il vescovo di Chartres citato da noi in un'altra occasione, rappresent l'iniquit di quelle leggi, le quali, per mantenere al feuda tario un selvaggiume abbondante, punivano con pene barbare il coltivatore, il qu

ale uccidesse un animale da caccia che divorava il frutto delle sue fatiche. A q uella proposta si alz un gran numero di voci dei Nobili a dichiarare che renunzia vano da quel momento a un tal privilegio. Soppresse le giudicature feudali, sull a proposta di M.r Cottin, proprietario, deputato del Terzo Stato della siniscalc hia di Nantes. Fu aggiunto al decreto, che gli ufiziali di quelle giudicature, c ontinuerebbero ad esercitare le loro funzioni, finch l'Assemblea non avesse stabi lito un novo ordine giudiziario. Soppresse le decime d'ogni genere, colla riserva di provvedere altrimenti alle s pese del culto, al mantenimento degli ecclesiastici, e al sollievo dei poveri. L a proposta fu fatta dal duca du Chtelet; e anche qui fu aggiunta al decreto la cl ausola, che, fino al novo provvedimento, le decime dovrebbero esser pagate nel m odo solito. Soppressa la venalit delle cariche e giudiziarie e municipali, e decretato che la giustizia sarebbe resa gratuitamente. Proposta di M.r de Richer, deputato nobil e della siniscalchia di Saintes. Soppressi gli "incerti" o diritti di stola ("droits casuels") dei curati. Propos ta di A. Thibaut, curato di Louppes (64), secondata da molti altri curati. Il de creto aggiunse anche qui, che quei tributi dovevano continuare a esser pagati fi no a quando sarebbero state aumentate le congrue dei curati e le pensioni dei vi cari. Abolito ogni privilegio personale o reale in materia d'imposte, e dichiarato che sarebbero distribuite egualmente, e sui cittadini e sui beni. Questa riforma er a la prima tra quelle proposte dal visconte de Noailles. Aboliti tutti i privilegi particolari delle diverse provincie, e di ogni altra c ircoscrizione del regno; e sostituito a quelle variet il diritto comune di tutti i Francesi. I due deputati che, come si accennato sopra, diedero il primo esempi o di tali rinunzie, furono il conte d'Agoult e il marchese de Blacons. La moltit udine di quelle che vennero dietro non diede il campo di indicare i loro autori, meno pochissimi, altrimenti che colla qualifica di deputati della tale o tale a ltra provincia, o citt, o comunit, o baliaggio, e simili. Dichiarati ammissibili agli impieghi di ogni genere tutti i Francesi, senza dist inzione di nascita. Non trovo, n se questa riforma sia stata proposta nella Assem blea, n se sia stata aggiunta dal comitato di redazione. Sulla proposta del marchese de Foucault, deputato della siniscalchia del Prigord, contro l'abuso delle pensioni, fu dichiarato che l'Assemblea si concerterebbe c ol re per la soppressione delle pensioni non meritate, e per la riduzione di que lle che sarebbero riconosciute eccessive. La discussione e la redazione definitiva di quei decreti e di altri che omettiam o come meno importanti al nostro assunto, furono terminate nella seduta dell'und ici di agosto. Sulla fine di quella famosa del 4, furono fatte due proposte; una dell'arcivescovo di Parigi, che si cantasse un solenne "Te Deum"; l'altra dal c onte Lally de Tolendal, che quel re, il quale, dopo un cos lungo intervallo, avev a convocata un'assemblea della nazione, e di pi, dato l'esempio della rinunzia ai suoi diritti non necessari al ben pubblico, fosse proclamato Restauratore della libert francese. Le due proposte furono anch'esse convertite in decreti. Non parrebbe egli, che la Rivoluzione fosse questa volta avviata ad un prossimo e placido compimento? Dei due effetti principali ed essenziali che si desiderava no da essa, cio un limite posto al potere assoluto del re, per mezzo di un ripart o di poteri stabilito da una costituzione, e l'eguaglianza dei cittadini tanto n ei carichi, quanto nei diritti civili, al primo non mancava che d'esser messo in atto dalla Assemblea, alla quale il re ne faceva continue istanze; per il secon do era stata prevenuta anche la discussione: una notte aveva supplito ad un lavo ro di cui non si sarebbe potuta prevedere la durata, n assicurare la tranquilla r iuscita. E a fare sperare un effetto pacificatore di quelle riforme poteva contr ibuire non poco l'essere state, non solo consentite, e acclamate, ma messe innan zi quasi tutte dai privilegiati medesimi; perch, se l'esserne venuta l'occasione dalle violenze commesse contro di loro poteva per s far nascere il sospetto che q uelle concessioni fossero estorte dall'interesse e dallo sgomento, l'evidente sp ontaneit di esse; la loro variet che comprendeva oggetti estranei a quelle violenz e, e manifestava una emulazione d'intenti verso un pi vasto e fecondo resultato;

la inverosimiglianza eguale, e di una scena concertata tra tante persone, e di u n tacito e subitaneo accordo nel secondare una gherminella non preveduta, chiude vano l'adito ad un tal sospetto; n allora, n poi, ch'io sappia, n da fautori, n da a vversari, si vide altro in quella gara e omogeneit di proposte, che un sentimento di giustizia e di benevolenza, prevalente a ogni altro riguardo. Si intende poi pi facilmente il come un tal sentimento si sia potuto manifestare a un tratto co n tanta alacrit in quella occasione improvvisa, quando si sappia che, gi da qualch e tempo prima della Rivoluzione, nelle assemblee provinciali istituite da Luigi Sedicesimo, i privilegiati erano dei primi a deplorare la condizione delle class i povere, principalmente nelle campagne, e a cercare i mezzi di migliorarla (65) . Ma la Rivoluzione, al punto dove era venuta, aveva in s una doppia cagione di dur ata, indipendente dai fini per cui un miglioramento politico e sociale era desid erato dalla nazione. Questa doppia cagione (e i fatti ci conducono sempre l) era l'esser mancata una vera e efficace forza governativa, e l'esser nata una forza faziosa e tumultuaria che, per motivo di quella mancanza, non poteva esser compr essa, e per la sua natura, non era certo disposta ad abdicare volontariamente. C osa importava l'abolizione dei diritti feudali e signorili (che, del resto, non esistevano per la citt di Parigi) agli ambiziosi, e di alto e di basso affare, ch e dalla Rivoluzione volevano e speravano (e molti non invano) potere e ricchezze ? cosa importava ai tumultuanti di piazza, in parte loro stromenti, e portati an che per loro proprio conto, dalla speranza della rapina, dal tripudio del disord ine, dal piacere insolito di sovrastare e di esser temuti, a mantenere col frequ ente esercizio il possesso che avevano preso? Anzi, l'esser quelle riforme venut e dalla Nobilt era, e per gli uni e per gli altri, un motivo di pi per non lasciar e che diventassero un mezzo di conciliazione e di quiete; perch, se da una parte avevano sempre pi esautorata la Nobilt come corpo, come Ordine dello Stato, poteva no, dall'altra, acquistare a molti individui di essa un favore pubblico, e mette rli cos in caso di competere cogli ambiziosi e di tenere in rispetto i tumultuant i. Coloro che, con alcuni emissari sparsi nei distretti, con un loro inviato a c hieder vendetta alla Assemblea Nazionale, avevano soffocato il grido di pace alz ato da quasi tutta la capitale, e annientato l'uomo portato da un favor pubblico di cui non ci era esempio; coloro che poco dopo avevano proibito alla Assemblea medesima di mantenere il presidente che aveva creduto di poter eleggere, avrebb ero volontariamente deposte le armi, troncati a mezzo i loro concerti, cessato d i agitare i distretti e le piazze, di far gente denunziando pericoli, cospirazio ni, tradimenti, rinunziato a chiamarsi e ad esser chiamati il popolo? E ci nel mo mento che la loro forza si era tremendamente accresciuta ed estesa per le devast azioni e gli assassinii delle provincie; giacch (e questo fu poi sempre uno dei p i validi aiuti delle diverse dominazioni rivoluzionarie) quelli che avevano comme ssi dei fatti per i quali, o col ristabilirsi del poter regio, o anche col solo riprender vigore le leggi tutelari delle persone e delle propriet, avrebbero avut o dei conti da rendere, stavano continuamente in sospetto e dell'uno e dell'altr o pericolo, e pronti egualmente a tutto ci che li potesse tener lontani. E di pi u na gran parte delle antiche municipalit, riguardate come sospette, erano state de poste, e creati a rumor di piazza dei comitati in loro vece (66). Ad ogni modo, bisogna dire che si avesse o poca o nessuna fiducia nella efficaci a delle rinunzie del 4 agosto, riguardo alla conciliazione degli animi, e al rit orno di uno stato regolare di cose, poich, tre giorni dopo, e mentre si stavano e laborando i decreti relativi, il Guarda Sigilli, ministro della Giustizia, M.r C hampion de Cic, arcivescovo di Bordeaux, succeduto a M.r de Barentin, venne alla Assemblea, in nome del re, e accompagnato dagli altri ministri, a rappresentare collo stesso terribile laconismo della relazione citata sopra, lo stato della Fr ancia, e ad implorare rimedio. Violate le propriet, messe a foco e a sacco le abit azioni dei cittadini, le vie di fatto e le proscrizioni sostituite alle forme de lla giustizia, minacciate, in qualche luogo, fino le messi, il terrore e il sosp etto diffuso anche dove non si possono mandare dei predoni, la licenza senza fre no, le leggi senza forza, i tribunali senza attivit, il paese desolato in parte, sgomentato per tutto, sospesi il commercio e l'industria, gli asili stessi della piet non sicuri da quei furori omicidi. Esprimeva poi la fiducia, che una bella e

saggia costituzione aveva ad essere il principio pi sicuro e pi fecondo della feli cit del regno, e faceva istanza, da parte del re alla Assemblea di affrettarne il lavoro; ma aggiungeva che intanto le circostanze richiedevano che essa prendesse le misure pi pronte per reprimere l'amore sfrenato del saccheggio e la confidenza nella impunit, e per rendere alla forza pubblica la perduta efficacia. E conclude va col dire: Sua Maest si tiene abbastanza sicura della saviezza delle risoluzioni che prenderete in proposito, per annunziarvi fino da ora che si dar premura di a pporvi la sua sanzione, e di farle eseguire. Era la pi aperta dichiarazione della impotenza in cui si trovava il re di esercit are le funzioni pi essenziali di un governo qualunque, ed era insieme un riconosc imento dell'alto dominio della Assemblea, il pi espresso che esso potesse desider are. Ma con ci medesimo era messa all'impegno di provvedere con altro che con eso rtazioni, sotto pena, o di rinnegare quel dominio, o di parere indifferente a ta li eccessi. In conseguenza, fu adottato un decreto destinato a reprimerli, dietr o la proposta del Comitato dei Rapporti. Nella esposizione dei motivi che lo pre cede, da notarsi il modo con cui si volle insinuare una cosa, che sarebbe stato troppo strano l'affermare, cio che autori degli eccessi fossero quei medesimi che ne erano le vittime. Ecco in quali termini: Considerando che i nemici della nazi one, avendo perduta la speranza d'impedire, colla violenza del dispotismo, la ri generazione pubblica e lo stabilimento della libert, sembrano aver concepito il r eo disegno di arrivare allo stesso intento per via del disordine e della anarchi a; che, tra gli altri mezzi, hanno, nello stesso tempo e quasi lo stesso giorno, fatti spargere dei falsi timori nelle diverse provincie del regno; e che, annun ziando scorrerie e brigantaggi immaginari, hanno cagionati eccessi e delitti e c ontro le propriet e contro le persone... che questi uomini furono tanto arditi, d a sparger falsi ordini, e fino falsi editti del re, i quali hanno armata una par te della nazione contro l'altra, nel momento stesso che l'Assemblea Nazionale em anava i decreti pi favorevoli alla causa del popolo.... Sono cose che si dicono al l'occasione, quantunque non si credano, n si pretenda di farle credere. Il novo d ecreto prescriveva che le municipalit invigilassero alla sicurezza pubblica; che, a requisizione di esse, le truppe dovessero assistere le milizie nazionali e le "marchausses" (67) nel dar la caccia ai perturbatori del pubblico riposo, e nell' arrestarli; che gli arrestati fossero consegnati ai tribunali; che i processi di quelli di essi che fossero imputati di avere sparsi i falsi timori ed eccitati i saccheggi le altre violenze, fossero spediti alla Assemblea Nazionale; che gli attruppamenti fossero dissipati dalle forze sunnominate; che le municipalit form assero liste degli uomini screditati e non aventi professione, n domicilio stabil e, li facessero disarmare e invigilare dalle forze; che le truppe prestassero un giuramento di fedelt alla nazione, alla legge e al re; che i curati dovessero le ggere in chiesa quel decreto, e predicare ai popoli la pace e l'ordine; e che fi nalmente il re sarebbe supplicato di dare gli ordini necessari per l'esecuzione del decreto medesimo. Da qualche cenno di scrittori contemporanei, e non meno dal silenzio di altri di loro, si raccoglie che quelle enormit non tardarono a cessare. Ma se e quanto, c i sia stato un effetto del decreto della Assemblea, non ne ho trovata memoria. E non facile il formarne una congettura un poco circostanziata, quando si pensi qu anto fosse esteso e violento il disordine, e come fossero in gran parte novi e i n parte poco bene inclinati, per la loro stessa origine, quelli che dovevano far eseguire quel decreto, e disavvezzati dalla obbedienza gli agenti subalterni. D el resto, il furore pi bestiale aveva avuto un gran campo di sfogarsi; e d'altra parte si erano anche formate delle forze per raffrenarlo. Il rimedio era venuto per un mezzo che probabilmente non era stato pensato con una tale intenzione. Ac cadeva, a un dipresso, ci che si era visto il 12 di giugno, quando l'insorgere de i cittadini per difendersi dalla immaginaria SaintBarthlemy, aveva servito a tene re a freno i veri malandrini. Cos, in quest'altra occasione, le false voci sparse in ogni parte di una spedizione comandata dai principi fuggiaschi, e di migliai a di briganti che si avvicinavano, fecero prender l'armi ad una immensa quantit d i cittadini. I poteri erano sospesi, dice lo storico contemporaneo citato ora, le a utorit non curate... Tutto faceva credere che il regno avesse a rimanere in preda dell'anarchia... Ma un popolo invecchiato nella abitudine dell'ordine ne sente

il bisogno, e non ne pu far di meno. I proprietari erano tutti armati; e fu ci che salv la Francia, perch quella classe che non ha nulla da perdere, e tutto da guad agnare non si poteva riunire in verun luogo, per il timore di esser repressa. Le armi divennero la passione di un popolo naturalmente guerriero. Parigi dava lor o un grande splendore coll'ordine e la bellezza delle sue milizie nazionali; e d iffondendosi l'emulazione in ogni parte, si videro in Francia tre milioni d'uomi ni vestiti dell'uniforme della nazione. Tutti questi uomini divennero i protetto ri della propriet, e la vera forza pubblica; e quantunque in molti luoghi abbiano essi stessi cagionati dei disordini parziali, quantunque in altri i malcontenti si siano serviti di loro per fermare la rivoluzione, la totalit delle guardie na zionali form una tal massa di resistenza, che la Francia ne fu salvata. Era la na zione che proteggeva la nazione, e questa gran forza era anche una gran sapienza. E fu vero quella volta. Ma era un fatto accidentale e passeggiero. La persuasion e comune di un chiaro, imminente pericolo aveva potuta eccitare una vasta e simu ltanea azione comune, senza bisogno di concerti antecedenti. Quando poi una orre nda fazione riusc, col mezzo della violenza insieme e della legge, a rendersi pad rona; quando c'era bens un pericolo comune, ma i concerti, che allora sarebbero s tati necessari per una comune difesa, erano il pericolo pi imminente per ciasched un individuo, quella forza pubblica, non che proteggere la nazione, divenne uno stromento, in parte complice, in parte atterrito, della sua oppressione. Scriven do quelle liete e sicure frasi, lo sventurato Rabaut era ben lontano dal prevede re che, circa quattro anni dopo (68), la guardia nazionale di Parigi avrebbe mes so l'assedio a una Convenzione Nazionale sovrana e che questa, obbedendo alla in solente intimazione dell'indegnissimo comandante di quella guardia, avrebbe pron unziato un decreto di arresto contro vari deputati, tra i quali egli sarebbe com preso, e che sfuggito, nascosto, scoperto, sarebbe poi condotto al patibolo. Spero che questa nova scappata fuori dell'ordine cronologico mi sar condonata in grazia della sua brevit, e in considerazione del motivo addotto in un altro luogo . E tornando al decreto del 10 agosto 1789, mi pare di poter concludere che quel l'atto legislativo il quale, per la sua forza propria, e in un altro momento, no n avrebbe facilmente prodotto un molto maggiore effetto delle semplici dichiaraz ioni antecedenti, dovette trovare nel consentaneo movimento generale una improvv isa facilit di esecuzione, e prestare a vicenda al movimento dei mezzi opportuni di regolarit. Ridotto a non aver nulla di pi positivo a citare, riferir le parole d i un autore contemporaneo, e deputato a quella Assemblea, che esprimono in termi ni congetturali una eguale opinione: Il 10 d'agosto, l'Assemblea eman un decreto p er il ristabilimento della pubblica tranquillit; decreto pur troppo tardo, ma pie no di disposizioni savie e spiranti la vera libert; e non dubito che non abbia, i n pi luoghi, prevenuti di molti mali (69). Ma "Andiam che la via lunga ne sospinge". 11. Abbiamo fin qui tenuto dietro, per dir cos, a passo a passo, agli avvenimenti dei primi tre mesi della Rivoluzione francese; di maniera che questa parte del lavo ro potrebbe quasi parere il principio di una storia. Ma il nostro disegno non n c os vasto, n cos ambizioso; e, come abbiamo gi dichiarato, ci siamo proposti solament e di osservare, e di ricondurre alle loro prime cagioni alcuni dei fatti di quel la rivoluzione, nei quali apparvero pi manifesti due tristissimi fenomeni: il pri mo, l'oppressione del paese, sia tumultuaria, sia legale, sia, esercitata, o da associazioni, o da individui prepotenti; l'altro, la difficolt di ricostituire un a cosa tanto necessaria, come un governo. A render per pi evidente la derivazione di questi fatti successivi, ci parve cosa utile, per non dir necessaria, l'espor re pi seguitamente quei primi fatti causali e le loro conseguenze immediate, dell e quali i fatti posteriori furono un continuo e progressivo svolgimento. Di ques ti ultimi baster al nostro assunto il riferire in particolare i pi importanti, acc ennando in compendio, per connetterli tra di loro, le vicende e l'andamento dei periodi intermedi. Ma, per ci che riguarda il secondo capo, cio la formazione di un governo, possiamo

entrare in materia addirittura, poich ne troviamo gi avviati i primi tentativi. Fino dal 9 di luglio, il deputato Mounier, in nome di un comitato istituito per proporre l'ordine da seguirsi nel lavoro della costituzione, aveva letto all'Ass emblea un rapporto su quell'argomento. Il soqquadro venuto subito dopo non aveva permesso che allora fosse preso in considerazione. Ai 27 poi di quel mese, lo s tesso relatore aveva presentato un disegno dei due primi capitoli della costituz ione. E anche di questo abbiamo tardato a far menzione fin qui, per riferire di seguito il principio e l'esito della discussione intorno al ristabilimento della quiete pubblica. Dobbiamo ora far qualche esame di quei due documenti, come que lli che, accordandosi, per quanto era possibile, colle vaghe e non meno confiden ti aspettative di una gran parte dei deputati, diedero il primo indirizzo al lav oro della costituzione. Diceva il rapporto: non essere, per verit, la Francia priva di tutte le leggi fon damentali proprie a formare una costituzione; avere essa infatti, da quattordici secoli, un re creato non dalla forza, ma dalla volont della nazione; essere l'in divisibilit del trono assicurata dalla legge che ne escludeva le femmine; essere un principio, dimenticato bens a lungo, ma non mai negato, e pi volte riconosciuto dalla autorit medesima, che le tasse dovessero esser consentite dalla nazione; c on tutto ci non aver mai la Francia avuta una forma determinata e completa di gov erno; non bastar certamente per creare una costituzione il fatto dell'autorit reg ia, la quale, anzi, non essendo limitata, necessariamente arbitraria e dispotica , e quindi l'opposto di una costituzione; la mancanza poi di una costituzione no n essere stata utile nemmeno alla autorit del re, usurpata spesso da audaci minis tri, ed inceppata tante volte, nella esecuzione dei disegni pi benefici per la na zione, dalle pretensioni dei corpi e da una moltitudine di privilegiati; il bene del monarca, come quello della nazione, richieder quindi una costituzione che d eterminasse i diritti dell'uno e dell'altra; incombere ai deputati la doppia cur a, e di non abbandonar mai quelli della nazione, e di non dimenticarsi che dovev ano un rispetto e una fedelt inviolabile alla autorit del re, e che erano incarica ti di mantenerla; dover poi una bona costituzione esser fondata sui diritti dell 'uomo, essendo la felicit generale lo scopo di ogni societ; e convenire, per conse guenza, che la costituzione da farsi fosse preceduta dalla dichiarazione di quei diritti. Seguivano altre considerazioni preliminari, e in ultimo una indicazion e sommaria dei diversi capi, nei quali il comitato si proponeva di distinguere i l suo progetto di costituzione. Ma noi possiamo fermarci qui, poich abbiamo gi quanto necessario per discernere la contradizione tra i fatti e gli intenti, che regnava nel disegno del comitato, e che sarebbe bastata a rendere impossibile il fondarci sopra una costituzione c oerente e stabile, se anche si fosse potuta condurre a fine in piena libert, senz a disturbo, n pressura di violenze estrinseche. Col resistere alla dichiarazione del re, che, accettata, sarebbe stata il solo m ezzo possibile (se dopo la giornata del Jeu de Paume ne rimaneva alcuno) di limi tare l'autorit di lui, conservandola, l'Assemblea aveva annullata di fatto quella autorit. Ed ora, approvando il disegno del comitato (70), veniva a riconoscerla, a parlare di un rispetto e di una fedelt inviolabile che gli era dovuta, a fare dei diritti regali uno dei cardini della costituzione futura. E a questa strana contradizione era strascinata come per necessit; giacch sarebbe stata una cosa impraticabile il non far parola della autorit del re in un progett o di costituzione per la Francia di quel momento, e cosa pi strana ancora il nega re al re ogni diritto, e proporre, per conseguenza, un'altra forma di governo. Q uando anche l'Assemblea fosse stata inclinata a fare un passo di quella sorte, a vrebbe incontrato un ostacolo insuperabile nell'essere l'autorit del re ammessa e voluta generalmente dalla nazione. Certo, dacch, e per opera principalmente di Luigi Sedicesimo, al titolo di re non era pi associata l'idea di un potere assoluto; dacch, in appresso, quel re medesi mo era comparso impotente contro la disobbedienza e la sommossa, il concetto che si aveva della sua autorit era tutt'altro che chiaro e preciso, ma la fede in es sa rimaneva egualmente viva e ferma. Coerente, o no, era un fatto, e un fatto pr odotto, non come pot parer poi a molti, dalla sola consuetudine, da un sentimento attinto dalla prima educazione, ma anche, e in gran parte, da quella inclinazio

ne comune a persuadersi, appena si sia aiutati da qualche apparenza, di avere ci di cui si sente un gran bisogno; dal vedere cio, pi o meno distintamente, in quell a sola autorit un carattere, una immagine sensibile di governo generale e continu o, in mezzo al sorgere, al mescolarsi, al convivere senza coordinarsi, all'accor darsi per opportunit, e contradirsi per indole, di tanti poteri. Da queste cagion i diverse, ma concordi, quelle manifestazioni di gioia e di riconoscenza, ad ogn i annunzio di adesione del re a dei fatti che, quantunque vittoriosi, solo dopo di quella parevano divenuti stabili e perfettamente validi; quello sforzarsi di credere spontanee e mosse da una persuasione tarda, ma vera, le concessioni pi ev identemente estorte alla debolezza del re dalla audacia della Assemblea, o dalla violenza di una moltitudine, e nelle quali si voleva ad ogni costo vedere, insi eme con degli acquisti di nove libert, altrettante prove dell'esser sempre viva l 'autorit reale. Del resto, anche dalla parte della Assemblea, l'ammettere e il proclamare quella autorit, non era, n poteva essere un'arte per nascondere altri pensieri, poich non ne aveva alcuno chiaro e distinto. Non mentiva, si contradiceva. Alla autorit de l re si proponeva sul serio di metter solamente dei limiti, non si avvedendo di averla, e coi suoi atti, e con l'aiuto conseguente della insurrezione, ridotta a non poter fare, almeno efficacemente, se non ci che le venisse, o comandato, o p ermesso. Per non avere n volute, n prevedute le conseguenze di quei suoi atti, rag ionava, e continu fin che pot, a ragionare come se non ci fossero. Il primo dei due capitoli del progetto di costituzione, presentati dal comitato il 27 di luglio, conteneva, secondo le premesse del Rapporto, una Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Un'altra ne aveva gi presentata alla Assemblea il La Fayette, in suo proprio nome , l'11 dello stesso mese, cio quando la mossa delle truppe aveva eccitata l'appre nsione e lo sdegno di cui si parlato a suo luogo. Quel progetto di dichiarazione, dice un noto scrittore di quel tempo, era stato fatto in fretta, e non era che un a parte di una dichiarazione pi estesa, che fu poi adottata dalla Assemblea Nazio nale. Il signor de La Fayette mi disse di poi, che si era determinato a presenta rla in quel momento, affinch potesse rimaner qualche traccia dei princpi di quella Assemblea, dopo la rovina di essa, nel caso che fosse destinata a perire nella burrasca che la minacciava (71). In verit, la ragione della fretta fa venire in me nte, e in un caso troppo pi serio, la risposta passata in proverbio, del Misantro po di Molire a quel signore che, prima di recitargli un suo sonetto, lo avvertiva di averlo composto in un quarto d'ora: "Le temps ne fait rien l'affaire". L'Assemblea non aveva creduto di doversi occupare per allora di quell'argomento. La discussione su di esso, principiata il primo di agosto, interrotta subito da lle celebri proposte della notte del 4 e dai successivi decreti, poi dalla delib erazione intorno ad un prestito proposto dal Necker, poi ancora da quella per il ristabilimento della quiete pubblica, e interpolatamente da altre emergenze, fu ripresa il 18 dello stesso mese. Furono presentati e dibattuti altri progetti d i Dichiarazioni di diritti dell'uomo; il 26 ne fu adottata una. Senza entrare nei particolari di essa, noi crediamo (e il lettore giudicher se a ragione o a torto) che al nostro assunto possa, e tornar utile, e bastare il con frontarne l'intento con quello di altre celebri e pi antiche Dichiarazioni di dir itti: confronto che non siamo andati a cercare, poich si presenta da s, essendo es sa stata, ed essendo ancora accoppiata a quelle nella opinione comune. Mettendo una Dichiarazione dei diritti dell'uomo per base e per norma alla sua c ostituzione, l'Assemblea Nazionale di Francia intese, come noto, di seguire un e sempio dei Rappresentanti degli Stati Uniti di America. Ci che essa aveva creduto di fare, i suoi contemporanei credettero che lo avesse fatto; e, se non m'ingan no, si crede ancora generalmente. Ma a chi consideri la diversit, e degli intenti , come si detto, e delle cagioni e dei resultati, oso dire che una tale opinione deve apparire non fondata che sopra una mera, e anche imperfetta somiglianza di nomi. Pi di una volta le colonie inglesi di America ebbero a proclamare i loro diritti in vari congressi, durante il loro conflitto colla madre patria: nessuno di queg li atti ebbe per oggetto, n di stabilire le basi della loro costituzione, n di def inire e di raccogliere in un complesso tutti i princpi di diritto anteriori ad og

ni legge e ad ogni convenzione, e sui quali deva fondarsi ogni costituzione dire tta al ben pubblico: che furono i due fini che l'Assemblea Nazionale di Francia si propose nel compilare la sua Dichiarazione dei diritti dell'uomo. In quanto a lla costituzione, basta osservare che quella degli Stati Uniti non fu compilata che nel 1787, cio undici anni dopo l'ultimo di quei congressi, e senza veruna dic hiarazione di simil genere, che, del resto, non avrebbe avuta alcuna ragione d'e ntrarci. E in quanto alle dichiarazioni dei congressi antecedenti, le prime non riguardavano che alcuni diritti positivi e speciali delle colonie di fronte al g overno e al parlamento d'Inghilterra; si limitavano, cio, a proclamare e a rivend icare quei tanti che erano stati violati da quel governo, e voluti invalidare da quel parlamento, contro un antico e pacifico possesso. Bens l'ultima di quelle d ichiarazioni, che fu nel 1776, alleg, in un modo astrattissimo, alcuni princpi di diritto naturale, ma per applicarli ad un solo diritto, cio a quello che ha ogni popolo di sottrarsi alla suggezione di un governo incorreggibilmente iniquo e di spotico. Era un manifesto di indipendenza nazionale, e non una norma di governo interiore; e il disegno di esporre e di particolarizzare in una serie ordinata e intera i diritti politici dell'uomo non ebbe parte in quella dichiarazione null a pi che nelle altre. Basteranno pochi cenni a metter tutto ci in evidenza. Si trattava da principio di una carta bollata che il governo inglese voleva impo rre alle colonie di America. Il primo annunzio vi suscit un malcontento e uno sde gno generale, come quello di un atto, non solo gravoso, ma insolito e contrario alla libert di esse; e con pari unanimit si sent il bisogno di collegarsi, per oppo rvi una resistenza legale ed efficace. A questo fine la pi parte delle assemblee, o legislature, come anche le chiamavano, costituite "ab antico" in quelle speci e di Stati non ancora uniti, mandarono, nel 1765, dei deputati ad un congresso, che si tenne a Nuova York. Questo, e in varie risoluzioni dichiaratone, e in tre richiami, uno al re d'Inghilterra, uno ai Pari e uno ai Comuni di quel regno, p ose come massime di diritto, che il popolo delle colonie, non solo non era, ma p er le sue circostanze locali non poteva essere, rappresentato alla Camera dei Co muni d'Inghilterra; che nessuna tassa era mai stata, n poteva essere costituziona lmente imposta alle colonie, se non dalle loro rispettive legislature; che ogni sussidio alla corona era un libero dono; che non era cosa n ragionevole, n consent anea coi princpi n collo spirito della costituzione inglese, che il popolo della G ran Bretagna disponesse della propriet dei coloni. Insisteva particolarmente il c ongresso sul diritto inerente ai giudizi del Giury, in opposizione all'estension e data alla giurisdizione del tribunale inglese dell'Ammiragliato; ed esponeva a ltri gravami contro diversi vincoli imposti al commercio (72). Ognuno vede quanta e quale differenza corra tra tali intenti, e quello di esporre in una dichiarazione solenne i diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo , affinch questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro di continuo i loro diritti e i loro doveri, etc.. E infat ti non si saprebbe immaginare come mai a quei discreti espositivi, non meno che animosi e fermi deputati delle colonie, sarebbe potuto venire il grillo di mette re, se mi si passa questa altra espressione volgare, tanta carne a foco, di fare una rassegna di tutti i diritti sociali e politici (impresa non tanto facile, n tanto sicura), quando non avevano altro a fare che di mantenerne certuni aventi anche un titolo legale, che era appunto l'argomento principale dei loro propugna tori; come mai, dico, avrebbero pensato a stabilir le basi sulle quali si possa far tutto di pianta, quando il loro unico scopo era d'impedire che si mutasse nu lla? Dopo una concessione dimezzata, e seguita poi, nel 1767, da novi arbitri, e dopo sette anni di nove resistenze, e passive e attive, quando parziali e quando gen erali, e di nove repressioni, e legislative e militari, e sempre pi dispotiche (f atti memorabili, ma da cercarsi nella storia), la questione era sempre la stessa , cio questione di diritti positivi, asseriti e sostenuti dalle colonie, negati e contrastati dall'Inghilterra. Le prime, che erano andate sempre pi acquistando u nit di forze e di azione, deputarono, nel 1774, un novo congresso che si radun a F iladelfia. Questo, per restringerci a ci che riguarda il nostro speciale assunto, promulg una Dichiarazione di diritti; la sola, credo, che presso gli Americani a

bbia avuto quel titolo. Che se la sua mezza somiglianza col titolo francese, di Dichiarazione dei diritti dell'uomo, fu quella che fece supporre una somiglianza di intento (giacch, non essendo, ch'io sappia, stato mai detto espressamente da alcuno dove si trovi e in che consista questa affermata somiglianza, si ridotti a congetturare), una tale induzione sarebbe smentita dal fatto, mentre i diritti proclamati nella Dichiarazione del 1775 erano i medesimi stati proclamati dal c ongresso anteriore, con l'aggiunta di altri, stati manomessi dopo da novi atti d el parlamento britannico. Con un voto unanime il congresso dichiar che tutti quegl i atti, o parti di atti erano infrazioni dei diritti delle colonie, e che la rev ocazione di essi era essenzialmente necessaria al ristabilimento dell'armonia tr a le colonie e la Gran Bretagna. Pubblic insieme un discorso al popolo inglese, e uno al re. Al popolo chiedeva il ritorno al sistema del 1763: Lasciateci, diceva, e sser liberi quanto voi, e riguarderemo l'unione con voi come la nostra maggior g loria e felicit. E al re: Noi non chiediamo altro che pace, libert e sicurezza. Non desideriamo, n una diminuzione della prerogativa reale, n la concessione di alcun novo diritto. Tanto erano lontani dall'occuparsi di una teoria generale di diritt i sociali e politici. Un novo congresso, radunato ancora a Filadelfia nel 1775, fu quello che, il gior no 4 di luglio dell'anno seguente, pubblic, in nome e colla autorit del popolo di quelle colonie, l'atto da noi accennato sopra, con cui le dichiarava, in faccia al mondo, sciolte da ogni obbedienza verso la corona della Gran Brettagna. Diamo qui tradotto il proemio di quell'atto, che ne spiega e ne circoscrive l'in tento, ed , del resto, un raro monumento di sapienza politica: Quando, nel corso delle umane vicende, diviene necessario ad un popolo di rompere i vincoli politici che lo tenevano unito ad un altro popolo, e di prendere tra le potenze della terra il posto separato ed eguale, a cui le leggi della natura e di Dio gli danno un diritto, il rispetto dovuto alla opinione degli uomini ric hiede che proclami le ragioni che lo determinano ad una tale separazione. Noi teniamo come evidenti per s le seguenti verit: che gli uomini sono stati creat i eguali; che sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili; che tra qu esti sono la vita, la libert e la ricerca del ben essere; che i governi sono stab iliti tra gli uomini per garantire questi diritti, e che il loro giusto potere t rae la sua origine dal consenso dei governati; che quando una forma di governo d iventa distruttiva di quei fini, il popolo ha il diritto di mutarla o di abolirl a, e di stabilire un novo governo, fondandolo su quei princpi, e ordinandone i po teri in quella forma che gli paia pi conveniente a procurargli la sicurezza e il ben essere. La prudenza insegna, per verit, che i governi stabiliti da lungo temp o non si abbiano a mutare per cagioni o leggiere o passeggiere; e l'esperienza h a dimostrato che gli uomini sono pi disposti a sopportare, finch i patimenti sono sopportabili, che a farsi ragione da s, abolendo le forme a cui erano avvezzi. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni tendenti invariabilmente al me desimo scopo prova evidentemente il disegno di ridurre un popolo sotto un assolu to dispotismo, questo popolo ha il diritto e il dovere di sottrarsi ad un tale g overno, e di stabilire garanzie per la sua sicurezza avvenire. Tale stata la paz ienza di queste colonie nei loro patimenti, e tale ora la necessit che le costrin ge a mutare il loro sistema di governo. La storia del re attuale della Gran Bret tagna una storia di ripetute ingiustizie ed usurpazioni aventi per fine diretto lo stabilimento di una tirannia assoluta sopra questi Stati. In prova di ci sotto mettiamo i fatti al mondo imparziale. Il primo articolo della Dichiarazione francese dei Diritti dell'uomo dice: Gli uo mini nascono liberi e eguali in diritti. Sarebbe mai (giacch, come ho detto, non s i pu qui altro che tirare a indovinare), sarebbe mai l'avere presa quasi letteral mente questa frase dalla Dichiarazione americana citata dianzi, che avesse, e fa tto credere alla Assemblea Nazionale di aver fatto qualcosa di simile a quella, e propagata nel pubblico una tale opinione? Se ci fosse, l'equivoco sarebbe anche qui facile a riconoscersi. Il Congresso di Filadelfia parlava di eguaglianza di diritti tra i diversi popol i; non gi, come l'Assemblea di Versailles, di eguaglianza tra gli uomini componen ti uno stesso popolo; trattava di societ formate, non di formazione di societ. Neg ava la legittimit del predominio di un popolo sopra un altro, che era la sola cos

a in questione. L'eguaglianza a cui alludeva era quella stessa che le colonie av evano gi posseduta rimanendo unite alla madre patria, e che oramai non potevano p i ottenere, che col separarsene e costituire un novo Stato. Non era, come quella contemplata nella Dichiarazione francese, una eguaglianza di un novo genere, sog getta ad interpretazioni, anzi bisognosa di interpretazioni, una eguaglianza da intendersi in un certo modo e non in un certo altro. La dichiarazione di Filadel fia proclamava una soluzione; quella di Versailles, colle stesse parole, propone va un problema. I fatti poi che la prima sottometteva al giudizio del mondo erano, per una parte i medesimi gi allegati dai congressi antecedenti, ed altri dello stesso genere; cio e violazioni dei diritti positivi delle colonie (73), e violenze di ogni gene re seguite quando in progresso le colonie erano state trattate come paese nemico . Rammentava quindi la dichiarazione i ricorsi fatti al re tante volte e sempre invano, nei termini pi umili e sottomessi, per ottener la fine di tali oppression i, e gli appelli fatti alla giustizia e alla magnanimit dei fratelli inglesi, e s empre invano egualmente. E finiva col proclamare che quelle colonie avevano acqu istato il diritto di essere Stati liberi e indipendenti disobbligati da ogni obb edienza verso la corona della Gran Brettagna, e aventi l'autorit di far guerra e pace e alleanze e trattati di commercio, e tutti gli atti insomma che competono a tali Stati (74). Non si pu non ammirare in questa serie di documenti una perfetta coerenza in mezz o ad una diversit, anzi opposizione di deliberazioni. Dalle proteste di sudditanz a al re e di unione coll'Inghilterra, si passa, con un progresso logico e con at ti legittimi, alla abiura della sudditanza e alla rottura dell'unione. E, cosa n otabile, un tale resultato, che, considerato da s, potrebbe parere, per la sua be llezza e utilit, il conseguimento d'uno scopo premeditato e vagheggiato, non fu i n realt, che un ultimo mezzo, quasi un ripiego, a cui si dovette ricorrere per ot tenere il primo e permanente scopo, quello cio di mettere in salvo gli antichi di ritti. Gli Americani che, alla fine della lotta, si trovarono uniti in nazione i ndipendente, poterono bens rallegrarsi che il genio superbo e dispotico del re e della maggioranza del parlamento inglese abbia sdegnate le loro prime proposte; ma non crederei che n essi, n i loro posteri trovassero o trovino in quelle, nulla che volessero poter cancellare o correggere. Invece, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, promulgata nel 1789 dalla Assemb lea Nazionale, come il fondamento della costituzione che stava preparando; rifat ta nel 1793, per servire ad un'altra e ben diversa costituzione; rifatta di novo nel 1794, per una terza, "Tre volte cadde, ed alla terza giace". Rimane, vero, e celebratissimo, il nome, quello cio della prima, giacch delle altr e, per ragioni inutili a cercarsi qui, si fa ben pi di rado menzione. Ma della co sa, quanto rimane? Se molti degli assiomi, o norme, o precetti contenuti in quel lavoro, vivono nelle bocche e negli scritti degli uomini, non si vede per che, n ell'applicarli ai vari casi, o nel trasmetterli nell'insegnamento, si pensi a ci tarne un articolo, una frase qualunque: segno chiaro che il mondo, come non gli aveva ricevuti da essa, non aveva neppure avuto bisogno di essa per rammentarsel i. Questo, per ci che riguarda i suoi effetti mondiali: e in quanto alla sua effi cacia immediata riguardo al paese per cui fu pi specialmente composta, cosa si pu dire, se non che la sua promulgazione precedette di poco un tempo, in cui il dis prezzo e la violazione di ogni diritto arrivarono a un segno da lasciare in dubb io se nella storia ci si trovi un paragone? Ecco le ragioni per cui ci crediamo dispensati dall'entrare nei particolari di q uella Dichiarazione, e dall'esaminare gli appunti di un altro genere che gli fur ono fatti; bastando al nostro assunto di poterla considerare come un primo tenta tivo, andato a vto, di fondare uno stabile governo. Abbiamo detto che alla Costituzione degli Stati Uniti non fu premessa alcuna dic hiarazione di diritti, e che non ci sarebbe stata alcuna ragione di mettercela. Le poche parole che precedono quell'atto dimostrano ci chiaramente; e non sar fuor i di proposito il riferirle qui:

Noi Popolo degli Stati Uniti, affine di formare una pi perfetta unione, di stabili re la giustizia, di mantenere la tranquillit domestica, di provvedere alla comune difesa, di far fiorire la felicit generale, e di assicurare i preziosi beni dell a libert a noi ed ai nostri posteri, ordiniamo e determiniamo la Costituzione seg uente per gli Stati Uniti d'America. E' evidente che non c'era alcun motivo di parlar di diritti dove nessun diritto era pi contrastato, e dove non si trattava d'altro, che di consolidare e di regol are, con un patto arbitrario, una unione non prescritta da veruna legge, n natura le, n positiva, ma concordemente voluta. Forse quel proemio passava per la mente al visconte di Mirabeau, cadetto e avver sario politico non oscuro del famoso conte, quando, nel mezzo della discussione della Assemblea Nazionale sulla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, usc a dire: P er tagliare il nodo gordiano, propongo che, invece di una Dichiarazione dei diri tti, si metta semplicemente a capo della costituzione: "Per il bene di ciaschedu no e di tutti, abbiamo decretato quanto segue", etc. Comunque sia, quelle parole passarono senza osservazioni, n pro n contro. Ad uomini accinti a cercare i princp i di ogni societ politica, la proposta di sostituire ad un tal lavoro la magra en unciazione di un fine ovvio e naturalmente presupposto, dovette parere una celia senza sugo. Era per l'appunto il programma, come ora si dice, stato proposto da Luigi Sedicesimo agli Stati Generali; ma il novo proponente, se parlava sul ser io, dimenticava cosa ci era stato di mezzo. E' anche da notarsi che la Costituzione degli Stati Uniti fu deliberata dalla Co nvenzione del 1787 a porte chiuse, come era anche avvenuto delle deliberazioni d i qualcheduno dei Congressi antecedenti. E questi s, che erano esempi positivi in sieme ed utili a seguirsi dalla Assemblea Nazionale di Francia, per potere atten dere ad un'opera tanto importante, colla libert necessaria. Ma che dico? Lo poteva forse? Quelli che, come ho gi ripetuto e avr ancora a ripet ere, si intitolavano ed erano chiamati il popolo; quelli a cui l'Assemblea dovev a render conto di tutti i suoi passi, di tutti i suoi pensieri, come aveva dichi arato il deputato Volney; quelli che poi l'avevano liberata dal timore della for za militare; quelli che avevano trattato con quella Assemblea, per darle degli o rdini in forma di suppliche, come essa al re, e che, da ultimo, non le avevano p ermesso di nominarsi un presidente di suo genio, le avrebbero poi permesso di so ttrarsi alla loro vigilanza, di far da s, e di fissare in segreto, come il despot a nel suo consiglio, i destini della Francia! Negli Stati Uniti un tal "popolo" non era potuto nascere, per la ragione che ci era in attivit un vero popolo, cio u na immensa maggioranza, e si potrebbe quasi dire una totalit di cittadini, concor de in un intento chiaro e prefinito: e s'intende benissimo come, avendo questo p opolo affidato ad una assemblea d'uomini concordi tra di loro, come con esso, un 'opera che richiedeva in sommo grado, tranquillit, libert e raccoglimento, gliene lasciasse il mezzo con un fiduciale rispetto. C'era poi tra le due rivoluzioni q uella differenza capitalissima, che le colonie d'America avevano ciascheduna un governo; anzi avevano fatta la rivoluzione per conservarselo: la Francia ne era senza. In una tale condizione la cosa era impraticabile, appunto perch ce n'era m aggior bisogno. La discussione intorno alla costituzione fu aperta il 28 agosto, due giorni dopo che era stata chiusa quella dei diritti dell'uomo. Il deputato Mounier, in nome del comitato di costituzione, present un progetto in sei articoli sulla natura d el governo francese. Ne toccheremo, e compendiosamente, i soli punti che diedero occasione a dispute intralciate, o anche violente. Il governo francese, diceva il primo di quegli articoli, un governo monarchico. Non c' in Francia autorit veruna superiore alla legge. Il re non regna che in virt di essa ("par elle"), e quando non comanda in nome della legge, non pu esigere obbed ienza. Un tal tema incontr una quantit di opposizioni di diverso ed anche di opposto gene re, come era naturale, trattandosi di definire l'accordo di un fatto abolito e m antenuto in parti indeterminate, con un da farsi: assunto che sarebbe stato ardu o anche per uomini i pi disposti ad intendersi; quanto pi in una assemblea, una bo na parte della quale (circa un terzo) c'era entrata per forza: e protestando! A chi dava ombra la qualifica di governo monarchico, come quella che pareva voler

rimettere in piedi l'antico ordine di cose; altri le ammettevano, ma con diverse aggiunte interpretative; ad alcuni parevano o scarse, o non bene scelte, o non bene espresse le condizioni e i limiti imposti al poter regio; ad alcuni invece questo pareva troppo vincolato, ad altri altro. Le proposte di variazioni o di n ove formole furono almeno quarantacinque, afferma il "Moniteur", dopo averne cit ate alcune. La discussione, rimasta a mezzo, o al principio, nella prima seduta, e riprincipiata in quella del giorno seguente, non dava segno di avviarsi megli o ad una conclusione, quando il visconte de Noailles propose che si cambiasse l' ordine della deliberazione. Il secondo articolo della proposta del comitato diceva: Nessun atto di legislazio ne potr essere considerato come legge, se non emanato dai deputati della nazione, e sancito dal monarca. Il visconte osserv che il dissenso profondo delle opinioni dei deputati intorno a quella sanzione era la cagione del non potersi accordare intorno alla prima questione pi astratta; e prepose, in conseguenza, che si prin cipiasse dal decidere: 1 cosa si avesse ad intendere per sanzione del re, 2 se dov esse esser necessaria per gli atti legislativi, 3 in quali casi e in qual maniera dovesse essere esercitata. Propose insieme, che a queste questioni si aggiunges se quella della permanenza degli Stati, e della loro formazione in una o in due camere. Il punto della sanzione era gi stato accennato da qualcheduno nella discussione d i prima e, segnatamente dal consigliere d'prmesnil, che nel parlamento era stato u n violento e fortunato avversario della autorit regia, e nella Assemblea ne diven ne un altrettanto avventato propugnatore, credendo forse, come molti altri, che la furia fosse cos atta a raccomodare, come a rompere. Questa volta per dava un pa rere giustissimo: Vorrei, aveva detto, che il primo deputato di ciaschedun Ordine, di ciaschedun baliaggio, dovesse dichiarare quale sia la volont dei suoi commette nti, riguardo alla sanzione del re. Ma il partito predominante, se non il pi numer oso, che voleva ad ogni costo escludere quella sanzione, era tutt'altro che disp osto a metter la questione ad una tal prova, mentre nel rapporto gi presentato al la Assemblea dal comitato incaricato di far lo spoglio dei mandati degli elettor i, si contenevano i due articoli seguenti, gi citati in questo scritto: La sanzion e del re necessaria per la promulgazione delle leggi, e La nazione fa la legge col la sanzione del re. Contro la proposta del d'prmesnil, il Mirabeau aveva addotta l' autorit dell'Assemblea, aggiungendovi, di suo, e come un novo argomento, una canz onatura. L'Assemblea, aveva detto, ha gi pronunziato sui mandati imperativi. Non rin nover questa discussione, ma mi prender la libert di fare una osservazione chiariss ima e obbligante per tutti: sarebbe stata una disgrazia per voi, che il sistema del signor d'prmesnil fosse prevalso, perch allora egli non avrebbe avuto bisogno d i venir qui in persona; si sarebbe potuto contentar di spedire le sue istruzioni , e si sarebbe stati privi del piacere di sentirlo. Come se chi nomina un rappres entante, non potesse, rimettendo alla di lui decisione certi punti, imporgli una obbligazione espressa sopra certi altri; e come se una obbligazione imposta dal la gran pluralit dei commettenti (ed era il caso) (75) potesse essere annullata d a una decisione retroattiva della Assemblea che aveva da essi ogni suo titolo. E quand'anche, contro ogni ragione, si fosse voluto riguardar quelle prescrizioni come semplici desideri, doveva parere pi che strano il sentirne parlare con quel la sprezzatura in una Assemblea, la quale di nulla pi si vantava di essere la rap presentante e l'interprete della nazione. Ma dimenticavo che si era anche dichia rata lei la nazione. Del resto, il Mirabeau, in un'altra occasione, di cui abbiamo fatta menzione a s uo luogo, aveva allegata l'autorit dei mandati: contradizione che non avrebbe nul la di singolare, se non fosse che, in questo secondo caso, quella autorit era fav orevole alla opinione che professava egli medesimo, e che sostenne poi risolutam ente nella discussione che doveva venire poco dopo. Ma si pu supporre che confida ndo nella sua eloquenza per farla prevalere allora, gli premesse intanto di mant enere alla Assemblea un arbitrio assoluto, che sperava oramai di poter far servi re ai diversi suoi fini. La questione, andata allora a terra, fu infatti messa formalmente in discussione , il giorno seguente, in conseguenza della proposta del visconte de Noailles. L' argomento dei mandati fu ripetuto e svolto da alcuni, tra i quali il d'prmesnil, e

combattuto da altri. Non si essendo potuto venire ad una conclusione l'affare f u rimesso alla seduta prossima. Ma, nell'intervallo, era avvenuto un fatto novo, o piuttosto un fatto che si rinnovava ad ogni occasione importante, e che obbli g a mandare quella discussione in secondo luogo. Nella questione astratta del nom e da darsi al governo, l'Assemblea aveva potuto deliberar da s, e come se tutto d ipendesse da lei; ma nella questione pratica della sanzione, che era questione d i potere, c'erano altri, che avevano e la volont e il mezzo comodo di entrarci. L'occasione era opportunissima per coloro che stavano alle vedette di occasioni, tanto pi che la questione era tale da commovere un gran numero di altre persone. La facolt che si dasse al re, di annullare con un semplice atto le risoluzioni d i quelli che la costituzione avrebbe stabiliti e la nazione eletti a fare le leg gi, una tale facolt, considerata da s sola (come appunto poteva considerarla il gr an numero), pareva un mezzo sicuro, in mano del re medesimo, per ridurre ogni co sa al suo volere, e rifarsi assoluto padrone. L'astuzia e l'apprensione facevano a gara nell'immaginare tutti gli effetti, anche i pi strani, di un tal potere, e irritato e esercitato per mezzo di ministri avversi alla rivoluzione; e tutto e ra accolto dai pi ignoranti, perch nel vto ci entra pi roba. La parola "Veto", con c ui si era principiato nell'Assemblea a significare quella facolt; parola nova per il gran numero dei cittadini, era adattata, appunto per ci, ad intenderci sotto ogni tremendo mistero; ed era ripetuta dai pi con quell'orrore che l'avevano sent ita declamare nei caff, nelle taverne, nei crocchi. Da una cos vasta agitazione era quasi inevitabile che uscisse qualche fatto corri spondente. Quindi, la seduta del 31, che era indicata per la continuazione del d ibattimento, si dovette principiare con la lettura fatta da un deputato, di stra lci di due lettere venute da Parigi al conte de SaintPriest, ministro dell'inter no e della casa del re. Nella prima (scritta il giorno precedente, alle dieci po meridiane) gli si dava avviso, che un numero considerabile di cittadini si erano radunati al PalaisRoyal, e parlavano di portarsi a Versailles; ma che l'assembl ea dei rappresentanti della capitale aveva incaricato il comandante della guardi a nazionale, di dare gli ordini necessari per impedire quella spedizione. Nella seconda lettera, data dalle due della mattina del 31, si annunziava la felice ri uscita delle precauzioni prese dal comandante suddetto, e il ristabilimento dell a quiete. Quella turba era stata raccozzata da un tristo forsennato, il marchese de SaintH uruge, che, esacerbato da una prigionia di tre anni, sofferta sotto l'antico gov erno, per impegni, si diceva, di sua moglie, e spinto da un genio innato del dis ordine e della prepotenza, ogni volta che la potesse usare senza pericolo, trov p oi, nel progresso della rivoluzione, occasioni di sommosse pi fortunate, e ne acq uist una odiosa e miserabile celebrit. Un contemporaneo degno di fede racconta che , prima di arrivare alla porta della citt, la turba era diradata di molto, per op era di un cittadino conosciuto da lui, che l'aveva coraggiosamente aringata e, f acendo vedere la stravaganza e l'atrocit del disegno (si parlava di fare escluder e con la forza dalla Assemblea molti deputati, come partigiani del "Veto", e di ammazzare quelli che ne erano indicati come i principali promotori), aveva stacc ata dalla compagnia una bona parte d'uomini che andavano dietro, piuttosto per u n riscaldamento momentaneo, che per risoluzione presa; di maniera che la poca gu ardia nazionale, raccolta in fretta dal generale La Fayette, non aveva durata fa tica a disperdere il rimanente. E' credibile che il malefico condottiero, smanio so di fare una impresa da s, e confidando, da una parte, sulla concitazione di mo ltissimi, e dall'altra, sulla disposizione di quelli, diventati pur troppo molti , che erano sempre pronti ai tumulti e al sangue, avesse abborracciata la cosa, senza intendersi coi capi che davano le vere mosse al PalaisRoyal. Ad ogni modo, si vide subito, che non stava tutto l. Infatti, appena letti, nella seduta del 31, cio del giorno dopo il tentativo fall ito del SaintHuruge, i due stralci di lettere accennati sopra, il LallyTolendal rifer, in termini angosciosi, che, quella notte, gli si erano presentati un avvoc ato e un ingegnere deputati dal PalaisRoyal a lui, come ad un bon cittadino, per rimettergli l'atto di una deliberazione ("arrt") presa il giorno avanti, e lo ave vano pregato di comunicarla alla Assemblea. La mozione diceva: che essendo i cit tadini riuniti al PalaisRoyal, informati che molti membri si fondavano sopra div

ersi articoli dei mandati, era ora di revocarli; che, per, essendo la persona di ogni deputato inviolabile e sacra, il processo a questi si farebbe dopo la revoc a; che il "Veto" non apparteneva ad un uomo solo, ma a venticinque milioni; che quei cittadini pensavano doversi revocare i deputati ignoranti, corrotti e sospe tti. Aggiunse poi il Lally, che, avendogli quegli inviati commentata a voce la delibe razione del PalaisRoyal, con pi aperte minacce, e nominando molti membri dell'Ass emblea gi proscritti l come traditori, aveva risposto, che i veri traditori erano quelli che spargendo tra il popolo dei terrori falsi ed iniqui, gli facevano rig uardare come traditori i suoi difensori pi zelanti, quali erano appunto i nominat i da loro; che Parigi, prima di distribuire il suo odio e la sua fiducia, avrebb e dovuto esaminare le azioni antecedenti e la vita intiera delle persone; che eg li, d'accordo con quei proscritti, riguardava la sanzione reale come uno dei pri mi antemurali della libert nazionale; e che, se volevano andare ad aspettarlo all 'Assemblea, sarebbero stati testimoni dei suoi sforzi per far prevalere quella o pinione, e del conto fedele che avrebbe resa della loro missione. Come le altre volte, quel movimento straordinario del PalaisRoyal non era stato senza partecipazione di membri importanti dell'Assemblea. Il fatto attestato dal Mounier, in uno scritto pubblicato l'anno medesimo. Tra i deputati che volevano il "Veto" assoluto, e quelli che non ne volevano di nessuna sorte, c'era un par tito di mezzo, che stava per un "Veto" sospensivo, cio che non avesse forza, se n on per un tempo da determinarsi. Ora, racconta il Mounier che molti deputati di questo partito, temendo di non potere ottener la maggioranza, tennero alcune con ferenze con lui, aperto sostenitore del "Veto" assoluto, e relatore del comitato di costituzione, affine o di tirarlo dalla loro, o di venire a qualche componim ento. Dice che quei negoziatori, trovandolo irremovibile nel suo proposito, si e rano dichiarati disposti a cedere su questo punto, e sull'altro della divisione del poter legislativo in due camere, purch si facessero loro delle altre concessi oni di prima importanza; alle quali non avendo lui creduto di poter consentire, essi lo assicurarono che si farebbero tutti gli sforzi possibili per limitare la prerogativa reale, in materia di legislazione, ad un semplice "Veto" sospensivo; che andavano a riunirsi ad un comitato numeroso, affine di preparare gli animi; che si illuminerebbe l'opinione pubblica, e che la sera stessa, si anderebbe a Parigi a dire apertamente ci che si pensava intorno alla sanzione reale. Ci andaron o infatti, prosegue il Mounier, e aggiunge caritatevolmente, o ironicamente, come parr meglio al lettore: Devo credere che non avessero altro scopo, che di diriger e l'opinione pubblica, nella speranza che l'influenza di essa concilierebbe molt i suffragi al "Veto" sospensivo, e che non avessero alcun disegno di far paura a i partigiani della sanzione reale. Senza dubbio l'opinione della moltitudine in Parigi fu pi risoluta per il loro sistema, di quello che essi volevano; poich, l'i ndomani domenica, 30 agosto, si formarono degli attruppamenti al PalaisRoyal. Dal pi al meno, e sempre quell' "Alterius sic Altera poscit opem res, et conjurat amice" (76). All'annunzio di fatti di quella sorte, alcuni deputati pi coraggiosi (e non ne ma ncarono mai, sia in quella Assemblea, sia nelle successive, fino ai giorni del T errore costituito in governo) si alzarono a proporre delle risoluzioni forti, al meno nella intenzione. Il Conte de ClermontTonnerre propose che il "maire" di Pa rigi e il Comandante della guardia nazionale fossero invitati a venire nella Ass emblea per dichiarare se potessero dar sicurezza della quiete di Parigi, e che, se dicevano di non potere, l'Assemblea trasportasse altrove la sua sede; che i n omi dei deputati designati dai faziosi fossero inscritti nel processo verbale, a titolo di onore; e che i tribunali avessero a procedere contro gli autori di un cos grande attentato. Ma il deputato Duport, consigliere nel Parlamento, e uno, in quei primi tempi, dei pi caldi e operosi partigiani della Rivoluzione, si oppo se ad ogni risoluzione di quel genere, dicendo che uomini i quali avevano delibe rato in mezzo a trenta mila soldati comandati da un capo esperimentato, non pote vano lasciarsi spaventare da quindici o venti mila faziosi disordinati, senza le

ggi, senza disegni stabiliti. Il Mounier sostenne e rinforz la proposta del Clerm ontTonnerre, chiedendo che si offrisse un premio di cinquecento mila lire a chi rivelasse gli autori e gli istigatori degli ultimi attentati. Quelle proposte an darono a terra, e la discussione fu chiusa col dichiarare che non ci era motivo di deliberare, e ci per la ragione singolare, addotta dal deputato Target: che l' ultima delle due lettere comunicate alla Assemblea dal Conte de SaintPriest annu nziava il ristabilimento della quiete: dopo di che, il Mounier lesse, in nome de l comitato di costituzione, un rapporto sulla organizzazione del potere legislat ivo: rapporto, che non fu messo in discussione, n allora, n poi. Nella seduta del giorno seguente (1 settembre), fu ripresa la discussione intorno alla sanzione reale. E non far maraviglia che una tal discussione sia potuta cam minare regolarmente e senza disturbi, quando si osservi che gli artefici di dist urbi, sia nell'Assemblea, sia al PalaisRoyal, avevano ottenuto l'intento voluto per allora, quello, cio, di assicurarsi che il "Veto" assoluto non sarebbe preval so. Gliene era garante l'impunit data in fatto, coll'ultimo decreto, ai faziosi; la quale, mostrando che non si aveva il coraggio di punirli, significava insieme , che non si avrebbe quello di provocarli un'altra volta. E' vero che a quel dec reto si era dato anche per motivo un sentimento di fiducia dell'Assemblea nella propria forza, e quasi di una superba noncuranza. Ma i due deputati, dei quali a lleghiamo volentieri la testimonianza intorno a questi particolari, come d'uomin i, e in caso di conoscerli e incapaci di travisarli, ci danno di questo il motiv o vero. Nel primo momento, dice il Conte de Lally, l'indegnazione fu universale; al meno quelli che non la sentivano stettero in silenzio... Pareva che si fosse l pe r prendere delle risoluzioni rigorose quanto pronte, quando, tutto ad un tratto, si fece sentire quella antifona tanto ripetuta, e sempre con effetto: che non c onveniva "compromettere l'Assemblea", che non conveniva "inacerbire il popolo". Dopo avere inspirato un vero terrore, le si diede il mezzo di nasconderlo sotto un falso coraggio; si parl di disprezzare delle sedizioni, che gli uni non voleva no e gli altri non osavano reprimere... Si argomenti quale poteva essere, d'allo ra in poi, la libert dei voti (77). Il Mounier poi avverte che coloro i quali parla rono di disprezzare quelle minacce erano aperti protettori del "Veto" sospensivo e per conseguenza, non avevano di che te merle. E cosa pensasse del motivo che d etermin il voto assolutorio della Assemblea, se non lo dice espressamente come il Lally, lo lascia intendere abbastanza con queste parole: Quando s minacciati da dei ribaldi, il coraggio non consiste nel fingere d'ignorare i lori disegni. Non si farebbe altrimenti se si avesse paura. Parlarono dunque a piacer loro vari deputati, chi contro la sanzione reale d qua lunque genere, chi per il "Veto" sospensivo, e chi per il "Veto" assoluto. . . . . . . . . . . . . . . . NOTA "A" RELATIVA AI PARLAMENTI. Per un piccolo saggio degli ostacoli incontrati e, pur troppo, non superati da L uigi Sedicesimo, nel compimento delle pi sagge e benefiche riforme, durante i qui ndici anni del suo regno assoluto, baster qui citare l'editto relativo alle coman date ("corves"), per le quali i contadini erano obbligati a prestare il lavoro pe rsonale, e gli affittuari le vetture, per la costruzione e il riattamento delle strade pubbliche; gli uni e gli altri senza pagamento. L'editto, proposto dal mi nistro Turgot, e approvato dal re il 6 febbraio 1776, aboliva quel carico e, per supplire alle spese delle strade, gli sostituiva un'imposta su tutte le terre d el Regno, senza eccezione di privilegi, e comprese anche quelle del demanio real e. Venivano poi dietro le prescrizioni necessarie a impedire che la somma avesse a oltrepassare il costo dell'opere alle quali era destinata, e che veruna parte di essa potesse esser distratta ad altri usi. Ma, avendo il Parlamento ricusato di registrare l'editto medesimo (formalit necessaria per la sua promulgazione), fu tenuto, il 12 marzo dell'anno medesimo, un "Lit de justice" (78), cerimonia s olenne, in cui il re, presente nel Parlamento, e circondato dai principi del san gue e dalle principali dignit e cariche dello Stato, faceva leggere ad alta voce, dal Cancelliere o dal Guarda Sigilli, i suoi editti, e esporne i motivi; e, sen tite le osservazioni del primo presidente di quel corpo, e dell'Avvocato General

e, ordinava, in virt della sua autorit sovrana, che gli editti medesimi si trascri vessero ne' registri parlamentari, e fossero quindi promulgati. E' prezzo dell'opera l'accennare le principali ragioni addotte dalle due parti i n una questione di quella sorte. (78) Cos chiamato perch il re vi sedeva, non in trono, ma su de' guanciali, e sott o un baldacchino; e, a qualunque sedile cos coperto, si dava, nel linguaggio anti co, il nome di "Lit". Il Guarda Sigilli Armando Tommaso de Miromnil, avverso all'editto, e che l'aveva combattuto nel Consiglio del re; ma obbligato, per ragione dell'ufizio, a esporr e, in quest'altra occasione, la mente di lui, alleg: Che i lavoratori delle campagne, i quali non avevano per vivere altro che l'oper a delle loro braccia, erano costretti a privarsi d'una parte de' salari giornali eri, sui quali era fondata tutta la loro sussistenza, per impiegare ogni anno gr atuitamente un certo numero di giorni, nel lavoro delle strade; Che i proprietari de' fondi, la pi parte de' quali godevano l'esenzioni appartene nti alla Nobilt e alle cariche di corte, non contribuivano in nulla alle spese de lle strade, mentre erano quelli che ne ritraevano il maggior vantaggio, per l'ef fetto naturale de' progressi del commercio, e del consumo delle derrate; Che era cosa degna della giustizia e della bont del re il liberare gli abitanti d elle campagne da quella specie di servit opprimente, per mezzo d'un'imposta che f osse sopportata dai soli che fino allora avevano goduti i frutti di quel lavoro. Il primo presidente del Parlamento, Stefano Francesco d'Aligre, ammesso a rappre sentare al re le rimostranze di quel corpo, principi dall'esprimere una gran mara viglia nel vedere che il re, mentre si persuadeva di far mostra della sua bont, s i circondasse di quell'apparato d'assoluto potere. E insieme con la maraviglia, espresse un sentimento di profondo terrore, smentito subito dopo da un linguaggi o, non solo franco, ma contenzioso. C' egli bisogno, disse, di costringere per benef icare?. Strana maraviglia, del resto, e strana domanda, dopo le inutili trattativ e del re, per ottenere il pacifico assenso del Parlamento. Con la stessa franche zza, venne poi a dire che, all'annunzio di quell'editto, il popolo era costernato , e la nobilt immersa nell'afflizione. Il primo di questi fatti sarebbe inesplicab ile, quando fosse credibile; ma noi crediamo pi volentieri al sincero e sapiente Turgot, il quale, nella Memoria presentata al re, per esporre i motivi dell'edit to, aveva affermato che la voce che n'era corsa, aveva eccitato, in tutte le part i del regno, un grido della pi viva riconoscenza. Il secondo fatto certamente pi ve rosimile, principalmente riguardo alla nobilt di corte, avversa, meno alcune illu stri eccezioni, a ogni riforma che intaccasse i suoi interessi e le sue distinzi oni; ma, per attestare che quella vergognosa afflizione per l'umano provvediment o di Luigi Sedicesimo fosse comune alla classe intera della Nobilt, e segnatament e a quella molto maggior parte che viveva nelle province e ne' contadi, e che av eva pi vicino lo spettacolo delle vessazioni e dei danni che il lavoratore soffri va per le comandate, e la quale poteva intender meglio il vantaggio che verrebbe anche ai proprietari dal liberamelo, non ci par che basti l'affermazione del re tore magistrato. E ci pare anche che si possa vedere un indizio del contrario ne lle istruzioni date, nel 1789, dai commissari della Nobilt, come dal Clero, ai lo ro Deputati agli Stati Generali. In quelle istruzioni, dice l'autore accurato d'un a ricerca generale sulla materia, i due primi Ordini rinunziano in massa all'esen zione dall'imposte... L'istruzioni del Terzo Stato contengono in contraccambio g li attestati della gratitudine pi sincera per i due primi Ordini... Generosit da u na parte, riconoscenza dall'altra, tale il sunto delle istruzioni relative ai pr ivilegi pecuniari. E' vero che ci accadeva tredici anni dopo quel "Lit de justice" , ma in un tempo che tutto era ancora spontaneo, e nessuno sospettava che potess e nascer mai l'occasione di dover cedere a una violenza. Venne poi l'oratore a dire che l'editto, con l'introduzione d'un novo genere d'im posta perpetua e arbitraria sui fondi, portava un danno essenziale alla propriet de' poveri, e sarebbe una nova lesione della franchigia naturale della Nobilt e d el Clero (79), le distinzioni e i diritti de' quali erano inerenti alla costituz ione della monarchia. E concluse con dire che un tale editto priverebbe il regno d e' soli mezzi che gli potessero rimanere per de' bisogni pi urgenti, imponendo, i

n tempo di pace, senza necessit per lo Stato, senza alcun vantaggio per le finanz e, un sopraccarico capace d'aumenti progressivi e arbitrari, e che finirebbe con l'opprimere quella parte stessa de' sudditi, che il re si proponeva di sollevar e. E tutto questo con le nude sentenze qui riferite, e senza darsi nemmeno per in teso degli argomenti con cui il Turgot, nella dotta e pratica Memoria sopra cita ta, aveva prevenute quelle miserabili obiezioni. L'Avvocato Generale, Antonio Luigi de Sguier, le ripete nel suo discorso, con pi r etorica e con ugual fondamento. Lod la bont del re, in termini che esprimevano, no n si saprebbe dire se un enfatico complimento o un'insolente ironia: Dall'alto de l suo trono, disse, Vostra Maest s' degnata di volgere uno sguardo su tutte le provi nce del suo regno. Con qual dolore non ha contemplata l'orribile condizione degl 'infelici suoi sudditi, abitanti delle campagne, ridotti a non poter trovare nel lavoro, per il caro delle derrate, un salario sufficiente ad assicurare la loro sussistenza!... Le stato proposto di portar loro soccorso; i lavori pubblici ai quali erano costretti a sacrificare una parte del loro tempo, le furono dipinti come un sopraccarico ingiusto in massima e odioso negli effetti. La bont del vos tro core ne fu commossa; la vostra tenerezza se ne adombr; e non dando retta che alla sensibilit d'un animo paterno, Vostra Maest s' affrettata a metter rimedio a u n abuso apparente, ma consacrato in certo modo dalla sua antichit. Scendeva quindi a rappresentare gli effetti naturali, secondo lui, dell'editto, come calamitosi per il paese, e opposti agli interessi essenziali della corona; di maniera che la bont tanto lodata veniva a risolversi in una funesta dabbenaggine. Quegli effe tti sarebbero stati niente meno che: annientata la propriet, divorati dall'aument o delle tasse il valore de' prodotti e i mezzi necessari alla coltivazione, e al sostentamento delle famiglie, la rovina del sovrano medesimo, conseguenza natur ale dell'impoverimento de' sudditi. Venne poi, come il Primo Presidente, a espri mere de' dolori e de' timori pi veri, perch riguardavano gl'interessi e la boria d ella classe alla quale gli oratori appartenevano. La nova imposta, disse, distrugge , di sua natura, tutte le franchige della Nobilt, antiche quanto la monarchia. E p i sotto: Questa contribuzione confonder la Nobilt, che il pi fermo appoggio del trono , e il Clero, sacro ministro degli altari, col rimanente del popolo, che "non ha altra ragione" di lamentarsi delle comandate, se non che dal lavoro d'ogni gior no deve ricavare il suo sostentamento e quello de' suoi figlioli. Ogni riflessione sopra un tal confronto sarebbe superflua: osserveremo solamente che, nella furia d'affastellare obiezioni contro l'editto, non s'avvedevano i d ue oratori, che quest'ultima metteva al niente quella degli effetti rovinosi del l'editto; poich l'estensione del novo carico ai possessi della Nobilt, che erano i ncomparabilmente la massima parte delle propriet territoriali, lo rendeva leggeri ssimo per tutti. Omettiamo qualche altro argomento di quell'aringa, parendoci che quanto se n' toc cato fin qui basti allo scopo di dare un'idea e delle intenzioni riformatrici de l re, e dell'opposizione del Parlamento, in un affare cos importante, e cos propri o a indicare le due contrarie tendenze, principalmente in ci che riguarda la gius tizia e l'umanit. L'editto, dopo le cerimonie usate nei "Lits de justice", e l'ordine espresso dal Guarda Sigilli, fu registrato negli atti del Parlamento, per esser trasmesso al le giurisdizioni subalterne. Ma che? Il 12 maggio dell'anno medesimo, cio due mes i dopo quell'atto cos solenne e cos risoluto, il ministro che l'aveva consigliato a Luigi Sedicesimo, fu rimosso dalla carica; e l'esecuzione dell'editto fu sospe sa, sotto il ministero di Francesco de Clugny, troppo disuguale successore del T urgot, e nell'amore e nella cognizione del bene. La mormorazione di molti aveva p otuto pi della virt d'un solo sull'animo d'un principe, il quale, quanto era atto a d apprezzare e a far suoi i benevoli e generosi e, come s'ebbe a riconoscer trop po tardi, previdenti consigli del gran ministro, tanto mancava della fermezza ne cessaria per condurli a compimento. E, come in quella e in troppe altre occasion i del primo periodo del suo regno, aveva ceduto alle istanze de' cortigiani, de' magistrati, di tutti coloro che, sguazzando negli abusi, aborrivano quella form a, e si sentivano minacciati da dell'altre, cos nel secondo, fu visto abbandonare , di volta in volta, a fronte di ben altri clamori, tutti i partiti che andava p rendendo per impedire che la riforma, voluta dalla nazione e da lui, degenerasse

in rivoluzione. Ma, del resto, non era, in questi ultimi e tanto diversi casi, il timore di suoi pericoli personali quello che lo trascinasse a recedere dalle sue risoluzioni; era, come nei primi, il timore che la resistenza potesse esser cagione di mali pi irremediabili perch imminenti, e de' quali verrebbe a farsi aut ore e a portarne il rimorso. E che questo fosse, se non l'unico, certo il princi pale motivo della sua fiacchezza, in quella lotta disastrosa, si pot riconoscere quando, caduto inerme e senza soccorso in bala de' suoi bassi e implacabili nemic i, e levatogli ogni mezzo e ogni scopo di deliberare e di scegliere (cagioni per petue di quella fiacchezza), la stabilit e, lo dir pure, la fortezza latente di qu ell'animo si manifest nel soffrire e nel perdonare; l'uno senza abbattimento e se nza dispetto, l'altro senza sforzo e senza limiti. E apparve anche pi splendida c he mai nel contegno e nel linguaggio imperterrito all'annunzio, all'aspettazione , alla presenza del supplizio. E' un'opinione del pari diffusa e fondata, che i Parlamenti della Francia e sopr attutto quello di Parigi, siano stati una cagione indiretta, ma efficace, della Rivoluzione francese, con l'attraversare e impedire le riforme volute e tentate da Luigi Sedicesimo; come un fatto de' pi noti di essa che quel Parlamento ne fu anche una cagione diretta e prossima col richiedere la convocazione degli Stati Generali, in una deliberazione del 9 d'agosto del 1787. E questo non gi come un m ezzo di giusta e benevola riforma, alla quale quel corpo fu avverso fino all'ult imo; ma per creare un gravissimo inciampo a un governo, che non riuscivano a dom inare; o anche con la folle lusinga, come fu congetturato non senza fondamento, da qualche scrittore, che, limitato il potere assoluto del re da una grande, ma transitoria, autorit, rimarrebbero essi i regolatori del governo, e i padri della patria. Non importa al nostro assunto il riandare la serie de' fatti per cui si pot arriv are a una tale richiesta, e baster accennare la cagione immediata. Il re aveva fa tti registrare in un "Lit de justice" due editti, coi quali, per supplire al dis avanzo delle finanze, ordinava un'imposta sul bollo di varie scritture, e un'alt ra su tutte le terre del regno col nome di sovvenzione territoriale. E fu in una protesta contro quell'atto di suprema autorit, che il Parlamento, dopo aver dich iarati nulli e illegali gli atti del "Lit de justice", e affermato che, n al re c ompeteva il diritto di stabilire per la sua sola volont delle nove imposte, n al P arlamento stesso quello di legittimarle, concludeva che un tal diritto non appar teneva che alla nazione e agli Stati Generali come suoi delegati. E anche qui, di tutte le osservazioni che sono state fatte o si potrebbero fare sopra un tal documento, ne toccheremo una sola, che importa specialmente al nost ro assunto, e che pu bastare anche sola, a dimostrare quanto le intenzioni del Pa rlamento fossero sempre aliene da ogni giusta, salutare riforma. Tra le ragioni addotte contro la sovvenzione territoriale, c' quella stessa del 1776, argomento d'undici anni prima: che l'estendere un tale aggravio alle terre del Clero e del la Nobilt sarebbe stato un violare le costituzioni primitive della nazione (80). Del resto chi voglia considerare pi addentro il valore di quella deliberazione, v edr che, con essa, que' magistrati, non solo furono una causa prossima della Rivo luzione, ma la principiarono. Cos'era in realt, se non un primo fatto rivoluziona rio, la deliberazione, senza esempio fino allora, con la quale, dichiarando ille gale, nullo, non obbligatorio l'atto il pi solenne della suprema autorit del re, q uale era un editto proclamato personalmente da lui in un "Lit de justice", distr uggevano, per quanto era da loro, quella autorit medesima? Cosa fecero di pi i dep utati del Terzo Stato col loro primo atto di aperta rivolta contro quella autori t, quando, cio, resistettero, e col fatto e con una espressa dichiarazione, al com ando dato dallo stesso Luigi, nella seduta reale del 23 giugno, ai tre Ordini di separarsi immediatamente, per riprendere, il giorno dopo, i loro lavori, ciasch eduno da s, in tre diverse sale? La riuscita dei due fatti, per cagioni che non q ui il luogo di toccare, fu affatto opposta: i primi rivoluzionari, dico quelli i n toga, poterono ancora esser repressi dal re; i secondi lo ridussero ad assogge ttarsi ai loro voleri; ma riguardo all'essenza, i due fatti erano uguali, come f u uguale, negli uni e negli altri, l'inconsapevolezza, dir cos, di ci che facevano o che tentavano; il non vedere, cio, che il levar l'efficacia a quella che era al lora la sola riconosciuta come suprema autorit dello Stato, senza sostituirgliene

immediatamente un'altra (cosa, del resto, non solo impraticabile, ma quasi ines cogitabile ne' due momenti), non poteva avere altro effetto che quello di costit uire l'anarchia, se permesso l'accoppiare questi due vocaboli. E infatti, se per una supposizione assurda l'autorit che il Parlamento s'era attr ibuita col fatto, avesse potuto prender piede e passare in consuetudine, dove sa rebbe potuta risiedere quella potest sovrana, senza la quale nessuna societ pu esis tere, sia poi questa potest esercitata da uno o da pi, con tali o tali forme e con dizioni, pur che sia riconosciuta come definitiva? Non nel re, poich una dichiara zione del Parlamento avrebbe potuta renderne impotente la manifestazione; non ne l Parlamento medesimo, che, del resto, era ben lontano dal sognare una cosa simi le, e ne avrebbe riguardata la proposta come una pazzia da punirsi. Quella che q ue' magistrati inventavano, per loro uso, era una sovranit d'impedimento, senza a vvertire che alla conservazione di qualunque societ civile necessaria una sovrani t di comando positivo. Tentavano col fatto ci che non avrebbero potuto nemmeno con cepir con la mente, cio un reggimento sociale, in cui l'ultima parola avrebbe avu to a essere un "No". Riguardo poi al fatto rivoluzionario dell'Assemblea del Terzo Stato, per riconos cere che la conseguenza necessaria e immediata ne dovesse essere l'anarchia, non c' bisogno di ricorrere a ragionamenti e a induzioni, poich se ne pu cercar la pro va nella realt. Ed ci che tentiamo di fare, secondo le nostre forze, con lo scritt o a cui annessa la nota presente. E' vero che quell'Assemblea mostr di conoscere pi che non avesse fatto il Parlamen to, la portata del passo che faceva; poich, mentre levava di fatto alla Francia i l suo governo, prometteva di dargliene un altro. Ma il fatto sta che, da quel mo mento fino ad ora, la Francia n'ha avuti successivamente dodici. Ed per questo r iguardo che abbiamo creduto di poter dire che, anch'essa, non sapeva ci che facev a; poich, di certo, non era quella la cosa che voleva, n della quale avesse nemmen o il pi leggiero sospetto, il pi lontano presentimento. Il linguaggio stesso di quella Assemblea col re, ne' primordi della Rivoluzione, non fu altro, "mutatis mutandis", che quello tenuto dal Parlamento, nelle lotte che la precedettero. Quell'impasto d'elogi al core del re, alle sue rette inten zioni, e d'esecrazione, di stupore per l'ingiustizia e l'insensatezza de' suoi o rdini; cio non suoi in fondo, ma di perversi ministri, dimanierach gli si concedev a di non essere un perverso lui, a condizione che fosse un burattino; quest'arte di cui tanto usarono i deputati del Terzo Stato finch ce ne fu bisogno per far c redere alla nazione, e molti di loro a se medesimi, che si manteneva un re, ment re lo annullavano, pi che un'imitazione, fu una continuazione delle umili rimostr anze parlamentari, delle quali abbiamo addotto un saggio in questa nota. NOTE. AVVERTENZA. Nella presente versione digitale sono state omesse le note di puro r iferimento alle fonti bibliografiche. (1) Tasso, "Gerusalemme", Canto II, LXXXVIII, 6. (2) Qu'il impute, s'il veut, des dsastres si grands A la necessit, l'excuse des tyrans. "Henriade", Chant X. (3) Horat., Epist. I, 2. (4) "Lettres de cachet", sottoscritte da un ministro e segnate col sigillo parti colare del re, a differenza delle "Lettres patentes", che portavano la firma del Cancelliere e il "Gran Sigillo dello Stato". Ne' due regni antecedenti a quello di Luigi Sedicesimo, le "Lettres de cachet" erano arrivate a parecchie migliaia . (5) La resistenza attiva armata della Vandea fu un'eccezione, venuta due anni do po quelle prime leggi; e la quale, non avendo, n occasioni, n tendenza a propagars i al di l de' suoi confini, fu per la Rivoluzione, una difficolt locale, ma non un pericolo. Quella difficolt, creata a capriccio, e cagione di tanto sangue e di t ante devastazioni, non fu levata di mezzo, se non quando le leggi tiranniche de' vari governi della Rivoluzione, sul culto, furono abrogate durante il Consolato

. (6) Titolo preso da quei deputati, per schivare quello di Terzo Stato, che indic ava la loro qualit di frazione. (7) Allusione al proverbio francese, "Les absents ont tort". - Mmoires d'un tmoin de la Rvolution, ou Journal, etc. Lundi, 15 juin 1789. (8) Non conosco in italiano un vocabolo equivalente all'"Adjurer" del testo fran cese. "Scongiurare" non significa che pregare con grande istanza; l'altro implic a un richiamo, un appello a un'autorit superiore, e ha quasi una forza d'intimazi one. "Aggiurare", che citato nella Crusca, e preso dalle Vite de' Santi Padri, a ffatto fuor d'uso; se pure fu usato mai da altri che da quel traduttore. Ho quin di adoprato il primo, coro il meno lontano dal senso voluto. (9) "Les trangers", vocabolo che si applica, tanto a chi non appartiene a un corp o, a una famiglia, a una citt, a un comune qualunque, quanto a chi d'un'altra naz ione. (10) Moniteur n. 4. Il Volney, mutati i tempi e costumi, fu poi successivamente membro d'un Senato Conservatore, e d'una Camera di Pari, due corpi che deliberav ano a porte chiuse. Il Malouet, nelle sue memorie, rimaste inedite fino al 1868, dice (T. 1, cap. 12) che quel rabbuffo gli fu fatto dal deputato Bouche. Sarebb e ora cos poco importante, come difficile, il verificare da qual parte sia stata, o la mancanza di riflessioni, o l'errore di memoria. (11) Phaed., Lib. 1, Fab. 19. (12) Dante, Inf., C. 4. (13) De Barante, tudes historiques, Notice sur M.r de Saint Priest. - Scritto com posto sopra note manoscritte e discorsi famigliari del personaggio medesimo, il quale, come ministro, era stato incaricato di fissare le quattro sale. (14) Ibid. (15) Assemblee composte, in proporzioni varie, di membri dei tre Ordini, le qual i si radunavano, a tempi variamente determinati anch'essi, in diverse province, o anche in compartimenti d'alcune province, e che si chiamavano "Paesi di Stati" , a differenza degli altri, chiamati "Paesi d'elezione", dove, invece di tali As semblee, c'erano de' magistrati, col nome d'"Eletti", e con attribuzioni pi ristr ette. (16) Ciaschedun Ordine comporr le sue istruzioni, e nominer separatamente i suoi d eputati, meno che non preferissero di farlo in comune, ma con un consenso delibe rato separatamente. Rglement, etc. Art. 43. (17) E' un fatto notabile che i due promotori della tanto grave determinazione d e' Comuni, in quell'occasione, non appartenevano a quell'Ordine. Il conte di Mir abeau, respinto dai Nobili, era stato nominato, con un immenso favore dagli elet tori del Terzo Stato di Aix; l'abate Sieys da quelli di Parigi. (18) "Qu'estce que le Tierstat?" Scritto nel 1788, e pubblicato nel gennaio dell' anno seguente. (19) Ibid. Chap. 3. La parola "gale" in corsivo nel testo francese. (20) Il Mirabeau non aveva probabilmente cognizione dei Mandati del Terzo Stato d'Auxerre, ne' quali si trova, in sostanza, questa autorizzazione. Ecco in quali termini: I nostri deputati chiederanno che i voti siano contati per testa e non per Ordine... e nel caso che, o i due altri Ordini, o uno di loro, non volessero opinare in questa forma o si ritirassero, i deputati del Terzo rimarranno riuni ti, e delibereranno sulle materie che sono l'oggetto della convocazione, nonosta nte le proteste che potessero fare, o tutti o una parte dei deputati de' due alt ri Ordini, atteso che il Terzo Stato costituisce essenzialmente la nazione. "Cahi er du Tierstat du bailliage d'Auxerre, articles Prliminaires, Art. 1, Archives Par lementaires..., imprims par ordre du Corps Lgislatif". Tome 2, p. 120. Nell'opera: "Histoire parlementaire de la Rvolution Franaise" (T. I, p. 331) fatta menzione d'alcuni altri Mandati in cui contemplato il caso medesimo; quelli cio di Dijon, di Dax, di SaintSever e di Bayonne. Crediamo utile di riferirne, trado tti letteralmente dalla collezione autentica accennata dianzi, gli articoli rela tivi. Ecco quelli del Baliaggio di Dijon e d'altri dipendenti da esso: Nel caso c he i deputati del Clero e della Nobilt rifiutassero d'opinare in comune per capi, e volessero rimaner separati, o ritirarsi, allora i deputati del Terzo Stato, r appresentanti di ventiquattro milioni d'uomini, potendo e dovendo sempre chiamar

si l'Assemblea Nazionale, malgrado la scissione de' rappresentanti di quattro o cinque cento individui, tanto nobili che ecclesiastici, offriranno al re, d'acco rdo con quelli della Nobilt e del Clero, che vorranno riunirsi ad essi, il loro a iuto all'effetto di sovvenire ai bisogni dello Stato, dopo la promulgazione dell a legge che avr fissata la costituzione, e che le imposizioni, cos consentite, sar anno ripartite tra tutti i sudditi del re indistintamente. "Cahier du Tierstat du bailliage de Dijon, etc. Archives", etc. Tom. 3, p. 130. Ecco ora il mandato rel ativo, composto in comune dagli elettori di Dax, SaintSever e Bayonne: Se i due O rdini del Clero e della Nobilt non volessero aderire alla richiesta del Terzo, pe r render comuni le deliberazioni, i deputati del Terzo, valendosi allora del dir itto che da a ciaschedun Ordine la facolt di "veto", rifiutino di concorrere a og ni operazione ulteriore, finch non sia messo in regola questo primo punto; protes tando contro tutto ci che potrebbe esser deliberato dai due altri Ordini, e ricor rendo al re, per esporgli che, essendo il Terzo Stato la quasi totalit della nazi one, cosa affatto giusta che la sua opinione sanzionata dall'autorit del re, dete rmini la risoluzione del punto controverso; e dichiarando, in conseguenza, che i l Terzo Stato, pronto a concorrere con Sua Maest all'esecuzione di tutti gli ogge tti che devono esser sottomessi all'esame de' tre Ordini riuniti; e offrendo d'a mmettere alle sue deliberazioni i deputati del Clero e della Nobilt che volessero assisterci e concorrerci. "Cahier genral des remontrances, plaintes et demandes d u Tierstat des trois siges de Dax, SaintSever et Bayonne, formant la snchausse des La nnes", etc. Art. 4. Archives, etc. Tom. 3, p. 95. E' facile il riconoscere la differenza essenziale che passa tra l'atto condizion ato all'accettazione del re, che era prescritto ne' due mandati citati in ultimo , e la deliberazione assoluta, definitiva, sovrana, proposta dall'abate Sieys. Ma fossero anche stati del tenore del primo, bastava il loro numero per attestare che non esprimevano, di gran lunga, il sentimento dell'intero Terzo Stato. E se il Mirabeau, meglio informato, avesse detto: non ce ne sono altro che tre, il su o argomento non avrebbe avuto meno valore di quello che intese dargli affermando , per errore, che non ce ne fosse nemmeno uno. (21) "Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo". Virg., Aen., VII, 312. (22) V. Correspondance entre le C. de Mirabeau et le C. de La Marck. T. 2, p.p. 336-337. "... pars altera alauda retentat / Nexantem nodis, seque in sua membra plicantem". Virg., Aen., V. 278-79. (23) Era, come s' detto, deputato di Castelna udary, ma veniva chiamato comunemente Martin d'Auch, dal luogo della sua nascita , e per distinguerlo da un altro deputato dello stesso nome. Di qui lo sbaglio d el Mounier. (24) Mounier - Insieme colla ammirazione per l'atto del Martin, il Mounier espri me un profondo rammarico d'aver proposto quel "fatal giuramento"; non pretende c he i motivi che lo spinsero a quel passo sieno valevoli a giustificarlo; e trova solo un "addolcimento alla amarezza di quella rimembranza" nel pensare che, non facendo egli quella proposta, cento voci si sarebbero alzate a farla, o sarebbe prevalsa una risoluzione ancor pi perniciosa. In uno scritto posteriore di nove anni. ("De l'influence attribue aux Philosophes , aux FrancsMaons et aux Illumins sur la Rvolution de France". Tubingue, Cotta, 180 1) conferma la lode che aveva data al Martin, ma revoca la sentenza che aveva po rtata contro di s. Anzi vuole che la sua condotta e quella del Martin, cos opposte nel fatto, siano state dirette da un motivo dello stesso genere, cio dalla consi derazione delle conseguenze possibili dell'una e dell'altra determinazione. E' u n esempio notabile della tendenza a supporre negli altri le proprie maniere di v edere. Uno solo, dice questa seconda volta il Mounier, ricus di prestare quel giuram ento, perch si vedeva d'intorno troppe cause di disordine, e preferiva l'obbedien za alle sciagure di cui credeva minacciata la Francia. Ho reso omaggio in un alt ro scritto ai suoi motivi e al suo coraggio; e ho rammentato con un senso di ram marico ("regret") il giuramento del 20 giugno 1789; ma questo rammarico fu espre sso da me in mezzo alle pi crudeli agitazioni, per lo sdegno del trionfo del deli tto, e nel considerar l'abuso che uomini insensati e sanguinari fecero dei nostr i sforzi per la libert. Il giuramento del 20 giugno era certamente pericoloso per l'autorit di Luigi Sedicesimo; ma poich i falli della amministrazione avevano res o generale il desiderio della libert politica, e la corte minacciava di levarne a

l popolo anche la speranza dopo aver secondati i suoi voti, era naturale che i d eputati pi premurosi di diventar liberi si mettessero al coperto dai suoi disegni , come naturale che dopo essere stati testimoni delle crudelt dei demagoghi, pens ino ora con un senso di dolore a quelle loro determinazioni da cui uomini ingius ti seppero trar vantaggio. Ora, il Martin aveva espresso tanto chiaramente il suo motivo, che non ci voleva meno d'una gran preoccupazione per passar quello sott o silenzio e sostituirgliene un altro. Davanti all'assemblea, come in privato al Bailly, aveva detto e ripetuto che ricusava il giuramento perch credeva di non a vere il diritto di prestarlo. Persuaso che non gli fosse lecito d'attribuirsi, s enza alcun mandato, una autorit superiore a quella che dalla nazione era ancora r icevuta come suprema, non credeva d'aver bisogno d'altre ragioni. Avr potuto cong etturar disordini e sciagure, come dice il Mounier, ma non se ne fece un argomen to. Si protestava coscienzioso, non si dava per previdente. In quanto a s, il Mou nier aveva ragione d'addurre per motivo della sua proposta la considerazione del le conseguenze possibili; ma dir liberamente che s'illudeva nel credere che un ta l motivo potesse giustificarla. Mettiamo pure, contro ogni probabilit, che il gov erno disegnasse di sciogliere gli Stati Generali, e d'impedire cos lo stabiliment o della libert; era per un errore grossissimo il credere che la libert potesse esse r fondata da una Assemblea fondata essa stessa su un fatto il pi dispotico, quale era stato quello di conferirsi da s una autorit sovrana, sopra un ragionamento fa lso dell'abate Sieys. L'arbitrio che usurpa un potere supremo, o crea un dispotis mo, o apre la strada a una serie indefinita d'altri arbitri; e n l'uno n l'altro, libert. Infatti gli Stati Generali (senza merito del giuramento del Jeu de Paume) non furono sciolti; e quella Assemblea, dichiaratasi Nazionale e diventata Cost ituente, fond poi essa la libert in Francia? Risponda il Mounier: Non conosco alcun diritto naturale o civile, di cui un Francese, dietro i decreti della prima ass emblea, possa vantarsi d'avere il libero esercizio, o almeno di cui non possa og ni momento essere spogliato impunemente. (Recherches, etc. Chap. 35, 1792). Il Mounier conclude la sua giustificazione con questo argomento: Perch noi fossimo in colpa, bisognerebbe che avessimo potuto prevedere con certezza tutte le circ ostanze che dovevano condurre i Francesi sotto il giogo della tirannia popolare. No davvero. Sarebbe troppo iniqua la condizione dell'uomo se per discernere il d iritto dal torto, ci fosse bisogno d'esser profeta. (25) Bailly, Mmoires, 21 Juin. Notes pour mettre la fin du Journal. - Mi pare che l'azione singolare del deputato di Castelnaudary debba far nascere il desiderio di conoscere le sue vicende posteriori; onde, per chi non ne avesse notizia, ri ferisco qui quello che se ne trova nella "Biographie des Hommes vivants", 1818, art. "Martin S. Jean". Pot attraversare nella oscurit il tempo pi nefasto della Riv oluzione; e quante volte non si sar trovato contento di non aver avuta parte nel dargli le prime mosse! Ricomparso durante il Consolato, fu "maire" di Castelnaud ary, e deputato al Corpo legislativo, fino al 20 marzo 1815. Viveva privato, e d a quello che pare, dimenticato o poco meno quando fu pubblicato l'articolo. I pa rtiti in generale non hanno la memoria molto lunga per le prove di devozione rim aste sterili, non accompagnate da dimostrazioni enfatiche e clamorose, e sopratt utto quando sono determinate da un motivo di coscienza; perch la coscienza, indip endente di sua natura dall'arbitrio altrui, gli pu sfuggir di mano ogni momento, e, favorevole in un caso, diventar contraria in un altro; e i partiti vogliono u na deferenza illimitata e uomini sicuri, che sono poi quelli che mandano in rovi na, come giusto. (26) "Il ne faut pas, me diton magistralement, que le Roi accorde encore cette f aveur (c'tait le mot), cette faveur au Tierstat". - Necker, De la Rvolution franc., T.1, Sect. 4. (27) Un saggio curioso dell'accecamento che abbiamo detto si pu vedere nei ragion amenti tenuti in quella consulta dal Guarda Sigilli de Barentin, e riferiti da l ui (Mm., Section 4) in confutazione del racconto fatto dal Necker (De la Rvolution franoise, loc. cit.) della consulta medesima. E ci che accresce la maraviglia il vedere come la persuasione che mostra quel magistrato della opportunit dei suoi c onsigli fosse rimasta ferma e intatta, anche dopo averne visto, non solo l'effet to immediato (che doveva bastare), ma una funesta e tremenda serie di effetti; p oich il suo scritto posteriore al 1796. Parlando, in quello, dei sagrifici enormi

che il Necker voleva estorcere dal re, per la passione di dominare; ripete con gr an soddisfazione le ragioni addotte da s e dai suoi aderenti per impedire che si usasse condiscendenza al Terzo Stato: Perch tanto andargli a' versi, tanti riguard i? Non fanno altro che accrescere la sua temerit e la sua insolenza. Invece di mo strar timidit, bisogna spiegar vigore e carattere... Si vorrebbe persuadervi, o S ire, di opporre la moderazione all'ingiuria, la debolezza alla violenza; ma sare bbe autorizzare la violenza e provocare pericoli di cui gli effetti sono incalco labili; e altre cose simili. E trionfa d'avere avuto il voto della maggioranza, e ottenuta l'adesione del re, proprio come se il discorso corretto a modo suo ave sse fatto calare i Comuni alla pi tranquilla sommissione. Ma che? per poco non di ce anche questo. Volendo far vedere che, presa quella risoluzione, non era punto necessario di dare la dimissione al Necker, n di accettarla da lui, dice: Non era pi temibile: l'inflessibilit del suo carattere l'aveva rovinato nell'animo del re ; la nostra resistenza motivata e costante ai suoi progetti, e i cambiamenti che avevamo ottenuti, preservavano il potere del re. Preservavano! non mancano esempi d'uomin e di partiti che, dopo andata la cosa a male, abbiano continuato a sostenere d'averla avviata bene; ma non so se ce ne sia uno pi singolare. (28) Mounier. Recherches, T. 1, Chap. 28. Nell'articolo "Mirabeau" della "Biogra phie Universelle", detto che pi tardi, egli medesimo rideva del buon esito della s ua audacia, e diceva che, con un pugno di soldati, si sarebbe potuto disperdere i nuovi legislatori. Essendo questa una semplice affermazione; non si potrebbe ri guardarla come una testimonianza valevole; ma il motto consuona abbastanza e coi fatti e coll'uomo, per portare a credere che non gli sia stato appiccicato come tanti altri. (29) L'usciere Stanislao Maillard, che fu po' uno dei principali direttori delle nefande carnificine del settembre 1792. . (30) Motivo addotto nella lettera scritta al presidente per chiedere che fosse a mmessa quella moltitudine, dal famoso birraio Santerre, che ne era il capo princ ipale. (31) Barnave deputato del Delfinato, Chapelier deputato di Rennes, Lesterpt de B eauvais deputato della Basse Marche, Thouret deputato di Rouen, Brevet deputato di Anjou, Gossin deputato di BarleDuc, Hell deputato di Hogeneau, Millon deputat o di Beauvais, Meynier deputato di Nmes, Parent deputato del Nivernais, Gouy d'Ar cy deputato di San Domingo, Enjubault de Laroche deputato del Maine (?). (32) V. Mem., de M.r de Barentin (Section IV, p. 202), dove sono citate per teno re, come lasciate sussistere dal re nella revisione che fece del discorso propos to dal Necker. (33) Tale era evidentemente in quel caso il senso del vocabolo francese "tranger" , che si applica tanto a chi non appartiene ad una famiglia, a un corpo, ad una citt, ad un comune qualunque, quanto a chi di un'altra nazione. Des trangers! aveva esclamato il deputato de Volley, che, mutati i tempi doveva diventar membro di u n Senato Conservatore, e pi tardi di una Camera di Pari, due corpi che deliberava no a porte chiuse. "Des trangers!" L'onore che avete ricevuto da essi quando vi el essero a deputati, vi fa egli dimenticare che sono vostri fratelli, vostri conci ttadini? Non deve premer loro in sommo grado di tenervi gli occhi addosso? Vi es ce di mente che non siete altro che i loro rappresentanti, i loro procuratori? E pretendete di sottrarvi ai loro sguardi, mentre dovete conto ad essi di tutti i vostri passi, di tutti i vostri pensieri?. E via discorrendo. (34) Bailly, Mm. 24-25 juin. Quella volta and cos; ma non tard molto a venire il tem po, che l'uditorio, solidamente impancato, e assistito al di fuori da amici anco r pi numerosi, che insieme con lui si chiamavano il popolo, pot, come la cagna del la favola, dire a chi intonasse di farlo sgombrare: "Si mihi et turbae meae Par esse potueris, cedam loco". Phaedri Fabulae, I, 19. (35) Parini, Ode all'inclita Nice. (36) Virg., Aen., IX, 312-313. (37) Fu e creduto da molti che questa formula sia stata inventata per significar e l'arbitrio assoluto del re, e quasi ad ostentazione di dispotismo. Ma era inve

ce una formula anteriore a quell'arbitrio, e applicata poi ad esso, come in altr i casi. Il vocabolo "Placitum" significava e le adunanze di tutti gli Ordini pre siedute dal re, e le lettere del re che ne contenevano le deliberazioni sanziona te da lui secondo il canone dei Capitolari: "Lex fit consensu populi et constitu tione regis". E di l ebbe origine la formula con cui si concludono gli editti dei re di Francia: "Car tel est notre plaisir"; quantunque ora s'intenda della speci ale e determinata autorit del principe. Ducange, Glossar., alla voce "Placita", ne lla edizione accresciuta dai Padri Maurini. (38) Virg., Georg., III, 4-5. (39) M. du Chtelet era il colonnello di quel reggimento. La cagione dell'arresto riferita dal Mounier (Recherches, etc. Chap. 20), in questi termini: Nelle allegr ie celebrate a Parigi il 27 giugno, dei soldati del reggimento delle guardie fra ncesi erano usciti dalle caserme, malgrado la proibizione dei loro superiori, ed erano andati ad ubbriacarsi al PalaisRoyal. Furono messi in prigione per questa colpa contro la disciplina. Dei faziosi persuasero al popolazzo che i soldati e rano puniti per il loro patriotismo. Il veramente "infelice" colonnello, che era figlio della celebre Mad. du Chtelet, condannato a morte sotto il regno del Terrore, tent di uccidersi nel carcere bat tendo la testa nelle pareti e ferendosi con un pezzo di un vetro di una finestra , e fu condotto, orribilmente pesto e insanguinato, al supplizio. (40) Bailly, Mm. e Moniteur, T. 1, p.p. 56-57. - Il Bailly soggiunge: Andai a part ecipar la cosa agli inviati di Parigi; fui contentissimo di esser riuscito, e ri demmo con qualcheduno dei miei colleghi delle parole "riunione volontaria di tut ti i rappresentanti della nazione". Chi ingannavano? Se medesimi coll'immaginarsi che potessero fare effetto delle ammonizioni dove era mescolata una menzogna ta nto patente da dover parere al pubblico, come pareva a loro, una buffonata. (41) Robespierre, Barre de Vieuzac, Ption, Buzot. (42) Tronchet, De Sze. (43) Vedi Camillo Desmoulins, Le Vieux Cordelier, n. 5. - Poche righe dopo si va nta di aver denunziati nei suoi scritti il Bailly, il La Fayette, il Malouet e a ltri, un pezzo prima che fossero accusati, e quando erano in gran favore presso il pubblico. Se per fosse stato capace di riflettere, avrebbe in quelle memorie d i cui si faceva un merito sciagurato, dovuto invece vedere un tristo presagio, m entre con quel suo giornale si proponeva, come dice espressamente, di premunire il paese contro i pericoli della esagerazione; e la pi parte di quegli uomini era no appunto stati proscritti per aver voluto dire alla Rivoluzione: "Non procedes amplius". Ma ci volle la sua propria esperienza per farlo accorgere che, nel mo to ascendente di quella Rivoluzione, l'essere stato altre volte un mezzo anche p otente non serviva a far perdonare il minimo tentativo di voler diventare un ost acolo. Il "Vieux Cordelier" non arriv che al settimo numero; e poco dopo il suo a utore fu condannato a morte e decapitato, come complice di una cospirazione tende nte a ristabilire la monarchia, a distruggere la Rappresentanza nazionale e il g overno repubblicano. Cose tanto vere quanto la "SaintBarthlemy" che si doveva fare dei patrioti la notte del 12 luglio 1789. (44) "L'Assemble du Tierstat de la Ville de Paris sera divise en soixante arrondiss etnents ou quartiers, etc.". Rglement fait par le roi, le 13 avril 1789, art. 8. A queste denominazioni indecise, o l'uso, o qualche atto posteriore aveva sostit uito il vocabolo "District". (45) Citato per tenore dal Bailly (Mm., Dimanche 12 juillet) e dal Moniteur, du 1 7 au 20 juillet. Il Bailly aggiunge di suo alla citazione: Molti elettori si spar sero infatti nei diversi quartieri di Parigi, per esortare i cittadini all'ordin e e alla pace, e a ritornarsene a casa. (46) Tacit., Hist., I, 21. (47) "Histoire des vnements sur lesquels est fonde la fable du pome de la Henriade". (48) Abbiamo escluse dalla presente ricerca le congetture intorno ai disegni ult eriori di Luigi Sedicesimo, e come non necessarie ad essa, e perch mancanti di ar gomenti positivi. Accenneremo per qui, per dir cos, al difuori, quella che ebbe cr edito presso persone sensate e imparziali, e che ci pare la pi probabile, ed che egli pensasse di imporre di novo alla Assemblea, con una autorit pi efficace e pi r ispettata, la transazione rifiutata da essa dopo la seduta reale. In quanto al p

roposito che gli fu attribuito da molti, di voler riprendere il potere assoluto, ci pare che le disposizioni mostrate da lui anche prima della convocazione degl i Stati Generali, le intenzioni manifestate in quella occasione, quando nulla an nunziava che altri pensassero a prendergli la mano, e i sentimenti espressi anch e confidenzialmente nelle pratiche tentate per scotere il giogo impostogli dalla rivoluzione e imporle un limite, lo rendano affatto improbabile. (49) Il Bsenval, senza specificarne il numero, parla di tre reggimenti svizzeri a ttendati al Campo di Marte con ottocento soldati di cavalleria, degli usseri di Berchigni, dei dragoni di Choiseul e del reggimento di SalisSamade, mandati ai C hampslyses, dove si trovava gi un forte distaccamento di guardie svizzere con quatt ro cannoni. Loc. cit. (50) Virg., Georg. I, 514. (51) Omettiamo il racconto dell'assalto e della presa di quella fortezza, come u n punto indifferente al nostro assunto particolare. Accenneremo solamente che i giudizi sul valore di quella impresa, furono, e sono ancora molto discordi, esal tandola altri, come ardua ed eroica, e attribuendone altri la riuscita alla debo lezza della resistenza non preparata, e resa anche esitante da promesse e da pat ti, non mantenuti poi dagli assalitori. (52) Dopo la met del secolo decimo quarto, regnando in Francia Carlo Quinto. (53) Dalle undici pomeridiane del 20 marzo 1804, alle tre della mattina seguente . (54) Tribunale ordinario di prima istanza. (55) Bailly, Mm., jeudi 16 juillet. - Nel pochissimo che dice il Bailly di quell' abboccamento riferita una esclamazione del re aliena affatto, a prima vista, dal la sua indole e dal suo costante linguaggio. Lo vidi, dice il Bailly, funestato dag li omicidi commessi dal popolo, e che avevano contaminato l'Htel de Ville. Gli pa rlai del governatore della Bastiglia; mi disse: Ah! ha meritata la sua sorte. Ma metteva d'accordo questi diversi sentimenti pensando che la giustizia non dovev a essere esercitata dal popolo, e per via di omicidi, e aveva ragione. Malgrado q uesti correttivi, la sentenza presa da s, non pu non parer dura e disumana, singol armente in chi parlava di un uomo indegnamente e barbaramente ucciso nel servir lui. Ma vuol esser giudicata dalla impressione istantanea che gliela pot strappar di bocca. Il Bailly non fa il minimo cenno del come abbia esposta al re la cond otta del governatore; ma lo possiamo argomentare da ci che ne lasci scritto nelle sue Memorie. Una gran questione s'affaccia: fino a che segno il de Launay fu egli colpevole? E' accusato di una azione detestabile; di aver fatto entrare un nume ro di persone nella corte, e di averle fatte fucilare. Prove, non ce ne sono nel processo verbale, ma la voce pubblica lo attesta; e questa prevenzione, vera o falsa, giustifica il furore del popolo. E' certo, per attestato della deputazion e, che fu inalberata la bandiera bianca, che furono rovesciati i fucili dai sold ati, e che questi segni di pace furono seguiti da una scarica. Le ostilit che pot esse allegare non lo scuserebbero: in un simile tumulto accadono sempre degli sb agli; si dovevano reiterare i segni di pace. Ognuno vede che, dalla relazione fat ta da un uomo che la pensava cos, il re dovette ritrarre che il de Launay avesse fatto spargere il sangue dei cittadini, o a tradimento, o almeno con una crudele leggerezza; e non c' da maravigliarsi che l'orrore e lo sdegno l'abbia fatto pro rompere in quella acerba e precipitosa sentenza. E un altro argomento, se ce ne fosse bisogno, sarebbe l'aver lui qualificata col nome di "giustizia" la sorte t occata a quell'infelice, e trovato solamente ingiusto il modo di esercitarla. Pe r quanta fosse la repugnanza di Luigi Sedicesimo all'uso della forza, sarebbe tr oppo strano il supporre che gli sarebbe parsa cosa giusta da parte di un tribuna le regolare il condannare un comandante che avesse respinto militarmente, ma den tro i limiti di una stretta e leale difesa, un attacco contro il posto che gli e ra dato in custodia. L'onesto Bailly, che, del rimanente, mostra sempre un sincero ed affettuoso sent imento della rettitudine e della bont di Luigi Sedicesimo, fece male, in questo c aso, a contentarsi di dire: Gli parlai del governatore della Bastiglia. (56) Due di esse furono mantenute nella dichiarazione proclamata in nome del re, e sono: Che le prerogative onorifiche annesse alle persone, e i diritti appartenenti alle

terre non potrebbero esser modificati senza il parere dei tre Ordini "presi sep aratamente"; Che il re si opponeva formalmente alla ammissione degli estranei nella sala dell e Assemblee deliberanti. L'esclusione di un corpo legislativo composto di una sola camera; la pienezza de l potere esecutivo riservata al re; la necessit della sua sanzione alle disposizi oni civili e politiche degli Stati Generali; prescrizioni che si trovavano nel p rogetto del Necker (De la Rvolution Franoise, p.p. 263-264), erano, nella dichiara zione promulgata dal re, o sottintese, o implicite in altri articoli. Il testo intero di quel progetto non fu mai pubblicato. Il Necker racconta che u na persona, a cui ne aveva dato in deposito il manoscritto, gli disse di averlo bruciato per timore delle perquisizioni rivoluzionarie. (Ibid., p.p. 244-245). (57) Giudice di pace nel 1791, fu, l'anno seguente, messo nella prigione special e di Orlans, per avere spiccata una cattura contro tre membri dell'Assemblea Legi slativa, e per involto nel nefando macello di quei prigionieri avvenuto a Versail les, il 9 settembre 1792, nel loro trasporto a Parigi. (58) Plaut., Curcul., IV, 2. (59) Si attribuisce qui la decisione al Terzo Stato, e perch era quello che preva leva abitualmente nella Assemblea, e perch nel caso speciale, i discorsi riferiti dal Moniteur contro l'amnistia furono di deputati di quell'Ordine. 60. V. Mm., p.p. 103-104; dove d in nota una "lista compendiosa" delle atroci oppr essioni denunziate in quelle lettere, citando i luoghi e le persone. Ed erano: u n signore tagliato a pezzi in presenza di sua moglie vicina a partorire, e che n e mor; un altro archibugiato dopo aver visto scannare il suo suocero; un paraliti co messo sopra un rogo, e che ne fu levato con le mani bruciate; un agente a cui erano stati bruciati i piedi per forzarlo a consegnare dei titoli del suo princ ipale; due signore costrette a consegnare i loro, una con una scure pendente sul la testa, l'altra con una forca al collo, in presenza di due figlie svenute; un signore e sua moglie buttati in uno stagno, da dove furono liberati per miracolo ; un altro tenuto sospeso per pi di un'ora in un pozzo, mentre sentiva deliberare se si avesse a lasciarlo cadere, o a farlo morire in altro modo: un altro stras cinato nudo nel suo villaggio, e poi messo nel letame, dopo avergli strappati i sopraccigli e i capelli, mentre si ballava intorno a lui. Nomina poi varie provi ncie, dei fatti delle quali non aveva parlato. E tutto questo, aggiunge, quando i N obili consentivano a tutto, quando non potevano opporsi a nulla, quando una part e di essi si era consacrata alla causa popolare, quando tutti avevano rinunciato ai loro privilegi utili!. Nessuno negher che a tali fatti convenga il titolo di atrocit; ma forse a qualched uno non parr egualmente adattato quello di oppressione adoprato qui sopra da noi. E ci perch questo vocabolo si usa pi comunemente a significare le violenze che gli uomini investiti di un potere o di una superiorit stabile e riconosciuta, eserci tino sopra quelli che, in un dato ordine della societ, siano posti in una condizi one inferiore. Ma noi abbiamo creduto di poter ragionevolmente applicar quel voc abolo al concetto pi generale ed essenziale di violenze commesse impunemente da d egli uomini sopra degli uomini. E in questo senso, crediamo che anche quei fatti servano di prova a quella parte del nostro assunto, che riguarda in complesso l 'oppressione, a cui diedero impulso i famosi decreti del giugno. (61) Creato il 28 luglio, e al quale dovevano esser trasmesse tutte le petizioni , ricorsi e indirizzi, affinch ne facesse, credendo, rapporto alla Assemblea (Mon it., Sance du 28 juillet). (62) Adriano Duport, consigliere al Parlamento e deputato nobile di Parigi. (63) Giova qui avvertire che, per feudatari, non si devono intendere i soli nobi li, giacch anche di quelli che non lo erano possedevano ab antico dei feudi chiam ati "Fiefs roturiers", o "Fiefs non nobles", che erano soggetti ad una tassa da pagarsi al re ogni venti anni, a differenza dei feudi nobili, che ne erano esent i, ed erano perci chiamati "FrancsFiefs". Anche ai feudi non nobili erano annessi vari diritti, e fra gli altri, quelli di colombaia, di caccia e di pesca. V. ne l "Dictionnaire Encyclopdique" l'articolo "Fief", e g altri relativi dell'erudito Boucher d'Argis, consigliere al Chtelet di Parigi. (64) Poi vescovo costituzionale del Cantal, poi Membro della Convenzione, poi de

l Consiglio dei Cinquecento, poi del Tribunato. Uscito per eliminazione con molt i altri da quel corpo nel 1802, mor nella vita privata, nel 1812. (65) V. L'ancien rgime et la Rvolution, par Alexis de Tocqueville, Chap. 17. - L'a utore cita dei passi significantissimi di alcuni processi verbali e di altri doc umenti di quelle assemblee, come un saggio dei molti veduti da lui, e sui quali fonda la proposizione generale: che in Francia le classi superiori principiarono a preoccuparsi della sorte del povero prima che questo facesse loro paura. (66) RabautSainttienne, Hist. de l'Assemble constituante, Liv. 3. - Cito un testim onio non sospetto, di fatti, del rimanente celebri e non contrastati. (67) Specie di gendarmi a cavallo. (68) 2 giugno 1793. (69) LallyTolendal, Seconde lettre ses commettants, pag. 119. E aggiunge: Avrei d esiderati alcuni cambiamenti nel preambolo, molti asserti del quale saranno nece ssariamente smentiti dalla storia. Allude evidentemente alle parole con cui, in q uel preambolo, si volle accennare che gli eccessi contemplati fossero promossi d ai partigiani dell'antico regime. (70) Quel piano tanto giustamente applaudito, disse il La Fayette in un discorso p ronunziato due giorni dopo, e del quale avremo a far menzione fra poco. Del rest o, il linguaggio abituale della Assemblea era conforme a quello della relazione del comitato. (71) Droits de l'Homme, par Thomas Paine, seconde dition, Paris, 1793, p. 42. (72) Bancroft, History of the United States. Epock second, Chap. 18. In quel congresso i deputati presero per la prima volta il nome collettivo di Am ericani; e fu il primo passo, non avvertito da quelli stessi che lo facevano, ve rso la futura potente uniti. (73) Il principale estensore della dichiarazione, Tommaso Jefferson, vi aveva co mpreso anche un gravame speciale contro la schiavit introdotta dal re in alcune c olonie, e contro il veto opposto pertinacemente da lui a tutte le decisioni dell e assemblee americane che proibivano o restringevano quella esecrabile pratica. Una tale protesta in un atto tanto solenne ne avrebbe resa come necessaria l'abo lizione, la quale allora sarebbe anche stata facile ad eseguirsi; ma l'interesse di molti riusc a fare escludere quel paragrafo, con gran rammarico del suo autor e, a cui il nobile tentativo merita in quella storia una lode unica, che non pu n on essere a scapito dei suoi colleghi, per quanto illustri per altri titoli. Com e tutte le grandi ingiustizie non riparate, doveva anche questa avere il suo sec ondo tempo, quello cio pi o meno tardo, ma inevitabile, in cui i guai passano dagl i oppressi agli oppressori. Ed era riservato alla generazione presente il dover riconoscere, per una terribile evidenza, quale profonda accortezza si nascondess e in una proposta, in cui il suo autore stesso non vedeva probabilmente altro, c he giustizia e umanit. (74) La dichiarazione citata si trova, in "fac simile", nell'atlante dell'opera: Vie, correspondance et crits de Washington, prcds d'une Introduction de M. Guizot. (75) Nella relazione sopra citata anche detto: In quanto al potere legislativo, l a pluralit delle istruzioni la riconosce come residente nella rappresentanza nazi onale, sotto la clausola della sanzione regia, e pare che la massima antica dei capitolari: "lex fit consensu populi et constitutione regis", sia quasi generalm ente consacrata dai vostri commettenti. In un'opera recente, formata sullo spoglio di quelle istruzioni, e gi citata da n oi, enunciato il resultato medesimo, in questi termini: Riguardo al potere legisl ativo, il principio affermato da quasi tutte le istruzioni ("presque partout") c he esso appartiene alla nazione e al re. Les Cahiers de 1789, par Lon de Poncins, Chap. 3, art. 3, Paris 1866. (77) Lally de Tolendal, Op. cit. p. 132. - Veramente, si era gi potuto argomentar e in qualche altra occasione. (78) Cos chiamato perch il re vi sedeva, non in trono, ma su de' guanciali, e sott o un baldacchino; e, a qualunque sedile cos coperto, si dava, nel linguaggio anti co, il nome di "Lit". (79) L'imposta sui beni del Clero fu poi lasciata indietro nell'editto, per non a ver due brighe in una volta. Observations du Garde des Sceaux, et Contreobservatio ns de Turgot, sur la suppression de la corve". Oeuvres de Turgot, Paris, 1814, T.

2, pag. 280. (80) Arrt du Parlement de Paris du 13 aot 1787. Questo argomento pass inosservato, e non nocque punto, come parrebbe che dovesse avvenire, alla cos detta popolarit acquistata dal Parlamento con la sua opposizion e. Le cagioni di questo effetto singolare sono giudiziosamente avvertite da G. D roz nella pregevole "Histoire de Louis Seize, pendant les annes o l'on pouvait prve nir ou diriger la Rv. franc." (Livre 6e). Osserva egli prima di tutto che la foll a, plaudente e tumultuante davanti al "Palais" (Sede del Parl.), non rappresenta va punto n la nazione, n il Terzo Stato; e che a motivare la tacita tolleranza gen erale per quella parte incidente della protesta parlamentare era pi che bastante la repugnanza a sostenere un ministero di cui si diffidava, e il riguardo di non levar la forza a un atto in cui era inclusa la richiesta della convocazione deg li Stati Generali, oggetto di varie, e tutte indefinite, ma tutte ardenti speran ze.