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Da Diario anno VII n.

18 del 10 maggio 2002

Una scuola dove musicisti impegnati si divertono a far capire creatività e business
ad allievi entusiasti. Tutto gratis. Risultato? Un’appassionante avventura

COME T’INSEGNO IL ROCK


Di Alberto Cottica
Mentre aspetto di andare in scena, controllo ancora una volta la fisarmonica: le cinghie non
sono attorcigliate, i serramantice sono entrambi aperti, il registro è quello giusto. Lo ammetto,
sono un po’ emozionato, nonostante le centinaia di concerti che ho fatto prima con i Modena
City Ramblers e poi con i Fiamma Fumana. Suono solo un paio di pezzi in un piccolo teatro, ma
è la situazione che è speciale. E’ il fatto di dividere un palco, e soprattutto un progetto, con
alcuni dei migliori musicisti della scena alternativa italiana: Cristina Donà, Gianni Maroccolo dei
CSI, Fiamma stessa, Manuel Agnelli degli Afterhours, Emidio Clementi dei Massimo Volume. Ma
la cosa più speciale sono i ragazzi con cui suoniamo: i nostri, i miei allievi.

Siamo a Modena, Teatro delle Passioni, sera di martedì 5 febbraio 2002. Tecnicamente questo
non è un concerto ma un saggio di metà corso. E questo corso si sta trasformando in una
delle più appassionanti avventure musicali che abbia mai avuto la fortuna di vivere.

Tutto è cominciato un anno fa, quando il mio amico Davide Sapienza (ex critico musicale, oggi
si occupa di promozione discografica e sport estremi) e io ci siamo messi a discutere su se e
come fosse possibile, in qualche senso, “insegnare la creatività”. La retorica del rock’n’roll,
come è noto, è che “il talento non si insegna”, e che dunque nulla di ciò che ti possono
insegnare vale la pena di essere appreso. Questo atteggiamento è talmente pervasivo che
molti giovani creativi considerano con sospetto l’apprendimento formale in quanto tale:
imparare significa cambiare, cambiare significa, in qualche modo, corrompersi, erodere quel
dono iniziale che forse avevi. Questo modo di vedere le cose ha in sé accenti di verità. Credo
anch’io (e anche Davide) che ci sia una cosa chiamata talento, che non si può insegnare.
Penso però che questa dote vada coltivata con pazienza e cautela. Credo anche che le
esperienze degli altri aiutino molto, purché ci siano offerte e non imposte. All’inizio della mia
carriera di musicista ho molto sofferto per la mancanza di punti di riferimento, linee guida,
persone a cui chiedere un consiglio: ero un adolescente della provincia emiliana, arrabbiato e
confuso, innamorato della musica, e il mio unico contatto con il music business erano
personaggi abbastanza equivoci che ti proponevano accordi in cui tu dovevi pagare loro

Alberto Cottica
economia creatività cultura
alberto.cottica.net
perché ti “studiassero l’immagine” e ti “promuovessero presso le persone giuste a Milano”.
L’unica cosa che ho imparato da quel periodo è la paranoia: non fidarsi mai, di nessuno,
comunque. E l’ho pagata, anni più tardi. Adesso faccio il musicista, ho un contratto
discografico, vado in tour. Posso e voglio aprire una finestra sul music business attraverso la
quale i ragazzini che suonano nelle cantine possano guardare e capire. “E allora fallo – mi ha
detto Davide – buttati. Ti do una mano io.”

Il backstage di Reload – Modena 5 febbraio 2002


Foto di Stefano Ghezzi

Così, grazie all’appoggio del Centro Musica di Modena (una struttura pubblica che si occupa di
musica e creatività), ho scritto il progetto di un corso da finanziare con il Fondo Sociale
Europeo. E oggi il corso è realtà: Fronte del Palco. Non era ovvio che ci riuscissimo: qui da noi,
in Emilia, la parola “formazione” ha un retrogusto operaista: fa subito pensare alla
metalmeccanica, al tessile, alla ceramica. La musica, e per di più la musica rock, ha un’aria
sospettosamente disimpegnata e glamorous. In più, il mondo della formazione tende ad
identificare le persone per quello che fanno, ma non per chi sono. Questo, se ti occupi di
creatività è un errore gravissimo. Basta prendere due miei “allievi” a caso: Elisa ha diciannove
anni, e ha iniziato l’università; quindi, per il mondo della formazione, “è” una studentessa.
Emiliano ne ha ventitre, fa il cameriere nella pizzeria dei genitori, quindi “è” un cameriere. A loro
questo mondo offre, dunque, corsi di inglese o di computer, o al massimo la scuola alberghiera
per Emiliano. L’idea che sta dietro questo tipo di offerta formativa è che questi ragazzi
farebbero bene a cercarsi un lavoro serio nei settori portanti dell’economia locale, il più presto
possibile. Ma loro non sono solo questo: io li ho conosciuti e ascoltati, e so che Elisa è una
cantante trascinante, e che Emiliano scrive e interpreta testi di grande suggestione emotiva.
Credo che, a quest’età, possano giocarsi la partita di una carriera musicale: se funziona tanto
meglio, se non funziona il loro rapporto con la musica, la bellezza, la vita in generale saranno
cambiate per sempre dal fatto di essersi misurati seriamente con un progetto culturale. In più,
anche la musica è un’industria; per di più un’industria molto vicina al cuore della nuova
economia dell’informazione. Forse non è male seminare un po’ di competenze sul territorio.

Con argomentazioni di questo tipo siamo riusciti a convincere l’assessorato regionale alla
formazione professionale. Così siamo partiti: abbiamo fatto un bando, abbiamo ascoltato un
centinaio di ragazzi, ne abbiamo scelti venticinque. Questi venticinque stanno facendo un
percorso che, nelle nostre intenzioni, dovrebbe aumentare la loro consapevolezza come
musicisti e, magari, permettergli di fare il salto nel professionismo a vent’anni anziché a trenta,
come abbiamo fatto noi. Questo darebbe una sferzata di energia alla scena musicale italiana e
potrebbe perfino contribuire al suo affrancamento da quella angloamericana.

Nel preparare le varie tappe del percorso, Davide ed io abbiamo fatto una scoperta
entusiasmante: i miei colleghi musicisti, quelli della mia generazione, sentono come me che fa
parte del loro ruolo il dare una mano ai “cuccioli”. Abbiamo chiesto aiuto ad artisti famosi e
molto impegnati: Manuel Agnelli, cantante degli Afterhours e produttore discografico; Gianni
Maroccolo, bassista prima dei Litfiba e ora dei CSI, anche lui produttore; Cristina Donà,
probabilmente la cantautrice più interessante in circolazione; Cesare Malfatti, chitarrista e

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motore dei La Crus; Emidio Clementi, bassista e cantante dei Massimo Volume e romanziere;
Cristiano Godano, cantante e chitarrista dei Marlene Kuntz; Luca Morino, cantante dei Mau
Mau; Ninja, batterista dei Subsonica. Tutti hanno reagito con disponibilità e spesso entusiasmo,
accettando di mettere la loro esperienza a disposizione dei ragazzi. Luca ha riassunto la cosa
per tutti noi: “Vedrò di trovare il tempo – mi ha detto – perché avrei voluto trovare qualcuno
che mi spiegasse queste cose quando avevo la loro età.”

Così, queste persone si stanno alternando nelle aule del Centro Musica. Raccontano le loro
esperienze, spiegano come hanno risolto problemi tecnici e creativi. Non cercano,
naturalmente, di imporre nessuna verità: sanno anche troppo bene come un progetto musicale
ben riuscito viva di equilibri spesso molto sottili, e quanto sia difficile trarne una ricetta buona
per tutti gli usi. “Non posso dirvi come fare la vostra musica – ha detto Manuel alla prima
lezione sulla composizione – ma posso dirvi come farei io.” Questo ha avuto un effetto quasi
magico sui ragazzi: tutti hanno capito che non erano a scuola. Non stavano, cioè, assorbendo
conoscenza prefabbricata e trasmessa dall’alto (il docente) al basso (l’allievo); stavano
confrontandosi alla pari tra musicisti, con assoluto rispetto reciproco. Il fatto che uno dei
musicisti in questione, Manuel, fosse molto più esperto e famoso degli altri era solo un dato di
fatto, non un ostacolo al confronto.

E il confronto ha funzionato. I ragazzi hanno reagito con straordinaria vitalità agli stimoli che
cercavamo di trasmettere loro. Per esempio, in una lezione proprio Manuel raccontava di come
usa il cut-up, un metodo di composizione letteraria che consiste nel “campionare” frammenti di
testi esistenti e combinarli in nuovi testi, prendendo frasi dalle fonti più diverse, da Novella
2000 ai manuali di chimica: durante una pausa per il caffè (un quarto d’ora scarso), alcuni dei
ragazzi hanno composto il testo per una canzone usando il cut-up proprio sulla lezione
appena tenuta da Manuel. “Ragazzi – gli ha detto lui con il suo tipico registro tra il serio e lo
scherzoso, che fa sì che loro lo adorino – questo è il vostro miglior testo finora.” Magari il
migliore no, ma sicuramente è stato un momento di crescita.

L’incontro tra noi, che facciamo dischi e tour, e loro, che vorrebbero farli, è stato
un’esperienza bellissima anche per noi, tanto che ci è venuta voglia di suonare insieme. Ma
come trovare un terreno comune a persone tanto diverse? Prendendo spunto da una lezione
di Cristina, abbiamo deciso di fare un concerto di cover, in cui noi “docenti” e “i nostri ragazzi”
potessimo rileggere insieme alcune canzoni che sono state e sono importanti tanto per noi
quanto per loro. In più, come ha detto Cristina stessa, “La cosa meravigliosa della cover è che
hai già tutto pronto: l'unica cosa che ti resta da fare è personalizzare il materiale.” Molto
educativo, insomma.

L’idea ha sollecitato molto i ragazzi. Abbiamo passato diverse ore in classe a discutere sulle
canzoni da preparare, su come “non potessero mancare” i Beatles (che invece alla fine sono
stati esclusi) o Jeff Buckley (che in effetti c’è); Cristina ha fatto da direttore artistico e scelto
tra le varie proposte; Gianni, con pazienza inesauribile, ha dato una mano ai ragazzi ad
impostare gli arrangiamenti dei pezzi. E noi “docenti” siamo qui con loro: qualcuno, come
Cristina, Gianni, Fiamma o io stesso suona anche qualche pezzo; qualcun altro, come Manuel
ed Emidio, è tra il pubblico, nonostante il nuovo libro da promuovere (Emidio) e o il nuovo album
da mixare (Manuel). Abbiamo chiamato questo concerto “Reload”, come quando si naviga su
Internet e si “rinfresca” una pagina per vedere se è stata modificata dall’ultima volta che
l’avevamo guardata. Mi sembra un nome bellissimo e di buon augurio: per noi tutti, che abbiamo
rinnovato il nostro rapporto con tutte queste vecchie canzoni, e forse anche per la musica
italiana, che nei ragazzi di Fronte del Palco e in tanti altri come loro può e deve trovare nuove
energie.

In piedi dietro le quinte del Teatro delle Passioni di Modena, penso a tutte queste cose mentre
controllo che la fisarmonica sia pronta per il concerto. Insieme ad artisti che stimo tantissimo,
sia quelli famosi che quelli sconosciuti, ci prepariamo a suonare canzoni bellissime e
diversissime tra loro, da Bob Marley a Bjork, dai Nirvana a Battisti. E – in omaggio alla terra da
cui i ragazzi e alcuni di noi docenti-musicisti veniamo – non poteva mancare “Emilia paranoica”
dei CCCP. La canta Emiliano, carismatico e puro come l’alto appennino da cui proviene.
Stasera sono particolarmente contento che abbia un’alternativa alla sculoa alberghiera.