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Simona Gauri Simonetta Cestarelli Paola Pegolo Michele Vitale Paola Bulgarelli Giovanna Maria Simone Brunella Farina

Antonella Bassi Federica Marchetti Elettra Morelli Marilena Fonti Elettra Morelli Marina Andruccioli Rosaria Esposito Anna Pascuzzo

Vaffamorfosi edizione 2012ISBN GOX EDIZIONI

www.goxedizioni.com

Vaffamorfosi

VAFFAMORFOSI
Non sono tutti uguali
Simona Gauri Simonetta Cestarelli Paola Pegolo Michele Vitale Paola Bulgarelli Giovanna Maria Simone Brunella Farina Antonella Bassi Federica Marchetti Elettra Morelli Marilena Fonti Elettra Morelli Marina Andruccioli Rosaria Esposito Anna Pascuzzo

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Prefazione Elettra Morelli No, non sono tutti uguali.

E in cuor nostro lo sappiamo bene, noi donne, anche quando nel pieno furore di una lite, di un abbandono, di una rottura, lo esclamiamo dentro o fuori dai denti. E il bello ( o il brutto, a seconda dei casi) che nemmeno noi lo siamo, e ci d origine a un numero pressoch infinito di varianti, di combinazioni affettive fauste o infauste, di affinit o avversioni, di unioni pi o meno riuscite. Infatti a volte una persona che noi abbiamo lasciato per totale incompatibilit la incontriamo, magari dopo pochi mesi, perfettamente e felicemente sistemata. La chimica dellanima a volte pi imperscrutabile della gi ostica chimica del corpo, ma il divertimento, il succo frizzante dei rapporti umani sta proprio in questo. Il presente libro nasce come seguito concettuale de Il Dottor Narciso Vaffa e le sue donne, un lavoro corale nel quale pi autrici si erano confrontate con questa tipologia di uomo, racchiusa in maniera poco velata nel suo stesso nome; specie tuttaltro che di nicchia. Tanti sguardi di donna posati su un unico individuo, come tante pittrici che ritraggono lo stesso soggetto

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da angolazioni diverse, con luci e sfumature diverse. E sempre nel segno della diversit dellesperienza, questa volta abbiamo scelto di ampliare e variare anche i soggetti da noi tratteggiati in questo Vaffamorfosi: non sono tutti uguali. Gi, perch come Narciso Vaffa ce ne sono altri; diversi da lui ma anche loro identificabili e classificabili attraverso una serie di caratteristiche peculiari che solitamente saccompagnano luna allaltra. Detto in altre parole, uomini con un difetto comune, tanto comune che tutte prima o poi ci sbattiamo il grugno. Ed ecco delinearsi le metamorfosi di Narciso Vaffa: Gianpreciso Fava, Felice Ciabatta, Carlo Maria Pedante e Marco Lento. Con dei nomi cos, non c bisogno di altre presentazioni. Uomini sicuramente diversi eppure profondamente affini; apparentemente simili ma sostanzialmente differenti. E le voci di donne che li raccontano sono altrettanto uguali e diverse; rese simili dal desiderio di amore e di tentativo di trovarlo in loro; spesso dalla frustrazione del non riuscirci, dal dispiacere di trovare un muro di incomunicabilit. Ma questo non vuole essere un libro sulla donne vittime di un uomo nato per nuocere loro. C spazio, si, per lo sfogo, per lironia, per losservazione critica, per la rivincita; ma c anche uno sguardo puntato sulla donna stessa, alle prese con un uomo difficile da trattare e quindi anche lammissione, pi o meno velata, di non essere riuscite e trovare un punto dincontro. C anche il voler andare oltre la semplice elaborazione del fallimento, cercando le ragioni di comportamenti esasperati, che possono mettere a dura prova la pazienza, ma che possono

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anche nascondere inaspettati tesori nascosti. Quindi, cari uomini, non temete: vi abbiamo osservati e talvolta criticati senza piet, ma abbiamo anche cercato in fondo al vostro cuore quel qualcosa che se apparentemente pu rendervi insopportabili, in realt vi fa essere irrinunciabili. Siamo comunque donne imperfette, che guardano uomini imperfetti e che tentano di entrare in contatto, in comunicazione. E in alcuni racconti abbiamo voluto sottolineare che venire a capo dei rapporti funestati dalla preponderante presenza di una personalit bizzarra e difficile si pu. Non solo: che lo scioglimento del nodo gordiano a volte pu essere linizio di una felicit relazionale ancora pi completa e profonda. Leggete dunque questo libro con animo leggero, e sappiate che potete aspettarvi di tutto. Non fatevi un cruccio se vi riconoscerete nella descrizione di Gianpreciso Fava, di Felice Ciabatta, di Marco Lento o di Carlo Maria Pedante. Non sarebbe altro che un buon modo per vedersi attraverso i nostri occhi. E sono occhi che vi hanno amato, vi amano o vi vorrebbero amare. Passato, presente o futuro, lamore il motivo di crescita per antonomasia e spesso la migliore chiave di lettura.

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Capitolo 1 Simona Gauri Gian Preciso, il purgatorio prima del paradiso

Non c cosa peggiore, per una donna, dellessere affamata damore. S, perch quando ti prende quella sensazione di vuoto e incompletezza, saresti disposta a qualunque cosa per colmare quel buco nero che divora tutta la tua esistenza lasciando posto solo alla frustrazione. Sola. Ancora, pensi. Basta, non ce la fai pi, pensi che ti meriti un po di felicit anche tu. E ti ritrovi l, con la tua carta di credito dorgoglio in quel ricchissimo negozio che la tua anima, pronta a spendere qualsiasi cifra per acquistare il miracolo, quello che - nella tua distorta e ingenua visione di te stessa - pu completarti e darti la felicit. Certo, non deve mica essere perfetto, ti dici, mettendo a tacere il buonsenso che ti urla dietro cretina, cretina!. Non si pu mica avere tutto dalla vita... Ed ecco, che, immancabile, ti arriva la fregatura, con la F maiuscola. La mia, con la F maiuscola, aveva anche il cognome. Fava. GianPreciso, Fava. E, care amiche, una volta indossati gli occhialini rosa dellamore, siete soggette alle peggiori allucinazioni, che manco un cannaiolo hippy degli anni 70. Ci che il mondo vede chiaramen-

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te lo sfacelo, mentre voi vi innamorate di un pallido riflesso di voi stesse, proiettato e centuplicato sul primo pirla che passa. COLPO DI FULMINE Conobbi GianPreciso durante un week-end tra amici al mare, girando in moto. Allora stavo con PierBanale, che non era certo unaquila e non brillava nemmeno per altri meriti non cerebrali, ma si collocava in quel limbo grigio dei carini, simpatici, a modo e bravi ragazzi come ce ne sono a milioni. A PierBanale piaceva quello che piace a tutti: la moto (ma senza correre), il Blasco (ma senza andare ai concerti), la palestra (ma non troppa... la fatica male), leggere (q.b.) qualche thriller non troppo impegnativo e andare al cinema, ma solo a vedere film che fanno ridere. Anche al lavoro faceva il minimo indispensabile. Non cera molto che lo entusiasmasse, non aveva una vera passione o interesse. Tutto e niente, n carne n pesce. Insomma... era PierBanale. N pi n meno. Eravamo appena scesi nella sala da pranzo dellhotel per la prima colazione e ci eravamo seduti al tavolo con altre persone. Soliti convenevoli della mattina, rovistando distrattamente tra le mini-confezioni di burro e marmellata nel cestino a centro tavola. In queste occasioni, c sempre qualche simpaticone che ti domanda se sei cos sciupata ed assonnata per la notte di fuoco appena trascorsa in hotel, e tu sorridi con un sorriso storto, mentre pensi tra te, se... magari! e cerchi di annegare remote fantasie di evoluzioni da kamasutra nel caff, stendendo un velo pietoso sullars

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amatoria della tua insipida met. Fu allora, sorseggiando il mio caff scialbo da hotel due stelle e mezzo, che notai un tipo scapigliato e dallaspetto sgarrupato passare come un caterpillar in mezzo agli altri, puntando apparentemente verso la vetrata che dava sul cortile esterno con piscina. Ma mi accorsi subito che mi sbagliavo: il suo obiettivo non era la piscina, era il buffet. Con mosse degne di un giocatore di rugby, scart tutte le persone che si frapponevano tra lui e il cibo; con la sorprendente maestria di un giocoliere, afferr due piatti e li riemp con una piramide di panini, cornetti e fette di torta da una parte; affettati, uova in camicia, toast e fagioli dallaltra. Strafregandosene bellamente di ogni norma di civile convivenza, lasci il deserto dietro di s, poi si sedette al primo posto che trov - il pi vicino al buffet - e si mise a grufolare come un cinghiale facendo sparire tutto il contenuto dei suoi due piatti in un nanosecondo. Infine, pulendosi garbatamente la bocca con il tovagliolo, si mise ad osservare insistentemente il contenuto nel piatto del suo vicino e - dopo poco - gli picchiett sulla spalla, mettendogli la faccia davanti come un gufo, e gli disse senza pudore: - Lo mangi tutto? Restai a osservare la scena pietrificata, a met tra il divertito e il disgustato ( il gusto dellorrido, donne, che ci frega) e pensai, Questo un grande! - Chi ? - chiesi con un fil di voce a PierBanale. Lui cap subito a chi mi riferivo. - Come, non lo conosci? E GianPreciso. GianPreciso Fava. Non gli rivolsi mai la parola, in quel week-end. Ma il giorno

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dopo seppi che lo dovettero andare a recuperare perch si era impalato con la moto da qualche parte per strada. Improvvisamente mi stava simpatico. La gente non faceva che parlare di lui con tono divertito: Che sagoma, sto GianPreciso! E, a guardarlo bene, abbigliamento a parte, non era neanche proprio brutto. Certo, non sembrava uno che curasse troppo lo stile o letichetta, mettiamola cos. Ma paragonato al perbenismo omologato di PierBanale, la cosa aveva del rivoluzionario e del geniale. Badate bene... mi sono sempre piaciuti i tipi strani e fuori dal comune. Infatti con PierBanale mi sentivo abbastanza depressa. Avevo bisogno di una botta di vita, di qualcosa di diverso. E poi, del resto, neanchio mi reputo una persona tanto normale. Dopo quella volta, ci furono altre occasioni di uscite in comune con GianPreciso. Cominciammo a salutarci (ok, io cominciai a salutarlo e lui ricambiava con un cenno della testa simile a quello di un bue che mugghia), ma non parlammo mai veramente. Non sapevo cosa dirgli, e poi la storia con PierBanale cominciava a fare acqua da tutte le parti, ero troppo presa dalle mie mille incazzature, dai miei progetti che lui trovava troppo strambi, troppo faticosi, troppo impegnativi. Fin che mollai PierBanale (anzi, lui moll me, sulla MilanoVenezia) e io, che ero incazzata come una vipera e con la voglia di recuperare due anni di vita e di buon umore, cominciai a girare per lItalia per conto mio, incontrando un deficiente via lal-

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tro. Dopo una serie di sfigati barra ipocefali barra esaltati barra bugiardi senza speranza, cominciavo ad averne piene le scatole. Fin pure che - dopo una cotta folgorante andata male tornai temporaneamente a casa dei miei, bisognosa pi che mai di un segno, di una persona vicina, presa da quella voragine di mancanza daffetto e di insicurezza che ti fa brancolare nel buio come un cieco alla ricerca di uno spiraglio di luce. LA PRINCIPESSA NEL CASTELLO Ma, visto che la provvidenza non ti assiste mai quando ne hai bisogno, non cera in giro neanche uno sfigato di single nel raggio dei 50 chilometri, in quel periodo. Infatti, dovetti ampliare il raggio dazione a un chilometraggio maggiore e puntare a citt diverse. Erano mesi che non andavo in moto, e - almeno quello - la gioia genuina di avere il vento in faccia in una giornata di sole, tra le curve di qualche tornante sperduto sui monti, non era pretendere troppo dalla vita. Ero sprovvista del mezzo, oltretutto, ma si sa... noi donne siamo piene di risorse e cos rispolverai la vecchia mailing list degli irriducibbbili motorari e postai un annuncio per offrirmi come zavorrina a qualche incontro o per qualche giro domenicale a chi avesse voglia di scarrozzarmi un po in giro e fosse di passaggio nella mia zona. Naturalmente in questi casi ti rispondono sempre quelli che speri nel frattempo siano morti schiantati da qualche parte. Dopo il secondo tentativo andato male, ecco che sbuca una mail di GianPreciso.

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Essenziale: Dove vuoi andare? Svizzera? gli risposi, altrettanto succinta. E fu cos che io e GianPreciso cominciammo a vederci nei week-end per andare in giro in moto. Il bello del turismo in moto che non devi conversare per forza come si fa andando in giro in macchina. La conversazione si fa essenziale: uno guida; laltro guarda in giro e si gode i paesaggi, fantastica, pensa di stare condividendo con laltro una serie di sensazioni irripetibili, accentuate dalla vicinanza fisica che - specie quando sei a stecchetto da un po - fa la sua parte. Di solito, poi, dopo una giornata in sella si troppo stanchi per parlare di qualsiasi cosa seria. E fu cos che la carenza di una reale conversazione, alla nostra prima uscita, non mi sembr strana. Del resto, lui non sembrava uno molto loquace. Alla seconda escursione in moto, GianPreciso decise di lanciarsi e lo fece nel modo pi stravagante, impacciato e romanticamente deficiente possibile. Stavamo visitando uno dei castelli di Bellinzona, in una giornata uggiosa del primo autunno, quando, nel giardino deserto del castello, lui mi prese in braccio alla sprovvista e - dopo avermi fatto fare il giro del giardino in quel modo, mi baci. Non fu un gran bacio - lui non sapeva da che parte mettere la faccia - ma in quel momento la parte della principessa mi piacque molto e la trovata ebbe leffetto di farmi credere che lui fosse un pazzo, adorabile, fuori di testa. Io questo me lo sposo. E la vocina del buon senso dietro a urlare, Cretina, cretina! Prima di proseguire quella neonata relazione, per, quella sera misi le mani avanti. Non avevamo ancora realmente parlato, e

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cos - memore della storia con PierBanale lo feci io. Lui ascolt le mie puntualizzazioni senza mai interrompermi, osservandomi con due occhi a fanale. - Hai capito? - Ho capito. Va bene. - S? - S. - Ok allora. Pass il resto della serata a parlarmi delle sonde degli astronauti sulla luna. Quella sera riuscii a trovarlo persino romantico. S s, lo so... Cretina, cretina! I MONOLOGHI DELLA BUONA NOTTE Da l in poi, le nostre uscite si allungarono a tutto il week-end. Come sempre, si parlava poco. Cerano cose che mi piacevano e altre che non capivo, di tutta quella storia. Quel che mi piaceva era che io gli dicevo dove volevo andare, e la settimana successiva lui mi ci portava. Mi divertivo come una bambina a pianificare gli itinerari e a farlo scorrazzare per le Alpi e oltre, in lungo e in largo per monti, laghi e fiumi. Scattavo un sacco di fotografie. Certo, continuavamo a parlare poco, io e GianPreciso. Passavamo la maggior parte del tempo in moto, scambiandoci comunicazioni essenziali. Prima di cena eravamo troppo stanchi per parlare di qualsiasi cosa seria, e dopo il sacrosanto recupero dei sensi cerano sempre questi suoi lunghi monologhi della buonanotte sugli argomenti pi astru-

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si, al confine tra la scienza e fantascienza, che non si potevano n commentare n replicare. Il suo gergo poi era troppo tecnico perch io potessi veramente capire cosa mi stesse dicendo. Mazza che tipo intelligente, chi lavrebbe detto? A GianPreciso piaceva fare la parte dellalternativo intellettuale. Era il contrario di PierBanale: a lui piacevano le cose che non piacevano a nessun altro. Lui a otto anni voleva diventare Gandhi. Lui a dieci anni era un campione di Sirtaki. Lui a dodici anni aveva costruito unauto elettrica funzionante. Lui passava le sere a leggere Wikipedia per imparare pi cose. Lui fermava la gente per strada che buttava le cartacce a terra e le sgridava, tacciandole di essere nemiche dellambiente. Lui correva dietro agli automobilisti indisciplinati, sgommando e facendo manovre al limite dellimpossibile, per poi fermarsi accanto allo sfortunato di turno, chiedendogli di abbassare il finestrino e facendogli notare che aveva compiuto uninfrazione, a non mettere la freccia tre isolati pi gi. Oppure che il bambino di due anni doveva stare nel seggiolino omologato, inneggiando al senso civico, e ai costi sociali della sanit pubblica a causa di gente che procurava gli incidenti in strada. Si raccattava cos insulti a profusione per la strada, sui marciapiedi, fuori dai locali. Era sempre pronto, insomma, a notare lerrore altrui, ma portato ad indulgere sulle proprie deficienze, che venivano considerate come parte del suo essere originale, unico e speciale. Insomma, con se stesso finiva sempre per essere molto indulgente, se non autocompiaciuto.

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LA SORPRESA Certo, avevo notato, dopo un po (troppo) poco che cvi frequentavamo, che aveva le braccine corte, GianPreciso. Ma del resto uscire tutti i week-end costava, e cos cominciai ad offrirgli io qualche cena quando stavamo in giro, e a pagargli pure la benzina e lautostrada. Del resto, lui mi portava sempre dove volevo, guidava qui e l... mi sembrava equo. Poi, a vederlo come andava in giro, con i soliti due maglioni bucati, le scarpe scalcagnate e i soliti jeans rattoppati, fargli spendere qualche euro in pi stava diventando una questione di rimorsi di coscienza. Pure la moto sembrava un catorcio ripescato da qualche discarica bellica del 15-18, e lui ne andava naturalmente molto fiero. Questioni ambientali, naturalmente, tanto che lui non aveva bisogno di possedere anche una macchina (questa la sua tesi), per non intasare di traffico la sua amata citt. Una sera uscimmo a cena durante la settimana. Niente week-end in itinere: la stagione cominciava a non consentire pi gite troppo lunghe, gli impegni quotidiani cominciavano a farsi pressanti man mano lestate si allontanava. Il tempo delle gite era finito. Insomma, ci trovavamo di fronte alla prima cena normale, come una qualunque coppia su questa terra. Ora s, che dovevamo cominciare a parlare. E fu qui che cominciai a farmi venire dei seri dubbi sulla sua - fino ad allora indiscussa genialit ed intelligenza. Alla fine della cena si offr di pagare lui. Una novit. Apprezzai il gesto, ma alla fine gli dissi, Dai lascia, mi scoccia che paghi anche per me. Prontamente, gli si illumin il viso, poi spinse con due dita il piattino con la pecetta del conto

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dal mio lato del tavolo e disse: Grazie! Dopo un istante di interdizione, capii che mi aveva appena rifilato anche la sua, di parte. Pagai io per entrambi. In quel momento pensai: Sei la donna pi cogliona del pianeta. GianPreciso, infatti era cos: non capivo se non ce la faceva o se mi prendeva bellamente per il culo. Lorgoglio femminile a volte va chiamato col suo nome: fette di salame sugli occhi. Qualche tempo dopo, quando trovai lavoro nella citt di GianPreciso, scoprii anche dove abitava (o meglio, dove i suoi genitori abitavano). E impallidii. Era uno dei quartieri pi centrali e signorili della citt. Costo al metro quadro: due reni pi il fegato. La prima volta che mi port a casa Fava, restai completamente basita: una magione in pieno centro, con stanze ricoperte da terra al soffitto con libri di ogni tipo e argomento, molte edizioni originali e quellodore di pagine vecchie che ti procura un orgasmo cerebrale prolungato. Hai capito? Sembra uscito da un canile e invece guarda dove vive! Certo, la mamma di GianPreciso mi adorava. E il pap di GianPreciso, un delizioso e anacronistico signore daltri tempi, era il proprietario dei libri e di tante altre anticaglie che a me piacevano tanto. Mi chiesero di andare a stare da loro per un po. Che senso aveva fare la pendolare? Rifiutai. Infine, me lo chiese anche GianPreciso. Rifiutai ancora. Pensiero carino. Ma no, grazie. Certo che farsi tre ore di autostrada ogni giorno tra andare e tornare, le code in tangenziale, gli improperi al volante... Qualche tempo dopo, il freddo si fece pungente e io, per motivi

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logistici, non potei pi andarlo a trovare in settimana. Si profilava dunque lipotesi che lui dovesse venire a trovare me, in moto (A cosa serve la macchina?, cit.), con la pioggia, il freddo e la nebbia. Quando GianPreciso cap quali misere serate da stoccafisso ibernato sulla sella lo attendevano, oltre a quanto avrebbe dovuto spendere in pedaggi autostradali e benzina (fin l ce li avevo messi io), me lo chiese di nuovo, questa volta adducendo argomenti pi convincenti: stava per comprare casa, cos avremmo avuto un posto tutto nostro e avremmo potuto passare pi tempo insieme. Tentennai. Lidea di un posto tutto nostro con uno che era sempre stato a casa di mamma, mi sapeva un po di fregatura. - Ci penso... - gli risposi. Non mi sentivo di andare a convivere con lui. Ma i vantaggi pratici erano evidenti. Cos scelsi di credere che me lo avesse chiesto perch mi amava alla follia. E, se il dubbio vi sta sfiorando... ebbene s, ne sono testimone. La legge del karma colpisce impietosa: chi di opportunismo ferisce, di opportunismo perisce. IL TUGURIO La mamma di GianPreciso sembrava tenere tanto che noi due ci facessimo il nostro nido damore... Appena ne ebbe loccasione, infatti, mi invit a vedere la casa che GianPreciso aveva appena acquistato, che a lei piaceva tanto: aveva le finestre alla francese, le travi a vista, e stava in un tranquillo cortile interno del Settecento, da dove cos non si sarebbe sentito il rumore del traffico. Insomma, stava facendo unoperazione di alto marke-

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ting: non poteva crederci davvero. Non era n pi n meno che una porzioncina di sottotetto a cui avevano dato chiss come - labitabilit. GianPreciso, poteva camminare solo nella parte alta del tetto, e per raggiungere la finestra doveva camminare piegato. Fin come fin: GianPreciso compr la fantastica mansarda e ci trasferimmo a viverci insieme dopo pochi mesi. La prima cosa che scoprii era che il nido damore, molto romanticamente non era coibentato. Dopo unestate rovente a temperatura daltoforno, segu un inverno da Glaciazione di Wrm. E fu cos che scoprimmo che dal tetto pioveva acqua, gocciolando allegramente in una ventina di punti diversi in camera da letto. Naturalmente, area sopra al letto inclusa. Se vi siete mai svegliate la notte colpite in piena faccia da una goccia di pioggia gelida, potrete anche capire perch a met gennaio io dormissi in una tenda montata sopra al letto. Romantico? Vi dico solo che la tenda in questione era stata impiegata pochi mesi addietro per una vacanza estiva nellAfrica Sub-Sahariana e ripulita da GianPreciso, che evidentemente non aveva classificato la sabbia come sporco, e non potete immaginare come sia gradevole dormire su un fondo in pvc, con le gambe che vi sfrigolano sui granellini di sabbia umidicci che si infilano tra le lenzuola. Ogni notte finiva insonne, passata a grattarmi come una scimmia piena di pulci. Ma per amore questo ed altro... direte voi. E forse cominciavo a realizzare che pi che amore, la mia la si doveva chiamare

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proprio col suo nome: una emerita cazzata. IL MENAGE DI COPPIA SECONDO GIANPRECISO La giornata alla GianPreciso era fonte di estrema frustrazione nonch depressione della sottoscritta. Si alzava almeno unora dopo di me, perennemente in ritardo, accusandomi di non averlo svegliato in tempo. Ogni sacrosanto giorno della sua vita, dunque, arrivava in ufficio in ritardo. E, quando la sera si lamentava del fatto di aver avuto lennesimo richiamo, trovava da parte mia un tiepido Hanno ragione, esistono le sveglie nel mondo civile e aveva pure da ridire sul fatto che fossi perfida e senza cuore. Io stavo zitta e la mia vocina mi diceva: Ricordami perch stai con questo individuo... Prima che GianPreciso uscisse di casa, comunque, la mansarda diventava un campo di battaglia. Nel passaggio dalla camera da letto al bagno - sempre di corsa perch era sempre in ritardo lasciava dietro di s solo morte e devastazione. Mutande e calzini e magliette usate finivano in un batter docchio cosparsi sul pavimento come i funghi nel sottobosco e le lenzuola arrotolate come una fune ai piedi del letto... Quando usciva dal bagno per tornare in camera da letto, lasciava dietro di s allagamenti di vario genere. Nel suo terzo e ultimo passaggio dalla camera da letto alla porta, GianPreciso mi dava una sottospecie di bacio in stile San Bernardo, e poi finalmente spariva. A quel punto, contavo fino a dieci. Se non tornava, voleva dire che era ora, per me, di igno-

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rare la devastazione bellica che mi circondava e di farmi un altro caff... unaltra giornata di merda era appena cominciata. Fortunatamente, GianPreciso non tornava quasi mai a casa per pranzo. Perch, naturalmente, lui - che come potrete immaginarvi spaccava le pietre tutto il giorno in miniera - quando tornava a casa stanco e provato, e voleva pure essere adeguatamente nutrito e coccolato. GianPreciso poi era appunto preciso, e trovai ben presto che delle mie evoluzioni e sforzi per cucinare qualcosa di vario, gli piacesse solo la pasta al pomodoro. Senza neanche accorgermene, mi ero ritrovata nel ruolo della mogliettina devota, in un ruolo che non avevo voluto e nel quale non mi vedevo assolutamente. Che ci fosse qualcosa che non quadrasse, in tutta quella faccenda, cominciava ad essermi chiaro. Non mancavano poi le situazioni di imbarazzo estremo in cui GianPreciso mi metteva. Ricordo ancora quando una mia carissima amica venne a trovarmi per un paio di giorni da Parma, e port in regalo un salame di Felino. Rest praticamente inorridita quando vide GianPreciso tagliarlo a met, sbucciare una delle due parti come se fosse stata una banana e addentarla a morsi. Questepisodio me lo rinfaccia ancora schifata. E non parliamo di tutte le volte in cui unaltra coppia di miei amici venivano a cena da noi e GianPreciso si scagliava sempre sui piatti per primo, arraffandosi le cose migliori, per la paura evidente che gli ospiti anche solo le provassero. Questo valeva anche per le cose che portavano loro. Dopo un po loro si abituarono a queste sue deprimenti scene zero-style, ma in una di

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queste occasioni si profil una situazione pi imbarazzante del solito. Quella sera, GianPreciso occupava da solo il divano, e visto che la casa non era esattamente spaziosa, i nostri ospiti dovettero volenti o nolenti - accontentarsi di stare sulle sedie della cucina. Mentre il discorso tra noi tre vergeva su argomenti che a GianPreciso non erano congeniali, dopo un po lui si mise a fare movimenti strani sul divano, tenendo le gambe allargate contro il petto e dondolandosi avanti e indietro, finendo praticamente con i suoi piedacci scalzi sotto al naso degli ospiti e mostrando naturalmente il suo non proprio estetico deretano ai quattro venti. I due cercarono di ignorarlo proseguendo il discorso come si fa con i bambini in cerca di attenzione -, ma quando la cosa si fece insistente, sbottai stizzita, GianPreciso!. Lui mi guard di sbieco, fece la faccia di quello che non ci arriva e disse, Cosa? Come cosa? Piantala! Per tutta risposta, lui mi ignor completamente e prosegu la sua pantomima con altre posizioni molto pi che imbarazzanti, cosicch i miei due amici - che avevano capito esattamente di essere indesiderati - si alzarono e tolsero il disturbo con eleganza. LA LIBERTA E UNA COSA MERAVIGLIOSA Fortunatamente i veri amici si vedono in queste occasioni: nonostante sappiano che tu ti accompagni a un totale deficiente, non ti tolgono il saluto ma cercano di starti vicini da lontano. E fu forse questo, capire con crescente terrore che a poco a poco

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mi sarei ritrovata da sola con lui, con GianPreciso, che probabilmente mi fece reagire allo stato delle cose. Fu quando GianPreciso mi propose di mettere un tornio per la plastica al posto della mia libreria nella zona giorno del tugurio, che la mia pazienza si esaur completamente. Ero felice? No. Lo ero mai stata con lui? Forse prima di conoscerlo, nella mia testa, quando lui era una via di fuga facile da me stessa. Fu cos che nel giro di quattro e quattrotto impacchettai la mia roba e mi trasferii in un appartamento degno di tale nome, in una graziosa cittadina di periferia, dove mi sentivo finalmente libera e in pace con la ritrovata me. Il prezzo della libert e dellindipendenza non poi una gran cosa, in confronto alla schiavit in cui si pu trasformare un rapporto cominciato male. Se prima di GianPreciso vedevo il mio essere single come un peso, ora cominciavo a vederne tutti i lati positivi: cucinare per me, quando e come volevo; faticare per me stessa; avere i miei spazi, le mie fantasie, i miei amici... era veramente la fine di una sudditanza psicologica da un ruolo che non sentivo mio, e soprattutto dal sentimento sbagliato e distorto di voler appartenere a una persona. Oggi sono felice di non appartenere a nessuno, e non per questo non mi sento di amare meno la persona che mi sta vicina. Apparteniamo a noi stessi, e ci incontriamo senza pretese, scambiandoci ci che di buono sappiamo offrire allaltro. Naturalmente, il rapporto perfetto non esiste. Ma non per questo non bisogna provarci. Le donne sono fatte per amare, ma anche per essere amate.

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Un amico di Seattle, qualche mese fa, mi ha scritto queste parole: Sei una di quelle donne che si meritano di essere baciate, bene e anche spesso. E questa volta, appoggio in toto la tesi di un uomo: sto cercando di farne una filosofia di vita. EPILOGO Dopo aver lasciato il lavoro nella citt di GianPreciso e dopo aver passato un anno tuttaltro che semplice - per questioni economiche - nel mio carinissimo appartamento di periferia, decisi di fare il grande salto: nuove idee, nuovi progetti, voglia di cambiare, di fare nuove esperienze e di saltare di nuovo in sella alla mia vita. Avrei lasciato lItalia per tentare la fortuna negli Stati Uniti. Pi per caso che per scelta, optai per Seattle. Pochi giorni prima della mia partenza, GianPreciso si fece trovare sotto casa mia, con la scusa di portar via delle cianfrusaglie che erano rimaste nel mio garage e che voleva recuperare di persona. In quelloccasione si profuse in lacrime da vitellone stantio. Mi chiese di riprovarci, che gli mancavo, e che si sentiva solo, concludendo con una frase che rester negli annali dei miei ricordi bislacchi: Mi porti con te a Seattle? Ma anche NO... E ora, GianPreciso, se mi vuoi scusare ho da fare... ho una vita che mi aspetta. Da allora, di acqua sotto i ponti ne passata tanta. Sono andata a Seattle, ho trovato quello che cercavo, insieme a tanti nuovi amici. Ho di quel periodo dei ricordi bellissimi, ma poi sono tornata in Europa. Oggi scrivo questa storia da Archway, un bel

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quartiere a Nord di Londra, la citt di cui mi ero innamorata da ragazzina. Ebbene s... la vita strana e spesso ci riporta laddove tutto era cominciato. Come se - in tempi non sospetti, quando ancora eravamo puri ed entusiasti delle cose e guardavamo il mondo con occhi appassionati - avessimo gi capito tutto su ci che il nostro cuore desiderava. Salvo che poi ci perdiamo, lasciandoci condizionare dalle cose dei grandi, inutili convenzioni e aspettative calate dallalto che non ci appartengono per niente, non sono parte di noi. Ci impieghiamo anni - di sforzi e di disavventure e di frustrazioni e di errori - per ritrovare la parte pi pura di noi, i nostri desideri, le nostre passioni spontanee. Dice un proverbio Taoista: In tempi difficili, mettiti davanti a uno specchio: vedrai al tempo stesso la causa e la soluzione dei tuoi problemi. Quando accettiamo di vedere noi stesse, allora s, siamo pronte anche per lAmore.

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Capitolo 2 Simonetta Cestarelli Il dottor Gianpreciso Fava.

Il vento caldo di scirocco alzava le tende della finestra del salotto, il sole di luglio entrava a tratti illuminando i mobili di legno scuro. Le copertine erano state tolte dal canap con le frange e i cuscini ricamati erano stati messi sulle poltrone imbottite di damasco rosso. Dentro la vetrina, i bicchieri di cristallo del servizio buono brillavano e fuori sul terrazzo nel bagliore del grido delle cicale le graste di basilico e di barcu profumavano laria. Giovanni Fava guardava il salotto che dopo quasi sessantanni era rimasto identico ai suoi ricordi, come sospeso, fra realt e memoria. Se non ascoltava i rumori della piazza, poteva pensare di essere tornato bambino quando nei giorni destate, dopo pranzo, si nascondeva dietro la grande porta a vetri del salotto, aspettava che mamma andasse a stendersi a letto, poi veniva fuori camminando senza far rumore, scappava in cucina, apriva la porta del tetto morto, usciva dalla finestrina che dava sui tetti e da l arrivava proprio sul tetto del duomo. Da lass cercava di allungare il collo per guardare la piazza quasi deserta sotto il sole, si divertiva a spiare nelle finestre della signorina Assunta del palazzo di fronte che di pomeriggio

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si rinfrescava in sottoveste. Le cicale strillavano sempre forte fuori dalle finestre alte pi in l dal terrazzino che con la sua ringhiera aveva chiuso per anni il suo mondo. Il dottor Giovanni Fava si sentiva di appartenere a quella stanza come i mobili e la tappezzeria . Proprio in quel salotto, aveva imparato dai discorsi dei grandi, che un uomo rispettabile sa giostrarsi fra le giustificazioni e le scuse e sa nascondere le sue debolezze, le paure, i disagi e sa tenersi sempre al di sopra delle dicerie e farsi rispettare da tutti e soprattutto non mai meschino. Anche se sua moglie non avrebbe voluto assecondarlo nel suo essere ligio alle bune maniere e alle regole sociali, Giovanni era stato bravo a non deludere mai mamma Concettina. Rosalba, la moglie, per esempio, non avrebbe voluto vivere e sposarsi in Sicilia e giammai in chiesa, ma con la sua insistenza sempre educata, che qualcuno per definiva pedanteria, Giovanni laveva convinta non solo a celebrare le nozze vestita di bianco, ma persino nel duomo la prima domenica di maggio con la partecipazione dello zio arciprete e di tutto il parentado; erano venuti persino i cugini baroni di Vizzini, un ramo nobile anche se molto collaterale della sua famiglia. Ricordava ancora quella splendida cerimonia, la soddisfazione di mamma, gli occhi rossi di Rosalba che aveva pianto tutta la notte, perch allultimo momento era stata messa di fronte allimpossibilit di poter cambiare i programmi e aveva saputo solo il giorno prima che non erano stati invitati i suoi amici e

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alcuni parenti ritenuti da mamma troppo eccentrici e non presentabili.Ora, guardando la sua immagine nello specchio con la monumentale cornice barocca del salotto, Giovanni pensava che, se si tirava diritto, faceva ancora la sua bella figura quasi come quel giorno . Si sedette sul divano, pensando a quanto di se stesso era in quelle mura in quegli oggetti che le cure di mamma avevano sottratto al tempo e ai cambiamenti. Tutto era al proprio posto, come quando era bambino: le posate nello stesso cassetto in cucina, Il salone e lo studiolo con le stesse tappezzerie avorio e oro, le chiavi del tetto morto nello stipo sopra il mobile dellingresso e persino i fili per rammendare erano nello stesso barattolo di vetro con i disegni blu dopo tanti anni. Pensandoci sorrise soddisfatto, no, non aveva mai amato i cambiamenti, gli imprevisti gli mettevano ansia, le situazioni nuove come le persone sconosciute lo mettevano in agitazione. Quando era per la strada, non rivolgeva il saluto a nessuno che non lo salutasse prima, altrimenti posava lo sguardo assente sui conoscenti come se fossero fantasmi trasparenti. La gente comune gi aveva sempre fatto un certo senso e quando era nei locali affollati, il suo pi grande problema era il sentirsi sfiorato o peggio urtato dalle altre persone. Evitava accuratamente il contatto fisico non solo con gli sconosciuti, ma anche con i conoscenti, raramente stringeva la mano agli amici e nellabbraccio con i parenti offriva la guancia, ben attento a non sfiorare quella degli altri, o a farsi baciare.

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Insomma, Giovanni aveva imparato benissimo a fare il verso dellabbraccio senza lasciarsi abbracciare. Non aveva solo repulsione delle persone, ma proprio timore, come diceva la mamma la mano prende e la mano rende e chiss quali malattie una stretta di mano poteva quindi trasmettere. Il dottor Fava ci teneva molto alla sua salute, e se negli anni poteva dire di avere avuto poche preoccupazioni a riguardo, sicuramente era perch non dimenticava mai di passare dal medico tutte le settimane, per farsi prescrivere le analisi di routine che faceva regolarmente tutti i mesi. Non dimenticava inoltre di prenotare visite specialistiche dai grandi luminari della medicina che approdavano ogni mese nella clinica del suo amico, il dottor Calogero Mangiaracina . Mangiava sano, era scrupolosamente attento al suo intestino, avendo sofferto da piccolo di coliche gassose, evitava gli stress inutili, e gli strapazzi e su quest argomento si era impegnato in modo particolare, dedicando giorni e giorni allorganizzazione della sua vita personale, stabilendo le modalit e le tempistiche di tutte le su attivit. Da tutto quel pensare, fatto nel suo studiolo con la tappezzeria avorio e oro scelta da mamma in continente, nei pomeriggi di tarda estate davanti al caff e un biscotto di sucamella, era emerso che bench il sesso, o meglio la femmina, fosse per lui una grande soddisfazione, la sua eccessiva pratica avrebbe sicuramente indebolito il suo fisico, come lavrebbe indebolito una mancata soddisfazione della sua prorompente virilit.

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Quindi,ritenendosi un uomo capace di un certo equilibrio, si sarebbe concesso agitazioni erotiche al massimo a giorni alterni e con donne, prima di tutto pulite ed educate, partecipanti quel tanto da essere arrendevoli alle sue richieste; necessit che tutto sommato aveva decretato come essenziali, basilari e irrinunciabili. Sua moglie Rosalba, per quanto pulita e ben educata, non era molto partecipativa e a certe richieste non era per nulla arrendevole e, si sa, se un uomo se non soddisfa le sue esigenze, pu anche avere seri disturbi. Giovanni, quindi, per consiglio del suo compare Alfio e il segreto appoggio della mamma, che anche da lontano teneva la vita del figlio sotto controllo e aveva sempre a cuore la salute del suo primogenito, si era presa unamante. Una femmina di casa, come si diceva una volta, una vedova sulla trentina bruna e formosa, faceva la sarta in un paese vicino e due volte la settimana nel suo letto, con le lenzuola rigorosamente di bucato, accoglieva con discreta partecipazione il dottor Fava. Ce da dire che questa era lunica occasione in cui Giovanni prendeva in considerazione la promiscuit con il gentil sesso e con le persone in generale. Considerava le donne pi che altro un attributo, alcune indubbiamente decorative, altre utili e necessarie, ma certamente noiose e inopportune quando erano troppo espansive o invadenti. Una sola era per lui una donna speciale, sua madre Concettina Vigogna vedova Fava, donna elegante e di grande classe che aveva fatto di lui luomo di mondo, lo stimato professionista, il

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galantuomo e il grande filoso fo di vita Giovanni Fava, o Gianpreciso Fava come lo chiamavano gli amici del circolo, a mezza voce sgomitandosi e ridacchiando alle sue spalle, quando con sua moglie al braccio passava sussiegoso per il corso.

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INDICE Prefazione Elettra Morelli No, non sono tutti uguali. Capitolo 1 Simona Gauri Gianpreciso, il purgatorio prima del paradiso Capitolo 2 Simonetta Cestarelli Il dottor Gianpreciso Fava. Capitolo 3 Paola Pegolo I drove all night to get to you Capitolo 4 Michele Vitale Gian Preciso Fava ovvero l'ingratitudine. Chi lo avrebbe mai detto! Capitolo 5 Paola Bulgarelli OREMUS.Prologo - Dei Vestiti

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Capitolo 6 Giovanna Maria Simone GIANPRECISO, Addio

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Capitolo 7 Brunella Farina Storia di una donna, di un barbone e di un pesce rosso (continuare a nuotare nella notte senza tempo) pagina 67 Capitolo 8 Simonetta Cestarelli Gianpreciso reload Capitolo 9 Antonella Bassi iLo strano caso della fava's family Capitolo 10 Federica Marchetti Uno sbadiglio lo seppellir Capitolo 11 Elettra Morelli Gian Preciso e il caff dell' Ecuador

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Capitolo 12 Marilena Fonti Chi di precisione ferisce Capitolo 13 Elettra Morelli Carlo Maria Pedante, una favola moderna. Capitolo 14 Marilena Fonti Il contabile dei sentimenti Capitolo 15 Elettra Morelli Felice Ciabatta e le molecole

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Capitolo 16 Federica Marchetti Felice Ciabatta. L'uomo che riposava troppoNessuno perfetto Felice solo dentro le ciabatte. pagina 145 Capitolo 17 Federica Marchetti CARLO MARIA PEDANTE Barbapap

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Capitolo 18 Marina Andruccioli Ne rimarr soltanto uno. Gian Preciso Fava. Capitolo 19 Rosaria Esposito Peccato non ci sia il sole

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Capitolo 20 Anna Pascuzzo Avete mai sentito parlare del Dottor Narciso Vaffa ? pagina 167

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Fine

LO I

ME VE

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